Paolo Valera – Giacinto Menotti Serrati, direttore dell’Avanti! – Edizione Liber Liber

Caro Valera,

Di un favore ti prego; di questo: racconta ai tuoi lettori come è avvenuto che tu hai scritto di me(1).

Avevo promesso – durante una certa polemica – di scrivere un opuscolo: Pagnacca. Lo feci infatti e la tipografia dell’Avanti! lo compose anche. Ma – schivo come sono sempre stato di dire delle cose mie, le quali contano assai poco – finii per mandare a carte quarantanove l’opuscolo, le bozze e… chi mi sollecitava.

Un bel giorno persona a te cara, mi chiese:

– Che cosa ha lei, Serrati, con Paolino?

– Io? Niente. Gli voglio bene, come a tutti gli uomini buoni e di buona fede. Se sono stato scontroso con lui, forse, qualche volta, non l’ho fatto apposta. Glielo assicuro.

Fu così che mi indussi a cavare fuori dalla cartella delle cose morte e seppellite, la mia autobiografia – che non avrei pubblicata mai – e l’affidai a te – buon Paolino – perchè tu ne faccia quello che ti pare.

Tu l’hai aggeggiata alla tua maniera, le hai data la tua forma ed il tuo stile. Mi hai gonfiato? Te lo perdonino i tuoi lettori – che ti auguro numerosissimi. – Dal canto mio – posto che per amicizia ho accettata la croce – non ho che dirti grazie e salutarti di tutto cuore.

Tuo

G. M. SERRATI.

GIACINTO MENOTTI SERRATI

Si vive affrettatamente. Non c’è tempo di ambientare gli uomini che fanno storia. L’uomo che biografo è divenuto un personaggio nazionale. Nessuno ignora ormai, anche nelle provincie più beote, chi sia il direttore dell’Avanti! Giacinto Menotti Serrati è ormai sinonimo di leninismo. Impersona il protagonista della rivoluzione russa. Egli si è fatto nella opposizione. È sulla piattaforma socialista da molti anni. Ne ha oggi 48. Aria da venditore di verbi all’estero. Occhiali scintillanti del miope. Barba biondastra, fluente, che gli scende oltre il mento a punta. Sovente gli si vede un sorriso dolce tra le labbra. Più spesso è rigido. Sovente è diffidente. Qualche volta ha un attimo di risata strepitosa. Fuma il virginia. Ne fuma parecchi. Ha una vita randagia. Può essere paragonata a quella di Massimo Gorki. Vagabonda, alternata di stenti, agguantata dalle polizie, consumata nelle fetide sentine, liberata per essere ripresa. Egli è passato per una sequela di processi. Parodie, simulacri di processi. Dappertutto si è rivelato un attivissimo propagandista e un ottimo organizzatore. Negli intervalli ha sgobbato per l’alimentazione quotidiana. Scaricatore di carbone, uomo di fatica nei fondaci, insegnante di participii, accusato politico di tribunali, diffusore di escandescenze proletarie, spesso alle prese con la canea antiproletaria. Non so se prevalga in lui la rassegnazione. So che preferì sempre la difesa delle sue idee che della sua testa. Leggerete le sue note autobiografiche; svelte, senza atteggiamenti letterari, senza toni cattedrattici, senza la voce grossa del legislatore sul Monte Tabor. Scrive – anzi scrive senza voltarsi indietro. Lo si direbbe un manzoniano che non ha indugi, che salta la mondatura, che vive sollecitamente. Lingua parlata, piana, scorrevole, capita da tutto il suo mondo. Lo credo quadrilingue. Scacciato da una parte, per salvarsi dall’altra, ha dovuto impararle leggendo le ditte dei paesi in cui viveva, buttando gli occhi sui giornali, cenando nella propria cameraccia con pane e nozioni grammaticali. Nessun lamento. Egli conosceva i refrattari di Jules Vallès, aveva veduto Benoit Malon, ex membro della Comune, a fare il canestraio in Italia, dopo essere passato sotto una gragnuola di palle versagliesi ed avere scritta la Terza disfatta. Non si va in Socialismo senza essere preparato a vuotare il proprio calice fino alla feccia. Ha patito, ha sofferto. È passato attraverso tutte le angosce, è divenuto il martire del vituperio. L’opinione pubblica gli è stata più di una volta nemica. Gli è andata addosso con l’esasperazione omicidiaria. La colluttazione tra lei e lui fu aspra, lunga, terribile. Atterrato, chiuso per nove mesi nella muda torinese come il massimo dei disfattisti italiani, è ritornato alla piattaforma scritta e orale più vigoroso, più tenace, più fortificato per la continuazione della lotta. Non era ancora disceso dal treno che già la sua voce squillava al dorso dell’edificio dell’Umanitaria su migliaia e migliaia di lavoratori accorsi ad ascoltarlo. Crispi, il feroce bandito ministeriale, non ha insegnato nulla alle autorità salariate. Cioè che le persecuzioni giudiziarie o poliziesche sono fabbriche di celebrità nazionali. De Felice e Barbato e Badaloni sono esempi. Andrea Costa è passato dall’ammonizione alla vice-presidenza della Camera elettiva. Non mi meraviglierei di vedere Filippo Turati presidente del Consiglio, dopo essere stato galeottizzato per dodici anni e condannato alla sorveglianza speciale come i peggiori malviventi. È una malattia legislativa di tutti i paesi. L’opposizione è considerata della delinquenza. In Francia Blanqui ha subìto gli stessi oltraggi. Di più. Il comunista d’allora, che aveva messo in circolazione il suo ni Dieu ni maître, ha scontato quarant’anni di sole a scacchi. L’impero lo ha fatto marcire nelle prigioni. Non parliamo della Russia imperiale. Essa era una officina di demolizione umana. I più grandi ingegni sono periti nelle congiure, nella Siberia penale, in esilio. Il superstite maggiore di tutte le tragedie personali è Pietro Kropotkine, uno dei più grandi cervelli scientifici della età nostra.

Giacinto Menotti Serrati non ha voluto ascendere la scala parlamentare. I collegi erano a sua disposizione. Alla Camera avrebbe potuto essere il leader di una maggiorana che non ebbe neppure Parnell alla Camera dei Comuni. Il direttore del quotidiano bolscevico di S. Damiano fu più potente dell’Irlandese. Durante la preparazione elettorale non ci fu candidato senza il suo voto di preferenza. Fu un’elezione senza numi. Se Filippo Turati è passato, la colpa non fu sua. Nelle elezioni serratiane non trovate nè ricordi nè amicizie nè gratitudine di partito. Non ha imperato nella scelta che la concezione bolscevica. Il più umile, ha avuto la sua simpatia. Ha dato calci al cabrinismo. Egli non ha accettato che l’uomo integro, il candidato disciplinato fino alla corda del boia. L’uomo di fede preparato domani a rovesciare la borghesia avida di privilegi e di capitali. Non più discussioni. Non più opinioni personali. Concetto unico. Azione rapida, volontà collettiva, partito che agisce come un solo uomo.

Giacinto Menotti Serrati aveva tracannata molt’aria repubblicana in America, in Francia e in Svizzera. Gonfio di libertà non ha saputo adagiarsi nei metodi dei compromessi parlamentari e delle aspettative ministeriali. Egli ha veduto il male. Bisognava svincolarsi, arrischiare la carta, spingere le folle alla loro risurrezione sociale. L’esperienza era già stata fatta. Lenin aveva sollevato un popolo di centottanta milioni. Lo aveva tramutato. Aveva fatto passare i ricchi ai posti dei poveri e i poveri ai posti dei ricchi, riducendo il pas de droits sans devoir a una formula semplice: chi non lavora non mangia. In altri tempi un manifesto così laconico avrebbe attirato la risata universale. Ai nostri giorni è divenuto un’ingiunzione mondiale. Ha capovolto i cervelli. Ha sostituito un la di azione sociale a un la di vita contrattuale che ingiungeva la giustizia borghese. Chi non lavora non mangia. Serrati non è stato tranquillo. Ha reso il terreno fertile. Lo ha concimato con il materiale orale e scritto. Lo ha seminato e riseminato. La borghesia si è accorta che il partito ch’essa scherniva e non vedeva di esso che il ventre, aveva la testa. L’urna ha scatenata una rivoluzione. La censura non ha potuto frenarla. A giorni si riunirà la Camera. Centocinquanta deputati rossi diranno al monarca ch’essi vogliono un’Italia sborghesata e rivoluzionaria. Tutto questo bouleversement, sconvolgimento, è dovuto alla scheda. L’astensionista ha forse finito di vivere. Forse vedremo Errico Malatesta all’urna. La scheda è divenuta una siluratrice che affonda i regni. Che più?

È difficile paragonare i direttori dei quotidiani socialisti ai direttori dei quotidiani borghesi. Sono due ambienti, due uomini. Nessuna rassomiglianza fra di loro. In borghesia il direttore che lavora di penna è considerato un’imbecille. Non ne ha il tempo. Egli deve consumarsi a leggere la corrispondenza, a scrivere ai personaggi, a scegliere gli uomini per gli articoli speciali, a studiare l’orizzonte politico, a mantenersi in relazione con gli aderenti al partito del giornale, a conquistare deputati, a pranzare e a fare colazione con gli eminenti della vita pubblica. L’eccezione l’abbiamo avuta anche noi: Jean Jaures. Egli era uscito dalla couche borghese. Giornalista principe, storico eminente, primo oratore del mondo. Nessuna comparazione con lui. Parlo dei self-made-men, degli uomini alla Rochefort. Giacinto Menotti Serrati si è fatto da sè. È uno dei direttori di quotidiani improvvisati dagli avvenimenti. Il giornalismo non ha università. Non ha professori. Ci si mette a tavolino e si scrive con furia, senza badare se la prosa esce ravvivata o sbiadita, pettinata o spettinata. Taluni finiscono in un cestino massacrati dagli sbadigli, altri raggiungono i pinnacoli dell’intelligenza giornalistica. Serrati si è messo al quotidiano a New York. Prima di abituarsi al twang del yankee faceva tutto il giornale con le sue mani. Scriveva per la risurrezione proletaria. Cronaca, traduzioni, articoli di fondo, trafiletti, corrispondenze. Egli era una specie di Fregoli di redazione. Guadagnava meno di un lavoratore di fatica. Lascio la rivelazione della sua vitaccia alle note autobiografiche. Orava. La sua gola era sempre pronta alle emozioni di piattaforma. Si è trovato in una burrasca a sua insaputa. È Oddino Morgari che la racconta. Ne pubblico le note. Dopo tante torture morali Serrati è stato preso dal disgusto. È corso al piroscafo e ha rifatto l’Atlantico.

All’Avanti! egli è andato quando meno se l’aspettava. Benito Mussolini, fiero e violento, applaudito dovunque appariva; rinvigoritore di folle, uscito dai bassifondi come tanti altri socialisti, sparpagliatore di fraseologia incandescente, aveva spinto il quotidiano di partito fuori dagli antri della miseria. I suoi precedenti erano del rivoluzionario internazionale. L’ho trovato a Trento, redattore capo del quotidiano di Cesare Battisti. A Forlì aveva subito la condanna di sei o otto mesi per la sua opposizione alla conquista di Tripoli. Egli era un tizzone ambulante. Rivoltoso nato. Cospiratore della forza di Blanqui. Ansioso di morire sur una barricata come i «briganti» della Comune. Un giorno, a braccetto di un compagno, alla testa di una dimostrazione, è stato lì lì per avere la testa divisa in due dallo sciabolone di un cavalleggero. Non ne parlò neanche. Sulla sua inflessibilità socialista avrei dato il mio sangue. Non si sfanga, non si passa per il rovaio, non si lavora febbrilmente a spargere idee insurrezionali per poi scendere fra i signori dalla prosa ravviata. Jules Vallés non tornava indietro. Delescluze, il delegato della guerra rivoluzionaria, moriva con le braccia in aria come un bersaglio ai nemici, olocausto del suo ideale comunardo. Basta. Io non scrivo le convulsioni cerebrali di Benito Mussolini. Non ne ho mai capita la tramutazione. Poco tempo prima egli aveva condensato il suo compiacimento con queste parole: «Ho avuto il giornale nel dicembre del 1912: me lo consegnò Giovanni Bacci, al quale deve andare un pensiero grato da parte di tutti i socialisti italiani, perchè in quei quattro mesi che seguirono il Congresso di Reggio Emilia l’opera del Bacci politicamente e amministrativamente fu provvidenziale. Il partito usciva da Reggio Emilia lacerato, quindi un po’ indebolito e non bisognava dargli scosse troppo brusche, perchè c’era il pericolo di guai maggiori, tanto più che l’esodo dei destri, esaltato da tutta la stampa borghese, lieta sempre, e fa bene! se può manifestare il suo animo antisocialista, indeboliva il partito. L’opera del Bacci rimarginò rapidamente le ferite, e quando il primo dicembre io assunsi la direzione dell’Avanti! il partito presentava già una sua unità abbastanza organica ed omogenea. Vi confesso che accettai la direzione del giornale con una grande trepidazione: un giornale di partito è un giornale di idee, un giornale di battaglia, quindi un giornale difficile che non può essere comparato con nessun altro giornale». Erano passati 13 mesi. È intervenuta la guerra. Mussolini era divenuto più intransigente. La neutralità di partito era il suo cerchio di ferro. Non lasciava passare nè avanti nè indietro. Ohimè! Tout passe, tout casse, tout lasse! La catastrofe non è circondata nè da litigi nè da tempeste orali. Mussolini è uscito dimissionario da una seduta direzionale tenuta a Bologna, contento, lieto, padrone di sè. Che cos’era avvenuto? Alla mattina susseguente i lettori si palpavano gli occhi. Che cos’era avvenuto? Nessuno ne sapeva niente. Giovanni Bacci gli era corso dietro fino alla sua abitazione convinto di riuscire ad ammansarlo, ad abbonirlo. Non fu questione di aumento di stipendio. In bolletta c’era e c’era stato. La discordia era fra la sua e la loro anima. Tutto era finito. Non c’era più stagno per rinsaldarle. Non c’era più modo di rappattumarle.

Poco dopo egli era padrone di un quotidiano che esalava da tutti i pori i furori cerebrali del suo direttore. Da gregarista era divenuto un mangiatore orribile di se stesso. A mano a mano che Mussolini rinculava dal socialismo per avventarsi nel cul-de-sac della polemica, le invettive infittivano. Pareva una guerra civile in quattro. Il proletariato, dopo l’espulsione fragorosa, si era tirato in disparte. Lasciava che l’uomo scendesse i suoi gradini, scaduto dalla fama di agitatore turbolento. Di uomini andati a male era piena la storia del partito. Tomaso Monicelli, Olindo Malagodi… Nessuna meraviglia. C’era solo la violenza mussoliniana che tratteneva i lettori. In giornalismo non c’era esempio di tanto acciuffamento furioso se non fra la Petite République e le Petit sou, quando i due direttori si scuoiavano con caldaie d’acqua bollente. Erano omicidi quotidiani.

L’Avanti! venne affidato simultaneamente a Serrati, a Bacci e a Lazzari. Una combinazione giornalistica intollerabile. Il pensiero unitario in tre cervelli era considerato del mattoidismo. In pochi giorni i nuovi direttori sarebbero venuti ai calamai. Nell’ottobre del 1914 non c’era più che Giacinto Menotti Serrati. Tempi indimenticabili! Eravamo avviati alla guerra. Cadorna organizzava. La sua stella saliva. Guai a chi la sgretolava. Si vedeva in lui un Napoleone. La stampa borghese digrignava i denti verso coloro che parevano pamphlets contro la guerra. Serrati era in odore di antipatriotta e terrorista. Si incominciava a esecrarlo. Lo si vedeva come un intruso che coltivava il ventre delle masse. Si sarebbe preferito Treves. Più avvicinabile, più pieghevole, più arguto. Serrati era un orso. Allontanava, pareva non stesse bene che in mezzo alle moltitudini. Tra lui e la borghesia non c’erano contatti. Non accettava inviti, non partecipava neppure a discussioni professionali. Alla associazione dei giornalisti non ha mai messo piede. Più di una volta egli ha pensato ad una associazione di penne sovversive. Era già in lui il leninismo. Non voleva nulla di comune col mondo per il quale stava preparando il suo cannone elettorale a grande portata. Vi fu un momento che parve di sonnolenza. Si giunse al saccheggio delle botteghe, degli appartamenti e delle fabbriche dei tedeschi. Turpe aggressione! Svaligiamenti infami! La polizia si era camuffata. Patriotteggiava. Aveva lasciato fare tutto il pomeriggio e tutta la nottata. Io trepidavo. Io mi tenevo la testa. Il fatto che l’imperatore del mio paese aveva dichiarato la guerra al paese che mi ospitava era divenuto il mio delitto. Mi si derubava, mi si portava via il patrimonio che mi costava venti, trenta, quaranta anni di lavoro e mi si obbligava a fare le gambe se non volevo essere vittima dei turbolenti e dei predoni della strada e degli angiporti. L’Avanti! era imbavagliato. Non aveva potuto nè prorompere nè chiamar gente intorno al fattaccio patriottico, tanto biasimato in Francia all’esordio della guerra del ’70. Mucchi di rovine. Si rompeva tutto. Si schiantavano i mobili, si rovesciavano le merci dei magazzini di mode sui corsi davanti ai tram, fermi e affollati di spettatori. La forza dei saccheggiatori era enorme. Bastavano otto braccia per un lavoro di venti uomini, in tempi normali. I banconi di sartorie, le vetrine lunghe parecchi metri, gli ampi tavoli più malagevoli venivano spinti ai balconi e scaraventati nel vuoto. Montagne di guanti, colonne di stoffe, vetrine di pizzi, si accavallavano sulle alture della distruzione. La strage delle proprietà dei tedeschi invecchiati in Milano continuava al cospetto di folle di tutte le condizioni, senza che alcuno osasse dire una parola. Alcuni che non sapevano resistere davanti a tanto sciupio di roba utile, portavano via e svoltavano. Si sono veduti incendi spettacolosi. Le sedie del palazzo Thonet sono state divorate dalle fiamme. La chincaglieria di lusso dello Schubert, in galleria Vittorio Emanuele II, era stata devastata, calpestata, bruciata come se fosse stata della peste cittadina. In via Durini si sono veduti dei negozi vuotati, spaccati, fatti a pezzi. Nella stessa via un hôtel tedesco, non ancora avviato, ha subito la furia di tutte le mani e di tutti i piedi. Con le leve sfondavano. Giù letti, giù toilettes, giù armadi. Tutte le finestre erano spalancate per i rovesci. Giù divani, giù dormeuses. Strappavano i panneggiamenti, facevano in quattro le poltrone, in mille pezzi i servizi di maiolica, i catini, le bottiglie di cristallo, i calici del biondo vino dei signori. Per molti la furia popolare era una battaglia contro il maledetto tedesco. L’austriaco non ha avuto quartiere. Tutti i signori del ya sono stati messi in fuga. La città era come stata abbandonata. Nessuna autorità in giro. I pochi carabinieri sbandati a due a due filavano come persone educate che non avevano nulla di comune con la disorganizzazione sociale. Pare che Salandra avesse telegrafato il rispetto ai tumultuanti. Era lo stesso uomo che aveva permesso a D’Annunzio di suonare campana a martello in Campidoglio. L’hôtel Metropole, sull’angolo di via Cappellari, aveva subito la stessa distruzione della pensione Berget, in via Durini, sull’angolo di via Cavallotti. Era stato ridotto una carcassa circondata di rovine. A pochi passi, in via Santa Margherita, avevano svaligiata la ditta d’argenterie Krupp, quella che portava il nome dei fabbricatori di cannoni. Si parlava di milioni. In pochi minuti non ci fu più nulla. Le «case di seterie» hanno subito la stessa sorte sul corso Vittorio Emanuele e in via Manzoni. Stracciamenti inenarrabili. Se continuassi diventerei un elenco. Alle dieci di sera il cielo della zona centrale milanese rosseggiava della viva luce dell’incendiarismo. I magazzini d’ottica sulla terrazza dei portici meridionali della galleria Vittorio Emanuele, erano un braciere. Le lingue di fuoco uscivano da tutte le aperture dell’edificio municipale e si rincorrevano intrecciate per l’aria. Si udivano i tonfi della roba che veniva gettata fuori in blocco e che si schiantava sull’acciottolato. Più di dieci mila persone assistevano alla rappresentazione neroniana senza biasimi e senza approvazioni. Il terrore, se c’era, non era in piazza. Lascio allo storico delle famose giornate di completare la narrazione della barbarie moderna. Io filo. L’Avanti! non ha potuto scrivere che per la censura. Il suo documento è stato cestinato dalle mani infami dei manigoldi elevati, a pagamento, a protettori della opinione pubblica!

La rubrica più geniale del Serrati è quella degli «scampoli», quando c’era, s’intende. Adesso Serrati è tutto nel parlamentarismo. I suoi «scampoli» hanno fatto chiasso. Se vi sono delle sciatterie non sono sue. Sono degli intrusi. A leggerli, pare ch’egli sia stato un allievo degli umoristi inglesi ed americani. Brioso, pungente, salace, giocoso, buffonesco. Ha spirito e comparazioni per tutti i soggetti. Non si precipita sugli uomini. Non provoca processi. Demolisce con le facezie. Comicizza la notizia o la storiella. Ferisce con l’epigramma. Il Serrati farebbe la ricchezza di un giornale. Mentre correggo egli ha ripreso la satira. Ve ne do un sample. «La frase è l’uomo. Anzi, una frase può far celebre un uomo, può immortalarlo. Un uomo però, di regola, non deve fare più di una frase. Se ne fa due, bene, può ancora passare. Tre, sono già troppe. È molto se si regge ritto. Quattro, è finito. S’ammoscia e cade come quei porcellini di gomma, ripieni di vento, che i camelots espongono alle risate del pubblico nei crocevia.

«Cambronne ha detto «m…» e poi non ha più parlato. Per questo vive e parla nell’eternità.

«Ma Prurito Muraglini che, a quando a quando, salta fuori con quegli occhiacci da spaventapasseri, e vi dice, ieri, «Socialista rivoluzionario», poi «Chi vi spinge alla guerra vi tradisce», poi «la bella guerra fascinatrice», poi «socialismo nazionale», poi… «torniamo all’individuo» e via di seguito, Prurito Muraglini, di frasi ne fa troppe, ne fa tante, che non attaccano più. Meriterebbe che, per pochi momenti, tornasse Cambronne e gli ripetesse, da uomo di carattere, la sua sola, unica frase, la più decisiva, la conclusiva: «m…». Caro Prurito Muraglini…». Non so se Carlo Marx abbia insegnato, giornalisticamente, qualche cosa a Serrati. Certo il personalismo, biasimato dai vecchiardi della redazione. Se gli capita un filibustiere, non lo circonda di eufemismi. Lo taglia, lo affetta. Lo lascia senza vita morale.

Tempi di tribolazione. Durante la guerra l’edificio dell’Avanti! era pieno di musoneria. Peggio! Le spie accantonate che notavano gli andirivieni, sfollavano. Si aveva paura della lista poliziesca. Chi vi saliva, o era un disfattista o un briccone che aveva rinnegata la patria, buono l’uno e l’altro per il piombo cadorniano. Da un porto di mare era divenuto l’entrata di un settimanale fognoso. Era una politica di aggressioni. Agli invertiti si permetteva il pitale delle insolenze. Agli altri era d’obbligo la bocca chiusa. La poverezza dell’Avanti! è nei nostri occhi. Era un giornale masturbato, scalpellinato, imbiancato dalle soppressioni. Che canaglie! Era più la roba che andava a finire al macero che le frattaglie che ottenevano il visto prefettizio. Cadorna non dimenticava mai il quotidiano di via S. Damiano. Di tanto in tanto lo eliminava da qualche provincia. Serrati, in certi momenti, deve avere preferita l’America che gli aveva dato tanti fastidi. Era vituperato. Lo avevano fatto diventare kaiserista. I tedeschi, secondo i calunniatori, lo fornivano di marchi fin che voleva. La via del giornale era divenuta la «strasse». Sovente, gli scalmanati, passavano sotto le finestre sgolando ingiurie sopra ingiurie. Con una polizia che non aveva tolleranza e benevolenza che per l’arditismo scarcerato, ci voleva della pazienza. Confesso, io non avrei avuto tanta tolleranza. Sarei scoppiato. Non avrei saputo sottomettermi al vituperio, sia pure mormorato. Giacinto Menotti Serrati aveva un compito. Tener vivo il giornale, precipitarsi sulle proprie esplosioni e aspettare l’avvenire che doveva essere del partito. Così ha fatto.

Sfioro. Momenti tristi. Individui che passavano rasente le vie come pezzi di orgoglio nazionale. Indiavolamenti e nefandezze comiziali. Spergiuri che chiamavano gli ex compagni traditori. Bastonate, brutalità, vigliaccherie, piazzate, dopo concioni asmatiche che avevano distrutto in ogni luogo la gioia di vivere. La respirazione è venuta con l’abolizione della censura. Ah, dio, si è respirato! Si era stufi di amputazioni cerebrali. I carnefici del pensiero sono stati rimandati ai loro domicilii con le saccocce piene. Boia! Il vostro vacchismo intellettuale vi ha arricchiti. I miei trabocchi di collera per cotesti anticristi che hanno industrializzata la penna passata al servizio della violenta tirannia. Nel 1830 i cospiratori della professione, hanno rivoluzionato la Francia per mantenerla illibata. Voi, per del denaro, o vacconi del mestiere, l’avete insudiciata. Scaracchi a voi!

L’Avanti! a mano a mano che gli avvenimenti lo scatenavano dalle zone proibite allargava le ali, aumentava la tiratura, si vedeva venduto a ruba. Impotente a servire la fiumana. Un flusso e riflusso quotidiano. I locali venivano letteralmente invasi. La gente battuta, maltrattata, punita, voleva scaricarsi, scrivere, raccontare, vendicare vivi e morti. Si udivano scene inaudite. Il quotidiano circolava carico di dolori. Un informatore incoraggiava l’altro. I gros bonnets che avevano, con la loro insensibilità, messo assieme Caporetto, ne avevano fatte di quelle superiori all’immaginazione. (Vedi il nostro Cadorna). Avevano affamato, bastonato, punito, torturato, fucilato. La rivelazione sul delitto personale di Andrea Graziani – il generale che aveva messo le mani nel sangue proletario – aveva portato in piazza il primo atto autentico delle tragedie militari. Si è dovuto triplicare la tiratura, senza riuscire a saziare l’ansia dei cittadini della penisola. Molti leggevano e dubitavano. C’è sempre qualcuno che crede impossibile le mostruosità della bestia umana. È venuta la lettera dello stesso Graziani che ribadiva la narrazione con un concetto di disciplina militare feroce. L’Avanti! andava avanti. Il dispotismo militare si frantumava da tutte le parti. Le rotative non erano più sufficienti. Giacinto Menotti Serrati non faceva chiasso. Ingolfato nelle rivelazioni non aveva tempo di dormire. Si alzava pallido, con gli occhi gonfi, accendeva il virginia e si rimetteva alla lettura, noterellando, postillando, commentando, preparando articoli di tutte le dimensioni. Egli si era professionalmente americanizzato. L’articolo serpe non era più suo. Non amava le lungaggini. Condensava. Prosa svelta. Scrittore rapido, senza cancellature. Polemista che fiuta l’avversario e lo colpisce nel debole. Cacciava. Inseguiva i capi della reazione e dava loro addosso con la fraseologia irata dell’insorto giornalista.

Scrive più a casa che in redazione. Al giornale c’è sempre ressa. Non ha quiete. Serrati è uomo di scatti. Non col pubblico. Col pubblico è paziente. Ascolta cose inascoltabili. Se chi parla non lo interessa, si chiude in sè stesso e aspetta la fine, pur sapendo che le sue ore sono preziose. Non modifica quasi mai il suo giudizio sugli uomini. Senza cessare di essere cortese non si lascia zuppificare più di due volte. Il suo viso assume la maschera che non invoglia il zuppificatore a prolungare la visita. Gli si invernicia la bocca di sarcasmo. È lui che in stamperia dispone degli articoli e ne sceglie i titoli. La sua caratteristica è la rapidità. Non perde tempo. Rapidità d’impaginazione, buon gusto nei titoli, senza pentimenti. Dà la preferenza a una magra notizia a un’ampia pappolata della Stefani. Affettuoso coi tipografi. Non ordina. Non esige. Va e viene come un cospiratore di Offembach. Non informa nessuno dei suoi viaggi. Parte a insaputa di tutti. È domani, è dopo domani che si legge sui giornali ch’egli è altrove a fare discorsi o a nutrirsi di arretrati di giornali che ha dovuto lasciar passare per mancanza di tempo. Un giorno snervato, spossato, affranto dall’immane lavoro di quei giorni, si è involato. Dove era? Lo si è saputo più tardi. Sulla piattaforma francese. Serrati si rifocillava in Francia!

Ho sfumato le qualità direttoriali del Serrati e basta. Ora non aggiungo che le minuzie che completano l’uomo. Per essere preciso, egli è nato il 25 novembre 1872 a Spotorno. Suo padre non è stato fortunato. Armatore di bastimenti e amico di Mazzini e di Garibaldi, non poteva che perdere terreno. Si arrabattò più tardi facendo il negoziante, il costruttore di case e di strade in Oneglia, e finì, a poco a poco, a soffiarsi sulle dita. Pare sia risalito con la sua discreta figliolanza. Ne ebbe, credo, dieci. Menotti fu il primo di sei. Si capisce il genitore dai nomi dei figli. Annita, Ricciotti, Manlio, Carlo, eletto ora deputato, Clelia – tutti vivi, con la mamma, a Oneglia. I maschi sono dal primo all’ultimo socialisti tesserati. L’affezione di Menotti per la mamma gli fa dare sovente dei salti in famiglia. Ho già sciorinata la sua concezione giornalistica. Egli è rimasto l’ex congressista di Reggio Emilia, senza transigenze. Settimanali e quindicinali, sparsi nelle provincie, sono tutti della opinione direttiva. Una volta rappresentavano la bufera. Erano invasi da tutti i cervelli. Adesso sono dominati dal cervello unico. Nessuno può uscire dal binario senz’essere squalificato. È lui il capo dell’orchestra giornalistica. Gli Avanti! sotto la sua dominazione, sono tre: uno a Roma, uno a Milano e uno a Torino. Le tre sedi non sono il suo ideale. Egli ne vorrebbe una sola con un quotidiano di sei pagine, di dieci pagine, di quante ne abbisogni il partito per le sue manifestazioni. Egli anela allo spazio del Times. Può darsi che il suo progetto venga modificato dallo sviluppo del bolscevismo fra noi. Ormai siamo tutti bolscevichi. Nessuno prevedeva i 150 onorevoli in poche ore. La tiratura ascende, continua ad ascendere. L’arretratismo meridionale è dovuto all’assenza della stampa eminentemente socialista. I centri eminentemente latifondisti hanno bisogno di essere messi sottosopra dalle penne marxistiche. Per coloro che non capiscono che l’atmosfera di una organizzazione politica, come quella socialista, è indispensabile, non capiranno mai che il massimo direttore del massimo giornale deve essere una specie di despota o un autocrate, o un tiranno a insaputa di tutti. In redazione socialista si può trascurare la letteratura. Non si sale invece che con un temperamento, una disciplina, una dittatura. Nessuna intimità cogli estranei. Quello che avviene nell’edificio deve rimanervi. Sulla sua bontà direzionale ho interrogato uno dei suoi fedeli. In redazione, mi ha risposto, non ha nulla del padrone. Coi redattori è un amico. Non comanda, prega. Non si sente il superiore. Se chiede delle prestazioni, pare chieda dei favori. È in lui lo spirito di corpo.

L’uscio del suo sanctum è aperto a tutti, anche nei giorni processionali. Non c’è stato uragano che glielo abbia fatto chiudere. Aneddoti? Non c’è giorno senza di loro. Ne ricordo uno dei tempi duri dell’ostracismo militare, della censura mascalzonesca, della banda che cavillava o castigava il vocabolo o mutilava l’informazione o espelleva la colonna, o prorompeva sulla pagina documentata con il coltello dell’assassino.

Era giunto il manifesto che aveva convulsionato i governi dell’Intesa. In esso erano fotografati gli orrori della guerra, i ladroni di territori, gli oppressori di popoli, la politica dei pescicani, l’avvenire del proletario. Bisognava farlo circolare. Come? Le vie clandestine avevano fatto il loro tempo, come le barricate. In censura esso era stato violentemente condannato a morte. Mentre le canaglie del giornalismo borghese si sbrattavano le mani del delitto di soffocazione, Serrati faceva passare il manifesto dalla pagina censurata nella seconda vistata e prima dell’aurora l’Avanti! filava per le provincie a portare il documento della terza internazionale. Serrati e i redattori si aspettavano l’invasione dei questurini incaricati di compiere gli altri delitti contro la indipendenza intellettuale. Nulla. Non si è fatto vivo nessuno. Salandra non ha voluto irritare la corteccia cerebrale dei leninisti italiani.

L’idea del capovolgimento sociale russo aveva spaventato tutte le penne del giornalismo europeo. Il leninismo era una rosa confusa. Distruggeva, nichilizzava, finiva nelle pozze di sangue. A chi pareva una ripetizione della rivoluzione francese dei Danton e dei Desmoulins e a chi una Comune dei Delescluze, dei Vermorele, dei Raol Rigault. Serrati aveva consumato parecchi anni in Svizzera. Aveva conosciuto molti profughi. I Lenin e i Trotski erano fra i suoi amici. Intuì la catastrofe borghese. Vide la fine del regime parlamentare che lasciava il proletariato in condizioni peggiori a ogni svolto di legislatura. La scheda era una turlupinatura. Afforzava e non demoliva la monarchia. La monarchia che torreggiava, o signoreggiava senza il consenso nazionale, che imbavagliava e imponeva senza consultare che se stessa, era sparita dall’agitazione. I più feroci vedevano in essa una famiglia parassitaria. Il bolscevismo era andato alla radice in un balzo. Aveva messo gli imperiali all’albero delle esecuzioni, distribuite le terre a chi le aveva lavorate, aperte le officine al proletariato e dato i poteri ai Soviets, con un Soviet centrale a Mosca. Giacinto Menotti Serrati non si è voltato indietro. Andava sulla piattaforma orale e ritornava allo scrittoio. La rivoluzione russa fu sua, tutta sua. Le masse erano mature. Disgustate dai parlamentari, furono subito con lui. Opuscoli sopra opuscoli. «Dalla rivoluzione d’ottobre al trattato di pace di Brest-Litowsk di Leo Trotzki» – «L’opera di ricostruzione dei Soviets di N. Lenin» – «L’opera economica, politica e sociale dei Soviets di Russia» – «Spartacus»… Tutta una serie di documenti delle Rivoluzioni che non finisce mai. Egli ne ha la cava. Dopo dieci, venti. Su ciascuno è lo stemma della repubblica socialista federale dei Soviets di Russia, con al centro il martello e la falce, disotto ai quali è tutta la frase marxistica: «Lavoratori di tutti i paesi, unitevi!». Più tardi ha iniziato la rivista, che è come l’università del bolcevismo in Italia. Nel Comunismo sono i più grandi movimenti e avvenimenti dei leninisti attraverso la rivoluzione. All’Avanti! si è come a Mosca. Si odia quello che là si odia. Kautsky, Guesde: rinnegati! Alberto Thomas e tutti i peggiori insultatori della Rivoluzione russa. Si adorano i Liebnecht, le Rose Lussemburg, assassinati dai Noske.

Beviamo l’aria bolscevica. Serrati l’ha bevuta prima di noi. Egli si è gettato nel bolscevismo a capofitto, proprio quando la stampa mondiale urlava il terrore borghese e i pedantoni del marxismo strillavano per gli oltraggi che il leninismo commetteva contro i principii del maestro. Niente paura. Non si va alla rivoluzione con i rinculamenti. Giacinto Menotti Serrati si disfece del socialismo assecchito su tutti gli alberi europei. Il parlamentarismo che aveva cullato le speranze di parecchie generazioni rivoluzionarie, per lui aveva cessato di vivere con tutte le democrazie europee dalla comparsa di Lenin e di Trotski. Io non so se Serrati sogni. Se anche in lui sia nata l’ambizione di condurre una nazione dalla borghesia al sovietismo in una notte, mentre un popolo dorme, come è avvenuto in Russia. Ma sogni o non sogni, egli fra noi ha compiuto una trasformazione che nessuno poteva supporre. Ha infuso la sua fede negli altri. Ha spoltrito un proletariato divenuto apata davanti a tante disfatte elettorali e parlamentari. È finita. Non più opposizioni di sua maestà, ma alla maestà. Non più opposizioni del capitalismo, ma al capitalismo. Nuova vita, nuovi orizzonti. La rivoluzione è la locomotiva della storia. La sentenza è di Carlo Marx. Serrati ha affrettato, ha incalzato. Un altro direttore con tanto leninismo nel ventre del quotidiano avrebbe avuto paura di ammazzarlo. Serrati ne ha moltiplicato le dosi. Ha fatto penetrare negli strati più bassi la Repubblica dei Soviets. I Soviets, per i nostri proletari, erano roba greca. Egli li ha spiegati, illustrati, marginati, diffusi. Chi lavora in Italia non parla d’altro. Ne parla, come di istituzioni proprie. Serrati ha fracassato tutto ciò che intorno al marxismo incominciava a infracidire. Ha sbrattato la piattaforma politica di tutti gli affinismi. Ha sbloccato la strada che deve percorrere il proletariato. Ha conglobato le passioni, i pensieri, le tendenze in una sola urna per il candidato unico.

È la prima volta che il socialismo italiano si è messo in scena con una sola piattaforma come in Irlanda. Nessuna gradazione di colori. Tutti con una faccia. Tutti con un pensiero. Passare dal vecchio al nuovo regime.

Il terrore esiste. La borghesia non ride più. Anzi! ne è terrorizzata. Ormai si sente vicina alla propria decomposizione. L’urna è stata uno sconquasso. Ha dissipato la nebbia che le impediva di vedere il suo disastro. Il trionfo è in marcia. Chi non lavora non mangia. Serrati è al dorso dei 150 deputati proletari senza dilemma, senza alternativa, senza discussione. Egli vi è con un pensiero sovietizzato. Tutto è sovietizzato: negli ambienti operai, negli ambienti degli sfruttati, negli ambienti della gente che non riceve ancora il frutto integrale del suo lavoro. Signori, la commedia degli sfruttatori è all’ultima scena. Avanti! Egli è così penetrato dell’opera sua che ha più fretta di Lenin di compiere la rivoluzione. Nella galleria giornalistica della Camera, egli polemica, tra una nota e l’altra, come in redazione.

– Non bevo! ha gridato al capitano Giulietti che orava in difesa del suo onore parlamentare.

L’accusato continua e riprende il Persia.

Serrati: – Dove hai messo i quattrini che erano sul Persia?

Lo scandalo continua. Io non lo riprendo. Mi basta la punta per ritrattare l’uomo.

Siamo giunti allo svolto della storia, all’arruffamento delle masse e delle classi, agli scompigli cerebrali. Le moltitudini che si erano dimezzate piene di rancori all’esordio della guerra, non si sono ricongiunte alla sua cessazione. C’era fra loro un fiume. Coloro che avevano avuto la capacità di rovesciare il cervello in una notte di delirio patriottico avevano presa la via regia ed avevano seguito il sovrano che prima svillaneggiavano come i mazziniani e i repubblicani. Coloro che erano rimasti marxisti, anticostituzionali, antimilitaristi, antiborghesi si erano contentati di rimanere fedeli all’Avanti! e di andare con lui più tardi al sovietismo raggiunto dalle masse russe. Di fronte al partito socialista non si vedevano dunque che rinnegati e tesserati. Gli uni e gli altri vivevano in un ambiente quasi simile a quello dei versagliesi rientrati in Parigi dopo l’olocausto dei comunardi. La vita era una baraonda di animosità, di odii. Si esecravano. Il versipellismo decorato spingeva l’oltraggio fino alla dittatura della brutalità verbale. L’anticamaleontismo rimaneva tranquillo sul suo stradone. L’imperturbabilità irritava i reduci. Essi pretendevano, s’inalberavano, esigevano. Si figuravano ai tempi di Cromwell. Cromwelliani essi stessi. Erano tutti poilus, arditi, con e senza gesta. Si aspettavano le ricompense della patria. I compagni, rimasti leali alla terza Internazionale e fedeli al partito, si sentivano troppo forti per discendere alla volgarità verbaiola del plebeo di sentina. L’avvenire era con loro. Nella decomposizione sociale gli altri credevano di sovraneggiare, di paltoneggiare, di aggredire, di svaligiare, senza che alcuno osasse aprire bocca. Armati di scudiscio e di nerbi e di coltelli e di revolvers si illudevano di vivere in mezzo a una società di conigli.

È venuto il 13 aprile del 1919. I socialisti erano aumentati enormemente di numero. Chi lavorava andava con loro, con l’Internazionale comunista.

La giornata di domenica era stata splendida. L’Arena invasa dai comizianti era riuscita pigiata fino in fondo. Il pulvinare, gremito come gli spalti presentavano in alto un magnifico gruppo di oratori. Dal rialzo dell’entrata non si vedeva che un mare tumultuoso di teste. L’oratoria con la foga comiziale era udita in tutto il recinto. Si sentivano gli accenti indignati contro le delittuose e barabbesche convulsioni poliziesche e si chiudeva la strepitosa manifestazione con parole frementi di sedizione proletaria.

In tutto l’orbe terraqueo il poliziotto è stato ridotto alla sua funzione naturale di vigile della vita pubblica. Fra gli anglo-sassoni il policeman è un gentiluomo. Non rompe la testa che con un ordine scritto.

CENSURA

I lavoratori, con la testa affollata dalle apostrofi orali, discesero dai gradini erbosi e andarono via a gruppi, fumando e chiaccherando, senza voglia di acciuffarsi nè coi nazionalisti nè con gli interventisti. In piazza Mercanti parevano aspettati. Ci fu in tutta quella moltitudine un atteggiamento ostile. Gli uomini dell’ordine avevano come barricata la strada. I comizianti furono obbligati a una sosta. Ne nacque il subbuglio. Pigiamenti, grida, gesti furiosi, parole sconce e villane. Vi fu come un piegamento generale. Si udirono degli spari. Cadaveri. I feriti si avviarono alla medicazione. Chi aveva provocato, aggredito, sparato? Nessuno. In piazza del Duomo vi furono altri aizzamenti, altre scelleraggini. Si credeva che tutto stesse per finire. Un fiotto di nazionalisti-interventisti si staccò dalla folla, si avviò per il corso, piegò per via Monforte e filò rapidamente per il Naviglio, in direzione dell’Avanti!, sempre preceduto da un gruppo di arditi con bandiera tricolore. Non si sa come esso abbia potuto arrivare all’entrata del quotidiano. Nei pressi dell’Avanti! stazionavano più di cento fra soldati e carabinieri, disposti in due cordoni, l’uno di fronte all’altro. In un attimo gli aggressori furono nell’anticamera a pianterreno. Svoltarono a destra, salirono una ventina di gradini e irruppero per le stanze della redazione, dell’amministrazione, dei magazzini, della stamperia al primo piano. Si capisce come le poche persone addette al giornale abbiano presa la via del tetto. Non si capisce come soldati e carabinieri siano rimasti fuori, indifferenti, quasi spettatori del delitto che si svolgeva di sopra tumultariamente.

Gli autori della pirateria rimasero sconosciuti. Si sussurrarono nomi. Si è parlato di interventisti ritornati al lastrico, spostati come o peggio di prima. Si è alluso a caporioni temerari di una fazione capace di tutte le bassezze. La verità è in agguato. Non può stare molto a rivelarsi. Alla prima contesa i complici si accapiglieranno. Il delitto non lega. Slega. A domani! a domani! Le scene che gli impotenti credono seppellite nelle fiamme con la loro vigliaccheria sono sulla via della documentazione.

Giacinto Menotti Serrati nella triste giornata era assente. I briganti della aggressione dovevano avere pensato a lui. Il suo luogo di lavoro è stato il teatro dei loro eccessi. Vi hanno lasciato il marchio dei loro intendimenti e del loro vandalismo. Forse nessuno doveva scampare dallo scempio passato alla storia. Demolito il giornale, dovevano forse perire coloro che lo scrivevano. Troppo tardi. L’indulgenza della forza pubblica e l’ansia di coloro che aspettavano il trionfo dell’avvenimento sanguinoso non giovarono che alla sollevazione di tutto il proletariato accorso con le mani piene di rame per la ricostruzione del giornale che avrà le sue ore punitrici per gli incendiari.

Io ho veduto la devastazione poche ore dopo. Mi è parso il lavoro di una geldra di forsennati che si sia data alla devastazione del luogo con gli zapponi, con il fuoco, con i martelli, con le leve, con i picconi per sfondare, abbattere, distruggere. Lo studio del direttore era una rovina. Il pavimento intavolato era tutto sottosopra. Vi si affondava nel terriccio. Le pareti avevano segni larghi, affumicati, scrostati, demoliti. C’erano le tracce nere dell’incendio cinguettato in tutti i sensi. Si erano serviti indubbiamente delle scale. Il soffitto era stato segnato a colpi di clava o di ferro pesante. I cornicioni sembravano carbonizzati. I locali della libreria pareva fossero stati percorsi dai demoni con le faci che dovevano spandere il loro delirio. Petrolio! Vi hanno fatto dei falò, alimentati dai volumi intonsi di Carlo Marx, di Engels, di Lenin, di Trotski, di Antonio Labriola, di Jean Jaurès e di molte altre personalità del pensiero socialista. I caratteri della stamperia erano divenuti una babele. Una confusione di lettere pestate le une sulle altre. Cassette di composizione rovesciate in terra. Le tastiere delle lynotypes percosse brutalmente da tutti gli arnesi della distruzione. Che canaglie! Gli articoli che aspettavano di andare in macchina erano stati sbattuti dai delinquenti a parecchi metri di distanza. Le fiamme devastatrici hanno avvolto mastri, registri, sedie, colonne di giornali arretrati o, in aspettazione d’essere impaccati per la ferrovia. Mobili sconquassati a ogni passo. I casellari che racchiudevano la storia dell’Avanti! avevano subito il livore e lo sterminio della turba che pareva avesse in tasca la bottiglia dell’alcool per ingigantire l’incendio e inaffiare le proprie gole. Quello che rimaneva del fuoco veniva defenestrato e buttato nel Navilio. Tavoli, sedie, calamai, macchine da scrivere, schienali di noce che servivano da porta abiti o da porta ombrelli e tutto il lusso mobiliare di una redazione moderna. Di fuori c’è stato un morto: un mitragliere. Coloro che faranno la storia di questi tempi perversi troveranno tanti cadaveri da superare quelli di una guerra prima del ’70. Non c’è movimento, non c’è tumulto, non c’è sciopero, non c’è radunata, non c’è discorso pubblico, non c’è elezione, non c’è passaggio di poliziotti senza quattro, dieci, trenta cadaveri. Sembra che la guerra abbia insegnato a uccidere. Perfino i ladri che ripugnavano dal sangue non compiono più imprese ladresche senza accoppare qualche inquilino o qualche proprietario o qualche ricco resistente. Le elezioni generali non si sono compiute che con cinque cadaveri in galleria, compreso il carabiniere.

Non v’è stata descrizione esatta sull’assalto dell’Avanti! E si capisce. Nessun cronista era presente. A noi non occorre. Ci bastano le impronte delle lingue di fuoco dell’arsione, i valutamenti dei danni, le scene macabre uscite dal materiale della devastazione per correre alla descrizione delle nefandezze compiute. Il proletariato si è subito immortalato. Il naufragio non lo ha impensierito. Non è più quello di una volta. Il nostro è un proletariato sensibile. Il male fatto a uno di loro è un male fatto a tutti. L’oltraggio fatto al loro quotidiano è un oltraggio fatto a tutti loro. Le macerie erano ancora fumanti e il denaro proletario affluiva nella cassa dell’azienda del giornale. In poche settimane si sono accumulate per la continuazione dell’Avanti! un milione e duecentoventuna mila lire. È una cifra che non fu mai raggiunta. È in essa l’elevazione di tutti i salariati italiani. La profezia marxistica si è avverata un’altra volta. Nell’ambascia collettiva si affratellano, si raccolgono intorno alla nuova Internazionale e aspettano la loro più grande giornata.

Il partito socialista ha avuto i suoi infortuni in tutto il mondo. Non c’è paese in cui non si sia veduto uno dei migliori tesserati passare il ponte che divide il proletariato dalla borghesia. Cito Giovanni Burns. Il suo passaggio ha commosso e indignato. Egli fu il Chatham della strada. Sublime. La sua voce si faceva sentire in Hyde Park a 600 mila persone. Nessuna erudizione era in lui che non fosse operaia, che non congiungesse una via cenciosa con un’altra. Ho fatto con lui i bassifondi di Liverpool. Stupendo reporter. Senza smargiassate siamo andati per le pozzanghere sociali a condensare sul notes i documenti della degenerazione borghese. La vita sotterranea di Liverpool è nella New Review. Le riviste non lo lasciavano tranquillo. Egli rimaneva parsimonioso. In un paese senza processi politici, egli aveva avuto l’onore, col deputato Cunningham Grahame, di essere processato per riot in Trafalgar Square, in una domenica passata alla storia come sanguinosa, dove i due leaders avevano voluto provare, davanti ai cordoni dei policemen, se la piazza appartenesse al governo o al popolo. I due accusati sono stati assolti. L’orazione di Giovanni Burns è andata a ruba. Lo Star aperse una sottoscrizione limitata a 6 pence. In una settimana gli si diede una pensione per salvarlo dai bisogni personali. Immaginatevi il giorno in cui si seppe che egli, l’oratore di tutti gli angoli londinesi, avrebbe indossata la zimarra ministeriale per andare a Corte a giurare fedeltà al Sovrano! C’è stata un’ilarità chiassosa. Non si voleva credere. – You are a liar, diceva l’incredulo al credulone. Era una cosa inaudita. Le masse volevano impazzire. Non pareva loro vero che si buttasse via il patrimonio socialista, fatto su con tanta fatica, senza rimorso, senza rimpianti.

Lo stesso è avvenuto in Francia. Cito un fatto internazionale. Non c’è, uomo vivente che ricordi la lunga prigionia di Blanqui come Gustavo Hervé di data comunarda. La presenza di Hervé irritava. I tribunali lo avevano massacrato. Gli avvocati di Parigi se l’erano messo sotto i piedi come immondizia. Lo hanno stogato con vociferazioni indemoniate. Egli è rimasto imperturbabile. La sua agitazione non ha cessato di essere antipatriottica. Qualunque guerra di lor signori non avrebbe mai avuto che il suo disprezzo. È venuta la conflagrazione mondiale. Il suo cervello si è tramutato. Il giornalista che aveva conficcata la bandiera nazionale nel letame dei cavalli di lor signori, non fu più quello. La prigionia non lo aveva reso invulnerabile. Pareva un arnese di borghesia invecchiato nei vizi. Si è impadronito della Guerra sociale, le ha dato vita quotidiana, e poi, per evitare seccature, ha fondato la Victoire, un quotidiano che vive ancora, battendo le mani alla guerra e ai reduci della guerra.

Il caso di Benito Mussolini è stato più clamoroso di ogni inversione estera. L’ho riveduto sulla piattaforma del Congresso di Reggio Emilia. Egli era già conosciuto per la sua prosa infiammata e cesellata. La sua intransigenza era più nota di lui. Non voleva transigenze. Con lui la deviazione di partito non doveva più esistere. I socialisti regi erano il suo rutto. Li vedeva come scandali ambulanti o contaminazioni di folle. Apostati, via! Li propose subito per l’esecuzione capitale come tanti lacchè di reggia. Fece lui da Sanson Sotto! Leonida Bissolati, Ivanoe Bonomi, Angelo Cabrini e Guido Podrecca, gente che dava la prosa a tutti i giornali borghesi che la pagava bene. Quattro ghigliottinature in un attimo. È stata una purificazione marxistica. Si sarebbe detto che egli fosse uscito da una famiglia puritana. Nè untuosità nè religiosità. Rigidezza. Secondo lui il parlamentarismo era in grande ribasso. Elevava il settarismo. Pareva che volesse equilibrare tutti i cervelli. Non voleva più corruzione. Alla direzione dell’Avanti! doveva andare un ortodosso, un uomo che non ammettesse pertugi. Il suffragio era per lui il sacco d’ossigeno che prolungava la vita all’agonizzante borghesia. L’autonomia politica era con lui un sogno pazzesco. La sua concezione era strettamente marxista. O con la borghesia o col proletariato. Per lui non c’erano dimezzature o soste. Il Graziadei, favorevole al giuramento regio del deputato, diveniva un anacronismo umano. Non lo si capiva che con la testa nel paniere degli altri. Il Podrecca., che sbuffava e voleva sapere la ragione della sua mozzatura di capo, è stato subito servito.

– Per i vostri atteggiamenti nazionalisti e guerrafondai!

La questione dei Savoia era rimasta per un pezzo fuori delle assemblee socialiste. I dirigenti non ne volevano sapere. Parevano anche per loro persone sacre. Per coloro che volevano occuparsene non avevano che spallate. Io tiravo via senza il loro consenso(2). Ne ho riempite delle pagine. Ne ho parlato in pubblico. I soliti dirigenti mi disgustavano con i loro risolini melensi. È venuto Benito Mussolini e la casa reale non fu più della sòlita piattaforma dei Vecchini, cortigiani di professione. Con lui e con gli altri delegati in vista il Congresso del luglio 1912 fu antimonarchico. La megalomania dei Bissolati e dei Cabrini era passata al water closet.

Giacinto Menotti Serrati fu tra gli antisavoini. Egli aveva partecipato alla seduta burrascosa con la parola, con l’adesione, con le interruzioni, con gli applausi. Io l’ho veduto applaudire quando Mussolini è stato obbligato a narrare le ragioni dei suoi capilavori umani. Il futuro direttore dell’Avanti! ha continuato a narrare il caso d’Alba – un muratore romano che aveva sparato una revolverata contro Vittorio Savoia. Si sperava – aggiungeva l’oratore – che dopo 12 anni non si ripetesse il veramente indescrivibile spettacolo di Camere del lavoro che esponessero la bandiera abbrunata, di Municipi socialisti che mandassero telegrammi di condoglianza, di tutta un’Italia democratica, e sovversiva che a un dato momento si prosternasse dinanzi il trono. Difficile scindere la questione politica dalla questione dell’umanità. Arduo separare l’uomo dal re. Ad evitare equivoci perniciosi uno solo era il dovere dei socialisti dopo il 14 marzo: tacere. Considerare cioè il fatto come un infortunio del mestiere del re. Pei socialisti un attentato è un fatto di cronaca o di storia. I socialisti non possono associarsi al lutto o alla deprecazione o alla festività monarchica. Alla Camera, quando Giolitti ha dato l’annunzio dello scampato pericolo, tutti scoppiarono in un applauso giubilante. Si propose un corteo dimostrativo al Quirinale e alcuni deputati socialisti s’imbrancarono senza altro nel gregge elenco-nazionalista-monarchico. E si è andati al Quirinale. Non so se sia vero il dialogo che le cronache hanno riferito. Non c’ero, ma non è stato neppure smentito. Si disse che quella frase oltre modo banale non sia stata pronunciata. Non importa. So che vi è un telegramma: «Pregovi di presentare a Sua Maestà il mio commosso e riverente saluto». E questo è di quello stesso Bissolati che 13 anni fa ha gridato morte al re.

Bissolati ed altri: No, no, abbasso il re!

Mussolini. Non c’è una grande differenza tra morte e destituzione. La destituzione è comunque la morte civile.

Alla reggia Bissolati elogia il coraggio del re che aveva la carrozza chiusa e Cabrini si sdilinquisce davanti!

Mussolini ha veduto in questo pronto atto cortigianesco una specie di conciliazione fra monarchia e riformismo.

Dopo, addio. Anche lui è sceso dal suo piedestallo ed ha voltato il dorso al passato. Egli è stato, come ho detto, il più clamoroso. Ma come lui che hanno passato il ponte ve ne sono molti. Potrei dire che non c’è redazione borghese che non sia nutrita da qalche ex socialista. Tra gli altri cito Guglielmo Ferrero, del Secolo; Olindo Malagodi del Punto nero e ora direttore della Tribuna; Paolo Orano, ora deputato e prima redattore dell’Avanti!, Tomaso Monicelli, redattore-capo dell’Avanti!, ora patriota, incitatore di guerre, pesce grosso dell’Idea Nazionale; Arturo Labriola, incendiatore di giornali socialisti, storico antidinastico che ha viaggiato in Russia per lo Stato e collaboratore del Messaggero; Angelo Crespi, del Tempo socialista, passato alla giornaleria di tutti i colori e di tutti i padroni. Non parlo poi dei lazzaroni che non hanno fatto storia. Che si sono limitati a fare il mangiapane. Per costoro ci vorrebbe una guida Savallo.

Preferisco riprendere Giacinto Menotti Serrati.

Giacinto Menotti Serrati è rimasto nella mischia. Non l’ha abbandonata che per correre in Svizzera, a Zimmerwald e a Kienthal, a rifare l’Internazionale che la malvagità supponeva perita nella indifferenza proletaria. No, l’Abolitrice delle classi non è rimasta nella conflagrazione. Essa è di nuovo in piedi. Non si confonde con quella che si è lasciata trascinare nelle fogne dagli intellettuali camaleontizzati. No, l’Abolitrice dello stato borghese fa da sè. Serrati l’ha lasciata in giro come una Rivoluzione. In Russia è già al lavoro. Lenin e Trotski hanno interpretato esattamente il manifesto del 1864. Tutto d’un fiato capovolsero la concezione sociale. Costruirono la nuova società russa sul comunismo, nel quale il libero sviluppo di ciascuno deve essere la condizione per il libero sviluppo di tutti. L’organizzazione fu difficile. L’applicazione non fu facile. La terra del dispotismo era già stata abituata al mir – una concezione che aveva rasentato il completo comunismo. Con una maggioranza di contadini, gli adulti emancipati dalla tutela paterna, si erano abituati a coltivare e ad amministrare il villaggio rurale senza bisogno di intermediari e di sfruttatori. Giacinto Menotti Serrati ha seguito idealmente i due grandi uomini. Concezione semplice e grandiosa, giunta a un alto sviluppo dal quale non si torna più indietro.

Le nazioni borghesi divorate dal burocratismo, dall’affarismo, dall’arrivismo non avranno più cannoni contro i Soviets. I Soviets sono la maggioranza del paese, i consigli dei deputati operai e paesani e soldati (rossi). Sono tutta una rivoluzione. Il deputato del Soviet esce dalla cellula organica del lavoro. Il suo compito è limitato al suo mandato imperativo. Eletto per pochi mesi, resta in contatto permanente con i suoi elettori, coi quali vive. Ha tutto il comfort dell’associato nazionale. Guadagna il salario dell’officina o dei campi e può essere destituito ogni ora. I Soviets rappresentano così tutti i lavoratori. I Soviets sono organi deliberanti ed esecutivi. I loro deputati non si disinteressano dell’applicazione delle leggi che hanno votato. Al contrario. Ne sono responsabili. Vegliano alla loro esecuzione.

Il potere dei Soviets è costituito prima dai Soviets locali, godenti di una grande autonomia e di una larga indipendenza nelle loro relazioni con gli organismi centrali. Tutto questo inchiude una severa subordinazione dei Soviets comunali ai Soviets di cantone, a quelli dei distretti; da quelli dei distretti a quelli del governo; da quelli del governo al Congresso panrusso dei Soviets della Repubblica Federativa Socialista.

Il Congresso panrusso dei Soviets si raduna due volte l’anno. Radunato, nomina un Comitato centrale esecutivo di 200 membri, ai quali esso delega i suoi poteri.

Ho voluto abbozzare a grandi linee l’edificio bolscevico per dimostrare come noi, con l’agitazione serratiana, siamo vicini al compimento della nostra rivoluzione. All’inaugurazione della Camera c’era indubbiamente un’aspettazione che la penna non può tradurre. Le moltitudini non sognavano neanche la garofolata e la scena di assentarsi dalla Camera per paura di udire il discorso reale. Tutte cose dei tempi andati. Ma non si può fare tutto in una giornata. Più tardi è venuta una irruzione che deve aver dato molto da pensare alla monarchia e ai monarchici. Neanche ai tempi dei Falleroni e degli Imbriani i deputati hanno avuto il coraggio dei nostri di prorompere negli evviva la repubblica sociale come è avvenuto in questi giorni. Dove siamo? Molti se lo sono domandato. Dove siamo? Fu una scena che in piazza o in un ambiente proletario avrebbe attirato tutte le guardie regie in Roma. Per essere salvi dalle mani mercenarie bisogna essere “onorevoli”.

Anche il primo tentativo di sopprimere il bavaglio che Nitti ha inflitto e infligge alla stampa perfino nelle giornate di elezioni generali è stato sconfitto dall’assenteismo di partito. Sedici deputati socialisti sono rimasti assenti con sole quattro giustificazioni. Fu crudele. L’on. A. Malatesta ha subito una sconfitta che doveva essere una vittoria. Pazienza. Bisogna distruggere gli andazzi antichi. Con l’indennità di dodici mila lire l’anno l’eletto deve compiere il suo dovere come se andasse all’officina o all’ufficio. Il deputato non è più indipendente. O faccia il legislatore o un altro mestiere. La sorte del proletariato non può dipendere dagli acciacchi o dai capricci o dalle assenze degli onorevoli.

E ho finito. Lascio Giacinto Menotti Serrati spossato, prostrato, sfinito al margine della tramutazione del regime politico in regime sociale. Negli indugi egli si fortifica per l’entrata nel regno del Lavoro. L’avvenimento non è che posposto per dar tempo ai pensieri canuti di spegnersi. In Francia, con una popolazione eminentemente immaginosa, la tramutazione non avrebbe potuto aver sosta. Il regime del ’30 è andato giù come un castello di carta. Una soffiata collettiva ed è sparito. Una cantata di Marsigliese ha fatto scappare in carrozza quello di Luigi Filippo. Il francese non è costante in tirannia. Quello del ’70 si è disfatto e non si è più tirato su. La Repubblica non ha stesa la mano che per consegnare il bandito imperiale al vincitore tedesco.

Noi siamo più tenaci. Ci prepariamo. Siamo sempre in preparazione. I nostri movimenti si svolgono di preferenza nel romanticismo. Il lirismo nutre i nostri cervelli. Ci trattiene, ci culla, ci sorride. Ma sia come si sia, il 16 novembre è per il proletariato italiano un rivolgimento memorabile. È la pietra miliare della nostra storia. Si va avanti. Si sta per entrare nel grande pensiero del socialismo soviettato – erede di tutte le audacie dei proletariati dei secoli scorsi.

Giacinto Menotti Serrati, rifocillandosi, aspetta il «Comunismo», mediante i Soviets.

«Il Partito Socialista italiano – ha scritto Serrati nel quinto numero del Comunismo – che, durante la guerra, ha saputo compiere il proprio dovere, tanto da averne il plauso, in ogni dove, deve compiere anche questo altro dovere, certamente ben più difficile: quello di muovere risolutamente verso le definitive conquiste, senza facili illusioni, conscio delle sue responsabilità, pesando tutte le difficoltà che la situazione italiana può porgli attraverso il cammino..

«Alle masse che ci seguono dobbiamo tutte le nostre forze e tutte le nostre intelligenze. Esse debbono sapere da noi le difficoltà da incontrarsi, non per trarsi in disparte neghittose e vinte, ma per preparare assennatamente la vittoria».

Registro un avvenimento e chiudo. Perchè come l’anarchia può condurre al comunismo così il comunismo può condurre all’anarchia. Non si sa chi dei due andrà all’altro: se Serrati o Malatesta. L’abbraccio è avvenuto, fra gli applausi delle masse.

Errico Malatesta è faccia da piattaforma mondiale. È un nome. Circola per la piattaforma da mezzo secolo, Fu amico e compagno di Bakunine. Conosce le prigioni e pesa su di lui più di una condanna a morte. Molte pubblicazioni clandestine sono al suo dorso. L’ho trovato una mattina senza giornale. Che cos’era avvenuto? Niente. Gli associati alla pubblicazione lasciavano il denaro nel cassetto di una credenza, greggia. Un copain se l’è preso. Si trattava di una manata di biglietti da mille. Pazienza. Allora non ci si indugiava sulle miserie. I capi avevano molto da fare. Cercato da tutte le polizie egli ha girato il mondo. Andava e veniva dai confini truccato da prete o da frate.

Egli è un superbo medaglione per chi ha vissuto degli stessi avvenimenti. Adesso egli è direttore di un quotidiano.

Vediamolo al lavoro.

Ora passiamo ai tormenti di Giacinto Menotti Serrati e vediamo quali furono gli artefici delle sue torture.

AUTOBIOGRAFIA

Ecco dunque che cosa significa diventare uomini celebri! Bisogna che io faccia il mio opuscolo. Altri, gli uomini del giorno, si fanno fare la biografia dall’amico del cuore, che rende loro un servizio e ne ricava qualche poco di quattrini; io, che non sono un uomo del giorno, che devo solo la mia celebrità alla matta rabbia dei nemici del mio partito, che non ho servigi da chiedere e quattrini da dare, debbo provvedere da me stesso alle faccende mie.

Me ne dispiace per la modestia che mi è stata fin qui compagna, ma i lettori, in queste poche pagine, scritte serenamente, troveranno qualche cenno autobiografico non privo d’interesse socialista. Trattasi d’un «caratteraccio», che, da socialista, ha saputo fare con modestia il proprio dovere, in quarantotto anni di vita, vissuta con allegria anche tra molti stenti e non pochi dolori.

Ho amato, ed amo, al disopra di tutto, tenacemente, settariamente, il Socialismo ed il Partito che ne è l’espressione nella vita politica. Al mio Partito, ogni volta che è stato necessario, ho sacrificato, di proposito, e gaiamente, ogni libertà ed ogni affetto. Tutte le mie passioni le ho chiuse entro la sfera della politica socialista, cui ho dato, per intero, ogni ora della mia esistenza.

Questo amore, questa passione – che in altri s’affievolisce cogli anni – in me con gli anni si sono accentuati, sicchè parmi quasi che il socialismo mi abbia dato come un vigore di lunga giovinezza, ed è per esso che non sento nè le fatiche fisiche, nè le delusioni e le amarezze della lotta. È per il socialismo che – mentre scatto pronto ed improvviso contro ogni offesa che mi sembra fatta alla purezza del l’Idea od alla dirittura della nostra azione – so per contro tollerare sanamente le offese che vengono fatte alla mia persona. E compatisco con allegria alla meschinità dei miei detrattori ed assisto tranquillo allo spuntarsi delle loro armi.

Nel socialismo e nel partito ho cercato di fondere completamente il mio io, tanto che, da cinque anni ch’io dirigo l’Avanti!, pochissime volte ho pubblicato il mio nome e solo allora quando si trattò di assumere delle responsabilità dirette. Se oggi il mio io ricorre troppo spesso in questo libercolo, si è perchè a tanto mi hanno indotto quei tali che – dopo aver tentato di pugnalare nella schiena il Partito che li aveva innalzati a posti di grandissima fiducia – oggi sperano di colpire attraverso la mia persona, che è poco, il socialismo che è tutto.

Non dunque io farò una autobiografia, sproporzionata a me, ai fatti, alla situazione; ma dirò solo delle cose mie quel tanto che è necessario per mettere a posto i miei nemici e dare a qualche botoletto la pedatina perchè torni a cuccia.

*

* *

È stato detto che io sono un avventuriero. Se avventuriero significa chi ha avuto non poche e diverse avventure in vita sua, penso che il qualificativo s’attaglia perfettamente al caso mio. Ma quanti sono nel mondo coloro che, non avendo avuto beni di fortuna, ed avendo voluto serbare sempre la schiena diritta e mostrarsi con tutti indipendenti non abbiano dovuto andare raminghi di paese in paese? L’avventuriero che va attorno pel mondo colla sua fede, disposto a tutte le sofferenze piuttosto che piegare alle dure necessità dell’esistenza; il refrattario che non ha mai fatto fortuna, ma che può guardare in faccia a tutti i privilegiati ed a tutti gli arricchiti, non ha dunque il diritto di cittadinanza in seno al Partito del proletariato socialista? Solo a coloro, che ebbero la vita intessuta di gioie e di piaceri, sarà dunque permesso l’agone politico e la politica sarà dunque privilegio dei fortunati e dei gaudenti?

*

* *

Entrai nel Partito socialista a venti anni, nel 1892, quando si fondò a Genova. Nel 1893 presi parte al Congresso internazionale di Zurigo (Agosto) e nazionale di Reggio Emilia (Settembre). Nello stesso settembre fui arrestato per la prima volta a Milano in occasione delle dimostrazioni scioviniste contro la Francia per i fatti di Aigues Mortes. Ero imputato di aver gridato «Viva la Francia!» per reazione contro la canea nazionalista e di avere «battuto le mani ironicamente» ad un delegato di P. S. Fui assolto.

Poco più tardi, ad Oneglia, fui arrestato per canto dell’inno dei lavoratori e condannato per eccitamento all’odio fra le classi sociali. Scoppiati i moti di Sicilia e di Carrara, fui arrestato nuovamente e condannato ancora per ribellione alla forza pubblica durante una dimostrazione.

Intanto Francesco Crispi forgiava le sue leggi eccezionali; un articolo delle quali stabiliva che potesse essere inviato a domicilio coatto chiunque fosse stato condannato in precedenza per eccitamento all’odio fra le classi sociali. Francesco Crispi aveva dichiarato che la legge non riguardava i socialisti; il segretario Galli aveva soggiunto che i coatti politici erano… coatti comuni, pregiudicati ecc. Ma le Commissioni Provinciali del domicilio coatto usarono la legge come la più perfida arma di reazione contro tutti gli idealisti e quella di Porto Maurizio chiamò a comparire dinanzi a sè ben ventidue socialisti, tra i quali Giuseppe Canepa, Francesco Rossi, Orazio Raimondo, Angiolo Cabrini, Ennio Gandolfo, Augusto Mombello, Agostino Glorio, Francesco Ughes e… Pagnacca.

Io e Cabrini prendemmo il largo: egli riparò nella Svizzera; io in Francia, a Marsiglia. Degli altri, tutti i pezzi grossi, quali per un verso, quale per l’altro, furono assolti: il Gandolfo fece cento giorni di carcere. I due modesti gregari Ughes ed Agostino Glorio furono mandati alle isole.

Vissi a Marsiglia poveramente, facendo il guardiano dei docks, il garzone di farmacia, lavorando a bordo di bastimenti, scaricando il carbone dai piroscafi. E lavorai sempre pel Partito, diedi vita attiva alla sezione di Marsiglia, altre ne fondai nei dintorni. Mandai frequenti corrispondenze alla Lotta di classe.

Poi la miseria e la nostalgia mi indussero a tornare in Italia. Venni a Genova e alla vigilia del maggio ’95 fui arrestato e chiuso in quel carcere. Di lì fui tradotto ad Oneglia per essere interrogato da quella Commissione Provinciale che, in contumacia mi aveva condannato a diciotto mesi di domicilio coatto. Le mie dichiarazioni furono tali e tanto recise che i commissari confermarono il primo giudizio.

Dopo due mesi fui tradotto per Genova e Pisa e Orbetello, al forte di Monte Filippo ed a quello della Rocca. Vi stetti solo pochi giorni in cella chè, avendo il ministro Crispi, in seguito alla campagna della democrazia, segnatamente di Cavallotti, deciso di abolire quelle Colonie, i coatti politici colà relegati, dovevano essere trasportati alle isole.

Taccio delle privazioni e dei tormenti della vita dei transiti carcerari. Ricordo solo che fui a Roma – a S. Francesco – a Caserta, a Benevento, a Foggia, a Bari e, finalmente, a Tremiti, dove feci vita fraterna con Donatelli di Aquila, Braga di Prato, Pellaco di Genova, Damiani di Roma, Selvi di Firenze ed altri anarchici e socialisti, cacciati su quello scoglio dalla furia reazionaria.

Pochi mesi dopo – per due altri processi – ero ricondotto ad Oneglia per Ancona, Bologna, Piacenza, Genova. Altre sofferenze ed altre umiliazioni!

Assolto in entrambi i processi – l’uno per eccitamento all’odio coaccusato con Lazzari, Ricci e Gandolfo; l’altro per contravvenzione alla legge eccezionale – mi si fece riprendere, dopo breve tempo, la via dei transiti – lungo, sconcio, tormentoso viaggio attraverso le più luride carceri del regno, nelle più infette tradotte cellulari. Fui a Genova, Livorno, Roma, Cassino, Napoli – al Carmine – e di là venni tratto, dopo oltre un mese di viaggio, all’isola di Ponza. Vi passai una vita modesta, nella compagnia di Cafassi di Milano, di Briotti di Zagarolo, di Valducci di Cesena, di Venturini di Chiusi, e d’altri amici e compagni, scrivendo qualche articolo per alcuni settimanali e facendo scuola ai bimbi degli isolani nelle sparse cascine di quella terra, bella ed abbandonata. Al Partito non chiesi mai alcun aiuto.

Caduto Crispi, dopo Amba Alagi, il grido di «viva Menelich» lanciato da Leonida Bissolati in Parlamento, fu il nostro grido, di noi coatti politici. Menelich infatti aveva sconfitto la reazione italiana. Rudinì, che succedette a Crispi, dovette dare una larga amnistia. Noi vi eravamo compresi.

Tornai a casa nel novembre ’96 e nel dicembre, per alcuni discorsi fatti in occasione d’una elezione supplettoria nel collegio di Porto Maurizio – fui nuovamente arrestato. Questa volta a San Remo! E per quanto il mio fosse un reato continuato, dipendente da una sola propaganda fatta in tutto il collegio politico, mi si fecero due distinti processi per eccitamento all’odio.

Avevo detto ai contadini che i signori considerano l’Italia come una vacca che i poveri mantengono e che i ricchi mungono. Ebbi otto mesi di carcere al tribunale di San Remo e sei a quello di Oneglia! Scontai gli otto ed ottenuta la libertà provvisoria per gli altri, mentre già altre burrasche giudiziarie si avventavano contro di me, riparai di bel nuovo in Francia, a Marsiglia.

Tra gli altri processi in corso ve n’era uno intentatomi per diffamazione da una Società Operaia, infeudata ai conservatori, che io avevo invitato ad aderire all’agitazione contro il domicilio coatto che allora si faceva dai partiti avanzati. La società mi aveva risposto che non poteva aderire col solito pretesto dell’apoliticismo, ed io, sul giornale La Lima, avevo violentemente presa a partito la viltà dei capi ed il cretinismo dei soci di questa mutua. Il processo si fece, mentre ero all’estero. La Lima aveva un suo gerente. Avrei potuto tacere. Preferii scrivere al presidente del tribunale dichiarandomi autore dell’articolo. Fui condannato in contumacia a quattordici mesi di carcere e duemila lire di multa.

A Marsiglia ripresi l’opera di propaganda socialista. Ma la nostra propaganda schiettamente rivoluzionaria non poteva essere tollerata dall’autorità, la quale colse il pretesto di un comizio agitato, per tentare di arrestare qualcuno di noi. Arrestò infatti nel suo laboratorio Emilio Marzetto, scultore in legno. Io, avvisato a tempo da un compagno, riuscii a riparare in territorio italiano, vale a dire sopra un bastimento, con bandiera della nostra nazione. Era questo la Nonna Adele, uno schooner di circa 200 tonnellate di stazza, che stava preparandosi per un lungo viaggio nel Sud-Africa. Ne era proprietario e capitano Tolomeo Gandolfo, fratello di quell’avvocato Ennio, che era stato chiamato con me dinanzi alla Commissione del domicilio coatto e che fu poi, durante la direzione integralista ferriana, membro della direzione del Partito, a me legato da tanti anni da fraterno affetto.

Salpammo da Marsiglia il 4 febbraio 1898 e, dopo una navigazione assai tempestosa, sopratutto al Sud di Capo di Buona Speranza, giungemmo a Mananzari di Madagascar il giorno 11 giugno. Era con me mio fratello Manlio. Con lui e con altri di bordo sbarcammo dal veliero. Stetti in quel paese, dove l’amministrazione francese dava esempi non indegni del sistema coloniale di tutti i capitalismi europei, lavorai alla escavazione di una certa collinetta, non quale negriero, ma quale operaio. Adoperai la pala sotto la sferza del sole dei tropici. Tornai poscia a bordo della Nonna Adele facendo il cabotaggio su quelle coste e fra le isole di Riunione e di Maurizio, finchè, alcuni mesi dopo, mi imbarcai, come marinaio, sopra un piroscafo, Irene di Lussin Piccolo, capitano Zar, col quale feci alcuni scali di Oriente e tornai in Europa verso la fine del ’99.

Non ho mai visto la legione straniera neppure col binoccolo. Sbarcai dall’Irene a Marsiglia, da dove mi recai subito nella Svizzera, a Ginevra prima, poi a Losanna, dove ritrovai gli antichi amici e compagni Cafassi e Marzetto. Vissi anche qui poveramente dando qualche lezione, facendo come il segretario operaio della colonia, organizzando strettamente quella sezione socialista – che ebbe allora un periodo di veramente confortante sviluppo – e girando per propaganda la Svizzera. Al Congresso di Zurigo (maggio 1900) fui eletto segretario dell’Unione Socialista Italiana nella Svizzera, e ad essa, al suo incremento, dedicai tutta la mia attività. Ed i miei sforzi non andarono totalmente perduti, chè il Partito, prosperò e fiorì.

Nel 1902 Dino Rondani mi proponeva di andare negli Stati Uniti a prendere il suo posto di direttore del Proletario, ed io, lieto dell’occasione che mi si presentava di vedere altra gente ed altri paesi, accolsi con gioia l’invito. Non ebbi da fare molte valige!

*

* *

Cedo ora la penna ad Oddino Morgari, il quale, anni sono, ha raccontato – narratagli da me – la mia vicenda nord-americana. Essa è esatta nei particolari, come nelle linee generali ed è una pittura abbastanza interessante della nostra vita coloniale e del sovversivismo italiano all’estero. Non sono dette in questa narrazione tutte le miserie patite, tutte le sofferenze sopportate con socialistica fierezza e con allegro stoicismo. Ho passato dodici anni all’estero assistendo in ogni modo i nostri emigranti, propagando colla parola e con la penna le nostre idealità e – alla fine dei dodici anni! – il mio impiego mi fruttava centottanta franchi mensili. Perciò secondo i miei detrattori, io sono stato sempre uno sfruttatore della massa operaia!

Altri – dopo simili esperimenti – sarebbero tratti a porre il proprio ingegno e la propria attività a beneficio dei capitalisti. Io ricavo, da tanto odio e da tanta miseria, maggiore incitamento a perseverare per la mia strada. Colui che rimprovera il modesto stipendio all’organizzatore od al propagandista, quando non è un miserabile sparafucile della borghesia, è un piccolo borghese dall’anima chiusa, e dallo spirito grettissimo. In tutti i paesi civili i partiti e le classi si organizzano ed incaricano uomini di speciale fiducia e competenza perchè studino e difendano i loro interessi. Solo in regime individualistico non sono necessari i «rappresentanti». Le masse debbono controllare oculatamente ed instancabilmente chi lavora per loro. Lo debbono scacciare se indegno; lo debbono spronare se tardo; approvarlo se compie il proprio dovere; ma, per quella divisione del lavoro che è una necessità dei nostri tempi, è indubitabile che tutti non possono fare tutto.

I miei denigratori queste cose le sanno, tanto è vero che, quando furono nel Partito, non si sognarono mai di fare neppure la più piccola opposizione a tale necessità del nostro movimento e che – senza avere avuto al loro attivo tante persecuzioni e tanta attività spesa per l’opera comune – essi stessi furono, come me, agli stipendi del Partito per decenni.

Un’altra accusa velata, tra le righe, mi è stata mossa: ho abitato circa otto anni nella Svizzera e non ho subìto persecuzioni di sorta. È verissimo. Ma ciò credo sia dipeso da un mio particolare modo di comportarmi di fronte alla Confederazione che m’ospitava: «Non ho mai chiesto nulla; ho vissuto più appartato che mi è stato possibile, senza brigare per avere parte qualsiasi nella sua politica piccolo borghese». Intendiamoci, ciò non costituisce rimedio assoluto contro le espulsioni; ma può esserne un antidoto di qualche efficacia. D’altra parte, nel periodo in cui io vissi nella Svizzera, le espulsioni politiche sono state assai rare, tanto che vi stettero con me, tranquillamente, altri ottimi compagni nostri, anche se, per ragioni politiche, avevano da scontare, in Italia non pochi anni di galera, così il Dellavalle, il Cafassi, il Barboni, il Cabrini ed altri.

Debbo aggiungere anzi che nella Confederazione, pur avendo detto sempre il mio pensiero intransigente, fui in ogni occasione rispettato quale rappresentante del mio Partito ed ottenni anche giustizia. Così, quando – dopo la mia intensa campagna contro il crumiraggio bonomelliano, fui tratto da monsignor Bonomelli dinanzi ai tribunali per diffamazione – io ebbi la soddisfazione di vedermi assolto dai giurati ticinesi.

Non credo che ciò possa costituire un titolo di demerito per me.

L’ORIGINE DI PAGNACCA

NARRATA DALL’ON. ODDINO MORGARI

Dove si comincia con una patata

– E gliela feci mangiare!

– Che cosa? domandammo, inframmettendoci nel crocchio.

– Quella stessa patata! – rispose Serrati.

– Una patata! Ma a chi?…

– All’anarchico che me l’aveva tirata…

Questo bizzarro dialogo aveva luogo in Milano un pomeriggio dello scorso novembre, negli uffici dell’Avanti! dov’era appena terminata un’adunanza della Direzione del Partito socialista in cui era stata confermata l’espulsione del Mussolini.

Prima di separarsi uno degli intervenuti aveva detto a Serrati:

– Corre voce che Mussolini attaccherà te pure nel suo giornale a proposito di un’accusa che ti fu fatta in America. Ma come andò quella faccenda?

Serrati aveva risposto con un racconto di cui noi avevamo afferrato solo le ultime parole. Volemmo udire a nostra volta tutta la narrazione, che trovammo interessante. La riproduciamo sopra queste colonne perchè è diventata di attualità, adesso che Mussolini ha dato corpo alla minaccia ed anche perchè penso che i lettori dell’Avanti! – tranquillati e convinti dalle risposte pronte, documentate, esaurienti di Serrati e dalla fuga del suo accusatore davanti alla proposta di un giurì – devono essere però rimasti con la curiosità di sapere da quali circostanze più o men travisate potè originare una accusa così grave, sostenuta poi con tanto accanimento da qualche anarchico contro il nostro compagno.

Il racconto che segue si presenta pure opportuno come una serena, chiara e scorrevole cinematografia della vita dell’organizzatore socialista nei paesi di emigrazione, e di molti fra i casi ed i problemi che si incontrano in quegli ambienti così diversi dai nostri.

Prima conoscenza di un caratteraccio

– Sebbene sia «un caratteraccio», propongo Serrati a direttore dell’Avanti!… – aveva detto scherzosamente un membro della Direzione del Partito nella riunione del 20 ottobre u. s. in Bologna.

Qualche cosa di analogo ha scritto giorni sono nel Popolo d’Italia il sarto per signora Bartoli Sigismondo il quale ha dichiarato «di non aver mai creduto che Serrati fosse una vera e propria spia», ma di ritenere che «il suo temperamento intollerante e settario che nella polemica lo trae a perdere totalmente la serenità e l’obiettività, è stato certamente quello che gli ha procurato amarissimi dispiaceri».

Il lettore, poi che poco sopra ha appreso dalla stessa bocca di Serrati come questi abbia fatto mangiare una patata all’anarchico che glie l’aveva lanciata – il lettore, dico, non può che unirsi ai giudizi suesposti e ripetere:

– «Non è una spia, ma senza dubbio dev’essere un caratteraccio!».

Dove si crea una Federazione Socialista italiana negli Stati Uniti

Esaminiamo i fatti. È il febbraio del 1902. Una cartolina di Dino Rondani ha chiamato Serrati a sostituirlo nella direzione del Proletario di New York. Nel giro di una settimana Serrati si è deciso, ha sistemato le sue cose ed è partito. Viaggia in terza classe da Losanna per Bremerhaven, a New York. Trova l’ebdomadario in condizioni disastrose, organo di poche sezioni italiane del S. L. P. (Socialist Labor Party, sia detto sottovoce perchè quando parla di cose dell’America, il lettore deve servirsi di abbreviazioni ogni volta che può, gli americani non avendo tempo da perdere). Serrati crede opportuno riunire quelle poche forze in una Federazione la quale, pur rimanendo aderente al S. L. P., curi la propaganda fra i due milioni di italiani residenti nel paese, impieghi la lingua e i metodi più consoni alla nostra razza e difenda gli interessi della nostra emigrazione. Da questa fondazione della «Federazione Socialista Italiana» originano i primi dissensi. I dirigenti del S. L. P. vedono in essa una specie di tradimento a danno della corrente rivoluzionaria: accusano Serrati di riformismo. Inutile dire che invece la Federazione contiene socialisti italiani di tutte le tendenze. Inoltre essa, nel costituirsi, altro non fa che seguire l’esempio dei tedeschi, degli irlandesi e dei polacchi i quali – pur rimanendo aderenti al S. L. P. – si sono per l’appunto organizzati in Federazioni nazionali. Serrati scrive in questo senso nel Proletario tutto un programma di lavoro per la nascente Federazione.

– Cosa fai? – gli obiettano i dirigenti americani del S. L. P.

– Espongo un’idea.

– Non si può!…

– Come non si può? Ritorno in Europa subito, se in America non si può scrivere quello che si pensa…

Segua il lettore il racconto e vi troverà molte altre prove che l’uomo di cui parliamo è uno di quei caratteracci i quali amano le situazioni nette e hanno per costume di dire quello che pensano.

Serrati gira tutta la parte orientale degli Stati Uniti e vi tiene centinaia di conferenze, in media una per giorno. Smuove le masse, le entusiasma con una lotta a coltello contro, il camorrismo che disonora il nome italiano negli Stati Uniti. Grazie a quest’opera, le sezioni, da due o tre che erano, raggiungono in capo a un anno, il numero di quarantadue. Gli operai italiani cominciano a mettere fede nel movimento socialista.

Più giornalisti di così non si può essere.

Da settimanale il Proletario diventa quotidiano, grazie ad una sottoscrizione che frutta 4100 dollari e grazie ancora… al caratteraccio coriaceo di Serrati, che, nei primi giorni, scrive il giornale tutto da sè, lavorando dalle cinque del mattino a mezzanotte, aiutandosi colle forbici, traducendo dall’inglese che non sa, e contentandosi di 10 dollari settimanali, la paga di un bracciante in America, equivalente a 100 lire mensili in Italia, se si tien conto del differente costo della vita.

Il barsottismo in America.

Il settimanale socialista si trasforma in quotidiano anche per la necessità di continuare una polemica incominciata da Rondani e da Serrati, e di rispondere colpo per colpo al Progresso italo-americano, un giornale in cui potete vedere pubblicati per vari giorni degli avvisetti del genere di questo:

«Dottor tal dei tali. – Abbiamo delle interessanti rivelazioni sul conto vostro».

Ad un dato punto l’avviso non si vede più, ma le rivelazioni non compaiono; il dott. tal dei tali si è presentato in redazione. Ne è proprietario il cav. Barsotti, famoso per la sua bravura nell’aprire sottoscrizioni per monumenti a grandi italiani, senza poi dare i conti; e famoso inoltre per il fallimento col quale ha abbassato il saliscendi di una delle non poche banche-trappole che raccolgono i risparmi dei cafoni italiani negli Stati Uniti d’America.

La polemica si svolge violentissima, e nel corso di essa Serrati schiaffeggia il direttore del Progresso ne’ suoi locali, fornendoci una novella prova di quel caratteraccio intollerante che gli viene rinfacciato dal sarto per signora Sigismondo.

Un doveroso rimedio per gli eccessi polemici.

In alcune località il movimento incontra la molestia degli anarchici italiani con cui Serrati ha un primo incontro a New York in un comizio di solidarietà pei martiri di Montjuich, durante il quale gli anarchici di altre nazionalità espongono le proprie idee, mentre quelli italiani vuotano il sacco delle solite insolenze contro i fratelli nemici socialisti. Serrati fra l’altro è costretto… a difendere Turati dall’accusa di essere intervenuto ai funerali di Re Umberto portandovi una corona di fiori.

– Di’ la verità – abbiamo chiesto al narratore -: non vi è fumo senza almeno un poco di arrosto. Quando ti attaccano violentemente, come rispondi?

– Io rispondo rincarando la dose.

Ora chiunque ha qualche pratica delle colonie sovversive italiane sa che esse sono infestate da gente che si chiamano anarchici o magari socialisti, mentre sono niente, quando non sono vagabondi o bari, ladri o spie o sfruttatori di donne; e che nei comizi di quei paesi gli anarchici pretendono il monopolio esclusivo di un linguaggio polemico che consiste nel qualificare i socialisti come vigliacchi, poliziotti, venduti, traditori, ecc.

A questo punto il lettore ci permetta di aprire una parentesi per dire come nel passare, anni or sono, per New York chi scrive incoraggiasse vivamente quei compagni a continuare nel sistema adottato di sopprimere questi sistemi polemici degli anarchici e dei sindacalisti italiani con colpi di bastone e di sedie: ricominciando i pacifici contraddittori solo dopo che tale cura avrebbe portato il suo effetto.

Eppure noi passiamo per caratteracci!

Lo sciopero di Paterson.

– Polemiche degli anarchici – riprende a narrare Serrati – c’erano state prima del mio soggiorno in America e ci furono dopo e continuano. Naturalmente divennero più vive contro di me, perchè la mia presenza coincise col periodo più florido e combattivo del movimento socialista italiano negli Stati Uniti.

Nonpertanto Serrati non aspetta di essere invitato quando scocca l’ora della solidarietà. Scoppia a Paterson uno sciopero di migliaia di tintori, nel quale Serrati non si intromette fino a quando l’autorità dello Stato di New Jersey, in cui Paterson si trova, tenta di sopprimere la Questione sociale, diretta da Luigi Galleani, cioè il foglio con cui gli anarchici capeggiano il movimento. Serrati si reca a Paterson per mettere il Proletario a disposizione degli anarchici, per la loro difesa e per quella della libertà di sciopero. I compagni socialisti del luogo lo dissuadono da questo passo perchè ritengono il movimento male impostato e mal diretto, ma Serrati insiste…

– Perchè questo fu sempre il mio torto – esclama a questo punto del racconto – di voler far ragionare da gente irragionevole!…

Avvicina gli anarchici, ma avendoli trovati freddi e diffidenti, se ne ritorna a New York.

Dopo pochi giorni gli anarchici ritengono possibile di risolvere lo sciopero colla violenza. La massa attacca le fabbriche coi sassi; ne nascono tumulti e tafferugli colla polizia, qualcheduno va in carcere, non pochi fuggono. Fugge tra gli altri Luigi Galleani. Gli scioperanti riprendono il lavoro.

Uno sciopero sconfitto a getti d’acqua.

Contemporaneamente al movimento di Paterson e come contraccolpo di esso, scoppia lo sciopero dei tessitori di West Hoboken, i quali abbandonano il lavoro per venire in aiuto dei tintori di Paterson, colla formula discutibile: «Noi non tessiamo affinchè i fabbricanti di West Hoboken non abbiano tessuti da far tingere a Paterson».

Accaduta la sconfitta di Paterson, lo sciopero di West Hoboken, che aveva carattere di solidarietà, si muta in isciopero per rivendicazioni proprie; e siccome a West Hoboken i socialisti hanno la prevalenza, Serrati è chiamato ad assistere gli operai. Egli interviene ai loro comizi ogni giorno.

È uno sciopero meraviglioso e veramente internazionale perchè comprende italiani, americani, ebrei, polacchi, canadesi, irlandesi. Dura vario tempo. La solidarietà si mantiene fin quando giungono da Paterson gli anarchici sconfitti. Da questo punto si comincia a discutere sulla opportunità di mutare quel movimento tranquillo in movimento violento. Gli anarchici sostengono la necessità di adottare una nuova tattica: dimostrazioni ci vogliono.

Serrati si sforza di dissuadere la massa dall’accettare quei consigli, tenuto conto che si sono cominciate le trattative e che i padroni danno segni di incertezza. Però la massa, che forse è stanca, crede opportuno di aderire, e marcia contro le fabbriche. Essa viene accolta dai getti d’acqua dei pompieri. Bisogna aver provato l’effetto deprimente di questo metodo di repressione, che vi umilia, vi fa divenire ridicoli. Gli scioperanti, bagnati come cani in fregola, non possono resistere; si disperdono e perdono lo sciopero, essendo penetrato tra di essi lo sconforto.

Come avviene sempre in questi casi, si accende una polemica per stabilire a chi spetta la responsabilità del disastro. I socialisti si trovano fra due fuochi: quello del Progresso italo-americano, del citato Barsotti, e quello degli anarchici.

La città del granito.

Nel frattempo il Galleani si era rifugiato a Barre, nello Stato di Vermont, fondandovi la Cronaca sovversiva, dalle cui colonne tirava a palle infuocate contro i socialisti.

Barre, la città del granito, è un ambiente curioso. Di fondazione recente, essa contava 2060 abitanti nel 1880 e già 16.000 nel 1900; italiani, svizzeri, francesi, scozzesi, scandinavi, canadesi, irlandesi, americani, dei quali 2500 erano operai del granito, che lavoravano con arnesi modernissimi: seghe meccaniche e scalpelli ad aria compressa, e che nel ramo degli scalpellini erano in gran parte italiani, provenienti specialmente dal Varesotto e dal Carrarese: socialisti i primi ed anarchici i secondi.

I nostri compagni avevano fondato in Barre una Casa del Popolo, una Cooperativa di consumo con panificio, delle scuole di disegno ed altre istituzioni di immediata utilità… Pure essendo inscritti alla Federazione italiana, essi operavano in pieno accordo col partito socialista locale, e poichè molti italiani residenti in Barre si erano procurata la cittadinanza americana, la loro partecipazione alla vita politica della città presentava un valore anche numerico.

Per completare questa dipintura dell’ambiente dove accaddero i fatti che diedero origine all’accusa contro Serrati, diremo che i socialisti di Barre erano tutti proletari, mentre tra gli anarchici, insieme ad elementi certamente sinceri, ve ne erano di quelli che nascondevano dietro l’anarchismo i loro interessi personali, padroni di laboratori e birrai o «baristi».

Pro e contro la vendita degli alcoolici.

Il principale argomento delle battaglie elettorali nello Stato di Vermont era quello della proibizione o non proibizione della vendita pubblica delle bevande alcooliche. Come è noto, nei paesi anglo-sassoni molte persone presumono di combattere efficacemente l’alcoolismo col vietare la vendita in pubblico della birra, del vino, dei liquori; misura che presenta vari inconvenienti, il maggiore dei quali è che, evitato il malanno in pubblico, esso dilaga in privato. Le botteghe sono chiuse, ma ogni casa diventa uno spaccio e ogni famiglia operaia cerca di aumentare i propri guadagni colla vendita serale e specialmente domenicale delle bevande, per cui se della famiglia fanno parte ragazze giovani e belle, lo spaccio è maggiormente frequentato, dalla qual cosa vengono scandali e dissoluzione dei legami familiari.

A Barre avevano avuto luogo le elezioni comunali. Fra i socialisti italiani che propugnavano il mantenimento del divieto di vendita, d’accordo coi compagni americani, può darsi ve ne fossero alcuni mossi dall’idea di conservare a se stessi il beneficio dei detti spacci privati. Gli anarchici italiani – cinque dei quali erano dei piccoli padroni di laboratori di granito e tre dei bottegai – stavano invece per la libera vendita e sebbene astensionisti, partecipavano alla lotta elettorale contro i socialisti, spingendosi fino ad accettare che uno dei loro – certo Albisetti – fosse portato candidato ed eletto.

Origine dell’accusa di spionaggio.

Le elezioni, la casa socialista, la scuola di disegno, la costruzione di un palco per danze campestri, nel bosco, ogni atto, ogni azione della vita di quella colonia di emigranti, anzi che segnare armonia e collaborazione fra quei lavoratori, diventava cagione di sempre rinnovantisi e sempre più aspri dissensi.

Da ciò nuove polemiche fra il Proletario e la Cronaca sovversiva, in seguito alle quali alcuni anarchici aggrediscono quello che suppongono essere il corrispondente del Proletario da Barre, l’abruzzese Vincenzo Coscioni.

La notizia dell’aggressione viene pubblicata sul Proletario e commentata da Serrati nel senso che quegli anarchici – invece di assaltare chi ritengono senza certezza il corrispondente locale – dovrebbero ricordare che vi è sempre un responsabile di tutto quanto si stampa sul giornale, ed è il direttore (come spunta fuori da ogni parte il suo caratteraccio!) per cui li invita a rivolgersi a lui.

Contemporaneamente il Proletario fa appello al Galleani – che tutti sanno essere l’intellettuale, il leader degli anarchici italiani nel Nord America – affinchè richiami i suoi correligionari di Barre a una maggiore serietà di condotta.

Apriti cielo ! bastò questo invito al Galleani perchè Serrati fosse chiamato da allora in poi una spia. Se ne stupisca quanto vuole il lettore, ma la grave accusa non ha altra base che questa.

Il Galleani, si faceva credere perseguitato e nascosto, sebbene molti sapessero che abitava in Barre, ove pubblicava la Cronaca sovversiva e Barre fosse situato nel Vermont, cioè in uno stato diverso da quello di New Jersey, dove il Galleani era forse sconosciuto e fosse gratuitamente ingiurioso supporre in Serrati l’intenzione di denunciare il Galleani all’autorità giudiziaria, e come stolido il mezzo della pubblicità che avrebbe scelto a quello scopo, e come altresì fosse assurdo il ritenere che la noticina del Proletario – giornale che usciva in New York, in lingua italiana – dovesse cadere sotto gli occhi dei magistrati anglo-sassoni di Paterson: i quali poi non si arguisce come da quella noticina avrebbero potuto apprendere la residenza del Galleani, che non vi era minimamente accennata.

A questo punto Serrati interrompe la narrazione per abbandonarsi ad uno sfogo confidenziale:

– Io ho coperto sempre colla mia responsabilità i miei collaboratori. È doveroso.

Serrati ha per consuetudine di non declinare la responsabilità di tutto quanto compare nel giornale che dirige, e da ciò risulta sempre maggiormente provato che è fornito di un cattivo carattere.

Un nuovo nemico: il Sindacalismo.

In questo frattempo anche negli Stati Uniti erano cominciate a serpeggiare le polemiche fra socialisti e sindacalisti che tanto straziarono il nostro partito in Italia.

Il Proletario quotidiano si era arricchito di due redattori – Virgilio Tedeschi di Bologna e l’avv. G. Di Palma Castiglione di Napoli – e andava diventando un’azienda, per cui gli appetiti si destavano intorno a lui. Mentre Serrati, per il salario di un manovale, facchinava a dirigere il giornale, a provvederlo di mezzi ed a condurre la propaganda tra le masse, alcuni della nuova corrente sindacalista – e precisamente tra gli altri quel Caminita e quel Raimondo Fazio i cui nomi ricorrono fra gli accusatori di Serrati nelle colonne dell’organo mussoliniano – si erano messi attorno al Proletario per viverne, e in due modi creavano la zizzania.

Questi dissensi intimi amareggiarono Serrati più degli scontri con i nemici esterni, per cui non essendogli neppur riuscito di portare la sua famiglia in America, decise di tornarsene nel vecchio mondo. Verso l’agosto del 1903 si dimise da direttore del Proletario, e fu soltanto in seguito alla più viva insistenza dei compagni che accettò di conservare la carica finchè gli si fosse trovato un successore.

Chi si tentò di assassinare in Barre.

Poichè nell’ottobre Serrati doveva finalmente ritornare in Europa, i compagni di Barre, che gli avevano sempre voluto molto bene (purtroppo, certi caratteracci non spiacciono!… ) desiderarono che, prima di partire, si recasse ancora una volta a visitarli.

Egli giunse a Barre il 2 ottobre e venne alloggiato in casa di certo Garetto piemontese, socio della Cooperativa, ma non iscritto al Partito, che Serrati non conosceva affatto. Noti il lettore questo punto di partenza della seconda accusa contro Serrati, che come vedremo, è di mandato d’omicidio. Il Garetto in quel momento teneva una camera libera. Serrati fu condotto in casa di costui a notte tarda.

La sera del 3 ottobre Serrati doveva tenere in Barre una conferenza sui «Metodi di lotta del Partito socialista». (Il lettore ricordi questa parola lotta, che avrà parte ulteriore nel racconto). Serrati passa la giornata nella Cooperativa aiutando il gerente a far dei pacchi ed a servire i clienti. Verso sera, alle 6, è avvicinato in strada da certo Sassella, uomo di condotta equivoca, sfruttatore della moglie, stato cacciato dalle file dei socialisti e contro il quale il Serrati aveva altra volta messo in guardia il Galleani, facendogli notare che se gli anarchici ricevevano elementi bacati come questo, erano inevitabili degli attriti disgustosi.

Il Galleani si era mostrato propenso a provvedere…- ma ecco ora il Sassella venire addosso a Serrati con uno scalpello in pugno, accusandolo di aver messo in guardia gli anarchici di Barre contro di lui.

Due passanti accorrono, Serrati si schermisce ed esce incolume da questa prima fase della battaglia di Barre.

Cena, si avvia verso il locale dove dovrà parlare, accompagnato da Giovanni Brusa, e dal già detto corrispondente Coscioni. Scoccano le 7,15 per cui, data la stagione, è già notte da un pezzo.

Giunta ad un punto in cui la strada fa un gomito, la comitiva è aggredita da quattro uomini di cui le tenebre impediscono di distinguere i lineamenti. Coscioni e Brusa, messi sull’avviso dal precedente gesto del Sassella, estraggono le rivoltelle. Serrati si china e si arma di un sasso. La collutazione, violenta, è subito sospesa perchè dai due capi della strada accorrono delle persone gridanti. Da questa parte è giunto, con il cavallo della Cooperativa, il compagno Angelo Ambrosini, vociando a Serrati di fuggire; dall’altra è arrivato di corsa Cesare Brusa, fratello di Giovanni, che urla anch’egli: – Scappate!

Ma Serrati non è pratico dei luoghi, non sa ove dirigersi, Coscioni lo afferra per una mano e, sempre tenendo la rivoltella spianata, lo guida verso la sala dove doveva essere tenuta la conferenza.

Quando Serrati vi giunge, trova già avvenuto il «fattaccio».

Il “fattaccio”.

Per bene intendere, facciamo un passo addietro, trasportiamoci in quella sala al momento in cui – pochi minuti avanti la seconda aggressione contro Serrati, ad ore 19 precise – l’incaricato Bernasconi apre la porta per lasciar entrare il pubblico.

La sala viene subito invasa dagli anarchici, i quali da tempo avevano dichiarato di boicottare la Cooperativa, ma che quella sera intervengono non certo col proposito di discutere serenamente. Occupano i primi posti e cominciano a dileggiare il locale, il suo custode Bernasconi, i ritratti di Marx, Ferri, Alesini che guarnivano le pareti, ed a lanciare minacce contro Serrati.

Il custode rimbecca, nasce una disputa fra lui, gli anarchici e alcuni giovani socialisti che nel frattempo sono giunti. Il Bernasconi è colpito gravemente al capo con un corpo contundente. Brusa Cesare, ferito pure alla testa, corre incontro a Serrati per ammonirlo di stare in guardia, come vedemmo. Altri sono feriti.

Mentre la mischia ferve entra nella sala il Garetto – fabbro di professione, un uomo aitante, forte, vivo – che ferito a sua volta al collo da un colpo di scalpello, sembra abbia estratta la rivoltella e sparato un colpo. Il fatto sta che un colpo viene effettivamente sparato, ferendo al basso ventre l’anarchico Elio Corti, che muore poco dopo.

Un preteso mandato di omicidio.

Il locale si vuota in un batter d’occhio. Fuggono anche i feriti, impressionati dalla gravità dell’accaduto, Serrati, arrivando, trova la sala deserta. Se fosse giunto pochi minuti prima avrebbe forse potuto evitare l’eccidio (se non sarebbe piuttosto rimasto colpito egli stesso).

Mentre sta nel negozio della Cooperativa, dove il banconiere – Attilio Pochetti, bresciano – gli narra i particolari del fatto, giungono alcuni detectives, guidati da certo Luigi Cassi, anarchico, il quale, additando Serrati, lo fa arrestare.

Come il lettore ha visto. questi non è stato presente all’omicidio, che evidentemente non fu preordinato da alcuno; ma gli anarchici sostengono che Serrati deve essere processato come mandante di omicidio.

Per essi Serrati è spia ed assassino: spia per quelle poche righe nel Proletario; assassino perchè ha dormito in casa di Garetto, il quale ha ucciso. Dunque è Serrati quello che ve lo ha spinto.

Un processo in America.

Agli Stati Uniti chi uccide è ucciso, e viene giustiziato colla sedia elettrica. Serrati è tradotto nelle carceri di Barre e poi di Montpellier, la capitale del Vermont. Dopo pochi giorni è però rilasciato, previa cauzione di 500 dollari, deposta da certo Zanetti, varesotto, il quale non conosce l’imputato, ma si interessa al suo caso perchè la propria moglie, che assistette alla aggressione notturna contro Serrati, è in grado di affermare che assolutamente questi non può essere responsabile del fatto che gli imputano.

Serrati, libero, rimane come testimone a disposizione della autorità giudiziaria – prendendo stanza in Northfield nella casa di Andrea Bernasconi, varesotto anche questo – durante tutto il periodo della «prima istruttoria» (quella che stabilisce se l’imputato è colpevole, oppure no, del delitto che gli è stato attribuito. La «seconda istruttoria» – cioè il vero processo, che deve stabilire la natura giuridica del delitto, il grado di colpevolezza, e l’entità della pena. – si farà solo in seguito).

Gli scabini, o giurati, quasi tutti modesti agricoltori, con in bocca delle pipe ricavate dalle pannocchie del granoturco, odono per la prima volta parlare di socialismo, e nei due gruppi di italiani, di cui sono chiamati a giudicare la baruffa, sono quasi tratti a vedere due «Mani nere» in gara di concorrenza per il predominio sulla colonia italiana di Barre.

Fa da interprete una servetta d’osteria, irlandese, che ha imparato un poco… di dialetto lombardo traverso la sua clientela varesotta.

Invitata a tradurre il titolo della conferenza che Serrati doveva tenere nella Casa del Popolo – «metodi di lotta del Partito socialista» la servetta traduce lotta con fight (si legge fait, che in inglese significa combattimento, mischia, partita di pugilato, battersi e simili).

– Siete venuto ad insegnare agli italiani a battersi? – domandano gli scabini con tanto d’occhi.

Serrati risponde protestando contro il fatto che l’interprete di italiano sia una servetta irlandese. Il giorno dopo gli viene accordato un traduttore francese, traverso il quale può dire agli scabini: – « Badate che io non mi sono recato a Barre per insegnare a fare i pugni o le rivoltellate».

L’istruttoria si chiude collo stabilire che Serrati non ha avuto alcuna parte nei fatti. Egli ritorna a New York riprendendo la sua opera di propaganda, ed avvisando sul quotidiano che rimarrà in America fin dopo la discussione definitiva della causa Garetto e coimputati.

La causa si discute nel dicembre. Nell’interrogatorio vari anarchici negano di essere tali. A otto anni di carcere è condannato il Garetto, che evita la sedia elettrica perchè gli viene ammessa la circostanza attenuante della provocazione grave.

Mesta partenza dal Mondo Nuovo.

Cogli anarchici naturalmente continuano le polemiche vive, inasprite dal fattaccio di Barre, ma Serrati trova la solidarietà di tutto il suo Partito. L’ordine del giorno contro di lui della sezione di Old Forge Pa – citato dal Popolo d’Italia, unico del resto fra tutte le quaranta e più sezioni italiane viene ispirato da un tale che con Serrati aveva della vecchia ruggine e che più tardi fu espulso non per ragioni politiche.

Il Proletario quotidiano apre una sottoscrizione di protesta che raccolse migliaia di firme e di dollari a beneficio del Garetto.

Serrati si imbarca per l’Europa esattamente cento giorni dopo i casi di Barre. Ma siccome possiede quel carattere urtante e che gli conosciamo, vuol dare una lezione al già accennato gruppetto di opposizione più o meno sindacalista, formato di persone che stanno attorno al quotidiano perchè appetiscono l’impiego, il posto. Rifiuta lo stipendio nella parte che corrisponde ai giorni trascorsi in carcere, e non accetta i denari necessari per il suo viaggio di ritorno in Europa, che si procura mediante un prestito personale ottenuto dal compagno avvocato Di Palma Castiglione.

…E triste arrivo nel Mondo Antico.

Si trattiene alcuni giorni a Parigi, dove alcuni compagni insistono affinchè resti per costituire la Federazione fra i socialisti italiani in Francia.

Arriva in Svizzera. Scende a Ginevra con venti centesimi in tasca. La bibita che beve nella birreria che serve di locale alla sezione socialista italiana, esaurisce i suoi mezzi.

Si trasferisce a Lausanne; dà qualche lezione di italiano; mette al Monte di Pietà il cappotto e una valigia di cuoio portata dall’America. Vive con un panino e una tazza di birra per giorno e cogli aiuti dei compagni di Barre, di Northfield, di Williamstown… aiutando a sua volta anche Mussolini, che si trova in frangenti non migliori dei suoi.

Il Partito incarica Serrati di un giro di conferenze in Svizzera. Di luogo in luogo egli incita ad organizzarsi gli operai italiani, ciascun dei quali è un riccone in confronto dell’oratore. Collo stomaco vuoto, addita loro le vie del socialismo.

Il saluto della lontana America.

Ed è in Svizzera che lo raggiungono i volantini pubblicati in America, contenenti quelle accuse di spia e di assassino di cui vedemmo le origini. Egli ne avverte il primo effetto in Zurigo quando si presenta per parlare agli italiani che gremiscono la grande sala del «Colosseum». Gli anarchici vi si sono dati appuntamento in gran numero. Al suo apparire viene fischiato, urlato, apostrofato colle più atroci ingiurie. I pochi socialisti intervenuti, che non conoscono i precedenti della questione, rimangono sorpresi, non osano difenderlo… Serrati deve far uso di tutta la sua energia per tener fronte a quel linciaggio, ed è soltanto in seguito alla sua accanita resistenza che sorge di tra la folla un romagnolo il quale chiama incivile quella violenza contro un uomo che domanda di difendersi e propone un giury.

La proposta è accettata.

Per evitare la pazzia.

Ma l’indomani Serrati deve parlare a Baden, presso Zurigo. Quegli stessi anarchici i quali hanno accettato di risolvere la quistione con un giury seguono Serrati a Baden, lo urlano, lo fischiano, rinnovano le contumelie atroci. L’accusa è tanto viva ed insistente, il volantino scritto è tanto abile ed efficace, lo sdegno degli anarchici sembra così terribile, che i socialisti di Baden, come la sera prima quelli di Zurigo, rimangono impressionati ed inerti.

Serrati si trova solo di fronte al mondo. Quella notte egli teme di perdere il cervello. È inverno, ma non gli basta di aprire la finestra: è costretto a frizionarsi il cranio e la faccia con delle manate di neve in un unico intento, di evitare la follia….

Altre vicende in Isvizzera ed in Italia.

Rimane tutto il 1904 in questa necessità di doversi battere come una belva in difesa di se stesso. Gli anarchici persistono nella loro campagna con cui contrastano utilmente il terreno al Partito socialista, infamando la persona del suo principale esponente. In quasi tutte le conferenze che Serrati tiene attraverso la Svizzera, esce fuori l’anarchico che lo costringe a difendersi, a rinnovare il racconto dei fatti di Paterson e di Barre. Oltre ciò le colonie operaie italiane sono molto instabili, e dove Serrati ha dimostrato una volta con successo che l’accusa è balorda e malvagia, dopo cinque o sei mesi deve ricominciare la dimostrazione(3).

Il lettore si è già convinto che Serrati… ha un caratteraccio che non rifiuta la lotta e non scantona volentieri quando è davanti al pericolo. Tuttavia alcune volte egli pensa a cambiar aria, ma dove andare? E di che vivere nella nuova sede?

In Francia potrebbe rimanere solo nascostamente, in quanto espulso nel 1897 per una conferenza sulla Comune di Parigi che dette luogo a incidenti. Se poi rientra in Italia, dovrà scontarvi quattordici mesi di carcere, guadagnati in Oneglia su querela del Consiglio di una Società Operaia di M. S. che Serrati attaccò per aver essa rifiutato di aderire all’agitazione indetta dal Partito socialista per l’abolizione del domicilio coatto.

Il lettore constata una volta di più quanto ha ragione quel sarto Sigismondo, là dove afferma che Serrati ha un carattere settario. Ma è forse necessario di prendere le faccende del Partito tanto sul serio? E, poichè siamo sull’argomento, aveva bisogno Serrati di farsi condannare nel 1894, precisamente a diciotto mesi di domicilio coatto, scontati nelle isole Tremiti e Ponza?

Più tardi il nostro compagno è chiamato a coprire il posto di amministratore dell’Avvenire del Lavoratore e di propagandista e bibliotecario del Partito socialista italiano in Svizzera; posto ambito da un Sabbatino Lauriti che, camuffato da rivoluzionario e secondato da altri, fa comparire a mezzo di uno Spanàzzi la nota accusa sulle colonne dell’Avanguardia socialista. L’Avanti! ha già pubblicato la lettera con cui il Labriola riconosce che la buona fede dei redattori dell’Avanguardia fu sorpresa.

Nel 1906 ha luogo ancora un’altra ripresa degli attacchi quando Serrati viene ad urtare gli interessi di molti sedicenti anarchici o di persone che si chiamavano tali – per la sua campagna contro la Fingerverein, l’ignobile «Società del dito» di cui pure si è detto giorni sono nell’Avanti!, l’organizzazione che addestra gli operai italiani nell’arte del truffare la legge sull’assicurazione contro gli infortuni, e che dà da vivere grassamente a molte birbe le quali occupano i loro ozi residui con certi giuochi di carte e vendite di orologi catene ed altro con cui imbrogliano gli emigranti inesperti.

Fritta, non cruda, e per buon cuore!…

Ed eccoci di nuovo all’episodio… della patata, col quale abbiamo incominciato. Serrati si reca a Losanna per una conferenza su «Socialismo e neo-malthusianismo». Mentre ha già cominciato a parlare, davanti ad un pubblico di duecento persone, entra nascostamente nella sala un operaio, un anarchico, che tratte dalle saccocce due grosse patate, le lancia successivamente contro l’oratore.

La prima sbaglia il bersaglio, la seconda colpisce all’inguine Serrati, che continua a parlare.

L’anarchico viene tosto cacciato violentemente dalla sala. Serrati raccoglie il proiettile che l’ha colpito, lo mette in tasca e lo porta seco a Lugano come una memoria.

Pochi mesi dopo lo stesso anarchico disoccupato è di passaggio per Lugano, e viene a batter alla porta di Serrati per aiuti. Si presenta francamente:

– Son proprio quello! – gli dice. – Sai, i dissensi politici non hanno nulla da vedere coi rapporti personali. Sebbene agli antipodi in fatto di idee io ti ho sempre stimato. Credo non avrai difficoltà ad aiutarmi!…

A questo punto Serrati interrompe il racconto per spiegare che per qualche anarchico delle colonie italiane, dare delle spie ai socialisti significa fare dell’opposizione politica. A loro giudizio, i socialisti sono gli alleati della borghesia dunque poliziotti, venduti, farabutti, ecc.

– Sono incoscienti, non sanno! Il torto è piuttosto di coloro che se ne valgono!… – conclude Serrati.

Il quale risponde al disoccupato che, nella propria veste di amministratore del Partito, egli, Serrati, può dare sussidi soltanto a socialisti o ad operai organizzati. Se il suo interlocutore ha veramente bisogno, può accettare un pasto in casa sua.

E prega la propria compagna di friggere alcune uova e di preparare la tavola. Mentre impartisce questa disposizione, apre a caso il cassetto dove conservava la famosa patata. Gli balena un’idea. Prende la patata e la consegna alla moglie, che la taglia a fettine, la fa friggere e la serve all’anarchico come contorno alle uova.

Serrati però non dice al suo invitato:

– «Mangi il proiettile che mi lanciasti a Losanna!». No, egli tiene la sua vendetta tutta per sè. Lascia l’anarchico mangiare in pace: è un uomo che ha fame, è un proletario disoccupato al postutto!

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Morale.

Chi scrive si è offerto spontaneamente di compilare questa minuta esposizione, che non è soltanto un racconto dell’imputato, suscettibile d’essere accusato… di partigianeria, ma corrisponde alle risultanze di varie inchieste ed alla conoscenza che i socialisti della vecchia guardia hanno del compagno Giacinto Menotti Serrati.

Chi scrive sì è sobbarcato a questo non breve compito per un concetto di giustizia distributiva, considerando che i direttori precedenti sono saliti all’alto incarico tra il fumo dei turiboli di un Congresso nazionale che consegnava la luccicante spada dell’Avanti! osannando alla loro illustre personalità, mentre la figura di Serrati – direttore di fatto dell’Avanti! per designazione dei suoi due colleghi nel Comitato di redazione, Lazzari e Bacci – si presenta oggi alla ribalta della scena nazionale sotto la fosca luce proiettatagli contro dal Popolo d’Italia. Ecco perchè era bene che i socialisti italiani fossero messi in grado di giudicare direttamente (e non solo traverso i vari lodi già emessi) che il compagno Serrati, pur senza titoli di professore o di avvocato, è all’altezza del difficile e pericoloso posto di battaglia che gli è stato affidato «precisamente a cagione del suo caratteraccio».

*

* *

Così Oddino Morgari – narratore efficace e preciso – concludeva nel febbraio 1915 la cronistoria dei miei casi americani. Da allora sono passati quasi cinque anni, durante i quali – tranne un periodo di nove mesi passati in carcere – io ho tenuto la direzione del nostro Avanti! Fu questo indubbiamente il periodo più grave che il quotidiano del Partito abbia mai attraversato nella propria esistenza di battaglia. Siamo stati soli contro tutti, mentre intorno a noi infuriava la più grande tempesta che il mondo abbia mai visto. Mille pericoli ci circuivano, mille insidie, mille lusinghe. Ottimi compagni, pei quali ho sentito sempre affetto e rispetto, suggerivano attenuazioni. Altri, meno buoni, taluni pessimi – dei quali il Partito s’è finalmente liberato – tentavano di imporre addirittura il cambiamento di rotta.

Qualcuno nel retroscena sorrideva di questo nuovo venuto, senza titoli, senza lauree, che scrive non badando alla forma, tutto e soltanto inteso a mantenere integra e diritta la linea politica del giornale, che non si lascia condurre per le vie traverse, che non ha alcuna fiducia nelle capacità riformatrici della borghesia, che solo spera e crede nella forza del proletariato organizzato. Ed io so dei sorrisi compassionevoli dei vanesii che più stimano una bella frase che un bel carattere; e so anche che questo nostro paese è fatto piuttosto per i traditori, che scrivono e parlano bene, che per i devoti che non usano, non vogliono usare lenocini di forma.

Dopo cinque anni io posso dire con orgoglio di avere dato la più chiara prova di tutto l’affetto che mi lega al Partito. Posso soggiungere di avere provveduto, come era mio dovere, a difendere il nostro grande patrimonio ideale attraverso il buio e violento ciclone della guerra. Posso affermare con sicurezza che altri avrebbe potuto superarmi per accortezza d’ingegno e per profondità di studi, nessuno per la costanza, l’energia, la tenacia con cui ho tenuto in alto questa nostra bandiera purissima: l’Avanti!

NOTE:

(1) Non ne sono imbarazzato. È presto detto. C’è un giorno di maturazione per tutti gli uomini pubblici. Chi sale e chi scende. Il 16 novembre ha segnato l’apoteosi di Giacinto Menotti Serrati. Egli aveva toccato lo zenit. Aveva figurato in tutti i locali elettorali come il Lenin italiano. La rivoluzione era stata affidata alla scheda pur lavorando per il sovietismo. All’indomani il proletariato circolava nel sole dell’avvenire. Le masse non si sentivano più abbandonate ai massacri di strada e all’implacabilità del regime antico. Il prologo era finito. Il dramma stava per incominciare a Montecitorio. Non ho avuto bisogno d’altro. Intanto che la tribuna parlamentare aspettava i suoi nuovi oratori io mi sono messo ad ambientare il mio personaggio nel pensiero autentico delle masse del 1919.

(2) Ho in corso di pubblicazione Gli antenati di Vittorio Emanuele III, illustrati. Lire 4.

(3) Qualcuno di questi anarchici è ora iscritto al Partito Socialista ed è stato candidato nelle ultime elezioni. Così va il mondo!

da: www.liberliber.it