Paolo Valera – I cannoni di Bava Beccaris – Edizione Liber Liber

PARTE PRIMA

IL PRIMO CADAVERE DEL 6 MAGGIO 1898

Era venerdì. S’andava via per l’atmosfera tepida come tanti punti interrogativi. Gli uni guardavano in faccia agli altri e tutti sentivano dell’inquietudine dell’Italia agitata dalla fame. Pavia come Sesto Fiorentino e come Soresina, aveva avuto i suoi ciottoli innaffiati dalla strage militare. Il povero Muzio Mussi, il figlio del vice presidente della Camera, era stato tramazzato al suolo a ventitre anni e la notizia angosciosa, propalata dai giornali, passava sui nervi della cittadinanza come una scarica d’indignazione. In mezzo alle piazze, lungo le vie, si temeva e si presentiva la fucilata. La conversazione sentiva del momento. Era una conversazione animata, concitata, che lasciava udire un po’ della campana a martello. La gente parlava a monosillabi tragici, coi gesti che facevano sobbalzare il pensiero, con l’atto finale della mano in aria che traduceva l’impotenza e la minaccia.
Nei sobborghi, dove è più fitta la popolazione operaia, sarebbe bastata un po’ di retorica calda per mettere sottosopra il sangue cittadino che spumeggiava nelle vene. Con tanta irritazione che si andava accumulando per i quartieri di ora in ora, a ogni telegramma che annunciava che il governo curava, dappertutto, lo stomaco vuoto con la balistite, Milano avrebbe avuto bisogno di uomini prudenti che avessero saputo, con dolcezza, togliere e non aggiungere combustibile alla catasta che aspettava lo zolfino. Invece la metropoli lombarda ha avuto Vigoni, Negri, Minozzi, Prina, Winspeare e Bava Beccaris, regi lenoni che vedevano in ogni aggruppamento di operai masse di rivoltosi o di congiurati, imbecilli feroci che avrebbero livragato tutti coloro che non fossero caduti ai loro piedi a implorare la vita. Senza costoro, senza agenti di pubblica sicurezza, senza soldati, è certo che io non sarei qui a cucire insieme i brandelli sanguinolenti della pagina che ha iniziato le giornate di Bava Beccaris, il vecchio rimbambito che nasconde la testa nella sabbia come la testuggine per non udire le maledizioni che imperversano intorno al suo capo.
Alla mattina, come tutte le altre mattine, i grandi stabilimenti dei dintorni di Ponte Seveso, spalancarono i portoni e i proletari vi entrarono a frotte per non uscire che a mezzogiorno. Nelle fabbriche si era lavorato con disattenzione e si era chiacchierato molto sugli avvenimenti. In via Galilei, il contingente dei lavoratori, come il solito, ingrossava di minuto in minuto. Poiché vi si fermavano come negli altri giorni, quelli del Pirelli, quelli del Grondona, quelli dello Stigler, quelli del Vago, quelli dell’Elvetica e quelli di altri stabilimenti vicini, così non era una meraviglia se si vedeva in quella via e nelle adiacenze una massa nera di diecimila persone.
In mezzo a tanta gente che discuteva, alcuni operai e parecchi ragazzi distribuivano il manifesto pubblicato la sera prima dal partito socialista, manifesto redatto dalla penna turatiana che sentiva il momento e mandava in piazza la protesta d'”intonazione-repubblicana”, come dissero il Secolo e L’Italia del Popolo. Ma per gli agenti non educati all’agitazione costituzionale e resi prepotenti dall’incoraggiamento dei superiori, un semplice foglio volante che riassuma la condizione miserabile del proletariato diventa una perturbazione pubblica, un delitto. Due agenti della squadra volante, certo Rossi e certo Domenico Viola, detto il calabrese, si avvicinarono ai distributori, strapparono loro di mano gli stampati e ne arrestarono due. Potete immaginarvi il subbuglio. Uomini e donne si misero a gridare: molla! molla! Ma il Viola, che era il Prina della bassa forza, tirò via con la sua preda fino in via Napo Torriani, fermandosi al numero 24, la sede della questura del quartiere.
– Io ero sul posto, – mi disse un testimone oculare, capo sala in una Sezione dello Stabilimento Pirelli. – Alcuni compagni mi invitarono a trovare il mezzo di liberare gli arrestati, i quali erano seguiti da una moltitudine di tre o quattro mila persone. Avviandomi presso la sezione di questura trovai Carlo della Valle, l’omino che amministrava la Lotta di Classe e si poteva dire l’anima del partito. Ci trovammo in via Vittor Pisani e andammo senza indugio a parlare col delegato. Intanto di fuori si urlava e si scagliavano sassate incessanti contro lo stemma al di sopra dell’entrata. Dicemmo al delegato che i ragazzi arrestati erano dello Stabilimento Pirelli e che secondo noi non avevano commesso che qualche ragazzata. E il delegato ci promise che dopo aver consultato il questore, sarebbero stati messi in libertà. Uscimmo mentre i fischi degli stabilimenti chiamavano al lavoro. Il largo del Trotter e le vie adiacenti erano gremite. Ci avviammo verso l’edificio dei sordo-muti e al largo del Trotter vedemmo venire il Viola, con la rivoltella in mano, seguito da altri sei o sette poliziotti in borghese, che tenevano in mano lo stesso strumento della civiltà moderna. I cagnotti in borghese saltavano da una parte e dall’altra, puntando le bocche da fuoco alla faccia delle donne e degli uomini, minacciandoli e dicendo loro ingiurie che facevano impallidire e rimescolare il sangue.
– Mascalzoni! Vaianne!
Con tanta confusione, non so più se sia stato il Viola o un suo collega. So che uno di loro si avventò contro una delle ragazze che aveva agitato il foulard rosso che si era tolta dal collo, percuotendola alla fronte con il calcio della rivoltella. Non ricordo bene il nome della sventurata. Ma credo si chiamasse Marietta, una ragazza dai fianchi opulenti e dalle braccia che non avevano paura. La Marietta, uscita dallo stordimento, con la faccia rigata di sangue, con la bocca tutta agitata che gridava: assassini! assassini!, divenne una demonia che non si sapeva più come tenere, perché voleva rincorrere e agguantare il malandrino e punirlo come meritava. Ma io e alcune sue compagne riuscimmo a trattenerla e a trascinarla allo stabilimento a farsi medicare nell’ambulanza interna. Intanto che la si medicava gli operai e le operaie entrati volevano uscire di nuovo perché di fuori si gridava con insistenza che si doveva smettere di lavorare.
Il direttore dello stabilimento, signor Emilio Calcagni, e l’ispettore dell’ordine interno, signor Cavalli, correvano da una parte all’altra dell’edificio raccomandando a tutti la calma e supplicando ciascuno di dare il buon esempio e riprendere il lavoro. Così io, pur sapendo che dovevano venire Turati e Rondani, stati chiamati d’urgenza dal della Valle e dal compagno Songia, dovetti acconciarmi a rimanere chiuso nello stabilimento!
Io e gli altri di dentro, parevamo sugli aghi. Il lavoro che si faceva era un lavoro meccanico. La mente era di fuori, attorno, con le orecchie che venivano perturbate dalle grida che si udivano nell’aria: abbasso i birri! morte al Viola! – l’agente esacrato in tutto il quartiere per il suo carattere malvagio e violento e perché si diceva da tutti che era stato lui a menare il calcio del revolver sulla fronte dell’operaia ferita. Tra le due e le due e mezzo, riuscii a mettermi alla grata di una delle finestre che guardano in Ponte Seveso, proprio tra il numero ventitre e venticinque dello stabilimento. Era giunto il Turati e per i fori vedevo che era sulle spalle di due giovani tarchiati, con la mano appoggiata all’albero, che parlava a pochi passi dall’ufficio postale.
– Come deputato del vostro collegio, invoco da voi calma e pazienza. Non la pazienza dell’asino, intendiamoci, ma una pazienza di alcuni momenti, affinché in nome vostro, se lo consentite, noi possiamo trattare con le autorità per la liberazione dell’arrestato.
L’arrestato era Angelo Amadio, detto el pompierin, di diciannove anni.
Mezz’ora dopo ritornò Turati e riparlò alla folla su per giù con queste parole:
– Sentite, compagni. Noi abbiamo saputo che ormai questore e prefetto non possono farci nulla. L’arrestato che fu trovato coi sassi in mano… (Molte voci gridarono: No, non è vero!)… Credo anch’io, anzi mi auguro che non sia vero. Ma ora l’arrestato è nelle mani del procuratore del re, e io mi recherò da lui.
Ci fu una lunga pausa.
– Ascoltate ora un mio consiglio, o compagni! Qualunque possa essere la risposta, ve lo dico in coscienza, non dovete insistere. Questo non è il giorno. (Fu interrotto da una voce: E quand l’è ch’el vegnarà el dì?). Ho detto che questo non è il giorno; perché tutto è preparato per le più feroci repressioni. Il popolo deve essere abile e scegliere lui il giorno in cui si crederà preparato e organizzato per la vittoria. Non è oggi il giorno per la battaglia in piazza (grida e interruzione in vario senso). Sono di parere che dobbiamo limitarci a una cosa per volta. Ora dobbiamo liberare un nostro compagno, insistiamo per la sua liberazione.
E siccome la massa era assai eccitata e le pareva poco quello che le offriva il deputato del quinto collegio, così il Turati fu obbligato a ripetere quello che aveva detto.
– Vi ripeto, compagni, non dobbiamo lasciar scegliere all’autorità il giorno della battaglia. Oggi vi dico che sarebbe massacro! Fidatevi di me in questo momento: oggi è una rovina! Contentatevi della scarcerazione.
La cosa si era fatta seria. Su circa tremila operai non ne erano entrati, tra uomini e donne ottocento. In uno dei cortili erano stati introdotti, alla chetichella, un centinaio di soldati, i quali caricavano i fucili. Di fuori, in giro per l’edificio, tutte le entrate e tutte le uscite erano bloccate da un cordone di quattro file di soldati. Il fischio delle sei fu un sollievo per tutti. Uscimmo alla spicciolata, passando per la corte zeppa di soldati di fanteria, dai corridoi che precedono la porta d’uscita, e poi tramezzo agli altri soldati allineati sui marciapiedi. Vidi di nuovo il Turati, il Rondani e un altro che non ricordo in una carrozza scoperta. L’onorevole Turati annunciava a tutti che l’Amadio sarebbe stato messo in libertà prima di sera. Scomparsa la carrozza e gli oratori per la via Galilei, la moltitudine pigiata si ruppe e la maggioranza, che abita nei paraggi di Corso Loreto e alla Cascina Rotole e nelle vicinanze della chiesa di San Francesco, si avviò per la via Napo Torriani – anche per vedere che cosa si faceva alla sezione di P.S. Fra la moltitudine che si avviava verso casa, rasentando la sezione di P.S., l’ultima casa della via in faccia al Trotter, era l’operaio Silvestro Savoldi, un uomo di circa trentacinque anni, bassotto, tarchiato, dai capelli castano chiari, con due baffoni che tiravano al rossiccio, con due occhi che lampeggiavano. È impossibile dire, in mezzo a tanta gente, se era un tumultuante o un operaio che rincasasse. Ma la gente che lo ha veduto prima di cadere, mi ha assicurato che andava via lentamente senza badare a quello che avveniva.
Dal Trotter, dove era stata chiusa, a mezzogiorno, la truppa, usciva un plotone del cinquantasettesimo fanteria, attraversava il piazzale Andrea Doria e procedeva verso Napo Torriani coi fucili a crociat-et. Il grosso dei dimostranti era lungo il marciapiedi dalla parte opposta alla caserma dei questurini. I curiosi si erano assiepati a dieci metri di distanza dalla truppa che aveva fatto alt, e qua e là si movevano gli individui che lanciavano sassi allo stemma questurinesco. Pare che qualche sassata abbia raggiunto anche qualche soldato.
Fu come il segnale. Si udì lo squillo di tromba.
Si vide il fuggi fuggi, e si sentì il ran ran che spaventava, che infuriava, che sollevava grida disperate da tutte le parti e lanciava in aria una nube bianca in un silenzio sepolcrale.
Fu allora che anch’io gridai come la Marietta: assassini! assassini! Far seguire allo squillo le fucilate, senza il tempo di vuotare la via a gambe levate, è un delitto senza nome.
Non vi so dire se il fuoco sia stato iniziato dai soldati o dai questurini. Ma se tra l’uno e l’altro non c’è stato attimo di mezzo, le rivoltelle e i fucili devono aver incominciato insieme.
Non erano ancora le sei e mezzo e il povero Savoldi che credeva di andare in Corso Loreto, 40, era vicino all’altro mondo. Stavano per suonare le sei e mezzo e il disgraziato giungeva proprio al malaugurato portone della sede della sezione di questura, dove dovevano essere appiattati gli agenti della squadra volante. I dimostranti di fuori schiamazzavano e domandavano a gola piena se erano stati messi in libertà gli arrestati. E in questo mentre si vide sbucare il Viola con la bocca spalancata e la rivoltella tesa verso la moltitudine. Il Savoldi, sorpreso, vacillò e cadde col sangue che gli usciva a fiotti dalla tempia sinistra. Il suo assassino non ebbe tempo di ritornare indietro a leccarsi le labbra, perché una palla all’inguine lo stese al suolo cadavere. I due cadaveri mi avevano terrorizzato. Non ebbi un gesummaria! né per il primo né per il secondo. Mi batteva il cuore, mi sentivo in fiamme. In quel momento non ho potuto fare supposizioni. Ma non appena mi trovai fuori della zona dei disastri umani mi venne spontanea l’interrogazione, da chi era stato ammazzato il Viola. Da chi? Dalla folla: no; perché nessuno di essa possedeva un’arma da fuoco. Dalla truppa? No, perché la ferita non è stata fatta da una pallottola a balistite. E da chi allora? Mi è stato spiegato più tardi da uno che ha aiutato a raccoglierlo. È una supposizione, ma pare che il questurino voltatosi per ritornare a corsa sotto la porta sia stato colpito dalla rivoltella di un collega che lo aiutava a sfollare con le palle di piombo. La stessa persona mi ha dato l’altra supposizione, che la prima revolverata del Viola sia partita proprio tra lo squillo e la scarica, come un’incitazione, un avviso di far fuoco. Sia avvenuto in un modo o nell’altro, la moltitudine non ha avuto tempo di mettersi in salvo.
Dopo le tre scariche militari corsi dov’era il Savoldi e là, io e altri amici lo raccogliemmo, prendendolo per i piedi e per le ascelle. Respirava ancora e lo chiamammo per nome.
– Silvestro? Savoldi?
Egli guardava, con gli occhi istupiditi dalla morte che lo invadeva, senza rispondere. Lo riprendemmo e ci avviammo verso il Ponte Seveso per vedere se era possibile farlo medicare nell’infermeria dello stabilimento Pirelli. Ma la porta era chiusa e la linea dei soldati non ci permetteva di avvicinarci allo stabilimento.
Senz’altro decidemmo di metterlo sul tram, avviato alla Piazza del Duomo per il Corso di Porta Nuova. Fu una scena pietosa. Scomodammo la gente e, sorreggendolo davanti e dietro, riuscimmo a tirarlo sulla carrozza, adagiarlo lungo il cuscino e mettergli la testa insanguinata sulle ginocchia di uno di noi. Il tram non si era ancora mosso che il Savoldi tirò un sospiro lungo che ci andò al cuore, e chiuse gli occhi. Il tram andava e le nostre mani palpavano sul suo cuore come se avessimo voluto che continuasse a battere e a mantenersi caldo. Ma la pelle andava raffreddandosi e quando fummo in piazza Mercanti il medico di guardia ci mandò via con un bisillabo: morto! Il padre di cinque o sei figli era morto. E noi, angosciati, ricaricammo il primo cadavere delle giornate di Milano sul tram che andava a Porta Volta e dal luogo di sosta lo portammo a braccia, al Cimitero Monumentale.
Ritornato a casa seppi che la balistite aveva lasciato sul terreno delle donne e degli uomini feriti, due dei quali morirono prima o subito dopo l’aurora.
L’eccidio di Bava Beccaris era incominciato.

LA PIAZZA DEL DUOMO IL VENERDI’ SERA

Che scena! La nuvolaglia si voltolava su se stessa e il cielo rumoreggiava di tanto in tanto e faceva sentire i sordi boati che annunciavano l’uragano. Savoldi, l’operaio dello Stabilimento Pirelli, era appena passato coi compagni che lo accompagnavano a Musocco. La moltitudine che aveva veduto il tram di Porta Volta che infilava via Carlo Alberto, accorse a vederlo. Era tenuto su dalle braccia degli amici sotto le ascelle per dargli aria di passeggero, ma si vedeva che era floscio e andato. Gli occhi erano spenti, la pelle della faccia era morta da far paura e tutta la bocca semiaperta era dissanguata. Vennero consigliati di adagiarlo lungo e disteso. Il tram andava e l’indignazione incominciava.
Il cadavere era in tutte le conversazioni. Pochi lo conoscevano, ma tutti sapevano che era un operaio che aveva lavorato fino a quando la campana lo aveva messo alla porta.
La piazza si gremiva, i portici erano quasi affollati, la fanteria aveva bloccato le entrate della Galleria e nell’interno si vedevano gli agenti e i delegati di P.S. con la ciarpa del mestiere che andavano e venivano o sostavano in certi punti come in attesa di altri ordini. A qualche passo dalla scalinata della cattedrale, dove erano i bersaglieri col calcio del fucile a terra, ci fu un tentativo di discorso.
Non ebbi tempo di vedere 1’oratore sulle spalle di un gruppo di giovani, che una voce imperiosa lo aveva fatto scomparire.
– Giù, giù! o faccio suonare la tromba!
Eravamo tutti eccitati, tutti in un’atmosfera ardente. Guai se in quel momento un Desmoulins della strada avesse buttato nella calca una scintilla verbale e ci avesse spinti alla rivoluzione! Ci sarebbe stata una conflagrazione sociale. Inaspriti dal dolore, l’incendio sarebbe diventato generale. Invece, anche con la truppa che urtava la folla da una parte e dall’altra per separarla e disperderla nelle vie adiacenti, prevalse la prudenza. Senza lasciarsi frazionare si muoveva tutt’insieme come una massa enorme. Qua e là si respirava a disagio. Maledizione di Dio! Come nelle giornate del Colpo di Stato a Parigi, il temporale scioglieva il problema di spazzare la piazza tutta agitata dalla fermentazione cittadina. Tra le otto e le otto e mezzo si è udito come uno squarciamento di cateratte. Pareva che le folgori passassero lacerando il cielo e prorompessero lungo la corsa con esplosioni di tuoni e lampi che illuminassero tutta la volta sottosopra. Fu un diluvio. L’acqua veniva giù a rovesci col chiasso dei filoni che si rompevano sui tetti e sul selciato. La gente si salvava pigiandosi sotto i portici meridionali e settentrionali e per gli svolti delle vie che li lambiscono.
I cordoni militari che bloccavano la Galleria venivano rotti dalla lenta fiumana che non poteva più tornare indietro. Lo straripamento era così possente che si sono dimezzati o frazionati senza resistenza. Nessuna forza avrebbe potuto trattenerla. Una volta ingorgati nel grande tunnel non si camminava, si era portati e si andava via adagio adagio come voleva la corrente umana. Agli ottagoni la respirazione era affannosa. Ci si sentiva premuti da tutte le parti. Tuttavia si sentiva l’inno dei lavoratori cantato da mille voci. Vicino al Gnocchi era un impalcato che avrebbe potuto servire benissimo da piattaforma. Più d’uno s’era messo tra le travi con la voglia di sgolare l’orazione rivoluzionaria, ma non c’è stato verso. Gli agenti e i carabinieri non davano tregua a coloro che avevano la gola piena di prosa veemente. Gli squilli facevano il resto. Tumultuavano l’ambiente, respingevano la moltitudine e facevano larghi che si riempivano quasi simultaneamente.
Ho veduto Zavattari con la sua bella faccia sincera entrare dalla parte della Scala, dopo che era stato sul balcone municipale a pacificare i cittadini con gli altri oratori. L’interruzione della piazza e gli squilli erano impotenti a rarefare la ressa. Le trombe con la loro violenza che incalzava alla fuga, irritavano e indemoniavano.
Alle dieci molta gente spinta e risospinta era rimasta fuori della Galleria e si era avviata a domicilio. I questurini rincorrevano i dimostranti più clamorosi e facevano arresti. Gli arrestati passavano tra gli agenti che li tenevano per il colletto o per le braccia.
Le grida di molla! molla! moltiplicavano il numero di coloro che venivano violentati fino a San Fedele.
Alcuni arrestati s’imputavano e urlavano e si scuotevano per divincolarsi dai tentacoli polizieschi. L’odio di classe si era manifestato con tutta la sua perversione. I signori della Brasera Milanese, dal balcone del terzo piano al di sopra del negozio Munster, riversavano sulla folla parecchi secchi d’acqua.
La gente, esasperata, volgeva in alto i visi stravolti dalla collera con i pugni chiusi e la bocca divenuta un vulcano d’improperi.
I più lontani, quelli dell’angolo, tiravano al balcone sassi che precipitavano per la parete della galleria con un baccano indiavolato. Senza le corse e le rincorse dei questurini e dei carabinieri con gli squilli di tromba, avrebbero scontata la loro buaggine pericolosa con la morte del Prina. Guai se la folla avesse saputo da qual parte si saliva per entrare nei loro clubs!
Così non c’è stato che uno scambio di villanie. Ma i signori che hanno irritata la gente, la devono aver veduta brutta. Perché c’è stato un momento in cui ho creduto che gli epiteti vergognosi e sanguinosi che le buttavano sopra con i loro scaracchi la inducesse a farsi largo attraverso il Campari per uscire sulla scala esterna e salire tumultuosamente a scaraventarli dal balcone. Gli squilli devono aver interrotto il pensiero.
Verso mezzanotte tutti erano stanchi, tutti avevano bisogno di riposare, tutti sentivano la necessità di una sosta.
Mai come in quella notte la piazza della Scala, la Galleria e la piazza del Duomo sono state così silenziose. Parevan luoghi disabitati. Quanti ne avevano arrestati! mucchi. A mucchi son stati chiusi nei camerotti puzzolenti della questura di San Fedele.

LE PRIME FUCILATE IN PIAZZA DEL DUOMO

(dal mio diario)

7 Maggio. – Mi alzo, sono inquieto, ho ancora nella testa le grida e le scene di ieri sera durante e dopo l’acquazzone indiavolato che ha fatto scappare tutti dai luoghi aperti, e sciolta la dimostrazione prima che si adunasse. In Galleria Vittorio Emanuele ci sono stati momenti terribili. Squilli, moltitudini che si riversavano da una parte all’altra, aggruppamenti che si disfacevano in un fiato e si ricomponevano a qualche passo di distanza. Rivedo i provocatori della Brasera con spavento. Con l’irritazione incandescente dappertutto, i signoracci, in alto, si abbandonavano allo spasso di aggiungere combustibile per l’incendio, buttando giù sulle moltitudini parole oscene e villane e mostrando i pugni chiusi. Ah, birbe! C’è stato un attimo in cui ho veduto nell’atmosfera irritata la guerra civile. I mascalzoni che apparivano e scomparivano dietro i vetri rovesciavano sui capannelli che sostavano e passavano secchi d’acqua. Scellerati!
Anche in casa si sente che siamo in tempi anormali. C’è un’inquietudine, c’è un malessere, c’è qualcosa che non so spiegare. Sei amici sono saliti a trovarmi terrorizzati. C’è tra loro un deputato.
Sembrano tutti in preda alla febbre. A loro sembra impossibile che io sia ancora al largo. Va via! mi dice qualcuno. Mettiti al sicuro. Non ci penso neanche. Rido e faccio la punta al lapis che voglio mettermi in tasca per andare in giro a raccogliere gli avvenimenti. Non capita tutti i giorni di passare in mezzo al casaldiavolo militare con la matita che lo raccoglie. La matita nelle giornate di sommossa è forte, più forte dei cannoni a tiro rapido. Victor Hugo, con la matita che Baudin gli ha prestato prima di morire sulla barricata della via Santa Margherita, ha inchiodato i nomi dei malfattori del 2 dicembre alla vergogna dei secoli. La storia di un delitto è un libro immortale. A proposito: e perché non lo ha pubblicato subito, quando gli episodi fumavano del sangue delle vittime, quando gli attori principali del Colpo di Stato suscitavano ancora gli orrori, gli spasimi? Io non voglio imitarlo. Lui ha saputo tener il manoscritto chiuso nell’armadio per venticinque anni. Io andrò subito alla ricerca di una stamperia. Voglio la scena nell’atmosfera in cui si è svolta.
Ho letto la Lombardia con disgusto. Ah, che prosaccia da sentina! È un giornale che non mi è mai piaciuto. L’ho sempre considerato un fogliuolaccio mal messo insieme e scritto coi piedi. Ha lo stile del negoziante di notizie. Ora che puzza di questura mi fa recere. I suoi redattori sono caconi. Vorrebbero essere un po’ con tutti, tranne che coi “sovversivi” o coi “formidabili nemici delle istituzioni”. Non c’è che la presenza del cronista che la lasci vivere nell’equivoco. Con lui, iscritto al partito socialista, non si ha il coraggio di metterla tra i quotidiani forcaioli. Ma il socialismo del cronista del Lombardia è un socialista ventraiuolo. Tant’è vero che non ha mai saputo rinunciare al mensile del Popolo Romano di Chauvet. Si dice che il cronista è apolitico. Imbecilli. Nella notizia o nella manipolazione della notizia è il colore.
Che bella giornata! Esco. La portinaia mi saluta con aria timida. Essa ha avuto delle visite che la impensieriscono.
– Chi erano?
– Facce sinistre.
Si sente per le vie che c’è qualcosa d’insolito. La gente è affrettata. Sono in giro molti soldati, numerosi questurini, parecchi carabinieri. Ho veduto uno squadrone di cavalleria che andava verso Porta Garibaldi. Svolto in Via Dante e svolto alla volta di Largo Cairoli. Di fianco all’Eden, tra il monumento e l’ingresso del teatro, è piazzata una batteria di cannoni con le bocche alte verso l’arteria nuova che conduce in piazza del Duomo. La gente si ferma, interroga gli artiglieri e va via senza risposta. I soldati sembrano accigliati e i loro superiori hanno l’aria truce. Sentiamo un ran ran che passa come per i tetti. Le persone guardano in aria. Nulla. Ma il ran ran è entrato in tutti come un brivido. I passanti raddoppiano di gamba e si disperdono per le vie in direzioni opposte ai cannonieri.
Ho incontrato un amico, pallido come un morto… Mi ha veduto; mi ha dovuto vedere, e non mi ha salutato. Non gliene faccio colpa. Con Bava Beccaris il saluto può costare la prigione. Tutte le muraglie, tutti gli assiti sono coperti dagli avvisi di questo generale che ha assunto il linguaggio brutale del soldato pronto al fuoco. In uno di essi dice: “Milanesi! I disordini che da ieri funestano questa città vanno prendendo l’aspetto di una vera sommossa, e perciò, a seconda degli ordini ministeriali, assumo la direzione superiore per il ristabilimento dell’ordine pubblico.
“Consiglio i cittadini di starsene nelle loro case affinché le truppe abbiano a trovarsi di fronte ai soli dimostranti e possano così agire con la maggiore vigoria”.
Ha copiato, con qualche variante, il generale di Saint Arnaud delle famose giornate napoleoniche. “Pas des curieux inutiles dans les rues: impediscono i movimenti dei valorosi soldati che vi proteggono con le loro baionette”. Plagiario!
La città dei quarantottisti è senza coraggio. Pare che tutto il sangue delle sue arterie sia stato convertito in acqua. La popolazione legge e fila. Non c’è una mano capace di strappare gli avvisi che riassumono la tracotanza del soldataccio che io rovescerei da cavallo se lo incontrassi. L’opinione pubblica è sempre rappresentata dai giornali, specialmente nelle giornate di torbidi.
E il coraggio dei giornali è zero. Sbaglio. Nella Perseveranza e nel Corriere della Sera è il coraggio poliziesco. Aizzano. Nell’una e nell’altro è il rancore della vendetta. Additano i confratelli per il massacro. Sono i suggeritori di Bava Beccaris. Tanto la prima che il secondo vanno in giro carichi della prosa melmosa dei loro pennivendoli. Chi sono? Dietro il redattore responsabile della Perseveranza, è una turba di malviventi intellettuali dell’aristocrazia milanese, il cui capo è Gaetano Negri, l’uomo dalle esasperazioni sociali. Il direttore del Corriere è un tipaccio che fa il gradasso al dorso di Bava Beccaris. Figlio di un procuratore generale che esecrava e massacrava i giornali che non idolatravano le “istituzioni”, ha sentito, in questi giorni di baldoria militare, la collera velenosa del padre. I suoi articoli sono dell’odio in fermentazione. La sua faccia di bonaccione è una maschera, è il Prina del giornalismo. Terrorizza i terrorizzati. Emile de Girardin mi sbroncia. Egli non era un giacobino, ma è stato solidale con la stampa insorta contro gli arrestatori e i massacratori dei repubblicani che volevano conservare la Repubblica. Il tipaccio è Domenico Oliva.
Godete, o Giboyer, i vostri giornali vanno a ruba. È la vostra vendemmia amministrativa. Bava Beccaris ha parlato ed ecco i giornali dell’ordine invasi dalla paralisi agitante. Pennivendoli, mangiapani, caratteri di zucchero candito, vilissime creature che non avete fede che nella mesata, a voi, sul vostro viso, gli scaracchi della mia indignazione.
Io vado in tutte le stamperie che conosco, a implorare la grazia di stamparmi un bollettino che rimetta in piedi i ventraioli in ginocchio, i pavidi rappresentanti del quotidiano divenuti umili servitori di Bava Beccaris. Vergogna, vergogna! Hanno tutti paura. A tutti preme il pane, a tutti preme la famiglia, a tutti preme la quiete, a tutti preme il proprio stabilimento e intanto la libertà del cittadino muore, e nessuno è più sicuro in casa sua! Ecco che sono incominciati gli arresti, ecco che vanno in prigione a frotte, ecco che i soldati, i carabinieri, i questurini, i graduati, gli ufficiali non sono più che della sbirraglia che agguanta i passanti, che snida la gioventù nelle case, che strappa gli sposi dalle braccia delle donne piangenti, che urta brutalmente i bimbi con le braccia avviticchiate alle gambe dei padri e dei fratelli. Il mio pensiero è in fiamme come quello di Desmoulins. Mi agita, mi solleva, mi grida: vile! rivoltati, alle armi! alle armi! ma tutta la gente tace, tutta la gente si lascia condurre in prigione e tutti i giornalisti applaudono alle vigliaccherie di Bava Beccaris e mi guardano con l’occhio truce del rinnegato. Io sono solo, incapace perfino di appendermi ad una fune di campana per suonare a stormo, perché tutte le chiese sono chiuse, ermeticamente chiuse. Anche il dio cattolico partecipa al delitto!
Oh disperazione di questa mia giornata di torture che sciupo nell’impotenza senza trovare accenti virili che diano l’anima dei combattenti del ’48 alle generazioni di cinquant’anni dopo!
Più tardi, dopo il ran ran, i passanti sembrano degli sconosciuti. Nessuno dice addio all’altro. Vanno via rasente ai muri come incalzati da un vento impetuoso. Invece c’è un sole che abbrustolisce. Io sono nel sole che scalda la mia desolazione. La paura è nell’aria. Qua e là si chiudono le imposte. Pare che tutta la gente stia per andare in campagna. Buon viaggio! Mi trovo in via S. Vincenzino. Non c’è nessuno, non c’è anima viva. Che cos’ho anch’io? Sono inquieto, nervoso, trasalisco per nulla. Mi si è chiamato? Chi mi ha chiamato? Mi sono voltato indietro convinto di aver qualcuno alle calcagna. Parola d’onore, ho tremato. Vile! Prima di sbucare in via Meravigli vedo passare un delegato con la sciarpa lungo il panciotto, un ufficiale con la spada sguainata e un drappello di soldati a baionetta in canna. Dove vanno? Raddoppio il passo sulle loro pedate. Passano e sollevano il vespaio nel cervello dei passanti. Si fanno tutte le supposizioni. Il parrucchiere di via Meravigli chiude in fretta, come quando si ha paura che la tempesta infuri sui vetri. Raggiungo il drappello in Santa Maria Porta. Il delegato si volta e mi fa voltare dall’altra parte con un gesto. Tutti gli ordigni di questura sono diventati onnipotenti. Soldati, disse egli additandomi, fatelo tornare indietro. E i soldati si preparavano a curvare gli arnesi della civiltà moderna.
Non c’è bisogno, mi dissi mentalmente. La disubbidienza può costarmi una fucilata senza che alcuno mi raccolga e agiti il mio cadavere come una bandiera.
Sono in giro come un matto. Non ho direzione. In corso Magenta vedo altri perduti che vengono alla mia volta e io li evito svoltando in via San Giovanni sul Muro. Al margine del vicolo dello stesso nome sono due cenciose della bassa prostituzione che aspettano il gozzovigliatore che faccia guadagnar loro il morsello dell’esistenza. Sono sudicione che fanno ribrezzo come faceva ribrezzo la Gervasa, prima di crepare di svaccamento fra le gambe del beccamorto.
Il teatro Dal Verme è chiuso, la chiesuola più in giù, lungo il marciapiede opposto, è chiusa, le ultime imposte si chiudono. Non si vede nulla e si sente che lo spavento è nelle abitazioni e nella strada. Non smetto di camminare. Passo un’altra volta al Largo Cairoli. L’Eden traduce il momento. È completamente vuoto. Gli artiglieri sono come sull’attenti.
Un altro ran ran rapido, precipitato, si perde via come in fondo a un bosco. Che c’è? Cosa c’è? Si combatte? La guerra civile è nelle vie? Mi passa per la schiena un brivido.
Sono in piazza Castello, dal lato di Porta Garibaldi. Mi è stato detto che il quartiere popolare è già tutto in faccende per le barricate. Ran, ran, ran! Cerco col naso e con gli occhi l’ombra del fumo delle fucilate e trovo Vincenzo Maresti, col suo cappello nero, floscio, piatto, a larga tesa, piantato sull’occhio, con la sua giacca accarezzata alla schiena con la duttilità del panno che non fa pieghe, con le sue gambe lunghe lunghe, con quella sua faccia abbronzata anche d’inverno. Senza tirar fuori le mani dalle tasche mi assicura che in Porta Garibaldi c’è fermento. Gli pareva di camminare su di un terreno infocato. A ogni momento si aspettava un grido o una sollevazione. C’è gente a frotte. Si capisce che si sono vuotati gli opifici. La direzione generale è verso il Duomo. Maresti mi induce a cambiar strada e filo con lui in via Orefici, la via delle catapecchie in demolizione, zuppa di femminacce ulcerate fino agli occhi. È una via brutta, con l’acciottolato sempre ricoperto da uno strato limaccioso, sempre pieno di pozzanghere e di prostitute in agguato ad aspettare il maschio. Dal giorno che venne decretato il suo disfacimento i vecchi orefici, che vendevano spadine e bucole alle brianzuole, se ne sono andati, e ogni casupola è diventata il covo della prostituzione che si sguinzaglia di notte come lupa affamata. Anche adesso, che la via è sottosopra e tumultuata, si sente l’odore fetido della carne sdrucita e vendereccia che attutisce ancora i sensi indiavolati dei briaconi che passano.
Al diavolo il carnimonio! Mi spingo avanti, dove la gente è più fitta e calcando cerco di mettermi in prima fila. Sono respinto da una ondata che si rovescia indietro, spinta da un’altra ondata che non vedo. Riesco vicino al muro della casa che lambisce la piazza del Duomo, senza vedere nulla di quello che avviene al di là della barriera umana. Maresti, più alto di me, ha veduto che c’è un cordone che va dalla offelleria al monumento. La folla che mi pigia e mi toglie la respirazione è composta in maggioranza di operai impazienti di attraversare la piazza. Pare che la moltitudine che vorrebbe irrompere sia trattenuta dagli alpini. Rizzandomi sulla punta dei piedi vedo, attraverso le teste che si protendono, la scala Porta, piegata verso la coda del cavallo del monumento, come vedo dei ragazzi appollaiati sui gradini di legno per godersi lo spettacolo della piazza popolata di gente e di soldati. Ora ci vedo bene. In fondo, in fondo, rasente gli scalini della cattedrale, c’è una moltitudine di cavalli insellati, con la testa nel fieno in terra e dei pezzi di cannoni, allineati dalla parte del palazzo reale, con le bocche spalancate sul Duomo. Si ricomincia a ridiventare inquieti. Maresti ha bisogno di rompere la diga, passare in Carlo Alberto e andare in via dell’Unione, dove è la sede del partito socialista e la direzione della Lotta di classe. Il non si passa è infrangibile. Io provo gli spasimi. Sono come sugli aghi. Sento un bisogno prepotente di andare in mezzo all’avvenimento. Inutile. I soldati sono torvi. O non rispondono o rispondono con monosillabi che passano le orecchie come colpi di fucile. Il momento diventa grave. Noi che volevamo passare siamo obbligati a trattenere gli audaci che vorrebbero rompere il cordone, anche quando i soldati spaventano col loro indietro.
– Indietro!
Sono le due e mezzo o le due e mezzo circa. C’è ressa e non posso guardare l’orologio. I bersaglieri allineati hanno sempre il fucile col calcio in terra. Ma sono lì sull’attenti, in attesa di un ordine. Ecco il terrore. I soldati hanno come ricevuto un ordine. Si impallidisce, siamo tutti stravolti. Quelli in prima fila si rovesciano sugli altri alla schiena come indemoniati. Fermi tutti! urla Maresti con il suo vocione, credendo di riuscire a sedare il panico e a trattenere compatta la diga. Ma la diga è rotta dalla punta della baionetta. La gente si rovescia per via Orefici e scappa, sparpagliata. Le donne gridano e alcune si rifugiano negli edifici che hanno chiusi i portoni. Non si capisce più niente. Gli uni rincorrono gli altri senza sapere il perché della fuga generale. Io arrivo all’angolo di piazza Mercanti trafelato. Mi pare di aver veduto la morte, di aver udito dei rantoli, di essere passato attraverso un fiat spaventoso. Uomini e donne si voltano indietro biancastri, con gli occhi spiritati dalla corsa e con la bocca che dice e ripete: Che paura, oh che paura, madonna santa! Passato lo stordimento mi risovvengo d’aver veduto, proprio nell’ultimo momento, Bava Beccaris a cavallo, dietro i bersaglieri, che dava ordini all’ufficiale che lo seguiva con un trombettiere a cavallo. Era proprio Bava Beccaris? A me parve lui. La gente puntava col dito e lo additava col nome. A ogni modo era il generale, che stava per iniziare il massacro.
Come avviene sempre nei tumulti, non appena i soldati sono ritornati al loro posto, gli scappati si radunano a poco a poco allo stesso luogo, credendo che l’ordine di andarsene non sia imperativo. Ma l’illusione non dura molto.
– Indietro! Indietro!
Il nostro posto è preso un’altra volta dai soldati con la baionetta piegata verso il sedere delle persone che cercano di distrigarsi dalla ressa. La gente perde la testa. Tutte le porte della via Orefici si chiudono con gli inquilini determinati a non aprire. Così non c’è più scampo. Crudeli! A noi, in mezzo la strada, non resta più che combattere o lasciarci sorprendere dalle scariche. Combattere? con che cosa? Tutte le finestre hanno le imposte chiuse. Molte donne gridano come scalmanate, svengono, cadono con dei gesummaria! Io non ho ancora capito bene il perché dello scompiglio. Ecco, la punizione è incominciata. Non ho ancora fatto quattro passi e siamo perduti. Le scariche sono nell’aria. Odo le fucilate. Si tira, si tira sul popolo. Un’altra scarica. Sull’angolo di via Ratti mi volto mettendo fuori la testa. È una nube bianca che mi nasconde tutto ciò che c’è di visibile in piazza. Pare che i soldati vengano verso la via Orefici. Vedo indubbiamente dei monturati in atteggiamento di far fuoco. Mi pare di aver udito un’altra scarica. I fuggiti si sono dispersi in direzione della via Dante o sono scomparsi dall’arco della piazza Mercanti, o sono gli uni sulle calcagna degli altri, per la via Ratti, per la via Spadari, per la via della Rosa, per piazza della Rosa, per la via Ambrosiana, per la via delle Asole e per piazza S. Sepolcro. Il terrore è indicibile, le donne sbalordite, scolorate, disfatte, trascinano gli uomini ostinati con la voce della disperazione, e gli uomini sembrano allucinati. Hanno gli occhi fuori dell’orbita, la faccia cadaverica e sembrano intontiti e incapaci di riprendere il passo. Lo sgomento mi impedisce di muovermi. Mi avvio. In via Spadari trovo il delirio. Si capisce che il fuoco è avvenuto in via Torino o che le scariche sono state fatte in quella direzione. Tutta la folla viene verso di noi. Arriva ansante, esterefatta, con esclamazioni che lasciano indovinare il dramma. Qualche donna o qualche uomo sembra impazzito: Gesticola e piange. Intanto che si corre, guardo. La casa tollerata è chiusa. Tutte le porte e non poche finestre sono chiuse, la farmacia Tenca, sull’angolo di via della Rosa, è chiusa. Si sente un’altra fucilata. Qualcuno giunge con la notizia che il popolo si difende, ma nessuno gli crede. Come? Egli non sa rispondere: certo è che la gente continua a venire alla nostra volta come se fosse inseguita. Ho perduto Maresti, ma rivedo il suo cappello nero che torreggia sulla calca. Un altro scompiglio. La moltitudine che viene dalla via Torino non conserva più nulla della dignità umana. L’orgoglio personale è naufragato. Tutti corrono, corrono, corrono e poi si fermano come soffocati, incominciando le parole senza finirle, tirando su il grembiule per asciugarsi gli occhi, mettendo le mani alla fronte con accenti disperati, restando lì istupiditi, insensati, pallidi come la morte, senza riuscire a riaversi. Che cosa avviene? Nessuno parla, nessuno sa spiegarsi, nessuno sa raccontare che cosa sia avvenuto. Parlate, in nome del vostro dio!
– Largo! Largo! Indietro! Indietro! via! via!
E tutti sono ripresi dalla vertigine della corsa e tutti corrono e corrono, andando gli uni sui piedi degli altri, spingendo, sgomitando, rovesciando, passando sui corpi dei caduti senza ascoltare le grida, andando innanzi come tanti ciechi, come tanti pazzi.
– Largo! Largo! Indietro! Indietro! via! via!
Credevamo che fosse la folla dei soldati che spazzasse la via. Invece sono i primi feriti sulle braccia del popolo, raccolti dal popolo, portati via dal luogo micidiale dal popolo. I primi due caduti che veggo hanno l’aria di operai. l’uno è abbandonato di peso sulle braccia di due che lo sorreggono e sfiorano le labbra smorte, gli occhi che incominciano a chiudersi, la pelle del volto che scolorisce e assume un non so che di diafano.
L’altro ha il viso cosparso di sangue e si dice che sia pure ferito al ventre o alle gambe. Il disgraziato non parla. Ha le braccia abbandonate sulle spalle di uno dei due che lo portano, e le gambe penzoloni. Egli è come seduto. Diventa paonazzo. Chi è? Come si chiama? Nessuno lo conosce. Il piombo lo ha fatto stramazzare. Non si ha tempo di intenerire per alcuno. Un ferito è seguito da un altro. È una ragazza che giunge col grembiule in una sola macchia di sangue. La si circonda. Pare uscita da un macello. la si crede sventrata. È abbattuta, piange, risponde coi singhiozzi. Finalmente ci toglie l’oppressione raccontandoci che tutto il sangue del grembiule è di un ragazzo caduto durante il primo parapiglia. Il poveretto era come scallottato. Non ha potuto passare senza raccoglierlo. Poi glielo hanno portato via. Tre, quattro, dieci mani se ne sono impadronite. Tutti i momenti arrivano persone in fuga. Si grida: alla farmacia! alla farmacia! È un mucchio di gente intorno a un ferito o morto che sia, e si grida: alla farmacia! alla farmacia! E i portatori si rivolgono verso la farmacia Tenca e l’ondata nera che incominciava a incavallarsi o a sovrapporsi si avvia rapidamente verso lo stesso punto. La bottega chiusa è come presa d’assalto. Si picchia coi piedi, con le mani, coi bastoni. Si prega, si supplica: aprite in nome del cielo! Ci sono dei feriti, aprite! Tutte le modulazioni di voce non commuovono lo speziale. Il popolo perde la pazienza e si serve delle spalle. Aprite, abbiate pietà della povera gente! La spallata di un giovane tarchiato ne fa tremare, scricchiolare le ante. Largo! si grida. Non si vuol aprire e la si sfonda. E dopo una spallata, un’altra e un’altra ancora, tutte accompagnate da maledizioni e da grida di speranze a ogni piegatura. Ma le ante resistono. Nessuno risponde. L’esasperazione diventa generale. Il farmacista crudele è chiamato con tutti i nomi del vocabolario della vigliaccheria. Silenzio! Udite! Qualcuno viene: si respira. Siamo salvi. Attenti, ecco si apre l’usciuolo. Fate presto, ci sono feriti, per amor di Dio! L’usciuolo si richiude come uno schiaffo. Si aspetta a prorompere. Si crede che l’abbia chiuso per spalancare la bottega. Si aspetta con trepidazione. Coloro che hanno sulle braccia i feriti grondano sudore. Non ne possono più. Si mette l’orecchio alla bottega. Nessun fracasso. Dopo due minuti di ansia la folla si scarica. Gli improperii si succedono agli improperii. Si tendono i pugni, si guarda in aria, si ha ancora una parvenza di speranza, ma la bottega rimane chiusa. Oh! la vita degli uomini! Dunque un farmacista non è obbligato, in momenti come questi, di aprire e soccorrere chi muore, chi è sorpreso dagli accidenti della strada? Ora non è tempo di considerazione. Registro il delitto per ricordarmene e filo.
Più tardi. La cosa più strana di questo momento tragico è il pubblico. Il pubblico pare reduce da una corsa affannosa o esca da un sogno. È come trasecolato. È per le strade come un punto interrogativo. La sua mente è confusa, le sue idee sono ingarbugliate, la sua lingua è in moto automaticamente. Ascolto parole slegate, affastellate, turbolente. Mi trovo faccia a faccia con degli esaltati, mi fermo con donne e uomini che hanno perduto la memoria di ciò che è avvenuto. Sono lì istupiditi, con le mani in mano, con gli occhi imbambolati, come se aspettassero o cercassero qualche cosa. Che cosa avete udito, che cosa avete veduto, cosa vi hanno fatto? Mi si lascia pensare quello che voglio. Non riesco a cavar loro di bocca un ette. Vado innanzi verso la parte che lambisce via Torino. C’è folla. Vedo che svoltano in via Spadari altri feriti portati a braccia e altri sorpresi o febbricitanti o esaltati che vanno dalla parte opposta con esclamazioni d’orrore. Raccolgo un episodio. Una moglie vede il marito sorretto da tre o quattro persone, scoppia con un oh Dio, e sviene! Il marito non è che malconcio da qualche piede che gli è passato sopra durante una delle scariche.
Le gelosie della casa delle perdute in fine della via sono semichiuse e si vedono le donne coi gomiti ai davanzali e gli occhi nella parte dischiusa a curiosare con la sigaretta in bocca. Neanche la sollevazione riesce a far loro dimenticare il mestiere. Accidenti alla carnaccia postribolare! La sventura cittadina è diffusa. Milano sta per diventare un’immensa cassa da morto, un gigantesco serbatoio di sangue. È un giovane che passa portato da quattro uomini. La sua testa segna i movimenti dei portatori. Le braccia sono senza vita. È terreo, stralunato, con la bocca appassita come in un’atmosfera ardente. Non c’è sangue, ha il panciotto slacciato e la camicia macchiata di rosso all’ombelico. Lo si lascia passare senza ventate di collera. Non si ode che qualche espressione di dolore.
O Bava Beccaris ha succhiato tutto il coraggio milanese, riducendo i cittadini a dei Giovanni Bongé, o il pubblico incomincia ad abituarsi alla strage. Gli uomini non sono più uomini. Il fucile è il sovrano, è il padrone della nostra vita. Uno scappa e tutti si danno alla fuga. Un semplice grido infuria tutte le gambe. Nessuno combatte, nessuno vuol combattere. Le gocce e le chiazze disperse per via Spadari, segnano il passaggio delle vittime.
Il sangue coagulato sui marciapiedi inorridisce. I sassi dinnanzi l’osteria riassumono una salassata. Pare una piazza rossastra. Chi passa rabbrividisce. Mi sovvengo che abbiamo dei deputati. E gli onorevoli e i nostri uomini di parata, dove sono? cosa fanno? I nostri deputati non sono dei Baudin. I Baudin sono dell’eroismo storico o vecchio. Non sono più di moda. Loro morivano. I nostri vogliono vivere. Questa mattina uno di loro mi diceva che l’asilo più sicuro per gli uomini in “vista” è il cellulare. Tanta prudenza in un parlamentare della montagna mi ha costernato. Dell’altro panico. Chi ha diffuso lo spavento? Si è udito o ci è parso di udire una voce e ci siamo mossi tutti, alla rinfusa a correre. Più di tre quarti della via sono rimasti vuoti. È come se fossimo stati cacciati in fondo da un’irruzione di vento infiammato.
Ci siamo trovati ammucchiati, sudati, tremanti, senza saperne la ragione. Vedo un ferito in piazza della Rosa e seguo coloro che lo portano. Ha una palla nella gamba. Il suo passaggio fa chiudere l’ultima porta che poteva ospitare i fuggenti. È quella dove è il cicchettaio dello scotum. I portatori vanno innanzi col passo cadenzato degli uomini di fatica con un peso enorme sulle braccia. Il ferito soffre, si lamenta e vorrebbe muoversi, ma il dolore lo tiene inchiodato dove si trova. In certi momenti di spasimo la sua faccia dimagrata ha delle contrazioni. Svoltano alla via Ambrosiana e si fermano alla prima porticina senza numero. Picchiano, chiamano, si apre. È l’entrata di fianco dell’osteria sull’angolo con la facciata in piazza della Rosa. Non ho che il tempo di darvi un’occhiata. È una stanza buia con un tinone in un angolo della parete, un tavolo in mezzo e degli uomini in piedi. Il ferito è accolto con gridi soffocati. Faccio per entrare, mi si respinge e l’uscio si chiude. Per un minuto rimango sotto la finestra e ascolto il sussurro delle voci sommesse, spaventate della gente che si è salvata nel retrobottega. La mia memoria funziona male. Non mi ricordo dove ho salutato Maresti. Mi pare che fosse qui con me, perché ho per i timpani la sua voce con gli addii. Ma ora mi ricordo. È svoltato. Lo vedo ancora. Non potendo prendere la direzione della via Unione, si è avviato per S. Sepolcro, ha scantonato, si è trovato in Santa Maria Fulcorina e si è allontanato dal teatro delle operazioni militari perché la vedeva brutta.
Il pensiero mi urta, m’incalza, mi spinge in piazza del Duomo, da dove viene come un silenzio di morte, e m’incammino, rasente il muro, verso le Asole. All’imbocco trovo il genio del momento, un eroe delle perturbazioni sociali, uno di quegli uomini che sprecano la vita in un attimo senza domandarne il prezzo. Pare un personaggio da romanzo. È un uomo di trentacinque anni, forte come un torello. Sulla sua faccia è la determinazione. La sua voce è la voce dell’insorto. È una voce che fa chiudere tutte le finestre, tutte le botteghe, tutte le porte. I passanti hanno paura di lui e ritornano indietro. Egli incomincia buttando la giacca vicino alla panca dei facchini e rimboccandosi le maniche. Si sentono gli echi delle fucilate. Intanto che egli si snuda le braccia va in su e in giù, gridando e supplicando gli abitanti di buttargli giù le masserizie. È un poeta del selciato.
– Buttate giù la mobilia, i materassi, buttate giù tutto per la barricata!
La sua audacia mi sbalordisce. È il primo uomo che si rivolta contro il Magnan delle nostre vie. Pare una sfida ambulante. È lui che inizia il duello col generale che uccide. La sua incoscienza ha del grottesco e del sublime. Nessuno gli presta mano. Egli ingiuria i fuggiaschi: vigliacchi! Ma i vigliacchi non si voltano indietro. Io ascolto l’improperio che m’incendia la faccia, ma non abbandono il muro di riparo che mi permette di mettere gli occhi, quando voglio, nella via delle Asole.
– Vigliacchi!
Vedo in via Torino come un polverio bianco e ho per le nari un odore di fucilate.
L’uomo del popolo s’impadronisce dello spazio che l’attraversa dal margine di via delle Asole ai margini di via dell’Unione con la panca dei facchini che stanzionano sotto le finestre dell’albergo del Pozzo. Dalla via dell’Unione viene un carro a due ruote carico di pietre. L’eroe ne stacca il cavallo che manda via col carrettiere e da solo, con la spalla alla ruota e le mani ai raggi della ruota, lo rovescia e lo gira vuoto, lasciandone le stanghe verso le Asole. Poi lo protegge colle pietre, senza badare che là in fondo, verso piazza del Duomo, è ancora schierata la fanteria che ha fatto un fuoco micidiale. Io mi avvicino all’estremità della via trasversale e lo ammiro estatico.
– Vigliacco, alla barricata!
Ha ragione. Dinanzi a lui siamo tutte creature di gesso. Egli scrive da solo una pagina indimenticabile. In quel simulacro di barricata è la protesta, la furia, la rivolta del popolo. È la violenza contro la violenza; la forza contro la forza.
Mentre assisto a tanto sacrificio io mi limito a far delle note, riparato nella rientratura dell’albergo del Pozzo, senza accorgermi che registro la mia vigliaccheria. Il giudice istruttore del massacro è inutile quando si muore. Tuttavia continuo. Io mi sono dato il compito di registrare tutto e salto dall’altra parte, dove è la trattoria della Candidezza in argine alla via dell’Unione, luogo che mi dà modo di occhieggiare da una parte e dall’altra lungo via Torino. Il popolano, l’eroe della barricata, è ritornato in via delle Asole per compiere il suo capolavoro. Egli è alla ricerca di seggiole, di imposte, di tavoli, di bauli, di madie, di credenze, di letti, di armadi. Vuota le abitazioni. Se non volete dare la vita sacrificate almeno le masserizie. Giù, giù tutto! Domani la libertà vi ripagherà a mille doppi il miserabile costo delle suppellettili! Lo sconosciuto strepita presso le botteghe e le porte con una pietra tolta dalla barricata e passa e ripassa in mezzo alla via con la faccia in alto, con le braccia spalancate a domandare dappertutto la pietà di un mobile qualunque per la barricata. Nessuno apre la finestra, nessuna bottega si schiude, nessuno risponde al suo invito. Egli non si stanca, egli non è preso dal panico della gente che si salva da tutte le parti; egli va a riprendere la panca, sale e comincia a staccare le imposte dell’albergo del Pozzo. Gli aiuti vengono. Dall’ultima finestra di una casupola a destra viene precipitato un pagliericcio che gli fa battere le mani. È sempre la povera gente che si commuove. La barricata rimane una povera barricata. Essa non può proteggere che qualche individuo in terra supino o a boccone. Non è che a Parigi che si formano alte quattro o cinque piani e larghe come le vie. La mia attenzione è distratta da due nuovi personaggi che sbucano dalla via Sant’Alessandro e vengono alla mia volta rasente gli edifici. Si fermano a un negozio chiuso. Non riesco subito a capire che cosa stiano facendo, perché si piegano, si alzano come se stessero facendo sforzi erculei. Ho udito un’altra scarica e l’aria calda che si è levata dal suolo mi è passata sul volto e mi ha ghiacciato il sangue. I due che lavoravano alla bottega chiusa non si sono neppur mossi. Tutta la loro precauzione è stata di premersi all’insenatura della bottega per evitare la sfuriata delle palle. È stata una scarica di fucili? Noi siamo tutti sovreccitati. Noi distinguiamo la cannonata dalle fucilate collettive. Siamo qui in parecchi, lividi dalla paura. Di tanto in tanto ci voltiamo indietro per non essere sorpresi alle spalle dai soldati che venissero dalla via del Falcone. La barricata migliora ma non ha nulla ancora della costruzione di difesa. I due alla bottega staccano uno dei coperchi di legno alle alte vetrine di fianco con un crac! crac! Le loro mani sono di ferro. Se le ante non cedono, schiantano. Giungono una signora e una bambina spaventate. Vorrebbero passare dall’altra parte per rincasare. Io le spavento. Faccio loro una questione di vita o di morte. La madre è ansiosa di arrivare a casa per aver notizie del marito che non sa dove sia. Ma io le dico se preferisce rivederlo più tardi o arrischiare di rimanere nella strada, magari morta con la figlia. Ritorna indietro, verso Porta Romana. La barricata non arriva a toccare i due punti opposti, vi si passa a destra e a sinistra. È assolutamente primitiva, ma l’eroe non può tramutarsi in un carrozzone. Ah, se ci fossero ancora gli omnibus! Parevano fatti a posta. Le finestruole avrebbero servito da feritoie, da merli, dietro i quali i barricatisti avrebbero potuto continuare il fuoco…
Ohimè!
I lavoratori alle botteghe si moltiplicano, Con le punte delle aste strappate alle botteghe, rompono le vetrine e le bacheche. Alcuni rubano. Si mettono nel seno camicie, fazzoletti, cravatte, gingilli di similoro. Lo ha detto anche Maupas. Le sommosse, i combattenti di strada, le insurrezioni chiamano alla superficie i bisognisti, gli affamati, la plebe che vive come vive, i poveri diavoli che crescono fra un furto e l’altro. Le tribolazioni cittadine danno loro un po’ d’abbondanza. Ma con che rischio s’imbottiscono della roba rubata! Vedete, si spara e loro continuano a far bottino! Alcuni vogliono migliorare la barricata con la reclame alle muraglie. Le lastre di ferro sembrano di pasta frolla. Le schiodano con una facilità maravigliosa. Le strappano, le alzano, si staccano e passano tra le mani di coloro che le portano alla barricata. Le saracinesche venivano frantumate.
Si va sui tetti. È l’irritazione che entra in scena. Le fucilate hanno preparato il combustibile nei cervelli e i morti e i feriti gli danno il fuoco. Vedo in lontananza gente che sfonda gli sportelli dei portoni e sale a frotte. È ritornato il ’48. Il tipo di Carlo Porta è una fantasticheria. Il coraggio è ritornato. C’è gara per la morte. Giovani e maturi si contendono l’entrata. Pochi minuti dopo mi valgo dell’attimo di tregua per lasciare il mio posto di vedetta e avviarmi alla lesta verso piazza del Duomo, addossandomi alle botteghe, dietro le quali e sopra le quali si svolge indubbiamente il dramma della paura, della gente intanata, degli uomini che si aggruppano e si abbracciano come nei momenti supremi. Le mie gambe sembrano consapevoli del pericolo. Vanno innanzi a stento come se fossero cariche di piombo. Capisco di essere in combustione. La mia pelle brucia. I polsi e le tempia mi scottano. Pure metto un piede dopo l’altro sul marciapiedi incandescente e tiro via, sempre in direzione della strage, tenendomi rasente alle botteghe e alle muraglie, coi nervi tutti agitati, col cuore che pulsa con veemenza. Più di una voce intima mi incalza di ritornare sulla strada fatta e non mi volto indietro per lo sbigottimento. Ho l’idea fissa che voltando la schiena si ecciti il soldato a far fuoco. I miei occhi traballano, vedono doppio, travedono.
Il cambiamento dei soldati che hanno fatto fuoco, con altri soldati, mi diventa un esercito in confusione. Più mi avvicino verso la linea militare che blocca il passo e più io non sono più io. Sono sottosopra. Passo attraverso emozioni che non ho mai provato. Ora è un’ondata fredda che mi va dal dorso alle gambe, e ora mi pare il trasudare come in un bagno turco. Il dramma che si svolge negli appartamenti delle case che fiancheggio mi si rinnova nella testa e la commozione mi riprende. Ne odo il trambusto, la disperazione, i gemiti, le parole monche che spariscono e ricacciano in gola le grida che vorrebbero esplodere. Vedo famiglie intere curve, con le orecchie tese, con le mani nel vuoto che misurano a tutti la respirazione e impongono ai più sovreccitati di padroneggiarsi. Il cambiamento dei soldati è un movimento di precauzione. Il generale Del Majno… È il Del Majno? No, no, ci vedo bene adesso. È Bava Beccaris. Lo vedo come in una fotografia. Ci potrà essere anche il Del Majno sotto i suoi ordini. Ma quello che ha ordinato di far fuoco, di compiere la strage è Bava Beccaris. Anche se non lo si vede lo si sente. Il suo nome è nell’aria. È lui, è proprio lui. Ah, se potessi averlo nelle mani! Bava Beccaris in questo momento è orribile. La sua faccia è una ditta patibolare. È una faccia carnosa. I suoi baffoni grigi con il mento tutto coperto dello stesso colore dei baffi, rammentano la figura di Napoleone III. Egli intuisce, fiuta nell’aria il mormorio sordo del popolo contenuto alle imboccature, il quale aspetta un gesto, una parola, un grido per prorompere, straripare, invadere la piazza e travolgere tutti nel sangue della guerra civile. Forse è una mia supposizione… Forse nessuno si muove neanche se frustato dallo scudiscio. C’è qui una donna del selciato… È inutile, non posso servirmi dell’eufemismo neppure quando si tratta di un’eroina. C’è qui una perduta che ha compiuto un atto così eroico che basta da sè solo a incendiare i cervelli di entusiasmo. I soldati del 47° fanteria avevano ancora i fucili della scarica spianati. La stradaiuola, rimasta in piedi, raccolse un sasso dal suolo sterrato e andò, armata del proiettile di Balilla, come una furia sul muso dell’ufficiale per romperglielo.
– Vigliacchi! disse con uno scotimento di testa e in atto di scagliare la sassata.
L’ufficiale, bianco di terrore, rimase nell’atteggiamento arcigno di chi ha compiuto un atto feroce ed è pronto a ripeterlo. Non si mosse, non ebbe una parola, lasciò la punta della spada nel terriccio.
Se un giorno avrò modo di farmi ascoltare dai miei concittadini, inizierò una sottoscrizione per te, o donna. Tu sì che hai avuto del coraggio, del coraggio impulsivo, se vuoi, ma del coraggio, accidenti! In battaglia sono gli impulsivi che compiono i prodigi. Tu non ti sei consultata. Tu ti sei abbandonata ai tuoi nervi e i tuoi nervi ti hanno precipitata sul sasso e scaraventata sul militare che convertiva le vie e le piazze in campi di rovine e di sciagure umane. Ti vedo ancora bella come una dea, circonfusa in un’aureola di gloria, con le trecce dei capelli biondi quasi sfatte, con la faccia imporporata di salute, col seno che ansa dinanzi le bocche di fuoco, col pugno teso che stringe il proiettile della vendetta popolare. In un momento di fuga generale ti sei elevato un monumento. Ma per la nostra società non sei monumentabile. Tu non sei che un ordigno di sfogo. Passata la commozione cittadina e il trambusto della legge eccezionale che impera sulla legge generale, passeggerai ancora dalle due alle quattro di ogni pomeriggio per i portici della Galleria in cerca di uomini(1).
Giù dal marciapiede, dinanzi le botteghe del Rituali, c’è una pioggia di copricapi. Rappresentano la sorpresa, lo scompiglio, lo sbigottimento, il terrore. È una tragedia senza sangue. Non c’è nessuno e spaventano e fanno correre mentalmente dietro i loro proprietari. Saranno morti, saranno vivi? Sono una quarantina di cappelli e berretti di tutte le fogge e di tutti i colori. C’è il cappello floscio, disorlato, gualcito, con dei buchi. C’è il cappello duro, ammaccato, impolverato, infangato. C’è il cappello femminile coi fiori appassiti, con l’ala che ha subito lo strappo e la furia del momento. C’è il berretto negro, piegato su se stesso come un morto. Sul marciapiede la scena intetra e si completa. Le pietre sono insanguinate. Ci sono corpi immobili. Nessuno si muove, nessuno fiata. Alcuni sono bocconi con le braccia larghe, con le mani piatte, con le gambe contorte l’una sull’altra. Altri sono supini, con gli occhi chiusi, con le guance e le labbra dissanguate, coi capelli abbaruffati come in una zuffa, coi piedi da tutte le parti. Fra i cinque distesi l’un dietro l’altro come se fossero rovesciati da un vento furioso, c’è un vecchio con la faccia patita, con la barba sporca di terra, la fronte spruzzata di sangue, la bocca aperta come una gola di carne smunta e accanto a lui è un giovanotto svaligiato della vita, con gli occhi ingrossati dalla violenza che li ha resi inservibili, con la testa squarciata, scallottata. Intorno a lui è la strage. La materia del suo cervello è andata un po’ dappertutto. È spruzzata sul muro, è cosparsa sulla pietra, è rimasta impegolata nei capelli, si è avviluppata nel sangue in fondo al berretto. È una testa che fa raccapricciare e voltare altrove. Nell’angolo, al numero due, dove finisce la piazza del Duomo e incomincia la via Torino sono due zoccoli, uno intriso di sangue e l’altro capovolto. Non vedo piedi senza scarpe. Sono dunque di una ragazza o di un ragazzo che si è posto in salvo. La tragedia diventa sempre più spaventevole. Pare una carneficina. Ci sono le tracce di una lotta sanguinosa. A ogni passo si trasalisce. Ci sono gocce di sangue rappreso, pezzi di cervello impiaccistrati di spruzzi sanguinosi. Ecco là un occhio. Chi è stato sdocchiato? Ecco là un orecchio e l’orlo di un orecchio. Di chi sono? Chi li ha perduti?
Giù dal marciapiede, lungo il negozio degli oggetti casalinghi di L. Giannoni, le palle a balistite hanno infuriato come una gragnuola di piombo che turbina intorno agli alberi umani. Hanno sorpreso la moltitudine delle persone che fuggivano dopo lo squillo ordinato dal capitano del 47° e sono cadute le une sulle altre. Ci fu un momento di silenzio terribile. Anche i vivi rimasero sepolti sotto i morti, svenuti o inconsci. Il quadro è indescrivibile. I corpi ammucchiati o sparsi sono quindici o diciotto. Sono stati sbattuti in terra in tutte le pose. Di fianco, sulla schiena, colle labbra sui sassi, con le braccia spalancate, con la bocca al cielo che non so più se sia azzurro, scialbo o rosso come il sangue dei morti. Il sole sui cadaveri pare un’ingiuria o un insulto atroce. Mette in fuga tutto ciò che è tragico e lascia in terra lo scherno, lo sberleffo, la derisione. Il sole sui cadaveri li spoetizza, porta via loro l’aria funebre, li rende ignobili. I raggi diventano triviali. Ne abbrustoliscono e ne ingialliscono i capelli, ne rendono gli occhi mostruosamente vitrei, si fermano sulle loro bocche stinte o paonazze come una orribile fiammata impotente a scaldarle e a colorirle e danno una chiarezza alla loro pelle inanimata, che rabbrividisce. Il sole d’oggi è crudele. Si diffonde per i loro abiti come una gozzoviglia… Dà risalto a tutto. Agli strappi, alle scuciture, agli occhielli sdrusciti, ai lucidi delle maniche e delle ginocchia, ai bottoni spellati, ai baveri unti e bisunti.
Oh, povera gente! Sono morti, proprio morti, senza speranza di resurrezione. Quanti sono? Ne vedo un mucchio che mi pare un piazzale. Saranno diciotto o venti e la mia fantasia eccitata dal sangue se ne figura un cimitero. Tranne uno o due dei quali non vedo che le scarpe e le braccia, mi sembrano tutti pitocchi, tutti spiantati, tutti poveri. Sono denutriti, sono ditte di miseria, sono problemi sociali stramazzati al suolo come sacchi di cenci. Le loro mani sono documenti. Rivelano i disagi della loro esistenza tribolata. Fra loro è uno scallottato. La superficie cranica è stata dispersa in frantumi. Se ne vedono le fibrille sui due grandi vetri del Giannoni, fin su in alto dove è la ditta e dappertutto. In fondo al cappello cencioso è rimasta una poltiglia sanguinosa piena di peli. I grandi cristalli di questo negozio sono stati forati dalle palle. Lo spessore ha impedito che andassero in frantumi. Resiste più il cristallo che il fusto umano. C’è uno spettatore che si preoccupa se i lastroni verranno pagati. E che importa, sciagurato!
La folla è sempre la folla. Non si sa da dove sbuchi, ma sbuca, ma corre dovunque sono feriti o morti. Qui, dov’è il mucchio, si lavora a tutt’uomo. Si disseppelisce, si agita questo o quello come per restituirgli la vita e si buttano in aria bestemmie scultoree. Un tale, un giovanotto, prima di dar mano al trasporto, si mette nella saccoccia della giacca il copricapo con la materia rossastra di uno a cui è stata portata via la superficie del capo. A me suscita un senso d’orrore, ma lui, il giovanotto, è un documentista. Andrà per le redazioni dei giornali a farlo vedere. C’è un morto che risuscita, è sotto la catasta umana. È un giovane di 23 o 24 anni, alto con i baffetti chiari. È intontito. Spalanca gli occhi senza muoversi. Siete ferito? Non risponde. Lo si scuote e lo si riscuote, e gli si danno buffetti e schiaffetti, senza riuscire a farlo rinsensare. Che cosa avete? E lui rimane sul dorso senza parola. Lo si prende per le spalle e lo si rialza di peso. È un sacco di carne che non vuole stare in piedi. Su, perdio! Lo si solleva due o tre volte come un calcasassi e riprende la parola. Vi sentite male, vi siete fatto male? Egli è ancora istupidito dall’avvenimento, ma incomincia a palparsi, a toccarsi, a domandarsi che cosa gli è accaduto. Per un minuto buono rimane smemorato. Non si ricorda di nulla. E a poco a poco gli ritorna la memoria e con la memoria gli si colorisce l’avvenimento.
Doveva andare in Verziere. Ha fatto di tutto per passare dalla via Orefici, o dal passaggio degli Orefici senza riuscirvi. Rifece la strada, prese la piazza della Rosa, svoltò in via delle Asole e subito dopo fu in via Torino. I soldati non avevano ancor fatto fuoco e la gente si avvicinava ai monturati senza pensare alla catastrofe umana. Lui, poi, un richiamato che doveva presentarsi all’indomani al Castello, aveva meno paura degli altri. Fu un’imprudenza. Giunto dinanzi alle due schiere che bloccavano il passaggio, s’avvicinò a un sottufficiale per domandargli se avesse potuto usargli la cortesia di lasciarlo andare oltre. In quei giorni i soldati che chiudevano la via all’altezza del negozio del signor Rituali, erano tutti accigliati e nessuno rispondeva. Allora, mi dice il testimonio oculare, quello tratto dal mucchio dei cadaveri, mi trovai coi curiosi che bighellonavano dinanzi i soldati chiacchierando e sperando di poter andare al di là della linea. Alla mia destra c’erano persone che facevano commenti sullo sfoggio esagerato di soldati, senza però inveire o dire parole sconvenienti contro chicchessia, e alla mia sinistra si formava e si sfaceva un gruppo di ragazzi, i quali, in tono scherzoso e bonario, volevano indurre il capitano a permettere loro di raggiungere i compagni sulla scala Porta, da dove si poteva assistere allo spettacolo senza pericolo. Se mai lo avessero importunato, egli avrebbe potuto farli scappare come un nugolo di passere, con un solo movimento di sciabola.
Il capitano del 47° fanteria era arrogante, brutale e guardava tutti noi in cagnesco. Taluni dei ragazzi hanno cercato di passare tra le file dei soldati, così, ridendo, senza spingere. Non so che cosa abbia potuto decidere il capitano a dar ordine di far fuoco. Io non ho visto alcun movimento. Sono abbastanza alto e potevo vedere benissimo se qualche contingente di insorti fosse stato in marcia verso i soldati. Il daltonismo del capitano fu forse la causa dello sparo. Con un’aria minacciosa e un comando che non ammetteva discussione, il capitano ordinò uno squillo seguito subito dal fuoco di due file fitte di soldati. Il valoroso sottufficiale al quale avevo domandato con tanta gentilezza il permesso di andare oltre, mi puntò la bocca del fucile alla mia bocca. Che cosa è avvenuto di me? Fu il freddo della canna? Non vi posso dire nulla, né come sono caduto, né perché mi sono trovato fra tanti cadaveri, con dei cadaveri sullo stomaco. Aspettate. Dio mio, sono minuti che invecchiano di dieci anni. Lasciate che mi raccapezzi; adesso incomincio a vedere più chiaro. Sì, mi sono risvegliato e rinsensai pochi minuti dopo. Mi sentivo addosso un peso enorme e mi pareva di soffocare.
Per quanti sforzi facessi non riuscii a levarmi che aiutato dalle persone. Ero circondato da feriti che imploravano soccorso, e da morti che mi guardavano in faccia con la loro faccia gelata e coi loro occhi ingrossati e spaventati dalla morte. Non dimenticherò mai quello dalla testa scallottata. Il disgraziato era tutto impillaccherato del suo sangue. I capelli alle pareti craniche ne erano incatramati e le guance e il collo ne erano lastricati. Giaceva come un orrore. In quel momento non ho potuto trattenermi in gola la parola concitata. Io ho detto qualche cosa contro i soldati, ho detto che non avrei mai fatto il soldato.
Il ricordo lo fa ricadere nel silenzio. Egli è commosso, agitato. Gli dico che è tutto insanguinato. Ha del sangue e delle cervella sui calzoni, sulla giacca, sul cappello. Se vi prendono così come siete, sarete fucilato. Nascondetevi al primo portone aperto. Egli mi guarda, si accorge finalmente di avere una scheggia di palla nel braccio sinistro e senza darmi retta prende la rincorsa e mi lascia con le persone che ascoltavano la sua narrazione con i pallori della morte. Corre come un disperato e svolta alla prima via trasversale. Io e alcuni altri ritorniamo indietro a vedere il popolo che portava via i feriti e aiutava a caricare i morti sul furgone militare. C’è un uomo in manica di camicia che pare diventato matto. Egli va sotto le finestre a gridare, con le nove dita in alto, il numero dei morti. Sono nove, hanno ammazzato nove persone!

Più tardi. Sono quasi le sei. Il sole sta per scomparire completamente. I fatti della giornata hanno triplicata l’esasperazione cittadina. Corre voce che la questura abbia invasa la redazione dell’Italia del Popolo. Per andare in San Pietro all’Orto dove sono i suoi uffici, faccio un giro che completa la mia stanchezza. È vero. Tutti i redattori sono sotto chiave in un camerotto di San Fedele. Si dice che si siano trovate le file del complotto rivoluzionario. Hanno sequestrato documenti che compromettono molte persone – uno dei quali è il biglietto da visita dell’avvocato Gian Paolo Garavaglia – che dava appuntamento in redazione al deputato Filippo Turati. Ma dunque? Io mi ci perdo. C’è o non c’è questa rivoluzione?
Bava Beccaris diventa atroce di ora in ora. Egli non sta quieto un minuto. Dopo il massacro, la soppressione di un giornale, e dopo la soppressione del giornale, la proclamazione dello stato d’assedio. Fra poco il generale sarà il nostro padrone. Egli potrà disporre di noi come se fossimo del bestiame. Il manifesto che ho potuto leggere in bozze, sarà affisso su tutte le muraglie questa sera alle dieci. Lo trascrivo tale e quale, perché esso riassume la coercizione militare che incomincerà ad affliggere e a martoriare i cittadini domani. Per il generale le armi sono del denaro contante. Esse dovranno essere versate alla questura… Leggete.

“Per lo stato d’assedio proclamato in questa provincia con R. Decreto del 7 corrente, assumo i pieni poteri, nella qualità di Regio Commissario straordinario e decreto quanto segue:
1 Sono annullati tutti i permessi di porto d’armi; quelli che possedessero armi da fuoco dovranno versarle nel circondario di Milano, a questa questura centrale e per altri Circondari alle rispettive Sottoprefetture. Le armi appartenenti ad abitanti della città di Milano e sobborghi dovranno essere consegnate non più tardi della mezzanotte dell’8 al 9 corrente, quelle del circondario di Milano e degli altri Circondari entro 24 ore dall’affissione del presente Manifesto. Trascorso tale termine i detentori di armi da fuoco saranno deferiti al Tribunale Militare.
2 Rimane vietato ogni assembramento per le vie, e gli abitanti dovranno rincasare non più tardi delle ore 23.
3 Finché durano gli attuali disordini i pubblici esercizi verranno chiusi alle ore 21.
4 Sotto la responsabilità dei vari inquilini, verificandosi conflitti per le vie, si dovranno chiudere le persiane che prospettano le vie medesime.
5 I telegrammi privati che danno informazioni sui presenti disordini non saranno ammessi se non dietro il visto di questo Comando.
6 I contravventori alle presenti disposizioni, saranno deferiti ai Tribunali Militari, come pure vi saranno deferiti i rivoltosi.
7 Le autorità dipendenti cureranno l’esecuzione del presente Decreto.
Milano 7 maggio 1898
Il Regio Commissario
Generale Bava.

Parecchi giorni dopo, mentre i Tribunali di Guerra erano al lavoro, ho potuto rivedere il poveraccio rimasto sepolto sotto i morti in margine al negozio del Giannoni. Era in Castello vestito da alpino. Non potendo parlarmi mi ha fatto pervenire una narrazione di quello che gli è capitato nella giornata. “Uscii di casa, mi scriveva, circa le 8 e mezzo. Passai per il corso V.E. e il corso Venezia leggendo la Perseveranza, il giornale che costa 5 centesimi dall’ascensione di Bava Beccaris. Vi trovai i fatti di via Napo Torriani. Giunsi in via Panfilo Castaldi, senza avere notato nulla di straordinario. Verso le undici ho dovuto andare per i miei lavori a porta Vittoria. Rincasai e feci colazione. Non avevo ancora in bocca il boccone che è venuta in casa una inquilina con aria disperata a raccontarmi che in piazza del Duomo c’era la rivoluzione. Non ho potuto continuare. In pochi minuti mi trovai all’angolo del palazzo reale, verso via Rastrelli. C’era gente sparsa un po’ dappertutto. Il primo accenno che c’era qualche cosa me lo ha dato un ufficiale medico che andava alla volta del palazzo reale, passando dalla gradinata del Duomo. Egli era seguito da tutta una ragazzaglia che schiamazzava come quando è alle calcagna di un ubriaco.
“In quel tempo si stava mettendo giù il binario per il tram a Porta Vittoria. La via era tutta sossopra fin giù quasi in piazza Fontana. I ragazzi si sono caricate le tasche di sassi. Li dissuasi a servirsene contro l’ufficiale. M’accorsi che intorno loro c’erano due o tre persone col bastoncino in mano. Tirate, dissero ai ragazzi i due o tre impertinenti, e voi badate ai fatti vostri. Chi erano? L’ho saputo dopo dagli stessi monelli. Erano due agenti di questura, due provocatori, due accenditori, come si dice in gergo. Così non appena apparve un ufficiale alla finestra sopra l’entrata del palazzo reale, si misero a lanciare le munizioni che avevano in saccoccia da quella parte. Poi si avviarono in via Carlo Alberto e in via Cappellari a ricominciare la sassaiola. Notai l’accanimento contro le finestre della ditta Colombo e Menotti. Allungai il passo fino al ponte di porta Ticinese. Ho trovato gente che andava e veniva meco tutti i giorni e null’altro. Nemmeno l’ombra di una sollevazione. Rifeci la strada curiosando. Si vedeva un po’ d’inquietudine. Tutti s’aspettavano qualche cosa ma nessuno mi sapeva dire il perché doveva avvenire. Dalla via Spadari alla via Orefici ho trovato gli spazi gremiti. Tutta gente che voleva vedere. Via Orefici era ingorgata. Passai e trovai schierata una compagnia del 57°. Siccome ero un richiamato e dovevo presentarmi all’indomani, così mi misi a chiacchierare coi soldati vicini. Non sospettai neanche che ci fosse in aria odore di polvere. Me ne andai convinto che sciupavo il mio tempo. Non avevo fatto una ventina di passi che udii uno squillo e simultaneamente una scarica di fucileria. Non è stato possibile voltarmi. La gente infuriata mi spinse fin quasi all’angolo di via Spadari. Venni rovesciato; mi sentii addosso i piedi delle persone che passavano, perdetti i sensi. Mi risvegliai fra una quantità di bastoni, di ombrelli, di cappelli, di roba perduta. Guardavo e vedevo gente in terra come uno che non si muoveva. Richiusi gli occhi e passai come attraverso un altro deliquio. So che qualcuno mi ha tirato di sotto a coloro che mi stavano sopra e che mi ha fatto rinvenire”.
Riprendo la narrazione della strada, solo perché ho dimenticato il documento più importante della giornata. È il manifesto del sindaco.

Cittadini,

Luttuosi avvenimenti hanno funestato la città.
Milano che pensa e lavora non può essere solidale con coloro che, obliosi d’ogni dovere, attentano alla pubblica pace.
Si stringano i buoni fra loro, e, rispettosi dei fratelli dell’esercito, che sapranno difendere l’ordine pubblico loro affidato, facciano che Milano torni alla sua industre tranquillità che la rese fin qui rispettata e invidiata.
La Rappresentanza cittadina, facendo questo appello, confida che le sue parole non rimarranno inascoltate.

Il Sindaco Vigoni.

LA SCENA PIU’ TRAGICA DEL 7 MAGGIO ’98

Scrivo all’indomani dell’avvenimento, ma ne sono ancora tutto sgomentato. Ero lì in via Valpetrosa che non sapevo proprio quanti ne avessi in tasca. Le poche botteghe erano chiuse come i portoni delle case. Non c’era aperta che la bottega del fumista Pietro Lomazzi del numero 8, la casa di faccia alla via che si curva leggermente fino al margine di via Torino. La Valpetrosa era come il rifugio delle persone che capitavano in via Torino e si trovavano subito in mezzo alle palle che sibilavano da tutte le parti. Entravano trafelate e bianche come il latte. Uomini e donne erano tutti esterrefatti. Balbettavano, monologavano, parlavano come a se stessi. Alcune donne entravano col grembiule sulla testa come se avessero voluto proteggersela dalla grandine di piombo che prorompeva e saltellava per le tegole o schiantava imposte o andava alle muraglie col fracasso di una sfuriata di pam! pam! Coloro che avevano paura o fretta di rincasare sostavano per assicurarsi se erano illesi o vivi e riprendevano la rincorsa per la piazza San Sepolcro. Io e parecchi altri facevamo delle scappate fino alla estremità della via e mettevamo la testa in via Torino, allungando il collo da una parte e dall’altra per vedere che cosa avveniva e dove il fuoco era più assassino. Con il corpo in via Valpetrosa e la testa in via Torino mi pareva che il combattimento fosse accanito. Udivo un fragore come di tegole che cadevano dall’alto e si frantumavano e degli spari ora simultanei e ora isolati. I colpi isolati mi davano l’idea della caccia all’uomo.
Mi figuravo i soldati in catena, addossati alle facciate delle case o sotto le entrature dei portoni chiusi con la mano sul grilletto del fucile in posizione di far fuoco. Durante questi intervalli che mi facevano passare attimi spasmodici mi spingevo sul marciapiede e qualche volta dal marciapiede fino a mezzo alla strada, adocchiando da una parte e dall’altra e ritornando di corsa in Valpetrosa, non appena udivo i proiettili che infuriavano per l’aria o mi pareva di sentire sulla faccia la ventata calda di una palla passata via come una saetta. A sinistra, cioè verso la piazza del Duomo, mentre le scariche davano l’idea della guerra civile, avveniva il saccheggio alle vetrine delle botteghe. Erano pochi ladruncoli che le scoperchiavano con le mani o con una spranga di ferro strappata o dischiodata da una delle imposte chiuse col lucchetto. Si sentivano i crack del legname che si schiantava e il frastuono dei vetri che frantumavano con le punte delle imposte o coi pugni nudi addirittura. Nell’aria infuocata della guerra di strada perdevo di vista il ladro, e non vedevo che l’eroe.
Tutta Milano scappava, si tappava in casa, si nascondeva nei solai, nelle cantine o nelle stanze più lontane e loro, gli inquilini degli abissi più profondi della vita sociale, continuavano a esercitare la loro professione senza neppure darsi pensiero del diavolerio militare. La paura degli altri era il loro coraggio. A pochi passi di distanza si uccideva e loro si imbottivano di camicie, di mutande, di merletti, di cianfrusaglie, di quello che capitava loro tra le mani. Ho veduto uno di quei ragazzotti ritornare indietro a raccogliere uno degli ombrelli caduto dalla vetrina dei fratelli Guarnaschelli, almeno se non ho scambiato una bottega per l’altra, come se si fosse trattato di roba sua. Il ragazzotto lo raccolse e senza affrettare il passo se lo trascinò dietro come uno a zonzo, svoltando nella via che conduce in piazza di Sant’Alessandro. Era in lui l’imperturbabilità di Gavroche, quando involava la giberna di cartucce ai soldati per portare la munizione ai “camerati” sulla barricata.
A destra il pam! pam! degli spari si era come allontanato. Pareva che i soldati facessero fuoco marciando verso il Carrobbio. Anche la caduta dei coppi non era più così fracassosa e tempestosa. Tendendo l’orecchio udivo che si era andata rallentando, come se il fucile avesse diminuito il numero dei combattenti sui tetti. Qualche tegola però si rompeva ancora sul selciato con rumore. Mi arrischiai a passare dall’altra parte mettendomi colle spalle al pilastro dell’arco del palazzo chiuso che porta il numero ventinove, con la faccia un po’ protesa per vedere che cosa avvenisse dalla parte opposta. Ma c’era l’angolo di via della Palla che impediva ai miei occhi di andare oltre. Passando di corsa ho potuto convincermi che prima di arrivare al Carrobbio la battaglia a tegole e a palle di piombo doveva essere stata disperata. Nel momento in cui sono passato non c’era un’anima. Il silenzio e il vuoto riassumevano il terrore. Pareva che i cittadini avessero consumato l’ultimo coppo prima di lasciarsi ammazzare. Tutto il selciato era letteralmente coperto di tegole, di coppi infranti, di sassi, di cocci, di polvere rossa. I soldati al di là del materiale di combattimento erano in agguato sotto le porte o distesi lungo i muri, con gli occhi ai tetti e il fucile in atto di far fuoco. Con un salto fui all’angolo di via Palla, di fronte alla madonna che deve aver servito di bersaglio a qualche alpino. Il proiettile a balistite l’ha colpita sotto il braccio, bruciacchiandone l’orlo del foro. La balistite distrugge pure la religione o la superstizione incastrata nelle muraglie delle case. Pam! È meglio che le palle buchino i corpi delle madonne dipinte che delle madonne vive. Stavo cercando se vi fosse per la tela qualche altra ferita, quando una voce bruca e brutale mi diede la levata con degli imperativi che non ammettevano discussione. Non mi volsi neanche indietro. Ho udito che dovevo andarmene o si sarebbe fatto fuoco. In un balzo mi trovai in S. Maurilio. In fondo vedevo persone che correvano, ma la parte verso il corso era completamente deserta.
Coi soldati in giro il pericolo diventava sempre più grave.
In San Maurilio udivo distintamente che il fuoco era ricominciato e continuava con maggiore insistenza. A ogni sparo o a ogni scarica sentivo la risposta fragorosa che veniva lanciata dai tetti. Erano tegole o mattoni che andavano a farsi in pezzi sulle muraglie o sulle botteghe o sui marciapiedi. Mi giungeva l’eco di edifici in demolizione. Il combattimento che mi disseppelliva il materiale storico che mi si era adagiato nella testa leggendo i tumulti popolari di parecchie nazioni, mi attirava. Io pensavo al modo di trovarmi vicino o di vederlo da qualche altura ed entrai al numero uno, dove avevo veduto comparire alla spicciolata parecchi giovani. È una porta lunga e stretta, divisa da un cancello di ferro che si può sfasciare con una spallata. A sinistra, dietro il cancello, è l’entrata laterale dell’osteria. Il cortile è angusto, sente di chiuso, ha una pompa vicino alla latrina e due latrine a fianco dell’edificio che paiono sospese alle muraglie.
La portinaia è al primo piano, vicino alla prima scala. È una donna piuttosto alta, con la faccia allungata. Era sull’uscio tutta spaventata. Non aveva mai visto salire e discendere tante persone. Tremava a ogni interrogazione. Le domandai se sapeva che cosa andava di sopra a fare la gente che avevo visto scomparire nel budello buio di sotto, ma la povera donna rispondeva che non ne sapeva nulla. Era una giornata di tribolazione che il Signore le aveva mandato per punirla di qualche peccato. La curiosità di vedere o il desiderio di trovarmi un osservatorio, mi fece infilare la seconda scala. Dopo pochi gradini mi fermai terrorizzato. Intuii il dramma che si svolgeva o che si era svolto all’ultimo piano. La ringhiera del ballatoio dell’ultimo piano comunicava con una vasta terrazza, sulla quale i vicini salgono a distendere al sole la biancheria che lavano dabbasso nel lavello della pompa. Con uno sforzo qualunque dalla terrazza si può salire sul tetto alla portata delle mani, e dal tetto bassissimo è facile saltare sul tetto più alto, correre da una casa all’altra, riparandosi dietro i comignoli tutte le volte che ci fosse bisogno di salvarsi dalle palle micidiali.
Io sentivo sulla mia testa una moltitudine di piedi pesanti che faceva tremare l’edificio e delle voci confuse che traducevano il subbuglio. Pareva che i corpi si urtassero l’un l’altro per sostenere un peso enorme, un peso di piombo. Su, su, si diceva, sta su, per la madonna! Ma pare che l’uomo che volevano che stesse in piedi, si lasciasse andare su se stesso come morto. Venivano giù tutti assieme ingorgandosi nelle stretture spingendosi per la scala e scambiandosi parole concitate, come se avessero avuto paura di venire colti col documento sulle braccia di esser stati sui tetti. Tanto più si avvicinavano al piano inferiore, quanto più il rumore tumultuoso delle loro scarpe si attutiva e diventava lugubre. Pareva la discesa di gente che andasse al patibolo. Io passavo e riandavo attraverso tutte le sensazioni. Mi figuravo il combattimento per i tetti, cogli insorti gattoni sulle tegole, che strisciavano fino alle grondaie, fin dove è la vertigine e vedevo il materiale di guerra passare di mano in mano, fino agli eroi al margine del precipizio, e vedevo gli eroi rotolare dalla tettoia, con alte strida d’orrore che turbavano l’aria. Vedevo una scena più spaventevole dell’altra. Vedevo i rappresentanti del coraggio popolare che andavano giù al posto dei caduti e tutti gli altri che riprendevano il movimento isocrono di passare da una fila all’altra le tegole nel silenzio e nell’ansia fino a quando quelli al margine precipitavano come i primi o giacevano supini, senza vita, sull’altura pensile, con l’ultimo coppo nella mano che irrigidiva. La moltitudine discendeva, e la mia visione si insanguinava e diventava spaventosa e il mio pensiero si attorcigliava come sotto l’azione di un dolore intenso.
Quando mi furono vicini ero come assiderato dallo strazio. Guardavo istupidito e lasciavo passare il gruppo che sorreggeva il giovine che incadaveriva ad ogni gradino, che moriva con la faccia bianca. come la farina, con gli occhi smorti che si travolgevano, con le guance che assumevano la durezza del marmo, con le labbra che si scoloravano e diventavano violacee, e si aprivano per lasciar passare l’alito della vita.
Il su! su! dei compagni, che non volevano che morisse sulle loro braccia, che avevano bisogno di portarlo altrove, perché nessuno voleva sul piano un uomo che potesse diventare la sventura di tutti, mi scosse, mi ridette i sensi.
Molti di loro che aveva intorno avevano la camicia fatta a ventriera piena di sassi. Erano saliti e discesi coi proiettili della strada che non avevano potuto consumare. I soldati di Bava Beccaris erano andati sui tetti delle case dall’altra parte della via e a colpi di balistite li avevano fatti scappare, prima di dar loro tempo di accendersi con un lanciamento senza tregua e resistere fino alla morte.
Io mi misi alle loro calcagna e discesi con loro e dietro loro subivo tutta la loro disperazione di non essere già lontano un miglio. Il terrore di incontrarsi faccia a faccia con delegati o questurini in borghese, o soldati alla ricerca di rivoltosi, rianimava le loro gambe stracche, e le voci incitavano il ferito al ventre a stare in piedi, a camminare, a correre, a nascondersi.
– Su, su! che siamo vicini!
Io li vedo ancora sbucare nella via, rossi come se fossero usciti da un forno e sbandarsi in un fiato a rotta di collo. Solo i due compagni, con le ascelle del ferito sulle braccia hanno dovuto continuare la parte dell’eroe, andando via adagio adagio col moribondo, scuotendolo, facendolo sussultare e traballare e dicendogli di stare in piedi se non voleva essere arrestato. Andavano via come tre amici, braccio sotto braccio, e io tenevo loro dietro con gli occhi ai piedi che descrivevano nel mezzo della strada gli orrori di una vita che si spengeva.
I piedi che si lasciavano tirar dietro, scappucciavano, si contorcevano, voltavano la suola dalla parte opposta, urtavano contro i sassi, sfioravano il suolo, piegavano, puntavano le punte nei solchi dell’acciottolato come piedi morti.
Io sono rincasato vecchio di cento anni.
Ho veduto i cadaveri buttati sulle spiagge dei mari a dozzina, ho veduto morire gente sui campi di battaglia, ma non ho mai subito il terrore che mi ha fatto subire un uomo calato da un tetto e sorretto dai combattenti e fatto andare per le strade come un fusto di carne morta.
Il cadavere che cammina e piega su se stesso con la testa che va da una parte all’altra, toglie il respiro. Si allibisce come in mezzo ai fantasmi dell’incubo notturno.

UNA PAGINA SCONOSCIUTA

Il pomeriggio della seconda giornata del maggio novantotto, è stato per tutti una sorpresa. Coi serra serra del giorno prima, durante i quali sono caduti morti un questurino e un operaio, c’era in giro qualche apprensione, ma nessun Mathieu de la Drôme avrebbe preveduto che due o tre ore dopo si sarebbero fatte le fucilate per le vie come in tempo di rivoluzione. La gente che passava e vedeva la truppa che si sparpagliava per le arterie principali veniva presa dal panico ma non correva fino alla disperazione. Più tardi le notizie si facevano e si sfacevano. Chi narrava di aver assistito al massacro e chi smentiva il narratore. La cosa curiosa di tutti i momenti tragici della vita pubblica, è che nessuno era sicuro di quello che raccontava.. Le persone che asserivano di aver l’eco della scarica nelle orecchie, si lasciavano poi convincere dagli altri che lo sbigottimento aveva dato loro una fantasia spaventata. Mi ricordo come se fosse adesso. Un uomo tutto grigio, tutto tremante, diceva balbettando che cinque o sei operai erano andati uno sull’altro fulminati da una scarica militare. Il ricordo della scena lo faceva piangere in un modo convulsonario. Un altro presente lo guardava meravigliato e si convinceva di essere davanti ad un pazzoide. Era passato lui dallo stesso punto, alla stessa ora, e non vi aveva veduto anima viva. Si trattava di un caso di allucinazione? Certi spargitori di notizie false dovrebbero essere arrestati, si diceva. Si fa presto a disonorare la truppa. In quel momento tutti avevano bisogno di credere che i soldati fossero incapaci di ubbidire ad ordini selvaggi e il vecchio incominciò a titubare, a credere di aver straveduto e a ritirarsi dal capannello come un diffamatore colto in piena calunnia. Di vero non c’era che un berretto che passava da un centro all’altro, per ricomparire più tardi con la materia cerebrale di un pitocco buttato in terra col cranio sfracellato.
Verso l’imbrunire le notizie erano sempre allo stato confusionario, ma i cittadini prudenti rincasavano in fretta e in furia, sbalorditi e disperati. Nessuno o pochi sapevano quello che era avvenuto dalle due a sera, ma tutti sentivano che c’era stato qualche cosa di grave, di sanguinoso, di furioso, che bisognava salvarsi o caricare il fucile per difendersi. Io ero violento contro me stesso. Avevo veduto, avevo negli occhi i morti e i feriti, negli orecchi gli spari e i rantoli ed ero per la strada pallido di collera a fare nodi alla cordicella che avevo tra le dita per contenermi. Tutti i nostri uomini pubblici, tutti i nostri grandi, tutti i nostri deputati, tutti i nostri consiglieri, tutti i nostri giornalisti, tutti i nostri personaggi, sono rimasti assenti, non si sono fatti vivi, hanno ignorato che nella via i soldati ammazzavano il popolo disarmato, il popolo che non sapeva nulla. Quanta viltà! I nostri uomini politici non sono eroi che ai banchetti. Lamartine nel ’48 e Victor Hugo nel ’51 non hanno insegnato loro niente. L’uno e l’altro, illustri, hanno osato passare tra selve di baionette, quando le baionette facevano strage; l’uno e l’altro sono rimasti imperturbabili sotto la grandine di piombo; l’uno e l’altro hanno saputo apostrofare la truppa che non fraternizzava col popolo. I deputati del ’51 hanno fatto le barricate. Baudin vi è rimasto. I nostri non hanno neanche l’età senile che li scusi davanti la storia. In quel momento che io pensavo alle crudeltà militari e buttavo in terra tutti gli idoli della vita pubblica milanese, facevo mentalmente un manifesto da affiggersi per ricomporre il coraggio cittadino se ve ne fosse rimasto. Proprio in quell’attimo mi sono trovato a faccia a faccia con un medico che mi diede l’appuntamento per la sera in una trattoria dove solevamo pranzare qualche volta. Qualcuno gli aveva raccontato che ero stato in giro a raccogliere episodi con la matita e perciò alla riunione che doveva aver luogo ero indispensabile. Dove? Non lo sapeva neppure lui. Non si supponevano spie fra noi, ma le preoccupazioni in momenti così turbati erano necessarie. Il segreto in tante bocche è sempre un pericolo. Alle volte, o per mania di darsi dell’importanza o per fiducia con chi si parla, si fanno confidenze che diventano di tutti. Ci salutammo e ci ritrovammo a tavola con un giovane deputato che rappresenta anche ora un collegio piemontese. La trattoria sentiva della giornata. Molti posti erano vuoti. Coloro che mangiavano parevano costernati, o tacevano o conversavano sottovoce con una sobrietà di parole che dava all’ambiente un non so che di lugubre. Ci separammo con l’intesa di andare ciascuno per nostro conto alla redazione di un giornale, dove saremmo stati ricevuti dalla persona incaricata di dirci il luogo della riunione. Vi trovai molte facce sconosciute, facce garibaldine, facce democratiche e un via vai di gente che andava e veniva. Anche la redazione traduceva la giornata del diavolo. Le figure passavano tristi e mute, poi ripassavano con lo stesso contegno riguardoso delle persone che non vogliono essere interrogate. Tuttavia sovente l’amicizia interrompeva la musoneria e costringeva a parlare. Si sentiva un po’ di tutto. Chi diceva con la voce dimessa che non c’era più nulla da fare, perché ormai la libertà dei cittadini era alla mercè del comandante della truppa di Milano, e chi raccontava che gli insorti avevano dato fuoco al palazzo Saporiti dopo di aver fatta una gigantesca barricata sul corso Venezia, e chi faceva venir su la pelle d’oca con mucchi di cadaveri portati via dal luogo del disastro a braccia di popolo. Da tutte quelle narrazioni contraddittorie le mie illusioni continuavano a volar via, Qualcuno aggiungeva che erano incominciati gli arresti a domicilio e aggiungeva panico a panico. I più prudenti prendevano la via del loro domicilio senza voltarsi indietro. Ce ne andammo alla spicciolata come eravamo entrati. Io e il mio amico deputato prendemmo la via dell’Ospedale Maggiore, attraversammo il corso di Porta Romana, infilammo una delle vie che lo lambiscono e seguitammo a camminare in direzione di San Celso. La via era piuttosto deserta e il medico che prestava il suo appartamento per il convegno era dabbasso in strada che additava la porta agli aspettati e adocchiava se sbucasse da qualche parte la polizia. La portinaia era di cera. Tremava. Essa è quella tale stata citata al Tribunale per riconoscere se la signora Kuliscioff fosse stata la donna velata, cercata invano per provare il complotto. Salimmo un’altra scala dopo il primo piano, suonammo e ci venne aperto. Passati dall’anticamera al salotto di riunione vi trovammo un po’ di tutti i colori politici, dal rivoluzionario scarlatto al radicale pallidissimo. Capi di organizzazioni operaie, deputati socialisti, deputati repubblicani, deputati radicali, consiglieri municipali, qualche ex-assessore municipale, direttori di giornali, giornalisti, avvocati, ingegneri, medici, persone che si occupano di politica e di questioni sociali, leaders di questa e di quella piattaforma. l’uscio non stava mai quieto. Ogni momento si apriva e lasciava passare due o tre persone. Sovente passavano nel salottino senza salutare alcuno, qualche volta stringevano le mani di qualche amico e davano la buona sera. Pochi minuti dopo non c’era più posto che sul pavimento e l’uscio non aveva cessato di andare avanti e indietro. Coloro che entravano dovevano contentarsi di rimanere all’entrata o nel corridoio che faceva da anticamera. Siccome nessuno degli invitati sapeva dove e con chi si sarebbe trovato, così ho veduto molte facce diventare smorte o biancastre o paonazze. Alcuni non sapevano neppure in casa di chi si trovavano. La maggioranza era terrorizzata, l’inquietudine di alcuni era tale che pareva che avessero i piedi sugli aghi, la casa del medico pareva un braciere. Vi si respirava un’aria ardente. Parecchi sono entrati e sono usciti senza dire parola. In quasi tutti era la preoccupazione di un’irruzione di poliziotti. Se non fosse stata una vergogna assentarsi dopo essere stati veduti, parecchi avrebbero preso la scala. Tutti assieme rappresentavano la fortuna di Di Rudini, di Bava Beccaris e di Minozzi, il questore. Per tutti loro saremmo stati il complotto, i preparatori dell’insurrezione, i capi della rivolta. Non ci fu scelta di presidente, ma uno dei presenti si incaricò di dirigere la discussione. Ascoltavo e tutte le mie illusioni se ne andavano. In nessuno era l’idea della resistenza. Scarlatto o rosso l’oratore era mansueto, timido, capace di sciorinare tutte le platitudes della prudenza. Non c’era niente da fare e si mancava di tutto. L’idea più forte era quella di affiggere un avviso per pacificare la popolazione e impedirle di farsi ammazzare così stupidamente, come spettatori a mani vuote, mentre i soldati scaricavano senza pronunciare una parola. Il manifesto per pacificare la gente aggredita a colpi di balistite mi sembrava ingiurioso. Qualcuno ha manifestato la rancida idea giacobina. La truppa fraternizzi col popolo! La truppa non fraternizza mai col popolo! Se ha fraternizzato è cosa del passato. È cosa del ’48. Non è che a Parigi, al tempo di Luigi Filippo, che si è veduto simile spettacolo. Gli ostaggi! Chi ha parlato di ostaggi? È roba da cartisti. Allora si credeva che nascondendo Wellington e gli altri ministri, e gli altri personaggi ufficiali, e il principe di Galles, si potesse costringere il Parlamento a concedere la carta della loro riforma. Ma adesso? Morto o scomparso un ministro se ne fa un altro. Che cosa hanno giovato gli ostaggi ai comunardi? La loro morte ha affrettato il trionfo di Thiers. Un moto simultaneo? Ferrovecchi! Quando voi vi sarete impadroniti di Bava Beccaris, del prefetto, del sindaco, della giunta, del questore e di tutti coloro che contano per qualche cosa nel mondo ufficiale, e vi sarete contemporaneamente impadroniti, diciamo, della polveriera, delle caserme, dei telegrafi, della questura, delle carceri per liberare i prigionieri politici, delle banche, perché la guerra senza munizione monetaria è impossibile, quando, diciamo, avrete tagliate tutte le comunicazioni e avrete eliminate tutte le teste governative, voi vi troverete in una condizione peggiore di prima. Sarete imbarazzati della vittoria. L’insurrezione milanese del ’48, si è trovata, su per giù, nelle stesse condizioni. I capi del movimento si sono contentati di conquistare Milano, e così i nuovi contingenti austriaci venuti dal di fuori li hanno sopraffatti. Neanche un rovescio di dinamite sui soldati potrebbe salvare dal disastro. All’indomani la città sarebbe bloccata e bombardata. La colpa cadrebbe sulle nostre teste. Non c’è nulla da fare. Una sollevazione generale spontanea? Voi avete udito. Non ci sono neanche i ferrovieri. I ferrovieri rifiutano di abbandonare i treni. Allora che cosa sono venuti a fare? E se non ci sono loro che sono organizzati e disciplinati, chi volete che insorga? Gli impiegati, gli esercenti, i negozianti, gli industriali tenuti lontani da ogni movimento insurrezionale dai loro istinti e dai loro interessi? Una scampanellata ha agitato tutti i nervi e precipitata la discussione. Era entrata una signora velata a prendere il marito deputato e dietro lei eran giunti due o tre altri a far gelare il sangue. Si continuava ad arrestare a domicilio. Alcuni si valsero del momento di commozione per prendere la scala. Guai se la polizia ci avesse sorpresi. Nessuno avrebbe cavato dalla testa pubblica che l’adunanza avesse intendimenti insurrezionali. Le figure più note della democrazia milanese sarebbero state sotto chiave e tutti sarebbero stati convinti che i propositi dei radunati erano rivoluzionari. Proprio non ci rimaneva che scioglierci e dirci addio. L’affissione di un manifesto di pacificazione era pericoloso. Poteva dar ragione a Bava Beccaris. Non c’era alternativa: o mettersi alla testa della rivolta, se fosse una rivolta, o tacere e lasciare che gli avvenimenti si svolgessero da sè.
Il padrone di casa era ansioso. Le pattuglie erano in giro. La portinaia era sottosopra. Ci si è raccomandato di andarcene alla spicciolata come vi eravamo venuti. In pochi minuti fummo tutti dispersi. Io ero con tre o quattro alla distanza di dieci o dodici passi l’uno dall’altro. Alcuni minuti di ritardo e saremmo stati tutti in gabbia. Il delegato, o l’ispettore che fosse, con una frotta di questurini in borghese, era avviato al domicilio del medico, o in quella direzione. Ci disperdemmo vicino al Baj. Durante la notte molti dei convenuti si sono dati alla fuga, alcuni sono stati arrestati, parecchi sono stati ghermiti più tardi e non pochi sono rimasti ignoti.
La riunione è stata sospettata o scoperta quando eravamo tutti al largo, compreso il padrone dell’appartamento che ci aveva ospitati, il quale era già in viaggio per la via di Lugano. La portinaia fortunatamente ha fatto la stupida per progetto o non ha potuto compromettere alcuno, perché quella gente non era mai passata dalla sua portineria. Ella non ha saputo dire alla polizia se non che erano salite molte persone dal dottore e che fra le molte persone era una signora coperta da un fittissimo velo. La si è cercata per tutta Milano. Con essa si sarebbe messo assieme il complotto, la congiura, la cospirazione, il proposito di insorgere. Ma la signora è rimasta sconosciuta e i tribunali militari, dopo che la portinaia non ha saputo riconoscere nella signora Kuliscioff la signora velata, hanno dovuto abbandonare il clou del processo dei giornalisti e dei deputati: vale a dire l’intesa per rovesciare la monarchia e dare all’ltalia una repubblica.
Ho taciuto tutti i nomi perché non sono autorizzato a pubblicarli. Così taccio anche quello della signora, dicendo solo che la donna velata non era proprio la signora Anna Kuliscioff.

LE CANNONATE IN CORSO COMO

Domenica, 8 maggio ’98. Sono venuto a casa spaventato. Nel pomeriggio d’oggi, il ponte dello Scalo Merci, si era affollato di persone che volevano vedere cosa facesse l’ufficiale col cannone e coi soldati al dazio di Porta Garibaldi. Si era lì tutti a chiacchierare, quando vedemmo come un movimento intorno alla bocca da fuoco che mette paura. Non eravamo ancora usciti dalla sorpresa, che udimmo l’esplosione di un colpo a salve. La moltitudine, quantunque non potesse essere udita, scoppiò nelle grida indignate, e non pochi tesero le braccia come per minacciarlo..
L’artigliere era al lavoro e noi credevamo che stesse preparando un’altra scarica a salve. Passarono cinque minuti di ansie terribili. Malgrado l’illusione in tutti noi, che non si sarebbe osato scaricare della mitraglia, eravamo tutti silenziosi. Il secondo colpo sollevò una nube che ci tolse dalla vista soldati, cannone e ufficiale.
Prima o durante il rumoreggiamento, un uomo attraversava la piazza dello Scalo Merci con la propria figlia di nove anni. I particolari li ho saputi quando siamo accorsi ad aiutarlo. La ragazzina è stata colpita alla fronte. Il padre non ebbe che un grido di dolore. Si precipitò su lei per sollevarla. Ma una volta che se l’ebbe tra le braccia, l’uomo svenne. Piegò sulle gambe e andò a sbattere la fronte sul selciato. Lo aiutammo ad alzarsi. Qualcuno raccolse la morticina e non pochi seguirono il padre, il quale ha continuato a piangere fino all’abitazione.
Non ci eravamo accorti che al tempo stesso uno stalliere, il quale aveva appena finito di dare da mangiare e da bere alle bestie e divorarsi la solita scodella di minestra, avviato all’osteria in faccia a berne un quinto, aveva subito la stessa sorte. Non aveva fatto che tre o quattro passi che precipitava a terra con il ventre squarciato dalla mitraglia.
Più innanzi trovammo un giovane tedesco, del quale non ho saputo scrivere il nome, colpito al cuore da un proiettile, mentre era uscito di casa a comperarsi un sigaro.
Tutto sommato, la seconda cannonata ha lasciato in terra tre cadaveri.

L’ASSALTO AL CONVENTO

Nove maggio. Sono a zonzo, come gli altri giorni, col lapis e il libro delle note in saccoccia. Mi darei dei pugni. Ho dimenticato a casa il kodak, che mi avrebbe aiutato a raccogliere le scene della strada. La giornata è splendida, ma il sole non riesce a far rifiorire le guance della popolazione terrorizzata. La gente è smorta, biancastra, inquieta. Ciascuno va via per la sua strada, senza voltarsi indietro, senza salutare gli amici. È come se uno sospettasse dell’altro. In ogni persona che passa si fiuta un insorto o un delatore. Le muraglie sono impiastrate di avvisi di tutte le dimensioni. È Bava Beccaris che ingiunge alle masse i suoi ordini, senza punto far sussultare i nervi della popolazione. C’è qualcuno che mormora. Ma gli altri che leggono gli cacciano gli occhi negli occhi come se volessero divorarlo. Nella fraseologia del generale, c’è sempre del padrone che parla al servo e dell’imbecille che dalla scuola militare non ha portato via che la brutalità del mestiere. Egli invita i cittadini a versare le armi da fuoco, come se i fucili, gli spadoni e i fioretti fossero sacchi di noci o bottiglie di liquori, o fiaschi di vino!
Durante le sommosse popolari l’aristocrazia e la borghesia inglesi vanno direttamente alla sezione di polizia a prestare giuramento e a cingersi i fianchi del conciapopolo, il quale è un randello corto che spacca la testa del rivoltoso al primo colpo. I policemen non sono per le vie e per gli squares dei tumulti soli, abbandonati al disprezzo della folla che mugge contro i nemici dei suoi diritti. Escono dalle caserme con le upper classes, con dei pari, degli ammiragli, dei generali, dei deputati, degli avvocati, dei medici, dei banchieri e col resto dei cani grossi della terrocrazia e della plutocrazia. Le upper classes della paneropoli, si contentano invece di lasciare il loro biglietto di visita alla residenza del generale Bava Beccaris, il quale è, come tutti sanno, nel palazzo del comando militare in via Brera, 15. Un biglietto di visita costa poco e sopprime la noia di un probabile conflitto con le moltitudini.
Leggo la Perseveranza – il quotidiano della consorteria milanese, che incomincia questa mane la vitaccia a cinque centesimi. In questo giorno è un giornale che sbalordisce. Non è più il leone sdentato e invecchiato nella gabbia del serraglio. È un leone in piedi che rugge squassando la giubba e guarda la “plebe” con la minaccia negli occhi torvi. Dal primo giorno dei tumulti, la Perseveranza ha buttato via ogni solidarietà professionale. È divenuto un foglio fratricida. Si presenta ogni mattina al pubblico, con le mani gocciolanti del sangue dei colleghi che ha sgozzato nella notte. Le sue colonne sono piene di delazioni. Essa incita gli agenti a piombare sui difensori della libertà di stampa.
La maggioranza dei giornalisti milanesi è composta di forcaioli. Non pensa che col ventre. Manderebbe al patibolo tutti noi che abbiamo l’audacia di prendere i ventraioli della penna di redazione a pedate. I vostri nomi sono registrati nel mio diario.
In questo momento di disgusto mi ricordo con compiacenza della Parigi giornalistica delle giornate di luglio, dei giornalisti del ’30, i quali rimasero uniti a difendere i diritti della libertà di scrivere contro le ordinanze reali che volevano distruggerla. Piuttosto che subire il bavaglio, hanno preferito lasciare la penna in redazione e discendere nelle vie a combattere sulle barricate fino a monarchia finita. I soldati fraternizzarono coi “rivoltosi” per il rispetto alla Carta, e Carlo X dovette scappare dal “cervello del mondo” di notte, come un ladro.

Piazza San Fedele è popolata. Ci sono qua e là dei capannelli che chiacchierano. I gradini del teatro Manzoni e della chiesa in faccia sono gremiti di spettatori. Intorno al monumento discutono parecchi signori dal solino lucido e dalle mani inguantate. Approvano l’energia del generale e dicono che Milano finalmente ha trovato la mano di ferro che le mancava. Ma aggiungono che avrebbe dovuto risparmiare Turati “perché non è mica uno scalmanato che vada in piazza con una palata di parole roventi a rimescolare il fondaccio delle passioni volgari della plebaglia. Egli è un intellettuale con idee che non sono le nostre, ma che si possono discutere”.
Si aspetta la solita processione degli arrestati del giorno prima. È uno spettacolo desolante questo di assistere alla sfilata di sessanta o ottanta individui, legati a due a due, circondati dalla cavalleria, dai carabinieri e dagli agenti di pubblica sicurezza, con la bocca della rivoltella che li guarda in bocca. Il pensiero che la distrazione possa farne scattare qualcuna, mi fa sentire il tormento degli aghi nella pelle. Perché fate loro attraversare mezza Milano a piedi, a rischio di trovare qualche esaltato che gridi viva o abbasso qualche nome? Per procombere su loro ed ammazzarli? Mi sento male a pensarci. No, oggi non voglio vederla. Mi bastano quelle di ieri e dell’altro ieri.
Filo per Santa Radegonda e mi fermo rasente il Duomo, cogli occhi verso la piazza. È occupata militarmente e i soldati hanno l’aria di poveracci che non hanno riposato nel proprio letto. Coloro che tentano di flanellare lungo i cordoni militari, vengono mandati al diavolo con la voce rude che sente del momento.
Domando il permesso all’ufficiale vicino ai magazzini del Bocconi di attraversare la Galleria per salire all’associazione della stampa. Gli presento la tessera sulla quale è incollata la mia fotografia. Non si può. Non è permesso. Gli ordini militari non si discutono, e volto indietro per il corso Vittorio Emanuele. Non sono ancora vicino al ristorante dell’Orologio, che la gente si mette a scappare in tutte le direzioni e i negozi semichiusi si chiudono precipitosamente, come se un esercito di pitocchi stesse per irrompere a dare il sacco alle botteghe. Il fuggi fuggi fa andare gli uni addosso agli altri e il panico corre per il corso a mettere tutti sossopra. Si chiudono le porte, si chiudono le finestre e si lasciano i pedoni senza un rifugio per salvarsi dai pericoli della strada. Qualche signora che non sa allungare il passo o decidersi a raccogliere le vesti ed imitare le altre, si spaventa, scolorisce e pronuncia parole che racchiudono la sua desolazione di essersi lasciata sorprendere dalla sciagura cittadina.
Si senton le ruote dei carri pesanti che sussultano lungo l’acciottolato e le zampe dei cavalli enormi che sdrucciolano di tanto in tanto sulle pietre dei ruotabili. Sono due cannoni di grosso calibro accompagnati dai carri con gli attrezzi e con la munizione. Vanno via al trotto e lasciano supporre che siano avviati verso il teatro della insurrezione. All’annuncio che vengono i cannoni, San Pietro all’Orto – ove erano gli uffici dell’Italia del Popolo – perde la testa. Donne e uomini gridano, piangono e si inseguono come invasi dal terrore. Una delle cuoche della casa tollerata si dispera, percuotendo coi pugni la porta che non vuole aprirsi, neppure dopo aver premuto e ripremuto il bottocino del campanello elettrico. La lattaia, a qualche passo di distanza, sviene sul gradino della bottega che stava per chiudere. A mano a mano che i cannoni e le mitragliere si avanzano, la gente infuriata svolta in S. Pietro all’Orto e completa il quadro di una popolazione tribolata dalla guerra civile. Si sentono gli sbatacchiamenti delle ultime porte, delle ultime imposte, delle ultime botteghe aperte. Non si vedono che gambe in fuga.
Il corso è quasi deserto. Passano tre lancieri, l’uno dietro l’altro, a pancia a terra e scompaiono per la via Monforte. Gli artiglieri a cavallo frustano le bestie; e le bestie infuriate divorano la via, e i cannonieri, appoggiati agli affusti, hanno assunto un atteggiamento più bellicoso.
Svoltano a destra sul naviglio. Io torno indietro e imbocco, come i lancieri, la via Monforte, scavata nel mezzo per i lavori di tubazione, fin quasi al ponte di San Damiano. Oltre il ponte la via Monforte non ha che due o tre bottegucce del polentaio, del giornalaio, di un merciaiuolo di cianfrusaglie, eccetera. Il resto è popolato di residenze signorili. A destra, quasi in faccia alla via Conservatorio, è il superbo Palazzo della Prefettura, col suo balcone immenso, sorretto dalle colonne a scanalature.
Arrivo proprio in tempo a vedere un reggimento o parte di un reggimento di fanteria che va verso il dazio spacchettando le cartucce nella giberna. Sembrano soldati che vengano da lontano. Sono impolverati fino ai capelli e taluni piegano sotto il peso dello zaino e del fucile. A due passi dalla Prefettura c’è il via vai della giornata di perturbazione cittadina. Via Monforte non subisce la paura degli abitanti delle altre vie. Vicino al rappresentante del governo la gente si sente più sicura. I balconi sono pigiati di signori e di signore che applaudono entusiasticamente ai soldati che passano. Da una parte e dall’altra, si vedono i fazzoletti candidi che agitano l’aria e le manine che si aprono come se lasciassero cadere dei fiori. I soldati tirano innanzi senza guardare in alto. Solo gli ufficiali danno segno di compiacimento.
Si parla di studenti venuti da Pavia a ingrossare il numero dei rivoltosi, nascosti nelle cascine di Acquabella e accampati nelle vicinanze. Se ne discorre e si allibisce, affrettando il passo. Alcuni squilli di tromba mi fanno ritornare presso il ponte di San Damiano. Mi pare di essere bloccato al centro delle operazioni militari. Continuano gli squilli. È un generale con degli altri ufficiali a cavallo, seguito dai trombettieri e parecchi lancieri. Alcuni mi dicono che sia il generale Bava Beccaris in persona. Ma i più lo credono Ponza di San Martino. Può darsi che sia invece né l’uno né l’altro. Il generale e gli ufficiali entrano in via Monforte colle spade sguainate e ciascuno di loro grida dappertutto: “Chiudete le finestre o faccio tirare!”. I cavalli caracollano, s’impennano, nitriscono e tentano di prendere la mano ai cavalieri.
La gente, colle mani calde del battimani fragoroso che aveva salutato la truppa, scompare chiudendo le imposte. I passanti vengono respinti verso il ponte. Gli imbocchi delle vie trasversali si chiudono con mucchi di soldati. Si prepara qualche cosa di grosso. L’entrata al ponte ha una siepe di monturati che impedisce il passaggio. Si allineano i soldati anche davanti il portone della prefettura. Al limitare c’è ressa. Vedo gruppi di persone che si sciolgono e si rifanno o si perdono dietro le colonne.
Qui al cordone di San Damiano c’è voluto del fiato per indurre i soldati a lasciar passare i fattorini con manate di telegrammi.
Sono le undici e mezzo. Incominciano le fucilate di Porta Monforte. Si sentono colpi a intervalli. Dal mio posto vedo una nube di polvere bianca verso il dazio e dei cavalli che sbucano e ritornano nella nuvolaglia qualche volta illuminata dalle esplosioni.
Dei signori che stanno in via del Conservatorio vogliono assolutamente passare. Le famiglie, sapendoli per le strade, devono essere inquiete.
– Signor ufficiale, ci faccia passare o accompagnare. Ecco il nostro biglietto di visita.
– Mi duole, ma ho ordini severi: non si passa.
Il fuoco fuori di Porta Monforte diventa accelerato. Pam, pam, pam! Pam, pam, pam, pam!
La commozione diventa generale.
Tuona il cannone.
Indietro! Indietro!
Con le cannonate che imperversano per l’aria, ho tempo di fare delle considerazioni giornalistiche!
È un mio debole di sostenere i diritti della penna pubblica, dovunque si tenta metterli in dubbio o sopprimerli. Le autorità militari vedono nel reporter un intruso o un nemico. Lo respingono dappertutto come un rognoso.
Questi signori non hanno ancora capito ch’egli è lo strumento più utile dei popoli che non hanno vergogna di far sapere al mondo come si svolga la vita nazionale.
Il reporter è il raccoglitore degli avvenimenti che si compiono sotto i suoi occhi. È impersonale.
Voi fate bene, e il fatto, ch’egli serve caldo al pubblico, vi copre di elogi e vi circonda di ammirazione.
Voi fate male, e la gente col documento che egli ha diffuso, vi critica, vi biasima e magari vi stramaledice, come perturbatori della quiete pubblica o come autori di sventure cittadine.
Carlo Houard Russel, il reporter della guerra in Crimea, ha fatto piangere il Regno Unito, con le rivelazioni ch’egli metteva assieme sulle alture di Alma, di Balaclava e davanti a Sebastopoli, vivendo in mezzo ai soldati, chiacchierando cogli ufficiali, conversando coi superiori che sapevano di strategia, e passando delle ore coi medici e col personale addetto alle ambulanze.
Senza di lui, migliaia di soldati di più si conterebbero tra le vittime del colera, della fame e delle bocche da fuoco. Senza di lui, lord Ragan sarebbe passato alla storia assai più che come il mutilato di Waterloo, come l’eroe degli eserciti alleati che hanno combattuto per la conquista di Sabastopoli – il grande arsenale russo del mar Nero. Invece le lettere di Russel lo hanno fatto nicchiare tra i generali confusionarii, che perdono la testa come Bazaine, pur essendo circondati da un materiale di guerra che basterebbe a condurli alla vittoria.
È un supplizio crudele quello di stare qui, al margine del teatro di guerra, con le orecchie rintronate da un fuoco incessante di fucileria, a straziarvi col pensiero che a pochi passi dai vostri piedi si combatte disperatamente, senza poter rompere il cordone militare! Farei in due la mia tessera giornalistica! Ma dunque, o colleghi, avete o non avete conquistato il diritto professionale di passare dovunque?
Corro, corro lungo il naviglio verso porta Vittoria, con l’idea di voltare in via Stella e riuscire a percorrere fin sotto i casini daziarii di Porta Monforte. Non incontro che una ragazza e una bimba che chiamano tutti i nomi del vicinato senza commuovere alcuno.
– Luigia, Giovanna, Marta, aprite, fate presto, per amor di Dio!
L’egoismo li ha resi tutti sordi. Loro sono in casa, rannicchiati come tanti conigli, e chi è fuori, crepi!
Col battaglio del portone metto a rumore il casone.
– Aprite, in nome della legge!
Si apre, e io continuo il mio itinerario. Avvicinandomi all’estremità del naviglio, le fucilate si fanno sentire una dopo l’altra, come se i soldati fossero dietro qualche riparo a far fuoco contro i passanti rimasti per la strada.
Sull’angolo di via Francesco Sforza, è un gruppo di gente, addossato alla bottega della farmacia chiusa, che non sa più da che parte avviarsi.
Sul ponte Vittoria le palle passano fischiando e, al dorso, dove incomincia il corso Vittoria, è la cavalleria che scorrazza inseguendo chiunque col revolver alla mano e il grido: indietro, indietro!
Una vecchia del gruppo continua a farsi il segno della croce.
Giunge, trafelata, vicino alla farmacia, una lavandaia, che abita in via della Cerva, cioè giù dal ponte, a destra del Verziere. Vuole assolutamente rincasare.
Ha dei figli e le preme di sapere dove siano i suoi figli.
– Fanno fuoco, badate, Teresa, ritornate indietro!
Ella, la grandigliona non ha paura. Protetta dal grembiule, che si è tirato sulla testa, prende la rincorsa e scompare, seguita dai pam! pam! che vengono dalla via Stella.
– Gesumaria! gridano le donne dall’altra parte.

Dal naviglio di San Damiano, arrivano al mio posto due donne esterrefatte che abitano nel corso Lodi, fuori di Porta Romana. Sono inquiete per le loro famiglie, e anche loro, come la lavandaia, vogliono passare attraverso i pericoli, a costo di perdere la vita. Cerco di far entrare nella loro testa che è meglio rivedere la famiglia un po’ più tardi che lasciarsi ammazzare. Spreco il fiato. Raccolgono le vesti e passano di corsa il ponte.
– Pam, pam, pam!
Passate incolumi, le persone addossate alla farmacia si convincono che i soldati tirano in aria.
– Andiamo, andiamo, che fanno per spaventarci!
E il gruppo si scioglie e sbuca sul ponte, come una filata di fannulloni, che vanno per il sole a scaldarsi. Una scarica di fucili li scompiglia. Scappano in tutte le direzione. È un fuggi fuggi, un si salvi chi può. Una ragazza precipita a terra dallo spavento e completa la scena del terrore. Un operaio, che la vede in pericolo, ritorna indietro, gettandosi sulle mani per evitare le pallottole. Raccoglie la fanciulla sul fianco e se la trascina giù dal ponte, rasentando la muraglia.
Io mi rifugio nell’osteria di fianco. Vi si entra discendendo due gradini. Ha l’aria d’una taverna dei vecchi romanzieri. È tetra, si sente il soffitto sulla testa, e ha i tavoli popolati di facce che paiono ditte di gente istupidite votando i bicchieri. Sono invece persone che si sono salvate scappando “per lasciare passare la tempesta”. Nessuno ha voglia di parlare. Ogni fucilata si ripercuote sul loro sistema nervoso come una bastonata. Entra l’avvocato Crosti della Lombardia, Ha l’aria di un uomo che ha buttato via più di una notte. I tumulti non gli hanno dato tregua. Ci salutiamo con un semplice ciao. Ci mettiamo sul tavolo sotto un finestrone a inferriata che guarda in via Stella. Assistiamo per alcuni minuti al va e vieni di corsa degli uomini e delle donne in cerca di rifugio. Le fucilate continuano alla spicciolata, rimbombano spesso sulle pareti come schiaffi.
Incalzato dalla mia idea di voler assistere al combattimento tra la truppa e gli insorti, rifaccio il naviglio e non svolto che in via della Passione. L’arteria è deserta. Le imposte sono chiuse ermeticamente. Non trovo che un pitocco sdraiato sulla pietra di una cavità sulla facciata di un edificio. Giungo dinanzi alla chiesa della Passione. Un caporale e due soldati sono distesi lungo l’imboccatura di via Vincenzo Bellini. Al di là è il bastione sotto il quale è lo stabilimento Ricordi. Mi si ingiunge di andarmene. Per il cielo è una gazzarra di spari. Filo per la via Conservatorio verso via Stella. È caduta una palla dalla parte opposta al mio marciapiede. Non c’è un portone aperto. Non ho paura, ma non sono tranquillo.
A metà via, entra da via Stella un signore bassotto, abbottonato nello stifelius, con la faccia spaventata, che mi interrompe il cammino con un imperativo brutale.
– Indietro! Indietro!.
– Chi siete?
– Ve lo faccio sapere subito chi sono. Soldati, fuoco!
Discutere coi signori che vi possono scaricare mezzo chilogrammo di polvere nello stomaco, è da insensati. Non mi faccio ripetere la ingiunzione, e mogio mogio riprendo la via fatta. Mi pare di non avere più sangue nelle vene. A ogni passo mi aspetto di precipitare fulminato dai proiettili.
Sono perduto. Mi trovo in mezzo ad una rete di sentinelle. Da tutte le parti si grida: Indietro! Indietro! Due cavalleggeri irrompono dalla via Monforte, con le lance piegate e m’inseguono spronando i cavalli.
– Via! via! Indietro! Indietro!
I proiettili saltellano freneticamente per le tegole dei tetti. Riesco in via.della Passione più morto che vivo. Il cencioso continua a dormire.

Rieccomi di nuovo sul ponte di San Damiano. Al palazzo della prefettura c’è un andirivieni che traduce il tumulto intorno allo stato maggiore in margine al campo di battaglia. Il fuoco continua. Ci sono persone che si staccano e vengono alla nostra volta. Tra loro sono il signor Elia Fumagalli, un ricco industriale, almeno così mi si dice, e l’ingegnere Macchi, un proprietario di case al Foro Bonaparte e un uomo assolutamente d’ordine.
Tutti questi signori sono stati trattenuti nel casino daziario, ov’è il comandante, per più d’un’ora. Il loro racconto è sommario, ma rivela una pagina dei tumulti che stanno scrivendo le bocche del cannoni e dei fucili.
Il signor Fumagalli dice che passava dalla via Guicciardini – la prima a destra del corso Concordia, fuori Porta Monforte in una vettura aperta, col procuratore Enrico Pirolli. Essi vennero fatti discendere tra le undici e le undici e un quarto, e condotti al dazio, ove trovarono l’ingegnere Macchi, arrestato un po’ prima di loro.
Mentre erano nel casino daziario, il comandante era tutto in faccende a dare le disposizioni dell’attacco imminente. L’ingegnere Macchi, il quale non sembra mica uno scervellato, fece coraggiosamente delle osservazioni; come per convincere l’ufficiale superiore che i rivoltosi, se c’erano, dovevano essere altrove. Lui, personalmente, non ne aveva veduto uno. Le osservazioni dell’ingegnere erano fatte tra un complimento e una scusa perché il momento scottava e perché il comandante, che aveva la sua cavalleria che batteva la campagna, poteva essere in grado di saperne più di un borghese.
Fu così che parecchi di questi signori assistettero alle fucilate fatte contro le persiane di alcune finestre del palazzo a sinistra, quasi di faccia al casino daziario, che lambisce il bastione di Porta Venezia. L’ingegnere Macchi aveva fatto di tutto per assicurare i signori ufficiali che le loro informazioni non potevano essere esatte, perché in quel casone signorile abitavano buonissime famiglie, ch’egli conosceva personalmente. E, dicendolo, dava la sua parola d’onore, che non erano famiglie che si occupassero di dimostrazioni. Aggiungeva anche che dietro le persiane agitate, contro le quali si voleva far fuoco, era l’abitazione di un ottimo padre di famiglia, che sedeva tutti i giorni nel seggiolone di giudice di tribunale. Ma il tenente incaricato di ordinare il fuoco non volle sentire ragioni. Era nella testa delle autorità daziarie, della sicurezza pubblica e militare, che dalle finestre del giudice di tribunale erano usciti dei colpi di revolver e di fucile.
Non potendo reggere allo strazio di vedere la truppa che tirava contro le finestre degli amici, l’ingegnere Macchi prese per un braccio il signor Fumagalli, e tutti e due rientrarono nel casino daziario ad aspettare che il comandante si persuadesse della loro innocenza. Intanto che erano chiusi nell’anticamera dell’ufficio, gli squilli di tromba e le cannonate li facevano impallidire.
I due cannoni che vomitavano la mitraglia micidiale erano appostati colla bocca verso corso Concordia. Il secondo, a pochi passi dal marciapiede sinistro del piazzale Monforte, tirava sul convento dei Cappuccini. Dopo i due squilli, udirono quattro cannonate: la prima fece sussultare i vetri del casino dove erano, e l’ultima diede a tutto l’edificio uno scotimento, che fece traballare il suolo sotto i loro piedi.
Intanto che i proiettili imperversavano per l’aria, nel casino daziario si diceva che gli studenti di Pavia avevano fatto le fucilate con la truppa schierata lungo i cancelli di Porta Venezia. Si parlava di un fuoco disperato. Inseguiti, si sarebbero nascosti nel convento e nella chiesa dei frati, da dove vennero sloggiati dalla mitraglia. Poi si sarebbero dispersi per le cascine di Acquabella, lasciando a torno gli avamposti in bicicletta.
Cessato il fuoco, l’incaricato militare annunciò a tutti che erano liberi di andarsene “perché di loro non aveva dubbio alcuno”. Saputo che erano persone per bene, il comandante li fece scortare fin dove cessava il pericolo. Lieti di poter correre a casa a tranquillizzare le famiglie, i signori vollero manifestare la loro gratitudine ai soldati con un beveraggio. L’ingegnere Macchi fu il primo ad iniziare il movimento con un biglietto da cinque o da dieci. Gli altri lo imitarono con dei biglietti da una o da due lire. Il soldato che aveva ricevuto il denaro, senza protestare, diede l’esempio che i soldati non si lasciano pagare, per nessun servigio.
Non appena al primo cordone, li denunciò in massa all’ufficiale di picchetto, come tanti corruttori. Ci volle del bello e del buono per farlo placare e fargli capire che loro, non potendo offrire alla scorta né bibite né bevande, avevano voluto contribuire con qualche cosa, perché se le comprassero.
Spiegato l’equivoco, il tenente li lasciò passare.

L’AMBIENTE

Il convento, destinato a signoreggiare gli avvenimenti della quarta giornata, non è “quasi nascosto tra gli alti fabbricati”, come vorrebbe uno sciocco redattore della Lega Lombarda, che riempie le colonne della “Milano durante i tumulti” di inesattezze delittuose e di sentimenti anti-cristiani. È un edificio che in piazza Monforte nessuno può evitare di vedere. Ha il fianco destro completamente libero, che margina il principio di corso Concordia e la fronte che corre lungo il viale, che porta il nome del centro ov’è accampata la truppa.
La parte della cinta del cortile, dimezzata dal cancello di ferro, è sul rialzo dei pedoni, sotto il quale è il binario del tram. Il viale è largo e a due binari, e il convento ha di faccia il casone della farmacia, che incomincia il viale interrotto dal piazzale, sul rialzo dei pedoni, dalla parte opposta.
L’interno del cortile può essere descritto da un ragazzo. Dinanzi il cancello è la chiesuola del Sacro Cuore con il suo pronao rustico, sotto cui seggono tutti i giorni i poveri che mangiano la minestra distribuita dai frati. A destra è la muraglia addosso alla quale i pitocchi si appoggiano o si distendono a mezzodì, col cucchiaio di legno nella mano sul ventre che borbotta. Nell’angolo è l’entrata al convento propriamente detto. Tra il limitare e la postierla è un andito piuttosto buio con lo sportello a sinistra, dal quale sbuca la testa simpatica del frate Melitone che scodella la minestra e aggiunge, per i più affamati, fette di polenta e tozzi di pane. All’altro fianco del cortile è un portone che non si apre che quando la frateria riceve i carri carichi di legna o di fieno o di paglia o di farina o di pasta. Dall’angolo di questo portone della muraglia parallela all’altra sono due abitazioni: quella del coronaio e quella del signor Roveda, un vecchietto di 70 e più anni, che passa la vecchiaia giocondata dalla presenza della moglie e di cinque figli. È una famiglia della quale tutti vi parlano bene.
Il coronaio è un uomo alto e brutto. Ha il naso grosso e gualcito degli ubriaconi. Al momento dell’invasione militare, egli era in casa con le convulsioni. Le palle percotevano fragorosamente le sue gelosie e il suo uscio d’entrata. Di sopra, sua sorella, gravemente ammalata, piangeva dirottamente dalla paura. Calci del fucile gli fecero aprire.
– In ginocchio! – gli gridò l’ufficiale piantandogli in faccia la bocca della rivoltella.
E il povero coronaio, con la pelle lividastra, si lasciò andare sulle ginocchia colle mani giunte.
– Dove sono i rivoltosi?
– Non lo so, signor tenente.
E il tenente lo fece arrestare.

Il capo dei mendicanti è il Cerina, un tipo che io ho dovuto studiare più di una volta nella mia Milano sconosciuta e Milano moderna. È un ex-librivendolo disgustato della vita ladra che lo obbliga, a 70 anni e impotente, a dormire sotto un cielo indiavolato, o sui gradini delle chiese, o in fondo agli angiporti, o con le spalle al pilastro d’un’arcata qualunque, nelle notti ch’egli chiama polari. Pare un Aronne. La sua barba, folta e fluente, gli tiene caldo lo stomaco, e la sua capigliatura, che ingrigia adagio adagio, documenta la sua discesa nell’inferno sociale. Il suo sogno è di rialzarsi con una bracciata di libri vecchi o arcivecchi. Mi diceva l’altro giorno che, se non gli avessero arrestato il suo amico Carlo Romussi, direttore del Secolo, a quest’ora la sua fortuna sarebbe fatta. Prima dell’arresto gli aveva promesso una carriolata di classici della biblioteca Sonzogno.
La sua predilezione per i frati del convento del viale Monforte è spiegabilissima. In mezzo alla pitoccaglia, egli è ancora qualche cosa. A mezzogiorno il buon Cerina diventa una specie di caporale di un pelottone di pezzenti. Separa gli spiantati dalle spiantate, mette in fila gli uni e le altre e lascia prendere a ciascuno di loro una scodella di minestra fumante. “Non faccio per dire ma è minestra di brodo che sente della pestata di lardo. A me piace e piace anche ai miei colleghi”.
Il portinaio è frate Daniele. Un uomo alto e ossuto, con gli occhiacci della gente che porta nel petto il male crudele che manda sollecitamente all’altro mondo. È stato parecchi anni al Chilì, ove prese una febbriciattola che lo tormenta ancora. Il suo italiano ha molto del bergamasco. È di una intelligenza più che comune. Non posso mettere in dubbio la sua vocazione religiosa, perché indossa la tonaca da una filata d’anni. Ma non sono sicuro ch’egli sia capace di capire quello che legge, se pure legge. Coi poverelli è di una bontà femminile. Fino a caldaia vuota non nega mai una scodellata di minestra a chi gli riporge la ciotola per saziarsi.
I mangiatori di minestra appartengono ai due sessi. Le donne sono malvestite, stracciate, piene di pezze, coi piedi negli zoccoli che piegano sui sassi. La loro faccia riassume un secolo di patimenti. Talune entrano dinoccolate, coi bimbi sulle braccia, che paiono sacchetti di carne morta, o coi piccini a mano, che strascinano dietro come il bastone gli sfaccendati. I bimbi, abituati ai pasti irregolari e a tutte le sofferenze degli adulti, hanno perso il vezzo di piangere. Sono piccini, stracchi, stremati, spolpati, anemici, biancastri, che fanno andar via la voglia di vederli. Sono sporchi, puzzolenti con la mucidaglia assecchita sotto i nasucci pavonazzi, con gli occhi incatramati di secrezioni, con le manine vischiose, coi pannolini a sbrendoli, che penzolano pieni di cacherie.
Le madri non sono vecchie. Sembrano donne state sorprese sullo stradone dalla bufera, che ha loro portato via la fioritura dalle guance. Non hanno più nulla. Sono volti scarni, mammelle vuote, fianchi sfiancati. Il loro occhio smarrito traduce la fame.
Gli straccioni sono vecchi e giovani. C’è chi ha il piede nella fossa e chi lo ha appena alla soglia della vita. Indossano abiti frustati da tre o quattro generazioni. Giacchettoni scuciti, chiazzati di untume, coi baveri impegolati dal sudiciume delle zazzere. Cappelli stinti, sforacchiati, con la tesa staccata giù per la nuca o per l’orecchio. Calzoni consumati, che perdono il sedere, che mostrano le ginocchia, che lasciano vedere i malleoli impaltati. Qualcuno sembra un viandante che abbia sospeso il cammino per ristorarsi lo stomaco. Porta appeso alla schiena il parapioggia di cotone mezzo marcio, colle bacchette che scappano fuori da tutte le parti, e qualche altro scalcagnato tiene sotto il braccio il fagotto dei propri cenci.
A scarpe stanno tutti male. Sono sfondate, slabbrate, piene di buchi e di cicatrici. I loro padroni vanno via lemme lemme, come se avessero i piedi piagati o le dita suggellate di calli scellerati.
Passata la postierla vi trovate sotto i portici che inquadrano il primo giardino. La floricoltura non deve essere spasso dei frati scalzi, perché non si vedono che alberelle morenti o tisiche, o campanule rosse come nei prati. Lungo il portico, a sinistra, è l’entrata dei cappuccini nella chiesa. Al di là è un altro “giardino”, incorniciato da portici identici a quelli del primo. È un po’ più rifiorito dell’altro ed è riservato ai soli “padri” e agli “studenti”. Sotto i portici sono la “scuola di eloquenza” e il “refettorio”. Gli studenti non superano la dozzina. Non so che cosa imparino, perché, interrogandoli, mi salutarono e non mi risposero. Avranno forse qualche regola speciale, che non permette loro di parlare coi civili!… Appena ritornati dalla prigionia, vi sembravano tanti smemorati che avessero dimenticato tutto in una notte, o individui cresciuti in un isolotto disabitato e senza comunicazioni col mondo. Le pareti dei portici del primo e del secondo giardino, sono illustrate da oleografie che rappresentano tutte le tradizioni dei… padri… che li precedettero. Sono orribili frati del 500! con la palma in mano, con la bocca aperta, con le braccia slargate, dinanzi le apparizioni di dio e della madonna o di qualche altro demonio santificato. Alcuni volano, altri sono coi piedi nell’aria e con le mani che stanno per aggrapparsi alla nuvolaglia celeste. Sono tutti frati inebriati, estasiati, imparadisati. Le biografie sotto le illustrazioni, fanno scompisciare dalle risa anche le persone che vogliono essere serie ad ogni costo..
Il caporale maggiore, che dall’alto del carretto ha scambiato i cenciosi per una banda di ribelli, ha pure sentito un colpo di fucile, che gli parve uscito dalla folla del cortile. Fu forse questa esplosione che lo fece saltare in terra terrorizzato.
Il testimonio che non vuole essere riconosciuto, mi raccontò l’assalto al convento senza fremere e senza una parola di biasimo o di lode per alcuno.
– Dopo le comunicazioni del caporale maggiore, la truppa circondò il convento e incominciò un fuoco di colpi secchi e insistenti. Gli inquilini delle case, che udivano lo strepito delle palle, credevano che i soldati stessero contendendo il terreno ai rivoltosi, comandati, come dicevano alcuni, dal Pirolini repubblicano. Siccome non compariva nessuno, aumentarono le scariche. Dietro le griglie della mia casa, non vedevo che fumo e non sentivo che un pam! pam! che infuriava e una gragnuola di proiettili che penetrava negli edifici, frantumava i vetri, faceva cadere tegole o portava via tocchi di grondaie. Le palle si rovesciavano sul convento a centinaia per volta, con un accanimento che gelava il sangue. Tutti poi, dalle case vicine, credevano a una resistenza inaudita e pensavano alla strage. Alle fucilate si aggiunse il cannone.
Buum! Buuummm!
– Lo spavento delle famiglie fa venir su la pelle d’oca anche adesso. Non abituate a trovarsi così vicine ai combattimenti di uomini contro uomini, le donne gridavano, si stringevano al petto i figli e si nascondevano, dove l’entrata dei proiettili era meno probabile.
– Buumm! Buuuummmm!
– Le cannonate si prolungavano nell’aria e diffondevano il terrore. Furono per me, e credo per tutti, momenti crudeli. Mi aspettavo una scarica di cannone nel salotto, ove mi trovavo, di minuto in minuto. Deploravo di non aver mandato la moglie e i figli altrove. Ma poi dicevo che non ne avevo colpa.
La muraglia venne sfondata in due minuti. Il cannone aveva fatto una larga breccia, nella prima muraglia vicino al pilastro del cancello, dalla quale potevano passare tre uomini assieme. I soldati entrarono nel cortile a baionetta in canna al grido di: vittoria! vittoria!
Non vi trovarono che gli ultimi poveri che fuggivano, dopo aver aiutato a spalancare la postierla, e tre cadaveri. Il primo, mi disse il Cerina, che era presente, venne ucciso mentre metteva in bocca l’ultima cucchiaiata di pasta. Era addossato al muro vicino al pisciatoio e cadde in terra morto con la tazzina in mano. Il secondo credevano che fosse diventato matto. Prese la rincorsa, fece quattro o cinque passi verso il centro del cortile e precipitò supino come un sacco di stracci. Egli era morto come l’altro. Il terzo irrigidiva sotto il portico della chiesa, stiracchiandosi con dei moti convulsi.
Un altro mendicante era stato colpito durante le prime fucilate a pochi passi dal cancello, evidentemente in cammino per entrare a mangiare la minestra.
I tre del cortile erano vecchiotti. La loro esistenza era forse inutile! Dio li abbia in gloria!
– Il cancello era aperto o chiuso?
– Chiuso. La chiave era nella mia tasca. Dal principio dei tumulti, i frati avevano creduto che le precauzioni non fossero mai troppe.
– Cerina – mi dissero – voi conoscete quasi tutta la “nostra famiglia” che viene a mangiare a mezzogiorno. Non aprite che ai nostri amici.
– Avreste aperto anche ai soldati, suppongo, se ve lo avessero ordinato.
– Subito. Non avrebbero avuto da dirmi che questo: “Aprite.!” perché il cancello venisse loro spalancato.

IL MENDICANTE CERINA
RACCONTA LA SCENA SPAVENTOSA

Luigi Cerina, con la sua deposizione alla buona, c’introduce nell’intimità del dramma. “Le turbolenze dei primi due giorni mi avevano insegnato un po’ di prudenza. Dopo la sollevazione di Porta Ticinese, consigliai i frati a sospendere la distribuzione della minestra. Dicevo loro che la ragazzaglia avrebbe potuto mischiarsi coi mendicanti e far nascere qualche cosa di grosso nel convento. I frati, buoni, isolati dagli avvenimenti, pensavano più allo stomaco dei loro ospiti che alla perturbazione cittadina. Essi si credevano lontani mille miglia dalle operazioni militari. Così non furono del mio parere, e bisogna convenire che non avevano tutti i torti. Chiudere il cancello ai mangiaminestra era facile, ma dove avrebbero trovato da mangiare tutti questi poveri cristi la cui esistenza era basata sulla tazzina calda che dava loro il convento? Sospendendo la distribuzione, avevano poi paura di venire biasimati e di contribuire, senza volerlo, a dare il combustibile alle barricate. I cenciosi, la cui maggioranza era composta di giovani, avrebbero potuto fare del baccano e abbandonarsi cogli altri al malfare. Questo solo pensiero dava loro i brividi. A ogni modo mi dissero: Voi, Cerina, che li conoscete tutti, resterete al convento. E, dicendomelo, mi affidavano le chiavi del cancello d’entrata, coll’ingiunzione di non far entrare che forestieri e pitocchi. I forestieri sono i frati che passano da Milano e sostano al convento una notte o due prima di riprendere il viaggio.
“Vi ho detto dei tre morti nel cortile. La confusione di quel momento non era poco e posso avere straveduto. Ma, se i miei occhi non mi hanno tradito, potete dire che le prime duecento o trecento fucilate hanno fatto, nell’interno tre vittime. Il terzo mendicante venne raggiunto non so dove da una palla, mentre finiva di vuotare la ciotola sotto il piccolo portico della chiesuola. Egli mangiava seduto sulle calcagna. Rovesciato, supino, si agitava, come se avesse avuto le convulsioni. Può darsi che non fosse che ferito. Era vecchio, bassotto, sciancato. Alloggiava presso qualcuno in via Stella. Non l’ho più veduto in nessuna parte.
“I pitocchi, presi dal panico, si erano pigiati nell’andito e calcati uno sull’altro lungo l’entrata del convento. Tutti assieme facevano compassione. I proiettili cadevano da ogni parte e noi non avevamo per coprirci che le nostre mani e per proteggerci che le nostre preghiere. Le donne coi bimbi piangevano e nascondevano la testa delle loro creature con le braccia. Gli uomini cercavano di ficcare la faccia tra le spalle degli altri.
“Con lo spavento, la lotta per la conservazione della propria esistenza era diventata generale ed accanita. Ciascuno di noi cercava di mettersi più al sicuro che poteva, spingendosi innanzi, magari brutalmente, facendosi largo coi pugni chiusi, risospingendo i più audaci che prendevano gli uomini e le donne per le spalle per aprirsi la via verso la postierla.
“La scarica, che ci fece sussultare sul suolo, finì per incalzarci tutti a cercare un rifugio al di là dell’assito. Si gridava come disperati.
– Oh, Signore! Oh, Madonna! salvateci! salvateci!
– Ci ammazzano! salvate i poveri diavoli che non hanno fatto niente di male!
“E un’altra scarica, che mi parve una cannonata, ci fece perdere la bussola. Infuriati dal parossismo, non ci furono più riguardi nè per un sesso nè per l’altro. Si spingeva e si calcava come si poteva. La postierla subiva le ondate impetuose senza cedere. Allora diventammo tutti pazzi.
– Aprite! Aprite!
– Oh, Dio, si muore!
“E in un momento supremo, come se tutte le forze riunite si fossero rovesciate verso un punto, le lastre di ferro dei catenacci che ci precludevano la via del rifugio si staccarono quasi fossero state di pasta frolla, e l’uscio della postierla andò al suolo con un fracasso che fece scappare gli ultimi frati in coro.
“L’invasione fu un attimo indescrivibile. Si fuggiva come quando si è inseguiti dall’acqua straripata dal fiume. A gambe levate, senza pensare ai caduti, senza voltarci indietro, infilando la scala che sale o discende, svoltando a destra o a sinistra, tappandoci in una latrina, in una cella rimasta aperta, nascondendoci nel solaio, nella paglia della stalla, o buttandoci attraverso le fascine della legnaia nel cortile del fabbricato rustico. Tutto era buono per salvarci. Un buco, una tana, un sottoscala, un armadio o il porcile.
“Il rimbombo delle cannonate entrava nel monastero come una sciagura cittadina, che rincupiva per il porticato e si schiantava sull’alto della muraglia in fondo, come un immenso piatto di rame che andava in frantumi.
“Ero riuscito ad accovacciarmi sull’ultimo scalino della cantina, ove trovai due frati laici che tremavano come foglie. Dopo di me discesero due altri mendicanti. Nessuno di noi fiatava. Il cannone pareva che avesse cessato. Non si sentivano più che fucilate che rumoreggiavano in varie direzioni. Un minuto dopo udivamo i soldati che sacramentavano per i portici, dicendo parole che la mia bocca educata non può ripetere. Confesso che il minuto ci parve un secolo. Avevamo paura che i fucili ci ammazzassero giù al buio come tanti conigli. Eravamo così appiattati l’uno addosso all’altro, quando una voce dall’alto della scala ci gelò il sangue nelle vene.
– Arrendetevi! Arrendetevi!
“Con la voce si faceva sentire una spada sguainata che percoteva il muro.
– Arrendetevi!
“Era un capitano che discendeva, accompagnato da parecchi soldati che avevano il fucile con la baionetta inastata.
– Arrendetevi!
“Mi feci coraggio e risposi:
– Cosa vuole che “rendiamo”, signor capitano? Semm tutt poveritt.
“Il capitano mi prese per un braccio e mi trascinò su per la scala, buttandomi in mezzo agli altri già stati radunati sotto il portico in mezzo a un nugolo di soldati.
“Intanto soldati e superiori frugavano il convento dal soffitto alla base. Snidavano quelli che erano riusciti a trovare un nascondiglio e cercavano le armi. Noi eravamo stati palpeggiati fino ai capelli, e per fortuna nessuno di noi aveva in saccoccia un coltello.
“A intervalli di minuti, alcuni soldati venivano con qualche frate o qualche pidocchioso che avevano scovato in una parte recondita dell’edificio.
“Una volta che fummo tutti sotto il portico, ci si ordinò di andare in Chiesa. I frati laici erano dietro i padri. Noi eravamo in coda a tutti.
“Colui che aveva dato il comando era un ufficiale più che energico. La sua voce faceva accapponare la pelle e le sue parole passavano nelle orecchie come potenti schiaffi.
“Entrando in chiesa, sentii uno sparo di fucile. Mi pare che venisse dalla stanza attigua al coro. Lo hanno udito anche quelli vicino a me. Ma, come ho detto, nessuno di noi aveva la testa a segno. Eravamo terrorizzati e potevamo benissimo scambiare una fucilata per una cannonata.
“Entrammo in coro come gente che va al patibolo. Chi piangeva dirottamente, chi singhiozzava in un modo da rompere il cuore, chi raccomandava l’anima a Dio e chi mormorava preci con le mani giunte o coi polsi incrociati e le mani piatte sul petto. Le donne tenevano fra le braccia i bimbi come una preghiera.
“I soldati erano sfilati dinanzi a questo esercito di piangenti col fucile a baionetta in canna puntato verso il loro petto. Ciascuno di noi aveva paura che un grido, un gesto facesse prorompere tutte quelle bocche di fuoco in una volta sola. Io sono un povero infelice senza colori sulla tavolozza. Ma forse anche coloro che l’hanno più ricca della mia riusciranno difficilmente a tradurre in poche parole lo stato dell’animo nostro in quei minuti di trepidazione angosciosa.
“Pare che nella mente dell’ufficiale fosse l’idea di farci fucilare in massa. Ci credeva rivoltosi, finti mendicanti, falsi frati tutti truccati per la rivoluzione. Parecchi della comitiva erano sulle ginocchia e pregavano con la sollecitudine della gente che non ha tempo da perdere o si sente la morte alla schiena. Alle madri si riempivano gli occhi. C’era una donna che aveva due piccini attaccati alle vesti, che piangevano, e un altro al seno che strillava. E c’era pure un padre che aveva tre figli. Era un uomo che si era ammalato ed era caduto nell’ultima miseria.
“L’ansia era stata protratta fino allo svenimento. Alcuni dinanzi le baionette cominciarono a sentirsi male.
– Fermi! Fermi!
“Fu il nostro salvatore. Era un tenente… sul grado posso anche sbagliarmi. Era un tenente di fanteria che entrava col revolver in mano.
– Capitano! Che cosa fa! non vede che sono tutti poveri?
“La voce del tenente rianimò tutti, e tutti si misero a dire m coro:
– Grazia, grazia, scior tenente, che alcuni chiamavan maggiore! Dio lo benedica! Dio gliene renda merito! Che Dio el ghe daga del ben!
“E, se avessimo potuto, ci saremmo prostrati ai suoi piedi e gli avremmo baciate le scarpe.
“Senza di lui saremmo tutti morti. Cinque minuti più tardi e il coro sarebbe stato uno stanzone di cadaveri. Nelle mie preghiere non dimenticherò mai il mio salvatore.
“Circondati dai soldati uscimmo tutti e ci avviammo alla prefettura di via Monforte, pallidi e invecchiati di dieci anni”.
“Scusi, mi son dimenticato di dirle che a mezzogiorno in punto ho aperto il cancello del cortile del convento a tre negozianti che mi scongiuravano.
– Oh signor, ch’el ne salva che fan i sciupettad!
“Apersi loro e vennero arrestati con tutti gli altri. L’arresto è stato per loro un fastidio. Ma senza di me a quest’ora sarebbero al cimitero di Musocco”.

LE RIVELAZIONI DI PADRE ISAIA

Io ero dinanzi la cinta del viale Monforte, e dicevo, tra me e me, che era proprio un peccato che scomparisse una muraglia storica. Se fossi ricco, mi andavo ripetendo, la comprerei e la regalerei a un museo che avesse per compito di conservare i monumenti che rappresentano una pagina della vita pubblica.
Con queste idee, mi trovai alla postierla del convento, col cordone del campanello in mano, determinato a lamentarmi col padre Isaia, un sacerdote cappuccino che avevo intervistato più di una volta.
Il frate portinaio non è più quello. Egli è stato cambiato subito dopo le giornate di maggio, perché il povero Daniele è ancora ammalato di paura. Mentre si facevano le fucilate, il poveraccio era nella stanza contigua all’entrata a scodellare la minestra ai poveri, come tutti gli altri giorni.
Quello d’oggi non è così alto, ma non è meno gentile dell’altro. Tutte le volte che mi vede sorride, e va difilato ad annunciarmi a qualche padre.
– Ho bisogno di parlare col padre Isaia.
– Vado di sopra a vedere, ma credo che sia in coro.
Il padre discese con un giornale religioso in mano che si era occupato di un mio articolo: era l’Unità Cattolica.
– Perché non me li mandate mai questi vostri articoli? mi disse egli, tendendomi le due mani, col trasporto d’un’amicizia sentita.
Lo fotografo con due colpi di lapis, mentre diamo una capatina in coro.
È tutt’assieme una figura simpatica e vigorosa. La sua faccia, larga e massiccia, è spruzzata dalla lucentezza degli occhioni, che traducono la bonarietà e la salute. Sull’altura della callotta che pare appesa alla nuca, è accoccolato un ciuffetto di capelli abbaruffati, il quale documenta che è ancora in lui la fierezza del cittadino. Le sue orecchie alte, coi padiglioni larghi e ammantati di rosso come i lobi, rivelano l’uomo che si tuffa con piacere nell’acqua lustrale. La sua barba fluente è una ditta fratesca. È una distesa di peli morbidi filettata di qualche capello che ingrigia ai margini delle due punte.
Usciti dal coro girammo per il porticato e infilammo la scala che conduce alla sua cella.
– È vero, padre, che avete venduto il terreno sul quale è la muraglia con la breccia tappata?
– È vero che abbiamo venduto del terreno per fabbricare un altro convento fuori di Porta Magenta, alla Maddalena Grande. Ma quasi tutta la facciata lungo il viale è rimasta nostra. La breccia rimane tale e quale. Una chiazza bianca coperta del lastrone di metallo per gli avvisi sacri.
La breccia era rasente il pilastro destro della cancellata.
Giungendo al piano superiore, incontrammo tre frati, i quali si prostrano ai piedi del padre Isaia con un abbandono supplichevole, curvando la testa fin quasi a terra e non alzandosi che dopo avergli baciato la mano con effusione.
Capii ch’egli era il padre vicario. La cella di ogni padre ha un motto stampato su una striscia di cartone inchiodata all’uscio.
Quello del padre vicario è questo: Si omni anno unum vitium extirparemus, cis viri perfecti efficiemur: se ogni anno estirperemo un vizio, diventeremo, quaggiù, uomini perfetti.
La cella numero 3 del padre Isaia – come quella di tutti gli altri inquilini del convento – non ha spazio che per una persona. Si entra uno dietro l’altro. La finestra che dà sull’ortaglia è in faccia all’uscio. A sinistra, è un lettuccio di acero con un semplice pagliericcio poco soffice, nascosto sotto una coperta di lana colorata. Ai piedi del letto, è un inginocchiatoio, con lo schienale sormontato da un’asse lucida e giallognola come il resto che serve da leggio o da tavolo di lavoro. A destra è un piccolo scaffale, pieno di libri religiosi, agganciato alla parete.
Intanto che il padre Isaia sfogliava il libro che gli avevano portato, io pensavo alle due baionettate che aveva ricevuto senza punto accorgersene. Non era uno smemorato, non aveva perduto la conoscenza né prima né dopo l’avvenimento; era rimasto calmo anche quando era stato adagiato nel letto dell’Ospedale Maggiore, e tuttavia non sapeva spiegarsi come le baionette gli fossero entrate nelle carni e lo avessero inondato di sangue.
– Proprio, padre vicario, non avete sentito né dolore, né il freddo dell’acciaio che penetrava nel corpo?
– Non ho sentito nulla, proprio nulla. Mi sono sentito spossato solo vicino alla breccia. Là, dinanzi al muro squarciato, incominciai a respirare affannosamente. Pareva che avessi sullo stomaco una specie di oppressione. Non appena mi trovai sotto l’atrio del palazzo prefettizio, domandai da bere, perché mi sentivo la gola che bruciava, e una sedia perché non potevo stare più in piedi. Dovevo essere pallido come un morto perché parecchi mi domandavano se mi sentivo male. Io rispondevo che mi pareva d’essere invaso da un languore che mi faceva desiderare un giaciglio. Mi si condusse all’Ospedale ove mi si domandò che cosa avevo. Risposi che potevo essere un po’ agitato e li pregavo con insistenza perché mi salassassero subito o mi mettessero le sanguisughe. Nella sala dell’ambulanza medica mi si rifece la domanda di prima.
– Che cosa si sente?
– Nulla. Sono un po’ fiacco, un po’ spossato. Pare che mi manchi il fiato.
– Non è ferito?
– Nossignore.
– Eppure dove c’è sangue c’è ferita. Non vede che perde sangue?
– Avevo i sandali inaffiati di sangue.
– Provi a levarsi la tonaca.
– Non ero più che un’immensa macchia rossa. Il panno della sottoveste, movendosi, si era inzuppato e mi aveva insudiciato tutta la pelle. Mi si voleva mandare all’ambulanza chirurgica, ma per la gentilezza del carissimo dottor Conti mi adagiarono nell’infermeria ove si constatò che ero stato bucato da due colpi di baionetta. Uno mi era stato dato a sinistra, in direzione del polmone, e un altro lungo la stessa parte dell’inguine. Mi medicarono e vi rimasi più di dieci giorni.
– Che cosa avevate fatto per trattarvi a colpi di baionetta?
Il cappuccino rimase pensoso. Pareva che non avesse voglia di rimestare il passato. L’esitazione non durò che pochi secondi.
Egli si convinse che non poteva tacere. La storia è storia, e nessuno ha diritto di sopprimerla.
– Io parlo pro veritate. Quando entrarono i soldati mi trovavo nella stanzettina vicino alla postierla d’entrata a lavare la ferita alla gamba di un pitocco, che non aveva potuto finire di mangiare la minestra. Gliela fasciai in fretta e in furia per impedire l’emorragia e poi uscii con la bottiglia dell’aceto in mano. L’invasione militare dopo le cannonate non mi poteva sorprendere. Deposi la bottiglia sul murello dei vani tra le colonne del portico, voltai a destra e tentai di raggiungere la testa dei soldati – che andavano in su, all’impazzata, coi fucili e le baionette in canna puntati verso il petto dei poveri diavoli ch’essi credevano rivoltosi – per assicurare l’ufficiale che li comandava che in convento non c’era anima viva, tranne i frati e i poveri venuti a mangiare la minestra. I soldati era eccitati. Schiamazzavano e dicevano parole ingiuriose.
– Per esempio?
– Non posso ripeterle.
– Ripetetele, padre, in nome della storia!
Non ci fu verso di fargliele ripetere.
– Per istornare qualche terribile eccidio, pensai di parlare al primo ufficiale che mi fosse capitato, vedendo che i soldati correvano con gli occhi smarriti, terrorizzati.
– Ritornai verso la stanzuccia, dove avevo lasciato il ferito, e mi imbattei appunto in un ufficiale che stava in coda ai soldati, e mostrandogli la caldaia della minestra lo pregai che non facesse alcun male a quei poverelli che erano venuti per sfamarsi. Se mi ricordo bene, era un tenente. Mi guardò in faccia come per scovare il ribelle e poi, con un “frataccio cane!” mi agguantò per il collo della tonaca e mi piantò la canna del suo revolver al ventre. Forse sarà stata la mia impressione. Mi pareva che il suo dito cercasse il grilletto. Col coraggio della gente che difende la propria esistenza, gli contorsi la mano e lo costrinsi a mettere la canna nel vuoto. Egli si mise a scuotermi senza mai abbandonare il colletto della veste e con dei continui tentativi di rimettermi l’arma nella posizione di potermi uccidere. Si trattava della mia vita e io gliela contesi con tutte le mie forze.
– Permettetemi, padre, di stringervi la mano.
Io avevo bisogno di una pausa per sottrarmi alle sensazioni dolorose.
– Il tenente insisteva ed io non abbandonavo mai la canna.
– Mi bruttava di villanie e io gli rispondevo che si sbagliava e che non ero un “frataccio cane”. Per il collo della tonaca egli mi trascinava sempre verso l’uscita. Io pensavo in quel momento che egli volesse condurmi nel cortile e farmi fucilare dai soldati.
– Signor ufficiale, gli dissi, non mi faccia questa figura. Se vuole uccidermi mi uccida qui subito, senza condurmi di fuori. Sarebbe uno strazio inutile. Se devo morire, è meglio che muoia nella casa dei miei fratelli.
– Io pregavo, e l’ufficiale, invece di darmi retta, mi scoteva e mi trascinava a colpi per il cortile. Mi credevo perduto.
– Il suo pensiero doveva essere quello di farmi ammazzare dai soldati. Senza mai abbandonare la canna del revolver, cercavo di proteggere il mio col suo corpo. E lui, l’ufficiale, impiegava tutti i suoi sforzi per mettermi alla mercè dei fucili.
– Giunti al fianco della breccia, egli fu lì lì per finirmi.
– Io gli dissi che infine non ero che un povero frate stato colto a medicare un ferito.
– Creda, signor tenente, che nel convento non ci furono mai nè insorti, nè armi da fuoco.
– Passò nella sua mente un dubbio? Non ve lo saprei dire. La verità è che le sue parole mi rivelarono ch’egli mi stava proprio mandando all’altro mondo.
– Con disprezzo, come quando si abbandona un nemico indegno perfino dell’ultimo supplizio, mi disse:
– Per questa volta ti perdono!
– Con una fiatata che riassumeva il sacrificio che compiva, mi buttò per il buco della breccia, chiamando i soldati. Stramazzai bocconi, colle mani che mi salvarono la faccia. Alzandomi vidi che il mio piede era insanguinato. Non mi allarmai, perché supponevo il sangue uscito dalla scorticatura che mi feci cadendo.
– Fuori della breccia è stato uno spavento. Ogni soldato aveva una sudiceria da buttarmi in faccia: e quello che mi fece più pena, fu di veder un maggiore, credo, d’artiglieria, alto, magro, ruvido, che portava appesa all’occhiello una lente (caramella), il quale, incontrandomi sul piazzale Monforte, alla preghiera di rimandarmi libero perché ero innocente, con burbero cipiglio mi minacciò con la mano in aria un manrovescio, e… Il mio contegno di frate che non aveva paura di morire non aveva presa su di loro.
– Figlio di p…!.
– Consegnatelo – disse ad alta voce il superiore ai soldati al di là della breccia – agli alpini.
– Venni preso brutalmente per le braccia da due soldati, che mi incalzavano con le parole più svergognate del postribolo. Il terzo, il caporale, mi diceva:
– Avanti, frataccio! – e mi teneva la punta della baionetta alle reni.
– Mi pareva di perdere il cingolo e tentai con le mani di tirarmelo in alto, avendo già perduti i grani della corona fratesca.
– Sta fermo – mi disse uno dei soldati – o ti brucio le cervella!
– Da viale Monforte alla via Vivaio, mi copersero di tutto ciò che potete immaginare di sconcio e di osceno.
– Sull’angolo della via Vivaio erano altri soldati e un capitano. Mi duole di non sapere il nome del superiore. Fu il primo gentiluomo che incontrai dopo la mia sciagura.
– Badi, signor capitano, che è un rivoltoso.
– Non importa, non occupatevene. È nelle mie mani. Alpini, conducetelo alla prefettura.
– Anche gli alpini mi trattarono con tutti i riguardi. Invece di trascinarmi per le braccia, mi lasciarono libero e ingiunsero ai soldati di prima di lasciarmi stare, perché ero sotto la loro responsabilità.
– Il prefetto Winspeare, non appena mi vide entrare, mi venne incontro dicendo:
– Come, mi arrestate anche i frati?
– I soldati del viale Monforte gli dissero che ero un rivoltoso stato colto col fucile in mano.
– Dov’è questo fucile? domandò il prefetto.
– Non sappiamo, perché questo individuo ci venne consegnato dal tenente.
– Mentre io stavo dando la spiegazione al signor prefetto della nostra innocenza e che dal convento non poteva essere partito alcun colpo di fuoco per la semplice ragione che non vi erano né armi né armati, eccomi ancora davanti quell’ufficiale d’artiglieria, col medesimo atto del manrovescio, gridando che aveva veduto partire il colpo dal Convento lui stesso!…
– Non ci sono stati altri frati, padre vicario, all’Ospedale?
– C’è stato frate Alessandrino, il vecchietto che le ho fatto vedere dabbasso.
La nocca di qualcuno ci interruppe.
– Ave – rispose padre Isaia.
Entrò un frate laico a portargli un piego suggellato.
Mi voltai dalla parte della finestra a schizzare il frate laico Alessandrino, col quale avevo parlato più di una volta.
È un ometto di settanta e più anni, mingherlino, ha la faccia lentamente consumata dai digiuni, con gli occhi celesti nelle occhiaie vizze, con una punta di barba grigiastra al mento e dei peli dello stesso colore disseminati per il labbro superiore. È ammalato da un pezzo, passa il tempo tra un’orazione e l’altra, pregando il signore di volergli bene.
Il giornalista lo spaventa più del diavolo. Mi vedeva e scappava. Un giorno che mi aveva sorpreso col lapis e il note book in mano, corse ad inginocchiarsi all’altare in coro e ritornò una ventina di minuti dopo a pregarmi di non fargli del male, di lasciarlo stare, perché lui aveva bisogno, per la sua salute, di una grande quiete, e a scongiurarmi in nome del Signore Iddio, di non metterlo sul giornale, perché lui, dopo tutto, non sapeva nulla, non aveva fatto nulla e non voleva dir nulla. Era un uomo che aveva paura, che si spaventava per delle inezie e che godeva la pace del coro, quando era vuoto. I soldati lo facevano rabbrividire solo a pensarci. Non appena li seppe nel convento, scomparve dietro il coro, passò in chiesa e passò sul pulpito, rimanendovi appiattito sotto la croce, senza quasi respirare, per timore di farsi sentire. Se lo avessero lasciato sarebbe rimasto là a costo di morire in ginocchio. Invece i soldati e un ufficiale lo hanno scoperto e trascinato giù per la tonaca. Il terrore era così immenso in lui che tremava tutto e dal Convento alla Prefettura venne portato a braccia da due giovani frati. Il prefetto, quando vi giunse cogli altri, lo mandò subito all’ospedale.
Padre Isaia aveva finito di leggere e io di scrivere.
– Lo hanno trattato bene, padre, all’ospedale?
– Con tutti i riguardi.. Le monache della sala di San Lazzaro erano di una gentilezza materna; le infermiere e gli infermieri nonostante il grande lavoro, mi usavano speciali riguardi e non so trovar parole di gratitudine e di ringraziamento per i bravi signori medici e chirurghi che con tanta pazienza e delicatezza mi assistettero nei dieci giorni che vi dimorai. Sissignore, c’era ordine di non lasciarci parlare con alcuno senza speciale permesso.
– Dunque sono rimasti tutto il tempo senza una visita?
– Sono venute a trovarci parecchie persone, come il Prevosto di Sant’Alessandro, di S. Stefano, Monsignor Montegagra, il Cardinale, Monsignor Nasoni e Magistretti, il Conte Greppi, il nobile Corti, D. Battista, le contesse Sormani e Sola, il marchese Cornaggia eccetera eccetera eccetera che or tutti non ricordo… il deputato Piola, per esempio.
– Non è mai stato interrogato?
– Sissignore, sono stato interrogato da un capitano, il quale fu gentilissimo. Fu lui anzi a dirmi che almeno una baionettata dovevo averla presa in convento…
– C’era anche il tenente che lo aveva trascinato e buttato attraverso il buco della breccia?
– C’era, e mi sembrava alquanto mortificato…
Si bussò un’altra volta all’uscio.
– Ave.

L’APPELLO DEI SOLDATI

Dieci maggio. Sono in piedi di buon mattino. Ho buttato giù alcune note inaffiate di sangue e sono uscito. Il sole è rutilante. Questi fasci di luce calda mi fanno male. Vorrei che lo stesso cielo fosse annuvolato come il mio cervello. Io sono tetro, sono triste, sono un funerale. Darei dieci anni di vita per dimenticare di aver vissuto ieri. A ogni passo il lunedì mi risorge nella testa affollata di cadaveri e dilagata di sangue.
Le muraglie sono tappezzate di decreti di Bava Beccaris. I “Vogliamo” di Napoleone I sentono del genio dell’autore. I suoi proclami sono modelli di stile vigoroso. È tutta una prosa, la prosa napoleonica, che si legge con ammirazione anche a tanti anni di distanza. La prosa di Bava Beccaris è piena di solecismi volgari. È prosa piatta e amanuense. Quando mi parla di provvedere alla “confezione del rancio giornaliero”, mi pare di essere a tu per tu con uno speziale di campagna abituato a “confezionare” il lattovario, o alla presenza di una sarta, “confezionista” d’abiti. Questo “appello” per domandare gratis o con buoni a “richiesta” la “concessione temporanea delle cucine e di quanto occorra per la cottura del vitto”, è un altro documento della sua buaggine e del suo cuore. Questo imbecille si crede assediato dagli insorti. Non si ricorda di ieri che per i soldati. Il pubblico ricco è con lui. Ha aperto la borsa con entusiasmo. Si vedono dappertutto breaks carichi di viveri da distribuire alla truppa accampata per le piazze.
Il merito di aver suscitato direi quasi del fanatismo per soccorrere i soldati non è tutto del commissario che ci ha ingiunto di andare a dormire alle undici precise. Ma è anche del tenente generale Genova di Revel, presidente del circolo militare, che ha pubblicato il seguente “appello”:
“Una lunga esperienza di servizio militare mi rende consapevole di quanto debbono soffrire i militari comandati alla tutela dell’ordine ed a reprimere il saccheggio.
“Mancanza di riposo, di rancio regolare e l’ansietà di vedersi attaccati dai rivoluzionari affrangono il fisico di quei bravi giovani sostenuti unicamente dal sentimento del dovere.
“Devo quindi fare appello a coloro che vorranno associarsi ad una sottoscrizione per alleggerire le loro dolorose fatiche”.
L’esperienza militare del generale è nei suoi ricordi e io non ho punto voglia di metterla in dubbio. Sarà stata lunga e lunghissima. Ma volerci far credere che in Milano, con un generale che abbia la testa sulle spalle, non si sappia mica come dare il rancio quotidiano a ventimila soldati, è semplicemente ridicolo. Non è necessario di avere studiato l’organizzazione militare attraverso i libri di Moltke per sapere che con dei denari in saccoccia, dei magazzini pieni, dei fornai ad ogni angolo, e degli alberghi e delle osterie e dei macellai a ogni due passi di ciascuna via, si può mangiare dappertutto – anche in piazza del Duomo – e bene. Generale, godetevi il riposo se ve lo siete meritato, ma non venite fuori a dirci sciocchezze. Se Bava Beccaris, che la storia giudicherà come un sanguinario, non aveva tempo di occuparsene, doveva dirlo al buon Consonni dell’Orologio – un restaurant frequentato anche dai gros bonnets dell’esercito -. Bastava dirgli che voleva ventimila ranci al giorno per essere sicuro che non uno dei suoi soldati avrebbe patito la fame. E poi vorreste dirmi che la cittadinanza che ha il superfluo, non ha già fatto spontaneamente quello che voialtri due generali la incitate a fare? Leggete la Perseveranza di stamane: “Dobbiamo aggiungere che già molto fece la cittadinanza per i soldati. Dovunque un drappello, una compagnia, un battaglione faceva sosta esausto, assonnato, assetato, esercenti e famiglie distribuivano pane, cibi e bibite”. Che cosa vi aspettavate di più? La dimostrazione? Ecco, la “Unione popolare milanese” di piazza San Pietro e Lino 4 che vi compiace. Essa con altri due circoli monarchici ha aperto due sottoscrizioni: “l’una per un voto di plauso e di ringraziamento all’esercito che con tanta abnegazione lotta per ristabilire l’ordine pubblico” – l’altra “per sussidiare le famiglie dei soldati vittime del loro dovere”. Ma io sciupo il tempo a dimostrare ai generali che a Milano con un sistema organizzato la truppa poteva mangiare bene, ieri, ieri l’altro e sempre.
I due mattoidi dell’esercito vorrebbero farci credere che l’assedio di Milano non differisce dall’assedio parigino quando si misuravano le razioni di asini, di cani, di ratti, di topi, quando il pane era un miscuglio di patate, di piselli secchi, di fagiuoli avariati, di avena, di segala spolverata, di farina di frumento, quando la carne di cavallo era divenuta una leccornia dell’ambiente, quando i gatti erano le lepri di tutti i grandi restaurant, quando un coniglio costava 60 franchi, un’oca 140, un tacchino 180, l’ultimo montone 1164!
Ah, burloni! generali burloni!
Qualche giorno dopo sono passato dalla via Tre Alberghi, dove la Perseveranza ha i suoi uffici. Indovinate chi ho veduto salirvi. Il generale Bava Beccaris in persona. Egli è il padrone di andare dove vuole. Io registro semplicemente ch’egli faceva visite alla Perseveranza. Ecco tutto.
Gli arresti notturni sono infiniti. I cittadini che si dimenticano che Bava Beccaris non scherza, perdono il tempo a ciaramellare per le vie e si trovano alle undici nella rete delle pattuglie. Soldati e questurini vi domandano nome e cognome, chi siete, dove andate evi conducono a San Fedele. Per questa semplice infrazione si passano delle notti nei cameroni polizieschi e si arrischia di andare al Castello o al cellulare come rivoltosi. Ho assistito a scene strazianti. Un povero garzone di osteria che aveva travasato il vino nella cantina del padrone venne agguantato cinque minuti dopo le undici con lo sparato della camicia inaffiato di rosso. L’ho trovato nel camerotto della sezione di questura di S. Simpliciano che si disperava e diceva ad alta voce che lui non poteva stare in prigione perché aveva a casa moglie e figli che lo aspettavano! Il suo caso era così crudele che faceva pietà anche ai questurini. Uno di essi a mezzogiorno gli portò una tazzina di pasta condita con del pane e un quinto di vino. È stata una gentilezza di cuore e la registro.
I borghesi che applaudiscono Bava Beccaris possono invece girellare a tutte le ore. Per loro non c’è coprifuoco. Col passe-partout vanno dove vogliono e quando vogliono.
Copio quello che era stato rilasciato, per ragioni professionali, al signor Romolo Agosti – l’ex segretario dell’Associazione Lombarda dei giornalisti. È un documento che completa la giornata.
È sormontato dallo stemma reale, ha il bollo del “Comando del III Corpo d’armata” e vi si legge:

REGIO COMMISSARIO STRAORDINARIO
Si autorizza il libero transito al signor Romolo Agosti per recarsi dall’interno all’esterno della città e viceversa anche nelle ore di notte.
Milano 12 maggio 1898
D’ordine
del tenente generale R. Commissario Straordinario
BATTILANI

I MORTI E I FERITI DEL 9 MAGGIO

Li riassumo in una ventina di morti e una quarantina di feriti. Non posso darne il numero esatto perché tutte le volte che ripasso sul terreno della mia inchiesta trovo dei cadaveri e dei feriti che avevo lasciato per la strada. Il dottor Sigismondo Arkel, il quale era in giro con la truppa a soccorrere i feriti, contò, dal convento all’Acquabella, sette morti e diciotto feriti. Egli mi diceva che i morti erano quasi tutti colpiti nella regione del petto. Nessuno all’addome.
– Questo vuol dire, o signore, che si tirava sui passanti a poca distanza.
Tra i disgraziati che caddero fulminati dai proiettili militari non uno fece nascere il sospetto di essere stato un rivoltoso. Erano operai, come il falegname Antonelli di via Nino Bixio, o dei buoni borghesi, come il salsamentario Giuseppe Colombo di via Sottocorno 17, il quale perdette la vita stando alla finestra a chiacchierare con la figlia che perdette un occhio.
Non uno dei soldati che presero parte a questa sedicente battaglia coi rivoltosi è ritornato in caserma ferito o contuso.

PARTE SECONDA

L’ARRESTO DEI REDATTORI
DELL’ “ITALIA DEL POPOLO”
NARRATO DA UN TESTIMONE

A me pare una scena che inchiuda Bava Beccaris. Una di quelle scene che sì svolgono con una rapidità straordinaria, e lasciano dovunque tracce di un momento che passa alla storia. Rifacendola per il tuo libro, il mio pensiero si commuove e si contrista come dinanzi una sventura. Gli è come rivivere l’ora tragica, in cui la stampa si lasciava strangolare senza neppure il grido della resistenza legale. Ma non perdiamoci in considerazioni. Tu non ne vuoi. Voialtri del giornalismo moderno non volete che il fatto nudo e crudo. Io crepo a digerire i fatti nella prosa arida. Ma sia fatta la volontà di quelli che sentono l’avvenire del quotidiano diverso dal mio.
La giornata era il 7 maggio 1898 – una giornata piena di sole. I fatti di Ponte Seveso e di via Napo Torriani avevano fatto scrivere al direttore dell’Italia del Popolo l’ormai famoso trafiletto intitolato: “Ne erano assetati”. Lo salto senza commenti, perché tu non hai bisogno di essere sequestrato. Tu non godi i privilegi del Corriere della Sera, neppure in tempi ordinari. Il Corriere della Sera, il quale nei giorni di Bava Beccaris è stato fratricida, ha potuto, senza molestia di sorta, darlo e ridarlo, tale e quale, ai suoi lettori, in tre edizioni consecutive. Il proposito del giornale di via Soncino Merati non può essere sfuggito ad alcuno. Lo pubblicava e ripubblicava con l’intenzione assassina d’infuriare la mano militare contro i redattori del giornale di S. Pietro all’Orto. Questa è storia.
Potevano essere le quattro e mezzo. Mi sentivo spossato dalla fame e dal lavoro e la testa confusa dagli avvenimenti. In redazione c’era stato l’andirivieni della commozione cittadina. Sembrava una sala d’aspetto. La gente era andata e venuta sbalordita, concitata, terrorizzata. Gli sconosciuti entravano, raccontavano con la parola spaventata dal loro spavento o esaltata dalla loro esaltazione e scomparivano, senza magari lasciarsi mai più vedere. Erano i reporters spontanei delle giornate tumultuose.
I locali dell’Italia del Popolo li conosci. Si entrava dal portone della casa di via S. Pietro all’Orto, si saliva al primo piano, si passava dallo stanzone amministrativo, si voltava a sinistra, si entrava nella sala di redazione, e si vedeva il direttore spingendo l’uscio in fondo alla parete di fronte.
Il reportage spontaneo era cessato. Nella direzione si trovavano Chiesi e Federici – in redazione Ulisse Cermenati e l’avvocato Valentini, il quale, come sai, scriveva, in quei giorni, degli articoli finanziarii. Il Seneci era dabbasso in tipografia che lasciava andare a casa gli operai, raccomandando loro di ritornare per l’edizione di notte. Di fuori, dinanzi il locale di distribuzione, la folla degli strilloni aspettava con impazienza l’ultima edizione della giornata. Ne avevano vendute delle bracciate nella mattina e nel pomeriggio, e s’impromettevano di spacciarne assai più nella sera. Il pubblico era ansioso di sapere che cosa avveniva, ma la cronaca di qualunque giornale non gli portava che fatti slegati e non gli diceva come avevano avuto principio, se erano inanellati e perché continuavano.
La via di S. Pietro all’Orto venne occupata militarmente. Non pensavamo neanche che si trattasse di noi. Io poi, che avevo dovuto essere da una parte e dall’altra e mi ero convinto che Milano stava per diventare una rete di cordoni militari, tirai via a chiacchierare sui tumulti spaventosi senza badare a ciò che avveniva nella strada. I fatti ci assorbivano. Come si erano compiuti? Chi li aveva provocati? C’era stato scambio di fucilate? Chi sarà stato il primo a far fuoco? Annegavamo nelle supposizioni senza venire in chiaro di nulla. Il tavolo del cronista rigurgitava di note sanguinose, ma nessuna ci dava la chiave della giornata. La nostra conversazione venne interrotta da una moltitudine di piedi che sentivamo venire alla nostra volta. Erano il viceispettore Prina, il delegato Gislon e parecchi agenti in borghese che invadevano gli uffici dell’Italia del Popolo.
Le prime parole che ci dissero furono che il giornale era sequestrato. Una notizia che ci lasciò tranquilli. Non era la prima volta che ci si capitava addosso coi sequestri. Ma il Prina non ci permise di tirare il fiato liberamente, senza aggiungere che era dolente di comunicarci “la cessazione del giornale fino a nuovo ordine”. Il direttore rimase senza sorpresa. Passammo in stamperia. Assistevano alla scomposizione del giornale Chiesi, Federici, Cermenati e Seneci. Prima di risalire negli uffici il Prina diede ordine di non permettere l’uscita ad alcuno.
In redazione ci disse:
– Ci rincresce, ma siamo incaricati di fare una perquisizione. – Nessuno di noi rispose. Tanto e tanto il nostro consenso o la nostra protesta non avrebbe contato per nulla. Si misero a perquisire. Guardavano nei cassetti del direttore e dei redattori, leggevano o scorrevano affrettatamente i manoscritti, raccoglievano le cartelle scritte o incominciate per i tavoli e frugavano e adocchiavano dappertutto. Intanto che avveniva questa operazione, Federici si era affacciato alla finestra, proprio nel momento in cui De Andreis riusciva, nella sua qualità di deputato, a passare il cordone militare. Si protese e gli disse:
– Hanno sequestrato il giornale e stanno facendo una perquisizione. Vieni di sopra.
Due minuti dopo era anche lui in redazione. Terminata la perquisizione, il Federici chiese, come di legge, che si facesse il verbale delle cose sequestrate. Uno dei funzionarii rispose:
– Lo faremo in questura, dove abbiamo l’incarico di accompagnarli. Loro signori sono invitati dal questore per delle comunicazioni.
Carmenati: Allora vuol dire che siamo tutti in arresto.
Gislon: Non abbiamo quest’ordine, non credo ci sia probabilità d’arresto.
De Andreis: Come deputato protesto per la perquisizione e per la violazione di domicilio, senza mandato dell’autorità giudiziaria.
Suggellati i pacchi dei manoscritti sequestrati, il Prina invitò Chiesi, Federici, Cermenati, l’avvocato Valentini e Seneci ad andare con loro a S. Fedele.
Seneci, in pantofole, domandò il permesso di mettersi le scarpe.
– Faccia.
De Andreis: Vengo anch’io.
Prina: Scusi, onorevole, ma io non ho ordini che riguardino lei.
De Andreis: Io voglio andare dove vanno i miei amici.
Prina: Se crede, s’accomodi.
Cermenati: Se non siamo in arresto, noi non vogliamo essere accompagnati dagli agenti di P.S.
Il delegato Gislon li fece allontanare.
In via Soncino Merati, dinanzi l’entrata del Corriere della Sera, incontrammo Colautti. Il Chiesi, incrociando i polsi, gli fece segno che eravamo in arresto.
– Ci siamo!
Colautti rispose, con un gesto, che non poteva essere.
In S. Paolo, Seneci entrò dal tabaccaio a bere una bibita. Era stato in tipografia e nel locale di distribuzione tutto il giorno, e aveva sete. I funzionari non lo aspettarono neanche. Ci raggiunse correndo. Questo fatto ci lasciò credere che non eravamo in arresto. Che si tratti solo di dirci che la stampa subirà la censura preventiva da qualche impiegato di questura?
In questura ci si lasciò in un’anticamera.
– Aspettino; saranno ricevuti dal questore non appena sarà libero.
Aspettammo una buona mezz’ora, facendo mille supposizioni. Annoiati di essere trattenuti tanto tempo, incominciammo a mormorare. Ma dunque? Ci prendono per dei domestici, questi signori di questura! Facciano presto, ci dicano se siamo in arresto, se siamo liberi, e che cosa vogliono da noi. Entrò un impiegato ad invitarci di andare con lui.
– Tutti, meno l’onorevole De Andreis.
De Andreis non voleva saperne di aria libera. Si mise a protestare con parole vibrate e a dichiarare ch’egli sarebbe andato dove andavano i suoi amici. E tutti noi, compreso l’on. De Andreis, passammo in un’altra stanza, dove ci si trattenne un’altra buona mezz’ora.
Aspettavamo e parlavamo sottovoce. Perché in questa seconda anticamera eravamo tenuti d’occhio da un agente in borghese, seduto in mezzo a noi come un muto. Conversando, si almanaccava sul tempo che ci avrebbero fatto perdere. Federici manifestava la sua opinione che anche De Andreis sarebbe stato trattenuto.
Qualche altro pregava quest’ultimo a prendere l’uscio intanto che era libero.
– Libero ci potrai essere più utile che non chiuso in carcere con noi.
Fu testardo e rimase.
Alle sei e mezzo circa entrò un vecchio impiegato a dirci queste parole:
– Sono spiacente di comunicar loro che, essendo stato proclamato in questo momento lo stato d’assedio, loro signori sono tutti in arresto.
Ci fu un’irruzione di guardie in borghese le quali, senza tanti complimenti, ci presero per la manica. Protestammo e dicemmo che non era il modo di trattare persone che non volevano fuggire, e i delegati ordinarono agli agenti di lasciarci andare. Discendemmo ed entrammo nell’ufficio del delegato Eula, il quale, per essere sinceri, ci trattò con la massima gentilezza. Ci sequestrò carte e matite che avevamo nelle tasche. ci lasciò denari, orologi e anelli e ci fece firmare il verbale, porgendo ad ognuno la penna.
– Già che ci deve mandare in guardina, ci potrà mandare anche da mangiare.
– Senza dubbio.
E il delegato promise che ci avrebbe fatto portare qualcosa dall’Orologio.
– Devono avere un po’ di pazienza, perché in questo momento ho molte cose da fare.
Ci si chiuse nel camerotto riservato alle donne, il quale, secondo l’espressione dell’Eula, era “il meno peggio”. Avevamo fame ma non aspettammo molto. Tre quarti d’ora dopo si spalancava l’uscio ed entravano roast-beef, un fiasco di vino, del formaggio, della frutta e delle sigarette.
Mangiando si chiacchierava e si rideva.
De Andreis era di opinione che avrebbero montata qualche macchina per tenerci in prigione.
Federici fumava disperatamente una sigaretta dopo l’altra per cambiare l’odore dell’ambiente.
Chiesi si contentò di dire che avrebbe pagato il conto.
Un po’ più tardi Seneci ci faceva sapere che non aveva mai dormito così bene.
– Vi raccomando di ravvolgervi la testa nel fazzoletto, se non volete che certe bestioline vi vadano nelle orecchie.
Cermenati si allungò sul tavolato con una frase tragica:
– Così giovane e già tanto galeotto!
Qualche minuto dopo, ricordandosi d’essere stato dilettante drammatico, si drizzò in piedi e si mise a declamare un po’ d’Amleto:

Potesse, oh! questa troppo salda carne
Che mi veste, scomporsi, andar diffusa,
Sfarsi come rugiada!

Il carceriere, lungo il corridoio, ci impose il silenzio.
– Signori, faccian silenzio!
Ci addormentammo.
Tra le dodici e mezzo e la una venimmo svegliati dal fracasso che si fece a schiudere l’uscio. Entrarono, tra la sorpresa generale, l’avvocato Carlo Romussi e il professore Emilio Girardi, accompagnati dalla guardia carceraria che portava la lanterna fumosa.
Romussi: Ho ottenuto il permesso di venirvi a trovare coll’amico Girardi. E giacché ci siamo, vogliamo tenervi compagnia fino a domattina.
Girardi andò sul tavolato con un: dio cane!
Seneci fece loro la raccomandazione del fazzoletto. Romussi ci raccontò che gli agenti erano andati al Secolo a perquisire la redazione, a far scomporre il giornale e ad arrestare tutti i redattori che vi si trovavano. Non vi hanno trovato che il direttore ed un redattore. Negli uffici vi erano parecchie persone, come l’Antongini e il Missori. Ma nessuno di loro venne arrestato. L’episodio storico dell’arresto del direttore del Secolo fu quello della sedia.
Romussi era al suo tavolo che scriveva non so più che cosa sulle ultime notizie. Il delegato, col codazzo dei questurini in borghese, gli annunciò la perquisizione e credo anche la sospensione del giornale. Romussi disse qualche parola sulla libertà di stampa e lasciò che l’uomo di questura andasse a mettere sottosopra il suo cassetto e a rovistare le carte del tavolo unito a quello di lavoro. Per la maledetta abitudine di Romussi di accumulare i manoscritti, gli sequestrarono un numero infinito di carte e di lettere, non poche delle quali dovevano essere di Cavallotti. Suggellati i pacchi e fatto il verbale di sequestro, Romussi e Girardi vennero invitati in questura. Romussi, prima d’andarsene, voleva scrivere due righe non so se alla moglie o ai colleghi. Prima di sedere buttò via la penna con la quale aveva scritto il delegato, diede un calcio alla sedia, sulla quale era stato seduto e ordinò al portiere di portarla via subito e di bruciarla.
– Portamene un’altra e dammi un’altra penna.
Alla mattina ci svegliammo con le ossa rotte. Avevamo sulla faccia il colore di una notte trambasciata. Ci eravamo coricati sul tavolazzo, vestiti come eravamo entrati, e lungo la notte il sonno ci era stato interrotto centinaia di volte. Dal fracasso degli usci che si aprivano e si chiudevano, dal trambusto, nel cortile, dei soldati che pareva arrivassero ogni quarto d’ora, dai piedi che tumultuavano sotto il portico e dalle voci che giungevano a noi come di gente ammutinata.
Verso le dieci antimeridiane il delegato Eula ci annunciò che era giunto l’ordine della traduzione al cellulare. Venimmo chiamati a due a due, e a due a due venimmo legati, polso a polso, con una catenella, da un maresciallo dei carabinieri alto e spalluto. Eravamo così appaiati: Valentini e Chiesi, Seneci e Federici, Cermenati e Romussi, De Andreis e Girardi. Uscimmo ed entrammo in una folla di circa ottanta arrestati.
Il balcone del palazzo di questura era gremito di altri monturati con alcuni borghesi. Non posso dire se vi era Bava Beccaris, perché non lo avevo mai visto neppure sulla fotografia. C’era certamente il questore. Un uomo magrettino c’ha ha l’aria di essere gobbo. I grandi gallonati parlavano tra loro e gli uni ci additavano agli altri col dito puntato verso noi.
Prima che il convoglio si mettesse in moto, il delegato Birondi disse a tutti:
– Non salutino alcuno e non parlino, perché ho ordini severissimi.
Eravamo tutti a piedi, circondati dai carabinieri e dai soldati di cavalleria col revolver in pugno. Qua e là c’erano parecchi questurini.
C’incamminammo verso le undici. L’itinerario fu questo: piazza S. Fedele, piazza della Scala, Santa Margherita, via Mercanti, via Dante, foro Bonaparte, S. Gerolamo, S. Vittore, via Filangieri.
Gustavo Chiesi abita in foro Bonaparte 93. I suoi vecchi genitori erano alla finestra che si asciugavano le lagrime col fazzoletto. Nessun altro incidente.
Sai come si è ricevuti al Cellulare.
De Andreis, il quale si sentiva male per il lungo digiuno, domandò subito da mangiare. Gli altri lo imitarono. Impolverati, sudati, passati traverso un’ora piena di pericoli, avevamo una sete da cani trafelati. L’Astengo, il direttore, ci fece portare dell’acqua con del fernet dal bettoliniere.
Ci si separò in tante celle e ci si riunì in un cellone a mangiare. Mangiammo del salame, della pasta al sugo, dell’arrosto e del formaggio e bevemmo del vino comune. Eravamo serviti da due scopini e sorvegliati da due guardie carcerarie. Terminato il pasto, venimmo visitati dal cappellano, accompagnato dal direttore. Subito dopo Federici, Cermenati, Seneci, Valentini e De Andreis vennero cellularizzati in infermeria. Romussi e Chiesi vennero chiusi in celle separate al secondo raggio.
Il secondo giorno vedemmo arrivare in infermeria i deputati Turati e Bissolati.
Il resto ti è troppo noto perché io sciupi dell’inchiostro.

IL SOCCORSO

È una scena piangevole che potete vedere ogni mercoledì e ogni domenica, tra le dieci e la una, sulla piazzetta Filangeri, dinanzi l’edificio della sventura sociale. Ma in un giorno o nell’altro non troverete mai la folla delle giornate di Bava Beccaris, quando ciascun cittadino aveva paura di non essere più cittadino e ogni donna poteva essere disgiunta dall’uomo da un ordine imperativo o da una mano brutale.
La mia pagina è una fotografia senza ritocchi di una di queste domeniche.
L’orologio di un campanile suonava le otto e il sole bruciava le cervella. Sul piazzale si vedevano alcune carriole cariche di frutta acerbe o sfatte, di dolci perseguitati dalle mosche e di cose mangerecce coperte di polvere. Il portone traduceva un corpo di guardia improvvisato in una città insorta, Un portone coll’andirivieni della gente che fa paura. C’erano soldati in piedi, soldati che riposavano sulla paglia sternita nei fianchi, soldati che entravano e uscivano, soldati che si asciugavano la fronte e si aggiustavano la giberna sul ventre. Si vedevano andare e venire secondini, guardie di finanza, delegati, questurini, carabinieri, ufficiali, autorità carcerarie, autorità militari – tutte persone che ricordavano il momento, persone dalla faccia feroce, persone che passavano come ventate di collera, persone pronte a venire alle mani col primo che avesse detto una corbelleria.
L’ufficiale di guardia pareva, col pensiero, a spasso. Con la ciarpa azzurra a tracolla, seduto sulla sedia addossata al pilastro con una gamba sopra l’altra, si ninnolava buttando in alto il fumo diafano della sigaretta.
Le donne giungevano sole e a gruppi con i fagotti, i canestri e le corbe piene di roba e si appoggiavano al muro della carcere o andavano ad occupare i sedili di granito della piazzetta o si aggruppavano alle altre aggruppate nel largo in faccia al bastione. Tra le popolane dal faccione prosperoso e dalle maniche rimboccate sull’avambraccio bronzato, c’erano vecchie che si reggevano a mala pena in piedi, teste che riassumevano la primavera nella chiarezza mattinale e figure dalla faccia bianca o scolorata che uscivano dalla moltitudine con le loro vesti e i loro cappelli neri come tante ditte di un ufficio mortuario.
Imperava il dolore. Ah, se si potesse uscire dal dolore come si esce dalle porte cittadine! Il dolore distruggeva la ripugnanza delle vestite bene per le vestite male e assorellava le donne colpite da una sventura comune. Tutte queste mamme, tutte queste spose, tutte queste amanti, tutte queste sorelle vedute assieme storcevano il cuore e facevano venir sulle labbra una parola tragica, una bestemmia brunita dal rancore, una maledizione che si rompeva nella testa col suono della lastra di metallo che la martellata manda in frantumi. Riproducevano l’afflizione, l’ambascia, il dietroscena domestico, il naufragio femminile, la devozione sublime delle donne affezionate agli uomini chiusi laggiù, oltre il portone, al di là dei cancelli, negli sgabuzzini del lugubre edificio imbevuto delle lagrime dell’esercito della sventura, che ha patito più del Cristo in croce. Nei loro occhi non era l’ardimento. Nei loro occhi era la stupefazione, lo sbalordimento, l’umiliazione. Povere donne! Erano donne abbattute, costernate, vinte dal supremo cordoglio che non le lasciava disfogare la piena del loro martirio.
I carrettoni chiusi scompigliavano e buttavano manate di nero sulla tela lugubre che s’allargava a ogni minuto. I traballamenti delle ruote andavano sul cuore della moltitudine come fitte che si sprofondavano nelle ferite palpitanti e sollevavano in tutti il vespaio delle supposizioni. A ogni sussulto si correva involontariamente col pensiero nelle cellette del veicolo che accarezzavano l’arrestato come la guaina accarezza la lama, a palpeggiare gli incassati come se si avesse avuto paura che si fossero rotta la testa o stessero in lotta coll’ultimo alito di vita. Chi saranno? E l’interrogazione faceva rabbrividire. Forse saranno dei ladruncoli o dei rivoluzionari o degli innocenti usciti dalle braccia della famiglia, rimasta in casa a piangere la loro sciagura! E i veicoli della tortura scomparivano e lasciavano le donne più avvilite di prima.
Questa campana! Si aspettava la campana del soccorso, la campana che doveva far dimenticare ai cellularizzati la smisurata intelligenza malvagia degli uomini, degli uomini che hanno per idealità il male, la campana che consolava lo stomaco di chi mangia poco e male. Fate presto, in nome del Signore. Spalancate il cancello, prendetevi la corba delle vivande divenute fredde lungo la strada, divenute immangiabili aspettando qui sul selciato due ore, tutto un secolo. Siate buoni, siate caritatevoli con le povere donne trambasciate!
Il convoglio degli arrestati che veniva verso il Cellulare a piedi suscitava in ogni seno un orrore indicibile. Non poche donne erano state obbligate a chiudere gli occhi come quando si riceve un’ondata di luce in pieno viso. Era una banda che falciava gli ideali di redenzione più modesti. Sfilavano appaiati ai polsi come individui usciti da un porcaio o da un sotterraneo, con le ragnatele sulle spalle, con l’umidore nella gonfiezza sotto gli occhi, con i capelli irrigiditi in una zuffa spaventosa. Erano laidi, stracciati, dilaniati dai patimenti. Circondati da questurini, da carabinieri e dai soldati, il loro volto assumeva il colore acceso degli aggressori di strada che stramazzano i viandanti a coltellate. Alcuni, con gli abiti che non avevano perduta tutta l’eleganza e con la faccia cadaverica fino alla fronte, davano l’idea degli insorti colti sulle barricate colle mani odoranti la polvere.
Altri, a piedi nudi, coi gomiti all’aria come le ginocchia, traducevano la loro vita grama di poveracci che basivano sul marciapiede e stendevano la mano ai passanti,
Le donne si lasciavano commuovere. Alcune singhiozzavano e dicevano che era meglio morire che vedersi trattati come birbaccioni che avevano fatto del male. Altre si mordevano le labbra e si scricchiolavano le dita per reprimere la sensazione che dava loro stille di sudore e faceva loro pulsare le tempie dal disgusto e dalla furia.
Non mancavano più che cinque minuti. La calca piegava verso l’entrata.
La prima fila, spinta dai nuovi venuti che si cercavano un posto al centro tra le proteste generali, andava più di una volta sul cordone militare che non si rompeva.
La ragazzaglia aveva dimenticato la tensione dell’angoscia generale e si era abbandonata al chiasso, e le donne, le più attempate, che si straccavano a stare in piedi, mormoravano con la voce piagnolosa.
Proprio, non si aveva pietà per le donne dei poveri prigionieri. Con tanta gente che soffre e con tanti soccorsi, la direzione non s’era commossa. Continuava a ricevere alla stessa ora, nelle stesse ore, come se nulla fosse avvenuto di straordinario. Inzuccherate il veleno, o signori! Ci farete penare meno, ci farete! Non ci voleva un gran giudizio per capire che bisognava far porta un po’ prima. Pazienza! pazienza! pazienza! Sì, pazienza se si avesse avuto il buon senso di mettere alla porta un cristiano che non strapazzasse tutti come tanti servitori! Ma no! Ci avevano lasciato quell’anticristo di vecchio sciancato che aveva l’anima nera con le povere donne.
Tutte le volte che si doveva passare sotto un volpone di quella fatta ingrossava il cuore davvero. Era un secondino ripugnante, col collo che si gonfiava come quello del serpente quando va in collera, con la faccia ridotta a una grossa cipolla ammaccata. Bastava spremerla per vederla colare di marcia. Dio non poteva dare del bene a questi mostri verdi come la bile. Respingeva la gente dilatando la gola e dicendo parole che facevano andare il sangue in acqua. Pazienza. Si era nelle sue mani e non c’era che dire.
Anche quegli altri del soccorso erano buone lane. Non sapevano dove stava di casa la buona maniera. Bastava non aprir bene il canestro o avere dimenticato di fare la lista come volevano loro per vederli dar fuori come vipere.
– L’ultima volta m’hanno mandata a casa la figlia tutta piangente. Era uscita dalla coda per isbaglio. Si sa, una povera tosa non può sapere i regolamenti. L’hanno mandata in fila con un codazzo di rimproveri come se fosse stata la loro figliuola! Forconi! Non hanno creanza, non hanno. Ci vorrebbe… Lo so io cosa ci vorrebbe. Acqua in bocca, che i tempi sono tristi.
– A me mi è toccato il peggio. Mi hanno lasciato il mio Alberto per ultimo perché non aveva la lista scritta. Noi, povera gente, non si ha tempo di scrivere. Loro hanno un bel dire. Vorrei vederli al nostro posto. La ragione volete che ve la dica io? Hanno la bocca larga come quella dei coccodrilli e i denti in gola. Quella è la ragione. Ma i miei denari li mangio io. Sissignori, li mangio io. C’è già troppo da fare colle disgrazie che ci manda il Signore, per avere da pensare a queste sanguisughe che ci beverebbero tutto il sangue in una volta!
– Se ci fossero delle persone con due dita di testa ci lascierebbero entrare senza farci fare anticamera e senza buttar all’aria i cesti come se fosse roba rubata. Tirano fuori tutto, mettono le mani in tutto, cacciano il risotto nel salame, la torta nello stufato, le ciliege nell’insalata e l’arrosto nella minestra. Ci vuole dello stomaco a mangiare il soccorso.
– Non ditelo a me, per amor del cielo, che ho veduto quello che voialtri forse non avete veduto. Ho veduto al di là del terzo cancello come si trattano i cesti. Non ne avete idea. Non ci sarebbe che la morte che potrebbe farmi dimenticare il disgusto che ho provato in quella mattina che ho assistito al tanto scempio. Credetelo, in certi luoghi si ha più considerazione per i torsoli che si gettano ai maiali. Vuotavano i canestri come se fossero stati sacchi di patate. Rovesciavano sul tavolo tazzine, piatti, scodelle, tegami, stoviglie, senza badare se il condimento dell’insalata andava sul minestrone o se la marmellata si versava sull’arrosto. Erano sgarbati che facevano venire la rabbia. Ma quando si ha bisogno di loro, bisogna tacere. È una grande punizione questa che Dio ci ha mandata. Con lo stesso coltellaccio facevano tutto. Assaggiavano, tagliavano, mettevano sottosopra. Con lo stesso coltello infarinato e impiastricciato di intingoli affettavano la pera, rivoltavano la minestra e il risotto, dimezzavano il pane, facevano in due i limoni, sparavano i polli, dividevano lo stracotto, mettendosi in bocca ora una fetta di coratella, ora una striscia di anitra, tra le risate che facevano male. Riducevano le torte e i pasticci, fatti in casa chissà con quanti sacrifici, in una condizione compassionevole. Siate poveri diavoli e vedrete come è dura la vita. Voi state a casa a darvi del male per mettere assieme un pranzetto come si deve, per il povero diavolo che avete in prigione, correte come una disperata o prendete l’omnibus per farglielo mangiare caldo, e poi vedete che tutto va alla malora, che tutto diventa freddo, che tutto si mescola, le cose giulebbate con la carne arrostita nel brodo succoso e la cipollata col fegato nel piatto delle fragole o dei lamponi grossi come le more. Portate le uova fresche per tirar su lo stomaco a chi ne ha tanto bisogno e poi venite a sapere che gli sono arrivate in cella sfracellate, coi tuorli dispersi per le vivande. È una grande punizione questa che Dio ci ha mandata! Ah sì, non credevo che si potesse penare tanto a questo mondo! Si fa di tutto per risparmiare i soldi per un cartoccio di tabacco e al colloquio vi si dice che non avete cuore di lasciare il vostro uomo senza una pipata per passare il tempo che non passa mai!
– I sigari o il tabacco, pazienza. Se non si fuma, non si crepa. A me è andato perduto il cesto, una volta dopo l’altra, per due o tre giorni. Se non ci fosse stata una buona guardia, mio marito sarebbe morto consunto di fame. Con una pagnotta di regalo ha potuto tirar innanzi e scrivermi per domandarmi se ero morta, se l’avevo dimenticato. È stato un vero crepacuore. Gli avevo mandato un pranzo da far risuscitare i morti, un cesto pieno di grazia di Dio, e lui, povero diavolo, era rimasto in cella a straziare il mio nome onorato con delle ingiurie che non meritavo. Avete ragione voi, Antonia. È una grande punizione questa che Dio ci ha mandato!
Finalmente! I primi rintocchi rovesciarono la folla verso il banco delle guardie. La gente sgomitava, si sbuttonava, si riversava tenendo in alto i canestri, protendendo le borse e i fagotti, pregando di accettare la corba e supplicando gli agenti a essere buoni, che erano lì da un pezzo con la roba gelata.
Le guardie non avevano tempo da ascoltare storie. Prima della una dovevano verificare circa mille soccorsi. Prendevano quelli che capitavano loro alle mani, senza guardare e senza commuoversi. Chi non rispondeva sollecitamente alle domande, veniva lasciato col pranzo in mano. Ogni donna era obbligata a dire, in fretta e in furia, nome e cognome del detenuto, il numero della cella, se il padre e la madre erano morti o vivi.
– Cella 89, Giuseppe Agesilao, del fu Pietro e della vivente Teresa Baragni.
– Avete fatta la lista?
E il braccio di chi non poteva farla vedere, veniva scansato e buttato dall’altra parte.
Alla una pomeridiana, le donne giunte tardi o rimaste tra quelle che non avevano potuto consegnare i fagotti, piangevano dirottamente.
La campana aveva chiusa la consegna e la campana non aveva budella.
Era un grande dolore rifare la strada con il mangiare, dopo aver fatto tanta fatica e avere speso tutto quello che c’era in casa per consolare i poveri cristi in prigione.
– Aveva ragione Antonia di dire che era una grande punizione questa che Dio ci aveva mandato!

IL DIARIO DI UN MESE DI CELLULARE

La mia cella è una fornace. Ho il sole sulla muraglia esterna dal sorgere al tramonto del sole. Subisco una trasudazione che mi snerva. Preferisco però l’isolamento alla compagnia della stanza intermedia. Coi miei compagni sarei divenuto uno scemoide. A poco a poco il loro linguaggio antintellettuale e trivialmente sbracato sarebbe divenuto il mio. In otto giorni mi ero già abituato a passeggiare sull’ammattonato fracido dei loro sputacchiamenti.
Gli habitués del carcere manifestano ogni giorno, alle finestre, i loro rancori contro i cosiddetti rivoluzionari. La polizia ne ha fatte delle retate e l’autorità carceraria ha dovuto affollarli nelle celle. Ci accusano di essere gli autori delle loro disgrazie. Dicono che i giudici, in conseguenza dei tumulti, sono diventati eccessivamente severi. Coloro che in tempi ordinarii se la sarebbero cavata con delle settimane o dei mesi, ritornano al Cellulare con degli anni di lavori forzati e di sorveglianza.
– La sorveglianza – disse uno di loro – conduce al domino (domicilio coatto).
Il capoguardia è uno sbilucione con tanto di pancia. In questo momento è impossibile dire se egli sia un burbero con del cuore o se sia in lui l’anima dell’aguzzino. Perché il personale di custodia è come invaso dalla paura di riuscire mite. Parla a monosillabi, ha una voce che sente del carceriere e preferisce dire di no ai detenuti che gli domandano qualche cosa. Ieri, dopo tanta insistenza, ho ottenuto il permesso di tagliarmi le unghie vellutate e lunghe. Ma ho dovuto tagliarmele alla presenza di questo omaccione che rintuzza ogni desiderio col regolamento. Il suo ufficio è un bugigattolo in faccia all’ufficio di matricola. È in esso che ho avuto il primo colloquio. Il capo metteva la sua faccia tra la mia e quella del mio amico. Ci teneva addosso gli occhi semichiusi e ci interrompeva tutte le volte che tentavamo di parlare degli avvenimenti e di scambiarci notizie che sapevano tutti.
Gli ho ridomandato una cella a pagamento per avere il chiaro alla sera, la materassa sulla branda e un tavolino con la scranna.
– Ce ne sarebbero così delle persone che vorrebbero questi comodi! Abbiamo faticato a trasformare una cella a pagamento per don Davide Albertario, venuto qui il 24. Con un prete non potevamo fare diversamente. Con le guardie occupatissime siamo anzi obbligati a mandarlo al passeggio solo per impedire che qualche mascalzone lo insulti. Si sa, il Cellulare non è un collegio.
È suonata la campana che annuncia la distribuzione del pane. I prigionieri la chiamano la “voce di Dio”. È un minuto di raccoglimento. Le finestre diventano quelle di un edificio disabitato. Non si sente più un’anima. I detenuti sono all’uscio ad aspettare che si apra l’usciuolo con la parola che li invade di piacere: “Pane”! Il distributore che è uno scopino la ripete a ogni pagnotta che passa per il buco. Lo ricevo anch’io, ma lo passo, colombando, al delinquente vicino alla mia cella che ha sempre fame. È un ragazzo di diciassette anni, scolorato come un onanista, e già recidivo. L’ultimo furto lo ha consumato nello studio del capomastro suo padrone. Egli si aspetta il dibattimento di giorno in giorno.
La vita carceraria è fatta per imbestiare le persone più buone e più altamente educate. Dall’oggi all’indomani si passa dal finimento da tavola alla scodella di terraglia del cane dell’accattone orbo. Non c’è più biancheria, non ci sono più posate, non ci sono più cristalli, non ci sono più tondi, più tondini, più fruttiere, più portampolle, più insalatiere, più portastecchi. Non c’è più che il maiale con un pezzaccio di legno scavato malamente in fondo.
Come, o signori, ma io sono un inquisito, sono una persona che deve essere creduta innocente fino all’ultima parola della Cassazione, e voi mi punite mettendomi in mano uno scopino disfatto e laido perché mi scopi la cella, e voi mi obbligate, con le mie mani abituate ai guanti, a portare fuori e dentro la mia tana il vasone da notte come un latrinaio qualunque! No, accidenti, no, mi ribello! capite, mi ribello! Voi non siete autorizzati a punirmi. Voi dovete rispettare in me il cittadino anche se fossi uno squartadonne.
Ho perduto. Mi è toccato proprio scopare e mettere fuori le porcherie con le mie mani. La guardia al mio no! di stamane se n’è andata chiudendomi l’uscio sui piedi. Ella mi avrebbe fatto marcire nella puzza e nel sudiciume. Potevo ringraziare Dio – diceva – che non mi aveva fatto rapporto. I superiori mi avrebbero convinto che avevo torto, con dei giorni di pane e acqua.
Sia fatta la volontà degli altri. Ma se divento io direttore generale delle carceri!…
Noiosi! gente noiosa! Sono entrati per la seconda volta i battitori e mi hanno stordito. Battono i ferri delle finestre con un gusto e con dei finali che spaccano la testa. Tirlic-tirlac, tirlic-tirlac, tirlac, tirlac! Tirlic, tirlac, tirlic-tirlac, tirlac, tirlac, tirlac, tirlac tirlac, lac, lac, lac, lac, lac!
Di che cosa avete paura? Come è possibile che io possa segare o schiantare i bastoni di ferro se mi avete fatto svestire e se vi siete assicurati che non è a mia disposizione neppure un chiodo? Se le vostre guardie non sono corrotte, voi potete smettere di sciupare il tempo e il personale per rintronarmi le orecchie!
Mi è rimasto in mano il manico del chiccherotto e la terraglia è andata in frantumi. È come se avessi rotto una caraffa di cristallo finissimo. C’è tutto il Cellulare sottosopra.
Il secondino di servizio guardò i cocci con aria di sospetto, fece un’annotazione e richiuse l’uscio. Rividi lo stesso agente con un sottocapo, il quale entrò a dare un’occhiatina ai frantumi.
– Come avete fatto a romperla?
– Cadde. Me ne faccia dare un’altra a mie spese.
– Uhm!
Stamattina sono stato chiamato ad “udienza”. Tra le sette e le otto il direttore viene al centro della carcere; va in una stanza che partecipa della rotonda lambita dagli esagoni e dà “udienza”.
Coloro che si sono fatti iscrivere e coloro che sono stati iscritti a loro insaputa, escono dalla cella al suono della campana che chiama a “udienza”, discendono e si fermano sulla punta del raggio, dove aspettano che Minosse vada in sedia.
È una mezz’ora che l’ho veduto.
Il direttore era seduto a un tavolo di cucina, con la faccia sullo sfogliazzo e le braccia sul tavolo come pesi in riposo. Con una mano faceva dei segni rossi in margine al nome e con l’altra andava alla ricerca della pagina.
– Come avete fatto a romperla?
– Mi restò il manico in mano.
Mi entrò negli occhi come per precipitarsi negli abissi della mia coscienza e risalirne con la bugia in mano.
– Andate! mi disse.
Ho saputo dopo che ero stato condannato a pagarla. Non sono i venti o i trenta centesimi che mi fanno sprecare l’inchiostro.
Ma io domando se è giustizia di farmi pagare un chiccherotto che mi si è dato slabbrato e pieno di crepe e che aveva servito a chi sa quanti detenuti. Vi pare, o signor direttore, è giusto che un poveraccio sconti col digiuno un avvenimento che può avvenire a voi, alle vostre figlie, alla vostra signora, alla vostra serva, a tutti coloro che bevono?
Mi tocca proprio dare dell’animale all’avvocato Guglielmo Gambarotta. È qui nel mio raggio, sullo stesso piano, ha la cella piena di volumi, mi ha lasciato supporre che mi avrebbe fatto fare un’indigestione di libri e poi mi tiene qui a penare e ad aspettarli ad ogni piede che passa! Che la guardia non abbia voluto prenderli? Ma e la “colomba”, non ha ancora imparato a “colombare”?
Non ho ancora finito di scrivere l’interrogazione che sono stato chiamato alla spia da una voce sconosciuta.
– L’avvocato Gambarotta è uscito. Lo saluta.
– Chi siete?
Nessuna risposta. La sua uscita mi lasciò fantasticare. Che si sia incominciata la scarcerazione degli innocenti?
Il passeggio è monotono. È come un’altra cella scoperchiata. Il gruppo dei passeggi è di venti raggi che fanno capo a una rotonda di mattoni, circondata di pietre, sull’alto della quale è la guardia seduta che sorveglia i detenuti. In direzione opposta i raggi si slargano fino a far posto a una filata di otto uomini, l’uno a gomito dell’altro. Il cancello dalla parte più larga del passeggio ha un lastrone di ferro che impedisce di vedere il viso di chi passa. I muri divisori sono alti quattro metri, così che i passeggiatori di un passeggio non possono vedere, né capire quello che dicono, i passeggiatori di un altro.
In venti raggi passeggiano dagli ottanta ai cento individui. Una volta che i raggi sono popolati, la guardia discende la scaletta che conduce alla sua altura con una manata di fidibus, li accende e li distribuisce, di raggio in raggio, ai fumatori.
– Fuoco!
Chiusi tra queste pareti vi accorgete subito che il detenuto che possegga un pezzo di matita lascia traccia della sua passeggiata, quantunque sia proibitissimo insudiciare o scrivere sui muri. In questi segni grafici io non vedo né il grafomane, né il delinquente. Vedo semplicemente l’individuo che dice sul muro quello che non può dire su un pezzetto di carta. Supponete che un condannato di ieri possa credere che i suoi amici, oggi o domani, passeranno per lo stesso passeggio. Non esiterà un minuto a scrivere: “Amici, salute. Condannato a 14 anni e otto mesi. Uscirò il 1913. Coraggio! Salutatemi la Nina. Addio”.
Si è detto che la muraglia è il libro della canaglia, perché vi si leggono ideacce che non possono nascere nel cervello dei galantuomini. È dubbio. Io vorrei vedere costoro per qualche anno nello stesso ambiente. A nessuno di noi, liberi, viene in mente di scarabocchiare sui muri i “morte al boia!” State in prigione e vi vedrete un giorno o l’altro trascinati a manifestare il vostro odio contro la spia che vi avrà denunciato, o al giudice per salvarsi, o alla guardia per ingraziarsela, o al direttore per ottenere qualche favore. Le stesse guardie carcerarie, le quali sovente sono vittime dello spionaggio, partecipano di questo sentimento che erompe e trova il suo sfogo sulle muraglie delle casematte, degli ergastoli, dei bagni di tutto il mondo. In Francia i delatori sono perseguitati sulle muraglie come in Italia.
– “Mort aux vaches!”
Ci è toccata la prima ora di passeggio. Si esce volentieri alla mattina, specialmente quando si ha avuto una notte fosforescente come quella passata. Non sarebbe mancata che l’imprudenza di un solfanello per metterci in mezzo alle fiamme. I miei compagni sono quelli di ieri.
Passeggiavano col piacere delle persone che godono mezzo mondo a sentirsi in mezzo all’aria fresca. Il detenuto che ha i capelli ritti come setole piantate nella testa, spingeva innanzi la faccia per sentirsela alitare sugli occhi. Andavamo in su e in giù fumacchiando e sparlando della direzione.
Un compagno ci raccontava che in un libro, che gli aveva prestato il cappellano, era detto che al bagno di Tolone i forzati avevano due arie di un’ora ciascuna. Qui invece ci si lesina anche quella poca ora regolamentare.
Col sistema della direzione che ci conta l’ora dal primo tocco della campana d’uscita al primo tocco della campana d’entrata, il prigioniero del Cellulare non sta mai a passeggio più di cinquanta minuti. Non c’è errore e ve lo dimostro. Siamo in un raggio di cento persone. Ci sono due o tre guardie di servizio. Le celle non si possono spalancare che tirando indietro il catenaccio. Mettete quattro o sei mani ad aprirle tutte, e poi ditemi se gli ultimi non devono uscire otto o dieci minuti dopo. La rientrata ha gli stessi inconvenienti. Perché i primi a uscire sono anche i primi a rientrare. Il regolamento non è oscuro. Dice chiaro e tondo che ci si deve, nei giorni feriali, “almeno un’ora” e maggior tempo “alla domenica”. Invece alla domenica ci si rubano degli altri minuti. Nei giorni domenicali non si sta mai a passeggio più di tre quarti d’ora. La ragione è che si aumentano i servizi con lo stesso personale di sorveglianza. È facile capire perché non si protesta. Prima di tutto non è possibile trovarsi d’accordo in un carcere che ha tanti detenuti che vanno e vengono in un giorno. Poi si farebbe del male alle guardie che stanno più male di noi che abbiamo svaligiato o assassinato qualcuno. Hanno un servizio di diciassette o diciotto ore sulle ventiquattro e pagano, con le trattenute sullo stipendio ridevole, i pisolini notturni, e le mancanze che fuori di questo luogo farebbero storcere le budella dalle risa.
La barba lunga mi ha sempre fatto schifo. Al largo me la faccio radere una volta al giorno. In questo periodo di Bava Beccaris ho dovuto lasciarmela crescere quattordici giorni. I peli mi pungevano come tante pagliuzze.
Adesso sono sbarbato e non mi pento. Ma vi so dire che ho passato un brutto momento. È entrato nella mia cella un uomo che mi pareva avesse gli occhi lucidi del bevitore. Il suo alito puzzava di grappa e le maniche della sua giacca sucida erano lastricate del pattume del mestiere. A ogni movimento sputava in terra la saliva negra della cicca che egli rivolgeva come un boccone sotto i denti. Mi ha messo al collo uno straccio sporco come un cencio di cucina. Gli aveva servito per sbarbare un raggio intiero. A ogni rasoiata sudavo come sotto un’operazione chirurgica. Avevo sempre paura di vedermi cadere.una sleppa di carne insanguinata. Sbatteva sul pavimento, che avevo reso lucido con le mie braccia, le ditate della spuma coi peli che si era accumulata sul suo rasoio. Il suo modo era spiccio. Dalla eminenza dello zigomo passava per la guancia come una strisciata di rasoio.
Lascia peli dappertutto, specialmente dove il rasoio non può scorrere liberamente, come nella pozzetta del mento.
Mi brucia la pelle della faccia come se fosse stata scorticata e ho ancora per il naso l’odore putrilaginoso del suo sapone orribile.

NOTERELLE DEL MIO AMICO ALLA MATRICOLA

Maggio 1898

So quanto deve avere sofferto in una stanza con degli altri di un’altra condizione. Ma non ho potuto aiutarla. Dalla sua entrata sono avvenute cose incredibili. Il personale di custodia è terrorizzato. Noi scrivanelli non abbiamo più modo di entrare nei raggi dei politici. L’Astengo se n’è andato. Era un direttore umano. Il suo delitto è di avere permesso ai più grossi detenuti politici di pranzare insieme. Siccome non ci sono locali sufficienti e siccome anche nella cella i prigionieri sono appaiati per mancanza di spazio, così non si capisce il rigore della direzione carceraria di Roma. Provvisoriamente ha preso il suo posto l’ispettore De Luca. È uomo di cuore. Se ce lo lasciano non abbiamo perduto nulla. Ha fatto migliorare il vitto e non punisce che quelli che vogliono proprio essere puniti.
È la prima volta che mi capita di vedere una testa direttiva che riconosce i diritti dei carcerati. Di solito i direttori dei nostri giudiziari sono un po’ come i direttori delle caserme dei forzati in Siberia, descritti dal Dostoïewsky – un autore che non mi lascia mai uscire dalla tristezza. Individui che hanno sempre bisogno di passare sul regolamento per schiacciare qualcuno o levare qualche cosa a qualcun altro.
Ho ricevuto la sua noticina. Si fidi pure. È un uomo che per me andrebbe nel fuoco. La guardia che sorveglia la sua cella non è cattiva, ma dice tutto quello che avviene nel suo raggio. È dunque pericolosa. Non ci sono stanze a pagamento a pagarle un occhio. È inutile strepitare. Procuri di adattarsi. Sono momenti eccezionali. Il suo pranzo è andato per due giorni in qualche altra cella. Si consoli che lo avrà mangiato un povero diavolo. La confusione è inevitabile. C’è una media di settecento soccorsi al giorno. Si raccomandi alla madonna perché non le capiti qualcosa di peggio. Va bene, va bene. Dia sempre retta ai miei suggerimenti. Io la so più lunga di lei e non lo dico per vantarmi. Lo dico perché la mia esperienza è più lunga della sua. Ascolti attentamente. Un buon prigioniero deve essere sempre pronto a subire la perquisizione. Ravvolga i miei fogliolini nella carta incerata che le mando e appenda il sacchetto dove la camicia è più nascosta. In queste giornate di sorprese è una precauzione necessaria.
Sugli arrestati di maggio non posso giovarle molto, perché una volta registrati noi non abbiamo più alcuna comunicazione con loro.
Il giorno sette, cioè sabato, eravamo qui che aspettavamo, di minuto in minuto, gli arrestati della giornata. Ma non abbiamo registrato che quattro imputati di delitti comuni, completamente estranei ai tumulti. Non ricordo bene la data dei primi rivoltosi capitati al Cellulare. So che i primi sono entrati alle sei ore mattina, la seconda o terza giornata che fosse dei tumulti di Milano. Erano gli arrestati di Porta Ticinese. Sono giunti in uno stato da far pietà ai sassi. Erano stati trattenuti, nella caserma di S. Eustorgio, più di quarant’ore colle manette ai polsi. È un po’ troppo. Non siamo mica in Russia. La mia speranza era il dubbio. Non volevo credere che ci fosse gente con tanto di pelo sullo stomaco. Ho interrogato coloro che li avevano accompagnati al Cellulare. Il fatto è vero. Le autorità militari, senza locali adatti, avevano dovuto assicurarsi dei barricatisti con le manette. Poca gente di buono e fra loro parecchi già noti ai nostri registri.
Il grosso convoglio degli arrestati è stato quello di domenica. Parlo sempre delle quattro giornate. Era accompagnato dal delegato Birondi. Egli entrò nella nostra stanza smorto che faceva paura. Ci si diceva che aveva sofferto orribilmente a passare per le vie con tanti arrestati e cogli ordini severi che avevano soldati e agenti di P. S. Un molla! molla! di qualche matto al largo poteva far nascere chi sa che tragedia. Tra gli arrestati c’erano il deputato De Andreis, il direttore dell’ltalia del Popolo, l’avvocato Federici, Valentini, ex direttore della Sera, Ulisse Cermenati dell’ltalia del Popolo e il professore Gilardi del Secolo.
Lunedì ho registrato gli onorevoli Turati e Bissolati e la dottora Anna Kuliscioff. Il Turati, non appena libero dalle manette, ci disse che non era nuovo ai nostri registri. Era stato qui, non so quando, a scontare una sentenza per un reato di stampa.
L’avvocato Leonida Bissolati, direttore dell’Avanti!, parla con la grazia di una signora altamente educata. È tutt’assieme una faccia intelligente ammantata di un’ombra spirituale. So che ha tradotto Carlo Marx con un suo amico cremonese. Ma non ho mai potuto leggerlo. Non c’è ancora nella nostra biblioteca. Se avrà occasione di vederlo me lo saluti tanto e gli dica della mia simpatia per lui.
La dottora venne registrata dopo. Io non l’ho veduta. Ma mi s’è detto che essa è venuta qui in vestaglia. È stata arrestata alle cinque del mattino in casa sua e non le si è dato tempo neppure di acconciarsi alla meglio. La sua guardiana mi ha raccontato che la prima cosa che fece in cella fu di accendere una sigaretta. Ho saputo che è una fumatrice instancabile.
È avvenuto quello che doveva avvenire. Coi continui arresti non sappiamo più dove mettere gli arrestati. Ieri eravamo 1048. Il numero eccessivo ha obbligato il direttore a ficcarne, parecchi, tre per cella, coi pagliericci in terra. Fortuna che non fa troppo caldo. L’ultimo pesce grosso che registrai fu don Davide Albertario. È alto, dalle forme erculee. Venne da San Fedele con una comitiva di venti individui della peggior specie. Quasi tutti recidivi. Per impedire agli screanzati di dirgli qualche insolenza, il direttore lo manda al passeggio solo. Mangia bene e riceve il pranzo e la colazione da una trattoria esterna. Fuma anche lui come un turco. Dopo alcuni giorni gli concessero, come ai deputati e ai giornalisti, carta, penna e calamaio. Scrive tutto il giorno ed è sempre in nota per della carta. Deve essere un grafomane.
Domenica si sarà accorto che diceva messa un’altra voce. Il cappellano Enrico Villa è stato sospeso e non può più mettere piede nel carcere.. Al suo posto officiava un frate. Lei sa che io sono religioso e può darsi che pecchi d’indulgenza. Ma credo che sia impossibile trovare un cappellano come don Enrico. Era un sacerdote che adempiva al suo ministero con entusiasmo. Lo si vedeva andare e venire come il moto perpetuo. Appena uno era in cella, andava a trovarlo, a consolarlo, a incoraggiarlo. Non lasciava mai alcuno senza libri e diceva a tutti parole che aiutavano a tirare innanzi la vitaccia del cellularizzato.
Il nuovo direttore è tra noi come un flagello. Non dissimula. È una sovrapotenza assoluta, arricchita dalla funzione di punire. È in lui come una spaventevole rettitudine. Respira il dolore degli altri come una donna virtuosa la spiritualità dell’incenso.
La sua vanteria è di essere il direttore che ha fatto mangiare, come si esprime lui, più cella di rigore ai detenuti di tutti i direttori d’Italia. Le guardie che vogliono entrare nelle sue grazie devono dargli ogni mattina prova del loro zelo. Non si sono mai visti tanti puniti a pane ed acqua come in questi giorni. Se qualcuno si lamenta dicendo che la sua infrazione non è di quelle punibili col regolamento, il direttore gli risponde, in modo piuttosto brusco, che il regolamento interno del carcere lo fa lui, perché ne è il giudice e il responsabile.
Il mio compagno all’ufficio di matricola è stato castigato stamane con dieci giorni di camicia di forza. La sua mancanza era grave. Aveva dato uno schiaffo a un collega che lo aveva accusato di poltroneria in questi giorni che non abbiamo avuto tempo neanche di dormire! Era qui con me da diciannove mesi. Lavorava come un negro ed era forse, tra noi, il più intelligente. Dopo un semestre di tirocinio gratis il suo “stipendio”, per un lavoro di diciotto ore sulle ventiquattro, era di dodici lire il mese. Aspetti a dire che non c’era male. Perché il governo, sulle dodici lire guadagnate dal detenuto, se ne prende sette e venti. Non ho mai capito perché il governo si trattiene sui guadagni dei carcerati il sessanta per cento. Per me è una truffa. E lo dirò sempre, anche se si tenterà di convincermi del contrario, come si è già fatto, mettendomi nella camicia di forza. Rubare al detenuto è il più delittuoso dei delitti. Non le pare?
La camicia di forza è di tela grossolana come quella delle brande dei soldati e va giù fin quasi alle ginocchia. Gli occhielli per stringervi il condannato al supplizio corrono per il dorso da una estremità all’altra. Le maniche non hanno uscita per le mani. Il supplizio maggiore è intorno al collo. È una tela rigida che lo sega. Se le guardie incaricate di chiudervi l’individuo non sono umane, la camicia di forza diventa una vera tortura. Io credevo di non arrivare alla fine. Vi respiravo con una fatica rantolosa e lo stringimento mi dava una molestia che mi faceva impazzire. Dopo qualche ora passata con le braccia legate sulla schiena, come Gesù Cristo, diventai furioso. Gridavo, mi rotolavo per il suolo della cella buia e sotterranea con degli sforzi per liberarmi dal camiciotto che mi dava un tormento spasmodico, ma nessuno veniva a calmarmi o a vedermi. Non fu che il sonno che mi diede un po’ di requie. Molti dei condannati al camiciotto che sopprime ogni movimento, implorano la commutazione del castigo. Preferiscono un periodo più lungo di camerella con pane e acqua alla tela che pigia le carni su se stesse con intendimenti assassini. Ma è difficile che si riesca ad ammansare i direttori. La clemenza non è il loro forte. Ho conosciuto un detenuto, imbestialito dagli spasimi atroci, che portò via coi denti un pezzo del tavolato sul quale doveva dormire.
La maggioranza tace. Essa soffre il supplizio senza mandare un lamento. Ci sono individui che si farebbero attanagliare piuttosto che domandare perdono al loro carnefice, come ci sono nature che possono resistere a tutte le pene dell’inferno.
Il regolamento è meno scellerato dei loro interpreti. Esso dà dei riposi anche alla camicia di forza e ingiunge che dopo quarantotto ore consecutive rimanga inoperosa per ventiquattro.
Le infrazioni di poco conto, come le infrazioni al silenzio, sono punite secondo il sistema del direttore.

LA PAGINA INTIMA DEL PROCESSO AI GIORNALISTI

Il processo dei ventiquattro è stato chiamato dei giornalisti per fare del lusso(2).
In verità, i giornalisti rappresentavano la minoranza. Tanto è vero che ciascuno di loro leggeva l’atto d’accusa facendo tanto d’occhi.
– Come, che c’entro io con costoro?
Si conobbero, o almeno si videro, alle tre del mattino del 15 giugno 1898, nella stanza ove si “caricano e si scaricano” gli arrestati che vanno e vengono dal Cellulare. Fuori e dentro c’era ressa di carabinieri silenziosi, tetri, colle mani piene di ferri. Il loro capo era un capitano con l’occhialino nel cavo dell’orbita, con una cera accigliata, con due baffi marziali, che passava da una parte all’altra, col frustino in mano, facendo risuonare gli speroni degli alti stivali alla scudiera, mentre assisteva all’ammanettamento.
Romussi pareva un po’ più ingrigiato. Era ilare, salutava gli amici e presentava i polsi al suo ammanettatore con la faccia illuminata dal sorriso. I carabinieri giovani che adempivano a questo servizio erano più spietati dei vecchi. Continuavano a dare dei giri anche quando si diceva loro che i polsi facevano sangue.
Don Davide era conosciuto da tutti, ma lui, personalmente, non conosceva che l’avvocato Romussi, Valera e Zavattari. Non si capiva se era seccato in mezzo a tanti ignoti che lo guardavano come una bestia rara. Il capitano lo squadrò dal capo ai piedi, gli girò intorno col fare di un domatore di belve, e si voltò dall’altra, parte percotendo leggermente lo stivalone. Si capiva che l’aveva su coi preti o che ci aveva gusto a vederne uno nelle peste.
Don Davide pareva imbronciato. Rispondeva al buon giorno di qualche amico con la voce grossa di chi è in collera con se stesso.
La sua veste talare ambrosiana e il suo paltò di panno nero sentivano il bisogno di parecchie spazzolate. Indossava la veste, cinta dalla fascia di seta nera, dal giorno in cui dieci tra carabinieri e soldati di linea entrarono nella casa paterna di Filighera ad arrestarlo. Il suo paltò polveroso era stato buttato nell’angolo della cella dal momento che vi era entrato.
L’avvocato Bortolo Federici, noto a molti come repubblicano, attirava l’attenzione di parecchi per il suo cappello Oberdan nero, sopra un “completo” caffè scuro. Zavattari era abbattuto, dimagrato, colle guance infossate e biancastre e con le mani che tremavano come se avesse avuto la febbre. A uno degli arrestati, che aveva dato il buon giorno, rispose che era ammalato, gravemente ammalato e che, se non lo si lasciava andare presto, sarebbe morto in prigione. Fu una nota che diffuse un po’ di tristezza in coloro che gli erano vicini. I carrettoni che li portavano al Castello erano nicchie che obbligavano gli ammanettati a stare con le labbra ai fori della respirazione.
Smontarono nel cortile ducale pallidi come cadaveri. Il primo a discendere fu del Vecchio, un omettino che nessuno, prima dell’accusa, aveva sospettato che fosse un leone capace di arringare la folla sulle barricate. Girava gli occhi come trasecolato. Non sapeva trovare una parola e non seppe trovarla neanche al processo. Accompagnati da molti carabinieri, si fecero passare in mezzo a due file di soldati a salire per le scale anguste, al primo e al secondo piano, disperdendoli per gli stanzoni anticamente occupati dalla Corte degli Sforza. Lungo la ringhiera del primo piano, avevano messo Chiesi, Seneci, Cermenati, Federici, Valera, Lallici, Ghiglioni, Romussi. Al secondo piano, Lazzari, Valsecchi, Zavattari, qualche altro socialista, parecchi anarchici e il direttore dell’Osservatore Cattolico, il quale occupava la stanza N. 10, colla finestra sul tetto che gli lasciava entrare l’aria, il vento e la pioggia. Il primo temporale della seconda notte lo obbligò a salvarsi dall’acqua torrenziale che lo aveva sorpreso in letto in mutande.
I buchi al centro degli usci dei ventiquattro processandi permettevano di andare cogli occhi negli stanzoni in faccia, gremiti di arrestati. Davano a volte l’impressione di un immenso lazzaretto pieno di colerosi, e a volte di lunghi corridoi affollati di insorti che agitavano entusiasticamente i cappelli, i fazzoletti e le
mani.
All’uscio di ciascuno dei ventiquattro, era una sentinella. Al minimo rumore che la seccava, metteva la bocca al buco e diceva:
– Eh, fate silenzio o vi mando dentro una pallottola!
Più di uno degli arrestati, per proteggersi dalla “pallottola”, è stato obbligato a far chiamare il capoposto. Don Davide, che non ha mai avuto paura di farla a pugni con coloro che lo hanno insultato e come uomo e come prete, nella sua stanza si sentiva a disagio. Temeva sempre che un Misdea qualunque o una sentinella che esagerasse nella consegna lo allungasse cadavere. Una sera, mentre passeggiava fumando un virginia, una sentinella, che doveva essere anticlericale, continuava a perseguitarlo dalla spia dicendogli di non fare fracasso, di buttare via il sigaro che era proibito fumare e di andare a letto se non voleva che ve lo mandasse lui.
Il sacerdote, che non aveva angolo che non fosse visibile alla bocca di fuoco, venne preso da una specie di panico che lo obbligò a chiamare ad alta voce il capoposto, il quale, per fortuna, era un chierico.
I ventiquattro, dopo dieci ore di processo, ritornavano in camera sfiniti o stracchi morti, mangiavano un boccone e si buttavano sul pagliericcio con la speranza d’addormentarsi subito e dimenticare ciò che avevano sentito nella giornata. Le venti o trenta sentinelle, alla distanza di pochi passi l’una dall’altra, alle otto precise incominciavano a gridare con delle voci sgangherate: Sentinella all’ertaaa! – All’erta stooo! Sentinella all’ertaaa! – All’erta stooo! – Sentinella all’ertaaa! – All’erta stooo! – Sentinella all’ertaaaaaaaa! – all’erta stoooooooo! – Sentinella all’ertaaaaaaa! – All’erta stooooooooooooooooo!
Una voce seguiva l’altra con degli o e degli a larghi che spesso morivano nell’aria come un’agonia e talvolta si rompevano con un fracasso che metteva sottosopra il cervello dei detenuti che non potevano dormire. E dopo dieci o quindici minuti di riposo, ricominciavano a gettare le voci per lo spazio più sgangherate di prima.
Gli accusati si alzavano al suono della campana con le occhiaie della gente che patisce d’insonnia. Il direttore del Secolo, che non può dormire che al buio e in luogo tranquillo, tormentato dalle grida degli incappottati, si voltava e si rivoltava anche quando aveva preso un po’ di solfonal o di trional.
Il Chiesi, che non sa leggere in letto perché gli si chiudono subito gli occhi, in Castello aveva dei momenti di disperazione perché non gli si concedeva il riposo notturno. Ulisse Cermenati, che sa stare ritto sulle gambe, andava al processo dinoccolato e pieno di sonno, e Federici raccontava agli amici che accendeva, spegneva e riaccendeva il lume con dei tentativi di passare la notte leggendo.
Si credeva che il processo fosse ancora più sommario di quello che è stato. E ognuno che aveva qualcosa da dire si era alzato nell’ultima notte prima dell’alba, col permesso del capoguardia, a buttar giù qualche nota. Alcuni dei ventiquattro avrebbero voluto che si fosse andati al Tribunale col proposito dell’on. A. Costa, quando era tra gli arrestati al Cellulare. Lasciarsi trascinare dinanzi il Tribunale di guerra senza dire una parola.
Ma quest’idea non ha potuto prevalere, un po’ perché non si conoscevano tutti, un po’ perché nessuno poteva comunicare coll’altro e un po’ perché gli accusati appartenevano a diversi partiti in lotta fra di loro. Valera, andata a male la proposta del silenzio, credeva che sarebbe stato utile, per suo conto, di servirsi del sistema di O’ Donovan Rossa, cioè di guadagnar tempo e provare, con la lettura dei documenti sparsi per i libri e per i giornali, che l’Italia era gravida di socialismo.
Ma il tampone presidenziale gli è stato messo in bocca tante volte che dovette sedere come un uomo letteralmente imbavagliato.
Il sistema di O’ Donovan Rossa, il quale, tra parentesi, non era ancora il capo dei dinamitardi, era di valersi del Tribunale per far conoscere al popolo la condizione del suo paese e protrarre il giorno della sentenza con la lettura della storia irlandese attraverso gli ottantatrè Acts o leggi eccezionali, che avevano coercizzata la nazione per punirla di domandare con insistenza la libertà che avevano gli Inglesi.
Dopo tre giorni il giudice tappò la bocca al feniano, ma il suo sistema divenne un’arma poderosa nella Camera dei Comuni, ove i parnellisti costringevano i deputati coercizionisti ad assistere a delle sedute parlamentari che duravano perfino quarantadue ore e impedivano ai ministri, per delle settimane e dei mesi, di far votare i bills che dovevano imbavagliare gli Irlandesi.
Don Davide, che era sempre stato tenuto separato dagli altri e che anche al Cellulare si mandava al passeggio da solo, si era preparata un’autodifesa di circa venti o venticinque fogli da protocollo, per provare, con grande semplicità, la sua innocenza. Cominciava dal dire di ignorare il perché era stato arrestato, carcerato e condotto al Tribunale, e tirava via affermando che, né direttamente, né indirettamente, aveva mai preso parte ai tumulti.
“Non solo, diceva egli in terza persona, né indirettamente, né direttamente non ha preso parte a tumulti, ma sempre in vita sua usò dello scritto e della parola per l’ordine nella religione, maestra di rispetto, fonte di civiltà e di proprietà. Lo stesso avvocato fiscale che lo incolpa di fini speciali, confessa di non sapere il perché lo si perseguita. Fini speciali? Dunque, non connivenze con altri partiti, ma un’azione solitaria. Quale? Repubblicana, no; socialista, no; dunque? Distruzione dell’Italia attuale e ricostituzione del poter temporale del papa; questo, suppone l’accusatore. Ora, questo è assurdo, perché don Davide Albertario in proposito ha per programma di attenersi a quello che gli altri poteri, l’ecclesiastico e il laicale, concertino tra di loro.
“Domando dunque, concludeva don Davide, che mi si lasci libero al mio lavoro benefico, al mio altare, alla mia famiglia. Sono cittadino e sacerdote e scrittore che ha fatto il suo dovere. Non rapitemi la libertà. L’onore, né voi né nessuno me lo rapiranno giammai. Rimandatemi al mio luogo di lavoro”.
Romussi, che, come tutti sanno, è un lavoratore instancabile, si era alzato alle due antimeridiane a gettar giù cartelle sopra cartelle, dolendosi, di tanto in tanto, di non avere avuto con sè la collezione del Secolo per poter documentare la sua vita di giornalista.
Ciononostante, scrisse un mucchio di cartelle che sono state distrutte o perdute.
Al Castello vi doveva essere un raccoglitore di manoscritti. Perché di tanto in tanto si sentiva qualcuno dei ventiquattro lamentarsi di avere smarrito dei foglietti pieni delle idee che intendeva svolgere al Tribunale militare. Don Davide fu il più sventurato di tutti. Perché, oltre all’avere sciupata la fatica per l’autodifesa, trovò che una mano ignota gli aveva involato dalla valigia un manoscritto ch’egli aveva preparato nelle lugubri giornate al Cellulare e che intendeva pubblicare subito dopo la sentenza. Egli ha potuto far avere a me una di queste cartelle, scritta con una calligrafia quasi femminile e piena di parole feroci contro quelli che chiama i suoi delatori.
La cosa più noiosa durante gli otto giorni di processo erano le manette. A tutti noi si mettevano i ferri quando si usciva dalla stanza per andare al tribunale nel cortile della Rocchetta, quando dal tribunale si era accompagnati nella stanza a far colazione, quando ci si riconduceva sul banco degli accusati e quando ci si riconsegnava al secondino per essere chiusi in prigione fino all’indomani alla stessa ora. Lungo il passaggio tra un cortile e l’altro, v’era sempre folla. In quello ducale, era una siepe di ufficiali che amavano vedere da vicino queste persone pubbliche che avevano scritto delittuosamente nel giornale socialista, repubblicano, radicale, liberale, cattolico. In quello della Rocchetta, era la moltitudine, composta di curiosi, di amici, di preti, di soldati, che sgomitava per mettersi in prima fila a vedere, salutare, commuoversi, piangere. Si vedevano persone che si tergevano le lagrime col dorso della mano, persone che agitavano il cappello per dir loro: coraggio! e persone che levavano in alto le mani giunte per tradurre la loro desolazione.
La prima volta che riattraversavano il cortile della Rocchetta per salire a colazione, vi fu un fotografo che sentiva indubbiamente la prepotenza della funzione del giornalismo moderno di riprodurre la vita sociale illustrata. Si staccò da un capannello e si presentò colla sua macchina sullo stomaco dinanzi i primi due dei ventiquattro, i quali erano il direttore del Secolo e il direttore dell’Osservatore Cattolico colle mani legate assieme. Romussi si mise un braccio attraverso il naso e don Davide si tirò il cappello sugli occhi voltandosi di fianco – entrambi per tradurre la loro indignazione e per impedirgli di esercitare la sua professione. Anche adesso che correggo le bozze mi duole di questo loro scatto antigiornalistico. Perché ci hanno soppresso uno dei documenti più preziosi delle giornate di Bava Beccaris. Se fossi direttore di giornale vorrei che tutti i miei corrispondenti avessero l’audacia del fotografo giornalista. Allora sarei sicuro che il mio quotidiano sarebbe il primo quotidiano d’Italia.
Tra la folla degli avvocati accorsi a dare l’ultimo addio ai condannati, si distingueva il Majno che camminava con l’ombrello in una mano e il cappello nell’altra, salutando dappertutto: “Addio, Chiesi, ciao, Federici, coraggio, Romussi, sta allegro, Valera, arrivederci presto, don Davide, ecc.”.
Nei suoi addii era lo strazio di un avvocato e di un amico reso impotente dalla legge marziale.
Questa traversata fu un attimo solenne, indimenticabile che fece piangere più di uno dei diciannove che ritornarono in camera carichi di mesi e di anni.
La Kuliscioff non ha mai partecipato a questi strazi e a queste consolazioni, perché la sua residenza rimase sempre al Cellulare. Ne veniva e vi ritornava in brougham, vestita di nero come un funerale.
Il suo contegno è stato di donna equilibrata. Nelle poche parole che le si permise di dire, non si occupò che delle sue idee marxiste. Il resto sembrava per lei estraneo. Di tanto in tanto si assentava per fumare una sigaretta.
D’altronde, non era la prima volta che essa passava delle giornate in prigione. Era già stata nelle carceri parigine e poi per più di due anni nelle prigioni d’Italia.
Poche ore dopo la sentenza, gli anarchici vennero mandati a Finalborgo, e i giornalisti partirono il giorno seguente, cioè alle 11 della sera del ventitrè.
Alla Stazione Centrale, c’era una folla enorme ch’era riuscita a sapere l’ora della partenza. Ma i carabinieri fecero entrare i condannati dalla parte opposta – evitando di passare sulla prima piattaforma, piena di amici che volevano salutarci.
Tra gli intimi di Romussi, vi era il professore Pietro Panzeri, direttore dell’Istituto dei rachitici, che piangeva come un ragazzo.
Il vagone cellulare era nuovo e pennelleggiato di fresco. Perdeva un odore di vernice che faceva turare il naso.
Don Albertario, grosso come era, non riuscì a mettere il piede sul predellino che aiutato. Nello sforzo gli cadde il cappello da prete: istintivamente tentò di raccoglierlo, ma si avvide tosto di essere ammanettato ed alzò gli occhi al cielo.
Nessuno disse una parola. Pareva che la vita fosse finita sul montatoio. Ciascuno, ravvolto nel proprio dolore come in un mantello, sentiva gli strazii delle famiglie che singhiozzavano sotto la tettoia.

IN VAGONE CELLULARE

Viaggio notturno da Milano a Finalborgo la notte dal 24 al 25 giugno 1898.

Mentre i carabinieri si preparavano a metterci i ferri per avviarci alla casa di pena a scontare le sentenze militari, ciascuno di noi pensava, involontariamente, al carrozzone che ci doveva condurre dal Castello alla Stazione Centrale. Nessuno di noi aveva potuto dimenticare la nicchia nella quale, venendo dal Cellulare, aveva subìto, per più di mezz’ora, lo strazio di pencolare tra la vita e la morte per mancanza d’aria!
I ferri ci distrassero. I carabinieri adempivano alla funzione di ammanettarci, incalzati dal “fate presto!” del tenente dei carabinieri, che ci guardava con la caramella nell’occhio.
L’ordine era di ammanettarci a fior di pelle. E chi si lamentava riceveva la buona misura di qualche altro giro di vite. Io protestai. Dissi che non era possibile che ci fosse ordine di stringerci i polsi fino a farceli sprizzare di sangue. Mi si fece tacere, assicurandomi che alla stazione mi sarebbero stati allargati.
Chiusi nel carrozzone, credevamo di morire. C’era un fetore che dava il capogiro. La cella era angusta, buia, col sedile di legno cosparso di crostini di pane e coi fori per l’aria che parevano tappati. Il veicolo ci sballottava in un modo crudele. Quando le ruote sussultavano sui sassi o attraversavano i binari, ci sembrava che il carrozzone stesse per rovesciarci sulla strada.
Non abituati a questi viaggi di punizione, sognavamo il treno.
Alla stazione ci si fece discendere passandoci sotto l’ascella, a zig-zag, una catena che ci teneva uno dietro l’altro e ci impediva di pensare alla fuga.
Per scappare bisognava che il condannato si trascinasse dietro tutti gli altri.
Eravamo così male informati sul trasporto del bestiame di galera, che credevamo sul serio che ci avrebbero fatti viaggiare in un vagone di terza classe. Invece fummo disillusi non appena ci trovammo in quella specie di corridoio lungo due filate di celle.
A mano a mano che si saliva, si veniva spinti e incassati dal carabiniere che aspettava il condannato dietro l’uscio. L’operazione di cellularizzarci veniva fatta in un modo fracassoso. Si schiudevano gli usci con collera, si bestemmiava contro i catenacci che cigolavano senza andare avanti o indietro, si ingiungeva il silenzio con degli imperativi brutali a coloro che volevano sapere dove diavolo ci si mandava, e si sbattevano sulla faccia gli usci come tanti schiaffi ribaldi.
Rimanemmo per qualche minuto sbalorditi. Io mi trovavo in una cella di mezzo, tra Romussi e don Davide Albertario. Chiesi era in faccia al direttore del Secolo e io potevo vederlo, attraverso la ferriata, di profilo. L’avvocato Federici era in una delle prime celle della fila a destra e gli altri, compresi due che non conoscevo, erano sparsi nelle celle in fondo.
Aspettavamo con ansia che venissero a liberarci le mani indolenzite dal peso del ferro che diventava sempre più enorme.
Faceva un caldo eccessivo. Nella tana inverniciata il giorno prima, coll’uscio sulle ginocchia che non ci permetteva né di allungare, né di incavalcare le gambe, si respirava un’aria pestilenziale e si sudava come in un forno. L’indugio del treno a mettersi in moto era per noi un vero supplizio. Speravamo che, lanciandosi nello spazio, folate d’aria sarebbero venute ad attutirci la sete e a rinfrescarci la faccia.
Finalmente il treno si era mosso. La lentezza e le prime fermate ci fecero capire ch’eravamo attaccati a un treno omnibus. Il treno, che s’incammina adagio adagio e sosta a tutte le stazioni, diventa una tortura per i poveracci calcati nelle nicchie che lasciano respirare a disagio e intetrano l’ultima scena dei condannati sulla via della espiazione.
Invece delle buffate d’aria fresca che non venivano, né potevano venire, perché il nostro vagone era l’ultimo e aveva le aperture in faccia a due altri, fummo obbligati a incominciare una lotta disperata contro l’usciuolo dell’inferriara a scacchi, che si chiudeva e minacciava di soffocarci a ogni scossa.
– Signori carabinieri, facciano il piacere di fermarci l’usciuolo!
I signori carabinieri non potevano essere umani con noi, perché avevano ricevuto ordini imperiosi di essere severi e perché temevano, a ogni stazione, di trovarsi alla presenza di qualche ufficiale incaricato di “dare un’occhiata ai polli nella stia”.
Ma per l’usciuolo facevano proprio di tutto per inchiodarlo alla parete e spesso sacramentavano contro la compagnia ferroviaria che si era dimenticata di configgervi la molla o l’uncino per tenerlo aperto. Di tanto in tanto veniva qualcuno di loro a sbattercelo indietro con un sostantivo energico. Ma il più delle volte dovevamo respingerlo noi con la punta delle dita.
Alla stazione di Pavia, una voce umana riuscì a intenerirci fino alle lagrime.
– Signor Romussi, signor Chiesi, posso fare qualche cosa per loro e per i loro compagni?
La persona che parlava era invisibile. Si sentiva solamente che la sua voce era commossa.
A così poca distanza, eravamo già tutti stracchi morti per la posizione incomoda in cui ci teneva la celletta, per i ferri che ci avevano intormentite le braccia e per l’arsura che ci faceva dire a ogni minuto:
– Signori carabinieri, un po’ d’acqua!
La voce dello sconosciuto ci era andata al cuore come una consolazione. C’era dunque qualcuno che pensava ai poveri diavoli che soffrivano. Romussi, interpretando il pensiero di tutti, con una voce che avrebbe impietosito i sassi, disse:
– Se ci potesse dare una gasosa!
Lo sconosciuto ci rispose con dei singulti.
Era troppo tardi. Il ristorante era chiuso e il treno stava per partire.
– Addio e coraggio! ci disse lo sconosciuto con degli altri singhiozzi.
Lungo questo viaggio indimenticabile ci domandavamo di tanto in tanto l’un l’altro se eravamo vivi.
Chiesi: Come stai, Fritz?
Federici: Bene.
– Don Davide, dormite?
– Magari potessi dormire!
– Romussi, come ti senti?
– Maledettamente male. Non avrei mai creduto che il trasporto dei prigionieri fosse fatto in questo modo. Siamo trattati peggio delle bestie.
– Pazienza, che non siamo lontani da Sampierdarena.
Guardando nelle celle della fila opposta mi si agghiacciava il sangue. La testa dei cellularizzati che ubbidiva al moto del treno si delinquentizzava in un modo spaventevole. Pareva la testa di un mostro. Illuminata dalla luce fosca che tremolava, assumeva proporzioni spaventevoli. La fronte si allungava sovente con delle gibbosità che facevano abbassare le palpebre dalla paura. Gli occhi ingrossavano e venivano alla superficie con una luminosità feroce. La bocca, sbadigliando, spalancava un abisso circondato da una dentiera enorme che digrignava come quella di un teschio appeso nella penombra.
Lazzari sembrava una iena in agguato.
Lungo le gallerie avevamo il fumo della macchina che entrava nelle celle a volumi a ubriacarci e ad avvelenarci le ultime ore.
– Signori carabinieri, un po’ d’acqua. Io muoio dalla sete!
A Sampierdarena il cuore del brigadiere si lasciò intenerire dalla voce piangevole dei condannati.
– Ci faccia dare un caffè, signor brigadiere. Sia buono.
– Dio gliene renderà merito, gli disse don Davide che tirava il fiato come un uomo che si sente morire.
Il carabiniere con la caffettiera in una mano e la chicchera nell’altra ci conciliò con l’umanità che sembrava composta di tigri.
Ci si aperse la cella e ce lo si versò in bocca a sorsi, con una pazienza materna. Bravo carabiniere!
Discendemmo a Finalmarina come gente scampata a un pericolo. Aprivamo la bocca per sorseggiare l’aria e ci auguravamo che il reclusorio fosse lontano lontano per aver tempo di sgranchirci le gambe e di rimetterci dallo sbalordimento di un vagone che chiamavamo assassino.
Qualche mese dopo, nella quinta camerata del reclusorio di Finalborgo, ricordando questo episodio della nostra vita carceraria, i direttori del Secolo, dell’Osservatore Cattolico e dell’Italia del popolo si strinsero la mano e promisero che, non appena ritornati al largo, avrebbero intrapresa la campagna contro questa abbominazione che si chiama vagone cellulare.

L’ARRIVO AL RECLUSORIO

Alla stazione di Finalmarina non c’erano che cinque o sei persone, compresi due preti. Eravamo disfatti. Avevamo gli occhi della gente che non ha dormito, i capelli spettinati, le guance cadaveriche e le punte dei baffi piegate come una desolazione. Il sole ci illuminava le lividure ai polsi che avevano assunto un colore nerastro. Ci si passò la catena da un braccio all’altro e fiancheggiati dai carabinieri e seguiti dai facchini coi fagotti, ci avviammo verso il reclusorio. Il silenzio intristiva la scena. Attraversammo il binario, continuammo lungo la linea ferroviaria fin quasi all’imboccatura di un tunnel e voltammo a destra, per lo stradone carrozzabile che i finalborghigiani chiamano delle “catene”, perché è percorso dai galeotti che vanno e vengono dalla Casa di pena.
I carabinieri ci stavano ai panni e ci incalzavano con degli avanti! È per loro il momento più trepido. Anche legati come cani, potrebbe saltare in testa a qualcuno di darsi alla fuga. Sprofondavamo i piedi nella polvere alta, sollevando un pulviscolo che ci imbiancava e ci andava per la gola e per le nari come un prurito che ci raddoppiava il malessere. Rasentavamo Capra Zoppa perseguitati da un’arsura indicibile. Ciascuno di noi sognava una sorsata di latte o un’altra chicchera di caffè per snebbiarci il cervello.
Quando fummo a metà strada, al dorso di un parapetto, trovammo un giovine che aveva l’aria di un chierico e piangeva come un ragazzo. Forse sapeva chi eravamo o forse provava una commozione violenta dinanzi un prete alto e spalluto che passava incatenato come un grassatore.
Dopo una ventina di minuti, vedevamo sorgere a destra la torre quadrata del malaugurato edificio nel quale dovevamo passare tanto tempo. Svoltammo il ponte, passammo tra mezzo alla folla, infilammo il viottolo tortuoso a sinistra e, dopo pochi passi, ci trovammo alla porta del reclusorio di Finalborgo.
L’entrata è quella di un portone qualunque. Non dà l’impressione di una tomba di vivi, neppure pensando alle sentinelle di guardia.
Ci si tolsero i ferri tra due cancelli che inchiudono l’ufficio del capoguardia e ci si domandò se avevamo bisogno di qualche cosa.
– Dell’acqua, rispondemmo.
Ce ne portarono due bottiglie e i secondini, con la premura di dissetarci, ci diedero l’impressione di persone che non incrudeliscono col Regolamento.
Anche colle mani libere, sembravamo galeotti autentici. Romussi, coll’ala del cappello floscio che gli ombreggiava la faccia fuligginosa, col solino gualcito e annerito dal sudore e coi baffi sottosopra, aveva assunto l’aspetto di un uomo feroce. Chiesi, colla barba e coi capelli impolverati e coi neracci della notte perduta sotto gli occhi, pareva un capo ciurma invecchiato di dieci anni in poche ore. Don Davide in un altro luogo avrebbe fatto scompisciare dalle risa. Aveva l’aria di un Ernani passato attraverso il polverone della strada. Al margine del cubicolo, colla tesa del tricorno pelosa e abbandonata dalle stringhe, colla collarina scomparsa sotto il merinos, col panciotto dai bottoni escoriati pieno di chiazze, colla veste talare ammantata di polvere e colle scarpe scalcagnate e coperte d’uno strato bianco, faceva compassione. Sulla sua faccia erano tutti i patimenti di uno strazio inenarrabile.
I carabinieri consegnarono le buste dei nostri denari al capoguardia, il quale si mise a registrarle, ci salutarono e noi passammo nello stanzone a pianterreno intitolato “banchi di rigore”. Lo stanzone, colle due finestrucole che davano sul viottolo, era buio. Col suo immenso lastrone infisso lungo la parete, cogli anelloni sotto il rialzo dei piedi al disopra della testa, faceva rabbrividire. Si vedeva che eravamo proprio in una casa di pena. Ogni ìnfrazione al regolamento voleva dire andare sul tavolato di pietra incatenato alle mani e ai piedi.
Il capoguardia non ci fece cattiva impressione. Era alto, piuttosto magro, con una voce che faceva sentire il twang americano e con un accento leggermente meridionale. Valera lo battezzò subito per il Javert del reclusorio, per un Regolamento ambulante, per il funzionario che si sarebbe stroncata la vita piuttosto che violarlo.
E attraverso i mesi che siamo rimasti sotto la sua sorveglianza non abbiamo avuto occasione di modificare il giudizio valerano. Egli è rimasto, per tutti noi, l’uomo-regolamento, guidato da uno zinzino di buon senso. Prima di noi, in altre galere, egli aveva avuto sotto di sè Amilcare Cipriani e De Felice.
Per ammazzare il tempo e impedire agli amici di pensare che stavamo per diventare dei numeri di matricola, mi misi a narrar loro la fuga del principe Krapotkine dall’ospedale dei detenuti di San Nicola di Pietroburgo. Fu un grido unanime di protesta. Era una fuga che sapevano tutti a memoria. Sapevano della stanzetta al terzo piano dirimpetto all’ospedale, del violino che suonava che la via era libera e la carrozza di fuori ad aspettarlo, e dei passi guadagnati sulla sentinella coi famosi due lati del triangolo.
Entrò il capoguardia mentre don Davide e Federici, dall’alto del tavolato, cercavano di capire dalla finestruola da che parte dell’edificio penale ci trovavamo. Egli aveva in mano un opuscolo.
– Loro sono persone educate. Questo è il Regolamento. Lo leggano e procurino di non violarlo per non obbligarci a infligger loro delle punizioni.
Rientrò il capo con una guardia che portava il misuratore e con un’altra che aveva sotto il braccio il mastro dei delinquenti.
– Adesso, dobbiamo registrarli e prendere loro la misura.
Ci lasciammo registrare e misurate con la docilità delle pecore. Non eravamo mica in galera per romperci la testa contro gli articoli del regolamento. Il primo a sottomettersi fu Chiesi e l’ultimo Achille Ghiglioni, l’uomo terribile che aveva messo sossopra tutto Niguarda con una Cooperativa di commestibili di trecento o quattrocento lire!
L’attraction, sulla piattaforma del misuratore con l’asta che discendeva sulla testa, era don Davide, il quale, tra noi, aveva raggiunto l’altezza massima. Sul misuratore, con le cosce voluminose e la grandiosità del torace, egli aveva più del granatiere che del sacerdote.
Finita questa operazione, ci si annunciò il bagno. Era quello che desideravamo. Dopo tanti giorni di processo, tante notti passate sul saccone in terra e un viaggio che ci aveva diminuito di peso, un bagno era la suprema delle consolazioni corporali. Vi andammo l’uno dopo l’altro senza ritornare ai “banchi di rigore”.
Il bagno era in un angolo della vasta cucina, ove cuoce la minestra quotidiana dei condannati, diviso da una coperta appesa a due chiodi. Ciascuno di noi dovette svestirsi e tuffarsi nell’acqua alla presenza di una guardia incaricata di tener sempre gli occhi sul recluso. Don Davide ebbe delle ritrosie. Egli non seppe decidersi a liberarsi degli ultimi indumenti che quando la guardia si rassegnò a voltare la faccia dall’altra parte.

FILIPPO TURATI

Il criterio nostro è questo; ogni provvedimento sarà vano se non sia assicurata al Paese piena ed intera libertà: libertà di propaganda, di pensiero, d’associazione, d’organizzazione, a tutte le classi della società.
((Dal primo discorso alla Camera).

L’ho conosciuto nell’ottanta o nell’ottantuno. Io caricavo l’appendice della Plebe di Bignami della zavorra umana che scovavo e raccoglievo negli angiporti e nelle stamberghe, e lui riempiva le colonne di una terapeutica che inchiudeva, colle spinte e controspinte romagnosiane, i germi della giustizia sociale. Era forse la prima volta che la democrazia adulta leggeva in un giornale socialista che la questione criminale è intimamente connessa colla questione economica. Con un centinaio di pagine intitolate Il delitto e la questione sociale il Turati si rivelava un naturalista della scienza penale, un verista che studiava oggettivamente l’uomo delinquente, un sociologo che accusava la società di essere “complice impune dei misfatti che freddamente puniva”. Egli credeva fino d’allora che l’ordinamento punitivo fosse essenzialmente transitorio e che il delitto troverebbe la sua cura in uno Stato che volesse “a tutti garantito il frutto integrale del proprio lavoro”.
Il suo cruccio erano i suoi nervi. I nervi non gli davano requie. Non lo lasciavano dormire, non lo lasciavano lavorare e gli distruggevano il pensiero di prepararsi un futuro intellettuale. Egli si diceva sfibrato, fiacco, senza attività cerebrale. Doveva morire. Sarebbe morto fra due o tre anni o fra due o tre mesi, non lasciando di sè che “misere strofe” ai suoi cari. Tutti i medici l’avevano abbandonato. Egli era un nevrastenico. La sua era una nevrosi inguaribile. Pazienza. E ci salutava commosso e ritornava, sfiduciato, alla sua villa di S. Croce, a due passi da Como, colle tasche e le valige piene di libri che aveva comperato dal Dumolard o che gli aveva dato a prestito il suo e il mio amico intimo Felice Cameroni – il critico che aveva incominciato a predicare lo zolismo nell’appendice del Sole.
Durante questa battaglia accanita tra lui e il suo sistema nervoso egli, come il dott. Pascal, si preparava silenziosamente i dossiers coi quali avrebbe poi intrapresa la campagna per liberare la società borghese dalle sofferenze sociali. Condannato da una malattia implacabile, consumava le sue ultime ore nel laboratorio della putredine sociale a cercare i parassiti distruttori che saccheggiano l’organismo umano. Morente, sentiva, come Pascal, la voluttà e la grandiosità della vita, della vita sana, economicamente e moralmente sana. Oui, je crois au triomphe final de la vie.
Egli leggeva, postillava, ammucchiava note sopra note e maturava nel cervello allargato dallo studio febbrile la rivista alla quale diede poi tutta la sua intelligenza.
Con la tendenza a credersi esternamente ammalato e dotato della pigrizia del divoratore di libri che non darebbe mai mano alla penna della produzione, il Turati sarebbe forse divenuto un frutto secco o rimasto un autore stitico s’egli non avesse potuto fondere la sua esistenza con quella di una donna capace di agitargli lo spirito cogli stessi ideali e di piegarlo a un lavoro meno sbandato e più omogeneo. E questa donna fu Anna Kuliscioff. È lei che lo ha incalzato, che lo ha fortificato, che lo ha imparadisato. Lei e lui e la Critica Sociale non si distinguono più.
La Critica Sociale, Filippo Turati e Anna Kuliscioff non sono più che un nome. L’una e l’altro e l’altra si completano. la Critica Sociale è fatta della loro carne, nutrita del loro ingegno, calda dei loro pensieri. In essa è la redenzione degli uomini, è la pace nel benessere economico, è il trionfo della felicità della specie sull’egoismo e sugli interessi degli individui. La Critica Sociale è stata l’università della generazione crescente. È essa che ha dato a quasi tutti noi la “coscienza sociale”. Nata il quindici gennaio 1891, quando il socialismo scientifico era un lusso per i superuomini delle scienze economiche, fece nascere nella gioventù la fede nell’uguaglianza di condizione e un bisogno prepotente di gettarsi negli studi che devono avere per risultato la sconfitta della borghesia e l’elevazione del proletariato.
La bibbia di Filippo Turati è il Capitale. Non c’è altro di più nutriente. Dal Capitale si esce uomini completi. Un giorno che gli si è domandato di dire pubblicamente quale libro avrebbe raccomandato a chi fosse condannato a portarsi seco in un eremo tre soli volumi, egli rispose ripetendo tre volte il Capitale. Con questo libro che egli paragona o mette al disopra al Darwin’s Journal, la gioventù entra nella vita corazzata di altruismo, con una idea chiara dello Stato a base di produzione socializzata. Ammiratore convinto del grande novatore della scienza sociale, egli è, necessariamente, entusiasta dei socialisti tedeschi – tali erompenti, dice lui, dal forte ceppo scientifico di Carlo Marx – i quali, con la loro marcia gloriosa, hanno infuturato il più grande fatto e l’esempio più significante della storia contemporanea.
Cresciuto in un ambiente prefettizio – idolatrato dalla mamma – con un avvenire trionfale nel foro milanese – circondato dagli agi della vita, egli preferì discendere nell’agone sociale a lottare per l’esistenza collettiva – a sostenere i diritti dei proletari incatenati agli anelloni del salario – ad agitare il programma marxista che deve eliminare dalla società i ricchi e i poveri.
Lui, coi nervi che gli impedivano un’occupazione costante, si dedicò a un lavoro febbrile – a un lavoro che aumentava in ragione degli anni – a un lavoro che lo cacciava dalla redazione sulla piattaforma pubblica – e dall’angolo del correttore di bozze nel girone legislativo.
Perdutamente innamorato dei suoi ideali, egli non sospettava che sarebbe venuto il giorno in cui i suoi nemici – che sono anche i nostri – lo avrebbero sorpreso sulla strada e svaligiato di tutto.
È stato mandato al reclusorio di Pallanza come incitatore di tumulti e come un demagogo che mette un po’ di barricata in ogni frase. Ma non c’è nessuno che abbia mai sentito come lui tanta avversione per la turbolenza oratoria che sprona alla battaglia ogni minuto e per i “discorsi che acclamano la rivoluzione, sovreccitano i sentimenti delle masse e fanno sbottonare le stifelius di un delegato di pubblica sicurezza”. No, il bavardage épouvantable degli esaltati non ha mai fatto parte del suo bagaglio di piattaforma.
Il socialismo in bocca di costoro non può impensierire alcuno. Dovrebbe impensierire i suoi nemici quando si ritrae dal palcoscenico dei teatri diurni per entrare nel laboratorio “a notomizzare col bisturi della scienza il carcame sociale steso sul tavolaccio della statistica e della disciplina positiva”. Allora sì. Allora gli statisti dovrebbero proprio incominciare a sentire delle apprensioni. “Perché quei miti pensatori, nutriti di cifre e di sillogismi, onesti, riservati, impeccabili sovente nella vita privata, magari un po’ puritani e un po’ quacqueri se se ne gratta la scorza, quei sacerdoti dell’altruismo, quei mangiatori d’hascisch dell’ideale, hanno più dinamite nella loro parola e nella scatola ch’è sotto il loro cappello, che non ne sia nelle tasche dei feniani e nelle cantine di Pietroburgo: con quest’aggravante che, di cotesta nitroglicerina spirituale, non c’è doganiere o segugio di polizia dal fiuto fine che ne possa sentire l’odore e mettervi sopra la zampa. Quando il moderno Anteo – come il Colaianni definisce il socialismo – che ad ogni caduta risorge più vigoroso, agguerritosi negli studi e nel raccoglimento, uscirà in piazza con idee mature e propositi determinati, è allora che sarà davvero formidabile, quanto prima era innocuo”(3).

Nell’ambiente parlamentare egli era una forza legislativa – una voce gagliarda che domanda giustizia per gli affamati di pane, di libertà e di pensiero – un ragionatore che sa disorientare i legislatori borghesi, i quali non vogliono convincersi che la società degli sfruttatori s’avvia verso il periodo della sua naturale decomposizione. Eloquente, con una dizione esatta, egli sa far ingoiare, con garbo, agli onorevoli tutto quel diavolo che vuole, spruzzando la sua prosa tersa ed elegante di una ironia e di un sarcasmo che non trovate se non in bocca degli oratori altamente educati.
I discorsi di Sheridan si leggevano una sola volta e si mettevano in libreria. Quelli di Filippo Turati si leggono e si consultano sovente come quelli di Burke, perché sono densi di pensieri, pronunciati in una lingua che dovrebbe far testo nelle scuole, caldi dell’anima dell’oratore che vuole condurci ad espropriare la società a beneficio di tutti.
Va sulla piattaforma con riluttanza. Preferisce il tavolino di redazione al palco dinanzi la folla che lo saluta col battimano fragoroso e lo ascolta a bocca aperta. Nemico dei parolai e degli smargiassoni che sciolgono i problemi con qualche frase alcoolizzata, non capisce la piattaforma che quando si ha qualcosa da dire. È una tolda che lo impensierisce, che lo mette in orgasmo, che lo obbliga a buttar giù note, a raccogliere fatti, a pulire della prosa che andrà perduta per l’aria, perduta fino a quando avremo anche noi il quotidiano che darà il discorso tale e quale è pronunciato. Ma una volta che egli è in piedi, pieno dell’argomento, il suo discorso esce come dal libro di un grande uomo.
Tutti lo hanno sentito parlare. La sua eloquenza non è l’eloquenza bolsa che va in giro per il comizio a mendicare gli applausi. È l’eloquenza di un grande oratore. Qualche volta pare una tempesta di pensieri. I suoi periodi snodati, brevi, vigorosi sull’uditorio come un uragano intellettuale.
La sua penna di giornalista, che gli ha conquistato un mondo di lettori, è una penna che cesella ed ubbidisce al padrone. Non è mai sbrigliata anche quando è virulenta o infuria sull’avversario. Produce uno stile nervoso – uno stile che ti mette sottosopra il sangue – che ti accarezza – che ti schiaffeggia – che ti intenerisce. Ha immagini scultorie, grandiose, indimenticabili.
Adesso che i nervi lo lasciano tranquillo, la sua salute si è rinvigorita e le sue forze intellettuali si sono triplicate. Egli è diventato un lavoratore metodico come l’autore dei Rougon-Macquart. Vi può dire coll’orologio alla mano il manoscritto che vi potrà consegnare in un mese per un anno di seguito.
Veste male, non è mai stato vestito bene. Da giovane andava per le vie coi calzoni che gli lasciavano vedere tutto il corame della scarpa, con una giacca o un paletot che lo tirava da tutte le parti e un cappello floscio che lasciava vedere il suo alto disprezzo per la spazzola e il copricapo nuovo. Il nodo della cravatta traduceva l’uomo che non si guarda mai nello specchio; era mal fatto e andava da tutte le parti, tranne che sotto il bottone del solino spesso sgualcito. Parecchi di noi che scrivevamo nella Farfalla lo credevamo un bohémien eternamente alla caccia di un louis d’or come gli eroi di Murger. Lo si vedeva e si pensava all’assalto alla borsa. Ma lui ci stringeva la mano, ci parlava di qualche pubblicazione e ci salutava senza domandarci nulla. La giornata dopo che il Giarelli lo aveva fatto diventare celebre presentandolo ai lettori della Ragione come autore del Mago – un canto che sentiva del profumo dei suoi anni e che sgretolava il vecchio mondo come il canto satanico di Carducci – lo pregai di prestarmi un libro.
– Figurati!
Mi lasciai trascinare a casa sua con uno stringimento di cuore. Mi aspettavo di vedermi spalancato l’uscio di un uomo in mare. Credevo di trovarlo in una soffitta che venisse inaffiata dalla pioggia, con una dozzina di volumi pieni di ditate untuose per il suolo, con dei fogli imbrattati di inchiostro su un tavolo che non sta mai quieto, con una seggiola sventrata, con una camicia sudicia appesa alla parete e un paio di ciabatte squinternate vicino a un saccone di foglie di granturco sui cavalletti di legno.
All’entrata diventai di tutti i colori. La sua casa in via Gesù era di quelle che respirano il benessere degli inquilini. La portinaia lo salutò con una mezza riverenza, lo chiamò signor dottore, e gli lasciò prendere un mucchio di lettere da un casellario che rivelava l’ambiente signorile. Salimmo per uno scalone, entrammo per l’uscio aperto da una cameriera e mi trovai coi piedi sul tappeto, in un salotto sontuoso, circondato da mobili eleganti, cogli occhi che andavano da una tela di qualche sommità del pennello ai bibelots di un’étagère superba.
La mamma non pareva la mamma di un figlio che si trascurava negli abiti fino all’indecenza. La guardavo e pensavo alla castellana: alla signora alta, coi capelli bipartiti come una Madonna, con la faccia signorilmente lunga, con l’abito nero giù a piombo, illuminato intorno al collo dal pizzo antico e illustrato al seno da una nidiata di solitari sepolti nelle trine. Nella penombra del salotto le sue dita affusolate si muovevano e perdevano faville dappertutto.
Se avessi qualcosa da amministrare e potessi indurre Filippo Turati a prendersi cura del mio patrimonio, non esiterei un minuto ad affidargli la mia amministrazione. In pochi anni sarei sicuro di andare verso la ricchezza che ride dei rovesci degli altri. Egli è un ragioniere consumato. Ha l’occhio nell’avvenire ed è di una esattezza direi quasi scrupolosa. Questa abilità, che in un uomo di cifre diventerebbe una virtù grandiosa, in lui è un difetto che gli costa una somma enorme di lavoro intellettuale perduto. Mi sento male quando vedo il direttore della Critica Sociale scrivere gli indirizzi degli abbonati, registrare gli incassi, impaccare libri e correre alla posta carico come un facchino.
Ma lui non smetterà mai. Egli chiama tutto questo una distrazione. Abituato a non darsi al riposo, continuerebbe a scrivere e diventerebbe prolisso e slavato come un pennivendolo da ottanta lire il mese.
Fuma dalla mattina alla sera. Terminata una sigaretta ne accende un’altra e continua così fino al momento di addormentarsi.
Alcuni che non lo conoscono bene sospettano in lui il tirchione che si lascerebbe ammazzare piuttosto che metter fuori un centesimo o offrire una bibita agli intimi che vanno a trovarlo. È un errore grossolano. Filippo Turati non è uno sciupone. Ma coloro che frequentano la sua casa sanno che la sua tavola è sempre popolata di amici e che la sua mano mette sempre nella mano dei bisognisti dei biglietti di banca.
Una sola volta l’ho veduto seccato di sapersi all’uscio persone che hanno bisogno di dirgli una parola. Stava facendo colazione e questi signori lo avevano fatto smettere sei volte. Alla settima rifiutò di muoversi.
– Ah, per oggi basta, perdio! Ditegli che non ci sono, ditegli!
Poi, dopo qualche boccone, si trovò pentito.
– Era forse uno che meritava più degli altri. La ragione è che ne ho troppi. Da un po’ di tempo il mio uscio sembra l’uscio del duca Scotti.
È buono, generoso, leale, capace di amicizie vere, sentite. Il socialismo è la sua anima, la sua fede, il suo ideale. Per esso ha combattuto – per esso soffre – per esso sarà pronto domani e sempre a morire.

IL CUBICOLO

Passando per il corridoio dei cubicoli, vidi nel secondo Chiesi, nel terzo Romussi, nel quarto Federici, e nel quinto don Davide. Credo di essere diventato pallido come un morto. Veduti col viso ai due bastoni di ferro in croce dell’uscio, mi parvero delle bestie o delle ditte di un museo di criminali. Le loro facce non erano più che grinte spaventevoli, con delle mascelle enormi, degli occhi biechi, delle fronti con tutte le stimmate del delinquente nato. Entrai nel sesto. Dopo di me, venivano Achille Ghiglioni e Costantino Lazzari.
Il cubicolo era completamente vuoto. Non vi trovai che una lastra d’ardesia, larga poco più del corpo d’un uomo, infissa nella parete a destra. Mi distesi carico di emozioni, chiudendo gli occhi come per obbliarmi. Sarebbe bastata una parola qualunque per farmi piangere. Non avevo paura, ma tutto ciò che si compiva nel silenzio di quell’attimo mi commoveva fino alla gola.
Vi rimasi assopito non so più quanti minuti. Mi risvegliai spossato. Il cubicolo era così tetro e angusto che mi ricordai delle camerucce dei famosi forni di Monza, ove i Visconti avevano scontato i loro mesi di prigionia. Per muovermi, non avevo che uno spazio di un metro e sessanta di lunghezza e un metro circa di larghezza. Era alto, con una finestrolina sopra la porta che riceveva la luce scialba del corridoio chiuso e largo poco più della tana. Per vederci malamente dovevo stare cogli occhi alla inferriata.
Nessuno dei miei compagni fiatava. Si capiva che attraversavano anche loro il momento della prostrazione.
Sentii Chiesi che domandava a Fritz come stava.
– Bene, grazie.
Nacque subito il dialogo.
Romussi: Mi pare di essere in un antro. È possibile che ci si facciano passare degli anni in questo buco?
Federici: lo tranquillava assicurandolo che la segregazione personale non poteva durare più di un sesto della pena.
Romussi: Saccorotto! Ci dici poco a vivere in questa tana per sette od otto mesi? Ho tentato di leggere col libro alla ferriata, ma ho dovuto smettere. Vi avrei lasciata la vista…
Chiamammo due o tre volte don Davide senza averne risposta. Credevamo che dormisse. Invece, il povero prete, entrato nel cubicolo, non seppe più reggere. Pianse dirottamente. Pianse nel silenzio soffocando i singhiozzi per non farsi sentire dai colleghi, pregando Dio di aiutarlo in un momento di tanta ambascia.
Io, che personalmente lo conoscevo da parecchi anni e che durante il processo avevo ribadita l’amicizia, inquieto del suo silenzio, gridai:
– Don Davide? Che cosa fate? Dormite?
Rispose con una voce cavernosa che non dormiva. Non aveva bisogno che un po’ di calma per riaversi da tutte quelle emozioni che stavano per strangolarlo.
Fummo sorpresi dalla guardia con le scarpe di cimossa, la quale ci spiava in agguato.
– Silenzio! gridò imperiosamente il secondino.
Mezz’ora dopo venne il direttore a vederci, cubicolo per cubicolo, col cappello in testa e la voce che sentiva dell’uomo abituato a parlare coi galeotti. Così fu anche in seguito. Venne sempre nella nostra camerata col cappello in testa e col linguaggio dell’uomo che vuole essere temuto e vuole essere considerato un domatore di dannati alla galera.
Uscito il direttore dal corridoio, entrò nel cubicolo un pagliericcio di crine vegetale puntato, assolutamente insufficiente anche per un corpo mingherlino come quello di Romussi. Mancava ai piedi di mezzo braccio e bisognava addormentarsi sul fianco e con la faccia al muro, se non si voleva cadere sull’impiantito.
– Pane!
Trasalimmo.
Era un galeotto con la catena a parecchie maglie, accompagnato da una guardia, che andava di buco in buco a distribuire la pagnotta.
Il pane regio – come lo chiamavamo – parve a tutti noi immangiabile. Dovevamo avere fame, perché eravamo ancora con l’ultima costoletta e l’ultimo risotto che avevamo mangiato al Castello.
Romussi mi fece sapere che aveva divorata la sua pagnotta fino all’ultima briciola. Coi suoi denti da mastino e il suo apparecchio digestivo sempre in ordine, ne avrebbe mangiata un’altra. Gli altri la sbriciolarono.
– Minestra!
– Uh! – sentii dire.
Era un uh! che traduceva la nausea.
Nessuno di noi seppe ingoiare la minestra.
Guardai che cosa mi aveva scodellato nella gamella. Vidi una pasta che mi pareva esalasse un non so che di tufaceo e una broda piena di scandellature gialle alla superficie. Tutto assieme mi faceva recere.
L’afa del pomeriggio ci rendeva inquieti e ci faceva sentire un bisogno prepotente di uscire all’aria a vedere un po’ di cielo.
Verso sera, ci si portò una coperta, un fiaschetto d’acqua, un catino di zinco ed un asciugatoio ruvido a quadrettoni colorati, largo come un fazzoletto.
Alle cinque, per noi era notte fatta. Ci augurammo la buona sera.
Mi adagiai sul pagliericcio nella speranza di addormentarmi. La tristezza aumentava in ragione della oscurità che andava diffondendosi nel cubicolo.
Verso le nove, sentii due mandate all’uscio del portico.
Era la ronda.
La ronda è composta di un sottocapo e di due guardie, una delle quali porta la lanterna fumosa e puzzolente.
Entra in ogni cubicolo tre volte per notte, sbatte in faccia la luce della lanterna, dà un’occhiata alla finestra e alla ferriata e se ne va richiudendo l’uscio a chiave.
Ci vogliono dei mesi prima di abituarsi a queste sorprese notturne.
Romussi non poteva dormire che con dei narcotici. Gli sbatacchiamenti gli davano sui nervi.
Il secondo giorno fu più triste. Ci eravamo alzati all’alba, chiamati dalla campana come gente che non aveva tempo da perdere e poi ci si era lasciati nella capponaia a cellucce senza darci un libro, senza dirci una parola, senza lasciarci sperare che all’indomani saremmo usciti.
Bisogna proprio essere aguzzini che gustano la voluttà dell’altrui sventura, per tenere degli infelici cento e più ore sotto l’impressione che il sesto della loro sentenza verrà consumata in una tana senza luce e senz’aria!
Nel cubicolo siamo rimasti due giorni e mezzo.
Durante questo primo periodo, non abbiamo visto che una ombra che passò dalla nostra cella con una parola per ogni buco: coraggio!
L’ombra era il cappellano.
Uscimmo storditi. Ci palpavamo la nuca e guardavamo il cielo come abbacinati. Erano bastati due giorni e mezzo per solcarci le guance e imbrutirci come gente che si levasse da una sbornia potentissima.
Ci scambiammo su per giù gli stessi pensieri.
– Credetti di morire, sapete. Mancavo d’aria: avevo bisogno di moto e di luce, soprattutto di luce, soprattutto di moto, soprattutto d’aria.
Don Davide aveva avuto delle nausee che lo avevano impensierito.
– Ci fu un momento in cui dovetti raccogliermi e pregare il Signore Iddio.
Costantino Lazzari aveva l’aria di uno smemorato. Si palpeggiava il collo e continuava a battere i piedi in terra come per ridar loro la circolazione del sangue.
Ci si condusse al passeggio in un cortiletto che sentiva del luogo. Non avevamo che uno spazio di pochi passi inquadrato da muraglie giallognole, scrostate e sbullettate. Col dorso verso la torricella, dalle finte finestre, che usciva da un angolo dell’edificio, vedevamo un largo verde di Capra Zoppa. La torricella era triste e ci ricordava che in essa erano le celle più orribili del reclusorio.
Al lato opposto della porticina d’entrata del portico, è la muraglia con le finestruole a mezzaluna e a doppia inferriata, dietro la quale è una filata di cubicoli.
Quante volte, durante la passeggiata, abbiamo sentito gli inquilini dei cubicoli prorompere in pianti dirotti!
Nella muraglia che taglia il cortile, è un pozzo chiazzato di verde.
Le due diane dipinte sul muro sono gli orologi solari dei reclusi. L’una segna il corso del sole dalle 7 del mattino a mezzogiorno, ed ha per epigrafe: Sic mea vita fugit! Una condanna atroce, dicevamo al passeggio, per i poveri prigionieri che portano tanti problemi nella testa, e sono costretti a sciupare il tempo con le mani in mano! L’altra, adorna dei segni dello zodiaco, si accontenta di avvisare i galeotti al passeggio che senza sole non serve a niente: Sine sole, sileo.
Le dita della destra battute sul palmo della mano sinistra di un sottocapo ci avvertirono che la nostra ora d’aria era terminata.

NELLA QUINTA CAMERATA

Nella quinta camerata entrammo il 27 giugno 1898. È al primo piano. Vi si sale curvando la testa nel buco di un enorme cancello di ferro, la cui porticina è aperta e chiusa a chiave a ogni passaggio di forzati e di reclusi da un cerbero negli abiti di guardia carceraria. Col piede nell’antiporto che mette nell’intimità dell’edificio, subìte la sensazione che state per essere perduti nella vasta tomba del reclusorio. Al margine di tanti stanzoni affollati di numeri di matricola, non sentite alito di vita. Vi sembra di essere nell’androne di un convento spopolato. La voce di un vivo diventa sonora e vi fa rabbrividire. Dal buio dell’antiporto, si sale a tentoni per il buio pesto di due scale, si riesce in una specie di pianerottolo fosco come la nebbia e si sbuca in un corridoio chiaro, in fondo al quale è la quinta camerata a fianco di altre camerate.
Vi entrammo l’uno dopo l’altro accompagnati da una guardia e da un sottocapo. L’entrata è un altro cancello di ferro, foderato nella parte superiore da un lastrone munito di spia, che sopprime il di fuori fino alla distanza di un mezzo metro da terra. Di modo che i secondini, accosciati negli angoli, possono assistere ai movimenti dei piedi, oppure coll’occhio al buco vedere tutti i condannati che escono dalla rete del regolamento.
La nostra camerata non ha che la spia nella fodera del cancello. Ma le altre ne hanno due anche nelle muraglie che le fiancheggiano.
La guardia le scopre all’insaputa dei reclusi e li sorprende fuori di posto o a chiacchierare o a giuocare a dama colle pedine di mollica di pane.
Di tanto in tanto la udite che ingiunge loro di stare quieti o zitti.
– Fate silenzio, voi, numero tale, se non volete andare in “camerella”!
La guardia di Finalborgo fa il suo dovere senza esagerazione e senza imbestialire contro la ciurma che ha delinquito. Ma è possibile, dite, di rimanere in un camerone di settanta o ottanta individui per delle settimane, per dei mesi, per degli anni, con una mano nell’altra, col pensiero istupidito, senza mai lasciarsi scappare una parola, un’interrogazione, un grido che viene su dall’anima in un momento di crepacuore? No, non è possibile. Me lo disse tutto il personale del penitenziario di Dublino quando ero là a visitare i dinamitardi e gli altri condannati alla servitù penale. La lingua non sa acconciarsi alla paralisi completa. Me lo disse e lo scrisse il principe di Krapotkine che ha scontato la condanna francese nella Maison centrale di Clairvaux.
“Questo sistema – diceva – è così contrario alla natura umana che non poteva essere mantenuto che a forza di punizioni. Nei tre anni che passai a Clairvaux, il sistema era caduto en désuétude. Lo si era abbandonato a poco a poco, a condizione che le conversazioni all’atelier e alla passeggiata non fossero troppo rumorose”.
Volete un documento che le punizioni non riuscirono, né riusciranno mai a far perdere agli inquilini delle carceri l’abitudine di parlare?
Ero al Cellulare quando il signor Sampò prese il posto del signor Astengo. I detenuti conversavano senza vedersi, stando alla ferriata della finestra; Il nuovo direttore si mise a infliggere delle settimane e dei quindici giorni di pane ed acqua, con l’aggiunta magari della cella di rigore, ai violatori del silenzio. Credete che ci sia riuscito?
Dalla conversazione di finestra in finestra era stato eliminato il linguaggio stomachevole. Ma il chiacchierìo era rinato pochi giorni dopo con maggior vigore di prima. E quale castigo, o signori carcerieri, riuscirebbe mai a tappare la bocca ai prigionieri subito dopo la sveglia e mentre squilla la campana del silenzio? Voi sentite mille bocche in una volta che si scambiano dei buon giorno commoventi, degli addii pieni di cuore, dei Saluti che inchiudono il “coraggio!” o il “non pensarci che passeranno anche questi mesi!”
– Ciao, Biscella!
– Addio, Lumaghin!
– Giuliano, dormi bene!
Una sera ci sono cascato anch’io. Un detenuto sopra o vicino alla mia cella si mise a gridare:
– Numero tale?
– Che cosa hai fatto?
Non risposi.
– Buona sera.
– Buona notte.
Questo semplice dialogo mi fece affiggere sul dorso dell’uscio della mia cella che il direttore mi aveva punito con dieci giorni di pane ed acqua!
Dopo il Cellulare, il Castello e il cubicolo, la quinta camerata dell’ex convento dei frati, dell’ordine di san Domenico, ci parve un paradiso. la percorrevamo in lungo e in largo con delle fiatate di soddisfazione. Finalmente qui si respira! le pareti erano pulite, imbiancate di fresco, con del verde che girava tutto intorno a un metro d’altezza.
Le finestre a doppia inferriata, coi famosi cassoni, che non ci lasciavano vedere dall’alto che un profilo di Capra Zoppa, diventarono, per noi, delle aperture illimitate che lasciavano entrare aria a volumi. Le brande lungo il dorso del camerone assunsero la forma di letti elastici, con dei materassi sprimacciati, sui quali si poteva adagiare il corpo affranto dai patimenti, con un guanciale soffice che pareva appena uscito dalle mani del materassaio.
Guardavamo tutto con compiacenza. Paragonavamo l’asse al disopra delle brande, che correva lungo la parete, a una elegante guardaroba o a una comodissima dispensa. Ciascuno di noi aveva un largo spazio per ammonticchiarvi la biancheria e i libri, per mettervi il catinetto di zinco, la fiaschetta impagliata, la brocca per bere, la spazzola e la pettinina, la gamella con inciso il nostro numero di matricola e la pagnotta che ci avrebbero portata tepida due volte il giorno. Il sole completava la nostra contentezza. Vi entrava un po’ di sbieco dalla prima finestra e veniva a frangersi sui bastoni di ferro della seconda, lasciando cadere dei barbagli fino al suolo e portandoci del calore e della gaiezza che si diffondeva dappertutto.
La sola noia del luogo erano le mosche – delle mosche grosse come quelle che vivacchiano intorno ai letami – delle mosche pesanti che aleggiavano con un ronzìo greve, che parevano sonnolente anche nell’aria, che si fermavano sul nostro naso, sulle nostre orecchie, sul nostro collo, sulle nostre labbra, sulle nostre mani, senza paura di essere schiacciate dalla nostra collera. Si cacciavano via e ritornavano a noi con una insistenza feroce e con una ostinatezza che ci faceva perdere la pazienza. Più e più di una volta fummo obbligati a rincorrerle e a dar loro una caccia disperata coi fazzoletti, inseguendole fino alla inferriata. Ma era della fatica sprecata. Ricomparivano a sciami più inviperite di prima. Erano le nostre arpie.
In camerata non eravamo più che delle cifre. Gustavo Chiesi era divenuto il numero 2555, Carlo Romussi il 2556, don Davide Albertario il 2557, Bortolo Federici il 2558, Paolo Valera il 2559, Costantino Lazzari il 2560 e Achille Ghiglione il 2561.
La prima volta che si spalancò il nostro cancello e che entrò un sottocapo con due galeotti a fare la distribuzione degli asciugatoi e delle lenzuola, ci fu un po’ di confusione. Nessuno era ancora riuscito a tenersi a mente il proprio numero di matricola e a convincersi che non eravamo più che dei numeri.
– 2555?
– Presente!
A mano a mano che si veniva chiamati, si andava vicino al cancello a ricevere la “biancheria”. Per asciugarci la faccia e tutto il corpo, ci avevano dato una pezzuola di canape ruvidissima, a rigoni spaventevoli, a listoni alternati, che andavano dal bigio al cioccolato – due colori che porto nella testa con orrore. Perché sono le striscie che rappresentano la casa di pena e riassumono l’emblema del reclusorio. Sono i colori della camicia, i colori delle lenzuola, i colori del saccone, i colori del tascapane, i colori delle mutande, i colori del berretto, i colori della casacca e i colori dei calzoni.
Per tutto il tempo della condanna non si vedono che dei clowns. Delle schiene a rigoni, delle braccia a rigoni, delle gambe a striscie e delle teste col copricapo listato di caffè e di bigio con dei puntini che paiono tante punzecchiature di pulci.
Il numero di matricola aveva ingrossato il cuore di alcuni miei compagni. Romussi si era seduto sul suo sedile di legno con le lenzuola sulle braccia l’asciugatoio in mano dicendo: “Saccorotto!” Don Davide, di temperamento sensibilissimo, che si lascia commuovere, o trasportare, o abbattere dagli avvenimenti, sarebbe dato fuori a piangere se non fossimo stati presenti. Gli pareva impossibile, come diceva lui, che un sacerdote, che indossava la veste talare da trentasei anni, questa veste, aggiungeva, “che mi fu compagna e amica nei tempi lieti e tristi”, potesse essere diventato il 2557, con la gamella matricolata e con la branda in una camerata comune ch’egli doveva calare e piegare al suono di una campana!
Era inutile abbandonarci alle malinconie. Perché non eravamo che alla titillazione del sistema. Ci aspettavano ben altre sorprese.
Costantino Lazzari si era seduto, come al solito, tra due brande senza dire una parola. Egli si teneva come isolato. Non aveva confidenza in alcuno e nel suo angolo era il suo mondo. Se qualcuno lo interrogava, rispondeva come un mastino irritato. Una volta che gli domandai se aveva qualche dispiacere, mi rispose di occuparmi delle cose mie!
– 2559?
– Presente!
Presi la mia biancheria e me la appesi dando in una risata che mise quasi tutti di buon umore.
Noi credevamo che nei penitenziarii i forzati e i reclusi venissero abbandonati al rimorso dei loro misfatti, e non vedessero che la mano incaricata di stendere loro dal buco la pagnotta, la minestra e l’acqua. Invece, in una camerata di galera, si è come in una sala di ufficio telegrafico. C’è sempre gente che va e viene. Alla mattina, quando avete ancora gli occhi ingarbugliati, vi dovete mettere sul guardavoi, nello spazio delle brande, per la “conta”. Si spalanca il cancello ed entrano tre guardie seguite da un sottocapo o da una guardia scelta che vanno fino in fondo alla muraglia, contando, mentre passano, uno, due, tre, quattro, cinque, sei e sette. È la consegna dei reclusi dalla guardia notturna alla guardia diurna. Escono, si chiude e si schiude di nuovo il cancello per i reclusi che vengono a portar via il mastello dell’acqua sporca, per il recluso che viene a prendere il barile dell’acqua, per il forzato che vuota il “bugliolo” e il pitalone. Il “bugliolo” è il recipiente di legno con coperchio del liquido puzzolente. Scoperchiandolo, vi sentite in faccia la tanfata pestifera delle uova putrefatte. Il “pitalone” delle altre camerate è un enorme mastello che rimane negli angoli e passa per i corridoi come una cloaca. Nel reclusorio di Finalborgo non ci sono latrine! Quando si vuotano e passano dinanzi i cancelli, si è come in mezzo ai bonzoni dei pozzi neri che si scaricano. Il fluido nauseabondo vi sommerge come un edificio coperto fino ai coppi di materie fecali.
Credete di essere lasciato in pace ed ecco il delinquente che viene col secchione del latte a mescervene nella brocca cinque centesimi. Rimane chiuso per cinque minuti e poi si riapre per lasciar entrare il recluso con la pagnotta.
– Pane!
State per mettervi a sedere e si spalanca un’altra volta il cancello. È il sottocapo che batte le dita della destra sul palmo della sinistra dicendo: aria!
Ritornati dal passeggio, viene a farvi visita il forzato della spesa.
La spesa non durava mai meno di quindici minuti.
Era la cosa più difficile di questo mondo. Ogni mattina si doveva sciogliere il problema come si poteva vivere all’indomani con 25 centesimi, se si era condannati alla reclusione come il 2555 e il 2556, o con 35 centesimi se si era condannati alla detenzione come gli altri numeri di matricola della nostra camerata. Il 2555 rinunciava di solito al vino. Un quarto di vino costava nove centesimi. Era del lusso. E si faceva registrare per due “uova al tegame” – cioè per 22 centesimi. Il resto lo scialava in frutta.
Il 2256 non rinunziava alla bibita. Senza una golata di vino non avrebbe saputo ingoiare tutte le porcherie del bettolino.
La lista della spesa includeva anche il caffè. Il 2557 e il 2559 persistettero per più di una mattina a berne mezza razione di cinque centesimi. Ma dovettero rinunciarvi. Era un’acqua colorata e tepida di un sapore che faceva fare gli occhiacci. Lo si inghiottiva come una medicina disgustosa.
Il 2557 non lasciò mai il suo mezzo litro di vino di 18 centesimi, anche quando il vino era acre o imbevibile come l’aceto. Egli aveva uno stomaco di ferro, ma senza una goccia di vino non avrebbe potuto digerire i piatti del menu carcerario.
Il nostro piatto di forza erano i gnocchi di dodici centesimi conditi coll’olio, puah! che sentiva della colatura della lucerna. Il lunedì avevamo la leccornia di 200 grammi di bue in umido per ventotto centesimi e di 100 per quattordici. La carne era dura come il corame, e il 2556 diceva appunto che ci volevano i suoi denti o i denti del leone per masticarla. Nel sugo pepato, pepatissimo, bisognava mollificare il pane, guardando altrove e mangiando a occhi chiusi. Il sugo era una miscela che sapeva di un po’ di tutto e che diventava succolento in ragione dello sgrassamento che si compiva in noi sotto il regime di una dieta di ferro.
Non ho veduto sbatterlo via con indignazione che una volta.
– Aristocratico! aristocraticone! gridammo in coro al 2558
– Bravi! guardateci in fondo!
C’era un semplice scarafaggio in decomposizione!
Lo regalammo al forzato latrinaio, avvertendolo della nausea in fondo.
Lo prese come un intingolo regale, leccandosi le dita e curvandosi con la fraseologia dei ringraziamenti sentiti. Ne avessero tutti i giorni i galeotti di queste vivande che rifocillano lo stomaco e rincarnano gli ischeletriti!
– La nostra sentenza – ci disse – sembrerebbe meno dura.
Il secondo moto di violenza che ricordo fu quello del 2557. Era una domenica e indossavamo già la casacca galeottesca. In domenica, in luogo della minestra delle undici, c’è la carne e il brodo. Eravamo seduti al desco. Il 2557 aveva sbocconcellata un po’ di pagnotta nel brodo, come gli altri. In un attimo lo vedemmo alzarsi con un impeto di revulsione, suggellato da un porci! Egli si era drizzato in piedi come un fusto d’orgoglio, aveva preso la gamella ed era andato alla spia del cancello.
– Dite al signor direttore che non sono un maiale! Questa carne puzza come una carogna!
Fu un sottosopra. Siccome, in fondo, volevano tutti bene al 2557, un po’ perché era un sacerdote, un po’ perché era un bell’uomo, e un po’ perché era buono, così venne su subito il sottocapo a constatare il reato d’incipiente putrefazione e a dirgli che gli avrebbe mandato di sopra una sleppa di manzo eccellente.
Noi però non gli abbiamo perdonato lo scatto che ci aveva tolto l’appetito. Il 2555 lo pregò di leggere il “manuale del buon sacerdote”.
– È doloroso che un secolare vi debba richiamare ai doveri che vi impone la vostra veste. Mangiate quello che vi portano; siate umile, siate modesto, siate paziente e perdonate a tutti coloro che vi fanno del male. Andare sulle furie per un po’ di carne “passata”, è da uomo volgare.
– Avevo fame! capite che avevo fame! Ho 52 anni, sono alto e grosso e mi tocca mangiare la razione comune, la razione della gente mingherlina, piccola, senza il mio apparecchio digestivo! È vero o non è vero che c’è voluto più stoffa per vestirmi? È vero o non è vero che c’è il supplemento al vitto per gli uomini della mia proporzione anche nelle caserme? È dunque naturale che mi si dovrebbe trattare con una dieta diversa.
– Voi vorreste dei privilegi!
– Abbasso i privilegi!
– Privilegio! gridai anch’io.
– Privilegio! Chi è mingherlino non può mangiare come mangia un uomo dalle mie proporzioni!
Anche senza avere l’apparecchio digestivo del 2557, in galera si patisce la fame pur avendo i mezzi per il sopravitto. Se poi non se ne hanno, si diminuisce di peso di giorno in giorno.
Con 600 grammi di pane cento volte inferiore a quello del soldato, e 150 grammi di pasta sempre scellerata. un condannato si sente i crampi nello stomaco più di una volta in 24 ore. In tutte le camerate si ripete la stessa storia: – “Ho fame, si ha fame, abbiamo fame”.
I trentacinque minorenni della nona camerata, quasi in faccia alla nostra, ci impietosivano. E tutte le volte che potevamo, mandavamo loro le nostre pagnotte e la nostra minestra.
Senza le nostre cinque o sei o sette o dieci pagnotte al giorno avrebbero fatto della fame tutti i giorni. Perché in prigione si patisce inesorabilmente la fame.
Tanto è vero che in prigione si soffre del digiuno prolungato, che il 2556 – cioè il direttore del Secolo – mi disse, la seconda volta che fummo al Cellulare, queste testuali parole che trovo registrate nel mio diario:
– Una buona novità introdotta dal direttore cav. Codebò è quella di avere diviso la distribuzione della minestra e del pane. Certi prigionieri, giovinotti robusti, mangiavano d’un colpo i 600 grammi di pane, e alla sera si trovavano tormentati dalla fame. Egli pensò di distribuirlo in due riprese: alle 10 e alle 3. Così pure divise la minestra quotidiana. I detenuti, con questo sistema, hanno un cibo caldo, benefico, specialmente d’inverno. Ma anche così si pativa. Con una quantità insufficiente e una qualità abbominevole non era possibile uscire dal regno della fame.

NEQUIZIE REGOLAMENTARI

Gli entusiasmi per la quinta camerata non potevano durare a lungo. Chiudetemi in un salotto elegante con le inferriate a scacchi e il cancello di ferro, e vedrete che in pochi giorni i mobili mi diventeranno odiosi e l’ambiente senza uscita mi incendierà il cervello e mi ridurrà in un angolo a imbecillire nella mia impotenza.
Il silenzio è obbligatorio: disteso a caratteri neri sul fondo bianco della muraglia in faccia al cancello, diveniva, di ora in ora, odioso e intollerabile per dei giornalisti che avevano passata la vita tra il chiasso delle redazioni. Era una ingiunzione che ci riduceva a una ragazzaglia di casa di correzione.
Vivere con degli amici – e degli intellettuali come i miei compagni – è una vera consolazione e spesso anche un’istruzione. La loro parola vi va per le orecchie come una carezza, vi solleva lo spirito abbattuto, vi distrae e vi porta in mezzo ai ricordi tumultuosi della loro professione battagliera. Ma sempre, sempre, senza mai un minuto di isolamento, diventa, spesso, una pena e una tortura!
Vi fa male di vedere loro crescere lentamente le unghie sudice senza aver modo di offrir loro la limettina per tenerle regolate e pulite, e di assistere a tutto ciò che fuori di galera si fa nel bagno, alla latrina, nello spogliatoio e nella stanza da letto. E vi sentite desolati di udire la bestemmia di qualche vostro compagno che aveva l’abitudine di lavarsi i denti collo spazzolino.
– Che male ci sarebbe – incominciava a dire qualcuno di noi – se la direzione mi permettesse uno spazzolino e della polvere e dell’acqua dentifricia?
– E che strappo si farebbe al regolamento se io, prete, continuassi a indossare quella divisa di sacerdote che io credo di non avere disonorata?
– Capisco la punizione.
– Io no, non la capisco. Se capisco qualche cosa è la mia separazione dalla società che posso avere offesa. La punizione che mi distrugge è un delitto. E lo griderò dai tetti, o meglio dal giornale, non appena al largo.
– Lasciami dire. Io posso capire la punizione. Ti va? Ma la raffinatezza di sopprimermi le sigarette se ho l’abitudine di fumare, di mandarmi a dormire all’ora delle galline invece di lasciarmi lavorare o studiare, di costringermi a stare sul saccone duro come una pietra per dieci o dodici ore, di non permettermi una locomozione che mi mantenga sano, di tenermi in piedi con una nutrizione che mi restituirà alla mia famiglia, e alla società, idiota e incapace di guadagnarmi l’esistenza?
– Taci! C’è raffinatezza più diabolica di quella di romperti violentemente la comunicazione epistolare con tutto il mondo che hai conosciuto, che conosci, che ti ama e continua a volerti bene, anche dopo la condanna dei tribunali di guerra? Raffinatezza più triste, più sciagurata di quella di impedirti di scrivere a tua moglie, a tua madre, ai tuoi figli, a coloro che ti amano e che ti piangono e che ti idolatrano, se non una volta ogni tre mesi, se sei alla reclusione, o una volta al mese, se sei alla detenzione? E anche questa lettera mensile e trimestrale non è un’altra tortura? Tu non puoi parlare, ti si dice, che dei tuoi interessi. Non è un interesse dire, per esempio, ai tuoi di casa di non addolorarsi perché ti si è mandato alla reclusione innocente? No, perché insulteresti la giustizia. Non è un interesse parlare di ciò che fai e di ciò che vedi, della tua salute, se stai bene o male? No, perché il condannato non deve parlare di quello che avviene nella casa di pena!
Più di una volta, io e don Davide abbiamo dovuto discendere in direzione a riprenderci la lettera coll’ordine di riscriverla senza qualche frase contraria al regolamento. Per due settimane ero stato malaccio. Mi sentivo debole e non sapevo più digerire la pagnotta e la pasta del penitenziario. Scrissi nella lettera della mia indisposizione, aggiungendo “che adesso stavo bene”. Si poteva essere più modesti? La direzione trovò modo di farmela rifare.
– Non le pare, signor direttore, o signor capo, che questa sia una notizia di carattere intimo?
– No, perché il recluso non deve occuparsi di ciò che avviene nel reclusorio.
– Aguzzini! gridai mentalmente. Aguzzini!
E le lettere che ci pervenivano dal di fuori? Bastava un accenno alla vita pubblica, un alito dell’agitazione che si faceva a favore dei condannati, un’allusione a una prossima amnistia, una frase ministeriale, il pensiero di un deputato, l’opinione di un giornale, perché la mano della direzione corresse sul delitto con la penna carica di inchiostro a coprire tutto di nero. Ho veduto delle lettere piene di chiazze, piene di rigoni che sgrammaticavano la dicitura o sopprimevano le parole che potevano suscitare delle speranze o lasciar trapelare la commozione pubblica.
Qualche volta la mano diventava brutale e allora recideva il foglio alla testa o alle gambe o lo metteva spietatamente in un cassetto senza neanche dire crepa al numero di matricola al quale era indirizzato!
Una scena che avrebbe fatto piangere gli amici, se avessero potuto mettere l’occhio alla spia della nostra camerata, era quella dei pasti dei primi tempi. Gli abiti dei sette amici, che aspettavano il monosillabo della Cassazione per uscire o per indossare la casacca galeottesca, si erano consumati e malconciati. C’erano delle maniche sdrucite, dei calzoni sfilacciati agli orli, degli occhielli sfatti o che si sfacevano, delle ginocchia e dei gomiti lucidi o maculati di larghi oleosi e dei baveri sui quali si era andata accumulando la forfora di una cute che nessun parrucchiere spazzolava da un pezzo.
Don Davide pareva uno di quei preti descritti dal Porta. Colla veste piena di macchie, colle calze rotte, colle brache stralucide che perdevano, col nero, dei brandelli, e con la collarina inamidata da tanto tempo che lasciava vedere il giallo delle trasudazioni del collo.
Abituati al tovagliolo e alla posata lucente sul candore diffuso per la tavola, la mobilia della nostra sala da pranzo si riduceva a una lunga panca dalla quale sbucavano, di tanto in tanto, gli insetti rossicci che la povera gente chiama cimici, e a dei sedili di legno rotondi, le cui capocchie laceravano di frequente i calzoni dell’avvocato Romussi. Mettevamo la panca vicino alla seconda finestra e sedevamo quattro da una parte e tre dall’altra. Coi tozzi di pane sparsi qua e là lungo la panca, colla gamella fumante sul palmo della mano sinistra! e un moncone di cucchiaio di legno greggio col quale tentavamo di sbasoffiar via una pasta scondita o condita fino al disgusto, potevamo essere copiati per un mucchio di pitocchi di frateria che si scalda lo stomaco colla minestra del convento.
Ho parlato delle cimici, perché ne ho trovate dappertutto. Nei camerotti polizieschi, nelle celle del Cellulare di Milano, nelle stanze del carcere giudiziario di Genova e nello stanzone del penitenziario di Finalborgo. Dopo la condanna, il Turati occupava, al Cellulare, una stanza spaziosa e ariosa nell’esagono del secondo raggio. Io, De Andreis, Romussi e Federici passavamo parte della giornata con lui. Nessuno di noi poteva adagiarsi sul suo letto a pagamento, senza che venissero alla superficie filate di queste schifose bestioline che fanno pancia col vostro sangue. Mi diceva Turati che di notte sciupava il tempo con questi puzzolentissimi insetti che non lo lasciavano dormire. Tre o quattro giorni prima che andasse alla reclusione, il direttore, impressionato dal suo tormento, gli fece imbiancare il cellone e passare alle fiamme il letto di ferro.
– Ne ho trovate, ci diceva lo scopino incaricato di farli morire col fuoco, a nidiate. Morivano mandando un’odore pestilenziale che mi dava le vertigini.
Un’ora dopo questo nettamento e questa pulitura, ne vedemmo tre che andavano via, pian piano, per il cuscino!
Nelle vecchie carceri di Genova non mi sono fermato che 15 ore. Se vi fossi rimasto di più, ne sarei uscito dissanguato. Venivano fuori a frotte.
Il soffitto ne era pieno e negli angoli delle pareti si potevano prendere a manate. Alla notte, per paura che mi andassero nelle orecchie, o su per il naso, o in bocca, fui costretto ad alzarmi. Il letto ne formicolava. Potevo coglierle a manate al buio. Sdraiato non mi lasciavano quieto. Le mie mani precipitavano sulle gambe, sul petto, e le rincorrevano per il corpo senza riuscire mai a liberarmene. Come erano spietate le cimici del carcere giudiziario di Genova! In questo carcere maledetto, non ebbi coraggio di mangiare, ma ebbi l’imprudenza di comandare un caffè. Ritirandolo dal buco dell’uscio me ne caddero tre nella chicchera e due nel piattino. Buttai via la bevanda dal disgusto.
Nello stanzone di Finalborgo formicolavano per i cornicioni, si sorprendevano sulle pareti, si trovavano in letto, nelle screpolature dei muri, nelle commessure delle finestre, e perfino nelle crepe del tavolo.
L’ambiente ha una grande influenza sugli individui. Anche l’uomo cresciuto nella reggia, nelle tombe penali diventa, a poco a poco, un porco. Dopo due o tre mesi non è più schifiltoso e non si meraviglia più di nulla. Si abitua a mangiare le cose meno mangiative o più repulsive con le mani, a pulirsi le dite nella giacca, a vedersi gli orli delle unghie calcate di sudicerie nere, a lavarsi maledettamente male in un cucchiaio d’acqua senza sentirsi invaso dal malessere, a considerare i pidocchi come amici di casa e a prendere delicatamente le cimici senza contorsioni e travolgimenti d’occhi.
Se volete convincervi che l’ambiente agisce potentemente sull’individuo, invitate un ex recluso a pranzo. Osservatelo attentamente quando mangia e lo sorprenderete più di una volta in flagrante violazione delle regole più comuni della persona allevata bene.

DON DAVIDE ALBERTARIO

Se il direttore dell’Osservatore Cattolico fosse stato ministro della chiesa anglicana, a quest’ora egli sarebbe padre di una nidiata di figli. Perché le misses non gli avrebbero permesso di consumare la gioventù nel celibato, in un paese ove il servo di Dio prende moglie come qualunque altro mortale.
Fisicamente è più corazziere che sacerdote. È un bell’uomo alto, spalluto, con un petto che traduce la sua salute di ferro, piantato su due gambe poderose, che fanno tremare le pareti della quinta camerata di Finalborgo quand’egli passeggia conciato o disperato di sapersi un leone in gabbia. La dieta della fame non è riuscita a smagrarlo, o a chiazzargli di lividure le guance voluminose, o a fargli nascere delle rughe sulla fronte. I suoi 52 anni sembrano 38. Ha la carnagione di un prelato in fiore, gli occhioni luminosi che rivelano la bontà del suo animo ed è dotato di una forza che mi piegava in due non appena mi mettevo a lottare con lui.
La sua attività cerebrale è prodigiosa. Non appena gli furono concessi gli strumenti di lavoro, la sua mano non è stata più quieta. Con una corrispondenza che avrebbe tenuto occupati tre segretari, egli trovò modo, in due mesi, di riempire 587 fogli di protocollo, che rappresentano l’opera sua di prete, di giornalista, di predicatore e di recluso. Senza essersi completamente sbottonato, come in una autobiografia, i lettori – se i manoscritti verranno pubblicati – vi troveranno il polemista che si ferma dove incomincia l’invettiva, il letterato che si sdraia con compiacimento nel suo letto intellettuale, l’oratore che ripassa pieno di letizia attraverso le sue orazioni trionfali, il sacerdote che sta ritto sulla tolda della sua nave cattolica, agitando il suo programma che si riassume nella formola “col papa e per il papa”.
È nato nella provincia di Pavia, studiò all’Università gregoriana – frequentata dagli stranieri che si avviano alla carriera ecclesiastica. Si laureò in sacra teologia nel 1868, in diritto canonico nel 1869 e a 23 anni venne consacrato sacerdote dall’arcivescovo di Milano, mons. Calabiana, unitamente al suo compagno di infanzia, il padre Zocchi, il noto scrittore della Civiltà Cattolica e uno dei più insigni oratori della predicazione sacra.
L’Osservatore Cattolico si può dire sia stato il suo bimbo adottivo. Incominciò a volergli bene nel 1869 e continuò ad amarlo e a nutrirlo col suo ingegno fino al giorno in cui Bava Beccaris mandò i carabinieri e i soldati ad arrestarlo come un malandrino qualunque nella casa paterna.
Io non posso dire di essere un lettore costante di fogli religiosi. Ma credo che non ci sia in Italia un giornale del partito che possa essere paragonato al quotidiano di don Davide. È un giornale che sente tutta la modernità professionale senza perdere del suo concetto fondamentale, che è la necessità della chiesa cattolica. È redatto bene, redatto da giovani che lo seminano di idee col ventilabro e che riempiono le sue colonne di uno stile spigliato, nervoso, che non lascia mai giù le ali sui guazzi sociali per paura di sporcare chi legge. È interessante per ogni lettore. Vi trovate l’appendice drammatica, l’appendice letteraria, l’articolo politico, il trafiletto, la cronaca, gli avvenimenti internazionali e una larga piattaforma per i servizi municipali – per le questioni operaie – per i problemi dell’avvenire.
L’Osservatore Cattolico è stato condannato nella persona del suo direttore per queste motivazioni: 1.° perché ha con fine ironia combattuta la monarchia; 2.° perché si è unito ai repubblicani e ai socialisti e agli anarchici per demolire le istituzioni dello Stato; 3.° perché ha eccitato all’odio i contadini contro i signori e contro altre classi sociali; 4.° perché ha educato il clero alla vita battagliera invece che alla missione di pace alla quale è destinato da Cristo.
– Che c’è di vero, don Davide, in tutto questo?
– Per capire la portata della motivazione della sentenza che mi ha relegato per tre anni in questo reclusorio, bisogna conoscere la natura del mio giornale. L’Osservatore Cattolico è anzitutto un giornale che si dedica alla propaganda e alla difesa della chiesa cattolica e del papa. Siccome l’Italia è aderente a questa chiesa, così si deve ritenere necessaria la religione al bene sociale, per la vita presente e per la vita futura, come si deve ritenere necessario che essa sia tenuta in onore e non perda influenza. Questo è il caposaldo del programma del mio giornale nel rapporto religioso.
“Nel rapporto politico io, direttore dell’Osservatore Cattolico, sono indifferente alla forma monarchica o repubblicana di governo. Do la preferenza a quella forma in cui i governanti sono col mio programma religioso, al quale subordino tutto il resto. Quindi è una bugia dire che io combatta la monarchia, come è una brutta invenzione quella di accusarmi di complicità coi repubblicani e socialisti e anarchici. In un ambiente monarchico io lavoro in mezzo al popolo, perché il governo abbia a cessare dall’opposizione contro il papa e contro la religione e abbia a promuovere la pace religiosa nel paese.
“Il mio programma sociale è ampio e generoso. Io accetto tutto ciò che nei postulati del socialismo è compatibile colle dottrine della chiesa cattolica e mi adopero per attuarlo formando l’opinione in questo senso. Deploro il concetto fondamentale materialista del socialismo, deploro che non ammetta le verità cattoliche, perché il materialismo e la negazione delle verità cattoliche scavano un abisso tra il cattolicismo e il socialismo. L’Osservatore Cattolico combatte la speculazione che impoverisce, combatte l’usura, invoca provvedimenti di Stato che salvaguardino i diritti e gli interessi delle classi inferiori e ne migliorino le condizioni. Esso però rifugge dallo Stato collettivista. Tutto questo vogliamo ottenere con la persuasione della propaganda pacifica, con la carità generosa, col mezzo delle autorità e delle leggi. Credetelo, è una calunnia dire che io ecciti all’odio o alla discordia.
“Da questo potete argomentare del valore delle motivazioni della sentenza del Tribunale militare. No, non sussiste la fine ironia contro la monarchia, non sussiste la congiura con altri partiti contro le istituzioni, non sussiste l’eccitazione di odio tra le varie classi sociali, non sussiste l’educazione del clero in senso opposto alla missione assegnatagli da Cristo. Non sussiste nulla di nulla. Di vero non c’è che questo: che si è mandato in galera un innocente.
“Volete una prova che il direttore dell’Osservatore Cattolico non ha tentato di sviare dal retto sentiero il clero italiano? Da che sono nella casacca del galeotto, sua santità il papa mi ha mandato la benedizione più di una volta, e una medaglia d’oro che tengo carissima, centinaia di vescovi, da ogni parte d’Italia, scrissero a me e a mia sorella lettere affettuosissime, sacerdoti e vescovi – come quello di Savona – sono venuti a trovarmi e a ogni distribuzione postale ricevo, come avete veduto, un mucchio di lettere e di telegrammi. Se non ci fossero di mezzo i patimenti di questa vitaccia, che sopprime il sacerdote e distrugge l’uomo, direi che il Tribunale di guerra mi ha reso un segnalato servigio”.
L’affezione per sua sorella è nota a tutti coloro che leggono le sue lettere datate da Finalborgo e indirizzate alla “cara Teresa”. Sono lettere castrate e scritte nella condizione di un uomo che non può dire quello che sente e che vuole. Ma in esse è il pathos di un’anima addolorata. C’è la tenerezza di chi soffre della separazione e della lontananza. E la sorella lo ricambia di pari affetto. La sua assenza è il suo strazio. Per liberarlo, ha messo sossopra mezzo mondo. Ha mandato una lunga epistola all’episcopato italiano – ha scritto al presidente dei ministri e ha fatto bussare, a insaputa del fratello, fino alle porte reali.
In mezzo a noi, don Davide, non ha mai fatto sentire il prete. Egli era un compagno che prendeva parte alla discussione. che si adattava in un modo mirabile alla vita comune, e che rideva delle nostre risate come un giovialone che non si ricorda della condanna.

STUDIO GALEOTTESCO

L’uguaglianza di trattamento non impediva ai forzati di avere una grande simpatia per gli inquilini della quinta camerata e di manifestarla tutte le volte che capitava loro l’occasione. Alla mattina e alla sera, per esempio, venti o trenta forzati addetti ai lavori del reclusorio passeggiavano nel cortile sotto le nostre finestre. Il tintinnìo delle loro catene ci chiamava al davanzale, cogli occhi tra il cassone e la ferriata. E loro, passeggiando, con dei cenni rapidi, con degli inchini che nessuno, all’infuori di noi, poteva avvertire, con dei palpeggiamenti di berretta che parevan grattamenti di capo, con dei rovesci d’occhi che mi andavano al cuore, o dei movimenti di labbra che sfuggivano alla sorveglianza, ci salutavano, ci davano il buon giorno e la buona sera, ci infondevano coraggio e ci traducevano la loro impotenza a fare qualche cosa per noi.
La loro passeggiata era per me uno studio. Notavo il loro modo di andare in su e in giù e chiamavo Romussi e don Davide Albertario a constatare che il loro passo rivelava il galeotto. Dimostravo loro come un Jean Valjean avrebbe potuto essere scoperto dal segugio di polizia anche vent’anni dopo, vestito con eleganza, in una sala immensa affollata di signori che la percorressero conversando.
Si vedeva che il piede, il quale aveva l’anellone della catena appesa al fianco o attorcigliata intorno la caviglia, indugiava uno zinzino più dell’altro a muoversi, e sfiorava assai più il suolo del sinistro, come se l’uno dei due fosse carico di piombo. Aggiungevo un’altra osservazione sui passi. Nei passi è l’uomo che è stato in branca, cioè incatenato con un altro per degli anni e costretto a esercitare le gambe in uno spazio di pochi metri. Contraggono un’abitudine indimenticabile. Adesso che sono disgiunti e che è a loro disposizione un terreno venti volte più largo della cella, consumano l’ora di passeggio come prima, gomito contro gomito, con un movimento di tre o quattro passi avanti e indietro, voltandosi come quando erano appaiati, cioè senza urtarsi e senza spostarsi.
I tipi di forzati, che abbiamo conosciuto più da vicino e che possiamo presentare al pubblico come nostri amici, erano i “mozzi” o coloro che adempivano alle funzioni domestiche. Il 129 era il latrinaio – un galeotto che riassumeva il suo delitto come un grande artista. Si passava la mano sulla fronte e lo paragonava a “un temporale”, a “una notte buia”, a “una tempesta”. Fu l’uragano dei sensi che gli fece recidere la gola alla padrona ch’egli serviva come cocchiere a Ferrara. Egli la voleva o viva o morta. E se la baciò durante il “temporale” tepida ancora di vita, con gli occhi spalancati che pareva una strega. Egli è ormai tranquillo e non pensa più, come gli altri, a rientrare nel mondo dal quale venne scacciato. Per lui, “stare qui o altrove, è lo stesso. In qualche luogo, mi diceva, bisogna stare”.
Veduto da vicino, con gli occhi nelle buche della sua faccia massiccia e larga, si prova la repulsione di chi si sente a tu per tu con un sanguinario. Dalle sue linee facciali sbuca il violento, ghiotto dell’altro sesso. Ha delle occhiate diaboliche, lambite dalle rughettine che infittiscono e si gonfiano quando spalanca la bocca per la risata che pare uno scroscio. Le sue mandibole voluminose completano l’orrore con la zucca enorme, calva alla superficie, leggermente schiacciata alle pareti.
Intorno alle sue labbra carnose, è diffuso il cinismo che si prolunga fino alla radice del naso, dove incomincia una fronte spaziosa, fuggente, giallognola, la quale si increspa ogni volta che parla. Ha le gambe arcuate ed ha sempre fame. Tutte le volte che veniva nella nostra camerata gli davamo parecchie pagnotte.
Veduto da lontano, immobile, nel sole, con le mani sulle reni e le pupille velate o addormentate nel fondo cristallino, ha l’aria di un uomo impagliato.

Un altro tipo curioso sotto parecchi aspetti, era l’infermiere che veniva nella nostra camerata nei pomeriggi della caldura a inaffiarla di acido antisettico per tentare di salvarci dalle mosche inique e dalle cimici implacabili. È un forzato di cuore, che si trova in galera per avere creduto nella fedeltà della donna. È piccolo, tozzo, giallastro, con una fronte bassa, rugosa e senza fughe, con delle pupille che stanno spegnendosi nelle occhiaie fonde, con un naso camuso, delle guance che incominciano a piegarsi e a incresparsi come cortine vecchie e una bocca che spalanca una voragine di fuoco pallido e lascia vedere le gengive quasi sguernite.
Non ci fu ammalato che non mi abbia parlato con entusiasmo di questa perla di condannato che nessun direttore o capo guardia è mai riuscito a punire in ventisette anni di carriera dolorosa. Me lo si raccomandava dicendomi che in infermeria, senza di lui, si poteva morire.
Egli è una suora di carità, un fratello che va dovunque si soffre. Accorre al letto degli infermi con sollecitudine materna, si alza di notte se qualcuno si sente male, e, con quel poco che il medico mette a sua disposizione, cerca di lenire i dolori altrui. Avete la schiena tormentata dai reumatismi? È la sua mano che viene a battervela, a spalmarvela di una goccia d’olio come un allievo del professor Panzeri, o a pennelleggiarvela magari con della tintura di iodio, se ne ha nell’armadio e se il medico lo ha ordinato. Avete un dente che vi strazia? Eccolo pronto con la tenaglia. Non è un cavadenti di professione, ma ha la praticaccia del frate che sdenta il pubblico senza passare gli esami.
Per provare la bontà del 193, non ho da citare che tre testimoni che non lo dimenticheranno facilmente. Gaspare Giucchetto, minorenne, Giovanni Vedani, di 32 anni, e Angelo Vanoni di Luino, come il Vedani, e padre di tanti figli.
Il primo aveva ricevuto una palla al petto con lesione, pare, al polmone; il secondo era stato colpito allo stinco, e il terzo aveva lo stomaco perforato nel corpo. Io li ho veduti in infermeria, subito dopo il loro arrivo. Erano giunti a Finalborgo in una condizione da commuovere le pietre. Straziati dai dolori, con le ferite ancora aperte e col Vedani che non poteva e non può, credo, neppure oggi, stare in piedi, perché la ferita continua a produrre materia purulenta.
In una infermeria, dove non ci sono che alcuni letti, una cassetta di polverine, un vasetto di tintura di iodio e della liquerizia per i catarri stomacali e le tossi che non lasciano dormire, anche un infermiere come il 193 non può fare molto. Ma li curava da cristiano, lavando, fasciando loro le ferite, aiutandoli a mangiare, curvandosi a ogni minuto per spostare la gamba al Vedani, la testa al Giucchetto e le spalle a Vanoni, il quale Vanoni era diventato tetro, perseguitato dal pensiero che il suo polmone fosse stato toccato dal proiettile. Mi diceva che “si sentiva il polmone in sussulto”.
Il Gaspare Giucchetto portava il numero di matricola 2749; il Giovanni Vedani il 2731, e l’Angelo Vanoni il 2747.
Don Davide Albertario non è stato in infermeria che quattro o cinque giorni a trangugiare due o tre drastici per liberarsi da una tenia che noi chiamavamo, per ridere, un “serpente boa”.
Il direttore dell’Osservatore Cattolico ritornò nella quinta camerata pieno di entusiasmo per il 193 che lo aveva curato come una madre. Gli stava alle calcagna quando era in piedi, gli andava intorno quando era nell’altra stanza a scrivere e sedeva di notte, per delle ore, vicino al suo letto, a vegliare i suoi movimenti.
Il 193 è vecchio, è nelle mani della giustizia dal 25 luglio 1873 e la sua condotta è sempre stata irreprensibile. Se io fossi nel ministro di grazia e giustizia direi: basta! E lo lascerei andare al suo paese di Ariano di Puglia, a morire in santa pace, sotto gli occhi di sua sorella, che gli vuol bene, tanto bene.
Il nostro barbiere era un altro omicida, condannato a trenta anni. Nel reclusorio sembrava mite, gentile, afflitto soltanto di trovarsi in mezzo a tanta zavorra umana. Era pallido, emaciato, colle sfumature, intorno gli occhi, degli individui che portano nei polmoni i bacilli della morte. I suoi colpettini di tosse mi davano la sensazione penosa di essere accanto a un moribondo. La sua faccia era repulsiva per la carne scrofolosa gualcita dal coltello anatomico, per le contrazioni che gli avevano lasciato il segno sulle guance scarne e sulle palpebre rosse e senza peli.
Ci considerava uomini superiori e ci radeva con una delicatezza femminile, raccontandoci sovente il suo amore sventurato.
A diciannove anni si era ammogliato con una giovane che ne aveva diciotto. Dopo la cerimonia nuziale la sposa gli raccontò che un altro – un “civile” – l’aveva delibata a tredici.
Fu una notte burrascosa quella della sua confessione. La poveretta gli buttava le braccia al collo piangendo dirottamente e gli domandava perdono. La colpa non era stata sua. A tredici anni non si ha la testa e una ragazza si lascia saccheggiare della verginità come un viandante dai malandrini. Lui la consolò con una sfuriata di baci, impromettendosi di obbligare il “civile” a farle la dote. Chi rompe paga, era la sua morale. All’indomani andò a trovare il “ganzo” e a dirgli come stavano le cose.
Il “civile” promise di pagare. Ma i denari non venivano mai. Allora ritornò a ripicchiare allo stesso uscio e a esigere la promessa. Il “civile” gli rise in faccia.
– Adesso che l’hai, tienila!
Gli “calò una benda sugli occhi” e lo uccise come un dissoluto malvagio.
– Il mio dolore massimo è di essere stato creduto capace di premeditare il delitto.
“Ero andato da lui per riscuotere, non per ammazzarlo. Il mio fu un impeto di passione. Lo dissi al presidente del mio processo”.
Ora ne era pentito. Non potendo andare dalla famiglia, come fra Cristoforo, a domandarle perdono, le mandò una lettera bagnata delle sue lagrime.
– La famiglia mi ha perdonato, il parroco del mio paese lo ha fatto sapere a tutti dal pulpito, ma il governo tace ancora. Ah, è duro il governo coi poveri condannati! Una volta che siamo pentiti dovrebbe permetterci di riabilitarci. Invece ci lascia morire in galera o ci manda fuori quando non siamo più che dei carcami da ricoveri.
“Porto la catena e la giacca rossa da diciannove anni e morirò forse in galera. Sia fatta la volontà di Dio! Ma mi dispiace, credano, di non rivedere più il mio paese!”
E il dolore gli fece sputare del catarro sanguinoso.
Il sei settembre, il giorno in cui ci rase i baffi, era commosso come un minorenne perduto, nel buco di una cella di rigore. Egli sapeva che cosa volevano dire questi crepacuori. Nei baffi era l’uomo. Radendoli, radeva il cittadino e non lasciava dietro il rasoio che un numero di matricola.
Eravamo in sette e l’operazione durò più di un’ora. Andammo uno dietro l’altro dal barbitonsore, senza dirci una parola. Ciascuno di noi sembrava compreso del sacrificio, tranne forse Gustavo Chiesi, il quale conservò sempre l’attitudine dello stoico. Sotto il rasoio a più d’uno di noi si riempirono gli occhi. Federici e don Davide furono del numero. Non si aveva paura, nessuno pensava alla paura, ma l’emozione, più forte di tutti, rompeva la diga.
Mentre mi si radeva, con la guardia carceraria seduta in faccia, mi venivano le lagrime in bocca come a un bimbo sculacciato!
– Coraggio! diceva a ciascuno di noi il barbiere. I baffi e la barba ricresceranno più vigorosi di prima.
– E voi, don Davide, gli domandai qualche giorno dopo, perché avete pianto, se non avete mai avuto baffi e se vi facevate radere il labbro superiore anche prima?
– Perché mi si infliggeva una punizione infamante. Perché mi si riduceva il 2557.
Dall’emozione profonda passammo all’ilarità clamorosa. A mano a mano che uno di noi rientrava nel camerone con la faccia galeottizzata, si scoppiava in una risata sonora. Sembravamo dei mostri. Salve le proporzioni individuali e la voce, potevamo benissimo scambiarci per dei galeotti sconosciuti.
Il solo che non avesse alterato la figura era il sacerdote. Gli altri pareva che fossero stati in un’altra stanza a truccarsi o a cambiarsi la testa.
Gustavo Chiesi, grasso e grosso, aveva del frate Melitone. Il buon Suzzani – che si chiamava, con compiacenza, “compagno di Carlo Marx” – aveva assunta l’aria d’un abatino pieno di modestia. Costantino Lazzari era uscito dalle mani del parrucchiere una edizione peggiorata. L’avvocato Federici si era trasformato in un santocchione che sginocchia per le chiese. Ghiglione era ritornato in mezzo a noi come un uccello di rapina. Il suo naso lungo si era prolungato e la punta appariva più adunca di prima. I peli scomparsi dalla guancia sinistra gli avevano lasciato all’aria una prominenza che gli delinquentizzava la faccia.
Il nostro barbiere è nato sotto una cattiva stella. Egli ci sbarbava direi quasi con orgoglio. Considerava il sabato il più bel giorno della sua vita, perché poteva scambiare qualche parola con noi. Ma venne il giorno triste della partenza. Il direttore lo aveva destinato per il reclusorio di Finalmarina. Trovò modo di venirci a salutare. Strinse la mano a ciascuno di noi con la voce che tremava. Addio, si ricordino di me, del povero barbiere pentito del suo fallo. E lo sentimmo che si allontanava col singhiozzo che egli tentava di soffocare nel fazzoletto a quadrettoni.

IL CONDANNATO IN TRADUZIONE

Il mio viaggio da Finalborgo a Milano, per subire un altro processo, mi ha dato modo di studiare una delle pagine più dolorose della vitaccia del bestiame che passa da una galera all’altra.
Ricordo tutto, come se fosse adesso. Era il 27 luglio, una giornata afosa. Io e alcuni abitanti della quinta camerata stavamo con la gamella capovolta, sul mastello dell’acqua sporca, per lasciar colare la pasta dalla brodaglia maculata di scandellature.
Entrò il sottocapo Osmiani a scompigliarci. Era l’uomo più serio del personale di custodia. Non sciupava parole. Ci chiamava guardando in terra e tenendo l’indice della sinistra in alto.
– 2559!
– Presente!
Ero già pronto. Mi lasciai baciare teneramente dagli amici, presi il fagotto sotto il braccio e uscii con la gola rasa di commozione. Per evitare il disastro di una gita galeottesca avevo fatto di tutto. Avevo detto al direttore che soffrivo e che non ero in grado di rimettermi in un vagone cellulare. Ma non ci fu verso. Il medico, dopo avermi palpeggiato, come se fossi stato di straccio, mi trovò sanissimo.
Il mio compagno di viaggio era uno della “rivoluzione”. Egli era stato colto in piazza di Luino durante i tumulti e condannato dal tribunale militare a sei anni di reclusione.
– Vi rincresce?
– Sì, perché sono innocente e perché ero l’aiuto dei miei genitori.
Facemmo la strada a piedi. I veicoli ci empivano gli occhi e la bocca di polverone bianco e la gente voltava via la faccia inorridita. Un nugolo di studentesse sull’omnibus a giardiniera ci fece venire le vampe della vergogna alla faccia.
– Come sono brutti!
E non avevano torto. Il più bel giovine d’Italia, che esca da un reclusorio, spaventa. In pochi mesi il reclusorio te lo rende irriconoscibile.
Eravamo giunti tre quarti d’ora prima del treno. Ne ero contentissimo. Era dell’aria fresca guadagnata. I carabinieri, invece di chiuderci nella stanza di sicurezza, ci lasciarono sul margine del binario della stazione. Grazie! Ebbi tempo di fumare tre sigarette. In questo frattempo, vennero alla mia volta alcuni signori a domandarmi se ero il tale.
– Sissignori, risposi a colui che mi aveva interrogato.
I signori si tolsero il cappello e si curvarono leggermente.
– Scusino, dissi loro, commosso; ma io non li conosco.
– Non importa. Noi sappiamo chi è lei.
Rimasero lungo il binario fino alla partenza del treno, salutandomi con un’altra scappellata.
Il vagone cellulare del mio secondo viaggio apparteneva al tipo vecchio. Era composto di venti celle, divise da un piccolo corridoio longitudinale, con un largo all’entrata per i rappresentanti dell’arma regia.
Una volta entrati, si è sommersi nella penombra anche col sole allo zenit, perché non ci sono finestre alle pareti dei fianchi.
La cella era più angusta e più nauseosa di quella che mi aveva condotto nel reclusorio. Col sedile di legno e con le pareti insudiciate di sputacchi e di mucillaggine nasale, mi sentivo in una cassa da morto in piedi, con un traversino sotto il sedere. Il legno mi accarezzava dappertutto. I piedi stavano più male. Si trovavano sopra uno strato molle e viscido e non potevo alzarli. Per quanto facessi, non riuscivo a tener su le ginocchia sull’uscio. Si respirava l’atmosfera riscaldata dall’alito dei detenuti.
Lo sfiatatoio era il contrario di un conduttore d’aria. Si crepava dal caldo e i malviventi imploravano un sorso d’acqua. Non so da dove venivano perché a tutte le stazioni se ne caricavano e in alcune se ne scaricavano.
Il brigadiere che aveva in consegna le stie, era un uomo tarchiato con una faccia da simpaticone. Quando gli si diceva di essere buono e di provvedere gli assetati di un fiasco d’acqua, andava sulle furie dicendo che non voleva essere buono. I buoni non facevano carriera e lui era già sulla lista dei futuri marescialli.
– Consideratemi cattivo e mi troverete buonissimo.
E io, davvero, ero della sua opinione. In fondo alla mia nicchia, lo consideravo uno di quegli arnesi di sentina che godono a far patire la gente tribolata, come godevano i carabinieri dell’Andalusia del 1893-94, i quali davano pane e merluzzo ai morenti di sete e nerbate a coloro che desistevano dal correre intorno la stanza giorno e notte!
Un po’ più in là, dovetti ricredermi. Egli non era la iena che supponevo. A una stazione intorno il collo della riviera di levante, si era lasciato impietosire da tutte le voci che gli dicevano:
– Sia buono, signor brigadiere!
E mi ha fatto piacere. Perché è sempre una consolazione sapere che un uomo rinsavisce o si stanca del piacere di torturare gli impotenti.
Il brigadiere fece discendere il carabiniere a riempire il fiasco e ordinò che se ne desse una golata a ciascuno.
Per dissetarvi, il carabiniere è obbligato ad aprire la cella con un catenaccio che cigola dalla ruggine e non scorre che con dei calci, e a versarvi l’acqua in gola. Se il carabiniere non è gentile, il liquido gorgoglia, trabocca dalle labbra e va giù a biscia per lo stomaco. Io avevo sete, ma non ho voluto suggere al cannello comune. Pensavo alla infezione. Ma ho dovuto pentirmene. Un’ora dopo mi sarei lasciato inaffiare il gorgozzule anche da un cannello imbrattato dalle labbra di una generazione!
Lungo il tragitto è avvenuta una delle solite scene stomachevoli di questi trasporti. Un poveraccio in traduzione si sentiva incalzato da una urgenza corporale.
– Signor brigadiere, mi faccia smanettare che non ne posso proprio più.
– Fate silenzio o vi metterò le catene ai piedi!
Sul pavimento della celluccia, Sono gli anelli infissi nel pavimento per incatenare i furiosi o i pericolosi o i prepotenti.
Il galeotto turturato dai dolori di pancia era vicino alla mia cella. Udivo che si moveva e si lamentava.
Qualche minuto dopo, l’ambiente era pestifero. Il miserabile si era sgravato come aveva potuto.
Gli inquilini gli diedero dell’animale a braccio di panno e del porco senza fine, ma lui si difese dicendo che si fa presto a rimproverare quando non si è nella stessa condizione.
I discorsi che si facevano erano noiosissimi. I condannati non si occupano che di pane, di reclusori, di regolamenti, di minestra, di punizioni, di guardie buone e cattive e di direttori con o senza peli sullo stomaco. Per me, erano però discorsi utilissimi. Perché mi rivelavano la vita intima del detenuto. Il mio vis-à-vis, per esempio, raccontava che le giornate di traduzione volevano dire, per loro, la fame completa..
“Di solito, diceva, ci si fa partire dal carcere alle quattro antimeridiane con una pagnotta di seicento grammi di pane stantio, e nessuno pensa più a noi se non all’indomani per darci un’altra pagnotta e rimetterci in viaggio. Se la si dimenticasse nel vagone o la si perdesse mentre si va dall’omnibus al vagone, felicenotte. Bisognerebbe rimanere digiuni fino all’altra distribuzione. Non si capisce perché il trasloco da una galera all’altra faccia perdere il diritto alla minestra.
“La gente onesta che viaggia tutto il giorno, quando arriva, si mette a tavola e si ristora con dell’acqua fresca sulla faccia e un buon pranzo inaffiato bene. Noi galeotti arriviamo, ci si registra e ci si chiude in una stanzaccia con quattro o cinque pagliericci in terra. Tutta la nostra consolazione è un secchio d’acqua nell’angolo, stato riempito magari il giorno prima. Quando sono nel penitenziario ho diritto, coi miei denari, a una spesa di cose mangerecce di venticinque centesimi. Perché il viaggio mi fa perdere questo diritto?”
E il condannato concluse dicendo che le giornate di traduzione sono, per il ventre del recluso, le più desolanti. Lo si dimentica.
A Genova ci si fece discendere dopo che il treno si era vuotato. Ci dovevano essere, col nostro, altri vagoni cellulari, perché la “catena” si era ingrossata. Potevamo essere una cinquantina, compresa una reclusa. La donna, che aveva le mani slegate, non era trattenuta dal giro della catena comune. Ci seguiva. Era una donna brutta, bassotta, con tanti capelli neri e con le labbra sottili della sanguinaria. La maggioranza era in borghese, in viaggio per la casa di espiazione. I reclusi, col loro abito carnevalesco, colorivano la scena, e i galeotti, col tintinnìo della catena che penzolava loro dal fianco, la intetravano. Tutti assieme, circondati da un nugolo di carabinieri, facevamo paura. Sembravamo il rifiuto delle classi sociali. Una banda di ladri e di assassini stati colti con le mani nel sangue delle vittime. C’erano grinte che facevano rabbrividire anche me che vi avevo fatto l’occhio.
Fuori della stazione ci aspettava una folla enorme. Passammo tra i commenti degli spettatori e filammo, in linea, per tre o quattrocento passi, fin dove ci aspettavano i veicoli.
Le vetture erano meno crudeli delle carrozze cellulari. Erano omnibus lunghi, a giardiniera, col tendone che giungeva a filo dell’orlo del veicolo. Col tendone legato alla sponda, non potevamo vedere, curvandoci, che i sassi o le pietre della strada e il lucido del mare conturbato quando lo rasentavamo. Eravamo pigiati, quasi l’uno sull’altro, ma rinfrescati, di tanto in tanto, da una buffata d’aria marina.
L’impressione che si subiva era però più spaventevole di quella di essere chiusi nel carrozzone cellulare. Perché quando il veicolo passava sui sassi metteva in rivoluzione le budella e quando sterzava pareva che stesse per riversarci nella via sottostante o nel mare.
A un certo punto, i cavalli smisero il trotto. La salita era divenuta faticosa e i vetturali facevano schioccare la frusta. Nessuno dei miei colleghi aveva mai fatto tappa al carcere giudiziario di Genova e così nessuno sapeva se era lontano o vicino. Dalla salita, credevamo tutti che fosse fuori, lontano qualche miglio dalla cinta cittadina. Mentre si facevano queste supposizioni, sentimmo le voci che fermarono i cavalli..
La discesa fu più difficile. Uscendo dal buio, col fagotto nella mano legata con l’altra, e la catena intorno all’ascella tirata da quelli che precedono e seguono, si mette il piede sul predellino con la paura di scavigliare o di ruzzolare sul selciato.
Nella luce dei lampioni foschi e delle fiamme libere dei becchi a gas delle botteghe che sembravano cave, ero come disorientato. Ci volle uno strappo di catena per convincermi che facevo parte del convoglio di galera. La via era ripida e tortuosa. Si saliva lentamente e si passava attraverso ondate di luce sfacciata. La gente del quartiere non sembrava interessata di una “catena” che indubbiamente assomigliava alle altre degli altri giorni. Le donne rimanevano sedute in terra dinanzi la porta delle loro abitazioni o sul gradino all’entrata dei loro negozi, e gli uomini, in manica di camicia, continuavano a pipare e a chiacchierare tra di loro senza degnarci di un’occhiata. Carichi del fagotto, con la catenella che tirava ora indietro e ora innanzi, si saliva sudando. Al secondo svolto di via, incontrammo due portatrici con due pesi enormi sul capo che facevano tremolare i loro fianchi possenti. Non abituato a vedere le teste femminili calcate alla superficie da un quintale di roba, mi parve di passare attraverso un popolo barbaro che delle donne facesse dei ronzini.
Arrivai in faccia a un portone spalancato e sormontato dallo stemma del carcere giudiziario, con la lingua che penzolava dai denti come quella di un cane. Ero digiuno, con la bocca secca. La lingua mi sembrava un pezzo di carne dalla pelle ruvida in bocca come un castigo. A sinistra dell’entrata, era un tubetto di ottone che usciva arcuato dal muro e lasciava cadere una colonnuccia d’acqua. Il rumore della caduta sulla pietra decompose la catena. Malgrado gli ordini imperiosi dei carabinieri che avevano fretta di sbarazzarsi di noi per andare a cena, nessuno volle muoversi prima di essersi saziato di acqua fresca. Quando venne la mia volta, rimasi disilluso. Per la mia bocca, era un’acqua di un sapore marcioso. Dopo una risciacquata e una golata, la buttai in terra come se fosse stato un liquido avvelenato. Puah!
Lo smanettamento, la consegna delle buste coi denari e la registrazione dei detenuti durò una buona mezz’ora. I viaggiatori sembravano stracchi morti. Nessuno diceva una parola. Qualcuno sbocconcellava la pagnotta e qualche altro rimaneva in piedi. Io fui l’ultimo, perché mi ero posto dietro tutti, sulla panca in giro dello stanzone immenso. Mi si conosceva di nome e questo mi suscitava la speranza che avrei potuto indurli a farmi comperare qualche vivanda per la cena. Ma era troppo tardi. Erano quasi le nove. E i detenuti, a quest’ora, dovevano avere la pancia piena. Se avessero potuto aiutarmi, lo avrebbero fatto volentieri. La sola cosa, che potevano fare per me, era di mettermi in una stanza solo e di offrirmi un bicchiere d’acqua fresca con del limone del loro fiasco. Accettai tutto con dei grazie e mi lasciai condurre di sopra da un secondino che mi aperse e mi chiuse in una stanza.
Delle cimici che divoravano il soffitto, annerivano le pareti e muovevano il pagliericcio, ho già parlato.

ANNA KULISCIOFF

È una donna nuova. Imbevuta di idee proibite, uscì dalla società dello zar come una rivoltosa che non ha paura di stroncare i legami che la legano al mondo pieno di pregiudizi e di ingiustizie. Fortificata dall’esempio delle nichiliste delle classi superiori del suo tempo, le quali abbandonavano la casa patema come le mogli del teatro di Ibsen abbandonano la casa maritale, Anna Kuliscioff, consumato il periodo della propaganda pratica per la campagna russa, si avviò verso l’esilio, con l’anima piena di negazioni, con la fede nell’avvenire, determinata a compiere la sua evoluzione intellettuale in mezzo alla gente latina in lotta per la rigenerazione sociale.
La Kuliscioff è stata la prima nichilista che ho conosciuto. Le venni presentato da Benoit Malon, a Lugano, quando il comunardo scriveva, se mi ricordo bene, la Revue Socialiste, l’organo massimo, in allora, delle alte intelligenze dell’ emigrazione rivoluzionaria.
La Kuliscioff poteva essere intorno ai venti anni. Mi parve una vergine slava. Con una testa da madonna, con la carnagione bianca imporporata di salute, con le trecce lunghe, di un biondo luminoso, per le spalle, mi faceva pensare alle donne graziose dei preraffaelliti che in quei giorni ammiravo come uno narcotizzato dai loro colori.
Malon parlava, e io mi perdevo negli occhi della nichilista, inondati di quella malinconia che va al cuore come una nota soave, al punto da farmi riprendere da una voce grave – una voce che mi insegnava che un socialista non deve contemplare una signorina viva come si farebbe con una figura sulla tela.
Seppi dopo molte cose di lei. Della sua agitazione, dei suoi studi, della sua prigionia, del suo sfratto dall’Italia, dei suoi amori, della Rivista Internazionale del Socialismo ch’essa pubblicava con Costa, della nascita della sua Andreina, delle sue tribolazioni, della sua laurea di dottora, della sua unione con Turati, della sua malattia crudele, ma non la vidi più che nel ’95, cooperatrice e collaboratrice della Critica Sociale.
Nel ’78 il mio pensiero si genufletteva alla bellezza. Oggi, esso si inchina alla pensatrice.
Migliaia di donne, in mezzo agli uragani della sua esistenza fortunosa, sarebbero naufragate cento volte. Anna Kuliscioff è sempre rimasta in faccia alle procelle come una sfida. Dagli avvenimenti che volevano inghiottirla, usciva sempre più forte, più saggia, più preparata a sgomberare la società del passato per far largo all’avvenire.
Neppure la sua malattia implacabile seppe vincerla. Di tanto in tanto si diffonde, tra gli amici, una notizia funebre. La Kuliscioff sta male – la Kuliscioff ha poco da vivere – la Kuliscioff è in fine di vita. E poi non se ne sa più nulla. Non si parla più del suo male implacabile. La si rivede, con la sigaretta in bocca, al tavolino dell’amministrazione o della redazione a lavorare come una negra. Avveniva, su per giù, la stessa cosa con la Harriet Martineau – la grande giornalista inglese del tempo chartista. Questa collaboratrice del Daily News era così sicura di essere agli sgoccioli della vita, che in un momento disperato si mise a scrivere la propria autobiografia, incominciando dall’ultimo capitolo per paura di non finirla.
La Martineau ebbe tempo di completarla e di lasciarla negli armadi dell’editore per venti anni. Per venti anni i suoi amici si aspettavano, ogni mattina, di leggere nei giornali la fine della giornalista che ha prodotto più di ogni altro uomo del suo tempo(4).
Nel ’98 è capitato alla Kuliscioff quello che un secolo prima era capitato a madame Roland. Di vedersi svegliata all’alba dagli agenti di pubblica sicurezza e di andarsene in prigione nella vestaglia.
Nelle poche parole ch’essa pronunciò dinanzi il Tribunale militare è tutta la donna che ho presentato. Compendiano il suo cuore, la sua modestia e il suo carattere. Leggetele, vi troverete la indifferenza tragica per tutto ciò che riguarda l’imputata – la serenità della martire che crede, che persiste a credere, che crederà sempre che nel socialismo sia la rigenerazione sociale.
“La mia azione nel partito socialista era molto limitata e molto modesta. Se verranno fuori dei fatti a mio carico io ne assumo fin d’ora la responsabilità. Io sono socialista da quasi 25 anni, ma in Italia non feci nessuna propaganda, sia per una certa delicatezza verso un paese presso il quale sono ospitata, sia per la paura di essere sfrattata. Io sono poi invalida da un anno, e sono obbligata a rimanere sempre in casa. In questa condizione come volete che io sia in caso di fare propaganda?”
In letteratura io e la Kuliscioff siamo divisi da un abisso. Ella, se l’ho capita bene, sente ancora dell’affezione per la vita romanzesca intessuta dalla fantasia dell’autore e drappeggiata nella fraseologia che non lascia esalare i cattivi odori dell’ambiente. Io sono più rude. Spalanco tutte le porte, discendo in qualunque fogna e mi servo del linguaggio dei personaggi che riproduco. Il mio temperamento mi trascina ad essere sincero in ogni manifestazione della vita senza preoccuparmi se farò smettere di leggere o chiudere il libro anche agli amici che mi vogliono bene.
La ragione di questo nostro dissenso letterario è che in fondo alla Kuliscioff è rimasto un po’ d’idealismo e un po’ di misticismo. Ella dà la preferenza al libro che lascia vivere qualche illusione e che non svergina o smaga brutalmente chi legge, e crede alla immortalità dell’anima. Non mi meraviglierei domani di saperla spiritista.
Sul terreno delle questioni economiche essa torreggia. E il futuro storico del socialismo italiano lascerebbe un gran vuoto nel suo lavoro s’egli non ci dicesse l’influenza che questa donna ha esercitato sul movimento di quest’ultimi venti anni.
Nel resto la Kuliscioff è donna capace di grandi amori e di odii inestinguibili(5).

GLI ULTIMI GIORNI DEI DEPUTATI
E DEI GIORNALISTI AL CELLULARE

Turati, De Andreis, Romussi, Federici e Valera si sono riveduti, dopo tante noie, con dei baci, degli abbracci e delle strette di mano, nel cellone esagonale B, numero 2, del secondo raggio. Gli ultimi tre erano giunti dal reclusorio di Finalborgo e i due deputati erano ancora sbalorditi dai dodici anni di reclusione che aveva inflitto loro il Tribunale militare.
La loro vita era piuttosto agitata. Si alzavano, alla mattina, mezz’ora prima dell’alba e ciascheduno nella propria cella, dopo il caffè, si metteva al lavoro. Turati aveva sempre un mucchio di lettere da scrivere e un numero infinito di Riviste da leggere; Romussi, il quale sdrucciolava dal letto sempre di buon umore, era sommerso nelle opere di Carlo Cattaneo; del quale stava facendo uno studio; De Andreis, l’uomo che non pensava mai alla condanna, aveva del lavoro fin sopra i capelli. Leggeva dei poeti inglesi, tedeschi e francesi – tre lingue ch’egli deve sapere benissimo -, studiava o piuttosto correggeva il suo latino con lo Schultz alla mano e dedicava parecchie ore a un lavoro di elettricità che deve avere veduto la luce prima che gli abbiano spalancate le porte del reclusorio di Alessandria. Federici si nutriva di storia e negli intervalli rileggeva l’opera massima di Giuseppe Ferrari, del quale è sempre stato ammiratore fervente. Valera studiava o fingeva di studiare il tedesco e passava attraverso la Social England di Traill – volumi che incominciano col Conquistatore e finiscono col regno della regina Vittoria, e dànno una pittura esatta della vita intima e pubblica di un popolo che non ha più freni né per la penna del giornale e del libro né per la lingua della piattaforma.
Alle otto antimeridiane, si trovavano tutti nel raggio del passeggio – un raggio angustissimo – si davano il buon giorno, si dicevano se avevano dormito bene o male – la maggioranza pativa di insonnia – si comunicavano le notizie portate loro dalle ultime visite e dalle ultime lettere e poi incominciavano la conversazione, la quale era sempre interessante anche quando, per ridere, discutevano della possibilità di una evasione, citando quelle storiche di Napoleone III, di Rochefort, dei prigionieri politici della monarchia di luglio, di Krapotkine, di Bakunine, ecc., ecc.
Ritornavano in cella a lavorare per un paio d’ore e poi, alle undici, ciascheduno usciva con la sedia, col tovagliolo, con la forchetta e col cucchiaio di legno e andava a far colazione nel cellone turatiano.
La loro colazione alla forchetta era modestissima. Quando non ordinavano il risotto alla certosina o la polenta col fegato in comune, Romussi mangiava i tagliatelli al sugo e la costoletta coll’osso, Turati un piatto di carne e due uova strapazzate, De Andreis vi aggiungeva un po’ di gorgonzola, Federici faceva precedere al pollo o al fegato la zuppa alla pavese e Valera alternava le uova al tegame con la pasta al burro ben cotta.
La discussione si animava bevendo qualche bicchiere di vino buono delle bottiglie che mandavano gli amici, mangiando dei dolci che inviavano la mamma di Turati, o la signora di Federici o di Romussi – e fumando le sigarette che trovavano un po’ dappertutto.
Qualche volta capitavano loro, durante la giornata, dei cestelli di frutta fresca, dei panettoni che obbligavano De Andreis a mettere sul tavolo la bottiglia di barolo che Turati dimenticava nell’angolo.
Il deputato di Milano non voleva mai bere. Egli diceva che gli astemi vivono più a lungo e sani come corni. Ma si insisteva e lui beveva, versandoselo in gola come una medicina che gli faceva stralunare gli occhi.
Il discorso eterno era la Cassazione che li teneva sugli aghi. Ma facciano presto!
Mandateci in galera, dicevano, ma, fate presto in nome di Dio!
Nessuno si lasciava cullare dalla speranza che i magistrati dall’alto tribunale avrebbero accolto il ricorso. Tuttavia, quando andava Majno a trovare qualcuno di loro, rinasceva la discussione con un po’ di fede.
– Me l’ha detto lui adesso! Egli si crede, legalmente, in una botte di ferro.
– Volete che Majno non sappia quello che dice?
De Andreis faceva il suo solito risolino e voltava le pagine del libro che aveva fra le mani. Per lui, erano chiacchiere inutili. E si metteva a sviluppare il suo programma di condannato a dodici anni con una indifferenza che faceva scappare la pazienza a Turati, il quale non voleva assolutamente diventare un eroe della casa di pena.
Dodici anni sono lunghi, eterni, sono la vita di un uomo! È un errore, aggiungeva il Turati, credere che si possa lavorare serenamente in queste condizioni, quando si manca di tutto, quando si deve vivere in un buco ove si soffoca d’estate e si gela d’inverno, con venticinque centesimi al giorno!
Romussi metteva sul tappeto la questione del viaggio. Egli, che si ricordava del vagone cellulare che lo aveva condotto a Finalborgo con degli scotimenti di testa, vedeva avvicinarsi il giorno della partenza con orrore.
Gli rincresceva di lasciarsi chiudere in quella specie di cassa da morto. Ma non avrebbe ceduto. No, non avrebbe ceduto! Se il Governo voleva disonorarsi, tanto peggio per lui. E andava sotto la finestra a dare delle puntate di scarpa nel muro.
– No, no, e poi no! non mi lascerò commuovere dalle lagrime di mia moglie e di mia figlia. Non voglio andare nel vagone a mie spese per salvare Pelloux dall’infamia di trattare i giornalisti come delinquenti comuni!
– Ci lasceremo tagliare i baffi e indossare l’abito del recluso?
La Kuliscioff, che Turati vedeva spesso nella stanza dei colloqui speciali, era determinata a sostenere una battaglia in favore dell’abito del condannato politico. Essa aveva già detto al capoguardia che nessuna guardiana avrebbe osato metterle le mani addosso per farle indossare la veste abbominevole della reclusa.
Federici non ne era molto interessato. Egli diceva che non si disonoravano i condannati politici indossando la toletta del condannato comune. Sono quelli che la impongono loro che si disonorano. La preoccupazione sua era piuttosto se si dovesse lasciare sola la Kuliscioff a sostenere la lotta per l’abito. Valera ricordava che anche i deputati irlandesi, ai tempi delle ultime leggi eccezionali, erano divisi su questa questione. Il più accanito fu O’ Brien – l’ex direttore dell’United Ireland. Egli la considerava una grande battaglia politica e la sostenne non lasciandosi svestire che dopo lotte disperate tra lui e gli aguzzini di Kilmainham – prigione di Dublino. Ci vollero otto carcerieri a strappargli la giacca ed il panciotto. E i calzoni, otto giorni. Egli stette otto giorni in cella, in camicia, senza coperta e senza pagliericcio d’inverno, a costo di crepare di freddo e di starnuti.
Ma poi ha dovuto finire per lasciarsi vestire come gli altri. Mandéville, il quale ha voluto imitarlo, è uscito sconquassato dai pugni ed è morto. E gli altri deputati – Hooper, Sheehy e Carew – che non hanno resistito come O’ Brien, dopo il pugilato in carcere, non sono stati più loro. Anche al Parlamento non si son fatti più sentire che come votanti. L’amico Michele Davitt, che è ora alla Camera dei Comuni ed è stato alla servitù penale, come feniano, per sette anni, non dava alcuna importanza agli sforzi di O’ Brien. Mi raccontava che era del tempo sciupato. L’Irlanda aveva altro da fare che occuparsi dei calzoni di O’ Brien!
A mano a mano che si avvicinavano alla decisione della Cassazione, i colloqui si succedevano ai colloqui in un modo straordinario. Erano parenti, amici, compagni di lavoro che andavano al Cellulare come in processione. Pei condannati, era uno strazio. Passavano da un abbraccio all’altro commossi della commozione altrui. Toccava ai condannati far coraggio ai visitatori! Il Turati risaliva qualche volta sfatto.
– È un supplizio. A momenti, mi facevano piangere!
Romussi, più di una volta, entrava nel cellone colle lagrime negli occhi.
Federici rientrava e si metteva a passeggiare colle mani imbracciate. De Andreis invece si toglieva la giacca – lui non stava mai che in maniche di camicia – la metteva con cura sul letto di Turati, accendeva una sigaretta e ricominciava a mandare a memoria delle declinazioni latine!
Il giorno in cui si seppe l’esito della Cassazione mangiarono con maggior appetito senza punto discuterlo. Lo sapevano anche prima. Il ricorso per loro non era stato che un modo per guadagnar tempo e per aderire alla volontà dei parenti e degli amici che volevano che si andasse fino in fondo. Il dolore comune erano le centocinquanta lire!
– Queste sì, disse De Andreis, che sono state sciupate!
– Rubate! dicevo io.
Dopo la parola della Cassazione fu davvero una pena. Nessuno era riuscito a dir loro il giorno della partenza e ogni sera si separavano coll’ambascia di non rivedersi più per del tempo.
– Ci manderanno assieme?
Turati aveva una pallida speranza di rimanere al Cellulare con la compagna della sua vita o di andare a Pallanza, dove la sua buona mamma avrebbe potuto andarlo a vedere di tanto in tanto senza fare un lungo viaggio. Romussi aveva paura di ritornare a Finalborgo, un luogo maledettamente umido, lontano da Milano, ove gli sarebbero ritornati i dolori artritici. Federici era considerato il fortunato dei fortunati. Lui aveva già scontato quattro mesi dei dodici che gli avevano appioppati e lo avrebbero lasciato a Milano, senza dubbio, a far compagnia al Maffi, il quale era entrato a fare il sesto nel cellone da pochi giorni. Forse non lo si sarebbe neppure galeottizzato.
– Te fortunato! gli dicevano.
Di giorno in giorno, ne passarono dodici. Dodici giorni di ansie crudeli. Facevano il pacco alla sera, dopo essersi salutati con un abbraccio fraterno, e lo sfacevano alla mattina, ricominciando il lavoro di suggestionarsi l’un l’altro.
L’ultima sera, disperati di non partire mai e determinati a non pensare più alla partenza, si proposero di mangiare tutti assieme il pollo alla cacciatora.
– Allora, disse Romussi, vedrete che ci manderanno via. Il pollo alla cacciatora è sempre stato l’ordine di partenza. In Castello abbiamo ordinato il pollo alla cacciatora e ci hanno fatto partire prima di mangiarlo. Lo abbiamo comandato a Finalborgo e ci hanno rinviati a Milano.
Alle due e mezzo della notte del 4 settembre il capoguardia andò nelle celle dei condannati politici a dir loro di alzarsi in fretta che si doveva partire.
Alle tre si trovavano nell’ottagono Romussi, De Andreis, Federici e Valera.
La cella di Turati era illuminata.
Vennero ammanettati e cellularizzati nell’omnibus che li aspettava.
Alla stazione centrale si fecero prima uscire De Andreis e Romussi.
Quando discesero dal predellino della vettura Valera e Federici, gli altri due erano scomparsi.
Turati lo si fece partire per Pallanza mezz’ora dopo, in un omnibus piccolo, che lo aspettava nello stesso cortile.
Egli si era portato via il materiale per scrivere un libro sul socialismo italiano. Ma poi, ricordatosi della sua idea fissa, che in galera non si scrive, smise l’idea per rimpinzarsi di libri.

LA “COLOMBA”
E IL LINGUAGGIO DEI DETENUTI

La “colomba” e il linguaggio dei detenuti non si possono capire bene che dopo sei mesi di cella in una casa di pena o in un carcere giudiziario, dove la voce degli inquilini è perseguitata dalle punizioni che macerano lo stomaco e riducono in una tana sotterranea come tanti animali.
Una volta che siete passati attraverso questo periodo di segregazione completa, con le guardie di custodia quasi sempre in agguato per sorprendervi in flagrante violazione del regolamento, voi entrate nel periodo di adattamento e incominciate a imparare tutte le astuzie che vi aiutano a modificare la disciplina antisociale che impera nell’ambiente dei reclusi.
La preparazione alla vita carceraria, nell’isolamento senza interruzione, vi ha resi più sensibili.
La caduta di un fazzoletto vi fa trasalire come il chiavone che entri nella toppa. Ci sono momenti in cui vi pare di poter sentire le pulsazioni del cuore degli individui che abitano ai fianchi della vostra abitazione. L’udito vi si raffina in un modo che nessuna zampa di gatto può avvicinarsi all’uscio a vostra insaputa. A furia di ascoltare le pedate dell’individuo che vi passeggia sulla testa, siete in grado di distinguere il suo stato d’animo, di indovinare quando il suo pensiero è tranquillo o rassegnato o quand’esso è sottosopra o imperversa per il suo cervello come una tempesta.
Un addio sommesso, uscito da una di quelle buche che chiamano finestre, vi giunge all’orecchio con tutti i larghi della voce squillante e sonora. L’alito diventa, per il recluso, un suono; che va giù a remigarvi nell’anima come un notturno tenero ed elegiaco di Chopin.
Dotati di questa percezione, voi sentite nell’aria la voce di un sepolto come un’armonia lamentosa uscita da un organo toccato da una mano raffinata. È lui che chiama in aiuto la vostra “colomba”, perché ha bisogno di sapere o di comunicarvi una notizia, perché i crampi del suo stomaco lo obbligano a cercarvi un tozzo della vostra pagnotta, perché ha una voglia matta di accendere la pipa o il sigaro, o perché desidera farvi leggere un giornale che gli è riuscito di avere per la via della via.
La “colomba” è una funicella o un attorcigliamento di stracci, di striscie di fazzoletti o di camicie, o di liste di lana o di panno sfilacciate. Tutto è buono, purché si riesca a mettere assieme una specie di corda lunga tre piani di Cellulare. Per coloro che sono condannati in un carcere giudiziario e quindi senza biancheria propria, la “colomba” diventa un problema che non può sciogliere che la pazienza o qualche detenuto sotto processo capace di regalarvi il materiale per farla.
Con la pazienza potete rarefare il tessuto della coperta – del letto, del pagliericcio, dell’asciugamano, del fazzoletto e magari degli abiti che indossate.
Una volta che siete padroni di una “colomba”, voi potete mettervi tra i prigionieri, diremo così, agiati. Voi possedete un tesoro che vi permette di comunicare con tutte le finestre della facciata dell’edificio che vi ospita e delle facciate degli altri raggi congiunti col vostro.
Mi spiego con un esempio.
Supponete che io occupi una cella al primo piano di un ambiente di cento finestre. Le finestre sentono dell’aguzzino. Vedute all’esterno, sembrano grandi buche da lettere incorniciate in un rialzo di granito. All’interno, spaventano il novizio. Hanno l’inferriata staccata dal pietrone che si protende in fuori e impedisce di vedere le altre finestre e di agguantare la funicella che penzolasse dinanzi.
Io ho un solfanello e tutti gli altri miei colleghi della mala vita vogliono fumare. Il solfanello del buon prigioniero deve sempre essere di legno. Con uno spillo, del quale un vecchio frequentatore di carcere deve essere munito, a costo di nasconderselo nella pelle, lo apro in quattro.
Metto i tre quarti nel ripostiglio più recondito della cella, e mi servo dell’altro per accendere un po’ di lisca ravvolta in un mucchietto di filacce per impedirgli di divampare. Con poco solfo sulla capocchia, sarei un cretino se mi dimenticassi dell’esperienza dei miei colleghi. La quale è che non si deve mai passare allo sfregamento senza prima avere strofinato ben bene un bottone di metallo o un chiodo delle scarpe o un legno qualunque.
Sfregando leggermente sulla parte calda o infocata voi potete scommettere che farete pipare tutti.
I miei amici del Cellulare sono tutti pronti e non aspettano che il segnale, che può essere uno starnuto, o un colpo di tosse, o anche una battuta di mano.
Accendo il mio virginia, tossisco, metto fuori dalla finestra la scopetta e aspetto la fune dalla finestra del terzo piano perpendicolare alla mia.
Tutto ciò avviene in un modo rapidissimo. Alla estremità della “colomba” è un peso o un sasso nel sacchetto o nel mucchietto di cenci. Lo tiro a me con la scopetta, vi lego il sacchetto con la lisca che fumacchia internamente adagio adagio, sale, si ferma alla seconda finestra ove è atteso, riprende la via e scompare nella cella di colui che mi ha lasciato giù la fune.
Costui se ne serve e poi getta il sacchetto attaccato alla fune sulla scopetta della cella a fianco.
È questo il movimento più difficile della “colomba”.Ma la mano abituata vi riesce al primo colpo.
Il compagno che l’ha presa ne stacca il sacchetto dalla funicella che viene ritirata, lo appende alla sua “colomba”, se ne serve e lo lascia cadere dalla prima alla seconda finestra, ove sosta come accenditoio e riprende la discesa per fermarsi alla terza finestra dove avviene la stessa operazione di staccarlo da una “colomba” per attaccarlo a un’altra e gettarlo sullo scopino della finestra a fianco.
Mi sono servito dell’esempio più difficile. Gli esempi facili sono con le finestre sopra o sotto o a fianco della mia. Se non ci sono le piantelle (guardie) nel cortile che adocchiano, io sono sicuro, con la “colomba”, di soccorrere e di poter essere soccorso.
Il linguaggio dei detenuti è di una semplicità alfabetica. Lo si impara in mezzo minuto. Ma non si può servirsene che dopo avere esercitato i pugni sulla parete per dei mesi.
Le lettere dell’alfabeto del prigioniero sono ventuno e ciascuna di esse corrisponde a un numero:

a b c d e f g h i l m n o
1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13
p q r s t u v z.
14 15 16 17 18 19 20 21.

Io e un altro siamo in due celle divise da un muro. Non ci conosciamo, non ci siamo mai visti e forse non ci vedremo mai. Ma l’uno desidera di sapere chi è l’altro e tutt’e due vogliamo narrarci la storia dei nostri delitti.
Se io batto undici volte, voi avrete capito che ho battuto una m, mentre se non do che tre colpi avrò segnato il c.
Sono io che invito il compagno dell’altra cella a fare conoscenza o a parlare con me.
Incomincio con una sfuriata di pugni che pare traduca dell’allegria.
Egli mi risponde con altrettante battute precipitate che rappresentano il saluto.
Lo interrogo con due colpi secchi e serrati che vogliono dire: sei pronto?
Egli mi risponde con due battute l’una dietro l’altra che equivalgono a “sono pronto, parla”.
Supponete ch’io voglia domandargli: – Chi sei?
Batto prima tre colpi, poi otto, poi nove, poi diciassette, poi cinque, poi nove. Tra una lettera e l’altra c’è una pausa per dar tempo al mio compagno di battere due colpi e farmi sapere che ha capito.
In meno di dieci minuti io, colla rapidità delle battute, posso fargli sapere chi sono, che cosa ho fatto, quante volte sono stato condannato, se ho l’amante, se sono ammogliato, quando finirà la mia sentenza e in che modo uscirò senza finirla.
La conversazione termina sempre con una sfuriata di battute da una parte e dall’altra, come uno scambio di saluti.
Mi sono spiegato?
Di sera, verso l’ora della campana, le muraglie delle celle diventano i nostri pianoforti. I nostri pugni sprigionano fughe commosse, preludii che vanno nel sangue come tessuti di tenerezza, arie, duetti, finali che si diffondono nella grandiosità dell’ombra, come una fusione di poesia e di musica.

CARLO ROMUSSI

Non si sa se la sua mano e la sua testa c’entrino per qualche cosa nella sua sempiterna attività prodigiosa. Si sa ch’egli è una macchinetta automobile che riempie un foglio dopo l’altro tutte le volte che c’è da scrivere. Al suo tavolo di redazione voi vedete sempre proti e compositori che aspettano originali.
Supponete ch’egli stia scrivendo un articolo sulla esposizione artistica. Gli si dice che mancano ancora due pagine a compilare il numero unico per i bagni. Consegna il manoscritto sull’arte, corre difilato alla stazione balneare senza rivedere lo stampone per riattaccare il filo interrotto e pochi minuti dopo riprende l’opuscolo sui doveri dei cittadini ch’egli deve finire per domani, o la prefazione agli scritti di Carlo Cattaneo che ha promesso fino da ieri l’altro.
Intanto che scrive, passa e ripassa dinanzi il suo tavolo la popolazione che lavora intorno al giornale e alla casa editoriale. Impiegati, fattorini, portieri, telegrafiste, traduttori, personaggi d’amministrazione. Lo si interroga, lo si interrompe, gli si annunciano visite, gli si rammentano nomi o fatti. Ci sono persone che hanno bisogno di vedere il signor direttore, amici che vanno a trovare Romussi, zuppificatori che vogliono infliggergli certe idee su date questioni, veterani del partito che salgono per stringergli la mano e interessarsi della sua salute o della salute della sua signora, archeologi che seggono sulla scranna che trovano per conversare e buttargli, tra un periodo e l’altro, un monumento storico che è stato scoperto, o che si minaccia di demolire o che stanno illustrando. Nel momento in cui si crede stia per incominciare la quiete, entra un filantropo a squadernargli un progetto che deve commuovere e vuotare le tasche ai cittadini, o un segretario di qualche circolo o di qualche associazione operaia che vuole assolutamente ch’egli tenga una conferenza sul risorgimento del Comune o sulla battaglia di Legnano, o un disgraziato che è ansioso di leggere stampato il manoscritto che gli ha portato da tante settimane.
– E questo mio articolo, signor Romussi!
– È sul “bancone”. C’è tanta materia da perdere la testa. Ecco, veda, buttiamo via dei telegrammi per mancanza di spazio.
– Il signor Edoardo Sonzogno lo chiama dabbasso.
Butta lì la penna, passa dagli usci come una folata di vento che schiuda e chiuda fracassosamente, ritorna di sopra stropicciandosi le mani o rosso fino alle tempie, e ricomincia l’articolo su Crispi, parlando tra lui e il manoscritto, come se stesse dettandolo, spesso posando la voce più fortemente su una sillaba che su l’altra.
– L’onorevole Crispi è una vera sfortuna per l’Italia.
Questa vita quotidiana, capace di ammazzare due o tre uomini, è per lui un passatempo. Il lavoro ponderoso, quello nel quale è necessario ch’egli metta i suoi studi e la sua intelligenza, lo fa a casa, mentre altri dormono o si divertono. Dalle sei alle dieci del mattino o per parecchie ore del pomeriggio, egli non si occupa che di archeologia, di storia, di letteratura: Scrive: Milano nei suoi monumenti, Milano che sfugge, Petrarca a Milano, uno studio sul Trionfo della libertà di Manzoni, Sant’Ambrogio o mette assieme un volume di poesie dialettali e italiane che la musa satirica e bernesca produsse prima e durante le barricate del 1848, eccetera, eccetera, eccetera, eccetera, eccetera.
Se sono bene informato, egli è al Secolo da ventinove o trent’anni. Vi è entrato in un modo curioso. Moneta era alla ricerca di un redattore che avesse delle qualità giornalistiche e una coltura che andasse al di là di quella dei soliti giornalisti improvvisati. Un giorno trovò per la strada Leopoldo Marenco, il romantico del palcoscenico d’allora.
– Senta, professore, non saprebbe mica aiutarmi a scovare un giovane che abbia imparato qualche cosa e facilità di scrivere?
Il professore di letteratura si passò la mano sulla fronte.
– Eh, proprio, è difficile. Ne ho conosciuto uno, quello sì… Era un diavolo che sapeva scrivere drammi, novelle, brani di storia, biografie… La sua penna andava come il vento.
– Se è morto non parliamone.
– È vivo. Ma non so dove sia andato a finire. Aspetti, deve essere a Pavia. Credo che studii legge. Certamente non vorrà smettere per fare il giornalista.
In allora, per spiegare la frase dell’autore della Celeste, non erano che gli scapigliati che si compiacessero di prendere delle sbornie coll’inchiostro di redazione. Erano giovani pieni di coraggio e anche d’ingegno o degli studiosi che volevano farsi largo, ma irregolari nella vita e nel lavoro. Nessun direttore poteva contare sul loro articolo pel numero di domani. Gli editori pagavano poco o niente e i giornalisti di professione, come è naturale, non esistevano. Non esisteva che la bohême chiassosa, buontempona, nottivaga, capace di annunciare in prima colonna e in corpo dieci che i redattori avevano orgiato e non potevano quindi scrivere l’articolo di fondo o l’appendice drammatica!
Un anno dopo, Moneta rivide il padre del Falconiere e lo pregò di procurargli un giovanotto che avesse la stoffa del giornalista.
– Fra i miei scolari passati e presenti non ne conosco uno. Non potrei suggerirle che quello dell’anno scorso. Quello là ha tutte le attitudini per uno scrittore di giornale. Ha una penna pronta, sollecita, che si piega a tutte le movenze di uno stile facile. Ha letto molto. È una biblioteca ambulante.
– Me lo mandi, dunque!
– Vedrò di cercarne l’indirizzo.
Un giorno, in cui il pensiero di Moneta era lontano le mille miglia dal redattore che gli doveva mandare il Marenco, si sentì annunciare il dottor Carlo Romussi.
– Passi.
Fisicamente non gli fece una grande impressione. Non gli si era presentato che un omino il quale non lasciava supporre in sè tanta resistenza al lavoro. In due parole s’intesero. Il Romussi faceva pratica d’avvocato ed accettava volentieri di passare a teatro le serate come critico d’arte. Moneta voleva qualcosa di più di un critico d’arte, ma per il momento si accontentava.
È inutile ch’io dica dei suoi ideali drammatici. Tutti sanno che il Romussi in arte e in letteratura non è stato figlio del suo tempo. Egli è entrato nel giornalismo come un vecchio che sente e difende le glorie virtuose del passato. Assoluto come tutti quelli che credono di avere il monopolio della verità, ha sempre dato addosso o ignorato la gioventù che ha portato sul palcoscenico e nel romanzo o sulla tela o nel marmo la vita con le sue grandezze e coi suoi orrori. Zola fu uno dei suoi boicottati fin a ier l’altro. La Duse, per lui, è rimasta un’artistaccia di provincia. Ibsen non gli uscirà mai dalla penna che come un degenerato del teatro.
La fortuna del Secolo data dalla guerra franco-germanica. Il Moneta simpatizzava per la Francia antimperiale e la tiratura salì vertiginosamente dalle otto alle venticinque mila. Era un trionfo giornalistico che bisognava conservare migliorando il servizio. E Moneta assunse, come cronista a ottanta lire il mese, l’avvocato Carlo Romussi.
Il suo primo articolo fece scalpore. Gli altri giornali avevano narrato il giorno antecedente un grave scandalo contro un patrizio milanese. Moneta, giudizioso e temperato, non volle lasciar correre la notizia se non dopo essersi informato personalmente che esisteva una querela e che c’erano i genitori i quali affermavano che la loro figlia minorenne era stata deflorata da un duca. Romussi non fu che l’esecutore. Avuto l’incarico dalla direzione, si mise al tavolino a fianco della vecchia scrivania del direttore e scrisse più di una colonna colorita, spigliata, nervosa, paragonando il violatore di fanciulle al Borgia crapulone. Venuta la minaccia di una querela per diffamazione, e sinceratisi, con le visite mediche, che la ragazza era virgo intacta, il Secolo trangugiò uno di quei rospi vivi che non lasciano sopravvivere che la buona fede del giornale.
La cronaca composta di note aride e di fatterelli che facevano sbadigliare, divenne, nelle mani del Romussi, una rubrica importantissima. A poco a poco del Broglio del Pungolo – il quale passava per il cronista sommo della Risottopoli per le sue noterelle patrie e per avere introdotto, tra i fatti cittadini, le notizie che la questura comunicava a lui solo – non rimase più nulla. La cronaca si era elevata, Romussi l’aveva intellettualizzata, allungata, drammatizzata e resa indispensabile. Con lui i pennivendoli più sfacciati della cronaca cittadina sono stati obbligati a divenire più prudenti o a frenare la loro ingordigia.
Egli è ora direttore del Secolo, di quasi cento mila copie, ma io, a costo di farmi lapidare, persisto a credere che sia in lui più l’uomo di lettere che il giornalista. Chi ha letto i suoi lavori e specialmente Milano nei suoi monumenti – un’opera che quando sarà terminata rappresenterà la sua gloria – non può venire che a questa conclusione. Egli è un illustratore passionato. Charles Dickens è stato il primo direttore del Daily-News a due mila ghinee l’anno. Ma anche i suoi più grandi ammiratori hanno dovuto convenire che la sua tendenza era verso l’immortale Pickwick. Romussi è sempre pronto a buttar giù, lì per lì, qualunque soggetto. Ma il giornalismo moderno non si contenta della vitesse della penna. Esso esige tutta l’attività di un uomo anche se quest’uomo non scrive mai un articolo. I più grandi direttori dei più grandi giornali del mondo scrivono pochissimo. John Dilane, l’autore, si può dire, del Times dei nostri giorni, non fu mai a writer. Non scrisse che qualche articolo tra un anno e l’altro. Ma i suoi biografi sono concordi nel dire che egli era il Times.
Carlo Romussi è pieno di cuore, ha ridondanza di affetti ed è un amico, se vi dà veramente la sua amicizia, prezioso. Egli è capace di dedicarvi l’esistenza. La sua intimità con Cavallotti, la sua affezione per Cavallotti, la sua idolatria per Cavallotti sono cose di ieri. Nessuna donna ha amato il poeta anticesareo coi trasporti del direttore del Secolo. Per degli anni egli non ha veduto che cogli occhi di lui, non ha palpitato che col cuore di lui e non ha avventato un’idea politica che non fosse un idea cavallottiana. Ed è stato un errore. La devozione di Pilorge per Chateaubriand mi commuove. L’uomo privato può darsi il lusso dell’adorazione. L’uomo pubblico, il direttore di un giornale, non può sposare un uomo con le sue virtù, con i suoi difetti, con le sue aspirazioni, con le sue beghe personali. L’uomo è un individuo, il giornale è una istituzione, è un veicolo che deve andare in casa di tutti come un informatore. Cavallotti può odiare il socialismo e i socialisti fin che gli pare e piace. Il Secolo non può, non deve seguirlo. E con Romussi, ipnotizzato da Cavallotti, il Secolo ha ignorato per degli anni il socialismo e i socialisti. Non ne ha più parlato. Per lui non esistevano o non erano mai esistiti o erano morti. Boicottare un partito per delle bizze personali vuol dire rendere un cattivo servizio ai lettori che pagano per essere informati di tutti gli avvenimenti e alla amministrazione che pubblica il giornale per arricchire il suo editore o dare grossi dividendi agli azionisti. Boicottate un uomo pubblico o un partito o una notizia e voi sopprimerete dei lettori. Il giornale, che non è superiore ai rancori personali, che non sa essere imparziale cogli amici e coi nemici, che ha delle antipatie e delle simpatie, che omette questo fatto ed esclude quest’altro, perde il diritto a questo nome. Diventa l’organo di Tizio o di Caio, ma non è più un giornale nel significato professionale.
Carlo Romussi è nato a Milano il 10 dicembre 1847.

LA TRISTEZZA DI NATALE

Ci siamo alzati, come gli altri giorni, al suono del din din, dan dan della campana del reclusorio. I miei compagni parevano tante mutrie. Rispondevano al buon giorno e agli augurii con dei buon giorno e degli augurii secchi, come gente che si sarebbe morsicata se non ci fosse stato di mezzo il galateo. Don Davide andò a dire le tre messe alle muraglie della cappelletta addossata alla muraglia dell’infermeria, dicendo di non aspettarlo che non avrebbe bevuto il caffè al ritorno.
L’intervallo tra il caffè e l’aria fu sepolcrale. Passeggiavamo in su e in giù, con le mani sulla schiena, con la faccia rabbuiata e con gli occhi che parevano altrove. Il latrinaio, che ci aveva salutati con tutti i complimenti che aveva potuto raccogliere la sua testa, rimase senza risposta.
– Signori, buon Natale e tanti anni come questi!
Parecchi di noi lo avrebbero sprofondato. Asino porco di un amazza donne, non è buono neanche di essere gentile!
Va all’inferno!
– Aria!
– Ci lasci almeno prendere il caffè, signor sottocapo. Un minuto, meno di un minuto.
Il caffè era squisito. Era stato fatto dalla mano maestra del Federici che non lo beveva. Don Davide prese la chicchera senza ricordarsi dell’ordine che aveva dato. Il moka ci lasciò immusoniti più di prima.
Andammo all’aria come a un funerale. Nel cortile eravamo sbandati. Ciascuno passeggiava per proprio conto. Pareva che l’uno non volesse avere contatto con l’altro. Ritornammo nella camerata accigliati e taciturni. Chiesi sedette sulla branda piegata e si sprofondò in una Histoire de la Commune illustrata, don Davide si sommerse nel Breviarium romanum che teneva sempre sul tavolo, Federici aperse il Dodo – un romanzo che riproduce la vita intima inglese e lascia sentire l’odore della classe che dipinge. Lazzari si rimise sulla figura che stava disegnando con gli occhi torvi e l’aria di un mastino che avrebbe addentato il polpaccio del primo che gli si fosse avvicinato. Suzzani ricominciò a percorrere lo stanzone senza zuffolare l’inno dei lavoratori, la sua aria favorita che ci regalava dalla mattina alla sera senza perdere di lena – e Ghiglione, il tremendo Ghiglione che aveva sobillato con fervore i terrazzani di Niguarda, si era gettato a capofitto in un manuale di musica da quindici centesimi. La colazione passò nel silenzio. Ciascuno mangiava quello che aveva ordinato senza dire una parola. La sola cosa in comune fu una bottiglia della cassetta che ci aveva inviato il buon Quadrio, direttore della Valtellina di Sondrio. Era un vino eccellente che non bevevamo da un pezzo.
– Buono, dissi vuotando il bicchiere.
Nessuno rispose. Pareva avessi detto loro una insolenza.
Dopo la colazione entrò il sottocapo con un immenso pacco di lettere e di biglietti di visita e una manata di telegrammi. Si buttarono loro sopra come avari che ricuperino il sacco dei denari che credevano perduto per sempre, e si ingolfarono nella lettura intima senza lasciar trapelare un pensiero dei tanti pensieri che erano loro giunti.
Le sole cose che riferivano erano i saluti o gli augurii nei quali fossimo compresi tutti od alcuni di noi.
– Il tale vi saluta tutti!
– L’Aliprandi saluta anche te, Paolino.
– Grazie.
– Il tale augura a tutti buon Natale!
Tra i tanti telegrammi ricevuti nella giornata ricordo quelli di Bertolazzi, i quali riuscirono a smutriare qualcuno.
– Buon Bertolazzi!
– Buonissimo!
Lungo l’asse che correva al dorso della parete erano parecchi panettoni. Furono essi che incominciarono a dar vita alla conversazione.
– Che ce ne facciamo? Non possiamo mangiarceli tutti.
– E se ne dessimo uno ai poveri forzati? I reclusi del maggio ricevono qualche cosa, hanno forse ricevuto tutti qualche cosa. Mentre i perpetui e gli a tempo con la catena, non sono ricordati neppure dai parenti. Chi ha vergogna di loro e chi li dimentica come individui morti. E se ne dessimo una fetta, a tutti loro? C’è questo del Mascarini, offelliere di Milano, mandato a don Davide. È grosso come un cetaceo.
Federici non si fece ripetere l’interrogazione. Se lo portò sul tavolo e con una cordicella si mise ad affettarlo.
– Quanti sono?
– Ventinove o trenta.
Incaricammo di distribuirlo don Davide Albertario. Fu una scena commovente – una scena che inumidì gli occhi di tutti coloro che hanno potuto essere presenti. I forzati si alzarono in piedi, rimanendo vicini al loro stramazzo, visibilmente commossi. Era forse la prima volta in tanti anni che sentivano parole dolci pronunciate da una persona che li capiva.
“A nome dei miei compagni della quinta camerata – disse loro don Davide – vi dirigo il saluto in questo giorno di pace; come prete, io vi auguro la benedizione di Gesù Cristo che consoli il vostro cuore: accettate questo segno dei sentimenti del nostro cuore desideroso del vostro bene”. E incominciò subito la distribuzione. I volti duri dei galeotti si ingentilivano. Dal loro occhio scendevano le lagrime. Don Davide piangeva e noi, che vedevamo tutto dalla nostra cancellata, eravamo profondamente inteneriti. Si rimaneva a bocca aperta dinanzi alla commozione di tanti galeotti che avevano scannati gli uomini, massacrate le donne, fatto in quattro i padroni e distrutte le famiglie a colpi di coltello.
Don Davide mi prese sotto il braccio e mi disse:
– Avete notato che piangevano? Dinanzi al prete vestito d’assassino come loro, reo solo di avere professata la sua fede con maggiore sincerità e fervore, si sono sentiti le lagrime agli occhi. Non sono dunque completamente perduti. Credetemi, l’uomo che ha ancora la rugiada del cuore, è ancora un essere redimibile. Sembravano degli agnelli. Perché non vi sarà maniera di rendere duraturi nell’anima di quegli sventurati questi nobili sentimenti e di ricondurli alla buona via?
“Ve lo giuro sull’anima mia: non dimenticherò mai questo momento del Natale in galera. È un episodio che mi resterà nella memoria in eterno. Mi hanno intenerito come un fanciullo”.
– Diamo loro un altro panettone.
– Se si potesse, figuratevi!
Durante la giornata abbiamo avuto la visita del capo guardia prima e del direttore poi. Il primo ci parlò delle sue noie con dei prigionieri politici nello stabilimento. Per suo conto avrebbe voluto che ci avessero lasciati andare oggi piuttosto che domani. Non c’era più modo di aver pace. Parevamo gente in relazione con tutto il mondo. Una volta non si vedevano i portalettere che per la Direzione. Adesso il reclusorio è diventato un ufficio postale. Vi arrivano carri di pacchi postali, furgoni di biglietti di visita, centinaia di vaglia e di cartoline-vaglia, specialmente per don Davide, mucchi di telegrammi. Stamattina ne abbiamo ricevuti più di cento. E non sono mica gli altri che li registrano. Tocca ai poveracci dell’amministrazione. Non c’è più tempo neanche di mangiare. Si sciupa un paio di scarpe al giorno. Si sale, si discende e non la si finisce mai. E lui, per compenso, si trova con le scarpe rotte da pagare. Il bel mestiere che ha scelto! Doveva fare… Basta, ora è troppo tardi. Le responsabilità poi sono tutte sulle sue spalle. Speriamo che oggi la vada bene e non accadano disordini. Sarebbe lui la vittima. Perchè il capo guardia dovrebbe essere dappertutto. Dabbasso, a ricevere, a rispondere, a registrare, e di sopra, con un occhio in ciascuna camerata. Bel mestiere che è fare il capo guardia con poco più di tre franchi al giorno! Speriamo che tutto passi via tranquillo e che si lasci fare un po’ di Natale anche al capo guardia…
– Senta, signor capo guardia, non si potrebbe mica avere qualche sigaretta di quelle che mi hanno ritirate?
– Quest’altro, adesso! Vorrebbe la gallina e poi anche l’ovo. Vorrebbe farmi nascere la rivoluzione. Una sigaretta… guai se si sentisse il fumo… Tutti gli altri vorrebbero fumare. Si starebbe freschi. Mancherebbe che ci fosse anche il permesso della sigaretta per far diventare il reclusorio uno spaccio di tabacchi.
Il direttore era stato in tutte le camerate a fare una specie di predicozzo sui doveri del condannato e a incoraggiare i reclusi a sperare nella grazia sovrana. Lo ascoltavano in silenzio, in piedi, tra una branda e l’altra, e lo lasciavano voltar fuori con dei viva l’amnistia! che forse lo facevano sorridere.
A noi non disse che qualche parola insignificante e non parlò, con deferenza, che col Chiesi, il quale sembrava nelle sue grazie. Io lo vedo ancora passarci in rivista col cappello calcato in testa, col bavero del paltò alzato e con le mani in tasca. Col suo sguardo truce e la sua voce da terrorizzatore, non mi invogliava a vederlo, tra noi, per un pezzo.
Noi poi, escluso sempre il Chiesi, non avevamo ragione di essergli riconoscenti. A Federici aveva negato parecchie cose che lo avevano fatto imbestialire più di una volta. A Lazzari aveva fatto sequestrare tutti i suoi disegni dopo che erano stati finiti. Tra gli altri eravi un don Davide vestito da galeotto e alcune guardie alla nostra cancellata, che avrebbero potuto illustrare qualche pagina del mio libro. A me non lasciò mai scrivere una lettera senza farmela copiare e ricopiare per delle inezie o delle parole contrarie al suo gusto letterario. A don Davide ne fece di quelle da farlo venire di sopra con gli occhi pieni di pianto.
Una volta che il direttore dell’Osservatore Cattolico si era permesso di mettere, per distrazione, le dita sulla scrivania del direttore, il signor Reoboamo Codebò gli disse in tono grave:
– 2557, tenete giù le mani!
Un’altra volta… Ma non ricordo più bene il perché. So che gli si doveva comunicare qualche risposta ministeriale a una sua domanda e che la comunicazione gli era stata fatta in un modo brutale o da fargli capire ch’egli non era più che un numero di matricola.
Eravamo nel periodo della fame, quando stavamo in piedi con la pagnotta e la minestra. Noi eravamo già tutti intorno la panca che ci serviva da tavola. Ritornò di sopra con la faccia che pareva un temporale.
– Che cosa vi è accaduto?
Stette in forse se mangiare o buttar via la gamella.
– Mi è accaduto… Mi è accaduto che mi si è detto chiaro e tondo che io non devo considerarmi ormai più che il 2557 e io ho dato fuori. Sissignori, ho dato fuori! Dunque, dissi al direttore, mi considerano e intendono trattarmi come un vero delinquente? Sia! La prego però di darmi la carta per scrivere al ministro Pelloux che mi faccia fucilare! Laggiù non si conosce che cosa sia la dignità umana e io gliela farò imparare!!
Noi ci guardammo tutti in faccia come spaventati. Non lo avevamo mai veduto con gli occhi stralunati e le guance convulsionate dallo sdegno.
– Calmatevi, don Davide.
– Anche il direttore dopo avere veduto che mi aveva indignato mi ha detto di calmarmi. Non si è più padroni di sè quando ci si dicono certe cose!
– Mangiate la minestra che è quasi fredda e passate sopra alle parole che vi possono dire in un luogo come questo.
– Siete o non siete il 2557? – gli diss’io ridendo e facendolo ridere.
– Lo sono. E si mise a manducare.
La novità del giorno di Natale è stata che abbiamo potuto, per la prima volta, mangiare sulla tovaglia candida, avere il tovagliolo candidissimo e servirci dei cucchiai, delle forchette e dei cucchiaini di metallo. Era della roba che ci aiutava a rientrare nella società che stavamo per dimenticare. Mancavano a completare la tavola imbandita i coltelli – arnesi pericolosi per della gente in galera.
L’allegria era assente. Si iniziò il pranzo con un bicchiere di vino bianco di botte e con del prosciutto tagliato di fresco. Assaggiammo una minestra stata cotta sul fornello della trattoria esterna e attaccammo, con qualche appetito, un tacchino di Filighera e dei polli stati allevati in Liguria, che mandavamo giù tra una forchettata e l’altra di insalata giovine. Giungemmo al zabaglione dopo avere vuotate parecchie bottiglie valtellinesi, senza dire una parola che valesse la pena di essere ricordata sul palinsesto della mia memoria.
Il pensiero dei miei compagni era probabilmente intorno il collo dei loro cari. Chiesi pensava alla sua mamma, Federici alla sua signora e alla sua bimba che spasimava di vedere, don Davide alla sua Teresa, la sorella che lo idolatra e Suzzani a sua madre che nominava sovente.
Potevamo star su fino alle dieci.
Alle otto eravamo tutti a letto.
Chiesi russava maialescamente da dieci minuti.

GUSTAVO CHIESI

Gustavo Chiesi è uscito dalle pagine di Mazzini. Tutto ciò che è regio non entra nei suoi ideali. Tutto ciò che è frivolo non partecipa della sua esistenza. Le sue alte aspirazioni sono per una Repubblica di repubblicani ammodernati dalla vita pubblica.
In un periodo di specialisti, egli è rimasto l’uomo di una coltura straordinaria. Volgendosi verso la montagna della sua produzione, si può credere che egli abbia dato fondo all’universo. Si è occupato, con competenza, di tutto lo scibile umano. Di storia, di scienza, di letteratura, di invenzioni, di geografia, di arte, di navigazione, di questioni agrarie, di strategia militare, di industria, di drammatica, di legislazione. Egli ha biografato mezzo mondo. Da Dante a Cimarosa, da Leonardo da Vinci a Cavour, a Cantù, a Crispi. Non c’è uomo illustre nella storia e nel rinascimento patrio che non sia entrato nella sua collezione illustrata.
Self-made man del giornalismo italiano, egli si è scelto un motto inglese adatto alla sua pertinacia di lavoratore: time is money – il tempo è danaro. Con una testa costantemente in eruzione e convinto che “la volontà è l’anima dell’ingegno e la vittoria del progresso”, egli resiste al tavolo fino ai crampi nella mano. Passa indifferentemente da un soggetto all’altro, senza bisogno di sosta. Smette l’articolo politico e riprende la continuazione dell’appendice, consegna al proto la pagina critica e si riversa sull’Italia irredenta – una pubblicazione che deve “tener vivo nelle masse il sentimento della loro nazionalità, il retaggio sacro della lingua, la speranza di una rivendicazione avvenire”.
È difficile trascinarlo in una conversazione che gli faccia perdere il tempo e il danaro, ma una volta ch’egli si decida per il riposo, vi trovate con un causeur nel vero senso della parola, con un uomo il quale sembra non abbia fatto altro nella vita che occuparsi di salotti aristocratici o di aneddoti politici o di musica wagneriana. Verso sera, quando si aspettava la luce elettrica o si flanellava, gli abitatori della quinta camerata lo ascoltavano tra una meraviglia e l’altra.
Pareva Villemesant o Rochefort che stesse dettando le sue memorie. Si andava dall’Africa – ove era stato due volte come corrispondente del Secolo – al palcoscenico di una prima donna che ha fatto storia – nel dietroscena di Caprera quando donna Francesca rimase col generale – alla redazione di un giornale che si ricorda ancora – a un periodo tumultuoso che egli sapeva rimettere in piedi tale e quale, colla data, cogli incidenti, cogli attori principali, sceneggiando il disastro o il trionfo coi colori di una tavolozza arciricca. Un semplice paesucolo sconosciuto diventava nella sua bocca di un interesse sommo. Ce lo circondava delle industrie e degli uomini della regione e ci diceva l’avvenimento che lo aveva reso celebre.
Pur pensando a Cavallotti quasi balbuziente, dubito che il Chiesi abbia qualità oratorie. Gli mancano i mezzi vocali e l’inconsapevolezza di Castelar che sa stare sulla piattaforma con la tranquillità di uno scrittore a tavolino.
Il processo del tribunale di guerra è riuscito a propalare assai più il suo carattere, la sua produzione letteraria, la sua attività giornalistica.
Prima, quantunque avesse scritto una ventina di romanzi, descritta l’Italia da un capo all’altro, il suo nome non era nelle moltitudini come oggi. Giornalista che aveva nutrito una legione di giornali, gli mancava la simpatia nazionale che gli ha data una condanna la quale ha fatto fremere anche coloro che sono agli antipodi de’ suoi ideali politici.
In Gustavo Chiesi è l’imperturbabilità grandiosa di Danton che dice al carnefice di mostrare la sua testa al popolo. È rimasto sul banco degli accusati di un tribunale militare come uno stoico. Se ha aperto bocca, non è stato per proteggere la sua prosa giornalistica, ma per salvare i suoi cooperatori e adempiere al dovere di direttore.
– Io non ho da dire che due brevi cose.
“Primo, ringrazio i miei difensori per la grande dottrina colla quale mi hanno difeso. (Era stato difeso dai tenenti Giglio e Corselli). Secondo, dichiaro sulla mia parola d’onore che il Cermenati si recò a Pavia e a Piacenza soltanto in qualità di redattore del giornale, e per nessun’altra ragione”.
E quando Bacci, il sostituto avvocato generale in missione, escluse dal numero dei colpevoli Ulisse Cermenati e Arnaldo Seneci, amministratore dell’Italia del popolo, sulla faccia del direttore si diffuse la consolazione. Egli respirava più liberamente. La reclusione degli amici gli sarebbe pesata sul cuore come un martirio.
In galera nessuno lo ha mai sentito lamentarsi. Egli lavorava dalla mattina alla sera e non sostava che per pensare alla vecchia madre che lo piangeva disperatamente.
Pochi idolatrano la famiglia dei genitori e contribuiscono al suo benessere come Gustavo Chiesi.
Egli è stato eletto deputato mentre era nel reclusorio di Finalborgo e Forlì continuerà ad eleggerlo per un pezzo, perché Gustavo Chiesi non è di coloro che si abbandonano subito dopo che la giustizia delle masse ha stravinto la giustizia delle classi.
Conosciuto, lo si ama per la sua intelligenza; per la sua bontà e per la saldezza dei suoi principii.
In questi tempi di uomini di carta pesta, un uomo di bronzo, come Gustavo Chiesi, diventa, in un ambiente legislativo come il nostro, un tesoro nazionale. Tiene in piedi anche i legislatori di pasta frolla.
È dotto, è una biblioteca ambulante ed è una penna incorruttibile che perseguita i corrotti.

A FINALBORGO
STUDIO DEGLI ALTRI GALEOTTI

Ci fu un galeotto che ci disilluse tutti. Era il cuoco del bettolino – un buon diavolo cogli occhioni pieni di lampeggiamenti e con le ganasce lardose. Aveva per noi della vera affezione. Coi pochi centesimi che potevamo spendere, si struggeva per farci mangiare meno scelleratamente che poteva. Soprattutto era pulito. Ci portava alla mattina una minestra per venticinque centesimi, la quale, in galera, potevamo dire buona e delle porzioni di gnocchi di patate che mandavano in visibilio Romussi.
– Neanche la mia cuoca saprebbe cucinarli così bene!
Gustavo Chiesi, che si interessava assai poco della vita del reclusorio e che giurava, di tanto in tanto, che non avrebbe mai scritto una riga sulla sua prigionia, aveva della tenerezza per il cuoco. Ci diceva che, se andava fuori, voleva fare qualcosa per lui, perché lo meritava. Sapevamo che era un fratricida, ma avevamo la sua parola d’onore ch’egli era innocente. Secondo lui, non fu che il caso che lo fece trovare nella stanza ove un altro suo fratello scannava il terzo. In galera poi non si può pretendere di trovare delle mani immacolate.
Una mattina che avevamo più fame del solito, lo aspettavamo andando in su e in giù per la camerata e gettando occhiate per il corridoio attraverso la spia.
– Ma questo cuoco?
Giunse in vece sua un recluso dei fatti di maggio. Che aveva? Era egli ammalato? Nessuno ne sapeva niente e nessuno ci voleva dire niente. Alle nostre interrogazioni, si rispondeva con smorfie che suscitavano una curiosità maggiore. Che cosa gli era capitato? Il direttore lo aveva condannato a quindici giorni di cella di rigore e di camicia di forza. Che cosa aveva fatto? Quando lo sapemmo, lo buttammo tutti idealmente dalla finestra, come si fa con una persona della quale non si voglia più ricordarsi. Egli si era appaiato con uno della sua specie.
Dopo quest’uomo triviale che ci ha trascinati nei bassifondi della malavita, è una consolazione ritornare alla superficie dove sono esseri di una morale un po’ più sostenuta.
Il 598 era il modello di tutti quanti ho conosciuti. Egli gode la fiducia del direttore e non ne abusa. È fedele, è rispettoso, è astemio e lavora dalla mattina alla sera come un martire. Va da un corridoio all’altro senz’essere accompagnato dalla guardia. È il solo che esca tutti i giorni dallo stabilimento – accompagnato, si intende, dall’agente di custodia – a portare la corrispondenza alla direzione dei reclusori ed è il solo che vada fino a Finalmarina a prendere i medicinali.
Un giorno, mentre il buon Pascotto stava spolverando la lampada della nostra camerata, gli domandai perché non scappava.
– Voi non avete più che dodici anni da fare. Ma pensate che la vita è breve, accidempoli! Nei vostri panni io non esiterei un minuto. Mi servirei della casacca per insaccarvi la testa del mio guardiano e obbligarlo a sciupare del tempo a districarsela e poi direi: gambe mie aiutatemi! Continuerei a fuggire senza mai voltarmi indietro.
Non smise neanche di strofinare la lampada. Per lui erano tutte sciocchezze. Lui non era uomo da lasciarsi scaldare la testa. Prima di tutto aveva la sua pena da espiare e non intendeva sottrarvisi se non gli si faceva la grazia. Aveva violata la legge e la legge doveva essere rispettata. Ai suoi tempi era stato un bulo e anche un grassatore di strada. Ma adesso aveva fatto giudizio ed era, per lui, un piacere mantenersi sulla via retta. La fuga poi, per un povero cristo, era una ridicolaggine. Come si poteva scappare colla catena o cogli abiti del galeotto? – E quando siete al largo e cercato dappertutto dagli agenti di polizia, dove andate a nascondervi? La vita del fuggiasco è più grama di quella del recluso. Credetelo. E come troverete da mangiare in giro, senza amicizie e senza denari? Rubando. E io non farò mai più il ladro.
Egli mi rispondeva da uomo emendato, e il mio pensiero incanagliva e trepidava, preparandosi una fuga clamorosa e spettacolosa. Lui mi parlava di ridicolaggine e di catena, e io sentivo il mare che si frangeva fracassosamente sulla spiaggia di Finalmarina. Lui si vedeva inseguito dai cagnotti sguinzagliati dalla giustizia che non dà tregua, e io mi gettavo sul mare supino e, a forza di gambe, raggiungevo la nave straniera che mi accoglieva a bordo a braccia aperte. Il 598 si vedeva impacciato, perseguitato e morto di fame. Io mi sentivo libero, sulla piattaforma inglese o americana, circondato da migliaia di persone che mi salutavano con dei battimani fragorosi e mi riempivano le tasche di dollari o di sterline udendomi raccontare le avventure della mia fuga e il periodo della fame de’ miei amici della quinta camerata!
Il 77 era il lavandaio. Era alto come un palo telegrafico, secco come il merluzzo e giallognolo come la pelle di un giapponese. Con il suo collo esile, sormontato da una testa poco voluminosa, con le sue braccia lunghe appese alle spalle come cose floscie giù rasente il corpo, con la sua faccia piena di rientrature, pareva uno scheletro ambulante.
Gli occhi, nascosti nelle occhiaie profonde sotto le tettoie ossute e pelose, sembravano focolari di delinquenza. Erano in essi i guizzi del delitto che facevano passare per la schiena l’aria fredda. Tutte le volte che lo guardavo, mi obbligava a liberarmi dai fremiti che mi suscitava con degli scotimenti di spalle. La sua bocca a culo di gallina e il suo mento che tirava da sinistra a destra, mi riassumevano il tipo del luogo.
Aveva la mano denutrita e le dita lunghe del fantasma. Si muovevano come tentacoli. Prendevano la biancheria sporca con un movimento meccanico. Sul cuore del 77 era il listone nero del suo trasporto, e sulla sua testa gibbosa era il berretto giallo a spicchio che lo incadaveriva.
Come tutti i sanguinarii, era di modi carezzosi. Parlava con dolcezza e non si lamentava mai della sua sorte. Una volta che gli domandai se pensava di rientrare nella vita sociale, mi offerse una presa di tabacco con una spallata di sprezzo. Pareva volesse dire: Società ingrata, non avrai le mie ossa! I suoi compagni mi dicevano che era religiosissimo. Non mangiava mai senza farsi il segno della croce e non andava mai sulla branda senza prima essersi inginocchiato a ringraziare il Signore Iddio di averlo mantenuto buono anche in quella giornata.
Tra tutti i condannati della quinta camerata preferiva don Davide. Il sacerdote nel camiciotto del recluso gli faceva sanguinare l’anima. Non gli pareva giusto che un uomo di “talento”, come diceva lui, fosse in prigione per avere del “talento”.
Don Davide si soffiava il naso sovente a Finalborgo. Aveva preso un raffreddore che gli era divenuto cronico. E il lavandaio, di nascosto, gli lavava un fazzoletto al giorno e glielo portava pulito e piegato come una cosa proibita dal regolamento.
L’udito del 77 era molto difettoso.
C’era un recluso che aveva già scontato otto anni e che anche nel saio della casa di pena non aveva perduto la caratteristica del mestiere che esercitava prima di essersi intriso le mani nel sangue dei suoi simili. Lo si vedeva e si pensava al palcoscenico. Egli non poteva essere che un calcascene. Il suo viso era una ditta teatrale. Una di quelle facce grassottelle di venticinque anni, con la carne biancastra della gente che va a letto quando la notte sfittisce, con l’ombreggiatura per la mezza faccia della barba fitta e nera che ha subìto il contrappelo e con gli occhioni dalle pupille fulgide nella vivezza lattiginosa che inondano l’assieme di una bontà infinita.
La sua vita di “scrivanello” – una vita che lo lascia libero tutto il giorno e gran parte della notte – non gli ha fatto dimenticare che gli mancano quattro anni, anni che egli chiamava quattro secoli anche quando gli si diceva che la sua liberazione non poteva essere lontana.
Le lettere che riceveva dalla famiglia gli rinverdivano le speranze ogni tre mesi, ma, tra l’una e l’altra del trimestre, aveva dei momenti neri di ipocondria. Gli pareva che più nessuno pensasse a lui. Prima che venisse l’indulto me ne fece leggere una la quale gli dava l’idea che finalmente il sovrano si era commosso del suo stato. Egli era convinto che S. M. stava per firmare la sua grazia. Ma il giorno che mi vide partire senza novità per lui, ricadde nella disperazione.
– “Non mi dimentichi!” mi disse. E dicendolo si asciugava gli occhi, volgendosi dall’altra parte. “Se posso ritornare a casa, le assicuro che non mi vedranno più in questi luoghi. L’ho scontata troppo cara per dimenticare la vita del recluso. Poi ho la mamma e la sorella che mi vogliono un bene dell’anima. Lei ha letto l’ultima loro lettera e può dire se hanno del cuore”.
Di mattina, era addetto al medico. Registrava la medicina da mandarsi a prendere. Dopo, andava per le camerate a raccogliere le ordinazioni mangerecce, e nel pomeriggio, fino magari dopo la mezzanotte, rimaneva con un galeotto perpetuo a preparare gli specchietti del movimento amministrativo quotidiano. Il suo numero di matricola era il 2107.
Prima dell’attore veniva da noi, col libro della spesa e il calamaio attaccato per un lembo di pelle al bottone della giacca, uno scrivanello che aveva ammazzato un carabiniere il quale lo aveva sorpreso a svaligiare una carbona (casa) fuori di porta Magenta. L’omicidio gli aveva dato modo di rimanere fuori dalle unghie della giustizia per parecchi mesi. Ma la gatta, anche dopo una paura maledetta, va al lardo fin che vi lascia lo zampino. E un bel giorno lo agguantarono con degli altri ladri o degli altri grassatori e lo mandarono in galera con una sentenza di vent’anni.
Era recidivo, qualche colpo gli era andato bene e sapeva adattarsi all’ambiente in un modo meraviglioso. Quando la direzione non lo imbestialiva coi conti che gli aveva affidato, non si accorgeva di essere in un reclusorio. Lasciava l’ufficio verso mezzanotte e dalla spia della nostra camerata lo rivedevamo al lavoro prima delle quattro.
Qualche volta, se la guardia che lo accompagnava non gli era vicino, gli dicevo che faceva male a lavorare tante ore in un periodo in cui gli operai che mangiano meglio si agitavano per un orario quotidiano di otto. Vi ammalerete e andrete al cimitero senza rivedere Milano.
Mi rispose che stava meglio in ufficio che in infermeria, ove poteva coricarsi e alzarsi presto senza svegliare alcuno. L’infermeria è uno stanzone lunghissimo con delle finestre libere dai cassoni e con due filate di letti quasi sempre vuoti.
– Come, vi lamentate di dormire sulla materassa?
– Non mi lamento, ma lei non sa…
– Datemi del voi, gli dissi celiando. Sapete bene che il regolamento proibisce ai detenuti di servirsi di un pronome che non sia di seconda persona plurale.
– Giusto, voi non sapete che in letto – anche sulla materassa – sto male. È l’unica cosa alla quale non sono mai riuscito ad abituarmi. Il galeotto è incatenato alla branda. Ora, mettetevi nella mia posizione, e vedrete che darete la preferenza al pisolino sulla scranna dello scrivanello. La lunghezza della catena non mi permette che di mettere il piede in terra dalla parte dell’anello e di rimanere, se non voglio scorticarmi, in una posizione supina. Il letto, per me, è una tortura.
Fu lui che ci iniziò ai pasti dei peperoni, dei pomidori, dell’insalata di cipolle e di patate coll’aglio e di fagiolini tirati fuori dalla pasta del convento, quando la minestra era coi fagioli. Egli è piuttosto piccolo, con la pelle sulla faccia scura e butterata, con gli occhi un po’ loschi e con le estremità del taglio della bocca non esattamente equidistanti. È tutt’assieme una figura rapace.
Lo abbiamo perduto per avere alzato il gomito. Poco abituato a bere, un giorno era riuscito ad ubriacarsi. Lo trovai nel letto della infermeria incatenato alla branda, con la cuffia di cotone bianco sulla fronte, che stava aspettando la sbriacatura.
– Che cosa fate? gli domandai.
– Non ho potuto alzarmi alla solita ora per un po’ di vino brusco. Accidenti al vino brusco!
All’indomani, o qualche giorno dopo, il direttore lo mandò nell’altro reclusorio a mia insaputa e io non ho potuto restituirgli lo Stecchetti che mi aveva imprestato per passare il tempo.
Lo scrivanello lo sapeva quasi tutto a memoria.

COSTANTINO LAZZARI

Tra l’ottanta e l’ottantatrè i pionieri del movimento marxista continuavano a battere il chiodo che, se si voleva organizzare i mestieri, bisognava costituire un partito puramente operaio, il quale, a suo tempo, avrebbe potuto trasformarsi in partito socialista italiano. Parecchi operai, che studiavano e frequentavano i circoli di studi sociali, si misero a concionare in questo senso, e subito dopo la morte di Carlo Marx la loro organizzazione si potè dire iniziata.
Ormai, si disse, l’operaio farà da sè. Chiunque si occupava di questioni sociali e non aveva i calli del lavoratore alle mani, veniva considerato una specie d’intruso. Lo si vedeva negli angoli dei meetings come un rognoso.
Coi pregiudizi che pullulavano nella testa operaia e con la stampa che blatterava di progresso e dava eternamente ragione agli intascatori di lavoro non pagato, senza un giornale che stimolasse, che aiutasse, che confortasse, che difendesse e che rivelasse la vita che si svolgeva negli stabilimenti padronali, gli operai non avrebbero potuto tener duro.
Un giornale era necessario. Senza di esso sarebbero stati calunniati, schiacciati. Non si domandarono neanche chi di loro sapeva scrivere o chi di loro sapeva mettere assieme un foglio qualunque. L’esperienza li avrebbe fatti andare sulle pedate degli altri. Il loro partito era nuovo e nuovi dovevano essere gli scrittori.
Non si trattava di scrivere in ghingheri. Si trattava semplicemente di dire chiaro e tondo che cosa volevano, dove tendevano, a che cosa aspiravano. Non altro. E il Fascio Operaio – voce dei figli del lavoro – il 29 luglio 1883 era già nelle mani del pubblico. Lo scopo della pubblicazione era condensato in queste parole di Malon stampate a destra, in corpo otto, sotto il titolo del giornale: “Se non pensano a far da loro gli operai italiani non saranno mai emancipati”.
Nel primo articolo intitolato “chi siamo e che cosa vogliamo”, dicevano apertamente che erano “operai nel più stretto senso della parola, cioè, operai manovali”.
“Siamo i figli di quella immensa moltitudine a cui la vita non è concessa che a patto di una perenne produzione – di quella classe che lavora e soffre, senza adeguati compensi – che vede il frutto delle proprie fatiche aumentare le ricchezze dei capitalisti”.
L’attività dei redattori del Fascio Operaio era infaticabile. Restando al lavoro, tenevano conferenze ogni sera, organizzavano la lega di resistenza ogni volta si trovavano coi compagni, e scrivevano articoli ogni settimana. In due mesi la “voce dei figli del lavoro” seppe preparare e inaugurare un Congresso operaio a cui il Fascio mandava il suo saluto “perché i congressisti erano puramente dei lavoratori che si ispiravano alla loro coscienza di lavoratori”.”Siate uomini nuovi, diceva loro. Due siano le vostre stelle polari. L’eguaglianza di tutti gli uomini in faccia alla giustizia e l’indipendenza della personalità umana”.
Il Fascio Operaio discuteva i problemi operai, polemizzava coi giornali che si occupavano dei redattori e dei loro articoli, decomponeva, a poco a poco, il Consolato operaio nelle mani dei romussiani, e attaccava, con qualche violenza, la democrazia al dorso del Secolo, chiamandola “vile”. Cavallotti, che fino dai tempi del Gazzettino Rosa aveva imitato don Margotti, tenendo nella sua casa il casellario degli uomini pubblici – casellario che se venisse pubblicato adesso sorprenderebbe molti e susciterebbe polemiche infinite – si era occupato anche dei redattori del Fascio e specialmente di Costantino Lazzari, il quale, oltre essere il redattore capo del Fascio, era l’anima del partito operaio.
Per capire l’importanza dell’accusa contro Costantino Lazzari, bisogna ricordarsi che nell’86 Cavallotti aveva già assunto il carattere di leader parlamentare ed aveva già iniziato il sistema di inseguire e snidare i corrotti dovunque li trovava o li sapeva.
Nel salone dei Giardini Pubblici, ove aveva finito di parlare Cavallotti sulle elezioni generali, non appena il redattore capo del Fascio si permise di domandare la parola, si sentirono voci spaventevoli.
– Fuori le spie! fuori le spie!
Chi erano le spie? I redattori del Fascio. Ma l’indiziato era Costantino Lazzari. Tanto è vero che nel questionario, che invitava Cavallotti a dare “risposte categoriche in nome della verità e della giustizia”, c’era questa interrogazione:
– È giusto paragonare il compagno Lazzari ad un agente di polizia?
Cavallotti non volle mai smentire l’accusa e non volle mai dire pubblicamente su quale documento era basata, Ma tutti gli amici dell’autore di Anticaglie sapevano e sanno che l’accusa era basta su una ricevuta di cinquecento lire, firmata da Costantino Lazzari, nelle mani di Nicotera, ministro dell’interno. Chiunque di noi l’avesse veduta senza cercare altro, non avrebbe potuto venire ad altra conclusione. Cioè che Costantino Lazzari non aveva schifo dei fondi segreti. Ma la cosa non è così. E ne parlo appunto per distruggere una calunnia che perseguita Lazzari da parecchi anni. Non lo si può dire prudente, questo no. Prendere del danaro per un partito senza domandare da che parte venga, con la scusa che il denaro non ha “odore”, è un po’ arrischiato. Ma in verità Costantino Lazzari entrò come un sorcio nella trappola. Non sapeva del tranello. Gli si esibirono cinquecento lire per il partito in un momento elettorale, le prese, e le consegnò intatte al partito senza curarsi d’altro. Un fatto consimile è avvenuto tra i socialisti di Londra. I tories diedero parecchie centinaia di sterline a un leader socialista per moltiplicare le candidature socialiste tra il candidato tory e il candidato liberale. Il giuoco era che col terzo candidato i liberali avrebbero perduto i voti che venivano dati ai socialisti e quindi qua e là dei collegi. Si gridò al tory money, come qui si gridò alla spia. Ma il leader inglese e il leader italiano poterono salvarsi mostrando, come Walpole, le mani pulite. Dopo questo fatto il Fascio Operaio – del quale parlo perché è come parlare di Costantino Lazzari – e il partito operaio subirono le violenze prefettizie e passarono attraverso un uragano indemoniato. Il Comitato Centrale del partito operaio italiano venne sciolto, il Fascio Operaio sospeso e la redazione intiera messa sotto chiave al Cellulare per ottanta giorni. I condannati furono cinque, tra i quali Costantino Lazzari, a tre mesi di carcere e a trecento lire di multa.
E il Fascio Operaio risorse, dicendo che “il socialismo è un gigante che nessuna forza può vincere”.
In Costantino Lazzari è rimasta l’avversione del Fascio Operaio per gli “intrusi”. Un socialista dottore o avvocato o scrittore o ingegnere o architetto gli fa torcere il viso dall’altra parte. Ha per tutti costoro un’antipatia invincibile. Li chiama i socialisti dal panciotto bianco o i socialisti dal gilé de gess.
Si dice che la gratitudine non sia il suo forte. Ma è indubitato ch’egli, giovanissimo, si è dato la briga di soccorrere la sua famiglia povera, e di mantenere alle scuole di Milano una sua sorella e un suo fratello.
Ha rinunciato alla carriera commerciale per dedicarsi completamente al socialismo. Ma le vicissitudini dell’esistenza tribolata gli hanno fatto riprendere la via di prima. Egli è ora commesso viaggiatore. È stato in prigione più di una volta. Egli era nell’Umbria ed è andato in galera per i tumulti di Milano!
Ha un’istruzione tumultuaria, è un conferenziere improvvisatore, ha una tendenza sentita verso la misantropia, ed è disgustato degli uomini e della vita.
Se dovessi riassumere Lazzari, direi, con Tommaso Grossi, ch’egli è un “orso mal leccato”.

SI MUORE DI FAME

Per ricordarmi di queste giornate negre, ammuchiavo le mie impressioni sui margini, sui frontispizi e sotto e sopra gli indici dei libri. Mi servivo di un moncone di lapis che tenevo nascosto tra il dorso e la legatura di un volume, il quale rimaneva con me giorno e notte. I libri che giovano di più al prigioniero sono quelli che offrono più spazio.
Quelli che hanno cinque o sei pagine bianche prima di arrivare alla prefazione, che incominciano e finiscono i capitoli con dei vuoti preziosi, che sono stampati in modo da lasciarvi una linea tra una riga e l’altra e che terminano in fondo col lusso della entratura. A me, per esempio, sono stati di grande giovamento la grammatica tedesca del dottor Friedmann e le Ascensioni Umane del Fogazzaro. Mi hanno permesso di scrivere un volume su ciascun volume. Se dovessi ritornare in prigione e qualcuno volesse regalarmi qualche libro, non dimentichi di dare un’occhiata agli spazi.
Copio, o meglio completo i periodi coi riempitivi che lasciavo fuori per economia.
“Il periodo della fame venne inaugurato stamane, sei settembre. Se lo avessi saputo prima, ieri sera mi sarei imbottito con un pranzo luculliano. Non si è mai contenti. Era una giornata che ci aspettavamo di minuto in minuto, ed ora che è giunta troviamo che è giunta troppo presto. Io poi, che non ho tanti denari da spendere, non dovrei tormentarmi con queste seccature di gola. Tanto più che mi rincresce di stare a tavola cogli amici, che non sono capaci di mangiare in santa pace il loro pranzo, senza costringermi, con la massima gentilezza, ad assaggiare un po’ di questa o di quella pietanza. Adesso siamo pari. La nostra mensa è diventata la mensa degli uguali.
“Che cani! Ci hanno portato via penne, calamai e lapis. Sono venuti a prendere i libri per registrarli. Ho domandato il permesso di scrivere una lettera per comunicare agli amici l’avvenimento, ma mi si è detto che il regolamento non mi autorizza a scriverne che una al mese. Chiesi, che è alla reclusione, non può scriverne che una ogni tre. A proposito, egli è alla reclusione, e rimane con noi. Dunque non c’è differenza che nelle spese e nelle lettere. Lui può spendere venticinque centesimi e noi, alla detenzione, trentacinque.
“Non riuscirete mai, signori aguzzini, a farmi capire l’utilità sociale di impedirci di scrivere per tenerci qui a guardarci l’un l’altro. Seguitiamo a chiacchierare sulla dieta. Nessuno ha paura. Se non sono morti quelli con la catena che la subiscono da anni senza migliorarla col sopravitto, vuol dire che non si muore.
“Le latrine sono indecenze primitive. Mi sono messo con la faccia alla ferriata della prima finestra e sono stato lì per recere. Sotto, nel cortile, è un mastellone nascosto da un murello a curva, che lascia venir su una puzza velenosa. È il mastellone dei condannati addetti ai lavori domestici. Il direttore di questa casa di pena deve avere l’olfatto molto ottuso. In tutto il penitenziario non c’è una latrina. Ciascuno fa i suoi bisogni come in un bosco. Peggio che in un bosco. Perché qui non potete alzarvi e andarvene via. Qui vi si lascia il mastellone che riceve il materiale di tutta la camerata tutto il giorno e tutta la notte. Non lo vuotano che alla mattina e nel pomeriggio. Noi, per fortuna, non siamo che in sette. Immaginatevi il fetore costante di una camerata di settanta o ottanta individui! C’è però un guaio anche nella nostra. In alto alla parete sono due finestrucole che comunicano con una camerata piena di reclusi. Di notte e di giorno riceviamo la loro atmosfera appestata e siamo condannati a sentirli trullare come maiali!
“Non è la prima volta che mangio la pagnotta, ma era un pezzo che non la sbocconcellavo. Me la hanno portata e mi sono ricordato degli ultimi tozzi di pane bianco che ho dato al recluso che ci porta il barile dell’acqua. Come sarebbero buoni, adesso! In un reclusorio non mi aspetto il pane di fantasia. Ma certamente mi aspetterei un pane migliore di questo. I cavalli ne mangiano del più buono. Le nostre sono pagnotte di mollica ammassicciata. Non è la mollica pastosa, duttile, allungabile, come quella del pane dei signori. È una mollica friabile, di un colore brunastro e di un sapore sciapito.
“Ho sempre sentito dire che la crosta solida è un indizio della bontà del pane. Dev’essere abbondante, fitta, resistente, cotta bene. Questa è molle, sottile, che si stacca senza fatica, che ritiene la ditata non appena la premete leggermente. Ha un colore tra il rosso-bruno e il giallo-dorato.
“Fanno sul serio. È cessata anche la pulizia domestica. Prima ci facevano scopare la camerata e lavare la gamella dai galeotti. Adesso ci si è detto che la cuccagna è finita. Benissimo. Non marciremo neanche per questo. Il male è che con la minestra condita d’olio la latta rimane unta. Senza acqua calda ci ungiamo come guatteri e ce le laviamo male. Ciascuno di noi si è scelta la giornata di pulizia. Lunedì Lazzari, martedì Federici, mercoledì Valera, giovedì Chiesi, venerdì Ghiglione, sabato don Davide, domenica Suzzani. È un movimento igienico. Si puliscono e si mettono a posto i tavoli e si scopa due volte il giorno. I più volonterosi e i più abili sono indubbiamente Lazzari e Federici. Entrambi scopano adagio, passano l’arnese sotto le brande, si fermano a far uscire i crostini dalle connessure tra mattone e mattone e tra pietra e pietra e si tirano a dietro il materiale fino in fondo, senza lasciare per la via polvere o briciole. Scopa bene anche don Davide, ma non con la diligenza degli altri due. Se al sabato si dimentica del suo turno, il Chiesi gli grida subito alle spalle:
“- Non più privilegi e non più privilegiati!
“Il Ghiglione, campagnolo, scopa male, lo fa di mala voglia e pulisce i tavoli come un uomo che si senta umiliato.
“La direzione di qualunque casa penale vende ogni mese la Rivista di discipline carcerarie, diretta dal Beltrani-Scalia, direttore delle carceri (ora, come si sa, ha preso il suo posto il Canevelli). lo scopo della rivista è pio. È di assistere con delle sottoscrizioni i figliuoli derelitti dei condannati. Una cosa la quale vi suggerisce che la società punisce più i figli che i genitori. Perché mette sotto chiave i secondi e lascia sulla strada i primi.
“Le ultime pagine sono occupate dal movimento dei liberati dagli stabilimenti penali durante il mese. In agosto hanno lasciato uscire 54 uomini e 6 donne per grazia sovrana, 299 uomini e 12 donne per indulto e 31 maschi e 2 femmine condizionalmente.
“La tabella dei liberati condizionalmente prova che l’Italia è più crudele d’ogni altra nazione. L’Inghilterra, punto tenera pei suoi delinquenti, dà loro modo, colla buona condotta e col lavoro persistente, di guadagnarsi tre mesi su ogni anno. Conquistandosi il numero fisso di marchette, il condannato, poniamo, a sei anni, è sicuro di non rimanere in carcere che quattro anni e mezzo. Il nostro sistema non assicura nulla al condannato e premia la condotta incensurata con una lesineria che fa piangere. Deduce, su per giù, da un anno a un anno e mezzo per ogni dieci anni di galera!
“Ne scelgo uno. N.A., di Napoli, contadino, condannato a dodici anni, è uscito a 37 anni, dopo avere scontato una pena di undici anni ed un mese!
“Nella stessa tabella si nota che la donna subisce gli stessi rigori. A.L., di Palermo, entrata nella casa di pena a 38 anni, con una condanna di vent’anni per omicidio, è uscita dopo una pena di diciotto di lavori forzati. Che tigri!
“Aggiungo che la liberazione dei condannati non dovrebbe mai essere lasciata all’arbitrio del direttore – il quale è, novantanove volte su cento, parziale e crudele.
“Non so se dipende dalla dieta. Ma con una dieta scellerata e insufficiente ho perduto persino la voglia di leggere. In un mese non sono riuscito a rileggere il primo volume dei dieci anni di Louis Blanc. Sbadiglio spesso, e spesso, dopo una specie di torsione alla regione epigastrica, mi istupidisco in un sopore che mi spaventa. I miei amici di camerata mi dicono che mangio troppo poco e che butto via troppo sovente la minestra. Non so che farci. È una minestra che mi ripugna e che non so ingoiare né asciutta né col brodo. Ci sono dei cani liberi che la lascerebbero nella scodella. Ho notato una certa sonnolenza anche negli altri. Più di una volta ho veduto Federici fermarsi sulla pagina, coi gomiti sul tavolo e la faccia nelle palme. Alle undici antimeridiane d’ieri ho sorpreso don Davide che dormigliava sul breviario. Anche Lazzari subisce la stessa legge di prostrazione. Rimane assopito per delle ore. Forse è perché egli legge troppo di notte. In Chiesi ho notato che la sua respirazione notturna è diventata più rantolosa.
“Ci hanno portato di sopra delle lettere piene di cancellature. A noi che abbiamo il limone per disseppellire le parole dai neracci del direttore, importa poco. Ma mi piacerebbe che qualcuno mi rivelasse l’utilità di queste soppressioni di parole. Una volta che siamo condannati, che cosa deve importare a voi che qualcuno ci faccia sapere un breve minuto della vita del mondo dal quale siamo stati espulsi con tanta violenza? È una cretineria da mettersi con le altre che si commettono in questi luoghi.
“Il mio amico Mario Borsa, corrispondente londinese del Secolo, mi manda una rivista mensile per tenermi al corrente dei grandi fatti europei. Una rivista estera non può impensierire alcuno. Qui impensierisce. Il direttore mi ha fatto chiamare in direzione per dirmi che non poteva darmela perché ci sono in essa articoli che si occupano di cose che non devo sapere! Suppongo per un minuto che vi sia qualche narrazione sui fatti di maggio. Nossignore, me la nega perché vi è un articolo sulla guerra tra gli Stati Uniti e la Spagna! Sono o non sono un giornalista? Una società. che corregge e non abbia per compito di mandarmi fuori imbecille, dovrebbe procurarmi, anche a proprie spese, le riviste e di giornali che mi dovrebbero tenere al corrente di tutto ciò che avviene. Non vi pare? Anche al Chiesi hanno trattenuto delle riviste francesi per le stesse ragioni. Asini!
“Piove. Quando piove, il condannato perde il diritto all’aria e al moto delle gambe. Senza uscire dalla gabbia si diventa di umore nero. È una meraviglia che uno non s’avventi sull’altro. Ci si tiene nella camerata sino a quando il cielo si rasserena. E in questa regione, quando incomincia a diluviare, è capace di tirare innanzi senza interruzione per una settimana. Nella camerata al dorso della nostra sembrano diventati tanti leticoni indiavolati. Di tanto in tanto qualcuno si sfoga gridando: aria! In uno stabilimento di tanta gente ci dovrebbe essere anche il passeggio coperto. Ma non ci si pensa. Perché il bestiame in galera può crepare senza inumidire l’occhio sociale.
“La visita del medico che abbiamo avuta ieri l’altro mi ha fatto un effetto strano. Mi parve un uomo incaricato di venire a vedere se avevamo ancora delle giornate da vivere. Sì, o signori aguzzini, siamo languidi più di ieri, ma non siamo ancora moribondi. Anche col vitto insufficiente possiamo vivere degli anni.
“La nota di ieri è stata un po’ baldanzosa. Si indebolisce lentamente e lentamente mi pare che si perda la memoria. Stamane, parlando degli affamati americani al polo Nord, non ho saputo rammentarmi il nome del generale che venne trovato inconscio vicino al cadavere di un nero che gli era stato fedelissimo. E non me lo ricordo neppure adesso. Questo fatto mi mette addosso del freddo. Credo che a grado a grado ci avviamo verso l’abolizione della intelligenza. Usciremo delle pagine bianche. Non sapremo più neppure di essere stati in prigione!
“Siamo calati tutti di peso. Il pancione di don Davide è rientrato di molto. Forse sarà l’effetto della rasatura dei baffi, ma il naso di ciascuno di noi mi riproduce il naso dell’allampanato. Anche il Federici è dimagrito. Parla poco e fa dei pisolini ripetuti con pochi intervalli. A Chiesi si sono formate le scodellette sotto gli occhi. Il naso di Ghiglione pare il becco adunco dell’aquila. La faccia di Suzzani è accesa e si è spiritualizzata. Egli mi ha detto che si sente di tanto in tanto dei dolori dietro l’orecchio destro. Noto tutto senza spiegare nulla. Lazzari ha avuto degli stringimenti pilorici. Dorme poco, e durante il sonno parla con delle interiezioni di dolore.
“A me non passa più nulla. Federici mi ha dato un cucchiaio della sua magnesia effervescente. Per una concessione speciale egli può tenersene un vaso e farselo riempire quando è vuoto. Se ne prende una cucchiaiata ogni mattina in due dita d’acqua. Mi ha fatto bene. Ho potuto trangugiare la gamella di pasta senza gli impeti di repulsione. Sento che mi ritornano le forze. Leggo e più rapidamente. Ieri ero proprio in uno stato compassionevole. Ho dovuto domandare il permesso di adagiarmi sulla branda. Mi sentivo vicino al deliquio. Sdraiato, ebbi degli assopimenti leggeri. Mi pareva di essere in decomposizione. Rimasi più di tre ore col dorso completamente abbandonato allo stramazzo. Non sentivo più che il languore delle braccia ed un certo calore insolito alle tempia.
“Il grido che si muore di fame è nell’aria. – Tutte le camerate ci fanno chiedere dei bocconi di pane. Noi, che soffriamo un po’ tutti di inedia, mandiamo gli avanzi delle nostre pagnotte ai 35 minorenni della camerata quasi in faccia alla nostra. Tra loro sono pochissimi quelli che possono spendere per il sopravitto. Devono essere tutti poveri o figli di poveri. Don Davide, che ha tra loro il suo chierico, va a dir messa spesso collo schianto del cuore. Gli rincresce di non avere sempre un boccone di pane da dargli. Quel ragazzo patisce la fame sotto la sorveglianza governativa! Se fossi direttore dello stabilimento butterei via lo stipendio. Non saprei mangiare coi piedi sotto la tavola senza pensare al battaglione di affamati sotto la mia custodia. Il grido dei minorenni mi sospenderebbe il boccone in gola.
“Stanotte sono stato svegliato da un grido acuto di qualcuno che stava male nella camerata al dorso della nostra. Non ci ha lasciato più dormire. Aveva il rantolo bronchiale ed emetteva gemiti che si ripetevano anche dopo che la guardia gli vociava dalla spia:
“- Fate silenzio, che domani andrete dal medico!
“Un compagno deve averlo soccorso con una goccia d’acqua. Ho sentito i suoi piedi nudi che correvano da una parte all’altra.
“Come deve essere triste morire in questo luogo!
“La luce misurata dai cassoni alle finestre finisce per indebolirci la vista. A me si è dilatata la pupilla e Lazzari si lamenta di non avere un paio d’occhiali. L’indebolimento gli ha come paralizzato i nervi ottici.
“Alla domenica c’è sempre speranza di rifarsi lo stomaco con una gamella di brodo e 250 grammi di carne. È sovente una grande disillusione. Più di una volta si è obbligati a sbattere via tutto. Il brodo è grasso con gli occhi dell’olio alla superficie che fanno venir voglia di vomitare, o è magro come l’acqua bollente. Manca sempre il sale. Quello di stamane vale un fico secco. La carne è peggiore. La carne di questa domenica è squamosa, sciapita, dura come il corame. L’ho voltata e rivoltata sotto i denti senza riuscire a masticarla. Pazienza, aspetterò quella di domenica ventura. Siamo sotto l’azione del regime forcaiolo da qualche mese e non abbiamo veduto neppur l’ombra della commissione. Questi signori che assumono una carica così importante e poi la trascurano, meriterebbero un po’ di reclusione. la loro assenza dovrebbe essere considerata un delitto. Ah, se fossi io il loro giudice! Farei mozzar loro le orecchie come ai tempi della buona Elisabetta.
“Il pane di stamane è esecrabile. Sente dell’acido del lievito che ha tentato di farlo levare prestamente. Mi par di sentire il gesso sotto i denti. la mollica umida ha qua e là dei punti biancastri che rivelano la qualità infame della farina. Ghiglione ci consola dicendoci che prima, quando lo facevano i galeotti nello stabilimento, era più buono. Adesso, coll’appalto, è malcotto, pesante, indigeribile. l’indigestione di un pane come questo produce a tutti noi effetti straordinari. Sembra che ci fermenti nel ventre. Un’ora dopo ci sentiamo tutti gravidi. Lo si fa con una farina di quarta o quinta qualità e con poco o nessun glutine. Preferisco ancora la pagnotta che i signori danno ai cavalli.
“Anche i galeotti che lo mangiano da tanti anni se ne lamentano e farebbero un “fuori! fuori!” se non avessero paura di un rincrudimento di rigore. Sarei contento che una volta o l’altra mi si processasse per diffamazione. Io non domanderei che la testimonianza dei sei compagni della quinta camerata e il permesso di citare una cinquantina di galeotti e un centinaio di reclusi. Proverei come due e due fa quattro che la qualità del pane è infimissima e che alla reclusione si imbecillisce dalla fame. Sarebbe uno dei processi più emozionanti di questo secolo.
“Ho trovato modo di eliminare la pasta dal mio cibo quotidiano. Non sapevo mandarne giù che qualche cucchiaiata e con ripugnanza. Un galeotto mi ha raccontato ch’egli vive da anni con l’insalata di patate e cipolle. Mi sono messo sulle sue pedate una settimana e non mi trovo malcontento. Qualche volta mi sento sazio. Le patate potrebbero però essere più buone. Ne butto via una su tre. Si vede che sono il rifiuto delle corbe. Quasi tutti ci siamo dati all’insalata di patate e cipolle. L’olio è troppo cattivo e peserebbe troppo sui miei trentacinque centesimi. La condisco col sale e coll’aceto. Più di una volta vi aggiungiamo i fagiuoli che troviamo nella minestra di pasta. Sono fagiuoli bianchi. Compero pure qualche spicchio d’aglio. Ho dovuto eliminare definitivamente anche il pane. Non potevo più ingoiarlo. Abbiamo protestato sovente e qualcuno di noi se ne lamentò col direttore e col sottocapo. Ma all’indomani ritorna peggio di prima. C’è stato un giorno che non lo si volle in nessuna camerata. Molti rifiutanti vennero castigati con della cella di rigore. In prigione non si sa come fare. Se si protesta si è puniti e se non si richiama con questa misura l’attenzione dell’autorità carceraria, si mangia come bestie.
“Tutto il mio essere sta in piedi con trentacinque centesimi al giorno. Ecco come li ho spesi stamane. Ho comperato cinque centesimi di sapone, dieci di pane bianco, cinque di patate, tre di cipolle, due d’aglio, tre di sale, cinque di fichi secchi e due di carta per la pulizia. La carta per i bisogni corporali e il sapone non dovrebbero essere a spese del condannato. Come? volete educarmi, e mi impedite di tenermi pulito e di lavarmi come si lavano tutti i cristiani! I fichi secchi ho dovuto gettarli nelle immondizie che raccogliamo nell’angolo. Li aprivo, e uscivano i bachi. Don Davide, mi fece dimenticare i fichi con un motto latino. Sursum corda. Sit gressus ad superiora; melius est ascendere. In alto i cuori. Volgiamo i passi alle regioni superiori; è miglior cosa salire.
“Siamo fortunati che non c’è specchio. Ci spaventeremmo. Sento che la pelle della faccia mi stiracchia da tutte le parti.
“Ho dovuto comperarmi due centesimi di refe per trasportarmi il bottone dei calzoni. Senza bretelle, li perdo. Sono diventato magro, magro. Ho i miei dubbi che si esca tutti. Ho sempre avuto schifo dei sorci. Ma se ce ne fosse uno abbrustolito lo mangerei con l’appetito dei parigini durante l’assedio della loro capitale. È strano che non ci siano topi in questo vecchio edificio. Noi non ne abbiamo mai veduto uno. Ci sono parecchi gatti. Ma rimangono tutti nel cortile e sono sotto la protezione di una guardia alta, addetta alle celle di rigore. Un gatticidio potrebbe costarmi parecchi mesi di cella di rigore e di camicia di forza.
“La ciarla si è ammorzata. Non parliamo più tanto. Una lettera suscitava, settimane sono, una discussione che durava delle ore. Adesso la si legge e la si lega con le altre. Sembriamo tanti nevrastenici. La nostra conversazione è diventata monosillabica. Ci guardiamo difficilmente in faccia.
“Ho comunicato a Federici i miei timori. Ho paura di uscire idiota. Ci sono dei momenti in cui sono obbligato a mettermi la mano sulla testa per paura che mi scappi il pensiero.. Egli mi disse che è dovuto alla mia cocciutaggine di non voler mangiare abbastanza. In carcere bisogna essere alliatrofago. Inghiottire ogni cosa, anche se ributtante. Con trentacinque centesimi non si può vivere. E con trentacinque centesimi mi compero il limone, il sapone, il refe, gli aghi e i bottoni che perdo. I bottoni sembrano stati attaccati con gli sputi. Son sempre in terra. Questa mane al passeggio mi sono lustrato le scarpe. Il sottocapo mi disse che erano indecenti. Erano ormai divenute rosse.
“Ha ragione Federici. E poi tutti i giorni insalata! Son tre giorni che mi brucia lo stomaco e non la mangio più con lo stesso piacere. Mi dànno 100 grammi di bue in umido per quattordici centesimi. Ma è necessario uno stomaco foderato di rame per trangugiarlo. A me ha provocato la nausea.
“Ho notato che Federici verso gli ultimi del mese diventa più cupo. Pare che incominci a pensare al suo colloquio. Non sono che lui e don Davide che hanno la consolazione di vedere qualcuno che non sia di questa casa maledetta. Dopo il colloquio con la sua signora, Federici risale gaio, amico di tutti, coi saluti per tutti.
“Come mi farebbe bene una goccia di cognac! Mi tirerebbe su lo stomaco e mi ridarebbe le forze perdute. Il mio corpo deve avere una calorificazione incompleta. Stanotte mi sentivo freddo. O piuttosto mi pareva di avere in me un umidore freddo che mi andava dalla radice dei capelli alle unghie dei piedi.
“Provavo la sensazione di un organismo che sta raffreddandosi. Sommerso nell’ombra e nel silenzio m’intenerivo. Mi sentivo le lagrime in gola e non piangevo. Che cosa pagherei a essere un fisiologo consumato! Potrei uscire con un diario completo sulle sensazioni della fame. A me pare che ne risentano tutti gli organi. Sono spossato dappertutto. Il cervello pare vuoto, la testa è indolenzita e pesa due volte, le braccia sentono il bisogno di rimanere adagiate, i polpacci delle gambe paiono carichi di piombo e i piedi mi dànno l’idea che stiano per slogarsi. E tuttavia, dopo i primi giorni, non ho mai provato le insurrezioni di una fame canina. Mastico senza piacere come un automa.
“I miei movimenti sono diventati lenti e faccio fatica a tener aperti gli occhi. Sono determinato a rifarmi con la pagnotta, ma la mia determinazione non val nulla dinanzi all’atonia dell’apparecchio digestivo. La forza digestiva è come interrotta. Ieri sera stavo facendo il letto e ho dovuto sedere sul materasso due volte. Mi sembravo vicino al deliquio. Federici è stato buono anche questa volta. Mi ha dato un cucchiaio di magnesia effervescente. L’ho bevuta col piacere che dà lo champagne. Ho respirato più liberamente.
“Ghiglione è andato dal medico. Non ci ha detto nulla. È egli ammalato? Non è ammalato?
“Vi sono andato anch’io, ma solo per domandargli il permesso di un bagno. Io mi immergo sempre con piacere nell’acqua. Non capisco come le persone possano tirare innanzi degli anni senza mai buttarsi addosso un secchio d’acqua. Pulitevi, se volete star sani!
“Nessuno dorme profondamente, l’insonnia è generale. Qualcuno parla o straparla. Stanotte ho dovuto confessare alla guardia scelta di ronda che stavo proprio male. È andato in infermeria e mi ha portato una polverina di bismuto e magnesia. È un’infermeria che non ha nulla. Tutti gli ammalati sono curati con delle polverine di calomelano, di bismuto e magnesia e di bicarbonato di soda. C’è qualche pennellata di tintura di iodio per i reumatismi e i dolori acutissimi e basta. Il cavadenti è un condannato. È un vero miracolo che egli non abbia mai smascellato qualcuno. Il suo sistema è questo: mette la testa del paziente sulle ginocchia, gli guarda in bocca, si fa puntare col dito il dente cariato, l’agguanta con la tenaglia e tira. Spesso, nello sforzo, si levano in piedi operatore e paziente e l’uno segue l’altro fino alla parete. A una di queste operazioni era presente don Davide.
“Siamo salvi o per lo meno siamo salvi per un po’ di giorni. La signora di Federici è riuscita a far passare del cioccolatte. Deve avere sgelato il cuore della direzione. Federici ha incominciato subito col distribuirne due pezzi a ciascuno di noi. Mi sentii immediatamente ristorato. E non ne ho mangiato che uno. Il secondo sono stato capace di tenerlo in tasca fino alle sei di sera. Poi ho cominciato a scartocciarlo con l’intenzione di non rosicchiarne che un angolo e non ho smesso che a tavoletta finita. Ingordo!
“Ho passato una buona notte e alla mattina mi sono messo a leggere di gusto. Credendo che fosse permesso a tutti di mangiare del cioccolatte, ho scritto subito a casa di mandarmene due chilogrammi. Son stato chiamato dal capo, il quale era incaricato dal direttore di farmi sapere che il cioccolatte non è nel regolamento. Al Federici venne dato perché era giunto come pacco postale e a sua insaputa. Se giungesse anche a me, a mia insaputa, si potrebbe fare lo stesso.
“Ci sono state annunciate delle cassette di biscotti. Sarebbero stati provvidenziali. Li abbiamo aspettati per due giorni. La direzione ci ha fatto comunicare che potevamo rimandarli a chi ce li aveva spediti o regalarli all’ospedale di Finalborgo. Non potendo mangiarli noi, abbiamo votato per gli ammalati.
“Federici ci tiene in piedi col suo cioccolatte. Non appena ci si porta la pagnotta, egli va da tutti con una tavoletta e li costringe ad accettarla. Una tavoletta di cioccolatte in galera, nella nostra condizione, val un tesoro. Pochi se ne disfarebbero con tanta sollecitudine. Bisogna avere del cuore per compiere sacrifici come questi.
“Novità. Ci deve essere qualcuno che lavora per noi. Il periodo della fame che produce le allucinazioni è finito. È venuto un ordine che ci permette di spendere settantacinque centesimi al giorno. Abbiamo subito domandato il permesso di farci fare, a nostre spese, una minestra collettiva da venticinque centesimi ciascuno. Ci è stata concessa.
“Incominciamo a smutriarci. Facciamo delle spanciate di baccalà fritto per venti centesimi. Beviamo quasi tutti un quarto di vino per nove centesimi. È brusco, accidente se è brusco! Io e Lazzari siamo ritornati al pane bianco. Anche Chiesi e Suzzani si son dati al pane bianco. Don Davide e Federici resistono e continuano col pane della casa. Il piatto più buono sono le uova al burro arrostite, per ventidue centesimi. Vi manca però il burro e se c’è lo vedono appena. Non poche volte sono putrefatte, ma a lamentarsi ce le cambiano. Ci si dà una tazza di caffè per dieci centesimi. È una tazza di un boccalino, ma imbevibile. Io e don Davide abbiamo tenuto duro per qualche settimana, ma abbiamo dovuto rinunciare anche a questo lusso. Nella tariffa dei generi in vendita nella dispensa, è stata introdotta la polenta. Con otto centesimi ce ne danno trecento grammi. È buona. Con ventisei centesimi di salsiccia in umido e una sleppa di polenta, inaffiata dal quinto di vino, non si crepa. Mi duole che la concessione della spesa sia stata accordata alla sola nostra camerata. E le altre, non sono piene di reclusi stati condannati dagli stessi tribunali militari per un identico delitto?
“Sette dicembre. Non si muore più di fame. Il Governo ci ha inviato il commendatore Berardi a comunicarci personalmente che da oggi possiamo mangiare e spendere quello che vogliamo noi. Egli è già stato a comunicare la stessa notizia al Romussi e al De Andreis nel reclusorio di Alessandria e a Turati in quello di Pallanza.
“Ecco che cosa mi ha detto:
– Io sono un ispettore inviato dal Ministero. So che lei adesso non può spendere che settantacinque centesimi e che questo aumento non le è stato concesso che pochi giorni sono. Da oggi io posso comunicarle ch’ella può spendere per il suo vitto cinque o anche dieci lire al giorno, se lo desidera. Non c’è limite. Se non le piace la cucina del reclusorio può servirsi dell’osteria o dell’albergo di fuori. Desidera qualcosa altro?
“Uno dopo l’altro gli domandammo due arie, cioè due ore di passeggio. Perché un’ora sola, lesinata anche quella, non ci dava esercizio sufficiente per conservarci sani:
– Concesso, rispose a ciascuno di noi. Desidera qualche cos’altro?
– Se si potesse fumare qualche sigaretta.
– Lo domanderò al direttore. Se fossero completamente separati dagli altri, non esiterei a dire di sì senza interrogarlo. Lei sa che cosa voglia dire il vizio di fumare. Gli altri che sentissero il fumo impazzirebbero e farebbero un chiasso, indemoniato e non avrebbero torto. D’altro?
– Lei sa che noi siamo tutti bevitori di caffè. Se ci permettesse di comperarci la macchinetta, il caffè, lo zuccaro, lo spirito e di farcelo quando vogliamo noi, in camerata?
– Concesso. D’altro?
– Scusi, se abuso.
– Faccia, perché io sono venuto qui per contentarli.
– Grazie. Senta, ci sono libri che il signor direttore non ci consegna perché si ostina a considerarli immorali o pornografici. Lei sa che noi siamo abituati a leggere tutto.
– Concesso. D’altro?
“Mi curvai. Egli mi strinse la mano. Così va fatto”.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

“Sono uscito con l’indulto. L’indulto è una remissione di pena, è un perdono. Chi ve lo ha domandato? E se non ve l’ho domandato perché non mi date il permesso di rifiutarlo? Non so che farmene del vostro perdono.
“Sono uscito arciconvinto che nei reclusori italiani si istupidisce la gente con la fame.
“Un anno di reclusione, con seicento grammi di pane in due razioni e due mezze gamelle di pasta in brodo al giorno, basta per ritornare alla società secchi come chiodi e col cervello completamente rammollito”.
PS. – Permettetemi di aggiungere due parole alle note di Finalborgo. Sono stato perdonato, non è vero? Ma, o signori, o cosa direste se io, legge, vi mettessi sotto chiave per dei mesi e poi vi perdonassi? C’è stato un processo, lo so. Non siamo mica stati mandati alla reclusione così alla cieca. Ci si è detto che avevamo commesso un delitto. Ma anche noi, o signori, abbiamo detto e ridiciamo che ci si è mandati in galera innocenti. E se siamo stati mandati in galera innocenti, non c’è che una via alla riparazione. Rifare il processo, restituirci quello che ci si è tolto e risarcirci dei danni. Il risarcimento dei danni vogliamo, o signori, che ci avete mandati in galera e ci avete lasciati fuori come mendichi che avessero limosinato l’indulto. Non altro.

PARTE TERZA

ACHILLE GHIGLIONI

Sono sicuro che se Achille Ghiglioni dovesse autobiografarsi, si presenterebbe ai lettori come un uomo senza importanza. Al Castello, nella stanza lungo il ballatoio che dà sul cortile della Rocchetta egli, con grande modestia, si meravigliava di trovarsi impigliato nel processo dei giornalisti.
Con noi, nella quinta camerata di Finalborgo, è stato il modello degli uomini industriosi. Si alzava e si metteva al lavoro. In un giorno egli studiava, senza mai stancarsi, un po’ di tedesco, un po’ di olandese, un po’ di spagnuolo, un po’ di musica, un po’ di manuale del capomastro, un po’ di stenografia, un po’ di disegno, un po’ di computisteria, un po’ di letteratura moderna, un po’ di Porta e un po’ di altre cose che non ricordo.
Egli è entrato ed è uscito un tenace cooperatore.

IO E FEDERICI RITORNIAMO A FINALBORGO

La “catena” era composta di noi due. Il vagone cellulare era nuovo e non puzzava di biacca. Le celle erano assai più comode delle altre del primo viaggio. I carabinieri non sembravano cattivi diavoli. I ferri erano noiosi, ma non ci pigiavano i polsi come le altre volte. Chiusi nelle due celle in fondo, l’una in faccia all’altra, vicini alla finestra del vagone, non mancavamo di qualche boccata d’aria.
Ricordandomi dei due viaggi, mi dicevo contento.
– Almeno qui, non si crepa. Mi misi in bocca una sigaretta con un po’ di fatica e con un po’ di fatica riuscii ad accendermi lo zolfanello.
Federici attraversava la tempesta. Era tetro, non diceva nulla e non rispondeva alle mie interrogazioni, che volevano distrarlo, se non con dei monosillabi che non invitavano alla conversazione. Forse si sentiva umiliato a rifare la strada che conduceva a un reclusorio dal quale era uscito con tanto piacere, dove erano persone che non amava rivedere o persone con le quali non avrebbe scambiato una parola, gli fosse costata la lingua.
Verso Sampierdarena i lineamenti facciali di Federici assunsero una parvenza di dolcezza. L’uomo stava per convincersi che era inutile lottare contro l’invisibile. Eravamo nelle mani di sconosciuti che ci sbalestravano da una parte e dall’altra e bisognava adattarsi. Anche a me sarebbe piaciuto andare in un altro reclusorio, dove avrei potuto raccogliere del materiale nuovo, dove avrei potuto fare la vera vita del galeotto con dei galeotti autentici, dove avrei potuto studiare tipi che nella quinta camerata non avrei mai trovato. Ma pazienza, ormai mi hanno abituato a fare la volontà degli altri.
A Sampierdarena il nostro vagone venne staccato e lasciato fuori dalla tettoia. C’era un intervallo di due ore e mezza. Era un’altra punizione che avremmo scontata se i carabinieri non avessero avuto fame. Avevano appetito, volevano mangiare col sedere sulla scranna, e dare anche a noi il modo di far colazione più comodamente che ammanettati nella cella. Ci domandarono se volevamo cavarcela con qualche cosa di asciutto in cella o se preferivamo di andare alla sezione dei carabinieri con loro. Io non esitai un minuto a votare per l’uscita. L’idea di muovermi e di respirare l’aria libera mi metteva gli aghi nelle gambe. L’indugio di un attimo mi diventava un supplizio. Mi faceva salire le fiamme alla faccia e mi dava l’impressione che soffocavo. Federici era riluttante. Lui e Romussi, nel viaggio di traduzione, avevano imparato che per le strade di giorno, si attira l’attenzione di tutti i passanti. Vinse l’aria libera. Uscimmo e fummo contenti. La gente sostava sulle botteghe, i ragazzi ci correvano dietro, i passanti si fermavano a vederci, alcuni commentavano, ma noi passavamo senza darcene pensiero. Ormai ci avevamo fatto il callo. – Chi ci conosce ci conosce e chi non ci conosce felice notte.
Giunti alla sede dei carabinieri ci si chiuse in uno stambugio buio più di una cantina, esalante la mefite. Incominciavamo a dolerci di non essere rimasti in gabbia.
– Piuttosto che mangiare in questo luogo, preferisco la fame.
– Anch’io. Ma vedrai che non saranno tanto cani.
Stavano a farci preparare la tavola.
Facemmo colazione nella loro cucina, la quale aveva una larga apertura verso il cortile. Mangiammo due ossi buchi indimenticabili. Erano eccellenti. Bevemmo del vino eccellentissimo, e facemmo scomparire un pezzo di formaggio di gorgonzola bianco e un’alzata di uva e pesche saporitissime.
– Vogliono anche il caffè?
– Vada per il caffè!
– La Cassazione ha parlato e può darsi che questa sia l’ultima colazione dell’uomo libero.
– Non pensiamoci. Ce ne sono tanti in galera e non sono morti.
I carabinieri dicevano anche loro che la bestia non era poi così brutta come la si dipinge.
– E poi loro! ci si diceva. Usciranno più presto di quello che credono. C’è tanta agitazione per il paese.
– Sembra che non ci siamo che noi in prigione!
Il maresciallo della caserma era un uomo tarchiato, con una faccia grossa e grassa da bonaccione.
– Li condurrò alla stazione in carrozza per non farli passare traverso la folla.
– Grazie.
– Pagheranno la vettura!
– S’intende.
Alla stazione venimmo circondati da una moltitudine che aumentava di minuto in minuto.
Entrammo in un vagone di terza classe. È stata una vera sorpresa. Non eravamo mai stati così bene.
Prima che suonasse il campanello della partenza, un signore ottenne il permesso di salire sul predellino a stringere la mano a Federici.
– Faccia buon viaggio.
– Grazie.
Il signore era commosso. Federici con le mani legate non aveva potuto stringergliela come avrebbe voluto.
– Partenza!
Il maresciallo ci salutò con un gesto della mano.
Al reclusorio trovai il capo guardia in collera.
– Lei si lascia intervistare!
– Da chi?
– Lei si lascia intervistare dai giornalisti per dir male del Reclusorio.
Mi vennero in mente parecchi giornalisti che erano venuti a trovarmi nel camerotto indecente della Corte d’Appello di via Clerici. Chi sa che cosa mi avranno fatto dire!
– Lei si lamenta!
– Certamente che io sto meglio fuori.
– Non doveva entrare se non le piaceva!
– Non ci sono venuto spontaneamente.
– E va bene, loro hanno sempre ragione!
– Mi faccia leggere questa intervista e le dirò se quello che ho detto è esatto.
– Gliela farà leggere il direttore!

I LAVORATORI DELLA QUINTA CAMERATA

Erano dei mesi che intisichivamo dietro la speranza che un giorno o l’altro ci avrebbero restituiti il calamaio e la penna. Senza la distrazione di vuotarci la testa coll’inchiostro, non sapevamo che infelicitarci con discussioni pessimistiche o nere fino in fondo. Non vedevamo che delusione e dolore. Anche quando traluceva qualche lampo, si finiva per intetrarci o immusonirci assai più che seduti sotto le finestre di faccia a Capra Zoppa, senza una parola.
Non ci si proibiva di leggere. Ma si legge male in una camerata e in una camerata ove gli individui sono padroni di fare quello che vogliono. Tu leggi, e gli altri chiacchierano. Tu 1eggi, e due amici ti passano innanzi e indietro sussurrandoti il coro:

A casa, a casa, amici,
Ove v’aspettano,
Le vostre spose.

Tu leggi, e un compagno zufola e rizufola per il lungo e per il largo, per delle ore, l’Inno dei lavoratori e subito dopo un altro, te ne canticchia la prima quartina, ricominciandola con sempre crescente piacere:
Su fratelli, su compagni,

Su venite in fitta schiera,
Sulla libera bandiera
Splende il sol dell’avvenir.

Tu leggi, e due altri passeggiano, come in una caserma, o lungo un corridoio, o nel cortile, con le braccia sulla schiena, battendo i tacchi, scombussolandoti il pensiero col tremuoto dei piedi. Tu leggi, ed ecco un animale che si sveglia di soprassalto, con dei versi in bocca:

Me non nato a percuotere
Le dure illustri porte,
Nudo accorrà, ma libero,
Il regno della morte.

Tu leggi, e nasce una conversazione che ti prorompe nel cervello come una gazzarra di voci, ma che finisce per piacerti e uncinarti a prendervi parte. Tu leggi, e un prigioniero si sbottona e ricorda aneddoti contemporanei che ti fanno chiudere il libro, tanto sono interessanti. Tu leggi, e un agente del reclusorio ti chiama dabbasso, in direzione, per una cosa che ti si poteva dire con un monosillabo, o anche fra cento anni. Tu leggi, ed entrano i battitori a scomodarti e a rintronarti le orecchie. Tu leggi, e suona la campana della distribuzione della minestra e del pane. Tu leggi… Credetelo, in una camerata perdete l’illusione di potervi sommergere in un libro per ritornare alla vita rifocillato di qualche cosa.
Col permesso di scrivere, il nostro tempo penale si accumulava e si accorciava rapidamente. Qualche volta si avrebbe voluto che la giornata di diciassette ore fosse più lunga, per avere modo di prolungare la gioia del lavoro. C’era tra noi la gara degli operai a cottimo. Ci si alzava e ciascuno andava al proprio posto. Chiesi e Federici avevano un tavolo nello spazio in fondo, a fianco della finestra. Il primo scriveva dalla mattina alla sera, senza mai smettere che all’ora dei pasti o quando aveva bisogno di stiracchiarsi le braccia, appendendosi al bastone più alto dell’inferriata. Senza i libri necessari per un’opera descrittiva, o storica, o politica, egli si era votato interamente al romanzo – un lavoro, da quello che vedevo, che non gli costava che la fatica manuale. Non è mai a secco né di idee né di scene. Dotato di un apparecchio digestivo che non gli annoia il cervello, e arciricco di vocaboli, egli poteva prendere la penna ad ogni minuto, digiuno o col boccone in bocca, quando pioveva a diluvio e quando il sole si riversava nella nostra camerata come un’allegria. Alla mattina riprendeva il filo del racconto senza neppure degnarsi di leggere l’ultima frase e, dopo la colazione, il passeggio e il pranzo, ricominciava come se non vi fosse stata interruzione. Il Sue si popolava il tavolo, sul quale scriveva, di pupazzi per tenere a mente i personaggi che gli nascevano a mano a mano che entrava nella intimità del romanzo. Gustavo Chiesi ha potuto completare Il Corpo di Ballo – un romanzo d’ambiente che racchiude tutta la popolazione del palcoscenico della Scala – senza sciupare più di alcuni nomi scritti sul cartone dei fogli che produceva. Il suo modo di composizione è dei più semplici. Incomincia la prima riga e tira via senza mai voltarsi indietro, cioè senza mai dare un’occhiata alle cartelle che la sua penna ha ammonticchiato. Non cancella che di rado, una volta o due alla settimana. Non potendo leggere il suo manoscritto per la sua calligrafia illeggibile, non lavora di lima che sulle bozze. Ma è difficile ch’egli si permetta di alterare una frase. Sul suo stampone non vedete ai margini che poche correzioni o dei segni che paiono lasciati giù da una mosca che lo abbia percorso con le zampe umide d’inchiostro. Perché la frase gli esce limpida, corretta e brunita, come da una officina. In pochi mesi ha scritto tre romanzi, letto parecchi volumi e mantenuta una corrispondenza abbastanza voluminosa.
Il secondo, cioè Federici, si alzava sempre prima di ogni altro, un po’ perché amava il pediluvio quotidiano, e un po’ perché gli piaceva diguazzare nel catino più lungamente degli altri. Iniziava i suoi lavori con una spanciata di verbi inglesi, che egli si trangugiava tranquillamente, tra un passo e l’altro, fatti colla leggerezza e la mollezza della gallina che non disturba. Lo si vedeva andare in su e in giù, rasente le brande, colla grammatica sotto gli occhiali scintillanti, o chiusa con l’indice tra le pagine, con la sinistra sul collo della destra o cogli occhi che vagolavano per il soffitto come quelli dell’inspirato o dell’uomo che manda versi o prosa a memoria. Dopo la distribuzione del pane, la quale avveniva verso le ore otto, sedeva e si metteva di schiena al lavoro di traduzione, divorando un esercizio dopo l’altro, senza magari dire una parola.
E noi, fino a quando non si sapeva di che umore si era alzato, ci guardavamo bene dal buttargli l’amo della ciarla. Perché, malgrado la gentilezza e la squisitezza d’animo, il Federici era il compagno più difficile della camerata. Non si sapeva mai da che parte pigliarlo. Proprio nel momento in cui lo credevate il vostro migliore amico, poteva scattare per un nonnulla o vi poteva tappare la bocca con una di quelle parole solenni che arrivano alla testa come un pietrone, o vi poteva isolare per un tempo indeterminato, senza mai accorgersi della vostra presenza, anche se vi trovavate gomito a gomito o a faccia a faccia, allo stesso tavolo. Terminato il boicottaggio, risentivate l’amico che vi dava il buon giorno, che spartiva i suoi cinque centesimi di frutta con voi, che vi dava, se ne aveva, con la miglior grazia del mondo, un pezzo del suo cioccolatte eccellentissimo, o che si metteva con voi al passeggio, ingolfandovi in una conversazione piacevole e spesso istruttiva.
Il tempo che gli lasciava l’inglese lo consumava nella lettura. Leggeva romanzi, filosofia, storia e tutto ciò che di buono gli capitava tra le mani. In musica mi parve più che un orecchiante o un buongustaio. Canticchiava sovente le arie popolari o più conosciute delle opere moderne – sapeva dei pezzi di Wagner come e assai più del Chiesi che aveva propalato e difeso il maestro di musica dell’avvenire con uno studio, e correggeva le voci stonate degli altri che volevano imitarlo.
Don Davide incominciava dopo la messa. Prima della messa passeggiava impaziente. Se la guardia, che doveva accompagnarlo nella cappelletta, ch’egli aveva l’audacia di paragonare a un’oasi nei claustri del dolore, tardava un po’, diventava nervoso. Anche noi, il mattino, non appena in piedi, sentivamo un bisogno immenso di uscire da uno stanzone dal quale l’afa se ne andava assai lentamente. Per il 2557 un minuto diventava un secolo. Percorreva la camerata a passi lunghi, con le mani sul dorso, sotto la giacca, con la faccia torva.
Lo si chiamava e si fingeva di credere ch’egli andasse a compiere i suoi uffici divini fuori del reclusorio.
– Don Davide, fate il piacere di comperarmi trenta centesimi di sigarette virginia.
– Don Davide, se vedete il pollivendolo, mandateci a casa un’anitra, sgrassata, come quella della settimana scorsa.
– Don Davide, non dimenticate di passare dall’oste che siamo senza vino.
– Don Davide, se trovate del pesce fresco, mandatene a casa una padellata.
Rientrava ilare e pieno di scuse. Ci diceva che il pescivendolo era alla spiaggia, che il tabaccaio era andato alla dispensa e che il pollivendolo non veniva in paese che tre volte la settimana.
Si metteva al lavoro senza indugio. Il suo tavolino era tra il finestrone e la sua branda. Si perdeva sui suoi fogli di protocollo fino a colazione. Durante il lavoro taceva volentieri, ma non andava in collera se lo si interrompeva e se si faceva di tutto per fargli perdere del tempo.
Chiesi: Don Davide, come state?
Don Davide: Bene, grazie.
Chiesi: Che cosa supponete che stiano dicendo, in questo momento, De Andreis e Romussi?
Don Davide: È difficile indovinarlo.
Chiesi: Ve lo dirò io che cosa stanno pensando. Stanno pensando a una chicchera di caffè buono, magari con una goccia di grappa buonissima.
Don Davide: Piacerebbe anche a me, adesso una tazza di caffè caldo con uno spruzzo di grappa di quella che ho a casa mia, a Filighera!
Riprendevano il lavoro e poi ricominciavano il dialogo.
Don Davide: Che opinione hai tu questa mattina sull’amnistia?
Chiesi: Conosco Pelloux. È un soldato, ma un soldato che ha sempre fatto parte della sinistra. È impossibile ch’egli si mangi il passato in un boccone. Lascerà passare la tempesta per contentare un po’ i fanatici e poi, alla prima occasione, metterà nel discorso reale, per guadagnare della popolarità al re, l’amnistia.
Interveniva qualcuno di noi a dire che un soldato non poteva dar torto ai soldati. – L’amnistia che cosa vorrebbe dire? Che le sentenze militari sono state ingiuste. E questo un generale non lo può dire.
Chiesi: Tu non conosci Pelloux. Nella sua vita parlamentare ha dimostrato più di una volta di non essere quello che gli inglesi chiamano un martinet della caserma. L’esercito non può fargli dimenticare che c’è della gente che soffre ingiustamente.
Don Davide: Vedremo.
Chiesi: Non si tratta di voi, don Davide. Voi siete qui per “fini speciali”.
Don Davide intingeva la penna con un risolino, la piegava dolcemente sul pezzetto di carta che si teneva a destra, e si rimetteva a scrivere. Nessuno ha mai potuto leggere una riga dei suoi manoscritti. Ma dai discorsi si sapeva ch’egli riempiva le pagine di impressioni, di reminiscenze, di note autobiografiche, di vita giornalistica, di articoli di polemica e di sfoghi poetici.
La sua calligrafia non fa mettere gli occhiali. È nitida e arieggia l’inglesino. Non è quella dello scrittore che va via all’impazzata e lascia agli altri la briga di capirla. Se il pane terroso non gli aveva fatto peso o non gli aveva gonfiato il ventre, il pensiero gli si sgomitolava senza interruzioni. Giornalista col fondaccio letterario, gli piace, quando non è infuriato dalla rotativa, rifare il manoscritto, senza toccarlo troppo o levargli la naturalezza della prosa spontanea. Il suo stile è pastoso, la sua prosa calda, la sua penna duttile, il suo periodo limpido come un cristallo. Con qualche predilezione per la frase pariniana, rifugge dalle inversioni del poeta del Giorno, che svogliano il lettore. L’ingiustizia gli scalda il calamaio egli fa produrre una prosa vigorosa, senza ridondanze e senza i plebeismi del Baretti. Con o senza collera egli non è mai volgare. Il suo ingegno poliedrico fa pensare a don Margotti. La tendenza sentita negli scritti di don Davide è la mestizia o piuttosto l’emozione.
Le tre mila lettere ch’egli ha scritto durante la sua prigionia – lettere che potrebbero formare, per il pubblico cattolico, un epistolario interessantissimo – ne sono un documento. Sono in esse la sua bontà infinita, lo spandimento, della sua anima mal rassegnata a stare in prigione, l’affezione intensa per la gente ch’egli ama e che lo ama, il perdono incommensurato per tutti gli avversari pentiti che gli hanno tribolata l’esistenza a 52 anni, proprio quando, diceva lui, si ha bisogno di un po’ di vita buona.
In prigione non ha mai avuto rimpianti. Egli è sempre stato orgoglioso del suo passato. Non ha mai avuto che parole d’amore per la sua penna che l’ha mandato “tra i ferri anziché adattarsi a mentire e adulare”, come non ha avuto che trasporti per il suo Osservatore Cattolico “divenutogli più che mai prezioso, ora che gli ha procurato il carcere, e dato occasione di soffrire per la causa che difende e dimostrare che seriamente anche in faccia alla morte, la difende e la difenderà sempre”.
Costantino Lazzari consolava i suoi ozii forzati nel silenzio, nella lettura, nel disegno. Taceva per delle ore, leggeva volumi ponderosi senza sbadigliare, rileggeva i Promessi Sposi con piacere, la Vita di Benvenuto Cellini direi quasi con entusiasmo e il Sant’Ambrogio di Romussi, superbamente illustrato, con ammirazione, e disegnava, disegnava sempre. Disegnava galeotti, secondini, reclusi, frontoni del reclusorio, compagni di camerata. Copiava danzatrici, madonne, bimbi, uomini illustri, donne celebri, quello che trovava nelle riviste e nei libri illustrati. Con la tenacia del volere è potere, dell’uomo che vuoi riuscire ad ogni costo, la sua matita faceva progressi meravigliosi. Le sue figure prendevano forma, diventavano vive, assumevano la grazia dell’arte.
– Perché non smetti di fare il commesso viaggiatore e non ti dai interamente al lapis che ti serve così bene e che ti darebbe una vita meno stentata?
Perché era troppo tardi, perché non aveva fantasia, perché l’artista, per essere tale, non deve essere tormentato dai bisogni urgenti della vita, perché altri lo precedevano di parecchie miglia.
Non so s’egli abbia continuato e se continui. So che, se all’abilità del disegno egli potesse aggiungere la sollecitudine, potrebbe diventare un giornalista che illustra i suoi e gli articoli degli altri. Egli non è l’ultimo dei ritrattisti. Ha disegnato un don Davide seduto, vestito da galeotto, il quale resterà il suo capolavoro di Finalborgo. Ci ha dato una mezza figura di Chiesi mirabile e un Suzzani intiero, con la gamella in mano, che non dimenticherò facilmente. Ma io sciupo le parole come il padre di Cellini che voleva fare del figlio un suonatore di flauto e di cornetta. Cellini lo contentava di tanto in tanto, con qualche pifferata. Ma continuava per la sua strada a cesellare. Così sarà di Costantino. Egli diventerà tutto fuorché un artista.
Le ore della sera erano le più tranquille. Si passava come dall’inferno al paradiso. Federici, Chiesi e don Davide – il primo in mezzo e gli altri due in faccia – avevano una lampada a petrolio in comune sui loro due tavoli riuniti. Noi quattro ci servivamo della lampaduccia a luce elettrica, la cui poverezza di luce ci faceva chinare sovente gli occhi, o ci lasciava per due minuti sotto un rossore crudele. Migliorammo la nostra condizione quando a furia di guardarla ci accorgemmo che aveva del filo attorcigliato che ci poteva servire per allungarla fin quasi al tavolo.
Tutto sommato, erano ore deliziose. Il chiasso delle camerate vicine alla nostra cessava con la campana del silenzio. Salvo qualche gola che sprigionava versi da dannato o qualche voce che dava fuori nel sonno o qualche disgraziato che manifestava i suoi tormenti fisici con degli: oh Signor! femm murì, femm!, potevamo supporci in un sepolcro. Si poteva sentire la penna di qualcuno che s’impuntava sulla carta, o il piede di cimossa di un sottocapo in giro a origliare e a guardare attraverso i pertugi, o la respirazione di un recluso al di là della parete, male adagiato. Lo starnuto di Lazzari, fatto a bella posta per ricordarci che eravamo vivi, ci faceva trasalire o sussultare come quando si sentono sulle spalle le mani degli sconosciuti che vi dichiarano in arresto in nome della legge.
Si lavorava immersi nel lavoro. Chiesi a mettere in iscena i suoi ballabili, don Davide a scrivere una epistola dopo l’altra per vivere di ricordi e riallacciare i legami col mondo che lo conosceva. Lazzari a riprodurre il momento storico dei tre lavoratori con un disegno grandioso che toccava e ritoccava ogni sera senza dirlo mai finito, Ghiglione a illustrare le parole di un dizionario tedesco con l’idea froebeliana che chi legge Himmel accanto a una chiazza di cielo e Frau dinanzi a una testa di fanciulla, impara una lingua a vapore e non la dimentica più mai.
– Come farai, gli domandavo, a illustrare ich habe kein Geld?
– In un modo semplice. Mettendo tra le parole un individuo che si fruga svogliatamente nelle tasche.
– Ma il tuo dizionario diventerà una montagna!
Federici allargava la zona dei suoi studi nella letteratura di altre lingue, in manica di camicia, senza mai smettere, senza mai aprire bocca, come se fosse stato obbligato dal regolamento carcerario a divorarsi un dato numero di pagine, e Giovanni Suzzani si sprofondava nei romanzi dell’editore Aliprandi, scoppiando talvolta in risate così plateali e così rumorose che costringevano il secondino di guardia a buttare per il buco un ordine imperioso:
– Silenzio!
In certe sere… In certe sere nessuno lasciava cadere un libro, nessuno tossiva, nessuno si muoveva come se avessimo saputo che avevamo alle spalle gli occhi e le orecchie degli agenti incaricati della sorveglianza notturna.
Ci capitava addosso la ronda, col lanternone fumoso, come una sorpresa che metteva freddo.
– Sono le dieci!
Non ce lo facevamo dire due volte. In un minuto spostavamo i tavoli, mettevamo carta e libri al posto, lasciavamo giù le brande, facevamo il letto e ci buttavamo sul pagliericcio senza aver modo di cambiare la camicia.
Chiesi era sempre il primo a toccare le lenzuola. Adagiato, con la guancia sul guanciale, incominciava subito a ruggire come una belva con una palla nella testa. Don Davide non dormiva subito. In letto, con una coperta che non lo copriva completamente né da una parte né dall’altra, sembrava un enorme cetaceo a mezz’acqua. Si voltava faticosamente come un pachiderma. Federici si metteva sul fianco, con un libro in mano, in una posizione da ricevere la luce sulle pagine e continuava la lettura per un’altra mezz’ora. Poi mi diceva:
– Ciao, Paolino, dormi bene.
– Ciao.
Lazzari, santone, con gli occhiali che gli aveva prestato l’amico Scannatopi e che gli davano l’aria di una vecchia in collera, si dava furiosamente alla lettura, leggendo cento, centocinquanta pagine di un fiato, lasciandosi magari sorprendere dalla seconda ronda col libro in mano.
Dove siamo adesso stiamo assai meglio che nella quinta camerata. Ma pochi di noi, rientrati in questa vita vertiginosa, rigodranno la pace delle serate intellettuali del reclusorio di Finalborgo.
L’uomo è un animale che rimpiange perfino la galera!

ULISSE CERMENATI

Non so se sia in lui il giornalismo nuovo. So che è giovine e che il giornalismo lo ha stregato. Anche dopo che la professione gli ha fatto rasentare la porta del reclusorio, non sa staccarsene. Con la penna del giornalista gli pare di essere più uomo.
Dal processo è uscito di carattere piuttosto timido. È buono come un marzapane e ricco al di là delle cento mila lire, ma gli manca l’audacia giacobina. Tutti i testi, compreso il sindaco di Lecco, ce lo profilarono con parole che andavano al cuore. Lo stesso Plutarco di S. Fedele non seppe o non volle adagiarlo nei colori foschi delle altre biografie.
Sul banco degli accusati lo consideravamo un problema professionale. Dalla sua condanna o dalla sua assoluzione si doveva sapere se un giornale potesse inviare sul teatro di una sommossa i suoi redattori, senza che la legge dei tribunali militari li considerasse dei partecipanti côlti con le armi alla mano.
– Dopo l’assoluzione, gli domandai un giorno che facevamo colazione al Savini con un amico, che cosa ti è avvenuto?
– Nulla. Io, Seneci, Zavattari, del Vecchio, socialista, e Invernizzi, anarchico, fummo accompagnati a San Fedele da due agenti di P. S. in borghese, in due carrozze a nostre spese. Nella prima erano del Vecchio e Zavattari, nella seconda io e gli altri due. Alla porta della questura c’era la signora Seneci, colorata dalla morte, che aspettava il marito con la paura di perderlo un’altra volta.
L’lnvernizzi e il del Vecchio vennero rinchiusi in un camerotto per ordine del viceispettore Prina. Zavattari e Seneci vennero rilasciati dopo le solite formalità. Zavattari, quando l’ispettore Latini gli fece un’interrogazione, divenne un po’ agitato. Non voleva sentire più niente. Voleva andarsene sui monti e non pensare al brutto sogno attraverso il quale era passato. Io fui sfrattato dalla provincia di Milano, entro le ventiquattro ore.
All’uscita trovai l’ing. Ongania, sindaco di Lecco, e l’avv. Ignazio Dell’Oro che mi aspettavano. Stavamo per andarcene, quando il vetturale che mi aveva condotto alla questura mi ricordò la corsa.
– Dica, e la corsa?
Non mi si avevano ancora restituiti i denari. Il mio amico sindaco tirò fuori subito il portafogli.
Vetturale: Scusi, lei è forse uno del processo dei giornalisti?
– Sissignore.
Diede una frustata al cavallo e via senza la corsa.
– Ho anch’io un cuore, diss’egli scappando.

NOTE:

(1) Avevo ragione. Nessuno si era ricordato di lei o ha saputo del suo atto eroico. Ella è proprio una stradaiuola arcinota che passa ogni giorno traverso la moltitudine dei negozianti e dei sensali della piazza Mercanti e dei portici della Galleria V.E. come una fruttaiuola che non ha tempo da perdere. Mena braccia dappertutto e va in giro senza cappello. È forte, bassotta, con un collo taurino, con la carne biondiccia, con gli occhioni di una vivezza superba, con la faccia mista di bonarietà e di spavalderia, con il petto vanitoso dei trent’anni, con i fianchi pienotti della donna in fiore.
(2) Il processo dei giornalisti è stato il più strepitoso di tutti i processi delle Corti militari. I Tribunali – divenuti quotidiani durante lo stato d’assedio – hanno raggiunto, con esso, la massima tiratura di 35.000 copie. Col processo dei deputati l’interesse era diminuito e la tiratura discese alle 10.000.
(3) Socialismo e Scienza di Filippo Turati.
(4) Tra i tanti libri, ella è autrice della storia dei Trent’anni di pace.
(5) Non conoscevo la lettera che la Kuliscioff scrisse in carcere. Ne taglio via due brani. perché documentano il mio profilo e ribadiscono in tutto la convinzione che la dottora congiunge a un’alta intelligenza un carattere adamantino.
“Sentite, caro Prampolini: voi sapete che non sono ipocondriaca, che non sono portata all’esagerazione dei miei malanni fisici. anzi sono fatalista e piuttosto fiduciosa della mia resistenza. Ho tante volte visto vicina la morte e le ho sempre resistito: perché dovrei proprio morire in questi due anni?
“Ma. dall’altro lato. sono osservatrice e sono medico. Vedo che i sintomi dell’idremia si aggravano: temo che il medico, per rassicurarmi, non mi dica tutta la verità, asserendo che non vi siano alterazioni renali. Caso mai, dunque, che il mio stato si aggravasse. lascio a voi, a Leonida la tutela della mia dignità. Vi prego a mani giunte di opporvi a qualunque passo che si volesse fare per ottenere la mia libertà con una grazia personale o con un indulto speciale. Impedite a chicchessia, per amor di chicchessia, fosse anche mia figlia, che mi sia fatta un’offesa morale. Se dovessi conquistare la libertà a questo prezzo, sarei tanto avvilita, tanto diminuita, tanto degradata, che nulla mi sarebbe la libertà, l’affetto pei miei cari, l’affetto degli amici buoni. Questa, caro Prampolini, è l’unica preghiera che rivolgo agli amici. prima che si rinchiuda la nostra tomba”.

da: www.liberliber.it