Paolo Valera – Giovanni Giolitti – Edizione Liber Liber

GIOVANNI GIOLITTI

(l’ultimo ministro di Vittorio Emanuele III)

ambientato nel casaldiavolo delle “radiose giornate”

fino all’occupazione delle fabbriche

e alla tatuazione dei pescicani e delle loro “femmine”

Si può dire che Giovanni Giolitti si è iniziato nella politica come crispino. I primi movimenti furono tali. Figlio di un impiegato dello stato anelava uscirne per salire. Egli era intimo di due giornalisti che avevano fatto storia. Firmarono tutti e tre la circolare che invitava il collaboratore massimo della liberazione siciliana a un grande banchetto politico a Torino. I due firmatari, compagni di Giolitti, erano Bottero, direttore della Gazzetta del Popolo, e Roux, direttore della Piemontese. Fu una amicizia durata poco. Una volta nel gabinetto Giovanni Giolitti si è sentito raffreddato. Crispi lo chiamava nei dietroscena con soprannomi antipiemontesi e antipatici. Li li per salire al posto di presidente dei ministri Crispi gli fu ingrato. Gli portò via dei mattoni di sotto i piedi. Ho questo dialogo curioso:

– In questo non ci sarebbe che lei, on. Crispi, gli disse, non so se ironicamente o seriamente, Umberto che lo aveva ricevuto per la consultazione.

– Mi metta da parte, maestà: io sono vecchio, non ho innanzi a me molti anni per giungere a svolgere tutto in un programma di governo.

– Del resto, maestà, a Montecitorio corre voce, che anche il Ministero è fatto.

Sua Maestà ha sentito la stoccata.

– Fatto, come?

– Uno di quegli uomini che vi pretendono, non solo ha detto che il ministero è fatto, ma anche – e questa è una menzogna – che io l’avrei appoggiato purchè non vi prendesse parte il Nicotera (il grande briccone degli interni). Io non ho visto alcuno, non ho parlato con anima viva, e non potevo quindi aver preso alcun impegno….

– Ma chi poteva essere costui? Indicano il Giolitti.

– Ed è proprio lui che ha parlato così….

– Ma che ne dice lei di Giolitti?

– Io non potrei dar giudizio alcuno sulla persona (che bocca sguaiata quella di Crispi!).

– Ma lo conosce?

– Purtroppo, lo conosco (ecco un sottinteso!) e lo credo incapace di reggere lo Stato. Sarebbe un errore affidargli il governo del paese. Non ha studî, non ha esperienza, non ha arte di governo; conosce appena l’amministrazione. Lo ripeto, non faccia nuovi esperimenti, non affidi il potere ad uomini che devono fare il loro noviziato.

Francesco Crispi ha continuato a negreggiare le condizioni dei 32 milioni d’italiani per farsi credere necessario E il re a bruciapelo gli ha domandato:

– Ma il ministero che ella desidera, avrebbe la maggioranza della Camera?

– Ai 193 deputati che votarono contro Rudinì, rispose Crispi, si uniranno sicuramente altri 50 o 60 di quelli che votarono a favore di lui. E questo senza ricorrere ai mezzi di corruzione, dei quali Nicotera abusò tanto.

– Io non voglio maggioranze fittizie quali ebbe Rudinì. Queste maggioranze portano a rovina le istituzioni. Portano le monarchie a perdizione.

I consigli di Crispi sono andati per gli ambulatorî. Se ne fece un cancan. Crispi si è veduto deriso. Giovanni Giolitti senza prendere parte alle mene oscure dell’ex presidente prese il portafoglio con il ministero dell’interno. Si rivelò subito un ministro á poigne. Non respinse la fiducia di coloro che volevano lavorarlo al dorso, fece votare i bilanci, mandò gli onorevoli in vacanza e con un altro decreto li lasciò tutti a casa per le rielezioni, Non fu buono coi cattivi. Gli Imbriani caddero. I Bonghi caddero. Gli altri, caddero. Salvo qualche eccezione fu lui a fare le elezioni. Si valse dei prefetti, degli impiegati, dei questori, dei sindaci, dei consiglieri.

Le elezioni del 1892 portano il suggello della sua manifattura. Fu roba sua. Ritornato alla Camera si è sentito in casa propria. Passava in mezzo a filate di cortigiani.

In Sicilia non fu un anticristo come Francesco Crispi che lo pedinava e lo aspettava nel disastro per procombere sui suoi redenti e razziarli e mandarli tutti in galera.

Via, separiamoci da Crispi. Cattivo, infido, traditore. Il fedifrago, l’ex mazziniano, aveva la faccia di bronzo. Non arrossiva più. Egli ha avuto il toupet, la sfrontatezza di dichiararsi devoto alla monarchia, perchè monarchia e Italia non potevano dividersi. Canaglia! Del Giolitti fu l’allargatore del sottovoce sparso dalla sua malevolenza. Egli ha continuato, nei suoi dialoghi di vecchiardo, a diffonderlo come un ignorante.

L’Italia non ha avuto genî. Neanche Cavour fu grande. Egli non ha avuto che dei tassatori, dei livragatori, dei masturbatori, dei perturbatori, dei ministri che le hanno fatto del male, che l’hanno svaligiata, crocifizzata, messa sovente in prigione. Vediamone alcuni tipi.

La sfortuna d’Italia fu di essere amministrata da caterve di notevoli farabutti nel periodo di sessanta e più anni, specialmente con una Camera eternamente popolata di inetti, di spostati, di vecchiardi, di gabbamondi avari, di spiantati, di avariati, di idioti, di falsari, di disonesti, di rapaci, di dissipatori, di malviventi. Le moltitudini non potevano rimanere vittime che delle coercizioni, delle farabuttate, delle insidie poliziesche. Con ministri volgari, abbietti, vili, ladri, capaci di nutrire se stessi con i fondi segreti, di vendere i voti parlamentari, di svaligiare le banche governative, di trafugare i libri statali, come il Bonghi, di appropriarsi i mobili, le statue, gli orologi a pendolo della nazione, come i Nasi, di scarcerare condannati a pagamento, come l’ex ministro di Napoli, di compiere le più basse azioni delle più svergognate figure del mondo criminale. I sudditi non potevano che rimanere sudditi, gente per i loro piedi, per le loro collere, per le loro vendette. Voltiamoci indietro. È un’intera galleria di voltafaccia, di degenerati, di scrocconi, di panamisti, di uomini dozzinali, di carogne antisociali. Personaggi di sinistra scesi fino al limaccio degli intrighi ladreschi, fino alla consumazione dei delitti ministeriali, fino all’appropriazione indebita, fino alla frode, al trucco del galeotto di professione. Cito qualche celebrità. Depretis: da repubblicano si è venduto alla monarchia. Traditore. Con Garibaldi a Palermo aveva in tasca il titolo di luogotenente generale per arrestare il Duce se la spedizione volgesse verso la repubblica. Ambizioso. Accettava il posto di ministro della marina come adesso Bonomi ha accettato quello di ministro della guerra, senza pensare ch’egli non avrebbe potuto impedire al Persano di affondare l’Italia in un disastro marittimo. Poliziotto. Fu autore dei domicilii coatti. Le questure sono state le sue succursali per i più sciagurati delitti statali. Come uomo fu lubrico, cornuto, insensibile alle tragedie popolari. Malgrado le sue barzellette e i suoi discorsi di biascicatore e di vecchio pievano piemontese egli ha potuto dominare una Camera di 508 legislatori acefali e una agglomerazione di trentadue milioni di persone abbattute in gran parte dall’inedia. Questo stringitore di freni è andato finalmente all’inferno, passando per il catafalco dell’impresa dei Savoia.

Sella, faccia doppia. Umile e benevolo con il re quando esigeva danaro per le sue slandre, e furioso con il popolo tutte le volte che urlava dalla fame. Feroce. Egli non capiva che il pareggio. Credo sia stato il predecessore di Francesco Nitti. Per la smania del pareggio lo «scarpone» ha devastato e pellagrosato gli stomachi di tutto il proletariato che si nutriva con la farina gialla. Cortigiano e reazionario, all’égout dei posteri!

Francesco Crispi fu tutta una fogna sociale. Versipelle e briccone di marca ergastolana. Fu un quintale di malvagità e di perversioni. Egli si è messo sempre al di sopra del codice. Fu un fintone. Dopo di avere trovato una formula di passare dalla repubblica alla monarchia senza essere fatto correre a pedate ha poi scritto confidenzialmente che tollerava il potere regio come un supplizio. Sono venticinque anni, diceva, che indosso la camicia di forza della monarchia e non posso strapparmela finchè non mi convinca che essa sia incompatibile con la libertà e l’unità della patria. Furfante! Per la sua incompatibilità basterebbe citare la lettera nella quale è lo sfregio che gli ha fatto Umberto I. quando lo ha messo alla porta con la sua solita gratitudine monarchica. Crispi avrà avuto dell’ingegno. Non ha certo avuto un ingegno onesto.

Cafone nel 1885, quando egli circolava come redentore della patria. Non ha avuto il coraggio di sottoscrivere un manifesto di Filippo Turati a favore dei proscritti russi. Turati gli si è genuflesso e gli ha baciato la mano con compunzione. Io gli avrei sputato in faccia. Fu sempre un paltoniere. Morto ha trovato un riabilitatore in Arturo Labriola, prima che divenisse onorevole ed eccellenza. Secondo lui non avrebbe svaligiato le banche governative. Non avrebbe frodato lo stato, non si sarebbe servito dei sei milioni di fondi segreti passati per le sue mani per sbruffare gli “scribi” intorno alla sua persona ed alla sua Riforma. Ah, ah! Come se non fosse sempre stato un vigliacco! Come se i suoi arnesi di governo per soffocare ed accoppare la democrazia di quel tempo non fossero stati gli eccidi, gli stati d’assedî, le leggi eccezionali subite dallo stesso Labriola quand’era nel novero degli scavezzacolli. Egli, Crispi, ha coatizzato, imprigionato oratori, scrittori, agitatori, gente che non aveva il suo cervello di ladro statale a migliaia e migliaia. Nessuno che non fosse stato Francesco Crispi si sarebbe gettato sui fasci siciliani con caterve di delegati e commissari felini, con truppe e gendarmi alle dipendenze del generale Morra, per massacrare i contadini della sua terra a centinaia per volta e chiudere nei suoi mastî la gioventù più intellettuale dell’isola. Egli fu un Del Carretto, un Peccheneda, un affollatore di ergastoli, un soppressore di libertà statutarie, un calpestatore di immunità parlamentari. L’on. De-Felice Giuffrida fu agguantato come un mafioso, o un camorrista e chiuso come un deputato borbonico in un carnaio della Vicaria. Come uomo fu un porco.

Non occorre che io trascini sul lastricato il nome della povera Rosalia Montmasson. Essa sola, con il suo silenzio di vittima, ha sollevato un uragano di improperî che eliminò questo lavoratore dell’iniquità come si elimina un pessimo prefetto di polizia dalla piazza pubblica. Lo stesso Giovanni Giolitti se non si fosse salvato con la fuga all’estero, sarebbe stato gettato nel mastio d’Ischia come una volta il barone Porcari. Egli fu crudele con coloro che non gli si prosternavano a mani giunte e non lo riverivano come un grande statista. La penuria di donna Lina che ha bussato alla reggia per un soccorso regio e che ha commosso Arturo Labriola, autore della Comune, non può infastidire coloro che conobbero le intimità mondane della donna di Crispi. La Lina apparteneva a quelle femmine che sono sempre appese al braccio di parecchi uomini. Per consolarmi ecco un ricordo per sua eccellenza Labriola. La moglie del ministro delle finanze della Comune andava al lavatoio pubblico a guadagnarsi la vita prima e dopo che il suo uomo fosse ministro e anche più tardi quando il suo Jourde era deportato in Caledonia. Donna Lina poteva fare lo stesso, invece di estorcere elemosine ai regnanti. Ma basta di queste carogne che hanno disseminati lutti, dolori e fatto dell’Italia una landa penale. La prepotenza statale di Crispi si è sviluppata in un giorno, a Roma, facendo arrestare ed espatriare dalla capitale politica cinquantamila braccianti!

E ora basta. Alla fogna il clown della politica sabauda!

Il compagno di Pisacane non può essere chiamato vigliacco. La storia per l’indipendenza lo ha nicchiato come l’eroe di Sapri. Per sette ore, in mezzo a 2000 borboniani di professione, armati fino ai denti, Giovanni Nicotera, tenne testa con soli 135 insorti. Pisacane cadde. Caddero altri 84. Tutti morti. Cadde pure Nicotera con una palla di fucile nella mano destra e dei colpi di scure alla testa. Portato via dai sicari del Borbone agonizzante. Condannato a morte. Commutata la pena a vita alla Favignana e sepolto nella tremenda fossa di S. Caterina.

L’ondata di Garibaldi in Sicilia spaventò il direttore dell’ergastolo che consegnò le chiavi al sindaco. Nicotera fu libero. Tutti i politici furono messi al largo; dallo stesso eroe di Sapri, il quale a Roma ha più tardi fondato il Bersagliere. In seguito ministro degli interni della sinistra con Agostino Depretis. Fu subito vile. Fece delle dichiarazioni politiche che stomacarono. Egli non ammetteva che un’amico dell’unità della patria non fosse monarchico. La monarchia, aggiungeva, è la sola bandiera sotto la quale si raccolgono tutti gli unitarii. Del patrimonio rivoluzionario non conservò che l’odio contro il prete. In poche ore si è trangugiato il proprio cervello. Fu un apostata, un rinnegato.

Repubblicano ha inseguito, perseguitato, messo sotto chiave i repubblicani. Li ha razziati, torturati, scaricati nei domicili coatti e nelle pozzanghere carcerarie. Le stesse afflizioni sono state inflitte agli internazionalisti. Li ha eletti per le stesse torture. Peggio! Scioglieva i consigli comunali e li puniva come il commissario Maddaloni di Ferdinando di Borbone di Napoli. Egli fu un accidente. Scriveva e diffondeva circolari negli ambienti della burocrazia statale di incitamento contro coloro che aspiravano a un regime migliore di un terrorismo poliziesco che indemoniava. Fu un gentiluomo di stalla incanaglito con lo champagne di corte. Finì rubando le banche governative con cambiali che non vennero pagate, e saccheggiando lo stato tutte le volte che ha potuto. Si è saziato di fondi segreti al ministero degli interni. Ha aggredito i socialisti come un vero Giuda. Villano e sleale. È morto con un’inchiesta parlamentare al sedere. Fu imbroglione e pirata.

I complici hanno dovuto soccorrergli la figlia caduta nella miseria. L’epitaffio dell’eroe di Sapri fu breve per la storia. Fu una maledizione sociale!

Continuando non si scalcagna che per la melma umana. Grassatori, filibustieri, involatori, epilettici, mattoidi e via per tutta la dinastia che si è data il compito di moralizzare le istituzioni e gli uomini di questo ciclo dei Savoia con le nequizie e le turpitudini e le depravazioni e i delitti personali. Così vi imbattete coi molti Di-Rudinì, borghesi osceni che inaffiarono diverse regioni di sangue proletario come nel ’98, che mandarono alla galera i disgraziati che urlavano dalla fame nella Sicilia, che aiutarono le popolazioni in miseria con resse di questurini e carabinieri che completavano il loro lavoro di assassini collettivi.

Così vi incontrate con il padre degli ipocriti, con Giuseppe Zanardelli, il vituperevole puzzone fra i legislatori giunti alle massime infamie. Egli è passato da noi come un grande disinfettatore degli ambienti della libertà degli uomini della stampa. Niente di più volgare, di più crudele e di più bugiardo e mendacemente fabbricato. Egli non fu che un ciurmadore, un mascalzone, un simulatore, che portava la faccia di bonaccione fra i democraticoni, e poi, di nascosto, firmava e organizzava gli stati d’assedi, sospendeva e opprimeva i giornali e coccodrillava sui giornalisti cellularizzati e riempiva i cellulari di amici e di nemici e scriveva lettere di dolore personale come per farsi escludere dai colleghi della colpabilità ministeriale. Egli fu il più quacquero degli ipocritoni. Così è avvenuto in tutti i tempi. Ministro o presidente dei ministri non fu mai diverso, malgrado la biografia incensatrice e vergognosa del D’Atri. Con una mano faceva sospendere il Secolo e con l’altra scriveva una lettera privata al suo direttore ch’egli aveva fatto incarcerare, piena di amicizia. Turpe!. Nessuno è stato più brutale di lui contro la stampa, contro l’oratoria libera, contro il comiziare popolare. Il suo match non è che nella storia russa di Alessandro, II. e III. e di Nicola II. Restrinse le libertà di tutti i generi, le strangolò, le trascinò ai Tribunali, le soppresse con le angherie, con le persecuzioni, e si è monumentato nella concezione pubblica di appassionato per le libertà pubbliche! Io lo trascinerò nella sua atmosfera naturale dei delitti statali. Egli fu un delinquente. Perisca nella memoria dei contemporanei. Egli fu un Giano o un Tartufo. Documento. Uscito da Finalborgo il Secolo mi ha messo a tavolino con la narrazione dell’assalto al convento. Al terzo articolo sono stato sequestrato per ordine di Zanardelli. Simultaneamente il ministro avvertiva Edoardo Sonzogno che se mi lasciava continuare avrebbe arrischiato la soppressione del quotidiano!

Dobbiamo pure accusare gli elettori. Cretini, corrotti, malvagi. Difficilmente i collegi si sono occupati di un programma, di un rovescio di regime, del benessere del paese.

Eleggevano avariati, truffatori, furboni, intriganti, persone equivoche. Si lasciavano spingere all’urna dagli spendaccioni larghi di promesse. La Camera si è così popolata più di una volta di ineleggibili alla Nasi. Nunzio Nasi, professore e ministro della pubblica istruzione, si è servito della borsa del tesoro assai più ladrescamente di Francesco Crispi. Sciupava somme ingenti, comperava stabili e mobili, statue, chincaglierie di alti prezzi, gioielli preziosi. Tutto per riempire e sontuoseggiare la sua casa trapanese a spese della Stato. Faceva costruire, fabbricare; viaggiava come un Nabab. Dava banchetti, regalava, automobilizzava, faceva bottino e buttava offe in bocca ai mafiosi che lo aspettavano alle stazioni siciliane per applaudire e chiamar gente a battergli le mani. Era un uomo che arricchiva, che si credeva padrone dello stato, che metteva la famiglia nel lusso come se stesso. Punito dal Senato peggio che un quintale di bassezza viva sfuggita al largo è stato eletto e rieletto ed è ancora alla Camera dalla sedicesima alla venticinquesima legislatura! Cristo, ci vuole del fegato a mantenere nel girone parlamentare una sozzura, una pozzanghera, un bonzone di delinquenza come Nunzio Nasi senza strepitare dalla vergogna!

Pazienza. Non ci fu legislatura che non abbia avuto i suoi presuntuosi, capaci di credersi i superuomini della vita parlamentare. Potrei citarne dei mucchi. Mi fermo ai Gian Giacomo Morandi, stretto parente della Bolognini, amante di Umberto I. Scriveva come un bifolco. Asino come Caprotti. Imbecille come un somaro.

Prendiamo un altro ministro della pubblica istruzione vanitoso: Edmondo Gianturco. Mediocre. Nato da genitori pitocchi. Coloro che lo hanno conosciuto lo hanno biografato come uno che abbia patito la fame. Sarebbe un onore per gente che non fosse rinnegata. Non per Edmondo Gianturco. Professore, fu borioso, altezzoso. Ministro mise la studentesca sottosopra. Ha mandato nelle università truppa e polizia. Per favorire i cattolici e i monarchici vilipese la studentesca repubblicana e socialista. Non appena comparve nell’Ateneo bolognese fu fischiato, respinto e chiazzato. Nacque una rissa fra monarchici e socialisti, fra clericali e repubblicani. L’intervento della forza pubblica finì per indignare la maggioranza e incanaglire l’altra. Il Gianturco fu creduto un emulo dei Borboni. Fu denunciato come tale. L’ex villano, di genitori analfabeti, era carico di despotismo. Avvenne che le università insorsero contro il Gianturco che faceva fermentare la collera e ingrossare la prepotenza statale. Figlio di diseredati non aveva capito la libera scuola, la libertà di pensiero, l’insegnamento moderno, la stampa libera dalla censura governativa e andò all’inferno incalzato dal vento di fronda. Malgrado questo passato che avrebbe dovuto farlo scaraventare alle egemonie o nel Tevere, questo birbante nascosto negli indumenti borghesi, è ritornato alla Camera come se la maggioranza degli elettori non avesse sentito nella opinione pubblica le riprovazioni e le maledizioni della studentesca della penisola! Peggio. Egli fu più crudele di Giovanni Nicotera contro gli anarchici. Incaricato di preparare un progetto di legge contro la loro propaganda, il Gianturco si rivelò più terribile e satanico di una congregazione abituata a procombere con tutti i castighi feroci sulla classe da finire a bottoni di fuoco. L’insurrezione levò un vespaio che tendeva a linciarlo. Gli si sono vedute sulla faccia macabra tutte le deviazioni del delinquente, Per più di una settimana la sua testa fu domandata a grandi grida. Egli era considerato un seviziatore abbominevole.

Dovrei continuare. Dopo un malfattore un altro; dopo un miserabile un altro. Fu una sequela. L’Italia non ha mai avuto alla sua direzione che un branco di scellerati con i codici penali in saccoccia.

Usciamo dall’anticamera.

La biografia degli uomini non è continuativa. È un lavoro che si fa a periodi, a pezzi e bocconi. Giorgio Clemenceau fu malvagio e galantuomo. Fu per gli scioperi e contro gli scioperi. Gladstone fu chiesaiuolo, per la libertà napoletana, per la schiavitù irlandese. Briand fu per la patria nel letame come Hervé e per la patria in alto, come ai tempi della conflagrazione. Francesco Crispi ebbe momenti eroici e momenti turpi. Fu triste e buono. Giovanni Giolitti ha imitato gli uomini comuni. Nella sua lunga vita lo si trova con diverse facce. Spietato e giusto, vile e atroce. A Filippo Turati è parso un giorno tanto malandrino che lo ha fatto circolare per l’Italia come un brigante che si dissetava nel sangue degli uomini. Più tardi lo stesso statista lo ha chiamato a Bardonecchia per dirgli se accettava il portafoglio di ministro. Adesso Turati è sullo stesso Avanti! come probabile ministro di colui che fu vituperato un giorno dalla sua penna. L’uomo non è uniforme. In gioventù sovente è intransigente, nella maturità è più indulgente. Giovanni Giolitti fu un rond de cuir e un bombardatore. Impiegato prima, carnefice poi. Nel 1911 bombardava i turchi e gli arabi. I primi come oppressori dei secondi. Pareva volesse proteggerli e dare ai barracani la libertà. Non ha fatto che cambiar loro le catene. Nel periodo di sommissione li ha arrossati del loro sangue. Può darsi che il presidente dei ministri d’oggi sia l’ultimo servitore ministeriale dei signori di Villa Ada, dove impera il grande donatore di orologi e di spille ai cortigiani della monarchia.

Ma questo futuro avvenimento non impedisce al biografo di presentarlo come il massimo lavoratore della monarchia dei Savoia. Si intende che non alludo alle così dette guerre della indipendenza. Egli non c’era. A 18 anni lo scavezzacollo che sprecava la propria gioventù sui campi di battaglia, non gli ha insegnato nulla. Giolitti studiava diritto. Non ci sarebbe stato lo stesso pretesto per quella del 66. Ma non era in lui la vocazione. Era in lui l’uomo d’affari della nazione. Fece il procuratore del re, l’ispettore generale delle finanze, il segretario generale alla corte dei conti, il ministro. Fu di tutti i ministeri.

Ma il più ambito della sua fantasia fu quello dell’interno. Ambizione che fu di tutti i riusciti ai ministeri. E si capisce. Agli interni si ha in mano la vita e la vitaccia dei cittadini più scellerati, più iniqui, più ladri, più scandalosi, più colpevoli che siano stati nella esistenza pubblica. La stampa è nel pugno del ministro. Egli entra in funzione e cerca la lista dei venduti. Li sbruffa, li insudicia, li riduce a negozianti infami d’inchiostro. Egli ha nel proprio forziere somme ingenti per corrompere, mercanteggiare, tramutare i quotidiani della opinione pubblica in organi prezzolati ai servizi dei ministri. Il ministro degli interni conosce i dietroscena dei morti e dei vivi. Egli è un immenso armadio di segreti. Io non aspetto che la rivoluzione bolscevica per gettarmi sui casellari del ministero dell’interno. Voglio sventrarli. Impadronirmi di codesta feccia e inviarla al mare. Francesco Crispi con i suoi strattagemmi e con i segreti accumulati attraverso il suo personale mascherato ha domato mezza Italia politica e ha disaccocciato molto denaro ai delinquenti ignorati dal grosso della nazione. Il ministro degli interni è una specie di comitato di salute pubblica. È una bonza di immoralità, di scandali, di depravazioni, di nomi, di indirizzi e di avvenimenti che fanno scalpore. Vi si trovano invidie e vendette personali. Lotte intestine fra persone e persone, ministri e ministri. Rivelazioni, spionaggi, glorie in frantumi, sfrenature mentali, confidenze parlamentari, drammi politici.

Il piemontese di Dronero è affezionato e devoto a tuttociò che appartiene al Piemonte. Cavour fu il suo statista modello. Si è detto ch’egli sia stato l’erede del bagaglio zanardelliano. Non credo. Zanardelli non aveva che della presunzione. Se fu qualche cosa fu un assimilatore. Voleva dare il divorzio quando era già diffuso in Francia e non l’ha dato. Parlava sempre di libertà di stampa e ha firmato molti stati d’assedio, compreso quello del 1898. È lui che ha fatto sequestrare e sospendere i più vecchi giornali liberali e radicali di quel tempo. Vacuo, ampolloso, puzzolente, presuntuoso. Giolitti era un altro. Intorno a lui cresceva il malcontento. Fu ministro del tesoro con Crispi. Con lui aveva imparato a falcidiare le libertà. A buttare sui comizianti schiere di agenti di p. s. Sopprimeva e schiacciava anche lui la democrazia che voleva evolvere.

Fu un servitore della corona fedele e sottomesso. Intorno a lui non furono che personaggi venali. Era un ambiente corrotto. Crispi aveva lasciato in giro la pestilenza del dissolvimento sociale. Giovanni Giolitti si trovava negli stessi odori. Più si andava in alto e più si trafugava, si involava, si ricattava, si faceva bottino. I pochi probi o urlavano o rimanevano indifferenti. Nessuna onestà. Era tutto un trucco. Il capo della maggioranza di quel briccone vituperevole di Rudinì che ha fatto ammazzare la gente del lavoro per le strade a cannonate era un certo Bernardino Grimaldi. Si suppose che Grimaldi fosse tra coloro che muoiono intorno al proprio superiore. Commedia. Tutta farsa. Grimaldi dopo avere gettato sassate contro Giovanni Giolitti lo si è visto al suo fianco, come suo cooperatore. Fedeltà da lupanare. In mezzo alla bagasce c’è più pudore. Episodî più tipici se ne trovano in tutte le sedute parlamentari. Si vede che da noi la politica non è un’idea per aggiungere benessere al benessere nazionale, ma è un mercato, uno scambio di merci politiche. Chi va su e chi va giù. Se i capi delle frazioni trescavano senza riguardi al mondo. Figurarsi il gregge. Cito un fattaccio. Venticinque deputati che il 31 dicembre 1891 avevano votato per Crispi, il 21 marzo votavano per Rudinì. Un porco vale l’altro, d’accordo; ma lo spettacolo era nauseoso. Nella maggioranza del Di Rudinì appena 23 deputati erano stati avversari di Crispi. All’estero sono più elevati. Chamberlain si sfigura da sè nel gabinetto Gladstone ma ne esce, coi suoi; e nè lui nè loro vi ritornano. È inutile. Da noi impera il bagascismo. Una volta alla Camera il deputato si rende utile a sè. Sparge la propria influenza. Contenta l’elettore. Arricchisce. Diventa un personaggio.

Una volta si passava da un barattiere all’altro senza strepito. Era un avvenimento di famiglia. Il paese non si accorgeva di essere amministrato da una truppa di pirati. Il re d’allora completava l’ambiente. Era anche lui immelmato nei complotti politici e nelle ruberie bancarie. Giovanni Giolitti non fu meno imbottigliato dalla corruzione statale di quel tempo. In un Paese di gente moderatamente scrupolosa sarebbe stato travolto dall’indignazione pubblica. Basta citare il fatto stato propalato dal giornalismo ventraiuolo e basso in un modo indecente e criminoso. Alludo alla Banca Romana. Il pubblico non ne ha mai capito un accidente. Bisogna dipanare la matassa finanziaria. Fu Giovanni Giolitti fra i saccheggiatori della più importante Banca di emissione? Abbiate pazienza. Io narro. Voi giudicherete. Il rivelatore dello scandalo fu il prof. Maffeo Pantaleoni, una figura odiosa per il socialismo e simpatica per la borghesia reazionaria. Nel 1902 per il suo scandalo bancario a Torino il pubblico ne aveva domandata la testa morale. Egli si è trovato nel turbine alto quasi due metri. Io mi sono gettato su di lui e gli ho data una strigliata giornalistica. L’ho obbligato a lasciare lacerti sulle rupi della Folla indignata. Ma non importa. Allora, pur essendo un ortodosso della economia politica, egli aveva fiutato la cancrena bancaria protetta dai parlamentari, e aveva portato i documenti a un deputato repubblicano perchè ne sollevasse i veli e trascinasse in pubblico i protagonisti del dramma dei succhioni.

Il presidente dei ministri fu l’eroe d’oggi. Correva un sottovoce inglorioso. Si supponeva che alle cinque banche di emissione fossero creature immonde e ladre. Piovre finanziarie. Arrivisti di un’audacia odiosa. La legge sugli istituti non esisteva. Era tutto un ambiente malsano. La Banca nazionale con la scusa dell’incompetenza dei magistrati è rimasta impunita. L’inizio delle strafottenze bancarie va fatto risalire a quel vecchio gaglioffo di Francesco Crispi. Con lui l’Italia è stata messa all’incanto. Sfruttata con le furbizie. Abbandonata ai suggerimenti di tutti i ruffiani della politica e del giornalismo. Con Giovanni Giolitti al potere la censura pubblica si era attutita. Egli non era ancora in pubblico come il Tiburzi finto birro, finto politico, finto magistrato, di Filippo Turati. Non si era cessato di far correre i sottovoci del banditismo bancario e dei giuochi di borsa che lasciavano vuoti ingenti nelle casse statali. Ma l’opinione pubblica era sempre perplessa. Non fu che più tardi, quando Giolitti pensò a prolungare di sei anni il privilegio dell’emissione ai cinque istituti di credito che il megafono della voce pubblica incominciò a spaventare la nazione. Non so chi avesse fatto circolare un opuscolo zeppo di fatti spaventosi, fatto sparire subito da mani ignote e da somme rilevanti.

Lo scandalo delle sottrazioni alla Banca Romana si era così diffuso che un collegio elesse sul tema delle rivelazioni bancarie il signor Leone Wollemborg, paltoniere di professione. Egli è riuscito uno dei più sfacciati della vita parlamentare. Non ci fu esempio del suo voltafaccia. Si seppe del suo mutismo. Con tutti i segreti che gli erano stati confidati non ha saputo neanche mormorare. Una volta alla Camera non aprì bocca. Anzi, negli ambulatori cercò di smentire che la Banca Romana avesse carpito al tesoro quarantaquattro milioni con la fabbricazione della doppia serie. Molti deputati avevano rifiutato di assumere l’incarico di trascinare in piazza i colpevoli. I ministri non volevano saperne. Giuravano su Tanlongo! Tanlongo, secondo loro, era un patriotta di una onestà patriarcale. I capitali immobilizzati, erano fandonie. Tuttavia non erano solo le banche che divoravano il danaro pubblico. Le amministrazioni statali subivano le stesse divorazioni. I politicanti depredavano il Paese. I più alti impiegati non appendevano il cappello in ufficio che all’ultimo del mese. I ministri di quel tempo diabolico erano in fama di predoni. Tutti erano paurosi. Lo stesso senatore Alvisi che aveva accumulati gli svaligiamenti compiuti alla Banca Romana non voleva scandali. Lo stesso Napoleone Colajanni che aveva accettato di fare il buttafuori dello scandalo faceva di tutto per evitare scandali. Lo scandalo era l’incubo di tutti. Colajanni si era lasciato indurre a rivelare adagio adagio, per un’inchiesta parlamentare educata. Giolitti non stava più quieto. Aveva fatto circolare la voce che le rivelazioni erano d’origine furtiva o occulta. Voci da suburra.

Ma furtiva o non furtiva nella relazione c’era un allegato che metteva in circolazione l’elenco dei deputati, dei giornalisti e degli uomini politici che avevano alla stessa Banca Romana cambiali in sofferenza. Il Colajanni che ne sapeva i nomi non li ha rivelati. Male! Non si espurga con la misericordia. Essi facevano parte dei panamisti italiani e bisognava rovesciarli in piazza.

Ad ogni modo non ci doveva essere presidente dei ministri che ne tollerasse il silenzio. Peggio! Che si adoperasse ad impedire che i malviventi andassero in pubblico. I farabutti erano troppo noti. Il senatore Alvisi, l’autore delle rivelazioni, in nome del solito interesse della patria, si prestò al silenzio, pur protestando contro lo strozzamento della discussione, e dicendo ai ministri che era vergognoso ammantarsi della ufficialità per non dire quello che avrebbero detto come privati e come cittadini. Fra i mascheratori della verità in nome della patria non va dimenticato il ministro del tesoro Luzzatti. Napoleone Colajanni passò in pubblico per l’uomo dal plico misterioso. Come Cristiano Lobbia della regia cointeressata dei tabacchi. Eravamo nel 1893. Giolitti per evitare scandali maggiori, invece di sei anni propose che la prorogazione del privilegio di fare biglietti di banca si allungasse di soli tre mesi, e annunciava che l’inchiesta sarebbe stata affidata al senatore Finali. Un altro che in nome della patria avrebbe ammazzato i propri figli. Così Giolitti bloccava lo scandalo! Questa fu la prima mossa abile nella intricata questione bancaria fatta dal presidente Giolitti, ha scritto Colaianni. L’influenza ministeriale si è fatta sentire anche alla Banca Romana. Gli azionisti respinsero in massa le dimissioni del comm. Tanlongo, fatto in quel periodo senatore dallo stesso Giovanni Giolitti. Tanlongo, spinto da tutte le parti come governatore onesto, finì per credersi lui stesso degno del posto che occupava. Il neo senatore percorse tutti i quotidiani come un calunniato. Con la protezione giolittiana, la Gazzetta Piemontese, diceva: E con questo malizioso lavoro di calunnia era stato fatto male non solo a carico della Banca Romana, ma anche a danno di altri istituti di credito. La smentita non l’hanno data soltanto gli azionisti della Banca Romana, ma anche la Camera, e in solenne seduta.

Le famose rivelazioni rimasero nella fantasia di chi le aveva inventate. Quanto aveva preso questo signore scribivendolo? Lo scandalo era tuttavia inevitabile. Alla Camera erano accorsi più di 400 deputati. Ammetto che Colajanni non fosse l’uomo adatto. Egli non voleva inasprire alcuno. Non voleva sollevare vespai. Avrebbe voluto che i fatti si fossero svolti come in un foglio di ragioneria. Dal suo linguaggio furono esclusi i vocaboli violenti e sbracati. Coloro che si aspettavano una tempesta di ladri, frodatori, saccheggiatori, furono delusi.

Due onorevoli venduti, Wollemborg e De Zerbi, tentarono fino all’ultimo momento di indurre Napoleone Colajanni a pensare alla patria, scongiurandolo di ricordarsi nell’interesse del credito pubblico. Due altri deputati di sinistra che avevano firmata la mozione prima che l’oratore aprisse bocca corsero a supplicarlo di desistere e di conciliarsi. Il prezzo? Siamo troppo lontani. Il danaro dei rettili non ci interessa. Ci basti l’ambiente in cui visse il capo dello stato parlamentare. L’uomo che aveva il plico non appena in piedi fece correre un brivido. I corrotti erano molti. Le prime parole uscirono dal silenzio sepolcrale. L’oratore confessò di avere avuto quasi paura di quel silenzio. E perché? Lo disse lui stesso. In quel silenzio e in quella attenzione la sua persona non c’entrava che per pochissimo. Forse per nulla. Lasciamo passare un po’ di biografia. Dappoichè, diceva Napoleone Colajanni, non ero e non sono un uomo di Stato; non un grande oratore, riconoscendomi anzi un mediocrissimo, disadorno e talvolta sgrammaticato ragionatore alla buona; non il leader, ma l’umile gregario di un partito, del partito repubblicano socialista a cui mi onoro di appartenere dai miei primi anni. Ascoltiamo il “modesto portavoce”. Egli non aveva fatto che saccheggiare la relazione Biagini. Nè preamboli nè invettive. Il torto principale della Banca Romana sta nella cassa a mano a disposizione del cassiere, mentre la cassa di riserva è a tre chiavi. Orbene la ispezione constatò in libera custodia del cassiere la ingente somma di 49 milioni di lire in numerario e valori diversi di cui 7 milioni circa appartenenti alla riserva (che non dovevano trovarsi in quella cassa). Fu constatato inoltre che da cinque anni non era stato fatto il riscontro mensile della cassa prescritto dagli statuti. Mancava l’obbligazione personale di garanzia di 4 milioni del presidente del consiglio di censura, don Giulio Torlonia. Si sono poi trovati nella verifica dei 44 milioni, proprî della Banca, nove milioni di lire in eccedenza della emissione. Ciò che voleva dire che si fabbricava. Questi biglietti avevano le caratteristiche della regolare emissione perchè avevano la firma del cassiere e del censore. Disordini, spostamenti, sottrazioni, alterazioni, rubamenti di carta per le future emissioni. Si è trovato un mascheramento di un’eccedenza abusiva di 25 milioni di circolazione cartacea in più di quanto aveva diritto di mettere in giro. I lavori di salvataggio non giovavano a nulla. C’erano le inchieste le quali servivano da tombe. Nessuno le scoperchiava. La stampa vi era immersa. Il chiasso non le conveniva. Le inchieste erano tuttavia a disposizione degli espurgatori sociali. Non ce ne furono. Il disseppellimento d’oggi sarebbe inutile. I succhioni sono rimasti nomi ignoti. Hanno avuto la rinomanza dello scandalo. Bastano per noi le cifre cumulative. I truffatori della Banca Romana furono scovati e numerati per 1686. Fannulloni, predoni, pirati di banca, filibustieri di ambienti parlamentari e giornalistici e politici di tutte le altezze immorali. Pietro Tanlongo non era solo il padre degli arruffoni e degli imbroglioni. Era anche un ladro “patriarcale”. Rubava per sè e si lasciava rubare dagli altri. Il silenzio dei clienti mangioni costava. Tanlongo non poteva vivere che a condizione di tamponarli con manate di biglietti da mille. Per mantenere il segreto che il governatore della Banca fabbricava una serie di biglietti di grosso taglio per suo conto ha dovuto lasciarsi carpire 83 milioni di lire, 73 dei quali vennero spartiti da 179 individui e fra questi soltanto 19 ne ebbero 33 e mezzo. Agli altri 1507 clienti andarono le briciole della mensa, cioè appena 10 milioni e mezzo. Tre milioni andarono nelle tasche di diciassette persone estorsioniste di professione.

Napoleone Colaianni era troppo pauroso. Temeva di far male. Invece di andare come un macellaio nella bergamina armato di coltello, lavorava con parole riguardose. Non si sventra una Banca con gli eufemismi. Giolitti che aveva fatto di tutto per salvare i farabutti bancari non lo ha indignato. Al contrario: ha dichiarato che egli era il suo uomo di «fiducia sincero». Fu largo di lode verso il ministro. Non si salva il pubblico che sgozzando il suo nemico. Se fosse mancato qualcuno ad indignarlo c’erano i correntisti, tra i quali Tanlongo, il quale vi era per più di un milione e mezzo. Denaro trafugato. C’era il presidente del consiglio di censura che vi aveva divorato tre milioni. Con due inchieste e la stampa estera che aveva diffuso i trafugamenti i fatti erano arcinoti. Ma lui, l’oratore, ha voluto triplicare di gentilezza. Ha fatto il gentiluomo. Giolitti si accontentava di una proroga di tre mesi di emissione per le banche. Colajanni ha voluto triplicare di bontà. Ne ha concessi sei. Ai ladroni tre o sei mesi di proroga vorrebbero dire il fallimento di uno Stato. Durante l’ispezione governativa si sarebbero, come si sono, associati ai Pietro Tanlongo, gli impiegati della ispezione governativa. Hanno fatto comunella coi bottinatori. L’oratore non ebbe che ventisette voti. La Camera ha creduto a Giovanni Giolitti che aveva fatto sapere che le notizie degli oratori avversari erano state raccolte nelle piazze e nei trivî. Crispi fu con Giolitti. Connubbio obbrobrioso! La Legislativa respinse con orrore l’inchiesta parlamentare antipatriottica perchè avrebbe peggiorato il credito italiano all’estero.

Non si capì la ragione di coltivare tanti ladroni di una Banca di emissione che poi è stata rivelata pubblicamente per un antro di furfanti. In qualunque altro paese, ha scritto l’on. Colajanni nelle sue Banche e Parlamento, un Giolitti che non potesse rispondere sufficientemente alle domande fattegli sarebbe stato messo in stato di accusa o almeno cacciato. In Italia, e nell’anno di grazia 1893, egli si è veduto assicurata una fedele maggioranza, non di pochi voti come avrebbe potuto averla Gladstone ma di centinaia, anzi. Giolitti, sì lasciò menare in giro dalla stampa corrotta, come elevatore dell’onesto e laborioso Pietro Tanlongo, senatore. I giurati la fecero finita con gli scandali aggiungendone un altro con l’assoluzione di tutti gli accusati.

Condensando Giovanni Giolitti nei guazzabugli pestiferi e immorali della Banca Romana si vota senza esitazione per la colpevolezza del grand’uomo. Egli ne esce come un malfattore. Le sue burbanze iniziali, i suoi intermezzi furiosi e i suoi finali arroganti non gli hanno impedito di allibire molte volte. Non lo si poteva capire alla testa degli oppositori dell’inchiesta parlamentare senza mettere sul banco del ministro i documenti della illibatezza di Tanlongo.

O coi ladroni o contro i ladroni. Altro che notizie; raccolte nei trivî! Giovanni Giolitti non lo ha acciuffato, non lo ha lasciato acciuffare. Egli sapeva tutto fin dal giorno in cui era ministro del tesoro con Crispi. La verità è che fu lui a proteggere il malvivente della Banca Romana ed ad elevarlo nel momento in cui imperversava quella che lui chiamava calunnia. Calunnia! Era il torchietto della doppia serie che calunniava. Giovanni Giolitti ha contribuito a farlo illustrare dagli azionisti e a farlo assolvere dai giurati. Immaginate che dopo tutte le sue burbanzose affermazioni ha osato elevare il capo dei simoniaci della Banca Romana, dopo averlo fatto senatore, membro della commissione di sorveglianza del debito pubblico e dopo la seduta parlamentare del venti dicembre, cioè quando tutto era stato svesciato.

Proprio, fu una sfida al parlamento, come ha scritto Colajanni. Ai denunziatori di Pietro Tanlongo egli ha risposto con una elevazione morale. Fu svergognato! In tempi meno abbietti sarebbe stato linciato, appeso rovesciato in un burrone. Non si poteva essere più oltraggioso.

Le affermazioni, e le negazioni del presidente del Consiglio di quei giorni valevano quelle dei delinquenti davanti ai giudici inquirenti. Mentiva e smentiva. Non conosceva Tanlongo! Ne era invece intimo. Non aveva mai saputo della sua clientela parlamentare. Accidenti! Gli aveva raccomandato più di una volta clienti, parlamentari, parecchi dei quali avevano lasciato le cambiali, scontate per fini politici, in sofferenza. Lui stesso, sia pure per scopi ministeriali, si era fatto un prestito di sessanta mila lire. O, dunque, che cosa andava dicendo che non lo aveva conosciuto? Giovanni Giolitti ne ha 78. Non è moribondo e non ci aspettiamo confessioni. Ma ci piacerebbe che dicesse le ragioni di avere fatto scomparire dai plichi di Tanlongo molte lettere dagli stessi agenti di polizia, come ci piacerebbe sapere perchè ha tolto dal grosso plico consegnato alle presidenze delle due Camere, molti documenti della clientela in sofferenza per non lasciarvi che i poveri tapini e i morti. E quali furono i massimi difensori di Giovanni Giolitti, in quei giorni di demolizione personale? Francesco Crispi, Giuseppe Marcora, Nunzio Nasi e Fortis!

Del primo è inutile parlare. Egli è sotto il peso di un quintale di materiale cavallottiano. Il secondo si era già reso innominabile per quella sua negazione che lo ha messo, sulla piattaforma dei mentitori, cioè di avere sottratto alla Congregazione di Carità di Milano una Borsa di studi destinata ai figli poveri, per darla al suo figlio ricco o in via di divenirlo; il terzo era già avviato alla celebrità dei malviventi comuni; il quarto era già passato dalla celebrità di Villa Ruffi alle vivande del Quirinale. Il passato di Giovanni Giolitti è dunque indimenticabile. Non gli sarà rimasto un centesimo di tutto quello che è stato carpito ai bassifondi delle banche. Egli avrà anche sagrificato del suo, ma certo egli si è messo contro la corrente della verità e si è lasciato trascinare dove il codice non protegge più nessuno.

La neutralità fu una finzione di Salandra. Come furono di Salandra i futili pretesti per la guerra. Mentre questo bonzone di carne malsagomata imbavagliava la stampa rossa e metteva in circolazione i carabinieri a snidare la gioventù della povera gente per rovesciarla al fronte come carne da cannone, mentre prezzolava giornali e giornalisti per la seminagione velenosa, negli angiporti della forcaioleria, si fabbricava, si ordiva, si lavorava, si requisiva, si calcavano i cortili di fanti, gli stabilimenti di esplosivi. Si disseminavano gli imbonitori di guerra in tutte le arterie della penisola per rinfocolare l’atmosfera. Da ogni parte cavalli, automobili, buoi, somari, motociclette, autocarri, biciclette a profusione. Le campagne venivano invase dai gallonai che vuotavano le stamberghe abitate, i granai e le stalle. Era un’agitazione sorda, febbrile, che si sentiva in ogni angolo. Nascevano quotidiani Si sentiva che gli agenti incaricati dai grandi maneggioni delle aziende che dovevano preparare la guerra avevano mano libera. Discutevano, ordinavano e mettevano sui tavoli chèques autentici. Questi avvenimenti furono la fortuna di molti. I ventraiuoli della penna non si videro mai affondati in tanta abbondanza. In ogni luogo un mercato, una fiera di anime in vendita. Vi si aggiungevano i saltimbanchi dell’oratoria incaricati di scaldare l’aria della strada tutti i giorni in diversi punti cittadini, fino a sera, quando entrava in funzione la sala, con l’eloquenza aulica. Le potenze centrali parevano di cartone. Si sfasciavano. Ogni oratore accumulava sulla sua piattaforma cadaveri nemici. Il commercio usuale andava prosperando. Le moltitudini in mezzo al continuo comizio rimanevano sbalordite. I consumatori rigurgitavano nei restaurant, nei caffè, nelle buvettes. Il tono della conversazione saliva. I conservatori si sbrigliavano. Parevano tutti sacripanti di caserma. Il loro linguaggio era famigliare coi Napoleoni e coi Moltke. Su per giù parevano tutti usciti dal collegio militare e citavano le guerre come documenti personali. Io ridevo. In quel momento credevo ancora alla neutralità governativa. E per questo delitto mi condannarono due volte a un complesso di diciassette o diciotto mesi di reclusione con qualche biglietto da mille di multa. Le condanne mi fecero riposare nell’ambiente della disperazione.

Si soffre in mezzo a un mondo incendiato senza i mezzi di spegnerlo!

Le condanne mi avevano fatto strabiliare. Segno che la magistratura aveva avuto l’ordine di accopparmi col codice alla mano. Non si poteva essere più servizievoli. Non si rimaneva del resto oziosi. La grande guerra era incominciata. Il Belgio era stato invaso. Le scenate di Berlino ci avevano trattenuti parecchie ore nella meraviglia. La cacciata degli ambasciatori delle nazioni in guerra con la Germania, la fuga generale degli stranieri che avevano considerato Berlino come casa propria, i socialisti del Reichstag che avevano votato i fondi per la guerra, come se le teorie marxistiche fossero state di gomma, l’Inghilterra che era andata in guerra per proteggere i deboli, per dimostrare che non era vero che i trattati fra nazioni e nazioni fossero dei chîffons de papier, come aveva detto il cancelliere germanico. Cose che ci facevano passare il tempo. Il mondo si capovolgeva. La fraternità era naufragata nell’immenso fragore della internazionale dell’agosto 1914. Gli antagonismi di razza da quest’ora erano nella tremenda contesa. I cervelli non ragionavano. Un uomo passava dalle idee bianche alle rosse e viceversa senza pensarci più che tanto. Non si pensava più ai diritti degli altri che per frantumarli.

Da noi si cominciava a capire che si mutava l’atmosfera solo a guardare in viso ai conoscenti, agli amici, alle persone con le quali si aveva trafficato e lavorato. Nascevano delle freddezze subitanee. Non ci si stringeva la mano come prima. Molti vi guardavano negli occhi. I nemici di ieri divenivano gli amici d’oggi. Che cosa avveniva? C’erano in giro i borsoni. Si sbruffava. Si attizzavano i fuochi. Si spronava ad accumunarci in vista degli avvenimenti. Una cosa sbalorditiva. Eravamo affondati in una neutralità densa. I socialisti o meglio la direzione del partito era a Bologna a ribadire i chiodi. Si sapeva che il direttore dell’Avanti aveva dato altri giri di corda alla saldezza del partito. Non si doveva imitare i genossen. Poche ore dopo che la scissura era in piazza, Benito Mussolini aveva preso la fuga. Si era precipitato nel treno, era corso alla direzione, si era fatto di tutto il materiale intellettuale un fagotto e si era chiuso in casa sua per non rivedere mai più i socialisti che sulla piattaforma del dissenso. Che cosa era avvenuto? Lo si ora stregato, corrotto, comperato, borghesizzato? Si è fatto in un attimo un nome venale.

Il colpo di sopprimerlo dal proletariato sarebbe stata l’opera del Naldi, l’allora direttore del Resto del Carlino. Il Bacci è andato a casa del direttore dimissionario a supplicarlo, a baciarlo, a portargli un biglietto da mille se avesse avuto bisogno di denaro. Troppo tardi. Il fatto non era disfacibile. Benito Mussolini è rimasto vuoto del socialismo alla prima pacchettata di biglietti di banca. Il suo giornale personale apparve senza passioni generose. Tutti i giorni si invertiva di più.

Non ebbe che pochi seguaci senza piattaforma o screditati. Mussolini fu tra coloro che si gettarono su Giovanni Giolitti con tutti i nomignoli fangosi e brutali. Vi si era buttato sopra con le convulsioni della tigre. Parve un isterico. Per la prima volta facevano ribrezzo i rivoluzionari che scrivevano e andavano sulla piazza con caterve di contumelie furiose contro Giovanni Giolitti per punirlo di aver fatta l’offerta del “parecchio” (per conto dell’intermediario Bülow.) Vecchio imbroglione! Volpone della Banca Romana! Elogiatore parlamentare dei Centanni! Al fiume, il miserabile! Di città in città Giolitti ingrossava nella turbolenza, lo si vituperava in tutte le corrispondenze. Lo si esacerbava col linguaggio parossistico. Serviva di palla su tutte le piattaforme comiziali.

Serviva d’avviso di diffamazione su tutte le muraglie. Le matite lo malconciavano in tutte le guise. Egli era uno spione. Aveva tradito il re. Lo si vestiva da brigante. Gli si mettevano in mano sacchetti d’oro. Lo si cercava dappertutto per vilipenderlo, appenderlo, linciarlo, scuoiarlo, affogarlo in un intestino di materie fecali. I grandi quotidiani, dal Corriere della Sera al Giornale d’Italia andavano in giro carichi di purulenza antigiolittiana con orgoglio. Anche loro fingevano di credere che l’uomo che aveva servito per tanti anni e tanto fedelmente la reggia avesse potuto uscire da Villa Ada con il tradimento in saccoccia contro il sovrano! Mentre tutti sapevano che il re lo aveva mandato in piazza con il “parecchio” a consultare l’opinione pubblica. Un altro regnante avrebbe forse trattato diversamente il proprio servitore. Non sarebbe andato tranquillamente a pranzo mentre il suo fedele ministro era sotto la gragnuola delle ingiurie pubbliche. Vittorio Emanuele poteva sospendere l’uragano con una sola frase. L’ho mandato io in piazza col “parecchio”! Volevo sapere da qual parte tirava il vento. Sua maestà ha taciuto. Lo ha lasciato travolgere dal turbine e ha assistito alla sua catastrofe. Non se ne è più occupato. Imparate o signori. Questa è la gratitudine di Casa Savoia. Umberto ha fatto lo stesso con Francesco Crispi. Un giorno lo ha lasciato fuori al freddo.

A Genova, a Firenze, a Napoli, a Palermo, in tutte le città principali le scene della demolizione umana si sono ripetute con più fanatismo, con più barbarismo, con più urti.La vittima era rincorsa e bruciata in effigie. Giovanni Giolitti pareva il Prina. Lo si trascinava dovunque come dell’infezione tedesca. Lo si portava ai comizi, lo si scaracchiava in faccia, gli si andava sopra coi piedi e lo si strangolava a tutti gli alberi con sfuriate di improperi di una volgarità senza nome.

Io scrivo quello che è avvenuto. Mai ministro inglese in Irlanda è stato fischiato rabbiosamente come Giovanni Giolitti in Italia al momento di dichiarare a guerra all’Austria. L’uscita del “parecchio”all’aria libera ha fatto trasalire le coscienze venderecce dal Salandra al D’Annunzio. Salandra è uomo senza importanza. Non fu mai uomo di valore. Non è stato che il rappresentante della dotta ignoranza; lo elegge un collegio di idioti, dall’86. Nessuno gli ha mai profetizzato il potere. Scrive come un contadino stato a scuola. Reazionario, servile, valletto. Figura da ciambellano. Come ministro dell’interno fu padrone della polizia e dei denari per i rettili della stampa, la sbirraglia travestita, le spie altolocate, i vilificatori di professione. Sono andati intorno a lui nugoli di oratori da piazza e da salotto, ch’egli ha sparso in tutte le città e in tutti i quartieri. Moltitudini di accenditori di entusiasmi bellici. Giovanni Giolitti fu la sua bestia nera. Lo ha consegnato a tutte le bocche mercanteggiate. A tutti i detrattori di professione. Addosso, signori, addosso! Gerlate di calunnie. Nella capitale era inseguito come un rattone veduto attraverso la strada. Traditore! Traditore! Traditore! Egli aveva tradito il re. Vi si era intuato e gli aveva messo la corona al dileggio. Buffone! Canaglia! Vituperio delle genti! Veniva svillaneggiato, contumeliato, buttato nelle cisterne dell’immondizia. Intorno al suo nome nasceva la diffamazione. Tutti avevano carrettate di insolenze, di aspersioni, di vilipendi, di denigrazioni, di libelli, di scandali inauditi per lui. Lo si malmenava, lo si faceva a pezzi e bocconi. Parricida! La bassezza umana gli veniva affagottata e buttata alla testa. Perfido! Infame! Assassino della patria! Una fotografia di Giovanni Giolitti in una vetrina voleva dire una insurrezione, una provocazione. La bottega andava in frantumi. Gli si volevano cavar gli occhi, la pelle. Strappare le unghie dai piedi e dalle mani. D’Annunzio era in giro con il suo dizionario come un sacerdote delle patrie maledizioni. Egli era stato riabilitato dalla canzone di Garibaldi e le sue invettive inverniciate squillavano nell’atmosfera dei facinorosi. Antonio Salandra vedeva che vinceva. La gente contumeliava Giolitti e osannava il ministro della guerra. La popolazione impazziva. Giovanni Giolitti senza la protezione militare sarebbe stato appeso ai cancelli della Villa Borghese.

Lo si voleva squartare. Senza i drappelli monturati non gli sarebbe stato possibile raggiungere il portone della sua abitazione in via Cavour, per salire al 4. piano. Si voleva appenderlo, livragarlo, agganciarlo come un maiale e lasciarlo penzoloni, spettacolo di abbominazione pubblica. Non si voleva più di lui come uomo. Egli era un mascalzone che aveva mascalzoneggiato alla reggia. Le folle che volevano andare alla guerra con gli improperi seguitavano a portare fango al palamidone giolittiano e seguitavano ad accendere l’atmosfera per incenerirvelo. Senza la protezione militare egli sarebbe, stato sfinestrato dai suoi appartamenti. Dalle scale gli salivano urli che domandavano la sua testa. Il grido di dalli all’uomo! non ripugnava più a nessuno.

Gli aggressori lo avevano denunciato dappertutto. Arturo Labriola fu tra i creatori della corrente assassina. Più si andava avanti e più la corrente diventava ingovernabile. Parevano tutti lettori del Don Chisciotte. Lo mettevano figurativamente nella coperta e lo sbalzavano al cielo con ghignate diaboliche. Le bestemmie scivolavano da tutte le altezze. La sua testa serviva per il foot-ball generale. Essa era rincorsa da tutti i piedi. L’uomo di Dronero più era ansante e più era fatto correre a pugni, a randellate, a vomitate fraseologiche. Sua maestà taceva sempre. Egli lo lasciava aggredire liberamente da tutti quei cinici che finivano probabilmente nella lussuria della Suburra romana come il loro maestro. Il più scalmanato oratore di roba confezionata fu indubbiamente il superuomo. Egli era giunto dall’esilio dove pareva fosse stato relegato dalla collera italiana per le sue porcellonerie consumate negli scritti e nella vita. Aveva più nulla del gaudente. Pareva ch’egli indossasse il cilicio per la patria. Egli gettava tutta la sua carne al cannone. Faceva olocausto di sè. Invitava gli altri a morire come lui. Egli si sentiva superiore nel supremo sforzo di convincere i discepoli alla sua trasformazione. Il Bella-Ami dei tempi andati non era più reperibile. Egli si presentava come mondo dal terribile egoismo di una volta. Purificato si credeva in diritto di precipitarsi sui traditori della patria. Egli aveva assunto un aspetto catonesco. Il suo compito era di far diventare traditore Giovanni Giolitti. Si valse di tutti gli aggettivi che scrosciavano. Ne aveva dei terribili e dei sudici. Aveva degli avverbi abbietti, delle parole fracide per insozzarlo e scaraventarlo nauseabondo al disprezzo pubblico. Si elevava alla eloquenza tribunizia. Sgranchiva il cervello pubblico. I decadenti della legislatura erano tutti per lui. Dopo Genova, Roma. Passava come un grido d’orrore. Abbasso Giolitti! Abbasso il venduto a Francesco Giuseppe! L’intermediario del «parecchio» era Bülow, l’uomo della villa delle Rose, ambita da tutta l’aristocrazia romana.

Dalla stazione D’Annunzio era uscito tutto matido. Nè Garibaldi, nè Gambetta erano stati ricevuti dall’enorme folla alla stazione, riassunta in 100000 persone come quella delle radiose giornate del maggio 1915. I fanatici della guerra gli erano andati tutti incontro. Barzilai, Bonomi, Oliva, Medici del Vascello. Canti eroici. L’inno di Mameli, quello di Oberdan.

Momenti che parevano sacri. Il poeta si lasciava supporre come estasiato. Fu allora che proruppero in una sgolata feroce contro l’uomo della Banca Romana. Tremarono gli edifici. Il divo Gabriele era in mezzo alle moltitudini come una bandiera di guerra, della bandiera che stava per diventare maledetta e avviarsi a passare fra le guerre esacrate. L’agitazione d’annunziana era antirivoluzionaria. Egli era per la reggia, per la grande Italia, per mandare la gioventù del lavoro al macello. Viva la guerra! Abbasso Giolitti! Viva il re! Viva Salandra! Il verbo di D’Annunzio era artificioso. Gonfio e tronfio. Si propalava con suoni lugubri. Pareva ch’egli annunciasse che la nazione stesse per compiere il massimo sacrificio in nome del sovrano. Romani, italiani, fratelli di fede e d’ansia, amici miei nuovi e compagni miei di un tempo, non a me questo saluto d’ardente gentilezza, di generoso riconoscimento. Non me che ritorno voi salutate, io lo so, ma lo spirito che mi conduce, ma l’amore che mi possiede, ma l’idea che io servo.

Altri uragani di abbasso Giolitti, abbasso i vigliacchi! Dunque allarmi! ha gridato come se fosse stato Desmoulins!

Nessuna avvicinanza tra l’uno e l’altro. Il primo era in Roma come un cortigiano, una lingua patriottica che lavorava per Salandra, il buffone della compagnia. Il secondo fu il primo repubblicano dei tempi di Maria Antonietta, Coccarde rosse, aux armes! ha gridato e ha fatto la rivoluzione. D’Annunzio non aveva il riso di Camillo della Lanterna. Odorava il tradimento in Giovanni Giolitti.

La sua fortuna lo aveva fatto divenire un su e giù di Borsa. Le sue urlate letterarie facevano del chiasso. Lo si metteva all’incanto. Coloro che circondavano il nume dicevano:

– Fate la lista delle vostre prescrizioni senza pietà. Siete voi che avete salvato l’Italia.

Gli altri erano tutti immondi. Avevano gole immonde, strozze immonde, linguaggio immondo. Bülow era dell’immondîzia. Roba fetida. Lo si rotolava coi piedi. Gli si confiscava tutto. Era l’ora della revanche. Dal Campidoglio ha potuto dire: Sonate la campana a stormo!

Oggi il Campidoglio è vostro, ha soggiunto, come quando il popolo se ne fece padrone, ora è otto secoli fa. Il celebratore dell’animalità non è stato importuno. Salandra, il mangiatore di rivoluzionari, ha lasciato che il duce dei nuovi garibaldini scampanasse senza paura. Vero ciarlatano! D’Annunzio conosce trucchi per stordire ed abbagliare le moltitudini. In un grande momento, come un grande giullare di corte, si è fatto portare la spada di Nino Bixio, simbolo di coraggio, e la baciò fra gli applausi fragorosi.

– Questa spada del secondo dei mille, primo fra tutti i combattenti sempre, questa bella spada che un donatore erede di prodi, offre al Campidoglio, o Romani, è un pegno terribile.

D’Annunzio non cessava. La caccia a Giolitti era sua. Lo inseguiva e lo faceva inseguire! Voi dovete impedire che un pugno di ruffiani e di frodatori riesca a imbrattare e a perdere l’Italia. Nella Roma vostra si tenta di strangolare la patria con un capestro prussiano maneggiato da quel vecchio boia labbrone (Giolitti) le cui calcagna di fuggiasco sanno la via di Berlino. In Roma si compie l’assassinio. Noi siamo sul punto di essere venduti come una greggia infetta. Questo vuol fare di noi il mestatore di Dronero. Intruglio osceno, contro il quale un gentiluomo scoccò un epigramma crudele. Egli voleva che lo si lapidasse. Parole, parole. Erano parole. D’Annunzio non cessava mai di essere un verbaiuolo, un uomo vuoto, un adoratore della rettorica. Per una frase martellata sulla sua incudine si sarebbe fatto cremare. Era un vero frasaiuolo. Non era affatto un patriotta. Era un bastardo. Si era attaccato alla corda della campana in Campidoglio come si sarebbe attaccato a quella qualunque corda del vecchio regime. Egli abusava del suo passato di enfant prodige, di parolaio della letteratura dei decadenti, di studioso di alcova. Il re stesso è caduto nelle moine dell’esteta. Si è lasciato entusiasmare da quel grammofono vivo che spargeva tutte le buaggini, tutte le fole dei giorni dell’insensatezza della classe borghese.

Giovanni Giolitti che non era più un’opinione neanche parlamentare, che aveva fatto il suo tempo, che era creduto impotente a trascinare la vita a più alte concezioni, in mezzo a tanto odio letterario ha trovato simpatia. La democrazia o una certa democrazia gli perdonava il bombardamento degli arabi consumato nella Tripolitania per aggiungere una foglia d’alloro alla corona regia del signore di Villa Ada. Noi, no. Noi non gli abbiamo mai perdonato. Giovanni Giolitti fu come tutti gli altri che hanno servito la monarchia. Dopo Adua non si dovevano più accoppare gli indigeni per aumentare l’influenza territoriale del proprio signore. Nel 1910 si sentiva l’odore cadaverico del vecchio regime. Giovanni Giolitti ha voluto tentare di ringiovanire con un po’ di sangue africano, la supposta nazione del suo signore. Ha così compiuto delitti efferrati che la storia non gli può perdonare. Ma tant’è. Se non c’era lui ci sarebbe stato un’altro. Con la monarchia non ci sono diritti. Giolitti accettava il «parecchio» prima perchè era la volontà del Quirinale, poi per una ragione di concorrenza ministeriale, indi perchè egli conoscova le condizioni in cui si trovava la monarchia italiana di fronte alla monarchia degli Asburgo. Senza il disastro generale delle potenze centrali in fuga, Diaz non avrebbe certamente guadagnato più di Cadorna. Difatti chi si è mai accorto di lui? In Francia sta perendo Joffre. Non vive la fama usurpata di nessuno. Neanche nella guerra francese. Non c’è più posto in Francia che per il maresciallo Foch.

Il trionfo parlamentare di Salandra era vicino. Gabriele D’Annunzio ha avuto tempo di vomitare altre enfiate escandescenze. Salandra aveva rassegnate le proprie dimissioni. Non era più presidente. Era una farsa. Il re che aveva sentiti i prodromi della sua caduta e aveva lasciato Giolitti nel sacrificio si spoltriva per la guerra. La corona gli era ancora un fardello piacevole. Si credeva più patriotta del suo ex presidente del Consiglio. Dava il suo consenso al fuoco. La canaglia laida del ja era finita. La canaglia giolittesca non era più difendibile. Egli aveva seminato la sfiducia, si diceva. Aveva fatto credere la verità: che i magazzeni militari erano sforniti. Che si mancava di tutto. Denigrava. Aveva denigrato. Egli era un capobanda e un impostore. Giolitteria infettatrice, scompari! Salandra ha vinto. Si va alla guerra. Arturo Labriola ha applaudito. Gente di guerra appiccate il fuoco. Salandra dava ordine di iniziare il gabinetto nero. Leggete le lettere di tutti; non mandate telegrammi che ministeriali. Signoreggiava, Sia! Rispettate lo straniero e la proprietà dello straniero. Era per il pubblico. Salandra ha fatto telefonare ai giornali la sua bontà per i sudditi degli imperatori in guerra. Alla polizia invece faceva sussurrare: lasciate fare. È stato il primo movimento. La plebe ha iniziato subito i suoi assalti. La civiltà era andata. Da Milano a Roma, da Napoli a Palermo i tedeschi e gli austriaci sono stati snidati, inseguiti, assaliti, derubati, battuti, espropriati. Anatemi agli stranieri! Giolitti era cercato. Si voleva sgozzarlo. Lo si sgozzava. Lo si portava in giro e lo si bruciava o stroncava o sputacchiava in effige. Si voleva demolirlo in pubblico. Egli aveva mercanteggiato col nemico. Era un altro Bolo, un altro Humbert, un altro Lenoir. Addosso! Il suo nome era abbandonato alla taglia governativa. A Milano la processione antigiolittiana si era prolungata dalla Piazza del Duomo a Porta Venezia, finita con il massacro di un neutralista, Adriano Gadda. Il «parecchio» era questo: Parte del Tirolo abitato dagli italiani sarebbe stato ceduto all’Italia. Sarebbe stata ceduta la riva occidentale dell’Isonzo nella misura della popolazione italiana, compresa la città di Gradisca. Trieste avrebbe dovuto divenire città imperiale libera, con una amministrazione comune che le assicurasse il carattere italiano. Abbasso Giolitti! Indignazione riottosa in tutte le città. In certe regioni gli si sono fatti i funerali con la cassa da morto. L’on Graziadei, è stato buttato fuori dal caffè romano e fischiato clamorosamente. Salvemini ha fatto l’energumeno. Ha schiaffeggiato il De Bellis perchè non ha vociato Viva la guerra! Turbolenza, oltraggio e convulsioni un po’ dappertutto. Nino Mazzoni è stato inseguito dai pugni bolognesi. Il pungolo d’annunziano faceva furore. Due apostati. Due deputati andati a male: l’avv. Orazio Raimondo e l’avv. Senape Stanislao di Gallipoli. Vollero rivivere nella idea antica di patria. Non ebbero un barlume di idea moderna di cessare di sciogliere i problemi di frontiera a colpi di 420. Gli scalmanati si rovesciavano sui nemici della patria. Il re ha tentato di dare il potere a Marcora. Altra farsa. Marcora era un bubbone di rabagassismo nazionale. Fu ridato a Salandra. Giovanni Giolitti venne relegato nella vergogna pubblica. Nessuno avrebbe creduto alla sua risurrezione. Il Corriere della Sera gli aveva buttato sopra carriuolate di prosa limacciosa e funebre.

In gioventù, Giovanni Giolitti, uscito dalla burocrazia piemontese, non ha portato alla Camera che il suo doppio temperamento, la sua faccia voltabile dove lo tirava l’interesse. Asciutto. Più pronto ad ascoltare che a sbottonarsi. Non parliamo del suo cuore. Gli ha sempre anteposto la statistica: la fine del mese. Il documento della sua durezza statale ce lo ha dato lui stesso. A 78 anni, quando ha avuto bisogno di sconfiggere i suoi nemici ministeriali, si è valso del laticlavio. In gioventù non ha avuto bontà che per gli sfruttatori. Contadini ed operai furono il suo strame, le vittime del suo tempo.

Verso i cinquant’anni permetteva che i «villani» lavorassero dai primi lucciconi agli ultimi bagliori crepuscolari per una lira o una lira e centesimi. E quando ammutinavano per gli aumenti, pam! Li faceva stramazzare dai suoi Centanni. È orribile voltarsi indietro. Ci si trova di fronte a un ammazzagente. Egli è stato tale sulla piattaforma per un pezzo. Morti, feriti, fracassati. Granmichele, Roccagorga. Eccidî. Persecuzioni. Il grand’uomo per rinsavire ha dovuto passare fra gli uragani pattriottici del 1915, quando il socialismo si è visto altri deputati sulla scena dei Rabagas politici: Merloni, Cavallari, Basaglia, Sciorati, Bussi ecc. Giovanni Giolitti fu spinto violentemente nell’isolamento per qualche anno.

Lo si è paragonato a Depretis. Si, a 30 anni di distanza. Depretis era più strafottente, più poliziotto, più compratore di giornalisti, più corruttore di magistrati, più circondato di spie politiche. La giustizia era ai suoi ordini come lo erano le questure. Egli abusava dei suoi tempi. Commetteva più arbitrî, più violenze, più sconquassi umani senza sollevare i putiferî dei tempi di Giovanni Giolitti. Coloro che osavano fare della politica senza il permesso arrischiavano il domicilio coatto. Il domicilio coatto fu il suo teatro. Andrea Costa è stato il precursore di questa punizione. Senza gli elettori sarebbe morto in esilio a fare l’imbianchino. Crispi ha imitato Depretis. Forse lo ha esagerato. Continuatore della sinistra storica non ha mai dimenticato qui e là per lo Stivale lo stato d’assedio, flagello che dura tutt’ora. Crispi lo ha imposto fino in Sicilia, dove è stato chiamato il liberatore, il redentore, l’organizzatore della spedizione di Giuseppe Garibaldi.

Salandra non è stato meno canagliesco. Durante i suoi trionfi di guerra degli anni radiosi egli ha moltiplicato gli internati politici, i quali, con l’aiuto di Cadorna, venivano sestuplicati dalla gente bollata per disfattista. Non se ne è parlato durante la guerra per l’imbavagliamento dei rossi. Guai! Coloro che se ne fossero occupati sarebbero andati anche loro dove questa carogna faceva appollaiare coloro che lo disprezzavano. La viltà dei magistrati dei tempi di Salandra non va dimenticata. Con questo farabutto alla presidenza ministeriale la sovranità ministeriale fu una vera iperbole. Si strangolavano i giornali che non si acconciavano al mercato, e si viveva politicamente a dagate, a nerbate, a colpi di libretti di sorveglianza e a sentenze che facevano sbalordire. In una parola fu il periodo più canagliesco della storia Italiana. Siamo stati seviziati.

Con Giovanni Giolitti, alla Camera da ventisette anni, dominatore della maggioranza dal naufragio di Crispi, la brutalità governativa, ha dovuto diminuire in ragione dell’aumento dell’opinione pubblica. Ma le nefandezze, i metodi, i sistemi, rimasero su per giù identici a quelli di tutti gli altri mazzieri. Basterebbe dare un’occhiata alla Sicilia di Giovanni Giolitti. Il latifondo rimase sacro, I suoi delegati, i suoi commissari, i suoi questori, i suoi generali, i suoi prefetti facevano tutti parte del canagliume che non aveva riguardi che per l’alta mafia. Il contadino stava male! La forca, dicevano gli isolani, è per li puvureddi.

Giovanni Giolitti ha fatto nascere un odio di classe inestinguibile. I mali esistevano prima dell’ascensione del presidente dei ministri; ma diceva Colaianni, Giolitti li acuì in modo superlativo. Non occorre altro. Lasciamo i sobillatori e i galantuomini. Certo Giolitti non ha dato alla Sicilia che balzelli e sevizie poliziesche. Ai vecchi balzelli, ha aggiunto i nuovi, triplicandoli.

Il governo di Depretis non è mai morto da noi. Con Giovanni Giolitti è divenuto più scaltro, più simulatore, più astuto, più antipatico, più pieghevole al turbinio della eloquenza avversaria. La barzelletta di Depretis in bocca a Giolitti era più affabile, più bonacciona, più educata. Non c’era in essa che un po’ di sarcasmo, un po’ di ruvidezza. Rimasero due uomini. Si assomigliavano nel piemontesismo, nel burocratismo, nel funzionarismo. Depretis non si occupava che dei congegni amministrativi e non viveva che dei suoi funzionari.

Giovanni Giolitti che ha cominciato come lavoratore di tavolino a 1200 non ha mai potuto liberarsi dall’ambiente degli impiegati. Il funzionarismo gli è rimasto nel sangue. Le relazioni ministeriali sono stilisticamente stereotipate, non esalano che la puzza del vecchio inchiostro ufficiale. Non vi sono pensieri che lo agitino o ne rinfreschino la prosa ammuffita. Lui stesso non sa muoversi, Non sa pensare, non sa parlare, non sa sentire che burocraticamente.

Tuttavia non ha avuto simpatia per le turbe dei suoi dicasteri o per le masse delle sue aziende statali. Tutti i miglioramenti gli sono stati strappati. Tutte le volte che si è trattato di dare a questa o quella categoria o classe di impiegati uno stipendio meno iniquo egli ha ricalcitrato, si è contorto, rispondeva con sciempiaggini. Egli era con la stessa mentalità più che mediocre dei presidenti che lo avevano preceduto. Con Crispi quando ha minacciato tutti i postelegrafonici che volevano scioperare di un arresto in massa; con coloro che hanno mobilizzato tutti i ferrovieri che volevano una giornata tollerabile con il caro della vita. Vale a dire con sè stesso. La burocrazia con lui soffriva, ha sofferto, soffre. Non ci fu impresa che abbia dato ai lavoratori di tavolino benessere. Non parliamo degli amanuensi, della zavorra, dei procaccia a L. 200 e 300 all’anno. Ha lasciato comuni senza distribuzione postale per non dare ai postini che percorrevano 40 o 46 o 50 chilometri al giorno di montagna 750 lire ogni 365 giorni! Giolitti ha avuto le moltitudini a 700 e a 1000 lire all’anno! Roba da squoiarlo, anche perchè lui sa l’inglese e conosce le masse del mondo del lavoro inglese. Egli poteva essere con le nostre masse più umano.

Alto e funebre. È tutto un blocco nero. Senza humour e senza giovialità. Dickens o Thackeray non ha mai soffiato nella sua testa. La sua oratoria parlamentare non ha sprazzi, non ha scatti, non ha raffiche. È prosa senza luce. È tranquilla, è monotona, è pedestre. Non vi trovi mai il grand’uomo, il grande ministro, Chatham, l’uomo che sprigiona del vento caldo, che ti viene innanzi trepido o commosso o rabbioso o irato con gridi di dolore, con schianti d’anima, con improvvisazioni che rivelino un cervello o riassumino un avvenimento. Non c’è elettricità in lui, come c’è nel discorso di Lloyd George. Giolitti è troppo solenne, troppo rigido troppo flemmatico. Pare dell’oppressione disciplinata. Egli per quarant’anni non fu che un fusto di ordini burocratici. La catastrofe umana di Messina e di Reggio che conteneva tutti gli spasimi, tutte le disperazioni, tutti i pianti, tutte le terribilità lo ha lasciato burocratico. Come coi terremotati della Garfagnana di questi giorni. Lui non si immerse nel dolore. Giolitti non cadrà mai dal potere per un sussulto, una trepidazione o una frase tempestosa come Clemenceau. L’ingiuria non ha presa su di lui. Basterebbero quelle di Francesco Crispi, che fu il suo massimo denigratore, a farlo saltare in aria. Giolitti rimase e rimane imperturbabile. Preferisce attendere o circondare il nemico delle sue meditazioni.

L’odio di Crispi per Giolitti e di Giolitti per Crispi non è ancora spento. In vita si laceravano. Si accusavano. Si affissero come saccheggiatori di Banche d’emissioni. Crispi per L. 240 mila alla Banca Nazionale. Giolitti per 60 mila alla Banca Romana. Il primo, presidente del Consiglio, se le tenne per denaro personale. Il secondo, nelle stesse condizioni politiche e per delle ragioni elettorali, le restituì. Ecco la differenza. Crispi ha denigrato Giolitti e Giolitti ha raggiunto il secondo dei Mille nello scandalo bancario, facendo prelevare dal plico destinato alla magistratura 110 lettere di Crispi e di Lina, sua moglie, alcune di carattere pornografico dai suoi agenti di pubblica sicurezza.

Crispi fu uno di quei ministri che consideravano lo Stato un po’ come roba propria. Così coi fondi segreti nutriva la Riforma. Crispi ne ha maneggiati sei milioni. La Riforma aveva i contribuenti politici che le mandavano oblazioni volontarie. Giolitti non è mai stato così sputtanato. Dove si assomigliava fu nelle frasi di vendetta. Il concetto di Giolitti è questo: «Gli uomini si devono o vezzeggiare o spegnere» Macchiavelli! Crispi non andava neppure alla Camera per non vederlo. «Mi umilierei, diceva, cadrei troppo in basso se dovessi combatterlo. L’uno svesciò le cose dell’altro. Per Crispi sono venuti fuori degli imbrogli in tutti i tempi. È venuto fuori il traffico tra Crispi e Weill Schott per l’affare della vendita dei voti parlamentari di un deputato. Crispi, che ne fu il difensore, interrogato al tribunale, si salvò dietro il silenzio. Lasciò condannare il giornalista suo amico, ma non aprì bocca. Questa rivelazione pare fosse dovuta a un telegramma scovato da Giovanni Giolitti. Vezzeggiarlo o spegnerlo. Chi aveva mandato documenti di ladrerie ministeriali al ministero dell’interno? La risposta è di Giolitti. L’autorizzo a dire essere perfettamente vero che al ministro dell’interno giunsero documenti che potevano gettar luce non bella sopra qualche uomo politico (Crispi), ma quei documenti provenivano da tutt’altra parte che dai funzionari di pubblica sicurezza».

La fortuna di Giovanni Giolitti fu di vivere alla buona in un’atmosfera densamente piemontese, in mezzo a gente patriarcale che andava a messa tutti i giorni, a zii dal cravattone nero sul solino lucido aderente al collo che morivano a periodi, l’uno dopo l’altro, lasciando al nipote palazzine, case di montagna e da campagna, fondi di una certa estenzione, somme vistose senza che Giovanni sognasse di benessere. Mortogli il genitore, un anno dopo la nascita, tutti gli raccomandarono di essere buono. A Cavour, con la mamma Plouchiù, passava la giornata tra le barzellette di Melchiorre Plouchiù, consigliere di prefettura, e un racconto di Alessandro Plouchiù, futuro generale dell’esercito di Vittorio Emanuele II. Nessuno aveva mai sospettato in Jean l’uomo politico. La sua massima aspirazione si era fermata al consiglierato di stato. Leggeva libercoli di economia politica. I suoi svaghi letterari non andavano oltre le novelle a tinte sociali. Fu e rimase senza fantasia. È molto se è corso fino all’uomo povero di Feuillet. Raggiunse Tolstoi, più tardi, quando era già monsù travet. Non conobbe Dumas, pére, che per le sue proporzioni fisiche. Non ebbe le gioie dei futuri grandi uomini.

Le radunate celebri, i discorsi che diventavano storici. I discorsi indimenticabili. Vestiva male d’estate e d’inverno. Un abito grigio di primavera e un altro pesante e scuro nelle stagioni brumose. Le sue passeggiate avvenivano senza Dante in saccoccia. Non lo si vide gilettato e cravattato di bianco che ai ricevimenti di Corte quando non poteva farne senza. La sua tendenza era casereccia. Morta sua madre non fece il melanconico per molto tempo. Si diede subito all’occupazione. Neanche il matrimonio cambiò le sue abitudini.

Andava in giro con lo stesso cappellone di feltro grigio, col solino a basso risvolto e col bastone a nocche. Nelle giornate di sole si inrosettava l’occhiello delle rose che potava, mondava e inaffiava con le sue mani. Più di una volta la morte gli andava in casa a compiere veri assassinî. Un giorno un suo figlio di otto anni gli è precipitato da una botola aperta sopra una stalla e vi rimase.

Niente di scivoloso in lui. Un abbozzo di sorriso, una stretta di mano e un bon jour o un bon soir. Ai suoi tempi in Piemonte si scriveva e si parlava molto in francese. Cavour era di questi tipi. Le Du Barry e le Pompadour e le Antoinette le ha trovate nel Michelet. Non c’è flirt nella sua esistenza. Così si diceva a Cavour.

Politicamente rimase infeudato nel collegio di Dronero. I droneresi lo elessero alla 15 legislatura e ve lo eleggono ancora. Siamo alla venticinquesima. La sua entrata a Montecitorio è stata salutata con queste parole: «O m’inganno o il nostro nuovo collega è un Depretis senza la barba». Lo storiografo parlamentare paragonava la sua eloquenza alla celebrità di Stradella. Giolitti causeur o debater come Depretis. Nessuna chiacchera mentale in lui. Nessuna lavorazione fraseologica in Giolitti degli uomini che si costruiscono un’officina intellettuale per proprio conto. C’è in lui un tesoro inestimabile ed è la vita nazionale. Nessuno ne è più ricco di lui.

Una volta sarebbe stato elogiato come un ministro di vita modello. Sobrio e semplice. Più per gli altri che per sè. Adesso un uomo come lui ricorda l’americano alla Lincoln o il presidente alla Kriiger. L’uomo nazionale che va a piedi fa ridere. Il personaggio che non trangugia d’un fiato il calice di champagne mette in fuga. Giovanni Giolitti appartiene alle ultime due generazioni. Vive con la famiglia a Roma in via Cavour al quarto piano, come quando il protagonista sedeva come impiegato di tavolino. È rimasto così, Studente universitario accompagnava la madre in chiesa. E lei sovente l’aspettava in via Po, sotto i portici della sapienza, fino a lezione finita. Gente patriarcale. Si suppone che il grand’uomo non abbia mai fatto regali, neppure ai proprî di casa. Egli non è per le cianciafruscole. Non ha anelli alle dita. Li vede di malocchio sulle dita degli altri. Esecra l’intervista. Per lui è un cliché. È una buffonata. È scritta dall’intervistato per non udire più lamentele di inesattezze. Interrogatene Gabriele D’Annunzio. Nitti solletica il giornalista. Giolitti lo respinge. Sa leggere e scrivere l’inglese. Mi è stato detto ch’egli deve aver letto nel testo Shakespeare. Non credo, non ne ha avuto il tempo Avrebbe fatto del lusso intellettuale. Avrà letto Gladstone. Avrà letto Beaconsfield. Sarebbero arnesi del mestiere. Ma da noi non c’è gusto per la biografia parlamentare. È un campo rimasto incolto. Non se ne trovano che degli uomini che hanno fatto scandalo. E anch’esse povere. Le ricche sono degli inglesi, degli americani e dei francesi. Giolitti è metodico. Lavora otto ore, ne riposa otto e ne dorme otto. Salvo le giornate straordinarie. La straordinarietà è abitudine burocratica. Non ne rinuncia a una. La metodicità ve lo fa trovare a Cavour, al caffè Perapio, a un’ora pomeridiana a giuocare a tarocchi tutte le volte che può illustrare se stesso con gli uomini dei suoi primi anni. Il sarcasmo antigiolittiano è in un volume di Arturo Labriola, prima che divenisse deputato e assai prima che indossasse la palandrana monarchica. È sarcasmo di seconda mano, uscito dalla prosa malevolente di Palamenghi Crispi. In Giolitti c’è molta strafottenza. Egli fu ed è di caga Savoia. Le abitudini questurinesche sono di manomettere, di sottrarre, di far sparire, di aggiungere, di alterare. Ai tempi di Tanlongo fu lui che istigò il questore Felzani a impadronirsi di certe lettere in un certo plico per salvare dallo scandalo i personaggi reali che si erano valsi della Banca Romana e della Banca Tiberina. Gli agenti se le mettevano in tasca dicendo, l’uno dopo l’altro: vado in questura. E ritornavano senza lettere. Si è domandato al questore: Sa qualche cosa di quello che avviene il presidente del Consiglio?

Il questore: – Giolitti sa tutto.

Si sono rinvenute tre lettere pure di Giovanni Giolitti al direttore della Banca: nella prima era detto: «La lotta ferve e quindi occorrono quattrini; la seconda assicurava l’uomo che egli doveva elevare al laticlavio che la grazia al condannato che doveva procurare 50 voti al candidato di un dato collegio era stata fatta; e la terza domandava dell’altro denaro. «Se no guai a lei».

Fu sotto Giovanni Giolitti che la regina madre ha potuto spingere Doria e Canavelli – il primo alla direzione delle prigioni e il secondo direttore di un reclusorio – a strappare delle confessioni all’Acciarito all’ergastolo di S. Stefano – l’autore di un attentato contro la vita di Umberto I. Il dramma fu sciocco. Acciarito aveva un’amante. Gli si fece credere ch’egli, pochi mesi dopo la sua condanna, era divenuto padre, La lettera d’annuncio fu fatta credere della sua donna. La commedia è durata un pezzo. Le rivelazioni fecero qualche scalpore. Canavelli venne restituito al lastrico e Doria coperto dal palamidone che aveva coperto il maresciallo Centanni.

Doria, disse alla Camera che lo censurava, è un funzionario modello. Non ha che trecento cinquanta lire al mese. La responsabilità dei suoi atti è dei suoi superiori, ha risposto Giolitti alla Camera che si convertiva e applaudiva il trionfatore.

È naturale che con questi modi di governare l’azienda sociale aumentino i malcontenti. È del disgusto. Si può capire una donna sconvolta dall’avvenimento tragico. Essa ha una scusa. Impazzita o terrorizzata o paurosa di un complotto può ricorrere a tutte le buffonate per scovare la ragione dell’attentato. Il ministro responsabile di quello cha avviene deve capire che nel paese della disuguaglianza ci siano individui che regolino i conti alla giacobina. Chi è pitocco e si confronta con l’individuo sul trono può perdere i sensi e può esasperarsi. Sono avvenimenti di monarchie e di repubbliche. L’uomo del trono ha un assegno pecuniario annuo, pagato a dodici mesi anticipati, e in oro purissimo, di 14 milioni e 250 mila lire. È un assegno alla Montecristo. Nessuno patisce intorno a lui. I principi sono appannaggiati. La moglie del sovrano riscuote un milione in oro ogni dodici mesi. L’erede del trono ha una dotazione fino all’adolescenza. Stanno tutti bene. Occupano beni immobili, mobili, di proprietà dello stato senza tirare fuori un centesimo. Non si può star meglio. Non si può desiderare di più.

Pietro Acciarito, di 26 anni, nativo di Artena, fabbro ferraio, disoccupato, ha veduto il re che andava al Derby reale e ha compiuto il suo attentato. Non si mangia! Bisogna pur fare qualche cosa, ha detto all’atto del suo attentato. Il sovrano, nella victoria che lo conduceva alle Capannelle, ha avuto un concetto moderno: – sono gli incerti del mestiere.

Non ci sono più sovrani che non abbiano di questi infortuni.

Risaliamo in una atmosfera più respirabile. Per giustificare i su e giù di Giolitti bisogna dare una capatina anche alle altre vite. In politica non si parla più di coerenza da un secolo. È un’idea antidiluviana. Tutti furono incoerenti. I Pitt e i Canning hanno cambiato opinione. Roberto Peel è andato a rovescio. Wellington non ha potuto rimanere sui sentieri del reazionario. Gladstone li ha superati tutti. È andato agli antipodi in religione. Alla Camera dei Comuni fu il rappresentante di un duca. È stato per la schiavitù e per la libertà. Ha calcato in prigione un popolo intero e ha urlato contro coloro che lo hanno imitato e preceduto. Sono ancora nell’aria i suoi urli napoletani. Pare che non si possa rimanere fermi in un’idea. Clemenceau ne è stato il più violento. È andato dall’apologia rivoluzionaria al traffico di sepoltore di ministeri. Un capo di Stato, per salvarsi dalla nomea di mente mutevole, ha scritto nelle proprie memorie che le sue apparenti incoerenze erano le coerenze del Paese che amministrava. I am with the people, rispondeva Gladstone agli avversari che volevano farlo arrossire. Io sono col popolo. A questo punto è giunto anche Giovanni Giolitti: «Io sono col popolo». Più di una volta egli lo ha lasciato massacrare dai suoi carabinieri e dagare dai suoi questurini, ma a 78 anni, a capo dello Stato, invertisce se stesso e si separa dai mascalzoni del potere che hanno fatto il ’98. «Ho letto – ha detto l’on. Giolitti al corrispondente – su vari giornali esteri e anche sul Times, la notizia che l’Italia sarebbe alla vigilia d’una dittatura militare. Assicuri i lettori del suo grande giornale, il cui grande liberalismo mi è noto, che non c’è pericolo di nulla di simile. L’Italia fece nel ’98 un piccolo esperimento ma doloroso, di poteri soverchianti a quelli civili. L’esperimento durò poco, e proprio da quell’errore nacque più vigorosa e sicura che mai la politica al cui trionfo ho consacrato tutta la mia vita e alla quale ho lavorato in ben cinque ministeri. Io sono un fedele del parlamento e delle libere istituzioni e mi pare di avere dimostrato chiaramente in venti anni di azione politica, che solo attraverso la libertà passa il progresso del popolo e si realizzano le riforme. La guerra – ha continuato l’on. Giolitti – ha lasciato residui di violenza in tutta Europa, e le tracce della mentalità di guerra non sono facili a scomparire. Ma il popolo italiano che ha combattuto tanto valorosamente non crede alla dittatura militare. Esse sono invenzioni di qualche solitario e fantastico letterato. (G. D’Annunzio) Nessuno in Italia si presterebbe ad esperimenti simili.

In Italia – ha ripreso il presidente col suo sorriso abituale, non esiste nè rivoluzione nè reazione. Le classi lavoratrici si agitano in lotte economiche che si risolveranno a poco a poco. Io non ho mai avuto paura di nessuno e men che mai della gente che lavora. Perciò la politica del mio attuale Ministero è, al pari di quella dei miei ministeri precedenti, orientata verso il miglioramento delle classi proletarie, senza ombra reazionaria.

– E l’arresto dell’anarchico Malatesta?

– Il Malatesta è stato arrestato dall’autorità giudiziaria. Il suo arresto ha tanto poco offeso le classi lavoratrici che nessuna categoria ha pensato di protestare. L’anarchismo è combattuto in Italia dallo stesso socialismo, perchè danneggia le organizzazioni proletarie.

Sono le due incoerenze, le due significative incoerenze. Per lui i metodi del capo degli anarchici non sono ancora del popolo che lavora. È una sua opinione. Se non sono ancora d’accordo è affar loro. Nei conflitti di idee Giolitti non c’entra, nè ci dovrebbe entrare. L’imprigionamento degli anarchici è una politica degna dei Cantelli. Gli imprigionamenti novantotteschi sono ormai deplorati da tutti, dallo stesso Giovanni Giolitti. Gli aguzzini sono passati nei musei degli orrori antiumani. Vi è aspettato Lloyd George.

Non vorrei essere al suo posto. Lloyd George che ha lasciato morire a oncia a oncia, per settantadue giorni, il sindaco di Cork e patire la fame ai sinn feiners, nelle carceri londinesi, ha per avvenire il ludibrio dei popoli. Sono crudeltà che un giorno o l’altro si scontano. Durante la guerra Lloyd George, l’eminente empirico della politica governativa, si è conquistato un nomignolo che gli resterà legato al nome. Egli fu chiamato «tigre»; come Clemenceau. Lo fu. Lo è. Lo sarà. La sua inclemenza è mondiale. Come ruler, come dominatore ministeriale, ha versato botti di sangue in ogni contea irlandese. Egli vi è stato più implacabile di Cromwell. Vi ha lasciato più stragi. Lo aspetta la mano del paddy, del contadino che egli ha seviziato più del sindaco di Cork.

La sua caduta è prossima. Egli è divenuto uno spavento e una costernazione. Scappiamo. Egli ci inorridisce. Egli appartiene alla dinastia degli uomini delinquenti. Alla sala di madama Tussaud!

È certo che Giovanni Giolitti ha molti punti di contatto con la belva di Downing street, la sede del premier. Mister George, come ministro e primo ministro, lo si può dire un autodidatta. Ha imparato facendo. Fu più lavoratore che studioso. Concedo. Non ne ha mai avuto il tempo. Non c’è letteratura in lui, come non c’è letteratura in Giolitti. Nell’uno e nell’altro non c’è che della pratica parlamentare. Sheridan non fu nel bagaglio dei due uomini, quantunque l’eloquenza non sia negata a Lloyd George. Dell’oratoria di Giovanni Giolitti ho già parlato. Non ha mai attirato folle. È un parlatore freddo a secco come quelli che parlano in terza persona. Non ha mai sfiorato Jean Jaurés. Sono i Lenine e Trosky che affascinano ai nostri giorni le moltitudini, con i loro pensieri densi di audacia e le loro idee che elevano l’umanità e aumentano la civiltà. Preso nell’assieme il primo ministro d’Italia è una specie di fattore nazionale. Amministra, si cura dell’azienda sociale con un’oratoria piena di solecismi e di plebeismi. I Chatam italiani non lo hanno nutrito. I suoi ministeri sono stati cibati del suo pane. Sheridan era un godimento orale. Non lo si leggeva. Stampato diventava una vescica vuota. I discorsi di Giolitti contengono la vita comune. Non hanno immagini, non hanno soffi; mancano della turbolenza intellettuale; non vi si sente il demagogo imbevuto di democrazia pura. È uomo andante. Nella scelta degli uomini per la collaborazione dei suoi ministeri non ha avuto rigidezze di principî. Ha dato la preferenza a coloro che contribuivano a mantenergli la maggioranza. Non ha esitato a far passare dalla sua i moderati di tre cotte come i Tittoni, i Luigi Luzzatti e i falsi radicali come i sanguinari divoratori di libertà alla Giuseppe Zanardelli. L’incoerenza fu sempre sua. Un giorno il trionfatore piemontese non ha esitato a bussare all’uscio di Filippo Turati. Giolitti credeva di sciogliere molti problemi e di camminare assieme per del tempo con il leader dei socialisti. Ma Filippo Turati sapeva a memoria la storia dei Millerand, dei Briand, dei John Burns d’oltre Manica. Non voleva turarsi le orecchie, impallidire per le strade, rifugiarsi nelle portinerie per sottrarsi alle urlate proletarie. Ha preferito lasciar passare gli altri più duttili di schiena e meno paurosi degli uragani delle masse. Leonida Bissolati, pur essendo stato considerato uomo tutto di un pezzo, dalla coscienza adamantina, fu il principe dei Rabagas. Incominciò a fare il consigliere aulico, nascondendo la sua vigliaccheria nel democratico cappello molle e nei guanti comuni dalla pelle oscura. È morto maledetto. Al suo feretro non erano che giullari e versipelli. I Bonomi, i Murialdi, i Berenini, i Cabrini e gli altri quattrofacce. Il discorso funebre di Filippo Turati, non lo ha assolto dai suoi tradimenti. Egli è e rimarrà un salariato di Corte, un servitore del re, un rinnegato dei socialisti. Dopo di lui si scende ad Arturo Labriola, l’ultima incarnazione dei voltafaccia. Egli è andato fino al trogolo.

Ha superato tutti i serpenti boa della politica e tutti gli apostati. Egli si è dato al lavoro di portar acqua al mulino degli uomini della forca. Ha piroettato come tutti i negozianti di coscienze politiche. Non lo si crederebbe. Fortuna che queste perversioni sono documentate con i caratteri tipografici. Egli è andato oltre Rabagas. Rabagas è un tipo immortale. Esiste, si riproduce, lo si vede in ogni movimento. Non c’è che Rabagas che possa impersonare, diciamo, Gustavo Hervé. Furioso contro la patria ha insegnato ai proletari che si sacrificavano per la patria a sbrattarsi dei pregiudizî patriottici per poi giungere, con la stessa bandiera immersa nel letame, ad agitare le anime dei lavoratori per incitarli a correre alla difesa di quella stessa patria composta di privilegiati e di paria. Hervé con coloro che hanno insegnato tutta la vita a bucare la pelle per una patria che non offre che la caserma per patire e i campi per morire diventa un uomo manicomiale. Non si può andare più vicini al vomito. Briand l’ha preceduto. Costui è andato tant’oltre che non si è trovato vocabolo adatto per deturparlo. Lo si è chiamato il «cinico».

Quando è apparso alla tribuna parlamentare come guardasigilli i copains non volevano credere. Si stropicciavano gli occhi compreso Gustavo Hervé. Sono rovesci mentali che fanno inorridire. Cosi è capitato a molti leggendo l’annuncio d’Arturo Labriola ministro del lavoro. È vero, non è vero? Si è creduto alla diffamazione. Sono i suoi nemici che hanno voluto fare di lui un buffone alla Millerand. L’ex direttore dell’Avanguardia di Milano non coltiva il suicidio. Non è possibile. E poi, con tutti egli poteva andare a fare il ministro, ma con Giovanni Giolitti, condensato da lui, nei suoi dieci anni di storia, come un ministro della mala vita, no, non si può essere più oltraggioso. Fu più scusabile Aristide Briand. I suoi peccati furono protetti da una toga. Aveva sciorinato principî per difendere il suo compagno Hervé. Poteva dire di aver esagerato. Arturo Labriola ha dedicato al suo nemico borghese trecento e più pagine piene di parole velenose, di aggettivi insolenti, di sostantivi brutali; vendicativi, obbrobriosi. Egli lo ha vilipeso, assassinato, rovesciato nei guazzi. Udite. Siamo alla caduta di Sonnino – l’uomo più brutto della politica parlamentare di questo paese. Lacchè di sua maestà, peggiore di Bissolati – nella vetrina dell’ironia labriolistica come «perito giurato di politica estera» e in «qualità di delegato ufficiale di tutto il sapere di politica estera del partito socialista». Sonnino, del patto di Londra, non ammetteva nella politica estera che il Sovrano. Era politica di grande stile. La nazione ne era esclusa. Le malefatte di costui sono molte. Sono serbate allo sventratore dei misteri ministeriali. Tra le altre villanie egli ha fatto graziare la signora Linda Murri, condannata a dieci anni per complicità nel torvo assassinio del marito Bommartini – grazia pagata 40.000 lire, secondo la dichiarazione di un deputato fatto senatore. Non appena si legge di Giolitti in Labriola si trovano le deviazioni giolittiane, le bande giolittiane, il sornione Giolitti.

Il Giolitti che aveva rotto i timpani dell’Italia per vantarci i progressi che le classi lavoratrici avevano realizzato sotto il suo governo. La verità vera era proprio il contrario, diceva Labriola. Il Giolitti labriolizzato è in un continuo baratto coi socialisti che gli vendono alla Camera un’opposizione molle, comoda, utile per dei lavori alle loro leghe cooperative. Tra lui e loro non fu che un traffico. Cito un dialogo apologetico tra il corrispondente Tondi e Turati pubblicato nel Nuovo Giornale di Firenze.

– TURATI: Pare impossibile che noi abbiamo potuto desiderare di non avere tal uomo (Giolitti) con noi!

– TONDI: Così ti farai dare del clericale.

– TURATI: Fammi il piacere! Come si fa a parlare di clericalismo a proposito di Giolitti? È un uomo che ha bisogno d’una maggioranza e dal momento che gli era rifiutato il concorso dell’estrema, doveva bene procurarne un’altra. Ma se questo si chiama clericalismo bisogna riconoscere che esso finisce qui, perchè in sostanza dà ai suoi alleati delle chiacchere. A noi invece, suoi avversari, dà dei fatti positivi».

Così Labriola conclude che Giolitti con una sapiente distribuzione di lavori pubblici nei collegi dei deputati socialisti si è liberato dall’agitazione delle così dette spese improduttive. «L’on. Giolitti comandava alla Confederazione del lavoro e nella direzione del partito socialista si è potuto vedere la sua influenza quando è venuto lo Czar. Un suo batter di ciglio ridusse a zero i fieri accenti dei duci del socialismo, italico. Non è rimasto di tutta la agitazione che l’opuscolo «Fischiamo lo Czar». A Stupinigi non vi ha passeggiato che l’on. Oddino Morgari. Questo, signor Labriola, rivoluzionario e incendiarista di professione, calcando Giolitti nel porcaio dei politicanti quadrifronti e fracassando nella melma delle sue acrimonie i socialisti che fiutavano in lui l’ultimo campione della vergogna viva, è ora dove additava con cipiglio e insultava gli altri con vocaboli stercorari. Non si può essere più abbietti. Con tanto materiale rivoluzionario lungo il cammino percorso dal prof. Labriola lo si è visto accovacciato nel covo dove si sono immelmati i Bissolati, i Berenini, i Bonomi, e gli altri voltafaccia. L’on. Labriola, passato anche lui dalla parte della mangiatoia giolittiana, ha giudicato più di una volta il suo padrone con sarcasmo, insinuazioni e contumelie. Di Giolitti ha fatto fuori un pastore di tutta la Camera, buono per i neri, per i rossi, per tutti i colori.

Ha distrutto i partiti della democrazia variopinta per istaurare i governi delle classi borghesi. Così i ministeri. I ministeri, dove Labriola ha potuto penetrare, sono Borse d’affari. Lui pure è riuscito affarista coi clericali, costituzionali, socialisti indipendenti ed esibizionisti di mestiere. Nei paesi della decadenza le chiese riconoscono tutti gli dei. Così è delle istituzioni italiane. Aboliti i dissidi politici non restano più che gli affari. L’on. Giolitti ha chiamato imparzialmente agli affari tutti i deputati dell’opinione del paese a governare. Vi mancava Arturo Labriola. Egli era di fuori che urlava. Giovanni Giolitti gli ha buttato l’offa, una Borsa d’affari, l’ha abboccata. Egli è soddisfatto. Solo noi siamo qui a dicervellarci per capire la sua mostruosità intellettuale e camaleontica.

Ritornato al potere sulle spalle dell’estrema sinistra, dice Labriola, il «ministro della mala vita» lascerà tranquille le organizzazioni politiche ed economiche dei collegi dei deputati d’Estrema Sinistra; profonderà lavori amministrativi alle cooperative di lavoro dei’ deputati d’Estrema Sinistra: regalerà opere pubbliche, magari inutili, ai collegi dei deputati d’Estrema Sinistra; distribuirà impieghi e sussidî ai galoppini elettorali dei deputati d’Estrema Sinistra; largirà nuove leggi sociali agli operai industriali del Nord, concentrati nei collegi dei deputati socialisti, lasciando sempre a denti asciutti la grande maggioranza dei contadini settentrionali e meridionali; conviterà insomma al grande banchetto del parassitismo politico e amministrativo italiano i nuclei proletari e piccolo-borghesi delle regioni politicamente avanzate e rappresentate dai deputati d’Estrema Sinistra. E dal loro canto i deputati d’Estrema Sinistra, tranquilli e soddisfatti nei loro collegi, dimenticheranno il resto del paese; chiuderanno gli occhi sui carrozzoni giolittiani, quando pure non vi parteciperanno per riscuotere il tanto per cento, e si lascieranno agli alleati giolittiani del mezzodì «carta bianca» nelle faccende dei loro collegi d’Italia meridionale.

Chi ha letto Francesco Nitti sente il plagiario. Labriola è un astuto pedone che si porta via sotto le suole delle scarpe il materiale altrui. Assorbe, trasforma, ruba. Chi ha letto il Partito radicale di Francesco Nitti e ha letto la storia di Arturo Labriola non ha dubbio che l’uno è passato sul corpo dell’altro. Il secondo è un predone, è un plagiario alla Sardou. Ciò che masturba la sua penna è suo. È un furbacchione. Non vuol faticare. Francesco Nitti con una tavolozza ricca di colori ambientali fa circolare i lettori in una Camera affollata di mediocrazia. Egli ce la fa vedere come una vasta tenuta di speculatori. Essa è il «centro del grande affarismo di Stato». Labriola ne cambia solo i vocaboli. La sostanza rimane. Ci presenta i ministeri come Borse d’affari. Ecco tutto. L’idea non è cambiata. Che cosa sono i partiti? Combriccole scomparse. Non esistono più. Erano domestici di uomini: rudiniani, zanardelliani, sonniniani. Via tutti. Giovanni Giolitti non ha voluto che giolittiani. Ha vinto. Ha voluto essere lui il capo del gregge parlamentare. È ridiventato. In queste idee che non sono mie si è intuffato Labriola. Labriola ha vomitato la male digestione su Giovanni Giolitti che impera nel vivaio degli uomini mediocri. Nitti lo ha difeso. Per lui Giolitti fu migliore degli uomini che lo hanno perseguitato e vituperato. Nitti come scrittore è più coraggioso. Ha buttato nel letamaio parlamentare molta gente. Gente senza importanza. Antichi repubblicani o repubblicani non dichiarati; repubblicani alla Fortis, alla Barzilai, repubblicani che domandano grazie sovrane e pranzano a Corte col sovrano. Democratici scolorati, decorativi che coltivano l’intrigo e amano la mediocrità, come Giuseppe Marcora, salito in ragione delle sue inversioni. Gli eroi della piattaforma libera si rompono alla Camera. I clericali non cessano di essere della stessa vacchetta. Non hanno avuto disciplina. Non hanno avuto coerenza. Cornaggia è andato alla Camera come un divoratore di laici. Non c’è stato prostituto più insistente di lui. Egli si è fatto divorare da tutti.

Quando giunse alla Camera l’on. Cornaggia, noi aspettavamo, scrisse Francesco Nitti, la fiera parola, l’accusa contro lo Stato laico. Invece egli ha votato per tutti i ministeri, anche per quelli composti di massoni: da buon amministratore ha messo Dio in accomandita e ha dato voti di fiducia a un ordine che doveva negare. Che cosa è avvenuto dell’avv. Filippo Meda? Invece di riaccendere i conflitti religiosi e mettersi alla testa di gente preparata a morire per il papa ha indossata la livrea di Casa Savoia, quella che ha carpito e detiene il regno di sua santità, filosoficamente prigioniero in vaticano. Il “signore”, non è mai stato tradito così spudoratamente come dal direttore dell’Italia cattolica. Ormai il Meda del fascio democratico cristiano non è più che un arrivato applaudito dalla mafia della borghesia alla Camera. Camera? Che Camera! È un trogolo. La Camera è così affollata di cortigiani che non si è potuto, all’ascensione di Vittorio Emanuale III, discutere la lista civile! Nulla di più umiliante, ha scritto Francesco Nitti, borghese autentico. I vecchi uomini di destra non solo ne discutevano liberamente, ma alcuni di essi volevano riduzioni, altri ammettevano o volevano il controllo. In tempi così detti di democrazia non si è voluto nemmeno discutere, si è deciso tra clamori, e colpi di maggioranza. I repubblicani non possono più essere tali. Almeno se si devono considerare rivoluzionari. La monarchia doveva essere la loro nemica senza quartiere. Ora che l’hanno servita nei vari ministeri, e che hanno indossata la sua divisa per ingrandirla territorialmente, non parlino più di repubblica. Se dei repubblicani entrano in Parlamento deve essere solo per screditare e demolire le istituzioni monarchiche. E non per servirle ed esaltarle. Queste non sono le idee di Marcora, di Barzilai, dell’ing. De Andreis (galeotizzato dal re precedente per dodici anni) o di molti altri alla Camera, ma di Francesco Nitti!

L’on. Giovanni Giolitti riesce più di una volta un rebus. Non lo si capisce. Del parlamentarismo ne ha fatto una specie di mestiere. Scende e sale senza passione, senza voluttà. Se ne ha rimangono intime. Noi le ignoriamo. Si lascia sconciare e inzaccherare ed elogiare, senza perdere mai la calma. Per gli estranei riescono inesplicabili gli uomini dei suoi gabinetti ministeriali. Furono uomini di tutte le zone. Si sono visti con lui i più indemoniati contro la sua persona. Rovesciato nei letamai politici lo si è veduto rialzarsi in piedi, spazzolarsi il palamidone, pronto a tendere la mano ai suoi implacabili detrattori. Non mi meraviglierei domani di vederlo al thè con Gabriele D’Annunzio, il più obbrobrioso dei suoi oltraggiatori.

A che cosa attribuire questa sua insensibilità morale?

Coloro che lo hanno conosciuto intimamente l’attribuiscono a una sua pazienza felina. Aspetta il nemico alla distribuzione delle offe. Non si può credere diversamente. Arturo Labriola dopo avergli buttato addosso un quintale di mala vita gli è andato incontro a bocca aperta. Giovanni Giolitti gli ha fatto ingoiare un rospo vivo e gli ha confidato una Borsa d’affari: il ministero del lavoro. Dal suo spietato denigratore ne ha fatto fuori un suo eminente collaboratore.

La politica sfiducia tutti i giorni. Il bianco di ieri è nero domani. È materia malsana. Infetta la gente. Un giorno ho creduto che Francesco Nitti avesse minacciato la borghesia di impoverimento. «O mi date o prendo». Lui era ansioso di pagare i debiti di guerra. Si mostrava rosso di collera. Non se ne capiva la smania. Che cosa importava a lui se gli eredi dell’Italia ingrandita avessero contribuito a sopprimere i crucci delle nostre generazioni? Non voleva, non poteva indugiare. Bisognava pagare i debiti. E lui non aveva il torchietto di Tanlongo. Metteva tutti noi sotto i pressoi. O mi date diceva, o prendo. Egli sapeva tutte le intimità e tutte le baratterie, del pescecanismo. Egli sapeva che industriali di cinque o dieci milioni all’esordio della fabbricazione degli esplosivi avevano finito per assentarsi dalle officine con una piccola somma di mille milioni. Essi non hanno più potuto stare nella pelle. Palazzi, ville; ville e palazzi, automobili, charretes, equitazioni, corse ai Montecarli, pranzi luculliani, cantine napoleoniche. Sfoggi, libagioni, autoesultazioni. Caduto il grand’uomo per i suoi massacri proletari, per la sua persistenza nel mantenere la censura, per la sua ostinazione a volere il pane proletario al prezzo borghese, per i suoi aumenti alimentari che gli preparava quel boia di Murialdi e per i suoi fottuti senatori cavati dai ghetti delle speculazioni. Salito Giovanni Giolitti, gli arricchiti di guerra si videro più turbati. A 78 anni si ha un po’ più di misericordia per le masse. I miserabili nababbi spaventati si diedero convegni a Milano e a Genova. Studiarono il programma giolittiano e conclusero nelle riunioni clandestine che i problemi sociali dovevano essere sciolti a milioni. Abituare e agitare la stramaglia prezzolata a commettere continue canagliate, a suscitare disordini, a mettere gli uni contro gli altri, a produrre delle riottosità pubbliche fino alla demolizione del vecchio che aveva arraffato il potere un’altra volta e che voleva spogliarli con la nominalità dei titoli, con la confisca dei sopraprofitti, con le tassazione dei patrimoni. La somma raccolta per questa ignomignosa battaglia di migliardari è salita a non pochi milioni. Tutto hanno trovato. Nella feccia umana c’è di tutto. Sicarî, pennivendoli, fognaiuoli, trafficanti di medagliette e tutta la pleiade dei mascalzoni. Hanno trovato tutta la porcaggine della più abbietta popolazione. Al dorso di questa plebaglia pescecanesca era, inorridite, un uomo incredibile, un ispiratore, un suggeritore, un consigliere, Francesco Nitti, l’uomo del «se non mi date, prendo!». È lui che li ha arroventati. Che li ha incalzati a portare i loro patrimoni alle banche estere. «Se non mi date, prendo!» I primi avvenimenti di questa immondatezza è stata veduta in Roma. L’hanno iniziata contro i deputati rossi, contro coloro che condurranno i pescicani a vendere i giornali per le vie come è avvenuto dei generali, dei banchieri in Russia, all’assunzione del leninismo. Siamo alla fine delle ingiustizie sociali. I monopoli non sono più tollerabili. Come non sono più tollerabili i palazzi dei Bocconi e le abitazioni dove alloggiano i bisognisti del lavoro. Il mondo è cambiato. O assoggettarsi o perire!

Al nostro Rougon non è mancata che l’obesità. Egli ha le stesse alte ambizioni del vice imperatore francese, autore dell’impero liberale. Giovanni Giolitti ha sognato tutta la vita di riuscire capo di una democrazia multicolore che riassumesse il paese. Con tutte le apparenze di un personaggio pieghevole alle volontà della gente che lo circonda, ha l’istinto autoritario. È tenace nelle sue volontà e nelle sue vendette. Subdolo. Si è sempre lasciato credere onesto padre di famiglia. Ebbe invece le voluttà del Rougon. Ha avuto gli stessi episodi. Delle amanti a un tanto al mese. Cosa ormai comune. L’infedeltà completa, l’uomo. Rougon fu fedele all’impero, fino alla caduta. Di Giovanni Giolitti non se ne può dire niente. Può essere anche lui sbalestrato dagli avvenimenti. Per la monarchia egli ha sofferto come Rougon. Egli è stato per lei sotto la grandine. Le è rimasto fedele. Rabagas non avrebbe resistito al principe. Avrebbe aperto la finestra e si sarebbe popolarizzato. Egli ha resistito. È rimasto impopolare. Non ha neanche abolito la seconda Camera. Mi fermo a una delle sue ultime imprese. Per me la seconda Camera è inutile. Non è eletta. È una cloaca sociale. È il ricettacolo di tutti i mestatori invecchiati, di tutte le canaglie politiche, di tutta la borghesia imputridita negli affari. La sua funzione sarebbe di rivedere il lavoro compiuto dalla Camera degli eletti. E quindi dell’ostruzionismo, una offesa alla prima Camera. Si mantiene a infornate. Le sue ultime sono state spaventose. Rappresentavano la bontà e la vendetta giolittiana. Non si poteva andare più in basso. In essa era la condanna di un sistema e una pochade politica. Certo non essendo in Giolitti la tracotanza cromwelliana il capo dello Stato si è abbandonato alla friponneries di sua eccellenza Eugenio Rougon.

Si direbbe che ha sfognato gli ambienti per riempire la seconda Camera di un regime moribondo, dei residui della esistenza sociale. Vi ha mandato tutte le teste svalorate. Mezzi uomini, mezze figure, mezzi caratteri. Antiche prepotenze, tipi ingrassati ai trogoli ministeriali, ex individui dalle facce gualcite e scialbe andati al denaro con i loschi affari che si contraggono negli angiporti del mondo della putrescenza. Su sessanta postulanti al laticlavio quarantaquattro erano rifiuti dei collegi delle ultime elezioni generali. Una vera aberrazione. Un oltraggio. La nazione è rimasta stupefatta. Nessuno ha potuto scendere negli abissi giolittiani a consultare il perchè della follia. Perchè tutti questi sconfitti? A quale scopo ha rovesciato nella Camera regia tanta zavorra rimasta schiacciata nelle urne delle elezioni urbane e suburbane? Chi lo sa! È vero. Giovanni Giolitti segue le sue volontà. Eleva o adima con la stessa facilità. Non ha mai indietraggiato davanti a colui che ha insultato sua maestà per tanti anni per poi adattarsi ad indossare la sua livrea e servirla come il Pantano, per esempio. Siamo in mediocrazia.

Dopo Arturo Labriola che ha dileggiato uomini e istituzioni, che ha chiazzato i sovrani di tutte le regge, che ha dato fuoco a tutte le borghesie, non credevo che la bontà giolittiana si prolungasse fino al terribile Sonnino, l’omaccio che ha fatto il demagogo con Salandra nelle turpi giornate del maggio 1915, sboccando con lui tutte le ingiurie piazzaiuole. Morte a Giolitti! Alla lanterna Giovanni Giolitti! Alla corda il traditore della patria! Non credevo che l’invettiva avesse così poca presa sulle sue carni. Ammazzatelo! Ammazzatelo! Ammazzatelo! avevano urlato Salandra e Sonnino. Sonnino! figura ripugnante! Senza spirito patriottico come Giolitti. Sprovvisto di eloquenza. Egli è stato al potere con Pelloux, il massimo forcaiuolo dell’Italia contemporanea. Un botro di cucina aristocratica.

I quattro anni di isolamento nel vituperio non hanno rinsavito Giovanni Giolitti. Egli si è ributtato nel suo sistema. È rimasto in aspettativa. Anzi vi si è rafforzato. Egli ha gettato l’offa del laticlavio ai suoi nemici al momento opportuno.

Sidney Sonnino ha trangugiato il rospo. Non si è rassegnato a vivere nel disprezzo e nell’oblio: Alberto Bergamini, direttore del Giornale d’Italia, che lo ha protetto dai nemici della piattaforma pubblica, ha pure abboccato. Giunto alla vecchiaia ha sentito il bisogno del laticlavio che lo distingua dalla geldra che dirige i giornali. Ormai i direttori dei quotidiani sono tutti allo stesso livello senatoriale. Quello che importa a noi è di sapere se i due associati che hanno vilipeso Giovanni Giolitti con le escandescenze dei maîtres chanturs hanno poi, rivedutolo al potere, prostrato il ginocchio e accettato l’umiliazione in una ricompensa reale o di antichità regia. Senato di terza categoria, si capisce, destinato ai martelli dei pionieri della ricostruzione sociale. Sia chiamato come si sia a noi importa poco. Seconda Camera. Camera superiore. Camera dei signori. Essa è sempre la stessa. È una Camera che non è neppure ereditaria. È lo strumento di un qualunque sovrano che se ne serve per ammansare e netralizzare gli avversari della sua monarchia. Se pure è. Perchè ormai la Camera dei vecchiardi è del presidente dei ministri. La firma del re è decorativa.

Il senatore Frassati ci ha fatto sapere che Giovanni Giolitti, è capace di farci fare un bagno nello spirito realistico. Bisogna che egli abbia fiutato nel suo uomo odori di battaglia. Il ritorno di Giolitti al potere è il risultato di una situazione politica. Non è un successo personale. Caduto Francesco Nitti, il più forte, non c’era che lui che potesse salvare la monarchia perseguitata dalla statistica di 500000 morti in mezzo a una borghesia nei disfacimenti avanzati o in mezzo a una borghesia che batte una via propria. Essa è sulla via della fine. Giolitti è dunque il suo leader. È lui che la condurrà al disastro. Ma Frassati lo ha veduto come un leader di popolo, come un condottiero di nazioni. Non si rifà la testa. Giovanni Giolitti non si cambia.. Egli è un rappezzatore della società, non è un rinnovatore. Non è Lenin. Basterebbe citare la sua concezione sugli impiegati pubblici. Il loro sciopero gli è sempre parso una aberrazione. Eleva lo Stato al disopra del padrone e mantiene il lavoratore statale allo stipendio del padronaccio, del senza cuore, del senza testa. Concezione falsa. Chi lavora non accorda privilegi allo Stato. Non vende le sue ore che ai prezzi di mercato. E perchè dovrebbe soffrire per far piacere ad una azienda statale avara, venale, rapace? La mia bontà è mia. Se me ne cresce è per le mie donne, per i miei figli. Nessuno dell’antico regime, concede del suo per niente. Il re non scherza. Ha una magnifica annualità. Giolitti stesso non lavora per niente. Non è matto. Lloyd George lo supera di quattro volte. I deputati italiani hanno un’indennità. Tutti sono pagati. Ufficiali, generali, magistrati, prefetti, questori, papa e preti.

La Stampa dimentica gli anni di Giovanni Giolitti. Non può ringiovanire. Può modificare, correggere, ma non può nè rinnovare nè riedificare. Non è il presidente che possa cambiare l’antico regime. Esso vi è e vi resta. Con le sue autorità, i suoi onori, con i suoi privilegi, con le sue amnistie, le sue carceri, con i suoi ergastoli, con il suo Parlamento, con il suo Quirinale, con il suo vaticano. Cosi anche lui pasticcia. Si compiace ora della cooperazione del deputato Baldini. Palliativi!

Per risanguare l’erario, Giovanni Giolitti rincula, avanza, si ferma, scantona, s’impenna, si ricrede come tutti gli uomini di governo, ma non è un grande uomo. C’è in lui un po’ di tutto e di tutti. Un giorno respinge con orrore quello che infarcisce nel nuovo programma di domani. Ora è col popolo e ora gli è nemico. Ha approvato gli scioperi e li ha combattuti. Ha respinto l’indennità ai deputati per paura di democratizzare la Camera e l’ha poi proposta e votata. Odiava le suffragette come il ministro di là della Manica. La donna, sulla piattaforma elettorale lo aveva reso antifemminista. Ora ha dato il voto amministrativo alla donna. Domani le darà quello politico. Non lo si può definire. Si può dire che evolva col popolo. I vogliamo delle masse lo curvano. Non vitupera la specie come la vituperava Walpole. La compatisce. Un altro al suo posto avrebbe rintracciato i suoi nemici dei tempi di guerra. Egli li ha dimenticati o elogiati o esaltati. Ha perdonato gli errori ai grosbonnets che lo chiamavano sotto voce un disfattista; ai generali che hanno fatto fucilare i soldati senza nemmeno uno straccio di processo, come Luigi Cadorna e come il Duca D’Aosta che hanno aggiunto al supplizio il vilipendio chiamando i soldati vigliacchi più volte.

Giovanni Giolitti in politica pare non abbia rancori. Sarebbe capace di elevare al Senato Antonio Salandra. Vi è andato vicino. Vi ha infornato l’avv. Salvatore Barzilai che ha chiamato Salandra pubblicamente, «Capo illustre del Governo d’Italia». Nessuno ora lo crederebbe neanche se fosse proclamato da sua maestà.

Allora si credeva. Si gridava viva Salandra! e morte a Giolitti! E pazienza se il repubblicano Salvatore Barzilai, ministro senza portafoglio, si fosse limitato a inverniciare un uomo di gesso. Ha fatto di peggio. Ha fatto del bluff militare. Si è reso colpevole di esaltazione in un luogo dove non si sarebbe dovuto esaltare la menzogna. Invece di denunciare la deficienza di Luigi Cadorna, come capo supremo, ne ha fatto un Napoleone. Alla Camera, in comitato segreto, è stato lui che ha comunicato che sulla vetta dell’Ortigara, a 2000 metri, Cadorna aveva piantata la bandiera della vittoria, facendo trasalire dalla gioia e saltare in piedi ministri e deputati ad applaudire freneticamente una sconfitta, una grande sconfitta, una sconfitta di 30 mila poveri diavoli, trascinati alla guerra in nome di una legge e rimasti senza vita. Io non l’avrei mai fatto senatore, neanche se avessi letto tutti i suoi discorsi irredentisti.

Giovanni Giolitti non è tipo per i capovolgimenti sociali. Non è Kerenski nè Lenin. Il nostro ambiente non è rivoluzionario. È un ambiente di corrotti e di depravati. Lui stesso ha nel sangue il vecchio regime. Da noi si mercanteggia tutto. Tutto è vendibile, è negoziabile. Uomini e donne hanno il loro prezzo. I più restii sono i più cari. Onore, patria, dio, intelligenza, devozione vanno tutti al mercato a rivelare la nostra indigenza morale. L’ultima conflagrazione mondiale ci ha dato i più imperituri documenti della nostra razza pescecanesca. A Parigi abbiamo veduto i massimi mercanti di patria. Il Senatore Humbert; padrone del Journal, ha lasciato entrare nell’amministrazione lo straniero per dei milioni. Bolo è andato al palo. Humbert è stato assolto. Il Bonnet Rouge, Lenoir, Desouches, Ladoux, eccettera, eccettera. Gente inviata al palo e alla galera per dei contratti compiuti col nemico. Perfino un ministro è stato esiliato per sospetti. La patria per molti fu un terreno negoziabile. In Italia abbiamo avuto i nostri Bolo, condannati alla pena capitale anche in Francia, come Cavallini. I processi dei venditori della patria esistono, li ricordiamo. Molti si sono squagliati. Come in Francia abbiamo avuto coloro che sono andati in fondo alla speculazione del sangue proletario. Per la conservazione dei gradi molti generali, inadatti, deficienti canaglie, hanno sagrificato centinaia di migliaia di uomini. Basterebbe citare Caporetto. Siamo andati fino al ghetto. L’istinto della nostra borghesia industriale è stata condensata in parecchie frasi giolittiane al Senato. Gli arricchiti di guerra sono i nostri documenti. Mentre da tutte le parti della penisola si implorava il denaro per la continuazione della guerra e in tutte le provincie si esortavano le donne a portare l’oro lavorato all’altare della patria, a Udine si orgiava e intorno agli stabilimenti per la produzione del materiale di combattimento i pescicani mascherati di patriottismo inghiottivano milioni sopra milioni senza badare alle condizioni dell’erario. Nessuno ha superato il loro egoismo e le loro ladrerie. Le popolazioni venivano denutrite e defraudate dai trafficatori di commestibili e i soldati erano condannati dai predoni dell’esercito alla galletta, al pesce salato, ai fichi secchi, e ai caffè sofisticati e caliginosi. Loro nuotavano nei sogni dell’oro, andavano alle ricchezze fantastiche dei Montecristi, iperboleggiavano nelle ricchezze e assistevano imperturbabili con le loro «femmine» come le ha chiamato Giovanni Giolitti, e assistevano imperturbabili alle tragedie angosciose di quasi 40 milioni di esseri.

L’Italia dei Salandra, dei Boselli, degli Orlando passerà alla storia come un paese di predoni, di filibustieri, di falsarî, di cavalieri d’industria, di venditori di fumo, di un arrivismo indefinibile e implacabile. Fu l’epoca dei nuovi patrimonî, delle nuove fortune, dei nuovi trucchisti, dei nuovi Roberto Macaire. L’Italia di Francesco Nitti fu una penisola di delinquenti comuni. È stato un risveglio. Fa come il Temistocle dei ladri. Ha battuto il piede e la terra si è coperta di resse di grassatori, di svaligiatori, di trafugatori, di depredatori. Nessuna bottega fu più sicura. I magazzeni venivano sventrati. I vagoni spiombati e lasciati vuoti come nell’America del Nord ai tempi delle pelli rosse. Si aggredivano i viandanti. Si sorprendevano e si derubavano le persone per le vie. Non c’è mai stato uno spostamento di ricchezze come nei giorni dell’audacia ladresca. La ferrovia non assicurava più gli invii. La posta non fu più sicura. Le banche non furono più tranquille dei loro impiegati. La cronaca di quei giorni divenne tanto grava che Francesco Nitti non ebbe più fiducia nei questurini. Li deve avere sospettati di connivenza. Li disperse in un baleno. Quaranta, il capo della polizia, gli preparò un nuovo corpo. L’Italia ebbe le guardie regie nutrite meglio, vestite con più garbo, più riottose e più pronte a tirare sulle folle comiziali.

Giovanni Giolitti è stato il più sfortunato. Ha avuto l’eredità peggiore. Tutti gli acciacchi sono stati suoi. Lo si è veduto di malocchio. Lo si era considerato un morto. Si è così trovato in mezzo a una burocrazia inferocita dall’antica lesina statale. Con il regno di Francesco Nitti in continuazione a ogni passo sbucava una combriccola di farabutti, di avariati, di ladroni, di sfruttatori della febbrilità dei personaggi balzachiani. Dopo una crisi, un’altra. Un deputato al centro di una torma di speculatori di pecorino. Tutta una moltitudine di alti impiegati sparsa sulle terre liberate a succhiare, a mungere, a portar via, a mettere nelle proprie tasche come se fossero stati loro i redenti. Sono finiti tutti nelle bastiglie statali. Erano stati preceduti dalla fama di patriotti incorruttibili. Ci hanno insegnato che bisogna diffidare delle autobiografie. Giovanni Giolitti è stato inseguito dal discredito. Sfido io! Con una sudiceria di biglietti in circolazione come valori nazionali, l’aggio è andato in alto fino alla perturbazione. All’estero il nostro cento lire non ne valeva e non ne vale venticinque. L’igienista ha sgolato tutto il suo fiato per evitarci il colera. Al bucato la carta statale! Dalla salita di Giovanni Giolitti l’oro è rimasto invisibile, irraggiungibile, tranne quello che si paga trimestralmente ai personaggi del Quirinale. Tutti i generi sono cresciuti. Il mantenimento di quaranta milioni di persone al centro di tanti divoratori è stato il suo incubo. Il ministro si è accorto che la guerra aveva trangugiato anche il senso della onesta. L’inganno è divenuto supremo. La curée è divenuta generale e indistruttibile. Il commercio è rapacemente insaziabile. Tutti vogliono arricchire. Raggiungere, divenire, riuscire, ecco le aspirazioni del dopo guerra. Crepino tutti, se io vado al benessere! Un uovo, una lira. Una sleppa di manzo 12 o 14 lire. Lo sfruttamento delle classi sulle classi obbligate a mangiare e a bere per non morire come il Sindaco di Cork è divenuto barabbesco. È andato al di là dei prezzi del periodo di Francesco Nitti, quando gli affamati, hanno dovuto dare il sacco alle botteghe del pescecanismo alimentare. Il riso costa due lire al chilo. Una mela da 1.50 a 2.50. Una tacchina di due chili, 36 lire. La vita diventa sempre più intollerabile. Non ci sono più bottegai rivali. Tutti rubano. Se c’è un chilo di zucchero più del tesserato sale da sei a 18 lire, se siete fra coloro che pagano e tacciono. È un intrigo continuo. Il burro saporoso che costava una volta 25 centesimi all’etto va all’estero a prezzi favolosi. Quello adulterato delle nostre botteghe è salito a 3 lire all’etto. Il latte è spannato, annacquato e magari infarinato. È salito da venti centesimi a una lira al litro. Le nostre donne di casa sono alla disperazione. Le altre donne calzano calze di seta da 50 a 70 lire al paio; stivali e scarpe scollate dalle 100 alle 200 e più lire. Abiti di migliaia di lire in giro per tutte le strade. Biancheria lussuosa, pellicce che costano manate di biglietti di grosso taglio. È il vacchismo del dopo guerra. I giornali sono come imbavagliati. Non ne parlano. Non si occupano dei nuovi costumi. Non c’è più farina. Ci si fa mangiare il pane di munizione e tesserato. Un boccone di più è proibito. Si sta per ritornare alle code alle botteghe. Ieri si è sentito per le vie la mancanza del pane. I fornai sono ridiventati brutali. Hanno mutato linguaggio. Il tram è alla corsa della carrozza di prima della guerra. Il vino è andato al delirio. È divenuto imbevibile. Lo si concede ai prezzi degli ubbriaconi. È andato oltre le dieci lire al fiasco. Al fiasco diminuito. Al vino manifatturato, fatto in cantina, adulterato dappertutto. In provincia il rincaro è più sentito.

Giovanni Giolitti non sa più da che parte difendersi. È anche in lui la malattia di pagare i debiti di guerra e tace. Lascia che imperversi la speculazione. Non parlo degli abiti. Un paletot è vicino al biglietto da mille. Non mi occupo del combustibile. La legna è a trentacinque e più lire al quintale, bagnata. L’antracite è a cento e a centoventi al quintale. La lavandaia divora le famiglie. Con l’essicatoio le trangugia intere. Non è che il senatore Frassati che creda Giovanni Giolitti un grand’uomo. A quest’ora egli avrebbe fatto delle razzie per il linciaggio statale C’è tutta una popolazione da mandare al cappio. Ha una testa troppo borghese per sciogliere i problemi dell’esistenza. Accarezzava le turbe Francesco Nitti. Con la sua minaccia di «date o prendo», ai pescicani, così ha fatto scappare tutti i miliardarî delle nostre quinte avenues, tutti i nostri Morgan, i nostri Rockfeller, i nostri Gonld, i sovrani delle nostre industrie.

Così Giovanni Giolitti è in ritardo. L’oro è fuggito. Non è più possibile rinsanguare l’erario con i profitti di guerra, con la nominalità del titoli, con la revisione dei contratti di guerra, con gli in crudimenti sulle concessioni, eccettera. Per far vomitare l’oro ingurgitato bisognava agguantare gli arricchiti e giustiziarli. È un delitto camuffarsi da patriotti per involare la patria. È l’uomo energico che recide i nodi gordiani. Non è il legislatore che dice ai legislatori: il governo si astiene. Egli deve avere un’idea propria quando si è alle prese coi malandrini. Bisogna prendere posizione, come gli ha detto l’on. Turati. Gli ermafroditi della politica indispettiscono. Non ho finito. Giovanni Giolitti lo si riassume come il poliziotto ha riassunto Jean Valjean buttandosi nella Senna per cessare di perseguitarlo. Io cesso dal frugare nella sua vita per abbandonarlo al giudizio dei suoi governati. Il suo discorso al Senato lo eleva. È il suo capolavoro. È una pagina di vita vissuta. Vi si trovano censurati i suoi errori dei ministeri passati e vi si trova l’uomo che constata che i tempi della borghesia sono cambiati. È un po’ tardi, è vero. Sono cambiati, ma non abbastanza. Non c’è rivoluzione. Senza rivoluzione non si cambia nulla. Cosi si sta male, si sta peggio; la vita è insoffribile. Senza rivoluzione si muore. Il lettore la sentirà in viaggio.

Fra il discorso di un ministro borghese, o meglio quello imperioso e sonoro di Francesco Nitti che ha fatto scappare i nostri quattrocento Cresi con l’oro carpito allo Stato e quello di Giovanni Giolitti che fu un’urlata, sia pure fenile, udita da tutta la nazione contro i nuovi arricchiti e le loro femmine non ho scelta.

Signori senatori! Le questioni sollevate in questa solenne discussione sono di tale gravità che difficilmente un Governo si può trovare di fronte a domande più complesse, più gravemente, più profondamente efficaci sulla sorte del Paese. Qui si tratta non solamente di tutta la politica interna del Paese ma anche dell’avvenire della organizzazione industriale, cioè dell’avvenire economico del Paese. Per rendersi esatto conto delle condizioni vere delle cose e sovratutto per avere un concetto preciso di ciò che convenga fare nelle attuali condizioni, credo necessario ricordare un po’ gli avvenimenti che hanno preceduto questo ultimo, perchè unicamente dall’andamento successivo dei fatti ci si può rendere conto esatto delle condizioni attuali. Noi siamo di fronte ad una vera trasformazione sociale. È inutile nasconderlo: È necessario anche che ogni uomo politico, ogni uomo che ha responsabilità diretta o indiretta di Governo, tenga conto di questa sostanziale condizione di fatti.

L’avvento del quarto stato ha cominciato a delinearsi in Italia in modo assai energico nell’ultima parte del secolo scorso. È nei ricordi che negli ultimi anni di quel secolo i tentativi fatti per arrestare questo movimento ascendente del quarto stato hanno avuto conseguenze non certamente buone. Sono movimenti sociali che si possono regolare, dirigere, non impedire in modo assoluto. Nel 1901 e nel 1902 si ebbe un gran movimento nazionale. Il Governo presieduto allora dall’on. Zanardelli, e del quale io facevo parte quale Ministro degli Interni, riconobbe la libertà di sciopero. Allora le classi operaie della città e più ancora quelle delle campagne avevano nella maggior parte d’Italia dei salari assolutamente insufficienti alla vita e se si fosse negato il diritto di sciopero questo stato di cose continuando, avrebbe certamente prodotto uno scoppio violento. Allora in molte parti d’Italia, nella maggior parte d’Italia, i salari della campagna non giungevano ad una lira al giorno. Ricordo degli scioperi fatti per ottenere salari di 1,25. Quindici anni prima del 1875 il senatore Jacini, relatore di una solenne Commissione di inchiesta sulle condizioni dei contadini, dimostrò che nelle provincie, specialmente di Mantova e Rovigo, di questa zona della bassa Lombardia, i salari erano insufficienti alla vita e che conveniva aumentarli se si voleva avere una produzione agricola aumentata ed una vita tranquilla nelle campagne. Ebbene, 25 anni dopo i salari erano stati diminuiti. La libertà di sciopero allora parve quasi una rivoluzione ed era il riconoscimento della più elementare libertà umana, era il riconoscimento che almeno si ha il diritto alla proprietà della propria persona. Ora questa libertà non c’è più nessuno che osi metterla in contestazione. Questa libertà di sciopero ha elevato, e di molto, le condizioni dei lavoratori. I salari, dopo tre o quattro anni da questo riconoscimento della libertà di scioperare, sono stati più che raddoppiati, più che triplicati. In quasi tutte le parti d’Italia cominciò allora un periodo ascendente anche per l’agricoltura italiana.

Negli ultimi anni prima della guerra i lavori avevano una condizione di salari d’industria e agricoltura avviata ad un rapido progresso. È venuta la guerra. Non è il caso di nessun ricordo su questo punto, ma noi abbiamo il dovere di esaminarne le conseguenze economiche sociali e finanziarie, perchè, senza questo esame, non è possibile rendersi conto esatto delle condizioni tristi che ora tutti lamentiamo. Il movimento sociale ha avuto dalla guerra una spinta quasi vertiginosa. La trincea fu un campo di propaganda di idee sovversive la più efficace. Il soldato che tornava in licenza, invece di vedere i suoi concittadini compresi della solennità del momento, della necessità di sostenere in tutti i modi l’energia dei soldati, questo soldato trovava il paese in divertimenti che non sono stati mai repressi e fu un torto. Tutti i partiti, in questo periodo di tempo, fecero a gara a mettere innanzi delle promesse vaghe indeterminate gravissime. Si parlò largamente della terra ai contadini e delle fabbriche ai soldati; tutte parole vuote di senso per chi le diceva, ma la classe, che le sentiva, considerava queste promesse come l’acquisto di un diritto. (Benissimo, è vero). L’operaio, il lavoratore che si trovava al campo a combattere per la patria, ha avuto enormi sofferenze e noi dobbiamo avergli la più grande riconoscenza, ma ha perduto l’abitudine del lavoro, tranquillo, serio e ordinato. È vero che questo fenomeno non è speciale all’Italia. In tutti i paesi si lamenta che chi per tre, per quattro, per cinque anni non si è più dato al lavoro ordinato, severo ha perduto l’abitudine di lavorare. La riacquisterà, ma c’è un periodo transitorio durante il quale bisogna ammettere a questi lavoratori almeno una circostanza attenuante. Durante il periodo della guerra si impiantarono, per una necessità che nessuno discute, delle grandi industrie, che non avevano nessuna delle caratteristiche dei veri elementi industriali. Erano industrie che avevano un solo cliente, il quale anticipava i capitali, provvedeva le materie prime, pagava qualunque prezzo chiedevano. Questi industriali non avevano più nessuna ragione nè interesse di discutere la misura dei salari. E allora, non con la moneta deprezzata d’oggi, ma col valore della moneta prima di allora, si sono dati dei salari che rimaneva assai difficile mantenere a guerra finita. L’aumento dei salari non era pagato dagli industriali: l’industriale pagava qualunque richiesta di salari, perchè se l’operaio chiedeva il 10 per cento, l’industriale per lo più aumentava del 20 per cento i prezzi delle merci che vendeva allo Stato. (Bene). Gli operai ritornati dalla guerra ebbero la sensazione degli enormi guadagni che avevano avuto le industrie della guerra e non solo quelle, ma anche altre industrie, ed ebbero il triste spettacolo di quella ricchezza male guadagnata durante la guerra, frodando lo Stato che si metteva in mostra con una impudenza e incoscienza che non saranno mai abbastanza deplorate. (Vivi applausi prolungati). Il popolino ha dato a questi disgraziati un nomignolo che difficilmente perderanno, quello dell’animale di cui si è preso il nome, e le sue femmine hanno dato uno spettacolo dei più miserandi. (Benissimo!)

Venne l’armistizio. Il paese ha creduto che, cessata la guerra, avessero a cessare tutte le conseguenze della guerra, ma disgraziatamente venuto l’armistizio non si è pensato a nulla, non si è preso nessun provvedimento. Si è considerato come se da quel giorno la vita rientrasse nelle stesse condizioni in cui quattro anni innanzi si svolgeva. Fu un inganno dei più gravi. È difficile misurare le conseguenze di questo fatto di non avere, il giorno dell’armistizio, previsto le gravi condizioni che la stessa pace non avrebbe potuto cancellare. Io non narro ora i fatti che sono avvenuti; sono conosciuti da tutti. Vi fu grande movimento che è cominciato con gli operai metallurgici: gli operai metallurgici che rappresentano una massa all’incirca di 500 mila operai. Il senatore Ferraris mi ha detto che fu un torto del Governo di essere rimasto neutrale nel primo momento in cui gli operai metallurgici domandarono un aumento di mercede. Egli ritiene che sia dovere del Governo, appena nasce un conflitto di interesse fra capitale e lavoro, di intervenire con la sua autorità per far cessare questo conflitto. Io non sono della sua opinione. Io credo che quando si tratti di un semplice conflitto di interesse fra capitale e lavoro, lo Stato debba mantenere fra le due parti una neutralità: una neutralità vigilante, ma una neutralità, alla quale deve però rinunziare sempre quando le due parti richiedano l’opera sua come pacificatore. Ora, nel caso specifico, il senatore Conti ci ha spiegato molto chiaramente che nei primi tempi in cui sorse questo conflitto fra operai ed industriali, gli industriali avevano la convinzione che sarebbe stato dannoso all’industria concedere aumenti. Con quale diritto lo Stato sarebbe intervenuto per dire agli industriali; voi dovete cedere, dovete conceder questi aumenti? Se noi ammettessimo questo principio, qualunque industria dovrebbe cessare, perchè se ogni qual volta la classe operaia domanda un aumento di salario, il Governo intervenisse per costringere gli industriali a darlo, la vita industriale diventerebbe assolutamente impossibile. Gli industriali mi dissero (e mi sono permesso di accennarlo in una interruzione) quando passai da Torino, prima che le serrate avvenissero, che avevano intenzione di procedere alla serrata. E questo che dissero a me non era un segreto perchè me lo ripetevano molte persone, che non erano industriali. Io li sconsigliai in tutti i modi; e siccome comprendevo perfettamente che, trattandosi di una massa di molte centinaia di migliaia di operai, sarebbe stato impossibile intervenire con la forza, dichiarai a questi industriali che non contassero in nessun modo sull’intervento della forza pubblica. Questo dichiarai in modo formale; quindi nessuno si può dolere che il Governo abbia mancato in qualunque modo alla sua promessa.

Avvenne dunque l’occupazione delle fabbriche. Due cose si potevano fare, secondo coloro che criticano l’operato del Governo: o dovevo impedirla o, se non fossi giunto in tempo ad impedirla, dovevo sgombrare con la forza le fabbriche. Impedirla? Si tratta di 600 manifatture dell’industria metallurgica. Per impedirne l’occupazione avrei dovuto – dato che la mia previsione fosse arrivata così fulminea da giungere prima che la occupazione avvenisse – avrei dovuto mettere una guarnigione a questi opifici: nei piccoli, un centinaio di uomini; nelle grandi manifatture alcune migliaia. Avrei impiegato, per occupare le fabbriche, tutta indistintamente la forza della quale potevo disporre. E allora, chi sorvegliava i 500 mila operai che restavano fuori delle fabbriche? Chi avrebbe ancora tutelata la pubblica sicurezza nel paese? Quindi si richiedeva da me una previsione impossibile o un atto che, se io l’avessi compiuto, avrei messo la forza pubblica nelle condizioni di essere assediata e non aver più nessuna libertà di movimento (bene). Dunque questa ipotesi io credo di aver diritto di scartarla. Dovevo perciò far sgomberare le fabbriche dalla forza? Evidentemente dovevo iniziare il combattimento, la battaglia, la guerra civile insomma. E questo dopo che la Confederazione Generale del Lavoro aveva solennemente dichiarato che escludeva dal movimento qualunque concetto politico, che tale movimento doveva esser mantenuto nei limiti di una contestazione economica. La Confederazione Generale del Lavoro, nella quale io allora ebbi fiducia, ha dimostrato di meritarla, perchè la grande massa degli operai ha approvato le proposte sue. Se noi fossimo ricorsi alla forza, se avessimo adoperato l’esercito, i carabinieri, le guardie regie contro 500 mila operai, ci sanno dire i critici a quali condizioni avrei condotto il paese? Del resto, il principio della occupazione delle fabbriche, invece del semplice sciopero, aveva avuto un precedente un anno prima. Una industria molto importante, la Ditta Mazzonis, che ha diversi opifici e impiega molte migliaia di operai nel circondario di Pinerolo, fece una serrata perchè non voleva accordare cosa che gli operai domandavano. Gli operai occuparono le fabbriche. Un anno e più fa. Il Governo che cosa fece allora? Era Ministro il senatore Dante Ferraris (si ride). Non li ha espulsi, li ha riconosciuti a questo punto: che ha mandato un rappresentante del Governo a dirigere quelle fabbriche occupate dagli operai (Vivissimi commenti). È possibile che io seguissi questo esempio riguardo alle 600 manifatture dell’industria metallurgica? che avocassi allo Stato la direzione degli operai che avevano occupato queste 600 fabbriche? O che trovassi 600 industriali volonterosi o agenti del Governo che andassero a dirigere queste lavorazioni? Ma questo era proclamare la teoria di Lenin, fare la statizzazione totale di tutte le manifatture. Ora, io non mi sento il coraggio di arrivare così avanti in queste teorie come l’egregio sen. Ferraris. (Ilarità).

La questione dello stabilimento Mazzonis, ha avuto una larga, larghissima eco nel mondo dei lavoratori perchè essi hanno capito: questo è il modo: invece di fare sciopero, restiamo nelle fabbriche, il Governo verrà ad amministrarcele e noi andremo avanti magnificamente senza bisogno degli industriali. Questi esempi, questi principi sono pericolosissimi. Si andava così un po’ troppo direttamente verso gli ultimi postulati del socialismo. Io non so se ci arriveremo. In ogni caso, calcolo che ci vorrà ancora un mezzo secolo o anche un secolo. Giungervi così rapidamente, per quanto io venga descritto come una specie di bolscevico, francamente non me la sento. Quando si tratta di un movimento che abbraccia oltre 500 mila operai, non è possibile applicare puramente, semplicemente le norme ordinarie del diritto. Se io avessi fatto citare davanti alle preture questi 500 mila operai invasori per ordinare loro lo sfratto, sarebbe stato uno scoppio di ilarità. I reati individuali, come ha dichiarato, e dimostrato il mio collega, Ministro della giustizia, sono stati deferiti all’autorità giudiziaria. L’autorità giudiziaria sta raccogliendo le prove ed applicherà inesorabilmente le leggi. Ma un movimento complessivo di 500 mila operai non può formare oggetto di processo in sè stesso e anche sotto l’accusa di aver occupato delle fabbriche, tanto più quando c’era l’esempio di tanta condiscendenza da parte del Governo. Del resto, ragioniamo in puro diritto. Il fatto dell’occupazione di una fabbrica da parte degli operai, il fatto che operai stanno in un locale, il cui proprietario loro ordina di andare via, è una mancanza, è un reato, ma per espellere questi operai bisognava infliggere la pena di morte e vi pare che questa sarebbe stata adeguata alla mancanza commessa? L’andare con l’artiglieria, con le mitragliatrici, come qualche industriale è venuto a chiedermi, contro le fabbriche occupate sarebbe stato infliggere la pena di morte a persone che avevano commesso mancanze che sono punite con leggerissime pene secondo le nostre leggi (commenti).

Io ho creduto a questo punto mio dovere intervenire nei rapporti fra capitale e lavoro. Il Senato è già informato dell’accordo, che fu stipulato col mio intervento. Credo tuttavia necessario di ricordare i termini esatti di quel decreto, che fu preparato in una riunione alla quale intervennero i rappresentanti degli industriali ed i rappresentanti dei lavoratori. Il decreto è così concepito. (Legge il decreto).

Il concetto adunque di questo decreto è trasformare l’ordinamento delle industrie di modo che gli operai possano conoscere e moralmente il modo con cui le industrie stesse camminano. Ora è molto facile far credere che l’industriale, che l’industria fa guadagni fantastici, e quindi può se vuole pagare molto più largamente. L’operaio, ora ha modo di vedere se queste affermazioni, che gli vengono dai propagandisti, siano vere o non lo siano. Il giorno in cui una rappresentanza degli operai conoscerà esattamente le condizioni della industria, il corpo degli operai si renderà conto del punto a cui le sue domande possano giungere. L’operaio, il quale sa che se l’industria fallisce, rimane senza viveri, rimane un disoccupato, non può vivere. L’operaio, quando conoscerà le vere condizioni, è assai probabile che sarà più remissivo nelle sue domande. E del resto, questo decreto non pregiudica assolutamente nulla, perchè la Commissione «deve formulare delle proposte che possono servire al Governo per la presentazione di un disegno, di legge». Io, anzi, dichiarai tanto agli industriali quanto agli operai che questo disegno, quando essi lo avessero presentato, lo avrei fatto esaminare anche dal Consiglio del lavoro; poi questo disegno dovrà essere discusso dal consiglio dei ministri; poi dovrà essere presentato al Parlamento. Quindi ci sono garanzie che se un controllo sia da ammettere, sarà ammesso in modo da non compromettere l’andamento dell’industria ma nello stesso tempo in modo da dare alla classe operaia quella diretta partecipazione all’andamento dell’industria che la metta in condizione di un associato all’industriale anzichè di quella di essere un avversario dell’industriale. Del resto, questa questione del controllo operaio non sorge ora come cosa reale; è un postulato antico non solo, ma io rammento che il concetto del controllo delle fabbriche fu esplicitamente approvato dalla rappresentanza degli operai e dei padroni, degli industriali e degli agrari nel Comitato permanente del lavoro nella seduta del 5 marzo 1919.

Ha detto bene. Ministro di Vittorio Emanuele III. che leggeva Jean Jaurès, non poteva concepire meglio. Egli ha epitomizzato il regno del mio e del tuo con un cervello che tende all’avvenire. I suoi epigrafisti gli terranno conto di questo suo discorso. Per me è rimasto in anticamera. Doveva continuare. Non si raggiunge l’immortalità che con la rivoluzione.

Come Balzac è stato troppo visto nei suoi romanzi, cosa Giovanni Giolitti è stato visto troppo nella sua politica.

Sì, egli è ancora al lavoro di plasmazione che già lo si vede assumere nuovi aspetti. L’episodio dell’ammutinamento dei miliardarii era ancora nell’aria. Alla Camera si registrava la loro vigliaccheria compiuta con la distribuzione dell’oro ai teppisti di tutte le classi. I «mandanti», i Perrone, gli Ansaldo, i Burletti, i Vanderbilt, i quattrocento cresi erano sotto i denti del presidente del consiglio. Se c’è qualcuno, diceva, che coi miliardi guadagnati colla guerra cercasse di poter influire sulla vita politica del nostro paese si inganna. La Stampa ci ha fatto sapere che l’oratore alla Camera fu immenso. La Camera è scoppiata e ha diffuso i suoi entusiasmi. L’on. Maffi ha iniziato la storia narrando le prodezze degli ufficiali e delle guardie regia. L’Avanti! è stato aggredito. L’on. Brunelli ha rammentato l’incidente toccato all’on. Reina. Egli era in piazza Poli. Vide un ufficiale dei bersaglieri che alzava un bastone contro un operaio. Lo ha rimproverato.

L’ufficiale: – Siete stato in trincea?

Reina: – La mia età non mi ha obbligato. Ho fatto il mio dovere. Sono deputato.

L’ufficiale mi si avventò con una bastonata. Gli altri ufficiali mi vennero addosso con male parole. Una guardia regia mi colpi col calcio del fucile.

Baldini completa l’indecenza militare: un gruppo di dieci o dodici scalmanati insolentiva i deputati gridando:

– Venduti per quindici mila lire!

Il gruppo faceva di tutto per venire a contatto coi deputati. Il commissario lo ha impedito.

Voci: E allora di che vi lamentate?

– Malgrado ciò un giovane ben vestito di nero riuscì ad avvicinarsi all’on. Modigliani e a colpirlo violentemente con un bastone al capo. Io gridai: – Vile! assassino! Il giovane venne agguantato da un tale che aveva l’aria di un agente in borghese. Venne subito rilasciato. Perchè? Lo rincorsi. Il giovane venne nuovamente arrestato e di nuovo rilasciato da una guardia regia. Perchè? la guardia rispose: Il maresciallo lo ha identificato. Il maresciallo può identificare e mettere al largo? È una interrogazione mia. Giolitti non se ne è occupato. Non ci ha detto come va la faccenda delle guardie regie che arrestano e rimettono al largo. Sono autonome? Non lo sono? Fanno giustizia con le loro mani? Certo è che la loro carriera ha un avvenire. Salgono. A giorni saranno i nostri padroni. La scena bolognese ha dato loro un’importanza insperata. Giovanni Giolitti che noi credevamo al lavoro di incrudimento per punire gli odiosi pervenus che si cono arricchiti in guerra grazie ai compiacimenti governativi e militari, lo abbiamo riveduto alla Camera nella sua autentica veste di vecchio poliziotto. Gratta e gratta e ne esce il boia. Ci si trova di nuovo alla presenza dei Pelloux, dei Manpas di polizia e degli alti funzionari che hanno studiato tutta la vita come conculcare il gregge abbandonato ai loro abusi, alle loro sevizie, alle loro crudeltà. L’on. Turati, colui che ha lavorato ai tempi degli aguzzini della vita pubblica per sfollare le prigioni, per conquistare il diritto di riunione, per sopprimere il domicilio coatto, che è stato librettato lui stesso come delinquente comune; a vent’anni di distanza, l’uomo che contrastava ai governi malvagi di disciplinare la piazza a nerbate, si è lasciato sfuggire parole che costeranno care alle masse. Egli, Turati, dopo la contesa tragica di Bologna per «una bandiera», ha veduto l’ora di cominciare a disarmare, a deporre le armi, a pacificare gli animi. Giovanni Giolitti non se l’è fatto dire due volte. Egli si è subito dichiarato per il disarmo dei violenti. L’on. Turati, forse senza volerlo, è entrato nel suo ideale governativo. I violenti sono in generale i nostri nuovi poliziotti. Da quando la guardia regia è costituita ci furono cadaveri in tutte le riunioni, in tutti i comizii, in tutte le regioni. I socialisti sono stati presi per degli austriaci. Il poliziotto armato in un paese di libertà, è un anacronismo. È un nemico sociale messo in circolazione. Se la guardia regia è armata, il cittadino ha diritto di essere nelle stesse condizioni. La democrazia rossa dei tempi di Napoleone III agguantava il commissario che minacciava di sciogliere il comizio con i revolvers alla mano. Non aveva paura. Aveva anch’essa in tasca l’ordigno di difesa. In Inghilterra non c’è policeman armato che di un breve randello. Non c’è policeman che possa entrare, escludo il periodo della guerra, nell’abitazione del citizen.

La casa è il mio castello anche se fosse il tugurio della mia indigenza. Nessuno dovrebbe penetrarvi senza suonare il campanello, se c’è, o bussare con le nocche, se non c’è. Il citizen è orgoglioso del suo castello ed è pronto a morire per la sua indipendenza. Non sarebbe la prima volta. Qui da noi lo si disonora. Dove è appesa la miseria l’agente o gli agenti non discutono neanche. È un uscio di alcoolisti, o di ladri o di stramaglia carceraria. Si va avanti con le scarpe infangate, con il cappello in capo, con la voce rauca dei rappresentanti del potere, come se fossero loro, quelli incaricati di tagliare le teste. La libertà di tutti consegnata alla polizia disturba tutti i paesi. È una polizia che abusa. Domani, Giovanni Giolitti, quando avrà trasmesso a tutte le questure e a tutte le magistrature l’ordine di sopprimere le armi ai violenti ci accorgeremo del male fatto. Nessuno si sentirà sicuro, più libero, saremo pedinati sorvegliati, additati. L’occhio della guardia regia sarà su noi dalla mattina alla sera. Tranne i quattrocento arricchiti di guerra e la borghesia monarchica. Le masse che sono per natura contrarie alle prepotenze di governo saranno tormentate per dei nonnulla. Voltatevi indietro. È la nostra storia. Le leggi eccezionali hanno massacrato i nostri compagni degli anni passati. Le nostre masse comiziano? Quale è il questore che non ne esigerà la dispersione? Egli ha diritto al dubbio. Gli assembrati possono avere indosso delle armi, sia pure dei semplici coltelli accuminati. Via! Egli non vuole responsabilità. Scioglie. Ordina di sciogliere. Più tardi alla violazione dei domicilii. Tack! tack! È la polizia. Se non si apre si sfonda. Vi si sveglia e si fruga, si requisisce. Questa vitaccia è conosciuta da tutti coloro che hanno vissuto di politica prima della guerra. Figuratevi dopo! Poi non è giusta la giustizia di Giovanni Giolitti, anche se ha o avesse l’approvazione di Filippo Turati. Che diamine! A Bologna, in una zona limitata, è avvenuta una grave tragedia. Fu un episodio regionale. Non è che uno scontro fra fascisti e socialisti o un’aggressione di sorpresa fra gli uni e gli altri. La guerra civile è diversa. Non nasce in una piazza o in un palazzo. Cade l’epoca dei prefetti. I giornali morali che con Giolitti vivono obbligatoriamente con la gerenza sono sostituiti dai Trotsky della rivoluzione. Non prevedo, non annuncio, non so quello che può avvenire. Quello che so è che non si possono punire trentotto o quaranta milioni di persone perchè 300 di loro hanno versato del sangue.

Io non sono nè sarò mai per l’impotenza del cittadino. Cito due documenti che mi confortano nell’idea. A Parigi il 31 luglio 1914 è nato qualcosa di più grave che a Bologna. La capitale francese era tutta sottosopra, tutta emozionata. Non mancavano che poche ore alla catastrofe che doveva esterrefare il mondo. Nell’ansia generale il più grande dei francesi, Jean Jaurès, stava per scrivere l’articolo che doveva salvare la Francia e l’Europa dal terribile cataclisma e guidare il socialismo internazionale sulle vette della gloria. Egli aveva fame. I suoi compagni di redazione avevano fame. Scelsero il Croissant – vicino al giornale. Erano giunti agli ultimi bocconi. Tutti loro parlavano dell’avvenimento. Stavano per suonare le dieci. Una mano sciagurata spostò violentemente la tenda al dorso del direttore dell’Humanitè. Due detonazioni. Il più illustre storico delle rivoluzioni francesi piegava. Due palle nel cranio. Egli era morto. I compagni non gli hanno potuto offrire che i singhiozzi. Per l’amico dell’umanità non ci furono cha le lagrime dell’amicizia. L’assassino, Ronul Villain, venne agguantato. Non valeva nulla. Non aggiungeva, diminuiva. Era uno squilibrato, un pazzoide. La notizia è corsa per il mondo. Parigi fu in lagrime. Ha indossata la gramaglia. Fu una commozione intraducibile. Non fu la morte di un generale. La catastrofe di Joffre avrebbe lasciato tutti tranquilli. La scomparsa fulminea di Jean Jaurès ha messo lagrime in tutti gli occhi. Lungo la triste nottata, lungo la giornata successiva della sventura internazionale pareva di udire per tutte le vie, per tutte le piazze, per tutti i ritrovi la nenia del dolore. Jean Jaurès era stato ridotto al silenzio nell’atto in cui i francesi avevano bisogno della sua parola. La sua voce possente, grave e lenta, piena di vibrazioni e di suoni che remigavano nel cuore, era spenta.

Il 7 febbraio 1919, quando Foch aveva quasi compiuta la sua opera militare e l’homme anchainé non era più che l’uomo che aveva fatta la sua guerra, certo Cuttin, anarchico, lo attese e gli scaricò addosso nove colpi di revolvers, l’uno su l’altro, raggiungendolo nella regione polmonare. Se ne può immaginare il chiasso. Clemenceau, in quel momento, era considerato il vincitore. L’indignazione fu grande. Per alcuni giorni la stampa non si occupò che di lui. Cuttin venne portato in giro come un demente, un criminale. Condannato a morte e graziato dal presidente del consiglio ch’egli aveva tentato di uccidere, non rimase che il fattaccio di uno scriteriato.

I due avvenimenti, di Jean Jaurès e di Georges Clemenceau non potevano essere più clamorosi, più sensazionali, più commoventi. A nessuno in Francia è venuto in mente di disarmare la popolazione piena di revolvers, di bombe a mano, di pugnali, di bombarde, di tubi di gelatina, di mitragliatrici e forse di tanks. Nessuno, nè uomo di piazza, nè di spada, nè di legge, ha avuta la triste idea di proporre al governo di disarmare i violenti. Vale a dire tutta la Francia. C’è un minuto in cui la violenza è di tutti. Il presidente dei ministri non si è lasciato infuriare, non è corso alle leggi eccezionali. Ha accomodato la storia nel casellario. Ravachol passa. Il disarmo resta. Il bombardiere rimane un episodio, la soppressione della libertà indemonia. L’impotenza cittadina addolora. A tutto questo si preferisce il dramma. La legge eccezionale dà l’idea di un popolo di monatti.

Clemenceau ha domandato alla Francia tutto il suo sangue per salvare, diceva lui, il paese dalla disfatta che l’avrebbe resa schiava. L’attentato alla sua vita non ha suggerito il disarmo. La Francia fu saggia. Le restrizioni, le coercizioni, i decreti che azzoppano e storpiano le masse sono tutte misure fatali. Voi avete veduto quel capo della imbecillità italiana che si chiama Antonio Salandra. Davanti a Cadorna non ci doveva essere che un popolo in ginocchio. Non ha interrogato che lui per sapere se si o no si dovesse sottomettere la stampa alla schiavitù militare. La Camera vi venne coercizzata. Essa non ci fu che per votare l’oro per la guerra. Null’altro. La stampa venne evirata. Non erano ammesse che le esaltazioni militari, rivedute e corrette dalle mani prezzolate del comando supremo. La nazione, durante la cosidetta guerra, non ha conosciuto che Luigi Cadorna, generalissimo al cui confronto Napoleone I. e Moltke potevano nascondersi. Egli era un uomo di scalpello, di pennello, di libri alla Barzini. Borioso infallibile, inarrivabile. Sulle sue vittorie nessun dubbio. Il suo linguaggio gergale era sommo. Caporetto, nel suo calamaio, diventava un «ripiegamento». Le sue disfatte del trentino erano le sue vittorie, le sue grandiose gesta del maggio 1916.

Cadorna fu per anni il nostro tiranno. La sua potenza fu la nostra impotenza. Chi non lo applaudiva era un disfattista. Giovanni Giolitti fu il massimo dei suoi denigrati. Lo ha tenuto al bando tutto il tempo della sua supremazia. Tutto è stato perdonato a Cadorna; anche i soldati ch’egli ha fatto fucilare e senza neanche uno straccio di processo statario! Senza giornali che rivedessero le sue magagne mentali e militari l’Italia ha sciupato un’infinità di milioni e arrischiato di essere attaccata al carro del austriaco!

Cito esempi sopra esempi. Il tipo dell’eccezione legislativa sulla piattaforma parlamentare è indubbiamente Lloyd George. Spavaldo, braggadoccio, fanfarone, guascone, chitovinista fino all’auto-adorazione. Ci ricordiamo tutti il suo discorso all’iniziazione della grande guerra. Era tutto un rimescolio d’oro di sterlina. Vi si sentivano i quattrocento Vanderbilt alla volgarizzazione del dollaro. Udite. Le spese dell’impero britannico sono assai superiori a quelle della Francia e della Russia. Esse superano probabilmente di 100 o 150 milioni di sterline la cifra delle spese più elevate dei nostri due grandi alleati.

Noi abbiamo dovuto formare un nuovo esercito e mantenere una marina enorme: noi paghiamo signorilmente indennità alle donne e fanciulli dei combattenti.

Noi abbiamo dovuto far venire truppe dai confini dell’universo. Noi facciamo la guerra non solo all’Europa, ma all’Asia come al Nord, all’est, al sud dell’Africa.

La grande Bretagna e la Francia sono i due paesi più ricchi del mondo. Essi sono i grandi banchieri dell’universo.

Con i nostri piazzamenti finanziari all’estero, noi siamo in grado di sostenere per cinque anni le immense spese di guerra.

Basta. Io non ho voluto mettere in vetrina che la potente piovra che ha i suoi tentacoli in tutte le parti del globo o che sciorina davanti alla gigantesca conflagrazione la sua possanza. Sono in lui gli intenti dei Rolhschild. Egli figurerà fra le celebrità di cera della grande guerra. Dopo non trovate in lui che i denti della iena. Cresciuto in mezzo ai gladstoniani che volevano cessare la ferocia inglese contro l’Irlanda per la rapacità capitalistica si sono sviluppati in lui tutti i rancori contro gli irlandesi dei tempi del terrore. Noi tutti abbiamo veduto come egli sia rimasto sordo all’urlo mondiale durante la lunga e spasmodica agonia del sindaco di Cork. La gente tremava dalla collera e la faccia di Lloyd George pareva una maschera. Non dava la minima palpitazione dell’avvenimento che aveva fatto impallidire l’umanità intera. Morto il sindaco, noi poveri mortali osavamo sperare che la legge eccezionale che divide l’Inghilterra dall’Irlanda fosse finita. Credevamo che Parnell potesse rimanere nella sua tranquillità sepolcrale. Credevamo che la pietà lo avesse curvato. Nossignori! Non è finita. La storia della maledizione non finisce mai. Se gli scandali esecrabili di questi giorni compiuti in Irlanda con le leggi eccezionali ravvisate da Lloyd George andranno per il futuro, la fama del primo ministro inglese andrà come quella di Nerone e Caligola, fino all’estinzione della storia. Il colpo di stato di Napoleone III fu un massacro di ore. Non ha confronti con i delitti statali della iena inglese dei nostri giorni. Finita la tragedia alla Victor Hugo il poeta ha gettato il suo cacchinno alla storia e il figlio di Ortensia non fu più che un malandrino sul trono.

Ma Lloyd George è sempre all’esordio. Dopo una strage un’altra. Egli perseguita l’opinione nazionale che resiste alla Unione di John Bull. Uccide, affama, fracassa l’umanità tutti i giorni. Viola tutti i domicilii. Il giorno che è stato violato quello di Parnell, il grande leader di 85 deputati irlandesi alla Camera dei Comuni, ha detto sulla piattaforma: se fossi stato a casa mi sarei servito del fucile contro i policeman! Egli era tra coloro che volevano che la casa fosse il loro castello. Tutto hanno subito e subiscono gli irlandesi: la coercizione, gli arresti senza mandato d’arresto, il fanatismo poliziesco, l’incarcerazione dei deputati in massa, le impiccagioni periodiche, le persecuzioni lanlordistiche, gli sfratti paesani, le vergate a schiena nuda nelle carceri.

Che volete di più? L’odio per l’inglese è tanto alto in Irlanda che nessuno della Isola Verde pronuncia l’accento di John Bull. Se lo udite è delle classi maggiori ivi immigrate.

Malgrado che Lloyd George abbia assistito alle scene irlandesi nella Camera dei Comuni, fino dai tempi di Chamberlain, egli continua in Irlanda la storia dei più abbietti e spietati rulers. Disarma, imprigiona, strangola con cappio del boia, fucila per la strada, arresta nella casa e nelle vie, compie tutte le azioni piratesche. L’idea di incenerire le più vaste città inglesi fu di O’Donovan Rossa, colui che fu il capo dei dinamitardi. La concessione punitiva è ora passata nei Sinn feiners da Dublino a Werry, da Waterford a Wicklow. Tutti sono impegnati a impadronirsi della testa del mostruoso tiranno. Lloyd George è finito. Oggi o domani cadrà come tutti i mostri della esistenza. Vive come una belva, circondato dai detectives che hanno la mano sui revolvers. Egli non cessa, ma non cessano neppure i suoi nemici. In Irlanda si sa morire. Anche nelle mani dei carnefici essi trasmettono il grido delle generazioni di proteggere l’Irlanda, la verde Erinni, dagli agguati inglesi.

Muoiono fucilati sulle vie, sulle piazze, ai limitari delle case, in faccia alle plebi militari, agitando i cappelli, incoraggiando gli altri del loro coraggio. E muoiono come un popolo di eroi.

Long live Ireland!

e morte ai loro assassini.

FINE

da: www.liberliber.it