Paolo Valera – Il cinquantenario – Edizione Liber Liber

L’Italia Regia non voleva Roma.

Nella storia cinquantenaria non c’è terreno camminabile. Più mi sforzo a gambate di giungere in qualche zona sbloccata dalla melma ufficiale, e più sdrucciolo e più mi inzacchero e più sprofondo e più mi trovo chiuso nelle tortuosità fangose.
Sono come in un’immensa metropoli di fango. Luce giallastra, vie limacciose, edifici di loto, monumenti di mota viscida, personaggi di palta.
Mi pare di avere negli occhi le pillacchere e sul viso la belletta. L’aria stessa che respiro è impura. Sente di cloaca.
Sono nel periodo della contaminazione, nel periodo della fame, nel periodo della corruzione parlamentare, nel periodo delle atrocità politiche, nel periodo della vigliaccheria italiana. Voltatevi indietro. Ecco l’Italia nelle mani dei farabutti, dei mascalzoni, dei truffatori, dei ribaldi. Sfilate, miserabili!
Avanti voi Menabrea, voi Cantelli, voi Bargoni, voi Sella, voi Rattazzi, voi Bonghi, voi Minghetti, voi Venosta, voi Cambray-Digny, voi Depretis, voi Crispi, voi Mancini, voi tutti che avete trescato, che avete tenuto mano, che vi siete fatti complici, che avete fatto trionfare con il voto, con la solidarietà, con l’esempio il misfatto ministeriale. Tutto quel mucchio di gente iniqua rappresenta la pellagra del contadino. Con Quintino Sella alla testa si è sottoposto il corpo del villano all’azione omicidiaria del frantoio dell’imposta sul macinato, si è messo il contatore al mulino delle turbe di campagna per sgrassarle, ischeletrirle, ridurle pelle e ossa in nome del pareggio del bilancio. La manìa del pareggio gli ha fatto domandare i 50 milioni di carta monetata, anche quando la povera gente era afona, non aveva più fiato per sgolare la sua miseria.
Milioni e miliardi nella gola militare, nella gola dell’esercito e della marina che avevano dato all’Italia in compenso di tanto denaro Lissa e Custoza, i due fattacci di terra e di mare i quali, con quell’altro di Abba Garima, formano il triangolo più spettacoloso e più ignominioso delle disfatte del secolo scorso. Al popolo stremato, spremuto, ridotto a non avere più che gli occhi per piangere, piombo! piombo! piombo!
Per dei mesi tutta la penisola è stata indiavolata dai tumulti della fame. Per dei mesi le grida delle donne delle campagne, i pianti dei bambini della poveraglia rurale hanno rintronato in tutte le teste ed in tutte le case italiane e straniere.
All’estero siamo rimasti immortali. L’Italia è il paese della fame, dei tumulti della fame, dei massacri in ogni solco delle nostre campagne. O si moriva estenuati o di piombo. È stato il colera ministeriale di quel periodo. Ha mietuto più persone l’imposta sul macinato che non tutta la pestilenza asiatica. Ah, se il nostro tempo non fosse popolato di rivoluzionari di carta pesta e di socialisti di gesso, noi avremmo in mezzo al frastuono della baldoria cinquantenaria l’oratore più possente, più documentario, più eloquente della vita nazionale. Con tanto materiale per le rivendicazioni dei diritti delle masse la sua voce sarebbe una rivoluzione di campane a stormo. Ma, ohimè! il proletariato italiano è guidato dai leticoni, da persone che vivono di teorie, di sottigliezze, di programmi, di eufemismi, di paure, di ambizioni, di arrivismi, di personalismi.
Pensieri angosciosi, indietro! Io voglio serbare i miei rancori per i facitori di questa Italia inzuppata di sangue umano. Ah, sì, parlateci dei Cavour. Bei tipi. Tipi di poliziotti nati. Interrogate le memorie dei rivoluzionari d’allora. I Cavour! Cavour stesso aveva una testa che era tutta un viperaio, una rete, un labirinto di sofismi. Gli apoteosisti del suo centenario lo hanno divinizzato. Ma fra i suoi contemporanei hanno dimenticato Guerrazzi, perchè, parlandone, non ha avuto la perfida illusione degli altri. Anche lui, come gli altri, aveva spremuta la spugna dell’aceto e del fiele sulle labbra dell’Italia proletaria. Un po’ di corda al collo della sua riputazione sarebbe stata giustizia. Per me basterebbe il 6 febbraio 1853. Nel ’53 i Cavour vanno in frantumi. È una pagina che li obbliga a smascherarsi e lasciarsi vedere nel dietro scena e nella viltà. Non sono più protetti dai sotterfugi. Il ’53 li confonde coi croati, li mette assieme, li unisce nel lavoro di persecuzione e di espulsione. Sono poliziotti coi poliziotti, boia con boia, carnefici coi carnefici. Gli uni impiccavano, condannavano, inseguivano e gli altri agguantavano, facevano visite domiciliari, bandivano, mettevano in fuga tutti quelli che osavano sognare di fare l’Italia a ogni costo, con o senza monarchia. A Milano la carneficina pubblica. A Torino il lavoro poliziesco sott’acqua, compiuto con la stessa ferocia. A Milano i croati, ve ne ricordate? La sommossa si è concentrata con gli affiliati di Porta Tosa in San Pietro in Gessate; è stata sommersa nel sangue. Gli austriaci hanno compiuto le solite stragi. Hanno ammazzato, bastonato, sciabolato, inseguito, atterrato, fatto tutto il lavoro degli assassini. Hanno innalzato le forche. Per tre giorni di seguito i carnefici hanno continuato ad appendere. Nel primo giorno ne hanno impiccati più di venti. Scannini, Taddei, Bigatti, Broggini, Faccioli, Canevari, Monti, Saporiti, Galimberti, Bissi, Calla e, via via. Hanno condannato più di sessanta persone ai lavori forzati coi ferri o all’arresto in fortezza coi ferri. Ebbene, mentre il moto di tanti generosi finiva in un dolore che non ha nome, tanto supera l’immaginazione, sapete che cosa hanno fatto i nostri facitori dell’Italia, commemorati e marmorizzati nella gloria ufficiale? Hanno dato ragione all’Austria. Nel loro organo ufficiale l'”Opinione”, gli impiccati nelle tristi giornate sono divenuti “ribaldi e barabba”. E i signori Cavour di Torino disuggellavano le lettere di tutti gli emigrati, aumentavano le spie intorno ai sospetti, mettevano in prigione tutti quelli additati dalle polizie dei tirannelli che occupavano l’Italia e mandavano al confine tutti gli altri che vi si erario salvati scappando dall’Austria, dal Papa, dal Borbone e da qualche ducato. Fra le vittime delle razzie del Governo sardo cito, indovinate? Francesco Crispi. Mi valgo, per la documentazione, di qualche nota del suo libro.
“Il governo piemontese – era al potere Cavour-San Martino – senza alcuna richiesta del governo austriaco (la mia storia mi informa che egli – il governo piemontese – è stato invitato a cooperare alla distruzione dei rivoluzionari della indipendenza), e senza ragione ordinò immediatamente, appena conosciuti i fatti di Milano, l’arresto e le espulsioni di quella parte della emigrazione la quale sui registri di polizia era indicata di idee repubblicane. Non fu questione di alcuna sorta di partecipazione al moto milanese; nessuno degli arrestati fu convinto di ciò o trovato in possesso di corrispondenza che potesse tenere luogo di una qualsivoglia prova indiziaria. La fretta e la illegalità patente dell’atto scandalizzò tutti coloro che avevano prestato fede al liberalismo di Cavour”.
Il questore di Torino si chiamava De Ferrari. Do il nome del grosso birro dell’Italia iniziale perchè in lui è il prototipo di tutti i questori venuti dopo e sparsi per le provincie della “Italia una”. È il tipo che trovate a Palermo nel De-Seta, colui che ha servito poi Crispi nel ’94.
Il De Ferrari aveva il pelo sullo stomaco come il Maniscalco della Sicilia borbonica.
Udite Mauro Macchi che era uno scrittore di diarii e di almanacchi politici e che fu poi deputato per tanti anni: “Cacciato dal Piemonte dopo cinque anni di dimora in seguito agli ultimi fatti di Milano, sento il bisogno di dichiarare dinanzi al pubblico ciò che il Governo non ignora, cioè che nessuno fu più estraneo di me al tentativo del 6 febbraio, come nessuno ne deplora più vivamente le sanguinose conseguenze”.
Molti altri, centinaia e centinaia, hanno subito la sua sorte. È Crispi, il futuro anticristo dei socialisti italiani, che ne parla: “Arrestato il 7 marzo p.m., mi furono chieste le chiavi; ho dato l’unica ch’io teneva. Chiesi di essere presente alla perquisizione che si voleva fare in casa mia e mi fu negato”. Poi scrisse al questore: “Da tre anni e sei mesi che mi fu permesso dimorare in Piemonte non ho mai offeso le leggi del paese. Se il mio arresto è un preliminare all’ordine di espulsione dai regi stati sardi, mi permetto prometterle che non è mica necessario. Io chiesi un asilo in terra italiana che si regge a governo costituzionale, perchè credevo potervi godere una vita tranquilla. Poichè il governo di S. M. sarda ha deciso in guisa da farmi ricredere da questa cara illusione, non io mi opporrò certo agli ordini che mi sarebbero dati in proposito. Soltanto chiedo il tempo necessario per aggiustare i miei affari e farmi venire da mio padre qualche somma per il viaggio e andrò via. In Torino ho casa, ho mobilio, libri ed altri effetti, ho qualche credito, ho debiti e non potrei partire intempestivamente e senza dare onorevole assetto alle cose mie. Ho molta dignità, nè vorrò dimandare altro”.
È stato come se avesse parlato ad un muro. Il questore non si è commosso. Lo ha lasciato con altri 500 nella prigione Malpaga (dove la Montmasson, la povera donna gettata poi in mare per un altro sposalizio, gli portava la biancheria stirata), e venuta l’ora dell’espulsione lo ha fatto accompagnare con tanti altri alla frontiera dai reali carabinieri.
L’Italia è fatta e i suoi facitori sono nel medagliere del cinquantenario. Ma se la storia potesse parlare non ce ne sarebbe uno che potrebbe salvarsi dalla fama di poliziotto. Noi non abbiamo avuto per governanti che poliziotti. Il nostro più grande ministro non è stato superiore al cervello di Satriano, il capo della polizia napoletana ai tempi del Borbone. C’era e c’è forse in tutti i ministri italiani un po’ dell’aguzzino di professione.
Lo stesso re Vittorio Emanuele II comunicava le “mene rivoluzionarie” a Napoleone III. Mentana è a mia disposizione. È tra quei due regnanti e tra i loro ministri che è stato preparato il massacro garibaldino a Monterotondo, sui monti Parioli, come è da quel carteggio che esce che Vittorio Emanuele II e i suoi governanti non volevano Roma. “Il mio governo ed io, scriveva il re savoino all’imperatore del Due Dicembre, per mantenere fede al trattato di settembre, l’abbiamo combattuta (la rivoluzione) con tutte le forze nostre al di qua dei confini di quel territorio. Ora che, d’accordo anche colle popolazioni, minaccia la sicurezza della Santa Sede, io non posso far nulla per impedirla, non potendo passare il confine. Se vostra maestà crede dover inviare truppe a Civitavecchia o a Roma, io dovrei simultaneamente oltrepassare il confine, e si metterebbe ben tosto termine a cotesto stato anormale di cose. Farei nel medesimo tempo un proclama, nel quale dichiarerei di non avere alcuna idea ostile contro l’esercito francese. V. M., nell’alta sua saggezza, troverà poi il modo di accomodare le cose in guisa che gli interessi delle due nazioni siano messi in salvo”.
Fu il re che ha impedito al Rattazzi che voleva riabilitarsi di Aspromonte di mandare le truppe italiane nel territorio papalino. La mentalità della destra era la mentalità regia. Nessuno ha voluto. È nel palazzo dei 500 che lo stesso Rattazzi lo ha proclamato.
– Io sì, o signori, avrei ragione di dire a voi che ci avversate in questa politica, a voi che ne seguite un’altra, io sì, avrei ragione di dirvi che se fosse stato dato alla nostra amministrazione di liberamente compiere ciò che ci eravamo prefisso, a questa ora la questione romana avrebbe fatto un passo grandissimo, l’intervento francese si sarebbe evitato, ed a quest’ora i romani avrebbero già deliberato di voler far parte del regno d’Italia.
No, no: i regi non volevano Roma. Basterebbe il proclama di Menabrea, mentre i romani imploravano, per carità, una schioppettata garibaldina o regia. Basterebbe il fatto ch’egli ha sguinzagliato caterve di poliziotti con l’ordine di agguantare tutti i fanatici del “Roma o morte”. Ma anche più tardi, non manca il documento. Ministri e conservatori del salone dei 500, fino agli ultimi momenti, fino a quando la catastrofe napoleonica non era un fatto compiuto, hanno rifiutato, non hanno voluto ascoltare, hanno negato ogni diritto italiano al territorio, hanno molestato, arrestato, fatto di tutto per far crepare anche l’idea della conquista di Roma. La sola paura era che i garibaldini riuscissero a fare un’altra donazione alla monarchia, perduta nelle gonne della Rosina. Infranto l’impero, ecco che tutti diventano eroi; ecco che tutti vogliono Roma, ecco che allora si riode il grido di dolore ed ecco perfino Vittorio Emanuele coraggioso che aggiunge che “l’abbiamo scappata bella!” esclamazione che se traduceva la gioia di non avere più ostacoli per Roma, riassumeva l’ingratitudine reale per il massimo alleato della indipendenza italiana che aveva sacrificato i suoi zuavi a Magenta e a Solferino.
Voi Cairoli, voi tutti eroi che non avete aspettato che Roma immortale vi aprisse le porte, siete caduti nel vostro sangue. Io vi ricordo e piango. Passate voi buzzurri, voi affaristi, voi speculatori, voi tutti eroi della sesta giornata. Roma è vostra.
Nell’atto finale diventa simpatico perfino Pio IX, il carnefice esecrato di Monti e Tognetti. Egli, leggendo la lettera di Vittorio Emanuele che gli ha portato l’incaricato del messaggio reale, non ha potuto trattenersi la verità in bocca: – Che ipocrisia!
Dopo una pausa di trepidazione si è rivolto all’inviato con la faccia tutta ammantata di disprezzo: – Dite a Sua Maestà che io non conosco per nient’affatto legittima l’azione dell’Italia su Roma e che protesto in faccia al mondo contro una così empia aggressione!
Dopo un’altra pausa ha soggiunto:
– I reggitori d’Italia son sepolcri imbiancati.
I famosi cannoni vomitavano sulle mura di Roma i loro furori inutili, perchè nessuno combatteva, e il pontefice passeggiava con le braccia incrociate e ripeteva come a sè stesso tutta la storia d’Italia:
– Che ipocrisia!
Aveva ragione. I regi sono riusciti in Roma a furia di ipocrisia. Hanno riempite le prigioni italiane della gente che voleva o Roma o morte fino alla caduta di Napoleone e poi hanno fatta la breccia di Porta Pia!
Che ipocriti i brecciaiuoli!
Leggiamo l’ipocrisia epistolare

“Beatissimo Padre!

“Con affetto di figlio, con fede di cattolico, con animo d’Italiano, m’indirizzo ancora, come ebbi a fare altre volte, al cuore di Vostra Santità.
“Un turbine di pericoli minaccia l’Europa; giovandosi della guerra che desola il centro del continente, il partito della rivoluzione cosmopolita cresce di baldanza e di audacia, e prepara, specialmente in Italia e nelle provincie governate da Vostra Santità, le ultime offese alla monarchia ed al papato. So che la grandezza dell’animo vostro non sarebbe mai minore della grandezza degli avvenimenti; ma essendo io re cattolico e re italiano, e come tale custode garante per disposizione della Provvidenza e per volontà nazionale dei destini di tutti gli italiani, sento il dovere di prendere in faccia all’Europa ed alla cattolicità la responsabilità di mantenere l’ordine nella penisola e la sicurezza della Santa Sede.
“Ora, Beatissimo Padre, le condizioni d’animo delle popolazioni romane, e la presenza fra loro di truppe straniere venute con diversi intendimenti da luoghi diversi, sono fornite di agitazioni e di pericoli evidenti. In caso di effervescenza, le passioni possono condurre alle violenze ed alla effusione di un sangue che è mio. Il vostro dovere è di evitare ciò, di impedirlo.
“Veggo l’indeclinabile necessità per la sicurezza dell’Italia e della Santa Sede, che le mie truppe, già poste a guardia del confine, inoltrinsi per occupare le posizioni indispensabili, per la sicurezza di Vostra Santità e pel mantenimento dell’ordine.
“La Santità Vostra non vorrà vedere in questo provvedimento un atto ostile. Il mio governo e le mie forze si restringeranno ad un’azione conservatrice e a tutelare i diritti, facilmente conciliabili, delle popolazioni romane colla inviolabilità del Sommo Pontefice, e la sua spirituale autorità coll’indipendenza della Santa Sede.
“Se Vostra Santità, come non ne dubito, come il sacro carattere e la benignità dell’animo mi danno il diritto a sperare, ispirasi a un desiderio eguale al mio di evitare un conflitto, e sfuggire al pericolo della violenza, potrà prendere col conte di San Martino, latore di questo monito, gli opportuni concerti col mio governo, concernenti l’intento desiderato. Mi permetta la Santità Vostra di sperare ancora che il momento attuale sia solenne per l’Italia e per la Chiesa.
“Il papato aggiunga l’efficacia allo spirito di benevolenza inestinguibile dell’animo vostro, verso questa terra che è pure vostra patria; e ai sentimenti di conciliazione che mi studiai sempre con incrollabile perseveranza di tradurre in atto, perchè soddisfacendo alle aspirazioni nazionali, il Capo della cattolicità, circondato dalla devozione delle popolazioni italiane, conservasse, sulle sponde del Tevere, una sede gloriosa ed indipendente da ogni umana sovranità.
“La Santità Vostra, liberando Roma dalle truppe straniere, togliendola al pericolo continuo di essere il campo di battaglia dei partiti sovversivi, avrà dato compimento ad un’opera meravigliosa, restituita la pace alla Chiesa, mostrato all’Europa, spaventata dagli orrori della guerra, come si possono vincere grandi battaglie ed ottenere vittorie immortali con un atto di giustizia, con una sola parola di affetto.
“Prego Vostra Beatitudine di volermi impartire la Sua Apostolica Benedizione, e riprotesto alla Santità Vostra, i sentimenti del mio profondo rispetto.
“Di Vostra Santità.
“Umiliss. obbedientiss. e devotiss.
“VITTORIO EMANUELE”.
Firenze, 8 settembre 1870.

Ed ecco la risposta:

Maestà,
“Il conte Ponza di San Martino mi ha consegnato una lettera, che a V. M. piacque dirigermi; ma essa non è degna di un figlio affettuoso, che si vanta di professare la fede cattolica, e si gloria di regia lealtà. Io non entrerò nei particolari della lettera, per non rinnovellare il dolore che una prima scorsa mi ha cagionato. Io benedico Iddio, il quale ha sofferto che V. M. empia di amarezza l’ultimo periodo della mia vita. Quanto al resto, io non posso ammettere le domande espresse nella sua lettera, nè aderire ai principii che essa contiene. Faccio di nuovo ricorso a Dio, e pongo nelle mani di Lui la mia causa, che è interamente Sua. Lo prego a concedere abbondanti grazie a V. M. per liberarla da ogni pericolo e renderla partecipe delle misericordie ond’ella ha bisogno.
“Pius PP. IX.”
Dal Vaticano, 11 settembre 1870.
Francesco D. Guerrazzi nei momenti
più venali del cinquantenario.

Alto, grande, formidabile. Francesco Domenico Guerrazzi è la figura più eminente fra i costruttori della vita morale pubblica del suo tempo. Egli fu una campana a stormo contro la corruzione dei giornali borgiani. Io, lettore, ho ancora nelle orecchie gli echi fragorosi del suo stile. Prosa sonora come il rame. Rompeva nel cervello con il rumore delle lastre metalliche precipitate da una scala di marmo.
La sua penna non s’è confusa. È stata senza concorrenti. Era come un ferro rovente che strisciasse sulla cote per mandare scintille e stridori. Egli non ha scritto: ha inciso. I suoi libri sono state battaglie. Egli ha avuto un culto per la verità oggi demolita dal ventre. Sincero, convinto che il documento della vita è la produzione più importante nei conflitti sociali non ha risparmiato neppure sua madre, manesca, brutale, selvaggia, feroce, ardita, poco affezionata alle cose dell’altra vita, irreligiosa, capace di prendere Cristo per la barba. Se non fosse vero che lo stile è l’uomo, bisognerebbe fare un’eccezione per Francesco Domenico Guerrazzi. È tutto lui. È lo specchio che lo riflette cerebralmente. Violento, eloquente, indipendente, incorruttibile, incapace di qualunque ipocrisia. Gli ultimi anni in cui visse Domenico Guerrazzi sono stati i più foschi, i più venali, i più turpi, i più immondi, i più livreati della livrea regia del cinquantenario. Non c’erano scrupoli. I giornalisti si erano divisi. Da una parte si voleva l’epurazione, e dall’altra la cuccagna. Puritani e immorali si contendevano il terreno in nome della purezza dei costumi, delle libertà politiche, delle coerenze parlamentari. Gli uni erano altezzosi, gli altri villani.
L’accusa più terribile dei tempi del Lanza, del Sella e del Cambray-Digny era quella di austriacante o di avere favorito in qualche modo l’Austria. Così è stato enorme il baccano fatto intorno alle lettere di Raffaele Sonzogno vendute dal Mayer (Montazio) al partito della Perseveranza. Il povero diavolo che si era messo a capo dei moralizzatori ha dovuto scomparire dalla vita pubblica, ha dovuto dare le dimissioni da deputato e da direttore della Gazzetta di Milano. I Bonghi della Perseveranza, i Fortis del Pungolo e gli Emilio Treves del Corriere di Milano non si sono contentati del suo martirio a Josephstad. Sono stati implacabili.
La galera austriaca subita da un rosso italiano non bastava. L’espiazione era insufficiente. Bisognava morire. Lo hanno lacerato, straziato, ridotto un uomo senza resistenza. Gli uomini della epurazione non lo hanno difeso. Hanno voluto essere coerenti. I Cavallotti, Mussi, i Ghinosi, i Bizzoni, i Billia, i Crispi non lo hanno difeso.
Nessun partito nel 1811 poteva inchiudere persona che fosse stato in simpatia cogli austriaci. Gli austriacanti erano abbominevoli. Nessuno poteva tollerarli. Gli uomini “vituperevoli” si cercavano nei giornali come si cercavano nel ’59 nei solai e nelle cantine.
I giornalisti che avevano subìto in silenzio la perdita di Raffaele Sonzogno si sono impadroniti di Emilio Treves che si era rifugiato come redattore politico nel Corriere di Milano. Lo hanno fatto a tocchi e bocconi. Moralmente non gli hanno lasciato neppure gli occhi per vedere lo strazio che si faceva di lui. Per le vie lo si schiaffeggiava, lo si ingiuriava come un istrione del giornalismo. Nessuno voleva battersi con lui. Egli era indegno, spregevole. Era l’autore di molti articoli politici scritti sul Diavoletto di Trento, il periodico di obbrobriosa memoria che insultava i martiri italiani e inneggiava alle forche dell’Austria e sulla Gazzetta di Milano dell’arciduca Massimiliano, diretta dal Menini. Molti testimoni, molte dichiarazioni collettive. Egli era un morto che camminava, un uomo che doveva perire, che doveva uscire dal partito conservatore che aveva assassinato il Sonzogno e voleva salvare il cav. Emilio Treves. La vendetta di Enrico Montazio, condannato come scroccone più di una volta ed ex redattore di quella Gazzetta d’Italia che aveva vilipeso le glorie più pure d’Italia, del Montazio che aveva venduto le lettere di Sonzogno ai moderati milanesi a peso d’oro doveva esser scontata con la testa di chi aveva nutrito i giornali austriaci del proprio entusiasmo pel terrorismo austriaco. Felice Cavallotti è stato il più inesorabile. Egli ha detto in grassetto che nessuno poteva avere questioni d’onore con Treves. Egli e tutti i “perduti” potevano darsi il lusso di mettere tutte le sere sotto i piedi le ingiurie degli avanzi imperiali e delle regie livree, lordi ancora del fango e della bava in cui si arrotolavano ai piedi dell’austriaco”. Egli aggiungeva che la livrea dell’austriaco non poteva essere – in nessun caso – la divisa di nessun partito. L’Austria era della peste antinazionale. L’imperatore non aveva sottomesso l’Ungheria e l’Italia che con le forche.
Non si capirà mai la lotta cavallottiana se non risalendo ai suoi primi anni professionali. Era fin d’allora un epuratore. Non voleva che il giornalismo fosse un asilo o un rifugio agli uomini di fama pregiudicata – agli individui che avevano pecche da farsi perdonare o bassi livori a cui dar sfogo o agl’industriali che trattassero la professione come una pura e semplice speculazione o come un mezzo per vendere la propria opinione al miglior offerente. Egli voleva i “precedenti” dei giornalisti. No, signori moderati, voi non potete assumere arie dignitose, austere, morali, senza liberarvi delle persone indegne che parlano di incorruttibilità delle opinioni. Eh, che diavolo! Si son visti i Mistrali, i Pancrazi, i Montazio scrivere articoli splendidi di forma sulla necessità di moralizzare i costumi politici, ma non era che della prostituzione.
È stata una campagna non mai veduta. Tutti gli austriacanti erano trascinati alla sbarra della stampa incorrotta. Si sono messi alla berlina l’ex i. r. ciambellano conte Bembo, rappresentante di Venezia, il signor marchese Uberto Pallavicini, il signor Angelo Villa Pernice, deputato di un collegio di Lecco, tutti firmatari degli infami e scellerati indirizzi dei febbraio 1853 a Radetzki, in cui lo si applaudiva e lo si ringraziava di avere fatto provvidamente penzolare dalle forche i nostri poveri martiri. È stata un’esumazione di tutte le vigliaccherie compiute dagli uomini che componevano la maggioranza dell’Italia della cuccagna. Erano tempi tristi. I governanti non avevano pietà per alcuno. Con lo sbruffo ai rettili della stampa e il bavaglio a coloro che non volevano vendersi compivano stragi. Il Richetti, per esempio, ministro della guerra, ha fatto inviare tutti i sotto ufficiali implicati nell’affare Barsanti, assolti alle Assise di Piacenza, alle compagnie di punizioni di Rocca d’Anfo, dei Lido di Venezia e di Finestrelle, dopo averli, naturalmente, fatti degradare e dichiarati indegni di appartenere “alla famiglia onorata come quella dell’esercito!”. E chi era Richetti che faceva tanto lusso di aggettivi illustrativi militari? Un infame del cinquantenario. Era colui che aveva dato l’ordine in iscritto al maggiore De Villata, di compiere le inaudite e feroci esecuzioni a Fantina. Egli vi ha fatto trucidare i garibaldini di Trassello.
I tempi erano così turgidi di vigliaccheria, così pieni di sangue e di orrore che si è veduto l’autore dell’Assedio di Firenze e della Battaglia di Benevento discendere dal suo piedestallo e andare fra gli scavezzacolli, tra i perduti, fra gli uomini alle prese con tutto il canagliume giornalistico e assumere il posto di combattente come uno di venti anni. È lui che ha denunciato le sessantanove fucilazioni compiute qua e là per l’Italia in pochi mesi, che ha denunciato la inaudita vigliaccheria di avere processato a Ravenna 800 persone firmatarie di una protesta per la loro esclusione dal ruolo degli elettori. Fu lui che ha sguinzagliato la sua collera contro i miserabili che avevano assassinato Barsanti – imperitura infamia della monarchia – lui che per la sua campagna morale si è veduto dai livornesi lasciato in fondo all’urna per eleggere, indovinate chi? Pietro Bastogi. “Ah! se avessi potuto presagire mai che le fortune patrie dovessero riuscire a questo, innanzi di scrivere e di parlare avrei consentito che altri mi mozzasse la lingua e le mani. Che oceano di viltà! Che diluvio d’infamia!”. E poi vedeva la stupidità dei governanti, la viltà di una setta scellerata e trionfante, la illuvie dei mediocri, che nati al remo presero la penna.
La pubblica coscienza ha accusato il Bastogi della corruttela per l’accollo delle ferrovie meridionali con mezzi turpi e Livorno lo ha eletto. E sapete chi era il Bastogi? Un banchiere che prestava il denaro a usura al granduca di Toscana perchè continuasse a forare i petti dei livornesi col piombo.
Era il banchiere che speculava sul sangue dei sudditi vittimizzati dalla tirannia. Era colui che ha cercato dopo con una sommetta di tre borse di studio di farsi perdonare i “precedenti”, ma la storia non può perdonarglieli, come non può perdonarli ai Susani, ai Cambray-Digny, ai Brenna, ai Pancrazi, ai Levi, ai Mistrali, ai Montazi, ai Fambri e a tutta l’altra colluvie umana passata alla fogna. Il Mistrali, giornalista fognoso, in un giorno in cui la sua svergognatezza gli impediva di vedersi nei bassi fondi giornalistici, ha osato sfidare Maurizio Quadrio. L’intemerato giornalista mazziniano, di solito così buono e così tollerante, si è trovato come davanti a un rospo. Si è alzato, lo ha preso per il sedere, lo ha tenuto in aria e poi lo ha buttato fuori dell’uscio come un sacco di immondizia.
E dopo una requisitoria rimasta immortale, l’uomo che aveva subìto, prima dell’Italia unita, 60 mesi nel Mastio di Volterra e alle Murate di Firenze, passati in stanze anguste, rozze e nude, come prigioniero di Stato e che ha dovuto subire anche lui, come Garibaldi, l’amnistia del tiranno, ha ripetuto che per lui la repubblica “era l’unico e più giusto dei governi”. E dicendo questo faceva sfilare tutti i voltafaccia del suo tempo che da repubblicani erano diventati monarchici arrabbiati, deputati della consorteria e votanti in favore di tutti i ministeri.
Ci vorrebbe un volume per riassumere le rampogne guerrazziane. A me basta di avere additato che nel periodo della pioggia fangosa un uomo possente come Domenico Guerrazzi era in piedi a scagliare i suoi fulmini contro la canaglia possentissima che imperava con gli assassini e la corruzione.
La fucilazione di Pietro Barsanti.

Abbiate pazienza. Io ho bisogno di un medico che mi prema o mi leghi o mi sottometta i nervi. Sono troppo agitato. Non vedo bene. Mi si alterano i colori come se fossi affetto da daltonismo. Ci sono momenti in cui mi pare di essere il personaggio shakespeariano. Più mi lavo e più le mie mani sono chiazzate di sangue. Scrivendo le note del tragico avvenimento ne sono come rimaste intrise.
Vivo nel sogno. Leggendo ho gettato dei gridi. Mi sono trovato nelle condizioni di Anna Pallavicini. Mi sono nutrito di speranza. Credevo nella clemenza degli uomini. Mi pareva che i vecchi fossero più umani dei giovani. Ho sbagliato. Sono i vecchi ministri di casa Savoia che mi hanno agguantato e curvato sulla testa sfracellata di Pietro Barsanti, tenendomivi sopra, facendomi soffrire come non ho mai sofferto in vita mia.
Perchè voi soffriate come me io vi devo trascinare fino in fondo, nelle pozze di sangue, dove è il cadavere del martire di una idea, fucilato quando centomila persone avevano la mano sul cuore in attesa della grazia.
Abbiate pazienza, Non ho preamboli. Vi metto immediatamente nei guazzi rossi del ventenne.
Io vado subito all’epilogo. Voi ne sapete la data. Nel ’70 non c’erano rivoluzionari di carta pesta. Si faceva sul serio. La gioventù repubblicana si votava alla morte.
In quel periodo in cui si chiamava il questore Menelao, il questurino mardocheo, il “Corriere di Milano” Trotta piano, e la “Perseveranza” madama Travasa, ci sono stati dei tentativi quasi simultanei per rovesciare la monarchia che non sapeva che tosare i contribuenti e far tacere i riottosi della fame a colpi di fucile.
A Pavia, a Piacenza, a Brisighella (Faenza), a Bologna, altrove si è tentata l’insurrezione a mano armata.
La mente direttiva doveva essere una sola perchè si è trovato dovunque la stessa movimentazione.
Gli insorti, con la connivenza dei congiurati militari, si sono impadroniti dei fucili e dei revolvers. Nella stessa notte, quasi alla stessa ora, con le stesse grida hanno dato l’assalto alle caserme. Si sperava in un affratellamento. Viva l’esercito! gridavano. Viva la repubblica! Abbasso la monarchia! Viva lo Statuto! Viva il 42° fanteria! Fuori! fuori!…
La risposta è stata identica in tutti i luoghi. In certi siti la sentinella non ha esitato a far fuoco, in certi altri si è ritirata nei casotti chiamando alle armi! e in alcuni ha strèpitato fino a quando sono usciti i soldati con l’ufficiale a scaricare le armi.
Pochi morti e pochi feriti da una parte e dall’altra. Non c’era astio, non c’era odio, non c’era esasperazione fra di loro. Senza la disciplina gli uni si sarebbero gettati nelle braccia degli altri.
A Pavia il moto insurrezionale è incominciato alle 4 e mezzo del mattino del 24 marzo 1870.
I rivoltosi non erano che 40 o 50. Si sono avviati alla caserma di S. Francesco. C’è stato uno scambio di fuoco. L’ufficiale che comandava la compagnia cadde gravemente ferito, come caddero feriti tre o quattro soldati. Un sergente venne trovato più tardi cadavere.
Gli insorti vi hanno lasciato uno dei loro cadavere. Aveva in tasca due revolvers. Più tardi si è ritrovato un altro borghese morto.
Altrove la scena si era ripetuta. Il quarantaduesimo di fanteria era un po’ a Pavia, un po’ a Piacenza e un po’ a Brisighella. Si è supposto che fra i soldati dello stesso reggimento ci fosse un’intesa.
Il sindaco di Pavia era il Vigoni del nostro tempo. Ha ingrossato l’avvenimento, ha veduto cataste di cadaveri in ogni angolo. Si sono fatti molti arresti a casaccio. Si sono trovati dei fucili.
Il Mosti, il quale non doveva avere grande importanza, perchè non l’ho mai trovato in nessun libro o giornale con cenni maggiori di quelli della sentenza, era riuscito a mettersi in salvo e Pietro Barsanti è stato preso per il colletto, arrestato e trovato con due dei revolvers rubati al deposito in saccoccia.
Aveva ventun’anni, era volontario ed in caserma aveva imparato a disprezzare la monarchia.
Lo si è processato. È stato difeso da tre personaggi della Camera a Firenze: da Mancini, da Pier Ambrogio Curti e da Pierantoni, morto ieri.
L’eloquenza non è valsa nulla. Un tribunale militare non ha cuore che per il codice militare. È stato condannato alla fucilazione nella schiena.
La condanna era stata pronunciata 2 mesi dopo l’arresto, e la sentenza venne eseguita tre mesi dopo, alla presenza di tutte le rappresentanze di tutte le armi dell’esercito.
La fucilazione è stata approvata dal Corriere di Milano con un articolo del Dina, dal Pungolo, con un articolo di Carlo Levi, dall’Italia Militare, dalla Perseveranza, dal Rinnovamento, ecc.
Durante i tre mesi di agonia c’è stato un lavoro febbrile in tutti i centri d’Italia. Alla testa delle signore, nobili e plebee, era Anna Pallavicini.
La petizione della moglie del martire dello Spielberg era firmata da 40 mila donne. Quella degli uomini contava più di 100 mila firme.
I giornali dello sbruffo – come si chiamavano allora – continuavano la propaganda dell’assassinio. Esigevano la vendetta.
La Perseveranza, diretta dal Bonghi, era la più implacabile. Per lei non c’era che la cura del piombo. Invece i giornali, come la Riforma del Crispi, la Gazzetta di Milano e il Secolo di Milano, tacevano.
Si era loro fatto credere che il chiasso intorno al condannato avrebbe voluto dire il prorompimento dei fucili.
Hanno taciuto. La stessa Pallavicini li aveva supplicati. La povera donna non si era dato un minuto di tregua. Ha bussato all’uscio del re. Non l’ha ricevuta. Suo marito aveva il cordone dell’Annunziata. La moglie era dunque cugina di S. M. Avrebbe potuto andare da lui, senza essere annunciata.
Non ha voluto essere violenta. Ha scritto al De Sonnas, il grande cacciatore, implorando una udienza reale. Nessuna risposta. Ha riscritto. Silenzio come prima. Disperata è andata da Mancini. Lui e lei si sono presentati al Lanza il 27 agosto 1870, alle 2 pom. Il Lanza era conosciuto per i suoi assassini compiuti in Genova, assediata dal militarismo regio.
– Ella viene – rispose il presidente dei ministri, assumendo la maschera dell’uomo che aveva una notizia incresciosa da comunicare – ella viene per un pietoso ufficio: ho il dovere di darle un triste annunzio. È inutile. È tardi. Fino da ieri l’altro era già stato irrevocabilmente deciso il destino del Barsanti. Dopo tre discussioni nel consiglio dei ministri, si approvava la condanna. Tacendone e mostrandomi disposto a riceverla, ho creduto usare ad entrambi un atto di deferenza.
“Infatti, chiude la lettera della stessa Pallavicini alle donne d’Italia, nell’ora stessa in cui noi eravamo nel gabinetto del Lanza, l’infelice giovanetto era fucilato nel Castello di Milano e moriva col coraggio di un eroe.
“Gettai un acuto grido: un tremito convulsivo si impadronì della mia persona; per poco non caddi tramortita! Il mio compagno, infiammato da nobile indignazione, proruppe in parole severe e tristamente profetiche, che il Lanza non si dimenticherà giammai.
“E ci affrettammo ad uscire, inorriditi di un atto di fredda ed insensata crudeltà, aggravata prima dalla ripulsa e poi dalla apparente ingiuria verso chi a nome vostro (delle donne), interponevasi per impedirlo.
“Che il sangue di quella vittima ventenne non ricada su coloro che, a dispetto del popolo italiano, vollero assumere la responsabilità di spargerlo. Voi, o madri e figlie italiane e quanti avete sensi di sincero amore del paese, augurate all’Italia giorni migliori.
ANNA PALLAVICINI TRIVULZIO”.

La notizia ha costernato tutti. La raccolta di tante firme era stata considerata un plebiscito nazionale, La grazia era in tutte le teste. La notizia del misfatto ministeriale non la si è saputa che a sera tardi.
I particolari hanno centuplicata la collera cittadina. Pietro Barsanti era morto da eroe. Avvertito mezz’ora prima, non ha detto una parola. Il picchetto comandato da un ufficiale è andato a prenderlo alle due meno cinque e lo si è condotto davanti alla Torretta. Non ha voluto aiuto. Si è tolto il cappotto da sè e si è bendato gli occhi con le sue mani.
– Fuoco!
È caduto con otto palle nel cranio, coi capelli, la fronte e la faccia innaffiata di sangue. Con un procuratore in Milano come il Robecchi che massacrava i giornali a sequestri e che faceva fare gli arresti preventivi dei gerenti e dei direttori, i quotidiani non hanno mandato in pubblico la fucilazione che in una prosa ammansata. Ma non si sono salvati. Robecchi li ha acciuffati come se fossero stati pieni di urli sediziosi.
Non è stata rispettata che la “Perseveranza”, perchè essa aveva incitato all’assassinio ministeriale e perché aveva soffocata la notizia fra le altre notizie di cronaca senza neppure l’onore di un “grassetto” o di un “negretto”.
Il 20 marzo 1871 si doveva inaugurare in Milano la statua a Beccaria. Il ministro era l’oratore ufficiale, vale a dire che doveva congratularsi con il Paese, che aveva abolito la pena di morte.
Felice Cavallotti, direttore del Lombardo, gli aveva preparato una smentita, pubblicando sul suo giornale il fac-simile della medaglia d’oro che alcuni cittadini avevano fatto coniare a imperitura memoria della efferrata barbarie del governo italiano, composto del Lanza, di Cesare Correnti, di Emilio Visconti Venosta e di Giuseppe Gadda. Ai morti fango sulla loro tomba. Ai vivi palta in faccia.
Essi sono stati i più grandi vigliacchi di quei giorni.
Il Lanza, un asino che scriveva Italia col g, fucilatore di popoli, cacone in battaglia; il Venosta ex mazziniano, ex cospiratore, ex fuggiasco di Varese, reazionario, capace di tutte le cattive azioni; il Correnti falso democratico, venduto alla greppia, custode delle decorazioni monarchiche, cortigiano di tutti i sopraggiunti re.
La loro mentalità era identica a quella del Borsani, l’avvocato generale militare che li aveva consigliati a resistere alla volontà del paese e a finirla coi moti, fracassando la testa di un giovanetto.
Felice Cavallotti per il delitto del fac-simile è stato agguantato in galleria e messo sotto chiave.
Apologisti dell’Italia una, raccogliete anche questa pagina per il vostro cinquantenario.
Io me ne servo per inquadrarlo nei colori del tempo.
Il fac-simile della medaglia commemorativa della barbara esecuzione era questo:

PIETRO BARSANTI.

NELLA PATRIA DI BECCARIA
MINISTRI I MILANESI
CORRENTI VISCONTI VENOSTA
GADDA
REIETTE LE ISTANZE DI 4000 CITTADINI FU GIUSTIZIATO
IL 27 AGOSTO 1870
A PIETRO BARSANTI
MARTIRE DELLA FEDE
REPUBBLICANA
MILANO 19 MARZO
1871

Eccomi alla fine. La tragedia è compiuta, Pietro Barsanti è stato sepolto nel cimitero del Gentilino, fuori di porta Vittoria, col cippo numero 19.
Devo però ricordare Enrico Bignami, direttore della Plebe. I socialisti stati alla direzione del partito non si sono mai ricordati che di se stessi. Le masse socialiste si sono lasciate rimorchiare come gregge, ma se c’è uomo che abbia meritato un posto eminente nella vita pubblica sarebbe proprio lui. Egli ha pagine splendide. I suoi compagni non lo conoscono. Egli è stato pedinato, arrestato, processato, imprigionato. I suoi giornali hanno subìto tanti sequestri come noi non abbiamo idea. Nell’affare Barsanti egli è stato il primo ad agitarsi, a protestare, a ingiuriare, a domandare l’obolo cittadino per farlo cooperare alla protesta. È lui che ha fatto costruire un ricordo marmoreo al povero Barsanti nel cimitero di Lodi, dove il Bignami aveva la sua officina cerebrale. Il padre di Barsanti gliene ha dato il permesso.

“Pregiatissimo Signore.
“Sono grato della colletta fatta dal giornale la Plebe di Lodi, ed acconsento che con la somma raccolta sia dedicato un sasso sepolcrale alla memoria del mio diletto figlio, in codesto cimitero.
VINCENZO BARSANTI”.

Fra i dieci accusati del moto di Pavia otto erano latitanti. Il più alto di grado era il furiere Carusi, il quale si era impadronito anche, dei fondi della compagnia per il complotto. Il sergente Luigi Cecchini, un ex studente d’anni 27, ha scaricato un colpo di revolver sul tenente Vegezzi, che comandava il picchetto. Lo ha ferito al collo. Il Barsanti e il Carnevali si sono presentati nella stessa mattina dell’avvenimento alla caserma di San Francesco davanti al quartiere del Lino, per incitare i soldati a defezionare e a lasciarsi comandare dal sergente Giuseppe Carnevali, d’anni 30. Di più il Barsanti aveva chiuso in una camerata o in una stanza i due sergenti del quartiere, per impedire loro di mettersi alla testa dei loro plotoni. Col Cecchini sono fuggiti il sergente Parro, d’anni 24, il caporale Mosti, d’anni 20 e il soldato Migliarino, d’anni 23. Per il reato d’insurrezione contro lo Stato vennero condannati il sergente Nicola Pernice, di 34 anni, stato agguantato dai suoi compagni, malgrado non si fosse trovato neanche presente al tafferuglio, a 20 anni di reclusione militare e tutti gli altri assenti, cioè Cecchini, Porro, Mosti, Migliarino, Carusi, Garbarino, Savio, sergente anche lui, e Giuseppe Carnevali alla pena di morte, come il Barsanti.
I sergenti della brigata Modena, imputati di complotto repubblicano e processati a Piacenza, dodici vennero assolti e mandati ai corpi franchi malgrado l’assoluzione, due al bagno penale e uno nella tomba.
In tutti i luoghi, dove si sono svolti i processi, come a Milano, soldati e ufficiali chiamati a deporre, sono stati infami delatori. Hanno denunciato i loro compagni senza pietà.
Signori! la prima legislatura del Parlamento
volge al suo fine. Centosessanta cadaveri.

È inutile. Io ho sempre i piedi nei guazzi del sangue umano. E non posso piangere. Non ne ho il tempo. La pietà mi lascerebbe per la strada. Animo, coraggio. Io devo incoraggiare me stesso.
Avanti, avanti! Io sono alle porte delle giornate di settembre. Sono agli sgoccioli della prima ed ultima legislatura che si è svolta nell’aula del Palazzo Carignano.
Voi sapete come l’unità della patria sia stata compiuta. È una unità tutta fatta di vigliaccherie. Senza Garibaldi nell’epopea noi dovremmo domandare alle potenze estere il permesso di cambiarci il nome come i figli del boia lo domandano sovente per diventare rispettabili.
Ascoltatemi senza fremere. Cito un uomo infame, cito Pio IX.
Fra i papi del “risorgimento” egli occupa il posto più fangoso. Prima di commettere i suoi delitti pubblici, si prostrava davanti alla Croce per delle ore e si alzava più feroce di Haynau.
Tigre come lui, si abbandonava ai furori ecclesiastici: uccideva. La sua religione era la spada.
Egli ha commesso tutte le mascalzonate: si è fatto proteggere dagli stranieri. I mazziniani e i garibaldini hanno dovuto uscire dalla città eterna con le mani tinte di sangue francese, per andare a bagnarle nel sangue croato.
Egli è stato una figura così abbominata che non lo si è potuto portare alla sepoltura che tre anni dopo. E tre anni dopo la collera romana è stata tale che centomila persone si sono radunate a mezzanotte intorno alla sua bara col proposito determinato di rovesciarlo nel Tevere. Alla chiavica! urlava Nicotera, alla chiavica!
Nel 1864, nei momenti della Convenzione di settembre, il suo nome circolava per le regioni della penisola, accompagnato dai rancori italiani. Lo si vituperava, lo si insudiciava, lo si esecrava. Nelle mani del popolo non ne sarebbe rimasto un capello. La gente voleva andare a Roma, voleva detronizzarlo, mandarlo in esilio o buttarlo in una cloaca massima.
C’era Napoleone III. L’Italia è sempre stata in ginocchio davanti all’imperatore uscito dal colpo di Stato. Non si muoveva senza i suoi consigli. Il nostro ambasciatore era l’amante di sua moglie. L’Italia era sua. L’aveva fatta lui. Vittorio Emanuele era il suo servitore. I monarchici aspettino a trepidare. Documenterò cose peggiori.
L’Italia era del sire francese. Gli italiani non avevano mai vinto. Neanche nel ’59. I francesi hanno vinto. I miei documenti sono gli ossari dei luoghi di battaglie per l’indipendenza.
Bonaparte, il piccolo, ha voluto avere un acconto per i suoi sacrifici imperiali: Nizza e Savoia. Alla cessione Vittorio Emanuele si è curvato con un sorriso, meravigliato della modestia imperiale. I suoi ministri ne redassero la cessione con la fraseologia del laccheismo italiano.
La nazione voleva Roma. “O Roma o morte”. Napoleone diceva di no. Roma sarà del sommo pontefice. E per quindici anni il potere temporale è rimasto sotto la sua protezione.
Nel ’61 l’imperatore non ha cambiato. È diventato più papista di prima. La diplomazia era a sua disposizione. Era lui stesso. Ha trovato un cambiamento di dicitura, ma ha lasciato Roma al papa. Jamais! La convenzione napoleonica era un rifiuto senza remissione. Non voleva che Roma divenisse capitale italiana. Si dichiarava pronto a ritirare le sue truppe due anni dopo la data della Convenzione per dar tempo al papa di prepararsi un esercito di cattolici e magari stranieri, di almeno diecimila uomini, ed esigeva con l’articolo primo che l’Italia si impegnasse e non attaccasse nè lasciasse attaccare il territorio del santo padre.
Si capisce. Era la rinuncia al regno unito. Era l’impotenza italiana e il trionfo papale. La Convenzione era stata redatta e firmata da Napoleone III e da Vittorio Emanuele II.
Il Parlamento si è trovato nella sorpresa. Il contratto era conchiuso. Avrebbe potuto e dovuto rifiutare il proprio assenso. Ma la vigliaccheria della maggioranza parlamentare d’allora, è nota. Non viveva che per i ministri. Lasciava fare. Si lasciava rimorchiare. Bastava parlare della patria per essere imbavagliata. Ha aiutato il ministero a saltare la discussione per salvarlo dalla tempesta che si sarebbe scatenata nel Paese.
Nel re era l’autocratismo. Violava lo Statuto come violava il talamo. Egli è stato così figlio di suo padre che ha osato ordinare a tutto il gabinetto di un governo costituzionale di dare le dimissioni. Cosa inaudita. Cosa da rivoluzione. Il gabinetto era quello di Marco Minghetti.
La nazione proletaria, che conservava anche in quei tempi il buon senso, non appena ha avuto sentore della Convenzione che escludeva Roma per sempre dal regno d’Italia, è scoppiata.
Il participio è di Petruccelli Della Gattina. Alla Camera nacquero scene indiavolate. Hanno parlato Nicotera, Crispi, Buoncompagni, Ricciardi, Bottero, Massari, Sella e tanti altri.
Il più violento è stato Crispi. Egli si è servito dell’invettiva di Massimo d’Azeglio.
– Voi siete i figli della paura. Con la traslazione del Parlamento a Firenze, voi rinunciate – diceva – a Roma, capitale d’Italia.
Giuseppe Ferrari, federalista, era contento di Firenze per non vedere due Corti, l’una accanto all’altra allo stesso sportello del tesoro a riscuotere la lista civile.
Petruccelli Della Gattina, coi suoi paradossi, non vedeva nel papa che il rappresentante di una aristocrazia di sagrestia.
Altri aggiungeva che bisognava avere pazienza. Roma poteva capitare agli italiani per un cataclisma indipendente dalla loro ferma volontà. Crispi disse una seconda volta, che approvando il reclutamento di un esercito di mercenari, si accettava l’intervento mascherato. “Il papa che non abbiamo riconosciuto e che non ci riconosce, entrerebbe col nostro consenso nel concerto politico europeo”. La Convenzione era la decadenza del bel Paese nei secoli avvenire.
Nicotera si era limitato a poche parole: “Se domani, diceva, noi tentassimo di andare a Roma, una volta usciti i Francesi, ci si respingerebbe a fucilate. Conosco troppo bene la lealtà del Generale La Marmora, per non sapere che interrogato su questa questione risponderebbe: sì”. (Il presidente del consiglio faceva cenni affermativi).
Il popolo che non è nè diplomatico nè parlamentare, ha fiutato subito la sciagura nazionale. Quello torinese che non voleva che Torino o Roma, o la culla della monarchia o la capitale storica, non ha esitato a decidere sul “patto internazionale”. Era una canagliata solenne. Non poteva, non doveva avvenire. Crispi aveva fatto l’ultima concessione: “Io non ho altra bandiera da innalzare; la bandiera mia è quella che innalzai, sbarcando con Garibaldi a Marsala: Italia una con Vittorio Emanuele!”.
Ma Firenze per Roma era anche per lui una canagliata.
Il popolo si è rovesciato in piazza. La città era in subbuglio. La dimostrazione è incominciata dinanzi la tipografia della Gazzetta di Torino, giornale ministeriale e difensore svergognato della Convenzione di settembre. Esso era stato considerato un insultatore. Molte persone in piazza Castello, sotto le finestre del ministero dell’interno. La scena era incominciata alle sette e mezzo di sera. Si gridava: Abbasso il ministero, Roma o Torino. La dimostrazione è finita senza gravi incidenti. All’indomani, 21 settembre, in piazza San Carlo, dove erano la questura e gli uffici della Gazzetta di Torino, la folla era ansante. Rumoreggiava. Il questore di quei giorni era il tipo dei nostri questori. Decideva di “disperderla colla forza”.
Dò la parola all’inchiesta parlamentare. È prosa molle. Non c’è in essa lievito insurrezionale. Ascoltate. “Sortivano gli ispettori della questura nel punto in cui il questore, armeggiando con una semplice canna, teneva lontani i suoi assalitori. Le guardie a passi affrettati, traendo le armi nella corsa e nell’uscire dalla questura, si approssimavano agli assembrati e giunti vicini a coloro che tenevano le bandiere, uno degli ispettori comandava loro di toglierle e di arrestare coloro che le portavano. Senz’altro indugio (udite! udite!), senz’altra intimazione, le prime guardie si gettavano addosso con violenza alle persone indicate, e caricavano (come ai nostri tempi) con precipitazione l’intiero assembramento. Fu a quell’atto, secondo altri testimoni, che furono sguainate le daghe. È nata una lotta spaventosa.. Che lotta! una violenza sanguinosa. Il popolo aggredito non ha tirato che qualche miserabile sassata. La pietra ha aumentato l’ira dei questurini in accanimento. I fuggiaschi furono inseguiti e percossi a colpi di daga, e perseguitati fin oltre la via S. Teresa e nella Galleria Natta. Nel cieco impeto furono aggrediti, percossi, insultati curiosi e passeggeri, uomini e donne. Nessuno fu risparmiato. Gli episodi crudeli sono infiniti. Non ho spazio per loro. Nella sola galleria si fecero tra i superstiti del massacro ventinove arresti. La repressione fu violenta. Coloro che si distinsero sono stati gli allievi carabinieri. Sono stati loro che hanno fatto una scarica, micidiale sull’attonita popolazione. La folla (udite! udite!) dapprima sostava sorpresa, supponeva che si tirassero colpi a polvere per spaventare i più insolenti: ma il fischiare delle palle la avvertiva ben presto del funesto inganno. Allora fuggiva precipitosa ed atterrita, e la piazza sgombrata in pochi istanti, presentava un lugubre panorama: cinquantasette cittadini erano prostrati al suolo cadaveri o giacenti nel sangue”.
Tacete, non ho finito. Il trasporto della capitale a Firenze con la rinuncia a Roma costa dell’altro sangue. C’è un’altra giornata vittoriosa per i giovani carabinieri e lugubre per il popolo.
“Più gravi sciagure nella giornata del 22. Piazza S. Carlo era gremita di truppe schierate in battaglioni sotto i portici, a riposo, dinanzi ai fasci dei fucili. Dirimpetto alla questura le guardie ed allievi carabinieri; in mezzo alla piazza, popolo schiamazzante. Un ispettore di pubblica sicurezza, scortato da un battaglione del 17°, dopo avere perlustrato Doragrossa e S. Teresa ed essere stato apostrofato con male parole rientrava in questura. In questura si temeva che per i fatti avvenuti il giorno prima, succedesse una invasione popolare. Il questore deliberò senz’altro di sciogliere l’assembramento, dando all’ispettore Chiari l’ordine di uscire e di fare le legali intimazioni. Al tempo stesso si rivolgeva all’ufficiale dei carabinieri perchè uscisse col suo drappello a dar man forte alle intimazioni di disperdersi. L’irritazione contro i carabinieri non poteva essere più alta. Ma il questore ha ingiunto: Eseguite i miei ordini e non pensate ad altro. Non c’è stato tempo per i tre squilli. I carabinieri erano furibondi. Essi sfilarono alla sinistra dell’ispettore Chiari, scendendo fin sulla strada. Allora, dice l’inchiesta, un solo squillo composto di tre soli brevi note, precedeva la prima intimazione dell’ispettore. Stava per darsi un secondo squillo ed il Chiari stava per intimare per la seconda volta lo sgombero, quando, fra il gettare delle pietre e l’aumentarsi delle grida provocate dall’improvviso presentarsi dei carabinieri sulla porta della questura, s’udirono alcuni colpi di arma da fuoco. L’ispettore riparava sollecito nell’andito stesso, e i carabinieri si avanzavano oltrepassando e rompendo la fila dei soldati di linea che erano schierati davanti. In pari tempo nuovi colpi d’arma da fuoco partivano dalla linea dei carabinieri, i quali sventuratamente colpivano gli uomini del battaglione che stava in mezzo alla piazza. Nacque allora una terribile confusione: i fuochi s’incrociarono da ogni parte e quando gli ufficiali, col massimo sangue freddo e colla massima premura avevano ottenuto di far cessare le scariche, numerose vittime di una fatale precipitazione coprivano il suolo e nuotavano nel sangue”. – Gli scrittori sono dei parlamentari. Si capisce la loro prudenza. Volevano essere buoni con tutti. Ma l’epitaffio della seconda giornata era troppo eloquente perchè il popolo scappando verso le proprie case, non gridasse: Assassini! assassini!
In terra erano rimasti centoventisette morti, tredici dei quali militari. Cose orribili. Ecco il tributo dei cadaveri votati al trasporto della capitale.
Non m’occupo dei feriti. Ce n’erano delle infermerie. Non parlo degli arrestati. Non c’era più spazio per loro nelle prigioni. Si è dovuto mandarli altrove.
Questa, o compagni, è la pagina della Convenzione del 15 Settembre. Cadaveri, cadaveri, cadaveri. L’Italia unita è tutta inzuppata del loro sangue.
Il finale parlamentare è stato questo:
Signori deputati, tacete, taciamo, dissero i Lamarmora del Ministero, chiudendo la Legislatura piemontese. Mandiamo l’inchiesta agli archivi e andiamo tutti a Firenze. È carità di patria tacere sui disastri umani: quello che è stato è stato.
Viva il re! Viva l’Italia!
La riabilitazione dei briganti.

L’idea della patria indipendente, è concezione di intellettuali. Sono loro che l’hanno seminata, coltivata, diffusa, propagandata, fatta penetrare nei cervelli con la scuola, con i libri, con i giornali, con la leva militare, con la tribuna parlamentare. È per loro che è diventata una religione. Il solo dissenso in certi momenti equivale al parricidio.
I senza patria sono di creazione moderna. Nei tempi andati non c’era probabilmente che il cinico. Ma finita l’espulsione degli stranieri, la patria è afflitta dai pretendenti. Ce ne sono molti. Tutti si attribuiscono la priorità del brevetto. Dalla storia del risorgimento, ne sbuca uno tutti i giorni. Non c’è mese senza commemorazione di qualche facitore dell’Italia una. Quanti sono? È un elenco che non si chiude mai. Nel passivo del fallimento patriottico l’insinuazione dei crediti è sempre aperta.
C’è chi dice che l’idea prima è di Casa Savoia. I cortigiani hanno nicchiato Carlo Alberto nel tabernacolo del protomartire della liberazione. La storia è composta da molti cervelli. Così trovate la figura dell’ultimo re piemontese negli uni gialla di rimorsi e negli altri estenuata di sagrifici. A chi credere? A chi lo vuole nella espiazione o a chi lo vuole nel martirio? Per il clero l’ideatore della penisola indipendente è Pio IX. È la sua benedizione che ha incendiato i cervelli. È lui che ha tenuto la grande idea a battesimo in San Pietro e che l’ha fatta correre per lo Stivale come una sollevazione.
Roba da 48.
La monarchia è una continuazione. Dopo il padre il figlio. Il figlio è un altro pretendente. Gli storici regi l’hanno nicchiato al Pantheon al posto d’onore. È lui che l’ha fatta. Lo chiamano appunto il padre della patria. Gli storici antidinastici ci assicurano invece ch’egli è sempre stato un oppositore della decapitazione papale.
È andato a Roma, come è andato a Napoli. Spinto, trascinato, minacciato. A chi credere? A chi dobbiamo questa patria?
Tutti se la contendono. Ci sono i francesofili. C’è gente che l’attribuisce a Napoleone III. Dicono che senza di lui la patria sarebbe ancora un’utopia. Per i cavouriani è di Cavour. Non è che nella sua testa che era il sedimento dell’indipendenza nazionale. A chi credere? A nessuno. L’indipendenza non è mai stata una idea personale. Seminata è diventata collettiva. Era un grido solo: O Roma o morte. Si moriva con la canzone sulle labbra.

Le case d’Italia son fatte per noi.
Va fuori d’Italia, va fuori, stranier.

Ma a noi importa, proprio poco chi sia l’autore ufficiale della unificazione. Per noi non è che il popolo. È il popolo che ha tenuto vivo quello che veniva chiamato il fuoco sacro, è il popolo che ha odiato l’Austria e il Borbone, che ha subito la galera e il patibolo, che è passato attraverso i periodi degli eroismi fantastici, che ha combattuto e vinto.
Chi ha guadagnato? La Borghesia.
È lei che ha detto che fatta l’Italia bisognava fare gli italiani. E in nome di questo aforisma il popolo è diventato strame, concime, immondizia sociale. Lo ha straziato, diffamato, respinto, decimato. La sua gratitudine per la conquista patriottica, la troviamo nei garibaldini. Ha iniziato i suoi svaligiamenti disprezzandoli, disperdendoli, considerandoli pezzenti, vagabondi, inquilini del carcere. Li ha mandati tutti a casa con 72 lire e anche ora che siamo a Roma da 40 anni, non ha cessato di trattarli da mendicanti. Ha dato loro 50 lire. Vile somma che senza la miseria coercitiva, i superstiti, avrebbero dovuto sbattere sulla faccia del Parlamento che l’ha votata.
Ma ci occuperemo dopo di loro. Per ora contentiamoci di vedere come sono state trattate le folle del lavoro.
È subito veduto. Non ci sono che croci mortuarie. Ricevuto in dono il reame dai “filibustieri”, la borghesia non ha avuto che un pensiero: sfollare, massacrare, uccidere. Le provincie meridionali sono state letteralmente sfollate. I terrazzani, e i cafoni che non avevano niente da mangiare e che vivevano negli squallori di una miseria negra, sono diventati tutti briganti. Eccovi l’epitaffio parlamentare: “Su 375 briganti che si trovavano il 15 aprile 1863 nelle carceri della provincia di Capitanata, 293 appartenevano al misero ceto dei così detti braccianti”. Con una polizia omicidiaria e un esercito autorizzato a fucilare senza giudizio chi voleva, è facile capire che anche gli altri ottantadue non potevano essere che poveracci senza pane.
Il brigantaggio è nato per reazione. Per salvarsi dalle revolverate, dalle sciabolate, dalle fucilate, dalle baionettate. Il mio documento è la relazione Massari – un deputato devoto a Vittorio Emanuele II. Il padrone della terra d’allora se non era il barone, era il “signore feudale”. Non s’arricchiva che lui. I sudori del contadino non producevano che fame. E allora? È il Massari che parla: “Il contadino condannato alla perpetua miseria, si fa brigante: richiede, vale a dire, alla forza quel benessere che la forza gli vieta di conseguire. Preferisce i disagi della vita del brigante. Il brigantaggio diventa, in tal guisa, la protesta selvaggia e brutale della miseria contro antiche secolari ingiustizie.
I veri briganti erano più umani dei conquistatori borghesi. Crocco e Caruso erano delle idee politiche. Vivevano per il Borbone. Sognavano di diventare generali e marchesi, come era avvenuto ai loro predecessori. Chiavone, per esempio, era un autogenerale. Pilone si faceva chiamare cavaliere. Crocco portava sul petto con orgoglio delle decorazioni con nastri gialli. Ninco Nanco, cioè Giuseppe Nicola Somma, si spacciava per colonnello. Per i braccianti erano i simboli della giustizia.
Diventavano a loro insaputa i loro protettori, i loro manutengoli.
Agli occhi delle plebi, piene di immaginazione e crucciate dalle privazioni, il brigante si trasformava in un vindice dei torti che subivano. Il brigante, dice il Massari, non è più l’assassino, il ladro, il saccheggiatore, ma l’uomo che con la sua forza sa rendere a sè ed agli altri la giustizia a cui le leggi non provvedono: il masnadiero diventa eroe. In questa metamorfosi raccoglie una intera storia di dolori non alleviati, di ingiustizie non riparate, ed un insegnamento morale che non può andare perduto. Là dove le leggi non sono fatte nell’interesse di tutti, e non sono imparzialmente eseguite per e contro tutti, l’infrazione alle leggi diventa consuetudine ed argomento non di disdoro, ma di vanità e di gloria. Là dove il manto della legge non si stende ugualmente su tutti, chi forza a lacerarlo, invece dell’infamia, consegue agli occhi delle moltitudinità, prestigio ed ammirazione.
Anche noi, nelle condizioni dei braccianti, dei cafoni e dei terrazzani, diventeremmo briganti. Si facevano arresti in massa. L’esercito “purgava” il Mezzogiorno.
La repressione nel napoletano compiuta dal generale Cialdini, fa rabbrividire anche oggi. “Per lievi indizi e talvolta senza forma di processo, gli uomini sospettati di brigantaggio venivano sorpresi e fucilati”.
Il furore militare è nelle cifre approssimative dei massacri nella relazione del Massari. Udite. Le perdite patite dai “briganti” nel medesimo periodo di tempo sono le seguenti:
“Nei primi otto mesi del 1861, 365 fucilati, 1343 morti in conflitto, 1571 arrestati; nel ’62, 594 fucilati, 950 morti in conflitto, 91 arrestati; Totale 1038 fucilati, 2413 morti in conflitto, vale a dire 3451 morti e 2768 arrestati. Lugubri cifre, conchiude il relatore, luttuoso documento della funesta eredità di delitti e barbarie, tramandato a noi da tanti secoli di corruttela e di schiavitù”.
Il Massari ha indubbiamente capito che con i soldati di Cialdini e di Lamarmora non si poteva diventare che briganti. Non c’era altra via. Egli era un rappresentante della nazione, un uomo di Corte e un ammiratore dell’esercito. Ma non c’è bisogno di un grande discernimento per capire che le poche cifre che noi abbiamo citate, riassumono il sistema delle fucilazioni sommarie. Innocenti, poveri, diavoli, disoccupati, gente di capanne e di tuguri venivano ammucchiati e finiti a colpi di piombo e di maledizione. E gli arrestati? A quei tempi non bastavano le carceri. Si servivano delle vecchie caserme, dei conventi, di tutti i palazzi disabitati. Ecco una nota: “Ingente il numero dei giudicabili che aspettano nelle carceri una decisione sulla loro sorte”.
Il deputato Avezzano quando si discuteva la legge degli assassini legali, cioè la legge Pica, i cui orrori basterebbero a far rinunciare all’onore di chiamarsi italiani, diceva, con voce commossa: “Io ricorro a voi, o signori, perchè ordiniate che questo sia l’ultimo giorno che vegga prolungarsi un errore tanto criminale e tanto disdicevole al nostro carattere. Nel mio lungo esilio mi è occorso di trovarmi in guerre civili. Ebbene dichiaro francamente che non sono mai stato, nè complice, nè testimonio di tali eccessi”.
Il deputato Varese giudicò le repressioni sanguinose cieche e violentissime.
Stefano Castagnola che aveva fatto parte della commissione d’inchiesta, ha detto che per sopprimere il brigantaggio, bisognava migliorare la condizione sociale dei cittadini.
Luigi Miceli fece trasalire la Camera con gli eccidi “organati in Cosenza”.
Signori, aggiungeva, non solamente ho la nota dei briganti (?) uccisi spietatamente senz’ombra di giudizio per colpe leggiere, ma ho nota delle case abbattute, delle case saccheggiate il giorno delle esecuzioni, i paesi e persino il nome dei muratori che distrussero quelle case. Sapete, signori, che cosa è seguito a tutto ciò? Quei briganti, le cui mogli e i cui figliuoli erano stati buttati sulla strada, evasero dalle prigioni e ora mettono a sangue e a fuoco la mia povera provincia.
Meglio coi briganti che coi tutori dell’ordine. Si stava meglio. Coloro che si rifugiavano nella “selva Grotte”, dove era Caruso, trovavano del ben di Dio. Vivande, vini, provvigioni d’ogni sorta. Nel bosco di Lagopesole, ricovero di Ninco Nanco, c’era della biancheria pulita, nascosta nella cavità degli alberi. Vi si trovava del pane bianco e del pollame. Si capisce perchè i predicatori di chiesa parlando delle esecrate tragedie, chiamavano le vittime “i nostri fratelli briganti” e venivano raccomandati alle madonne. Si capisce perchè la Francia ha obbligato l’Italia a restituire i “briganti” ch’essa aveva fatti arrestare su un postale francese. Perchè per i generali, per gli ufficiali, per i soldati, per i delegati, per i commissarii, non c’erano nel reame che briganti. Riabilitiamo i briganti.
Riabilitiamoli. Noi abbiamo veduto il ’98. Si sono ammazzate più di cento persone in Milano, se ne sono ferite più di mille, se ne sono imprigionate più di due mila, ne sono scappate più di tre o quattro mila. Per il nostro esercito erano tutti briganti. Solo, i briganti del ’98 si chiamavano sovversivi.
I briganti erano dei proletarii. È nostro obbligo dire in faccia al mondo ch’essi erano vittime dei briganti di Vittorio Emanuele II.
Mazzini in mezzo alle spie.
L’ultima vigliaccheria ministeriale.

Nunzio Nasi, il ladrone ministeriale della terza Italia, è stato atroce con la fama di Giuseppe Mazzini.
Non lo ha voluto alto sul piedestallo dell’eterno cospiratore. Da vero camorrista ha voluto sfigurarlo. Lo ha fatto discendere dal plinto argilloso dei facitori del Bel Paese. Lo ha vituperato con l’apoteosi ufficiale. Gli ha ministerializzato tutti gli scritti. È mercè sua che gli spettatori del cinquantenario vedranno l’apostolo vestito tutto di nero, l’instancabile odiatore di monarchi, il sovvertitore di tutti i troni, il ribelle europeo, l’uomo cercato da tutte le polizie, allineato fra i grandi cianciatori e ciurmadori dell’unificazione italiana, con il suo bravo cartellone sullo stomaco dei servigi resi per la costruzione di questa immensa baracca nazionale ammucchiata di sfasciumi umani. Io non sono mazziniano. Non occorre esserlo per mettersi tra lui e i suoi denigratori. Tutta la sua vita, tutto il suo lavoro di penna, tutte le sue idee sparse col ventilabro per il mondo sono una protesta, una sollevazione contro l’imbrattatura o la verniciatura monarchica.
C’è stato un momento in cui i suoi nemici lo dilaniavano e lo portavano in giro come una belva, nel covo repubblicano, come un’ambizione sfrenata, come un incendiario della tranquillità pubblica, come un ingegno macadamizzato, come un assoldatore di sicarii, un organizzatore di delitti, un lucifero di superbia, un vanitone che aveva proclamato l’esistenza di Dio, come Robespierre aveva proclamato l’Ente supremo.
Lo si denunciava come un vile che mandava gli altri al macello, lo si chiamava codardo, gesuita, guastatore di rivoluzioni, settario presuntuoso e fumante d’orgoglio.
Ma nessuno dei suoi turpi aggressori è stato più paltoniere di coloro che lo hanno adagiato nel letto costituzionale della monarchia sabauda. E che forse non è la stessa monarchia che lo ha condannato a morte, che lo ha circondato di spie, che non lo ha lasciato mai vivere nel suo paese, neppure nei giorni in cui era sofferente e ammalato? Io non scrivo nè la storia, nè la biografia del grande agitatore. Egli è una figura troppo complessa per riassumerla. Dai suoi inizii carbonareschi fino alla sua morte nel ’72, egli è un personaggio in tutti i tempi tempestosi. Lo si vede in ogni pagina internazionale come un direttore dei movimenti insurrezionali. Egli è stato l’incubo dei governi del suo tempo come Napoleone I era stato delle nazioni del suo.
Non troppo alto, fronte vasta e sprovvista di capelli, faccia lunga, magra, pallida, naso grosso, labbra ammantate di una parvenza di sorriso, occhio vivido nell’occhiaia fonda; tutto un’assieme di faccia piena di bontà e d’ironia. Voce dolce, carezzevole che scendeva nell’anima di chi l’ascoltava. Piuttosto cupo e severo, negli abiti solenni, del nero eterno, aveva l’aria di un predicatore, di un uomo che viveva d’ideali. Sapeva molte lingue e le sapeva tutte bene. Nessun attore ha mai conosciuto l’arte di truccarsi come l’amico di Sarina Nathan.
Le polizie lo hanno cercato invano. Egli sapeva scomparire nella pelle di un altro completamente. Cambiava l’andatura, i modi, la voce, la faccia, i capelli, il passaporto. Egli passava fra i gendarmi e i carabinieri travestito col suo sigaro senza paura.
Ma l’autore della “Giovane Italia” non è mai riuscito a sottrarsi alle spie. Dove era Mazzini erano delatori, alti e bassi, prezzolati e volontari. Si parla di lui ed eccoli che sbucano come dal sottosuolo. Partesotti, Raimondo Doria, Menz, Boccheciampe, Schnepp, Sapia, S. Colombano (pseudonimo) e altri a centinaia.
La sua corrispondenza passava di solito prima dai gabinetti ministeriali. Napoleone III leggeva le lettere del cospiratore politico come se fosse stato in diretta corrispondenza con lui.
Neanche l’Inghilterra ministeriale di quel tempo si è salvata dall’infamia dello spionaggio. Per 7 mesi essa ha dissuggellato sistematicamente con arti infami e contraffazioni tutta la sua corrispondenza. I fratelli Bandiera sono stati sorpresi e fucilati grazie a queste scaltrezze poliziesche.
Ci sarebbe da fare un volume curioso sulle spie mazziniane camuffate da cospiratori. Più di una volta Mazzini non voleva credere. Molte figuracce che lo hanno tradito sono state difese dalla sua penna. Del Sapia egli ha sempre avuto un alto concetto. Non è che quando costui si è infiltrato nella redazione repubblicana del Vermorel, direttore del Courrier, che Mazzini si è smagato. Al processo il Sapia si è rivelato l’ultimo dei miserabili. Mi pare che Mazzini sia morto senza convincersi che l’ultima che gli aveva messo intorno il governo italiano, fosse una spiaccia mantenuta coi fondi segreti.
Vale la pena di immortalarla, anche perchè con essa si chiude il periodo delle tribolazioni dell’agitatore che voleva fare l’Italia con o senza la monarchia e che è morto dichiarandosi contro quest’ultima.
Si era vicini al disastro di Napoleone.
Mazzini si trovava malandato di salute a Lugano. I siciliani in comunicazione con lui gli facevano credere che la sua presenza sarebbe stata il segnale della insurrezione. Non si è arreso subita. Egli ha voluto aspettare di rifarsi le forze. Un po’ più in gamba è partito. Si è fermato a Napoli. Egli credeva di passare per l’Italia come un ignoto. Nessuno, secondo lui, poteva supporlo in Italia.
Invece il prefetto di Napoli non lo faceva arrestare perchè non gli dava fastidio. L’odiatore della Comune e dei comunardi non ha mai sospettato di girare col consenso prefettizio. Egli partì per Palermo solo. Non lo sapeva che il Wolff. Non gli si è dato tempo di discendere. Non appena giunto il piroscafo a Palermo è salito a bordo l’ispettore Buindi. Mazzini era truccato da inglese, si chiamava John Brown e parlava la lingua di John Bull.
– Nossignore, – gli disse l’ispettore di polizia, tirando fuori la fotografia che aveva nel portafoglio. – Lei è il signor Giuseppe Mazzini ed io ho l’ordine di arrestarlo.
C’era il piroscafo Ettore Fieramosca che lo aspettava. Vi si condusse Mazzini e si fece subito rotta per Gaeta, dove venne chiuso in fortezza come prigioniero di Stato.
Non appena si è saputo che il grande Maestro era in fortezza, è nata una profonda commozione. “Per un attimo passò sull’Italia un velo funebre. Pareva una sventura nazionale. Poi si sono scatenate le ire. Il ministero che stava per andare a Roma a compiere il lavoro della breccia è stato violentato da tutte le parti. Si sono rovesciate, su di lui tutte le immondizie dei dizionari.
Il Governo è stato come sempre vile e ipocrita. Non ha saputo essere nè sgherro nè gentiluomo. È stato mascalzone. Ha amnistiato Mazzini, come aveva amnistiato Garibaldi e i garibaldini che sono andati a spargere il loro sangue nei piani di Borgogna. È stato l’ultimo dolore supremo dell’agitatore. I dimostranti che si congratulavano con lui della sua scarcerazione sono stati rimproverati. Amnistiare un uomo è il massimo degli oltraggi.
Era avvilito. Solennizzare la scarcerazione di un amnistiato? Piangete. Clemenza! Clemenza di chi e per chi?
Mazzini è rimasto il nemico acerrimo dell’Italia ufficiale. Essa era in Roma. Ma a lui, attraversandola, gli è parso di passare attraverso due cadaveri, quello del papato e quello della monarchia.
Se si vuole un epitaffio per la tomba di Mazzini, eccolo:

Qui giace il disfacitore dell’Italia monarchica.
Amilcare Cipriani che mi corregge.

Amilcare Cipriani è un capolavoro vivo. Non c’è che lui. Davanti a lui tutti gli altri diventano nanerottoli. Egli è stato, egli ha vissuto, egli ha fatto. Lotte, cospirazioni, barricate, strazi, prigione, deportazioni, condanne a morte. Ecco il sommario della sua esistenza. Dieci anni di Caledonia, otto anni di Portolongone, capo di spedizioni, leader di rivoluzioni. Bilingue, trilingue, quadrilingue. Sempre sommo, sempre grande, sempre indifferente alla propria persona. Nessuno ha sofferto come il nostro comunardo.
Nella stiva, in viaggio per la Caledonia, con una ferita d’arma dal fuoco che gli divorava la carne della gamba, egli ha subito tutta la sete dell’inferno. Ha patito l’arsura per pulirsi la ferita e salvarsi dalla cancrena. È stato otto anni in cella per non essere obbligato a togliersi il berretto del galeotto davanti al guardiano della galera. È stato eletto deputato una volta, due volte, tre volte, mentre era al bagno penale. Se ne è andato all’estero invece di andare alla Camera. Nei momenti della sua gloriosa vecchiaia, dopo aver trovato sua figlia, ha ereditato ventimila lire. Le ha rifiutate. Centinaia di rivoluzionari le avrebbero intascate. Cipriani, proletario, con la figlia che stava per diventare vedova, voltò il dorso al piccolo benessere e continuò a scrivere nella Humanité come se avesse avuto venti anni.
Non voglio sciupare la biografia che porto nella testa da parecchi anni. Io l’ho conosciuto ed ho passato con lui momenti indimenticabili. L’altro giorno mi ha scritto che non avevo detto tutto di Wolff, la spia di Mazzini, che lui ha conosciuto personalmente. Io gli ho telegrafato tre parole: “Manda, manda, manda!”. Egli ha mandato. Leggete:

“Mazzini alloggiava, da anni, a Londra, al numero 18 Foulham Road, Foulham Terrace.
Per avvicinarlo, era un po’ difficile. Bisognava passare per il tramite del suo fido, Luigi Wolff. Ma però, non bastava, perchè, se vi ritornavate senza di lui, eravate ricevuti da una grande e bella signora tedesca che portava i capelli a lunghe boccole, alle tempie, e se non le si dava il nome di Ernesti – pseudonimo di Mazzini – non si passava.
Dato il nome convenuto, si entrava in una saletta di mediocre grandezza e semplicemente ammobigliata, ove si trovava Mazzini seduto sopra un piccolo divano posto sotto la finestra che dava su Terrace, con un sigaro in bocca ed un bicchierino di bordeaux posto a portata della sua mano, sul davanzale del caminetto, che leggeva il Times ed altri giornali di altri paesi.
Egli era piccolo di statura, esile. Vestiva modestamente di nero, e portava al collo un cravattone, pure nero, che glielo fasciava tutto. Soprabitino e pantaloni, questi piuttosto corti, calzava stivali più grandi del suo piede.
Non era calvo, ma la fronte aveva spaziosa, la bocca piccola, raramente sorridente, forse perchè molti denti gli mancavano, gli altri anneriti dalla nicotina.
Allorquando sortiva, si copriva con un cappello nero a cencio a larghe tese.
Appena si era introdotti alla sua presenza, vi assaliva, subito con queste domande: “Avete combattuto per l’Italia? Foste con Garibaldi? Siete dei nostri?”.
Qualunque fosse la risposta, non cessava perciò di essere cortese, buono, e circospetto; ma se eravate un semplice curioso era inutile di ripresentarvi una seconda volta, a meno che non sapesse chi vi aveva attirato nelle sue file.
Semplice, buono, generoso, con uno sguardo languido, limpido, nient’affatto lampeggiante, ma sereno, uomo che si sente onesto e forte: la parola era uguale allo sguardo.
Non aveva nulla dell’oratore. Parlava semplicemente, con calma, con effusione, con fede, con convinzione: era, insomma, “un grand causeur”.
Ma quello che veramente ammaliava i giovani d’allora, era il fascino irresistibile di tutto il suo essere, del suo nome, della sua fama, la leggenda di ammaliatore che aleggiava attorno al suo nome, e la potenza della sua mente.
Oggi, dopo quarantaquattro anni, dopo tante vicende, dopo aver frequentati molti di quegli uomini che la storia chiama grandi, non conobbi che Mazzini che sia stato veramente grande, semplice, generoso, disinteressato come Garibaldi, e come questo fu grande nell’azione, egli fu altrettanto grande nel pensiero.
Io, grazie alle battaglie già combattute in Italia, in Atene, in Candia, ed alle condanne, ebbi subito la sua stima e fiducia. Del resto, nel 1867, allorquando lo conobbi personalmente, gli ero già noto perchè, fin dal 1861, io ero in relazione epistolare con lui, perchè i suoi punti d’appoggio li cercava nell’esercito. E se nel 1862 disertai dal 37° reggimento fanteria di stanza a Palermo, con altri 38 sottufficiali, è che noi seguimmo Garibaldi che aveva lanciato il grido di “O Roma o morte!”, grido che la monarchia assassina soffocò, nel sangue di Garibaldi e dei garibaldini ad Aspromonte.
E qui mi fermo, perchè per parlare delle mie relazioni col grande agitatore, dovrei parlare troppo lungamente di me e passo a Luigi Wolff.
Lo conobbi personalmente, intimamente, a Londra nel 1867, e fu lui che m’introdusse presso Mazzini, col buon Domenico Lama di Faenza (Mingon).
Confesso, che la prima impressione fu piuttosto cattiva, perchè cercò di sapere da me, appena visto, troppe cose che, diffidenti come eravamo a quell’epoca, non gli dissi.
Non so nè la sua età, nè il suo luogo di nascita. So che nel 1848, capitano di una banda di svizzeri tedeschi, militò contro la Repubblica Romana.
Disertò e passò nel campo repubblicano, insinuandosi così nell’amicizia del grande triumviro.
Il titolo era buono e, forse, nei primi tempi fu sincero. Ma si avvide presto che l’amicizia di un tal uomo (Mazzini) fruttava molti onori, sì, ma molte persecuzioni, pochi guadagni, ed egli era avido e, per averne, tradì la fede, il maestro, l’amico, la sua nuova patria d’adozione, tutto.
Era di statura media, piuttosto tarchiato, con una folta e lunga barba brizzolata che gli copriva tutto il volto.
Portava sempre gli occhiali a stanghette, e parlava alla perfezione il tedesco (che era la sua propria lingua), l’inglese, l’italiano, il francese.
Era assai colto ed istruito. Aspetto bonario, dai modi popolani, insinuante, scrutatore, prudente nel parlare ed ancor più nell’agire, era sposo di una tedesca scaltra come lui, e credo che sapesse la parte infame che suo marito giocava presso Mazzini.
Egli era giunto ad insinuarsi in tutto, a saper tutto, a far tutto. Era l’anima, il braccio, la mente di Mazzini. Era, insomma, il factotum, il manitou, del partito mazziniano.
Anzi, codesto intrigante superiore, aveva saputo così bene imitare la calligrafia del Mazzini (col suo consenso) che, allorquando furono diffusi gli statuti dell’A.R.U. (Alleanza Repubblicana Universale) onde fare opposizione all’Internazionale di Karl Marx, erano scritti dal pugno del Wolff e tutti credettero fossero del Mazzini.
Il pseudonimo che aveva assunto per viaggiare in Italia ed altrove per conto del partito mazziniano, era Old Bear (vecchio orso).
La prima brutta impressione, si trasformò in sospetti, anzi in certezza; nel 1869 allorquando egli, incontrandomi in Oxford Street mi disse che Mazzini, allora a Lugano, chiedeva una mia fotografia con dedica.
Esitai; ma poi, non avendo nulla a temere, lavorando da fotografo nella fotografia di Adolfo Nathan e di Leonida Caldesi, in Pall-Mall-East, me ne feci una, e gliela consegnai.
Poco tempo dopo venne a trovarmi per dirmi che Mazzini mi voleva a Lugano per confidarmi il comando di una banda armata, che infatti partì da Lugano comandata da un Nathan, che fu poi arrestato a Milano e che oggi è morto già da anni.
Allora ero già padre e, come sempre, povero, ciò che feci osservare al Wolff.
– “Fai qualunque sacrificio, mi rispose, ma va ove ti chiama Mazzini, anzi, aggiunse, il maestro”.
Raggruzzolai i soldi necessari e partii. Non gli dissi però quello che egli voleva sapere, il giorno e l’ora della mia partenza.
Come per prudenza e maggior sicurezza, viaggiavo senza bagaglio. Appena a Parigi volai in rue Moret a deporvi un pacco di proclami incendiarii di Felix Pyat contro l’impero.
Era appena un’ora che ero fuori che fui arrestato dagli agenti in civile.
Fui condotto dinanzi al prefetto di polizia dell’impero, Pietri, il quale, scorgendomi, esclamò in buon italiano (era côrso): “Ecco il commesso viaggiatore della rivoluzione, il braccio destro di Mazzini”.
Io che capii cosa celavano quelle, parole, negai, poi mi chiusi nel più prudente riserbo.
Fui spogliato: i miei abiti, le scarpe, il cappello, tutto fu scucito; nulla trovarono perchè nulla v’era.
Il prefetto scorgendo il fiasco, esclamò: “Il romagnolo ce l’ha fatta!”. Lo sgherro era bene informato.
Il tutto fu ricucito alla meglio. Dinanzi alle mie violente proteste, il prefetto ordinò che fossi condotto alla frontiera svizzera, giacchè avevo dichiarato che ero diretto a Fluelen (nei Quattro Cantoni, presso Altdorf).
Attraversai la Svizzera tedesca e presto fui a Lugano, colla certezza d’essere stato tradito dal Wolff.
Appena giunto, mi recai alla Villa Nathan sul lago, ove sapevo che vi si rifugiava Mazzini.
Fui ricevuto da Maurizio Quadrio, al quale narrai la mia piccola odissea ed i dubbi contro il Wolff.
– Aspetta, mi disse, tutta questa losca storia, urge che Mazzini la conosca.
Nel frattempo entrò la Sarina Nathan, che avevo conosciuto e fotografato a Londra. Appena mi scorse mi tese la mano:
– Lei da questa parte?
– Si, rispose Quadrio, urge che Pippo lo veda.
Appena entrato, il Quadrio gli disse:
– Ascolta il nostro Cipriani, ha gravi cose da dirti.
Dopo che gli ebbi minutamente espresso tutto, Mazzini che era seduto, generalmente calmo, scattò come una molla:
– Ma io, caro Cipriani, non ho chiesto la vostra fotografia, nè la vostra venuta a Lugano…
E rimase pensoso come persona che attenda una risposta. Gli risposi:
– Maestro, la vostra risposta non mi stupisce. Se sono venuto è giustamente per chiarire certi sospetti e farveli toccare colla mano.
– Che! esclamò, Wolff spia?
– Io non so, nè dico questo. Credo soltanto che qualcuno ha voluto togliervi dal fianco un uomo d’azione, un amico fidato.
Quadrio, rannuvolato ed annuente col capo alle mie parole, esclamò:
– Io, e tu lo sai Pippo, questo Old Bear non mi assicura affatto.
– Allora? esclamò con amarezza il grande cospiratore.
– Allora, replicò il Quadrio, io condivido i sospetti del Cipriani. Non è di noi soli che si tratta, ma del nostro partito e dell’avvenire d’Italia.
Io gli strinsi la mano, sortii e tacitamente me ne tornai a Londra.
Dopo l’assassinio del giovane Barsantí, feci ritorno a Lugano per incontrarmi col mio amico Gustavo Flourens.
Mazzini e Quadrio erano partiti ed io, finiti i miei affari, tornai a Londra.
Un mese dopo scoppiò la guerra franco-prussiana.
Proclamata la repubblica il 4 settembre, partii, lasciando moglie e figlia che non dovevo veder più, almeno quella.
Giunto a Parigi, corsi dal mio amico Flourens, che aveva messo il seggio del suo Stato Maggiore, rue des Couronnes à Belleville.
Flourens era strettamente sorvegliato dalla polizia del Keratry, prefetto di polizia della neo-Repubblica.
Wolff aveva stabilito il suo quartiere generale nell’Hòtel du Hanovre, nell’angolo della stessa via, Boulevard de Belleville, per meglio sorvegliare le mosse del Flourens.
Una mattina che il battaglione era riunito, scorsi il Wolff dietro le file che interrogava delle guardie nazionali. Scorgendomi, tentò celarsi.
Lo segnalai al Flourens; ma siccome si sortiva da Parigi per combattere, la cosa passò liscia per questo giorno.
Proclamata la Comune, un bel giorno fui chiamato dal mio amico Raoul Rigault, prefetto di polizia della Comune, il quale, scorgendomi, mi chiese:
– Di’, Cipriani, conosci Wolff?
Io che tenevo a lasciarlo parlare per sapere, gli risposi: – Sì, l’ho conosciuto a Londra.
– Al fianco di Mazzini? To’, leggi questa sua lettera e guarda questa fotografia.
Era la mia dedicata al Mazzini.
E nella lettera scritta tutta di pugno del Wolff, questo vi dibatteva il prezzo del suo infame tradimento.
Rammento solo questa frase: “Comprenderete, signore, che a un uomo come me, che vive nella grande intimità coll’implacabile nemico di tutte le monarchie, che posso informare di tutti gli atti dei rivoluzionari internazionali, non gli si offrono 500 franchi al mese…”.
Presi un manipolo d’insorti armati, corsi all’Hôtel, ma la preda era fuggita da qualche ora.
Scrissi subito a Mazzini, informandolo di tutto. E questa fu l’ultima volta che gli scrissi, perchè poi vennero le battaglie, le condanne a morte, la deportazione, la galera, la reclusione, l’esilio ove vivo ed ove forse morrò”.
AMILCARE CIPRIANI.
Pietro Bastogi, Balduino, Cristiano Lobbia
e le vittime della Regia.

Gli ultimi quattro o cinque anni di Firenze capitale sono senza dubbio i più arruffati e i più turgidi del cinquantenario.
Lo scrittore è come in una immensa bolgia di criminali truccati da gentiluomini. Più guarda in alto in cerca di una faccia onesta e più chiude gli occhi terrorizzato. Garibaldi li chiamava tempi borgiani.
In tutto quel periodo non c’è un attimo di vita sincera. Non c’erano che venduti, che corrotti, che violenti, che gaglioffi, che bricconi, che malviventi.
I ministri trafficavano e si circondavano di sicari della penna; i deputati facevano degli affari, i giudici rendevano dei servigi, la pubblica sicurezza era infame e sovrana; i monopolii nazionali venivano abbandonati ai banchieri della speculazione ladra, le imposte erano così scorticatrici che il Governo non poteva esigerle che coi massacri e con gli stati d’assedio. Fra gli eminenti di quei giorni si era come scatenato il demone dei guadagni ingenti. Si speculava, su tutto e con tutti. Con la febbre di andare alla ricchezza col treno lampo era nata la manìa delle pubbliche costruzioni. Si costruiva per smodati interessi, per trascinare nell’orbita delle intraprese gigantesche, il denaro della nazione. Hausmann aveva fatto scuola.
Intorno ai ministri erano persone losche, gente uscita dalle speculazioni con le mani sucide, scrocconi di tutti gli affari tenebrosi, progettisti che volevano la patria grande per svaligiarla. Il primo caso che ha fatto trasalire il pubblico e “offuscato l’onore della destra parlamentare” è stato quello della cessione delle ferrovie meridionali a una società italiana in surrogazione della società francese.
È stato un vero traffico parlamentare. L’autore del mercato è passato alla posterità in un giorno. Si chiamava Bastogi. È stato ministro di Italia. Egli diceva, come Walpole, che l’onore degli uomini era nel prezzo.
Chi resisteva era colui che voleva vendere la sua onestà per una somma maggiore. Il Bastogi era un trafficone di tutte le coscienze.
Capo del Credito Immobiliare di Torino e deputato, andava dicendo a tutti ch’egli voleva dimostrare all’Europa che l’Italia era in grado di provvedere da sè alle più ardue e gigantesche imprese. Lavorò sott’acqua. Ottenne la concessione. Comperò dei voti e degli uomini. Il sottovoce del suo mercato è stato assalito da caterve di pennivendoli al servizio del Bastogi. La stampa sbrigliata non si lasciò tappare la bocca. Ingrossò il sottovoce con frasi aride. C’è stata una furiosa battaglia d’inchiostro.
Da una parte si negava, dall’altra si accusava. Bastogi alzava le mani facendole vedere monde. Si diceva vittima della calunnia, minacciava di querele. Il sottovoce ghignava e diventava impertinente. Levava la testa con aria di sfida. I reazionari protestavano, dicevano la Destra pura. Il sottovoce era divenuto un nome.
Il nome una legione di nomi. Nessuno era più salvo. Tutti i deputati che avevano votato per la concessione delle ferrovie meridionali erano sospetti. Le malelingue facevano circolare le cifre intascate dai corrotti. Il sussurro è divenuto generale. Vox populi, vox dei. Lo dicevano tutti. Bisognava piegare.
Anche gli onorevoli che non avevano partecipato al banchetto dei corrotti incominciarono a credere che nel negozio per le ferrovie meridionali si nascondesse un vituperevolissimo mercato. Se non giungiamo, diceva l’onorevole Mordini, a compiere e presto la arginatura, avremo lo straripamento della corruzione. I nomi più illibati sono fatti segno al sospetto. Non resta riputazione intatta. La Camera deve procedere risolutamente con un atto solenne di moralità. La Camera deve volere l’inchiesta. E l’inchiesta venne approvata da tutti i presenti, meno tre. I risultati non furono tali da pacificare l’opinione pubblica. Molti nomi sono stati rispettati, molte cose taciute. A udirne la relazione gli onorevoli erano tutti galantuomini.
“Qualunque voce, o sospetto, diceva, di corruzione esercitata verso uno o più deputati nell’occasione della discussione e votazione della legge sulle ferrovie meridionali è rimasta pienamente smentita”.
Bugia! Menzogna! Al contrario. La commissione, pur volendo ignorare e assolvere gli sbruffati, non ha potuto non bollare il Bastogi e il Susani – tutti e due deputati. L’uno aveva corrotto l’altro. Bastogi aveva ringraziato Susani con un milione e 100.000 lire. Susani, relatore di un progetto di legge per conto della Camera, aveva fatto di tutto per farlo andare a monte e sostituirvene un altro. La cosa gli è riuscita, ma ha dovuto scomparire dalla vita pubblica, come ha dovuto scomparire per alcuni anni Bastogi. Quanti altri che avevano mercanteggiato il voto sono rimasti nell’ombra? Parecchi. Ci sono stati perfino dei deputati che hanno potuto far denari rimanendo assenti al momento della votazione. Avevano venduto l’assenza.
Mentre si applicavano i contatori meccanici ai molini e si sottomettevano le regioni affamate al regime dello stato d’assedio, l’Unità Italiana è uscita con una notizia che ha fatto saltare in aria tutti. Era un giornale mazziniano. Non gli si poteva credere. Aggrediva la monarchia, la vituperava, la disonorava tutti i giorni. Il procuratore del re non l’ha lasciato passare. L’ha mandato al tribunale. Di che cosa si trattava? Accusava i guardiacaccia di sua maestà Vittorio Emanuele II di avere ammazzato nelle tenute reali ventiquattro “trespassers”, ventiquattro persone che avevano osato internarsi nei terreni reali per cacciare, per portar via delle pernici, dei daini, dei cinghiali, dei fagiani, dei pavoni, delle folaghe, delle lepri, delle quaglie e degli altri volatili preziosi. De Sonnaz – il grande guardiacaccia non ha esitato a far agguantare dalla legge il giornale imprudente.
Il processo è avvenuto a Milano. È stato intitolato il processo Tombolo, il luogo dove era la tenuta reale.
È stato uno scandalo. Si è venuti a sapere che il re, in nome dei suoi sagrifici fatti per l’unità italiana, era divenuto il signore di dodici o quindici tenute con parchi per la caccia, di una estensione sbalorditiva. La monarchia costava in cacciagione milioni all’anno.
L’accusato principale era un collega di quel tempo l’avv. Bottero. Era lui che aveva accusato di delitti di sangue i guardiani delle possessioni cosiddette reali.
Con le sue rivelazioni si è venuto a sapere che gli omicidi rimanevano impuniti come nei tempi feudali. Chi indossava la montura reale non doveva essere importunato dalla legge. Erano i bravi del feudatario. L’accusato disse solo queste parole:
– Nei parchi reali avvengono i più sciagurati casi, nei quali invece di selvaggina cadono degli uomini colpiti dal piombo dei guardiacaccia.
L’accusatore dei guardiacaccia era l’on. Toscanelli.
Egli, citato come testimonio, aveva una lista di tutti i morti. La sua presenza al processo ha fatto una impressione enorme. Egli non era mica un rivoluzionario. Era un uomo ricco a milioni, era parente del Peruzzi, era consigliere provinciale di Pisa, rappresentava il collegio di Pontedera, ed era stato eletto dalla VII alla XIV legislatura.
Clericale, espulso dalla massoneria, e confezionatore di vini all’ingrosso. Il chianti del Toscanelli è ancora famoso.
Interrogato su quello che sapeva ha domandato il permesso al presidente di permettergli di servirsi delle note per non cadere in errori. Aveva la voluttà del documentista. La sua lista delle vittime dei guardiacaccia era di ventitre individui. Chi era stato ferito al collo, chi era stramazzato cadavere, chi aveva dovuto subire l’amputazione del braccio o della gamba; chi era stato colpito al collo, chi alla testa, chi alla tempia, chi alla gola, chi al ginocchio, chi al ventre.
Egli era preciso. Dava nomi e cognomi, luoghi di abitazione, dove erano stati feriti e ospitati, e tutti i particolari che non lasciavano dubbi sulla narrazione.
Per far cessare il delitto reale, il Toscanelli “aveva fatto istanza presso la giustizia, perchè si procedesse contro i reati di sangue”.
Impotente a scuotere il magistrato che rendeva servigi alla Corona, s’è servito della tribuna parlamentare. Identico risultato. Si è sentito nelle sue parole una concitazione personale. Si diceva che non aveva saputo essere oggettivo.
Citato dall’Unità Italiana è stato aggredito dagli avvocati che rappresentavano la Corte. Egli non si è lasciato scompaginare. Ha ribadito le accuse. Non voleva che Tombolo facesse parte delle tenute della Corona, perchè non vi si ammazzassero i trasgressori come nelle tenute reali di Coltano e di San Rossore.
Difendevano i guardiacaccia delle tenute Reali Mancini e Curti, due deputati e due ventraiuoli in toga che hanno fatto molti discepoli. Difendevano tutto e tutti per il denaro. Il Mancini, abile e intelligente, era colui che aveva fatto sciogliere anche il matrimonio di Garibaldi con la Raimondi.
Prima di morire è disceso fino all’accettazione dell’elemosina reale. Giusta punizione a chi ha fatto di tutto un grosso mercato.
Allo strepito del Mancini il teste ha risposto con una lista dei morti e dei feriti.
Fu letta in mezzo alla stupefazione di coloro che l’ascoltavano. Non era che un elenco funebre.
“Rainieri di Prato, ucciso nella tenuta di Coltano con un colpo d’arma da fuoco al collo. – Achille Ceccarelli di Pretignano, ferito con arma da fuoco al ventre nel centro della tenuta di Coltano, presso il monte di Carigi, morto poco dopo. – Obaldo degli Innocenti, ferito con arma da fuoco a Coltano, mentre fuggiva. Nessun processo. Nessun scandalo. Nessun annuncio. – Folaini Luigi, ferito al confine della tenuta di Coltano, con palle che gli trapassarono e ruppero il ginocchio sinistro…”.
Egli è andato fino in fondo, fino al ventitreesimo, a costo di annoiare l’uditorio. Di tanto in tanto si fermava a leggere qualche nota sbiadita in margine all’epitaffio.
La scusa dell’eccidio, per esempio, era che i trasgressori della caccia proibita avevano opposta resistenza.
La storia di Giovanni Orelli è un esempio. Ferito con tre colpi d’arma da fuoco al dorso e alla mano, trovato da due sconosciuti al limitare della tenuta e portato all’ospedale di Pisa, è guarito storpiato ed è stato processato per resistenza. I feritori non sono neanche venuti in scena.
L’ho già detto: il guardiacaccia godeva delle prerogative reali del suo signore. Chi penetrava nelle tenute di caccia di Vittorio Emanuele II, periva.
In quel di San Rossore nel ’68, vi lasciarono la pelle o le membra: Alessandro e Giuseppe Lippi, fratelli, sorpresi con un daino. Nella stessa tenuta venne aggredito dai pallini dei guardiacaccia Giuseppe Talaini, ferito alle gambe e ai testicoli gravemente. Francesco Sesti, ferito in San Rossore, dovette subire l’amputazione del braccio.
Se non avessi paura degli sbadigli, continuerei l’elenco funebre dei contadini o braccianti finiti a sciabolate o a fucilate sui terreni reali.
La sentenza è stata in armonia coi tempi borgiani. L’avv. Bottero e il gerente Giacinto Piazza sono stati condannati per avere denunciati i venti e un omicidi e averne provati ventitre, a sei mesi ciascuno di carcere, a 300 lire di multa, alle spese processuali e alla rifusione dei danni alla parte civile da liquidarsi in separata sede.
L’avvocato in difesa non ha potuto neanche parlare. Egli stava dicendo:
“Imperocchè, o signori, queste cose non accaddero giammai nemmeno sotto i governi assoluti. È passato il tempo che un re possa far squartare il ventre di un suddito…
Presidente: – Avvocato, le tolgo la parola.
Noi che abbiamo veduto in azione le leggi eccezionali non abbiamo neanche idea dei tribunali di una volta, dei tempi in cui il Pironti era ministro di grazia e giustizia. Non avevano ragione che i moderati. Potrei citarvi centinaia di sentenze.
Fra la Gazzetta di Milano e la Perseveranza, da un processo di diffamazione usciva vittoriosa l’ultima. Cito quella che ha condannato la prima per avere provato che Ruggero Bonghi occupava tre impieghi governativi. Cito quella fra il Gazzettino Rosa e il Civinini, deputato passato da un tramonto all’altro dalla sinistra alla destra. Cito quella di Cristiano Lobbia, maggiore dello stato maggiore e deputato di sinistra al Parlamento di Firenze. Il Lobbia è stato il protagonista di una lugubre storia piena di cadaveri. Il cancan di quei giorni era intorno alla Regìa cointeressata. La concessione era stata ottenuta con lo stesso metodo che aveva servito al Bastogi per la concessione delle linee ferroviarie.
Il personaggio del mercato era il Balduino, direttore del Credito Mobiliare Italiano. Con l’audacia dell’arrivista che vuol riuscire ad ogni costo ha cercato di soffocare il sottovoce, minacciando di querela giornali e privati che avessero osato accusarlo di corruzione.
Si è fatto avanti il Cristiano Lobbia. È andato alla Camera e per costringerla a votare l’inchiesta sui “si dice” ha aggiunto che egli aveva in mano documenti per provare che un deputato aveva “indebitamente lucrato nell’affare della Regìa”.
– La deposizione documentale è nelle mie mani – diceva – ed è stata legalizzata da un notaio. È qui – esclamava, agitando due larghe buste chiuse.
Non c’era più modo di scappare. L’accusa aveva il suo gerente responsabile. Il governo non potendo più evitarla non ha lavorato che per diminuirla, che per confinarla nella zona delle restrizioni.
Il Crispi era nel mistero, ma non voleva parlare. Il segreto professionale glielo impediva. Il Lobbia veniva addentato da tutte le iene del giornalismo ministeriale. Per salvarsi è stato obbligato a scrivere alla Riforma:

Firenze, 15-6-1869.
“Signor Direttore

Qualche giornale cominciò a farmi segno di turpi e codardi attacchi personali facendosi scherno della mia attuale posizione verso la Commissione di inchiesta, alla cui opera mi legano i più ineluttabili sentimenti di dovere e di onore. Io ho la coscienza di ciò che devo a me stesso ed al paese in seguito al voto della Camera, nè vi è forza che possa distrarmi in questo momento al compito mio.
Però credo fin d’oggi avvertire per mezzo della maggiore pubblicità che, non uso a tollerare come uomo, soldato e deputato nè offesa nè sospetto al mio nome, io terrò bene in mente quei giornali e quei nomi che osarono, sia pure menomamente, di offendermi per chieder conto, appena libero, dei loro attentati al mio carattere.
La prego di pubblicare la presente, come prego gli altri giornali di riprodurla”.

Lo stile è del soldato e la fierezza è del rappresentante della nazione. Nè l’uno nè l’altro avevano ammansate le belve delle fazioni e delle cospirazioni cointeressate che urlavano per la sua testa.
Lo si dileggiava, lo si svillaneggiava, lo si canzonava.
Il giorno dopo, il 16, doveva essere la sua gran giornata. Egli era citato davanti alla Commissione d’inchiesta.
Nella notte tra il 15 e il 16 egli era avviato a fare una visita al suo amico prof. Martinati. Giunto tra la via S. Antonio e la via dell’Amorino, venne sorpreso, aggredito, pugnalato.
– Eccoti il plico, diceva lo sconosciuto menandogli un colpo di pugnale al cuore. Il primo colpo è scivolato dal portafoglio grosso di carte e lo ferì al braccio. Cadde e il suo aggressore gli andò sopra e tentò di assassinarlo con altri due colpi alla testa.
Cristiano Lobbia riuscì a divincolarsi e a trarsi dalla tasca la pistola con la quale fece partire due colpi.
L’aggressore scomparve. Si è venuti a sapere più tardi che il maggiore da un po’ di giorni era sempre seguito da due sconosciuti ch’egli supponeva agenti di pubblica sicurezza.
Le pugnalate di via dell’Amorino son passate per il Paese come un’irritazione e una provocazione.
Tutti vedevano nella mano che aveva attentato alla vita del Lobbia, la mano ministeriale o di alcuni ministeriali interessati a far scomparire un uomo per loro così pericoloso.
Lobbia è divenuto l’uomo del giorno. Dimostrazioni, comizi, processioni dovunque. Dappertutto si gridava “Viva Lobbia! Morte agli assassini! Abbasso il ministero”.
I principali deputati sospetti erano Fambri, Civinini, Brenna, direttore della Nazione, e altri dodici o tredici che avevano preso i “zuccherini” dal Balduino, come gli altri avevano presi i carrozzini dal Bastogi.
Su Fambri non c’era dubbio. Solo egli si scusava dicendo che aveva fatto un affare. Le azioni, secondo lui, le aveva comperate. Il Civinini era indiziato più degli altri. Lo si accusava di avere mercanteggiato il voto per un milione. Le azioni le aveva comperate il banchiere Basevi, pagando la provvigione al mediatore Tringalli in 52 mila lire.
Sul traffico parlamentare del Civinini è rimasto sempre un po’ di dubbio, perchè i suoi amici hanno detto che è morto povero.
La democrazia di quel tempo ha onorato il pubblico accusatore imitandolo negli abiti. Tutte le vie erano popolate di cappelli Lobbia, di cravatte Lobbia, di giacche Lobbia. I “Lobbia” sono stati la fortuna di parecchi cappellai. Non c’era più negozio senza la sua fotografia e la sua caricatura. È stata coniata una medaglietta con la sua effige da appendersi al panciotto come ciondolo e messa in vendita per L. 2,50.
È troppo lungo il finale di questa turpissima storia parlamentare per lo spazio a mia disposizione. I moderati che non avevano potuto farlo uccidere, tentarono di assassinarlo con un processo per “simulazione di delitto”.
Si sono trovati dei giudici che l’hanno condannato. Con il suo assassinio morale si sono pure assassinati alla chetichella tutti gli altri testimoni che avrebbero potuto parlare.
Se mi ricordo bene, le vittime sono state sette. Chi è finito nell’Arno, chi è stato trovato morto nella strada e chi è stato avvelenato.
Tempi veramente borgiani!
Rileggendo le mie note dei tempi borgiani, ne trovo sei. Ma può darsi che io copiandoli ne abbia lasciato uno per la strada. Sono stati tutti spenti di morte “subitanea”. Proprio come ai tempi del Borgia. Cesare Borgia si difendeva dai nemici dando incarico ai sicari di sopprimerli. Gli attori pericolosi del dramma della Regìa e di via dell’Amorino, con il ministro Pironti, sono scomparsi tutti e non se n’è saputo più niente.
Il primo ad andare all’altro mondo borgianamente è stato il giovane Scotti. Egli, rincasando, aveva avuto la disgrazia di incontrarsi con l’assassino di Cristiano Lobbia, quando fuggiva inseguito dalle grida della vittima. Non gli è stato dato tempo di fare rivelazioni. Aveva 18 anni. È morto avvelenato appena giunto al suo paese. Quando se ne parlò nei giornali l’autorità di Cremona ne ordinò l’esumazione. Sarebbe stato un documento.
Il Pironti la fece contrordinare. Le “pillole Scotti”, dopo il suo avvelenamento, sono divenute famose.
Il secondo è stato Faccioli. Egli aveva preso parte alla disparizione delle lettere e delle ricevute dei deputati cointeressati. Poteva essere un ricattatore in permanenza. Poteva vendersi. Via, al cimitero! È morto di morte improvvisa a Napoli “nel vigore di una virilità prospera e robusta”. Nessuna autopsia.
Il terzo fu il Burei, l’uomo più importante di tutti. Egli era stato il detentore delle diciassette ricevute. Ne aveva negoziato il riscatto col Corsale e coll’Ellero, per conto dei deputati compromessi. Della vendita non si è salvato che una lettera del Brenna e anch’essa dovuta al sacrificio del deputato Cucchi. Era la lettera famosa in cui si parlava dei quattrini. Non lasciava dubbio che si fosse compiuto un mercato parlamentare. Il Burei, sanissimo e robustissimo, ha finito anche lui di morte repentina.
Poi è venuta la volta del Domenico Corsale. Egli è stato ucciso per un futile motivo o “per causa ignota” come ha stampato l’Opinione d’allora, governativa. L’uccisore è rimasto irreperibile per dei mesi. Il morto è andato sottoterra col mistero, come il Burei.
L’uccisore del Corsale è stato scoperto: si chiamava Somigli, ma lo si è lasciato al largo.
La lettera del Fambri, stata pubblicata dai giornali denunciatori del traffico parlamentare, era stata rubata da un domestico o da un impiegato del Fambri. Egli ha fatto di tutto per riaverla, perchè essa era l’ultima delle diciasette ricevute rilasciate al commendatore Balduino da un gruppo di deputati che aveva per capo della speculazione il Fambri, questore della camera e autore drammatico. Il gruppo era nel sottovoce come la “fazione cointeressata”. L’attentato di via dell’Amorino è avvenuto appunto alla vigilia della deposizione del Lobbia davanti la Commissione dell’inchiesta parlamentare, indubbiamente perchè la “fazione” si era spaventata e credeva che nei plichi del Lobbia ci fossero le ricevute scandalose. Fu solo pochi giorni dopo che i deputati venduti vennero a sapere dove erano le lettere o le ricevute – 14 delle quali sono state comperate dal detentore Burei, il confidente del Fambri. Il Burei le aveva depositate presso certo Eller.
Sono state riscattate tutte a contanti. I cointeressati, invasi dalla paura, non hanno più badato al biglietto da mille. L’Eller doveva essere anche lui un briccone. Perchè dalle lettere depositate presso di lui ne aveva fatte scomparire alcune; per venderle per proprio conto, e l’ultima, quella al “Caro Paulo” (Fambri) del Brenna, deve averla venduta alla parte accusatrice.
Dalla casa del Corsale – il Burei, per riaverla – gli scrisse: “Si tratta di guadagnare molte migliaia di lire anche questa notte. Vieni qui subito da Corsale”. Ma la lettera era già nelle mani dell’on. Cucchi – il quale l’ha fatta recapitare alla Commissione d’inchiesta.
E poi scomparve con una stilettata al cuore anche colui che aveva ammazzato il Corsale.
Fra coloro che devono essere ricordati nella storia del cinquantenario è pure Guglielmo Cambray-Digny, il ministro che ha fatto dare, come risultato al processo di Firenze, il mandato a un signor Bonomi di spacciare il Lobbia. E poi dite che non erano tempi borgiani. I giudici non esistevano che per rendere dei servigi. I sommi di quei tempi erano i De Foresta, gli Aveti, i Cantini, i Perfumo e i Tondi. I ministri facevano degli affari; chi si metteva fra loro e la borsa, spariva.
Il Calvario garibaldino.

Siamo nel ’62. Tempi difficili. La monarchia che doveva tutto a Napoleone non aveva nella testa che ordini napoleonici. Vittorio Emanuele passava per un re qualunque. Lo si credeva un bastardo. Il sottovoce voleva ch’egli fosse il “maschiotto” del macellaio del Poggio di Firenze. Le sue volgarità e i suoi gusti di sovrano del sottosuolo contribuivano a lasciar credere che sua madre fosse stata per gli abbracci popolani. La vita privata poi del secondo re d’Italia faceva arricciare il naso a molta gente. Egli aveva sottomesso la madre dei suoi figli ad assistere in silenzio alle sue infedeltà coniugali e a ignorare a fianco della reggia la Rosina, divenuta in seguito contessa Mirafiori e a Roma la regina morganatica. Chi ha dei dubbi legga le memorie del generale Della Rocca, uno dei suoi più affezzionati cortigiani.
Il ministro del misfatto regio di quei giorni chiamati “nefasti” dalla democrazia regia, era Urbano Rattazzi, un mezzo uomo che non sapeva uscire dagli intrighi. Egli ha avuto l’audacia di mettersi sulla piattaforma politica come rivale di Cavour. Con la sua opposizione imbronciata, viveva in una freddezza calcolata. Fisicamente antipatico. Lungo, magro, allampanato, storto a sinistra, con le spalle giù pendenti come una desolazione. Il suo stomaco rientrava come uno specchio concavo e tutto il suo corpo pareva quello di un poveraccio malandato di salute.
Fronte piccina e umida, labbra rossastre, occhi riparati dietro le lenti del miope, voce esile, parola scolorata, modi da femminuccia. Mente da causidico, stile ammuffito e bianco dalla polvere del tempo, oratore floscio e stucchevole. Depravato come tutti gli uomini del “risorgimento”. Sua moglie era la ditta della depravazione. Il suo nome è ancora nell’aria. Tutti ricordano il suo viaggio trionfale sino a Napoli. Abituata alle Tuilerie che ella frequentava come casa sua, andava ai banchetti politici col marito nelle vesti vaporose. Bella, vedova di tre o quattro mariti, padrona di una penna cosmopolita, che scriveva memorie e romanzi e libri intimi con la prosa fascinosa e morbida di George Sand. Infedele come l’amante di De Musset ha seminato l’Europa dei suoi piccoli e dei suoi grandi amori.
Fra i suoi tanti adoratori troneggiavano Vittorio Emanuele II e Luciani, finito a Santo Stefano. Il primo ha dovuto scorpacciare dalle risa. Il suo ministro gli domandava tutto serio la sua opinione sulla fidanzata che stava per diventare la di lui moglie. Il re smascellava dalle risa.
Il grande re trovava buffa la sua interrogazione. Hanno finito per convellere dalle risa tutti e due.
Il Luciani per la Rattazzi è stato un romanzo. Fu un abbraccio che le prese il cuore. La Rattazzi non lo ha mai dimenticato. Galeottizzato a vita ella gli ha fatto pervenire un mensile che è durato fino alla sua morte e ha aiutato la madre e la sorella del complice principale nell’assassinio di Raffaele Sonzogno, uomo veramente sfortunato. Con una coltura politica da mangiare molti dei suoi contemporanei, con uno stile superiore allo stile dei giornalisti del suo tempo, altamente fiero della sua morale pubblica e privata è stato accoppato da sicari volgari, mentre era al tavolino della Capitale a scrivere l’articolo di fondo.
Senz’accorgermi dimenticavo Urbano Rattazzi. Prima di Aspromonte egli era presidente della camera subalpina. Caduto Ricasoli, Vittorio Emanuele lo ha incaricato di formare la nuova amministrazione. A quei tempi era così lungo e pallido che qualcuno lo ha paragonato a una vecchia guaina raggrinzita. Impopolare, ha cercato di ingraziarsi Garibaldi. Prima della catastrofe il generale è uscito dal gabinetto convinto che il presidente del consiglio lo lasciasse fare. Ma poche settimane dopo il Rattazzi era un altr’uomo. Per salvarsi dai voti della demagogia fece nascere il famigerato “centro di sinistra”, composto di anfibi Si era votato alla ipocrisia. Sconfessava, negava, ripudiava. Garibaldi accorso a Genova a presiedere alla riunione dei 400 delegati dei comitati di provvedimento, usciva dall’edificio pedinato. Urbano Rattazzi aveva assunto la maschera del ministro italiano. Non era più che un poliziotto. Il generale, alloggiato a Trescore per una cura balneare, si vide arrestar di notte il colonnello Cattabeni, l’eroe di Caiazzo, come complice dei ladri della banca Parodi a Brescia, mettere sotto chiave Nullo e Ambiveri. A Sarnico e nei dintorni si compiono delle razzie. Si ammanettano più di cento giovani côlti senz’armi. Notate che Garibaldi era allora deputato e che poco prima aveva regalato il reame a Vittorio Emanuele. Questo sproposito di essere generoso e leale cogli ingenerosi e gli sleali ha fatto dire a Proudhon parole scortesi sul generale. Non lo ha capito. Il generale non ha mai voluto fare da sè. Egli è andato dappertutto con la bandiera di Vittorio Emanuele. Ha voluto l’Italia unita e monarchica. Dove sentiva gridare Viva Mazzini! Garibaldi rispondeva Viva Vittorio Emanuele! Vittorio Emanuele non lo ha neanche salutato quand’egli gli ha presentato i Mille divenuti delle migliaia lungo la campagna di liberazione e si accomiatava dai suoi con il famoso sacco di castagne. Doveva conoscerlo. Era un re irriconoscente. Doveva serbargli rancore per tanta ingratitudine. Ma Garibaldi era senza fiele. Non c’era mercato nelle sue vittorie. Anche le sue collere non duravano più della tempesta. A Brescia il popolo domandava a grandi grida la scarcerazione dei cento arrestati. La truppa regia ha fatto fuoco sulla folla e ne ha ammazzati e feriti un numero discreto. Garibaldi che non aveva in testa che “O Roma o morte” ha messo pace. Non ha avuto che qualche parola indignata. È a Catania ch’egli scoppia, ma scoppia contro Napoleone III. È stata un’irruzione di lava cerebrale incandescente.
Non appena in Palermo si è rovesciato sul protettore del papa. “Popolo di Palermo! il padrone della Francia, il traditore del 2 dicembre, colui che versò il sangue dei fratelli di Parigi, sotto il pretesto di tutelare la persona del pontefice, di tutelare la religione, il cattolicismo, occupa Roma. – Menzogna, menzogna! Egli è mosso da libidine, da rapina, da sete infame di impero; egli è il primo che alimenta il brigantaggio. Egli si è fatto capo di briganti, di assassini. Popolo del Vespro, popolo del ’60, bisogna che Napoleone sgombri Roma. Se è necessario si faccia un nuovo Vespro – 15 luglio 1862. G. Garibaldi”.
La monarchia è rimasta vile. Ha fatto perseguitare i garibaldini. Ha denunciato il loro duce come un ribelle. Napoleone aveva telegrafato. “Dov’è la mia bandiera (a Roma), sono io e la Francia: Ed io non posso soffrire che siano tutti oltraggiati dai vituperii che Garibaldi ci scaglia nei suoi proclami insurrezionali”.
Vittorio Emanuele non si è fatto aspettare. “Ogni appello che non è il suo, è un appello alla ribellione, alla guerra civile. La responsabilità ed il rigore delle leggi cadranno su coloro che non ascolteranno le mie parole. Re acclamato dalla Nazione (quale modestia!), conosco i miei doveri. Saprò conservare integra la dignità della Corona e del Parlamento, ecc.”.
L’Isola di Sicilia, secondo il solito sistema italiano, è stata subito posta in istato d’assedio. Garibaldi non ha perduta la sua fede. Egli ha dichiarato in un momento in cui lui e i suoi non erano più che ribelli, che egli era con Vittorio Emanuele. “Noi siamo col Re e noi siamo tutti col Re a fare l’Italia”. Egli associava la monarchia con la rivoluzione.
Il piano dei palermitani era di ammucchiare sui piroscafi i garibaldini e farli filare senza un minuto di indugio e non fermarsi che su qualche spiaggia vicina a Roma. Ma il generale ha preferito la Calabria.
Egli si è avviato coi suoi, dopo aver udito il Te Deum in una chiesa. Questa contraddizione è spiegata da queste parole del Guerzoni: “A compiere la tragicommedia degli equivoci, non mancava più che preti cattolici in chiesa cattolica, benedicessero a Dio per la caduta del potere temporale”.
Il concentramento delle camicie rosse è avvenuto nel bosco della Ficuzza, a, poche miglia dalla capitale dell’isola. Il suo ordine del giorno conteneva queste parole “Fatiche, disagi, pericoli sono le solite mie promesse: e quelle promesse che spaventerebbero anime deboli e mercenarie, sono uno stimolo, io lo so, per i coraggiosi uomini che mi accompagnano”. E via con la bandiera “Italia e Vittorio Emanuele, o Roma o morte”.
Io non ho spazio che per il riassunto. Le forze garibaldine da Catania, sono sbarcate a Melito, in Calabria. Per evitare i dodici battaglioni di fanteria e di bersaglieri regi, Garibaldi ha spinto i suoi fino ad Aspromonte.
Era seguito. L’incarico lo ha avuto il colonnello dei bersaglieri Pallavicino. I Garibaldini erano considerati dalla truppa regia per dei malfattori, dei ribelli, dei camorristi, dei filibustieri e dei briganti.
Il Pallavicino aveva avuto dal generale Cialdini “l’ordine di fare ogni sforzo per raggiungere Garibaldi, ed inseguirlo sempre, senza mai dargli posa, se cercasse di sfuggirgli; di attaccarlo e di distruggerlo se accettasse il combattimento”. Aggiungeva che non bisognava venire a patti e non accordargli che la resa a discrezione.
L’accampamento è avvenuto la sera del 28 agosto 1862, sugli altipiani di Aspromonte, a nord ovest, nel luogo chiamato i Forestali. La colonna garibaldina era estenuata dalla fame, dalle fatiche e dalle marce lunghe e disastrose. Il quartiere generale del generale era nella stanza di una delle due casupole. La notte dal 28 al 29 fu freddissima e piovosa. Ad intervalli pioggia dirotta e venti fortissimi. Le truppe regie erano a due ore da loro. Garibaldi, per evitarle, si rimise in cammino, passando coi suoi un piccolo fiume e fermandosi in una fittissima foresta. Si videro i regi che salivano dalla parte opposta. Garibaldi non voleva combattere. Non aveva messo avamposti. Diede ordine a tutti i suoi ufficiali di non far fuoco. Egli era in piedi nel suo ampio mantello grigio chiaro, foderato di raso, rovesciato sulle spalle poderose, col canocchiale, che seguiva i movimenti dei bersaglieri e della fanteria. Intorno a lui era incominciata la gragnuola di piombo. Egli gridava, si gridava lungo le linee garibaldine: “Non fate fuoco!”. I bersaglieri facevano fuoco e andavano verso le camicie rosse. Le fucilate ispessivano. Qualche garibaldino non ha saputo frenarsi e ha fatto scattare, il grilletto. Avrebbe potuto cominciare îl massacro. Non si è voluto. Tutti gli ufficiali garibaldini urlavano. Garibaldi stesso era divenuto rauco. Cessate il fuoco! Non fate fuoco! Le trombe infuriarono per la cessazione del fuoco. Non combattete! Garibaldi ferito da due palle, mentre le palle regie infittivano, si è scoperto il capo gridando ripetutamente: Viva l’Italia! Non fate fuoco! Lasciateli (i bersaglieri) avvicinare. Non fate fuoco!
I suoi ufficiali lo trasportarono e lo adagiarono sotto un albero. Il generale accese un trabucos. Non combattete, ripeteva fumando.
È stato un quarto d’ora terribile. La monarchia ringraziava il donatore di regni con le palle regie e dileggiava i vincitori col nome spregevole di garibaldineria. Il primo dei regi a farsi vivo davanti al generale è stato un imberbe luogotenente pieno di burbanza. Il generale non gli ha permesso di andare dinanzi a lui senza togliersi la spada. Era un parlamentario.
– So da trent’anni e meglio assai di voi, che cosa sia la guerra; apprendete che i parlamentari non si presentano in tal guisa.
Anche agli altri ufficiali regi il generale ha fatto togliere la spada. I medici bagnavano le ferite del generale, dicendo che quella del piede era gravissima. Fu convenuto che al generale si sarebbe lasciata la spada e che il convoglio garibaldino sarebbe stato scortato da un battaglione di bersaglieri in distanza. I morti tanto da una parte che dall’altra, erano troppo pochi per occuparsene.
Si discese. Il generale venne fatto sostare ad una capanna dopo tre ore di cammino. Il Governo lo faceva viaggiare nel disagio. Giunto al Varignano il suo appartamento si riduceva ad una camera “non molto spaziosa, dalle pareti ricoperte di carte felpate, cascanti a brandelli. Per un ferito mancava di tutto. Le prime filacce sono state portate da Laura Mantegazza”.
Si è venuti a sapere che l’arresto del generale Garibaldi, coincideva con l’assedio nel napoletano.
Al Varignano, come si è veduto, si mancava di tutto. La White Mario è stata al suo letto. Le signore inglesi hanno mandato al generale il chirurgo ed il letto meccanico. Poco dopo c’è stata l’amnistia! L’amnistia è il perdono sovrano. Per i prigionieri politici il perdono è un oltraggio.
Garibaldi è ritornato a Caprera.
Per noi l’importanza dell’avvenimento è che la monarchia non voleva Roma. Senza le violenze di Garibaldi, Roma sarebbe ancora papale.
È divenuta capitale d’Italia, perchè Bonaparte era in frantumi. Aveva consegnata la spada imperiale al re della Germania.
La breccia di Porta Pia rappresenta una svergognatezza italiana: la solita viltà. – Senza Sedan, senza la caduta imperiale, la figura dinastica e il potere ministeriale non avrebbero osato.
L’Italia ufficiale è stata gagliarda e prepotente quando il papa non aveva che quattro svizzeri a sua disposizione.
Aspromonte è dell’altro sangue proletario. È dell’altra gratitudine monarchica. È un’altra pagina che deve figurare nel cinquantenario della risurrezione italiana.
Sangue! sangue! sangue!
Felice Cavallotti.

In cento anni di vita pubblica non c’è uomo che sia stato pianto come Felice Cavallotti. Nei cento anni sono inclusi Balzac, Victor Hugo, Zola, Castelar, Gambetta, Bismark, Manzoni, Gladstone, Verdi – gente celebre in tutte le case di tutti i paesi, gente che ha fatto storia, che è nella storia, che rimarrà nella storia.
Alla loro morte le penne giornalistiche non sono state quiete. Hanno adagiato i cadaveri nella prosa dell’apoteosi. Tutti loro hanno suscitato rimpianti, rincrescimenti, momenti gloriosi o epici. Ma nessuno di loro è morto nella commozione nazionale come Felice Cavallotti. Giunta la notizia ferale tutti gli occhi si sono riempiti di lagrime. In tutte le città simultaneamente si è sentito il lutto; a Palermo e a Napoli, a Roma e a Firenze, a Milano e a Torino. Si sono veduti funerali grandiosi come quelli di Victor Hugo e di Manzoni. Le moltitudini erano composte di ammiratori, di spettatori. Il carro funebre di Felice Cavallotti era seguito da tutto un popolo straziato, lagrimoso, che si disperava. Pareva che nella bara ci fosse qualche cosa di ciascuno e di tutti. Era morto il difensore di tutto un popolo, l’accusatore di tutti i ladri ministeriali, era spenta la voce alta e sdegnosa che aveva iniziato la vita parlamentare volgendosi alla destra con il dito puntato e dicendo: Coscienze inquiete, rispettate le coscienze tranquille. Dopo la sua morte, si è detto al cimitero, potevano sbucare dalla tana della loro paura i vibrioni della politica, i peculatori, i venditori di muletti, come i Crispi e i Laurenzana, ecc., ecc. Tutte le lagrime si son confuse sulla scalinata del Famedio del cimitero monumentale. Le lagrime dei socialisti e le lagrime dei repubblicani e dei democratici.
Molti sono stati giornalisti. Nessuno è stato come lui, neppure il Rochefort dei tempi imperiali. In un periodo in cui tutti erano venduti o in vendita, in cui tutti si inginocchiavano alla monarchia per delle sinecure, per delle cattedre, per delle imprese lucrose egli è stato un leone che ruggiva per la moralità di tutti. È stato lui che ha denunciato i pennivendoli stipendiati coi fondi segreti, che ha preso per il collo i Bonghi, i Torelli Violler, gli Emilio Treves, i Brenna, i Dina, gli Avanzini, i Fortis, i Papa, quando i Papa scrivevano nel Pungolo e nella Arena di Verona.
Duelli, carcere, processi, condanne, persecuzioni, sono stati i primi anni della sua vita pubblica. C’è stato un momento in cui Cavallotti e Bizzoni sono stati i d’Artagnan del giornalismo milanese. Non rifiutavano mai una sfida. Hanno sfidato tutta l’ufficialità degli ussari in un giorno. Si sono battuti tre volte in una sera. Sono loro che hanno rivelato i tripotages della Regìa cointeressata.
Alla Camera Felice Cavallotti non ha avuto uguali. Per tre anni di seguito non ha lasciato in pace il trasformismo di Depretis – il Depretis che manteneva una legione di “giornali obbrobrio”, che pagava a un tanto il mese gli improperi grossolani e quotidiani degli abbietti scribi contro gli avversari del Governo. Depretis lo ha castigato facendo lavorare i suoi prefetti e facendolo lasciare sul lastrico in cinque collegi nei quali era simultaneamente candidato. Egli ha dovuto telegrafare ad un amico:
– Coccapieller (scozzone) eletto, io no.
Dopo Depretis, Crispi. Lotta titanica. Egli lo ha sventrato coi saccheggi fatti alla Banca Romana, colla vendita del gran cordone dell’Annunciata a Cornelius Herz, con le truffe bancarie col mezzo dei Favilla, direttori della Banca di emissione, con l’inchiesta parlamentare dei cinque che ha fatto inorridire, con le rivelazioni sui giornalisti che il grande ministro fingeva di pagare del suo.
Dal 60 al 98 la storia è tutta piena di lui. Garibaldino, scrittore dell’Indipendente di Dumas padre, redattore della Gazzetta di Milano, collaboratore del Gazzettino Rosa, dell’Unità Italiana, del Dovere, direttore del Lombardo, difensore dei deboli, espurgatore degli ambienti, propalatore di fede nella democrazia, demolitore di tutte le corruzioni, di tutti i farabutti, di tutti i ventraiuoli di quel tempo. Tempra mirabile. Egli è stato in lotta con tutti i procuratori generali, con tutti gli assassini ministeriali. È Felice Cavallotti che ha scritto le più belle e virulente pagine su Monti e Tognetti, su Barsanti, su Oberdan, appesi dal Papa, fucilati dall’Italia e dall’Austria.
La giustizia rende ancora servigi. Ma in quei tempi era peggio di una prostituta. Non esisteva che per eseguire ordini. Potrei citare migliaia di casi portati alla Camera da Cavallotti. La polizia era così dispotica che poteva far viaggiare i galeotti da un luogo all’altro e liberarli per avere delle rivelazioni politiche e per servirsi di loro come spie e come delatori. Cito uno degli ispettori di polizia più scandalosi: Agostino Fassio che ha messo in libertà un omicidiario per delle delazioni.
Non mi occupo della vita letteraria di Felice Cavallotti: non ne ho nè il tempo nè lo spazio. Nè mi occupo delle sue corse a Napoli e a Palermo nelle giornate colerose. Mi occupo solo della sua fine. Ce ne ricordiamo tutti. Non si risale che di tredici anni. Felice Cavallotti era di nuovo sul terreno. Il suo avversario era Ferruccio Macola, direttore della Gazzetta di Venezia e deputato alla Camera. Non ci voleva molto per provocare un uomo dalla pelle sensibile come il deputato del patto di Roma. Il Macola con il suo cinismo lo aveva provocato più d’una volta. L’ultima è stato quando lo ha chiamato “bacchifilo di Corteolona”. Non c’è stato più pace. Sconsigliato non ha voluto cedere. Macola era più alto di lui. Sul terreno, la lunga spaccata in lungo braccio, gli dava il vantaggio di mezzo palmo sulla lama ed il braccio di Cavallotti.
Il resto è saputo. Alla terza ripresa la punta della spada di Macola gli ha reciso la carotide. In un minuto l’Italia intera sapeva della sua morte. Si singhiozzava nelle vie e nei ritrovi, nelle redazioni dei giornali, negli ambienti parlamentari. La gente si stringeva le mani come per consolarsi, si baciava, si abbracciava, piangeva insieme.
Cavallotti ha avuto il tempo di dire che perdonava al suo uccisore che ha voluto che il duello avvenisse col guantone per sopprimere i colpi al braccio e rendere più micidiale lo scontro. Ma il popolo non ha mai cessato di inseguire il Macola col nome di assassino.
Con la sua sepoltura il giornalismo italiano ha perduto i denti. Tutte le vigliaccherie sono rientrate nella vita pubblica, tutti i birbaccioni e i mascalzoni hanno rialzata la testa. Senza di lui si è fatto il ’98. I giornali del sovversivismo sono scomparsi. La tribuna parlamentare non ha più avuto che dei ragionatori e dei calcolatori. Senza le giornate dell’ostruzionismo il sovversivismo parlamentare potrebbe essere considerato una conversazione di salotto. Nesssun deputato ha osato domandare un’inchiesta sulle stragi dei Bava Beccaris. Lo straziatore di popolo ha potuto andare e sedere nella seconda Camera indisturbato con l’elogio di sua maestà Umberto I.
Nessuno ha più fiatato sugli appannaggi reali. Nessuno incute più spavento. L’Italia moderna è il trionfo del Corriere della Sera. L’ambizione massima del giornalista e del deputato dei nostri giorni è di essere corrierista. Non c’è più elevazione professionale. Lo stipendio è tutto. Chi lo ha grosso è più rispettabile. È l’epopea del ventre. Il ventre è diventato una teoria. Non vi sono più nè moderati nè radicali nè repubblicani nè socialisti. Lo stipendio ha distrutto anche le nuances.
Gli uomini tragici.

Il nostro cervello proletario non può scalcagnare per il cinquantenario che con una ripugnanza indicibile. L’Italia non ha diritto a sedere fra le nazioni civili. È troppo sanguinaria. È troppo subdola, troppo vile. Troppo infame. Al suo dorso non ci sono che delitti. Non si sa da che parte evitarli. La trovo bugiarda, ladra, vituperevole, assassina dovunque. Sui campi della miseria, sui campi della giustizia, sui campi coloniali, sui campi di battaglia, sui campi parlamentari. Essa è sempre darwiniana. Divora, finisce. Il suo ideale è la soggiogazione. Tutti i suoi rappresentanti alti e bassi sono stati al suo livello; bestiali. Non parliamo dei suoi ministri. È una collezione di malvagi. Non cito che quelli che vengono sulla punta della penna. Cavour. Chi è Cavour? Lascio rispondere Guerrazzi suo contemporaneo. “Non appena Garibaldi si mette in viaggio gli lancia dietro qualcuno per levargli di bocca la Sicilia, ed impedirgli di andare a Napoli; si serve perfino del re per sconfiggerlo; Garibaldi acquistò Napoli e allora più che mai intorno al generale per levargli Napoli con minacce e frodi d’ogni maniera. Io ho letto, diceva Guerrazzi, che bisognava pigliare Garibaldi e fucilarlo” È stato Acton, il futuro ministro della marina, che ha cannoneggiato il Lombardo e il Piemonte quando sbarcavano a Marsala. Rattazzi fa aggredire a fucilate i garibaldini ad Aspromonte per ringraziarli di avere arricchita la corona del reame. Garibaldi è compensato con una palla al piede, è trascinato al Varignano come un malfattore da un colonnellaccio come il Pallavicino, volgare e villano, ed è lasciato senza medici e senza il necessario per un ferito. È l’Inghilterra che si quota per mandare al generale delle camicie rosse, un letto e un chirurgo.
I nostri militari! I nostri funzionari! Non mi occupo dei mille e due.
Essi sono al disotto della mia considerazione. Al disopra di quella cifra sono tutti usurpatori odiosi, malandrini autorizzati al malandrinaggio legale, leghisti del male, malfattori in montura e in redingote, svaligiatori di classi e di masse.
State a sentire. Noi siamo andati in Sicilia. Abbiamo educato i siciliani coi massacri. Tutta la burocrazia avariata e cretina è stata mandata all’isola dei Vespri.
Gli isolani sono stati dichiarati dai generali Govone e Cervetto “conquistatori” e “barbari”. E sapete perchè? Perchè non volevano assoggettarsi alla coscrizione. Per militarizzare l’isolano i rappresentanti dell’Italia dell’arrivismo si sono serviti della tortura. Cito un caso: il caso Cappello. Egli era un sordomuto. Lo si sottopose alla visita e non si credette nè al suo mutismo nè al suo sordismo. Lo si sottopose alla tortura dei bottoni di fuoco sulle carni. In meno di mezz’ora tutto il suo corpo non era che una vasta piaga. Perchè non andasse perduto il documento vivo, lo si è fotografato nudo.
Chi era il civilizzatore?
Uno dei tanti ufficiali che hanno insanguinato del sangue degli altri la Penisola. Certo Dupuy – un vero brigante che ha fatto scuola. Egli ha avuto milioni di imitatori. Il Dupuy era savoiardo e capiterà un’altra volta sotto la mia penna. Ma prima di abbandonarlo permettetemi di adagiarlo in un altro episodio. Egli con i suoi soldati, si è presentato di notte a una cascina del territorio delle Petralie, dove lo sgherro supponeva dei renitenti alla leva, dei briganti. Non s’è voluto aprirgli. Che cosa ha fatto il nostro tenente? Fece circondare la cascina di fascine, la fece incendiare e lasciò che tutta la famiglia vi morisse asfissiata.
Ho citato il Dupuy perchè è un tenente che troviamo in tutti i movimenti italiani.
Tutti noi ci ricordiamo dello spaventoso nome del Livraghi, tenente dei carabinieri, al quale era stata affidata la pubblica sicurezza in Eritrea. Egli seppelliva gli indigeni vivi che svaligiava. La descrizione dei suoi orrori è stata fatta in Parlamento da Cavallotti, da Colaianni e da Prinetti. I suoi assassini hanno arricchito il dizionario di un verbo: livragare vuol dire scomparire; essere sepolti vivi. Dupuy è sempre il prototipo. In Cina egli è stato rappresentato da Modugno, accusato al suo ritorno di uxoricidio. Brutta figura. In casa dei cinesi ha seppellito due fratelli nelle buche fatte scavare da lui e non li ha lasciati uscire che quando hanno rivelato dove avevano nascosto le loro piastre. Sotto la sua “tenda” scudisciava le sue ordinanze legate agli alberi.
Due delle vittime sono fra i nostri pompieri.
Di tenenti come il Dupuy ce ne sono delle migliaia. Cito, tanto per documentare, il tenente Lionello, quello del ponte Albersano. I “villani” andavano verso di lui con il cappello in mano, e lui li ha puniti dell’audacia con una scarica di piombo. Sono morti e per lui si trovò la scusa che nella notte prima aveva dormito con una delle sue ganze. Se volete rimanere nell’esercito, potete salire o discendere senza perdere la figura sanguinaria. Fra i marescialli dei carabinieri, registro il Centanni. È stato decorato con l’elogio parlamentare di Giolitti. Se salite trovate il Pallavicino, il De Villata – due Fra Diavoli che indossavano la montura dell’ufficiale italiano.
Nella colonia Eritrea i tradimenti dei grandi ufficiali, le vendette dei bassi ufficiali, le carneficine compiute sugli indigeni, sono infinite. Nei primi cinque anni di occupazione si sono compiuti dei macelli. Io mi ricordo in questo momento dei 18 “ribelli” fatti fucilare lì per lì, sulla spianata di Asmara, nel settembre del 1891. Mi ricordo dell’assassinio di Batho Agos, capo dell’Ocalè-Cusai – l’indigeno più rispettato dell’Eritrea, come scriveva Ferdinando Martini, colui che sopra tutti aveva dato una grande prova di fedeltà all’Italia. E perchè lo si è fatto assassinare? Perchè i nostri politici sono doppi, perchè tutto ciò che esce da loro è doppiezza. Batho Agos, uomo schietto, è divenuto nemico del nostro esercito quando ha saputo che il Baratieri aspettava il “momento risolutivo” per mandarlo all’altro mondo. Non c’è lealtà nè fra i funzionari nè fra i militari. Sono ancora nelle nostre orecchie i tormenti e le stragi inflitte agli indigeni nelle carceri del Benadir.
Gli ufficiali colpevoli sono stati assolti, come è stato assolto, con la fuga, il Livraghi. Non lo si è fatto estradare dalla Svizzera. Lo si è lasciato in pace. Gli si è permesso di farsi un’altra posizione come un qualunque galantuomo. Adesso è divenuto così sfacciato da tentare la propria riabilitazione con un processo di diffamazione. Non c’è giustizia, non c’è lealtà fra gli svaligiatori della terza Italia.
Crispi è stato il prototipo dei malviventi.
Come presidente dei ministri ha venduto a Cornelius Hertz una decorazione monarchica per 50 mila lire, ha mentito quando ha dichiarato il documento contro i Fasci “firmatissimo”, come ha mentito quando ha finto di sposare Rosalia Montmasson. Egli è stato veramente un galeotto. Dal giorno che ha detto che la monarchia univa e la repubblica disuniva non ha avuto più ritegni. Ha innalzato la bandiera del paltoniere.
Ha mantenuto un esercito di pennivendoli, molti dei quali sono ancora vivi, a mille, a duemila, a quindicimila lire il mese. Megalomane, ha lasciato che il Baratieri conducesse al macello un esercito di 40 o 50 mila uomini contro Menelik. Si è servito largamente del domicilio coatto. Se ne è servito per delle vendette politiche, per disfarsi dei socialisti che non poteva più ammucchiare nelle prigioni, perchè, come diceva Felice Cavallotti, le vittime erano già “accatastate nei carnai della nuova Italia”. Non parliamo della sua azione nel processo Lobbia, del plico Lobbia, contenente le lettere rubate a Paolo Fambri. Ci basti citare i suoi ultimi traffici inclusi nella inchiesta dei sette e le sue ultime ruberie colla compiacenza del Favilla, il direttore della Banca di emissione di Bologna. Non è più un mistero che un uomo come lui – ed è stato detto quando era in vita – si è servito a piene mani dei fondi segreti – come è stato detto di Nicotera – i due rivoluzionari che hanno massacrato più giornali di tutti gli altri ministri, che hanno sciolte più organizzazioni politiche e operaie di tutti gli statisti lungo un secolo di vita sociale, che hanno messo in prigione più sovversivi o sobillatori di tutti gli altri ministri messi assieme.
Siamo così poco avanzati nella civiltà che ogni alito di opinione libera agita i nostri statisti: i quali non si sentono più sicuri senza ricorrere alle leggi eccezionali, agli stati d’assedio, agli imprigionamenti, agli scioglimenti di associazioni, alle soppressioni della stampa, ai pedinamenti polizieschi, ai domicilii coatti.
Non c’è regione italiana che non sia stata dominata, a periodi, dai Lamarmora, dai Cialdini, dai Govone, dai San Marzano, dai Morra di Lavriano, dai Nestore Malacria, dai Bava Beccaris, tutti militari spietati che hanno lasciato dietro loro cataste di cadaveri, moltitudini di galeotti, gente mutilata, sconciata, orribilmente sconciata.
Generali e ammiragli di cartone, stupidi, vigliacchi davanti ai veri nemici. Cito il Persano che non si è mosso dalla nave ammiraglia che per fuggire su un’altra senza la bandiera ammiraglia che rivelasse la sua presenza al nemico. Cito Baratieri, vero cacone in guerra, che non ha saputo neanche trovare la via del suicidio, che non ha trovato che la via della fuga a pancia a terra. Cito il generale Corvetto che ha negato di avere calunniato la Sicilia e i siciliani con una lettera anonima al Dario Papa dell’Arena di Verona, azione biasimata in Parlamento.
Le vittorie dei nostri generali brutali e sanguinari sono tutte fatte di “combattimenti” contro popolazioni inermi, disarmate, senza idee insurrezionali. In altri paesi i nostri gros bonnets non avrebbero avuto neanche l’onore di essere considerati degni della fucilazione. Sarebbero stati squartati e appesi alle porte cittadine. Essi non sono mai stati uomini. Sono stati dei briganti.
Un ras qualunque, come l’Aluea, li ha messi in fuga. A Dogali si sono lasciati trucidare. I nostri ufficiali erano buoni di tramutare o alterare i trattati con Menelik per suscitare una guerra, che avrebbe conquistato loro delle promozioni. Ma ad Abba Garima lo stato maggiore del quartiere generale non solo non si è valso degli apparecchi ottici o degli eliografi per le segnalazioni che avrebbero potuto comunicargli a 96 chilometri di distanza, il numero dei nemici, non solo si è contentato di essere senza informazioni, ma si è lasciato sorprendere come un mucchio d’imbecilli e come un corpo d’imbecilli si è precipitato di burrone in burrone, di valle in valle, per salvare la propria pelle. Erano i nipoti dei generali di Novara e di Custoza.
Sua eccellenza il tenente generale Oreste Baratieri merita una pagina speciale. Perchè mentre si è lasciato aplaudire in Parlamento e si è lasciato portare in trionfo per le città italiane per delle supposte vittorie, come quella di Sanafè, egli ha poi dimostrato di non sapere neppure trovare il coraggio di morire come morivano i generali napoleonici nei momenti della disperazione e dell’impotenza.
Da noi, con noi, contro di noi, sono eroi. Assumono tutti l’aria dei Napoleoni, dei Wellington e dei Moltke. Sembrano tutti reduci da Austerlitz, da Waterloo o da Sédan.
Il generale Corsi ai tempi dei fasci ha paragonato la Sicilia a una mina preparata da secoli. Non vi ha veduto che un inferno di odii in fiamme. Il generale Morra di Lavriano è partito da Napoli alla testa di 40 mila soldati, tanti quanti se ne mandarono più tardi in Africa contro le “orde” di Menelik. È partito salutato come un Garibaldi liberatore. Con lui è stato proclamato (4 gennaio 1894) lo stato d’assedio – vale a dire il flagello che anticristeggia sulla gente assediata.
Ecco l’amnistia di Crispi. Il macello, la carneficina, lo sfollamento delle carceri. Deputati in prigione, ribelli in prigione, tribunali di guerra, terrori polizieschi, terrori bianchi e rossi. Condanne selvagge.
A Bernardino Verro, 16 anni di galera per reato di “sobillazione”. A Giusepe Sparango, tre anni di reclusione per avere “favoreggiato” la fuga di Bosco, di Verro e di Barbato. Spatiglia – sordo-muto – condannato per grida sediziose. Rosalia Perrone per occultazione di armi (un fucilda caccia).
Al tenente dei carabinieri Colleone, medaglia al valore militare per avere ordinato il massacro del 5 gennaio. Reazione trionfante. I ribelli erano dediti a ogni sorta di delitti. Saccheggi, incendi, assassini, rapine. Arresti in massa di contadini e di lavoratori ignoti. Sprigionamenti dei delinquenti comuni per lasciar posto ai sabotatori. In quindici giorni si sono arrestati quasi tutti i giovani di settantasei paesi.
Mille sono stati inviati al domicilio coatto senza processo. Venivano solo casellati per malviventi, pregiudicati, ammoniti. Favignano, Pantelleria, Lampedusa, Ponza, Ustica, Lipari, Tremiti, Porto Ercole, rigurgitavano di odiatori di cappedda. Sequestri di telegrammi, censura preventiva di giornali. La punizione più umana era fatta di bastonate. Bastonate ai vecchi e ai giovani, ai ragazzi e alle donne.
Tutto sommato il lavoro di Morra di Lavriano, con i tribunali militari, è stata una distribuzione di 800 anni di prigione. I delinquenti siciliani erano saliti nelle bocche militari a 1645. De Felice, il capo della congiura per vendere l’isola alla Francia e alla Russia, diciotto anni di galera.
Roba da matti. Un semplice delegato con il sedicente trattato di Bisacquino “firmatissimo” ha potuto compiere una rivoluzione a rovescio – ha potuto popolare i tribunali di alti spallinati incaricati di schiacciare la “sedizione”. Il generale Heusch, nella Lunigiana, non è stato inferiore a Morra di Lavriano.
La sua massima condanna è stata di trent’anni, per delitti retroattivi, all’avvocato Molinari.
Italia di farabutti, di ladri, di statisti manicomiali, tu mi fai riabilitare Ninco Nanco, Cipriano e Giona, La Gala, Domenico Papa, Giovanni D’Aveizo, Girolamo Sarno, Crocco, Caruso, Cappa di San Fede, Pilone, e voi tutti lavoratori di bosco. Voi siete stati più onesti. Voi siete nella storia criminosa meno feroci dei nostri generali che hanno avuto il petto coperto di decorazioni e che sedettero al Senato.
Scellerati!
È giunta anche per voi l’ora del giudizio. Il proletariato incide i vostri nomi sul frontone nazionale del cinquantenario per additarvi ai posteri come mostri del nostro tempo.
Il vostro posto è nel museo degli orrori umani. Voi siete passati da noi come una peste bubbonica.
Avete compiute più stragi della malattia pestifera.
Un episodio repubblicano.

È un episodio che rivela il sistema governativo di tutti i cinquant’anni.
L’ho già detto. Dove c’è alito di opinione libera eccoti un’ondata di mercenari dell’ordine, che vi si precipita sopra e lo soffoca.
Ministri di destra e ministri di sinistra, al potere erano tutti forcaiuoli.
Documento.
Nel 1870 era al potere il gabinetto più lurido e più efferato di tutto il cinquantenario. Era presidente dei ministri Marco Minghetti e ministro dell’interno Cantelli, il più esecrabile del regno italiano.
L’uno e l’altro sono stati così svergognati, che hanno dichiarato in Parlamento che avevano diritto di presentare e raccomandare agli elettori i candidati amici del ministero.
La loro insensibilità morale era così alta che scarceravano i detenuti per farne degli elettori; che mandavano all’urna tutti gli impiegati di questura, tutti i carabinieri, tutti i questurini, tutti i soldati di residenza nei collegi.
Cose inaudite! Le liste elettorali venivano mutilate, alterate, manomesse, tramutate all’ultima ora, alla vigilia delle elezioni, quando era già pubblicato il decreto delle elezioni generali.
L’ingerenza ministeriale nelle elezioni ha il compito di additare pubblicamente i prediletti del ministro A o del ministro B; era un principio governativo.
L’impiegato che contravveniva a questo assioma, veniva licenziato o mandato al domicilio coatto.
Nel ’74 la sinistra diveniva possibilista di giorno in giorno.
Il ministro Minghetti aveva incominciato a sentire che non c’era più che la violenza che potesse trattenerla o frenarla.
E allora, non appena ha saputo che i repubblicani si dovevano radunare a Villa Ruffi, in aperta campagna, ha messo sottosopra l’esercito e la pubblica sicurezza.
Li ha messi in agguato. I giornali erano tutti prezzolati. Il ministero era l’opinione pubblica.
Ha fatto circolare che in quella regione era il focolare dei congiurati. Tutti vedevano facce “sospette”.
I “congiurati” non erano ancora all’esordio della discussione che nella villa c’è stata una irruzione di poliziotti e di soldati al servizio della polizia. Non ne ricordo bene il numero, ma gli aggressori legali ne hanno arrestati trentasei.
Fra i trentasei erano Aurelio Saffi e Fortis, divenuto più tardi presidente dei ministri d’Italia.
Aurelio Saffi era uno dei repubblicani più eminenti e più venerati.
Gli arrestati vennero trattati da malfattori. I prigionieri sono stati chiusi in uno stanzone della Villa per 36 ore, senza mangiare e poi vennero ammanettati e condotti a piedi, in mezzo a nugoli di carabinieri, di agenti di P. S. e di soldati, dalla Villa Ruffi a Spoleto e chiusi nella Rocca di quella città, come se fossero stati i peggiori malfattori d’Italia.
Il ministero, per spaventare il corpo elettorale, ha diffuso nella penisola che gli arrestati erano giacobini in giro col petrolio, con la dinamite e col coltello.
Non si sono processati. Sono stati trattenuti in fortezza per cinque mesi.
La discussione in Parlamento è stata iniziata da Benedetto Cairoli. Egli allora ha detto la verità. Gli arresti di Villa Ruffi erano stati ordinati per ragioni elettorali. Si voleva indurre gli elettori a stringersi intorno al Governo, contro i facinorosi.
– Sì, o signori, diceva l’on. Luigi Miceli, io posso parlare perchè ero presente. Noi c’eravamo radunati alla fine del gennaio 1870 a San Verano, in casa di Aurelio Saffi, presenti molti di coloro che sono stati arrestati. La nostra discussione è stata sulle elezioni generali. Noi non ci siamo occupati che del contegno che doveva tenere il partito democratico, che di provvedere alla pubblicazione dell’organo di partito e di trovare i modi più acconci per non essere più confusi con l’Internazionale.
È inconcepibile. Il Cantelli è stato peggiore del Maupas francese. È stato uno sgherro borbonico. Non si è tolta la maschera. Si è sottratto alla responsabilità degli arresti con la scusa dell’assenza, ma li ha giustificati dicendo che senza di essi si sarebbe compiuto un disastro nazionale.
Dopo il Cantelli c’è il Vigliani, guardasigilli, che ha difeso i magistrati che hanno speso cinque mesi per venire alla conclusione che non c’era sufficiente materiale per processarli.
La tornata alla Camera sui fatti di Villa Ruffi pare una pagina dei nostri tempi. Al potere sono tutti Cantelli, all’opposizione sono tutti Cavallotti.
Il Cairoli, prima di diventare presidente dei ministri, presentava questo ordine del giorno:
“La Camera, considerando che la libertà individuale e l’inviolabilità del domicilio consentita dallo Statuto, furono offese dagli arresti di Villa Ruffi, passa all’ordine del giorno”. Crispi è rimasto fino allora repubblicano nella zona legalitaria. “Voi vedete, o signori, quello che fecero i repubblicani dopo il ’51. Io ne vedo a sinistra, ne vedo a destra e ne scopro uno anche sul banco dei ministri. I repubblicani si sono battuti sotto la bandiera monarchica. Questa bandiera non l’abbiamo tradita e non la tradiremo. Ma non a questa bandiera soltanto date tutta l’efficacia di quello che è avvenuto dal ’50 in poi; datene anche una parte a coloro che si unirono a voi e che fecero con voi e col principe quelle istituzioni delle quali noi tutti godiamo. Il partito repubblicano è sempre stato di aiuto al regime attuale e dell’opera sua ha dovuto anche sentire le dolorose censure degli antichi amici, coi quali aveva aspirato e accanto ai quali si era battuto”.
Tuttavia la mozione Cairoli è stata respinta con 232 voti contro 121.
Così gli arresti di Villa Ruffi sono stati giustificati. Non era possibile che avvenisse altrimenti.
L’Italia è il paese degli sbirri. Tutti gli sbirri sono stati i padroni dei cittadini.
Da colui che era questore con Morra di Lavriano, al questore novantottesco di Milano, noi non abbiamo avuto che briganti nello stifelius dei capi della pubblica sicurezza.
Del Prina, dei Festa, dei Livraghi, gente che ammazza a fungate, capace di denunciare il proprio padre, di denunciare la propria madre, di assassinare il più intimo dei propri amici.
I nostri padri sono stati dei sudditi.
Noi siamo dei dipendenti. Un mascalzone a tre mila lire l’anno ci può sopprimere.
Questo, è la gloria del nostro cinquantenario.
L’Italia degli straccioni.

È un documento della vita nazionale. C’è gente che si sbattezza tutte le volte che si descrive il proprio paese come è, non come dovrebbe essere. È gente che preferisce mettere sulla piattaforma nazionale la ricchezza, l’opulenza, l’eleganza, l’intelligenza. È gente sorda, è gente cieca, è gente che crede che l’ipocrisia sia del sacerdozio italiano.
Un giornalaccio meridionale delle Puglie ha creduto di rompermi in quattro con uno stupido articolo nel quale io figuro come un “sindacalista terribile”, perchè ho proposto che durante le feste cinquantenarie si faccia una esposizione dei pitocchi d’Italia.
Lo scribivendolo deve essere un cretinoide. Che diavolo! Lamentarsi perchè uno del nord si sente angustiato nelle feste per la conglorificazione dell’Italia dei pezzenti.
Ma guardatevi intorno. Voi non conoscete neppure la vostra casa. Ci sono le Puglie, c’è la Basilicata, c’è la Calabria che sono depositi di indigenti. Vi si muore di fame, vi si muore di malaria, vi si muore di inedia. Sono paesi dove i milionari non hanno ancor provato le emozioni dei benefattori, dove non c’è beneficenza, dove i poveri contadini periscono sulle strade o nei tuguri per mancanza di ospedali; dove i brefotrofi sono spegnitoi dell’infanzia, dove il contadino non trova da mangiare lavorando tutto l’anno, dove l’analfabetismo è sommo, dove non c’è industria, dove non c’è traffico, dove non c’è igiene, dove non c’è popolazione perchè la popolazione emigra, perchè la popolazione si salva dalle malattie delle vie digestive e delle vie respiratorie andando nell’America del Nord a rifocillarsi, a rincarnarsi, a rifarsi l’esistenza.
Se non foste dei bestioni dovreste essere i primi a raccogliere il materiale umano per una esposizione della gente che vive al disotto della linea della fame.
Parlarci delle popolazioni estere! Le conosciamo meglio di voi, o imbecilli. In nessun paese si sta male e si soffre come da noi. Le nostre folle sono le più straziate, le più premute, le più dissanguate, le più impoverite, le più bistrattate, le più ischeletrite, le più analfabetizzate, le più ridotte all’impotenza.
Nel meridionale il livello politico è così basso che gli stessi giornalisti non hanno orrore di vivere in ambienti politici e amministrativi così infetti da fare del voto un mercato, una vendita al miglior offerente. Parlateci di tutto, non mica di benessere, non mica di elevazione. A Canola, un farabutto della vita pubblica, per esempio, ha potuto spendere in voti, per riuscire consigliere provinciale, 60.000 lire!
Si sta così bene da noi che le popolazioni diminuiscono. Con la natalità alta in paragone degli altri anni, la Basilicata è rimasta nel cinquantenario stazionaria, come la Calabria e come la Basilicata.
Io non emigro, se sto bene in casa mia. Se vado via è proprio perchè nella casa di Vittorio Emanuele III si muore di consunzione famelica.
Ho dunque ragione di ammucchiare i miei articoli e di spargerli uniti per l’Italia pitocca dove i cinquantenaristi signoreggiano nel superfluo.

INDICE

L’Italia Regia non voleva Roma
F. D. Guerrazzi nei momenti più venali del Cinquantenario
La fucilazione di Pietro Barsanti
Signori! la prima legislatura del Parlamento volge al suo fine. Centosessanta cadaveri
La riabilitazione dei briganti.
Mazzini in mezzo alle spie. – L’ultima vigliaccheria ministeriale
Amilcare Cipriani che mi corregge
Pietro Bastogi, Balduino, Cristiano Lobbia e le vittime della Regia
Il Calvario garibaldino
Felice Cavallotti
Gli uomini tragici
Un episodio repubblicano
L’Italia degli straccioni

da: www.liberliber.it