Paolo Valera – LA donna più tragica della vita mondana – Edizione Liber Liber

A MARIA

MIA COLLABORATRICE, CHE MI È COMPAGNA NEL BENE

E NEL MALE, QUESTO DRAMMA DI ALCOVA BORGHESE.

Sono giunto in Parigi in luglio in una mattinata tepida, con gli occhi gonfi della lettura notturna e con il cervello offuscato dal sangue dei delitti sui giornali sparsi per i tavolini del treno di lusso. L’impressione macabra è entrata con me nel fiacre-automobile che mi conduceva all’hôtel Continental, via Castiglione, 3. La stessa atmosfera della metropoli francese mi pareva quella di un immenso bagno penale. Io ero come in una capitale di delinquenti. I cittadini e le cittadine invece di darmi il godimento della loro eleganza, mi disseppellivano dal materiale dei ricordi i truci personaggi che hanno mandato il nome all’immortalità del museo criminale. Fra i pedoni vedevo i tipi di coloro che hanno fantasticato dietro la grandezza o sentito il bisogno di arricchirsi in una notte o sognato di ascendere alla sommità della gioia di vivere con un fattaccio, con una operazione finanziaria o con una strage umana.

Le ruote di gomma filavano tra i veicoli in direzione opposta senza darmi le scosse brutali delle vetture pubbliche del secolo scorso e tra la folla del va e vieni affrettato, additavo mentalmente a me stesso i Troppmann, gli Eyrau, i Prado, i Pranzini, le Gabrielle Bompard, le Humbert, i Bontou, i Cornelius Herz e gli altri scrocconi che hanno popolato, i salotti delle mondane.

Dal treno avevo annunciato telegraficamente al mio caro amico Bizet – l’eminente detective della polizia privata che si è conquistato la croce della legion, d’onore col clamoroso servizio di avere scovato il nascondiglio della haute pègre che ha svaligiato il palazzo sontuoso del marchese Panisse-Passis, nella avenue Marceau, a due passi dai Champs-Elysées. Io l’ho conosciuto ai tempi dello squartatore di prostitute di Whitechapel, quando, la prefettura di polizia l’aveva mandato a Londra ad aiutare i policemen a impadronirsi del feroce ammazzatore di donne.

Tutta la sua genialità di limier che sa seguire le pedate del sanguinario è stata sciupata dalla gelosia di mestiere. Gli agenti di John Bull lo vedevano di mal’occhio e le autorità di Scotland Yard invece di dargli carta bianca lo hanno circondato di tutte quelle miserie burocratiche che neutralizzano anche i superuomini della polizia segreta. Tutte le volte ch’egli cercava di tendere agguati a Jack the Ripper – la testa direttiva del servizio speciale gli scomponeva il piano mandandolo dalla zona studiata a quella da studiarsi. E così lo squartatore era ancora al largo.

Ci siamo ritrovati nel 1900, nei giorni della Esposizione Universale. Era un bell’uomo. Non aveva più nulla dell’agente segreto della prefettura di polizia del boulevard du Palais, in faccia al palazzo di giustizia. Aveva l’aria del perfetto gentiluomo in tuba, stìfelius e guanti in mano all’inglese. Mi parlò dei suoi dissensi con Goron, capo della sicurezza pubblica. Non andava più d’accordo, Goron, dopo, che aveva trovato il famoso baule nel quale Eyraud e la Bompard avevano sepolto l’usciere Gouffé, era divenuto superbo, intrattabile, indiscutibile. Respingeva i cooperatori per dare la preferenza ai servitori, ai risevoli mouchards che approvavano con entusiasmo tutte le corbellerie che uscivano dalla sua testa di romanziere giudiziario.

– Il suo ticchio! mi diceva ironicamente Adolfo Bizet, attorcigliandosi le punte dei baffi più belli della Francia. Egli appartiene ai poliziotti romantici che si sono fatti una teoria leggendo gli instancabili feuillettonistes che masturbano la vita che portano in pubblico con i colori spettacolosi della loro fantasia.

Goron è un ambizioso che aspira alla gloria d’oro dei Ponson du Terrail, dei Paul Féval e degli Emile Gaboriau. Vedrete che finirà anche lui ammucchiatore d’appendici. Io non lo gusto per i suoi Rocambole rifatti e sfigurati sulla figura bronzea di Vautrin. I Rocambole sono esseri di cartone che passano traverso la stanza mobigliata e i digiuni per aver modo di andare al bagno a compiere evasioni immaginarie e a correre per i tetti come io e voi possiamo correre per i marciapiedi. Puah! la vita è già troppo orribile per permettere ai mestieranti della polizia e della stampa di esagerarne le tinte e renderla più inverosimile di quello che sia veramente.

Adolfo Bizet parlava stringendosi la fronte biancastra. Quasi avesse voluto spremerla e farne uscire le idee che gli stavano preparando l’avvenire. Egli portava nella sua camera cerebrale un vasto sistema di organizzazione poliziesca. Nato negli avvenimenti criminosi, basato sulla esperienza della vita avariata, maturato di giorno in giorno nelle aule giudiziarie e nelle Corti d’Assise – i laboratori pubblici dei positivisti che entrano nella produzione delittuosa senza opinione. Per lui gli abitudinari della sicurezza pubblica come i Macé, come gli Andrieux, come i Lacé che mettono a base di ogni operazione il sotterfugio, il tranello, l’astuzia, la menzogna e la ribalderia sono finiti. Non hanno più posto fra noi. La chiave di volta del suo ambiente di rivoluzione poliziesca era la fotografia. Egli mi diceva che come c’è stato il giorno in cui si è dovuto contarci e dare principio alla storia del censimento, così ci sarà il giorno in cui bisognerà iniziare la fotografia nuda dell’adulto alla soglia dell’edificio sociale per essere fatto cittadino.

Mi sono permesso di ricordargli che il suo desiderio era già in azione e tutta la sua faccia ebbe contrazioni che mi rivelarono il suo disgusto per l’interruzione.

– Lo so, lo so, mi rispose con la punta del sarcasmo che gli deformava la bocca sormontata dai baffoni neri come il giavazzo. La fotografia poliziesca d’adesso appartiene ai teoristi che chiudono la stalla dopo che i buoi sono scappati. Si fotografa l’individuo quando è nel fatto compiuto della sua degenerazione o della sua follia. La mia fotografia è preventiva. Raccolgo le anomalie fisiche quando la delinquenza è ancora latente nella gioventù e le consegno al laboratorio umano, perchè le completi con le caratteristiche antisociali delle persone della stessa famiglia per la inchiesta naturale e sociale del nostro tempo.

Non avremo la sintesi della civiltà moderna che con l’obbligatorietà della fotografia per gli adulti e le adulte alla soglia dell’ambiente di tutti.

All’hôtel, mentre i facchini scaricavano le mie valige e il valletto mi conduceva all’ascensore, mi sono sentito preso per un braccio da un uomo dall’aspetto così volgare che non esitai a scambiare per un apache. Mi fermai ritraendomi e domandandogli con la voce che sentiva della mia collera che cosa volesse.

Il creduto vagabondo senza scomporsi si tolse il berretto con un leggero inchino e rimase in quell’atteggiamento per una lunga pausa come per darmi tempo di riconoscerlo.

– Il signor Edoardo Baragiola, suppongo?

– Per servirla, risposi con la scortesia nella voce.

Accortosi che io ero tra seccato e sorpreso della losca figura che mi aveva presa la manica con tanta confidenza, mi si avvicinò all’orecchio per non farsi udire dal footboy e con la mano nella mia mano mi domandò:

– Non mi conoscete?

Sherlok Holmes, il poliziotto della fabbrica di Conan Doyles, che ha il compito romanzesco di saper tutto e indovinare ogni cosa e spiegare qualunque mistero, avrebbe risposto di sì, cercandone il nome nella memoria per dar tempo all’interrogato di farsi conoscere.

Io rimasi perplesso senza pensare al travestimento.

– Adolfo Bizet.

– Truccato, non è vero? gli domandai con la stretta dell’amicizia.

– S’intende. Sono occupato in un affaire che per il momento non posso dirvi. Stasera verrete alla mia agenzia. Eccovene l’indirizzo, mi disse frettolosamente ed eccovi due righe per il mio amico, Hamard, chef de la police de súreté che vi permetterà di assistere alla prova o alla replica del dramma sanguinoso della via Pépinière. Vi prevengo che gli attori della ricostituzione del delitto sono assassini autentici. È un’occasione che non vi capiterà tutti i giorni. Addio, arrivederci.

Intanto che mi riavevo dallo stupore lo vedevo allontanarsi per il lungo porticato a tunnel, meravigliato che egli avesse saputo alterarne persino l’andatura. I suoi piedi andavano via incerti e poggiando più sulla punta che sul calcagno. Il suo berretto di jochey disoccupato da un pezzo aveva il risvolto di dietro bipartito in due ali di pipistrello. Con le spalle nascoste nel giacchettone a sacco, tenuto ai fianchi dal cintone della stessa stoffa, l’uomo erculeo dalle braccia poderose e dalle mani che facevano in quattro il tavolo quando esigeva la confessione del delinquente, pareva un rachitico che stesse a mala pena in piedi.

Non perdetti tempo. Entrai nell’appartamentino segnato col numero 36 del primo piano, mi gettai nel bagno, mi feci radere, indossai l’abito a redingote, presi una vettura e andai al caffè Riche, sul boulevard degli italiani, a bermi il moka e a fare una spanciata di giornali per caricarmi la testa della opinione pubblica. Tutti i tavoli erano occupati e il silenzio mi diceva che ero in una sala di lettura. La tragedia della via della Pépinière e dell’impasse Ronsin erano dell’inchiostro sensazionale dei grandi avvenimenti.

Caldi, coloriti, nutriti rappresentano il trionfo del reportage e il terrore dei quotidiani che se ne contendono i particolari come una muta di cani l’osso buttato in mezzo a loro. I gusti cono cambiati. Le notizie che una volta lasciavano indifferenti oggi attirano intorno a sè tutta la nazione. Il documento umano è il piatto ghiotto di tutti i cervelli ansiosi di penetrare nelle viscere dei problemi che agitano il secolo ventesimo.

Gli organi “della difesa nazionale”, come la Patria e l’Èclair, rimasti nei nuovi tempi come ai tempi della revanche, sono moribondi.

Vivono di sussidi e di articoli che abbaiano alla luna.

La prosa di Rochefort – caduto dalle altezze del pamphlétaire contro l’impero nel pantano del boulangismo – è prosa senile che puzza di cadavere. È la prosa di un ruminante. Rimastica se stesso con un la diverso. Il la dei suoi ultimi giorni è quello di un degenerato o di un mattoide o di un epilettoide che vede al dorso di madama Steinheil la massoneria e il sindacato israelita, come vedeva l’una e l’altra al dorso di Dreyfus.

Trovo uno dei tanti documenti della mentalità francese nell’appendice dell’Humanité. Ci ricordiamo tutti del chiasso che si è fatto anni sono intorno alla “figlia Elisa” di Edmond De Goncourt. La povera prostituta è stata la conversazione nazionale di una settimana. La censura l’ha relegata fra i lavori osceni e il Parlamento per bocca di Yves Guyot, l’ex ministro di allora, l’ha mandata all’égout con tutta l’ipocrisia dei sacerdoti della marca fracida dicendo che dramma e romanzo sono l’apologia del mercato femminile, mentre dramma e romanzo ne sono la requisitoria.

Quels gredins que les honnêt gens!

Avrei rinunciato volontieri alla colazione se il giudice istruttore avesse sentito della mia febbre. Io ero impaziente, inquieto, come agitato dall’argento vivo. Avevo viaggiato coi delitti e mi trovavo per le vie dove non si strillavano che delitti. Chi voleva vendermi la Giovanna Weber, la vecchia bestiale che strangolava con godimento i bimbi, che le capitavano sottomano. Chi mi metteva sotto gli occhi, la madre Lefèvre, con gli abiti stracciati dalla folla che voleva linciarla per la tortura ch’essa aveva inflitto a una sua creaturina raccolta ischeletrita nel pattume della stamberga. Il cri cri assordante era un foglietto listato a nero che si vendeva a ruba. In esso era annunciata a caratteri elefanteschi la morte immediata di madama Steinheil, “la presidentessa dello Stato”. In quella qualifica è indubbiamente una allusione, dicevo tra me e me, entrando nella via Pèpinière, allineata di sergents de ville che tenevano separata e composta la moltitudine curiosa di vedere chi entrava e chi usciva dalla casa in cui è stato assassinato l’agente di cambio della Borsa. Intorno a tutta quella gente si urlava un’altra tragedia sanguinosa: quella di Antony, dove era stata uccisa la direttrice di una casa di pensione e ferite due delle sue assistenti per derubarle di venti mila lire.

Senza volerlo mi sono trovato pigiato fra una moltitudine di Sherlock Holmes. Non c’era uomo o donna che non sapesse dedurre, formulare, concludere. Al posto dei poliziotti i colpevoli sarebbero già nelle mani della giustizia. Il servizio di pubblica sicurezza era in mano di persone inadatte, lente, dal cervello ottuso. Si era giunti al funerale senza che se ne sapesse qualche cosa. Lepine, il prefetto di polizia, non era buono che di mettere le mani sugli operai in conflitto coi padroni. Hamard lo si dichiarava fiacco, indolente, capace di trangugiare la storia più barbina che gli dicevano coloro che lo menavano per il naso. I più sospetti del personale della casa Remy erano i portinai, i Bourdet, classificati per birboni perchè dopo aver conquistato il benessere sognavano il lusso dell’edificio che custodivano.

– Le persone, diceva uno che parlava tenendosi il mento con la mano del braccio appoggiato all’altra mano, non si abituano al lusso senza desiderare il superfluo. Vedevano passare Remy e pensavano ai suoi milioni.

– Forse non avevano torto, rispose un nanerottolo dal naso che pareva una rana schiacciata e cucita alla pelle del viso. Pensavano di fare quello che aveva fatto il loro padrone, aggiunse tranquillamente l’interruttore.

Tutte le facce si voltarono come se avessero sospettato in lui un anarchico.

Ma l’uomo dai buchi del naso sporchi di mucillaggine non se ne diede per inteso, guardando fisso verso il portone spalancato che continuava a inghiottire signori e signore che giungevano per le esequie dell’assassinato. Ricominciata la conversazione all’aria aperta, si cercava la ragione dell’omicidio in un impeto passionale, in un amante di uno dei due coniugi. Il furto non bastava a giustificare l’assassinio. Ciò era un trucco per sviare le tracce dei segugi di polizia.

Il nanerottolo fece sentire in una risata la ridicolaggine della supposizione.

– La signora Remy è una vecchia che si regge a mala pena in piedi e il signor Remy aveva settantatre anni, signori!

– Non abbiamo bisogno delle vostre informazioni, disse un uomo accigliato, mostrandogli un giornale in mano sul quale si parlava dell’arcimilionario. Prima di chiaccherare fareste meglio a studiare la vita intima del finanziere. Egli era un uomo come un altro. Inverniciato di fuori e sudicio di dentro. Ha avuto anche lui la sua seconda e la sua terza giovinezza, disse l’informatore sottilineando la parola.

– Chi ve lo ha detto?

– Lo dirò a voi! Al vecchio piacevano le fanciulle del popolo, specialmente quelle che avevano le carni fresche e i capelli abbondanti. Ma se potessi… Bocca taci! disse egli tappandosela. La morte di Remy, aggiunse dopo una pausa, è stata probabilmente una punizione sociale. Nella mano che ha agito si erano probabilmente agglomerati gli odî dei padri e delle madri che si sono vedute le figlie gualcite dalla concupiscenza dei signori giunti alla ricchezza sfondolata.

– Boom! fece il nanerottolo sgangherando la bocca. Le donne non erano della opinione del moralista che aveva riassunta la tragedia in una vendetta collettiva.

– L’oro è sempre stato oro, da che mondo è mondo, intervenne a dire una grandigliona dai capelli biondi come il grano maturo. Padrona chi vuole di accettarlo e di fare del proprio corpo quel diavolo che le pare e piace. Libertà per tutti. Ma chi preferisce la virtù all’oro è in una fortezza. Nessuno può darle l’assalto.

– La miseria!

– Già, con la miseria si giustificano e si coprono tutte le porcherie.

– Che cosa dice, quella pettegola! sclamò una vecchia megera, gobba, con il bastoncino che sorreggeva, in aria. Vorrei vederla sotto le sottane la virtuosa! La miseria, sissignora, la miseria è la canaglia che rovina le nostre figlie.

– Hao! Non venire qui a contarci storie. Le figlie fanno bene a non patire. Siamo state tutte ragazze. La gobba mi è venuta, non c’era. E so anch’io che cosa vuol dire trovarsi a diciassette o diciotto anni malvestita e malnutrita, malpagata per un lavoro rude. Ai miei anni avrei dato la mia virtù per un’ala di pollastro… Non dico bugie, non dico.

Il carro di prima classe ci ha spostati calcandoci e dandoci a quasi tutti l’aria funebre del momento. Si capiva che si voleva fare le cose alla svelta. Il carro si fermava e dal portone usciva a spalla la cassa di ebano con i margini orlati di satin bianco. In un attimo scomparve. Passata sul piano del ruotabile la coprirono con una gualdrappa coi fiocchi d’oro, nera come la caligine e poi seppellirono il morto sotto una valanga di dalie, di viole di Parma, di bottoni di rose e di crisantemi, spargendo un profumo primaverile.

Al gradino della residenza stava una berlina tutta abbrunata nella quale entrarono, aiutati dal domestico, Emilio Courtois, la vedova Remy con il volto nascosto in un velo che non impediva di vedere la di lei carne cerea, Giorgio Remy, il figlio della vittima e i nipoti. I preti erano alla testa del convoglio e il personale di servizio preceduto dal maggiordomo Renard, era alla coda.

In mezzo a costoro e ai loro fianchi c’erano gli agenti della polizia segreta, incaricati probabilmente di ascoltare i si dice intorno alla tragedia.

Le ruote, con i loro su è giù dai sassi o dal suolo disuguale, rompevano il cuore.

Pietro Renard con il faccione di maggiordomo nato, con la tuba in mano fasciata dal largo panno funebre, con i bottoni di lutto allo sparato della camicia bianca come la carne della sua faccia carnosa, con il collo ampiamente risvoltato sulla cravatta di batista filettata di nero pareva il rappresentante della mortificazione e della afflizione domestica. Con la scriminatura che divideva i capelli rialzati su una fronte che pareva quella di un grand’uomo, con i solchi in margine alle pinne nasali che appesantivano il suo dolore, i pensieri che avrebbero voluto pensar male di lui andavano via a nascondersi dalla vergogna. Hamard stesso ha finito per crederlo vittima della cattiveria, dei quindici o sedici tra domestici e cameriere sotto di lui che l’accusavano con silenzi malvagi.

Quello che pareva indistruttibile intorno alla sua bocca sbarbata erano le stigmate del degenerato. E anche qua e là, intorno agli occhi, intorno alle tempie, nelle crepe della fronte e nei padiglioni auricolari erano i segni dell’individuo abituato ai vizi contro natura.

C’era qualcuno vicino a me che diceva che di solito il degenerato odia la donna. Pietro Renard era ammogliato e aveva figli. Ma io ho risposto mentalmente che anche Oscar Wilde amava gli uomini, pur essendo ammogliato con figli. L’infame Eulembourg, apparteneva alla stessa classe.

Si può essere porci senza essere assassini. La stessa madama Remy avrebbe messo la mano nel fuoco per il suo maggiordomo. Un’altra circostanza che lo salvava dalla villania del sospetto erano le sue esclamazioni al momento della scoperta del misfatto.

– Hanno ammazzato il signore e svaligiata la stanza della signora! – disse egli ritraendosi inorridito con il servizio del caffè in mano.

Si può essere stati alla scuola del teatro libero, ma si riesce difficilmente, davanti al cadavere, a mettere nella voce accenti di dolore sentito.

La seconda persona del seguito che attirava l’attenzione della gente fermata lungo l’itinerario della processione avviata alla chiesa di Sant’Agostino era quella di Giorgio Courtois, anche lui col crèpe al braccio e al cappello alto del domestico.

È un giovanottone di primo pelo dall’aria alla moda inglese, con una testa rotonda e la superficie cranica bassa. Sul suo viso a lama di coltello è sparsa una tetraggine che lo assomiglia al maggiordomo. Rialzi mandipolari, occhi che tendono ad evitare quelli degli altri. Ha diciassette anni e deve essere dotato di pazienza se ha potuto sopportare Renard, un maggiordomo pedante che dà fuori per dei nonnulla. Nelle agenzie è diventato proverbiale di dire che dove è Renard non si fanno le ossa.

C’è gente ed è forse la maggioranza, che suppone in quella smortona della portinaia e in quel suo marito dai baffi castani chiari che gli dimezzano la faccia, due complici.

Nessuno sa capacitarsi come abbiano potuto sonnecchiare mentre devono essere passati i delinquenti o il delinquente. Se il portone non si schiude che tirando il cordone di dentro chi di loro è colpevole o consapevole di quello che è avvenuto nei piani di sopra?

A mezzogiorno preciso ho fatto la mia entrata dal Durand, piazza della Maddalena, dove facevano colazione e pranzavano gli uomini della politica, della stampa e della finanza. Non vi ho riconosciuto che Chaumiè, nepotismo. È un giornale che ha fatto tremare più di l’ex guardasigilli che è stato perseguitato dal Matin di un regnante. Ha iniziato la pubblicazione con un capitale di cinquanta milioni e contiene ogni mattina tanto materiale d’informazioni da superare in altezza la torre Eiffel di 163 metri.

Il suo palazzo, lungo il boulevard Poissonnière, è una curiosità cittadina. Tuttavia il giornale che è entrato nel giornalismo parigino come uno spavento darwiniano è giunto al venticinquesimo anno di vita circondato dal sottovoce di avere compiuto operazioni di chantage. A ogni modo egli è sulla via di trangugiare il rospo vivo del diffamatore. Chaumiè che si è visto servito al pubblico con tanta tenacia come un corruttore ministeriale ha rifiutato qualsiasi somma per recedere dalla querela.

Seduto, mi sono abbandonato alla sapienza del cameriere con la giacchettina nera che gli lambiva i fianchi e il grande grembiale candido che lo nascondeva giù fino agli stivali come in una gonna.

Una volta in viaggio alla ricerca dei delinquenti divento un osservatore instancabile come Sherlock Holmes e il suo inseparabile amico Watson – la sola caratteristica che mi unisce ai due falsi detectives inglesi. Il mio garçon mi parve il principe dei camerieri. C’era in lui tatto, gusto, eleganza. Con un sorriso che non diventava confidenziale intuiva se mi piaceva o spiaceva la vivanda che mi offriva. Il suo linguaggio era invariabilmente accompagnato dal oui, monsieur, s’il vous plait, monsieur, comme vous voulé, monsieur.

Al caffè mi ha portato il Temps, il giornale dei conservatori che ha rovesciato Carlo X, difendendo i dritti della stampa e chi è stato circonfuso di gloria al Parlamento repubblicano per l’esattezza dei suoi resoconti parlamentari. Intanto ch’egli mi esibiva il cognac Martel, gli ho domandato chi fosse il signore dai capelli bianchi, al settimo tavolo della terza fila a sinistra che si scaldava col vocione per convincere i suoi commensali che avevano torto.

– Camillo Pelletan, monsieur.

– L’ex ministro del grande ministero Gambetta?

– Oui, monsieur.

La conversazione che aveva avuto principio in un angolo della sala si era a poco a poco incendiata e generalizzata. Se avessi chiusi gli occhi avrei potuto credermi in una cameretta di ergastolani che si compiacevano di riandare fra i delitti passati o in mezzo a un girone di legislatori che si azzuffavano per il diritto di uccidere in nome della nazione. Si gridava e si strepitava, si faceva sorgere tra la nuvolaglia la lama triangolare come supremo strumento di giustizia sociale. Era la Waterloo dei Victor Hugo e dei Clemenceau. Tutta la loro filosofia, tutto il loro umanitarismo, tutte le loro teorie andavano sotto i piedi come immondizia.

Un signore bassotto, con la cravatta bianca e la faccia dell’avvocato inglese, sciorinava il suo entusiasmo per la legislazione al di là della Manica. Non ci sono sofismi in casa dei cromwelliani moderni. Chi uccide, perisce.

– Siete rimasto alla legge orribile, tragica, esecrabile, dell’occhio per occhio – rispose flemmaticamente il fumatore di trabucos che aveva gli occhi sul giornale e leggeva distrattamente.

– Sissignore! rispose lo sbarbato con un pugno sul tavolo. – Sangue per sangue. La stupida abitudine di conservare i Soleilland e gli Eyraud e le Fenayrou perchè si emendino costa troppo, è ingenua ed è perfettamente inutile. Chi vorrebbe in casa una pentita come la Fenayrou?

– Non so chi sia – rispose seccamente l’abolizionista della pena di morte.

– Un mostro! Un giorno suo marito farmacista le schiaccia sotto gli occhi la corona nuziale, le ingiunge di cavarsi l’anello di sposa, stacca e frantuma il ritratto della di lei madre e poi le dice: In ginocchio, adultera! Dovrei ucciderti, ma ho bisogno di te per la mia vendetta. Il solo mezzo che hai di salvarti è di aiutarmi a uccidere il tuo amante.

– La mia vita, piuttosto!

– La tua vita è quella dei tuoi figli! Se tu rifiuti uccido te, ucciderò i tuoi figli, ucciderò il tuo amante e ucciderò me stesso. Scegli.

La Fenayrou ha accettato di compiere la vendetta. Ha preso in affitto il luogo della strage, ha invitato il proprio amante, Aubert, come se fosse stata riaccesa dalla passione, ha dato al marito le filacce preparate con le sue mani per imbavagliarlo, ha portato nella casaccia, a Chatou, il martello e la canna nella quale era lo stocco e il piombo per farne dei lacci metallici e poi, dopo avere pranzato col marito, è andata all’appartamento e ha condotto Aubert al macello.

– Oh! oh! – fece la vittima entrando nel luogo misterioso. – Tu mi fai diventare un eroe d’avventura!

– Entra – dissella, spingendolo nel vestibolo.

Egli appese il cappello, accese uno zolfanello per cercare l’uscio che mette nel salotto e non appena ebbe fatto un passo, Martin Fenayrou, sbucò dall’uscio con il martello alzato. Un grido terribile e una martellata sulla testa ridussero il povero Aubert in terra stordito. Siccome il marito voleva dirgli il perchè lo ammazzava a martellate, l’amante ebbe tempo di riaversi. Con un balzo fu in piedi, grondante di sangue, e tra l’uno e l’altro s’impegnò una lotta spaventosa, rincorrendosi, agguantandosi, piegandosi, morsicandosi, ingiuriandosi, senza che Fenayrou riuscisse ad assestargli altri colpi. La moglie era di fuori, dietro l’uscio ad aspettare i rantoli dell’amante.

Udì invece la voce del marito che domandava della luce. Vi entrò come una pantera. Accese il gas, si precipitò sull’amante che stava per sopraffare il marito e trattenendolo con tutte le sue forze diede modo al marito di farlo ricadere al suolo a martellate. La iena lo teneva sempre. Il marito gli andò sullo stomaco colle ginocchia, con la gioia della vendetta feroce negli occhi.

– Miserabile! – gli disse – volevo ucciderti il giorno della prima comunione dei miei fanciulli. Ma non c’era nulla di pronto. La tua ultima ora è suonata. Tu mi hai torturato il cuore ed è per il cuore che tu devi morire.

L’orrore destato dalla narrazione aveva sbiancata più di una faccia e alcuni ascoltatori erano così terrorizzati che lo supplicarono con la mano di tacere. Ma il narratore fu inesorabile.

– Il marito gli sprofondò lo stocco nel cuore, dilatandogli la ferita lentamente e con gridi di gioia spasmodica glielo toglieva e ve lo ricacciava dicendo a ogni momento: Muori, miserabile! Muori, miserabile!

Restituire alla società l’adultera che ha partecipato al massacro del proprio amante e ha aiutato a calarlo dal parapetto del ponte di Chautou, tenendone la corda perchè non cadesse nella Senna con un tonfo e non facesse nascere qualche sospetto in un passante o in un abitante delle cascine dei dintorni è stato un delitto sociale. Come è stato un delitto sociale non ghigliottinare il suo degno marito che lo ha trucidato con i furori della belva.

– Pazienza, la donna! interruppe il signore di un tavolino vicino.

– Un accidente! Eran due mostri. Ma la moglie è stata più perversa e più bestiale, e più vigliacca del marito. Il signor Macè, capo della sicurezza pubblica di quel tempo, è ancora vivo per dirvi che dei due la donna è stata la più abbominevole e la più vile. Con la stessa facilità con cui ha conceduta la strage dell’amante ha poi consegnato il marito alla giustizia. Ebbene chi vorrebbe conservare l’esistenza di quell’uomo e di quella donna che hanno fatto e faranno rabbrividire il genere umano fino a quando l’assassinio sarà chiamato assassinio?

– Viva Castillard! – disse qualcuno vedendo entrare il deputato che ha convertita con l’eloquenza tanta gente che aveva orrore della ghigliottina.

– Viva Castillard! – risposero quasi tutti, alzandosi in piedi con il battimano a salutare l’autore della proposta parlamentare di mantenere l’alta istituzione che ha per sacerdote il carnefice.

L’onorevole Ghigliottina, come è stato chiamato dagli abolizionisti al Palazzo Borbone, passò dall’altra parte ringraziando i signori con il cilindro sospeso sulla testa fin al di là della sala. Rifattosi il silenzio l’uomo dal trabucos che aveva ascoltato il narratore senza trasalimenti, pareva ancor più convinto del diritto dl vivere che del diritto di uccidere, ch’egli considerava una follia collettiva. Ragionava senza scomporsi e diceva che il delitto per quanto efferrato non poteva mutargli le convinzioni. Più grande e più scellerato era il malfattore e più grande doveva essere la pietà sociale. Per lui il carnefice, nella civiltà moderna, era un nonsenso.

– Oh! oh!

Il tumulto degli oh! oh! saturo di sarcasmo dei signori che volevano il mantenimento del patibolo, magari, rinvigorito con gli ordigni delle vecchie torture, gli fecero pronunciare come a sè stesso parole amare.

– La folla è crudele! tutte le folle sono crudeli!

Poi riprese il trabucos, si liberò di una boccata di fumo e senza togliere gli occhi dal giornale che leggeva si mise a parlare con il dito puntato verso il signore che aveva ricordato il caso atroce.

– Voi mi avete fatto sovvenire dell’affare Fenayrou. Me ne ricordo benissimo. Non vi abbandono nè la testa dell’uomo nè la testa della donna. Io sono per la inviolabilità della vita umana. Il carnefice, la bascule, la lama sospesa sul condannato, la separazione sanguinosa e violenta del corpo dal collo sono spettacoli barbari, superiori ai miei nervi.

Non siamo ancora nel periodo in cui si possa montare e smontare l’uomo per giudicare delle sue azioni, ma sappiamo che dietro gli esecutori dei delitti c’è sempre qualcuno più colpevole di loro.

Dietro Vaillant che sogna la distruzione della borghesia gettando una bomba nella Camera legislativa ci sono due personaggi: il padre che lo ha messo alla porta dicendogli di andare altrove a farsi appendere e la società che lo ha lasciato nelle angoscie della miseria. L’uno e l’altra sono quelli che avrebbero dovuto comparire alla Corte d’Assise.

– Oh! oh!

Così della Fenayrou. La madre è più colpevole della figlia. Invece di piangere davanti i giurati per intenerirli essa doveva impedirle di fare un matrimonio “di ragione” a diciassette anni, come ha dichiarato la figlia stessa al presidente. E chi mi sa dire perchè il marito di questa donna da farmacista onesto e laborioso è diventato giocatore e beone?

È la follia ereditaria o è l’atrofia morale o è la gelosia che si è scatenata in lui in un momento in cui i centri inibitori non avevano più influenza alcuna, che l’hanno spinto all’azione delittuosa?

– A noi importa proprio niente di rimanere perplessi tra le vostre interrogazioni, disse un signore che aveva già la tuba in mano per andarsene. Sono problemi che dovreste proporre a un consesso di scienziati. L’importante per noi è di sapere se vale la pena e se sia utile sottrarre al boia figure orribili come i coniugi Fenayrou.

– Senza dubbio – E che colpa ho io se sono un mattoide pericoloso o un tipo criminale a periodi o predisposto a versare il sangue dei miei simili?

– Nessuna! – risposero in parecchi.

– E allora?

– Allora vi tagliamo la testa. La presenza di un sanguinario nella casa sociale ci dà fastidio. ci rende infelici, ci mette in collera con noi stessi. Noi siamo inglesi. Non abbiamo tempo di emendare gli assassini. Chi uccide, muoia. Tanto nessuno è indispensabile su questa terra; meno che meno se sono dei criminali come l’avvelenatrice Weiss o come i quattro apaches conosciuti nei delitti celebri come gli assassini di Courbevoie, dove hanno consumate delle stragi.

– La testa! la testa! vociarono parecchi signori.

– Tagliatemela! e vi metterete al mio livello di delinquente. Rei e reo! diss’egli con la mano verso di loro e di sè. Ah! signori, due misfatti non fanno una giustizia, come due bianchi non fanno un nero. No, no e poi no! Voi avete torto. L’avvenire è nostro, concluse alzando gli occhi come un ispirato. Victor Hugo, Tolstoi, i pioneri della civiltà sono con noi! Voi siete la barbarie!

La gente che faceva colazione si è alzata gridando – Viva Deibler!

– Abbasso Deibler!

* * *

Intanto che aspettavo in anticamera di essere ricevuto dal signor Hamard, i locali della prefettura di polizia davano l’idea che la città fosse in preda a una convulsione politica. C’era l’andarivieni delle giornate di sommosse. Chi entrava, chi usciva, chi scompariva, chi svoltava, chi pronunciava parole in fretta e in furia, chi filava con un piego e chi non dava neanche risposta. Il mio biglietto di presentazione era passato da una mano all’altra senza che io sapessi se avesse raggiunta la sua destinazione.

Dopo mezz’ora sciupata nel trambusto mi sono arrischiato a domandare a colui che avevo preso per il portiere se il capo era in ufficio. Non lo sapeva. Il capo della polizia c’era o non c’era. Per il momento era assente per tutti. Con un gesto direi quasi imperativo mi fece capire che se non ero preparato ad aspettare fino a quando la veniva buona potevo prendere la porta. Notavo che l’ambiente poliziesco esercitava sul fisico l’influenza degli altri ambienti. Dà alla popolazione il colore del luogo.

La faccia di ciascuno è il clichè di tutti gli agenti di p. s. del globo. Quella del guardiano della pace identica a quella del questurino e del policeman. È una faccia diffidente, cupa, impregnata di astuzia, pronta ad ammantarsi di ferocia. Anche nei momenti di calma essa conserva l’espressione arcigna del mestiere. Con l’abitudine di andare su e giù per i tratti affidati alla loro custodia le gambe dei poliziotti son tutte pesanti, tutte lente come quelle del pachiderma. Non c’è bisogno di abituare l’orecchio per distinguere i loro passi da quelli degli altri. È un passo cadenzato che mette in fuga la popolazione delle carceri. Le mani del sergent de ville, come quelle dei suoi colleghi europei, sono brevi, larghe, carnose, dotate di una forza stritolatoria, che non è neppure nelle mani del fabbro. Piegano i malviventi in due. Forse esagero. Ma io fra i signori della forza pubblica aspiro un odore diverso dell’odore che aspiro fra i borghesi. È un odore speciale che l’uomo non assorbisce che nelle sentine – e che le carni trattengono anche dopo parecchi mesi di continue abluzioni.

Ero un po’ stufo. Si andava e si veniva come prima senza che io potessi capirne la ragione. Di tutto il sussurrio non avevo udito che un nome e un cognome: Felix Faure. Che c’entrava l’ex presidente della repubblica in tutto il tafferuglio delle contraddizioni che continuavano ad avvolgersi sull’annaspo dei delitti della via Pèpinière e del vicolo Ronsin? Mi lambiccavo il cervello. A me è spiaciuto che un ex conciatore di cuoi abbia potuto concepire quella mostruosità politica che ha inanellati i destini di un popolo sviluppatisi e ingigantitisi nelle rivoluzioni per giungere prima degli altri sulle alture della fratellanza sociale con i destini dell’imperialismo russo che vive di massacri e di impiccagioni e di soffocazioni popolari, perchè è stato il connubio dei pazzi e degli ubbriachi, degli squilibrati, che hanno creduto di poter fondere delle tendenze che si respingono con esplosioni di collera tradizionale. Per questo solo fatto il suo cadavere invece dell’apoteosi del febbraio 1899, avrebbe potuto meritare l’impetuosità francese e l’esecrazione parigina, ma che cosa voleva dire il suo nome nell’affare Steinheil? Me ne sarei andato se non fossero entrati due nomi rinomati nel mondo della psicologia e della psichiatria che si disputavano la gloria di sciogliere il problema del sonno ipnotico nell’istruzione giudiziaria. Il più alto, vestito tutto di nero come un abate che avesse buttato la veste talare alle ortiche, diceva con la voce placida del credente che ormai il sonno ipnotico non aveva più segreti per il professore che sapesse “trattare il soggetto” con tutte le prescrizioni volute dalla scienza. Se il giudice Leydet gli avesse permesso di sottrarre madama Steinheil al suo metodo tutta Parigi saprebbe a quest’ora come si è svolto il truce dramma dell’impasse Ronsin.

– Perchè il signor Steinheil, pittore, è stato trovato sul pavimento con le ginocchia piegate e i calcagni aderenti alle reni? La moglie sarebbe stata coercizzata dalla mia ingiunzione a confessare se il povero marito fosse stato accoppato mentre implorava in ginocchio il perdono della vita.

L’altro signore tozzo, con una barbetta a punta che si perdeva dal mento e gli dava l’aria di una capra, ascoltava con un sorriso nel quale era la sua ghignata. Egli non credeva alla suggestione, come non credeva il dottor Babinsky, uno degli allievi più illustri di Charcot

– L’ipnotismo come mezzo giudiziario per la scoperta dei delitti sarebbe una ciarlataneria, buona tutt’al più per consolare le giuocatrici del lotto e gli speculatori della Eusapia Paladino. Intanto, come medico legale, io nego a chiunque di servirsi di un metodo puramente terapeutico per scrutare la coscienza dei sospetti. L’accusato deve avere la massima libertà di difendersi.

Nello stesso attimo giungeva un messo a pregare i signori professori di avere un po’ di pazienza perchè il signor Hamard, capo della polizia, si trovava in colloquio col giudice istruttore.

– Che cosa volete, professore mio colendissimo, quando si tratta di mandare in galera io nel dubbio voto per l’accusato.

– Me ne congratulo con voi! – replicò il collega mettendo nell’osservazione una punta ironica che fece alzare le spalle all’oppositore.

– Se mi si domandasse se l’ipnotismo è utile nelle cose giudiziarie e se il soggetto sprofondato nel sonno ipnotico, potesse rivelare la verità, risponderei con voce sonora: No! no! no! E quali segni ha la scienza per dire con certezza se il sonno ipnotico è vero o simulato? Il sonno ipnotico, l’anestesia, le contratture, la paralisi sono tutti fenomeni che possono essere riprodotti con la volontà e la simulazione.

L’ipnotismo, è assolutamente pericoloso è inutilizzabile in materia giudiziaria.

I due professori si voltarono la schiena come due nemici che si disprezzano. L’uno guardava verso il corridoio buio che conduce nell’intimità degli uffici, e l’altro mettendosi a leggere il libro che aveva sotto l’ascella.

Passati pochi minuti di silenzio è entrato un terzo collega, più vecchio dei due che si cavarono la tuba per salutarlo. Si strinsero la mano e poi ripresero la discussione.

– Che ne dite, professore?

– È quello che dirò or ora al magistrato. Alla domanda se credo, risponderò con parola del mio illustre maestro Vallé, che ha avuto la fortuna d’ipnotizzare la Gabriella Bompard:

– Nel cervello di ogni attore o testimonio di un dramma i fatti s’imprimono come su una lastra fotografica. Allo stato di veglia l’attore o il testimonio può, per piacere o per interesse, snaturare i fatti, può mentire. Ma se l’attore o il testimonio è immerso nel sonno ipnotico le impressioni del suo cervello saranno esposte, svelate, e giungeranno esattamente alla bocca col processo meccanico della parola. Il professor Lacassagne ha saputo con gli avanzi far vivere lo scheletro dell’ufficiale Gouffè, stato strangolato in una stanza mobiliata di Parigi il 29 luglio. Ma chi ha rivelato il mistero del delitto è stata la complice di Eyraud. E quand’è che la Bompard ha parlato? Quando il mio illustre maestro Vallé, di Regier, passato alla gloria del Pantheon, mesi sono, l’ha obbligata a rinunciare al suo bisogno vanitoso della mise en scène addormentandola. Mentitrice fin all’ultimo, nel sonno ipnotico ha dovuto ricostruire l’assassinio fino nei particolari trascurabili, col linguaggio abbietto dei pessimi luoghi ch’essa frequentava nei giorni in cui viveva nel libertinaggio. Ero presente all’esperimento e ho ancora nelle orecchie il suono della sua voce.

– Gabriella, figlia di un negoziante di metalli di Lilla – le domandava il mio compianto maestro – chi ha comperato il cordone di seta a due colori per farne il laccio strangolatore e chi lo ha messo al collo dell’usciere Gouffè per derubarlo?

– Io, Gabriella Bompard, di ventun’anni.

Tutto ci ha rivelato: i suoi amori viziosi nei collegi da dove è stata scacciata: il linguaggio licenzioso col quale scandalizzava le pentite del Buon Pastore, dove venne rinchiusa dal padre: la sua conoscenza con Eyraud.

– Come avete potuto diventare amante di un uomo che poteva essere vostro padre?

– Domandatelo alla miseria!

– Chi ha concertato il delitto, chi ha preso l’appartamento, chi ha trascinato nell’alcova il povero usciere, chi lo ha strangolato, chi ha cucito il sacco nel quale metteste il cadavere e chi ha aiutato a chiuderlo nel baule e a rovesciarlo nel fiume che attraversa il comune di Millerv?

– Io, Gabriella Bompard, dominata, suggestionata, magnetizzata, terrorizzata da Michele Eyraud.

– La disgraziata – concludeva il professore – è stata condotta dall’ipnotizzatore Eyraud, direi per mano a compiere il delittaccio di appendice di giornale.

Senza il sonno ipnotico noi avremmo creduto, come ella diceva, che l’usciere fosse stato soffocato dalle mani di Eyraud.

In che società viveva? In quella di madama Pampadour e di Cagliostro o in quella dell’automobile e del treno lampo? Nell’atmosfera della discussione sulla addormentatura ipnotica io mi sentivo disorientato, spinto verso l’ignoto: il sortilegio, la predizione, il sonnambulismo! Nell’edificio del naturalismo della vita senza veli erano i professori d’occultismo, delle fantasticherie, delle eccentricità mentali come nel romanzo di Orsola Minoret di Balzac. I discepoli del mesmerismo erano lì che aspettavano di essere consultati sulla utilità di sottoporre madame Steinheil al sonno ipnotico per ricostruire la notte funebre dell’impasse Ronsin. Finalmente è venuto l’agente della liberazione. Il signor Hamard era troppo occupato per ricevermi. La rappresentazione del delitto della via Pépiniére era stata rimandata per delle nuove rivelazioni e il capo della polizia mi faceva dire che avrei ricevuto l’invito al mio Albergo.

L’ora di andare all’agenzia di Adolfo Bizet è venuta più presto di quello che io pensassi. Sul boulevard degli italiani si vede Parigi come in una vetrina. Pare che tutta la gente sia obbligata a sostare o a passare da quella parte.

Centellinavo un Pernot a uno dei tanti caffè coi tavolini sul marciapiede, seguendo cogli occhi tanta gente vestita bene. Nell’uomo e nella donna c’è un chic che non si trova negli altri popoli.

– Come, voi a Parigi?

– Sissignore, – risposi alzandomi senza pensare che mi trovavo a faccia a faccia con Gayard, un detective stato ceduto dalla prefettura di polizia alla Banca di Francia, al tempo in cui i suoi governatori non sapevano dove era l’officina della banda che fabbricava i biglietti di grosso taglio con l’esattezza che sfidava i periti più insigni. Gayard, in due o tre mesi di caccia, ha côlto i falsari in pieno lavoro, sfondando la porta dei loro nascondigli con un urto simultaneo e precipitando su Vélin, il capo dei fabbricatori, come un aerolita umano.

Sorbendo assieme l’aperitivo l’ho pregato di spiegarmi il sottovoce nell’affare Steinheil. Egli ha girato intorno alla mia preghiera dicendo che a quell’epoca non apparteneva più al corpo dei detectives francesi. Alla morte di Felice Faure erano corse tante voci che bisognava essere pazzi per raccoglierle.

– Non ho mai capito il gusto francese di frugare nelle tombe. Sono morti, e i morti devono essere rispettati. Coloro che circondano di scandali il capo di uno Stato compiono un vero parricidio. Imbrattano la più bella figura delle virtù repubblicane e denigrano il loro paese lasciandolo credere il ricettacolo dei porci. Per quello che so io, Felice Faure era un uomo che non pensava che alla grandezza della Francia. Il suo sogno era di fare, all’Eliseo, la casa comune dei francesi. Oh, dio, se ha avuto qualche donna non è poi un gran male. Chi non ne ha avute alzi la mano. Faure! Faure è stato un presidente modello. Per trent’anni i presidenti che lo hanno preceduto non hanno fatto che accumulare i denari che la nazione offre ogni anno al capo dello Stato. Cito il signor Grevy come il rovescio della medaglia. Accidenti! Non si dicervellava che per lesinare sulle spese di casa e per finire il settennato con qualche milione di più. E poi? Ha dato alla Francia lo spettacolo indecoroso di permettere che al dorso presidenziale il genero facesse del wilsonismo, vale a dire un mercato delle decorazioni destinate al genio e ai benemeriti della patria. Nel programma di Felice Faure era di spendere tutto quello che prendeva alla cassa nazionale. A lui bastava rientrare nella vita privata e trovare intatte le novanta mila lire di rendita annuale che gli produceva la fortuna personale. Potete esigere di più da un uomo pubblico?

– Non risposi. Più mi ricordavo di Faure e più la sua figura mi discendeva. Si era arricchito con l’industria della conciatura delle pelli e una volta divenuto presidente della Repubblica, proprio per la sua nullità politica, si è dichiarato contro il secolo degli operai: ha avuto paura del socialismo e dei socialisti e ha fatto loro la guerra sorda dei nemici mascherati. Ah, è triste che la gente che deve tutto al lavoro sia poi tanto ingrata da rinnegare coloro che hanno contribuito a metterla al sicuro dai bisogni che imperversano i poveri diavoli. E poi, mio caro Gayard, Faure è stato l’amico, il confidente e il protettore e, direi, il complice di tutta la gentaccia del suo tempo. È lui che nel ’97 e nel ’98 e nel ’99, fino alla morte, è stato l’alleato di tutti i superstiti del boulangismo e di tutti i nazionalisti della revanche che hanno turbata la vita nazionale per crocifiggere all’isola del Diavolo il Cristo dell’epoca moderna.

Sentite Gayard, io sono pronto a tutti i sacrifici, ma non a togliermi il cappello davanti al monumento sepolcrale di un presidente che ha dimenticata l’impersonalità della sua funzione e ha incendiati gli odii religiosi dichiarandosi fra le quinte contro gli israeliti. Colui che si è infamato coll’infame militarismo che voleva vittimizzare un soldato senza importanza per compiere un delitto nazionale in nome della cosa giudicata, non può aspettarsi la venerazione dei posteri.

Guardai l’orologio e me ne andai da Adolfo Bizet, il quale era nello spogliatoio che usciva dal costume che gli aveva servito per scovare una banda di detrousseurs (ladroni) che in una delle tante escursioni notturne si era impadronita dei gioielli di una signora che aveva dormito fuori del domicilio coniugale. L’adultera era lieta di dare il doppio del loro valore per riaverli.

– Ci sono riuscito – mi disse Bizet. – Domani a mezzogiorno saranno nelle mie mani. La signora può chiamarsi fortunata. Senza di me, senza la bontà dei ladri, rottura coniugale, casa disfatta, matrimonio in rovina. Benedette donne, non hanno prudenza, non hanno! Anche se non sono belle come la mia cliente, per la smania di parere, vanno dall’amante con tutta una bacheca di oreficeria. I nostri costumi, caro Baragiola, sono sregolati. Non c’è fedeltà nè in alto nè in basso. Il matrimonio se non è un appaiamento casuale è un affare o una leggerezza sessuale Sia desso indissolubile, laico o religioso. Col divorzio restrittivo o senza restrizione, è uno sfacelo. Ne parleremo più tardi. Quando la corruzione e la débauche sono all’Eliseo, vale a dire nella residenza presidenziale, non c’è più nulla da sperare.

Il ménage borghese diventa il teatro degli adulterii. Non c’è più famiglia che non sia infetta.

Senza aspettare le mie interrogazioni sull’Eliseo, Adolfo Bizet mi disse di seguirlo che mi avrebbe fatto vedere la sua guardaroba. Passato un lungo corridoio, illuminato a luce elettrica, entrammo in uno stanzone, le cui pareti erano tutte un armadio a scompartimenti per i diversi abiti che gli servivano per truccarsi e truccare i suoi detectives.

– È tutta la mia sostanza – mi disse egli con aria di soddisfazione, come s’egli mi avesse spalancate le porte della guardaroba di Giorgio IV – il re che conservava i costumi che indossava, dicendo al servidorame che si vedeva diseredato delle spoglie reali che rappresentavano la moda del suo regno. La guardaroba di Fregoli, davanti a quella di Bizet, diventava l’armadio delle marionette. In quella di Bizet c’era il cultore, l’artista che sapeva trasformarsi e mettersi nei panni dei più alti e dei più bassi personaggi. Una volta camuffato, Bizet non aveva bisogno dei razzi violenti e colorati del palcoscenico per salvarsi dal riconoscimento. In una mezz’ora egli mi ha fatto rivivere più di una celebrità della Comune, sguisata per la fuga. Pasqual Grousset, tramutato in una donna con tanto di chignon e di polvere di riso sulla faccia. Felice Pyat, che ha saputo salvarsi come Clauseret e Vallès negli indumenti dell’abate. Rappel, l’ex ministro della guerra, trovato in una casa del paese latino che pareva un vecchio di ottant’anni.

– Per quale ragione, Bizet, siete uscito, dopo tanti anni di gloriosi servigi, dalla polizia segreta?

– Perchè col nuovo prefetto avrei dovuto assumere il posto di agente provocatore, come dite voialtri in Italia, e di accenditore politico, come diciamo noi in Francia. Non ero adatto per fare il giornalista violento nei fogli dell’opposizione governativa e l’oratore atrabiliare nelle riunioni proletarie. Io non sono una spia che denuncia l’apostolato di qualche idealista. Io sono un detective che non dà pace al malvivente. Se c’è, dove è, è mio.

Con la carrozza siamo andati in via della Chaussée d’Antin, 32, alla sua residenza. La signora Maddalena Bizet mi accolse con un sorriso benevolo, dicendo che gli amici di suo marito erano i suoi amici. Più brutta che bella. Alta, magra, con un collo magro e slanciato e una capigliatura nera come l’inchiostro. I suoi occhi vivi nelle occhiaie fonde colorivano il biancastro delle sue guance piuttosto pelose e il naso leggermente adunco mi dava l’idea consolante che non fosse una sciupona. Adolfo Bizet mi disse fino dal primo momento ch’egli non aveva segreti per la sua consorte.

– Per lei io sono un armadio di cui ella sola ha la chiave.

Alle frutta la cameriera ci riempì i calici color solferino chiaro di champagne gelato e poi la signora, dopo d’aver toccato i bicchieri con lo stesso sorriso di benevolenza, domandò il permesso di andare in cucina a fare il caffè, perchè nessuno, aggiungeva il marito, sapeva farlo come lei.

– Insomma Bizet, – diss’io, in piedi, accendendo la sigaretta al suo cerino, – Felice Faure è morto di morte naturale o avvelenato?

– Voi mi domandate un segreto, direi quasi di Stato, perchè a quel tempo io ero l’unico agente incaricato di vegliare la persona del presidente. Andavo e venivo dall’Eliseo come da casa mia e potevo farmi portare da mangiare e da bere quello che volevo. Nell’ultima giornata di Felice Faure sono andato all’Eliseo, nell’ora del déjeuner, perchè sapevo che nel pomeriggio il presidente doveva ricevere sua eminenza il cardinale Richard, arcivescovo di Parigi, e il principe di Monaco, il quale era stato in missione a Berlino per conto del presidente della Repubblica a interrogare l’imperatore sull’affare Dreyfus e ad assicurarlo ch’egli sarebbe stato il benvenuto all’esposizione del 1900. Nelle giornate in cui il presidente non aveva invitati stranieri o di grande importanza politica, io e gli altri a palazzo sedevamo alla sua mensa. Con uno stomaco di ferro egli mangiava come due giovani. Ci diceva sempre che l’appetito gli era stato conservato dalla sua passione per la caccia. Difatti i suoi gusti gli avevano fatto abbandonare completamente l’idea di villeggiare a Fontainebleau e a Compiègne per dar la preferenza al castello di Rambouillet, circondato di tant’aria, di tanta solitudine, di tanti boschi lasciati intatti dal giardiniere. È là che il presidente si sentiva libero ed è là che durante le assenze di sua moglie e di sua figlia, fuori dagli occhi del mondo ufficiale, ospitava le sue favorite.

– Dunque ne aveva parecchie? domandai con una cert’ansia curiosa nella voce.

La signora Bizet è rientrata. preceduta dalla cameriera che depose il servizio distribuendolo sulla tavola.

– Vi assicuro, signor Baragiola, che non lo troverete migliore alla Maison dorée.

– Eccellente! risposi dopo aver presa la chicchera in mano e averne assaggiato un sorso in piedi, muovendomi come faceva il mio amico. Eccellente!

Non mi arrischiai a rinnovare l’interrogazione alla presenza della signora, ma Bizet, con la disinvoltura dell’uomo di mondo, nineggiandosi sulle gambe e bevendo il caffè con voluttà balzachiana, mi disse:

– E ve ne meravigliate?

– Di che cosa? domandò la signora.

– Che il presidente Faure avesse delle favorite? La signora Bizet accompagnò la smorfia facendo fare al braccio un mezzo giro.

– Gli uomini non cessano di essere tali nè in impero nè in repubblica. Amano il truogolo. Hanno i gusti della scrofa. Lascio Thiers. Egli era almeno un grande storico, un grande politico, un grande scrittore. A lui si potevano concedere dei capricci. Ma Casimir Perier? Dopo sei mesi di presidenza era già al divorzio, antipatico alle masse e alle classi. Grévy? L’austerità della sua vita privata era di pasta frolla. Ogni alito di donna poteva decomporla. Gambetta che è stato il più schietto rappresentaste della borghesia repubblicana e che è passato per mezzo secolo per un uomo di principii, al posto di presidente dei ministri ha dato lo spettacolo di umiliare il matrimonio con una unione libera.

– Sai, Maddalena, che vado in collera quando mi demolisci il mio dio. Non ho adorato che lui. È il solo uomo di stato che abbia abbandonato il potere più povero di quando vi è andato. In fatto di matrimonio io e lui non avevamo la stessa opinione. Egli vedeva in un atto matrimoniale un sacco di scudi e in ogni unione libera un’elevazione individuale, una dolce affezione, due cuori in una capanna. Il sacco di scudi della dote serviva allo sposo per mantenere le sue amanti. Io e te siamo di parere contrario, ma Gambetta, per esempio, cieco di un occhio, non era mica un uomo lubrico, devi convenirne.

– Io so che chi rappresenta lo Stato, composizione di tante famiglie, non può dare il triste spettacolo del concubinaggio.

– Maddalena! Tu bestemmi! Due persone che si uniscono e si vogliano bene compiono un atto morale.

– No, no e poi no! diss’ella protendendo la mano, un po’ stizzita per la cocciutaggine del marito. Tu puoi idolatrare l’uomo pubblico… ma Gambetta, uomo privato, era al di sotto degli adulteri, perchè la sua unione, scandalosa era notoria. Io e te non andiamo d’accordo su quest’importante problema della vita. Perdonatemi, signore, se io mi ritiro un po’ presto. In casa nostra sarete sempre il benvenuto.

– Ostinata! Io non posso permettere che si insulti il delegato del governo di Tours uscito da Parigi in pallone. Egli per più di quattro mesi è stato l’autorità suprema della Francia!

– Ritorniamo a Felice Faure, diss’io per sottrarlo alla bega uggiosa.

– Quel giorno a tavola era nervoso. Il menu era la ripetizione del déjeuner dato allo czar e alla czarina, ospiti della Francia russificata. C’era un hors d’oeuvre interminabile, una testa di vitello in salsa verde, del Chateaubriand con patate sautées e un pollo arrosto con parecchie insalate e dei piselli all’inglese. Vini bianchi, magri e dolci, e vini di Bordeaux. Io però che sono un originale ho mangiato delle uova alla Polignac e una spalla di montone, rosolata allo spiedo da farmi venire l’acquolina in bocca anche adesso. Io sedevo tra il signor Blondel, capo del segretariato del presidente, e il signor Le Gall, direttore del gabinetto di Faure. Tanto l’uno che l’altro si sono accorti che il presidente non aveva piluccata che un’ala di pollo e che aveva subìto delle distrazioni inquietanti, come quella di servirsi del cucchiaio invece che della forchetta. Io che per la mia professione dovevo conoscere il dietro scena della sua esistenza quotidiana non era punto turbato. Sapevo da qualche mese che dopo la visita protratta di qualche signora il presidente della repubblica usciva dal gabinetto acceso in faccia con gli occhi degli spiritati e con tali tremiti alle mani da obbligarlo a prendere un preparato di china e di ferro. In quella mattina, per esempio, connetteva parole estranee a quelle che diceva. In una frase, per esempio, ha messo cappello per bidello. Nel pomeriggio il principe di Monaco si era avveduto che il presidente aveva qualche cosa di strano. Più cercava di introdurre nella conversazione l’argomento per cui era andato a Berlino e più il presidente della repubblica si muoveva, si agitava, sbadigliava, si sgranchiva, spostava gli oggetti sul suo scrittoio o si alzava e si metteva a passeggiare parlando di cose che non andavano bene con quelle del principe. In un dato momento egli è uscito a dire:

– È impossibile? Come è che mi si dicono simili cose?… Tutti i generali francesi pensano e parlano differentemente… Il generale Mercier… Non posso più ascoltarvi…

Il principe di Monaco che si era alzato nel tempo stesso del presidente non capiva più niente. Gli sembrava che il presidente avesse perduto il cervello. Felice Faure continuava a calpestare il tappeto a grandi passi, congestionato, ripetendo come uno smemorato le stesse parole:

– Non posso! non posso! Perchè mi si dicono certe cose? Il generale Mercier… I generali.

Allora il principe si avviò verso l’uscita, voltandosi in fondo.

– Signor presidente, ho l’onore di congedarmi…

Faure si riebbe e ridivenne calmo. Con un sorriso presidenziale gli disse curvato come un lacchè:

– Ve ne andate di già? Ritornerete presto, non è vero?

Poi gli teneva dietro come un domestico, accompagnandolo fino all’uscio del secondo salotto…

Come? Rivedendo il giorno dopo Adolfo Bizet che ha dovuto interrompere la narrazione per rimettersi alle calcagna di un marito sulla strada degli adulteri per incarico della moglie che voleva la prova dei tradimenti, gli ho domandato se poteva condurmi sul teatro della catastrofe presidenziale del 16 febbraio 1899.

– Prendiamo una vettura, mi disse egli, facendo segno al cocchiere di avvicinarsi. – Al palazzo dell’Eliseo, aggiunse con la mano puntata nel vuoto, offrendomi subito dopo una sigaretta egiziana dalla scatola d’oro che gli ha regalato il marchese Panisse per la scoperta dei gentiluomini che gli avevano svaligiato il palazzo. La Repubblica, mi diceva Bizet, intanto che si filava verso la via del Faubourg-Saint-Honoré, è stata sempre sfortunata nella scelta dei suoi presidenti. Carnot non è andato all’Eliseo che in grazia del suo nome decorativo. Malaticcio, sofferente, era una ditta d’ospedale. Senza Caserio che si è ubbriacato di odio sociale per farsi giustiziare, la posterità non saprebbe della sua esistenza. Casimir-Perier arrogante, scontroso, impopolare, reazionario dalle unghie ai capelli, amico di tutti i trafficatori, è andato alla presidenza coi voti dei panamisti che a quel tempo erano legioni. Quale presidente! Un presidente, capite, che andava in pubblico circondato dagli squadroni che lo proteggevano con un graticolato d’acciaio. Il re Sole non temeva il popolo più di lui. Felice Faure è stato sotto la mia sorveglianza e ve ne potrei raccontare delle belle. Se mi fosse permesso di poterlo paragonare a qualche effeminato del trono direi che il suo match, nella storia galante, è Napoleone III. La stessa goloseria, la stessa audacia, la stessa imprudenza per le fascinose orizzontali di tutti gli strati. Tanto l’uno che l’altro son stati dominati dalle femmine. Se Napoleone non avesse dovuto perire nel suo naufragio imperiale avrebbe finito per morire avvelenato o sgozzato da qualche donna.

La Caserio di Felice Faure è stata Madame Steinheil. Lo ha ucciso con le orgie carnali o lo ha avvelenato? Ecco quello che verremo a sapere se l’istruttoria s’impadronirà della corrispondenza privata dei due adulteri e se il presidente della Corte d’Assise ne permetterà la lettura, mi disse Bizet, giunti all’entrata della residenza presidenziale.

– Non si capisce come i repubblicani del nostro tempo – dicevo a fianco di Bizet – abbiano potuto dare per residenza al capo dello Stato l’abitazione della Pampadour, favorita di Luigi XV.

– Potete aggiungere anche che sotto la Ristorazione è stato il nido del duce e della duchessa du Berry.

Passati per i salotti delle cerimonie ufficiali del pianterreno e per una dozzina di altri salotti che ricevono la luce dalla corte d’onore Bizet mi introdusse negli appartamenti del presidente e subito dopo, a destra, mi fece sedere in un magnifico salotto addobbato con civetteria.

– È qui – disse – che l’uomo, stato eletto dalle Camere con 430 voti, era aspettato da madame Steinheil, proprio nel momento in cui Faure era in colloquio col principe di Monaco. Pochi son quelli entrati nella intimità dell’avventura. E anche i pochi si sono acconciati all’annuncio ufficiale che il capo dello Stato fosse morto oppresso dal lavoro. C’era da salvare la dignità dell’ufficio che occupava e c’era da lasciar credere alle signore ch’egli fosse stato un buon marito e un ottimo padre.

L’ipocrisia della vita dell’uomo pubblico non è il mio ideale, ma per quanto io sia stato aggredito dai giornalisti per farmi cantare, come si dice, ho taciuto. Adesso sono trascorsi quasi dieci anni, c’è uno scandalo che ha rotto i suggelli del segreto e la storia ha diritto di sapere come l’ex conciatore di pelli, andato oltre il milione col lavoro degli altri, e che ha rappresentato la Francia, abbia finito i suoi giorni.

Adolfo Bizet si è messo a percorrere il tappeto guardando qua e là come se stesse ricordando a se stesso i momenti supremi del grand’uomo.

– La scena ultima è stata questa. Il presidente era adagiato su questo divano in maniche di camicia, sbottonato, con dei cuscini sotto la testa che respirava a disagio.

– Il professore Lannelongue e il dottor Cheurlot sono stati i primi ad arrivare. Lo movimentarono, gli agitarono le braccia, lo ascoltarono con l’orecchio al cuore, lo percossero alla schiena e al petto, e poi il primo ha cercato di farlo rinvenire con delle tradizioni ritmiche alla lingua e il secondo con delle battiture ora ai polsi e ora alle guance. Il presidente ha avuto dei trasalimenti, delle contorsioni e degli scotimenti convulsivi. Il prete era là in fondo che recitava la preghiera degli agonizzanti e Carlo Dupuy, allora presidente del consiglio dei ministri, era qui che cercava invano di farsi conoscere da Faure. Tutto è stato inutile. Il presidente alle otto e venticinque di sera aveva cessato di vivere.

– E madama Steinheil?

– Era là, dietro quell’uscio, nel salottino attiguo, chiusa a chiave, perchè nessuno potesse entrarvi.

– Scusate se io insisto. Il presidente era qui, non è vero?

– E qui c’era pure madama Steinheil. Io e il segretario privato eravamo di fuori terrorizzati da un grido veemente; ci siamo guardati in faccia e poi, io, incalzato dalla professione, irruppi nel salotto. Non dimenticherò la scena se stessi al mondo un secolo, diss’egli passandosi la mano sulla fronte come turbato dal ricordo. Il presidente era sentone, con la testa rovesciata sul dorso del divano, pallido come la morte, con gli occhi vitrei, con le mani chiuse a pugno che stringevano i capelli folti della Steinheil, seduta sul tappeto fra le sue gambe. Negli stringimenti dei pugni che si erano irrigiditi arruffando e affagottando i capelli, si vedevano ancora gli sforzi di un dolore acuto o di un godimento supremo.

Facemmo di tutto per districare le dita presidenziali dalle trecce sfatte della signora senza riuscirvi. Madama Steinheil, impaurita, singhiozzava. Presto, ci diceva, fate presto! Ella tutta agitata, col petto che ansava, era impaziente di levarsi da una posizione che la umiliava, ma le dita che si erano contratte attorcigliando su se stesse i lunghi peli della capigliatura bionda, non si flettevano.

– Tagliate! tagliate! supplicava la Steinheil, con voce lagrimosa.

Non c’era tempo da perdere. Il segretario, nella confusione, aveva completata la catastrofe, facendo convulsionare tutti i campanelli elettrici. Si sentivano i passi delle persone che accorrevano. Con le cesoie del mio temperino recisi senza pietà, senza badare dove recidevo. Poi presi tra le mie braccia la donna piangente e la portai di peso nel salottino attiguo che vi ho indicato, abbandonandola alla sua disperazione, ingiungendole di non muoversi e chiudendovela a chiave. L’orrore della scena si è triplicato al mio ritorno. Dal pugno del presidente pendevano le treccia sciolte, le quali lasciavano supporre a una lotta disperata tra lui e la femmina. Trafelato, con l’orgoglio professionale di salvare il capo della nazione dal cancan giornalistico, mi diedi al lavoro della forbice fino all’ultimo pelo, insaccocciandoli a mano a mano che li tagliavo. Sono il mio capolavoro. Saranno il mio tesoro. Fra dieci anni li venderò all’asta o a qualche americano. Non ci sarà prezzo per loro. Ascenderanno a una cifra favolosa. Disse: a tutti coloro che mi interrogavano sulla disgrazia quello che avevano detto i medici, compresi gli ultimi arrivati, Poulain, Bergeron e Humbert.

– I sottoscritti dichiarano che il presidente è morto per una emorragia cerebrale con paralisi alla parte sinistra della faccia e del corpo.

– Compiuta la catastrofe, a me non è rimasto, continuò Adolfo Bizet, che il compito di far scomparire il corpo del reato. Me la presi sottobraccio, dopo averle schiacciato in testa il cappello dalla larga tesa carico di piume di struzzo e averle avvolto il viso col doppio velo per renderla irriconoscibile. Uscimmo dalla parte del servidorame e ci trovammo nella via buia.

Nel brougham chiuso, le domandai se ella prima di andare all’appartamento presidenziale, ne avesse parlato con qualcuno. Mi parlò della visita che aveva fatto a un celebre pittore che ha non pochi ritratti nelle gallerie storiche, Non posso darvene il nome, ma supponete il nostro Rembrandt. Egli stava appunto dipingendo Faure in abito di cacciatore.

– E gli avete detto che eravate sulla via di andare dal presidente?

– Sì, mi rispose la moglie del pittore Steinheil.

– Allora domattina gli scriverete una lettera che io avrò cura di far riprodurre da tutti i giornali. Era su pergiù di questo tenore:

17 febbraio 1899, ore otto antim.

Caro maestro e amico,

“So ora la spaventosa notizia. Giudicate del mio dolore!

“Ieri uscendo dal vostro studio, sono stata côlta da un tale malessere che mi ha fatto rientrare in tutta fretta. Non ho dunque avuta neppure la consolazione d’aver veduto un’ultima volta il nostro povero amico”.

Margherita Steinheil.

– Questo è stato il tampone che io ho messo in bocca a tutto il giornalismi chiaccherone e pettegolo, che aveva fiutato o saputo che una donna era stata ricevuta dal presidente dopo l’uscita del principe di Monaco. Pubblico e giornalismo hanno ben creduto che il presidente fosse stato colpito da una congestione durante un’udienza. L’onore è stato salvo.

Adolfo Bizet mi prese sottobraccio, come se fossi stato Margherita Steinheil, e, un passo dopo l’altro, mi condusse alla buvette presidenziale per giustificare il nomignolo di bastrinque dato dal popolo all’Eliseo. Casa di baldoria.

– Da quello che mi avete raccontato, Faure non sarebbe morto avvelenato.

– Aspettate! disse volgendosi al cicchettaio in coda di rondine. Due whiskies. Vi ricordate quanti ne abbiamo bevuti a Londra cercando Jack the Ripper? Darei i capelli della Steinheil per sapere chi fosse. Quella sera in cui io e voi e i vostri colleghi andavamo per gli intestini di Spitalfields, siamo andati proprio coi piedi sulla Chapman ancora tepida. Ah, brigante! E per paura che lo si cambiasse per un’altro, ha scritto sul muro queste parole che non potrò mai togliermi dagli occhi: “È la quinta. Ne ucciderò altre quindici. Poi mi consegnerò alla giustizia. Jack the Ripper.” No, no, fece lui con la mano alzata al cameriere. Noi beviamo lo scozzese e con soda, non è vero Baragiola? Alla vostra!

– Alla vostra!

– Capite, riprese Bizet, le versioni sulla catastrofe sono parecchie. C’è la leggenda del sigaro cianurizzato. Senza aver letto gli studi sull’avvelenamento del Tardieu, si sa che il cianuro di potassio è di un amaro così forte da sopprimere l’odore del tabacco. Potete credere che Felice Faure, fumatore elegante e sapiente, potesse gustare un sigaro appestato? Inzuppato in una simile soluzione, l’odore gli avrebbe provocato il vomito. La storia del sigaro va dunque relegata fra le favole. E se è stato avvelenato con una dose di cianuro di potassio, che glielo avrebbe versato e dove sarebbe stato versato, se entrando noi due non abbiamo veduto alcun bicchiere? Mi dilungo su questo particolare perchè è l’uomo più intimo di Faure che ne ha diffusa la leggenda. Egli crede e persiste a credere che il suo amico del cuore è rimasto vittima d’una mano implacabile che gli ha versato nel calice la soluzione letale. Anche un Lecocq qualunque domanderebbe: ma dove è il calice? Sherlock Holmes che va per induzione, risponderebbe: frugatela, ella lo ha nascosto nelle gonne. Così pensa l’amico intimo di Faure. Di induzione in induzione egli è venuto alla conclusione che le contrazioni e le crispazioni facciali del presidente sono dovute ai dolori spasmodici inflittigli dalla soluzione. Il veleno può provocare una emorragia cerebrale? Si sa che il sangue sparso in una parte del cervello, la parte del corpo corrispondente ai lobi invasi, rimane priva dell’uso dei suoi nervi motori e sensibili. Così l’anonimo, amico di Faure, ha potuto trovare dei credenti, documentando le parole con la paralisi localizzata. Ma è una fiaba. Tutti sanno che l’acido cianidrico diffonde nell’ambiente in cui è stappato un odore così violento da obbligare chi che sia a turarsi il naso. E poi, caro Baragiola, anche senza essere tossicologhi, sappiamo che l’acido cianidrico e il suo derivato cianuro di potassio, sono veleni fulminanti. Ci fosse stata la dose o il sigaro immerso nella soluzione, avrebbe potuto il presidente agonizzare due ore e mezza? Questa è la prova delle prove che i due veleni non c’entrano per nulla nella morte di Faure.

– Voi avete detto, caro Bizet, che sono due veleni fulminanti, se mi ricordo bene. Tardieu. dice che l’acido cianidrico concede una agonia di quindici minuti e il cianuro di potassio fino a tre quarti dora.

– Negli organismi resistenti.

– Felix Faure era di ferro.

– Si può essere di ferro senza essere resistenti ai veleni. Alcune mandorle amare inghiottite da uno stomaco in condizioni propizie alla fermentazione bastano per mandare al creatore. L’olio di mandorle amare può produrre lo stesso effetto. Anni sono ho dovuto accorrere in una casa ove uno dei parenti sospettava si fosse consumato un delitto. Ascoltai la storia. L’individuo era caduto a terra come fulminato, emettendo un grido e i movimenti respiratori avevano cessato di esistere dopo pochi secondi. Domandai al medico che aveva già fatta la dichiarazione che la persona era stata fulminata da una sincope, se il cuore battesse anche dopo la cessazione dei movimenti respiratori.

– Sissignore, mi rispose.

– Mi impadronii del cadavere, ne ottenni l’inchiesta mortuaria e assistetti alla sua autopsia. Dove sono due medici sono due opinioni. Così uno era del parere contrario dell’altro. Ma il più rispettabile e il più intelligente che aveva notato che il sangue della vittima era spiccatamente rosso ha scritto sulla modula mortuaria che la causa della morte era dovuta al veneficio.

C’è una seconda ipotesi. Il presidente della Repubblica fumava dalla mattina alla sera come un facchino, passando dai sigari fortissimi ai tabacchi in corda più forti ancora, ai tabacchi da pipa, che nicotizzano anche gli uomini non abituati alla cicca, come Felice Faure. Ci sono dunque stati specialisti che non hanno escluso ch’egli sia stato avvelenato del nicotismo cronico. Masticare come faceva lui il tabacco del moro e il tabacco dei marinai e i sigari, abitudine ch’egli aveva preso lavorando alla concia delle pelli, poteva benissimo essere giunto all’intossicazione. Ma la verità vera, per coloro che conoscevano i suoi vizi segreti, è che il presidente della Repubblica è morto cantaridato. Per rinvigorirsi gli organi invecchiati e farsi credere dalla donna sempre di primo pelo, egli si dosava con zuccherini cantaridati e qualche volta, per eccitarsi maggiormente, quelli che i medici pudichi chiamano l’estro venereo, prendeva la cantaride in polvere. A me è bastato guardargli in bocca durante la operazione e a tirargli a destra e a sinistra la lingua. Gli ho veduto il velopendolo, la laringe, e tutta la parte superiore dell’esofago infiammati, cosparsi di un liquido emorragico. Aggiungete a tutte queste pezze giustificative del mio giudizio le carni molli della bocca e qualche vescichetta alla lingua e alle labbra, e avrete le alterazioni che rivelano con certezza un avvelenamento per cantaride. Il dubbio è se sia morto con una lenta ingurgitazione di cantaride o se sia stato precipitato nel nulla da una dose di quattro a cinque centigrammi di cantaride in polvere propinatagli da una mano femminile prima che Margherita Steinheil ricominciasse la funzione di prostrarlo e ridurlo senza vita.

E tutti e due ritornavamo al largo in cerca della carrozza, lieti di respirare a larghi polmoni e di sottrarsi alla persecuzione dei pugni del presidente della Repubblica che ci ballavano davanti agli occhi con i capelli penzoloni dell’eroina dell’impasse Ronsin.

Qualche minuto dopo, Bizet, ridandomi una delle sue sigarette, incavallò le gambe, si adagiò nella vettura, come in una poltrona fonda e vi rimase silenzioso fino in piazza della Concordia, dove in tempi energici è stata tagliata la testa a Luigi XVI.

I miei dubbi, se posso chiamarli tali, riprese Bizet, come se il suo pensiero, non fosse stato interrotto, si sono aggravati dopo che la signora Japy e il signor Steinheil sono stati trovati strangolati nell’abitazione di quest’ultimo.

– Perchè? – domandai ansiosamente al mio amico detective.

Non rispose che dopo due o tre boccate di fumo buttate in aria con la voluttà del fumatore.

– Perchè è facile capire che se i famigliari di casa e la moglie a pochi passi della loro stanza non hanno udito lo strepito di due persone che non si saranno lasciate strangolare, suppongo, senza qualche grido e qualche colluttazione, gli assassini o l’assassina, o le assassine devono avere preparato il delitto con un narcotico.

– Si vede che anche voi siete incerto sulla designazione dei delinquenti o delle delinquenti.

– Come tutti coloro che non fanno il detective per burla, come Sherlock Holmes. Remy Couillard, il domestico di casa Steinheil, ha deposto una cosa che se è parsa un’inezia trascurabile al signor Leydet, è divenuta di gravissima importanza per la gente abituata a seguire la carriera dei delinquenti.

– Non vi capisco.

– State attento. Se vi rammentate, il domestico ha raccontato al giudice che madama Steinheil non ha mai avuto l’abitudine di versare bibite o vini nei bicchieri della madre o del marito. Non era troppo cortese con loro. Ebbene in quella sera, la sera del trenta maggio, a pranzo finito, madama Steinheil si fece portare la bottiglia del cognac e ne versò all’uno e all’altra. Il cognac oppiato, voi lo sapete, non perde il sapore del cognac. Chi lo beve riceve una impressione piuttosto gradevole.

Se io sarò obbligato un giorno a dichiarare se sono uscito dalla testa di qualcuno dirò che il mia maestro è stato Vidocq, un ladro famoso a cui dobbiamo la magnifica organizzazione della polizia moderna. Egli è stato il primo unitario. Ha soppresso le divisioni che permettevano ai malviventi di uscire da una zona per essere salvi in un’altra della stessa città e ha iniziata la scuola degli sperimentalisti. Ha fatto il ladro per agguantare i ladri. Il primo esperimento che io ho fatto su me stesso con una dose di stricnina fu per gettarmi con sicurezza sulla signora Weiss che io sospettavo autrice del lento avvelenamento che si compiva in suo marito. Più ella lo curava e più il disgraziato soffriva eccessi di febbri, vertigini di stomaco, vomiti, nausee, ecc. Sotto la cura della moglie egli aveva la testa in fiamme, i piedi gelati e fremiti in tutto il corpo. Tenendo dietro allo sviluppo della malattia io mi ero accorto che ogni volta il signor Weiss pranzava fuori di casa mangiava con appetito e non aveva alcuno dei sintomi inquietanti di quando mangiava in casa. Dosandomi ho dovuto convincermi che la stricnina produceva gli stessi effetti nel mio corpo, malgrado gli emetici che prendevo per non crepare sul serio. Ho detto subito che lì vi doveva essere un amante. E col permesso del giudice istruttore sequestravo le lettere ch’ella imbucava alla posta. Non mi ha fatto aspettare. L’ho colta con la mano nel sacco. In una di esse ella domandava all’amante un altro supplemento di stricnina, perchè il marito aveva la triste abitudine di lasciare una parte del liquido nel bicchiere. Condannata a venti anni di lavori forzati è riuscita ad avvelenare sè stessa con dell’altra stricnina nascosta in una cartina di sigarette e passata nel carcere nell’orlo di un fazzoletto.

– Qual’è la relazione tra il caso Steinheil e il caso Weiss?

– Questa: che l’avvelenatrice diventa amabile, gentile con la vittima destinata alla morte. Il prototipo di queste donne spaventose, andate al museo criminale, è madama Lafarge. La Weiss da scontrosa e villana s’era tramutata in una infermiera affezionata dal giorno che essa era determinata a compiere l’operazione assassina. Io credo che il cognac che hanno bevuto Japy e Steinheil fosse oppiato. E sapete perchè? Mi sono dosato anche di morfina. La morfina non intacca e non rende ipocondriaci e dolenti come la stricnina. Al contrario. Essa anima le funzioni cerebrali. Il morfinizzato diventa allegro, ha allucinazioni simpatiche e corre il rischio di essere sessualmente stimolato. Chi la trangugia in una bibita forte come il cognac passa attraverso dolci sensazioni.

Un altro fatto che ribadisce il mio sospetto è che madama Steinheil, una volta di sopra, si fece portare dallo stesso Couillard due bicchieri nei quali qualcuno deve aver bevuto.

– Sapete voi, ha detto il giudice interrogando Couillard e Marietta Wolf, chi ha bevuto nei bicchieri?

Nessuno ha saputo rispondere, ma qualcuno li ha vuotati. Chi? E chi ha messo l’alpenstock a sinistra del signor Steinheil? Altro punto in aria. Noi sappiamo che esso è stato portato a madama Steinheil da Couillard, dopo i bicchieri, ma le nostre indagini non vanno oltre.

La via della verità è lunga e sassosa, ma non è infinita.

Se si arrivasse a trovare la mano che ha dosato il cognac per la Japy e per il pittore dell’impasse Ronsin, io sono sicuro che si arriverebbe a trovare anche quello che ha dosato la bibita del presidente della Repubblica francese.

– Voi vi ostinate a credere che siano stati oppiati prima che sia stato dato loro il colpo di grazia?

– Absolument!

Con le raccomandazioni e le presentazioni di Adolfo Bizet, ammirato da tutti come uno dei più grandi detectives del nostro tempo, io ho potuto in poche settimane credermi sovente uno delle squadre degli agenti segreti. Non c’era servizio di qualche importanza senza che io venissi pregato di unirmi agli incaricati, Abituato alla scuola del mio illustre maestro Bizet di assumere sempre un carattere adatto all’ambiente da esplorarsi io mi sono truccato nella sera destinata alla ricerca degli assassini o dell’assassino del signor Remy da mantenuto di donna della strada. Se non si vuole destare sospetti o far nascere ripugnanze, mi diceva Bizet mentre stava trasformandosi in un perfetto gentiluomo da salotto, bisogna mettersi al livello delle classi che si desiderano studiare. Se osassi fare paragoni o dichiararmi plagiario, direi che ho cercato di riprodurre la figura di Pranzini, il seduttore di prostitute ch’egli finiva per ammazzare quando avevano messo da parte il magot, la sommetta dei risparmi. Ero chic. La sola differenza tra me e lui era nel colore dei capelli e dei baffetti che io avevo colorati, con la meravigliosa tintura ossigenata, a un biondo chiaro. Nel resto gli assomigliavo. Con un po’ di coal-cream mi ero ombreggiate le guance per dare maggiore vivezza agli occhi e alla tinta sanguigna delle labbra. Indossavo una redingote che mi lasciava vedere i manichini con i bottoni cifrati di similoro, un panciotto solcato di fiocchetti violacei e un paio di calzoni bigiognoli che mi accarezzavano le cosce e mi davano l’aria di buio, come la cravatta rossastra, fatta a cappio, con le estremità larghe a svolazzi. Il capo della spedizione era un ometto dalla faccia vecchiastra e verdastra, tipo che in lingua verde veniva chiamato il nutritore (nourrisseur), vale a dire un vecchio che dava ai giovani la sua esperienza per esortarli a compiere ardite operazioni. Portava un berretto a scodella che gli si attaccava alla testa rotonda ed era vestito come un fantino a spasso da molto tempo, con l’abito che gli aderiva al corpo come una pelle di guanto. Aveva un bastoncino nodoso, con un pomo d’avorio, che serviva d’appoggio alla sua vecchiaia apparente quando c’ingolfavamo nel regno infetto dell’esercito del male, come diceva Mounier, lo ispettore che ci dirigeva alla bettola più fosca e più famigerata dei bassifondi parigini. Erano con noi due agenti dalle mani massicce, dalle spalle dure e capaci di rovesciare un portone con la semplice urtata, dal viso furfantesco. Il più giovane era alto, con il petto largo e bombeggiato, fiero dei suoi ventiquattro anni sotto il cappello nero a larghe tese. Mounier, con la vocina dell’uomo consumato, metteva innanzi i piedi con precauzione e mi diceva, svoltando in una viuzza che puzzava di cenceria umana, che non aveva fiducia di imbattersi negli assassini. Era una fissazione del tempo. Dal giorno in cui Fallières ha presentato alla Camera, come deputato, un progetto di legge per reprimere la professione immorale dei mantenuti di donne, non c’è stato delitto che non li abbia fatti sbucare dall’afa della prostituzione e salire sulla piattaforma pubblica, a subire la violenza verbale dell’indignazione cittadina. C’è un furto con scasso? Andiamo a cercare gli autori fra i signori Alfonsi. Si entra in una abitazione e si porta via il bello e il buono? Non si vedono i ladri che fra i maquereaux (mantenuti) della vita volgare. I souteneurs (mantenuti) sono antipatici, s’intende. Nessuno vorrebbe averli in casa propria, ma dopo tutto non sono più pericolosi per la morale che i ladri per la proprietà. Se la società non vuole curarsi di loro quando sono ragazzotti emendabili o avviabili sulla buona strada bisogna avere pazienza.

– E poi io sono per la legge uguale per tutti. Se si perseguitano i signori mantenuti dei viottoli, degli angiporti e dei quartieri del luridume, perchè si lasciano tranquilli i signori Alfonsi del gran mondo e del mezzomondo? A me fanno più schifo i viveurs ruinati, i mariti che aiutano le mogli a cercare i mezzi della vita nella prostituzione clandestina, la razzapaglia in abito nero che compie lo stesso reato del dos-vert che i souteneurs dell’infima classe. Ci sono più scuse per i bari che per gli alti mantenuti. Se la vendita del proprio corpo è un commercio autorizzato come la vendita di qualunque altra merce, non si capisce perchè la femmina non debba esser padrona di dare, o distribuire, o sciupare i suoi guadagni a chi le pare e piace. Siamo giusti con tutti, aggiunse Mounier con un sorriso, che mi parve felino. Se non vogliamo che le donne mantengano gli uomini, perchè permettiamo agli uomini di mantenere le donne? Le donne sono più deboli… Fatemi il piacere! I nostri legislatori hanno due morali: una per i signori e una per i pitocchi… Quello che è permesso nel palazzo, è proibito nel bordello… Eh…

Fallières, deputato, era un vecchio moralista che non concepiva che una serietà di gente che stava bene. La morale è cosa che costa. Bisogna avere del ben di Dio per conservarla. La signora ricca non si vende. Il signore ricco non diventa mantenuto. Sono i senza tetto che discendono dai gradini della morale pubblica. La donna del selciato è per tutti un vaso fetente. Ce ne serviamo magari, ma subito dopo ci diventa ributtante. È dunque naturale che vada al mantenuto e divida e consumi i guadagni con lui. È il suo compagno, il suo copain, il solo uomo al suo livello. Dove è la sgonnellatrice in cerca di uomini, ha il suo posto il mantenuto.

Il vecchietto tossiva di gusto, mettendovi tutta la sua ironia, lasciandomi in dubbio se quello che mi aveva detto fosse uno scherzo o il risultato della sua esperienza.

Entrati nella bettola del Buon Cuore fui preso da un impeto di tosse anch’io. C’era un fumo sucido e velenoso che provocava il vomito. Le pareti erano viscide di respirazione, i vetri erano coperti di un’atmosfera densa degli odoracci che impedivano di vedere chi passava e la clientela era una miscela di inquilini delle carceri, di inquiline di San Lazzaro, di “scarpa”, vale a dire di aristocratici del mestiere che alloggiavano alla Santé. Ladri, pickpokets. falsarii, spazzacase, scrocconi, mantenuti, stradaiuole, tutta la gamma delle degradazioni umane. Mounier, seduto a tavolino mi biografò tra un colpetto e l’altro di tosse i più famigerati scarpa, uno dei quali aveva fatto parte della famosa banda che sventrava le casse forti colla pince-monseigneur (tanaglia a leva) ai tempi di Jaume e di Barbaste, due poliziotti che furia di fiuto e di fortuna sono andati al massimo piolo della scala poliziesca.

L’ultimo in fondo, con gli occhiacci spavaldi, gli era costato un ritardo di due anni di promozione per non aver fiutato in lui, denunciatore, un complice dei compagni che avevano sventrata una cassa forte che conteneva trecento mila lire. Le donne che popolavano l’ambiente appartenevano quasi tutte al bestiame d’amore che consuma i proprii delitti nelle vie buie, sotto le arcate, nelle rientrature dei portoni o nelle catapecchie dei quartieri rimasti tali e quali in monarchia e in repubblica. Gli avventori di ciascun tavolo chiacchieravano o discutevano per proprio conto senza badare a quello che si diceva al tavolo vicino. Tra loro, Mounier, m’additava i moutons, o le persone incaricate di mischiarsi coi malandrini per tenere al corrente la questura di quello che avviene fra loro e per darle modo di agguantare Tizio o Caio, sospetto o creduto autore di questo o quel delitto.

L’ispettore stava dicendomi il suo disgusto per un sistema che risaliva alla famosa brigata rossa, fondata in onore di Vidocq che aveva i capelli rossi. Egli non credeva che per acciuffare un cambrioleur fosse necessario essere cambrioleur. Il suo ideale era una polizia inglese ambientata nella vita francese. La polizia doveva essere la guardiana dell’ordine e dei buoni costumi e della sicurezza dei cittadini senza discendere ai mezzi ripugnanti e immorali di valersi del male per distruggere il male. Due mali non possono che peggiorarlo.

– Eppure, rispondevo io timidamente per paura di prendere dell’asino, ma sicuro di esprimere una concezione poliziesca del mio professore, eppure non c’è vita di polizia senza lettere anonime e senza i Giacomo Collins, i potenti depositari delle fortune e dei segreti delle popolazioni ai bagni e alle colonie penali e alle prigioni centrali. Senza le lettere anonime e le delazioni dei complici, non si riuscirà mai a scovare l’assassino o gli assassini di Remy, l’ex agente di cambio, e l’assassino o gli assassini di casa Steinheil. Perchè i grossi delinquenti, delinquenti fatti lì per lì da una causa qualunque o da impulsi irrefrenabili o da cupidigie momentanee non sono abitudinari nel delitto. Sono novizii. Sono nati ieri, entrati ieri nel girone della delinquenza. Vi dò un esempio, citandovi il caso di un ex tenente che si è rivelato in una spedizione militare sul territorio di un altro popolo, un bandito, forse più bandito del vostro Mandrin, appaiato da Victor Hugo all’assassino imperiale del Due dicembre. È ritornato in Italia con i suoi sacchi di piastre rubate agli indigeni ed è stato accusato di avere ammazzato la moglie con un colpo d’arma da fuoco. La bruciacchiatura dell’esplosione provava matematicamente che la donna non aveva potuto scaricarsi l’arma con la propria mano e il posto in cui venne trovato il pistolone aveva convinto che non ci sarebbe stata che una mancina che avrebbe potuto scaricarlo. Io, giurato, non avrei esitato un minuto a votare per la colpevolezza. Non c’era che lui in camera e nessuno ha potuto dare indizio di altre persone sospette. Che cosa è avvenuto? Che i giurati lo hanno assolto. Se ci fosse stato il delatore o la delatrice? L’uomo sarebbe in questo momento un ergastolano.

Mounier ebbe un gesto di stanchezza.

– Sono casi di tutti i paesi! Non c’è stato qui in Francia l’esempio degli svaligiati del denaro al tanto per cento, che hanno tumultuato per la scarcerazione del loro svaligiatore? Rochette è il loro idolo. Se anche ci fossero i delatori non cesserebbe di essere il grande uomo dei gogos, dei minchioni. Ah, che bell’ingegno è Rochette! Lo paragonerei alla Humbert. Ha la genialità di mantenere ipnotizzate le vittime delle sue operazioni finanziarie. Eh, sì, se tutte le persone che rubano, che portano via, che sottraggono, che si appropriano, che truffano, che imbrogliano, che compiono azioni dolose o criminose dovessero andare in prigione, caro mio, lo sviluppo nazionale si compirebbe nelle galere. La moltitudine sfugge al nostro controllo.

– Perchè? – domandò uno dei due agenti dalle manacce massicce.

– Perchè i cittadini non sono ancora cittadini, nel vero significato della parola. Da noi si ha paura di denunciare o consegnare il malvivente o il sanguinario alla giustizia. C’è ancora il pregiudizio che chi adempie alla funzione di guardiano della propria casa, della casa sociale, come dite voi, signor Baragiola, sia un boiaccia, una spia, una persona infame.

– Giacomo Collins è dunque una necessità fino a quando il cittadino sarà giunto all’elevazione di sè stesso.

– Il vostro Giacomo Collins è l’incarnazione di tutto ciò che c’è di abbietto, è la viltà, è l’impotenza, è la vergogna di una istituzione. Servirsi di Lacenaire, fare di Vautrin un funzionario pubblico, via, mi disgustate! Andate al cimitero e inginocchiatevi alla tomba di Vidocq. Per me il male non ha due facce. Per me l’assassino non cessa di essere tale anche se è pentito.

– La riabilitazione…

– Fiaba! Non c’è riabilitazione.

– Jean Valjean?

– Javert ha avuto torto di buttarsi nella Senna per salvarlo dalla sua persecuzione. È dunque un tipo di fantasia. Il ladro è sempre ladro. Io non ho mai rubato, io! terminò con una manata sul tavolo, richiamando la attenzione del padrone, un informatore obbligato a farlo per poter continuare il suo esercizio.

Il padrone, grasso e grosso, ha riconosciuto indubbiamente Mounier, perchè l’uno e l’altro si sono guardati negli occhi con una strizzatina.

– Porta anche il tuo bicchiere Gugusse e vieni qui con noi.

Andò al banco a prenderlo e ritornò sedendo e dicendo che vi rimaneva poco perchè aveva in bottega dei fileurs che non conosceva bene e che parlavano un argot (lingua furbesca) ch’egli non riusciva a capire.

– Chi è quello in fondo, al secondo tavolo a sinistra che beve il poncino accanto agli altri quattro che parlano sommessamente?

– È il loro fourgat (rigattiere-ricettatore).

Lo guardai. Era un uomo tozzo, dalla faccia rossa, dal naso grosso che aspira abbondanti prese di rapè, dagli occhietti bigi, nascosti in fondo alle occhiaie, con le labbra sporgenti del vizioso e con le dita lunghe dello strangolatore.

– Lo riconosco, disse Mounier. È stato un nostro informatore fino a pochi anni sono. È papà Morgue. E quegli altri in fondo con le donne?

– Mantenuti e prostitute.

– Avvicinati, gli disse addolcendo di più la voce, in questi giorni non si è parlato nella tua bottega degli assassini di Remy? Sai che se mi metti sulla loro pista c’è anche per te un regalo che ti farà piacere. Bevi. Tocchiamo il bicchiere. Chin chin.

Gugusse, dopo aver assaggiato il falso pernot con il fare di colui che non vuole andare oltre la cortesia, mise la testa tra i bicchieri e a bassa voce gli fece sapere che era una fissazione del capo della sicurezza di trovarli fra i souteneurs.

– I souteneurs rifuggono dal sangue che non sia quello delle loro amasie.

– Questa è la tua opinione, ma l’opinione dei tuoi avventori qual’è?

– Sapete, si parla. Tutti credono di avere l’odorato di Lacenaire. Ma lasciando a parte le supposizioni bislacche dei chiacchieroni, si dubita che gli assassini siano nella stessa casa dell’ex agente di cambio.

– Per quale induzione?

– Se appartenessero agli scarpa se ne sarebbe sentito qualche cosa, diavolo! Più il colpo suscita ammirazione e più l’autore o gli autori hanno bisogno di confidare il segreto all’amicizia.

– Il furto dei gioielli lascia credere che sia il contrario di quello che dici.

– Il furto è un trucco, è il solito trucco. Voi siete abbastanza attempati, non è vero, per avere letto o udito dell’assassinio della duchessa di Praslin, nel 1847. La povera signora era stata massacrata in un modo inaudito. Tutta la stanza della duchessa era un orrore di sangue nero. La vittima trascinata giù dal letto a colpi spietati di pugnale e di calcio di rivoltella era andata a finire rotoloni sul pavimento. Hanno trovato capelli intrisi di sangue alle cortine, sul guanciale, sulle coltri, sulla poltrona e fra i veli bianchi della toilette. Aveva ferite spaventose alla testa, all’occipite, al collo, alle mammelle, al basso ventre. Escoriazioni alle mani, al volto, ai piedi – segni tutti che rivelavano che la disgraziata aveva cercato di difendersi dai colpi che le venivano assestati con tanta forza. Ebbene?

– Conosco la storia – disse Mounier. Non c’è relazione.

– Sissignore, – rispose Gugusse. – Il personale di servizio urlava dalla disperazione alla scoperta del delitto e il duca si strappava i capelli piangendo e gettandosi nelle braccia delle cameriere per triplicare lo strazio che gli produceva l’orribile scena in cui si trovava. Ebbene? C’era il furto.

A udire la polizia d’allora, gli autori erano dei cambrioleurs. È uscito un discepolo di Vidocq che viveva coi malviventi a scompigliare le idee dei testardi. Egli diceva allora quello che ripeto io adesso. Se non se ne discorre nei nostri luoghi, bisogna cercare gli autori dei delitti nelle case in cui sono stati commessi. Passando coi piedi sull’etichetta ducale si è trovato che l’assassino della duchessa Praslin era stato suo marito. Un pari di Francia, colui che si strappava i capelli dal dolore.

Passando sulle convenienze si troverà che gli assassini del signor Remy sono in qualche maniera della sua residenza. Cercate se c’è in casa dei Remy una bella giovane e avrete la chiave del mistero. Voi vi troverete alla presenza di un delitto passionale. Se mancasse la donna e la moglie del signor Remy avesse l’età in cui si è salvi dalle aggressioni amorose, allora cercate fra le persone che potevano avere interesse nella sua sparizione o una vendetta da compiere su di lui. Sono trent’anni che sono al Buon Cuore e che sento ragionare su tutti gli avvenimenti grandi e piccoli del mondo che va dentro e fuori dalle prigioni e ho dovuto convincermi che questa supposizione che è in tutti noi è la supposizione principe. Non c’è altro. O se ne parla fra noi o gli autori sono nelle case dei delitti.

Non aveva più nulla da dire e stava per alzarsi, quando è venuto al nostro tavolo Gola d’Oro a stringere la mano a Mounier, il quale lo aveva riconosciuto anche sotto la truccatura per le due macchioline rosse e lenticolari tra le crispazioni dell’occhiaia destra lasciatagli dalla febbre tifoide.

– Sedete – disse Mounier, ordinando a Gugusse una bibita per lui. – Sentiamo la vostra opinione. Credete necessario cercare gli assassini di Remy sul mercato delle donne in vendita, e cioè fra i loro amanti di cuore o altrove?

– Se potessi rispondere con certezza domanderei se Parigi è mia. Non ci sarebbe denaro che potrebbe pagarmi. Ho dei sospetti, dei gravi sospetti, ma non mi arrischio a comunicarli neanche all’aria per paura di fare del male agli innocenti.

– Eh via, fra noi potete parlare. Non si accusa, si dice, si suppone, si pensa.

– E con questo sistema sciagurato di pensare a me, per modo di dire, ho scontato vent’anni di deportazione con quel povero diavolo di Danval, farmacista, innocente come me, deportato a vita a Bourail, nella Nuova Caledonia, come avvelenatore della propria moglie…

– Non paragonatevi a Danval! – disse Mounier, alzando la mano. Noi ci conosciamo. Se non era per quella ragione sareste andato alla ghigliottina per una altra.

– Ecco perchè non faccio lo scalpore del Danval che ora è qui in Francia a implorare il permesso di ritornare al luogo di deportazione, dove ha dovuto lasciare le sue ricchezze. Ma l’errore giudiziario che ha fatto di me un deportato non è meno scandaloso di quello che ha fatto condannare Danval.

– Parliamo dei vostri gravi sospetti, se non vi dispiace.

L’ex deportato col suo modo di guardare al tavolo per evitare gli sguardi di chi l’interrogava, si attorcigliava le punte dei baffi ingrigiati come se stesse consultandosi se dovesse o non dovesse rispondere. La pelle del collo che doveva essersi scarnata nella tomba dei vivi della deportazione gli andava sopra i capelli con giri flosci. C’è voluto il battito dei polpastrelli di Mounier per fargli capire che si aspettava una risposta.

– Il signor Remy e la signora Remy, per quello che si è detto nei giornali, non avevano in giro amorazzi. Chi dunque aveva interesse a ucciderlo se non suo figlio, i suoi nipoti, sua madre o i suoi domestici? Io cercherei fra loro e più che mai fra gli ultimi.

– Perchè più fra i domestici che non fra gli altri?

– Per la loro compunzione. C’era sul viso di Renard e di Courtois un’aria di finto dolore che io nel signor Hamard non avrei potuto tenere le mani in tasca. Passavano e udivo sottovoce, non so da chi, che fra l’uno e l’altro c’erano dei rapporti carnali delittuosi.

Mounier gli avrebbe dato della sciocco. Courtois non aveva nè il coraggio nè la forza muscolare per assalire un uomo come il signor Remy. E le tracce? Qualche traccia sarebbe rimasta. E Renard, il maggiordomo, era la devozione e l’abnegazione in persona. Era l’anima dannata della signora e del signore.

– Andiamo via, disse alzandosi Mounier, qui non ascoltiamo che le buaggini che leggiamo ogni giorno nei giornali. Figuratevi, continuava a dirmi all’aria aperta, avviati alla sede della sicurezza pubblica di via Orfèvres, che oggi i giornali facevano insinuazioni contro il nipote Raingo, perchè figura nel testamento dello zio per duecentomila lire. I giornali, svegli, svelti, bene informati sono la mia passione.

Ma odio il sensazionalismo dei giornali così detti moderni, che circonda ogni tragedia di supposizioni, di allusioni e di invenzioni. Non gli basta il delitto. Per indemoniare il lettore e l’opinione pubblica si trasforma in poliziotto e ci fa passare brutti quarti d’ora. Chi ci libera dagli Sherlock Holmes del giornalismo?, diceva Mounier in tono supplichevole. Questo fantoccio di Conan Doyle ha dato il delirio a tutti i reporters. Non hanno più rispetto per alcuno. Entrano dappertutto con una sfacciataggine che farebbe arrossire un veterano della polizia politica dei tempi napoleonici. La vita privata, la vita d’alcova, la vita di famiglia sono raccolte e portate nelle colonne, commentate, discusse, analizzate, servite nel piatto delle ipotesi, circondate di nomi che non entrano per nulla nei fattacci narrati, ma che moltiplicano e interessano e invogliano i lettori ad aspettare le nuove rivelazioni di domani. La sherlokomania giornalistica è lo spauracchio dei veri agenti di polizia e una degenerazione professionale che chiamerei criminosa. Perdonatemi lo sfogo, aggiunse stringendomi la mano.

Dieci giugno, ore 7. – La mente pubblica è sempre agitata. Si occupa più del male che del bene. Scommetto che se io dessi duecentomila lire a qualche asilo nessuno ne saprebbe niente. Scannassi e dissossassi la moglie come Olivo diventerei celebre. Non c’è che il delitto che dia in un’ora la celebrità che Victor Hugo non ha avuta in sessant’anni di lavoro. Cifariello era conosciuto da poche persone. Ha accoppato la consorte per continuare la tradizione della proprietà matrimoniale del maschio e ha ora una fama mondiale.

È in tutti i giornali come un punitore di adultere.

Auf. Ho caldo. Mi svesto con le finestre spalancate per godermi l’aria che gira nella mia stanza. Ha un bel dire Bizet, ma è difficile non avere opinioni negli avvenimenti in un paese in cui i giornali servono in ogni edizione una teoria, un modo di pensare e di costruire un dramma, come se il pubblico fesse composto di tanti Donnay e di tanti Bataille.

Stamattina prevale l’idea che i cambrioleurs dell’impasse Ronsin siano gli stessi del palazzo di Remy, in via della Pépinière. Si vedono le stesse mani, lo stesso metodo, le stesse tracce. Nell’una e nell’altra tragedia sono tre bicchieri che figurano nel truce dramma da protagonisti. Lo scopo banale del furto allaccia una cosa all’altra. Tanto nella prima che nella seconda ci sono i ghiottoni di gioielli.

Hanno dato la preferenza agli anelli, alle buccole, alle spille, ai ciondoli, alle pietre preziose. ai brillanti. Bizet dà grande importanza a questo fatterello. Criminali provetti o di professione come loro si sarebbero accontentati delle briciole della ricchezza, dei nonnulla nella casa dell’abbondanza e del lusso sontuoso, degli armadi d’argenteria e degli scrigni e dei forzieri rigurgitanti di fortune? Bisognerebbe supporli matti. Nei furti è forse la simulazione per sviare le ricerche e mettere la giustizia su falsa strada.

Ore 9. Bevo un caffè saporito e leggo. Madama Steinheil è compianta da tutta Parigi. Dalle fotografie esposte nelle vetrine, e dalle riproduzioni in centinaia di giornali non mi pare una di quelle figure femminili che costringono a voltarsi indietro o restino nella memoria come pastelli meravigliosi o pezzi di anatomia viva che passano sollevando il vespaio. Tuttavia l’ammirazione pubblica è sua. Gli aggettivi alti, seducenti, morbidi, sono per lei. La moglie del pittore è nella zona della fama clamorosa. L’Eliseo è come la reggia. Illustra ed eleva la donna. Una volta che la donna riesca a farsi cingere dal capo dello Stato esce dalla casa nazionale circondata dalla luce abbagliante che offusca la bellezza delle altre donne e attira intorno a sè gli sguardi degli uomini dell’aristocrazia repubblicana che passavano indifferenti. Dopo gli amori presidenziali ella ha tirati nella sua orbita gli astri maggiori della politica. Briand, ministro di Grazia e Giustizia, Doumerg, ministro del commercio; Haumetz, sottosegretario alle Belle Arti… E poi altri uomini facoltosi, altre illustrazioni, altri ricconi, altre ditte del mercato finanziario. In questo momento le azioni della signora Steinheil sono salite di parecchi punti per la terribile notte in cui si è compiuta la strage di sua mamma e del suo sposo. Disgraziata! Non c’è persona che non s’intenerisca e non le dedichi una lacrima. Poveretta! poveretta!

Ore 11. – I giornali vanno a ruba. Madama Steinheil ha potuto riaversi dalla notte spaventosa e ha parlato tremando, balbettando, facendo piangere fino il giudice istruttore. I cambrioleurs non potevano essere stati più villani e più spietati. Ah, canaglie! Gli strilloni sono presi d’assalto. Ai chioschi c’è ressa di gente con le mani in aria che aspettano la copia.

– Il Matin! il Figaro! 1’Eclair! 1’Humanité! l’Intransigeant!

Tutte le vie sono gremite di lettori. Sostano, leggono, traducono le impressioni con la testa, riprendono il cammino, tornano a fermarsi e si uniscono ai capannelli di persone qua e là nei larghi dei passaggi a discutere le rivelazioni.

La superba parigina, salita alla invidiabile riputazione di donna elegante e di mondana paragonata alla Du-Barry, passa in questo momento attraverso l’apoteosi cittadina. Ella è come in mezzo all’angoscia pubblica. Se si potessero lambire le sue ferite, mezzo milione di lingue si contenderebbero l’onore di alleviare il suo martirio. L’orrore per i cambrioleurs è tale che si citano le carneficine rurali che compirono i Cartouche e i Mandrin.

Ore 2. – Dopo colazione mi sono spinto fino al marciapiede della casa del delitto. Essa è proprietà del pittore assassinato, porta il numero 6-bis, e l’impasse Ronsin incomincia col numero 152 della via Vaugirard. Entra sgomitando fra la calca. A destra sono due altissimi edifici e a sinistra, lungo il margine, sono giardinetti che ricordano i viottoli dei suburbi. Più in là trovo studi di scultori e di pittori, dalle grandi vetrate a baia, dalle quali si rovesciano in questo attimo ondate di luce soleggiata. La casa numero 6-bis ha un muro coperto di edera, tagliato da una porta di ferro, dietro la quale si vede il padiglione fitto dei grandi alberi che nascondono a mala pena la vasta dimora del pittore Steinheil, perduta in un’oasi di verzura.

Il pianterreno è composto di una serra di piante delicate con sedili di bambù, di una sala da pranzo, di un salotto, di uno studio e di una cucina. Dal vestibolo che mette nell’interno si vedono i gradini che conducono al primo piano e allo studio del pittore, su al secondo. Il primo piano ha un corridoio lungo il quale sono le stanze degli sposi Steinheil, la stanza della loro figlia Marta, di diciasette anni, la stanza per l’ospite e una stanza da bagno contigua. La stanza della signorina è al livello della scala.

La povera signora Steinheil ha subito gli oltraggi della impudicizia dei ladri-assassini. L’hanno lasciata nel letto della figlia, legata mani e piedi, con la camicia sul viso e con il ventre e il petto scoperti. Porci! Quando ella ha potuto rinsensare ha pregato il suo domestico, Remy Couillard, di darle dell’aria.

– Dell’aria, Remy, dell’aria!

I mostri avevano tentato di soffocarla con fiocchi di bambagia. Si è dovuto togliergliene i residui dalla bocca perchè la facevano tossire fino alla sfigurazione del suo volto immerso nel candore del guanciale, come quello di una madonna addolorata. Si è dovuto aspettare prima ch’ella prendesse fiato e trovasse il coraggio di raccontare confusamente la lugubre storia macchiata del sangue dei suoi cari. Piangeva, narrava piangendo e rompeva il cuore di coloro che ascoltavano e la consolavano con i più dolci nomi della lingua signorile.

Io trascrivo le sue parole in un fiato, ma la povera Meg ci ha messo del tempo. Le lagrime le si ammucchiavano in gola e la narrazione veniva interrotta dai singhiozzi, mal trattenuti e fragorosi. Tutti tacevano. Ella riprendeva il filo, ritornava su sè stessa, rifaceva i momenti di tortura fisica e morale e poi cadeva in una specie di visione, spossata come il Cristo che portava la croce al Calvario. La sua voce aveva tutte le tonalità della disperazione. Nei suoi periodi slegati c’erano puntini, pause, virgole, punti e virgole e punti di esclamazione che straziavano.

– Potevano essere le dodici, incominciò a dire la povera vedova. Io ero lì che sommergevo nel sonno pur avendo la sensazione che dei passi di lupo solcassero il corridoio. Forse ero più di là che di qua, quando mi sentii afferrata per i polsi con una brutalità che mi ha fatto gridare prima di essere completamente sveglia. Con gli occhi spalancati io mi vidi circondata da tre uomini di proporzioni colossali. Con loro era una donna dalla capigliatura rossa che dava gli ordini agli altri con i gesti o con i monosillabi. Aveva gli occhi e la faccia infiammati da far paura. Mi scosse con violenza dicendomi imperiosamente:

– Tuo padre ha venduto i suoi quadri? Parla marmotta, dove sono i denari?

Io tacevo sbalordita e riurtata, chiusi gli occhi preparata a morire.

– Non fare la stupida perchè t’ammazzo! Dove sono i danari?

Risposi: Cercate le chiavi, sono dappertutto: negli scrigni, negli armadî…

La donna stava per dar fuori e per prendermi a schiaffi e uno degli uomini con voce meno aspra soggiunse:

– Non avere paura, noi non uccidiamo le giovani.

Riaprii gli occhi e guardai i miei aggressori. Mi parve che uno di loro rassomigliasse stranamente a un modello che aveva posato per una scena che mio marito aveva dipinta e venduta in America. Dalle loro conversazioni capî benissimo che mi avevano scambiata per mia figlia, della quale occupavo la stanza. Si consultarono se dovevano uccidermi per paura che io parlassi. Si contentarono di legarmi come un salsiccione e d’imbavagliarmi.

I banditi se ne andarono dopo avermi assestati alcuni pugni, sul viso e massacrato il ventre a calci. Uno di loro, più sgarbato, mi prese le mani e me ne strappò gli anelli. Svenni, mezzo strangolata e mezzo soffocata dal cotone che mi avevano cacciato in bocca.

L’accento della dicitora a letto è andato al cuore di Leydet, il giudice istruttore, e di Hamard, il capo della sicurezza pubblica. Tanto l’uno che l’altro non hanno avuto per la illustre paziente che rispetto e parole di commiserazione. Hamard ha manifestato il suo convincimento a chi lo ha interrogato:

– Alcuni giornalisti, più sventati che colpevoli, hanno creduto di vedere nel doppio assassinio un delitto politico, perchè il signor Steinheil possedeva alcune lettere compromettenti del presidente della Repubblica, Felice Faure. Errore, profondo errore. Altri giornalisti pretendevano che il pittore e la sua suocera fossero stati uccisi da parenti caduti nella miseria. Errore, profondo errore. La mia impressione personale è che il misfatto sia stato commesso da ex modelli del pittore. Perciò io lo chiamerei un delitto crapuloso.

Il signor Steinheil, ha continuato a dire il geniale capo di polizia, non si dava pensiero dell’onestà dei modelli che faceva passare nel suo atelier per cinque o dieci lire. C’è troppa feccia straniera in Francia. Vorrei una legge che respingesse tutti gli spiantati, tutti i profughi, tutti coloro che non possono provare di essere sani e di avere sufficienti mezzi da vivere. Sarebbe del protezionismo umano. Non permetterei alla gente frusta, alla gente avariata, alla gente cercata, di portare in casa nostra la loro miseria, i loro costumi, i loro vizi. Non abbiamo mai avuto tanti casi di corda e di coltello come in questi anni. I miei agenti cercheranno gli assassini in quel mondo più o meno equivoco.

È certo che il modello indicatore del delitto doveva conoscere bene, assai bene le abitudini della famiglia Steinheil. La corda che ha servito a strangolare le vittime, mi fa persistere nelle mie ipotesi. Un assassino francese si sarebbe sbarazzato di loro col pugnale o col revolver. La corda! eh via, è cosa che non serve più neanche per i delitti nelle appendici dei nostri romanzatori giudiziarî. Ho riso quando qualche nostro collega è uscito a dire che i banditi si sono valsi probabilmente del cloroformio. Che! vi pare? Dalla corda primitiva al liquido volatile, impalpabile, che anastetizza e fa morire in un modo scientifico! Vi pare? Bisognerebbe che la genialità francese se ne fosse andata anche dal delitto. Il cloroformio è difficile e pericoloso. Prima di farlo assorbire in un modo da rendere insensibile il cloroformizzato si ha tempo di far sentire gli urlacci fino all’Avenue du Clichy.

C’è giudizio a domandarmi perchè gli astucci dei gioielli di madama Steinheil erano vuoti? Pare chiaro. Madame Steinheil non è una sciocca. Con una abitazione perduta nel frascame e quasi in fondo a un culo di sacco poteva aspettarsi ogni notte la sorpresa di qualche malvivente. Direi che è stata saggia a lasciare gli astucci vuoti in un luogo e gli anelli, i braccialetti, le collane, gli orecchini, e tutte le perle e le gioie in un altro.

Ho già detto che i miei sospetti sono che il signor Steinheil sia stato vittimizzato da un modello. Soggiungo che la collera o la vendetta del modello straniero può essere causata da un contatto immondo. Il pittore era un urningo. Forse la strangolazione inchiude un drammaccio di inversioni sessuali. Io voglio essere cauto, ma quando saremo nelle pieghe del turpe romanzo, noi metteremo Steinheil, il pittore, tra gli Eulenbourg e Oscar Wilde. I suoi costumi erano infami.

Ore 9 pom. – Ho riveduto Adolfo Bizet e la sua faccia ha avuto delle contrazioni quando gli ho narrato i resoconti dei giornali e le affermazioni del capo di sicurezza. Bisogna essere ingenui per credere alle fantasticherie della signora, mi diss’egli con una spallata, come se non volesse interessarsene per il momento. L’importante per voi, aggiunse il mio amico, guardando l’orologio, è che stiate negli uffici di via degli Orfèvres, in attesa del momento di andare sul teatro del delitto Remy. Può darsi che vi si vada di mattina o nel pomeriggio. Tutto dipenderà dal giudice. Io vi lascio perchè devo alzarmi alle quattro del mattino. Il governo mi ha voluto onorare della sua fiducia un’altra volta. Gregori, il giornalista mascalzone, che ha ferito Dreyfus alla cerimonia della glorificazione di Zola, non è che lo strumento degli antidreyfusisti. C’è un complotto come ai tempi di Boulanger. È il complotto dei superstiti di tutti i partiti che odiano la Repubblica. Rochefort è fra loro. Quale decomposizione morale è mai quest’uomo che è parso per degli anni la personificazione della rivoluzione e l’incarnazione di tutto ciò che c’era di nobile nel Paese! L’amicizia di Victor Hugo è stata la sua ascensione. Ah, se fosse vivo il cantore della Leggenda dei secoli!

11 giugno, ore 8. – I due colpi di revolver di Gregori per protestare contro l’apoteosi nazionale fatta all’autore della Débâcle e ravvivare i rancori degli imperialisti e degli antidreyfusardi hanno diminuita l’ansietà pubblica per gli avvenimenti senza significato politica e obbligato il giudice istruttore Albanel a rimandare la ricostruzione del delitto consumato in casa Remy per ricomporre quello di un militarista giunto ai sessantotto anni con la vecchia buffonata di tutti i partiti in decomposizione. Cinque giorni fa nessuno sapeva dell’esistenza di un mattoide che in nome della gloria militare è entrato nella biografia del più illustre scrittore dell’ultimo secolo. La vita pubblica è sovente una farsa. Gregori che alcuni considerano il sicario di un comitato segreto, ha trovato modo di salvarsi dall’oscurità e dal tempo con un fattaccio infame. I giornali che vivacchiano nutrendo i patriottardi di bile, come il Gaulois e l’Eclair, danno al neuropatico del giornalismo giallo di 68 anni il posto di vendicatore dell’onore militare. Eh, sì, l’onore militare! Tutta la Senna non basterebbe a lavare dall’onta di essersi accanito contro un uomo accusato e condannato perchè ebreo. I repubblicani maturi attribuiscono al colpo di testa di un pazzotico come il Gregori l’importanza politica che i repubblicani del ’68 attribuivano al colpo di testa di Pietro Bonaparte, il quale si è fatto riaprire le porte delle Tuillieres che gli erano state chiuse per ordine di madama Cesare e di Napoleone di lei marito. Oberato, spiantato, evitato dal mondo che circondava l’impero, condannato a morte in Italia per l’assassinio ch’egli aveva compiuto in Roma, ha cercato di riabilitarsi in faccia ai regnanti e di rifarsi le sostanze assassinando con un colpo di rivoltella, Victor Noir, uno dei padrini andati a sfidarlo, per conto di Paschal Grousset, nel suo palazzo in via d’Auteuil, 25.

Come i repubblicani d’allora hanno veduto nella revolverata del cugino di Napoleone III, i prodromi della catastrofe imperiale, così i repubblicani d’oggi vedono nella piazzata sanguinosa del mezzo matto Gregori i sintomi di un partito che ha finito la sua parabola. Adolfo Bizet, più tardi, parlandomi di Gregori, come di un paranoico soggetto ai delirii di persecuzione e di grandezza, ha respinto con orrore la teoria dei prognostici. Congetturare sull’avvenire perchè un debole della vita compie un misfatto è da bestioni. Se c’è qualche cosa nell’atto virulento e criminoso del Gregori che gli possa trovare un compagno, non è nella politica, ma nei delitti comuni.

– Voi sapete che Gregori, preso per il colletto da chi lo aveva veduto a far fuoco su Alfredo Dreyfus, è stato di una viltà suprema. Non ha detto, sì, sono io, proprio io, che ho sparato per ingiuriare tutti, per dimostrarvi che la canonizzazione del vostro Zola è un insulto contro un “vecchio esercito” che io rappresento e difendo in questo momento. Per paura di essere fatto a brani dalle moltitudini, egli si è fatto piccino piccino, si è dichiarato innocente come tutti i vigliacchi e i delinquenti. Non è che dopo, consigliato probabilmente dai suoi avvocati, quando la menzogna gli poteva giovare che ha colorito il suo squilibrio mentale con la politica e che ha assunto il posto dell’altruista che si vota alla grandezza della patria. La stessa tattica la trovate in tutti i mostri che hanno lasciato la testa nel paniere del carnefice.

Potrei darvi cento casi che si sono svolti tali e quali come quello del Gregori. Se non ci fossero stati testimoni, vi giuro che il vecchio grinzoso che ha cercato di ammazzare Alfredo Dreyfus per punirlo di non essere una carogna, avrebbe persistito nella sua innocenza. Non c’è delinquente della classe superiore che non dia un la speciale al suo delitto o non lo circondi di un mistero che renda l’autore interessante.

Pranzini, l’assassino di Maria Regnault e di altre due donne, non è andato al patibolo ammirato dalle signore, se non perchè ha saputo fingere di avere avute relazioni femminili in alto e darsi così l’aria del gentiluomo che serba i segreti delle amanti a costo della morte?

Eyraud, prima di sottomettersi alla ghigliottina, non si è rivolto alla folla che assisteva alla sua esecuzione, dicendo del ministro Constans:

– Constans è un assassino! È più assassino di me. Constans!

Perchè? Perchè ai delinquenti piace lasciare alla società che li lancia violentemente nel nulla, del dubbi o dei problemi da sciogliere. Perchè Eyraud, nel momento più tragico della sua esistenza, ha dichiarato che un ministro dello Stato era suo pari? Perchè il briccone sapeva di lasciare fra noi un pensiero tormentoso. Tutti coloro che muoiono sul palco della morte, dicendo che muoiono innocenti, sono i furbi del mondo criminale. Anche se ci sono prove da buttar via, rimangono fra noi come un punto interrogativo.

Gregori per me è un omaccio cattivo. Il suo tentato assassinio è più abbominevole dei delitti di strangolazione della Giovanna Weber. Pure c’è molta gente che lo compassiona e lo assolve e lo crede semplicemente un po’ esaltato. Tante grazie! O politica quanti delitti in tuo nome! Sarà assolto e se un giorno, cosa che non mi auguro, risorgesse dal sepolcro il suo partito o quello ch’egli chiama tale, scommetto, novantanove su cento, che diventerebbe un personaggio della monarchia, di cui si lascia credere idolatra.

– In politica, dissi io, tutto è possibile. – Non mi meraviglierei di vedere spanteonizzato Zola, come sono stati spanteonizzati Mirabeu, Marat e Cromwell.

– La gloria di Zola – mi rispose Bizet con voce solenne – non ha fine. Essa sarà plebiscitaria in tutti i tempi e fra tutte le generazioni.

* * *

Daudet lo ha trasformato in un imbecille!

Bizet alzò il braccio come se avesse voluto schiantarlo in due!

Nessun teatro libero e shakesperiano o verista fino al delirio ottico mi potrà mai far passare attraverso le convulsioni, gli orrori, le tragicità e gli scotimenti che ho subiti assistendo allo svolgimento del dramma Remy, in un atto di poche scene, con tre soli personaggi incaricati di riprodurre con l’esattezza dei particolari la notte sanguinosa del 26 luglio 1908. Non ci sono attori che abbiano un culto per la fedeltà della personificazione e per le concezioni teatrali, che sappiano condensare se stessi nella simulazione, o andare fino al delirio del gesto o prorompere con scrosci di improperii o mandare gridi che sembrino venuti su dalle profondità dell’attore o gettarsi sulla vittima con impeti maggiori e con maggiore ferocia come Giorgio Courtois e Pietro Renard. Essi superano gli Antoine, i Zacconi, gli Irving e tutti gli artisti massimi dei massimi palcoscenici. La penna, sia pure vigorosa, sia pure ricca di vocaboli, sappia pure raggiungere le cime dell’epilettismo intellettuale, abbia pure a sua disposizione una varietà e un’abbondanza di colori per accendere, spegnere, invelenire, intetrare i pensieri degli altri, sarà sempre, sempre impotente a raccogliere le furie e i ruggiti e gli spasimi, e le contrazioni, le scolorazioni, le veemenze, i battiti dell’individuo tramutato dal bisogno o dalla vendetta o dalla morbosità o dagli eccessi tempestosi di follia o dalla delinquenza istintiva, in una belva umana. È uno spettacolo che dà l’allucinazione. Io sono uscito dal teatro Remy con i magistrati, con gli alti e bassi agenti di polizia, con i medici e con tutti gli spettatori indemoniato, incendiato, convulsionato, con gli urli nelle orecchie, con le mani che agivano nei miei occhi, con i corpi che si piegavano e si contorcevano, si abbracciavano e si morsicavano coi bramiti delle fiere nella camera oscura del mio cervello. Il mio amico Adolfo Bizet mi parlava sottobraccio, ma io ero ancora sotto l’azione dei maestri scenici del dramma che aveva avuto uno scioglimento così tragico da farmelo proclamare un capolavoro. Con il sangue che mi pulsava nelle vene, con la tempia dal ritmo rapido e con il doppio movimento delle sistole e delle diastole precipitoso io vedevo sulle pietre del sangue, del sangue sulle scarpe, del sangue sulle mani. Sarah Bernhardt per funebrizzarsi, per abbrunare il suo pensiero e mettere tutta se stessa in una gramaglia, ha dovuto ricorrere all’artificio di popolare la sua camera da letto di quindici o venti teschi, circondati dai ceri accesi in faccia al letto nero come il fluido della seppia, fiancheggiato da un sarcofago coperto di panno che faceva paura ai vivi. Per noi non c’è voluto mise en scène. Senza sforzi mentali, senza preoccupazioni ambientali gli attori del teatro rosso ci hanno mandati a casa tutti pieni di loro, inondati del sangue di colui che nel dramma rappresentava il vinto.

Camminavo come in una nebbia di sangue. Vedevo rosso. Ogni fanale mi si ammucchiava di sangue. Il marciapiede che percorrevamo mi pareva lastricato dello stesso liquido coagulato che mi faceva sentire sotto i piedi il molle dei guazzi. La luce sbattuta sulle muraglie con la veemenza delle proiezioni trepidava come in un incendio continuamente aumentato dai furori delle fiamme eruttive. C’è stato un momento in cui l’illusione mi ha fatto sostare come se i miei piedi stessero per passare l’orlo di un abisso infuocato. Tutti i miei sforzi per uscire dalla zona rossa venivano resi vani dai due personaggi del dramma che mi perseguitavano, ballandomi d’intorno maculati del sangue del loro padrone, col coltello in aria fumante del loro delitto

Prima che io potessi ricompormi e riavere l’imperturbabilità del resocontista esatto e impersonale, ho dovuto abbandonare tutti gli spettatori, compreso il mio amico Bizet, e cercare qualche distrazione al Casino, in mezzo alle orizzontali e alle cocottes di dieci lire.

Tutte le volte che vado in mezzo a loro le mie idee si modificano o passo da un accesso all’altro. M’inteneriscono o m’indignano, le considero vittime delle società e criminali più pericolose di quelle che mandano all’altro mondo con la stricnina o con il curaro. Quando faccio il chirurgo sociale mi domando perchè nessun paese pensa a farle rientrare nella vita normale, a distruggerle, a sopprimerle, a farle magari morire in mare tutte in una volta. Prima perchè è odioso che un popolo conservi questo servaggio bestiale imposto alla donna povera per il godimento degli uomini imperfetti che esistono invece di vivere. Ah, come sono stupidi! Stupidi, perchè infine chi arrischia di lasciarsi insudiciare il sangue per abbracci tariffati non può essere che un deficiente. Poi perchè anche senza fare del filisteismo inglese mi pare sia venuto il tempo di farla finita con le gonnelle in giro che comunicano malattie terribili a pagamento e contribuiscano più d’ogni altra classe a fare o a produrre il criminale. Courtois, di diciassette anni, è una loro creatura come sono state loro creature: Troppmann. Pranzini. Prado. Smagano, di tutto, danno la vertigine, fanno sentire prepotente il bisogno del denaro e senza avere le cosce di neve come Nanà o essere pezzi anatomici di una biondezza pornografica come la Margherita Belanger del cocottismo imperiale, spingono, a loro insaputa magari, al turbine delle passioni mostruose e al delitto. Courtois ha fatto i primi passi nei caffè-concerti. Non faccio della virtù, mi occupo solo dell’ambiente. Senza queste seduzioni, senza le venditrici di carne avariata a tutti i prezzi, senza questi ambienti postribolari forse ci sarebbe un assassino di meno. Non m’importa. Un assassino più o meno non può interessarmi, ma la salute pubblica, si. Una di queste tante inseguitrici di uomini che lo hanno conosciuto in uno dei suoi bagordi mi ha raccontato che Courtois aveva l’abitudine di frequentare un caffè di Montemartre, dove si fa del pederastismo ufficiale, alla presenza del pubblico e dei rappresentanti della legge. I pederasti non rappresenteranno che il trucco, vale a dire non faranno che della pederastia apparente, ma insomma anche i trucchi di atti ignobili, per le persone non ancora corrette e logorate dai vizi, sgretolano e demoliscono l’anima tanto di un adolescente che di un uomo attempato.

– Vedete, mi diceva lei, assomigliava a quel ragazzo imberbe e congestionato che vedete laggiù a battere le mani come un disperato. Le artiste di questi luoghi vanno a cena con un individuo e a casa con un altro. I giovani sono giovani. Loro non sanno di questa vita larvata di fronzoli, di nerofumo, di pomate e di profumi. Courtois era un provinciale che non aveva mai veduto il fantastico della suburra parigina e aveva giuocato alla roulette delle teste perdendo la propria.

– Courtois poi, credetelo, è un predestinato alla morte…

– Come me… e come tutti.

– Sì, ma la vostra cassa dello stomaco non contiene polmoni marci come la sua. È tisico. L’ultima volta che ha dormito con me mi ha fatto pena. Sbatteva sul muro scaracchi di sangue che vi rimanevano appiccicati.. Se non lo ghigliottinano presto finisce consumato…

C’è voluta tutta la mia tenacia giornalistica per rimanere nella anticamera degli uffici del questore ad aspettare che giungesse telefonicamente l’ordine di andare sul luogo. Per paura di perderne l’occasione, mi sono trovato in via degli Orfèvres, quando Hamard dormiva probabilmente della grossa. Sono passate ore e ore. Spero che questo mio supplizio sarà citato dai miei colleghi come esempio di devozione professionale. Per ammazzare, come si suol dire, il tempo, passeggiavo in su e in giù, per il marciapiede, guardando la gente che passava più frettolosa di quella che si alza col sole sul ventre, e negli intervalli curiosavo per i giornali. Se non sapessi che la Francia è nel suo periodo rosso, vale a dire nel periodo che verrà chiamato dei delinquenti, mi crederei in casa di un popolo che non ha voluttà che per i ladroneggi, le speculazioni dolose, le grassazioni e gli assassinii. Il vero rappresentante della Repubblica di questo momento angoscioso dovrebbe essere Mandrin, il terribile bandito che aveva elevato la sua guerra di malfattore a un eufemismo fraseologico che è rimasto e che ha fatto strada fra gli anarchici.

– Io combatto per il diritto di vivere.

Questa mattina occupa tre colonne fitte dei giornali un delitto così atroce che Cartouche avrebbe esitato a compiere. È il nipote della signora Larrieu, direttrice del collegio dello stesso nome in Antony, che si è associato a due giovinastri aspettati dalla forca per accopparla e derubarla e ricompensarla dei denari che le aveva estorti con le buone e con le cattive. Strano a dirsi, Larrieu ha tutte le fattezze del giovane pieno di grazia e di forza. Naso aquilino, lineamenti simpatici e regolari, petto ampio, bocca fresca come quella di una fanciulla, andatura spigliata e mani bianchissime. Larrieu, Quesnel e Mauroy, in America, a quest’ora sarebbero appesi all’albero della giustizia popolare. Non si poteva essere più raffinati nel compimento del misfatto che entrerà coi loro autori nella camera degli orrori di madama Taussaud. Nessuna delle tre donne ridotte al silenzio a colpi di tanaglia era morta alla loro partenza. La zia di Larrieu ha avuto la forza di trascinarsi fino allo studio e aspettare che sorgesse l’aurora per chiedere che il prete accorresse a darle i cosidetti conforti della religione. Le altre due signorine migliorano e gli impiegati dell’ufficio antropometrico sono già sul luogo a rilevare le impronte dei passi per non avere dubbi sulla identità dei piedi dei malviventi. Prima di spirare la disgraziata zia ha consegnata la testa del nipote al carnefice dicendo: è lui, è stato lui!

Ci sono ormai quarantacinque teste che aspettano il voto parlamentare che dovrà mandare in pensione o richiamare in servizio Deibler, il facitore dei capilavori umani. Non c’è giorno senza scariche di ingiurie contro Fallières, che si vale a ogni condanna a morte del suo diritto di grazia. Ma è certo che anche il suo ideale filosofico è moribondo. Garnier il quale stramazza con un colpo di punzone alla nuca, il fattorino di banca andato da lui a riscuotere due cambiali con la valigetta zeppa di biglietti di grosso taglio raccolti lungo il suo giro cambiario, non trova più pietà in casa di questo popolo che vuole godere la vita senza pagare la taglia che vorrebbero imporgli i signori assassini. Per loro non c’è più che il dovere di morire.

L’ordine è giunto e io vedo Adolfo Bizet che spunta calzandosi i guanti neri, come se stesse per andare ad un funerale.

– È la mia abitudine, mi disse stringendomi la mano. Assisto ai rifacimenti delle scene che puzzano di sangue e di cadaveri come a una scena mortuaria. È il rispetto che ho della vita frantumata che mi riempie di tristezza.

Egli mi dice la ragione per cui il giudice Albanel ha voluto protrarre la rappresentazione giudiziaria fino alle ore sei e mezzo di sera. Perchè gli attori rilavorassero il loro delitto nella stessa luce della notte della strage. Strada facendo guardiamo le fotografie dei due assassini. Osservate dopo il fatto non si mette in dubbio che abbiano potuto concepire l’assassinio del loro padrone.

Pietro Renard è il tipo autentico del pederasta. Non c’è femminilità sulla sua faccia. C’è invece come la stratificazione dell’invertito. È una faccia voluminosa, carnosa, con una fronte alta e fuggente sopra archi sopraciliari pelosi. Il suo occhio è come annegato in una velatura languida, come quello dei nevrastenici. Il naso è grosso, piantato bene alla radice, con i muscoli dilatorii quasi alla superficie della pelle spruzzata di bruno. Date le proporzioni mascellari, le labbra sono piuttosto sottili e l’apertura boccale è ampia come l’entrata di un forno. Sull’alto del padiglione delle orecchie manca il tubercolo darwiniano che fa trasalire i psichiatri, ma noto nel cavo auricolare i peli che lo uniscono più di me al nostro grand’avo, il signor gorilla.

Se potessi dimenticare che Pietro Renard, maggiordomo di casa Remy, ha 48 anni, direi che i suoi capelli nerastri e grossolani, bipartiti e rovesciati su se stessi come rialzi, completano la figura del degenerato dai gusti contro natura. È ammogliato. Sua moglie è la cameriera della signora Remy, la quale ha la configurazione facciale del suo maestro di casa. La sola differenza è che sul viso della padrona è della gaiezza e una pelle più chiara. Bizet mi fa notare che i capelli di Pietro sono senza dubbio tinti.

– Perchè quest’uomo che dominava come un signore sulla servitù alle sue dipendenze, benvoluto dalla signora, padre di una figlia di dodici anni e di un figlio di cinque, con un passato che rivela le sue esigenze, perchè il personale di servizio fosse diligente verso i signori; perchè quest’uomo si è perduto e macchiato con un delitto che gli costerà il collo? Il furto non può essere stata la spinta se il maggiordomo non ha toccato un centesimo. C’erano 3000 lire nel cassetto del comodino da notte che il banchiere aveva destinato la sera prima a un’opera di beneficenza e non sono state toccate.

– Va bene. E le duemila lire in danaro e le 50 mila lire in gioielli?

– Renard ha nulla di comune coi ladri. Fino a questo momento egli si proclama innocente e la signora Remy e il valletto di camera, Thomassin, sono della sua opinione. Io credo, ha detto costui, che la giustizia, arrestandolo, abbia commesso un errore. È vero, si diceva così anche di Courtois, e ora Courtois è stato côlto e arrestato al castello di Anel, ai confini estremi della foresta pittoresca e verdeggiante di Compiègne, dove credeva di essersela cavata con un po’ di spavento. Non avrei creduto che avesse così poca intelligenza da tenersi in caccoccia i gioielli del furto, in un luogo dove poteva essere frugato di minuto in minuto. Tanto più che non doveva essere tranquillo. Tutta la servitù si era accorta che egli era diventato melanconico, cupo, nevrastenico, e che il servizio gli era diventato indifferente.

Stavo per dire a Bizet che forse non lo aveva studiato troppo bene, perchè Giorgio, fino agli ultimi momenti ha conservato un sangue freddo che non era di tutti. Quando Renard era già sotto chiave e la polizia gli era intorno come una jena affamata di lui, Courtois ha avuto l’imprudenza di bere al caffè della stazione col giardiniere del castello e di ragionare sull’arresto di Renard.

– Dopo tutto, – diss’egli, – Renard potrebbe essere innocente davvero. In ogni caso se fosse lui l’assassino meriterebbe la ghigliottina. Sembra dai giornali – aggiunse dopo una pausa – che si sia vicini a un grande cambiamento di scena o a un colpo di teatro.

– Era il suo tremito. Egli sapeva bene che il colpo di teatro sarebbe stato la folgore della sua distruzione. Un altro al suo posto o fuggiva con i gioielli o seppelliva il suo tesoro in qualche parte della foresta.

La fotografia di Giorgio Courtois, nato il 15 ottobre 1890 a Besançon, riproduce un groom rispettoso di casa signorile. Colletto in piedi, cravatta bianca, stiffelius a quattro bottoni chiuso, tuba abbrunata, calzoni neri giù a piombo fino agli stivali, dove si stringono con eleganza signorile, guanti fuliggine a due bottoni e un assieme che fa buona impressione. Le irregolarità facciali sono le sporgenze zigomatiche, le orecchie un po’ staccate e le rientrature al centro delle guance come se la dentizione non fosse stata regolare o avesse gli alveoli degli incisivi laterali vuoti. Non ha neppur lui la fronte bassa dei cretini. Nessuna schiacciatura o pressura. Capelli neri, morbidi, pettinati all’inglese, con la scriminatura a destra, verso la regione parietale. Ci siamo soffermati molto sulle mani. Tutti e due abbiamo osservato che le falangi unghiate di Giorgio Courtois hanno una superficie interna convessa, indizio di rapacità. Sua madre è morta poco dopo il parto e c’è qualcuno che attribuisce al figlio un padre di strati superiori.

È fuori di dubbio ch’egli ha assunto direi quasi il posto di sicario di Renard per continuare il romanzo con una ragazza di ventiquattro anni, conosciuta in tutti i luoghi chiassosi della prostituzione. Adele Billet, con della ciccia indosso, con gli occhioni azzurri imbambolati, con i capelli di un biondo lucido come le matasse di seta e con la bocca del colore delle ciliege sanguigne gli aveva dato il capogiro, l’inquietudine, la voglia acre di possederla per sempre.

Correva a lei come un collegiale, ridendo delle sue risa sguaiate, bevendo con lei un bicchiere dopo l’altro come uno stordito, dandole tutto quello che aveva in tasca prima di rincasare. La storia volgare della ragazzotta stata consegnata dai genitori al primo che l’ha voluta a pagamento, l’aveva accesso d’indignazione e commosso fino alle lagrime.

Pur vedendola al mercato con quelle che vivono sulle bestialità e le turpitudini dei maschi egli pensava alla di lei redenzione. Raccoglierla, carezzarla, chiuderla nella zona del benessere e farle dimenticare le giornate negre vissute in famiglia e le giornate orgiastiche passate in mezzo alle donnacce che non avevano più per sostegno che ogni sorta di lordure. Gli occorreva assai più che il suo salario. Tra lui e il suo padrone c’era una differenza di condizione che lo esasperava. Ai Remy gli agi, i comodi, tutto ciò che esigevano nella grandiosità della ricchezza, nella sontuosità dei palazzi. A Giorgio il compito di essere una sveglia, un orologio, con in mano il bacile col caffè, al letto dei signori. Il disagio, il rimprovero, la minaccia di essere cacciato alla porta come della spazzatura. Puliva le scarpe, lucidava l’argento, strofinava il cristallo, preparava la tavola, portava gl’intingoli sempre infuriato dalle sue idee di ricuperare la calma portando via dal mercato dei naufragi femminili la Adele, vittima come lui delle sproporzioni sociali. Prima aveva della venerazione per il vecchio Remy di settantacinque anni che faceva tanta carità senza smettere di lavorare, di attendere ai proprii affari, di giocare in borsa con la spensieratezza dei Lechat e dei Saccard. Conosciuta Adele Billet non poteva più soffrirlo.

Gli pareva sempre di essere in casa di Roberto Macaire che carpiva, rapinava, ladrava, ricattava, svaligiava i gogos, i minchioni, gli sciocchi, gli imbecilli del mercato del denaro. Il lavoro che gli era stato dato come il compagno indivisibile dell’uomo gli diventava uggioso, pesante, intollerabile. All’inferno il lavoro! Un’esistenza di quarant’anni di fatiche e di devozioni non gli avrebbe dato che un posto di maestro di casa come Pietro Renard, vale a dire una livrea meno gallonata, più autoritaria, ma una livrea di piombo, la ditta di un’inferiorità sociale che lo avrebbe lasciato in lotta col biglietto da mille. No, no, bisognava uscire dal cerchio vile del vilissimo servidorame che ingrassava cogli avanzi dei padroni e perdeva la sua fisonomia per non essere che una scopa, un ferro da stirare, uno strofinaccio, un utensile domestico. Fu in uno di quei momenti di esasperazione mentale che Giorgio Courtois disse al maggiordomo ch’egli non poteva continuare la vitaccia del povero cristo di casa Remy.

– O mi fate aumentare o me ne vado.

Pietro Renard, per la boria della sua posizione, non ammise che anche lui, vicino ai cinquanta, non avesse che accidenti sul libretto dei risparmi, pur avendo la moglie che serviva come lui e la figlia che stava per diventare come la madre. Ma fu impressionato che un giovane di diciassette anni gli spalancasse un orizzonte che per lui era sempre stato opaco. Sentiva com’era vile e ingrato rimproverando la sua classe per un po’ di polvere sul buffet o della peluria sui bicchieri o delle trascuratezze da niente.

Fino allora aveva fatto l’interesse dei padroni con la truculenza padronale, quasi fosse stato il suo interesse, e ne sentiva rimorso. Egli era ancora a piedi e domani avrebbe potuto trovarsi sul marciapiede, coi disoccupati, coi rifiuti di tutti gli ordigni sociali. Vedeva l’avvenire con brividi ed il passato col dolore di chi non ha saputo approfittarne. Ma la viltà del mestiere che sottrae al servitore l’orgoglio e l’indipendenza personale, non gli ha permesso di fare comunella con chi doveva ubbidirgli.

– Siete incontentabile! diss’egli lasciandolo con le ginocchia in terra, vestito di tela greggia, con la spazzola del pavimento che andava da una parte e dall’altra straccamente a renderlo sdrucciolevole.

Più tardi, quando la sua autorità di maestro di casa Remy stava per sfasciarsi e le parole del padrone che restituisce al lastrico con un benservito pieno di educazione, urlavano per i suoi tubi auricolari e gli facevano scoppiare la tempesta nel cervello, è stato più remissivo con Giorgio. Non aveva tutti i torti.

Era insopportabile il servizio che esigeva tanta puntualità, tante noie, accompagnato dalla diligenza e dall’affezione, per una mercede che umiliava e incatenava alla casa coloro che avevano paura di giorni più brutti. Alla seconda preghiera gli promise che se ne sarebbe occupato, che avrebbe indotto il padrone a essere meno caritatevole cogli estranei e più riconoscente con la gente che si curava della sua salute e della sua igiene personale.

– Non illudetevi, Giorgio. Anche con l’aumento sarete sempre pitocco.

Lui stesso che non conosceva che pochi intervalli di fannullaggine forzata in trentacinque anni di servizio e che aveva veduto più di un padrone e di una padrona morire nei loro letti, si trovava come nei primi giorni della carriera. Se avesse dovuto ricominciare non sarebbe stato tanto stupido. In gioventù non si pensa ai capelli brizzolati, neanche se si ha l’esempio sotto gli occhi, come lui ha avuto quello del proprio padre, morto senza cento lire in serbo.

Il servo che ha poi la disgrazia di avere un’amante è finito. Non può più pensare alla economia. Più ne ha e più ne spende.

– Voi siete troppo giovane per capire questi pasticci della vita a due.

– Io capisco più di quello che credete. Ho anch’io una donna, o meglio voglio averla.

– A 17 anni? Ridicolo!

– E voglio diventare ricco, con o senza il vostro consenso, disse Courtois con le fiamme negli occhi e la determinazione nella voce.

Non si sa che cosa sia passato per l’anima di Pietro Renard, ascoltando il frenetico desiderio di Giorgio, di volerla rompere con la penuria. Si sa solo che alcune sere dopo s’era trovato con lui a bere un grog in cucina, cosa che aveva fatto scalpore fra le persone di servizio per l’antipatia che l’uno aveva per l’altro. A poco a poco sono ricaduti nello stesso argomento e Pietro Renard, senza guardarlo negli occhi, parlando a se stesso, gli ha domandato se avesse avuto ancora nella testa la cattiva idea di andare alla ricchezza.

– Più che mai! rispose soffocando la voce e percotendo con il pugno destro il cavo della mano sinistra.

Vi fu una pausa lunga. Tutti e due avevano ripresa la indifferenza che avevano sempre avuto.

– Giuratelo su questa croce, proruppe Renard, staccandosela dal collo e tirandosela alla superficie. È la croce benedetta che mi ha regalato mia madre. Giurate che siete determinato a diventare ricco e che mi ubbidirete in qualunque cosa, ciecamente, ciecamente!

Giorgio Courtois non ebbe nessuna esitazione. Mise la mano sulla croce e promise di essere cieco, sordo, muto, se si fosse trattato anche di un delitto. Di sicuro egli non voleva che la ricchezza.

Pietro Renard si scaricò di un sospirone come di un affanno, poi guardò in giro inquieto, prendendogli la mano in mano.

– Andate a letto, gli disse sottovoce. Siate pronto. Verrò a trovarvi. Mi seguirete ed eseguirete i miei ordini.

Io e Bizet imboccavamo la via della Pèpinière, calcata di gente che aspettava l’arrivo degli attori che dovevano rappresentare il dramma. Non appena scomparsi dietro la porta arabescata dei Remy, Bizet, che voleva vedere l’accoglienza che avrebbe fatto loro il pubblico, si fermò sui primi gradini dicendomi che ci voleva poco a convincersi che gli assassini o i complici degli assassini dovevano essere cercati in casa.

– State attento, mi diss’egli riaprendone la porta. Per entrare bisogna premere il bottone esterno. O sono passati con la complicità dei portieri o erano in casa. C’è di più. Qui siamo nel vestibolo. Se voi spingete le portine a vetrate che mettono nell’interno, i campanelli elettrici di notte scoppiano simultaneamente in tutte le stanze, con un fragore che dura parecchi minuti. È possibile che gli esecutori del delitto non fossero nel palazzo?

Siamo stati interrotti da un movimento di folla pigiata che si rivolgeva su se stessa con un tramestìo di piedi e una sorda vociferazione di persone che si contendevano i primi posti. Ritornammo di fuori e io guardai l’orologio segnando l’avvenimento sul mio diario. “Mercoledì, ore sei e mezzo”. Le prime automobili hanno scaricato il giudice istruttore, il capo della sicurezza, col sottocapo e il segretario. Poi ho veduto Bertillon, il capo dell’ufficio antropometrica col dottore Vibert. Gli avvocati di Courtois e di Renard e il fotografo ufficiale. I giornalisti, tranne qualche privilegiato, hanno dovuto rimanere sul marciapiede del palazzo Remy. Lo spettacolo è incominciato all’arrivo dell’autotassametro n. 259-57. Si è levato il grido della strage.

– A morte! a morte l’omosessuale!

I guardiani della pace hanno dovuto risospingere gli impeti della moltitudine che voleva disfarsi per travolgere sotto i suoi piedi il delinquente.

– A morte! a morte! a morte, il pederasta!

Il signor Hamard, prima di permettere che si aprisse la portiera del veicolo chiuso, ha dovuto far trasalire il fiume umano con ordini minacciosi e mettere ai fianchi, tra l’uscita della vettura e l’entrata del palazzo, otto ispettori con le schiene preparate a respingere le ondate con una contro spinta.

– A morte l’assassino! Al fiume! all’acqua!

Renard, il maestro di casa, è uscito bianco come la camicia che indossava. Bizet che lo ha conosciuto prima e dopo il delitto, mi ha detto ch’egli era invecchiato di dieci anni. La carne della faccia non era più che un ammasso di pelle sgrassata e rugosa e le occhiaie parevano quelle di un nottambulo che non avesse mai trovato una pietra su cui dormire.

Mentre si facevano sforzi per averlo nelle mani e si domandava la sua testa, egli è uscito con un salto, coprendosi il volto col braccio per sottrarsi alla macchina fotografica e infilando con passi da lupo la porta aperta, dietro la quale erano altri agenti per spingerlo nell’interno senza mai lasciarlo solo.

Tutto era preparato con l’orologio alla mano. Il 259-57 lasciò il posto all’auto 249-87 che racchiudeva Courtois. La stessa voglia di stracciarlo e ridurlo una poltiglia sanguinosa con le mani e coi piedi.

– All’acqua! a morte! A morte il pederasta!

Giorgio Courtois ha avuto paura. Alle grida si trasse indietro. Ma i custodi lo ripresero per le braccia e lo trascinarono fuori, spingendolo fra le due siepi di agenti e incalzandolo coi su! avanti! Indossava un abito bleu scuro con in testa un berretto dello stesso colore. La sua faccia era cadaverica. Mise i piedi sotto il porticato esterrefatto, livido dalla paura di essere fatto a pezzi. Dal suo arrivo alla sua scomparsa non si è gridato che a morte! a morte l’assassino!

La porta d’ingresso è stata chiusa con il fracasso di uno schiaffo sul viso del pubblico e l’esterno e l’interno erano protetti dagli agenti. Renard e Courtois sono stati condotti al terzo piano, dove vennero trattenuti in due stanze separate fino alla fine dei preparativi scenici. Siccome hanno compiuto l’assassinio nudi, così, venuto il momento dell’azione, sono stati obbligati a cavarsi le scarpe e a spogliarsi come per un bagno. Intanto dabbasso si allestiva. Si chiusero ermeticamente le imposte perchè i primi minuti che hanno preceduta la tragedia raggiungessero la fedeltà ambientale anche nella oscurità. Al posto della vittima si mise un ispettore di polizia nella camicia da notte filettata di colore del Remy con in testa la sua berretta di seta finissima a colori policromi dell’ultima notte. L’allestitore srotolò ai piedi del letto il tappeto ingrummato del sangue dell’agente di cambio. Sul tavolo da notte vennero riposti la lampadina elettrica, il tondino, il bicchiere con tre dita di acqua e il giornale di tutti i signori al di là del milione: il Temps, con le pagine che sembrano lenzuoli e le appendici alte come una tuba d’uomo. Poi si fecero distendere i tappeti nei corridoi e per le scale dove erano prima del delitto per assicurarsi se i piedi degli assassini avessero potuto essere uditi dalle persone o da qualche persona di casa.

L’ispettore di polizia in letto è stato truccato da un parrucchiere artista. Faccia vecchia di settantacinque anni, coi capelli bianchi ravviati dietro le orecchie e i baffi finti, candidi come i capelli, che andavano senza interruzione fino alle orecchie, allargandosi alle guance per confondersi con le faldelle incipienti.

Una specie di sorriso bonario dal mento agli occhi: doveva fingere di dormire, con le braccia allungate sotto le coltri.

Eravamo tutti nell’oscurità e l’oscurità incombeva su ciascuno di noi. Il terrore di una rappresentazione che ha la prova generale in un gabinetto del giudice istruttore precede l’alzata del sipario. Si è già in attesa del fosco, dell’orribile, del mostruoso. Tuttavia era come se fossimo alla Morgue, nella sala mortuaria, davanti un’esposizione di cadaveri sfigurati, mutilati, sconciati dalla rabbia e dalle mani di odiosi assassini. Si vedeva il sangue anche dove non c’era. Remy, assente, ci appariva con le sue carni molli, con i suoi occhi che parevano sbarrati per inseguire i nemici della sua vita, con la sua bocca che ci dava l’impressione della sua impotenza e delle sue mani contorte dalla spossatezza di una lotta inutile. La sua disperazione era in noi come uno strazio.

– Aiuto! aiuto!

Dal mio posto di spettatore vedevo le ombre degli allestitori della scena che si prolungavano, che s’inseguivano, che si fondevano sulle pareti per riprodursi altrove con gli stessi movimenti di rincorrersi, abbracciarsi e perdersi le une nelle altre. Erano le ultime disposizioni.

Agli svolti, alle entrate, alle uscite era in agguato un agente per impedire agli attori qualunque tentativo di sottrarsi alla giustizia. Perchè nessuno di loro dovesse essere impacciato nella corsa alla commissione del delitto si sono lasciati completamente liberi, dando l’apparenza di una casa addormentata.

Il suicidio di Courtois e di Renard è stato prevenuto con una distesa di triplici materassi sotto le spalliere, lungo le scale. Il lungo coltello da tavola che accompagna il forchettone era una copia di legno, ammantato di un metallo pieghevole come lo stagno e scintillante come l’acciaio. In mezzo al buio pesto era il signor Albanel, giudice istruttore, nella poltrona di pelle di marocchino che seguiva gli agenti che andavano ai posti segnati sulle cartine topografiche sul suo tavolo e nelle mani del signor Hamard. Il segretario del magistrato scriveva come se fosse stato in mezzo alla luce con la sua penna stilografica, abbozzando l’ambiente nel quale si trovava, come un vero drammaturgo. Atto primo. Salone di lusso, con tappezzeria verdastra a rosoni, con tende alle finestre di stoffa indiana ondeggianti, con le portine in vetri Tiffany, opalini, di un chiaro contenuto. Poltrona, sedia, tavolo di noce olivastra, candelabro al plafond e parecchie candele di ceramica con globi leggeri, diafani, di una tinta leggermente sanguigna.

Giorgio Courtois, Pietro Renard, attori principali.

Agenti, di pubblica sicurezza, ispettori, commissari, questore, persone di giustizia, attori secondari.

Albanel: Hamard, siamo pronti?

Hamard: Prontissimi.

Albanel: Faccia il segnale.

Hamard batté tre volte leggermente il palmo della mano, ma Pietro Renard che doveva uscire nudo dalla stanza attigua per salire a svegliare il valletto ha rifiutato di prestarsi alla rappresentazione. Egli appartiene ai criminali che non confessano mai. Per trascinarlo davanti al giudice ci sono voluti otto uomini. Puntava i piedi, lasciandosi andare di peso e facendo di tutto per rovesciarsi sul tappeto. Giunto al tavolo presidenziale gli agenti hanno dovuto sollevarlo tre volte di peso, calcandolo su se stesso, con ingiunzioni virulente prima di farlo stare in piedi. Pietro Renard rimase testardo. Invitato a dare la ragione della sua cocciutaggine incrociò le braccia e senza alcun riscaldo nella voce rispose:

– Perchè sono innocente.

Intanto che il signor Bertillon faceva vedere le impronte dei piedi e delle mani state raccolte dalla fotografia lungo i tratti percorsi dal creduto assassino, io e Bizet cercavamo sul suo corpo le anomalie fisiche. Ritto, ben piantato, con il vestimento carnoso bianco e morbido delle persone abituate al fagiano, e le ossa dell’apparecchio scheletrico ancora salde. Solo, palpeggiandolo, abbiamo trovato al dorso un tessuto flaccido, esuberante, che si sovrapponeva con tre giri in direzione dei gangli lombari. Discendendo coll’occhio notammo sulle eminenze rotonde, tanto da una parte che dall’altra delle insenature, delle punzecchiature quasi invisibili. Servendosi della lampadina elettrica movibile abbiamo potuto constatare che i globi del mappamondo erano stati punti in tutte le parti e che le punture non dovevano datare che da mesi.

– Avete avuto qualche malattia segreta? – gli domandavamo sottovoce.

– E che vi importa? – ci domandò a sua volta dilatando le cavità orbitali colle mani per farci vedere la pupilla vitrea.

– C’importa!

Non ha voluto dirci altro, ma da uno dei medici presenti alla rappresentazione, abbiamo saputo ch’egli ha avuto una malattia violenta, contagiosa e inguaribile. Pietro Renard è peloso alle gambe, allo stomaco e agli avambracci. La sola anomalia è nei piedi e nelle mani. Ha i piedi piatti, come se il suo calcagno si fosse perduto o consumato a furia di stare in piedi e un dito del sinistro deformato dalla paralisi, La irregolarità delle dita della mano destra è tra il pollice e l’indice. C’è tra l’uno e l’altro la distanza che troviamo in quasi tutti gli assassini che ammazzano a colpi di pugni o a randellate o a coperchiate come la banda Pollet, o a coltellate come Dumollar e Lacenaire.

– Dunque voi persistete a negare di avere preparato il delitto e di avere preso parte all’assassinio di Remy? – lo interrogò di nuovo il giudice.

Tutti gli occhi erano su di lui. Nessuna scolorazione facciale, nessun trasalimento muscolare, nessuna emozione. Egli rispose come uno che non era punto interessato nella tragedia,

– Persisto.

È stato necessario far discendere Giorgio Courtois per mettere l’uno dinnanzi l’altro.

Nudo o vestito il valletto di camera del figlio di Remy è la mela spaccata di Troppman. Ha diciassette anni come lui, la fronte della fiera come lui e come lui ha una forza muscolare che contrasta con la bellezza e la effeminatezza del suo corpo che ci lascia contare le ventiquattro ossa della colonna vertebrale come se la sua pelle fosse diafana. Una mobilità e un’agilità meravigliose in tutte le membra. La dolcezza del viso d’adolescente scompare non appena egli è messo a faccia a faccia col suo compagno di delitto.

– Giorgio Courtois, siete pronto a confermare quello che avete confessato nel mio gabinetto?

– Sissignore, diss’egli un po’ turbato, forse perchè si trovava nudo in mezzo a tanta gente. È lui che mi ha istigato dicendomi che la ricchezza che sognavo era a mia disposizione se l’avessi ubbidito.

– Vi ha detto prima che cosa dovevate fare per raggiungere la ricchezza?

– Nossignore; egli mi diceva: vedrai, vedrai; aspetta ancora alcuni giorni.

– Continuate.

– Alla vigilia delle Pentecoste, 30 maggio, egli mi venne vicino e mi disse: verrò a trovarti stanotte.

Courtois non balbettava più. Le negazioni secche di Renard l’avevano indispettito e reso più determinato a continuare la narrazione.

– E poi?

– E poi, io andai a letto. A mezzanotte Renard è venuto nella mia stanza nudo come è adesso. Alzati! mi disse. Presto, vieni! Dove? gli domandai. Egli mi rispose che non importava il dove, se mi conduceva alla ricchezza.

Ci fu pausa. I presenti sono rimasti increduli. Non era possibile che un giovane arrischiasse la vita senza sapere in che modo.

– Era armato Renard?

– Sissignore, aveva in pugno il trinciante.

– E voi vi siete spaventato?

– Io ero abituato a seguire i suoi ordini senza discuterli. Egli aveva su me un ascendente che non mi so spiegare. Mi disse di togliermi la camicia da notte e seguirlo.

– Che ne dite Renard? gli domandò il giudice.

– Nulla, rispose tranquillamente, Tutto ciò ch’egli ha raccontato è del romanzo. Egli mente, Perchè? Dio mio e lo so io forse? Io non ho avuto per lui che bontà ed ecco come mi ricompensa.

– È vero o non è vero che voi mi avete detto all’indomani del delitto: quando tu hai messo i bicchieri sul tavolo tu hai dovuto senza dubbio lasciarvi le impronte delle dita. Questa trascuratezza ci poteva costare la testa. I bicchieri sono stati lavati e le tracce sono scomparse. Non aver paura. Ora neanche il diavolo saprebbe scoprirci. Smentite anche questo?

Pietro Renard non uscì dalla sua calma.

– Io non discuto con lo spione che mi vuole nel suo sangue, diss’egli con disprezzo.

Discutete con me, disse allora il giudice. Che cosa rispondete?

– Quello che ho sempre risposto. Che Courtois è un mentitore.

– Sei tu che menti! gli ha ribattuto Courtois sul viso, senza levare gli occhi dagli occhi, quasi avesse voluto sfogliarlo come un libro. Sei tu che menti!

Allora il maggiordomo non seppe più contenersi nella freddezza usuale e lo aggredì con un tentativo di prenderlo per la testa e strappargliela. Nell’impeto abbiamo veduto l’uomo e la bestia. Alla concavità dell’arco sopraccigliare la pelle di Renard si corrugò tirando in giù quella della fronte come per infittirne le rughe e rivelarne la collera. Egli ebbe un urlo, l’urlo dell’uomo che si sentiva ferito:

– Mentitore! mentitore!

I due malfattori vennero fatti risalire al terzo piano e poi tutti passammo nelle due stanze, in quella della signora e in quella del signore a studiare la topografia del delitto. Mancava la poltrona dove Remy si svestiva e lasciava gli abiti e il giudice Albanel ordinò che se ne completasse la mise en scène.

Scomparve la luce. Al buio si sarebbero potuti udire i battiti del nostro cuore. Curvi, con la mano a tubo all’orecchio, paurosi di fiatare, aspettavamo il segnale che li facesse ridiscendere. Il segnale è stato fatto ai piedi della scala e giunse a noi come l’eco di una battuta di nocca sul frontone di una tinozza vuota. I gradini e il marmo a ciascun piano erano coperti di un tappeto grosso che attutiva i rumori di coloro che vi passavano.

Senza la nostra tensione auditiva probabilmente non avremmo udito nulla.

Così distinguevamo benissimo i quattro piedi, che ci davano l’impressione di due lupi che scendessero di gradino in gradino con la mollezza dei loro piedi nella mollezza dei tappeti. Il primo che abbiamo veduto passare nel gabinetto di toilette fu Pietro Renard. Il suo corpo nudo rischiarava l’ombra nera nera che doveva rappresentare una delle notti più tenebrose. Ma egli ha rifiutato di scendere con le precauzioni del cambrioleur. Giorgio Courtois è venuto giù con gli ondeggiamenti e le paure della notte del delitto. A rappresentazione finita ci ha detto che gli pareva ancora di essere preceduto dal maggiordomo col coltello che si prolungava sovente fino all’infinito sulla parete opposta della balaustrata. Senza la cooperazione di Renard il valletto ha dovuto impersonare anche il maestro di casa. Egli è entrato passando dalla stanza di madama Remy, si è curvato come per udire la respirazione del padrone, si è proteso col corpo fino al letto per cercare il posto di colpire, ha fatto il segnale che chiamava lui stesso e col pugnale si è precipitato sul vecchio che dormiva trattenendolo sul guanciale con la mano che lo soffocava. Il falso Remy imitava benissimo il defunto, cercando di sciogliersi dai lacci di Renard e di frenarne il braccio che continuava a colpirlo alla testa, al petto, alla gola, riuscendo a raggiungerlo malgrado il sangue che gli usciva dalle ferite, fino al polso della mano stringendogliela disperatamente.

È stato in quel momento che è entrato in scena il domestico. La sua comparsa è stata un fascio di luce che si è gettato su tutta la scena d’orrore. Egli ha trovato Renard e Remy che cercavano di sopraffarsi. Il padrone aveva la bocca aperta, con le labbra frangiate di spuma e di sangue che tentava invano di chiamare al soccorso o di gridare all’assassino. La sua entrata gli ha ringagliardito il braccio. Pareva una tempesta. Menava il coltello a casaccio, tagliando le coltri tutte le volte che il vecchio poteva evitare il colpo, raggiungendolo alle spalle, alle tempia, alle alture craniche, alle mani, al naso, iniziando a ogni colpo zampilli di sangue che qualche volta, quando Remy riusciva sentone, si prolungavano fino ai capelli o alla faccia di Renard. Pareva che la vittima traesse forza dalla implacabilità dell’avversario. Cadeva, soccombeva e si levava di nuovo con più energia, buttandosi sotto per cingerlo ai fianchi e trascinarlo sul letto con lui in una lotta a corpo a corpo. C’è stato un momento in cui il braccio di Renard stava per perdersi e fu allora che il maggiordomo si è volto a me perchè gli prestassi mano.

– Aiutami, dunque!

Courtois uscì dalla pelle, dirò così, di Renard e si rimise nella sua, completando con le parole la parte del maestro di casa.

Al grido di soccorso Courtois prese Remy per il collo, spingendolo con tutte le forze per rovesciarlo abbattuto sul materasso e dar modo a Renard di assestargli il colpo della fine. La vittima con un sentimento d’uomo che non vuol morire riuscì ad addentargli un dito, e costringerlo ad abbandonarlo con il segno della sua rabbia. Ma fu un attimo. Courtois gli fu sopra di nuovo, riafferrandolo per le spalle e immobilizzandolo giù supino con i rivoletti di sangue che gli andavano bisciati per la faccia e negli occhi, rendendogli impossibile ogni tentativo di liberarsi dagli assassini. Il vecchio era ormai spossato. Il suo petto si alzava con fiatate che annunciavano le sue sofferenze e i suoi spasimi. Renard non aveva più conoscenza di quello che faceva. Il suo braccio infuriava sul padrone come quello di un demente. Non aveva più forza, Remy, anche quando pareva in una condizione agonica, disperata, raccoglieva tutto sè stesso e rifaceva il tentativo di sottrarsi ai suoi persecutori. C’è stata una pausa simultanea. I tre attori della tragedia erano esauriti. Sembravano tre mostri. Renard era imbrattato del sangue di Remy sino alla caviglia, fino al ventre, fino al petto, fino alla faccia. Le sue mani erano del macellaio che le aveva sommerse nella gola della bestia scannata. Courtois che si era buttato sul padrone col corpo nel momento di uno sforzo supremo aveva l’aria di un clown che si fosse macchiettato di rosso o cosparso di lacca le eminenze facciali. Non era che la tragicità della scena che impediva di convellere dalle risa. Remy era vinto. Stiracchiandosi con un’ultima fiatata d’angoscia tutti i suoi nervi, ricadde nell’inerzia.

I suoi occhi si rivolsero nelle occhiaie di sangue e poi si irrigidirono.

– Finalmente! disse Renard con un sospirone, tergendosi il sudore della fronte con il braccio, rendendosi così una figura oscena e terribile. Finalmente! è fatto! continuò a dire tremando come se fosse stato sorpreso dai brividi, cercando con le mani di tenere indietro il sangue che tendeva a coagolarsi sulle sue palpebre e lambendosi le labbra come una belva che volesse sbrattarsele. Non era finita. Il morto ha voluto terrorizzarlo un’altra volta. Mentre gli assassini respiravano di soddisfazione per il lavoro compiuto egli deve avere fatto un altro sforzo, perchè Renard e Courtois, voltandosi, lo trovarono boccone. Tutti e due gli furono sopra, calcandolo alla nuca e alle spalle, con spinte convulsionarie, perchè morisse una buona volta. Poi raffreddato e divenuto floscio nelle loro mani, lo rotolorano sul dorso e gli diedero un atteggiamento meno truce, accomodandogli le coltri e facendo scomparire intorno a lui le tracce dei due corpi che si erano arrabbattati con tanto accanimento.

A passi di lupo, l’uno dietro l’altro, entrarono nel gabinetto della toilette e a ondate d’acqua, insaponandosi al tempo stesso, incominciarono a sbarazzarsi dei grumi e delle chiazze di sangue sulla pelle. Si fregavano, si insaponavano, si spazzolavano e rimanevano sotto i soffioni d’acqua, ma ogni volta che andavano allo specchio trovavano pillacchere di sangue un po’ dappertutto. Renard ne aveva persino sul cuoio capelluto, persino sui peli delle ascelle. Courtois, quando credeva di avere finito, asciugandosi si accorgeva che il sangue gli si era ingrumato anche nelle parti invisibili delle coscie. Asciutti si voltarono e si contorsero e si rivoltarono più volte dinanzi gli specchi, percorrendosi reciprocamente con le dita le parti più riposte e poi, tutti e due, stanchi morti, dissero a sè stessi:

– Finalmente! È finita!

Non era finita. Si erano scordati che bisognava allestire il trucco che simulasse il furto.

– Andiamo, disse Renard, nello studio del padrone. I cambrioleurs non se ne vanno mai dalle case senza vuotare qualche bottiglia o senza fare ribotta in cucina. Contentiamoci di una bottiglia e tre bicchieri. Corri al buffet.

Renard, dimenticando che era nudo, ha fatto l’atto di frugarsi in tasca.

– Perdio! ho lasciato le chiavi negli abiti nella mia stanza.

Non c’era nè da indugiare nè da indietreggiare. I particolari non potevano essere trascurati. Gli toccò risalire il piano e ridiscendere fra le ombre che pareva gli crollassero intorno con figure che si facevano e si rifacevano con punte di scherno che lo spaurivano.

Courtois stappò la bottiglia, lasciò sullo scrittoio il cavaturaccioli con il tappo, versò del vino in tutti e tre i bicchieri, vuotandoli quasi fin in fondo per ristorarsi e poi senza accorgersi vi lasciò la salvietta spugnosa sporca del sangue del padrone.

Adolfo Bizet mi fece osservare che le negazioni di Renard non potevano salvarlo dal boia.

– Per la salvietta! diss’io.

– No, per la chiave. Nessuno poteva andare nello studio di Remy tranne che lui. E lui è stato tanto bestia da lasciarla nella toppa e rimanerne senza. O era un complice degli assassini o era assassino lui stesso. Courtois ha distrutto il trucco e la testa di Renard non può sfuggire alla ghigliottina. Deibler, la sua testa è tua.

Terminata la narrazione movimentata di Courtois, il quale pareva non avesse che l’ambizione di essere esatto come l’Olivo nella descrizione del suo uxoricidio, il giudice Albanel fece entrare Pietro Renard, sottoponendolo ad un abbraccio che avrebbe dovuto farlo impallidire. Il falso Remy si precipitò dal suo letto su Renard, sospendendosi al suo collo, mimeggiando tutti i gesti stati fatti dal defunto e cercando di trascinarlo nella lotta a difendersi.

Avvocati, magistrati, testimoni, invitati, agenti di pubblica sicurezza, hanno seguita la scena iniziale dell’omicidio con i colli allungati quasi senza respirazione.

Pietro Renard è rimasto nella colluttazione come un pupazzo che si lasciava piegare e contorcere a volontà del commissario di polizia che rappresentava Remy. L’indifferenza del maestro di casa non poteva essere rappresentata con maggiore disinvoltura. Renard non ha partecipato ad alcun movimento. E quando Albanel, gli domandò che cosa avesse da rispondere, lo accusato, con voce completamente disinteressata a quello che era avvenuto, rispose:

– Nulla, signor magistrato. Courtois mente, Courtois ha mentito.

– È tutto quello che avete da rispondere? gli domandò Courtois ancora ansante delle parti rappresentate. Via!

– Courtois domandò gravemente Albanel, dite la verità. Renard è stato vostro complice nell’assassinare Remy?

– È stato il mio istigatore ed il mio maestro. A me non è mai passato per la mente di ammazzare il padrone.

– Nutrite rancore o siete spinto da vendetta ad accusare Renard? Pensate alla responsabilità morale se accusaste un innocente.

– No, no, lo giuro su quanto ho di più caro. La mia vita è finita a diciasette anni, diss’egli contorcendosi come sotto un’operazione dolorosa. Sarei più che infame se trascinassi un povero padre nella mia catastrofe. Io dico la verità. Io non ho odî, io non ho vendette da compiere.

Poi volto a Renard, coi pugni chiusi dalla disperazione, ebbe accenti che traducevano il ragazzo ritornato in sè stesso.

– Miserabile, miserabile! Sei tu, proprio tu che hai fatto di me, fanciullo, quello che sono… È orribile. Assassino a diciasette anni!

Gli colavano le lagrime,

– Miserabile! Miserabile! Assassino a diciasette anni!

Pietro Renard rimase imperturbabile anche quando il valletto cercò di agguantarlo per il collo come aveva agguantato Remy.

– Mentitore! mentitore! Mentitore!

La rappresentazione era finita e aveva lasciati quasi tutti senza punti interrogativi. La colpevolezza di Renard non lasciava dubbi neanche in Albanel, un magistrato con ventidue anni di esperienza, abituato a trovarsi in cospetto dei più svergognati o inveterati simulatori del mondo criminale. Bizet, documentista, non chiudeva mai gli usci delle sorprese. Le prove provabili sono state smentite. Gli uomini creduti grandi malfattori sono stati trovati innocenti alla morte di qualche accusatore.

– C’è anche il contrario. Voi eravate a Londra con me alla ricerca di Giacomo lo squartatore. Vi ricordate quanti candidati alla cavezza del carnefiche si sono presentati alla polizia, giurando e rigiurando di essere loro i tagliatole delle Gervaise di Whitechapel? Se la Francia facesse i processi a vapore come nel regno al di là della Manica, Remy Couillard, il valletto di casa Steinheil, sarebbe già ghigliottinato. E ora voi vedete che ci sono dei dubbi. Le apparenze contro Pietro Renard sono gravi, ma io non dimentico che Giorgio Courtois è un delinquente nato, come il suo predecessore Troppmann. Dopo il delitto continuava a udire la messa come il vostro Boggia e a conservare in casa la attitudine di un dolente. Renard sarà un abilissimo simulatore, ma Courtois gli dà dei punti. Non è lui che ha saputo far credere, per due secondi, sia pure, che i gioielli e i 400 franchi in tanti pezzi da 10 ch’egli aveva involati nella notte del delitto, li aveva trovati sotto uno sgabello, mentre era in cantina a raccogliere del carbone? C’è l’età. Non c’è alcuno che voglia credere che un giovanotto come Courtois possa trovare in sè la forza e il coraggio per abbattere un vegliardo come l’ex agente di Borsa. C’è il nostro Troppmann che ha fatto scuola. Da solo, senza l’aiuto di un cane, ha uccisa e sepolta tutta una famiglia composta di nove persone.

Le cose più inverosimili accadono nei delitti misteriosi. Il primo medico accorso in via della Pépinière, non ha attribuita la morte di Remy, in letto con quattordici coltellate, alla rottura di un aneurisma? Lo stesso Pietro Renard, con il suo muso di santacchione, non ha potuto far credere a tutte le persone di casa Remy che il padrone era morto di congestione cerebrale?

Se Renard è o verrà considerato colpevole io lo casellerò fra i delinquenti imbecilli. Non è possibile che un uomo che ha saputo preparare l’omicidio con tanta discrezione sia poi stato scimunito abbastanza da associarsi un ragazzaccio che non avrebbe potuto giovargli che per andare più sollecitamente alla ghigliottina! La logica si rifiuta a credere che l’ideatore del delitto abbia lasciato l’oro e i bijoux per un valore totale di cinquanta mila lire a un birichino che si sarebbe dato a spendere con le ragazze fino all’arresto.

– La logica nel delitto…

– È la logica del malandrino, ma c’è, Quando i Goold, coniugi, che hanno fatto a pezzi la mondana Emma Liwey, nel villino di Monte Carlo, in questo agosto, credete che non avessero il loro piano e non avessero messo a posto tutte le pedine per mappeggiare il crimine che dovevano compiere? È stata la logica dei plagiari, ma logica. Il loro squartamento è un plagio esatto come quello di Sardou quando scrisse l’Odette, o Fernanda… Hanno copiato…

– Eyraud e Gabriele Bompard, mi arrischiai a dire per fare dell’erudizione rossa.

– Un accidente! mio caro Baragiola. Se volete trovare il plagio dei Goold dovete andare nell’operazione di spezzettamento e strage del cadavere di Ernestina Beccaro, moglie di Alberto Olivo. Il loro senso morale era cloroformizzato come quello del vostro compatriota. C’era in loro la stessa analgesia. Come Olivo hanno raccolto le viscere della vittima, le hanno impacchettate e buttate nella corrente, senza pensare che si sarebbero fermate intorno alla prima colonna. Come Olivo non aveva pensato che le macchie di sangue avrebbero chiamato gente al water closet, dove le aveva rovesciate.

Come lui, durante lo squartamento, hanno dovuto andare dal coltellinaio a far rifare i fili al loro strumento di dissezione pratica e come lui l’hanno vuotata come si vuotano i polli e insaccata nella valigia, mettendone sugli ossami la testa seviziata e coprendola di un solo giornale.

– A morte! a morte!

– Pederasti!

– Sporcaccioni! gridavano i più indiavolati schiamazzatori fra la calca.

Giunti gli automobili si è aggravata la scena di prima.

Partiti tutti, meno noi che eravamo a piedi, si fecero venire due automobili che dovevano ricondurre i detenuti alla prigione. La gente si ammazzava per essere fra quelli che volevano circondare il veicolo. Ci sono voluti centinaia d’agenti per proteggerli. Il primo a far dare la stura all’indignazione è stato Renard, comparso senza solino, con il bavero dello stiffelius in piedi.

– A morte! a morte! Datelo a noi! Lo sportello era aperto e gl’ispettori sotto il porticato ve lo spinsero dentro con i suoi custodi, facendo il segnale al chauffeur di partire. Ma l’automobile non ha potuto procedere che lentamente, preparandole la via a furia di spallate. Si urlava, si indemoniava, si voleva la giustizia sommaria come in California.

L’automobile di Giorgio Courtois ha aumentato il tumulto. Le folle sfollate e dimezzate si erano riunite di nuovo spingendosi tutte verso il porticato. Pareva un mare morto che andasse via compatto a rovesciare la casa del delitto. Non appena si è spalancata la porta tutte le mani erano in aria, tutte le bocche erano aperte. Lo si voleva nelle mani per stracciarlo e metterlo sotto i piedi.

– A morte! a morte Courtois!

Egli è entrato più morto che vivo. Le sue labbra erano esangui e la sua fronte era bianca come la neve.

– All’acqua! all’acqua Courtois!

Ci son stati tre tentativi di arrestare la vettura e giustiziarlo sul luogo. Lungo l’itinerario, fino alla piccola Roquette, egli fu inseguito dal grido di morte.

– A morte! a morte Courtois!

Poco dopo Adolfo Bizet è venuto a pranzo al mio albergo e tra un piatto e l’altro siamo ricaduti nella conversazione interrotta dalla separazione.

– È così, mio caro Baragiola, mi diceva il mio commensale forbendosi le labbra con il tovagliolo e dicendomi che i piccioni alla crapauline, cotti alla gratella, erano più squisiti delle pernici allo spiedo. La quasi contemporaneità del delitto della via Pépinière e della via Vaugirard ha lasciato credere alla polizia, alla magistratura ed al giornalismo sensazionale che gli autori fossero le stesse persone. Se la Steinheil non si fosse piccata di fare la romanziera copiando Sherlock Holmes, l’assassinio di casa Remy avrebbe avuto in pubblico la risonanza che avrà il primo, avvenuto a otto giorni di distanza, per il mistero delle leviti, delle donne e degli uomini rossi. Perchè il delitto delle due case non differisce che in questo: in una si è adoperato il coltello e nell’altra la funicella. Ma per gli ambientisti come me è un errore confonderli. È un’altra psicologia. L’uno si è sviluppato in un ambiente e l’altro in un altro.

– Dunque voi supponete che i delitti non siano stati portati in casa, ma vi si siano sviluppati.

– Senza dubbio. Renard è stato in tante case prima di arrivare in quella di Remy e non ha mai assassinato alcuno, pur essendo sempre stato un pederasta costituzionale. Astuto, come tutti gli adoratori dell’omosessualità, ha preso moglie come paravento alle sue tendenze anormali.

– Cosa che contrasterebbe ai suoi ignobili gusti se non si sapesse che l’omosessuale lavora di fantasia, e cioè abbraccia la donna e pensa all’uomo. Egli amava alla moda tedesca, come i cavalieri della tavola rotonda presieduta dal principe di Eulenburg. Casa Remy è la casa degli squilibrati. Sono tutti nevropatici.

Le informazioni che ho avute in questi ultimi giorni mi hanno dato la chiave della uccisione. Il padrone era uno speculatore di alti e bassi in Borsa. Coi nervi sempre sottosopra, con una immaginazione turbata continuamente dai guadagni e dalle perdite, passava dalla ipocondria alla gaiezza clamorosa, dalla prodigalità alla stitichezza. Anche quando egli era nel suo palazzo il suo cervello era alla borsa. Sua moglie può però essere considerata una epilettica della famiglia. Bastava un nonnulla o una contraddizione o un momento di indifferenza o un avvenimento qualunque per buttare all’aria il suo cervello e farla andare fuori dai gangheri. I suoi uragani cerebrali erano tempestosi. Il marito si sottraeva alle sue crisi con la fuga. Non vi posso dire se da zitella fosse ricca o povera, ma le sue abitudini sono della lavandaia di lobbia che racconta tutti i suoi interessi alla platea del vicinato. Non c’era segreto di famiglia che non venisse raccontato da lei alla servitù di casa. Alla morte del marito ella ha documentato il suo isterismo. I suoi primi movimenti di disperazione sono stati di gettarsi ora nelle braccia della moglie di Renard e ora nelle braccia di Renard stesso con grida pietose: “O mia Clara, ditemi che non mi abbandonerete. Che farei senza di voi? E voi, mio povero Pietro, come avete dovuto soffrire trovando il signor Remy in quello stato…” Poi, rivolta al dottor Brocq, uno dei tre medici che hanno dichiarato Remy morto di congestione cerebrale, ha detto piangendo: “Pregate il giudice istruttore di non affaticare questo povero Renard. Non gli faccia tante domande. Egli è così sofferente. E poi io rispondo di lui, povero Renard!”

– Io dubito.

– E forse voi dubitate bene. Le vecchie signore che non vogliono ricordarsi di avere passato il capo delle tempeste da venti e più anni e che hanno la mania di credersi incomprese dai mariti, finiscono sempre per cadere nelle braccia dei grooms, dei cocchieri, dei maggiordomi e qualche volta dei propri giardinieri. Nel cuore senile della Remy è forse il movente del delitto. Soppresso il vecchio, la fortuna di Pietro Renard era fatta. Il vizio della inversione e Courtois lo manderanno invece…

Il figlio? È probabilmente un ottimo giovine; mezzo infermo, di scarsa intelligenza, di 37 anni, ma è anche lui suddito dei suoi nervi, vittima delle sue violenze. Sovente egli è il balocco delle sue tempeste. Ha preso moglie, ha dato un calcio al focolare domestico, si è rifugiato in casa del padre e aspetta di essere liberato dal supplizio matrimoniale col divorzio.

Remy, l’agente di cambio, si era tirato in casa la nipote e il nipote. Il secondo non ha neanche bisogno di uno studio psichiatrico. È in Raingo la decadenza di tutti i Remy. C’è in lui squilibrio tra il cervello ed il cuore, tra i nervi ed il sangue. Così le predisposizioni agli attacchi nervosi, l’inversione sessuale doveva scatenarsi in Leone Raingo all’inizio della vita, nel periodo dell’adolescenza, come si è scatenato il tribadismo in Nanà prima di frequentare la famosa tavola delle tribadi della via dei Martiri. In collegio aggrediva i compagni e in casa di Remy si è dato anima e corpo agli amori degli uomini con uno sporcaccione come Pietro Renard, il maggiordomo.

Lo squilibrio del ragazzo è tutto nella imprudenza della lettera stracciata in stanza di Giorgina Laforge, una figlia del selciato che gli ha venduto la sua ora di compagnia per sette franchi e un medaglione d’oro che si è trovato in saccoccia. Nella lettera erano i suoi eccessi pederastici. La signorina ne ha conservati i pezzetti e li ha portati al giudice istruttore.

– È una documentista!, dissi io, versandogli del Chateaux Lafitte.

– Grazie, disse vuotando il calice d’un fiato. Le Laforge mi fanno piacere, perchè senza di loro la vita sociale parrebbe più corretta di quella che è veramente. Io non amo l’ipocrisia. Preferisco sapere se vivo in mezzo agli idioti, agli allucinati, ai folli o a persone sensate che hanno per ideale la gioia di vivere senza le degenerazioni degli anomali. Ma le Laforge che si valgono degli oblii di uno scapestrato per consegnarlo alla berlina sociale se non mi spaventano le evito.

Dalla smorfia di Bizet ho capito che avevo commesso una scortesia. Non tutti sanno ordinare un pranzo. Dopo i piccioni alla gratella egli si è visto portare in tavola le orecchie di vitello au gratin. Scimunito! mi sono dato dello scimunito. Se avessi potuto fare dei segni al gentiluomo che ci serviva a tavola avrei sacrificato volentieri il topazio brasiliano del mio anello al medio.

– Vi domando scusa Bizet, se ho preso un granchio. Garçon, portate la lista.

– Che! Se non avete voluto fare della satira vi assicuro che non potevate farmi servire piatto più squisito.

– In una casa simile, riprese Bizet, Pietro Renard sono diffusori di sconcezze, corruttori infami. Aveva tutte le ipocrisie a sua disposizione. Sapeva tacere anche quando il suo io trepidava di collera, sapeva ingraziarsi i padroni con la sua bella presenza che si curvava rispettosa anche se insolentito, correva alla chiesa alle sei del mattino e qualche volta vi si faceva accompagnare dal servidorame sotto di lui per affiggere l’influenza della sua esistenza corretta. Ma sotto lo strato del maggiordomo modello era il paltoniere ributtante che si adagiava in tutte le immondizie. Prima di ammazzare l’agente di cambio ha avuto la sfrontatezza di rimanere in camera del giovine Raingo e poi di passare in un’altra, alle carezze immonde con Courtois, quando era già nudo, preparato a discendere con la salvietta in mano per tappare la bacca di Remy. Eppure, mi diceva Bizet, con un certo rincrescimento nella voce, una creatura così ignobile, che ha confessato le sue tendenze animalesche può salvarsi dalla mannaia.

– Non credo.

– I giurati possono dubitare della confessione di Courtois. E sapete perchè? A Renard non si è trovato un filo che fosse il risultato del furto, mentre al valletto si sono trovate le gioie, i denari e si è saputo che aveva speso gli altri con le donnacce. Sul corpo di Renard non si è trovato una scalfittura o macchia che lasciasse supporre una collisione violenta fra lui e il suo signore.

– Voi dimenticate, Bizet, che prima che maturassero i sospetti e venisse arrestato, sono passati più di una ventina di giorni, tempo sufficiente per guarire tutte le ammaccature sulla pelle.

– Anche questo può essere vero. Ma nell’istruttoria non è cenno delle sue spellature o delle sue escoriazioni. Ma più che questa mancanza di indizii che potrebbero salvarlo da un verdetto di colpabilità dei giurati c’è la sua ostinazione a dichiararsi innocente. Chi nega, chi persiste a negare nei gravi delitti è già lontano dal boia. I giurati, dubbiosi, assolvono.

– Avete veduto, Bizet, che i due delinquenti sono stati accusati da un giornale di essere dei plagiarii?

– E lo sono. L’assassino nudo è nelle morti bizzarre narrate da Giovanni Richepin. Il pioniere di andare al delitto nudi per evitare le persecuzioni antropometriche, se mi ricordo bene, si chiamava Pietro Laurier, e gli assassinati, marito e moglie, due vecchi ricchi di campagna, erano i signori Berlot. La differenza è che Laurier non era il loro domestico e che all’uscita dalla casa dei derubati, coi sacchi colmi di pezzi da cinque lire, s’è veduto riflesso in uno specchio e senza riflettere che era lui stesso, si gettò sullo specchio squarciandosi la gola e rimanendo nel buco della lastra fino al dissanguamento.

– La vostra opinione è dunque che Pietro Renard…

– Può sfuggire alla vedova del signor Deibler… se la signora Remy non sarà obbligata a confessare il suo amore morale per il maggiordomo.

* * *

Coloro che suppongono che per fare lo scroccone di alto bordo basti essere impostori, interroghino la Humbert, la maliarda degli imbroglioni. Per indurre la gente a svaligiarsi e a impoverirsi con le proprie mani bisogna avere qualità speciali, una faccia grassottella e piena di mansuetudine, un’occhio dolce, un sorriso mite, una parola calda di convinzione che sappia andare fino in fondo al cuore di chi ascolta. È tutta una genialità personale. È la bontà che slaccia le borse dei danarosi che lascierebbero morire di fame il genere umano piuttosto che metter fuori un centesimo.

– E anche la criminalità, aggiunse Adolfo Bizet, accendendo una delle mie sigarette. Credete voi che la tribù che ha nutrito i processi del pretendente al nome e alla fortuna di sir Roger Tichborne non fosse composta di persone rapaci che credevano di impiegare i loro capitali al duecento per cento? L’interesse è in fondo a tutte le azioni umane.

Stamane voi verrete con me alla lussuosa abitazione del più grande e del più audace scroccone del periodo dell’agitazione Steinheil e lui stesso vi dimostrerà che il truffato non è migliore del truffatore. Certo voi avete ragione, quando dite che per farla a uno dei filibustieri moderni dei mercati finanziari e industriali ci vuole più ingegno di quello della Humbert. Direi di più. Direi che è indispensabile un’altra intelligenza. Le buone maniere e le amabilità non adescono gli uomini di affari.

Lesseps ci ha fatto da maestro. Per far uscire dai nascondigli le ricchezze private della borghesia francese ha dovuto trascinare nelle sue speculazioni ladre il governo, anzi il Parlamento, corrompendo ministri, deputati e senatori.

Non si può negarlo. È stato il capolavoro di colui che venne venerato come il grande francese. Ritorno al mio chiodo. Chi è stato più delinquente: lui, i corrotti che si sono prestati alle sue operazioni delittuose o i sottoscrittori affamati di grossi e inauditi dividendi? Ai tempi della catastrofe, continuava a dirmi Bizet, mentre eravamo avviati al celebre palazzo di Scribe, il pioniere dell’industrialismo teatrale, ai tempi della catastrofe si è urlato contro il Lesseps per la povera gente rimasta senza i risparmi. Siamo giusti. Il loro caso era più pietoso, ma la loro delinquenza non era minore di quella degli altri. Senza la bandiera della ricchezza a ufo, fatta su senza fatica, non avrebbero concorso a far impazzire artitrizzato il Lesseps.

Ecco, mi disse allo svolto della nostra vettura, col dito puntato verso la torre Eiffel che torreggia su tutti gli edifici cittadini, ecco: è il monumento della imbecillità francese al tempo dei panamisti. Tutta quella insolenza spinta sul cielo è il riassunto bestiale della Franca panamizzata. Quell’altura è il simbolo del nostro fango. Con la sua elevazione è caduta una società intera. Il denaro, la gola per il denaro, la frenesia per le ricchezze, l’isterismo per il lusso e l’ansietà di giungere prima alla gozzoviglia, sono passate sul paese come una pestilenza, come un morbo, come una malattia contagiosa, come un colera.

La torre Eiffel, uscita dal cervello di uno dei più svergognati panamisti, è il monumento dei nomi dei caduti, nell’arena degli arrivisti. I fondi segreti della compagnia hanno gualcito, tutti, inghiottite le più belle riputazioni politiche, giornalistiche, bancarie. Tutti scrocconi. Ferdinando Lesseps, Eiffel, Reinach, Baïhaut, Freycinet, Floquet, e tanti altri immortali sulla lista di Arton, sono precipitati in frantumi.

Torre Eiffel che hai truffato da sola trentatre milioni di franchi, che tu sia maledetta! Tu rappresenti la nostra sventura, la decadenza di un popolo, l’ingordigia monetaria di tutta una nazione uscita dalle viscere della più grande e gloriosa rivoluzione che ha creduto, colla tagliateste, di togliere dalla società, i bricconi. No, c’è la eredità che pensa alla loro riproduzione, C’erano, ci sono, ci resteranno. Questa è la ragione della immortalità delle polizie. Il sangue sociale è impurificabile.

– Voi volete dire fino a quando la terapeutica sociale non avrà trovato il rimedio curativo.

– Senza quest’ultima speranza noi non avremo più che la disperazione per compagna.

Non avevo mai udito Bizet sboccare le sue turbolenze mentali con tanta acredine. Pareva vi avesse perduto il suo capitale. Nei mangeurs della Panama, rappresentati dalla odiosa Eiffel, egli vedeva il crollo morale di tutta la nazione.

– Questa è la ragione, riprese il direttore dell’agenzia dei detectives, perchè io non ho mai rifiutato il mio auto ai giocolieri della finanza. Il barone Reinach, l’uomo cresciuto alla scuola dei grandi banchieri, è divenuto il modello di tutti gli affaristi. Voi avete udito, senza dubbio, parlare di Enrico Lemoine.

– Il fabbricatore di brillanti artificiali?

– Per l’appunto. Voi mi aiuterete a farlo fuggire. Egli è indegno del carcere, e di questa opinione è lo stesso giudice Poittevin che lo ha rimesso al largo con la miserabile cauzione di quindici mila lire, sette delle quali sono state trattenute per le spese d’istruttoria. Che caro giudice! Non si può essere più ingenuo! Egli era ed è forse ancora un suo ammiratore. Durante la sua detenzione non c’è stato giorno ch’egli non lo abbia fatto chiamare nel suo gabinetto per dargli modo di prendere una boccata d’aria e di passare qualche mezz’ora a consolarsi con la moglie. Sono riguardi che non toccano a tutti i signori del mondo criminale.

– Stop! gridò al chauffeur, mettendo fuori il bastoncino di bambù, come se fossimo stati in un cab della perfida Albione.

– Monsieur Lemoine, disse Bizet, passando dalla portineria.

– Non c’è, non c’è! Signori, signori! disse ella correndoci dietro, il signor Lemoine non riceve più giornalisti. Li supplica di non disturbarlo. Egli non ha più nulla da raccontare.

– Noi non siamo giornalisti. Siamo aspettati, rispose con voce che non ammetteva discussione.

Entrammo. Eravamo nel tempio del comfort. Siamo stati ammessi da un servitore in livrea azzurra dai grandi bottoni d’argento che ci tolse dalle mani le tube e i bastoncini, dicendoci che il signore era nel salotto ad attenderci. Ho sentito subito di essere in casa di un grand’uomo o di un uomo che non assomiglia a tutti gli altri. C’era troppa sapienza nell’addobbo per non considerarlo un superuomo della vita. I colori del mobiglio, dei tappeti, dei vetri, delle pareti di ogni stanza che passavamo per giungere al salotto di ricevimento erano la fusione di un artista.

Si alzò dalla poltrona in cui stava forse leggendo la moltitudine dei giornali sul tappeto aranciato, tese la destra a Bizet e mi salutò con un cenno della testa.

– You will pardon me, my lord (mi perdonate, non è vero, mio lord?) disse Lemoine al signore seduto.

– Certainly, rispose alzandosi e scomparendo dietro le portine vetrate con un inchino.

– Lord Armstrong, I suppose… (Lord Armstrong, suppongo…), disse con bonarietà Bizet,

– Lord Armstrong.

Non è che più tardi che ho saputo la ragione della intimità dello scroccone di alto bordo con il più potente fabbricatore di cannoni per le stragi umane. Io, seduto sul puff, ascoltavo il dialogo e studiavo il principe dei puffisti. Alto, alto, direi 1 metro e 84, spalle larghe, dorso leggermente inclinato, ampie orecchie, fronte fuggente, naso arcuato, a base orizzontale, grande sporgenza, capelli castani, barba di un rosso scuro, porro dietro la narice destra, altro piccolo porro più in sù, rasente il naso, in linea retta verso l’occhio.

– Voi non avete più che due ore per truccarvi, caro Lemoine, se desiderate prendere il volo. Rimanendo, fra due giorni voi dovreste consegnare al giudice Poittevin la prova che voi sapete fabbricare diamanti artificiali identici a quelli che estrae dalle miniere la compagnia di Beers. Se voi guardate il calendario oggi siamo al 15 giugno.

Lemoine, accendendo un avana e offrendone la cassetta a noi per servircene, pareva in cerca di una determinazione. Vado? Non vado? Le abitudini alle dolcezze della vita gli facevano respingere con orrore l’esilio seminato di tribolazioni. E poi? Che risata convulsionaria susciterebbe la sua fuga, dopo aver proclamato in faccia all’Europa che il 17 giugno, alle cinque del pomeriggio, egli si sarebbe presentato nel gabinetto dell’ottimo Poittevin con il diamante di sua fabbricazione, identico al diamante delle viscere della terra della compagnia Beers!

– Farò ridere alle mie spalle, caro Bizet, aggiunse Enrico Lemoine, battendo il pugno della sua larga e lunga mano sulla coscia.

– E alle cinque pomeridiane del 17 giugno non riderà lo stesso l’Europa quando saprà che avete portato al giudice le solite chiacchere? La scusa c’è anche per voi. Se voi avete levato di tasca qualche milione a sir Giulio Wernher, direttore della compagnia di Beers, con la promessa che avreste prodotto il diamante artificiale, un trucco che dura da secoli, potete dichiarare che lui pure, sir Giulio, era preparato a levarne di più dalle tasche dei compratori imbrogliandoli con una falsa dichiarazione, dando loro un minerale falso per vero. Gli scrupoli sono inutili. Voi l’avete fatta a lui e lui l’avrebbe fatta al pubblico. L’uno è di fronte all’altro sullo stesso livello. Wernher è uccello di bosco, imitatelo. La vostra morale non è al disotto della sua. Che ne dite, Baragiola? – mi domandò volgendosi un po’ dalla mia parte.

– Che avete ragione. Se è vero, come ha detto il signor Lemoine, che la compagnia diamantistica fra due o tre anni sarà a secco di diamanti e che sir Giulio Wernher, coll’allodola del diamante artificiale ha potuto far salire le azioni e vendere le sue con punti di guadagno, lo speculatore inglese ha fatto una operazione che io chiamerei chirurgica, come la vostra dissi volto a Lemoine. Come tutti i direttori di istituti bancarî e industriali egli ha fatto distribuire dividendi fittizî che fanno andare in giubilo i gogos e poi?

– Ha dichiarato che io l’ho ingannato.

– Diciamo la verità tutta intera. Wernher non vi avrebbe denunciato se i gogos e gli azionisti non fossero troppo tempestosi. Guai a dar loro delle disillusioni. Mi ricordo del giorno in cui sono andato alla banca Macè e C. 12, via Cadet. Era un istituto benedetto da sua santità Leone XIII. Si trattava di un krak di venti milioni. Non c’è stata religione che abbia potuto ammansare i gogos.

Era una banca che aveva nel suo paretaio il modo di arricchire rapidamente i depositanti senza rischio alcuno. In mezzo agli usceri io mi sono permesso di dire a tutti gli sbracioni che bisognava essere ingenui a portare il proprio denaro a una banca che offriva il dodici per cento di interesse. Mi volevano mangiare. Se non fossi stato un funzionario pubblico avrei gridato che erano più filibustieri di Macè in fuga. Tutti scappano, mio caro. Se Lesseps se la fosse data a gambe, nè lui nè i suoi complici che hanno subìta la vergogna di un processo non sarebbero ora nel disgustoso edificio delle piovre nazionali.

– E allora, disse Lemoine, buttando il mozzicone del sigaro sul piattello d’argento, non ho più che la fuga. Sia! aggiunse alzandosi e sottoponendosi alla truccatura. Si dirà….

– Lasciate dire! rispose Bizet, aprendo la valigia che racchiudeva il necessario per la mia e per la sua truccatura. La barba bisogna sacrificarla. Di fuori ci sono già gli agenti che il signor Hamard vi ha messo alle calcagna. Se si dirà che siete un attore, un attore di genio. Non si tiene testa agli uragani della opinione pubblica senza avere una certa genialità a propria disposizione.

Rasata la faccia gli appiccicò due favoriti biondi da farlo scambiare per il giudice istruttore che lo aveva lasciato fuori dalla gabbia credendolo addomesticato. Con la tintura Loubec gli biondeggiò i capelli e i peli al disopra del foro ottico, macchiettandogli di un rosso carne le guance e il mento in un modo che non rimaneva più nulla di Enrico Lemoine.

– Indossate questi abiti, disse Bizet. Vi si scambierà per il direttore di un grande albergo.

– Vi avrei trasformato in un pitoccone se non fosse un personaggio troppo pericoloso. Gli agenti non hanno paura di interrogare e di frugare un vagabondo e un povero diavolo che va per la sua strada. Non è adatto alla vostra funzione. Il cappello a cilindro e le scarpe che scricchiolano faranno buona impressione dovunque giungerete. Il passaporto non è più necessario, ma io ve l’ho preparato se mai vi capitasse l’infortunio di imbattervi in un commissario ai confini o alle dogane troppo zelante. Guardatevi nello specchio e poi ditemi se voi siete capace di riconoscervi. So bene, voi avreste preferito che io vi avessi camuffato da prete. Errore. L’abito ecclesiastico è divenuto comune fra i delinquenti e le persone cercate nel mondo finanziario. È frusto. Ha servito per tutti i dorsi. L’ultimo della vostra classe è stato Cuciniello, un banchiere italiano che è andato a nascondersi negli indumenti del curato in casa di una sua amante. Sapete che sono a Parigi gli amministratori della De Beers con Wernher?

Finito Beragiola di truccarsi, Lemoine domandò la utilità della truccatura del signor Baragiola.

– Senza che vi rappresenti, i limiers vi starebbero alle calcagna e al confine vi arresterebbero con il mandato in saccoccia. Io e il vostro secondo o il falso Lemoine se vi piace, staremo sulla porta a tenere a bada gli agenti segreti che crederanno di avervi nelle mani e voi ve ne andrete per i fatti vostri, dando un addio alla Francia fino a tempi migliori.

La fuga di Enrico Lemoine è costata al povero Le Poittevin il posto di giudice istruttore. Non era neanche supponibile che un magistrato, sia pure buono e giovine come il Le Poittevin, potesse credere alle fandonie di uno scroccone che ha dei precedenti di corte d’assise che si prolungano sino ai quattro anni di prigione. Tuttavia, mi diceva Bizet, dopo che il suo cliente era al sicuro, non si può negare che il colpo di Lemoine è di quelli che si chiamano colpi da maestro. Cavare dalla cassaforte di speculatori matricolati come i signori della De Beer 1,580,725 franchi con un semplice specifico chiuso in una busta depositata all’Union Bank di Londra è cosa che passa la fantasia.

È una busta che rammenta la più stupida ghermellina giuocata ai semplicioni della vita, avidi di guadagni non guadagnati. Non si sa se sia più bestia il truffato o il truffatore. La busta chiusa conteneva una ricetta che avrebbe fatto scorpacciare dalle risa tutti i chimici. Udite. Per fabbricare il diamante diceva il nostro scroccone di alto bordo, basta prendere il carbone di zuccaro, metterlo in un grogiuolo, coprirlo e passare il recipiente in un forno elettrico avviato ad una temperatura di 1600 gradi con una corrente da 15 a 1800 amphères, sotto una tensione di 110 volts. Raggiunta tale temperatura bisogna fare pressione, poggiando forte sul coperchio del crogiuolo. Fatto tutto questo i diamanti sono fatti e bisogna toglierli.

– È un piatto servito caldo alla tavola di Wernher!

– Costoso, un po’ caro, ma che non impedirà a Enrico Lemoine di trovare sul suo cammino altri idioti volonterosi di sottomettersi alla operazione chirurgica subita dal direttore della Beer. È inutile, gli scrocconi di alto bordo hanno fortuna in monarchia e in repubblica. I fripons, i bricconi celebri, sono sovente ammirati o presentati alla ammirazione pubblica. Luigi Filippo non è stato in forse quando si è trattato di stringere la mano al vecchio Vidocq, nel salone della esposizione, in un momento in cui il ladrone di fama universale si era fatto industriale e vendeva ai cittadini le chiavi di sicurezza. Come il presidente della Repubblica è stato lieto di rivedere all’Eliseo quell’altro grande briccone esotico che si chiamava Cornelio Herz. Lemoine non è l’amico intimo di lord Armstrong e lord Armstrong ha forse paura di frequentare la sua casa di via Pigalle, mentre tutta la Francia lo chiamava avventuriero e uno scroccone di alto bordo o della haute pègre?

– Vedete, mi diceva Bizet, come va via svelto e come gli agenti segreti hanno gli occhi chiusi su lui? A me, Lemoine, non l’avrebbe fatta. La vostra presenza mi sarebbe bastata per pensare al trucco. Datemi una sigaretta. Egli se ne va per migliorare la sua ricetta diamantifera e giustificare davanti al pubblico la sua frode,

– Quanto ingegno sprecato!

– Fate anche voi la donnicciola adesso! Per me lo scroccone è un furbo più che un uomo d’ingegno. Credete forse che sia un ingegno? Neanche per sogno. Egli non ha che un diploma. Ha finto di essere stato al Capo di Buona Speranza nelle giornate della guerra coi boeri, a studiare il diamante. Sapete invece dove egli sia stato? In una soffitta, nella soffitta degli eroi, a leggere, indovinate? la Stella del Sud di July Verne. Ecco la sua miniera. È là che ha trovato il materiale che gli ha fruttato una vera fortuna. Ci sono uomini che se si mettono a fare le scarpe la gente nasce senza piedi, come ci sono uomini che se si dicessero capaci di far volare le montagne con uno specifico sarebbero creduti. Lemoine appartiene a quest’ultima categoria. La sua biografia è quella di un refrattario. È nato a Trieste, è venuto in Francia a fare il soldato, riformato per una bronchite si è dato alla ricerca di una carriera e ha finito coll’adattarsi, lui ingegnere! in un posto comune, buono per tutti coloro che non hanno imparato nulla. Si è messo a fare l’agente di pubblicità!

– Non sarebbe un delitto. I più grandi uomini sanno passare per la via crucis di tutti i mestieri disadatti ai loro studi, alle loro tendenze, alle loro aspirazioni. Cito Balzac, cito Rochefort, cito Dumas, padre, cito Vallès.

– Gli ingegni tornano a galla, riescono a farsi largo, finiscono per conquistare con la loro penna quella bestia che si chiama pubblico. I Lemoine vanno in fondo e finiscono criminali. Un romanzo ha potuto avviarlo allo scrocco. Egli non ha fatto che andare sulle pedate del protagonista del libro del celebre scrittore, uno scienziato che ha studiato la fabbricazione dei diamanti nell’America Latina. Sbaglio, egli era già uno scroccone côlto dalla legge. Aveva già sulla coscienza tanti falsi per 25.000 lire e per i quali è stato condannato a 4 anni. È poca cosa, ma abbastanza per rivelare il fondaccio criminoso che è in lui.

– Dite quello che volete, Bizet, ma non è uno stupido colui che riesce a far credere agli specialisti del diamante di saperli fabbricare.

– Trucco! trucco vecchio e stravecchio! Egli aveva l’abilità del giocoliere. La sua esperienza davanti ai truffati è stata nelle maniche. Egli vi nascondeva il diamante bianco che poi lasciava sdrucciolare nel grogiuolo al momento in cui lo scopriva, raffreddato nel secchio dell’acqua. Ormai è saputo da tutti dov’egli comperava i diamanti crudi che gli sono serviti per le sue truffe. Me lo ha detto lui stesso. È vero però che egli ha continuato a dirmi che il suo segreto era infallibile. Non aveva bisogno che del tempo e delle condizioni speciali.

– Il torto mio, mi disse una mattina, è quello di essermi contentato di fare il tentativo con una piccola produzione di diamanti. I miei studii m’avevano dimostrato che aumentando la durata del calore ed elevando la pressione, il diamante ingrossava e diventava vendibile. M’occorreva un forno speciale e dovevo creare crogiuoli che potessero resistere alla elevazione della temperatura e alla grande pressione che mi era indispensabile senza correre il rischio di una esplosione.

Il mio forno è composto di un cilindro in terra refrattaria compressa. Nel cilindro si introducono due elettroidi in modo da chiuderlo con la terra refrattaria. Aggiungo che i miei elettroidi, per essere assolutamente chiusi devono essere avvolti in una foglia di rame, la cui fusione chiude ermeticamente il cilindro, avvolto anch’esso nel carbone chiuso a sua volta in un’armatura di ferro. Come vedete il mio apparechio può resistere a qualsiasi pressione. Il crogiuolo è pure un cilindro fuso, chiuso nelle foglie di piombo. È in esso che io introduco la limatura di ferro, il carbone di zucchero e il mercurio. Fatto tutto questo, faccio il resto, chiudo in modo da evitare che il diamante s’impiombi. Una volta che il cilindro è nel forno, il piombo si liquefà, la dilatazione del mercurio dà la pressione, riunendo così, pressione, temperatura e dissolventi, e io ottengo senza fatica, dei cristalli. Sono i residui di questa preparazione che, sotto forma di polvere nera, mi permettono di ottenere del diamante.

– Ciarlatano! gridai mentalmente, quando mi raccomandava di non divulgare il suo segreto, se fosse morto. Ciarlatano!

– Eppure quell’uomo ritornerà in Francia.

– Ne sono sicuro. Egli ha posato da eroe e preferirà la galera alla rinomanza di scroccone. E poi, mi disse Bizet, prendendomi sotto braccio e avviandosi alla carrozza che passava, quell’uomo è innamorato di sua moglie ricca che lo ha ripudiato e ne aspetta il divorzio. Egli farà di tutto per riabilitarsi ai suoi occhi. Ma la prigione sarà la sua tomba.

* * *

Prima di rifare la tragedia dell’impasse Ronsin, al capezzale della Rescapée, com’è chiamata la superstite della notte dal 30 al 31 maggio 1908, è utile, caro Baragiola, che pennelleggiate con i colori brutali della vostra tavolozza il ménage dei tempi della Repubblica, se volete far capire che il ménage degli Steinheil non era un bubbone slabbrato della specie o un’eccezione in mezzo ai focolari modelli o un angolo della delinquenza coniugale. No, no, ditelo pure, dite che sono io che ve l’ho detto, io, Adolfo Bizet, con vent’anni di servizio poliziesco al mio attivo, con una agenzia di detectives che può dirsi una inchiesta continua sulla vita coniugale francese, dite che il ménage del pittore di quadri storici era il tipo rappresentativo di tutti i ménages della Francia. È il ménage di tutti i giorni, una famiglia che trovate a Parigi, a Bordeaux, a Marsiglia, in tutte le città grandi e piccole del regno, messa assieme dalle stesse convenienze personali, tenuta in piedi dalla stessa ipocrisia, basata sulla stesso egoismo, puntellata dagli stessi interessi, proclamata immortale con la stessa menzogna. Quello del ménage francese è un progresso a rebours, a rovescio. Invece di salire per l’erta delle virtù cittadine, verso la devozione, verso il sacrificio della compatibilità dei caratteri, verso l’affezione eroica, verso il trionfo delle anime legalizzate c’è in tutti i coniugi il gusto della discesa, la voluttà per il fango, la gioia di voltolarsi e perdersi nella infedeltà, nei tradimenti, negli amori portati fino al delirio. Case di scandali, o dei dietro scena scandalosi, sono tutti inferni coniugali, dove mariti e mogli non si rispettano o non si adorano che per la galleria, dove gli affetti creduti santi sono messi sotto i piedi, calpestati, triturati, resi irriconoscibili.

Ah se la servitù avesse l’abitudine del diario, di registrare le bufere, le tempeste, gli uragani che si svolgono, di notte e di giorno, a tavola e in letto, quale raccolta di maledizioni, di ingiurie, di vocaboli sventrati dalla collera, di parole maialesche che gli uni scaraventano alla testa degli altri! Quando mi si dice che i libri di Zola sentono dei cattivi odori della popolazione ch’egli ha portato sulla scena pubblica, rido, esclama Bizet fermandosi e accendendo la sigaretta con la risata convulsionaria. Parola d’onore, rido, soggiunse, mettendo il braccio sotto il mio braccio e dicendomi di tacere, perchè io non potevo sapere le ragioni per cui egli, così carico di vita sociale, non si vuotava o non si lasciava vuotare dagli intervistatori che hanno costretto il pubblico a divenire il più importante contributore del grande quotidiano. Non scriveva! Non scriveva perchè la sua agenzia doveva essere un armadio di ferro chiuso per tutti, come è chiuso per tutti l’armadio d’oro dei Rothschild. Ricco, indipendente, chissà! Per ora si contentava di farmi sapere che s’egli avesse potuto raggiungere la sua idealità economica e mettersi a scrivere la storia della famiglia della borghesia francese, avrebbe incominciato da quella di Thiers, il primo presidente della Repubblica e i cui amori clandestini possono essere appaiati a quelli di Napoleone III, l’uomo più dissoluto della Francia imperiale.

Thiers! Non c’è espiazione per lui. La Comune che gli ha incendiato il palazzo per punirlo di essere stato il più insaziabile sgozzatore di comunardi, non sapeva di compiere un atto di giustizia sociale contro l’essere più depravato, colpevole di avere portato in Repubblica i vizi e le violenze dell’ancien régime. Venga, venga il giorno delle mie memorie documentali e voi vi troverete nel focolare domestico della Francia contemporanea come nella cloaca massima di tutta la lussuria, di tutte le inversioni, di tutte le inverosimiglianze della commedia coniugale.

Félix Faure, l’amante più alto della Steinheil, rappresenta forse più l’impudente facinoroso della morale che la personificazone della corruttela nazionale. Egli circondava la sua immoralità senile di chiasso. Era un esibizionista. Thiers, no. Thiers era il verme solitario dei costumi della famiglia borghese, il roditore segreto delle abitudini della nostra vita intima, lo sgretolatore di tutte le probità, di tutte le rettitudine, di tutte le genialità adamantine del focolare. Il ménage Steinheil è il risultato di una interminabile catena di ménages in cui la donna è tutto e l’uomo è nulla, in cui la donna sovraneggia col diritto dell’adultera che dilaga la casa coniugale di benessere, in cui la donna è la tiranna, il demone, l’anima, il cervello, la morale.

Adolfo Steinheil assomiglia al marito del ménage della Humbert, del ménage della Goold, assassina. Debole, fiacco, che perde terreno ogni giorno, che lascia un po’ di sè stesso in tutte le beghe, pauroso di alzare la voce, di opporsi alla volontà della moglie; che piega davanti al lusso che gli inghiottisce a poco a poco l’orgoglio e la ripugnanza ad adagiarsi nelle mollezze del mantenuto, finiva per dirmi Bizet, buttando via la sigaretta e premendo il bottone dei campanello elettrico del 6 bis, all’impasse Ronsin.

– Leydet, mi disse un po’ distrattamente guardando l’orologio, sarà qui fra qualche minuto. Intanto noi avremo tempo di dare un’occhiata all’ambiente.

Ci aperse, direi sgarbatamente, Marietta Wolf, la cuciniera, invecchiata in casa Steinheil, che i giornali hanno presentata al pubblico come l’anima dannata della signora.

– Vi credevo giornalisti, diss’ella, rasserenandosi e stringendo famigliarmente la mano a Bizet. Entrate.

– C’è il giudice?

– Lo si aspetta.

– E la signora Steinheil?

– È disopra sdraiata, sofferente, con allucinazioni che mi fanno paura. La donna dai capelli rossi che l’ha tenuta in soggezione con il revolver alla tempia è la sua ossessione. La vede e prorompe e si dispera e singhiozza e dice freneticamente:

– Eccola, eccola che viene! Marietta! Marietta!

Se non ci fossa io, caro Bizet, non si arriverebbe a sera. Ho dovuto nascondere il revolver del padrone per evitare un’altra catastrofe.

– Se mi permettete, Marietta, faccio vedere a questo mio amico il rez-de-chaussée.

– Fate come in casa vostra, diss’ella salendo i gradini e scomparendo dall’uscio del primo piano.

La villa di Steinheil è composta di tre piani; il primo nasconde il giardino al dorso. La sala da pranzo a destra, il salone a sinistra pieno zeppo di bibelots preziosi, di quadri dei grandi maestri della pittura francese, compreso qualche Meissonier e qualche caricatura di Gavarni e di Daumier, Nella collezione degli uomini illustri ho veduto due figure spettacolose che mi hanno trattenuto più delle altre: Rothschild e Rochefort. Il primo è rappresentato da un vecchio con in testa lo scettro dei re dell’oro e con le mani scheletriche che stringono avidamente il globo; il secondo è tramutato in un’aquila, con i capelli bianchi sbattuti in aria dalle ventate e col naso adunco che gli dà al viso una rapacità spaventosa.

Qua e là ci sono fiori freschi nei magnifici cristalli come se nulla fosse accaduto.

– In questi due locali, mi diceva Bizet, è passata l’élite della società francese. Tutto ciò che c’è di maiuscolo, di celebrato, di autorevole, di plastico, di ammirevole, di intellettuale è passato da questo vestibolo che pare un coupé. Vedete, mi diss’egli, quella pendola? additandomela con un dito. Non segna più che l’ora del delitto o dell’entrata dei delinquenti. I signori assassini hanno avuto il buon senso di fermare il pendolo sulle dodici ore e dodici minuti.

Passammo dal corridoio che divide la sala da pranzo e prendemmo la scala che conduce ai piani superiori. Non eravamo che ai primi gradini che udimmo le automobili alla porta. Erano Leydet e Hamard coi loro segretari.

Salendo udivamo i piedi in fuga. Nella stanza di madama trovammo alcuni signori intorno al letto della sofferente in adorazione e Remy Couillard, con il suo grembialone verde, a giustacuore che andava sulle punte delle scarpe, cupo, trasognato, con le mani in mano, istupidito della mattinata di ieri.

La signora Steinheil, adagiata nella batista, con il suo superbo volume di capelli biondi abbandonati con civetteria al morbido guanciale frangiato di pizzo antico, con gli occhi neri che nuotavano nel languore, con la camicia così trasparente che pareva rossa delle sue carni, con il collo che usciva dalla quadratura, come il piedestallo vivo di una testa assopita nei desiderii, pareva a me tutta una deliziosa storia d’amore, un’insegna di idee sensuali, un blocco di estasi che non aspettasse che la carezza e il bacio per diventare una passione divoratrice. La terribile scena ch’essa stava per rievocare alla presenza dei magistrati aveva sfiorato il suo viso e lasciato dappertutto una spruzzatura come di pianto che la illegiadriva.

L’entrata dei magistrati e dei segretari ha scomposto il quadro che io stavo intessendo con la navetta del mio pensiero.

– Signora, buon giorno, disse Leydet, andando a stringerle la mano nel guanto di una bianchezza lattiginosa che le andava oltre il gomito a lambire il pizzo floscio della manica.

Madama Steinheil, trattenuta dall’incubo della donna rossa della notte scorsa, non ha risposto che con la svogliatezza degli occhi, lasciandosi premere le dita come morta. C’è voluta Marietta per scuoterla e farla uscire da quella specie di letargo.

– Su, disse la cuoca, aiutandola a sbucare con le forti spalle dalle lenzuola, e circondandogliele con un finissimo cachemire arabescato con gusto francese, su, madama, che c’è il signor giudice istruttore.

Con la voce della convalescente, la povera signora domandò scusa al giudice del suo indugio, allungando sulla coltre di seta cruda a rete, filettata ai margini di un azzurro chiaro, le sue braccia dai possenti abbracci, nascoste nella pelle morbida e bianca come la neve.

Il giudice si curvò come per dire che non valeva la pena di parlarne e poi, usciti i gentiluomini inutili e pronti i segretari, il signor Hamard, capo della sicurezza, misurò la stanza a passi lunghi, con in mano un fascio di cordicelle, e il giudice diede ordine a Couillard di chiudere le imposte come le aveva trovate la mattina della sorpresa. Malgrado la temperatura dell’estate l’ombra ci trasmise nelle ossa il gelo. Nessuno ebbe più movimenti. Si respirava male.

– Madama, domandò il giudice, vi pare che questa sia la oscurità in cui vi trovavate ieri mattina alla entrata del vostro servo?

Madama Steinheil girò i suoi grandi occhi pieni di seduzione, come per raccogliere l’ambiente in una volta, si liberò da un respiro affannoso nato col ricordo spaventoso e pronunciò il monosillabo affermativo direi quasi con l’alito. È stato un sì fioco, di donna che aveva paura di lasciarsi credere ancora viva.

– Couillard, spalancate le finestre e dite come avete trovata la vostra signora.

– Come ho detto ieri, signor giudice, rispose il valletto, con gli occhi smarriti e il volto pallido come se si fosse levato da una sbornia. Io sono disceso, alle sei, a riprendere il servizio come tutte le mattine. Giunto al primo piano mi sono meravigliato di vedere l’uscio della stanza della signorina aperto. È stato un presentimento? Tremai con la testa confusa. Al margine del corridoio m’accorsi che gli usci delle stanze dei miei signori erano socchiusi. In un salto fui nella camera della signora Margherita. C’è voluto tutta la mia prudenza per trattenermi dal gridare. La mia signora era in una condizione da farmi chiudere gli occhi.

– Calma, calma, disse Hamard vedendolo commosso.

– Dite tutto quello che avete veduto, aggiunse Leydet. La signora sa che le inchieste giudiziarie non hanno riguardi per alcuno.

Madama Steinheil, che pareva sempre negli orrori della notte scorsa, ammalata di nervi, spossata dai continui interrogatorî, con la faccia che si era imporporata di sudore, fece segno movendo l’indice della mano destra che era pronta a tutti i supplizi.

– La signora soffriva. Ne udivo l’asma, ne vedevo il petto che si alzava, che si gonfiava… Signori, io devo dir tutto in nome della verità. Ho giurato. Madama Steinheil giaceva così allungata… tutta distesa, nuda, nuda fino alla fossetta della gola, con la camicia arrovesciata sulla testa. Signora, dissi togliendole la camicia dal disopra dei capelli e coprendola per non farla arrossire davanti al suo servitore.

Non ha parlato, la credetti agonizzante. Le sue braccia erano anch’esse uno spettacolo che faceva piangere. Ributtate indietro, con i pugni legati con parecchi giri di cordicella, i cui capi erano attorcigliati ai bastoni traversali del letto. Una vera tortura. I piedini della signora facevano pietà. Gli assassini dovevano essere torsionisti, Glieli avevano legati passando le cordicelline da un dito all’altro, col giro ai malleoli ogni volta, attorcigliandone e aggruppandone le parti estreme alle stesse sbarre del fusto del letto di ferro.

– È vero, signora? le domandò il giudice con la voce molle di emozione.

– Tutto vero, diss’ella con dolcezza accompagnando le parole col movimento dell’indice.

Remy Couillard, in un momento in cui il ricordo di Giorgio Courtois e Pietro Renard che erano sulla piattaforma come assassini del loro padrone, non si sentiva tranquillo. C’erano intorno a lui indizii che lasciavano supporre tutto quello che si voleva. Pochi giorni prima aveva perduto dalla tasca del grembialone la chiave della porta del giardino che conduce al padiglione, vale a dire alla casa degli Steinheil. Dove era andata a finire? Chi ne sapeva qualche cosa? Perchè non l’aveva rintracciata? Erano congetture che sgretolavano il domestico. Le sue abitudini non erano certamente del servitore di una casa rispettabile come quella del pittore.

Di sera, di notte, quando i signori erano in villa, al Vert-Logis, a Bellevue, a un’ora di ferrovia da Parigi, il birichino al buio, apriva la porta al dorso del giardino, introduceva furtivamente una di quelle donne che sono le amanti di tutti e la tratteneva con sè fino all’alba, bevendo magari il cognac dei padroni, senza paura d’appestare l’atmosfera della casa padronale con la lascivia della strada. Chi aveva rivelato il segreto che egli si compiaceva di seppellire nell’angolo più riposto del suo cervello? Marietta Wolf, l’ultimo esempio di virtù domestica, la donna rimasta al mondo per ricordare il tempo in cui le persone di servizio non vivevano che per la felicità dei signori. L’episodietto notturno ha dato una scossa al corpo di madama e ha inumidito gli occhi della bella parigina intorno alla quale morivano di languore i signori attempati. Nel suo turbamento diceva al magistrato che coi servitori d’oggi la casa non era più dei padroni. Il rilassamento religioso aveva abbassato il livello del popolo. Era lei che aveva consigliato il suo povero Adolfo di cambiare le serrature per dormire tranquilli. Ma lui, il povero uomo, era di quelli tagliati all’antica, che non credono mai al male. Lasciava i denari dappertutto, riceveva i modelli in casa, come amici, qualche volta dando loro da bere, senza schifo per quei sudicioni di mangia maccheroni che portavano in Francia coi loro odori di carne cotta sul letamaio, i gusti stomachevoli degli amori degli uomini.

Se avesse potuto riaversi… Non lo sperava. Ella non avrebbe avuto la pace fino alla scoperta delle canaglie. Ah sì viveva per loro. I pochi anni che le rimanevano, sarebbero stati dedicati a frugare e a mettere sossopra la Parigi sottorranea. Perchè non c’era dubbio che dovevano appartenere alla zavorra umana. Bastava udirne il linguaggio. Vocaboli usciti da Santa Pelagia. Mi chiamavano gosse – parola che nel loro gergo vuol dire ragazza.

– Confermate, madama, che gli assassini vi hanno imbavagliata?

– Forse ieri mi sono espressa male. La confusione, lo stordimento, il terrore… Volevo dire che mi hanno tamponata la bocca con la ovatta.

– Ne siete sicura?

– Lo giuro! L’hanno trovata indubbiamente in casa. Lo domandino alla Wolf. Essa ci serve per dividere e impaccare i piatti e i bicchieri quando andiamo a Vert-Logis o altrove. Qui c’è Couillard che può dire come mi ha trovata.

– Con la bocca così tamponata che non poteva più respirare che dal naso. Ha potuto liberarsene quando io le ebbi slegate le mani.

– Parlava?

– Dell’aria! dell’aria! gridava la mia povera padrona.

La deposizione è stata sospesa per qualche minuto. Un agente segreto di Hamard è venuto trafelato a farci sapere ch’egli era ormai sulla pista dei cambrioleurs. In un angolo fuori della stanza di madama, gli ha raccontato che il signor Fritz, mercante di vino della via Vaugirard, al numero 191, sua moglie e sua figlia, due o tre giorni prima del delitto, hanno servito i personaggi descritti dalla signora Steinheil. La rassomiglianza si poteva dire perfetta. La donna era una bella rossa, alta, dai capelli di un rosso dorato, con un mantello ricco di pieghe che le andava giù a piombo fino a alla slungatura della balzana. Uno dei due compagni ch’ella chiamava mon copain (linguaggio gergale del popolo per dire mio compagno) era la fotografia dell’uomo bruno, con la barba bruna signorile, veduto da madama Steinheil nel completo di velluto nero del levita, coi calzoni larghi terminati a campana.

Del terzo nessuno della famiglia del vinaio ha saputo dire l’abito. Di certo è che egli aveva il berretto identico a quello del secondo. L’agente segreto aggiungeva che il passaggio dei cambrioleurs era pure stato notato dalla signora Marjeot, della casa n. 1, del vicolo Mont-Tennerre, vicino alla via Vaugirard, andata alla finestra del terzo piano nella notte del delitto. Le è rimasta l’impressione fantastica negli occhi. La rossa e i tre uomini nelle lunghe levite che avevano in mano le lanterne cieche, avviati tutti assieme verso l’impasse Ronsin, avevano fatto segnali significativi, ma ai quali ella che doveva alzarsi presto non ha dato importanza.

– Bravo! disse Hamard accarezzandosi la barba intiera, tutta infestata di peli banchi del gentiluomo del secolo scorso. Bravo!

Egli si vedeva sulla pista che doveva condurgli la mano ad agguantare i ribaldi del mezzogiorno d’Italia.

A poco a poco, a forza di induzioni, a forza di ragionamenti i due alti magistrati hanno finito per chiarire il mistero della funicella che lasciava insoluto il problema della strangolazione. Come spiegare l’identicità della cordicella al collo del pittore Steinheil con quella trovata nell’armadio a due ante in cucina? Col metodo di Sherlock Holmes. I cambrioleurs non avevano forse preveduto che per incordicellare il corpo voluminoso della “mome” avrebbero dovuto consumarne otto metri, mentre per il collo della Japy, sua madre, ne sono bastati tre.

Venuta la volta del marito hanno dovuto cercare per i cassetti della casa ed ecco come si è spiegato che le cordicelle delle donne erano di qualità diversa da quella che ha strozzato lo Steinheil. Tutto andava bene. Ogni punto interrogativo che usciva dalle deposizioni veniva reciso con la falce della esperienza o con l’acutezza dell’ingegno poliziesco. I due alti magistrati erano un po’ imbarazzati a metter d’accordo i due nonsensi della bocca che aveva gridato: Dell’aria! dell’aria! e della bocca che era stata calcata di bambagia.

La Steinheil, quasi umiliata della interrogazione, ebbe un impeto nel gesto del braccio che fece andar via la punta del cachemire che le salvava il seno dalla rapacità degli occhi. Le pareva una mancanza di riguardo mettere in dubbio la sua dichiarazione.

La sventurata vedova, con una punta d’irritazione nella voce, proruppe in un singhiozzo che avrebbe fatto piangere anche i magistrati, se la loro professione non fosse un argine alle emozioni umane. Passata la pausa del crepacuore, ella si volse a Leydet, con gli occhioni velati di pianto e con la parola che sentiva della sua angoscia, convinse tutti che ella aveva masticato e salivato il cotone come un ruminante, per sei ore di seguito, la durata della sua legatura.

– Quando Couillard è balzato in camera con gli occhi fuori dell’orbita, la mia bocca, o signori, era, su per giù, libera, quantunque ancora tutta impiastricciata di peluzzi e di filamenti. Ho gridato: dell’aria! come ho potuto gridare subito dopo, alla vista di un’altra persona, al limitare: chi viene? respingendolo con l’ostinazione delle braccia.

– È un vicino, mi rispose il domestico, che viene a soccorrerla.

– Ah Dieu merci! io salva e tu pure mio povero Remy!

Non c’era che dire, Ella non poteva essere più chiara. La bambagia si era adagiata su sè stessa, nella salivazione, e nella masticazione aveva perduto il volume, la vôlta palatina era ridiventata libera e la cavità boccale aveva ripresa la sua funzione.

– E voi, dite madama, intervenne Hamard che non poteva trattenere il pensiero del correre sul mercato dei modelli, vi è proprio parso di riconoscere fra i leviti uno che rassomigliasse all’ultimo o al penultimo che ha posato per il vostro illustre marito, quando dipingeva la tela rapitaci dai dollari di un americano?

– Mi pare ancora di averlo sotto gli occhi, rispose la convalescente con la mano tesa, perduta nella sua visione. Amleto, quando rivedeva il genitore, non era più sicuro di me. Potrei riprodurlo con la stessa precisione con cui l’amante di Carlo Dilke ha tracciato per i giurati che non volevano credere ai suoi adulterii, i quadri che popolavano le pareti della stanza dei suoi delitti sessuali: un torso da galleria artistica, una testa affollata di capelli neri come l’ala del corvo, in lotta fra di loro, con le pupille nei grandi occhi che perdevano faville nelle tenebre della notte del mio martirio, una bocca dalle labbra grosse e dai denti che biancheggiavano il buio.

Senz’accorgersi la voce di madama Stheinheil era rientrata nella tonalità della grandezza recitativa.

– Come mi sono svegliata? E chi se ne ricorda? Sono momenti che fanno vivere un secolo, che lasciano rughe nel cuore, che portano via la memoria… Aspettate, io sono pazza. Me ne ricordo. Vivessi mille anni, non potrei dimenticare i visi atroci del mio orribile sogno… A me pare ancora un sogno. Perdonatemi, signori, se mi si rompe il filo della narrazione, perchè ho le idee che si urtano nel mio cervello per riuscire a illuminarvi.

– Signora, voi siete turbata, rispose Leydet, e, se desiderate, possiamo rimandare la continuazione al pomeriggio.

– Avete ragione, sono agitata. Che cosa volete? è come se rivivessi della scena che ho veduta. Abbiate pazienza. Continuando mi risparmiarete di riandare per i miei orrori. Come mi sono svegliata, mi avete domandato? Dormivo, dormivo, come dormono coloro che sono senza rimorsi. Mi pare ancora di sentire la mano pesante sullo stomaco che mi ha scossa e mi ha fatto aprire gli occhi. Fossi morta in quel momento! Io soffocava, io morivo soffocata.

Sudavo. Aprii gli occhi… Nulla. La mia testa era chiusa in un fazzoletto di batista molle di sudore. Mi dibattevo. La mano che mi aveva brutalizzata mi ha strappato il fazzoletto con lo stesso garbo e l’uomo che mi era venuto addosso di peso mi ha detto di non fare la marmotta.

– E voi siete sicura, signora, che i tre uomini indossavano vesti nere dalle maniche larghe come quelle dei leviti?

– Sicurissima!

– I raggi delle Lanterne cieche non vi impedivano di vedere i banditi?

– È una sottigliezza da vero giudice istruttore. Ma la verità è più forte di tutti. I malandrini non erano impalati come le insegne dei vecchi tabaccai, ma si muovevano e con loro la luce che mi permetteva di vedere tra gli sprazzi quello che avveniva.

– Un’altra domanda, signora. Ella ci deve scusare se la giustizia è esigente. Non ha udito gridare nè il marito nè la madre?

– Dormivo. Quando io dormo non sento nulla, come probabilmente non sentiranno nulla lor signori.

– Mi pareva che ieri ci avesse detto di avere udito gridare la signora Japy: Meg! Meg;

– Allora ero sveglia. Che cosa hai, mamma? ho risposto.

– Nulla. L’uomo bruno, alla soglia del salottino, scomparve. Non la uccidete! urlai con tutta la voce. Non la uccidete! Non la uccidete per pietà! Giuratemi che non la uccidete!

– Ebbene?

– L’uomo spaventoso fu subito di ritorno. Il resto lo sanno. I raggi della sua lanterna mi fecero chiudere gli occhi. Mi sentii la camicia sulla mia faccia e delle mani che mi legavano come un salsiccione.

– Quante mani, signora?

– Quattro. Quattro mani che mi passavano sul ventre la corda che mi faceva soffrire orribilmente.

– I quattro malvagi vi hanno pure strappato gli anelli dalle dita, non è vero, signora?

– Guardino! disse loro presentando le mani.

Leydet, che aveva sulle spalle la responsabilità dell’istruzione, non poteva convincersi che quattro persone avessero potuto penetrare in una casa custodita da un gran cane senza averlo fatto abbaiare e senza essersi fatti sentire.

– Da che parte supponete, signora, siano entrati?

– Domandatelo al mio domestico. La porta di ferro del passaggio Ronsin è una porta per modo di dire. Ieri gli agenti della sicurezza pubblica e i giornalisti hanno potuto aprirla, ciascuno con la loro chiave di casa. Una volta entrati nel giardino non c’è più che un urto per trovarsi nel vestibolo. Era di così poca importanza per noi la serratura che qualche volta ci si dimenticava di chiuderla.

– Il cane, come spiegate, signora, che il cane abbia potuto lasciar passare liberamente quattro malviventi….

– In un modo facilissimo. Turco era un molosso inquieto che rovesciava e rovinava tutto quello che incontrava sul suo passaggio. Qualche volta ridevo, qualche volta mi indispettiva. Era puzzolente. Lasciava dappertutto gli odori nauseabondi della sua pelle. Me ne stancai. E proprio in sull’imbrunire del 30 maggio alla vigilia del delitto, ho detto al servitore: Remy, riconducetelo al suo padrone. Le sue zampe avevano quelle unghie a uncino che mi laceravano le vesti tutte le volte che mi saltava addosso per allegria. Assez de Turc.

È entrato in quel momento il medico Acheray a pregare i signori giudici di sospendere per qualche minuto gli interrogatori, perchè la sua malata aveva bisogno di una iniezione di siero di Quinton all’acqua di mare. Dalla tragedia non aveva toccato cibo. Le faceva nausea ogni cosa. Brodo, marsala, ali di pernici, petti di quaglie, coscie di fagiani…

– Un’ultima interrogazione, signora, e abbiamo finito. I medici accorsi hanno trovato sul vostro corpo delle macchie d’inchiostro. Sapreste dirci in che modo e da chi sono state fatte?

– È facile. Loro signori avranno veduto nell’altra stanza un piccolo mobile che serve da scrittoio. Gli assassini lo devono avere frugato, perchè rovesciandone i cassetti hanno lasciato cadere un biglietto da lire cinquanta, dimenticato in terra e capovolto il calamaio. Non si capovolge un calamaio senza sporcarsene le dita. Ecco la ragione delle ditate nerastre sulla mia pelle.

– Dottore, mi consenta un’altra domanda. La signora Japy, vostra madre, è stata trovata col bendaggio alle gambe?

– Mi accuso. Sono stata io. Mia madre era stanca ed addolorata. Si è coricata, le ho fatto delle frizioni, le ho ovattate le gambe, gliele bendai e le diedi il bacio con la felice notte. Confesso che non credevo di essere così sfortunata. Gli assassini si sono serviti della mia ovatta per soffocarne le grida.

– Ho finito, disse Leydet, alzandosi. Mi piacerebbe sapere se era un’abitudine di lasciare socchiusi gli usci delle stanze da letto nella notte.

– Senza dubbio, signor giudice. Fra gente che si vuol bene c’è sempre qualche cosa da dirsi anche quando si è a letto. L’ultima sera il mio povero Adolfo era molto inquieto per la mia salute. Sapeva che avevo avuto dolori acuti di ventre nella giornata e che nella sera ero stata turbata da violente coliche. Così è naturale che mi domandasse come stavo.

– Meg, mi diceva, ti sono passati i dolori? Meg, vuoi che ti faccia un po’ di camomilla o che ti dia qualche goccia di laudano? Il laudano contiene dell’oppio e non posso tollerarlo. Ho preferito un grog. Ero ancora in vestaglia; premetti il bottoncino, pregai Coillard di portarmi il cognac e l’occorrente per il grog e poi lo mandai a letto.

– Siete dunque voi, signora, che li avete serviti a vostra madre e a vostro marito?

– Io, signor giudice, Mia madre non poteva addormentarsi per i bruciori della frizione. Mamma, vuoi un grog caldo? Sì, bambina mia, mi rispose. Se sono stracca, non vado mai a letto senza il bagno. Mi spogliai nel gabinetto, intanto che discendeva l’acqua. Vi sparsi delle essenze per la profumatura della mia pelle e poi avvolta nell’accappatoio ritornai nella mia stanza, mi coricai e diedi la buona notte a tutti e due. Dormi bene, Adolfo. Mamma, riposa bene. E tutte e due quelle povere creature, risposero di fare altrettanto, senza sapere che erano le ultime parole che pronunciavano in questo mondo.

I magistrati coi segretari si ritirarono e lasciarono passare il dottore con la siringa dall’ago avvolto nella bambagia sterilizzata. Leydet e Hamard erano abbastanza soddisfatti delle risposte della vedova. Non aveva avuto esitazioni. A ogni domanda ella aveva aperta la bocca rispondendo con chiarezza, con prontezza, con la franchezza della donna leale che ha ossequio per la verità e per la giustizia. Dalle sue risposte era pure uscito il culto della figlia per la madre e della sposa per lo sposo. Ogni dubbio si dissipava a udire la sua voce che si piegava a tutte le sensazioni e ricomponeva la tragedia con la naturalezza e la inconsapevolezza di un’attrice consumata. Leydet, per eccesso di zelo, non ha voluto discendere la scala della casa tragica senza farsi fare più volte i nodi della strangolazione come per capire fin dove gli avvolgimenti erano riusciti criminosi. Couillard sfaceva i nodi con una disinvoltura che impallidiva il capo della sicurezza.

– Mi sapreste dire, domandò Hamard, intanto che il domestico annodava la funicella perchè quella stata trovata al collo della signora Japy era più sudicia e più consumata di quella stata trovata al collo del vostro padrone?

– È difficile indovinare le ragioni per cui i cambrioleurs hanno adoperata una corda piuttosto che l’altra. Ma se una supposizione può essere utile, direi che la cordicella che ha strangolata la madre della signora è uscita dal cassetto del buffet di cucina. Sente del grassume delle mani di Marietta.

Poi il signor Hamard volle sapere il nome e cognome della venditrice di amoreggiamenti a buon mercato che aveva dormito con lui l’ultima volta.

– Violetta Saccard.

– Un’altra informazione. Voi non dormivate sempre nella soffitta del terzo piano, sopra l’atelier del vostro signore?

– Tutte le volte che i miei padroni si assentavano, il signore mi dava il suo revolver che aveva l’abitudine di tenere nel cassetto del comò da notte, e la signora mi raccomandava di coricarmi sulla dormeuse della veranda quadrangolare che dava sul verde. La dormeuse è vicina al telefono e in caso di sorprese, io avrei potuto telefonare subito alla sezione di Polizia.

– Sapete perchè i signori Steinheil, arrivati sabato con la signora Japy, non sono ritornati alla sera alla loro villa di Bellevue, dove avevano lasciata la signorina Marta con la Marietta Wolff?

– Un po’ erano stracchi, La signora era stata in giro tutto il pomeriggio e non era rincasata che tardi, verso le sette. La signora Japy era un po’ indisposta. Così si sono messe d’accordo di dormire all’impasse Ronsin e di prendere il treno di buon mattino.

– Voi, Remy, stasera dormirete di sopra, nella vostra stanza. È anche troppo che vi rompiate le ossa quando siamo in villa, mi disse la padrona.

– Eravate al servizio degli Steinheil quando il pittore ha esposto dabbasso nel salone al pianterreno, i suoi quadri?

– Sissignore, è stata la sua esposizione. Posso chiamarli i miei giorni di festa. Ho preso molte mance. C’è stato concorso di gente. Parecchi compratori. Il prezzo minimo dei quadri venduti credo sia stato di due mila lire, e il prezzo massimo di dieci.

Leydet e Hamard si sono guardati in faccia più soddisfatti di prima, hanno fatto una curva a chi rimaneva e con la tuba in mano sono discesi parlando tra loro, preceduti da Couillard che aperse loro la porta del vestibolo con un inchino di servitore riverente.

Adolfo Bizet li ha lasciati scendere la scala quasi con disgusto. Gli sembravano al di sotto del compito. Il loro metodo, se meritava un simile nome, era troppo sommario, troppo abborracciato, troppo incurante dell’esperienza di coloro che li hanno preceduti sulla via dei giudici istruttori che studiano gli uomini e le loro passioni nei fatti criminosi. Voi avete veduto e udito. I Leydet e gli Hamard si sono contentati delle narrazioni asmatiche, delle narrazioni piagnucolose, delle narrazioni buone per impietosire gli uditori, ma insufficienti per far nascere i contrasti e dai contrasti le figure che hanno consumato il delitto. La mia opinione è fatta su Leydet e su Hamard. Sono idealisti che sopravvivono alla loro scuola. Buoni per i delinquenti che si presentano pentiti, che hanno la smania della confessione, che si genuflettono implorando misericordia, ma impotenti per i criminali subdoli, chiusi, simulatori, spergiuri o con la fantasia romanzesca di inscenare un dramma assai meglio che un direttore della Commedia francese. Siamo al due giugno, vale a dire sono passate più di quarontott’ore dai due assassinii e nessuno di loro ha studiato e fotografato il teatro in cui si sono compiuti.

Domani sarà troppo tardi, aggiunge Bizet con accento di disperazione, come se l’insuccesso fosse stato di un disonore per tutti coloro che appartenevano, direttamente o indirettamente, alle classi giudiziarie e poliziesche. Loro, i Leydet e gli Hamard, fanno forse dell’arte; qui invece bisogna fare della scienza o se il nome fosse troppo sonoro, dell’empirismo. Non metto in dubbio la buona fede del giudice, come non metto in dubbio l’innocenza di madama Steinheil. Ma qual’è il giudice, per quanto di cervello grossolano, che non avrebbe domandato spiegazione alla vedova di avere detto ieri che gli assassini indossavano lunghe bluse nere, oggi vesti dalle maniche larghe come quelle dei leviti? È stata una trascuratezza imperdonabile, mi diceva Bizet, conducetemi alla stanza del pittore.

– E sapete perchè? Perchè la vedova deve avere saputo questa mattina o ieri sera che è stato commesso un furto di vestiarii dalla guardaroba del vestiarista Guilbert del teatro israelita. Guardate, aggiungeva additandomi il letto del signor Steinheil, siamo al due giugno e nessuno ha pensato a fotografare come fotografo io adesso l’ambiente. Perchè il signor Leydet non ha notato il contrasto tra il disordine della stanza, vale a dire il cassetto del comò da notte vuoto, e l’ordine delle scarpe, delle pantofole lasciate lì al loro posto come se nessuno fosse entrato e come se l’assassinato non fosse stato trascinato o portato nella sala da bagno? Perchè? Perchè non è stato fatto quello che faccio io in questo momento. Se le impronte dei piedi andate di qua e di là per l’appartamento sporchi d’inchiostro, sono indispensabili per il confronto dei piedi di coloro che erano in casa nella notte fatale. Volete che vi dica un’altra dimenticanza più grave, per non dire imperdonabile? Perchè ieri il buon giudice non ha fatto fotografare la coscia di madama Steinheil, prima che sparisse l’impronta digitale di inchiostro rimasta sulla coscia, vicina alla fuga sinuosa, se dessa poteva condurre la giustizia a mettere le mani sul dito che ve l’aveva lasciata?

– Voi mi spaventate, diss’io, col brivido per la schiena. Dubitereste forse…. Matricida! eh, via! Potrei capire l’uxoricida. Si può procombere sul marito in un momento di follia, si può anche odiare il marito e venire alla decisione di buttarlo fuori della propria vita con due tratti di corda, ma la madre…. La madre è il nostro sangue. Ci mette al mondo, ci allatta, ci tira su a baci, e a carezze e allibisce per i nostri malucci.

Bizet non mi diede neanche risposta. Le donne erano isteriche e l’isterismo conduceva a tutto. Le donne più affettuose possono diventare domani le più inique criminali. Mi ha ricordato la Trossarello.

– Ella è un’eroina dei vostri processi celebri. Amava e odiava. Il suo amore si elevava sino alla superstizione come il suo odio si è spinto fino all’assassinio. Non era donna d’impeti. Sapeva imbrigliare le sue tempeste di cuore. Invece di sprofondare il coltello nel petto ch’essa esacrava e idolatrava per punirlo dei tradimenti ha prezzolato la mano, si è servita del sicario, come Giuseppe Luciani, quando ha fatto accoppare Raffaele Sonzogno, il direttore della Capitale, del quale godeva la moglie. La Trossarello è la vostra isterica. Ella è stata ai fianchi del sicario, lo ha spinto con la voce piena di promesse a immergere il coltello ch’ella avea fatto affilare e poi si è curvata sulla faccia del morente per dirgli ch’era lei che lo aveva fatto uccidere! E come vi sono donne furiose, indemoniate dalla vendetta, spronate da un bisogno di frantumare l’idolo di ieri come un busto di gesso, così ci sono donne fredde, che meditano il delitto, che non calcolano le conseguenze e preparano la sconfitta della giustizia con una precisione direi quasi matematica. Queste femmine geniali appartengono di solito alle avvelenatrici. Vi ricordate della signora Lacoste? Ambiziosa, con dei sogni forse come quelli della Steinheil, a ventisei anni ha sposato un vecchio zio di ottantasei per impadronirsi delle sue ricchezze di milionario. È stata più terribile e più romanzesca della Trossarello. Per due anni ella non ha fatto che dedicarsi a lui, ai suoi acciacchi, ai suoi cattivi umori, ai suoi gusti, al suoi capricci senili. Aveva imparato perfino a radergli la barba senza tagli. Alla fine, vedendo che la carcassa era più resistente di quello che aveva supposto si è messa a dosarlo con l’arsenico e in modo che i giurati non hanno saputo condannarla. L’arsenico era stato trovato nel corpo del marito, ma chi glielo aveva fatto trangugiare? Nessuna prova. Io non ho ragione di mettere madama Steinheil fra le avvelenatrici e le assassine, ma sua madre e suo marito non possono essersi lasciati strangolare come due agnelli. O sono stati cloroformizzati o hanno bevuto qualche narcotico. La madre è stata trovata attraverso il letto, con le gambe penzoloni, coi piedi che sfioravano il tappeto. Nessuna ecchimosi, nessuna macchia di sangue, nessun segno di lotta. Dunque? C’erano però neracci alle gambe che lascerebbero supporre la presenza di un veleno. E il marito? È stato trovato in terra, come un grosso rospo, col dorso sulle gambe piegate, senza segni di colluttazione e di difesa personale. È impossibile dite, che due persone si siano lasciate strangolare senza neanche un grido, un gemito, un urlo, senza neanche un po’ di strepito, senza una caduta, senza che piedi degli assassini non si siano fatti sentire da chi dormiva in una stanza vicina? Che cos’è questo? si domandò Bizet, curvandosi e raccogliendo qualche cosa sul tappeto. È un anello. C’è troppa roba dimenticata dai ladri in questa casa!

Nello studietto hanno dimenticato in terra un biglietto da cinquanta e qui un anello! Eh, è un altro mistero! ne hanno tolta la perla e la pietra. Non potevano portarlo via com’era? ci vuole del tempo a cavare i diamanti dai loro incassi e i ladri e gli assassini non hanno tempo nè voglia di fare l’orefice di notte in casa d’altri. Lo consegnerò alla Marietta.

Bizet che ha la buona abitudine di dubitare di tutto e di tutti davanti al delitto, ha voluto fare un altro giro con il kodak in mano, pronto a raccogliere sulla lastra quello che domani può diventare importante. Rientrati nel salottino che separava le due stanze dei coniugi Steinheil egli m’ha fatto capire tutta l’importanza della innovazione di Alfonso Bertillon, il sapiente e ingegnoso organizzatore dell’antropometria giudiziaria che ha messo i signori ladri e i signori assassini nell’alternativa di cambiare sistema o di lasciarsi intrappolare come sorci. La trappola di Bertillon è inesorabile. Chi ha mani e piedi e cammina o s’appoggia si muri o tocca qualche cosa o stringe con le dita un bicchiere, una bottiglia o un oggetto qualunque solido o molle, è côlto. Non scappa più. Se si suppone che l’autore del misfatto sia un delinquente nel casellario allora se ne guardano le fiches, cioè le cartine fotografiche, dove si trovano le loro mani e i loro piedi; se invece è uno della casa o un frequentatore non sospetto lo si sottopone alla fotografia e poi si fanno i confronti e si cercano nelle impressioni digitali e palmari le uguaglianze e le disuguaglianze. Voi vedete il calamaio rovesciato in terra e un guanto da signora sul rovescio della cartella che serve da scrittoio, non è vero?

Nelle mani di Bertillon possono diventare due terribili documenti d’accusa. Le tracce di colui o colei o coloro che li hanno toccati sono fatte visibili con una finissima polvere bianca o nera, secondo il colore dell’oggetto, e raccolte dall’impressione fotografica che vi lascia vedere tutte le strie epidermiche. Nelle fiches giudiziarie il Bertillon per ora non raccoglie dei malviventi misurati che le quattro dita della mano destra, cioè il pollice, l’indice, il medio e l’anulare.

Ma io credo che farà bene a inchiudere anche l’altra mano e perchè vi sono dei mancini, e perchè la sinistra, se è esercitata, è uno strumento di forza e d’appoggio, come quell’altra. La mia impressione in questo salottino è che ci sia troppa mise en scène. È un disordine sospetto o come lo ha chiamato il mio amico Mounier, stato qui prima di me, un po’ troppo artistico. Si direbbe che c’è della ricercatezza. Hamard, diceva Bizet cogli occhi sull’anello scastonato, è più duro del ferro. Si ostina ancora a supporre che i signori della notte scorsa siano volgari malfattori. E perchè avrebbero portato via solo la pietra, il rubino, lo raffiro, lo smeraldo, il diamante o quello che c’era e non l’oro? L’oro di ventiquattro carati come questo non è materia trascurabile per gente che arrischia di andare in galera o alla ghigliottina. Curiosi spazzacase! Non avete notato, Baragiola, che i signori ladri assassini si sono pure dati il lusso di dimenticare nel vassoio di cristallo i tre anelli, pure gemmati e sfaccettati, che la signora aveva l’abitudine di togliersi ogni sera prima di andare a letto? Più studio e più respingo l’idea che tutta questa sia l’opera di quattro apaches o di quattro modelli o di quattro mantenuti o di tre uomini e una donna dai capelli di un rosso sporco come ha detto stamane la signora Steinheil. Bisogna staccarsi da questa idea fissa e cercare fra le altre classi. Potete immaginarvi che i signori ladri-assassini commettessero la buaggine di cacciare la pendoletta artistica e di valore in una cappelliera senza portarla via?

– Non voglio interrompere le vostre preziose osservazioni, Bizet, ma vi pare che una signora come la Steinheil sapesse inventare una narrazione infarcita di parole gergali? Una signora che frequenta l’alta aristocrazia ignora la lingua dei bassi fondi.

– Dovrebbe! Ma io ho conosciuto dame che avrebbero dato dei punti alle donne di Saint-Lazare, il deposito di tutto ciò che c’è di avariato e di puzzolento e di sbracato nel mondo femminile. Poi, disse abbassando la voce, la “cheffesse” di Stato, o la grande Meg, come dice il foglietto che si vende per le strade, è una delle più appassionate lettrici della letteratura giudiziaria che le procura il libraio della via più opulenta di Parigi. Fra le lettrici ella è una modernista. Non c’è delitto d’appendice o libro di poliziotto o romanzo per il gusto del popolo che non sia letto avidamente dalla signora di cui parliamo. È vero, voi avete ragione, non è la sola che si compiaccia della lettura spaventosa. Ci sono anche degli uomini. Napoleone III, quando aveva l’emicrania, leggeva Rocambole. Mi è stato detto da un mio collega morto anni sono, che il signor Roulland, governatore della Banca di Francia, mandava ogni settimana il groom alla libreria E. Dentu, al Palais Royal, a comprare i libri polizieschi. Lo aiutavano, diceva il grande finanziere, non solo a distrarsi, ma a seguire i progressi degli amici del denaro degli altri. La signora Steinheil, per quanto assidua lettrice dei nostri Sherlock Holmes, non si ricorda lì per lì e non raccoglie neanche in una notte simile le parole del linguaggio furbesco, se non ha già una certa conoscenza della lingua del sottosuolo sociale. Io non voglio precedere gli avvenimenti. Ma qui, tutto quello che vedo, mi inquieta. Siamo stati nella camera di madama Steinheil, dove ha dormito l’ultimo sonno sua madre. Ebbene non vi ha detto nulla quel tavolino pieno di bibelots rimasti intatti davanti all’armadio a specchio, dai quali sono stati tolti gli astucci con o senza gioie sparsi per terra vuoti?

– Venite, signor Bizet, venite col vostro amico, gridò Marietta Wolf. Vi ho preparato un thè con tartine che vi farà dimenticare la noia della mattinata. Non so perchè ci sia tanto interesse intorno a un fattaccio, buono appena per l’Oeil de la Police. Presto, aggiunse battendo le mani, venite col vostro amico. Vi tratto alla buona, sapete, in cucina.

– Volontieri, rispose Bizet, con la sua solita bonomia, affrettando il passo e tirandomi dietro per la mano. Aspetto i miei cani, Sanpeur e Terrible, per una escursione nei dominî della plebaglia criminosa. Sapete, cara Marietta, che il vostro thè è delizioso, più buono di quello che bevevo col mio amico Baragiola al National Liberal Club di Londra?

– Ce lo manda un signore inglese, tutti gli anni, alla stessa data, con la stessa quantità.

– Un ex, ma che ha conservato per madama una schietta amicizia. Che mance mi dava quando frequentava la nostra casa! Era forse più generoso di quello che c’è adesso.

– Il signor Borderel, suppongo? le domandò Bizet senz’ansia nella interrogazione.

Marietta Wolf, come se non avesse udito, mi presentò la tazza con una mano e il piatto delle tartine, con l’altra, pregandomi con l’inchino di aggradirle.

– Se non è un segreto, Marietta, la signora è abbonata alla lettura amena?

– Non è una divoratrice di libri come si pensa, perchè la mia padrona si occupa della casa, qualche volta degli intingoli per farmi arrabbiare, spesso è al lavoro di sarta e di modista. Mentre parliamo, ella è in letto che confeziona il suo cappello di crêpe nero, guarnito di bacche dello stesso colore, ricoperto dal lungo velo per il suo pesante lutto. Stasera o domani ella sarà ospite del conte d’Arlong. Se legge? Legge le appendici dei giornali popolari e i delitti celebri della libreria mondiale, che le porta a casa Fanny, la cameriera.

– Fate bene a non rispondermi, Marietta, quando sono indiscreto. In confidenza c’era armonia, c’era amore, c’era affezione, c’era simpatia fra lui e lei?

– Fra marito e moglie, volete dire? A me pareva. Già, sapete che io non ho tempo di scendere nel cuore degli altri per sapere se si vogliono bene o male. Mi pareva. Sono qui da sedici anni e potrò avere veduto degli sgarbi.

Chi ha famiglia, sa che certe scene, certe scenacce sono inevitabili fra marito e moglie. Il mio marito era un fiaccheraio, una pasta di uomo che non doveva morire, ma qualche volta andava in bestia e andava in furia per niente, magari perchè lo facevo aspettare due minuti a mettere in tavola. Tutti così gli uomini! Anche il pittore, che Dio lo abbia in gloria, povero diavolo! Non doveva fare una fine così misera. Se aveva fame e la signora non entrava in tempo pareva un leone in gabbia. Passeggiava in su e in giù, con le mani in tasca, borbottando, dicendo parole screanzate… Gli anni lo hanno domato. A poco a poco; sapete, ci si abitua. La signora ha delle abitudini, lui ne aveva delle altre e uno dei due doveva sottomettersi.

– Naturalmente! Steinheil era un perfetto gentiluomo. Piuttosto che umiliare la moglie, come fanno i mariti del popolo, si morsicava la lingua. Lo si poteva dire un ottimo cristiano.

– Guadagnava molto coi suoi quadri, si dice.

– Era bravo. Coloro che andavano nel suo studio rimanevano a bocca aperta. Io non so di pittura. Per me vale di più la fotografia. Davanti a lei non faccio fatica a riconoscermi. Dico quello che dicevano i suoi ammiratori. Se gli assassini non gli avessero tolto la vita così presto chi sa che cosa sarebbe diventato. Il Dio misericordioso non lo ha permesso.

– Eppure c’è gente che maligna, cara Marietta!

– Maligna! Ormai non c’è più nessuno salvo dalla maldicenza. Il nostro primo amico sparla di noi. Credete che non si dica male anche di voi, signor Bizet?

– Mi dorrebbe se fosse il contrario. Fino a quando c’è vita c’è invidia, c’è odio, c’è vendetta, c’è perversione. Io non posso essere la mosca bianca.

– Non appena fate una confidenza a uno che considerate intimo vi trovate in piazza. Se la moglie contribuisce a mantenere la casa all’onore del mondo si fa tanto di bocca. Pare uno scandalo. Io sono un vecchia senza importanza. Credete voi che mi si lasci stare? Il delitto è ancora caldo, ed ecco che cosa ho ricevuto per la posta:

“Marietta Wolff – Parigi.

“Tu non sei che una… e una… (metteteci voi la parola. Io non ho il coraggio di pronunciarla). Quanto alla Steinheil… anche lei è… e qui un’altra parola oscena) come te. È lei e tu che avete assassinato il marito e la madre; tu sai bene ch’essa doveva farti ricca sposando Borderel: tu sai bene che tu sei ritornata nella notte per darle una mano: siete voialtre due che avete fatto il colpo, così ti denuncio.

“Un testimonio sul quale tu non contavi e che ti perde”.

Sgomentata? Io? E perchè? La mando ai giornali perchè si sappia che io non ho paura, come mando quest’altra che ho ricevuto alla distribuzione delle undici. È gentile la signora “Verità!”Udite:

“Vecchia bandita, tu hai fatto bene il colpo con la tua Arianna; negli angoli più riposti della Francia ti si condanna, e siccome la ghigliottina non avrà la tua testa, sloggia, ma per il bagno. Verità”.

– Sono le vipere della vita! disse Marietta, buttando la lettera sul tavolo con un gesto che sentiva della sua angoscia e del suo disprezzo. C’è gente che si dà la pena di farvi soffrire, che vuole addolorarvi stando appiattata nell’anonimo, che conta sulla vostra disgrazia! Vipere maledette! aggiunse con un colpo di tacco in segno di schiacciamento.

– Non ci badate, Marietta, e datemene un’altra tazza se vi piace. Colpa vostra. È buono e io lo bevo. E voi, Baragiola? Allungate la tazza e imitatemi. Non parliamo di voi, riprese a dire Bizet, guardando la cuciniera con una gamba incavallata sull’altra. Voi siete e superiore a ogni sospetto. Ma chi ci conosce, chi ci vede, chi ci frequenta si fa un giudizio, di quello che abbiamo, di quello che spendiamo. Il lusso se non è in armonia con le nostre rendite fa chiasso, suscita gelosie, invidie, nasce il sottovoce. Ora tutti sanno fare i conti. Mettono una cifra sull’altra e sommano. Chi guadagnava non era che il pittore…

– Lavorava dalla mattina alla sera, povero uomo.

– Non lo metto in dubbio. Ma un treno di casa come questo, con cuoco, domestico, cameriera, donna di grosso, Dick, un cane che mangia più di due operai al giorno, una signora che è paragonata alla Bianca d’Antigny, la modella che ha servito a Zola per la sua Nanà, sciupona e spendacciona come lei. Teatri, bagni, al mare, settimane in villa; alle corse dei cavalli, nei tiri a quattro, i balli bianchi ch’ella dava tutti gli anni, qualche cosa di veramente chic… Capite, tutte queste cose fanno scalpore, e la gente che ha messo una cifra sull’altra per tirare la somma dei vostri guadagni e sa che la vostra rendita è la vostra bellezza, esulta e gode di vedervi sul terreno delle alte grisette della casa coniugale.

– Caro Bizet, invecchiate. Se si dovesse dare spiegazione di tutto a tutti saremmo tutti tristi, tutti immusoniti. Eh via, io sono repubblicana perchè non voglio guardiani al mio dorso. Voglio essere libera di svolgere la mia esistenza e di circolare come mi pare e piace. Diavolo! una vita che mi costringesse ad affiggere il menu della giornata alla porta per paura della maldicenza!

– Voi esagerate ed esagerate bene. Ma prima di giungere alla indipendenza assoluta, vale a dire alla strafottenza di tutto ciò che esiste, ci vorranno parecchi secoli. Bianca d’Antigny, coi suoi capelli color del vin bianco e con le sue carni materiate di bellezza, viveva senza coperte matrimoniali, all’aria aperta, dove ciascuno poteva vedere chi era e come guadagnava. Ma la signora Steinheil è donna di società, frequenta l’Eliseo, passa per i salotti delle persone blasonate e ci tiene alla sua riputazione. È diverso, cara Marietta. O si entra tutta intera nel demi-monde, come Bianca d’Antigny, dove il verbo della lingua parlata è grasso e petulante, o si rimane nei costumi, dove la censura suprema è la maldicenza che fa a pezzi e bocconi i trespassers, i trasgressori. Non è mica per nulla che vi ho domandato se i guadagni del pittore non fossero al disotto delle spese. Perchè di fuori, ci sono migliaia di persone che credono che il budget di casa Steinheil sia sempre stato in disordine. Sarà una diceria, voglio sperarlo, ma c’è. E quando il budget di famiglia è in disordine, cara Marietta, chi lo mette in ordine?

– Chi ha i denari, s’intende: io no, di certo.

– I miei cani? si domandò Bizet guardando l’orologio. Eccoli, ne sento i brontolii.

Bizet, come la polizia parigina sotto la direzione di Hamard, ha una turba di cani polizieschi che gli servono egregiamente per la ricerca dei ladri e dei sanguinari. Una volta sguinzagliati sul terreno del delitto, non c’è poliziotto che li valga. Frugano, fiutano, penetrano, sentono gli spargitori di sangue umano a un chilometro di distanza.

– Signor Bizet, chiamò il loro custode ai piedi dell’entrata.

– Sanpeur! Terrible! abbasso! gridò Bizet impadronendosi dei guinzagli e cercando di agguantare le bestie infuriate e farle cadere a terra a colpi di scudiscio.

Non conoscevano più nessuno. Si piegavano si drizzavano sulle zampe con la bocca tutta bavosa e abbaiavano lottando per la loro liberazione con divincolamenti e violenze che spaventavano.

– Sanpeur! Terrible!

I due cani alti, a quadrettoni, con il muso del bull-dog e con la testa del mastino, coi denti bianchi che traducevano la ferocia, si sono levati, piantando le zampe sul petto di Bizet con un tremendo urto; poi, con uno strappo violento si sottrassero ai guinzagli e con una giravolta e con un salto si lanciarono alla corsa sfrenata con versacci cavernosi che terrorizzavano la casa.

Bizet e il custode dei molossi si precipitarono dietro loro chiamandoli a squarciagola.

– Terrible! Sanpeur! venite qui subito!

Uomini e cani si inseguivano passando da una stanza all’altra senza raggiungersi. Gli uni e gli altri sgolavano un assieme di voci intraducibili. Urlavano, urlavano, indemmoniavano, ruggivano, buttando mani e piedi e code dappertutto.

La stanza da letto della Steinheil in un attimo ha perduto la sua bianchezza di vergine. I panneggiamenti chiari sono andati in terra come carta velina addentata nella corsa. Il comò da notte, su cui erano le bevande e il cestino della modista, è rotolato spalancandosi e perdendo il pitale che si è rovesciato sul tappeto. Madama Steinheil, impaurita, rannicchiata fra le lenzuola, faceva compassione. Aiuto! aiuto! gridava. Ma i cani che indemoniavano intorno al suo letto abbaiavano disperatamente, cercando di piantare i loro artigli nelle sue carni, voltandosi con il muso verso Bizet, con la gola infiammata e la lingua di fuoco.

– Terrible! Sanpeur! Mon dieu! mon dieu!

I colossi della sua cagnaia avevano spiccato il salto, erano addosso alla Steinheil con le nari fumanti che facevano sforzi per disseppelirla dal viluppo lettereccio e impadronirsi di lei come di una preda.

– Giù, abasso! fece Bizet, prendoli tutti e due per il colletto, tenendoli sotto di sè intanto che il custode metteva loro la museruola che doveva stringere loro le nari e renderli impotenti.

– Madama, vi domando scusa dei miei cani poliziotti, diceva Bizet, consegnandone i guinzagli a Giovanni e facendoli andare avanti a scudisciate.

– Mi hanno fatto tanta paura!

– E loro magari credevano di manifestarvi il loro affetto! Ci separammo di fuori. Bizet aveva ricevuto l’incarico segreto da Sua Eccellenza il ministro. Aristide Briand, di scovare gli autori che avevano aggredito il vagone postale del treno numero 16, compiuto da un sedicente Albinet.

– Quando vedete i miei cani fare come hanno fatto, mi diceva Bizet, stringendomi la mano, nella stanza di madama Steinheil, dove è stata strangolata Japy, pensate a Deibler, a colui che sta per essere richiamato in attività di servizio per l’audacia di assassini, audacia divenuta dal giorno della commutazione della pena della prigione perpetua, di un carattere così impressionante che ha spaventato anche gli hughisti, nemici acerrimi della pena di morte. Quando i miei cani fanno gli scherzi che avete veduto io mi sono sempre trovato vicino il carnefice, meno due volte e anche di quelle due ho sempre i miei dubbi.

Dimenticai i cani e cominciai a parlare tra me e me sulla condizione finanziaria della casa Steinheil. Nei giornali c’erano già le briciole delle conversazioni confidenziali che ella aveva tenuto con persone intime. Al signor Borderel, che io andrò a trovare al suo castello, ella avrebbe detto un giorno, che odiava il marito e la madre, perchè vivevano di lei. Ma la signora Steinheil si è difesa contro l’insinuazione dicendo che dopo sua figlia, sua madre era la persona che aveva amato più di ogni altra. Allora? Chez Maxime… Vi aspetto. Andremo a trovare la persona, la cosidetta zia Lily, che la conosce fino nelle pieghe interne del cuore.

* * *

Il nostro appuntamento era Chez Maxime – ristorante tutto pariginizzato, dove il cocottismo di alto bordo cena coi viveurs dopo i teatri. Vi avevo passata la sera prima parecchie ore cogli amici che mi avevano fatto assistere all’Odéon, alla rappresentazione dei Ventri Dorati di Emilio Fabre, un dramma possente che mi ha fatto sentire una ventata del grande teatro che non muore. Al Chez Maxime si spende molto denaro. La mia prima perturbazione borsuale è stata quella di pagare il whisky con soda un franco e mezzo, una lira di più di quello che io e Bizet bevevamo al di là della Manica. Le cenette costano dei napoleoni d’oro. Le toilettes delle signorine ai tavolini coi nottivaghi sono tutto ciò che c’è di vaporoso e di elegante nei colori spettacolosi della morale libera. Senza i fraks mi sarei creduto al bazar delle impure. Mangiano da viziate, senza appetito, tra una boccata e l’altra di sigaretta, e bevono di preferenza il Champagne, il Borgogna e il Malaga, come ai tempi dell’impero. Sciupano in guanti una moneta tutte le sere. Sono guanti a cinque o sei bottoni che vanno su fino all’ascella. La maggioranza li calza di pelle camosciata color paglia. Ma ne ho visti di tutte le tinte: rossa, nera, gialla, sanguigna. La descrizione della loro calzatura sarebbe un trattato di scarpologia femminile. Scollate, puntute, chiuse fin al malleolo, alte fino ai polpacci. Coi bottoni, con le stringhe, con i fiocchetti, con i lacci di seta, con le fibbie e con il collo del piede tutto d’un pezzo. Pelli sottilissime, fini, duttili che si adattano ai piedini come il guanto. Le gioie sulle carni vellutate e marmorizzate sono le insegne del loro valore. Il diamante e la perla sono i più quotati. Intanto che mangiavamo un fagiano allo spiedo con tartufi che profumavano l’ambiente, abbiamo veduta una signorina del demi-monde fare un falò del giornale dell’esercito della salute: che stupido! diceva al suo amico, buttando fuori tanto fumo dalla sigaretta per ammansare la sua collera. Chi sa cosa crede rii offrire alle ragazze questo Booth della speculazione filantropica, spalancando le porte delle sue casermacce sudice! Ho notato che nessuna di loro era accompagnata dalla vecchia matrona. La musoneria che mi pareva pesante se ne è andata verso le due. Alle due, quando il champagne incominciava a spandersi per le tovaglie, c’è stato un po’ di conversazione chiassosa, un tète a tète più intenso, ma nulla che potesse offendere il puritano che vede nella folla notturna delle cortigiane una decadenza dei costumi.

Certo che non si era in Chiesa. Era la conversazione blanda e lasciviata del demi-monde che si alza alle quattro pomeridiane per essere gaio a mezzanotte. Una conversazione fatta di sottintesi birichini, di veli bucati dalla parola impertinente perchè si intravvedono capelli, del colore del grano, sparsi sulle spalle, di abbandoni di linguaggio acceso che metta in rilievo il naturalismo orgiastico, di audacie immaginose che lascino dare una capatina rapida nelle alcove delle nudità aggressive, di piccole promesse sensuali interrotte da sorsate di vini principeschi e di allusioni che facevano lampeggiare il pensiero portato in mezzo alla carne avida di piaceri gaudiosi. Era una conversazione calda, colorata, lievitata, senza frasi completamente vestite che la facessero diventare immonda.

Fu solo ai liquori ambrati che la conversazione divenne virulenta, acre, fatta di vocaboli turgidi di rancori, acuminati dall’odio, imperversati dalla furia di una classe che si credeva defraudata dei propri diritti. La Steinheil era il soppedaneo di tutte le mercantesse del loro corpo. Fra l’una e l’altra non c’era disaccordo. Era per tutte una schifosa che faceva il mestiere camuffata da donna onesta. La polizia doveva mangiare a due ganasce per chiudere gli occhi intorno alle monachelle che convertono le case maritali in bordelli ad alte tariffe. Per loro c’erano le squadre dei buoni costumi, come se lo svaccamento parigino fosse una loro produzione. Per loro che facevano niente di male a nessuno, che non andavano che con chi voleva andare con loro, c’erano regolamenti noiosi, fastidiosi, insidiosi. Per quelle del focolare domestico, con gerenti di paglia come i mariti, la libertà di darsi, di vendersi, di prostituirsi a piacere! La Steinheil, per la quale nessuna di loro avrebbe scambiata la propria bellezza per la sua rinfrescata o rinverdita ogni mattina dalla crema o dal rossetto, aveva potuto sgonnellare per l’Eliseo, per il Palazzo di Giustizia, per le residenze eleganti senza essere agguantata e trascinata a qualche sezione di polizia.

– Mondo birbone! disse la biche in fondo, togliendosi il largo cappello girato in alto da piume duttili e colorate, per dar aria alla sua capigliatura ricca di riccioloni neri.

– Chi nasce con la camicia e chi nasce senza camicia! aggiunse un’altra, vuotando il calice con la manuccia ossuta. La Steinheil è di quelle che nascono vestite.

– Mondo birbone! ripetè la prima.

– Noi siamo le cocottes, noi!

La comparsa di un amico ci interruppe, lo studio che stavamo facendo. C’erano toilettes meravigliose. È inutile, le francesi sanno vestirsi come nessun’altra donna del mondo. La maggior parte si direbbe composta di artiste. Guardate quella signorina in fondo, dissi a Bizet, salutando l’amico con la stretta di mano: una dopo l’altra. Osservate: è tutta una nuvola di chiffons rosa che lascia vedere la nudità delle braccia e immaginare la rotondità del seno. L’una più superba dell’altra. E quest’altra vestita in seta verde che pare domini con la sua testa bruna tutte le altre.

– Sentite, rimandate la descrizione a un’altra volta. Sono le nove precise e non c’è tempo da perdere. Bevo il whisky in piedi perchè non abbiamo che il tempo d’andare in via Vaugirard, dove ci aspetta Marietta per metterci al dorso del salottino ad ascoltare la nuova confessione ch’ella ha deciso di fare ai due giornalisti – uno dei quali deve essere quello del Matin.

Non c’era molto da sperare dalla Steinheil, perchè era una donna o troppo volubile o troppo furba. Leydet l’aveva abituata a essere impunemente bugiarda, a mentire anche quando la menzogna era inutile. La viveuse de romans, come la si chiama ora, ha spinto l’audacia fino a mettere una perla nel portafoglio del suo domestico Remy Couillard, per farlo arrestare come assassino della Japy e di Steinheil.

Ecco uno dei nodi che si scioglieranno questa sera, se la donna tragica non ci giocherà uno dei suoi tiri. Diffido sempre della ex amante di Felice Faure. È troppo sapiente quando si tratta di far vedere che il rosso è bianco.

– Le date proprio della fantasia romanzesca? domandai a Bizet.

– Al contrario! Quando la nostra inchiesta sarà finita, quando i fasci di luce delle lanterne cieche immaginate da madama Steinheil avranno diradate o distrutte le tenebre che circondano i cadaveri della notte dal 30 al 31 maggio io vi potrò dimostrare che la bella Meg è una plagiaria intelligente come Sardou, ma plagiaria. Vi mette del suo, sia pur il genio, ma si impadronisce della roba degli altri. La prova? Tutta la sua vita di donna e di sposa è un plagio. Ma restiamo per adesso nel delitto. Vi ho detto più di una volta che la Meg esaltata dai personaggi della Repubblica per la sua bocca sensuale, il suo occhio carezzoso e il suo seno pieno di promesse, era una viveuse di romanzi d’appendice o giudiziarii, non è vero? Prendete in mano il volume delle nuove avventure del mio eterno nemico Sherlock Holmes e troverete che la sua donna rossa e il suo cambrioleur dai capelli e dalla barba rossastra sono usciti dall’associazione degli uomini rossi del falso poliziotto londinese.

È in quel capitolo ch’ella ha scelto tra la miscela delle gradazioni rosse e i rossi che si adattavano alle teste degli svaligiatori dei suoi appartamenti. Sentite che plagiaria! Ella ha veduto che gli assassini dell’ex agente di cambio Remy sono stati trovati fra le persone di servizio, e allora lei che cosa ha fatto? Ha messo la perla nel portafoglio di Remy Couillard e lo ha fatto arrestare. È senza pietà per il dolore degli altri. È la donna più insensibile della repubblica. Periscano tutti, purchè si salvino i suoi sogni di essere di tanti senza essere di alcuno, di salire, di arricchire, di giungere alla fama della Du Barry del nostro tempo repubblicano. Quando io non ho sott’occhio la sua fotografia e mi dimentico ch’ella ha stregato tanti uomini, me la vedo davanti come un mostro, con gli occhi fatti di pelle di pulci, con la faccia del colore del fango, con un naso a spegnitoio che spegne ogni idealità nell’uomo per infondergli le febbri lubriche e per suscitargli la foia degli amorazzi.

– Bizet, gli dissi interrompendolo, mi pare che usciate dal binario del detective imperturbabile.

– Sono imperturbabile fino all’innocenza, mi rispose buttando dalla vettura il moncone dell’avana ch’egli aveva tenuto acceso aspirandolo tra un periodo e l’altro. Fatto il mio dovere rientro nella mia pelle d’uomo che può avere un pensiero sul fatto compiuto. Si parla tra noi, s’intende. Ma la scena dei miei cani, dei miei Ulmann, del mio Terrible e del mio Sanpeur, deve avere impressionato anche voi. Ah, le mie bestie non si sono mai ingannate. Hanno un flair, mio caro, che sfida tutti i limiers del mondo, compresi quelli geniali usciti dalle fabbriche dei romanzieri.

Io voleva avvertirvi che a Liverpool i cani poliziotti, con il loro odorato, avevano finito per far condannare un innocente. Ma l’errore giudiziario era stato scontato dalla nazione inglese con una somma votata dal Parlamento per la vittima di due anni ai lavori duri e non c’era più da parlarne. Avevo pure nella testa il caso dei cani poliziotti alla ricerca di un assassino in un sobborgo di Berlino. Uno si chiamava Uberhund e l’altro Bullenheisser – tutti e due con il muso della tigre e le orecchie corte, ansiosi sempre di addentare e sbranare qualcuno. Non ricordavo quanti marchi costassero.

Sapete, Bizet, dei due cani poliziotti della polizia berlinese della settimana scorsa?

– Mi pare di averne letto in qualche parte.

– Disfatta completa. I due cani hanno fiutato più volte il criminale, gli sono andati in giro menando la coda e drizzando le orecchie senza che i loro artigli si spiegassero e le loro nari fremessero d’impazienza.

– Può darsi. Anche i cani possono avere momenti di distrazione come l’uomo e prendere granchi come Hamard che insiste ancora a cercare gli assassini dello Steinheil e della Japy fra la colonia internazionale dei modelli. E sapete perchè? Le povere bestie non hanno colpa. È il sistema. I cani subiscono le abitudini dei loro padroni, degli ambienti polizieschi. In essi, persone e animali, non sono allevati solamente per la soppressione del male, ma anche per la provocazione. Alcuni, come me, si salvano con la fuga, altri invece vi fanno l’osso, s’abituano come i cani. Pietri, Maupas, Andrieux sono stati i più grandi agenti provocatori dell’impero e della Repubblica. Hanno creato più delitti loro che tutti i delinquenti. Intorno a quella gente i cani non potevano crescere che alla scuola della mistificazione. In Germania poi i cani poliziotti non hanno di sincero che la brutalità dei loro agenti. In ogni perlustrazione lasciano delle vittime. Gli uni e gli altri sono allievi del loro imperatore.

I miei cani non hanno nulla di comune coi cani tirati su da cento maestri senza che uno impari a conoscerne i temperamenti e le loro ambizioni. Sicuro, anche loro hanno le ambizioni come i cani del San Bernardo e come i barboni dei pagliai, contenti i primi se trovano sulla neve un caduto o un cadavere, contenti i secondi se agguantano un malvivente di notte che sta per andare nella fattoria. I miei si distinguono fra tutti. Le rughe tigrate e verticali che hanno sulla fronte sembrano tracciate dagli artigli di un uccello di preda, tanto incutono terrore. La loro testa è sempre alta come se avessero la missione di diffidare sempre della gente che incontrano. Quando Felix Faure andava a trovare le sue Steinheil, sguisato come Napoleone III, quando andava a trovare a Montmartre la Bellanger, io, coi miei cani che avevano imparato a stare al largo, a non mettersi mai ai polpacci nè dei signori nè delle signore, io non avevo paura. I Ravachol, i Caserio, i Vaillant, gli Henry avrebbero dovuto fare i conti con loro, Se io mi fossi trovato nella Camera coi miei cani nel giorno in cui Vaillant aveva deciso di buttare la macchina infernale sui deputati per conto dei suoi copains (compagni), vi assicuro che non gli avrei dato tempo di diventare vile dopo il fatto, alla Corte d’Assisi di Parigi, dove ha fatto di tutto per diminuirsi e scomparire dall’elenco degli apostoli del diritto al furto e all’assassinio. Coloro che hanno il cuore pieno di odio, per la società, come lui, non sfuggono ai miei Sanpeurs e ai miei Terribles.

Dalla settimana in cui avete veduto i miei cani al letto della Steinheil è passato del tempo e la scena può essere sbiadita nel vostro cervello, ma nel mio è viva e terribile come se fosse appena avvenuta. È per questo che mi vedete un po’ eccitato. Da quel momento io ho davanti una colpevole, una simulatrice, una bugiarda, una creatura criminosa, più criminosa di tutte le Strafforello, di tutte le Lafarge, di tutte le Weiss, di tutte le Giovanne Weber e di tutte le Goold. Perchè la Margherita Steinheil non si contenta di una dichiarazione, ma continua a divorare se stessa ogni giorno per fare nuove rivelazioni con altri accusati, per rimangiare tutto dopo poche ore o pochi giorni e mettere sulla piattaforma altri disgraziati che popolino la sua fantasia.

– È qui che vi aspettavo, Bizet. Perchè mentisce? Perchè non ha paura di rompere le creature per la sua salvezza? La ragione? Non è un’isterica?

– Senza dubbio ella è un’isterica classica, come è un’isterica classica la protagonista di un processo clamoroso che si è svolto in Italia alle Assisi di Torino: la Linda Bonmartini. Come è un’isterica l’amante di Tullio Muri: Rosina Bonetti. Tutte sono isteriche. Isterica è l’amante del De Medici. Ma l’isterismo non ha mai impedito alla Margherita d’essere una simulatrice per calcolo, per interesse, per progetto. Non c’è nulla d’impulsivo nella Steinheil.

– Scusate, ma non potrebbe essere una simulatrice incosciente, a sua insaputa, suo malgrado? Tutti sanno ch’ella non aveva che da tacere per salvarsi dal cancan suscitato dalle sue confessioni, dalle sue correzioni, dalle sue aggiunte, dalle sue revisioni. La polizia aveva raccolto le sue parole come parole di cristallo terso. Leydet, il magistrato, faceva trascrivere le mille ed una frottole con una diligenza certosina. Perchè non ha taciuto o non ha insistito sulle sottane levitiche, sui capelli rossi, sulle lanterne cieche, sui fasci di luce e sull’alpenstock? E non le era capitato la fortuna del delitto di via della Pépiniére, dell’agente di cambio, stato assassinato come per far dimenticare il delitto dell’impasse Ronsin? Nossignore, ha voluto rifare il racconto, ritoccare le scene, mondare lo stile, rappresentare il doppio assassinio avvolto negli altri colori della sua immaginazione.

– L’affare Steinheil è come l’affaire Syveton. Più lo si rimesta, più si cerca di andare in fondo e più c’è del marcio. Si è creduto che il deputato Syveton si fosse suicidato, non è vero? Perchè? Il perchè è rimasto nella testa dell’uomo che si è asfissiato mettendo la bocca al tubo tagliato del gas. Pochi hanno creduto alla narrazione della vedova. I giornali, che hanno sovente il fiuto dei miei cani, non sono stati quieti. Hanno continuato ad agitare il cadavero costellato dei loro punti interrogativi, Al pubblico e ai giornali pareva impossibile che l’onorevole che aveva schiaffeggiato ripetutamente il ministro della guerra in piena Camera e che era un membro eminente del partito nazionalista avesse potuto aspirare avidamente il gas per uscire dalla vita nel momento in cui il suo nome era in mezzo alla réclame. E pubblico e giornali hanno avuto ragione della loro inquietudine. Perchè dopo si è venuto a sapere che dietro il dietroscena nazionalista c’era il suicidio forzato. Egli avrebbe delibato una ragazza di casa. Tra l’arresto e la condanna e il disonore pubblico come un satiro avrebbe preferito morire. Ma credete che questa sia la verità? È la verità della Steinheil; più la si cerca e meno la si trova. È una verità che è sempre nel pozzo.

È venuta ad aprire Marietta Wolf con la pelle della sua faccia affumicata, con gli occhi che traducono i suoi movimenti mentali, con la bocca arcuata sotto un naso ingrossato alle pinne che le dà un’aria minacciosa. Ella è il dietroscena della Steinheil. È la collaboratrice di tutti i suoi intrighi. Ne sa vita e miracoli. Il giorno che le venisse voglia di presentarla al pubblico nei suoi amori, noi vedremmo Margherita Steinheil circondata da una folla di messieurs che l’hanno desiderata, adorata, idolatrata, pagata, caricata di biglietti di banca come Faure e Borderel.

– Entrate, disse Marietta stringendo la mano ad Adolfo Bizet. La signora è nel suo gabinetto a farsi toilette. Vi ho preparato un posto dove udrete e vedrete tutto senza essere veduti, diss’ella accompagnandoci per la scala. La Steinheil sa della vostra presenza, ma non desidera che lo sappiano i due intervistatori. Sono le nove e mezzo e possono essere qui di minuto in minuto. Per di là, accomodatevi e procurate di non tossire. Potete fumare fin che volete e se desiderate il caffè o qualche bibita non avete che premere il bottoncino che mette in comunicazione con la cucina.

Il salottino di fianco ci permetteva di vedere tutto ciò che avveniva nel salotto senza che gli attori dell’atto che stava per incominciare potessero vederci. Per precauzione la Steinheil aveva fatto appendere un tendone che finiva affagottato su un pancale imbottito e coperto di damasco col quale potevamo oscurare o tappare completamente l’ingresso. La sola cosa spiacevole era uno specchio incorniciato nell’arditezza dello stile liberty che rifletteva l’entrata della stanza da bagno, dove era stato dimenticato o posto il povero pittore di tele storiche. Nel silenzio della penombra in cui eravamo io rivedeva a occhi chiusi Stenheil rialzato, adagiato, aggruppato, sul fianco, con gli occhi sbarattati, con i pugni chiusi, con il nodo alla schiena come era stato descritto dai primi testimoni accorsi alle grida di Remy Couillard. Le deposizioni contradittorie rivelano che la scena ottica si trasforma di occhio in occhio. Quale interesse avrebbe potuto avere l’agente Ghiani di giurare che l’assassinato era rialzato, appoggiato allo stipite del gabinetto da bagno? E quale interesse poteva avere l’ingegnere Lecoq di giurare che Steinheil era posto col dorso sulle gambe piegate? E l’altro teste che ha creduto di averlo trovato sul fianco sinistro, con le gambe incrociate ai polpacci e le braccia unite dall’ultimo stiracchiamento? Il cadavere che mi si voltava negli occhi come se fossi stato un sonnambulo mi ricordava i particolari che contribuivano a convincermi che gli autori del delitto non potevano essere meno di due. Le ecchimose al muscolo tricipite, vale a dire al disopra del gomito, dovevano essere state fatte dalle due mani che lo avevano agguantato di sorpresa e trattenuto, mentre il compagno del delitto gli faceva il nodo della funicella sotto il mento. Erano tutte supposizioni. Come era caduto sul pavimento? Piegato, violentato, stramazzato dagli assassini o precipitato sulle proprie gambe al momento in cui il nodo gli sopprimeva la respirazione e gli faceva rovesciare gli occhi dal dolore e dall’impotenza? A togliermi da quella specie di sonniloquio è venuta Marietta con i suoi capelli ad arco trionfale e il suo viso di faina a portarci il grog e la casella di metallo cesellato, a scompartimenti per la varietà dei sigari e delle sigarette.

– Mercì, ma bonne Manette.

– Il n’y a pas de quoi, monsieur.

– Ja – t – il rien de noveau?

– Rien, mon cher Bizet. Tout va frès bien.

– È vero, domandò Bizet, versando nei bicchierini il rhum con noncuranza, è vero che madama Steinheil vi avrebbe detto, mentre il giudice Leydet e il capo della sicurezza discendevano le scale: “Mariette, je suis enfin libre!”

– Che cosa c’è di male? È una frase alla quale non bisogna dare più importanza del suo significato. Sono infine libera! vuol dire che mi sono levata dalle seccature, non ho più noie, finalmente ho finito di essere tormentata dal cervello poliziesco che finge sempre di approvare e pensa il contrario. Senza queste fiatate espansive, senza queste esclamazioni di contentezza la vita non sarebbe più che un duello a morte fra chi parla e chi ascolta, un tranello verbale nel quale cadrebbe il più debole. Che c’è di male a dire: enfin je suis libre, ou je suis enfin libre? Nulla. È l’interpretazione maligna che lo fa diventare un pensiero criminoso. È la stampa che a furia di rivoltarla l’ha servita al pubblico come una confessione indiretta che lascia capire che chi l’ha pronunciata è lieta di averla fatta alla giustizia o di essersela cavata bene, disse andandosene via e pregandoci di bere il grog intanto che l’acqua era calda. Adolfo Bizet premeva lo zucchero nelle tazze a fiorami indolentemente con il premitoio d’argento e mi riparlava del suo tormento di essere continuamente alle prese col sospetto che la Steinheil fosse una avvelenatrice. Perchè nella sera fatale la Steinheil ha portato in tavola con le sue mani la zuppa o il potage?

– Probabilmente perchè la signora aveva l’abitudine di portare la zuppiera in tavola tutte le sere.

– Mai! Abbiamo una testimonianza che non può essere sospetta in Remy Couillard. il quale sapeva la importanza della zuppiera deposta sulla tovaglia dalla padrona quando ne era abituato il servitore. Sul vostro onore, gli ha domandato il giudice, sareste pronto a giurare che la zuppiera è stata messa in tavola dalla signora e che non avete mai veduto madama Steinheil a servire in tavola?

– Lo giuro!

– Pensateci bene, Remy Couillard, si tratta di esattezza. Siete proprio sicuro che la vostra signora non vi ha mai sostituito nella funzione di portare il potage in tavola?

– Lo giuro!

Il domestico aggiunse che in quella sera le abitudini del servizio erano state sopraffatte dalla volontà imperiosa della signora, perchè si faceva tutto a rovescio. Mettete assieme a questo fatterello la bottiglia di cognac ordinata da Madama Steinheil che ha voluto fare la gentile in quella sera coi suoi, come la signora Lacoste quando dosava il vecchio marito. La bottiglia trovata la mattina sul bacile con due o tre bicchieri che avevano servito per i grogs…

– Mi spaventate, Bizet, diss’io rimettendo la tazza sul bacile dorato.

– Non abbiate paura, Baragiola. Ho avuto la buona precauzione di farci dare il rhum e non il cognac. Il rhum è meno pericoloso. Non assorbisce così bene come il cognac le sostanze tossiche. Se io fossi giornalista intitolerei l’affare dell’impasse Ronsin il dramma dei veleni, Come quello di Sardou, nè più nè meno. Noi siamo alla presenza di una Maddalena di Brinvilliers.

– Allora voi attribuite la loro morte al sublimato?

– No, perchè non è stata trovata lesione nel loro stomaco. Nel sublimato non è la forza preparatrice che gli ha dato Taylor, il tossicologo. Lascia però tracce indistruttibili del suo lavoro nello stomaco del sublimizzato, vi si trova la mucosa congestionata, tumefatta in modo da formare piaghe voluminose. Siccome è un caustico vi troverete la superficie carbonizzata, ma difficilmente l’ulcerazione si spinge fino alla sottomucosa. E come vorreste che le vittime non si fossero accorte di avere ingoiate pastiglie di sublimato? Sarebbe come dire che si può trangugiare l’acido solforico senza sentirsi bruciare le fauci e le vie digerenti. Il dolore diventa subito insopportabile.

– Eccoli, diss’io, udendo dei passi e delle voci per la scala.

– Silenzio. Sono loro. Li conosco dalla voce. Colui che parla adesso è Luigi Taine e l’altro che gli risponde è Ettore Brière, due giornalisti che si sono sostituiti al giudice per provare che Leydet è un bestia.

Sono entrati, si sono messi a guardare i quadri alle pareti, conversando tra loro, sommessamente, facendo passare le fotografie dell’album sul tavolino quadrato e circondato da tre poltroncine di una stoffa a fondo chiaro, fiorita di rose appena sbocciate. Non stavano fermi, erano distratti, senza dubbio impazienti. La signora non si è fatta aspettare. Era un funerale dai capelli agli stivaletti. Pendenti di lutto, collare lungo di lutto, abito di lutto, scarpine dalle punte ricamate di giavazzo, braccialetti di jais a tre giri. La camicetta di crepe cinese le accarezzava il busto che allunga il petto della signora che ama mettere in vista le sue grazie e la cintura del nero della camicetta le faceva il vitino e le dava modo di mettere in rilievo le rotondità del seno. Di irriverente non c’erano che i suoi capelli di una biondezza lucente che rompevano il lutto pesante dell’eroina dell’impasse Ronsin. C’era del chic anche nel dolore. In un altro momento i visitatori le avrebbero detto:

– Cette toilette, chère madame, vous va delicieusement.

In quella sera, nella luce che pareva aiutasse ad appesantire l’ambiente per riempire la scena o condensare il dolore non c’era che il mutismo. La signora entra con un leggero inchino, additando ai due signori le sedie con la bella mano bianca dalle dita lunghe che lasciano ammirare le unghie lucide, tinte di un rosa pallido.

L’entratura è stata difficile. Nessuno dei tre sapeva da qual parte incominciare. Era un soggetto scabroso, penoso per andare in fondo senza reticenze, senza sotterfugi e senza urtare le convenienze dovute all’intervistata. L’importante era di parlare della perla stata trovata nel portafoglio di Remy Couillard, in quella sera sotto chiave, nelle mani della giustizia, gravemente indiziato come autore o uno degli autori del doppio omicidio. Uno dei due redattori sottoponeva madama Steinheil all’interrogatorio, insistendo sovente con parole calde, con preghiere vive, con gesti di supplicazione perchè dicesse una buona volta la verità che non potesse essere cambiata domani. L’altro interveniva con la frase della benevolenza a cercare nei ricordi, a voltolare le ceneri, a mettere sottosopra i racconti, a far nascere il dubbio.

– Dunque voi, signora Steinheil, persistete a credere che la perla che vi è stata involata dai ladri-assassini del 31 maggio è quella trovata nel portafoglio del Remy Couillard?

– E come potrei dubitarne? È tale e quale. Conosco le mie perle, signori. Le riconoscerei in mezzo a cento mila come loro.

– Il pubblico non capisce come i cambrioleurs si siano data la pena di scastonare la perla per buttarne via l’oro.

– Il pubblico? Il pubblico io l’ho in qualche parte. Che cosa volete che ne sappia più di me, il pubblico, delle cose mie? I ladri avranno un odio per l’oro e l’oro sarà più pericoloso che la perla.

– Giusto, signora Steinheil. Vi saremmo però grati se ci diceste se o no il gioielliere Souloy è una vostra conoscenza o meglio se avete avuto affari commerciali con lui.

– Mai! Non l’ho mai veduto, non ne ho mai udito parlare. Mi è perfettamente sconosciuto.

– Sarebbe una scortesia mettere in dubbio la vostra parola, madama. Ma c’è gente che giurerebbe di avervi veduta nel suo negozio.

– È gente che mi vuol male. Perchè mi si vuol male? Dio mi è testimonio che non ho fatto che del bene a questo mondo e il bene mi è ricambiato con tanta ingratitudine!

– Perdonateci, signora, se osiamo insistere. Il testimonio pronto a giurare che lo conoscete e che avete avuto rapporti commerciali, con lui è proprio, indovinate? il signor Souloy.

Ci fu un momento di sosta. Madama Steinheil si alzò dalla sedia tutta corrucciata con l’aria di una che voleva cessare una conversazione disgustosa. Con la mano sinistra alla spalla della poltrona aspettava che si alzassero anche i signori giornalisti, ma i giornalisti la pregarono di risedere e di ripensare se mai non se ne fosse dimenticata.

– Il suo cognome è Souloy, madama.

La Steinheil sedette automaticamente con gli occhi al suolo, col fazzolettino fra le dita agitate, cercando evidentemente cosa rispondere.

– Madama, è nel vostro interesse, vi imploriamo a dire tutta la verità.

Madama Steinheil pareva sopraffatta dall’emozione. Continuava a gualcire il fazzoletto di battista fra le mani e a impallidire.

– Ebbene, signori… Ebbene, signori, vi ho detto la verità. Non conosco il signor Souloy.

L’aria era diventata irrespirabile. Ciascuno di loro si sentiva a disagio. La voce perlacea della Steinheil si era affievolita. Si sentiva che c’era un mistero fra quello che diceva e quello che pensava.

– Voi siete insistenti, signori. Vi ho detto che io non conosco il signor Souloy. Chi gli ha portato il gioiello per farne estrarre la pietra è Marietta…

Il nome di Marietta aveva fatto trasalire i nervi degli interessati al colloquio, ma nessuno osò manifestare con un pugno o con una parola violenta la propria indignazione. I due giornalisti si contennero con la mano al petto la respirazione rumorosa e madama Steinheil che doveva essersi accorta di avere aperto l’usciolo dei segreti fu investita da un rapido rossore alle guance.

– Dunque, madama, la perla non vi è stata rubata dai cambrioleurs nella notte del 31 maggio, come avevate deposto al giudice Leydet.

Madama Steinheil assentì con un leggero movimento di testa.

– E allora? Allora Courtois, il vostro domestico, non poteva avervela rubata nella notte del doppio assassinio. Siate calma, signora, si tratta della testa di un giovine. Come spiegate la vostra deposizione e perchè lo avete fatto arrestare?

– Confusioni, paure! Sono agitata. Tutti i giorni alle prese coi giudici si finisce per non sapere più quello che si fa e si dice. La mia accusa deve essere stata una distrazione. Mi è uscita così, senza saperlo. L’avrei ritirata se mi fossi trovata fra persone comuni. Coi magistrati della sicurezza pubblica e dell’istruttoria un cambiamento di deposizione diventa un delitto, vi fa diventare sospetti, qualche volta vi può costare l’arresto.

– Noi siamo forse un po’ troppo esigenti, ma l’esattezza dei fatti è più forte di noi e così voi ci vorrete perdonare la nostra insistenza e la nostra indiscrezione. Se siamo bene informati, signora, l’accusa contro il vostro domestico non vi sarebbe sfuggita durante l’interrogatorio…

– È vero, me ne scordavo. Ho mandato a chiamare un commissario di polizia e ne ho avvertito il signor Hamard.

– E il fatto che vi ha suggerita la denuncia, supponiamo, signora, è stata la scoperta dei gioielli nel vestone di Giorgio Courtois, il domestico che ha partecipato all’assassinio del signor Remy, agente di cambio, non è vero?

– Può darsi. In questo momento non saprei dire come sia avvenuto. I giornali mi hanno riempita la testa di fole. Non so più a chi dare ascolto. Faccio bene, faccio male?

I due giornalisti impressionati dalla rivelazione e dalla presenza di una donna capace di mandare alla ghigliottina il proprio domestico per distrazione, l’hanno lasciata parlare senza interromperla e senza fare osservazioni.

– Se i signori non hanno più nulla da domandarmi… disse madama, facendo l’atto di alzarsi per accomiatarli.

– Se ci permettete, signora, vorremmo da voi una dichiarazione franca e leale. Remy Couillard, vostro servitore, non è un ladro di perle, non è vero?

– Non ve l’ho detto? Non è! non è! è stata una mia distrazione. Non avevo la testa a posto.

– Se Remy Couillard non ha carpito la perla, nè prima nè dopo il delitto, possiamo dunque dire che egli è innocente, non è vero?

– Ve lo ripeto: Remy Couillard è innocente, è innocente!

Adolfo Bizet ebbe delle contorsioni che traducevano i suoi spasimi. Mi prese la mano e con il pollice me ne premeva il palmo, quasi avesse voluto farmi penetrare il suo disgusto.

– La Steinheil è più svergognata di una prostituta di strada, mi sussurrò all’orecchio, mentre durava la paura. Egli avrebbe voluto gridare, urlare, chiamar gente, per dirle in faccia a tutti:

“Voi siete una mentitrice, sì, una mentitrice e la più grande mentitrice del mondo!”

– Allora, signora, chi potrebbe essere stato a mettere la perla che noi abbiamo veduta nel portafoglio di Remy Couillard?

– Loro signori mi faranno perdere la pazienza. Una volta che ho detto ch’egli è innocente chi deve avervela messa? La padrona. Sono stata io, io! Oui, c’est moi qui ai mis la perle dans le portefeuille de Remy Couillard.

Le ultime parole le ha pronunciate con una convulsione di singhiozzi. La sua freddezza, la sua insensibilità, la sua anestesia morale erano sopraffatti da un’ondata sentimentale. La commediante lasciava il posto alla donna. Con il fazzolettuccio premuto agli occhi dalle sue dita continuava a piangere con singulti che ci avrebbero rotto il cuore se la nostra emozione non fosse stata impregnata di dubbi. In quel momento i nostri animi erano preparati a perdonare i suoi errori, le sue sciocchezze, la sua crudeltà, i suoi sentimenti.

– Non pianga, signora, disse uno dei giornalisti.

– Pianga, invece, aggiunse il secondo. Il pianto riabilita e consola e rifà l’anima buona.

– Diventerò scandalosa, ridicola, disse la bella Meg con la voce piena di lacrime.

– Che importa! rispose il secondo giornalista, se non si può andare alla verità che a questo prezzo! Siate generosa e lasciate che il pubblico vada liberamente nei sotterranei della vostra vita se esso deve imparare a conoscervi come siete e non come vi hanno rappresentata.

Ricomposta dal turbamento ella pareva più seducente, più in pace con la sua coscienza. In lei non c’era più dispetto, più sdegno, più affezione per le virtù discusse, per le sue affermazioni assolute in conflitto sovente con i fatti. Scaricatasi dalla terribile menzogna che aveva inchiodato alla croce dei delinquenti un innocente si sentiva più libera, più sollevata, più preparata ad andare in fondo al mistero.

– Dite, madama Steinheil, si può sapere la ragione per cui voi avete accusato Couillard? Vi ha egli fatto del male, covavate una vendetta o avevate interesse a denunciarlo?

Ella non rispose che con un’alzata di spalle. Non lo sapeva. Ero stata un’insensata, influenzata dai cattivi pensieri, che ne sapevo? C’era tuttavia una cosa che aveva bisogno di essere spiegata. Come la perla rubata era mai ritornata nelle sue mani? Ecco l’orrore, ecco l’inverosimiglianza, ecco il dramma nero. Via i veli, su il sipario, signora, parlate!

– Se i bijoux sono stati portati via dai ladri, potete dirci come la perla sia rimasta con voi?

Si ritornava al buio, alla donna astuta, alla impudica, all’omicida, all’avara che coltivava la sensualità degli amanti per tenerli soggiogati all’impoverimento. Per due minuti ha conservato l’atteggiamento della sfinge. Ella era tutta un blocco di femminilità plastica senza espressione, senza pensieri, senza vergogna. Per scuoterla, per ritrascinarla nella zona del fattista, il primo interrogatore ha dovuto riscuoterla fino alla smorfia del viso. La voce con cui si è confessata bugiarda rimarrà nelle mie anfrattuosità uditive. C’era in essa il sentimento della signora che voleva risalire dall’abbiezione in cui era caduta per domandare perdono di avere offesa la Giustizia.

– Signori, avrebbero dovuto capire e risparmiarmi questo momento avvelenato della mia esistenza. Parlando delle mie gioie, non sono stata sincera. Non mi erano state involate. I cambrioleurs non mi hanno derubata che del denaro.

– Allora dovevate averle nascoste, perchè il signor Haimard non è stato capace di rinvenirle. Vi domando scusa se sono indiscreto: avete forse un armadio nel muro?

Le è spuntato il sorriso che spuntava alla scellerata Brinvilliers quando parlava cogli ammalati ch’essa stava dosando per mandarli all’inferno col treno lampo. Era un sorriso in cui era la premeditazione di sviare un’altra volta la traccia di coloro che si erano dato il compito di eliminare la menzogna intorno al delitto dell’impasse Ronsin.

– I miei gioielli, ripose la Steinheil, erano alla mia villa di Bellevue. Il mio marito da un po’ di tempo nuotava più nella penuria che nell’agiatezza. Non arrossisco. I miei gioielli sono stati impegnati al Monte di Pietà. Noi li avevamo spegnati da poco tempo. Per quel falso pudore della vita convenzionale, ne ho fatti fare dei falsi che assomigliassero a quelli che avevo al Monte. Mi rincresceva che si fosse saputo che mio marito si trovasse in condizioni un po’ difficili.

Continuando a occuparsi del suo sacrificio compiuto sull’altare del convenzionalismo è andata innanzi affastellando una storia coll’altra, evitando l’obbrobrio personale, mettendo sè stessa nella luce languida della romantica, buttando addosso al marito tutta la immondizia della famiglia che splendeva di un ricchezza fittizia. Strada facendo faceva il processo al consorte, circondandolo d’ignominia, lasciandolo supporre un omosessuale come il maggiordomo della casa Remy. mettendolo a tavola come un mantenuto che finge di ignorare da che parte viene il denaro. I suoi adulteri non figuravano nella narrazione neppure come pleonasmi. Ella era una vittima dell’abbominazione dei tempi. Nessuna più di lei sentiva l’orgoglio della padrona di casa che chiude l’uscio in faccia al disonore. Non era senza debolezze, ma le sue debolezze erano quelle di tutte le donne della Francia: un po’ di civetteria, un po’ di flirtage, un po’ di infedeltà, perchè l’uomo che le avevano dato come un sacco di scudi era un povero imbrattatele che aveva vizii stomachevoli. Tutti tacevano. Noi tacemmo. C’era in lei il genio della narratrice che sapeva colorire gli intrighi d’alcova, senza sdrucciolare nel nudo, nel vecchio, nel mostruoso. Ma i due molossi del giornalismo, pur ascoltando la mondana con qualche compiacenza, non erano preparati a lasciarsela fuggire con il razzo finale della convertita.

– Tutto ciò che avete detto, signora, sarà esatto, ma noi avremmo caro di udire le vostre spiegazioni sull’arresto di Remy Couillard. Convenite con noi, madama, che è stato un atto abbominevole. L’invenzione colla quale avete accompagnato il furto è odiosa, nera, infame. Non c’è che il furore di perdere un innocente che potesse darvi pensieri così abbominevoli.

C’era un po’ di Fouché in madama Steinheil. Anche quando parevano spontanee le sue risposte erano meditate. Il tono un zinzino arrogante del giornalista invece di indebolirla le aveva rimescolato il fondaccio dei suoi istinti di Medea. I suoi occhi parevano incendiati dai barbagli dei suoi odii. Ma non fu che un attimo. Le sue violenze mentali furono subito avvolte in un denso vapore nero e il suo volto riapparve nella luce, tutto colorito dal rimorso.

– Si capisce il perchè ho accusato Remy, rispondeva con la solita concitazione, Steinheil. Si capisce. Io ero come sotto una valanga di sospetti. La valanga era fatta di commenti, di insinuazioni, di materiale odioso e osceno, raccolto dai giornali. Remy mi giovava con un po’ della sua libertà. Sapevo bene che la sua innocenza sarebbe stata riconosciuta e che la sua assoluzione sarebbe stata inevitabile per mancanze di prove.

Fummo di nuovo davanti alla copia fedele della celebrità giudiziaria di Maria Maddalena di Brinvilliers.

Lo stesso tipo che tradisce, che sagrifica, che immola, che schiaccia, che annichilisce, che distrugge, che passa col carro affollato delle sue ambizioni sul corpo di chi può giovare alla sua salvezza e alla sua gioia. Remy Couillard? Ce ne sono tanti di servitori! All’inferno! Se lo porti via il boia! Ecco il pensiero intimo della Steinheil egoista, personalista, come un io che vuole torreggiare e trionfare sull’io degli altri, con una propensione sentita per una vita lussuosa, costasse anche un delitto.

– E allora, madama, se avete sacrificato Couillard per sviare la Giustizia è segno che un altro doveva essere al suo posto. Potreste dircene il nome!

Ella non ci aveva pensato. L’interrogazione la fece allibire, la sconvolse, la lasciò intontita con gli occhi che si velavano di un bianco che le dava una durezza al viso spaventosa. Non fu che dopo una pausa lunga ch’essa si sovvenne che i giornalisti aspettavano una risposta. Si tolse dall’immobilità con un brivido, mettendosi le mani nei capelli dorati, come per dar loro aria e dicendo al tempo stesso:

– Ah! questo no, questo no! non me lo domandate. Non posso dirvelo, no, no, non posso dirvelo! E la donna ricadde nella crisi della desolazione, delle lagrime, dei singhiozzi, delle smanie e dei rimpianti.

– Ah, questo no, questo no! Non me lo domandate! Non posso dirvelo!

Era un segreto, e nel segreto c’era l’uomo indispensabile allo scioglimento del dramma. Perchè lo tratteneva nascosto fra le gonne, perchè non voleva lasciarlo andare sulla piattaforma, perchè voleva prolungare le torture di un altro che aspettava dalla sua padrona la parola che doveva salvarlo dalla ghigliottina, una volta che Deibler, il tagliateste, fosse in funzione? La donna che come la Steinheil ha fatto del lusso e del vulgivaghismo il pensiero centrale della propria esistenza non sa liberarsi della maschera neanche nei momenti in cui la passione o il dolore è esaltato. Gli psicologi delle femmine fanno ridere quando fingono di discendere nei loro abissi a studiare il meccanismo dei loro odii, dei loro amori, delle loro violenze, delle loro follie rosse o nere. Le loro supposizioni sono accomodamenti mentali, sono la forza dei loro drammi. Perchè la Brinvilliers esecrava il padre che le aveva dato tutto il superfluo dell’agiatezza e tutta la suppellettile letteraria per scrivere lettere calde, appassionate, infocate, piene del suo cuore, tutte rigurgitanti di tenerezza voluttuosa al suo mantenuto?

E perchè poi nel disastro delle avvelenatrici, l’amore per il suo mantenuto si è tramutato in una pioggia torrenziale di sostantivi che sono scoppiati sulla sua testa come un uragano di maledizioni? Rinunciamo alla risposta. Siamo sempre alla Feynerou. Perchè accettava di trucidare il proprio amante col marito che prima esacrava, che prima tradiva, che prima avrebbe consegnato al boia? Rinunciamo alla risposta e contentiamoci di studiare la donna nei suoi ambienti – forse i più colpevoli, forse i più grandi collaboratori dei delitti umani. Perchè, dite, la donna, sovente, dà la preferenza al dissipatore, al giocatore di bisca, al gozzovigliatore, a colui che vive dei contributi della femmina e paga il proprio mantenuto con le sottrazioni che fa al marito che lavora dalla mattina alla sera, che fa prosperare i proprii affari solo per dare il benessere alla famiglia? Sono questi nonsensi che i psicologi non sanno spiegare e che ci lasciano davanti alle Steinheil come tanti imbecilli.

Passata la crisi la vedova del pittore era nella poltrona come disfatta, con gli occhi divenuti più scintillanti dal pianto che era passato loro sopra, con le braccia affrante, adagiate sul bracciuoli e la testa sul petto che pulsava dall’agitazione passata.

– È crudele la nostra posizione, signora, di dovere insistere proprio quando voi avete bisogno di riposo; ma il mestiere è più forte di noi. Siate buona, via, non teneteci in pena. Il pubblico è ansioso di uscire da questa perplessità angosciosa, parlate. Voi siete già all’uscio. Spingetelo, madama, e voi non sarete più dominata da un incubo che non vi deve lasciare tranquilla.

Madama Steinheil, visibilmente turbata, visibilmente in lotta con sè stessa per decidersi se mantenere celato il nome del favorito o abbandonarlo alla curiosità pubblica, dondolava leggermente la testa la quale conservava il fascino anche nella scena tragica. Poi se la tratteneva come in ascoltazione per sapere se le sue energie selvagge le permettessero la confessione. Le sue labbra pronunciavano un nome e se lo rimangiavano simultaneamente per lasciarlo sbucare di nuovo con gli schianti di cuore.

– No, credete, non è lui. Ho mentito, ho mentito un’altra volta. C’è dentro di me il demonio! diss’ella con il braccio alzato che ricadde con uno scoppio di pianto. Dio mio, Dio mio, chi mi aiuta! chi mi aiuta! ripeteva con la voce della donna che non sa più dove dare della testa. Chi mi aiuta!

– Voi stessa dovete aiutarvi! disse con qualche energia il giornalista che la teneva sempre alla sua corda professionale.

Si alzò, si mise a passeggiare concitata, palpandosi i capelli con le due mani, raccogliendosi la coda della lunga veste nera e ricominciando la narrazione del delitto, con le varianti, con minuzie più particolareggiate, sostituendo al nome di Remy Couillard un altro nome, cancellandolo subito, dicendolo un’altra menzogna e curvandosi verso loro, ombreggiandoli con le lunghe guarniture delle maniche di tulle nero pieghettato. Pareva volesse sgravarsi del segreto comunicandolo alle loro orecchie, ma poi si rialzò, con il dito al collo candido che rompeva il nero con una illuminazione diafana. Andò agli usci, chiuse a chiave, si voltò indietro più volte, girò gli occhi lucidi da una parte e dall’altra e poi, dopo avere raccolta sul braccio la coda nera, si tirò con sè la poltrona fino a loro, sedendo come dopo una corsa, ansante, respirando affannosamente, mettendosi il moccichino alla bocca, non si sapeva bene se per impedirsi di parlare o per trattenersene l’alito. Si sarebbe udito volare un moscerino.

I due giornalisti avevano capito che la Steinheil era matura, giunta al momento psicologico. Pendevano dalle di lei labbra.

– Ebbene, diss’ella, con una sonorità cavernosa della voce. Volete proprio sapere chi è stato il complice o l’assassino di mio marito e di mia madre? Io l’ho veduto fra i cambrioleurs nella veste ebraica, riflesso nello specchio in fondo alla mia stanza, mentre ero in letto terrorizzata. Volete sapere, signori chi era l’uomo che conoscevo, che avevo veduto, che lasciavo ospitare alla tavola della mia servitù e che trattavo famigliarmente come uno della casa? È una faccia che non dimenticherò facilmente. Ecco, potrei, dipingervela, fotografarvela, farne un medaglione, tanto m’è negli occhi con la sua faccia di scozzone, con la sua berretta buttata spavaldamente indietro alla locca per lasciarne vedere il ciuffo nero, con le sue orecchione appese come anse alle guance grasse, perdute nella pappagorgia ridondante sotto il mento leggermente rialzato. Naso truculento, su due baffoni neri come il carbone, con le punte grosse e arruffate in alto e divisi da una mancanza di peli al centro del labbro superiore.

– Il nome, il nome, signora!

– Sia! Peggio per lui se va alla ghigliottina! il suo nome è Alessandro Wolf.

– Alessandro Wolf, che cosa?

– L’assassino, colui che ha ucciso.

– E perchè avrebbe ucciso?

– Per rubare! per rubare! o signori.

Ci fu una sospensione lunga. I due giornalisti si guardavano l’un l’altro esterrefatti e io non sapevo che cosa dire della smorfia intraducibile di Bizet. Che cosa significava? Era la smorfia della sua incredulità per coloro che hanno mentito una volta o la smorfia dolorosa di sapere che la sua buona Marietta era colpita indirettamente al cuore? La Steinheil non ci diede tempo di scambiarci l’impressione.

– Per rubare! o signori, ripetè per la terza volta, paurosa che gli intervistatori non avessero capito. Alessandro Wolf, figlio della mia cuciniera, separato dalla moglie, ignorava che noi fossimo in casa. Ci credeva a Bellevue. Egli è venuto da noi per derubarci, sissignori! L’ho visto coi miei occhi. Egli è entrato nella mia camera: io mi sono svegliata di soprassalto. Ho gridato. Ho chiamato: soccorso! aiuto! È venuto mio marito. Alessandro Wolf gli fu sopra e l’ha ucciso.

Madama Steinheil era avviata e continuava facendo entrare nel racconto tutta la sua nervosità di donna isterica, tutto il suo spavento di narratrice asmatica, tutti i suoi gesti di artista insuperabile che sa con la mano o le mani, con il braccio o le braccia punteggiare, virgolare, sillabare, scandere le parole o precipitarle con una corrente di piombo liquefatto.

– Gridavo, gridavo come una disperata. Aiuto! soccorso! Accorrete. Tutto a un tratto intesi la voce di mia madre che mi chiamava: Meg! Meg!… Che cosa c’è?

Io non ho potuto rispondere.

Alessandro Wolf è andato nella di lei stanza e l’ha uccisa – et il a tué mama!

Tutti eravamo pieni di brividi. Ci pareva di vederlo in azione, con le spallone di venditore di cavalli alle fiere, con le sue dita che parevano tentacoli sulla vittima che si piegava come un giunco, domandando misericordia, mentre lui le faceva il nodo per stringere il cappio e farla morire con la lingua fuori come un’arrabbiata e con gli occhi sbattuti violentemente alla superficie dai terribili strapponi che le dava.

L’assassino, Alessandro Wolf, è ritornato verso di me. Io gridavo, urlavo, gestivo, chiamavo gente, supplicavo di accorrere, ma nessuno mi udiva, nessuno veniva. Allora il bruto, oh il bruto! mi ha rovesciata violentemente sul mio letto, mi ha imbavagliata, mi ha legata e mi ha detto:

– Se ti faccio grazia della vita è per tua figlia; ma se tu parli, dirò che sei stata tu che mi hai detto di uccidere tuo marito e tua madre e che sei tu che mi hai aiutato a compierne le strangolazioni.

Dopo il terrore io sono svenuta e non so più che cosa sia successa. Fu così che all’indomani io ho simulato un furto di più, nascondendo le mie gioie. Alessandro Wolf non ha portato via che il denaro.

La Steinheil era un artista capace di impressionare Clitennestra e madama Brinvilliers. Ma non era possibile ch’ella volesse mentire un’altra volta per trovarsi a tu per tu con un uomo che poteva domani stritolarla. Mi pareva che l’attrice mancasse nelle ultime dichiarazioni. Bizet dubitava ancora. Con la sua smorfia diabolica mi guardava stupefatto della mia stupefazione.

– Ella è una commediante! mi disse, curvato al mio orecchio, con la voce fra le palme alle estremità della bocca.

– Ella è una commediante! È la Sarah Bernardt della piattaforma delittuosa.

Intanto che durava la stupefazione io giravo intorno alla Steinheil come il Terribile di Bizet, fiutando, annusando, spalancando la bocca, cercando di aspirare di odorare e distinguere se ero alla presenza di una commediante o di una delle più inveterate ludre del delitto. Perchè un uomo, dicevo tra me e me, peggio! perchè un assassino di bassa condizione potesse ingiungere a una donna della aristocrazia mondana il silenzio, potesse imporre di tacere di una strage nella quale erano vittime la di lei madre e il di lei marito, bisognava che la intimità dell’una e dell’altro fosse colposa, fosse un amorazzo, fosse un intrigo d’alcova. Bastava che all’indomani lo avesse denunciato perchè la sua persona fosse come in una fortezza. Alessandro Wolf sarebbe stato arrestato, ammanettato, processato e ghigliottinato dai signori in tuba del palcoscenico dei capi lavori umani.

– E allora, caro Bizet, sussurrai al suo orecchio, nelle strangolazioni sono i turbini passionali. C’è la vendetta di un amante….

– Nego, non c’entra l’amore. Se fosse come dice lei, la spinta sarebbe semplicemente sessuale. Ma come ho detto io, non vedo che una commedia – la commedia di una donna antisociale.

I due colleghi si voltarono di nuovo l’uno verso l’altro, come se una stessa interrogazione fosse nata nei loro cervelli, e tutti e due, a loro insaputa, rivolsero la faccia verso la mondana e con la mano tesa dissero

– Allora voi, madama, siete l’amante di Alessandro Wolf.

– Ne, ve lo giuro!

Fu una risposta gagliarda, spontanea, accompagnata anch’essa dalla mano tesa come suggello al giuramento.

– Il vostro giuramento è un dilemma: o la persona non vi era indifferente o un’altra signora al vostro posto avrebbe parlato.

– A tavolino, quando voi scrivete, allora si parla, perchè non c’è di mezzo la vostra pelle. Sulla carta sono tutti coraggiosi, tutti atleti, tutti eroi, tutti virtuosi. In pratica si è un po’ diversi, signori. Un’altra signora al mio posto sarebbe anche morta di paura. Ma la morte sarebbe stata forse la migliore soluzione. Tutto sarebbe finito. Nessuno avrebbe messo in dubbio le mie dichiarazioni, sindacate le mie azioni, frugato nel mio passato, nessuno sarebbe entrato nei segreti di una donna come in casa propria, da padrone, da giudice, da accusatore, diss’ella alzandosi e raccogliendo con eleganza nella mano bianca e pozzettata la lunga coda adagiata in giro alla poltrona come una coda di serpente nero. Vorrei vedere le altre, aggiunse con un sospiro, che cosa avrebbero fatte le altre al mio posto! Avrebbero parlato! Si fa presto a parlare. Ci sono momenti in noi che non si possono spiegare. Si rimane paralizzate. Lo so io perchè ho parlato? Tocca agli altri a sciogliere questi problemi. Io so che ho avuto paura, paura! Egli è un omone che mi ha terrorizzata senza vederlo con le cavità delle guance che gli prolungano il mento come quello di uno scimmione.

– Paura? domandò come a se stesso uno dei giornalisti. Di che, madama, che vi uccidesse?

– No, che mi denunciasse come sua complice. Siccome non c’era alcun testimonio tra me e lui, così io non avrei avuto modo di difendermi.

Adolfo Bizet di solito tranquillo, con le dita fra le dita, piegava le mani come per unirne i bicipiti con lo sforzo di tutta la persona. Egli aveva bisogno di sottomettere se stesso per non scattare.

– Marietta Wolf ha partecipato anch’essa al delitto di suo figlio?

Stenheil ebbe un momento di perdizione, con la mano che pareva in aria come una vendetta ed è andata col fazzolettino a premersi le labbra.

– Ella, rispose con un filo di voce, non ha saputo del delitto che dopo qualche giorno. Le ho raccontato tutto io stessa, rispose pallida dell’incubo che in apparenza si era tolto dallo stomaco.

L’orologio del salone segnava le dodici e di fuori si udiva la pioggia che scrosciava sui vetri, con i lampi che illuminavano di una luce fosca la Steinheil in piedi, assorbita e trasecolata di quello che aveva raccontato.

I giornalisti avevano raccolto una confessione che all’indomani avrebbe indiavolata tutta la magistratura e l’opinione pubblica. Anche se monca, anche senza altri particolari, la rivelazione che la perla era stata messa nel portafoglio del domestico con le sue mani e che l’assassino era Alessandro Wolf bastava a rendere orgogliosi due giornalisti principi. Io stesso mi sentivo umiliato di non essere stato al loro posto, o per lo meno con loro, tanto l’avvenimento professionale mi sembrava di quelli che fanno storia. Come i tempi cambiano, mi diceva appunto Bizet, intanto che il cielo prorompeva con fragori che si ripercuotevamo nel salone con sprazzi rossi che investivano e incendiavano la signora e toglievano a tutti la voglia di continuare il colloquio.

– Come sono cambiati i tempi? C’è stato Rochefort, ancora vivo, che ha rifiutato con sdegno l’invito di Pranzini di andare nella sua cella a udire la storia dei suoi crimini.

Allora i delinquenti non erano ancora il materiale d’oro dei giornali.

– Rochefort diss’io, non è stato che un frasaiuolo

– In quei tempi la sua frase equivaleva alla folgore che udiamo adesso.

Ritornata la calma in cielo i signori giornalisti si sono alzati con i guanti e le tube in mano, ringraziando madama di avere loro accordato l’intervista.

– Siate solo esatti, signori, ecco quello che non mi farà rimpiangere di avervi ricevuti.

– È tardi, ma s’ella desiderasse la bozza de nostro colloquio non ha che da parlare.

– Grazia, diss’ella, sono stanca, e quando loro staranno correggendo io sarò addormentata.

– C’è un punto, disse uno dei due con l’indice alle labbra, che non mi so spiegare e che rimane il punto nero della confessione.

– Per esempio?

– Dal momento che la paura vi ha impedito di dire la verità perchè non avete taciuto quando l’assassino Remy era il chiasso del giorno e nessuno pensava più al vostro affare, anzi quando era già sepolto come un delitto di volgari malfattori che sarebbero capitati un giorno o l’altro nelle mani della polizia?

– Perchè… perchè… rispondeva cercando nel pensiero il consiglio se sì o no dovesse completare la narrazione. Perchè io speravo di potermi giustificare agli occhi di una persona.

– Il nome? si affrettarono a domandarle i giornalisti.

– È il nome di una persona che non voglio nominare, rispose la Steinheil con la lascivia negli occhi.

– È un segreto?

– È una persona che non voglio nominare, aggiunse premendosi il fazzolettino agli occhi avviati al pianto.

Poi, tra i singhiozzi, continuava a dire: No, no, non voglio nominarla! È una persona che non mi ama più. Il suo amore è perduto… perduto… perduto!

Gli altri erano usciti in fretta e se n’erano andati con le automobili che li avevano aspettati, avviandosi l’uno all’Eco di Parigi, l’altro al Mattino, e madama Steinheil che non aveva finito di ripetere a sè stessa che quello era il più tragico momento della sua vita e che ormai non le rimaneva più che morire, in piedi, come la donna più addolorata e più infelice di Francia, singhiozzava sempre, cercando inutilmente di frenarsi con il fazzoletto ora agli occhi e ora alla bocca, mettendosi sovente la mano alla fronte, agitando qualche volta la mani nell’aria come per tradurre la sua disperazione. Poi lentamente, automaticamente, sempre scossa dai singulti, si avviò verso l’uscio che metteva nella galleria, sostando qua e là con sospiri angosciosi, rovesciando il viso tutto bagnato di lagrime in alto, scoppiando prima di scomparire in un pianto dirotto e dicendo con la voce fatta di singulti e di lagrime: Marietta! oh, Marietta!

Udimmo i passi della cuciniera che accorreva presso di lei, segno evidente che essa non aveva origliato alla toppa e che non sapeva ancora ch’ella soccorreva l’accusatrice di suo figlio.

La pioggia era cessata e noi prima di trovare un fiacchere abbiamo avuto tempo di sgranchirci le gambe. Bizet, ragionatore, che cerca la ragione in ogni cosa, mi consolava dicendomi che io e lui dovevamo scovare a qualunque costo la persona amata dalla donna dai capelli color del vin bianco, come dice una canzone romanesca. E ci riusciremo senza dubbio, diss’egli, prendendomi sottobraccio tutto contento della sua persuasione. E sapete perchè?

– Perchè domani i giornali incominceranno col sottovoce a fare allusioni a Tizio e a Caio.

– No. Baragiola, no. Un detective come me non aspetta mai il soccorso dai giornali. Non sono un Leydet del detectismo. A proposito, questa sera si è completata la sua disfatta. Presto, Briand, il ministro di grazia e giustizia, lo manderà a quel paese. Non vorrà più saperne di lui. È stato un giudice istruttore troppo compiacente. Immaginatevi… Basta, ci pensi lui. Per mio conto è un uomo rovinato. È la sorte comune. Chi va su e chi va giù. I delitti di commozione pubblica danno ad alcuni la fama, ad altri il riposo. Leydet è probabilmente tra questi ultimi. Stava dicendomi il perchè noi ci impadroniremo del Bel-Ami e del nome dell’amico di madama Steinheil e di altre cose insperate quando siamo entrati nella di lui casa.

– Partecipo delle vostre speranze, ma confesso che non so dove vada il vostro pensiero.

– Non sarete mai un buon detective se non fiutate la miniera durante il colloquio. In questo momento noi siamo all’orlo di una miniera di informazioni.

– Marietta Wolf! sclamai rosso di vergogna per non averci pensato prima.

– Marietta Wolf! La confessione di Madama Steinheil ha scatenato la bufera. Tra lei e la cuciniera non ci può più essere che odio inestinguibile. Domani mattina, alla lettura dei giornali, le due donne saranno due fiere. L’una cercherà di distruggere l’altra. Marietta non avrà più ritegno. I suoi anni di servizio saranno a nostra disposizione. Ella ci racconterà tutto. Anche la Steinheil ci può render grandi servigi. Voi vi sarete accorto che la Steinheil, parlando della persona che l’ha spinta a giustificarsi in pubblico, per conservarne il suo amore, metteva nelle parole un rincrescimento sdegnoso e una collera sorda. Collera di trovarsi oggi disillusa senza l’amante e nella condizione direi quasi di accusata. Ha parlato troppo e ha variato troppo e quel che è peggio è che sarà obbligata a parlare ancora e a variare un’altra volta, come tutte le anomale di mente e di cuore.

– Anomala!

– Ella è tutta un’anomalia!

– Voi siete dunque lombrosiano.

– Al contrario: Io sono più vicino al Tarde che al Lombroso.

Per lui la ditta del delinquente è la faccia, sulla quale egli vede sempre un caleidoscopio di ripugnanti espressioni e delle fattezze criminose. Quand’è che si diventa delinquente nelle mani di Lombroso? Quando si è in prigione come assassino, come ladro, come truffatore, come stupratore, come pederasta, come falsario, come lenone, come perduta.

Quando la fisonomia si è alterata nell’ambiente delle sofferenze umane, quando il rimorso o il dolore di essere perduti per sempre ha minato l’organismo. E sapete quando mi sono accorto che la teoria lombrosiana non può avere vita lunga, almeno riguardo alla anatomia facciale? Quando sono andato in una casa di pena per ragioni professionali. Lombroso mi pareva proprio il più grande scienziato del mondo. Lo paragonavo a Darwin. Mi pareva l’iniziatore di una grande scuola. Non vedevo che visi truci, che facce cosparse di tutti i segni degenerativi. Senza pulizia, con alimenti che fanno schifo, con la vita claustrale dell’imbecille o dell’analfabeta in pochi anni i padiglioni delle orecchie sembrano due volte più grandi, il naso pare deviato, le arcate orbitali hanno l’aria di essere ingrossate, i zigomi diventano sporgenti da far paura e la mandibola inferiore si prolunga e pare tenda a voltarsi verso la bocca come quella, dell’urangotano. È un uomo, quello dei penitenziarii, che io direi disambientato. Quanti sono quelli che hanno l’insensibilità fisica e morale di Poulet e di Renard e muoiono tranquilli nei loro letti senza che alcuno li supponga criminali? Quanti sono quelli che hanno la mano lunga del ladro che passano all’altra vita senza appropriarsi la roba degli altri? Dire che i geniali hanno la faccia pallida, gli epilettici rossa, gli idioti giallastra e i cretini rugosa e flaccida, non è difficile. Ma quanti hanno una fisonomia identica senza essere nè cretini, nè idioti, nè geniali? La tavolozza lombrosiana non ha che colori orridi. Senza di che perirebbe. Io e voi abbiamo veduto Courtois e Renard poche ore dopo il loro arresto e qualche mese dopo, la loro prigionia, non è vero? Che differenza! ditelo voi. Courtois era fisicamente un bel ragazzo, un bel giovine. con della femminilità sul volto, con della grazia nella persona. A nessuno sarebbe venuto in mente di considerarlo un delinquente. Sano bastati tre o quattro mesi di carcere con le torture dell’istruttoria penale per farne un delinquente classico. Egli ne ha ora tutte le caratteristiche. Le orecchie ad ansa… con tutto il bagaglio clinico del prof. Lombroso. Se non sarà ghigliottinato, perchè è minorenne, e potremo rivederlo dopo qualche anno di galera, troveremo in lui tutta la decadenza fisica e intellettuale del criminale e dei criminali.

La Steinheil, come avete veduto, è il demonio della bellezza, senz’essere l’apoteosi della carne modellata, come avete detto voi esagerando. Se dovesse andare in prigione e rimanervi per un po’ di tempo la vedremmo imbruttita, senza seduzioni, con tante irregolarità fisionomiche da meravigliarci che ci siano stati uomini capaci di baciarla, di amarla e di andarne pazzi come il defunto presidente della Repubblica e l’esercito dei maschi di tutte le altre classi sociali. Vestita poi dell’abito della reclusa penale, senza orecchini, senza anelli, senza sfoggio di capelli, la vedremmo invecchiata, cadente, con gli occhi spenti, magari sdentata, con le guance flosce, con le labbra assecchite, con la persona piegata dal dolore atroce di un dramma che l’ha ridotta un numero di reclusorio.

Marietta Wolf, che noi dobbiamo fare di tutto per vedere domani, sarà già tutta alterata, tutta disfatta. Il colpo terribile che le ha assestato al cuore la Steinheil col consegnare la testa di suo figlio, Alessandro, al signor Deibler, le deve aver dato una tale scossa elettrica ai nervi da decomporle le linee facciali. Studiata in quel momento noi le vedremo gli occhi spiritati della folle a intermittenza, la udremo forse parlare con la memoria sconquassata e non è dubbio che nella voce e nei gesti sentiremo le sue rivolte. Insomma le espressioni lombrosiane a furia di essere applicate a tutti i tipi della delinquenza, nel fatto sono diventate clichés.

Nei giorni passati ho flanellato un po’ per le botteghe di mode con la signora Tally, una mia conoscenza divenuta corrispondente di un grande giornale londinese dopo la morte del marito, uno dei primi sarti di donna che avrebbe raggiunta la celebrità del Wörth se un tifo crudele non lo avesse soppresso a quarantanove anni. Non è più bella e non ha più i misoneismi inglesi che la tenevano nella rete della morale filistea delle sue connazionali, ma ha imparato a descrivere una toeletta o un cappello con la penna che ricama, che illustra, che introduce le lettrici in tutti i labirinti delle luci combinate dalle stoffe messe assieme dalle artiste delle sartorie e delle modisterie. In verità io ero più interessato nei prezzi che nelle descrizioni. Perchè la mia escursione, attraverso i magazzini che fanno felici le signore, era di riuscire a farmi un’idea del costo di una donna parigina e di sapere, alle somme finali, come i mariti possano salvare la morale matrimoniale. Passavo dunque da un cabriolet direttorio, fatto con la stoffa del tempo, di seta rossa, ricamato d’argento doppio, con merletti d’argento vecchio che dava al copricapo femminile un gusto tutto francese, di una grande ricchezza francese, e le domandavo:

Ella mi rispondeva alzando le dita della sua manina inguantata e le dita rappresentavano le centinaia. Quando c’erano i rotti parlava:

– Four hundreds and fifty – 450!

Io non rabbrividivo, perchè non ero che uno spettatore. Ma pensavo che se per un semplice cappello che non poteva durare che il tempo di un capriccio, si doveva spendere tanto, il marito che non sapesse fabbricare i biglietti da mille con l’abilità del Fraschini o che non fosse uno scroccone come Lemoine, o non avesse la rendita dei Baring o dei Rothschild, doveva necessariamente permettere che sua moglie non fosse tutta sua.

– Siete un ragazzo, mi diceva la signora Tally, meravigliata che io fossi così piccino da mettere in discussione la miseria di 450 lire. Guardate, vedete quelle capotine per teatro.

– Non sono proibiti i cappelli a teatri?

– L’ingegno della modista parigina che non si è rassegnata a perdere l’acconciatura serale della clientela, ha immaginato quei cosini che vedete. È una cosuccia impero, modernizzata dalle grosse perle graziosamente avvolte in una specie di rete che incassetta il chignon, passando sul davanti della testa e posandosi sotto il cammeo posto al disopra dell’orecchio destro. Che cosa credete che costi? Domandiamolo alla signora Maria Crozet, proprietaria del superbo negozio di via della Pace, 19.

– Le perle costano, ci rispose. Rifiuterei 800 lire.

Senz’altro siamo usciti e con lo stesso automobile che ci aspettava ci siamo fatti condurre chez Maubant e Dugdale, al pianterreno della casa situata all’angolo tra la via Rivoli e la via Cambon. È una ditta che data da anni e che serve le più eleganti signore di Parigi. La sua specialità è il flou, un vocabolo che vuol dire che vende tutto ciò che c’è di morbido, di leggero, di pastoso nelle vesti. Una tea-gown (abito per il thè alle cinque del pomeriggio), la si poteva soffiar via senza sforzi di gola. Ho veduto un deshabillé (abito di mattino) di seta rossa orlato di pelliccia liberty dello stesso colore che non pesava più delle mie calze scozzesi. Una casacca, una grande casacca di tulle bianco ricamato, scollata davanti per l’ammirazione del seno, 1,200 lire.

– Non è cara, signore, mi disse la venditrice, facendomi, notare che il davanti della casacca aveva nodi alla Luigi XV, incrostati di rose leggiadre di mussolina. Andando avanti ho dovuto fermarmi davanti a una altra tea-gown con ghiande d’argento vecchio terminate a nodo, perchè mi pareva identica a quella che ho veduto appesa nella stanza della signora Steinheil, la prima volta che mi trovai in casa sua con Leydet, il giudice, che sta per perdere l’incarico di continuare la istruttoria del delitto della via Vaugirard. Me ne sono andato con la signora Tally pieno di cifre enormi.

– Quella signora che avete veduto entrare, nella toilette per il déjuner al restaurant, aveva indosso non meno di cinque o sei mila lire, senza le sottovesti, il busto e le calze che noi non abbiamo veduti. Indossava un abito di rascia bianca di grande valore, con una sciarpa di pizzo floscio e abbondante che le andava giù fino all’alto volante ricamato al fondo della veste. Il bolero era un bijou elegante, aderente ai fianchi, con ricami sulle eminenze del seno che si prolungavano fino allo stringimento del vitino. E che cappello che aveva sul mucchio dei capelli castani! Era un cappello della casa Renée Demilière, della via Reale, con penne di struzzo che costano quello che costano.

– Allora devono essere tutti ricchi i mariti a Parigi.

Prima di tutto le signore che vediamo non sono tutte maritate e non tutte sono andate a marito senza dote. Ma già una signora che voglia vivere in quello che si chiama il gran mondo, deve spendere, deve avere molte toilettes, molte gioie, molti guanti, molti stivalini. Colei che spende direi venti mila lire l’anno è una snob, una che porta in giro il suo snobismo, sostantivo che nel linguaggio della moda vuol dire malvestita, con il vestito dell’altra settimana o con il vestito che le altre signore manderebbero alla guardaroba dei rifiuti. Per vestirsi a buon mercato la donna deve andare al Louvre, dove può vestirsi a tutti i prezzi, o al Bon Marché di Aristide Boucicant, dove tutto è a prezzo fisso, o alla Belle Jardinière o al Printemps, dove il caro è sconosciuto.

Ma la donna che va al Louvre o alla Samaritana o è una buona signora di famiglia con tanti. marmocchi o è una donna che si può invitare a pranzo dal Duval, il macellaio che ha fondato i restaurants per tutte le saccocce.

– Quello che per me è sempre un’operazione algebrica è la moltitudine delle signore abbigliate con tanto lusso. Pare che abbiano tutte delle cave d’oro. Ieri sera sono andato a vedere Coquelin nel Cyrano, l’eroe che rappresenta la bontà e il coraggio, tra le sue disgrazie fisiche e le sue nobiltà morali. Che cosa vi devo dire? Piena. Pienona. Eleganza, sfarzo, bellezza. Spalle nude, rosate, seni che parevano bacheche di voluttà in vendita, teste adorabili civettizzate da un nastro perlaceo, da una corona di brillanti, da occhiolini nascosti nel mucchio dei capelli che buttavano scintille dappertutto. Proprio, non ho mai veduto tanto sfoggio, tanta ricchezza, tanto chic, neanche al Convent Garden, nelle serate di gala, con le ladies dai tiri a due e dai tiri a quattro.

– Mi fate ridere, Baragiola. A Parigi non siete in una provincia. Siete nel cervello del mondo. Qui anche i poveri sulle braccia delle istituzioni benefiche sentono tre volte di più degli altri poveri il peso della miseria. La miseria, la penuria, le privazioni, le angustie, sono spasimi intollerabili per i parigini. Tutti vogliono vivere, godere, partecipare alle ricchezze. Una volta il pensiero era di possedere senza esistere; ora è il contrario: si vuole esistere anche se manca il necessario, a costo di rubare, a costo di violentare qualche articolo del codice, a costo di gridare che la proprietà è un furto. È l’individualismo che sta perfezionandosi. Non ci sono più fisime, non c’è più pazienza. C’è invece fretta in ciascuno di salire, di entrare nel benessere, di non avere più le seccature del domani. Siete invecchiato, mio caro Baragiola. Vi occupate delle virtù delle signore! Voi parlate una lingua sconosciuta a Parigi. Che cosa diavolo avete fatto in tutto questo tempo? Se l’avessero, la venderebbero, magari al mercato, al miglior offerente. La Steinheil non è peggiore nè migliore delle altre. Non c’è signora perbene, con tanto di famiglia riconosciuta dalla carta bollata, che non abbia il monsieur o i messieurs che paghino i conti della casa. Un marito non basta più a supplire ai bisogni del ménage. C’è troppa differenza fra l’antica e la nuova famiglia. La famiglia di una volta viveva di modestia, di sagrifici, di affezioni, di intimità. Era la famiglia del tutto per uno o dell’uno per tutti. La speranza di un avvenire migliore li teneva tutti legati fino alla morte. Nella casa moderna l’affetto è morto. Non c’è più lealtà fra marito e moglie. L’uno inganna l’altra o tutti e due vanno d’accordo, come gli Steinheil, per spogliare gli adoratori, magari disprezzandosi, magari svillaneggiandosi ogni giorno, magari buttandosi alla testa le parole purulenti del loro cervello. Di chi la colpa? Di tutti e di nessuno. È il nuovo la sociale che ha buttato in aria tutto senza dare un assetto economico ad alcuna. Lo Steinheil, pittore, che sapeva e godeva della prostituzione della moglie, può disgustare, può anche inorridire. Ma se si sa che la condizione del povero strangolato è la condizione su per giù di tutti i mariti del ménage senza rendita fissa, il disgusto, credetelo, diminuisce. È il marito dell’ambiente del lusso eccessivo e del pauperismo eccessivo. O si diventa idioti nell’isolamento come i pitocchi o si mettono sotto i piedi tutte le convenienze della vecchia morale rimasta fra noi come una vecchia grinzosa che agita le mani d’orrore, come una paralitica fra le risate di coloro che preferiscono essere una individualità dell’alto o del basso demi-monde che un numero fra le moraliste che fanno la fame.

Mi sono separato dalla pessimista al Louvre, dove mi aspettava Bizet tutto affaccendato ad attorcigliarsi i baffi più belli della Francia.

– Dieci minuti di ritardo, mi disse tendendomi la mano. Offritemi una sigaretta. Ho dimenticato la boîte a casa. Andammo nell’automobile.

– Via Giangiacomo Rousseau, diss’egli al chaffeur.

Mi fermerò due minuti alla porta, poi andremo sul boulevard des Italiens, dove vi offrirò un whisky con soda per movimentarci il cervello e poi andremo diffilati da Marietta Wolf, già scappata dalla via Vaugirard, dopo un terribile scroscio di villanie fra lei e la sua padrona. Due minuti e sono di ritorno, mi disse Bizet. Intanto leggete l’intervista dei due giornalisti di ieri sera e i commenti degli altri giornali usciti dopo.

Per paragonare il baccano sollevato dalla confessione di madama Steinheil a qualche altro baccano che gli assomigli, bisogna passare la Manica, anche se è tutta agitata dai cavalloni che muggiscono disperatamente. Non c’è che l’Inghilterra che possa dare simili rigurgiti di commozione o di convulsione o di irritazione nazionale. Crawford e mrs. O’ Shea sono state nella indignazione pubblica come è ora madama Steinheil.

Il motivo dei tre personaggi è identico; pornografia volgare, pornografia comune, pornografia di tutti i giorni, adulteri di tutte le ore. La differenza tra il loro fattaccio e il fattaccio di tutte è che le tre adultere si sono avviticchiate agli uomini rappresentativi, agli uomini portati sulle alture della vita sociale dal suffragio degli elettori, ai deputati, ai senatori, ai sovrani della opinione pubblica. La Steinheil ha al dorso Felice Faure, la Crawford uno degli statisti più eminenti del Regno Unito, Carlo Dilke, e la signora O’ Shea nientemeno che Parnell, allora un quintale di influenza politica negli affari britannici, il leader del partito irlandese alla Camera, l’agitatore per l’indipendenza del suo Paese. La confessione della Crawford, documentata con la matita alla mano, disegnando la stanza dei bagordi carnali col ministro che rappresentava la morale cromwelliana e passata agli occhi di tutti per un puritano autentico, ha fatto saltare in aria la nazione con i pugni tesi, con la bocca piena di vituperii. È stata una esecuzione capitale compiuta a colpi di torsoli marci, di uova putride, di scaracchi fermentati. Parnell ha tentato di passare attraverso il subisso della esecrazione universale con la rivolta, ma ha dovuto anche lui piegare e morire soffocato dalle maledizioni come un criminale che si butta furtivamente nei letti degli altri per insudiciarli. Il turbine della collera francese è essenzialmente per la morale offesa non mica dalla Steinheil, ma da Felix Faure, presidente della Repubblica. La gente è intorno a lei, ma l’accusato è lui. Io non mi meraviglierei di vederlo spanteonizzato prima della fine dell’affaire.

Chin-chin, mi disse Bizet toccando il mio col suo bicchiere. Che cosa vi avevo detto? Domani l’opinione pubblica sarà incendiata. Ecco, guardate, gli articoli di commento sono in grassetto, sono in corpo nove, in corpo dieci e perfino in corpo dodici.

– Avete avuto ragione, ma io, straniero che rimane spettatore dura fatica a capire tutto questo diavolerio per una donna, sia pure bella…

– È bella!

– Non lo nego, è una bella bestia fresca e bianca e piena di seduzioni, ma credo che senza i personaggi che l’hanno sviluppata con la loro concupiscenza e con i loro biglietti da mille non farebbe tanto scalpore.

– Voi non siete completamente penetrato dell’avvenimento. Non lo avete ancora assorbito bene. Avete un cervello, scusate se ve lo dico, poltrone.

La Steinheil, in questo momento, non è più una persona, ma un tipo. E mi pare di avervelo già detto. Ora il tipo di una specie è interessante. Intorno a lei si studia la società, come se fosse essa la presidentessa della Repubblica.

– Se i nomi che corrono intorno a lei non sono calunnie o invenzioni, la Steinheil dovrebbe essere miliardaria.

– Forse esagerate; ma sarebbe più volte miliardaria se le donne come lei e come le Blanche d’Antigny non avessero per finale la catastrofe, la miseria nera, la galera, il naufragio completo. Su, in vettura, mi disse, dopo avere riaccesa la sigaretta.

– Dove andavano a finire tanti denari?

– Le Steinheil grassano i signori con i sorrisi, ma si lasciano grassare alla loro volta da chi sorride loro…

– Ho capito. Intorno alla Steinheil c’è l’uomo invisibile per tutti, il sogno della mente, l’amante del cuore.

– Appunto l’amante del cuore è stato ed è ancora la sanguisuga della bella Meg. In casa Steinheil si è dovuto, per saziare la piovra alla tasca di madama, bere, come la Marietta e Couillard, domestici, il vino da otto soldi la bottiglia, cosa che inaspriva il carattere bilioso del pittore.

Era un bel soggetto, sapete, quel caro sgorbiatore della pittura… barocca. Se non aveva il vino buono andava in bestia, come quando si trovava senza napoleoni d’oro. Nel momenti di bolletta verde perdeva la staffa. Avrebbe mangiato il naso agli uomini e schiaffeggiato la moglie o data l’anima al diavolo. Vedeva fosco, si rintanava nel suo atelier come un cane ringhioso e si sfogava a insudiciare le tele di colori sporchi, di colori, fangosi, di colori di lisciva, di colori che parevano messi assieme da un matto.

Era il Bel-Ami che costava, che divorava, che pesava, che svaligiava, che grassava madama Steinheil coi sorrisi, con le carezze, con gli abbracci… Per lui un giorno ella è stata obbligata a impegnare il fermaglio prezioso, sormontato dal monogramma F. F., vale a dire di Felix Faure.

– L’unico gioiello rimasto nella cassa forte nella notte del delitto.

– Appunto.

– E di Bel-Ami ne ha avuti parecchi, sapete. Uno solo è stato piovra alla sua tasca per dieci anni! Lo manteneva come un principe. Vita di lusso, bisca, cavalli, mare, montagna, regione calda d’inverno e fresca d’estate. Il Bel-Ami era la bestia nera del povero Steinheil. Diventare lo zimbello degli adoratori della moglie, assumere la maschera del marito che ignora da che parte giunga in casa il benessere, assistere alla propria decomposizione morale, subire gli oltraggi sanguinosi della venditrice di baci del focolare domestico, rimanere nel truogolo del mantenuto senza uno scatto e poi vedere lo sperpero, e poi vedere la donna che fa uscire tutto ciò che è entrato con la stessa spensieratezza e poi trovarsi di nuovo alle prese con la miseria, in lotta col luigi d’oro era per lui il massimo dei dolori. Si disperava, brontolava, si lamentava, minacciava. Era allora che la bega coniugale diventava una tempesta che finiva con la sua fuga. L’imbrattatele si rifugiava nel suo atelier.

– Guadagnava…

Bizet rispose con una spallata.

– Come spiegate che il suo pennello ha fatto il ritratto a tanti signori, da Faure a Borderel?

– È una spiegazione che vi può dare anche un asino. Ci vuole un po’ di vernice nelle cose. Per andare in casa di una signora senza farle perdere il rispetto che le devono i servi bisogna che gli amici siano presentati al marito. E lo Steinheil sapeva rappresentare bene la sua parte. Diventava di gomma. Era tutto curve, pieno di piaggerie e sapeva girare intorno agli amici della moglie come un cane che frema d’impazienza di entrare nelle grazie del nuovo padrone. Il cliente della moglie diventava sovente il cliente del marito. Entrava presentato, lo faceva sedere, gli metteva davanti cinque o sei quadri, raccontandogli la storia di ciascuno, gli parlava dei suoi successi, non dimenticava mai di additargli ch’egli era seduto dove aveva posato quel grand’uomo che fu Felice Faure e poi tra una pennellata e l’altra, gli raccontava del trionfo del suo genere all’esposizione fatta in casa, proprio l’anno prima. L’aspirante all’amicizia della padrona di casa fingeva di ammirare tutto ciò che gli sciorinava, dicendogli che gli sarebbe piaciuto, se non fosse stato troppo caro, di avere questo o quel quadro alla parete del suo salotto. Il salasso era di mille, di due, di tre e anche di quattro mila lire, secondo la persona, se era facoltosa o meno. Mi ricordo di un tale…. Aspettate: si chiamava…? Me ne sono scordato, ma devo averlo sul diario di quel mese il nome. Del resto il nome importa poco. Era un gentiluomo che la signora Steinheil aveva conosciuto aspettando alla stazione il treno per Bellevue. Si erano dati appuntamento dopo e il pagamento è stato di ottocento lire con dei grazie per il piacere di farsi mandare a casa un quadro che forse avrà mandato al solaio o in cantina.

– Insomma, se non fosse per il rispetto che voi avete per il matrimonio, lo mettereste fra i mantenuti bollati.

– Non al condizionale però, perchè io non ho dubbi ch’egli fosse un monsieur Alphonse della famiglia.

– Sapete come sono gli autori, credono sempre che la loro merce sia smerciabile. È una semplice supposizione la mia. Ma Steinheil non poteva ignorare quello che avveniva al suo dorso e credere proprio alla sua genialità pittorica.

Egli ha sciorinato un sorriso satanico. Capiva che io gli facevo ripetere l’accusa di mantenuto per mettere in fuga anche l’ultimo pensiero che potesse essere diffamatorio. Dopo la pausa rispose:

– Poteva, se avesse voluto. Ma lui ha sempre preferito il comfort a quella finzione.

– Sarei giustificato se io lo facessi entrare nel camerone degli uomini obbrobriosi?

– Che benedetto ragazzo! C’è bisogno di domandarlo? Come uomo, a nominarlo come vivo, era un porco. Come morto, e specialmente per la fine che ha fatto, merita la mia compassione. Tolto il cappello per rispetto al defunto che passa, me lo rimetto in testa e riprendo la mia funzione di detective. Allora voi lo sapete, non ho più ritegni. Parlo delle cose come sono. E le cose come sono mi obbligano a mettere sulla sua croce questo laconico epitaffio: “Qui giace un pederasta e un mantenuto”.

Bizet era troppo leale e troppo scrupoloso per cadere nei tranelli delle esagerazioni. Mi diceva sempre: Se io calunnio, fatemi strappare la lingua come l’hanno strappata al Pilone del “Quo Vadis”. Tuttavia mi sono arrischiato a domandargli se non gli pareva violento l’epitaffio?

– Violento? La verità è già troppa violenta, perchè io vi metta della energia mentale. Vi pare? Il signor Steinheil era così conscio della sua funzione che lo si potrebbe chiamare il collaboratore delle tresche amorose della moglie. Perchè era lui che in certi brutti quarti d’ora dettava alla cara consorte le lettere per sollecitare i signori a mandare somme di denaro. Oh, non faceva complimenti il pittore di roba storica!

Quando la cassa di famiglia era vuota, pregava madama di rifornirla e di s’arranger. Non è dunque una calunnia dire che svaligiavano la clientela insieme. Dal documentista voi esigete il documento. E io vi contenterò il primo giorno che verrete a pranzo a casa mia. A proposito è mia moglie che vi invita per sabato.

– I miei ringraziamenti e i miei ossequi alla signora Bizet.

– Sempre complimentoso! Chauffeur, deve diavolo ci conducete? Prendete la sinistra. Vi ho detto alla Gare de Sceaux, piace Denfert-Rochereau. Sceaux non è che a due chilometri. Vi saremo fra pochi minuti. Ah, benedetto cab! È la mia vettura ideale, se è guidata da un cocchiere inglese. Che bellezza! Non c’è mai bisogno di parlare con lui. Si entra, si punta il bastone in direzione del posto che si vuol andare, e la si fa andare a destra o a sinistra con lo stesso sistema fino al momento di piantarlo nell’aria come un punto di ammirazione che per lui equivale all’ordine di fermarsi.

Mi adagiai con la testa nel soffice del dorsale della vettura cercando di indovinare in che cosa consiste il documento della depravazione di Steinheil, consapevole del mercato della moglie. Ma la mia testa non è fertile come quella di Sherlock Holmes. Perdetti il tempo.

– Voi avete detto, mio caro Bizet, che il documento delle turpitudini del pittore è già in casa vostra, non è vero?

– L’ho detto e lo ripeto. Capisco la vostra curiosità. Voi non potete aspettare fino a sabato e voglio contentarvi in parte. Il consenso che la moglie si vendesse a chi volesse è in una sua lettera, scritta un po’ prima della sua fine tragica. È una lettera che ha tutta l’apparenza di una rivolta contro la prostituzione della moglie. Ma letta bene è la condanna dell’autore. Perchè? Perchè non è un’insurrezione morale dell’uomo che ha scoperto la moglie in flagrante adulterio o di un marito che non transige. È la lettera di un uomo che è stanco di un’altro. La relazione della moglie con Borderel era diventata così notoria che gli seccava, che gli pareva che la gente cominciasse a sparlare di lui. Non ricordo che il contenuto della lettera. Ma è evidente che nella chiusa è la sua confessione. Perchè occupandosi della sua pazienza esaurita, aggiungeva che era risoluto a non sopportare quello che aveva tollerato fin allora. Un marito che si rispetti non tollera mai. E perchè ha tollerato? Perchè Borderel era un riccone che pagava profumatamente, pagava persino la villeggiatura di Bellevue a condizione, s’intende, che il marito se ne andasse tutte le volte che era importuno. Se voi interrogate la stessa Steinheil vi dirà senza esitazione che suo marito era tale quale l’ho condensato nel mio epitaffio. Ci voleva un orbo o un sordo per non vedere o sentire che in casa Steinheil si andava avanti col carnimonio di madama. La stessa Marta, sua figlia, vittima del luogo, aveva imparato a fare le riverenze ai signori che andavano e venivano a trovare la mamma.

– In un tale ambiente l’ambientista non dovrebbe essere inesorabile neanche col marito.

– Giustissimo. Io l’ho già assolto. Non sono i suoi peccati che mi preoccupano. È il tipo che mi disgusta. È il marito della borghesia impotente che mi nausea. Se la mia morale non dovesse trovarsi a disagio dove il matrimonio è come una licenza per esercitare impunemente il mercato della carne proibita o legalizzata a maggior prezzo non ci sarebbe più ragione di avere la polizia dei costumi e di perseguitare le mestieranti per lo scandalo che danno.

– Anche il mestiere della Steinheil deve essere un cattivo affare se le donne giungono a trentanove anni con le gioie impegnate.

– Perchè quelle donne là hanno poco giudizio. Spendono come la Nanà. Non hanno discrezione. Non credono d’invecchiare e non suppongono mai che anche il loro corpo è una merce deprezzabile.

Da un anno all’altro il valore della bellezza discende. Quando c’era “monsieur”, vale a dire il presidente della Repubblica, le trattative della Steinheil costavano care. Monsieur pagava tutti i grossi conti che gli facevano pervenire. E qualche volta erano conti per far denari.

Gli anni passano e si avvizzisce. Non c’è sapienza di toilette, caro mio, che possa ridare la gioventù andata. Io e voi non potremo mai più riavere i nostri vent’anni, E poi non è una vita comoda quella della Steinheil. È una vita di sotterfugi, di ripieghi, di umiliazioni, di bugie, di menzogne. Si tappa un buco per farne un altro. Si svaligia un individuo per soccorrerne un altro. L’amante del cuore della Steinheil deve costare tanto oro quanto pesa. Sono otto anni, sapete, che vive à ses crochets, come diciamo noi francesi, o alle sue spalle, come dite voialtri. E otto anni di vita allegra passati alla bisca, alle corse dei cavalli, alle soirées mondane, ai teatri, in villa, al mare, in campagna, sono una bella somma. Oh, eccoci, disse al chauffeur. Non abbiamo più che mezz’ora di ferrovia.

Sceaux è una sottoprefettura di quattro o cinque mila anime, celebre per un castello che è stato demolito ai tempi della grande Rivoluzione. Della sua struttura non c’è più che un angolo o una cinta del parco, ma la gente va a vederlo come va a vedere i rottami di Roma imperiale.

– E il Bel-Ami dello Steinheil si chiama?

– Non posso dirvelo, perchè anche lui è sospetto di avere partecipato alla strangolazione dello Steinheil e della Japy. Quello che vi posso dire è come è nata la relazione tra lui e Margherita. Otto anni fa era un giovanotto in fiore. Forme atletiche, mucchi di capelli biondi, baffi del colore dell’ambra, occhioni di un azzurro di cielo. La Steinheil, in intimi rapporti con la sua famiglia, è stata pregata dai suoi genitori di indurlo ad abbandonare una biche del gran mondo in cui le donne sono quotate come i cavalli del Turf. I genitori le dicevano che il loro ragazzo stava per perdersi e rovinarsi la carriera. La buona Meg si intromise e a furia di intromettersi ha preso lei il posto della biche. L’epoca? Tra il 1900 e il 1901.

Fu l’inizio di un grande amore, di una grande passione. E come tutti i grandi amori e le grandi passioni tra lei e lui ci sono state scenate di gelosie, abbandoni piangevoli, burrasche durante le quali tutto andava sotto i piedi, riprese lunghe di abbracci più intensi, di baci che suggellavano l’anima dell’uno nell’anima dell’altra. I litigi erano come pretesti per ricercarsi e impromettersi una collaborazione più gagliarda e più poderosa, più calda dei loro trasporti senza prudenza, ma pieni di felicità segrete e di perdoni bagnati di lagrime. E via, sempre così. Nuove ricadute con collere tempestose, nuovi sdegni per riunirsi coi pentimenti reciproci e ricominciare la lotta dei sensi fino al rilassamento dei nervi e alla stanchezza dell’uno e dell’altra. L’amore fatto di orgoglio e di ritrattazioni, di genuflessioni e di bestemmie, di magnanimità e vigliaccherie costa assai più dell’amore perfetto che per me è quello della famiglia regolare. Che cosa volete, io non posso sedere a tavola con la donna reduce dagli altri uomini, siano pure più belli e più premurosi di me. Se mi permettete il paragone io ho un po’ della Giorgio Sand. Lei non sapeva amare due uomini alla volta e io non so amare due donne in uno stesso periodo. Mi pare una profanazione, un amore senza stima reciproca, senza culto l’uno per l’altra. Gambetta, il mio grande amico Gambetta, il superbo e glorioso oratore del quadrivio, come veniva trivialmente chiamato dai nemici, pur non essendo ammogliato, era della mia opinione. La sua donna era la donna che gli offriva la chiave, perchè la chiudesse in casa a pensare di lui assente.

Eccoci giunti, diss’egli scendendo. Mi aspetterete di fuori. Non so se la Marietta può ricevere in casa d’altri. Lo suppongo.

Strada facendo continuò a parlarmi dell’amante della Steinheil.

Se una donna si impadronisce di un giovane che sia adorato dalle biches e più giovane di lei, sacrificherà se stessa, compierà atti eroici o vili per non lasciarselo sfuggire. Non sono psicologico come Bourget e non ve ne posso dire la ragione. A me basta il fatto. E il fatto è che la Steinheil con le sue risorse gli dava modo di fare la grande vita, di perdere sovente ingenti somme al giuoco e di uscire dagli imbrogli dei debiti con aiuti pecuniari che le costavano un po’ di reputazione.

– È dunque una vera passione.

– Ditela il delirio della passione. Lei che ha saputo presentare con tanta disinvoltura la nota dei conti da pagarsi al magistrato amico di Félix Faure dopo la sua morte, e al “monsieur” della campagna, che andremo a trovare uno di questi giorni, riversava poi tutti i suoi guadagni nelle tasche del suo mantenuto con una generosità ignorata da suo marito. Figuratevi che per tenerselo vicino, per vederlo quando non era spiata dai suoi contribuenti, gli ha preso un appartamento elegante in Parigi, con il telefono in casa per comunicare con lui di giorno e di notte e con il cavallo da sella in stalla per le passeggiate al Bosco di Bologna. Con lui e le sue orgie, il marito non poteva non passare attraverso squallide ore, o le ore crudeli da bisogni urgenti per qualche miserabile centinaio di napoleoni d’oro.

– E costui sarebbe quello che i giornali chiamano Bel-Ami e sospettano complice o autore dei delitti della via Vaugirard?

– E sapete perchè lo si sospetta?

– Prima perchè il Bel’Ami è sempre stato un amante invisibile per tutti, tranne che per la loro mezzana, e poi perchè egli si sarebbe trovato in Parigi negli otto giorni che rinchiudono la notte fatale della strangolazione. I giornali lo conoscono, ma per evitare noie giudiziarie, preferiscono che sia il giudice istruttore che ne butti in piazza il nome. S’egli diventasse nemico della Steinheil come Marietta Wolf e si lasciasse sbottonare senza restrizioni mentali noi verremmo a sapere tutti i suoi pensieri, tutti i suoi digusti, tutti i suoi rancori, tutti i suoi bisogni, tutte le sue gioie. Con Marietta Wolf e Bel-Ami saremmo nel cervello e nel cuore di Margherita Steinheil, la donna degli uomini che hanno avuto denari per pagarla.

– E allora Borderel?

– Borderel era il “monsieur” della campagna che pagava i conti come il “magistrato”, amico di Felix Faure. Borderel è ricco, è un uomo che vale, come direbbero gli inglesi, più di duecentomila lire di rendita l’anno, senza pensare alle sue possessioni e ai suoi castelli. Quando andremo da lui saremo trattati come principi. Eccoci al numero 24. Guardate in aria, fra due minuti, disse guardando l’orologio. Se c’è e ne avrò il permesso vi farò segno di salire.

– Maledizione! disse, ricomparendo. L’ex eminenza grigia di madama Steinheil non ha fatto a tempo ad arrivare che è giunto un ispettore della piazza degli Orfèvres a prenderla e a condurla in una elegante vetturina Martini al Tribunale. Eh, dovevamo immaginarcelo. La confessione di ieri sera non poteva lasciar tranquilli nè il giudice nè la Marietta. Senza aspettare prendiamo l’automobile che viene verso di noi e andiamo difilati al Palais – al Palazzo di giustizia.

Cielo splendido, sole temperato da un’ariettina fresca e una distesa verde ai lati che bastava per tenere occupati i nostri occhi. Abbiamo fumato una sigaretta dopo l’altra senza interrompere la contemplazione del magnifico spettacolo di essere per pochi minuti fuori della Babilonia francese, dove si è sempre in pericolo di essere inruotati o buttati a destra o a sinistra dalla gente che passa con un pardon.

– Se è al tribunale potremo bene incontrarla.

– Eh, sì, ve la troveremo di sicuro, ma chi sa quanti giornalisti sono alle sue calcagna! Da ieri sera ella è una donna preziosa. Non capisco la sua chiamata se non è per qualche confronto con Remy Couillard, il quale sarà a quest’ora alla Souricière. Seduta drammatica per la liquidazione dell’affare della perla trovata nel taccuino del domestico, alla quale mi piacerebbe assistere se la mia agenzia me la permettesse. Sapete che da noi gli accusati sono assistiti durante l’istruttoria a porte aperte dai loro avvocati. Vi presenterò al giudice e voi potrete ascoltare tutto al dorso del paravento che protegge la schiena del magistrato.

– Addio, Baragiola.

– Addio, Bizet.

– Penserò io all’appuntamento con la Marietta e vi manderò il mio domestico all’albergo. A proposito, prendete il mio biglietto di visita, mi diceva Bizet, intanto che scriveva la raccomandazione per un cancelliere di sua conoscenza. Egli vi farà passare da Leydet.

– Tante grazie, Bizet.

Non era la prima volta che io drizzavo gli occhi sulla facciata del palazzo di giustizia dalla piazza dell’Orologio come un fannullone, tra gli abitudinarii che chiaccherano sul va e vieni della popolazione che carica e scarica il panier à salade, la vettura cellulare, che va nella Conciergerie come il prologo di un dramma del detenuto e ne esce come l’epilogo del suo atto tragico. È una struttura medioevale tutta ammantata di tetraggine. Ha delle torri con le punte sul cielo, degli edifici che sembrano stati uniti dai bisogni crescenti di allargare l’ambiente, e un’entrata storica che manda alle nari un profumo d’arcaismo e dà l’idea di essere in un castello feudale che sente della fortezza, della residenza ducale e della prigione coi sotterranei per far morire la gente a oncia a oncia.

La Conciergerie d’oggi è forse più carcere di una volta, ma ogni pietra è una pagina storica. Essa ha veduto passare tutti i personaggi del Tribunale rivoluzionario dei grandi giorni della grande Rivoluzione, coi loro ricchi mantelli neri e i loro cappelli dall’ala alla nuca, sormontati dalle alte penne nere cadenti su se stesse. Fourquier-Tinville, l’organizzatore della magistratura di quel tempo, l’accusatore della vedova Capeto, è ancora un’immagine viva, il simbolo della giustizia a vapore, che sedeva imperturbabile nella poltrona del pubblico ministero con i suoi capelli neri, coi suoi occhi piccoli e rotondi, con la sua fronte bassa, con la faccia terrea nel mezzo della quale era un naso tutto butterato.

L’austero giudice non aveva sensibilità per i nemici della Rivoluzione ch’egli faceva condannare a morte e condurre al patibolo nella camicia rossa dei parricidi della patria. Quando l’indignazione di Maria Antonietta, accusata d’incesto, scoppiava con la celebre frase: me ne appello a tutte le madri che possono trovarsi in questo luogo! o quando la Dubarry, ancora bella a cinquanta anni, cercava la sua protezione per non andare sulla carretta di Sanson, egli conservava il suo sangue freddo come quando i girondini lo ingiuriavano con fiotti di parole criminose. Mentre egli era tenerissimo con i personaggi della Convenzione, non ha permesso a Marat, all’amico del popolo, accusato dai suoi colleghi, che venisse confuso nelle celle coi traditori della patria. Egli ha voluto che dormisse in una sala del Tribunale e all’indomani ha pronunciato il suo elogio con l’eloquenza che incita il popolo a battere le mani e a coronare la vittima della cattiveria umana con i fiori del trionfo pubblico.

Si passa una porticina, si entra in un piccolo cortile, si legge sulla porta d’entrata alla Conciergerie: “Casa di giustizia” e la Casa di giustizia è il deposito del materiale vivo della Corte di Assise. Rinchiude accusati che devono andare davanti ai giurati e condannati a morte che aspettano di firmare il ricorso in cassazione, perchè venga loro risparmiato il collo. I grandi criminali, come i Troppmann e gli Eyraud, vi sono trattenuti per non dar loro modo di fuggire durante il trasporto dal palazzo di giustizia in una delle carceri come quella di Mazas o della piccola e grande Roquette. Alla casa di giustizia si permette pure di scontare la condanna ai favoriti della delinquenza politica e degli avventurieri della finanza e dell’industria. L’edificio mi interessa per i protagonisti del delitto di casa Steinheil. Voi vedrete che si parla sempre della Souricière. È la topaia dei detenuti al deposito, composta di settantasei celle, venti delle quali destinate alle donne. Non sono identiche, ma sono tutte comprese nel rettangolo a due piani, con facciate a corridoio, in mezzo alle quali è un cortile a cielo aperto per il passeggio. Il soprannome che ha fatto storia è esatto. Il prigioniero è come in una tana di due metri e 50 di altezza e di pochi passi di lunghezza. Non ne esce che per andare dal giudice istruttore, al processo o all’aria. In cella egli non è che un numero e non ridiventa uomo che in Corte d’Assise.

Giunto al piano del giudice istruttore Leydet ho saputo che Remy Couillard era dabbasso, in una tana della Souricière, venuto da una mezz’ora dalla prigione della Santè, dove è detenuto dal giorno che gli si è trovato nel taccuino la perla della sua padrona. Sono incominciati i dubbi sulla sua colpevolezza, anche perchè madama Steinheil è stata accompagnata al palazzo di giustizia, per la prima volta, da due ispettori dell’edificio di piazza degli Orefici. L’ho veduta sulla scranna, con la posa della donna che non smette di farsi ammirare neanche in un luogo così triste e così pericoloso come l’anticamera del giudice istruttore. È coperta di un velo nero che le dà l’aria di un salice piangente. L’aria della dolente non la salva dalla maldicenza. La gente che va in su e in giù parlando di lei rammenta i suoi “lo giuro”! per non avere qualche sospetto intorno alla storia della perla. Ma coloro che sono indulgenti o credono di essere più giusti degli altri fiutano in Remy Couillard un tocco di gaglioffo che sa imitare egregiamente i Courtois e i Renard. Ci sono al suo dorso tanti punti interrogativi da spaventare. Non parliamo della chiave smarrita, diceva uno. È cosa che può capitare a tutti i vivi.

– Ma è possibile, dite, che un domestico affezionato ai proprii padroni non abbia udito, a pochi passi dalle stanze dei signori, legare tre persone e strangolarne due?

– E se fosse stato narcotizzato come le vittime dei cambrioleurs?, domandò uno degli orefici stati citati come periti.

– Se ne sarebbe ricordato svegliandosi.

– Supponete che siano andati nella sua stanza, com’è probabile, e si siano precipitati su di lui con una pezzuola inzuppata di cloroformio, avrebbe potuto vedete i suoi aggressori?

– No, ma avrebbe potuto ricordarsi dall’aggressione. Il cloroformio addormenta, ma non distrugge la memoria. Ora io non ammetto ch’egli sia stato cloroformizzato. Per me è complice, e un complice che ha dormito per conto dei ladri e degli assassini. Metterei la testa sotto la ghigliottina. Aggiungete che lui era armato di revolver. Perchè non si è mosso? Servi vili come Couillard non ne vorrei in casa mia.

– Forse il signore ha ragione, aggiunse una tuba grigia, che i conoscenti chiamavano monsieur Boncefert. I cambrioleurs non potevano che essere di casa o essere guidati da qualcuno della casa. Perchè sono andati alla casa Steinheil senza gli strumenti per assassinarli? Perchè erano stati avvertiti che i padroni erano a Bellevue. L’indisposizione della Japy ha capovolto il piano. Ed ecco la ragione per cui prima del furto hanno dovuto compiere la strangolazione. –

– Intanto che Couillard fingeva di dormire della grossa!

Il signore scettico e incredulo dondolava la testa.

– Io non ci vedo chiaro. Perchè non ha parlato prima la signora Steinheil, non ha sospettato subito di delitto Couillard?

– Per la stessa ragione che la signora Remy, non ha mai supposto che in casa sua si potessero annidare gli assassini di suo marito.

– E quando è che la Steinheil ha sospettato di Couillard?

– Caro signore, se non sapete niente è inutile che parliate. Quando si è riavuta dalle sorprese, quando ha avuto tempo di domandarsi il perchè il servo invece di andare nella stanza da letto del padrone, come faceva tutte le mattine, è andato in quella di Marta.

– Esaminate, ha detto alla polizia, la sua condotta alla scoperta del delitto. Egli è disceso come ogni mattina alle 6 e mezzo. È forse andato come al solito in camera di mio marito? Egli è venuto invece in camera di mia figlia, dove io ero legata come un salsicciotto. E quale è stato il suo primo pensiero?

– Di aiutarla, diavolo.

– Doveva chiamare il padrone. Ecco il dovere di un domestico innocente. E non lo ha fatto neppur dopo. E perchè? Perchè, signore, era un complice. Invece di chiamare monsieur! monsieur! sapete che cosa ha fatto? È corso alla finestra e ha chiamato gente a cavalcioni della balaustrata.

– Come avrei fatto io, signore!

– E avreste fatto male. Io non vi vorrei per mio domestico, rispose con voce spregiativa il signor Boncefert.

– Io mi chiamo Luigi Carlevet, cordaio, e non ho bisogno di rendervi servigi domestici.

– Voi vendete la corda agli assassini che difendete!, rispose con il pugno in aria, come se fosse stato un intimo di casa Steinheil.

– Rispetto i vostri capelli bianchi! disse strisciando sulla voce per sottolineare le parole.

– Rispettate la vostra vigliaccheria! proruppe Boncefert. Tutti e due alzarono la canna e si misero in posizione di rompersi la testa a vicenda.

– Rispettate il luogo, disse il portiere.

– Chiamatevi fortunato, chiamatevi!

– Sempre ai vostri ordini! rispose ingrossando la voce il vecchio.

Siccome il giudice non giungeva mai, dopo un po’ di su è giù il gruppo che era stato disfatto dalla violenza si ricompose, e ricominciò a rimestare di nuovo il materiale stato raccolto intorno al delitto dell’impasse Ronsin.

– Mi dispiace di essere stato un po’ esagerato. Io sono una furia quando mi si contraddice. So bene che per parlare di una cosa bisogna saperla. E il signor cordaio, aggiungeva Boncefert, non sa forse tutte le inezie del delitto. E le inezie, o signori, nei delitti sono quelle che conducono nei misteri. Per esempio, sa il signor cordaio come sia stata trovata la perla fra le pieghe della carta del taccuino del portafoglio di Remy Couillard?

– Io non sono il signor Dubot, il giornalista poliziotto, e non posso saperne il dietroscena.

– Io che non sono il signor Dubot, investigatore della vita del domestico di casa Steinheil, vi dico che è stata trovata nel modo più semplice del mondo.

– Aggiungete che lui grida che è innocente e che la perla nel suo portafoglio ve l’ha messa una mano che non è la sua.

– Grazie dell’informazione! E voi vi aspettate che i delinquenti vi confessino i loro delitti? State fresco! Courtois ha confessato di essere il ladro di casa Remy, per salvarsi la testa e mandare quella di Renard alla ghigliottina.

– Adesso non si ghigliottina più in Francia. Il signor Fallières fa dell’umanitarismo a spese dello Stato.

– Siamo un popolo civile! aggiunse il vecchio con ironia.

Già, io non sono per i presidenti. Che cosa ci stanno a fare all’Eliseo? A fare firme inutili. Se fossero necessarie basterebbe un impiegato a 3200.

Il campanello elettrico ha trillato, e io sono corso al dorso della poltrona del cancelliere, dove mi era stato concesso di rimanere durante l’interrogatorio di Remy Couillard e il confronto tra lui e Margherita Steinheil. Prima che comparisse l’accusato il magistrato Leydet è stato in colloquio con alcune persane di toga, convincendosi sempre più della colpevolezza del domestico. Non era possibile, diceva lui ai suoi colleghi, che Couillard, a sessanta centimetri di distanza, non sentisse tutto il trambusto dei ladri che staccavano gli arazzi per portarli via. Non si può andare avanti e indietro, sia pure con le precauzioni dei signori ladri, senza urtare e fare del baccano. E come hanno potuto portarli via? Con il rumore dei fiaccherai non avrebbe dovuto svegliarsi?

– A me pare, disse uno dei consultati.

– C’è di più, c’è di più, aggiunse il giudice. Madama Steinheil che si è data la missione di non rimanere quieta che quando avrà consegnato i colpevoli alla giustizia, è in questo momento raggiante di aver messo la mano su Remy Couillard, ch’essa ha sospettato fino dal primo momento. È una sua impressione, diceva il giudice passando da un foglio all’altro dell’incartamento, ma un’impressione che dura ancora in lei.

– Quale? domandarono ad una voce i magistrati.

– Quella che Couillard, slegandola, volesse strangolarla.

– E allora perchè lo ha trattenuto al servizio per altri quattro mesi?

– Perchè è una donna intelligente. Ella è nata detective. Tenendolo con lei la fiducia della padrona lo avrebbe indotto un giorno o l’altro a tradirsi…

– Ah!

– L’affare della perla è ancora più grave. La perla non è di grande valore. Costerà novanta o cento lire a dir molto. Eccola nella sua forma bizzarra. È ovale, piatta di sopra e gobba di sotto.

I magistrati se la passarono da una mano all’altra. guardandola con attenzione e comunicandosi le impressioni personali.

– L’importanza non è sul prezzo, ma nell’averla trovata in un portafoglio che apparteneva a lui. La perla e le informazioni che mi sono giunte dal giorno della sua nascita ad oggi mi convincono sempre più che è un poco di buono,

– Come è venuta l’idea a madama Steinheil di guardare nel portafoglio del servitore di casa?

– Madama si era intestardita e voleva riuscire a ogni costo a mettere le mani sugli assassini di sua madre e di suo marito. E per riuscirvi aveva anche lei i suoi agenti privati, fra i quali uno che avea investigata la vita del domestico a fondo. Come aveva vissuto, dove era stato, quali donne frequentava, come spendeva il denaro? Fu durante questa inchiesta che l’incaricato di madama Steinheil ha potuto sapere che la famosa “Rauquine”, cioè la rossa, la complice dei cambrioleurs, quella che ha puntato il revolver alla tempia della Steinheil, è viva, sana e arnica di Remy Couillard.

– Allora non c’è più dubbio; è lui il complice dei ladri e degli assassini.

– Questa è l’opinione del giudice istruttore e di Hamard, capo della pubblica sicurezza.

– Continuate, vi prego, gli ha detto uno dei signori che prendeva delle note.

– L’incaricato a frugare nell’esistenza del valletto si è persuaso che il protagonista della sua inchiesta era una persona losca. Non gli occorrevano più che alcuni particolari, perchè madama Steinheil si decidesse a consegnarlo alla giustizia.

– Vi è un mezzo facile, rispose la signora. Remy che ha ottenuto la licenza di fare il chauffeur in Parigi ha probabilmente sul libretto municipale il nome del paese dove è nato.

– Dove è il permesso? domandò l’incaricato.

– Probabilmente nel portafoglio ch’egli tiene sempre nella tasca del soprabito, rispose madama.

È comparsa la Marietta col suo grande acume a rammentare alla signora che il soprabito era sul letto della sua stanza e che mandando Remy a fare qualche commissione si sarebbe potuto guardare nel suo portafoglio.

– Purchè non lo si mandi molto lontano, aggiunse la padrona di casa, per impedirgli di indossare il paltò.

E la signorina Marta, con l’aria della buona ragazza, lo ha fatto discendere e gli ha detto di andare a prendere un litro di essenza di minerale. Che cosa è avvenuto durante la sua corsa? Cose inaspettate. Una volta chiusa la porta del giardino, dalla quale era uscito, la Marietta, dal pianterreno dove si trovavano, è andata nella sua stanza passando per la cucina ed è ritornata allo stesso posto con il pardessus. Le donne febbrilmente si sono messe a frugare e non appena hanno aperto il portafoglio che cosa hanno veduto? Il galantuomo aveva trattenuto una letterina che la figlia di madama Steinheil gli aveva dato da imbucare. Altra scorrettezza grave per un domestico. Remy che non doveva avere la coscienza tranquilla è ritornato in pochi minuti. L’operazione non era finita e la Marta ordinò al Couillard di andare al terzo piano a smontar un letto che doveva essere portato via. Cari signori, io, giudice istruttore, non ho più niente da imparare dai criminali. Pure Remy Couillard mi ha insegnato cha la simulazione è svariata e infinita. Dopo avergli fatto confessare ch’egli si era trattenuto non una, ma due lettere, ventiquattro ore dopo si riguarda nel suo portafoglio e si trova il suo capolavoro; la perla accusatrice – la perla che apparteneva all’anello stato rubato dai cambrioleurs nella notte fatale!

– Era sola la signora Steinheil quando si trovò la perla? domandò un signore con la gran barba d’apostolo della giustizia.

– Allora la giustizia si troverebbe male. I maligni sarebbero capaci di fare brutte supposizioni su madama Steinheil. C’è stata la santa provvidenza. Due giornalisti erano presenti alla scoperta. Anzi a essere giusti si può dire che chi l’ha estratta è stata proprio la mano di uno dei più intraprendenti giornalisti di Parigi.

– Il suo nome?

– Il signor Dubot.

– Oh! dissero tutti con una lunga aspirazione in segno di rispetto.

– Cercando aveva trovato in una taschetta del portafoglio una marchetta d’uscita del music-hall – altro segno della sua depravazione. Le persone per bene non vanno in luoghi frequentati da quelle signore che Lombroso chiama giustamente semi-criminali. Il celebre giornalista, tirando fuori la contromarca dell’Etoille-Palace si è veduto venir su un involto di carta velina gualcita. È in quella carta, o signori, che si è trovato il corpo del delitto. La scoperta è così importante che mi sono deciso a mettere il servitore a faccia a faccia con la padrona.

È stato come se avesse detto ai signori di passare dietro la fiomba che nascondeva l’entrata per giungere alle sedie tra il magistrato e il cancelliere.

– Fate entrare Remy Couillard, disse il giudice dopo avere suonato per l’usciere.

L’accusato è comparso accompagnato dai suoi guardiani, negli abiti del signore a spasso, con il cappello in mano. Ha una faccia un po’ assimetrica con qualche cosa di truce intorno agli occhi – trucidità che scompare non appena gli torna il sorriso. Molti capelli neri, naso lungo con tendenza leggerissima alla deviazione, baffetti biondi arcuati sulla bocca larga. Fronte alta, meno forte e pozzettata al centro. È tutto assieme un giovanotto robusto che ha toccato i vent’anni.

– Voi sapete, gli disse il giudice Leydet, che venerdì scorso è stata trovata nel vostro portafoglio, avvolta in una carta di seta, una perluccia…. che voi avete trovata in uno degli anelli di madama Steinheil, stati rubati nella tragica notte in cui avete dato prova di essere sordo.

– Signor magistrato, rispose Remy, arruffandosi i capelli con le dita convulse come per ridursi alla calma, chi dorme è sordo.

– Non fate osservazione e rispondete piuttosto alle mie interrogazioni. Come spiegate la presenza della… perluccia… nel vostro portafoglio? gli ridomandò con voce vibrata l’integerrimo magistrato.

Couillard, coi suoi grandi occhi letificati di placidezza e con il sorriso sulle labbra di uomo che non capiva la gravità della domanda, rispose allargando le braccia e dicendo ch’egli ne sapeva meno di lui.

– Accusato, vi proibisco di confondermi nella vostra deposizione. Rispondete alla mia interrogazione.

– Che dosa volete che io ne sappia? Se la perla è stata trovata nel mio portafoglio vorrà dire che qualcuno ve l’avrà messa.

– E quel qualcuno potrebbe essere Remy Couillard, non è vero? Pensate che il vostro caso è gravissimo. Voi parlate da ragazzo strafottente, e io, magistrato, sono obbligato a ricordarvi che le conseguenze di una perla nel vostro portafoglio possono essere fatali. Siate serio e dite tutto quello che sapete.

– Quello che so, di sicuro, è che io non ve l’ho messa.

– E allora chi supponete possa avervi giuocato un tiro così assassino? Avete dei nemici?

– Che io sappia…, rispose Remy cercando nella memoria. Io non saprei proprio chi accusare.

– Chi dunque ha messa la perla nel vostro portafoglio? Voi! È la vostra padrona che vi accusa.

Remy Couillard intrecciò le dita di una mano con le dita dell’altra, aspettando indifferentemente nuove interrogazioni.

– È l’ultima volta che ve lo domando: Chi pensate abbia potuto mettere la… perluccia… nel vostro portafoglio?

Couillard, senza uscire dalla sua calma, rispose con una spallata:

– Che volete che ne sappia? Io non faccio il giudice istruttore. Cercate. Tocca voi a sciogliere l’imbroglio.

– Invece di essere petulante vorreste compiacervi di dirmi come e perchè voi avete trattenuto, sempre nel vostro portafoglio, due… letterucce… della signorina Marta Steinheil?

– Me ne sarò scordato, forse lo avrò fatto a posta… Non si ha sempre voglia di fare il ruffiano, aggiunse egli lentamente, toccandosi la guancia.

– Vedo, negare per voi è un sistema. Che cosa avete fatto nelle due ore tra la scoperta nel portafoglio e il vostro arresto?

– Sono andato a mangiare un boccone e a bere un bock di birra per farmi passare la rabbia.

– Ah, voi vi arrabbiate! Usciere, disse imperiosamente il giudice istruttore, fate entrare madama Steinheil. Vedremo se il vostro sistema vi servirà anche davanti la vostra accusatrice.

La pausa di silenzio mi ha dato tempo di paragonare la nostra istruttoria a porte chiuse con quella francese a porte aperte.

In Repubblica l’accusato non è abbandonato nè alla sua paura nè ai suoi terrori nè alle insidie dei giudici che vedono sempre in lui un colpevole. Egli è nel gabinetto col suo avvocato o con i suoi avvocati che lo proteggono dai tranelli o dalle violenze verbali e può rispondere al giudice che si permetta licenze o spinga l’ironia al di là delle convenienze con altrettanta ironia o altrettante parole sentite. Con la istruzione a porte aperte il giudice è sotto il controllo del giornalismo che raccoglie anche l’alito e non può a capriccio trattenere gli accusati tre, quattro, dieci mesi in gattabuia per poi pronunciare un non luogo per inesistenza di reato, senza essere preso a pedate dalla opinione pubblica e sostituito o destituito dal ministro di grazia e giustizia.

Tutte le volte che vedo madama Steinheil sono obbligato a ritoccare il ritratto o il profilo che l’ultima volta supponevo perfetto.

In questo pomeriggio mi pare più viva, più sensuale, più in carne.

Forse è la pettinatura diversa. I capelli senza cocuzzolo alla sommità del cranio sono più abbondanti, più soffici e danno alla faccia piena un’ampiezza maggiore. È una testa apparecchiata con meno arte ed è più artistica. Così, come è davanti al giudice istruttore mi pare manifesti un carattere, un temperamento. Non ci sono più gli abbellimenti fatti con la mano della ritoccatrice che le prepara un viso ideale. L’arbitrio che altera e deforma mi indispone. Io vedo oggi Madama Steinheil nella pienezza gloriosa della sua carne giovine, tinta di un bruno che riproduce la solidità del suo corpo plastico. Con il velo rialzato io contemplo la bianchezza satineggiata del collo nel pizzo nero a trafori, come contemplo il piedino aristocratico che sbuca dalle vesti floscie, ricche di pieghe, giù a fianco della scranna come un attorcigliamento voluttuoso.

Ella è entrata con i suoi avvocati consulenti, i quali, anche loro, hanno assunto l’aria della mortificazione di vedere la loro clamorosa cliente disturbata dalla cocciutaggine d’un domestica che si ostina come tutti i signori dei bassifondi a negare l’esistenza del sole. Couillard, all’entrata della sua padrona, è diventato pallido come il Cristo dei religiosi che risorge con l’aria fredda del sepolcro sulla faccia. È stato un minuto di titubanza che gli ha illividita la fronte. Non appena il giudice ha fatto sentire la sua voce l’ex servitore di casa Steinheil è rientrato nella sua noncuranza di prima.

Madama Steinheil, dopo aver giurato di dire tutta la verità, con la voce fioca delle agonizzanti, riprese il suo posto sguantando la mano elegantizzata dal candore, senza anelli, come gliel’hanno lasciata i cambrioleurs.

– Signora, disse Leydet, quasi pauroso di rattristarla con la miseria delle interogazioni giudiziarie, riconoscete in Remy Couillard il vostro ex valletto di casa?

– Sissignore, diss’ella con la voce tremula.

– Stia pure seduta, signora, aggiunse il giudice non appena s’accorse che la sua amica stava per scomodarsi.

– E voi, Remy Couillard, conoscete questa… perluccia….

– Nossignore.

– Guardatela.

– È la prima volta che la vedo.

– È strano! Voi volete dire che non avete mai veduto questa… perluccia… al dito della vostra signora?

– Vi ho risposto di no, rispose seccato Couillard.

– Madama, vi sembra che l’affermazione del vostro domestico…

– Ex, prego.

– Pardon… Che l’affermazione del vostro ex domestico possa essere ammissibile?

– Remy…

Ella aveva tutta la bocca piena di sarcasmo e la polpa del braccio alzandosi divenne rossa rossa come se fosse stata attraversata da un fiotto di sangue.

– Remy non ha potuto non vedere il mio anello d’arte moderna e la perla che vi si trovava incassata. Se dice il contrario, mente. Egli è un mentitore.

– Io non mento, rispose risentito, e non permetto ad alcuno di darmi del mentitore. Io non ho mai veduta la perla. Coloro che dicono il contrario sono impostori.

– A me dell’impostora! diss’ella alzandosi come se fosse scattata una molla sotto di lei e lasciando che il suo velo le andasse giù sulle spalle e la sua testa diventasse un capolavoro di collera sul corpo di un’eleganza sovrana. A me dell’impostora!

– Madama Steinheil, si tranquillizzi. Io glielo già detto. Malgrado tutte le sue negazioni nessuno può credere ch’egli non sappia come la… perluccia… sia andata nella carta di seta, tra le paginette del taccuino del suo portafoglio. Se non si ammettesse che siete voi che ve l’ha messa, chi si potrebbe sospettare? Io? no di certo.

– Io? no di certo! rispose Couillard imitando il tono della voce di Leydet.

– Remy Couillard, voi giocate con la vostra testa.

– Che m’importa! Se è la mia testa che desidera, te, eccovela, non ve la contendo. Ma se desiderate una dichiarazione che mi accusi rimarrete disilluso. Io combatto non per la mia vita, ma per il mio onore, diss’egli con lo sguardo fisso e le sopracciglia aggrottate.

Madama Steinheil, in piedi con le sue linee serpentine, con il viso in alto sparso del turbamento della sua anima, illuminata da un riflesso di luce soave e le braccia giù lungo i fianchi come una prostrazione di chi è in lotta con la menzogna, disse tutta bionda di bellezza, con la voce della adolescente:

– Signore, voi che mi leggete nel cuore, aiutatemi in quest’ora suprema a far trionfare la verità! concluse la Steinheil con una cadenza di voce nella quale era la sua conferma possente e profonda che Remy mentisse.

– Insomma, Remy Couillard, confessate, aggiunse il giudice con voce più intensa e più alterata. Non vedete come la vostra padrona soffre? Rinsavite e pensate che c’è un giudice in questa e in quell’altra vita che punisce i misfatti di sviare la giustizia per nascondere un reato. Parlate, Remy Couillard, e troverete quel perdono che non troverete persistendo nella menzogna.

Remy Couillard invece di impietosirsi e di lasciarsi commuover dalla scena rimase al suo posto come un pezzo di granito. Alla superficie della sua faccia se c’era qualche cosa, c’era un idea di scherno. Più gli altri cercavano di essere passionali, tragici, fatali e più lui si ammucchiava di indifferenza e rimaneva tra le voci enfatiche come una voce sincera spruzzata di ironia.

– Se volete che dica veramente quello che penso, signor giudice….

– Se lo voglio!….. Parlate una buona volta….. parlate!…

– Quello che penso è che chi ha messo la perla nel mio taccuino è madama Steinheil, rispose freddamente, senza guardare intorno, lasciando che tutti impallidissero nel fracasso della loro indignazione cerebrale.

– Oh, infamia! abbominevole infamia! disse a se stessa la Steinheil, con le mani che andavano agli occhi a impedir loro di vedere la menzogna svergognata fatta uomo. Tu menti! tu menti! bugiardo e ladro!

E con un’insurrezione di singhiozzi, col fazzolettino agli occhi, diceva con voce rotta: Insolente! ipocrita! mentitore!… Bugiardo e ladro!

La stoffa della sua veste si era come allungata in un’asta nera di desolazione e il suo viso infuriato pareva congestionato da un’ondata di sangue.

– Usciere, gridò alzandosi il giudice, fate entrare i guardiani per ricondurre il detenuto alla sua prigione, Così avrete tempo, aggiunse rivolto a lui di pensare sulla sorte che vi è serbata e di vedere se non vi convenga discendere sul terreno dei pentiti che implorano misericordia per i loro misfatti.

– Mi aspetterete un pezzo! disse Remy Couillard, andandosene fra le due guardie municipali, dopo essersi messo il cappello in testa, calcandoselo con una battuta di mano, come se fosse stato la interiezione dell’ultima sua parola.

Remy Couillard è passato fra il pubblico che fa ressa in tutti i corridoi dei tribunali di tutto il mordo, composto di vagabondi, di fannulloni, di pensionati, di testimoni, di accusati a piede libero, di avvocati, di donne impigliate in qualche causa, sotto la tenda grigia e fumosa dei fumatori, in mezzo al frastuono della conversazione a gruppi che dà l’idea di essere in un’atmosfera affollata di vespe che inseguano i pecchioni.

E così, Couillard, come va? gli domandavano alcuni, tra mezzo la folla.

– Bene! Bene!

– Quando si esce?

– Presto! Presto!

Uscita la vedova in gramaglia, col braccio appoggiato al braccio di uno dei suoi avvocati, a passi lenti, con la faccia nascosta nel velo fitto, seguita dai due ispettori di polizia, e inseguita dalle mormorazioni che nascevano alle sue calcagne. Il pubblico incominciava a perdere un po’ di rispetto.

Non capiva le sue variazioni. C’era in piazza Alessandro Wolf, come assassino di Japy e di Steinheil, e la vedova riaffermava l’accusa di ladro contro Remy Couillard. Erano d’accordo o erano falsamente denunciati da madama Steinheil?

Di fuori gli strilloni gridavano a perdita di fiato la nuova confessione di madama Steinheil e la sostituzione del giudice istruttore Andrè al giudice Leydet, il quale aveva finito per disgustare l’opinione con le sue compiacenze e le sue riverenze a beneficio dell’accusatrice e a danno degli accusati.

Mi sono trovato all’agenzia del detective, mentre Adolfo Bizet usciva dagli abiti del personaggio che rappresentava la ricchezza nella casa squallida per rientrare nei suoi. La sua conturbazione non gli ha permesso neanche di salutarmi. Andava in su e in giù come una bestia in gabbia, abbottonandosi e dicendo parole grosse contro i nazionalisti che volevano ritrascinare sulla piattaforma una specie di donna velata nella persona di Margherita Steinheil per togliere dal Pantheon Zola, per imbrattare la fama di quella grande figura di uomo onesto che fu Scheurer-Kestner, per travolgere nel fango i migliori della terza Repubblica e rimandare Dreyfus all’Isola del Diavolo.

– Che cosa c’entra la Steinheil con l’agitazione degli antidreyfusardi?

– C’entra! e lo vedrete voi stesso se ne seguirete assiduamente e attentamente l’istruttoria. Leggendo i giornali nazionalisti non vi siete mai accorto che negli articoli sulla Steinheil è sovente il nome di Scheurer-Kestner? Perché? Non ve lo siete mai domandato? Perchè l’ex presidente del Senato è stato l’amante della Japy, madre, come sapete, dell’eroina dell’impasse Ronsin.

Datemi dell’ignorante, ma io sono qui ancora come un punto interrogativo. Che rapporto può esistere fra l’amore della Japy e del Kestner e la perturbazione di quella gentaccia che crede di andare all’impero inzaccherando la terza Repubblica col pattume del loro cervello?

– Perchè si suppone che madama Steinheil sia stata un agente segreto, messo ai fianchi di Felice Faure dalla diplomazia germanica, per sapere quello che avveniva all’Eliseo e perchè si suppone che madama Steinheil sia stata il trait d’union, fra il governo tedesco e l’ex capitano Dreyfus.

– E allora, secondo i si dice degli intimi dell’ex presidente della Repubblica, che interesse avrebbe avuto la Steinheil di avvelenare Faure?

– Tutti sanno ch’egli era in favore della cosa giudicata e ch’egli credeva alla colpevolezza di Alfredo Dreyfus. La sua presenza all’Eliseo era un ostacolo alla revisione del processo e alla riabilitazione di un innocente.

– E così l’ostacolo sarebbe stato soppresso.

– Dalla Steinheil.

– Senza danari la Steinheil non avrebbe arrischiato il proprio collo. Chi dunque supponete che l’abbia prezzolata?

– Non c’è che Marietta Wolf che possa rispondere alla vostra domanda. Da sedici anni ella è depositaria di tutti i segreti della padrona. Col suo fare di donna inconsapevole di tutto quello che si svolgeva in casa dei suoi signori la cuciniera s’ammucchiava il cervello di ogni cosa. Si è messa nei suoi mobili al numero 20 della via Armorique, a pochi passi da noi, e ci aspetta. È lei che ha bisogno di consultarmi e così spero di venire in chiaro di molte cose.

– Se sarà sincera.

– È nel suo interesse di esserlo ora che suo figlio è arrestato come assassino della Japy e del pittore Steinheil.

Adolfo Bizet ha bussato con le nocche all’uscio più di quattro volte prima che Marietta venisse ad aprirci. Ella ha una paura maledetta di essere assassinata. Sa troppe cose per essere lasciata tranquilla.

– Vedete, ci disse una volta entrati; ho fatto mettere quattro catenacci dietro l’uscio e domani il fabbro vi appenderà una palla di ferro, grossa più della mia testa, che ammazzerà sul colpo colui che tenterà violentarlo per entrare senza il mio permesso. Accomodatevi che vi preparo il thè.

– Non vorrete mica avvelenarci? le disse Bizet con voce mista d’ironia.

– Ah, sì, avete udito? Mancava proprio anche quello per ringraziarmi di averli serviti con affezione materna! Hanno messo in circolazione la storiella che io confezionavo il thè. Buona gente! Difatti sono tutti morti coloro che l’hanno bevuto. Sporcaccioni! Facciano, facciano; se Dio è giusto… La Marietta non ha paura… I Wolf sono galantuomini… Non contano assassini nella loro famiglia…

– E a chi lo dite, Marietta? Quanti anni che ci conosciamo? Non avete dunque bisogno di leggermi la vostra fedina criminale. Lo so, è pulita.

– Ed è pulita anche quella dei miei figli, sapete? diss’ella mettendo al fornello la pentolina dell’acqua.

Alla credenza, mentre toglieva fuori le tazze e i cucchiaini con la scatola colorata del thè, si inteneriva, ricordando il suo marito.

– Ah, se fosse al mondo, caro Bizet… Meglio che non ci sia. Almeno lui non prova i miei dolori. E passando per i ricordi del suo cuore ha finito per mettere la mano sull’album di famiglia, piangendo come una ragazza.

– Andiamo via, Marietta, se ci volete offrire il thè con dentro le vostre lagrime ce ne andiamo.

– Giuro, gridò la povera donna coi singhiozzi che la soffocavano, giuro sulla testa di mio marito, su tutto ciò che ho di caro al mondo che il mio Alessandro è innocente!

– E chi ve lo nega? La Steinheil? Non è ditta che possa farvi paura.

– Oh, questo no! Ma sapete sono cose che rompono il cuore. Io che più che cuciniera sono stata per la Steinheil una confidente… come lo proverò alle assise, se ne verrà il momento! io che non ho che il torto di averla accarezzata troppo… Ah, non mi aspettavo, credetelo, di trovare in lei l’accusatrice… di mio figlio, disse asciugandosi con i dorsi delle mani gli occhi. Già, mio figlio l’ho fatto io… e lo conosco bene sapete? Dai quattordici anni egli mi ha raccontata tutta la sua vita, giorno per giorno. Le sue tendenze, i suoi desiderii, i suoi amoretti, i suoi peccati veniali… poichè di mortali non ne ha mai commessi. È un giovanottone grande e grosso, attaccato alle gonne della madre come quando era ragazzo. Andrebbe nel fuoco per sua madre. Ve lo giuro e lo giuro davanti al mondo che se il mio Alessandro avesse preso parte direttamente o indirettamente all’affare dell’impasse Ronsin io ne saprei qualche cosa. Alessandro non ha parlato e io sono arcisicura della sua innocenza.

L’acqua bolliva e Marietta andava a riguardare il pentolino e a versare l’acqua nella teiera di ceramica a grandi svolazzi azzurri, mettendo subito dopo chicchere e zuccheriera e cucchiaini su una specie di portavivande argentato. Intanto che si faceva nella teiera, Marietta si era messa ad affettare e a burrare il pane.

– Poichè si vuole proprio che io metta i puntini sugli i, disse l’ex cuciniera dell’impasse Ronsin, sapete che cosa vi devo dire? Fino adesso non ho fiatato con alcuno, neanche col giudice istruttore. È una confidenza che vi faccio.

– Sono tutt’orecchio, rispose Bizet, attorcigliandosi i baffi dall’impazienza.

– All’indomani del delitto, rispose Marietta curvandosi e parlando sottovoce come se avesse avuto paura che qualcuno l’ascoltasse, all’indomani del delitto ella mi ha detto è vero ch’ella aveva veduto gli assassini vestiti da leviti e accompagnati dalla donna rossa, ma mi ha anche confidato, un po’ più tardi, quando eravamo sole, una frase spaventosa, una frase che ho perfino paura di ripetere.

– Quello che ci dite, Marietta è roba vostra e noi non ne usiamo che col vostro permesso. Dunque?

– Dunque… È un’impressione che non dimenticherò mai… In poche parole più gesticolate che pronunciate mi ha fatto sentire il dramma. Parlando era come una che si scaricasse di un’oppressione. Ormai, Marietta, incomincio a essere tranquilla, mi disse alzando le braccia come se si fosse tolto un gran peso dallo stomaco. Ormai, Marietta, incomincio a essere tranquilla.

Versava il thè e la sua faccia curvata diventava più rugosa e più minacciosa. Si capiva che versava e pensava alla Steinheil.

– La prima sorsata è mia, diss’ella trattenendo la mano di Bizet che stava per prendere la tazza. Con le dicerie mi obbligano perfino a dubitare di me stessa. Bevete pure, aggiunse con un risolino alle labbra; non è avvelenato.

Bizet alzò le spalle, mi passò la tazza e si mise a centellinare la sua con compiacenza.

– Povera Marietta, siete maestra, le diceva facendo scoppiettare la lingua e porgendo la tazza perchè glie la riempisse. È eccellente. Offritemi un’altra fetta di pane burrato con un cucchiaino di quella conserva deliziosa. Sapete che state bene qui nel nuovo alloggio, soggiungeva Bizet guardando in giro come se fosse stato lì a farne l’inventario.

– Sempre meglio che in quell’inferno che si chiama impasse Ronsin, rispose con una certa veemenza Marietta.

– Lo credo. Perchè in fin dei conti non doveva essere un piacere a vivere con coniugi…

– Nemici! chiamateli. Erano coniugi per la platea. Quando c’erano in casa estranei allora sembravano tortorelle che tubassero l’uno per l’altra. Sì, caro, sì amor mio, sì buona Margherita, rispondeva lui a lei. Margherita parlava del pittore con una grazia che pareva vivesse dei suoi occhi. Qualche volta lo esaltava come artista, paragonandolo ai primi maestri del pennello, dicendo che le sue tele erano angoli di vita che sarebbero andati alla posterità per lo studio del gusto e dei costumi del nostro tempo. E poi parlava dei suoi trionfi finanziarii, pur sapendo ch’egli saccheggiava la sua cassa personale, e rammentava a tutti con giubilo che il suo Adolfo era stato chiamato all’Eliseo a riprodurre quella grande figura della Repubblica vivente impersonata in Fèlix Faure,

Io ascoltavo e ammiravo. Cercavo una parola che sapesse incidere Marietta Wolf con le sue caratteristiche e con la sua mentalità senza riuscirvi. Ella ha un viso largo e ossuto che pare quello di una megera vissuta come Zoè nelle case delle grandi artiste della carne. Ma studiato bene il suo viso si trasfigura e sotto la pelle invecchiata sono il suo coraggio, le sue turbolenze, le sue audacie e anche la sua insolenza di donna che subisce eccessi rudi e brutali. Più la guardavo e più mi si sviluppava la madre che ha sfacchinato tutta l’esistenza, passando attraverso gli orrori della vita degli altri senza inzaccherarsi e caricarsi dei loro vizii per giungere con i figli delle sue viscere fuori della bufera, dove non urla il lupo dalla fame, e sedere, nei giorni della vecchiaia, in mezzo alle consolazioni degli affetti filiali. Più che una cuciniera, Marietta è stata un pilastro della casa Steinheil, facendo da spegnitoio nei momenti in cui i cervelli coniugali si laceravano e si distruggevano con la villania che equivaleva a una esecuzione morale, portando la parola soave che leniva le ferite fatte a colpi di lingue, che salvaguardava la famiglia dal naufragio portando in mezzo ai vituperii che turbinavano da una bocca all’altra Marta, la figlia innocente dei loro dissidii.

– Non ci sono che io, caro Bizet, che abbia potuto rimanere a lungo in quella galera degli Steinheil. Con un uomo così degradato, così depravato, così insensibile al truogolo in cui mangiava e con una donna che ha avuto tanti amanti quanti sono i sassi della strada e che ha buttato il pudore coniugale centinaia di volte dalla finestra, se non c’ero io quella povera figlia sarebbe divenuta come la madre…

– E non avete dubbi, domandò dolcemente Bizet, tra due sorsate di thè, che la Steinheil lavorasse per denari?

– Se ne avessi sarei io la prima a proclamarli ad alta voce. Purtroppo ogni suo bacio era venduto a contanti. Il Vert-Logis era la sua succursale. Chi cadeva nell’invito supponeva di avere conquistato una castellana. Ah! ah! Se ne accorgeva più tardi. I conti di residenza erano sempre rilevanti. S’intende che per presentarli bisognava avere il savoir faire della cuciniera avveduta.

– Parola d’onore, non credevo la Steinheil completamente disinteressata, ma non la supponevo così affezionata al denaro.

– Affezionata? Sì e no, secondo i momenti. La mancanza di denaro in famiglia era la rissa, era la zuffa, era il rancore che si buttava sul rancore, l’odio sguinzagliato che prorompeva per la casa come un uragano corruscato dalla vendetta. Ma quando ce n’era, quando non se ne sentiva la penuria, allora la moglie lasciava che il marito immelmasse le sue mani nel piccolo bureau del salotto, tra la stanza di Marta e quella di Margherita, dove andavano a finire i guadagni di lei, senza mormorare. Era il prezzo della pace, della concordia, di tutto quello che volete.

– Era una figuraccia di marito a quanto pare.

– Un criminale del matrimonio! Era la bestia umana vestita da gentiluomo, con le sue mascelle enormi, con le sue labbra sporgenti, con i suoi occhi che fosforeggiavano di gioia alla vista dell’oro ch’egli si metteva in tasca a titolo di prestito senza mai restituirlo. C’era un medico, ex-amante della Steinheil, che aveva studiato il marito con le sue vertigini di epilettoide, quando la cassa della prostituzione era vuota. Che diceva ch’egli non aveva conoscenza della sua caduta morale, come tutti gli amnesiaci. Può darsi che questa sia la sua scusa. Io però ho potuto constatare che quando era ben pasciuto, quando non lo si importunava con qualche conto era un altro uomo, un uomo di una docilità e di una amabilità introvabili. La vendetta degli affronti subiti alla mia presenza e alla presenza sovente della loro figlia non aveva più assalti. La moglie non si lasciava domare neanche con la sua acquiescenza. Si può anzi dire che più egli si umiliava, più egli si sottometteva alle sue irascibilità, alle sue escandescenze, alla sua immoralità profonda e più si accumulava in lei la ripugnanza divenuta in seguito invincibile. Nei momenti in cui madama Steinheil lo tollerava era un calcolo, un bisogno di pensare ad altro, un istinto di donna chiamata altrove. Tra l’uno e l’altra però non saprei chi preferire o a chi attribuire la causa di avere fatta una famiglia basata sulla prostituzione più invereconda.

– Ci permetterete una sigaretta, non è vero, Marietta?

– Fate conto di essere in casa vostra.

– Per me rimarrà sempre un mistero come gli uomini corrino dietro alle Steinheil che sono di tutti, fingendo di essere di nessuno.

– Perchè non conoscete gli uomini. Senza offendervi, in generale, sono porci. La donna buona che li aspetta, che si cura di loro, che vive per loro e per i loro figli è un essere monotono, noioso. La criminale ha più nervi, più seduzioni, più fascino. Vecchi e giovani sono tutti animati dagli stessi istinti. Fèlix Faure, in alto, già fracido, con delle più belle avventuriere, preferisce diventare un sottovoce francese, spendere denari a manate, trovarsi a tavola con un uomo repulsivo come il mantenuto della propria ganza, diventare uno scandalo pubblico e morire tragicamente. Voilà l’homme. Dopo Fèlix Faure c’è il figlio di un altro ex-presidente della Repubblica, vittimizzato dal pugnale di un anarchico, avvocato, pieno di speranze, con tante aderenze che si perde fra le gonne di una maliarda come la Steinheil, buttando via anche lui il denaro con la pala e dando così ragione ai propagandisti del fatto che hanno sulla loro bandiera: rubare e uccidere!

– Voi alludete a Carnot.

– A Carnot. Dietro loro è venuta una folla. Ministri, alti funzionari, negozianti, agenti di cambio, sindaci, gente blasonata, magistrati, grossi berretti dell’esercito, alti piumacci di marina, benestanti di campagna.

– E tuttavia…

– E tuttavia c’era sovente penuria… di denaro. Con due mantenuti! il marito da una parte e Bel-Ami dall’altra… Sciupona essa stessa per indole, per temperamento, per bisogno di chiasso, per stordirsi, per rovesciarsi nelle orge fantastiche che conducono al godimento epilettico. Ella aveva eccessi nella sua succursale di Bellevue che portavano via la ragione agli uomini.

– Le mie informazioni, Marietta, sono che anche nella vita della Steinheil vi sono momenti passionali…

– Voi ne saprete più di me. Io poi non ero obbligata a saper tutto Nel primo periodo so che la Steinheil aveva lunghe, brevi scarrozzate ripetute, viaggi frequenti verso il mezzogiorno della Francia, dove trovava il Bel-Ami, sempre per delle infedeltà, per amori nati ieri o per passioni durate poche settimane.

– Sì, ma voi, Marietta, dimenticate che tramezzo a tanti uomini di gusti differenti, di età diverse, di fisonomie l’una contro l’altra c’era sempre il Lantier, il monsieur Alphonse, il mantenuto che succhiava alle sue gonne come tutte le piovre.

– Non dimentico nulla. Voi vi siete ricordato di Emilio Cami, un metallurgico che l’ha tenuta fra i suor tentacoli cinque e più anni. Il Bel-Ami di madama Steinheil era sempre un superbo animale fosco, carico di sangue giovine, pieno di bizzarrie, con impennamenti che duravano fino alla rinnovazione degli amplessi. Mio figlio Alessandro che si occupa di cavalli lo direbbe il suo stallone, l’uomo chiamato ad acquietare i suoi nervi e i suoi furori.

Poi il posto nel cuore di madama Steinheil è stato preso da un sportsman, un conte pieno di debiti e quindi con pochi denari. E voi sapete che con la Steinheil o si paga niente o ci vogliono bigliettoni gialli. È stato un amore di passata.

– Non ha ella mai avuto un periodo di disoccupazione?

– Sì, come in tutte le professioni. È stata disoccupata qualche mese nel 1908, per un’indisposizione che le impediva di sfogarsi passionalmente.

– Borderel…

– Non me lo toccate! Senza di lui il ménage sarebbe andato in fondo assai prima. Fra l’esercito dei suoi amatori egli deve essere considerato il gentiluomo. Simpatico, buono, generoso. A Bellevue inviava il vino migliore delle sue cantine, pagava i conti a occhi chiusi o li faceva pagare da un suo amico o segretario che fosse… E che incomodi dava? A Bellevue non si fermava che un giorno o due. E allora era una festa per tutti, miei cari signori. Ce ne fossero dei Borderel. All’impasse Ronsin vi andava di rado o a malincuore, perchè non sapeva soffrire il mantenuto legale. È anche questa una caratteristica del gentiluomo. Gli rincresceva di vedere il maritaggio insudiciato in quel modo, da un individuo che poteva fare il lustrascarpe o l’imbianchino d’insegne o qualche cosa di più modesto e di meno ributtante del souteneur.

– Come spiegate allora, Marietta, la lode ch’egli ha fatto al suo ingegno, comperando uno o due dei suoi quadri?

– Bisognava bene trovare un pretesto per giustificare l’accoglienza che gli si faceva. Sapete come avvengono questi legami di amicizie spurie. L’ospitato è pieno di riguardi per colui che rappresenta il padrone di casa. Anche se la sua presenza diventa un’ossessione disgustosa lo si colma di gentilezze, gli si dicono cose graziose, lo si eleva fino ai superlativi della bontà, della grandezza e della genialità. Tutto è bello in lui, anche se ha la faccia larvata di degenerazione.

– A proposito di Borderel, Marietta, avete udito di una telefonata fatta al suo castello, proprio nella mattina della scoperta del delitto?

– L’ho letta sui giornali. Può darsi. E che ci sarebbe di male? Lui non poteva sapere del delitto. L’importante è di chiarire se sia vero ch’ella abbia fatto correre da un tubo telefonico a un altro una certa gioia, un certo contento di essere finalmente libera. Ma io non ne so niente. So solo che il signor Borderel, grande feudatario delle Ardennes, è un perfetto gentiluomo. Ah, so bene dove tendete. I giornali hanno raccontato ch’egli avrebbe detto alla Steinheil:

– Se voi foste libera, vi sposerei.

Sono frasi galanti che dicono tutti, specialmente coloro che non le sposerebbero affatto. Ma se il signor Borderel l’avesse anche detto, io non ho nulla da togliere alla mia estimazione per lui. Forse che quando si fa un complimento a una maritata o a una malmaritata vuol dire che si invita la signora ad ammazzare o a strangolare il marito e magari la madre? Come sono ridicoli certi giornalisti! Già io non mi confido che coi reporters del Journal. Per me è il più bel giornale della Francia. Esatto e puntuale come la mia sveglia. Narra senza fronzoli, senza ricami, senza variazioni di pensieri e di parole. Io mi ci vedo dentro quando si parla di me e sono più che lieta di offrire il thè quando il suo rappresentante viene a intervistarmi. Avete veduto come ha parlato bene anche del signor Borderel? E lo merita, sapete, perchè è proprio una brava persona, incapace di indugiare in un pensiero delittuoso o di compiere anche mentalmente una bassezza. Vi pare? Ha il cuore in mano come me, caro Bizet. E se anche in un momento di ebbrezza si fosse lasciato trasportare fino a dirle che l’avrebbe sposata, libera dai legami matrimoniali, sarebbe sciocco, non vi pare? supporre in una frase banale e di tutti un consiglio a diventare omicidiaria.

– Se non ci mancherà il tempo io e Baragiola andremo al suo castello e gli diremo che le vostre parole ce l’hanno fatto divenire simpatico prima di conoscerlo personalmente.

– Egli lo deve sapere, ma ad ogni modo, ve ne ringrazio.

– Siete così buona che io abuso. Sentite, io so molte cose di Fèlix Faure.

– Sfido io, ne eravate il custode!

– Qualche volta però riusciva a sottrarsi alla mia vigilanza, specialmente quando si truccava come un detective per farla ai detectives. Per riaverlo sotto la mia protezione io mi dovevo mettere alle entrate o in vista alle entrate dove lo supponevo in colloquio con la signora di alto o di basso bordo, o dovevo essere informato telefonicamente dalla stessa signora che mi avvertiva gentilmente che l’alto personaggio all’ora tale sarebbe stato con lei. Pure me l’ha fatta più di una volta, specialmente quando andava dalla Steinheil. Ci metteva della diligenza a involarsi ai miei occhi per andare vestito magari in un abito a quadrettoni come uno sportsman, con barba e capelli di differenti colori.

– E me ne ricordo perchè quando arrivava ero io che prendevo la sua parrucca e i suoi spazzettoni inglesi che gli davano l’aria del mylord.

– Quante volte, Marietta, sarà venuto da voi a pranzo?

– Eh, rispose la cuciniera agitando la mano per non essere obbligata a darne la cifra. Molte volte, tante volte, tutte le volte che poteva.

– Lo si aspettava?

– Si capisce. Erano giorni in cui non bastavo io sola. Facevamo venire vivande preparate, c’erano vini di bottiglia e di Champagne e si metteva in tavola la grande tovaglia di Fiandra, coi ricami à jour, bella, lucente, con il bordo di pizzo antico.

I tovaglioli avevano anch’essi il significato del suo arrivo. Erano tovaglioli della stessa tela, con la donna polputa e nuda al posto della cifra, in berretto frigio, fasciata al centro da una seta chiara che si confondeva con la carne del corpo, sorreggente con il braccio tornito la fiaccola dell’idea eterna. Il servizio di cristallo e di posateria erano regali del presidente. Scintillavano, davano un’allegria alla tavolata e sopprimevano anche il pensiero che in casa Steinheil si fosse obbligati qualche volta di umiliare le cose di valore al Monte. E le alzate di dolci e la profusione dei fiori e le frutta che rappresentavano tutto quello che c’era di fresco o di acerbo, di buono, di eccellente e il gelato che pareva una montagnuola di neve a cono e il caffè fatto dalla signora, alla presenza del Presidente della Repubblica, nei globi di cristallo uniti dal cordone ombelicale di vetro per il passaggio dell’acqua nel caffè, versato in chicchere giapponesi, di una leggerezza e di una finezza che si potevano soffiare in aria…. Ah, che momenti, caro mio, quando veniva Fèlix Faure e se ne andava lieto e arzillo, con il viso colorato della sua gioia, ringraziandomi con la benevolenza fatta di napoleoni d’oro, dicendomi:

– Grazie, buona Marietta, preparatemi un altro pranzo come quello d’oggi e ritornerò presto.

– Monsieur le Prèsident! rispondevo io con la curva profonda che traduceva il mio profondissimo rispetto.

– Dite, Marietta, adesso è morto e la storia è storia. Se vi toccasse giurare in Tribunale o davanti ai giurati che il Presidente amoreggiava con la vostra ex-padrona, che cosa rispondereste?

– Che io faceva la cuciniera. Io non li ho mai veduti ad abbracciarsi, nè ho veduto l’uno in letto con l’altra, come ho veduto tanti altri amanti della Steinheil. Può darsi. Si sa che un presidente della Repubblica non lascia l’Eliseo per venire all’impasse Ronsin a mangiare i pranzi di Marietta, quando ha cuochi stipendiati a venticinque mila lire l’anno. Ma io, cuciniera, non posso affermare una cosa che deve diventare storica, come voi dite, quando proprio non ne ho la certezza.

– E, secondo me, fate bene. La storia della vita nazionale deve essere fatta di supposizioni. Ma voi, cara Marietta, che siete ora in una condizione indipendente, non dovete avere paura di dire ciò che sapete anche se l’avvenimento non si è svolto sotto i vostri occhi.

– Non ho paura io, e perchè dovrei averne? Io non potevo andare da loro che chiamata, come non poteva andarvi il cameriere. E quando suonavano per uno di noi, non erano nè in letto nè l’una addosso all’altra.

– A me basta questa vostra dichiarazione di donna prudente. Eh, intanto anche lui, con tutta la grandezza di presidente, è andato dove dobbiamo andare tutti, buona Marietta. E me ne rincresce, sapete, A me rincresce morire… Morire, proprio quando si è pieni di esperienza e si incomincia a conoscerci, a stimarci o disistimarci e si è raccolto un po’ di denaro per una tregua tra noi e i nostri concorrenti. È cristiano, ma non giusto. Morire poi come è morto Fèlix Faure è anticristiano…

– Come è morto?

– Voi lo dovete sapere più di me, Marietta. Alla sua morte che attitudine ha assunto madama Steinheil?

– L’attitudine… che so io… di donna addolorata. Sono quasi dieci anni, sapete, che il Presidente non veniva più all’impasse Ronsin… E in dieci anni sbiadisce ogni ricordo.

– Vi voglio aiutare, se mi riesce. C’è gente che crede che la morte di Fèlix Faure sia rimasta un mistero. Chi suppone che una donna abbia preso parte a un complotto e l’abbia avvelenato e chi crede che la stessa donna l’abbia fatto morire… per imprudenza, abusando della sua vecchiaia, trascinandolo alla oscenità degli uomini maturi, agli spasimi della demenza senile che esauriscono anche i vecchiardi stagionati come la quercia secolare.

– Non vi capisco.

– Non mi spiego di più. Solo vi dico che la donna accusata di averlo fatto morire o in un modo o nell’altro è madama Steinheil. La vostra ex-padrona è accusata di essere una avvelenatrice o una provocatrice di perversioni che conducono alla morte per esaurimento.

– Non ne so nulla e non voglio saperne nulla.

– In quel giorno che è stato uno dei miei giorni memorabili, non vi ricordate di averla veduta rientrare turbata, conturbata, agitata, sottosopra, con i capelli disfatti, magari tagliati, magari in lagrime?

– In quel giorno io ero a Bellevue.

– Come nella notte del delitto.

– Guai se fossi stata in Parigi. A quest’ora non ci sarebbe uno che non crederebbe alla mia colpevolezza. C’è chi crede invece a quella di mio figlio. Ma io sono troppo sicura di me e dei miei di casa.

– A ogni modo state tranquilla. Con la stampa che va dappertutto e mette le mani in ogni affare non c’è pericolo di andare alla ghigliottina innocenti.

– Non è sempre vero neanche quello che dite voi, Bizet, dissi rompendo il loro dialogo. Non è molto Deibler ha accorciato il corpo di un innocente.

– Quando?

– Due anni sono. Si è fatto un tale chiasso che io credevo che la ghigliottina passasse al solaio dei ricordi storici. Aspettate, si chiamava…? Non importa il nome, mi verrà in mente. Un signore era disceso nell’Hotel più chic di Parigi.

– Bisogna andare adagio a credere all’innocenza dei condannati. C’è il povero Fornaretto… Storia vecchia! Non ci sono adesso quelli che credono innocente anche Renard, il maggiordomo di casa Remy? Pederasta, ladro confesso…

– Cose tutte che non hanno relazione con l’assassinio del proprio padrone.

– D’accordo, ma è sempre uno stato di servizio che inquieta. Courtois, il valletto di diciassette anni, non avrebbe potuto accopparlo da solo, in un momento in cui Renard era in casa.

– Lasciando da parte il caso Renard, il documento che Deibler ha ghigliottinato un innocente è con noi. Si chiamava… accidenti! i nomi…. me ne ricordo: Paul Maret. Paul Maret non appena nel suo appartamento fece chiamare una camiciaia con delle camicie di batista coi davanti flosci e i manichini alti e larghi dei gentiluomini. Provandosene una davanti alla ragazza della camiciaia si è staccato il bottone di madreperla alla manica sotto il polsino della sinistra.

– Fate bene a non trascurare i particolari. Siete già un detective di trenta lire al giorno.

– È un caso su per giù come quello di Couillard.

– Povero diavolo, aggiunse Marietta, ho fatto pace anche con lui. Nella disgrazia io sono sempre una amica.

– Il signore disceso all’albergo, il quale doveva esser un viveur di professione e degli ambienti più alti, alla sera è andato a teatro…

– Me ne ricordo benissimo, m’interruppe Bizet… È stato un avvenimento strepitoso. Solo voi non siete esatto. Non è la camiciaia, ma la guantaia che ha fatto chiamare all’albergo ed è il guanto che lo ha mandato al patibolo. È un caso stampato nella mia memoria. Paul Maret, dopo la rappresentazione della vecchia signora dalle camelie, è andato a cena e vi ha veduto un vecchio con una delle più splendide biches del nostro secolo. I loro occhi si sono comunicati tante cose afrodisiache. La biche, prima di andarsene, ha lasciato due righe al cameriere perchè gliele facesse avere: “Vi aspetto fra un’ora, via tale, numero tale”.

Il giovinotto che pareva fatto a bella posta per essere il mantenuto di una grande mantenuta che divora le fortune dei vecchiardi, è andato all’ora giusta, l’ha baciata per due ore e alle tre era dabbasso, nella strada, avviato alla vettura per farsi ricondurre all’albergo. La biche del lusso, svestendosi, da grande mondana, aveva gettato il collare di perle di 100,000 lire in un cassetto qualunque e il viveur di professione se l’era appropriata, credendo d’essersi procurato il danaro per qualche mese di buona vita. Guardate le disgrazie quando vogliono capitare. Sotto il porticato egli aveva perduto il guanto stato raccolto da un apache che aspettava la sua discesa per andare di sopra a svaligiarla. Siccome ha trovato resistenza ha dovuto ucciderla per difesa personale o per la propria sicurezza. Capriccio dell’apache! Prima di andarsene, per dare indizi alla polizia di chi l’aveva ammazzata, lasciò sul corpo della Maria Antony, biche del gran mondo, il guanto raccolto d’abbasso. C’era il nome della guantaia, la guantaia si è ricordata di avere mandata all’albergo la ragazza con i guanti dello stesso colore paglierino a tre bottoni, la questura lo ha trovato che stava facendo le valige, gliele ha fatte sfare. Vi ha trovata la collana di perle preziose e Paul Maret ha lasciato la testa nel paniere di Deibler come assassino.

– Invece non era che un ladro! – diss’io completando il fattaccio della cronaca parigina.

– Couillard l’ha dunque scampata bella. Se la Steinheil non avesse manifestato dubbi all’indomani del confronto non darei che pochi soldi per la sua testa.

– Non è lei che lo ha salvato, caro Bizet – disse Marietta sbattendo la testa da destra a sinistra con impeto di collera. Sapete chi lo ha salvato? Il bigiottiere Souloy, colui che ha fatto una deposizione veramente sensazionale.

– Ah sì, questo è vero. La sua deposizione è un colpo terribile alle narrazioni della Steinheil. Souloy della via del Tempio, 119, è un vero galantuomo.

– Un tesoro d’uomo – soggiunse Marietta.

– Senza di lui Couillard sarebbe stato fritto. La Steinheil aveva giurato che la perla stata trovata nel portafoglio del cameriere dell’impasse Ronsin, era fra le gioie rubate nella notte dal 30 al 31 maggio. Ora in vece Souloy ha demolito tutta la deposizione…

– Di quella bugiardona… Oh come è bugiarda!

– Di Steinheil, provando ch’egli era stato mandato a chiamare dalla donna fatale il 12 giugno, cioè dodici giorni dopo il tragico avvenimento, quando ella si faceva cullare dalla stampa come una bambinuccia viziata…

– Era ospite del conte d’Arlon.

– Suo intimo amico, soggiunse Bizet con un’occhiata significativa. Nella famosa perla… Ah che stupida! Non finirò mai di darle della cretina! A me piace la gente sveglia. Si può essere più imbecille della Steinheil? Non sappiamo ancora s’ella abbia qualche relazione cogli assassini di sua madre e di suo marito. La perla non è che un indizio, un grave indizio, ma nella scastonatura della perla c’è tutta la sua deficienza. Se ella l’aveva messa, come l’ha messa, nel catalogo delle gioie rubate, doveva ricorrere a un orefice per scastonarla dall’anello? Bastava una tenagliuccia o un punteruolo per non farlo sapere al pubblico. È proprio vero che il diavolo fa le pentole e non i coperchi.

– Ella è stupida, è maligna, è cattiva, è assassina… Non si assassina una povera madre come me, denunciandogli il figlio come autore di un atroce delitto.

– La perla che ha salvato Couillard salverà anche Alessandro Wolf. Bugie di quel genere, capite, non danno più diritto a essere credute neanche dai giudici amici come i Leydet. Ella è al principio della fine. La perla non solo non è mai stata rubata, l’anello non solo è stato portato da lei dall’orefice Souloy dodici giorni dopo la tragedia, ma ha poi compiuta la sciocchezza come una criminale qualunque di andare dall’orefice a pregarlo di non mettere in circolazione il suo anello e di fonderlo con l’oro. Ella ha avuto paura che capitasse nelle mani della polizia che ha la descrizione stampata di tutta la oreficeria rubata…

– Uhm! fece Marietta.

– La penso come voi, Marietta. Io credo che la ladra sia… Acqua in bocca. Ne volete la prova? La Steinheil non appena ha udito la deposizione dell’orefice Souloy è svenuta, si è fatta venire un deliquio e ci sono voluti i sali inglesi del giudice Leydet per farla rinsensare. Non credo ai suoi svenimenti. Mi ricordo delle smanie che faceva nel salottino attiguo al salotto dove ella aveva lasciato moribondo il povero Felix Faure. Ci sono voluti i savi e i matti a ridurla al silenzio.

– A proposito, Bizet, avete veduto che i giornali nazionalisti mettono in dubbio che egli sia morto all’ora ufficiale delle sei o delle otto e mezzo? Si vuole che alle tre e mezzo o alle quattro fosse già cadavere.

– Può darsi, sull’ora non mi ostino e sapete perchè? Perchè il presidente è morto in un oscurità che pareva notte.

– Si dice di più, Bizet. Si dice che non si è potuto fotografarlo sul letto di parata perchè il suo viso era orribilmente contratto dalle contorsioni e dalle crispazioni prodotte dal sigaro leggendario preparato col cianuro di potassio.

– Ve l’ho già detto: è l’odio antimassonico, è l’odio antisemita, è l’odio di tutta la colluvie umana che ha lottato per anni per mantenere un innocente all’isola del Diavolo, un luogo perfido con un clima che uccide.

– Per oggi abbiamo seccato Marietta anche troppo, e noi non vogliamo abusare della sua cortesia.

– Per voi la mia porta è sempre aperta, gli rispose Marietta con voce sommessa.

– State tranquilla.

– Sono tranquilissima, ma sapete, quella danna è tale artista che possiamo aspettarci una scena tutti i giorni. Voi avete presente quella tra lei e l’orefice. Come è andata a finire?

– È la debolezza del giudice, che prolunga o promette alla Steinheil di allestire la scena commovente per il pubblico. Souloy giura che la perla trovata nel portafoglio è proprio quella scastonata da lui e lei risponde che Souloy non ha memoria e che l’anello “arte moderna” non poteva essere da lui per la ragione semplicissima che gli assassini l’avevano rubato dodici giorni prima. E quando Souloy prova coi registri del suo negozio che l’aveva avuto dodici giorni dopo il giudice le permette un’altra volta di svenire e di dire semisvenuta con voce fioca

– Dell’aria! dell’aria! Muoio!

– Proprio come nella mattina del delitto.

– Tale e quale. È una grande artista, non c’è dubbio. Non per nulla l’hanno chiamata la Sarah Bernardt del passaggio Ronsin. Dopo che il giudice Leydet l’ha fatta rinvenire una seconda volta col suo flacone di sali inglesi la Steinheil si è veduta messa al muro da questa interrogazione:

– Perchè avete domandato al signor Souloy se era stato distrutto l’anello dal quale aveva tolta la perla?

– Dio mio, rispose la Steinheil, che c’è sotto a tutto questo? Ah, dunque è vero quello che mi hanno detto parecchie persone che l’assassinio di mia madre e del mio povero marito è un delitto politico….

E la scena è finita con i suoi nervi agitati, con la sua voce conturbata, con il suo viso che aveva assunto una rigidità penosa, con i suoi occhi che parevano lì lì per ascendere e nascondersi sotto la coperta palpebrale. Che Sarah Bernardt possa rappresentare la signora dalle Camelie, Adriana Lecouvreur, la Froufrou, tutto quello che vuole non è dubbio; ma non potrà mai imitare Margherita Steinheil, una artista della romanticheria teatrale che nessuno può superare.

In mezzo alla strada mi pareva di essere in una nebbia sanguinolenta che diventasse sempre più rossa e che mi bruciasse sempre più gli occhi. Fiutavo sangue come i cani di Bizet e l’odore del sangue che non mi ha abbandonato che quando Bizet mi ha preso per il braccio domandandomi se avevo notato il cambiamento narrativo di Marietta.

Senza dubbio.

– È una furbona. Si capisce. Una donna che ha vissuto in una casa postribolare per tanti anni diventa prudente. Prima, quando la Steinheil era ancora la sua confidente e la sua padrona, la casa coniugale era il santuario delle virtù coniugali; dopo che la confidente e la padrona è divenuta l’accusatrice di suo figlio, la casa Steinheil era un inferno, dove si svolgeva il repertorio delle scene più oscene. Bisogna però perdonare queste nuances verbali a una donna della sua condizione. La cuciniera passata attraverso le bufere della vita non getta via il pane per sè e per i suoi di casa per un po’ d’indipendenza linguale. L’indipendenza di giudizio è cosa cara per i ricchi. Per la servitù povera non è che menzogna e miseria.

È stata una giornatona. In un’epoca in cui i grandi delitti, delitti che io chiamerei di lusso, appassionano la gente più di ogni altro avvenimento, la commozione nata all’annuncio dell’arresto di madama Steinheil non mi poteva meravigliare. Pure sono rimasto stupefatto, sbalordito. Con una vita vissuta nel mondo degli scellerati non trovavo ricordi nè in Francia nè altrove che potessero essere paragonati alla opinione tumultuata dal “finalmente!” parigino che voleva dire la fine della commedia della donna tragica dell’impasse Ronsin. L’assassinio di Victar Noir è stato una fiammata d’indignazione. L’arresto del deputato Palizzolo fu una semplice ventata di collera nazionale. La disossazione della moglie di Alberto Olivo? C’erano troppi personaggi che avevano disossate le loro vittime, perchè l’Olivo potesse diventare più di una bestia umana. Il processo di Nunzio Nasi? Era già preceduto da quello di Baïhaut, perchè un furfante di peculati e di ladroneggi ministeriali potesse uscire dall’atmosfera dei delinquenti comuni. Per trovare fra i criminali qualcuno che abbia suscitato tanta emozione, tanta esasperazione, tanta discussione, per il mistero del crimine, per la ferocia dell’esecuzione, per la condizione dell’indiziato ho dovuto risalire fino al delitto del Formilli, ex direttore dei giardini pubblici di Roma, un viveur di buona famiglia che si è pazzamente innamorato di una ragazza qualunque, trovata al Veglione e per la quale ha preso la moglie fra le braccia sul ponte di Ripetta e l’ha rovesciata nel Tevere, percuotendola orribilmente sulle mani che non volevano staccarsi dalla sbarra di ferro che avevano agguantata. Il momento pallidamente paragonabile a quello della Steinheil è stato quello dei funerali della povera donna trovata in una insenatura del fiume. Eravamo nel mese afoso del 1890. C’era dietro il feretro tutta Roma: la Roma dei preti e la Roma dei laici: poveri e ricchi. Era una Roma che pareva avesse trovato il suo delitto per inorridire e intenerirsi in una manifestazione di lutto cittadino non mai veduto in quel secolo. Ma anche con tutti i romani alla coda della vittima il confronto è appena tollerabile. In venti anni il giornalismo francese ha dato alla vita pubblica un impulso così violento che può dirsi una rivoluzione.

L’opinione pubblica è stata svegliata, spoltrita, resa tutta nervi, elevata a una sensibilità direi quasi isterica. Non occorre più che la notizia a caratteri sesquipedali per indiavolarla. I passanti sembravano tutti famelici. Divorato un giornale ne compravano un altro.

Ho voluto studiare l’avvenimento Steinheil sul boulevard Poissonnière, di faccia al grandioso palazzo del Matin, il giornale che è stato fondato con cinquanta milioni di capitale e che ha un magnifico riportaggio politico, parigino, mondano, artistico, letterario, scientifico, giudiziario, finanziario, cucinato con lo stile sensazionale dei giornalisti più celebri sul mercato del giornalismo parigino. Avevo saputo al palazzo di Giustizia che Margherita Steinheil avrebbe cambiato dimora alle due del pomeriggio. Senza dubbio i quotidiani non avevano bisogno della mia informazione, perchè sono usciti simultaneamente col grido frenetico che ha fatto trasalire i nervi dei parigini. Davanti al Matin è stato un finimondo. Tanto all’entrata che lungo l’entrata c’erano parecchie fotografie al naturale della donna che si stava per arrestare, dinanzi le quali c’era una folla enorme che la guardava, ne cercava le stigmate e la discuteva. Anche gli strilloni hanno evoluzionato col giornalismo moderno. Sono veri professionisti che contemplano la diffusione affidata alle loro gole. Gli apaches, gli ex condannati, i recidivisti non hanno più posto fra loro. Una volta sguinzagliati con una notizia sensazionale mettono a soqquadro Parigi. I giornali nelle loro mani diventano vivi. Parlano, attirano, invogliano, si fanno leggere. Lo strillonaggio con l’arresto di madama Steinheil ha fatto salire la tiratura di nove giornali di più di due milioni di copie in due o tre ore. È una statistica che mi sono procurato passando da una amministrazione all’altra, del Matin, del Journal, dell’Intransigeant, dell’Eclair, del Figaro, del Soleil, dell’Humaníté, della Petite Républíque, del Paris Journal e del Temps. I pachidermi della stampa sono sempre il Journal des Debats e il Temps.

La divorazione pubblica dei giornali di quel giorno è un capitolo che qualcuno dovrebbe scrivere nella storia del giornalismo francese. È stata una vera ingurgitazione di lettere stampate. Se la Steinheil non fosse stata celebre lo sarebbe divenuta in un fiato. Il suo nome circolava turbinosamente per l’atmosfera in ogni via, in ogni corso, in ogni viottolo, in ogni piazza.

– Il giornale tale coll’arresto di madama Steinheil!

E gli strilloni facevano fermare i pedoni, attiravano alle finestre gli inquilini, facevano venire persone alle entrate delle abitazioni con il soldo in mano, strillando continuamente la bracciata di merce che andava via a ruba.

Le edizioni si succedevano alle edizioni. Prima abbiamo letto l’annuncio dell’arresto, poi l’arresto, poi l’itinerario percorso dall’automobile in cui era l’arrestata, poi le descrizioni delle moltitudini che si sono riversate lungo il passaggio della donna abbrunata, poi la lotta atroce di più di centocinquanta mila cittadini ingorgati nel sobborgo di Saint-Denis, dove è Saint-Lazare, la bastiglia delle donne che peccano contro il codice e contro i cosidetti buoni costumi. Se si fosse trattato dell’arresto di Maria Antonietta o della Du Barry o di Madama Roland o di Lucilla, moglie del celebre lanterniere, non si sarebbero vedute tante folle aggruppate, pigiate, calcate, soffocate per assistere allo sfilamento di una automobile carica di una signora e di due ispettori di polizia. Io non so condensare le grida di tutto quel mare turbolento di persone agitate, scalmanate, indiavolate che volevano giungere alle prime file o sbucare davanti l’entrata per essere più vicine al passaggio del ruotabile con la madama Steinheil. Mi sono parse: turbini di voci che cigolavano rincorrendosi e attorcigliandosi, salendo per il cielo come sibili che si schiantavano in alto come petardi di disperazione umana. L’eco di un ruotabile che passasse per le adiacenze si ripercuoteva in tutte le teste e il commovente diventava generale. I sergents de ville che avevano l’incarico di mantenere lo spazio libero dovevano continuamente risospingere le ondate che tendevano a sopraffarli e a chiuderli, Dopo due ore di aspettativa, sotto un cielo di piombo, in mezzo a un’aria che di tanto in tanto passava sulla faccia come una ventata fredda, l’apparizione delle automobili è stata avvertita da un tentativo di spostarsi per veder meglio. Ma la calca era come cementata. Nessuno poteva muoversi senza che tutti si muovessero verso uno stesso punto. Più l’automobile con la donna fatale si avvicinava, e più le facce si stingevano, si scoloravano e biancheggiavano di collera concentrata.

Prima che arrivasse al margine della muraglia umana, ì più violenti hanno cercato di farsi largo con urti di spalle e di gomiti, ma la gente ondeggiava senza spostarsi. L’arrivo è stato annunziato da una esplosione di improperii. La Steinheil, non appena tra la spazio della gente gremita ai lati, deve avere udito il la della opinione pubblica che la chiamava assassina! matricida! prostituta! bestia feroce! strangolatrice! mariticida! sporcacciona! mome! Brinvilliers. Pareva già condannata. Se l’avessero potuta avere fra le mani non le avrebbero lasciato un capello. Via! disse imperiosamente uno degli ispettori al chauffeur. L’automobile con la Steinheil era preceduto da quello in cui era Hamard e il suo segretario e seguito da quello dei due commissari incaricati di proteggerla dalle aggressioni.

– Parricida!

Gli agenti di polizia non hanno potuto fare da argine alle moltitudini che volevano straripare durante il passaggio. È stato una confusione, una irruzione un tumulto senza fine. Le automobili erano scomparse nell’interno dell’edificio e le gole continuavano a ingiuriare la prigioniera, come se Parigi fosse ritornata ai tempi dei versagliesi contro i comunardi. C’erano pugni tesi, occhi stravolti, bocche feroci, volti verso l’entrata come minacce o rimproveri.

Adolfo Bizet era sempre al mio fianco che mi teneva la mano per non perdermi. Facevo intanto un soliloquio. Mi trovavo in mezzo a un popolo assetato di giustizia o in mezzo ai fanatici delle esecuzioni sommarie? A Bizet la sensibilità pubblica per i delitti non spiaceva. Vedeva in essa una elevazione popolare e una maggiore sicurezza che la giustizia non devii. Sapeva benissimo che la magistratura era contraria ai giudizi della popolazione che si costituiva gran giudice delle cause celebri senza avere le sue conoscenze procedurali, ma fra i due mali sceglieva il minore.

– In generale il verdetto del popolo è sempre più giusto di quello dei togati, i quali hanno un articolo per un dato delitto che serve per qualunque individuo. Il popolo ignora le sottigliezze giuridiche, ma ha una grande sensazione per valutare il delinquente nelle sue condizioni mentali e sociali. Senza i cittadini che seguono a passo a passo le fasi di un delitto, Leydet sarebbe ancora il giudice istruttore della Steinheil e madama continuerebbe a rappresentare la commedia nella villa dell’impasse Ronsin. La giuria delle Assisi con l’ascensione di Aristide Briand, al ministero di Grazia e Giustizia, è composta di quelli che hanno e di quelli che non hanno. Ma fino a quando si sarà raggiunta la parità di condizione anche fra i giurati io do e darò sempre la preferenza al giudice, vale a dire alle moltitudini. La prova è sotto i nostri occhi. Non è molto alle Assisi di Vacluse si è condannato a morte Ramy Danvers, figlio di un ex-galeotto. Aveva venticinque anni e un passato di rapine, di furti, di condanne alla reclusione e di relegazioni alla Guiana. Evaso, egli è tornato in Francia; ha saputo che i suoi ex-padroni di campagna avevano messo da parte un discreto peculio, li ha assassinati a colpi di fucile ed è stato sorpreso mentre stava legando la tela dove li aveva avvolti tepidi tutti e due, marito e moglie, per buttarli poco dopo nel Rodano. Certo io non salverei dalla ghigliottina un mostro così pericoloso. Ma il gran giudice, pur non sapendo come disfarsi di una bestia umana come lui, non è tranquillo. Esso sente che la maggiore responsabilità dei suoi delitti non è di chi li ha compiuti, ma di chi ha trascurato la fanciullezza del figlio dell’ergastolano. E ha ragione. La colpa dei suoi misfatti è sociale.

Le folle veduto il ritorno delle automobili se ne erano andate e avevano lasciato il largo completamente vuoto.

Adesso è ora che io vi faccia visitare la prigione della donna, diss’egli col battaglio in mano, per farsi aprire.

È venuto al buco di riconoscimento del guardiano:

– Oh, il signor Bizet!

– Come va, caro Bonneau?, gli domandò Bizet, stringendogli la mano.

– È un pezzo che non venite a trovarci.

– Davvero! C’è il direttore?

– Sarà nei suoi uffici, s’accomodi gli disse, facendo una mezza riverenza con il berretto alzato come per invitarci a passare.

Prima di essere annunciati abbiamo avuto lo spettacolo del passaggio di una folata di donne reclutate sul selciato di Parigi per molte e ripetute infrazioni ai regolamenti dei buoni costumi. Parecchie di loro non si erano presentate a far vistare la licenza rossa al dispensario da più settimane e alcune da più mesi. Altre avevano adescati gli uomini lungo le vie.

– Addio, mia biche, dicevano alla monaca superiora che passava dal corridoio centrale.

– Siete ancora qui, siete?

Nello stabilimento carcerario ci sono più di cinquanta religiose che adempiono ai servizi della guardiana. Indossano una veste nera, con la cuffia bianca della beghina, col velo azzurro, con la lunga corona del rosario al fianco e con le scarpe che sembrano di cimossa, tanto attutiscono i passi di chi li porta.

– Restino serviti, ci disse una guardia municipale che faceva da portiere all’entrata del direttore.

– Che buon vento, disse il direttore alzandosi con le mani allungate per stringere quelle di Bizet.

– Vi presento il mio amico Baragiola, venuto a Parigi a studiare l’affare Steinheil.

– Oh, oh! la mia nuova inquilina! È ora nella stanza che subisce la visita personale prima di andare nella sua pistole (cella).

– Quando entro qui non posso non ricordarmi di Filippo Hesse, il direttore di questa carcere di arresto e di correzione dei tempi della Comune.

– Un ex venditore ambulante di non so più che cosa!

– Povero diavolo! è morto da poco tempo. Ha esercitato il suo ufficio con pietà inusitata in questi luoghi.

– Eccone la fotografia, diss’egli tirandola fuori da una busta nel cassetto.

La guardai con una curiosità grandissima. Era un uomo di circa 34 anni. Aveva la faccia di un vero funzionario che esige ubbidienza.

– Non ho mai capito perchè i comunardi alla loro ascensione non abbiano spalancate le porte delle prigioni. Se i prigionieri sono il risultato di un ambiente sociale in disarmonia con i bisogni delle vita, perchè non hanno cominciato a far giustizia almeno per le donne vittime della concupiscenza umana?

– Caro Bizet, voi mi domandate un segreto sceso nella tomba coi personaggi di quel tempo.

Ma se c’è una supposizione da farsa è che i rivoluzionari o i sanculottisti del 70 avessero più vizii di noi. Donne e uomini riassumevano il servaggio del tempo.

– Ne volete una? aggiunse il direttore di S. Lazaro. L’altro giorno ho dovuto ospitare una anarchica per discorsi incendiari. Era una allieva di Luisa Michel, imbevuta delle teorie della maestra. Siccome tutte le donne hanno una grande paura dell’isolamento l’ho fatta chiudere in una pistola. Apriti cielo! Fu come se l’avessi presa a schiaffi. Ha vomitato un sacco di ingiurie per dirmi che essa si trovava disonorata in mezzo alle prostitute e alle delinquenti comuni.

– Scioccherella! aggiunse Bizet con il suo sorriso bonario.

– Luisa Michel, le ho detto era più avanti di voi. Ella non aveva paura dei contatti che voi chiamate immondi. Se la società è fatta male, come dite voi, che colpa hanno loro se sono vittime? Aiutatele a riabilitarsi, a rialzarsi. Non c’è stato verso. La moralista, la sanculottista ha strepitato fin quando ho dovuto chiuderla con le sue virtù nella sua cella.

– Sciocca! disse un’altra volta Bizet, alzandosi per la presenza della superiora.

– Madre superiora, disse il direttore alzandosi anche lui, volete compiacervi di far vedere la conformazione della casa a questi signori?

Poi, rivolto a noi, soggiunse:

– Voi, Bizet, conoscete benissimo i nostri regolamenti. Ma per il vostro amico devo dirvi che gli uomini non sono ammessi dove sono le donne, tranne il direttore. Così dovete contentarvi di vedere dai corridoi e dagli usci di cella. La madre superiora sarà tanto buona da permettervi qua e là di dare un’occhiata negli interni dagli spiatoi o occhi di bue, come diciamo noi comunemente. Non dimenticate di far loro vedere la pistola n. 13, nella quale è la nuova venuta al primo piano.

Bizet che si trovava come si dice in casa propria non aveva bisogno di ascoltare la superiora che mi dava tanti particolari da farmela credere la storiografa del luogo.

– La si può dire una prigione di arresto e di appellanti e una infermeria, perchè, come sapete, qui si portano tutte le razziate che hanno violati i regolamenti sanitarii.

– C’è molta recidività fra le inquiline di San Lazzero? domandai alla madre superiora, quando ci trovammo nella corte, dimezzata dal lungo muro che va da una estremità all’altra. Intanto ch’ella cercava la risposta i miei occhi circolavano come per raccogliere in un’occhiata tutto l’ambiente. In tutti gli edifici in cui l’umanità soffre c’è tanta tetraggine che fa passare attraverso i brividi.

Recidività? rispose la superiora dopo una lunga pausa. Lo può dire anche il signor Bizet, pratico di questo luogo. Su per giù sono sempre quelle. Chi entra ritorna. È difficile rimanere fuori, Noi siamo inesorabili con le donne del mestiere. Voialtri non avete paura delle malattie segrete. Avete avuto un Crispi che le ha slibrettate e ormai fra noi con c’è più che sangue guasto. Una donna per cinque o dieci lire è libera di rovinare ogni notte la salute di due o tre uomini. Noi non sappiamo che farcene della libertà che permette di sifilizzarci e di ridurci dei mostricciattoli.

– Eh, sì, la morale sanculottista ha fatto il suo tempo anche in Francia. Le donne di malaffare potevano andar bene in impero. Con Napoleone III la prostituzione era generale. Lui era figlio spurio, suo fratello, il duca di Morny, era un bastardo. La loro madre era di chi la voleva e come una qualunque donnaccia. La imperatrice era stata sul pavè spagnuolo e parigino e si era venduta a contanti come un tempo la Du Barry. Non c’erano dunque freni. Ma in Repubblica siamo così consci dell’importanza della salute pubblica che se non possiamo sopprimere le venditrici di malattie segrete le assoggettiamo ai regolamenti che rendono la loro vita una tribolazione.

L’ultimo sanculottista francese che si è convertito è stato il nostro Clemenceau. Vissuto qualche anno in America voleva importare per le nostre donne la libertà di prostituirsi quando e come piaceva loro. Ha dovuto convenire anche lui, non è vero, madre superiora? che la libertà di corrompere il sangue della nazione è il delitto più grave che si possa commettere.

– Se volete seguirmi, signori, voltiamo a destra, dove sono le celle, le segrete, le due infermerie, la cappella del nostro signore Gesù Cristo, delle due sezioni separate e delle quattro categorie di prigioniere.

– Quattro categorie?

– Sissignore. Sono le categorie delle prevenute, delle correzionali, delle figlie pubbliche, delle giudicate.

– Le condannate non scontano le sentenze alle prigioni centrali?

– Si concede loro di rimanere a San Lazzaro se la sentenza non va oltre l’anno e un giorno.

Giunti alla prima sezione, cioè dove sono le prevenute per crimini e delitti, andammo in punta di piedi a mettere l’occhio allo spiatoio della cella numero 13. La cella era buia e una delle condetenute o delle co-pistoliéres, come le chiamava la superiora, stava accendendo la bugia che costa loro quindici centesimi al giorno. Presi il posto di osservazione dopo Bizet. La vedova era ancora seduta sulla scranna di lisca coi lunghi veli del lutto sulle ginocchia che raccontava con parole indignate l’oltraggio che la fouilleuse – la visitatrice – le aveva fatto subire nella cella di spogliamento. Era un’indegnità che una donna come lei venisse obbligata a snudarsi davanti a una vecchia lercia e grinzosa e a lasciarsi palpeggiare dappertutto, persino nelle parti indecenti, come se fosse l’ultima delle ladre. Ma domani l’avrebbero sentita. Non era mica una donna qualunque. Grazie a Dio aveva ancora protezioni che potevano frenare i quattro scalzacani della prigione. Poi si alzò, si mise a percorrere la cella tutta concitata, buttando il cappello a callotta russa e i veli sulla coperta verdastra del letto, che a lei sembrava un canile.

– Chi è quella detenuta che le sta dietro accarezzandole le spalle per farle capire che nessuna entra a San Lazzaro senz’essere sottoposta alla visita?

La monaca si avvicinò all’occhio di bue e ritirandosi mi rispose all’orecchio.

– È la contessa Alba Ghirelli, un’altra detenuta che ha fatto la stessa scenata la sera della sua entrata. Loro credono di andare in un albergo quando vanno in prigione. Finiscono tutte per adattarsi. Qui non ci sono privilegi. Ricche e povere, donne di alto e di basso bordo, pierreuses o roquines – prostitute e ladre – sono trattate con lo stesso regolamento. Il nostro direttore, il signor Pons, è rigido e imparziale.

– E l’altra che è con le mani dietro la testa per sorreggergliela tutta di peso, chi è? domandai sommessamente.

– È la detenuta Margherita Boselli – tutte e tre sotto processo.

Prima che entrasse l’oscurità anche nei corridoi ho avuto l’opportunità di vedere una trentina circa di “figlie pubbliche” che rientravano nei dormitorii accompagnate dalle suore guardiane. Il costume di quelle che aspettavano la condanna era azzurro, con la testa libera, come quelle alle Mantellate di Roma. Le condannate erano più tetre. Indossavano una veste brunastra, con un fazzoletto color ruggine stretto in testa, allacciato alla nuca, che nascondeva loro la ricchezza e il colore delle chiome, con le cocche puntate in direzione opposta come due frecce. Ho notato che le suore guardiane si distinguono dalle altre per il velo azzurro che raccoglie loro la testa come in una bacheca religiosa. Mentre rientravano a fianco della superiora, ho potuto vedere che il dormitorio delle figlie pubbliche occupa quasi tutto il piano, fino alla cappella, dove si dice sia morto sant Vincenzo di Paola.

– La disciplina, mi diceva la superiora, è rigorosissima. Guai se le accusate si confondono con le figlie del selciato o le giudicate con le correzionali. La separazione delle une dalle altre è per impedire che la depravazione e il delitto facciano altre vittime. Così si tengono distanti il lavorerio e l’infermeria delle donne.

Al primo piano, al secondo piano, al terzo piano del selciato, del lavorerio e della infermeria la stessa monotonia, lo stesso va e vieni di detenute e di guardiane. Le detenute, nella modestia dell’abito carcerario, sembravano tutte eguali. Ma vedute da vicino la bellezza assumeva un fascino più grande di quante sono nei costumi di moda. L’occhio vivo splende di più, i capelli biondi e castani, neri o chiari danno loro un’aria di vergine, e i seni che stanno sospesi senza busto rendono il corpo più vigoroso e lasciano supporre forme deliziose. Ne ho veduta una con i capelli d’oro che le erano usciti dal fazzoletto per spargersi per la schiena della veste nera che pareva una principessa in mezzo a una ciurma di condannate. Le sue ànche erano in fiore.

Le infermiere nei luoghi di pena sono sempre tristi. È come l’ultima tappa per passare da una vita all’altra. Vi si sentono perdute, abbandonate, alla mercè dell’incuranza dei medici. Ma la carcere femminile riempie ancora di più di malessere. Vi passava commosso, con le lagrime in gola, pieno di un dolore indefinibile. Sotto il soffitto dalle travi tarlate, fra le lunghe pareti bianche di calcina, nei letti di ferro dalla copertura color cimice, con i risvolti a pieghe, di panno isabella, le ragazze, le cui forme vedevo disegnate sotto le coltri, parevano di cera. Di vivo non avevano che gli occhi nelle occhiaie fonde, cerchiate di abbattimento e di desolazione. La fiamma degli occhi era il solo segno in cui la loro vita non fosse spenta.

Dopo i su e giù dalle scale di legno, le andate e venute per i corridoi bui come la notte, le filate di usci, di celle, la luce qua e là fredda come quella dei conventi, i silenzi rotti dalle chiavi e dai catenacci e dagli sbatacchiamenti degli usci delle recluse che uscivano e entravano, ringraziammo la madre superiora che voleva farci vedere la lavanderia e la cucina.

– L’una e l’altra sono identiche in quasi tutti gli ospedali e le case di correzione penali, disse Bizet, prendendomi per il braccio e rivolgendosi verso la direzione.

Ma prima di giungervi siamo stati disgustati dalle scenate di una reclusa che si dibatteva fra le braccia delle guardiane che la portavano in una cella di rigore, che qui chiamano gergalmente jettard, per le insommissioni e per le parolacce postribolari che essa aveva disseminata e disseminava nell’edificio tutto ammantato di sudiceria e di un giallastro secolare. Era una riottosa dell’infermeria venerea, con la faccia bullettata di crostine, con gli occhi scerpellati, con la pelle delle orecchie che si sfaldellava e con le labbra paonazze come se la rabbia gliele avesse dissanguate. Il naso era in incipiente cancrena. Mentre tirava calci alle guardiane ci ha fatto vedere le gambe rossastre, con i polpacci che avevano larghi e fondi solchi di carne divorata dalla malattia. Negli sforzi per divincolarsi perdeva la bambagia dalle medicature. Io ho voluto assistere fino a quando le guardiane sono riuscite a chiuderla nella cella dove ve la lasciarono chiusa come una belva feroce nella propria gabbia, dietro una porta di quattro dita di spessore, sormontata da una graticolata attraverso la quale non vedevo più che una massa informe di carne e ossa.

– È triste, dicevano le guardiane che andavano verso la direzione con me, è triste punire un essere che fa schifo e che ha bisogno di tutta l’assistenza medica. Ma con tipi felini come lei non c’è altro rimedio. Di tanto in tanto ci fa disperare con fiotti di parole cloacali.

Salutando il signor Pons io e Bizet ci siamo avviati a una uscita, passando tra gli alti pignoni, vale a dire fra le alte muraglie fatte di sassi e di rottami, annerite dal tempo, con le finestruccole a quadrettoni di ferro, e imbucammo la porta carrettiera, dove escono le immondizie della prigione, perchè Bizet ha voluto farmi passare per un bubello allineato di botteghe basse, sporche, fetide, con qualche bettola tra loro dai lumicini oleosi, dai vetri opachi di porcherie, dove sostano i souteneurs e le momes, i mantenuti e le loro amanti.

Voltando il dorso al convento stato trasformato dalla Rivoluzione in una carcere di femmine, il più grande detective dei tempi nostri, il detective che avrebbe dato punti a Fauché s’egli avesse potuto essere il ministro della polizia di Napoleone I, mi offerse una sigaretta di tabacco americano fulvo come i capelli della donna coi cambrioleurs dell’impasse Ronsin e, braccio sotto braccio, a piedi, nella foscaggine della sera, riprese il suo pensiero sulle figlie pubbliche, rammentandomi che in Svezia e in Norvegia s’erano già messi a purificare il sangue dei due popoli con una colonia dei sifilitici dei due sessi dalla quale non si poteva più uscire che completamente guariti, vale a dire dopo una cura speciale di quattro anni continui.

– In Francia siamo vicini alla soluzione dei paesi nordici, ma abbiamo, ahimè! i residui del sanculottismo morale nel sangue atavico e perciò dovremo aspettare la scomparsa della generazione presente per raggiungere le vette della praticità scientifica che salva gli individui dalle catastrofi fisiche. Da questo problemaccio sociale giudicate la lotta che si deve fare per trapanare il cervello di un popolo e fargli penetrare una riforma tutta a suo benefico. La cosa più sorprendente, caro Baragiola, è che nelle questioni morali il partiti più avanzati sono i più retrogradi. Mentre si grida se lo Stato non ci statizza e non regola anche l’aria che respiriamo, si esige poi la libertà assoluta per le donne fra noi come diffusori di pestilenze. È cosa inconcepibile. Dite, non è delitto sociale rimettere al largo una donna come quella che abbiamo veduta or ora entrare nella cella di rigore? I vecchi moralisti, e quelli che continuano la tradizione morale dei sanculottisti sono più immorali delle criminali del selciato. E dietro la prostituta pubblica, per la donnaccia che ha sempre una scusa romantica per la vitaccia ladra e ludra, c’è la prostituta privata, come la Steinheil, quella dei focolari domestici, quella mascherata dalla posizione sociale che occupa, quella che viene accolta nei ritrovi mondani e non mondani, quella che passa dalla società in cui vive, come un ciclone, come una folata di venti rotatorii che sradicano, schiantano, trascinano nei loro vortici anche l’idea degli affetti e degli amori sinceri.

– Io però non vedo il ravvicinamento tra voi francesi e gli svedesi e norvegesi. Trovo donne che si vendono dappertutto, dove si spende poco e dove si spende molto; ai teatri, per le vie, ai ricevimenti, nei grandi restaurants, alle corse. Insomma, dove è che non sono le donne che voi esecrate?

– Un male secolare non lo si guarisce con un decreto o con un regolamento.

– È vero, risposi.

– Tanto più che per salire fino alle Steinheil bisognerebbe mettere le mani sui Felix Faure, ammogliati e non ammogliati. Ma prima che voialtri riusciate a raggiungere la moralità scientifica della Repubblica nostra dovrete percorrere molti chilometri.

– Parole! direbbe Amleto.

– Fatti. Con noi la figlia pubblica non ha tregua. È obbligata ad avere la sua licenza.

– Che non potete negare a chi vuol esercitare la professione di diffondere…

– Se è riconosciuta sana.

– Non ce ne sono di sane. Voi lo sapete meglio di me. Sul pavé non c’è che la malattia segreta.

– Io non voglio parlarvi dei nostri sforzi. La donna da noi deve avere la sua carta d’esercizio per presentarla all’agente che desidera assicurarsi dell’autorizzazione. È proibita a circolare di giorno, cosa che non esiste da voi. In qualunque stagione non può scendere nelle vie se non dopo le sette di sera. La corsa all’uomo deve cessare a mezzanotte.

– Se è accompagnata dall’uomo può circolare fin che vuole.

– Purchè l’uomo non sia un mantenuto. Voi sapete che il Parlamento francese ha votato una legge che relega il mantenuto alla Caledonia o alla Guiana. Si fa di tutto per sbarazzare la Francia dei malviventi. L’uomo con la donna della strada non può essere che un cliente. E chi è porco stia porco. Noi non siamo ancora in Svezia e in Norvegia, dove gli agenti conducono alla sezione di questura e chi compera e chi vende. All’indomani, subìta la visita, vengono mandati, sul semplice certificato medico, alla colonia venerea, fossero dei Felix Faure e delle Steinheil.

– Per darvi l’idea della moralità delle nostre leggi contro gli oltraggiatori dei buoni costumi, vi dirò che la figlia chiamata dagli stupidi romanzieri di una volta “figlia di gioia”, non può parlare coi minorenni.

– Vedi Courtois, l’assassino di Remy, che a diciassette anni e forse prima andava in pubblico con loro e con loro dormiva in casa dei padroni.

– I delinquenti, mio caro, sono superiori alle leggi. C’è un codice contro il furto e l’assassinio e tuttavia non c’è giorno che non si registri e l’uno e l’altro. Il delinquente non entra nel mio studio. È un’eccezione sociale. La donna pubblica non è più la Gervasa di Zola che poteva fermarsi dove voleva a esibirsi a chi passava. Quella dei nostri giorni è una ebrea errante, condannata a filare per la sua via senza adocchiare la gente che passa. E come non può flanellare sui larghi delle cantonate, non può girellare con le sue compagne di professione.

– Come i sorvegliati.

– Tali e quali. Il souteneur che la seguisse sarebbe arrestato. La femmina non può stare alla finestra, neanche con le imposte socchiuse, come non può vivere in concubinaggio con alcuno o abitare un appartamento o stanza con una figlia. Voi capite come da noi il lenonismo sia inseguito.

– Insomma la donna pubblica della Repubblica è coercizzata dal regolamento che avevamo noi prima della slibrettatura di Crispi.

– Da noi le leggi sanitarie sono davvero in azione e sono più coercitive, Per noi la donna pubblica, quella che chiamiamo pierreuse, è considerata nè più nè meno del bandito, del grassatore di strada, dell’assassino e del ladro. Dopo poche ripetizioni delle stesse violazioni alle leggi sanitarie viene imbarcata come tutte le persone pericolose per la Guiana – dalla quale non ritorna più nè viva nè morta.

Giunti sul boulevard degli Italiani ci siamo offerti l’aperitivo il quale per noi era la bibita inglese.

– Chin chin, fece Bizet toccando il mio col suo bicchiere.

– Chin chin, risposi con la stessa gentilezza.

– L’invio delle donne pubbliche alle isole della Salute, nel territorio francese, il quale si estende dall’Orenoque al fiume delle Amazzoni, è anche un disinfettante salubre. Esse incominciano a rarefare i matrimonî socratici, così diffusi nei nostri bagni penali. Immaginatevi che quando ho dovuto andare all’Isola del Diavolo per interrogare Dreyfus per conto di Sheurer-Kestener, ho studiato un po’ anche i nostri forzati. Quale disgusto! Gli uomini erano matrimoniati liberamente con gli uomini come se la comunanza penale fosse stata composta di tanti Oscar Wilde, di tanti Eulenburg e di tanti Moltke. L’abbietta passione non stomacava più nessuno, neanche i guardiani, neanche gli impiegati della direzione. Così mi è toccato vedere i vecchi satiri che chiamavano i loro compagni di pena mignons. Sarah di Battignoles, la Rouquine di qualche altra parte di Parigi. La “Figlia” si dava a tutti. Costoro, i passivi, erano considerati le momes (amanti) di Tizio e di Caio, del numero tale o tal’altro. Ho trovato perfino uno di questi orribili mostri della perversione che si era votato alla castità dopo la morte del suo mome, del quale conservava, idolatrava il fazzoletto. L’invio delle figlie pubbliche alla Guiana è dunque un servizio altamente morale: sbarazzare e spopolare Parigi delle creature immonde e aiutare a disfare o a impedire le unioni mostruose dei giovani condannati con i costots (uomini forti) che proteggono gli invertiti alla Guiana

È una grande riforma morale quella di mandare le donne avariate nella zona torrida a purificare la gentaglia dell’isola Reale, dell’isola di San Giuseppe, di San Giovanni, del Maroni…

Mi accorsi che Bizet andava per i campi dell’utopia e così lo interruppi bruscamente dicendogli che le relegate all’isola della Salute erano delle recluse di un penitenziario.

– Per tre anni. Con tre anni di buona condotta possono ottenere la relegazione, mi dicevano le autorità locali. È che nel termine probatorio le relegate diventano una specie di associazione saffica. I loro dormitori sono spesso il teatro del tribadismo più ributtante.

– Sono dunque perdute e per sempre!

– Come gli uomini, d’accordo. È meglio che s’appestino fra loro, che fra noi.

– D’accordo.

Parlando, delle variazioni mentali della Steinheil con un allievo del dottor Enrico Martineau, l’illustre psichiatra che ha fatto uno studio importantissimo sui Rougon-Macquart di Zola, nei rapporti colla medicina scientifica per cercare l’idea direttrice del genere umano, gli ho confidato il mio imbarazzo giornalistico di non sapere in quale categoria classificare una donna che ha tutte le caratteristiche di una pazza, senza precedenti di follia e senza squilibrii che mettino al sicuro la coscienza di un giudice o di uno studioso. Tutte le volte che ho avuto la presunzione di appenderla al gancio del mio studio, come cosa finita, sono stato obbligato dagli avvenimenti a rimetterla sul tavolo della patologia umana senza mai venirne a una conclusione. Coloro che l’hanno conosciuta intimamente me l’hanno potata in alto, descrivendomela come una charmeuse raffinata, colta, con dei desideri di piacere, nei ritrovi mondani, con idee alate, sempre in viaggio, verso un futurismo di bontà e di amore, cose tutte che dovrebbero essere della donna sana, equilibrata, cosciente, padroneggiatrice dei proprii nervi.

– E invece voi vi trovate, mi rispondeva l’alienista, di fronte a una donna che pare più perversa delle perverse, non è vero?

Per la scienza il corpo della Steinheil è di cristallo terso. La vediamo internamente come se fosse stata scuoiata e aperta sulla lastra anatomica. Con dei motivi diversi ella è la compagna di Giacomo Lantier nella Bestia Umana e nel libro scientifico del mio indimenticabile maestro. Tanto l’uno che l’altra sono vittime dell’automatismo nervoso. La loro volontà è un impulso, la loro vocazione è una violenta passione, il loro godimento, furore. È la corteccia cerebrale che ha assunto la direzione del funzionamento dei loro nervi. Perchè Giacomo Lantier, a 26 anni, alto, bruno, forte, con un viso pallido, rotondo, regolare, pur amando la donna o la femmina, ha bisogni prepotenti di ucciderla, si chiami Flore o Severine? Cercate sul suo cranio e vi troverete una crepa o una cicatrice o una linea male marginata che gli darà a momenti febbri brutali o accessi di tristezza da rendergli insoffribili la luce e la vita sociale, voluttà infrenabili di possedere la femmina per piantarle una coltellata in qualche parte. E tutte le volte che esce dalle sue crisi egli si crede guarito del male abbominevole, della follia impulsiva, follia che gli risuona nelle orecchie e pare voglia perforargli l’ambiente cerebrale.

È l’ossessione. E l’ossessione non è pacifica, non scompare che quando è soddisfatta. Ecco perchè Giacomo Roubaud ha la gola squarciata dal suo coltello. Egli è contento! Alla fine egli ha ucciso! Margherita Steinheil è su per giù nelle stesse condizioni di Giacomo Lantier. Il suo tormento cerebrale era l’avversione, l’antipatia, la ripugnanza per il marito. Ella sperava sempre in una sua catastrofe. Non è mai avvenuta. Ecco l’ossessione. Come in Lantier non era in lei il fiat di una volontà libera, come direbbe il vostro Ferri, e allora si caricava a periodi di odii per lui, con tendenza continuamente a disfarsene, a progettarne la morte, a dare alla sua concezione una forma pratica che sfuggisse agli occhi della legge.

– Sarà o non sarà vero quello che dite, ma voi come spiegate le denuncie di un uomo dopo l’altro, cancellando un nome per consegnarne un altro al carnefice, senza rimpianti, senza scuse, per poi magari far risorgere la figura eliminata, riaccusandola dello stessa delitto, ribadendone le accuse con la stessa ferocia?

– È un’isterica perfetta. E come tutte le isteriche è suggestionabile. La suggestione può trovarla fuori di lei o in lei. Fuori di lei può essere lo spavento di ritrovarsi sulla piattaforma criminale. La ricerca di un delinquente dopo che l’altro è stato soppresso dal giudice istruttore per mancanza di prove o per inesistenza di reato, è cosa che noi scienziati chiamiamo amnesia cerebrale.

Il nome che prima torreggiava nei pensieri arroventati dal bisogno acre di trovare un colpevole, nel cervello dell’isterica sbiadisce, scolorisce, cessa a poco a poco di esistere. All’indomani della così detta notte delle confessioni fatte ai due giornalisti, la Steinheil ha ripetuto, parola per parola, tutte le dichiarazioni notturne al capo della pubblica sicurezza Hamard, non è vero? State attento. Nella stessa giornata ella si è trovata davanti il giudice Leydet, ha riaffermato ripetutamente che il figlio di Marietta Wolf era stato lo strangolatore di sua madre e di suo marito e poi dopo, a poco a poco, le sue affermazioni diventarono meno energiche, le sue parole meno violente, la sua irascibilità più fiacca e lentamente ella, come una smemorata, si è messa la mano alla fronte, con gli occhi, della smarrita o della allucinata, si è domandata se era vero che avesse pronunciato il nome di Alessandro Wolf! Se lo aveva pronunciato doveva essere stato per suggestione e con una esclamazione di stupore si è battuta la mano alla fronte e ha soggiunto che era vero, che era stata la suggestione dei giornalisti dell’Eco di Parigi e del Mattino che le avevano fatto accusare un uomo a sua insaputa.

Ecco la storia dell’ammalata. È una delle più autentiche femmine della degenerazione epilettica che passa attraverso i parossismi e finisce affranta, spossata, inconsapevole di quello che si è svolto in lei e intorno a lei. Se si potesse scarnarle la faccia come sul tavolo anatomico ve ne farei vedere le stigmate degenerative sulle sue mascelle, sui suoi lobi frontali, nei suoi occhi che pare ingrossino sotto l’azione automatica dei suoi furori accusatori, nella ruvidezza dei suoi capelli biondi, resi morbidi dalle essenze odorose. Il la dei la è nella sua parlantina, nella sua smania tragica di confessarsi e di rifare le sue scene come un’artista che voglia ripassare loro sopra con tocchi e ritocchi, nella sua sicurezza minuziosa di affermare e riaffermare cose che poi smentisce alla stessa udienza. È una isterica suggestionabile che va al di là dei pensieri di chi parla o la interroga, che afferma quello che è già nella sua testa, che è obbligata a fare rivelazioni anche quando le sue rivelazioni la conducono a San Lazzaro.

E da chi v’è spinta all’abisso? Dall’automatismo, dal suo spirito romanzesco, dalle predisposizioni ataviche… Come Lantier, astemio, sente il delitto degli avi ubbriaconi, così Margherita Steinheil sconta le anomalie di coloro che l’hanno preceduta. Forse nelle anomalie ch’ella sconta per i suoi parenti è la antipatia incoercibile per la Japy, per la madre. È una supposizione che potrà avere valore quando la Steinheil giungerà alla narrazione finale della notte tragica e condurrà alla ricerca dei complici che non si trovano mai.

Per trovare un tipo identico, vale a dire automatico e suggestionabile come la Steinheil, e senza uscire dalla Francia, voi avete la Humbert.

– Scusate, professore, ma mi pare che la creatrice di fortune immaginarie fosse il rovescio della medaglia della donna dell’impasse Ronsin.

– Al contrario. Come la Steinheil ha bisogno di credere essa stessa alla sua narrazione per farla credere agli altri, così la Humbert aveva bisogno dell’autosuggestione per credere e far credere ai milioni invisibili che dovevano arrivare e non arrivavano mai.

– Il metodo dell’una non era però quello dell’altra.

– Avete ragione, l’una parla troppo e l’altra parlava troppo poco. La Steinheil è teatrale, le piace drammatizzare le sue scene. La Humbert rispondeva sempre al giudice istruttore.

– Nous parlerons à l’udience – noi parleremo all’udienza.

E all’udienza tutte le fortune si sono liquefatte, svitalizzate, disperse. Ma l’una non è meno artista dell’altra. Bisogna esercitare del fascino, avere una forza suggestiva non comune per tirar fuori il denaro agli avari che sperano di moltiplicare le loro somme sui bisogni degli altri e per continuare per degli anni a nutrire le fantasie dei minchioni, corbellandoli sempre con nuove estorsioni. L’importante per la scienza è che tutte e due, come Giacomo Lantier, escono dalle truffe e dai delitti senza rimorsi. L’automatismo nasce in una mente senza memoria. Lantier si scorda di ammazzare due donne, solo perchè l’una entra da un fornaio e l’altra è rasentata da un passante. Due passi dopo egli aveva dimenticato che stava per diventare assassino. Così è della Steinheil. Ella può giurare con perfetta ragione, di non avere mai narrato o confessato o accusato.

Così è della Humbert. Ella ha gabbato il suo mondo direi quasi, a sua insaputa, convinta essa stessa che l’eredità fosse in viaggio. Come adesso ella vive tranquilla, con il denaro delle truffe, persuasa che la giustizia ha commesso contro di lei un’ingiustizia. Volete un altro esempio di amnesia cerebrale? In questi giorni non si parla, a proposito della Steinheil, che del Bel-Ami. Voi sapete chi è non è vero? È una creazione geniale di Guy de Maupassant. Pieno di suscettibilità, geloso dell’onore maschile fino a vergognarsi se un’amica gli paga il pranzo, si trova in tasca dei napoleoni d’oro che fanno trasalire la sua coscienza e gridare mentalmente il suo orgoglio di volerli restituire all’indomani con indignazione e col proposito determinato di far cessare l’obbrobrio di lasciar sdrucciolare i napoleoni dello stesso giallo infuocato fino nei suoi stivali. State attento. Egli è un amnesiaco. Impotente a restituirli, riduce i napoleoni trovati nelle tasche e nei taschini a un debito e poi il deluso a poco a poco sbiadisce nella sua memoria e scompare senza che la sua coscienza abbia la rivolta dei primi momenti. Se voi andate a dire al signor Bel-Ami che è un dos-vert (mantenuto), come gli ha detto una sera una Rachele delle Folies Bergère, sarebbe capace di staccare la sciabola dalla parete per piantarvela nello stomaco fino all’elsa.

– Così voi credete, professore, che madama Steinheil sia assolutamente irresponsabile delle sue confessioni fatte, rifatte, toccate, rammendate, rimpolpate, alleggerite, sfigurate, deturpate o migliorate.

– Non sarei neanche lombrosiano se non la credessi irresponsabile, mi rispose egli con accento di convinzione. Le sue confessioni sono impulsi parossistici. In quei momenti ella può uccidere, strangolare, fare un romanzo senza alcuna responsabilità dei suoi nervi, in piena insurrezione epilettica. Ella è una nevrotica, come è nevrotico Tullio Murri. Il vostro concittadino non ha narrato tutti i particolari del delitto in un documento scritto con la sua penna e poi non lo ha corretto e ricorretto nell’assieme e nei particolari, cambiando perfino l’ora in cui era stato compiuto?

Le sue dichiarazioni fatte dopo il verdetto di Torino che lo seppelliva in un ergastolo per trent’anni non sono una prova del suo automatismo? Non è lui che ha ammazzato il Bonmartini. È la voce interna che gliel’ha fatto vittimizzare ingiungendogli di colpire. Ricordatevi della sua lotta di 13 ore consecutive, chiuso nell’appartamento del cognato con Pio Naldi. Tutti i suoi ragionamenti, tutte le sue considerazioni, tutti i disastri ch’egli vedeva con l’uccisione del marito di Linda, finivano in un pensiero che era poi il pensiero di Giacomo Lantier: ch’egli non poteva fare diversamente, che sua sorella moriva e che lui doveva compiere il sacrificio. Udite: sono su per giù le sue parole che mi serviranno per la mia perizia mentale sulla Steinheil.

Linda moriva: questo pensiero mi era fisso in capo. Che colpa ne avevo io? Di fronte a me stesso, io sapevo di avere fatto quanto sforzo mi era umanamente possibile per indurmi a salvarla a prezzo di qualunque sagrificio; tredici ore il sentimento del dovere aveva resistito contro l’impulso, della pietà e dell’egoismo: che colpa avevo io se la natura mi aveva dotato di un animo fiacco e se non m’era stato possibile di vincere me stesso?

Gli isterici, gli epilettici, i nevrotici sono tutti smemorati, sono tutti degli amnesiaci, sono tutte persone che compiono atti automaticamente come marionette dalle cordicelle nelle mani del marionettista.

– Vi ringrazio, professore, disse Bizet, stringendogli con forti sussulti la mano nella sua, di avergli dato modo di penetrare scientificamente nel tenebroso cervello di madama Steinheil.

– Figuratevi, rispose il professore, è sempre un piacere per me di avere l’opportunità di applicare la teoria uscita dallo studio dei fatti al nuovo fatto che viene sulla nostra piattaforma scientifica. E sopratutto, concluse salutandomi, non dimenticate ch’ella paga per le degenerazioni mentali dei suoi nonni, delle sue bisnonne, per i peccati degli altri.

Se fosse stato qui il vostro immenso Ferri non avrebbe potuto farvi una diagnosi migliore, Perchè come sapete è lui che ha proclamato Emilio Zola un cervello che si è ossigenato all’aria viva e pura della scienza umana.

Bizet, sempre scettico sulle teorie delle mascelle voluminose, dei baffi fitti e delle orecchie a grandi padiglioni, ha ascoltato ciò che mi ha detto il dottore con smorfie che mi toglievano la voglia di continuare.

– Ve l’ho già detto, sono stufo di cataloghi lombrosiani. Se devo dar retta a qualcuno, credere in qualcuno preferisco il loro maestro: Cesare Lombroso. Per voi che siete un documentista non occorre la sintesi scientifica. A voi deve bastare nel vostro lavoro il fatto criminale nell’ambiente in cui si è svolto. Il nuovo personaggio acquisito alla causa, come direbbe l’avvocato Labori, se fosse al mio posto, è Alessandro Wolf. Chi è, che cosa fa? Lo sappiamo. Egli è al servizio del signor Guichard, mercante di cavalli, della via Rosenwald, 20. È separato da sua moglie e la sua ex sposa divenuta attrice di una compagnia di operette di canto e recitazione, per la fabbrica dell’appetito, l’ha dipinto come un violento della famiglia, capace di andare fino al coltello, capacissimo di far traballare o schiantare un tavolo con un semplice pugno.

Non appena le ho domandato di lui, mi ha risposto con la bella faccia di canzonettista che riesce a malapena a rabbuiarsi:

– Che cosa penso di Alessandro Wolf? Contentatevi del mio silenzio, mi rispose madama Miriella Wolf, facendo l’atto di andarsene. Che ne devo pensare? Vorrei non averlo conosciuto. Maledetto il giorno che mi è capitato tra i piedi! Il mio sposo era il mio padrone, il mio pirata, il mio proprietario. Con le sue minacce da facchino mi faceva paura. Quando stravolgeva gli occhi potevo aspettarmi tutto: anche una coltellata. Sono stata battuta come una mantenuta o una donnaccia del selciato. Ah, Cristo, voi mi obbligate a ricordarmi dei miei giorni atroci! Credevo di aver messo una pietra sul passato. Basta il ricordo per farlo uscire dal sepolcro. Mi dava schiaffi, ceffoni, pugni, morsicate, mi piantava i piedi nelle carni e sovente mi rincorreva con il suo coltellaccio da tasca. Ecco, guardate questa mia mano. Le due cicatrici sono il suggello della sua lama che egli voleva piantarmi nel seno. Se stavo assieme un po’ ancora avrei finito come la povera Cifariello. Mi sono salvata facendomi arruolare dalla compagnia del teatro Monmartre. Ah, sì, mi faccia citare al tribunale e ne udrà delle belle. Io ho tante scenate nella mia vita matrimoniale da far saltare in piedi tutta la Francia. E adesso come mi tratta? Io scappo. Vado a Tolone a rappresentare madame Sans-Gêne. Se lo incontrassi avrei paura. Griderei: aiuto! Che vita! Ah, che vita ho fatto con quel bruto, con quello scozzone, con quell’animalaccio di uomo! Era il mio cauchemar, il mio incubo. Le donne del buon mercato ch’egli conduce nella sua stanza mobiliata, le fa registrare sul libro della locanda sempre col mio nome per disprezzo. Per non passare per una volgarissima pierreuse ho dovuto tramutare il mio nome di Leonida in Miriella. Mi sono salvata da un po’ del suo fango assumendo un nome di guerra.

Ella aveva già la borsetta in mano per discendere dove l’aspettava la vettura, ma a me premeva una sua parola sulla possibilità del delitto. Credete, madama, vostro marito truce abbastanza per compiere il doppio assassino del passaggio Ronsin? È stata in forse. Per un momento ha deposto sul tavolino la borsetta di pelle rugginosa a cerniera d’acciaio tersissimo, si accomodò la grande capigliatura nera che le fa da cornice al viso sfiorato dalla tristezza, mi lasciò vedere un filare di denti serrati e bianchi e poi quasi con rincrescimento mi rispose:

– Le collere di Alessandro sono terribili. Ne conosco i ruggiti. Beone, ubbriacone, sporcaccione, è capace di qualunque violenza, anche con effusione di sangue, ma lo credo incapacissimo di compiere delitti meditati, organizzati, senza motivi, per della rapina. La premeditazione fredda del delinquente nato non è del suo carattere. La mia è una opinione e voi potete prenderla per quello che vale. Ma io non ho dubbi sulla sua innocenza. Nel delitto del passaggio Ronsin bisogna cercare in alto, come ha detto sua madre.

Non ho potuto trattenerla di più perchè il treno in Francia non aspetta neanche i ministri. A me bastava un abbozzo di suo marito e lei con una pennellata di nero me lo ha messo in piedi nelle sue abitudini. Fracassone, smanaccione, sbevazzone, con momenti di collera elevata che possono finire nel sangue. Tutto questo non basta per chiamarlo delinquente. Il dubbio è sempre a beneficio dell’accusato. E allora sapete che cosa ho fatto? Sono andato sulle pedate di Alessandro Wolf. Come e dove ha passato la notte del delitto? Ho incominciato a mettermi sulla sua pista alle cinque e mezzo del trenta maggio, la sera del delitto o la sera che precedette la notte del delitto. Che cosa ho trovato? Ch’egli aveva lasciato le scuderie della via Rosenwald con un cavallo aspettato dal compratore alla stazione del Nord. Non avendo trovato colui che doveva ricevere la bestia vi rimase fino alle dieci – ora in cui la strage poteva essere premeditata, ma non compiuta. Rifatta la strada da solo lo si è visto col padrone Guichard, mezz’ora dopo, a pranzo, all’Hotel della Creuse, in via Brancion. Passate le undici il padrone era stracco, Wolf alticcio. Tutti e due si avviarono verso i rispettivi domicilî, salutandosi con un bock di birra in via di Vouillè. Alessandro Wolf, attraversata la piazza Falquière, si accorse di non avere sigarette e andò a comperarle dal tabaccaio della via Processione. Amico di tutti ha trovato di fare una partita al zanzibar col padrone dello spaccio e con un avventore che vi si trovava. Wolf è uscito alle dodici e mezzo coll’avventore e tutti e due sono andati a berne un bicchiere a un caffè dei dintorni. L’avventore alla 1 e 30 prese la carrozza e Wolf, brillo, si è fermato un po’ ancora. A che ora sia rientrato all’Hôtel Meublé non è sicuro. Lui dice alle due o alle due e mezzo, ma c’è la padrona delle stanze mobiliate che le pare sia o non sia rincasato che tardi nella mattina in cui furono strangolati la Japy e lo Steinheil.

Fina alla una e mezzo della domenica del 31 maggio, l’alibi di Wolf è completo. Ma dove sia stato dalla una e mezzo alle sei e mezzo antimeridiane non abbiamo più testimonianze. O bisogna credere che egli si sia coricato ubbriaco o bisogna lavorare di fantasia e supporre male e credere alla Steinheil.

– La condizione della Steinheil a ogni modo mi pare migliorata e mi pare migliori di ora in ora.

– Lo sapremo fra qualche minuto. Io mi aspetto una ripetizione di quello che è avvenuto con Remy Couillard. La sua condizione è migliorata se voi alludete a quello che è stato trovato nel letto in cui si trovava la Steinheil. Sono però sempre in lotta col dubbio. Le materie fecali nelle quali è stata trovata immersa la donna fatale alla scoperta del delitto non faranno parte del materiale della mise en scéne? Sono i leviti e la donna dai capelli rossi che glie l’hanno fatta fare addosso o è invece la purga che ha completata la farsa? Marietta potrà dircene qualche cosa. Io tendo per il drastico. Capirete che la donna che è andata spontaneamente da Hamard a fare una delle tante confessioni senza farsi saltare le cervella, non ha più diritto a essere creduta.

– E che cosa ha confessato?

– Su per giù quello che ha detto ai due giornalisti. Signori, gli ha detto la Steinheil, sono venuta a farvi confessioni complete. Ho accusato falsamente Remy Couillard, mio domestico, di avere ucciso mio marito e mia madre. Sono io che ho messo nel suo carnet la perla che vi si è trovata. L’autore dell’orrendo delitto non è Couillard, è Alessandro Wolf, il figlio di Marietta Wolf. Vi pare poco? Mi meraviglio che Hamard non l’abbia presa per il collo e consegnata subito agli agenti per la prigione di San Lazzaro. Quando si credeva ch’ella trangugiando una simile balena crepasse ha soggiunto: “I bijoux non mi sono mai stati rubati. La lista che ho dato a voi, signore, era tutta della mia immaginazione. Il motivo del delitto è però sempre il furto, perchè Alessandro Wolf, dopo gli omicidî, mi ha derubata di cinque mila lire”.

– Allora, signora, la narrazione che mi avete fatta subito dopo il delitto è tutta una canzonatura? Gli assassini non erano dunque tre e non indossavano nè le vesti levitiche nè le redingotes? E la raquine dai capelli rossi dove è andata a finire?

– Erano tutti personaggi immaginarii. Lettrice di Sherlock Holmes ho rubato al fecondo autore un capitolo per sviare le vostre ricerche. L’assassino unico e solo è Alessandro Wolf. Almeno io non ho visto che lui. Ve lo giuro: egli è l’assassino di mio marito e di mia madre.

– Perchè avete aspettato a farmi queste comunicazioni?

– Per compassione. Marietta Wolf è stata la mia cuciniera per tanti anni e anche un po’ la mia confidente. Capirete la mia Marietta è la madre del criminale. Ieri mattina quando voi, signor Hamard, siete venuto da me, e l’individuo che sapete ha dichiarato alla mia e alla vostra presenza, che l’autore della tragedia era Alessandro Wolf io ho sentito il peso del vostro sguardo che cercava di penetrare nel mio cervello. Io non ho potuto trattenermi un brivido e voi dovete esservi accorto del mio turbamento. E allora tutto è stato finito. Io ho provato il grande rimorso di avere accusato per lui quel povero Remy Couillard.

– Voi dunque volevate salvare Alessandro Wolf? Per quale motivo?

– Per non addolorare una serva fedele, alla quale devo molti ringraziamenti.

– Alessandro Wolf sarà arrestato fra pochi minuti.

– Grazie, signore.

– Faccio il mio dovere. Io non posso interrogarvi, ma se mi è permesso una interrogazione vi domando un’ultima volta se voi, prima di uscire dal mio gabinetto confermate l’accusa contro Alessandro Wolf.

– Absolument! Ripeto che è lui l’assassino di mio marito e di mia madre. Nella notte della spaventosa sventura io non ho veduto che lui. Sì, o signore, Alessandro Wolf, credendo che nella mia villa dell’impasse Ronsin non ci fosse alcuno, vi è entrato per derubarci. Invece si è trovato alla presenza dello Steinheil e della Japy e li ha uccisi.

– E voi?

– Risparmiata! diss’ella lasciando cadere la testa sul seno come se avesse compiuto un sacrificio.

– Perchè?

– L’ho supplicato di lasciarmi la vita, aggiunse madama con accento ancora più tragico.

– Non sono passate che delle ore e io ho paura, caro Baragiola, di assistere nella sala dei giudici istruttori a un’altra confessione.

– Allora sarebbe giudicata….

– Pazza!… E chi vi dice che non sia il suo giuoco? Giovanna Weber, la strangolatrice di bimbi, non è riuscita a farsi mandare al manicomio a furia di narrazioni? Da quella donna, per la quale ha sospirato tanta gente, possiamo aspettarci tutto.

* * *

Siamo giunti prima di Leydet. Egli è entrato un po’ corrucciato. I giornali avevano incominciato a metterlo in burletta e a farlo diventare un giudice istruttore da commedia. Si vedeva ch’egli era seccato o doveva avere ricevuto una ramanzina scritta. Tuttavia non appena vide la Steinheil nei grandi veli che le davano un’aria così addolorata, con il volto bianco come se fosse uscita da un lungo bagno di latte si è sbronciato.

– Segga, le disse additandole la sedia. Usciere fate entrare Alessandro Wolf.

È un uomo formidabile. Ha delle braccia che sembrano colonnette di marmo. Una testa massiccia. La giacca alle spalle pare stia per scoppiare. Ritratto fisico. Ventinove anni, faccione ampio, alto, vestito della carne biancastra dell’alcoolizzato, naso forte e grosso alle narici, occhi chiari, grandi, imbambolati, labbra del vizioso che lasciano vedere la lingua adagiata sul labbro inferiore, baffi neri, spioventi, staccati al centro boccale, orecchie smisurate, pappagorgia a crespe, petto del tirapugni, aspetto d’uomo pesante, pachidermico.

– Madama, incominciò Leydet, con voce insinuante, mantenete sempre le vostre accuse contro il figlio della vostra cuciniera?

Alessandro Wolf si è voltato, l’ha guardata negli occhi che in quel memento parevano metallici, con crispazioni labiali, stringendo i pugni come per trattenersi l’impeto interiore di andarle sopra a schiacciarla su se stessa.

– Absolument! rispose la donna del celebre passaggio. Absolument!

È stata una pausa terribile. La carne floscia del suo collo ebbe dei tremiti.

– Signora, mentite! aggiunse con la voce palpitante di sdegno e coi suoi denti che scricchiolavano come sotto l’azione di uno sfregamento osseo. Mentite!

Leydet pregò allora la signora di precisare le accuse con i particolari e a tutti noi parve che le sue guance stinte assumessero il colore cadaverico.

– Precisare? L’ho veduto,

– Come avete veduta la perla nel carnet, signora!

– Veduto coi miei occhi, sissignore. Siete voi, proprio voi che siete entrato nella mia stanza e che mi avete lasciata la vita a condizione che io non vi denunciassi. Sì, sì, voi siete l’assassino di mia madre e di mio marito! Vi vedo correre come un’ombra spaventata, diss’ella agitata, con la mano tremante, additandolo al giudice con il dito puntato e la faccia increspata dall’orrore che sentiva nel vederselo davanti. Eravate così quella notte, con lo sguardo truce, con il riso beffardo, come adesso, con l’aria assassina come adesso…

– Qualche volta, madama, avete avuto dei dubbi sul riconoscimento, vi pareva e non vi pareva lui.

– I miei dubbi, sono sempre stati la mia paura di essere assassinata. Ora non ne ho più: lo rivedo; è lui: Alessandro Wolf, il figlio della mia ex cuciniera. Dovessi andare al rogo manterrei la mia accusa. Lo vedo ancora palpeggiare con mani tragiche i biglietti delle cinque mila lire che mi ha rubata.

– Sgualdrina!

– Tutto quello che volete, ma voi non vi salverete nè come ladro, nè come assassino!

Non ci fu più ritegno. Alessandro Wolf era in tempesta. Digrignava i denti, si morsicava i pugni, stralunava gli occhi, buttava fuori parole di tutti i colori.

– Miserabile, meretrice, scellerata, donna della strada, adultera, vile creatura! sapete bene che io non c’entro per nulla nel delitto.

– Sì, sì, c’entrate, voi siete l’assassino, l’assassino!

– No, no, no e poi no! rispondeva con accenti di collera violenta Alessandro Wolf. Voi mentite, voi siete una mentitrice, un mostro, un infame, una donnaccia che porta sventura a tutti coloro che vi conoscono. Nessuno vi può credere, nessuno vi crederà. Siete troppo bugiarda e troppo sfacciata.

– Negate fin che volete. Io sarò creduta. Voi andrete al patibolo. Consegnerò io la vostra testa a Deibler e vendicherò così la morte di mia madre e di mio marito, i miei poveri morti… aggiunse scoppiando in lacrime.

Alessandro Wolf non ebbe più che serque d’ingiurie. Era lo scozzone che l’aveva finita con i riguardi. Egli esumò tutta la fraseologia fracida e scurrile dei bassifondi. La coperse di oltraggi fangosi fino a quando intervenne il magistrato a far cessare il duello fra chi voleva mandare al patibolo e chi non voleva andarvi, ordinando l’entrata della signorina Marta, figlia dell’accusatrice. Fu una scena che fece venire le lagrime agli occhi e che ammutolì anche Alessandro Wolf.

La giovine piangente si gettò ai piedi della madre, baciandole l’abito e supplicandola di dire la verità.

– Mamma, mamma, confessate, dite tutto, dite tutto, ve ne supplico!

La madre accarezzava la testa della figlia e la figlia continuava a singhiozzare fra le gonne della madre. Si aspettava un finale che assolvesse Wolf, ma la Steinheil, dopo essersi asciugati più volte gli occhi, si alzò come sicura di se stessa, e con voce solenne, come se fosse stata davanti ai cadaveri, disse: “Giuro alla presenza di mia figlia, che io sono assolutamente estranea alla tragedia crudele di casa mia, come giuro che l’assassino dei miei cari morti è Alessandra Wolf”.

Nuova scena di commozione. La figlia coperse di baci la mamma con un immenso sospiro filiale.

– Non dubitavo della tua innocenza!

Leydet licenziò la signorina con un gesto e ricominciò l’interrogatorio.

– Madama Steinheil, non ci sono più dubbi. Voi persistete nell’accusa: Alessandro Wolf è l’assassino.

– Sì, è lui, rispose la vedova del pittore.

Alessandro Wolf era li lì per abbandonarsi alla furia, ma il magistrato gli impose di rimanere tranquillo.

– Il motivo del delitto? Che cosa è venuto a fare da voi Alessandro Wolf?

– Per godermi, replicò madama Steinheil.

Dopo una interrogazione più incalzante dell’altra, madama Steinheil ha fatto allibire anche il giudice:

– Che volete che vi dica? Le persone che sono venute da me ieri mi hanno detto che Alessandro Wolf è il colpevole. Hanno continuato a ripetermelo e hanno finito senza dubbio per suggestionarmi. Io dunque non posso che dire questo: egli è il colpevole!

La suggestione che le aveva fatto accusare Remy Couillard era un’altra volta la lavoratrice della sua sventura. Si è dovuto sospendere la seduta per paura ch’ella svenisse. Le si è lasciato un’ora di riposo. Alla ripresa ella fu più aggressiva e più resistente. Fra lo scambio di invettive atrabiliari ella continuava a dire:

– Sei tu l’assassino! sei tu l’assassino! Lo giuro! Lo si arresti!

Wolf in quel momento si è ricordato che otto giorni prima aveva pranzato in cucina di casa Steinheil, con sua madre, e che lei, passando, gli aveva detto: “buon appetito, caro Wolf”.

– E voi avete potuto augurare il buon appetito all’assassino di vostra madre e di vostro marito? Megera! Megera!

Io e Bizet ce ne siamo andati scorati. Era dunque un’allucinata? Si rimangiava la confessione, ridiventava drammatica con le affermazioni, faceva giuramenti solenni e poi cancellava tutto dicendosi vittima della suggestione. Dopo i confronti tra lei e il Wolf, stato rimesso al largo come Couillard, per inesistenza di reato, la Steinheil, soggiungeva Bizet che cominciava a credere davvero la vedova del pittore un’ammalata, è stata capace di ricominciare la scena in prigione! Non volevo credergli. Ma una volta che abbiamo potuto trovare un caffè per dissetarci egli mi disse la deposizione della contessa Alba Ghirelli, e di Margherita Boselli, sue compagne di cella. Ascoltate. È lei che mi ha raccontato e io non faccio che ripetere, mi disse Bizet, avvicinandosi a me per non essere udito dal pubblico. Noi l’abbiamo veduta nella pistola numera 13, se vi ricordate. Ebbene una volta entrata, verso le dieci, mentre la Ghirelli era a letto che incominciava a pisolare, la Steinheil pareva lieta della nuova abitazione, dicendo che il letto era fin troppo soffice. Le due suore che l’avevano accompagnata, prima di uscirne si curvarono all’orecchio della contessa, raccomandandogliela, perchè le autorità carcerarie avevano paura di qualche colpo teatrale. La Steinheil, come avete veduto, era sulla sedia, con il cappello in mano, che pareva indecisa se coricarsi o aspettare. Senza che alcune delle condetenute se l’aspettassero ella si è alzata, girò concitata per la stanza, domandando loro se la conoscevano.

– Io sono, disse, Madama Steinheil. Sono qui perchè ho mentito, ma ne uscirò presto. La menzogna non può essere un delitto.

Poi, emozionata da qualche ricordo, si mise a piangere. Si svestiva buttando gli abiti dove andavano, pronunciando pensieri rotti, senza filo. Le compagne la consolavano dicendole che non bisognava disperarsi. A letto era agitata. Durante la notte si è voltata, rivoltata, alternando i singhiozzi alle lagrime copiose, ai brividi che le facevano stridere i denti, alle esaltazioni che facevano paura alle altre. Sovente domandava: dormite?

Alla mattina era invece di una calma assoluta. Non pareva più l’esagitata della notte. Diede a tutte il buon giorno, si occupò del regolamento carcerario per vedere se l’accusata poteva conservare nella toilette una certa eleganza, poi suonò, si fece portare dalla sua borsetta uno specchio, il bastoncino di rossetto per colorarsi il viso e della polvere di Kohl per farsi i nerucci che rendono tanto interessanti gli occhi, Si guardò a lungo nello specchio, con tocchi e ritocchi, poi terminata l’acconciatura, disse:

– È venuta l’ora del caffè.

Fece la prima colazione, scrisse molte lettere con mano febbrile, s’informò se le lettere giungessero presto alla loro destinazione, raccontò un po’ della sua vita per mettersi tra loro come una donna che aveva vissuto, poi raccontò la menzogna della perla.

– Ero così torturata dall’idea di trovare un colpevole che ho perduto la testa e ho messo la perla nel portafoglio di mio cugino. Sua moglie, che mi aveva veduta compiere l’atto, è venuta a me col revolver in mano:

– Meg, se tu accusi mio marito ti uccido!

La minaccia mi ha scosso e fatto paura. Ecco perchè poi ho messa la perla nel taccuino del mio domestico.

E come è ritornato in ballo Alessandro Wolf? Per autosuggestione? È la fissazione più duratura. Anche dopo averla smentita in carcere ha detto:

– È vero, ho detto la verità. Nella notte dal 30 al 31 maggio io ho veduto penetrare nella mia stanza Alessandro Wolf. Egli aveva in mano una bugia che depose sul mobile al disopra del quale è uno specchio. Lo specchio mi ha riflesso la sua faccia.

– Siete sicura di averlo riconosciuto? le domandò ansiosa la Ghirelli.

– Come sono sicura di vedere voi. Se non fosse lui direi che è il suo doppio, tanto era perfetto.

– Allora perchè vi siete ritrattata davanti il giudice?

– Ho mentito, è vero, ho mentito incessantemente. Oggi, ieri, come nel giorno in cui ho ammaginato la storia dei leviti. Forse che sapevo quello che mi facevo? Ero pazza. Era necessario un colpevole… Erano necessarii dei colpevoli. Io non so nulla del delitto… Non ne so nulla… nulla… nulla… Ho affermato che l’assassino è il figlio di Marietta. Se mi son ritrattata è perchè ho avuto paura.

– Perchè? le ha domandato un’altra volta la Ghirelli.

– Perchè mi ha terrorizzata, mi ha detto che se l’accusassi direbbe che sono stata io a dargli 1’incarico degli assassinii.

Continuò a parlare tra sè, passando da una cosa all’altra, contraddicendosi spesso, fino a quando si è fermata su un pensiero che parve alle condetenute tragico.

– D’altronde, disse, si accomoderà tutto. Non manca che un suicidio e il suicidio dovrà avvenire.

– Il nome? domandai a Bizet.

– Marietta Wolf.

Ella aspetta la morte violenta di Marietta Wolf. Ah! ah! Bizet fece una risata di sarcasmo e io e lui ci avviammo a pranzo, mentre per le strade si strillava il Mattino con l’uomo della notte, il nuovo complice che stava per essere lanciato sulla piattaforma criminale.

Non appena partito il tram da Parigi, io e Bizet siamo andati nel vagone restaurant a sgarbugliarci i pensieri con la bibita e a leggiucchiare i giornali quasi tutti col battimano per Briand che aveva fatto passare il dossier della Steinheil dalle mani di Leydet in quelle di Andrè, uno dei giudici più minuziosi e più cautelosi del Palais.

– Il ministro ha fatto bene a far cessare il sottovoce che sgretolava la fama di magistrato onesto del Leydet. L’amico di casa Steinheil non poteva continuare la parte di giudice istruttore quando la signora della villa dell’impasse Ronsin da vittima dei cambrioleurs diventava, con le sue confessioni, la protagonista della tragedia.

– Dunque ormai la vostra convinzione è fatta.

– Dal giorno in cui i miei cani hanno fiutato nella Steinheil l’assassina, la mia convinzione è diventata certezza. Ma la mia convinzione non deve mai sopraffare il documento. Ecco perchè noi siamo in viaggio per il castello di Maurizio Borderel, il quale ci deve attendere questa sera col suo automobile alla stazione di Mézieres, nelle Ardenne.

Ci fu una pausa lunga. Bizet, seduto al tavolino, con una gamba sull’altra, fumava un trabucos, guardava le campagne che passavamo a volo d’ucello, e stringeva nelle mani il suo berretto da jockey. Di tanto in tanto i suoi occhi si chiudevano con crispazioni alle occhiaie come se fosse stato sotto l’azione di qualche puntura d’ago.

– Non posso mai percorrere questa linea tracciata ai nostri disastri militari, senza che mai veda davanti la folla dei nostri alti gallonati, dei nostri marescialli, dei nostri generali, del nostro Stato Maggiore, l’uno più tenebroso dell’altro. Pareva che tutta quella gente che doveva sviluppare il “piano” fosse composta di Napoleoni che avessero al proprio dorso la gloria d’Austerlitz. Lo stato maggiore dei più alti spallinati era seguito dalle ganze parigine. I prussiani si preparavano a bloccarli e a batterli come tanti uomini di gesso e loro crapulavano, si abbandonavano a orgie chiassose rimaste nella memoria delle popolazioni terrorizzate dei villaggi e delle città affollate di uniformi. Che momenti d’indicibile scoramento, caro Baragiola. C’erano generali e marescialli che si facevano la toilette due o tre volte il giorno come quando frequentavano i salotti delle mondane parigine.

L’imperatore che tutti credevamo una testa militare, che tutti credevano l’erede del coraggio e dell’arditezza napoleonica era anch’esso istupidito dal bagascismo imperiale. È andato contro l’esercito ch’egli supponeva composto di barbari dai capelli rossi, armati di fucili a pietra focaia, con un materiale enorme che gli permettesse di costruire, meccanicamente, in meno di un’ora una piccola Tuilerie: tappeti molli, mobili eleganti, tovaglierie ricamate nelle fabbriche di Calais, cristallerie di Murano, argenterie e oreficerie lavorate e cesellate per i pranzi ordinarii e di gala, letti soffici per lui e per il suo seguito, donne nude di bronzo sparse per i salottini improvvisati, cortinaggi di una ricchezza sfarzosa, birra fresca che gli forniva la casa viennese della signora Drecher, biscotti detti Madling di Commercy, dolci, confetture, di uva spina e di lamponi, di Bar-le-Duc, sardine di Nantes, datteri, susine, mostarde aux fines herbes, centerbe degli Abruzzi, vino Geres, vieux Cognac, champagne che gli mandavano i più noti fabbricanti di vini di Chalôn sulla Marna e un treno che andava e veniva da Parigi tutti i giorni per la cucina imperiale.

Basta, parliamo d’altro. La Francia si è rialzata dal suo disastro e la mia collera postuma non ha più ragione di essere.

Mi offerse una sigaretta, si mise in testa la berretta di seta greggia aderente ai capelli e, passeggiando, domandava al cameriere a che ora si andasse a tavola per il lunch.

– Alle dodici, signore.

Il treno filava in direzione di Reims e Bizet, con la mano penzolone per il vano dello sportello, sulla linea destra, mi additava un punto lontano, dicendomi che egli vedeva Metz con lo châlet imperiale a fianco, dove era incominciata la sventura della Francia e il disfacimento dell’impero e dove Napoleone III, a pochi giorni dalla disfatta completa, banchettava con una delle sue drude, fatta venire col treno speciale sul teatro della guerra.

– Ah, se i soldati avessero saputo!

– Quelli intorno a lui, lo dovevano sapere, perchè l’alta biche è discesa all’entrata dello châlet da un tiro alla Dumont, avvolta in un mantello di ciniglia bianca, foderato di seta gialla e bordato di pelli di volpe lunghi e neri, sotto un cappello dall’ala che si piegava da tutte le parti senza che vi rimanessero le piegature. Ella era senza dubbio una cliente del grande habilleur (vestitore) della via della Pace, vale a dire del celebre Wörth, messo in voga a Parigi da madama di Metternich nel 1858.

– Un’altra contessa di Castiglione, suppongo.

– Contessa del rigagnolo parigino, volete dire.

– Allora era più bella.

– Più bella della Castiglione era un po’ difficile. La sua entrata a una soirée di Corte ha fatto sospendere le danze, tanto la sua bellezza abbagliava. Le è andato incontro lo stesso imperatore con la mano tesa e con grande dispetto della imperatrice. La vostra compatriotta divenuta l’amante del sire delle Tuileries era di una bellezza indescrivibile. Armonie di linee, profilo puro, occhi lunghi e pieni di fuoco, bocca piccola che pareva dipinta, collo slegato che sorreggeva una testa piena di capelli superbi, con la gola libera da ogni freno e tutta ammantata di una carne che direi quasi diafana. Quella del rigagnolo parigino era carica di piaceri sessuali.

In ultimo Napoleone non aveva più gusto che per la bellezza grossolana, sensuale, fatta di spalle, di fianchi, di seni, di braccia, di cosce con abbondanza di carne.

Non amava che il donnone, la donna pesante. Pazienza. I re e gl’imperatori non vogliono sottomettersi alla legge del matrimonio. Ma dare lo scandalo in giorni così tristi, in faccia a tutto l’esercito, che dico! in faccia a tutto il Paese, di occuparsi dei suoi sensi e del suoi adulteri, cinque o sei giorni prima della vigliaccheria di Bazaine, vuol dire che la patria fremebonda non era con lui. E in chi era fra la moltitudine che indossava la montura cordonata d’argento e d’oro, coperta al petto di decorazioni? In nessuno, aggiunse Bizet, buttando nell’aria il mozzicone del suo trabucos. Secondo quei signori dai capelli illustrati, dai grandi mustacchi la Landwehr (milizia territoriale) e la Landsturm (leva in massa) erano composte di vecchioni armati alla guerra con la tabacchiera e la bottiglia dell’acquavite per la mattina e il fiore di sambuco per il decotto della sera. Sciocchi!

– Napoleone è stato proprio sfortunato.

– Non ha avuto un generale che valesse due soldi. compreso Mac-Mahon. duca di Magenta.

– Il quale duca di Magenta si è lasciato ferire in tempo utile da una scheggia di granata per mettere tutte le responsabilità e il comando supremo sulle spalle del generale Ducrot, un altro pauroso, un altro senza idee per una grande guerra, come il vostro Baratieri, caro a quel vostro lombrosiano di Sighele passato l’altro giorno da Parigi. Ducrot ha riversato tutto su Wimpfen, un incapace giunto dall’Algeria sul teatro della guerra due o tre giorni prima che si tentasse di sbloccare Bazaine dalla piazza forte di Sedan, divenuta un incendio in poche ore.

A furia di chiacchere eravamo giunti al lunch. Il restaurant è popolato. Noi restammo al nostro tavolino che ci dava il piacere di vedere tanta distesa di verde solcata di ricordi del ’70. Mangiammo delle ostriche con pepe e succo di limone e del pesce in bianco con sciampagna. Rifiutammo la carne e ci facemmo portare un piatto di tartufi alla provenzale, saltati in un olio finissimo, di un gusto squisito. Il caffè era più saporito di quello che si beve a Venezia. Aveva un profumo delizioso. Il treno era entrato nella zona delle Ardenne, con la curva che lo metteva in linea retta verso Mézieres, e noi accendevamo la sigaretta centellinando il cognac. A tutti i tavolini si parlava della Steinheil come a Parigi. Cesare Lombroso era sballottato da una bocca all’altra per il suo articolo sull’eroina dell’impasse Ronsin. Il signor Pichù, come lo chiamavano coloro che facevano colazione con lui, era il più scalmanato. Tra un pensiero e l’altro intercalava fiotti di ingiurie che contrastavano con il suo faccione carnoso e pulito, con gli occhi di un azzurro chiaro e con le faldelle bionde che gli davano la grand’aria di un lord d’antico stampo. Con in mano la Rivista di Parigi diceva agli amici che il genio dell’antropologia criminale aveva commesso la bassezza di consegnare anticipatamente una donna sub judice alla galera o al carnefice.

– Come? gli domandarono tutti.

– Con il suo articolo. Egli non ha studiato la Steinheil circondandola dei dubbi che deve sentire ogni galantuomo fino a quando la giuria ha parlato, ma ha detto chiaro e tondo che è una delinquente nata.

– E non lo è forse? domandò il mio amico Bizet, mettendosi spontaneamente in mezzo alla discussione fra lo stupore generale. Io sono forse meno lombrosiano del signore così conturbato per un giudizio che esce dai fatti portati in pubblico da tutti i giornali.

L’uomo, o meglio, il tipo umano morale ed equilibrato, costruito dal professore torinese per amore di polemica, mi pare non esista. Tutti vedono, anche in questo restaurant, che ciascuno di noi ha in sè qualche deviazione che lo distingue dal tipo perfetto di Lombroso.

– Se si dovesse guardare alle deviazioni fisiche, Lombroso dovrebbe precederci tutti nel suo museo criminale, interruppe un signore che diceva di averlo veduto anni sono a un congresso. È un professore che fisicamente manca da tutte le parti.

– D’accordo. Io non l’ho veduto che in fotografia e non mi è parso che uno sgorbio.

– È alto un po’ più di un paracarro, porta gli occhiali con le stanghette d’oro e ha più lui della scimmia di ogni soggetto studiato per il suo museo antropologico.

– D’accordo! rispose Bizet. La sua deficienza fisica non è in discussione. Piuttosto vediamo s’egli, come studioso di delinquenti, non abbia diritto di dare la sua opinione prima dei giurati.

– No! rispose Pichù con il viso rimasto di cera e con i pugni sul tavolo. No! nessuno deve avere il diritto di precedere il giudizio della giuria se non per preparare un verdetto di assoluzione o di colpevolezza, cosa che può avvenire in una società barbarica, non in Francia, dove sono cadute tante teste per giungere alla eliminazione delle ingiustizie più scellerate. Tra le scelleratezze metto quella di influenzare i verdetti. Oh, dite, deve essere permesso a un uomo divenuto celebre a furia di paradossi… scientifici, di dire di una donna sotto un’accusa che può costarle la testa, che è una degenerata nata da parenti che abusarono di Venere e di alcool, con un fratello alcoolico e una madre immorale? Deve essere permessa, continuava Pichù, con la rivista in mano, a questo microcefalo dell’antropologia di dire della donna sub judice, che manca di senso morale, che ha i gusti precoci del male, che è andata sposa dopo avere avuto un figlio o una figlia, che odiava ferocemente la madre e il marito, che pur tolleravano la sua condotta sgualdrinesca, che probabilmente per il suo complice è stato pagato con il prezzo del suo corpo? Non è questo il modo di mandare una disgraziata alla ghigliottina col treno lampo? Cari signori, per capire la mia indignazione, non avete che da mettervi nei panni di un accusato. Che cosa direste se io, mentre voi siete sotto chiave, andassi frugando nella vostra vita, nelle vite dei vostri antenati, dei vostri bisavoli, dei vostri trisavoli per cercare tutte le malattie di coloro che vi hanno preceduti sul grand’albero genealogico e mettervele sulla gobba come un peso della vostra delinquenza e trarne un giudizio che vi presentasse alla opinione pubblica, come ha fatto Lombroso della Steinheil, come autori dei delitti di cui siete accusati?

– Se mi permettete porto la mia tazza sul vostro tavolo, disse Bizet tranquillamente, prendendo posto intorno alla tavola di Pichù senza aspettarne il consenso. Voi capirete bene, o signori. che con le idee del signor Pichù il giornalismo non avrebbe più ragione di esistere.

– Quello del bluff, quello che gonfia gli avvenimenti, che fa del sensazionalismo di mestiere, che fa denari sulle catastrofi individuali o sociali, che va nelle intimità della gente come il Matin, per esempio, o come il Journal, suo rivale, per esempio, giornalismo condannato alla sparizione anche da Roosevelt.

– Faccia il politico, faccia il cacciatore di leoni; non faccia l’intruder, l’intruso; l’ex-presidente della Repubblica al di là dell’Atlantico. Egli vorrebbe proteggere la sua poltroneria giornalistica ingiungendo a tutti gli altri di andare adagio.

– Ridicolo! La penna del quotidiano non è per la sua mano pigra. Egli ha i crampi al braccio. Il suo cervello ha i movimenti del ruminante.

– Non c’è giornale che non vorrebbe averlo come redattore capo.

– Per il suo passato, signore.

Egli è un’insegna alla Barnum. Attirerebbe i lettori come il famoso elefante Jumbo attirava gli spettatori. Il suo primo articolo sulla “Outlook” mi dà ragione. È stato ripubblicato dai giornali di tutto il mondo, perchè l’autore ha lasciato ieri la sommità del potere nazionale. Se fosse stato l’articolo di uno sconosciuto, vi garantisco, signori, che avrebbe avuto per tomba il cestino. Non c’è direttore che avrebbe avuto il coraggio di stampare una prosa indolente, stantia, con idee canute, con la sintassi dei vecchiardi sempre impacciati a legare i loro periodi. Via, lasciamo l’intruder. Come giornalista, egli è un pesce fuori d’acqua. Io, direttore, non gli darei un dollaro la settimana per il suo lavoro di redazione e a condizione che non lavorasse che con la gomma e la forbice.

– Voi chi siete, signore, che parlate dell’ex presidente della repubblica americana con tanta petulanza? Io sono un americano, sapete?

– Non m’importa, signore, chi siate. Quello che importa, rispose Bizet un po’ eccitato, è che il signor Roosevelt non è giornalista. I proclaim it in the face of the world – lo dichiaro in faccia al mondo, signore.

– Io non parlo mai con persone sconosciute. Vi domando chi siete, signore.

– Sono il signor Adolfo Bizet, direttore e proprietario dell’agenzia dei detectives in Parigi.

– Colui che ha scovato che la signora Thaw riceveva prima del matrimonio una sovvenzione di venticinque dollari alla settimana dal signor White, l’uomo ucciso dal marito?

– Sissignore, coi miei detectives sono andato sui di lei precedenti e ho potuto dimostrare che l’attrice cenava nei gabinetti particolari, cambiava gli amanti o i protettori sovente come la camicia.

– Le mie congratulazioni per il vostro fiuto, rispose Pichù cambiando il tono della voce e tendendogli la mano. Garçon, portateci la bottiglia del brandy con delle sode. Voi accetterete il bicchiere dell’amicizia, non è vero?

– With pleasure, con piacere, rispose con accento prettamente nasale, come un americano di Washington. Venite qui anche voi, aggiunse Bizet, facendomi segno di avvicinarmi alla tavolata. Vi presento disse egli, un italiano, il signor Baragiola, a Parigi a studiare la Steinheil.

– Egli è dunque un giornalista, suppongo?

– Per ubbidirla, risposi con un inchino.

Mi strinse la mano scuotendomela come un americano, prese la bottiglia del brandy e ne versò in tutti i bicchieri, intanto che il cameriere lo seguiva con la soda.

– Chin-chin, à la vôtre santè, messieurs.

– Alla vostra, risposero tutti.

Dalla veemenza verbale passammo a servirci dei suoi eccellenti avana e delle sua dolcissime sigarette di tabacco biondo dorato. Eravamo giunti alla stazione di Rancourt, dove il treno faceva una sosta di venticinque minuti. Ci sgranchimmo le gambe in su e in giù, buttando fumo da ogni parte, fin a quando il signor Pichù – si è fermato accarezzandosi le faldelle e domandando un’altra volta a Bizet se proprio non riprovava lo scritto di Cesare Lombroso.

– Non sono un sentimentale, diss’egli. E come dovrei biasimare un uomo che ha faticato tanto per tener dietro agli avvenimenti e piantare in pubblico una Steinheil quale è stata nella vita? Voi siete per il silenzio fino a cosa giudicata, come una volta. Ma una volta, o signore, il giornalismo non era intraprendente e accettava tutto quello che gli diceva la giustizia, perchè non era abituato a procurarsi le informazioni. Adesso la si precede. Se io giornalista vado alla ricerca del passato e del presente di Soleilland, il satiro di Charonne che ha sgozzato una fanciulla dopo avere abusato di lei in tutti i modi devo aspettare la giustizia a sguinzagliare la mia indignazione? L’assassino della piccola Marta è sul mio tavolo come un documento vivo e il verdetto dei giurati non mi può dare nè togliere del mio giudizio, sia esso di assoluzione o di condanna. Prima o dopo resta, per me, un satiro sanguinario, un’oscenità umana che va dai sogni erotici agli spettacoli sanguinosi.

Vi parrebbe giusto che io rispettassi Soleilland e aspettassi ad ammutinare l’opinione pubblica contro di lui fino alla cosa giudicata? I miei nervi giornalistici non sono così calmi come quelli di Roosevelt.

– È un’altra cosa, signor Bizet, il misfatto, Soleilland non era circondato di dubbi come quello della Steinheil.

– La vostra è una vecchia abitudine giuridica che esige l’accusato salvo dalla furia popolare fino al giudizio di dodici persone – persone che molti psichiatri, come il Ferri, per esempio, respingono dicendole incompetenti. Non c’è transizione. O la si accetta per tutti o non esiste. È poi vero che ci siano dubbi intorno alla Steinheil? Cesare Lombroso, per brevità, non ha potuto certamente dilungarsi sul confronto tra la Steinheil del nostro tempo, e madama Valerie Marneffe del tempo di Balzac.

– Se prendiamo per paragone le dame dei romanzieri possiamo ammettere come vera anche la creazione fantastica della piovra di Victor Hugo. Non ci sarebbero più limiti.

– Caro signore, voi confondete Balzac coi Montepin. La popolazione balzachiana ha il suo stato civile. È gente vissuta come la Bompard, la Steinheil, il Solleillend, il Pranzini e il Troppmann. Non c’è persona che non si sia incontrata coi papà Grandet, con i signori Rastignac, entrati nel gran mondo con la chiave d’oro appesa al braccialetto della signora Delfina di Mucingen. Il criminalista d’appendice, Emilio Gaborieu, non ha mai saputo plasmare una figura viva e immortale come il signor Vautrin, il genio dei Bagnards o dei galeotti.

– Voi siete un balzacolatra.

– Non idolatro che me stesso, come Oscar Wilde. Io non cito personaggi di stoppa. Gobseck è uno strozzino che io ho conosciuto nei miei giorni crucciosi. La gotta di Birotteau è la gotta di tutti i mangiatori di fagiani e pernici. E chi non ha conosciuto Luigi Lambert?

– Vale a dire Balzac in persona?

– In persona. Madama Marneffe è la bellezza venale nascosta nella onestà borghese.

– In treno, signori, si parte.

In Francia c’è un po’ più di strepito che in Inghilterra alla partenza dei treni. I conduttori sono come agitati per i passeggeri. Alzano il braccio e battono le mani e chiudono gli sportelli con fracasso continuando a gridare che si parte. Pichù, vero yankee, freddo, guarda l’orologio a pochi passi dal predellino del vagone dicendo:

– We have two minutes more – abbiamo ancora due minuti. We no need to hurry ourselves – non abbiamo bisogno di affrettarci.

Pichù rimase per ultimo, buttando in aria il fumo del suo grosso sigaro, salendo e chinandosi lui stesso fuori del finestrino a chiudere lo sportello. Siamo rientrati al restaurant con il margine del cielo in fiamme che annunciava incominciato il tramonto. Ci fu un po’ di silenzio, interrotto dalla versatura del brandy con soda come aperitivo. Pichù riprese in mano la rivista domandando a Bizet se approvava il periodo che stava per leggere.

– Quindi essa, la Steinheil, si è fatta trovare imbavagliata, legata, e delirante, comodo espediente quest’ultimo per non accennare ai fatti successi.

– Non è mandarla in galera?

– Se i fatti sono quelli, che colpa ha il signor Lombroso? non è forse provato, e provatissimo che la bambagia non è mai stata in bocca e salivata dalla protagonista del dramma?

– La Steinheil nega.

– Caro signore non siete ancora a Sherlock Holmes, il secondo investigatore giudiziario di ordine superiore in Europa, secondo la dichiarazione di un suo cliente. Se aspettate ch’ella confessi! La Meg della Parigi occulta si dice che continuerà a dirsi, con abbondanza di lacrime, innocente. Non per nulla il professore torinese l’ha appaiata come mentitrice e criminosa alla Marneffe, una donna che le assomigliava nell’andare alla ricerca dei ricchi che si innamoravano di lei per farsi pagare il prezzo che valeva, secondo l’espressione di Walpole; una maritata ambiziosa che accettava la depravazione come conseguenza e si decideva a far fortuna divertendosi, senza scrupoli sui mezzi, una malmaritata che aveva fatto del marito un complice e un reclutatore d’uomini intorno alle sue gonnelle… Nessun giornalista francese è stato così felice nel paragone. Le Meg e le Valerie Marneffe sono le peggiori fra le femmine di Parigi, perchè invece di avere il lampione rosso all’entrata che avverta gli uomini che è la insegna luminosa delle femmine di tutti, circolano nella vita come maritate oneste, come virtù ambulanti, senza mai lasciar vedere i bisogni urgenti e volgari dei loro ménages.

– È una tirata morale che avete fatto… Je m’en fiche, sapete della morale. Essa è buona per le beghine e per i filantropi. Io sono del mio tempo. La donna maritata è una merce in tutti i paesi. La Thaw in America, la Steinheil in Francia, la Crawford in Inghilterra, la Cifariello in Italia, la Draga in Serbia e via via. Per sopprimere l’ipocrisia maritale bisogna metterle tutte sul mercato e non avere fisime per alcuna. È una proprietà? Pagatela! Voialtri moralisti poi siete ingiusti, diss’egli allungando le gambe come annoiato. Accusate la donna… E l’uomo non c’entra per nulla? Senza di lui non ci sarebbe l’insidia… L’amore non è che un tradimento dell’egoismo e dell’interesse… Lasciamo la morale.

– Non m’interessa. Io desidero solo sapere da voi se approvate lo scienziato che si vale della sua fama mondiale per mandare in giro delle sentenze da padre eterno. Pazienza Sherlock Holmes. Le sue sentenze e i suoi metodi di sgrovigliare le questioni ch’egli chiama giudiziarie non fanno nè caldo nè freddo. Ma quelle del professore si fanno sentire nella opinione pubblica. E allora, caro signore, io vi domando se non è sconveniente affermare con tanta sicumera che la Steinheil ha preparato e facilitato il delitto col dare una o due delle chiavi dell’appartamento ai complici, col mandar via i cani di guardia, col nascondere o impegnare i gioielli, col lasciar vuoti gli astucci per fuorviare la giustizia e far credere a un assassinio a scopo di furto, col mettere in scena tre mascherati e una donna dai capelli rossi per poi finire coll’accusare Couillard e Wolf.

A leggere il centone di Cesare Lombroso si direbbe che lui era alle calcagna dei cambrioleurs con la lanterna cieca. Ridicolo! ridicolo!

– Invece di essere alle calcagna dei delinquenti il professore Lombroso non ha fatto che seguire a passo a passo la narrazione e gli avvenimenti che si sono svolti intorno alla Steinheil. Non è forse vero che è sparita una chiave dell’appartamento dal tascone del grembiale del domestico?

– È vero, ma chi l’ha involata? È una supposizione di Lombroso ch’essa sia stata sottratta dalla padrona di casa. E che bisogno aveva di farlo se era sua?

– Anche Sherlock Holmes, caro signore, vi direbbe che la sparizione della chiave fa parte del trucco dell’invenzione dei cambrioleurs.

– Chi lo dice? il professore Lombroso?

Pichù accompagnò il nome con una risata che fece impallidire Bizet.

– La chiave o le chiavi fanno parte del trucco come il romanzo stato trovato in casa della Meg, riprese Bizet dopo una lunga pausa. Tra chiave e romanzo c’è legamento, c’è una idea unica: la preparazione. Sapete che cosa si legge in quel romanzo d’appendice?

– La narrazione della Steinheil?

– Qualche cosa di simile. C’è un capitolo intitolato la scena del legamento.

– Ebbene?

– Ella ha studiato il delitto nel romanzo, come Lemoine ha studiato la fabbricazione dei brillanti artificiali nella Stella del sud di Giulio Verne. Tanto l’uno che l’altro sono plagiarii.

Pichù si rimise a ridere sgangheratamente, tenendosi con le due mani il ventre che sussultava della sua risata convulsa.

– Ah! ah! ah! ah!

– Voi potete ridere, signore, ma Lombroso ha veduto tutta l’orditura del dramma. Innocente! Basterebbe ricordarsi del giorno in cui si fingeva in letto ammalata e delirante. Non appena ha udito lo strepito all’apparecchio telefonico si è precipitata dal letto ed è accorsa all’ordigno auricolare per dire al signor Borderel con voce gioiosa ch’ella era lieta di ascoltarlo.

– È una prova della sua innocenza, caro signore. Il suo interesse sarebbe stato di rimanere nella finzione se, come dite voi, si fosse dato il compito di fingere. Oh, che burloni sono i moralisti! concluse Pichù con un’altra risata rumorosa. Sospettano di tutto e di tutti. In nome della loro morale pietosa, fredda, grigia, insensibile alle emozioni umane farebbero riappendere Gesù Cristo!

– Eppure nella telefonata c’è tutta l’imprudenza delle criminali. Chi ha chiesto la comunicazione, con Borderel? La Steinheil.

Dunque l’ammalata che farneticava, che urlava, che spaventava, che fingeva di vedere nella nebbia del sogno gli assassini mascherati e la donna rossa con la rivoltella puntata alla tempia ha potuto uscire dal delirio due volte, come se fossero state due sospensioni meccaniche, per correre al telefono prima per la comunicazione e poi per l’ascoltazione! Eh, via! ci vorrebbe Sherlock Holmes, il falso detective, per ingoiare simili fandonie!

Pichù aveva acceso un altro sigaro e rispondeva o metteva tra un pensiero e l’altro di Bizet una spallata.

– I fatti sono fatti. Se il cambriolage, vale a dire il furto, non fosse uscito dal romanzo di appendice con i ritocchi della Steinheil, i malfattori di professione non sarebbero andati nella casa dogli Steinheil senza gli strumenti di lavoro. Sarebbero personaggi da teatri popolari i ladri che penetrassero nell’abitazione degli altri a mani vuote come quelli che han rubato e assassinato due persone nella villa del passaggio Ronsin. Come potevano sperare di trovare in casa la ovatta per tamponare loro la bocca, la corda per strangolarli, la fune per legare la Steinheil in letto? Siamo sempre nel trucco. Non ci sono ladri che dopo un doppio assassinio si compiacciano di vuotare gli astucci delle gioie, di togliere una perla da un anello per buttar sul tappeto l’oro, di lasciare sul tappeto un biglietto da 50 franchi, di bere il cognac… E il furto dei bijoux smentito dalla stessa Steinheil, non vi convince ch’era tutto un trucco, che madama Steinheil rappresentava la commedia?

– Mi sono ingannata! ha risposto la Steinheil, quando il giudice è riuscito a raccogliere le gioie e a dimostrarle che aveva mentito. Grazie tante. È una confessione. Non si sparpagliano gli astucci vuoti, non si scastona la perla, non si nascondono le spille e i braccialetti senza una ragione. Quale? Quella di dimostrare che il motivo del delitto fu il furto.

– Voi dimenticate che la Steinheil ha soggiunto che se avesse mentito vi avrebbe messo un po’ d’astuzia.

– È quello che rispondono tutti coloro che si trovano colti nella tagliola. Se fosse vera la sua dichiarazione non avrebbe aspettato ad accorgersi dell’errore quando era scoperta. Si è corretta e ricorretta tante volte che una volta di più non avrebbe significato nulla. E i denari? Una volta colta con la mano nel sacco ha fatto come con le gioie.

– Mi sono ingannata!

Uno psichiatra francese ha detto che la spinta al delitto è delle più comuni alle delinquenti volgari: la cupidigia. E il professore non si è sbagliato. Con la morte della madre, la Steinheil si impossessava di una eredità di novanta mila lire e con la morte del marito si impadroniva di Borderel, un uomo che vale più di 200 mila lire l’anno, signore. Il professore ha detto che la signora del passaggio Rensin è una delle criminali più imprudenti e non ha sbagliato. Dopo il delitto, mentre lasciava credere al Borderel di non pensare che a lui, inviava lettere continue al generale Gallifet, un vecchione sanguinario della Comune, e un divoratore di bellezze femminili, e al generale Dalstein. Il grande professore non poteva essere, sommariamente parlando, più documentista.

– Nè lui nè voi avete capito la Steinheil, rispose Pichù con gli occhi allargati del pazzo. I moralisti non capiscono un accidente. Interpretano i fatti. Io non me ne contento…

– Come me…

– Non come voi… Io mi contento di accettare lo avvenimento nel suo ensemble. E nel suo assieme voi vedrete che non c’è giurato che la condanni. Una colpevole, come la dite voi e il professore zoliano, non come i Mesmer e i Cagliostro in gonnella, come ai tempi della Pompadour, per scoprire i cambrioleurs… gli assassini…

– Trucco!.. La Steinheil, meno abile della Gretchen che ha organizzato l’assassinio del suo amante ricco, prevedendo tutto con una avvedutezza sconosciuta fra le criminali, accortasi che aveva parlato troppo, ha cercato di togliersi dai gravi sospetti con le stramberie che le venivano in mente nei momenti di terrore.

– Voi siete più lombrosiano del Lombroso autentico. Tutta la requisitoria del professore di Torino si fonda sulla falsa concezione della donna. Mente! È caratteristica non di un sesso ma di due. Provi il signor Lombroso che non mente l’uomo come la donna e gli farò di cappello. Mente il politico, mente l’uomo d’affari, mente il giornalista, mente l’impiegato, mente il marito, mente l’amante… Noi non siamo che popoli di mentitori. Accusare pubblicamente una povera diavola, caduta nella disistima e nel sospetto come la Steinheil, e affermare pubblicamente ch’essa è partecipe o lo strumento principale del delitto è una mascalzonata… inconcepibile anche in un gaglioffo.

– Signore, voi insultate un uomo assente…

– Ah! ah! ah! ah! Come se Lombroso non avesse accusata la Steinheil assente! Ah! ah! ah! ah!

Bizet, ragionatore paziente, incapace di movimenti impulsivi, non ha saputo trattenere, al suono beffardo dell’atroce risata che gli avea fatto correre il sangue alla testa. E con la mano in alto per il manrovescio si sarebbe precipitato su Pichù e Pichù su lui se io e gli amici dell’americano non avessimo impedita la colluttazione.

– Siate gentiluomini! dicemmo tutti, credendo di pacificarli.

Ma Pichù che aveva bevuto molto brandy, irruppe di nuovo con uno, scroscio di: ah! ah! ah! ah! ah!

– Ubbriacone!

Non ci furono più che corpi a corpi.

– I am a boxer, urlava l’americano.

– I am too, io pure sono pugilista, rispondeva Bizet, assestandogli colpi che tendevano a rompergli il naso e schiacciargli gli occhi nelle occhiaie.

C’è voluto il fischio del treno che rallentasse per la fermata per staccare l’uno dall’altro.

– Mézieres!

Ansanti, continuavano a ingiuriarsi e a promettersi che si sarebbero ritrovati e che l’uno o l’altro sarebbe rimasto sul terreno.

Gli amici di Pichù si erano piantati fra i due boxeurs e io con la valigia mia e di Bizet, discendevo dicendogli di non occuparsi di un uomo bestialmente alcoolizzato.

– Lasciatelo sbraitare!

Sotto la tettoia, con il treno che stava per riprendere il viaggio, Pichù, rovesciato con la testa fuori dello sportello, si accomodava la cravatta con altri ah! ah! ah! ah! che facevano diventare il detective di tutti i colori.

– Benone! gridò Bizet col treno in moto.

– Ah! ah! ah! ah!

– Non è individuo che valga la vostra collera. Non vedete che gestisce e sghignazza come un animale impazzito.

– È stato quel suo ah! ah! piazzaiuolo, plebeo, villano, che mi ha irritato. Invecchio! È la prima volta che mi sono lasciato trasportare dalla collera. Gli ah! ah! ah! nella sua gola di rame sembrano una legione di rane appiattate in una cupola di metallo. Ne ho ancora i versacci che mi squillano nella testa. Maledetto americano! Va al diavolo tu e Lombroso! È toccato a me a difenderlo che dissento così spesso. Dell’articolo non m’è piaciuto che il cenno che appaia la Marneffe alla Steinheil. Sono due sorelle, due anime in una sola, due cervelli, con gli stessi vizi, le stesse tendenze, gli stessi metodi. Esibizionismo religioso, grandi arie di signore per bene, alla testa o in mezzo alle carità cittadine, circolazione per i salotti come dame influenti del gran mondo, svaligiamenti degli uomini all’insaputa l’uno dell’altro, considerandoli casse forti, amori bestiali con i grandi uomini dello Stato per arricchire e lavorare i piccoli uomini con la potenza occulta, insegne maritali di sicurezza per gli amanti di tutte le età, mantenuti che le riducono alla povertà e le ripagano della ipocrisia che vendono agli altri.

Uscimmo dall’omnibus e andammo nell’albergo storico, ci facemmo un po’ di toilette e alle sette eravamo a tavola, lieti di esserci decisi a passare la notte nella cittadina tragica, piena di ricordi del ’70 e sicuri che il riposo ci avrebbe dato modo all’indomani di gustare l’aria fresca con una scarrozzata fino al castello di Bellevues.

Tra un boccone e l’altro gli domandai perchè l’albergo in cui eravamo si chiamasse “storico”.

– Perchè qui siamo nell’anticamera degli avvenimenti sanguinosi del grande dramma nazionale terminato con un finale di vigliaccheria napoleonica. Tutti i generali sono andati e venuti da questo albergo. Qui si è pensato alla ritirata, da qui sono partiti i rinforzi all’esercito nel cerchio di Sedan, qui è venuto l’imperatore a cercare un asilo più vicino alla fuga e da qui è ritornato a Donchery e poi a Sedan, dove egli si è massacrato con la sua dinastia, girando lontano dai pericoli come un fantasma, issando la bandiera parlamentare quando Wimpfen voleva combattere ancora, cedendo la spada al re tedesco diventato imperatore con parole che lo hanno reso ridicolo davanti il proprio esercito, davanti l’esercito prussiano, davanti la Francia, davanti la posterità.

– Il suo passato…

– Di bandito! L’imperatore era un masnadiero, un La Gala, un Mandrin, tutto quello che volete tranne che sovrano di un popolo adulto e capo di un esercito regolare. Il suo passato è quello di un policeman, di un ladro, di un insorto, di un fuggiasco di prigione, di un voltafaccia politico, di un delibatore di donne, di un carpitore di corone, di un macellatore di cittadini…

– Non gli perdonate nulla… diss’io ridendo.

– Io l’ho veduto da vicino e l’ho seguito anche nei momenti in cui la Francia imperiale era in uno stato agonico… Non ho trovato in lui che il lussurioso e il vile. Io ho pianto di vergogna a questo stesso tavolo, disse Bizet, con la faccia in fiamme, quando ho letto che Napoleone III ha avuto il coraggio della vigliaccheria di consegnare la sua spada con queste parole:

– N’ayant pu mourir à la tête des mes troupes, je remes mon epèe à votre majestè! – non avendo potuto morire alla testa delle mie truppe, rimetto la mia spada a vostra maestà.

– Qual’è la spada che consegna il vostro imperatore? domandò Bismarck al generale Castelnau che gliel’aveva portata. È quella della Francia o è la spada personale? La prima può cambiare le condizioni di resa, la seconda le lascia immutabili, aggiunse il cancelliere di ferro.

– Fino a quando si fosse limitato a disarmarsi, nessuno avrebbe detto niente. Era un episodio privato e comune dopo il disastro del 1° settembre. Ma mettersi nella storia come un eroe della fatalità di una guerra che ha veduto i prussiani in Parigi senza avere mai sguainata la spada, non avere assistito a un combattimento, non aver cercato la morte sui campi delle nostre disfatte… ah! che burlone! Il suo gesto drammatico è passato sulla Francia ferita profondamente al cuore come lo sberleffo d’uno che si lava le mani dei disastri politici e militari, dicendo: non è colpa mia.

Vuotata la bottiglia di sciampagna che l’albergatore ci assicurò che aveva fatto parte della cantina ambulante dell’esecrato personaggio che non aveva saputo morire alla testa dei suoi soldati e bevuto il caffè con cognac Martel, siamo usciti a fare due passi prendendo la strada mulattiera sulla quale Bizet, in mezzo alla bruma delle quattro del mattino del 30 agosto, aveva udito i lunghi echi strazianti dei cannoni che annunciavano che la battaglia di Sedan era incominciata.

– Vedete laggiù, mi diceva dall’altura di uno scoglio che permetteva di discendere mentalmente nella vallata fin dove Bazaine era stato chiuso in quella specie di ridotto, dove le masse umane si erano date appuntamento per sostenere l’urto del blocco prussiano, laggiù io ho veduto in quella mattinata fatale uscire un incendio, una massa di fumo incandescente che pareva rossa del sangue dei nostri soldati, con obici che scoppiavano in alto come per sospingere la nuvolaglia, con scariche di mitraglia che la frastagliavano e illuminavano i dintorni di un bagliore sinistro. Da tre ore avevo perduto di vista Napoleone.

Egli aveva dettato qui, nell’albergo di Mézieres, l’ultimo telegramma che domandava a Bazaine se si poteva inviargli il vettovagliamento che si era ingorgato in Mézierès e nei dintorni per un milione d’uomini. Poi aveva preso, come pentito della fuga, la strada per Donchery, prima che i bavaresi ne tagliassero il ponte. Non era più un uomo. Era un cadavere. La penultima volta che l’ho veduto è stato allo svolto dello stradone, a fianco di un bosco dove passava a pancia terra uno squadrone di corazzieri dai lunghi mantelli bianchi e dagli elmi scintillanti nel buio della notte come fantasmi in una foresta. E l’ultima volta fu a Donchery, seduto sull’erba con Bismarck, di fronte al cottage di un tessitore, dove erano Moltke e il generale Blumenthal e Wimpffen col generale Faure. Fu in quel momento terribile che ho conosciuto Archibald Forbes, il corrispondente di guerra in erba che aspettava con in mano le redini del cavallo, che nitriva, la notizia della pace, accompagnata dalle imposizioni della Prussia per correre a telegrafare al primo ufficio che credo fosse in Mézierès. È una confessione che vi faccio.

Credetemi, davanti all’imperatore infranto che aspettava la carrozza per essere avviato prigioniero al castello di Wilhelshöle, presso Cassel, in Prussia, io che avevo il suo corno in custodia, sono passato attraverso la demenza del regicida e senza l’addio frettoloso di Archibald Forbes che mi ha turbato o tolto il velo dagli occhi, io mi sarei imbrattato del suo sangue, disse Bizet, buttando avanti le due braccia come se avesse voluto triplicare l’enfasi della sua confessione. Chi me ne aveva dato il coraggio? E potete domandarmelo? L’esercito disfatto, la Francia invasa dallo straniero, i trenta, i quaranta, i cento mila morti caduti inutilmente, la vigliaccheria dei generali, dei marescialli dell’imperatore, le orge che si sono consumate sotto i miei occhi, il vandalismo militare, gli incendi dei villaggi, i massacri dei contadini che volevano bene al loro paese e la baldanza e la tracotanza bavarese che avrebbero indignato i santi…

Come la Steinheil, così Bizet, dicevo adagiandomi nel letto soffice. Sono esseri multanime. A ogni momento è indispensabile il ritocco. Quando si crede di averli plasmati con la loro carne e col loro sangue e con il peso esatto della loro mentalità, eccoci in piena sorpresa. Bisogna proprio dire che l’individuo non è studiabile che a poco a poco, giorno per giorno, fatto per fatto. Marietta Wolf può portare nella testa tutti i segreti della Steinheil senza conoscerla. Mesi sono ella non avrebbe mai sospettato in lei la delinquente capace di mandarle il figlio sul patibolo. La mia lunga conoscenza con Bizet non mi aveva dato che il detective paziente che si mette sulle piste del delitto senza mai stancarsi, fino a quando l’autore è nelle sue mani. Ignoravo in lui il patriotta, il regicida, l’uomo che si scalda per le ingiustizie inflitte agli altri, il cittadino che esige dal rappresentante della vita pubblica un’esistenza che si possa vedere attraverso i vetri della sua abitazione.

Mi svegliai che Bizet era con le nocche al mio uscio.

– Vi aspetto dabbasso.

– Va bene.

Corsi alle docce in accappatoio, mi feci inondare dai soffioni che flagellano e purificano le carni, mi vestii in due minuti e in un salto fui nel salotto con l’impazienza nelle gambe di fare un miglio a piedi. Presi il caffè con il giornale in mano che percorsi senza leggerlo e poi uscimmo, io e Bizet, dicendo al portiere di far aspettare la carrozza che doveva venirci a prendere alle nove precise. Mentre inghiottivamo la nostra razione di aria fresca, io domandavo a Bizet come Maurizio Borderel era andato alla ricchezza sfondolata.

– Forse come Méunier?

– Il cioccolattiere della Repubblica, volete dire? Come i suoi figli. Egli ha ereditato, ha migliorato con la coltivazione moderna delle sue terre e ha aumentate le sue ricchezze. A Parigi è uno snob. In campagna è un gentiluomo. Egli è un marzapane di bontà. Nella vedovanza ha cercato di attutire il dolore dell’isolamento con un lavoro febbrile. Alzandosi presto, mettendosi in mezzo ai paesani, irrigando dove era la siccità, costruendo cottages, andando per le catapecchie a sollevare la miseria, passando ore a caccia, ore a cavallo, ore nella uccellanda, ma tutto gli è venuto a noia. Aveva lunghi periodi di prostrazione dai quali usciva rotto. La lettura non gli dava sollievo. Il suo cuore pareva atrofizzato. Padre di tre figli non voleva relazioni nuove nè concubinaggi, cose scandalose in mezzo ai campagnoli. Se avesse avuto la smania di Méunier, il cioccolattiere che non sapendo più come consumare parte delle sue rendite, si era dato a comperare pazzamente quadri di tutte le scuole, scambiando sovente lo sgorbio per il capolavoro, avrebbe potuto difendersi dalla noia affollando la casa di artisti e di amateurs dell’arte. Ma le tele che si sono trasmesse di padre in figlio, sono rimaste alle stesse pareti del castello senza che egli se ne sia occupato o gli sia venuta la voglia di aumentarle.

– La nuit me tue, diceva spesso a chi andava a smutriolarlo. La noia mi uccide.

Lo hanno voluto sindaco e per un attimo si è ingolfato negli affari del comune, sperando di trovare tregua. Qualche donna ambiziosa ha cercato di metterglisi intorno, ma finite le gentilezze egli si annoiava mortalmente, profondamente. Non fu che quando qualche amico cercò di snobizzarlo nei salotti parigini che ha trovato un po’ di requie per i suoi nervi e un po’ di svago per la passione che portava sonnolenta nel sangue. Caduto nelle mani della Steinheil la sua natura si è risvegliata.

È ridiventato uomo. Ha dimenticato il Comune, stava a disagio nel castello, non aveva più gusto per la caccia, dimenticava le donne dei dintorni che gli avevano resi i servigi della compagnia e correva col treno, dello sleeping-car delle 3 pom. a Parigi, in quattro ore e due minuti, distanza che gli faceva soffrire tutti i tormenti.

Gli uomini, a cinquantaquattro anni, incendiati dalla Circe parigina, diventano fanciulloni come i Muffat che passano dalle crisi religiose e dalla sobrietà sensuale alle passioni violente, furiose, ruinose. Borderel, nel cervello del mondo, indossava il frac e andava come un collegiale alle soirées dei grandi salotti a bearsi della Steinheil, sempre circondata di maschi come preda al miglior offerente. Pieno di dubbi, pieno di incertezze, pauroso di cadere nelle panie di una ciurmatrice finiva sempre per essere il più trascurato e per credersi il solo amato a insaputa degli altri. Immaginatevi che la bella Meg che ha avuto tanti amanti, quanti sono i sassi della strada, come ci ha detto Marietta Wolf, è riuscita, a trentanove anni, a farsi credere ch’ella non era mai stata d’alcuno e col primo adulterio gli portava la primizia degli amori proibiti.

Pranzava alla villa del passaggio Ronsin tutte le volte che poteva, pagandone i conti di soppiatto, alla nostra amica, la quale, anche lei, prometteva di non farlo sapere a nessuno, neanche a madama per non contaminare il pensiero di un amore passionale con il maledetto danaro che piaceva tanto ai balzachiani Gobseck e Grandet. A tavola rimaneva in contemplazione, ascoltando con benevolenza le sciocchezze del pittore della strada, di Steinheil, il quale era divenuto, negli ultimi tempi, macilento, angoloso, sospettoso come un sordo.

La Steinheil aveva cura di invitare quando c’era lui, come la Marneff, i personaggi parlamentari, ministeriali, dell’esercito e della marina. Tra loro vi figurava spesso Galliffet, l’odiata figura che ha epilogata la Comune, con tanto sangue da spaventare la storia.

– Ritorniamo, sono i campanelli della nostra vettura.

Qualche minuto dopo il domestico livreato è venuto ad incontrarci e a mettersi a nostra disposizione.

– Non sarà troppo presto per il vostro padrone?

Il servitore, con la tuba dalla schiaffa di pelo grigio, ebbe come un sorriso di vergogna.

– Il mio signore è già in piedi da parecchie ore.

Davanti all’albergo era la berlina a due cavalli scappatori, uno dei quali era montato da un fantino in velluto verdognolo. Le bestie dal pelo dorato, senza pezze nè macchie, con una criniera resa morbida dalla strigliatura, scalpicciavano sul selciato e nitrivano dall’impazienza.

– Montate Baragiola.

Mi curvai alla gentilezza e presi posto a destra. Adagiato nel soffice, con i piedi allungati, con il braccio sulla imbottitura della portiera e il corpo abbandonato di peso nel cavo molle del dorso, accesi la sigaretta, dopo averla offerta anche a Bizet.

– Via! diss’egli.

Il lacchè mise con una curva il piede sul predellino che metteva alla sua piattaforma e scomparve dietro di noi, lasciando solo sormontare la tuba in attesa di ordini.

Prese la strada mulattiera per non scomporci le ossa lungo le scorciatoie. Io godevo l’aria fresca che mi radeva le guance e mi giocava nei capelli fino alla titillatura del cuoio capelluto.

Con gli occhi nel cielo azzurrato, seguivo la corsa precipitosa dei cavalli che non diminuiva e non aumentava, senza che il fantino facesse schiocchiare la punta dello scudiscio o li aizzasse con gli imperativi della bocca.

– Ah! esclamò Bizet che stava leggendo il giornale. La ripresa della pena di morte è stata votata dalla Camera con 390 voti contro 201.

– Ritorniamo alla barbarie.

– Chissà! mi rispose Bizet. Io non sono tra coloro che prolungano l’esistenza dei malfattori per immurarli vivi negli stabilimenti penali o circoscrivere la loro libertà nelle colonie guianesi dei forzati.

– La vita dovrebbe essere sacra.

– D’accordo, se i signori assassini considerano tale la mia. Ma fino a quando ci sono i Toiet, i Baudy, gli Antonietti, i Vere Gould, i Manda, i Brierre, i Soleilland, i Bilars, gli Assen, i Vongier, i Cambrai, i Parrat, i Branchehy, i Guyot e i Lawe, grido anch’io, come la Francia: viva Deibler!

È il mio mestiere che lo esige. Se non avessi fatto uno studio personale di ciascun assassino, credete voi che io potrei, non appena davanti a un cadavere o ai cadaveri, fiutare la mano o le mani di coloro che hanno ucciso? Non v’ho mai fatto vedere il mio enorme casellario, il più prezioso lavoro del detective che non si chiami Sherlock Holmes. Alla Guiana, nelle isole dove sono i penitenziari e dove impera il matrimonio socratico, ho dovuto convincermi che la bestia umana non si umanizza nè si riforma nè migliora. È quella che è. Il sentimentalismo di qualche chemineau (vagabondo) sanguinario è dell’opportunismo. Uscito dalla zona torrida ritorna belva. Prendiamo Marcello Jadot di 27 anni. Era un parlatore, aveva i numeri per diventare un letterato o un poeta. Innamorato della letteratura di Oscar Wilde, contrasse una relazione mostruosa con un adolescente rispettabile. Messo alla porta dal padre della vittima, un giorno in cui l’idea sanguinaria gli turbinava nel cervello, ha ammazzato a colpi di revolver il suo amante e il di lui genitore. Egli è ora un forzato all’isola Reale, nella Guiana francese. Che ce ne facciamo? Anche là ha il suo amante. Invece di esecrare l’invertito che ha fatto di lui un assassino se ne è innamorato di nuovo. Non c’è dunque emendamento. Tanto vale ghigliottinarlo. Taillefer è un suo compagno penale. Egli era fra noi come un cambrioleur di professione, Lo si potrebbe chiamare il precursore di Leray, colui che ha aggredito il vagone postale del treno n. 16. Egli ha rubato a colpi di revolver dal furgone dei valori cinque mila franchi. Che ce ne facciamo? Studiate Baudy. Egli ha messo, come dice lui, quattro martellate nella testa di un fattorino di banca che portava al collo la borsa delle riscossioni. Che ce ne facciamo? Antonetti? Viveva sulla prostituzione della sorella e ha ucciso l’ufficiale che ne era divenuto l’amante senza sottomettersi alle sue estorsioni. Voi potete esser idealista…

– Allora si ritorna al tu hai ucciso, sarai ucciso. Si capisce che l’uomo possa essere un malvivente, ma io, società, io nazione, non posso discendere al suo livello. Sarei implacabile come lui. Io sono con Victor Hugo, il grande maestro che mi ha insegnato la riabilitazione dei caduti. Più il delitto è grande e più il tempo deve essere lungo per il pentimento.

– Reveur! sognatore! Hugo è andato in esilio, piuttosto che indossare il saio del galeotto. Non ha mai saputo cosa fosse la vita galeottesca. Il suo Jean Valjean è una creazione letteraria. Egli non sapeva che un Paese di antighigliottinisti è più spietato di un Paese di ghigliottinisti. Io sono stato nei quattro penitenziari delle isole della Salute e dell’isola Reale, dell’isola di S. Giuseppe e dell’isola del Diavolo, dove è stato Dreyfus e dove è ora il “traditore” Ulmo. È là che mi sono sbarazzato del victorhughisti buttandolo ai terribili coccodrilli che nuotano nel Maroni come tronchi d’alberi abbandonati ai flutti. E perchè sono passato fra coloro che non credono più alla vita di dolore e di purificazione? Perchè ho veduto che fra i cinque mila forzati sparsi nei quattro penitenziari non sopravvise più nulla di umano. Avevano tutti una fisonomia bestiale. Mandibole voluminose, guance scavate da solchi lunghi e profondi, orecchie che sembravano catini di carne affumicata, occhiaie spaventose come quelle che ho veduto a Cambrai, il satiro, che darebbe ragione a centomila Lombrosi. Nei galeotti muore tutto. Muore la bontà, l’intelligenza, l’affetto, la pietà, il ricordo. Non resta di loro che l’animale. Tutta la colonia penitenziaria era composta di pederasti attivi e passivi.

La ghigliottina è, se non altro, un lampo d’operazione chirurgica che impedisce l’accumulazione di tanta palta viva impregnata di delitti. Fra poco cadranno quattro teste a Bethune e io vi darò modo di assistere alla loro esecuzione, perchè confrontiate un sistema coll’altro, il sistema di coloro che sono sinceri anche davanti alla macchina dei capolavori, e il sistema che vuole il trionfo del sentimentalismo, quasi avesse per compito la missione di ridurre la Francia a un deposito di delinquenti della peggior specie.

Il lacchè era alla portiera aperta, con il cappello in mano, e Maurizio Borderel era sulla gradinata del castello nel frocoat bigio del gentiluomo di campagna, che agitava la tuba dello stesso colore per darci il benvenuto.

– Venite, venite, ci diss’egli con voce affettuosa, stringendo la mano di Bizet non appena ci siamo trovati sotto il portico a colonnate. Voi siete troppo famoso perchè occorra che siate presentato. Piuttosto ditemi il nome del vostro amico.

– Il signor Baragiola.

– Lieto di fare la vostra conoscenza.

Io non potevo staccare gli occhi dalla mole dell’edificio che mi dava l’idea del castello moderno senza sopprimermi l’idea del castello antico. Tutta la parte esterna mi faceva sorgere il feudatario possente, davanti al quale non esistevano volontà o desiderii che non fossero suoi. L’immenso giardino che lo circondava e si prolungava al dorso con una fioritura viva che andava a perdersi in un bosco fronteggiato di pini alti e affusolati sul cielo, profumava l’aria che respiravo come l’essenza il budoir di una cocotte, di un palazzo sontuoso. Una volta entrati si è come nel tempio di voluttà misteriose. Sale, salotti, dagli alti soffitti lavorati in legno e scolpiti, fughe di stanze dalle vetrate maestose che temperano la luce, bronzi e gruppi di bronzo sulle caminiere antiche, oggetti d’arte, porcellane di secoli sono o di Sèvres, mobili guarniti agli angoli di placche d’oro smunto, tassellati di lacca cinese, specchi grandiosi incorniciati nel legno prezioso, qualche volta liscio, qualche volta lavorato e sormontato dalla femmina nuda e curvata per sorridere a colui che si specchia. Lo studio dell’ex amante di madama Steinheil era così aristocratico da svogliare il lavoratore, Uno scrittoio monumentale, di legno nero, con due figurine agli angoli che rappresentavano Molière e Rosseau, nei costumi del tempo, come due custodi dei manoscritti e due ispiratori della scrittore abituato alle penne d’oro, intinte nel superbo calamaio di cristallo di rocca al centro di una lastra metallica color ruggine.

– Seggano, signori, ci disse Maurizio Borderel, con un benevolo sorriso. M’immagino che a quest’ora sarò il sottovoce di tutta Parigi.

– Oh no, rispose Bizet con dolcezza. Certo che i moralisti…

– Alla De Maitre! quelli che negherebbero l’aggettivo di grande a Napoleone I, per le sue scappate femminili, mi farebbero a pezzi e bocconi.

– Chi si cura di loro? Davanti alle donne siamo tutti deboli. Il male è quando la donna diventa per noi una passione.

– Come era diventata per me la Steinheil.

– Appunto. Voi ne eravate dominato.

– E dominato al punto di credere alla fedeltà della donna. Che imbecille!

– Tutti siamo almeno una volta imbecilli nella vita.

– Io più di una volta. Smemorato! si disse a se stesso. Che cosa prendete? La colazione non è che alle undici e mezzo e voi, non abituati all’aria mattutina, avrete fame.

– Grazie, se mi permettete io mangerei delle uova sul lardo secco all’inglese, con del thè.

– E voi, signore?

– A me basterebbe una tazza di latte.

È venuto il cameriere senza peli sulla faccia, con la testa rasata a melone, a prendere gli ordini, poi si ricominciò la conversazione. Intanto ho avuto modo di abbozzarlo sul rotondo del manichino sinistro della mia camicia. Fisicamente è un atleta: alto e largo di spalle, capelli a spazzola baffoni neri, barbetta a punta, occhi sentimentali, voce piacevole, anni 54. Leale e onesto, quando non si tratta della donna degli altri.

Bizet si è messo a mangiare come in casa propria. Pareva della famiglia. Si vuotava la bocca, si puliva i baffi e interrogava.

– M’immagino, diceva Bizet, che avrete letto la confessione fatta ai due giornalisti dalla Steinheil nella famosa notte dei suoi rimorsi. In essa la signora del passaggio Ronsin figura prostrata, abbattuta, decisa a liberarsi dai segreti e a confidare le ragioni per cui ha accusato Couillard e Wolf.

– Lo so. Ella ha detto che li ha accusati per potersi giustificare agli occhi di una persona che non voleva nominare.

– E quella persona che ha poi nominato nel colloquio sareste voi.

– È vero. Da quel momento mi si è ribadita la idea della sua colpevolezza.

– La vostra impressione deve essere stata disgustosa.

– E come no? Non si dà in pasto il nome di un uomo che non ha fatto che del bene se non per rovinarlo e trascinarlo nel proprio disastro o per diminuire le proprie colpe.

– È forse stata una vendetta.

– Quale?

– Voi siete accorso a Parigi non appena avete saputo del delitto. L’avete veduta in letto, siete rimasto costernato e ne siete uscito turbato. Siete ritornato all’impasse Ronsin più turbato ancora, con dei sospetti e le avete detto che non sareste più ritornato da lei e non l’avreste mai più riveduta se non dopo che fossero scoperti gli assassini, e lei si fosse lavata completamente dall’accusa di complicità che correva di bocca in bocca.

– Infatti la storia mi era sembrata un po’ inverosimile.

– Non era una invenzione sua. Ella si era regolata sur un delitto stato commesso in Francia nel 1885 in identiche circostanze. Le plagiarie del delitto non hanno fortuna, come non l’hanno neanche i ladroni della letteratura.

Nell’epoca nostra, cogli annunci e i libri dei ricordi dell’annata, si sa tutto e si legge ogni cosa.

Maurizio Borderel rimase silenzioso e disinteressato in quello che diceva Bizet, il quale continuava a mangiare senza la minima soggezione. Sulla sua faccia di bonaccione v’era però un’aria malinconica d’uomo che aveva gli occhi sugli orrori del dramma.

– E da quel momento, signor Borderel, voi avete supposto che il vostro nome sarebbe apparso sul tappeto pubblico.

– Quale? diss’egli, scuotendosi come per uscire dall’intontimento o dagli orrori in cui era sprofondato il suo pensiero.

– Dal momento che la Steinheil…

– Oh, sì, da quel momento, io non ebbi più dubbi. Ero sicuro che il mio nome sarebbe diventato il sottovoce parigino. Essa lo aveva pronunciato e il mistero non era più possibile. Ho detto subito: Parigi mi sospetta. Parigi mi accusa. Maledetto il giorno in cui l’ho trovata sui miei passi. Ho passato giornate spaventose. Non sapevo come togliermi dal sottovoce… Intervenire? difendermi? Sarebbero nate cento mila supposizioni. C’è il proverbio che chi si difende si accusa. E poi per difendermi avrei dovuto accusare… E io sono troppo gentiluomo per accusare una signora… e una signora terrasée, abbattuta, come lei. Per quanto ella oggi sia disprezzabile, è stata per me… oh!

Nella esclamazione era il suo cuore sanguinante, il suo strazio, il suo rimpianto… Forse la rivedeva nelle giornate della sua follia con i suoi denti candidi, con i suoi occhi che si rovesciavano languidi nel mare lattiginoso, con la sua pelle bianca e morbida, con le trecce bionde, sparse per la schiena, come per indorarne le carni senza pieghe, senza ridondanze. Poi, come se i ricordi lo avessero intenerito, si abbandonò tutto nell’ampia poltrona bassa con gli avambracci sui bracciali di pelle rossiccia, con i singhiozzi che gli gonfiavano la gola e gli arrossavano il viso, dicendo di tanto in tanto.

– Ah! je suis bien, bier, malheureu! Ah! sono molto, molto infelice!

Noi rispettavamo il suo dolore, commossi noi stessi della sua commozione.

– E i miei figli! i miei poveri figli, penseranno anche loro, che cosa penseranno del loro padre?… Ho avuto il tormento del suicidio, volevo uccidermi… Ma poi ho veduto tutto il male che si sarebbe detto alla mia morte. Quante calunnie, quanti drammi si sarebbero immaginati! Ho avuto dei brividi. Il mio passaggio all’altra vita sarebbe stato considerato della vigliaccheria e della colpevolezza… Ecco perchè sono vivo e il mio nome è ancora sballottato dalla opinione pubblica. Il giorno che mi sono lasciato invitare alla prima soirée, dove l’ho incontrata dovevo rompermi le gambe. Ho lettere per provare che io, anche prima della truce tragedia, volevo mettere fine all’avventura di pochi mesi, ma il mio carattere pieghevole si è sempre lasciato indurre agli indugi…

– Rivelate!

– Rivelare! Si fa presto a dirlo. Un gentiluomo non mette mica in pubblico le confidenze di una donna, anche se ha modo di affiggerla nelle sue mistificazioni… Rientravo nel mio castello deciso a romperla… ma poi… Voi sapete che Alfredo di Musset non ha saputo romperla neanche dopo che aveva veduto la Sand nelle braccia del dottor Pagello… Uscito dal delirio, aveva paura di avere sognato, di avere veduto durante il febbrone… Siamo gli eterni fanciulloni… Non si crede mai… Non si crede neanche ai nostri occhi. La donna ci può far ingoiare frottole grosse come le balene… Non è che lontano da lei che siamo ripresi dai dubbi, dai sospetti, dalla vergogna di lasciarci turlupinare in un modo indegno. La si rivede e si ricade, e si soffocano i pensieri neri sotto i baci che ci lasciano credere un’altra volta di essere i soli idolatrati… Siamo gli eterni fanciulloni della vita!

– La ragione è che noi uomini siamo migliori delle donne. Tutte le volte che le trovo nelle tresche, negli adulterii, nei processi registro l’ingrata, la fintona, la vipera, la belva che passa sulle vittime leccandosi le labbra sporche del loro sangue per ricominciare la commedia. Non voglio discendere, saliamo. La Rattazzi, che ha molti punti di contatto con la Steinheil, a diciassette anni, puritana com’era, schiaffeggiava la madre, sposava più tardi un uomo, come la Steinheil, solo per aver modo di entrare nel mondo dei piaceri, e come la Steinheil si lasciava subito corteggiare da un blasonato ricco che moriva lasciandola erede di una cospicua fortuna. Intelligente come la Steinheil e come lei cantante e suonatrice di piano e pittrice non comune è uscita da un adulterio per entrare in un’altro, sposando un marito dopo l’altro, senza aprire mai gli occhi a uno di loro. Divenuta la signora di Urbano Rattazzi, dopo essere stata di Vittorio Emanuele, non ha avuto più ritegni. È diventata l’amante di Giuseppe Luciani, nel periodo in cui l’arrivista faceva ammazzare Raffaele Sonzogno ed è apparsa a un ballo, in un salotto napoletano, vestita direi quasi delle sue perle. La sua superiorità è stata nell’audacia, e la differenza che passa tra lei e la Steinheil è che la Rattazzi non ha avuto misteri intorno ai suoi amorazzi. Tanto è vero ch’ella ha soccorso Luciani galeotto, pubblicamente, con un mensile, che è durato fino alla sua morte. Il ricordo dei suoi abbracci è stata l’unica fedeltà della di lei vita. Voi avete citato Napoleone I. Ricordatevi degli adulterii di Giuseppina. Ricordiamoci degli adulterii dell’imperatrice Eugenia, della moglie di Balzac! Si può essere grandi e intellettuali come lui senza essere risparmiati dall’adulterio! Ah! ah! Per i suoi adulterii lo ha lasciato morire solo, fra le mani di un domestico e di una domestica, i soli che abbiano pianto al capezzale del più illustre romanziere della Francia imperiale. La donna! La donna è uguale in tutte le classi, in tutte le nazioni. La moglie di Heine, raccolta tra il servidorame, ha ringraziato il poeta con adulterii e crudeltà inaudite. Non mi fate parlare. La Sand stessa, come donna, non è stata che una vulva. Se discendessi di qualche gradino vi farei spaventare. E voi, o signore, con la conoscenza di Margherita Steinheil, non avete più nulla da imparare.

– Io sono stato vittima di Margherita Gauthier: ho creduto e vissuto delle sue lagrime.

– E voi avete creduto e vissuto delle lagrime di Alessandro Dumas, figlio. Non è che l’uomo che possa far penetrare l’emozione del pianto nel lettore. La donna non è geniale che nel peccato. Abbiamo udito uomini raccomandare le loro mogli dal patibolo, mai una donna che si sia ricordata del proprio marito.

– Tranne Lucilla, dissi io sgomentato dalla furia demolitrice di Adolfo Bizet.

– Perchè non ha avuto tempo di vivere e di odiare il marito, rispose seccamente il detective. Tre anni più tardi Lucilla, se ne sarebbe infischiata della gloria di Desmoulins.

– Si direbbe che la donna è nella nostra vita come un mostro.

– Al contrario. Mia moglie è brutta ed è forse la ragione della sua fedeltà. Sono le altre che ho dovuto lavorare professionalmente che mi hanno dato il disgusto.

– Avete ragione, disse Borderel, uscendo come da un sogno, stropicciandosi gli occhi, avete ragione. Avessi avuto il bene di ascoltarvi prima, forse… Dico forse… Noi siamo troppo fragili. La Steinheil sarà l’ultimo mio crepacuore e l’ultima mia sventura? Chi può dirlo? Domani ne trovate un’altra e non vi ricordate più della prima.

Lui, come è sui giornali che hanno paura di nominarlo o che non vogliono addolorarlo, si mise a parlare della bella Meg, la charmeuse d’hommes, e a raccontarci come l’ha conosciuta. Come al solito andava spesso a Parigi a trovare i suoi ragazzi in collegio. L’otto marzo dell’anno scorso si è incontrato col direttore di una grande amministrazione dello Stato, il signor Buisson.

– Tu verrai questa sera alla soirée in casa mia.

– Parto col treno delle 9.

– Non voglio scuse!

Breve. Vi sono andato. Fra la folla delle signore c’era la Steinheil in una splendida toilette di mussolina magenta, con trine di un rosso fuoco che davano risalto all’altro colore. Col busto alla Raffaella, mi ha dato la immagine di un amazzone che cavalcasse la bestia giovane a schiena nuda. Collo nudo, braccia nude, capelli di una finezza biondastra che perdevano profumi inebrianti. Alta, occhi illustrati dalla gioia di vivere… Parlava con voce molle, lasciandomi vedere tutto il sensualismo della sua bocca infuocata. Ne rimasi turbato… Mi sembrava di averla già veduta, già abbracciata, già baciata. La sua bellezza e le sue grazie mi hanno sedotto in un attimo. Ci siamo veduti… Ho pranzato all’impasse Ronsin… Un mese dopo siamo andati insieme a Bellevue, alla villa del Vert-Logis… ed è là che sono divenuto il suo amante…. o almeno che ho creduto di divenirlo… È stata la mia follia…. Tutto mi piaceva. La sua ingenuità mi esaltava… Ho udito i gorgheggi della Patti… Ho applaudito la Melba… Il canto della Steinheil mi affascinava, mi cullava il cuore e il pensiero… Io pendevo dalle di lei labbra. Che canto delizioso! La sua conversazione mi faceva tacere come il suo canto. È intraducibile. La si sente, non la si riproduce. Ritornavo nel mio castello e mi trovavo a disagio nella solitudine.

Non mi piaceva più nulla in casa. Mangiavo male, dormivo male, bevevo male. La campagna, i contadini i miei affari non mi interessavano più…. Ogni tre o quattro giorni ero obbligato ad andare lassù, a Bellevue, alla villa del Vert-Logis, dove eravamo serviti da Marietta Wolf, una brava donna affezionata, di una prudenza introvabile…. Madama Steinheil al Vert-Logis era chiamata da tutti la signora Prévost. Coloro che passavano alla villa, macellai, droghieri, pollivendoli, domandavano della signora Prévost. Un giorno, mi è venuta la curiosità di sapere perchè a Bellevue era conosciuta sotto un altro nome. Ella fu di una amabilità indicibile. La villa era stata presa in affitto per suo conto dalla sua amica, madama Prèvost. La spiegazione mi è bastata. Solo da quel giorno ho detto alla Steinheil che io non volevo obblighi con la signora Prèvost e che da quel momento la villa sarebbe stata affar mio. E lei ha convenuto che l’affitto non poteva essere d’altri.

– Così che voi lo pagavate alla Marietta.

– Nossignore: lo pagavo a lei stessa o meglio, le passavo del denaro. Il primo mese di residenza è stato un idillio. Le interruzioni – lei per andare a Parigi, io per andare al mio castello di Balaives – erano dolorose. E strada facendo ci scrivevamo promettendoci di riunirci subito. Nella intimità ella mi chiamava Maurizio o il mio Maurizio e io Margherita o semplicemente Meg. Tutte le volte che ci rivedevamo ella mi raccontava brani della sua vita che la elevavano. Era una vita vissuta e piena di abnegazione…. Povera Meg! Un giorno ella volle distruggere in me anche la parvenza del dubbio che fosse mai stata degli altri. Dietro lei non c’era uomo che potesse rimproverarle tanto così della sua esistenza di sposa.

– Voglio che tu non abbia dubbi, mi rispose Meg. So bene che ci sono male lingue che affermano che io ho avuto moltitudini d’amanti. È falso. Potrei smentirli se i calunniatori non fossero avvolti nell’ombra. Te lo giuro sul mio onore. Io non ho mai avuto amanti. Non ne ho avuto che uno, non ho amato che un uomo, te.

Io aveva tuttavia un nome sulle labbra, un nome che la cronaca scandalosa aveva pronunciato migliaia di volte. E quel nome lo pronunciai: Felix Faure.

Meg divenne bianca come quel tovagliuolo, – additando quello lasciato sul bacile d’argento di Bizet e il suo occhio ebbe gli ori illuminati di collera.

– Felix Faure! rispose dopo avere ripreso il colore. È un’infamia aggiunta a tante altre. Sì, lo so, si è preteso che io sia stata la sua amante. È falso. Si è pure detto che io ero all’Eliseo nell’ora della sua morte. È falso. In quell’ora io era coricata nel mio letto, ammalata da parecchi giorni. Potrei, se tu lo volessi, dartene la prova dei certificati del dottor Courtois Suffit. No, no, io non ho avuto che te, non amo che te. Ci fu una scena di sospiri, di lucciconi, di baci. Con la mia mano nella sua Meg aggiunse parole, che mi tornarono sempre alla memoria, specialmente dopo il delitto.

– Quanto a mio marito, mi diceva, lo esecro, lo detesto…. Ho due odii nella mia vita: lui e mia madre, che mi ha forzata a sposarlo.

Alcuni giorni dopo è stata più tragica mi ha detto:

– Ecco, senti: Mio marito conduce una vita infame. Io ne domanderò il divorzio e tu mi sposerai. Partirò per laggiù, con te, e vivrò nel tuo castello di Ardenne… Ah, là noi vivremo felici, nella solitudine di selvaggia, fuori dalle angustie, senza paura della calunnia. Solo il pensiero m’inebria…..

Ho avuto tutte le pene per dissuaderla del progetto e farle capire che il padre di tre figli, e di una figlia di tredici anni, non poteva sposarla che fra molti anni, vale a dire quando la femmina sarebbe stata maritata e i maschi avrebbero avuto una posizione indipendente. Ella persisteva, ma alla fine ha dovuto convincersi che il suo era un sogno. Continuammo la nostra relazione come prima per molti giorni. In seguito i miei interessi mi obbligarono a restituirmi al castello, dove ho subìto una specie di reazione. Fuori della atmosfera ho molte coserelle che a Parigi non avevo vedute. Ho avuto momenti di vergogna…. vergogna di me stesso. Mi pareva impossibile di essere stato imbecille fino a quel punto.

– Diciamo tutti così.

– È vero. Tutta la canutaglia, tutto il lusso, tutto lo sfolgorio delle soirées brillanti alla villa dell’impasse Ronsin, studiato nel mio castello perdevano, si appannavano, si scolorivano… e tuttavia alle soirées dell’impasse Ronsin, credetelo, vi andava l’élite della società parigina. Le celebrità del Parlamento, della magistratura, del foro, della Banca, delle arti, della letteratura. C’erano molte signore rispettabili…. Pure mi sovvenivo di certe scene, troppo intime, intravvedute nell’ombra dello studio del marito, allo scioglimento di quelle feste, il cui lascia fare dapprima mi aveva meravigliato e poi insospettito. E a quei ricordi la mia vecchia anima di gentiluomo campagnuolo riprendeva sovente il suo impero. Avevo capito che il mondo in cui mi ero ingolfato non era fatto per me e che non avevo nè il cuore nè l’intelligenza temprati per acclimatarmi in quell’atmosfera senza rivolte…. E ne decisi la rottura.

L’ultima volta che sono stato alla villa degli Steinheil è stata la sera del 14 marzo del 1908. Vi si dava un gran pranzo. Ai fianchi di madama sedevano un alto personaggio politico e un alto personaggio militare. E così non ho potuto allora spiegare le ragioni per cui non avrei potuto frequentare la di lei villa così frequente come prima. Rimandai le spiegazioni a un momento più opportuno e presi il treno per le Ardenne. Meg continuava a telefonarmi da Parigi. Ella pareva inquieta di non vedermi e io facevo del mio meglio per rassicurarla. Nella mattina di sabato, 30 maggio 1908, mi ha telefonato di nuovo. La comunicazione non lavorava bene. Mi è stato impossibile di tenere una conversazione. Alla fine ho udito Meg, al tubo di casa Steinheil, che mi diceva con voce gaia e scoppio di risa:

– Via, sono tranquilla lo stesso…. Ho udita la tua voce…. E questo per mè è tutto.

Ella appese l’ordigno auricolare.

Ripeto che tutto questo è avvenuto alla mattina del sabato, 30 maggio.

All’indomani, primo giugno, è venuto il fattore a portarmi una lettera del conte d’Arlon, vecchio amico di casa Steinheil.

Parigi, 31, maggio.

Caro signore,

Sventura spaventosa nella serata di ieri, Impasse Ronsin. La signora Japy e il signor Steinheil sono stati trovati assassinati nelle loro stanze.

La nostra povera Meg, risparmiata dagli assassini, ma lei pure ferita, è di un coraggio ammirevole.

Tutto vostro.

D’Arlon.

Giudicate del mio stupore. Partii all’istante per Parigi, dove seppi dalla bocca della stessa Steinheil i particolari del dramma. Nella stessa sera, a Parigi, andai a far visita a uno dei miei amici a letto ammalato e gli raccontai del delitto.

Egli ha avuto un trasalimento.

– Disgraziata! gridò il mio amico.

– Disgraziata! risposi, disgraziata! mai io avrei potuto credere….

– Come, signore, fino da quel momento, vi è balenato….

– Sì, o signori, dalle prime parole di Meg è nato in me un terribile sospetto. Il seguito della sua narrazione me lo ha confermato aggravandolo…. aggravandolo, signori. Da quel momento ho intravveduto la verità… Ho veduto, ho fiutato… ho sentito il dramma. Dio mio quale spavento!

Pazzo di terrore ritornai da Margherita e con la voce che sentiva dei miei nervi gli ho detto:

– Margherita, la vostra versione sugli assassini di vostra madre e di vostro marito è sospetta nell’opinione pubblica. Certo io, non voglio farvi ingiuria di accusarvi. Ma voi, lo sapete, altre persone non hanno esitato di farlo e di farlo pubblicamente. Ebbene voi dovete giustificarvi. Voi dovete distruggere ogni sospetto. Da questo momento io non posso più venire da voi. È indispensabile che voi rinunciate a vedermi fino a quando la verità intera sarà conosciuta e gli assassini saranno scoperti. Addio Meg. Possa la verità trionfare presto.

All’indomani rientrai nel mio castello e da allora io non l’ho più riveduta. Non le ho mai scritto, non le ho più fatto sapere notizie. Solo settimane sono le ho mandato un amico a farle ripetere le parole che le ho detto l’ultima volta. Ecco tutto. Dai giornali ha poi saputo quello che la Steinheil ha fatto per scoprire gli assassini e purificarsi ai miei occhi. La confessione della famosa notte mi ha ricacciato nel dolore. Ella ha fatto il mio nome. E il mio nome sarà fra poco anche nei giornali che volevano evitarmi una pena maggiore. Ohimè, compiangetemi, io sono proprio sventurato…. sventurato!…

Ci siamo alzati, siamo usciti sulla ghiaia di un superbo sentiero che andava al castello alto con due torri, con finestre ogivali nei blocchi di granito anneriti dal tempo, al palazzo dove abita il castellano, accettando l’invito di fumare un trabucos del suo portasigari di tasca. Bizet ha rotto il silenzio riprendendo la Steinheil per conversazione.

– Ho dovuto, diceva lui, modificare più di una volta il mio giudizio, ma la prima impressione è rimasta in me inalterabile.

– Cioè?

– Che la Steinheil non ha avuto complici.

– Bisognerebbe supporre in lei tale forza e tale delinquenza… Pensate che la madre non pesava meno di un quintale e che il marito era calcato anche lui… Non si trattava mica di due pulcini.

– Lo credo, Ma io ricordo anche che la Marietta ha raccontato che in certi giorni trascinava mobili pesantissimi da una stanza all’altra, spingendoli con le spalle come un facchino, rovesciandoli o tenendoli in bilico, come se fossero stati di cartone. Come vi spiegate che volta e rivolta, fruga e rifruga, consulta e riconsulta, interroga un testimonio dopo l’altra non si è mai trovato un piede, una mano, una testa, qualcosa che potesse essere indiziato o sospettato?

– E come credete che abbia potuto strangolarli?

– In un modo semplice. Notate che di questo parere è pure il giudice André. Per spiegarmi la tranquillità con cui le vittime si sono lasciate strangolare non c’è da pensare che a un narcotico, a un potente narcotico che assopisca e addormenti senza lasciare traccia di sè. Narcotizzati ha cinto loro i colli con la funicella e col nodo fatto, stringendo, ha impedito loro di risvegliarsi. Ecco perchè cercheremo inutilmente un complice. I loro corpi sono stati trovati dal dottor Courtois Suffit senza la minima escoriazione, tranne quelle che esistevano prima del delitto. E lui che è stato trovato al margine del gabinetto da bagno, in camicia, con la schiena sulle ginocchia piegate, senza ammaccature, che cosa vuol dire? Che l’assassino o l’assassina ha potuto fare le cose senza paura, senza fretta e adagiarlo con grazia o come voleva per far credere alla presenza dei cambrioleurs. Noi non possiamo sapere chi dei due abbia subita la strangolazione prima dell’altro, ma sappiamo che anche la Japy è stata accomodata in letto da persone che non avevano furia, che si sentivano in casa propria. Siccome siamo sempre nelle supposizioni, come in tutti i drammi senza confessione e senza testimoni, così io ho pure la convinzione che la prima a morire sia stata la Japy. Perchè? Perchè le si è trova nella gola la dentiera artificiale. L’assassina col narcotico non le ha dato tempo di avere la forza di togliersela come faceva tutte le sere. E ditemi un po’ signor Borderel, in che condizione l’avete trovata quando siete accorso a Parigi?

– Mi pare di averlo già detto: In uno stato da far compassione. Sono andato al suo letto col conte d’Arlon. Non si parlava, perchè il medico aveva imposto alla paziente il silenzio. Non abbiamo bisbigliato che due o tre parole commosse per la pietà che provavamo. Il suo stato era davvero allarmante. Così allarmante che a me non è neanche venuto il dubbio ch’ella potesse aver parte nella tragedia.

– Non le avete più scritto?

– Mai, lo giuro!

– So però che le avete inviato del denaro.

Borderel rimase un po’ sorpreso.

– Chi ve le ha detto?

– Permettete che il detective si nasconda dietro il segreto professionale.

Borderel fece un inchino.

– Per essere completamente sincero vi devo confessare che a un dato momento io ho mandato un mio amico da lei con una busta di biglietti di banca.

– Il signor Lefort, suppongo. Siccome ho saputo da tutti che voi pagavate le spese, eccetera, eccetera, del Vert-Logis, avrete conosciuto anche quella buona lana di madama Prèvost, avvolta anch’essa, come il delitto del passaggio Ronsin, in un mistero impenetrabile.

– Ella ha detto al giudice istruttore che era rimasta intima della Steinheil fino al marzo 1907. Dopo la donna che deve sapere molti segreti della bella Meg, ha soggiunto:

– Ho rotto ogni relazione con lei per le sue menzogne ripetute. Ci sono voluti anni per vederla al di là della maschera. Finalmente la conosco e basta.

– Sì, ma il giudice, diss’io, le ha messo una pulce nell’orecchio, quando le ha domandato se non era stata più mai al passaggio Ronsin.

– Mai.

– Cosa? le ha replicato il giudice.

– Prima del delitto, volevo dire.

– Voi vi siete andata nelle prime ore del mattino del 31 maggio 1908.

– A ogni modo, mi rispose Bizet, è anche lei una figura losca. È la lenona dell’ambiente del delitto. Ella prestava il nome che permetteva alla Steinheil di lavorare truccata. Chi vi andava, andava in casa di Madama Prèvost. Protetta dal nome di colei che faceva il lenonismo la Steinheil ha trafficato per parecchi anni con quelli che trovava per le strade, alle stazioni, nei salotti, ai bagni, alle corse, sui campi delle riviste militari, dovunque, dappertutto. Come spiegarci la di lei presenza continua in casa e alle soirées del ricchissimo e potentissimo signor Buisson, il quale aveva permesso al figlio di fidanzarsi con la Marta degli Steinheil, se non pensando alla persona che rappresentava in un luogo la moglie virtuosa e in un altro la mondana arrivata al chic della prostituzione, all’impunità della donna che si vende senza essere sospettata dalla squadra dei buoni costumi, alla tramutazione di se stessa in una signora pazza d’amore, in una vergine che perde tutto in un risveglio passionale, in una odalisca che non mercanteggia il suo corpo e lascia alla buona Marietta di aggiustare i conti col cliente? Lo stesso Borderel è caduto dove sono caduti molti prima di lui, solo perchè ha avuto l’illusione di avere scovata la perla delle donne… resa infelice dal salito marito crudele…

– Spero che non avrete compianti per il pederasta…

– Orrore! la moralità del pittore non è in discussione, ma quando l’accusatrice si chiama Steinheil, bisogna avere dei dubbi. Quella donna è capace di tutto, finì col dire lentamente Bizet. Capace di appendere il marito al gancio dell’ignominia pubblica per giustificare la sua depravazione, capace di strangolare la madre per togliersi dai piedi una persona noiosa o importuna o per impadronirsi di una eredità che si faceva aspettare… Ah le Stenheil! le Steinheil sono la rovina della terza Repubblica… perchè smagano, perchè sgretolano, perchè calpestano, perchè rovinano, perchè passano dagli ambienti come folate di perversioni, come abissi, di vizii e di ipocrisie, perchè impediscano che si ritorni alla vita solerta, alla vita di vincere colle proprie forze, alla vita della solidarietà umana. Con loro non c’è che il delirio, la febbre dei sensi, la gozzoviglia sbrigliata da ogni legame speciale… Gli uomini che vivono per una donna, per amare una donna, per sedurre una donna, per portare in giro una donna… Ecco la società che producono le Steinheil. Al boia! al boia!

– Bizet! diss’io interrompendolo…

– Bizet non c’entra. Il detective è un altr’uomo… Egli fa il suo mestiere con la imperturbabilità che tutti mi riconoscono. Ma c’è un momento in cui io esco dalla pelle del professionista per manifestare la mia approvazione o la mia disapprovazione. Diavolo! L’agente della polizia privata non ha cessato di avere i proprii gusti e i propri disgusti. Come professionista, come uomo d’affari conservo i capelli della signora Steinheil, come Adolfo Bizet li butterei nel water closet.

È comparso il lacchè ad avvertirci che eravamo attesi nella sala della colazione.

Borderel si alzò stringendo la mano a Bizet e dicendogli che noi uomini siamo tutti identici nel giudicare le persone che non ci interessano che da un punto di vista sociale…

– Ma quando ci troviamo nella zona dei fascini, delle seduzioni, dei rapimenti, delle ubbriacature abbiamo un altro modo di considerare la donna… Divenniamo degli Armandi, dei Muffat, dei Musset, dei Brieux, dei Borderel, se vi piace, che piangono, che sognano, che spasimano, che darebbero il loro sangue per la fedeltà della donna idolatrata.

– Anche questo è vero, rispose con voce lugubre Bizet.

– La vita degli uomini e delle donne non ha strade fisse per essere morali o immorali, buoni o cattivi. Si va via per la strada retta per un mese, per un anno, per dieci anni e poi si devia, e poi non c’è più condotta, e poi non c’è più passato che ci sostenga e poi non ci sono più ritegni, più centri inibitori. Si va via come cavalle giovani che hanno perduta la sensibilità del morso. Ci si getta nei turbini delle passioni senza badare o pensare ai pericoli o alle catastrofi. Vediamo bene tutti che il mondo è pieno di donne più belle, più plastiche, più intellettuali, più graziose, più simpatiche di quelle che possediamo e tuttavia ci stronchiamo l’esistenza fisica o morale, commettiamo delitti, andiamo in galera per quella tale che tutti dichiariamo indegna del nostro amore.

– La vostra indignazione, Bizet, non è scientifica, diss’io mettendomi in bocca degli asparagi spruzzati di limone saporitissimi. Se volete essere del vostro tempo bisogna prendere la gente come è, non come dovrebbe essere. Se non può essere migliore, come vorrebbero i predicatori, vuol dire che sono i predicatori che hanno torto. Non le pare signor Borderel? Asparagi eccellenti! dissi, frammettendo la mia delizia culinaria nella discussione.

– E allora, cari miei, non c’è più linea di demarcazione. Quand’è che io sono giusto, buono, esemplare? E quand’è che sono scellerato, iniquio, perverso?

– Sono cose che non esistono. Sono tutti aggettivi sostantivati dai moralisti e da coloro che si foggiano un mondo che è nei loro desiderii, dagli ammalati che sognano la perfezione degli individui, che sanno classificare i vizii e le virtù, senza capire che il più delle volte le une sono più terribili degli altri. Credetelo, Bizet. La storia dell’uomo non è ancora stata scritta. Anche i Balzac e i Zola che io ho venerato e venero hanno messo troppo di loro nei loro lavori per riuscire gli storici della vita del loro tempo. Il romanziere integrale non è ancora nato.

– Se ci siete voi! mi disse Bizet con l’ironia nella voce.

– Chi sa! ripresi senza irritazione. Chi sa! sono ancora giovine e carico di vita vissuta. Precipitandovi sui costumi del vostro tempo voi siete un violento che date ragione a coloro che vogliono rovesciare la Repubblica per ridare alla Francia la monarchia. Accettate la volontà della maggioranza, vale a dire quella di tutti, quella che non ha ancora diffidenti che fra gli ammalati e gli utopisti e non vi sentirete a disagio. Certo avete ragione di lamentarvi che le leggi sulla vita non siano in armonia con la vita che si vive.

– Ecco la mia collera! ecco la collera di mia moglie! Siate come volete, ma non fateci circolare nell’atmosfera della ipocrisia!

– Abbiate pazienza! – Questi contrasti, questi urti, e questi disaccordi e queste discrepanze fra leggi fracide e gente nuova, scompariranno non appena sarà nostra la coscienza dell’elettore.

Il signor Borderel si asciugava le labbra con il tovagliuolo candido e floscio con un sorriso che gli dava un’altra fisonomia.

– Coscienza dell’elettore! Caro Baragiola, voi siete nelle nubi. Riprovo il vostro linguaggio. Mi sembrate un mistico.

– Può darsi, quando si parla figurativamente. La mia coscienza è un simbolo. Cito fatti. Adesso siamo in rivolta contro l’ordine sociale a chiacchiere. Siamo infedeli e lasciamo che imperi su noi il matrimonio.

– E sapete perchè? Ve lo ha detto mia moglie, perchè in esso c’è bontà, c’è poesia, c’è solidarietà, c’e intimità, c’è continuazione di vita, c’è assimilazione di affetti, c’è accomulazione di resistenza, c’è fusione di idee. Mia moglie non vuole il matrimonio con la porta aperta neanche per gli errori di persona e io voglio il divorzio per i graziati che scontano con la catena delitti che non hanno commessi. Ma l’unione matrimoniale fatta d’amore, di tenerezze, di armonie mentali, di fedeltà coniugali è la più bella creazione degli uomini.

Borderel acconsentiva inchinando più di una volta la testa.

– Forse Bizet ha ragione, diss’egli toccando il suo calice con i nostri colmi di champagne, forse voi avete ragione.

– Lo credo. Nel matrimonio siamo migliori… se non ci sono le Steinheil.

– Mi dispiace tradire uno dei vostri segreti, Bizet. Ma voi mi avete detto che il vostro armadio di ferro è pieno di documenti matrimoniali che permetterebbero di fare la storia della famiglia della Terza Repubblica. Famiglie di cani e gatti, di mariti e di mogli…

– Le famiglie dei miei casellarii sono famiglie di criminali, Possono dare il la criminoso, il la delle famiglie turbate dai temperamenti contrarii, il la dei mariti e delle mogli che possono convivere insieme a furia di adulterii e di tradimenti, ma non vi possono dare il la delle famiglie sane di elezione, con l’uomo e la donna che partecipino agli avvenimenti della loro esistenza, con le stesse trepidazioni, con le stesse gioie, con gli stessi dolori. E quante famiglie che non fanno chiasso, che passano inosservate, che nessuno studia sono la maggioranza, la grande maggioranza, la quasi totalità della nazione.

– Questa è la verità vera, aggiunse Borderel guardando l’orologio, e premendo il bottoncino sotto il margine del tavolo.

– Il caffè coi liquori e fate attaccare disse al cameriere, almeno se i signori, aggiunse con le braccia allargate a un leggero inchino, non desiderano di farmi l’onore di rimanere a pranzo.

– Grazie del pensiero, rispose Bizet con la voce che strisciava e con un tenuo sorriso che racchiudeva un ringraziamento. Magari! Baragiola deve essere in Parigi stasera per ripartire domattina per Bethune. Egli deve assistere a una operazione…

– Che farà cadere quattro teste! concludeva per dire il signor Borderel. Tanta civiltà accumulata in un secolo per trovarci con la ghigliottina come ai tempi di Sanson!

– La colpa è dei signori delinquenti, rispose Bizet, preparandosi un grosso sigaro. La civiltà li ha lasciati intatti. Peggio, li ha peggiorati, li ha resi più perversi, più iniqui.

– E voi credete che Deibler sia più potente… Ingenuo! aggiunse Borderel, alzandosi in piedi e accendendo signorilmente una sigaretta. Ne parleremo un altra volta…

– E rimarremo ciascuno della nostra opinione. Signor Borderel; le nostre più sentite grazie per l’onore che ci avete fatto.

I cavalli erano cambiati. La berlina armonizzava con l’ambiente. Il panno era fresco, morbido, verde, più verde del fogliame che ci circondava. Adagiati vi si stava come in una poltrona soffice. Il fantino era tutto in bianco, con gale colorate alla spalla sinistra che l’aria della corsa agitava come per colorirlo. I cavalli sulla discesa vertiginosa non davano alcuna scossa.

– Caro Bizet, l’automobile corre e dà le forti emozioni di essere scaraventati a qualche metro di distanza lungo la corsa, ma la poesia dei cavalli e la sicurezza di questa berlina non le danno altri veicoli.

– La poesia dei nostri tempi è che il tempo è denaro.

Non abbiamo avuto il tempo di annoiarci. I fremiti del treno internazionale delle tre pom. erano nell’aria. Si udiva l’ansamento della macchina.

– Chi parte per Parigi!

Non ci fu che la sosta di schiudere e di rinchiudere gli sportelli. Bagagli, posta, viaggiatori siamo entrati tutti nello stesso attimo in cui la banderuola è stata agitata per la partenza sfrenata. Un po’ più di velocità, e saremmo rimasti tutti asfissiati.

– È però sempre un gentiluomo di campagna, mi disse Bizet. Egli manca di brio, ha poca facilità di comunicazione, è pauroso di dire qualche corbelleria… Con tutta la sua rendita non cambierei con lui. La vita mi diventerebbe di piombo. Fumate, fumiamo. Il signor Borderel, agricoltore è una buona pasta d’uomo, ma pesante… La sua moralità non è superiore a quella di Bel-Ami. Nessuno ama macchiargli il passato di gentiluomo, di uomo corretto, corretto fino al punto da non accettare l’ospitalità della amata che a condizione di pagarne l’affitto… Ma un galantuomo o un uomo onesto non siede alla tavola di un marito del quale gode la moglie… anche se è lui che fornisce i mezzi del pranzo. Diavolo, in quell’atto è un’insidia che nel mio dizionario dei sinonismi non ha che brutte parole. Non si è galantuomini e gentiluomini solo quando si paga, diacine!

– Egli ha messo in pratica la teoria di Walpole, aggiunsi, dopo una pausa, prendendo Bizet per il braccio e spingendolo amichevolmente verso il wagon-restaurant, dove si dimentica di viaggiare e si beve un whisky che non si trova neanche al castello di Borderel. La moralità dei cittadini e delle cittadine, amico mio, è tutta nel prezzo. C’è chi si vende bene e chi si vende male, chi sa fare i proprii affari con giudizio e chi senza giudizio. Ma le sproporzioni delle somme non distruggono la verità sociale di Walpole: l’onestà di chi si vende e di chi compera è tutta nel prezzo.

– Più ci allontanavamo dal teatro della guerra e più Bizet si diceva lieto. Dappertutto aveva ricordi. Laggiù, a Strasburgo, come mi diceva lui, aveva espiato i suoi peccati. Gli era toccato di penetrarvi durante l’assedio per consegnare un ordine segreto al generale Uhrig, il quale aveva rifiutato tutte le vie di una resa al generale Werder che lo aveva assediato con 241 cannoni. Piuttosto che consegnarsi al nemico egli voleva seppellirsi con gli 85.000 abitanti sotto le rovine del bombardamento.

– È stato un eroe, il vecchio Uhrig, ma un senza testa. Non si ha diritto di trascinare nel disastro una città senza consultarla, quando si è matematicamente sicuri che la resa dovrà avvenire più tardi, in condizioni più umilianti. La guerra è crudele, ma il bombardamento che colpisce giovini e vecchi, donne e bimbi è straziante. Il bombardamento degli assedianti è incominciato il 24 agosto, ma io non vi sono penetrato che il giorno dopo, quando il cannone smantellava la cattedrale e la gente cercava rifugi nei sotterranei, nelle cantine, nei luoghi più fondi o più appartati. Voi non saprete mai le torture dell’uomo in mezzo alle stragi, impotente a soccorrere la povera gente che piange e supplica e implora il vostro aiuto. In tre giorni i prussiani ci hanno lanciato dai loro ridotti non meno di 200 mila colpi d’artiglieria senza contare un numero su per giù identico di proiettili. Il pomeriggio in cui il generale Uhrig si è deciso a issare sulla città bastionata la bandiera bianca mi sono sentito sollevato da un grande peso. Mi pareva di essere un po’ responsabile di quello che avveniva. Ma non avevo finito di tribolare. Dopo tante rovine ho dovuto assistere alla speculazione che urta tutti i nostri sentimenti. Fatta l’entrata del nemico, usciti i prigionieri per la via della Germania, si sono veduti gli avvoltoi umani raccogliere le reliquie del bombardamento, vendere le scheggie delle granate, le medaglie patriottiche coniate con l’avvenimento e non permettere l’ingresso alla cattedrale che pagando un tallero.

– Parigi! a Parigi!

* * *

Sono in viaggio per Bethune, al nord della Francia, nel dipartimento di Calais, a due ore circa da Parigi. È la prima volta che mi trovo nel romanzo Steinheil senza Bizet e senza di lui mi pare di avere perduto la testa direttiva. Tuttavia non ne sono malcontento. Le sue idee sulla pena di morte sono rimaste quelle dei tempi del terrore. Sarò antiscientifico, ma la terribile macchina elettrica rimessa in servizio come giustiziera è un’involuzione sociale che inorridisce. Si vede che i popoli hanno delle fermate e dei ritorni. Dopo tanto discutere sulla delinquenza, dopo tante oscillazioni, dopo tante bufere oratorie per eliminare dal nostro ambiente il carnefice, il carnefice ritorna in mezzo alla Francia più rispettato di prima. Egli non è più un arnese vivo che disgusti o trasmetta i brividi. No, la gente la saluta, lo riverisce, lo contempla e gli batte le mani quando è in viaggio con la “vedova”, per metterla in funzione per la produzione dei capilavori. Tra un secolo e l’altro non c’è dunque che qualche modificazione. Ai tempi di Capeto, Sanson aveva i calzoni corti, portava calze bianche, calzava scarpine scollate e fibbiate, aveva in testa il tricorno e indossava la giubba alla francese e la lunette era un po’ più malfatta e un po’ più corta di quella che ora serve a Deibler a mietere le teste. La signora Bizet ha voluto munirmi ieri sera di una fiala di cognac, caso mai l’apparato di una esecuzione mi facesse venir male. Ma non ho bisogno del coraggio artificiale. Due esecuzioni in Inghilterra mi hanno dirò così reso insensibile. La soppressione della vita con la corda al collo è assolutamente più spaventosa di quella con la mozzatura del capo. Coloro che vi assistono sentono l’esecuzione capitale assai più che non il condannato. C’è lentezza, c’è il canto religioso che rincupisce per i corridoi della prigione. C’è la voce lugubre del ministro della chiesa, c’è la cadenza dei passi simultanei che fa circolare per il sangue un freddo che agghiaccia e c’è il carnefice coi suoi aiutanti, vicino alla vittima, che intetra i pensieri. L’esecuzione francese è più teatrale, più movimentata, più conscia dell’operazione chirurgica che compie in nome della Società, di quell’altra che pare vergognosa, che avviene fra le mura di un cortile, senza il pubblico. La corda sente troppo del criminale. È come un cappio che vi si getta allo svolto di un angolo per condurvi coi piedi sul trabocchetto che vi lascia precipitare per tre o quattro tratti di fune in una stanza sottoposta, a fianco della quale è una scaletta che permette ai medici e ai curiosi come me di vedere il corpo sussultare o trepidare nel vuoto. L’operazione legale inglese ha poi qualche volta l’inconveniente di scuoiare il collo e inorridire lo spettatore con il mostruoso spettacolo della trachea svestita, lungo la quale si potrebbero contare gli anelli cartilaginosi o di presentare una faccia tutta convulsionata dalla caduta, con l’osso nasale spostato, con le cavità facciali contratte, con le arcate orbitali sollevate, con una linea verticale dalla gobba frontale alla sinfisi del mento, come se ci fosse stato un tentativo di dimezzarla.

La ghigliottina è più audace, più spiccia, più conscia della sua forza. Non deturpa, non stinge, non mette sottosopra le quattordici ossa della faccia come la corda. Si direbbe che il condannato non subisce alterazioni. Una lama gli separa la testa dal collo, ma un ago da rigattiere ne può ricucire i pezzi e gli interessati possono rivederlo ancora tepido senza crispazioni, senza rughe, senza contorcimenti, senza sberleffi alle labbra. La testa di un impiccato ha l’aria di un mostro e di una figura capace di tutti i delitti. È irriconoscibile. La testa di un ghigliottinato conserva la tranquillità di un operato sotto l’azione del cloroformio. La superficie del viso non respinge. Con gli occhi chiusi pare un addormentato. Nessuno può mettere in dubbio la sua identità. Quando l’aiutante di Sanson, un maratista fanatico, non ha potuto trattenersi dal riacciuffare i capelli di Carlotta Corday per rifarla vedere al pubblico e punirla con uno schiaffo del misfatto di avere ucciso l’Amico del Popolo, la gente sulla piazza della Rivoluzione non ha avuto errori ottici nè incertezze. Ella era la stessa testa apparsa pochi minuti prima sul mantello rosso delle condannate al supplizio.

Il sole era già in alto e l’aria incominciava a divenire meno rigida. Nel mio vagone di seconda classe c’era ressa. La passerella era forse più affollata degli ambienti interni. Se ne discorreva. Nessuno aveva pietà per la Banda Poulet. Tutti erano preoccupati invece del posto. Temevano che qualche ordine li chiudesse fuori con uno steccato o che le esecuzioni con un ministro come il Briand, il quale riservava sempre delle sorprese, venissero ordinate nell’interno della carcere. Fra la moltitudine lungo la passerella c’era un giovine giornalista, il signor Dubois, inviato speciale, che a furia di prendere parte alle conversazioni era diventato una specie di conferenziere dei giustiziati. Ne parlava come se li avesse conosciuti e come se fosse stato con loro sul palcoscenico della decapitazione. Tozzo, faccia irregolare, capelli sbattuti da tutte le parti, bocca batracesca, sormontata da un naso rincagnato, occhi grigiastri, ravvivati da una pupilla che pareva una goccia d’inchiostro dilatata. La voce chiara che si prestava a tutte le piegature del suo pensiero, faceva dimenticare la sua bruttezza. Senza gesti. La sua parola non aveva bisogno di accompagnamenti. Gli usciva dalla bocca con le vibrazioni o i trasalimenti o con la melanconia o la passione o il rincrescimento che voleva darle. Io, per esempio, non saprò mai mettere la sua inflessione di voce sul déjà? dei condannati a morte. Egli è inimitabile. Vi si sentiva il dolore supremo, lo strazio immenso, la preparazione angosciosa a sottomettersi alla volontà della legge. Che! di già? ha detto la Corday alla vista del boia in camicia rossa che andava verso lei con le cesoie per reciderle la ricca capigliatura di un biondo cenerino. Quoi! déjà? – Come venite presto. Signore, diceva Maria Antonietta, vedendolo entrare da lei per la stessa operazione! Non potreste ritardare! Dubois, tra la sorpresa del carnefice e il capriccio di rimandare il taglio dei capelli ormai ingrigiati, sapeva far uscire dalla prima la donna terrorizzata e dal secondo la civetta che conserva fin all’ultimo i gusti della “infame” che aveva disgustato il mondo con i suoi piaceri e la sua depravazione. In un momento, continuava a dire il conferenziere, in cui si portavano al patibolo anche i condannati che si sottraevano al supplizio con il suicidio, il coraggio non era di tutti. La Du Barry, la cortigiana di Luigi XV, non voleva morire. I carnefici hanno dovuto portarla sull’impalcato. Desmoulins si disperava prima di giungervi. Lucilla, sua moglie, piangeva dirottamente. La paura di Roland è stata tale ch’egli ha pensato perfino a proteggere il cadavere. Gli si sono trovate in tasca queste parole: “Roland, rispettate i resti di un uomo virtuoso”. Al contrario sua moglie ha avuta l’audacia di Danton. Alla gente che domandava la sua testa mentre era avviata sulla charette, nell’abito bianco, coi capelli neri recisi alla nuca, ella rispondeva: prendetevela!

– Alla ghigliottina! – Ci vado, aggiungeva madama Roland con amarezza, ci vado, vi sarò fra qualche minuto, ma coloro che mi inviano non tarderanno a seguirmi. Io vi vado innocente, loro vi andranno insudiciati del sangue delle loro vittime.

L’ho abbandonato quando si è compiaciuto di descrivere gli ultimi momenti di Danton, ricordando un po’ del suo passato. Dubois è indubbiamente un giornalista abile, se scrive come parla, dicevo a me stesso, ma è uno storico che ha bevuto alle fonti impure o che interpreta gli avvenimenti per dare una mentalità agli uomini che non hanno. Li sfigura, li denigra, Danton in bocca sua avrebbe salvato Luigi XVI per un milione. Tanto varrebbe che si dicesse che farei saltare il treno sul quale viaggiamo se mi si desse un po’ di benessere. Eh via, signore! diss’io sempre mentalmente, al diavolo la vostra fantasia di ubbriacone.

A Bethune ho trovato tanta gente come avrei potuto trovarla a una fiera o in un luogo di pellegrinaggio. Le vie rigurgitavano. Osterie, caffè, trattorie pieni zeppi. Si va via a disagio. Le quattro operazioni chirurgiche hanno attirato più gente che una rappresentazione di una nuova tragedia del Rostand. Il male attrae più che il bene. Io sono riuscito a scovare un letto girando un po’ dappertutto. Con l’autorizzazione di Aristide Briand, il guardasigilli socialista degli ultimi tempi di Hervé, non ho trovato che funzionarii pronti a sberrettarsi e a farmi largo. La mia prima visita è stata al cellulare, dove cinque illustrazioni del delitto aspettavano da sessanta giorni di andare ai lavori forzati a vita o al patibolo. Meritino o non meritino la grazia mi pare che la vitaccia di avere avuta la mannaia sospesa sul proprio collo per due mesi dovrebbe essere considerata una espiazione di tutti i peccati…

– Peccati! mi diceva il capo guardia che mi conduceva alle loro celle, alle celle 24, 26, 28 e 30, aggiungendomi che il quinto non sarebbe stato ghigliottinato per la sua buaggine. È un degenerato senza coscienza del male che commette. Voi dite “peccati”. È un nome inadatto per riassumere i loro esecrati misfatti. Semplicemente qui nel nord estremo della Francia i loro nomi o il nome della banda Poulet fa venire la pelle d’oca. Hanno compiuto, a dir poco, secondo la loro stessa confessione, più di mille e cinquecento fra aggressioni e rapine, scassi e ladroneggi e invasioni di domicili, di giorno e di notte… Fortuna che la Camera dei deputati è riuscita, se no avremmo avuto il triste spettacolo di vederli sopravvivere ai loro reati.

Con il capo guardiano mi sentivo con la tradizione. Egli non vedeva che i delitti. Parlandomi delle loro azioni di sangue inorridiva come un ragazzo e faceva modacci come se non fosse mai stato in un ambiente carcerario. Per quale ragione questi cinque malviventi si sono associati per svaligiare e uccidere? Non è mica, soggiungeva l’alto funzionario delle guardie, perchè manchino del senso morale o perchè abbiano qualche crepa cranica, ma perchè per loro rubare o ammazzare era diventato un mestiere, un mezzo di guadagnarsi l’esistenza. Si potrebbero chiamare professionisti del male. Piantavano il coltello nel corpo di una persona, come io e voi lo possiamo piantare in un cappone cotto arrosto. Si servivano di qualunque strumento per accoppare la gente sorpresa di notte. Una volta hanno assassinato una famiglia composta di padre, madre e figlia a colpi di coperchio di caldaia che avevano trovato sui fornelli. I genitori erano vecchi e la figlia si era gettata in ginocchio a supplicarli di risparmiarle la vita. Abele e Augusto Pollet, due fratelli, due nemici del genere umano, hanno fracassato loro il cranio con una coperchiata ciascuno. L’indifferenza al delitto della banda era giunta a un punto da sbalordire i più inveterati delinquenti. Dopo i fattacci di sangue, sporchi come erano, andavano in cucina e si mettevano a tavola con quello che trovavano nelle cazzeruole e nei fiaschi o nelle bottiglie.

Il capo della banda è Abele Pollet, dalla faccia deliquentizzata dall’ambiente. Pulita, sbarbata e quindici giorni di aria libera e di cucina generosa la farebbero dire bella a molte donne. Durante l’aspettativa gli è cresciuta la barba intorno al mento e gli è andata su per le estremità zigomatiche fino a perdersi nei capelli neri come il catrame. Arcate sopracciliari di peli folti, mandibole grosse, testa voluminosa con capelli nerissimi tendenti ad arricciarsi, labbra di sensuale. Il fratello Augusto, nella cella in fondo, non può più vedere Abele dai giorni del processo. Andranno alla morte senza abbracciarsi. Augusto non sa persuadersi di non averlo fatto assolvere. Ha le palpebre sugli occhi come se la luce gli facesse male, barba con radature agli orli delle guance che lo rendono ancora più repulsivo. Deroo, uno dei compagni, veduto dall’occhio di bue nell’uscione, con il berretto in testa, sembra abbia subito una depressione violenta, tanto ha la fronte bassa. Sulla sua faccia è come uno sforzo perenne per tenersi in uno stato di concentrazione. Bocca irregolare, con baffetti castani, a uncini acuminati. Canuto sente troppo della carcere per essere descritto. Il viso è più gonfio che grasso. Come il Deroo ha il vuoto di separazione tra un baffo e l’altro, ma le punte di quest’ultimi sono capovolte. Hanno tutti la catena ai piedi per impedir loro di fare dei passi lunghi. Indossano l’abito dei condannati, vale a dire il costume a rigoni; sono al loro servizio dieci guardiani che si danno il cambio, senza abbandonarli un minuto, nè giorno nè notte.

Passano le ore cantando. A furia di cullarsi di speranza in speranza sono giunti alla persuasione che andranno alla Guiana francese a finire i giorni. Tutti l’hanno a morte con Abele Pollet, considerato dai complici l’organizzatore degli omicidii. Dicono che senza di lui nessuno di loro sarebbe nella cella dei suppliziandi. È lui, il brigante, che ha fatto tutto. Qualcuno di loro piange nei momenti di debolezza. Ma subito dopo si riempie di coraggio cantando la marsigliese: Aux armes, citoyens!

– Se voi non avete paura di un essere repulsivo vi contento subito, mi rispose gentilmente il capo cacciando il chiavone nella toppa e spalancandomi la cella segnata col numero 24.

– Buon giorno, signore, mi disse tendendomi la mano.

– Buon giorno, gli risposi stringendogliela.

– Vi lascio con lui e l’agente, soggiunse il capo guardando l’orologio. Fra dieci minuti verrò a riprendervi.

– Suppongo che siete stufo di aspettare il messaggio presidenziale.

– Se lo sono! mi rispose alzando le braccia per stiracchiarsi e sbadigliare sgangheratamente, come se avesse voluto smascellarsi. Immaginatevi che faccio questa vita da più di sessanta giorni. Impacciato ai piedi, legato al letto quando si va a dormire, con un guardiano alle costole dal giorno della condanna fin adesso, con tre seccatori per compagni di corridoio che hanno partecipato ai delitti, ma che avrebbero voluto che io li dichiarassi innocenti per vedermi solo in compagnia del carnefice. No, cari signori, se io ho organizzato, voialtri siete venuti con me e avete avuto tutte le volte la vostra parte di bottino. È dunque giusto che veniate con me. Abbiamo ucciso, è giusto che ci si uccida. Io sono sincero, sono côlto e son pronto a pagare. Mi rincresce di avere trascinato la mia compagna sulla via… Quella si è innocente, poveretta! Lo direi in faccia a centomila persone. Lasciatela uscire, è madre dei miei figli e pagatevi col mio sangue. Io solo sono colpevole.

Parlava come tra sè, con voce commossa, con gli occhi che mi parevano umidi. Forse mi ha creduto un magistrato o qualche pesce grosso della Repubblica.

Più tardi ho saputo ch’egli è sempre stato tenero per le donne del suo cuore. Ne ha amate molte e molte lo hanno ricambiato della stessa affezione. Se ha rubato e assassinato e se è divenuto implacabile con tutti per il denaro e la propria salvezza è stato più per loro che per lui.

Il capo guardiano mi ha tolto dalla posizione penosa. Me ne sono andato come lui per le scale. È un cellulare con i difetti e le nausee degli altri. Lungo i corridoi si sente la puzza pestilenziale di tutti i luoghi di penitenza. In quello della Steinheil c’è forse più pulizia, ma il sistema è identico. Per paura che il recluso o la reclusa fugga dai cannoni di terra latrineschi le autorità che torturano la gente agguantata dal codice eliminano il cesso. Porci! Celle anguste, oscurate dal cassone appeso alle finestre, biancheggiate dalle chiazze di calcina sbattute qua e là per le pareti con spavalderia dall’imbianchino che aspetta il processo o il trasloco, con un saccone impuntito, tenuto alla parete rovesciato da una spranga di ferro, con un pavimento di pietre sonore e lucidate ogni mattina dallo strofinaccio dell’inquilino. C’era molta gente. Quasi tutte le 190 celle erano occupate. Ma gli eroi erano sempre quelli della banda Pollet. Nessuno ambiva il loro posto, ma tutti ne ammiravano le gesta. Non sono buoni tutti di fare quello che hanno fatto loro, mi ha detto uno spazzino.

– Stupidaccio! gli ha gridato il capo guardia. Ti manderò in cella.

Ho visto troppi malviventi per interessarmi della popolazione che borseggia e svaligia e va per le case altrui come padrona o imbroglia il prossimo. Fra gli imbroglioni non prendo in considerazione che Teresa Humbert – la grande Thérèse, come è chiamata nel mondo dello scrocco – Lemoine, Fraschini e altri truffatori geniali. Sono delinquenti di lusso come i delinquenti di Sherlock Holmes. Senza di loro i tribunali non darebbero che la noia della ripetizione dello stesso reato. È più divertente un prete che abbia scroccata la somma alla beghina che credeva conquistarsi il paradiso o attrae più pubblico un falsario che sia riuscito a riscuotere uno chèque al portatore di tutta una caterva di ladruncoli che finisce la vita passando da una sentenza all’altra.

Anche i sanguinarii che non arrivano fino alla ghigliottina non possono destare grande interesse. Tolta la comparazione della ferocia con cui compiono le stragi umane non si ha che un tipo – un tipo in arretrato, non evoluto – rimasto analfabeta e insensibile ai dolori della vita. Sono in mezzo a noi come superstiti di un’epoca che non abbiamo conosciuta. Ammazzare come ammazzavano i Lacenaire e i Troppmann, pazienza. Arrischiavamo il collo per qualche cosa. Sapevano che la riuscita li conduceva a qualche agiatezza. Ma gettarsi sugli sconosciuti con qualunque arma che capiti loro alle mani, senza sapere a chi sopprimono la vita, senza sapere se il sangue che spargono valga la pena del misfatto è azione da pazzo. Eyraud che va alla ghigliottina dopo avere speso di più a disperdere il cadavere di quello che gli abbia data la strangolazione dell’usciere, non suscita che disgusto. La banda Pollet ha trucidato i vecchi e le vecchie come Eyraud. Aggredivano senza sapere se l’aggressione sarebbe stata feconda di quattrini. Evvia, mi diceva un liberato dal carcere che conosceva i Pollet dalla prima volta che vennero messi sotto chiave. La ghigliottina è una elevazione per loro. La legge dovrebbe avere strumenti più umilianti per gentaccia indegna del mestiere.

Lungo il pomeriggio non si gridava che viva Deibler! Chi non sapeva perchè egli si trovasse in Bethune avrebbe potuto crederlo un candidato politico o un eletto del popolo. Viva Deibler! Un tabaccaio ha avuto la genialità di sfruttare la popolarità del carnefice con la tagliapunte di sigari a lunette, tirata su e giù meccanicamente da un personaggio che gli assomigliava. Nella piazza dell’esecuzione Deibler è stato acclamato. Per salvarsi dalla gente che voleva toccargli le mani, vederlo in viso, avere l’onore di parlare con lui, il funzionario dei capilavori, ha dovuto saltare in brougham e farsi condurre dal vice prefetto a prendere gli ordini per il domani.

Al mio albergo durante il pranzo, ho dovuto ascoltare anche gli elogi di Abele Pollet. Ha avuto anche lui il suo lato cavalleresco. Forse sono ricordi d’appendice. Si dice che una notte, mentre stava per finire un vecchio a colpi di tizzonate sulla testa, gli abbia domandato dove teneva nascosto il denaro.

– Voi potete uccidermi, ma non ve lo dirò mai!

La risposta coraggiosa è piaciuta tanto al Pollet che ha buttato via l’attizzatoio.

– Tu meriti il mio perdono!

Un’altra volta saputo che le poche centinaia di lire che aveva trovate in un canterano, di due poveri vecchi erano le sole risorse della loro vecchiaia si è affrettato a restituirle di notte, facendole passare di sotto l’uscio, aggiungendovi qualche biglietto da cento del suo.

Al processo della banda del nord, composta di sessanta accusati, Abele era chiamato il Cartouche per le crudeltà e per qualche atto superiore alla sua classe. La sua moralità sessuale era pure sul banco degli accusati. Fra le dieci donne che l’avevano amato un po’ tutte, avevano partecipato alle sue stragi, facendo da stellone, da informatrici, da preparatrici; c’erano Giuliana, sua moglie, Luigia Mathoret, sua amante, e Cecilia, sua sorella. Tutte bellocce. Non si capiva come avessero potuto acconciarsi alle sue infedeltà. Forse erano tenute assieme dalla paura. Pollet, nei suoi momenti di collera, era una tigre, un orso bianco. Non si lasciava ammansare che dal sangue. Alle sette, quando pensavo al letto per essere in piedi prima dell’aurora, mi sono veduto davanti Bizet. Egli era giunto coll’ultimo treno per avvertirmi che Andrè, il giudice istruttore, era probabilmente sulla pista dei veri autori del delitto del passaggio Ronsin.

– Si è trovato un certo Tardivel, del sottosuolo, con una chiave nel baule che tutti vogliono far diventare quella mancata dal grembialone del servitore Couillard. Se fosse vero il mistero sarebbe svelato e il nostro romanzo documentale avrebbe bisogna di molti ritocchi. Ma io sono arrivato a bella posta, perchè non vi lasciate impressionare. Lo credo un trucco cucinato fra gli amanti della Steinheil o da qualcuno di loro. A ogni modo aspettiamo che si svolga l’avvenimento. Per noi, l’affare Steinheil, non avrà finale che con Deibler, se la Repubblica manterrà la legge uguale per i due sessi. Ah ci metterei del mio collo per andare in fondo al dramma! Sono così sicuro delle mie indagini che se sbagliassi smetterei di fare il mestiere. Se vi ho fatto venire qui è stato per allenarvi, come direbbe uno sportsman, alle esecuzioni. Mentre parlo ci sono nelle celle dei condannati a morte ventisei colli che aspettano il colpo di grazia. Mangio un boccone e filo in letto, perchè io non vado mai alle esecuzioni capitali che in una condizione fisica buona. È un momento in cui si ha bisogno dei proprii nervi. La discesa precipitata di una lama è una sola sospensione di fiato. Ma il principio e la fine sono due momenti terribili, più per coloro che vi assistono che per quelli che vi partecipano. Ho veduto cadere la testa di Ravachol, più mostro che uomo. Ho fatto di tutto per padroneggiarmi col tenermelo negli occhi con le ginocchia sullo stomaco del vecchio mendicante che aveva strangolato. Non ci sono riuscito. In quel momento il condannato non era per me che un uomo. Sicuro! Un uomo come lui che aveva meritato tutti i supplizi della immaginazione per le sue crudeltà e le sue carneficine mi ha fatto venire qualche cosa alla gola che mi soffocava. Voi volete dire che così dovrei mettermi fra gli abolizionisti. V’ingannate. Le mie indisposizioni non devono modificare o riformare la giustizia. Prima di andarvi avevo bevuto un caffè all’uovo. Fu peggio. Bisognava andarvi a digiuno, questo è il mio consiglio ed è il consiglio che vi darebbe anche Deibler. Lui e i suoi uomini vi vanno con un solo assenzio nello stomaco. Pensate. Ero a Monbrisson, in piedi dalle due del mattino per vedere il furgone dei cosidetti “legni della giustizia”, tirato da tre cavalli per la ripida strada che conduce nei dintorni del palazzo di giustizia e la prigione. Piantata la ghigliottina, io e il carnefice e il procuratore della Repubblica, signor Cabannes, siamo andati nella cella del condannato. Ravachol dormiva come un ghiro. Aveva letto fino alle dieci di sera, senza pensare che sarebbe stata la sua ultima notte.

– Coraggio! gli disse il direttore delle carceri svegliandolo.

Egli non si era neanche svestito. Si è messo sentone, ha guardato in faccia a coloro che erano intorno al suo letto e poi ha detto toccandosi le gambe

– Coraggio! coraggio! ne avrò; vedrete che avrò del coraggio.

Il condannato deve andare al supplizio vestito dei suoi abiti. Ravachol ha lasciato giù il costume carcerario e indossato il suo diceva: mi sta bene, via, si direbbe che sto per andare a un ballo. Finita la toilette il procuratore gli ha domandato se desiderava qualche cosa:

– Parlare alla folla, rispose con la bocca piena di cinismo; ma non me ne darete il tempo.

– Desiderate il prete?

– Non ne ho bisogno. Non ho mai avuto religione. È cosa buona per gli idioti.

E al prete Claret che gli è andato incontro con il crocefisso, gli ha detto:

– Portatelo via se non volete che gli sputi sopra. La vostra religione è stupida.

Ai carnefici che gli legavano le mani al dorso disse:

– Si vede che avete l’abitudine del mestiere. Siete così gentili!

Ravachol è uno dei pochi che sono andati al patibolo digiuni. Egli non ha vuotato che un bicchiere di vino. Di solito, consigliati dai funzionarii della prigione, mangiano. Maria Antonietta si è fatta portare una tazza di cioccolata e un panino che allora si chiamava mignonette. Capeto ha avuto il fegato di trangugiare due uova al latte con pane e burro. C’era molta folla alla esecuzione di Ravachol. Deibler aperse la vettura con la chiave e i due aiutanti fecero discendere il suppliziando. Non si udirono che imprecazioni. Se c’erano fra la gente anarchici non hanno osato applaudire. C’era troppo pericolo. Ravachol, a ottanta centimetri dalla ghigliottina, era pallido come la camicia che il boia gli aveva largamente tagliata al collo, perchè gli si vedessero anche le spalle. Lo sparato aperto gli lasciava vedere il petto villoso. Ha tolto l’illusione a coloro che avevamo supposto il suo pallore della paura. In faccia allo strumento che doveva accorciarlo, egli riprese la canzone smessa uscendo dalla vettura

Pour être heureux, nom de Dieu….

Venuto il momento di essere sdraiato sulla tavola rossa che si alza dalla bascule per ricevere il corpo senza obbligarlo a curvarsi e ritornare al posto con il condannato che si trova poi il collo incastrato nelle due mezzelune, Ravachol ha tentato di parlare: Cittadini! Gli aiutanti lo hanno preso per le spalle ed egli ha cercato di sottrarsi alla violenza con uno scotimento.

– Lasciatemi, nom de Dieu!

Non gli si è dato tempo di aggiungere “io ho” che il suo collo si è trovato chiuso fra le parti arcuate.

– Viva la Riv….

La lama triangolare non gli ha lasciato finire la parola. La sua testa è sdrucciolata nel paniere, spruzzando di sangue le gambe degli aiutanti vicini. In quel momento di colluttazione fra gli aiutanti e Ravachol mi è venuto il capogiro. Ho veduto come una strage fra di loro e non ho avuto che il tempo di mettermi la fiala al naso. Ohè, è tempo di coricarsi, diss’egli tirando dalla sigaretta una boccata di fumo.

– È tempo, diss’io sbadigliando. Avviandoci alle stanze preceduti dal cameriere, dicevo a Bizet se tutto ciò che mi aveva raccontato non lo avesse sconvolto e data la ripugnanza per le operazione pubblica del collo compiuta da un carnefice.

– Io sono impregnato come voi di lamartinismo e di victorhughismo. E devo fare, naturalmente, un grande sforzo per essere del mio tempo e soffocare la repulsione intollerabile che m’ispira la ghigliottina. Darei la preferenza alla sedia elettrica americana, anche perchè con essa non c’è diffusione di sangue. Ma non sopprimerei mai la pena di morte, il più alto gradino delle nostre leggi punitive. Sarebbe come un edificio senza tetto. A domattina, Baragiola.

– A domattina, risposi.

Col sonno che avevo non ho potuto dormire. Il chiasso era enorme. Si ripeteva la scena di ogni esecuzione. La gente era tutta alzata o non era andata a letto. Pareva una notte di carnevale. Si parlava ad alta voce, si udivano frotte di piedi e canzoni infiammate dall’alcool. Non ho potuto resistere. Sono saltato giù dal letto e disceso in strada, dopo avere passato un biglietto sotto l’uscio di Bizet per avvertirlo che sarei risalito alle quattro e mezzo a prenderlo. Pioveva. Si camminava nel pattume.

La città era foscamente illuminata. Quasi tutte le botteghe erano aperte. Si mangiava, si beveva, si fumava e si cantava la Marsigliese come alle corse dei cavalli. Le finestre dei luoghi delle esecuzioni erano vendute a prezzi d’oro. Non si ascoltavano gli aspiranti all’affitto che a pezzi d’argento. Si camminava a disagio, come alle fiere. Agli angoli giungevano carrozzate di provinciali accorsi allo spettacolo. La piazza Lamartine era piena da due ore. Gli aiutanti piantavano le due travi quadrate dalla pialla e arrossate dall’imbianchino nei quadrettoni cavi della bascule e i soldati ricevevano alla schiena le ondate impetuose delle moltitudini. Viva Deibler! era il ritornello della nottata.

Al caffè dalle tendine di guipure, come nei caffè fiamminghi, mi sono imbattuto con i giornalisti. Non ne conoscevo uno. Probabilmente erano tutti corrispondenti. Dubois era in mezzo a loro a raccontare gli episodii delle esecuzioni alle quali diceva di avere assistito. Io non ne raccolsi una parola. Mi pareva un ciarlatano con molta fantasia. A me bastava Bizet.

Bussai al suo uscio alle quattro, dicendogli che lo aspettavo dabbasso. Alle quattro e mezzo abbiamo veduto il boia che scuoteva le travi con le sue mani per assicurarsi che fossero salde e facessero correre su e giù per le incavature nei fianchi il pezzo mobile a mezza luna. La lama in alto era avvolta nel suo sudario.

Giunti il sostituto procuratore della Repubblica, Monnier, il prefetto, il sottoprefetto e l’elemosiniere, si ammisero anche gli invitati che avevano il loro biglietto in regola. Il carnefice con due dei suoi aiutanti in tuba e stiffelius come lui completavano il gruppo funebre. Capo, sottocapi e guardie andavano e venivano con le lanterne e tutta la prigione immersa nel silenzio sentiva forse della funzione che si stava per compiere. Era troppo il baccano che si faceva in piazza Lamartine, perchè i prigionieri non udissero viva Deibler! e il nome di Pollet in tutte le bocche. Per rompere quel momento lungo e angoscioso, dicevo sottovoce a Bizet che aveva le mie paure che il carnefice, per quanto figlio di carnefice, e abituato a mietere teste, potesse avere l’animo di continuare fino alla quarta operazione senza sentirsi oppresso o magari rimanere a mezza via.

– Che! lo vedrete dopo fare una buona colazione. Egli ha perduto la sensibilità degli altri uomini. Tagliare una testa per lui non è più che un movimento meccanico. Che cosa avrebbe fatto il povero Sanson se fosse stato importunato da simile sentimentalismo!

Prima che spuntasse il giorno sentivamo lo scalpitio dei cavalli giunti intorno a quella specie di steccato che correva intorno alla ghigliottina e aveva le estremità fino a 50 metri dalle muraglie della prigione. Si è voluto lasciare l’esecuzione pubblica, ma si è cercato con lo steccato di ridurla a 400 o 500 invitati. Prima di muoverci verso la cella dei condannati abbiamo dovuto aspettare una trentina d’uomini in abito nero, con cravatta azzurra, con camiciotto bianco a lattuga e col bicorno per copricapo. Erano i soci della confraternita bethunese, incaricati di seguire i morti che non sono accompagnati nè da amici nè da parenti al cimitero.

Ci hanno tenuti in quella posizione penosa per più di due ore. Finalmente io e Bizet siamo stati chiamati dal direttore del penitenziario per sentirci dire che il ministro gli aveva telegrafato di ammetterci con le autorità alle celle dei condannati, purchè ci uniformassimo alle disposizioni carcerarie che non ci permettevano di parlare con loro. Ci curvammo e ci mettemmo al suo dorso. Infilato il corrodoio con il capo guardiano, Deibler e due dei suoi aiutanti alla testa, ci si è detto che tre dei giustiziandi dormivano ancora della grossa e uno, il capo Abele Pollet, era sveglio dalle cinque.

Spalancata la cella 24 uno dei signori in abito nero si è avvicinato al letto, al quale Abele era ancora incatenato, dicendogli:

– Il vostro ricorso in cassazione è stato respinto e il vostro ricorso alla grazia del presidente è stato pure respinto. Il momento è giunto. Coraggio!

– Non ve l’avevo detto, rispose Pollet, rivolto alla guardia che lo custodiva, che stavano preparando il mio caffè nero! alludendo alla bevanda concessa ai condannati prima dell’esecuzione. Slegatemi, aggiunse, e facciamo presto.

La guardia aveva portato con lei il fagotto degli abiti che indossava al momento dell’arresto. Intanto che si vestiva faceva le sue raccomandazioni:

– Ho commessa dei delitti e devo espiarli. Io però ho moglie. E la mia povera donna è stata spinta al male da me. Ella non è punto colpevole. Io supplico che la mia morte serva a ridarle la libertà. Ho dei figli. Raccomando che si prenda cura di loro.

Gli abati, Mercant e Galliot, al limitare della cella, veanero respinti.

– Nè l’uno nè l’altro. Non ho bisogno di voialtri. Non ho nulla da dire ai preti che non sono più vecchi di me. Un libero pensatore che avesse paura di questi momenti sarebbe ridicolo. Piuttosto, disse volgendosi al direttore, fatemi mandare un foglio di carta e l’occorrente per scrivere. Mi voglio liberare da un pensiero che non mi lascia quieto. “Muoio repubblicano, rimpiango mia moglie e i miei figli e ringrazio i miei guardiani e tutte le persone che si sono occupate di me. Abele Pollet, 11 gennaio 1909”.

– No, no, lasciate giù la giacca, disse il carnefice prendendo possesso del condannato. Voi potete venire con me anche in manica di camicia, aggiunse tagliandogli il collo e gran parte del quadrato della camicia. Siate forte, diceva a mano a mano che gli vedeva il largo della schiena possente.

La stessa operazione è avvenuta nelle altre celle. I tre condannati non si aspettavano di essere risvegliati con il caffè nero. A furia di aspettare avevano finito per dimenticare la pena di morte. Canut-Vromant, compreso che si trattava degli ultimi momenti, gli si è tramutata la faccia. Aveva l’aria di un pazzo. Bianco, esterrefatto, con gli occhi fissi e istupiditi. È una trasformazione fisica che avviene sovente nei condannati a morte. Il signor Claude ha raccontato che Troppmann è uscito dalla Roquette con i suoi vent’anni ed è giunto al patibolo con un viso da cinquanta. Egli era invecchiato precipitosamente. Sulla piazza della ghigliottina egli era un vecchio pallido, abbattuto, con i lineamenti facciali sconvolti, con gli occhi rossi non dalle lagrime, perchè non aveva pianto, ma dalla febbre o dalla sovraeccitazione.

Quando gli si è comunicato che l’ora era giunta di avere del coraggio, rispose:

– Non ho paura!

Ma poi sul palco il terrore gli ha dato la forza della rivolta. Non voleva morire. Ci son voluti tutti e quattro gli aiutanti per curvarlo sull’asse e poi ha lottato col boia che voleva fargli entrare la testa sotto la mezza luna, dando al proprio corpo e alla testa un movimento di contorsione che lo mettesse sul fianco. Ripreso per la testa per farla entrare nella lunetta, egli ha cercato di spingervi la spalla destra.

I più spaventati del supplizio sono stati Deroo e Vromant. Entrambi hanno udito la sentenza con balbettii di voce e brividi. Hanno accettato gli abbracci dei preti come una suprema consolazione e hanno ascoltata la messa in ginocchio, dall’apertura dell’uscione ganciato, detta da una dei sacerdoti, sul tavolo di cucina camuffato da altare. Augusto Pollet ha ascoltato anche lui la messa, dicendo continuamente ch’egli moriva per la perfidia del fratello.

Nessuno dei quattro ha rifiutato la sigaretta offerta, secondo l’abitudine, dal direttore come viatico. Tranne Abele fumavano febbricitanti, aspirandola frettolosamente, quasi avessero voluta colorirsi la faccia con il fuoco della punta. L’ultimo a fumare è stato Deroo. Egli non l’ha lasciata cadere dalle labbra che al portone d’uscita. Aspirando fumo, perdeva la sua immensa agitazione. Lasciandone cadere gli avanzi disse: Ora non ne ho più bisogno.

Venuti gli ultimi momenti gli aiutanti del boia ricevettero l’ordine di completare la loro toletta di morte con il legamento delle mani al dorso e con il laccio ai malleoli, perchè il loro passo fosse misurato a quello degli altri e togliesse loro il pensiero della fuga. Una volta riuniti nel corridoio nessuno dei condannati diede il buon giorno ai compagni o manifestò qualche rincrescimento. Dall’atteggiamento si capiva che ciascuno di loro attribuiva la propria disgrazia al capo della banda, specialmente il fratello di Pollet. Il movimento è stato sincrono. I piedi di tutti si sono messi in moto simultaneamente. I capi delle corregge passarono nelle mani degli aiutanti a destra dei condannati. Prima che si aprisse il portone si è udito il comando del presentat’arm. Passammo noi e il carnefice. Non abbiamo avuto che il tempo di prendere il nostro posto, a fianco a quello di Monnier, sostituto procuratore. Noi eravamo su un rialzo di legno a fianco della gente sull’acciottolato e vedevamo ogni movimento. Due aiutanti erano già sulla piattaforma. L’apparizione di Deibler fece scoppiare il battimano.

– Viva Deibler!

Gli applausi mi hanno fatto allibire e vergognare. Ma non era il momento di sussurrare la mia emozione, neppure all’orecchio di Bizet, per paura di passare per l’amico degli assassini. Deroo è uscito dal portone proprio nel momento in cui Deibler aveva provato su e giù le aste della lama triangolare. Era preceduto da un guardiano e accompagnato dal prete che gli ha dato l’ultimo abbraccio. I suoi occhi erano già mezzo morti. Deroo disfatto, quasi inerte. I suoi piedi strascicavano. Gli aiutanti più che sorreggerlo, lo portavano. Egli è giunto in faccia alla lunetta più bianco della camicia mal tagliata. Non c’era più vita in lui. Addossato alla tavola verticale, discese con essa con la testa passata nella lunetta e il clic del bottone elettrico è stato simultaneo alla mozzatura. La testa è caduta nel paniere di vimini, foderato internamente di zinco e il corpo vi è stato spinto in un attimo allo stesso posto. Intanto che uno degli uomini avvolgeva il collo e la testa del decapitato nella segatura del paniere, un altro con la spugna, puliva le chiazze di sangue. Tutti gli atti sono avvenuti in un modo così fulmineo che senza il soccorso di Bizet mi sarei dimenticato di dire che il corpo di Deroo ha avuto come un tentativo di raddrizzarsi, dopo che la testa era già rotolata di sotto. I fasci muscolari e i fasci nervosi avranno avuto delle contrazioni. Più tardi ho saputo dalla gente che stava di fronte al ghigliottinabile che al momento della separazione le cavità orbitali hanno avuto un allargamento violento e un restringimento immediato con la calata delle palpebre allungatesi come pelle che moriva o era morta. L’operazione non ha destato alcun orrore. La gente è scoppiata cogli applausi come alle rappresentazioni teatrali.

– Bravo! bravo Deibler!

Deibler è stato il più prudente. Invece di curvarsi alla platea ha preso dalla tasca di sotto allo stiffelius la pelle di daino, ha asciugata la lama ch’egli aveva fatto ridiscendere fino alla portata della mano, e l’ha fatta risalire prima che terminasse lo scroscio delle vociferazioni applauditive e dei battimani frenetici.

Si è udito una voce che parve in cielo:

– Ha pagato!

Tutti gli occhi, compresi quelli degli uomini sulla piattaforma della giustizia sanguinaria, hanno cercato in aria l’autore della frase. Era quella di un birichino, nascosta nel fogliame di un alto ippocastano che solcava il largo circolo degli ippocastani della piazza.

– Bravo!

Canut-Kromant è stato il secondo. Egli non era così pusillanime. Era ancora il condannato che aveva cantato in cella, per sessanta giorni, le canzoni gaie e popolari della banda. Stava in piedi senza il braccio degli aiutanti. Egli non si lasciava che guidare verso il patibolo. Giunto ai gradini ha alzato il viso e ha guardato senza paura all’altura della ghigliottina, dove era la lama, poi è andato senza tremiti alla tavola e senza contorcimenti si è lasciato calare con la testa che passava nel vano e ha subito il taglio dopo che gli aiutanti lo hanno spinto coi piedi perchè il collo giungesse dove cade lo strumento di recisione. Il taglio avviene di solito all’anello delle vertebre cervicali. Il movimento della chiusura delle labbra si è compiuto come se la lama gli avesse ingiunto di tacere.

– Bravo! Bravo! hanno gridato quelli dei posti privilegiati. Bravo! rispose la moltitudine, scoppiando in un altro uragano d’applausi.

Il fratello di Pollet è stato veduto al portone abbracciato dal prete. Egli non aveva più sangue indosso. Era cadaverico. Andava innanzi automaticamente, con dei trasalimenti che lo trattenevano e obbligavano i dipendenti del boia a scuoterlo e a spingerlo. Sapeva che la lotta era inutile, ma al momento di mettere il ventre sull’asse verticale si è sentito una ventata fredda sul sangue che gli ha dato l’impeto di rinculare. Sotto la mannaia ha cercato di capovolgersi come per vedere la lama che si precipitava su di lui. È andato nel paniere senza convulsioni.

Abele Pollet è stato l’ultimo. Al capo della banda si è voluto prolungare l’agonia facendola precedere dai complici. Anche nel vestibolo del carcere non ha voluto saperne del prete. Per allontanarlo ha dovuto fare l’atto, come Ravachol, di sputare sul cristo che gli si presentava.

– Via quel balocco!

Egli esce e si ferma quando le mani degli aiutanti cercano di tenerlo al braccio. A testa alta, con passo ferino va direttamente alla volta del patibolo e ai piedi del gradino, cerca come una sosta per girare gli occhi sugli spettatori di destra e di sinistra. È stato il momento in cui il prete ha ritentata dir abbracciarlo.

– A bas les calotins! gli ha risposto respingendolo con la fiancata.

Sulla piattaforma ha assunto un atteggiamento di tribuno. Egli voleva spiegare la ragione dei suoi delitti. Ma il carnefice non gli ha dato tempo che di gridare:

– Viva la Repubblica!

Ha voluto morire da uomo politico. Il suo volto aveva conservato l’aria di sfida. Nessuna decomposizione facciale. Se fosse stato slegato avrebbe incrociato le braccia. Alla tavola che si è levata mentre egli era ancora nel vuoto ha dato la sua persona curvata e il collo nelle mani di Deibler che non ha voluto che parlasse ai cittadini. L’incidente è stato il sangue. Il taglio ha fatto schizzare il liquido rosso a tre metri di circonferenza. Si sono vedute facce punteggiate di macchioline di un colore scarlatto scintillante. Lo stesso boia aveva i calzoni macchiati. Il sangue sul nero del panno, forse per un effetto di luce, pareva di un giallo aranciato con del rossastro sotto la superficie.

La caduta della testa del capo banda è stata come la scena finale che sollevava l’uditorio alla mimica parossistica. In piedi, con la faccia alla ghigliottina, con le mani in alto, prorompeva con le grida di: Bravo! bravo Deibler! e batteva il palmo destro sul sinistro fino allo straccamento delle braccia e della voce. Irving nell’Amleto e Zaccone negli Spettri di Ibsen non hanno mai avuto l’omaggio di un applauso più lungo, più entusiastico e più fragoroso di quello che ha avuto il carnefice che ha reciso quattro teste in cinque minuti, dalle 7 e 15 alle 7 e 20. Con l’insistenza furiosa pareva che il pubblico volesse il bis. Io ero in mezzo al fragore con gli occhi sul moncone del collo di Pollet che perdeva filamenti sanguinosi sotto il fiotto liquido che usciva a fiotti come spinto da una pompa intermittente.

– A morte! a morte! urlavano i più scalmanati, mentre il teatro si vuotava. A morte i Pollet!

Ho dovuto togliermi dall’oppressione con una sorsata di cognac. Bizet mi ha detto che ero scolorato più di una volta e che una volta mi ha scosso al gomito senza che io me ne fossi accorto.

– Tanto è vero che avevate la testa chi sa dove, che voi avete veduto portare al furgone il paniere che non si è mai mosso. Lo si chiudeva a ogni operazione finita, perchè l’altro, giungendo, non vedesse il decapitato nel sangue, ma lo si schiudeva non appena il decapitando fosse adagiato ad aspettare il coltello. State attento, adesso lo si porta sul furgone carico dei quattro cadaveri. Sareste un reporter poco esatto davanti alle operazioni di giustizia, mi diss’egli offrendomi una sigaretta che rifiutai per la prima volta, sentendo ancora nella mia testa gli spruzzi del sangue dei ghigliottinati. Seguiamo Deibler. Egli è responsabile dei condannati fino alla consegna.

Diffatti egli è saltato nella nicchia, accanto al cocchiere, e il furgone si è messo in moto circondato da un plotone di gendarmi. Arrivati al cimitero il ruotabile si è fermato all’entrata della sala mortuaria, gli addetti al cimitero lo scaricarono del paniere che pesava più di cinque quintali e deposero i corpi dei ghigliottinati vicino al teatro delle autopsie, dove erano parecchi chirurghi e una diecina di studenti con il grembiale di guttaperga fino alla fossetta della gola e le maniche rimboccate al di sopra del gomito.

Il dottor Debierre, professore della Facoltà di Lilla, fece la ricevuta dei cadaveri a mano a mano, che gli uomini li adagiavano sul marmo e poi con un inchino mise in mano la stampiglia firmata a Deibler, dicendogli che doveva avere avuto una giornata faticosa.

– Sono gli incerti del mio mestiere, rispose il carnefice, mettendosela nel portafogli e volgendo le spalle a tutti.

Avrei voluto domandare al professore se il pensiero sopravvive alla decapitazione, ma Bizet mi ha tirato per la falda, dicendomi sottovoce che avevo tempo di far l’esperienza con altri. Ce ne sono altri ventisei che aspettano Deibler. Nei vostri panni aspetterei fino alla ghigliottinatura di madama Steinheil.

L’affare Steinheil dormiva da un mese e mezzo. Non si aspettava altro che la camera d’accusa si decidesse per la libertà o per la Corte d’assise. Parigi non aveva però cessato di occuparsi della charmeuse d’hommes, entrata alla chetichella nel suo quarantesimo anno. Lo spiritista Souchard che aveva potuto studiarla più intimamente di ogni altro e che aveva ottenuto il permesso di andare nella sua pistole di San Lazzaro quando gli piaceva, l’ha presentata alla fantasia paritali e le eseguisce come un automa. La charmeuse d’hommes occupava sempre Parigi. Non c’era giornale che non se ne occupasse. Pareva un tema inesauribile. Frugavano in tutti i domicilii dei personaggi celebri. L’altro giorno era venuta la volta di Victor Hugo, in giro per il mondo come una fama di marito modello, autore della più bella prosa francese e descrittore delle inarrivabili cose veute. Ebbene questo romanziere geniale che aveva fatto tremare un regno, che aveva avuto le genialità delle creazioni come la piovra, l’uomo che ride e Jean Valjean, in fatto di donne non è stato superiore agli altri uomini. Giulietta Drouot, la copiatrice dei suoi manoscritti, viveva simultaneamente alla moglie, quando la moglie non era ancora con Saint Beuve, basso, rotondo, contadinesco, con un cranio calvo e lucente. Caro Baragiola se dovessimo entrare nelle intimità delle passioni, delle depravazioni, delle corruzioni, non sapremmo più dove trovare un ménage onesto. Non appena si rialza lo scenario ci si trova in mezzo alle scene immorali. La moglie non ha più privilegi. È divenuta la degenerata di tutti i matrimoni. La donna che delirava ieri sul mio corpo, oggi mi guarda con disgusto. La gloria stessa non ha privilegi. Austerliz è un episodio immortale.

Alla vigilia della vittoria la moglie di Napoleone I° ha preferito Barras. I contemporanei non volevano credere. L’uomo, più grande della Francia era stato trattato come un pezzente della famiglia borghese. Se si entra nella vita sessuale, caro Baragiola, si rimane abbattuti. Nessuno è più salvo dall’adulterio. La mia agenzia non ha più un minuto da perdere. La donna ci fa pedinare l’uomo e l’uomo ci fa pedinare la donna. Siamo in un continuo dramma. La Sand trascina il massimo poeta a Venezia e al primo febbrone Musset è sostituito da un medico che non ne capisce nemmeno la lingua. Nessuno è salvo dalla ipocrisia dei sensi. Vi cito un caso italiano, interruppe Baragiola: la moglie di Raffaele Sonzogno. Ella ha passato la notte con Luciani che doveva rappresentare all’alba il marito, direttore della Capitale, in un duello in Svizzera. I tempi non sono cambiati. La contessa Maria Tiepolo è uno degli ultimi documenti di questi amorazzi. La consorte di un capitano dei bersaglieri, nata in aristocrazia, abbracciava di preferenza l’ordinanza del marito: Quintilio Polimanti. Lo ha ammazzato con la browning per gelosia. Il primo incontro col marito fu una bugia. Gli andò incontro “È stato per te, Ferruccio. Ho difeso il mio onore. Ho voluto essere tutta tua”!

Ella ha voluto far apparire il cadavere il risultato di una aggressione. Invece si sono trovate lettere cartoline sulla tresca. Pare ch’ella ne fosse innamorata. Si seppe che andavano in barca assieme. Il Polimante era un bel giovane. Era un torello.

– Assolta! proruppe Bizet.

– Assolta!

L’assoluzione dei giurati è rimasto un problema. Perchè l’hanno assolta?

– Perchè l’adulterio non è più che un episodio della vita coniugale. È avvenuta la stessa scena anche da noi. La Gaillaux che aveva ammazzato con quattro colpi di rivoltella Calmette, direttore del Figaro, è stata assolta. A tutti è sembrato che fosse in circolazione l’indignazione pubblica. Niente affatto. Assolta.

La tuese ha avuto l’applauso e il perdono della giuria.

Al momento dell’arresto ha gridato “Lasciatemi” je suis une dame. Non voglio scappare. Ho dabbasso il mio auto per andare alla polizia con gli agenti.

Tanto i delitti politici quanto i delitti d’amore, quando si tratta di donne, l’assoluzione è quasi sempre certa.

Io non so come sciogliere il problema di questi amori spuri. La mia agenzia fa scovare i fedifraghi, ma non sa rappattumare le passioni o riallacciare i contratti sociali. Se cessa nel matrimonio la proprietà, addio istituzione. Tutto cade, tutto va a rotoli. La stessa teoria lombrosiana è una teoria artificiosa. Si diventa dei degenerati. Vi si trovano le orecchie ad ansa, le mandibole esagerate e la precocità sessuale. Si diventa isterici. Vi si fa bere fino alla alcoolizzazione e si vede in voi dei succhioni alle labbra delle donne. La Steinheil ha avuto figli prima del matrimonio. Ha venduto l’amore a caro prezzo. La Tarnosky fu forse la più vicina alla degenerazione della Steinheil. Tanto l’una che l’altra sentivano ripugnanza per il marito. La Steinheil sentiva orrore anche per la madre. Non se ne capisce il loro dramma. Intanto che i due detectives cercavano di andare in fondo al terribile delitto i camlots du roi strillavano la notizia che la Steinheil era stata inviata alle assise.

Nessuno faceva previsioni. Era un processo indiziario.

Molti dubbi avviavano sulla strada della Steinheil colpevole. I cani di Bizet avevano ancora l’ultima parola. La civetteria è giunta fino alla descrizione degli abiti che indosserà l’accusata. L’abito tailleur di stoffa nera le si adatterà alle carni e ai movimenti flessuosi per la prima seduta. Per la seconda giornata abito di seta nero con cappello piccolo ricoperto di un ricco velo che le scenderà fino ai piedi.

La giornata terribile era venuta. Si sapeva che il giudice istruttore aveva concesso alla figlia Marta, un colloquio con la madre e che le due donne si erano separate con uno svenimento della madre e con la figlia in una crisi di lacrime. Marta ne era uscita tutta tremante. Aveva promesso a se stessa il silenzio, ma più si allontanava dalla carcere e più si accorgeva che la donna imprigionata era l’assassina. Aveva fiotti di pianto. Aspettava le assisi come una liberazione. Sarebbe andata monaca. La sua vita era finita. Non metteva in dubbio l’assoluzione. Essa non ignorava le altre che la precedevano. Come era stata assolta la Caillaux, poteva benissimo venire assolta la Steinheil.

La Corte d’Assise della Senna era zeppa prima che giungessero i giurati. C’era un sussurrìo di gente che non aveva un’opinione. Gli uni combattevano gli altri.

– la Cour, mesieurs!

Al cenno presidenziale risiedevano tutti e il cancelliere si mise a leggere ad alta voce i nomi dei giurati. Subito dopo il presidente rivolge loro queste parole:

– Voi dovete giurare e promettere davanti a Dio e davanti agli uomini di esaminare con attenzione scrupolosa le accuse che saranno pronunciate contro la signora Margherita Steinheil; di non tradire nè gli interessi dell’accusata nè quelli della Società, che l’accusa; di non ascoltare nè l’odio, nè la cattiveria, nè la paura, nè l’affezione; di giudicare secondo le accuse e le difese, seguendo la vostra coscienza e la vostra intima convinzione, con la imparzialità e la fermezza degli uomini probi e liberi.

Ciascuno dei giurati risponde:

– Je le jure – Io giuro.

– Cancelliere, leggete la sentenza della Camera di accusa che ha rinviata l’accusata alla Corte d’Assise.

Poi il presidente che, conosceva fatti, particolari, amori, uomini, date, luoghi, condizioni, precedenti incominciò l’interrogatorio, costringendola a rimanere nell’atmosfera dei delitti.

– Accusata, alzatevi.

Egli non è un insidiatore. Con la voce fredda, la parola tranquilla aiuta l’accusata a rammentarsi delle deposizioni, delle contraddizioni, delle affermazioni e delle negazioni simultanee.

Il pubblico è composto del Tout-Paris. Gente alla ricerca di nuove sensazioni, di nuove rivelazioni, di nuovi vizii. Psicologhi illustri, romanzieri moderni, sociologhi dell’avvenire, cronisti principi, salottisti rinomati, veristi che aspettano l’angolo nuovo sociale per le loro descrizioni, per le loro inchieste sociali. Superuomini, egoarchi, neurologhi che assolvono tutti i protagonisti delle tragedie umane in nome del supremo godimento personale, periti che sanno dove finisca la bellezza e dove incominci il delitto e libertarii della carne che giustificano tutte le nudità, tutte le indecenze tutte le inversioni, tutti i desiderii del sadismo sapiente. Dietro i giudici dell’alta società, la folla, la moltitudine dagli appetiti volgari, dai gusti plebei, con delle revulsioni per le raffinatezze lussuriose, per le svergognatezze clandestine. E accanto a tutta la massa rimasta negli amori tradizionali e senza deviazioni femminili gli accomulatori delle turpitudini e delle scene lubriche che vogliono tonificare con la documentazione numerosa del presente le generazioni sane che preparano l’avvenire.

Sono sfilati centinaia di testimoni. I più terribili furono Marietta e Alessandro Wolf. Remy Couillard parve più ammansato. Con loro si sono veduti artisti in auge, uomini di lettere celebri, alienisti famosi, personaggi clamorosi della vita mondana, la contessa Ghiringhelli con altre condetenute, l’ex giudice istruttore Leydet, senatori, deputati, immortali, generali, il capo della polizia Hamard e un numero infinito di persone minuscole e maiuscole che l’hanno conosciuta. Borderel sarà fra gli amanti più simpatici e probabilmente sarà dichiarato dai futuristi la spinta indiretta al delitto per le sue 200.000 lire di rendita annuale.

Il pubblico ministero con la truculenza nella voce, con i colori di una tavolozza tetra, con il bagaglio legale ferruginoso, con la eloquenza turbolenta del diffusore di costumi, con gli impeti del padre sociale che insorge come una vendetta contro i soppressori della vita degli altri, domanderà la testa della protagonista del passaggio Ronsin in nome della giustizia, in nome delle vittime, in nome della civiltà offesa, con parole roventi, con prosa che scoppierà nell’aula con fragore di urti cerebrali.

La difesa sta per andare all’assalto. Con il materiale storico, con il materiale medico, con l’eredità dell’accusata, con le perversioni maritali, con gli ambienti che neutralizzano o distruggono le volontà personali, con i dubbi, con gli errori giudiziari passati, con i parossismi di risate feline, assurgendo con pensieri che rumoreggeranno nei cervelli dei giurati, parlando di pazzia, di irresponsabilità, di lesioni fisiche e morali, di temperamenti in colluttazione eterna…

– Ah! tonnerre de Dieu! questa è la vera psicologia del delitto e non quella del pubblico ministero. Orrore! i suoi orrori sono senza espressione, sono meccanici, gli servono per tutte le accuse, per tutti i delinquenti. Egli ha sempre degli orrori per qualcuno. Il pubblico ministero ha giudicato una donna! Madama Steinheil non è una donna. Ditela un quartiere, un angolo della vita comune, una mondana dai nostri costumi sociali, il tipo di una intera classe o di molte classi, una nevrosi, una febbre, un’esaltazione, una passione, un’isterica, tutto quello che volete, ma non una donna. La donna è un episodio volgare. La donna mangia, lavora, cammina. Le Steinheil agitano i nervi, esercitano un’influenza, riaffermano un’epoca, riassumono la legge ereditaria delle generazioni e cadono infrante come cadono infrante le epoche. Ella ha disseminata la gioia di vivere senza pensare ai vostri confini morali, ignorando le vostre virtù codificate e le vostre insurrezioni atrabiliari per una crisi dovuta a un semplice squilibrio fra il pensiero e i nervi, fra il cervello e il cuore.

Dopo tante sedute il presidente riassume con la prosa chiara, con il cervello tranquillo, con la voce che non ha colori per sottolineare le accuse o le difese, i discorsi che si sono contesi la testa della Steinheil.

– Accusata, avete qualche cosa da aggiungere a quello che hanno detto i vostri difensori?

Madama Steinheil, tutta affranta, con la testa incendiata come una fornace dalle cose udite, si abbandona sopra sè stessa con un movimento di testa negativo e i gendarmi la riconducono nella sala d’aspetto.

– Signori giurati, voi avete udito quello che ha detto il rappresentante della legge e quello che hanno detto i difensori dell’accusata. A voi il giudizio. Voi dovete ritirarvi nella vostra stanza e deliberare. Se vi occorressero delle spiegazioni voi non avrete che da suonare.

Io aspettavo il verdetto con la tranquillità del presidente, sicuro di avere riprodotta la Steinheil nella società in cui aveva passato gli anni della sua splendida maturazione fisica con l’esattezza del giudice degli uomini e delle loro passioni, indifferente, se lascerà la testa sotto la lama di Deibler o se verrà restituita al Tout-Paris per ricominciare con gli amorazzi clandestini la strage degli uomini o se si adagerà nei ricordi vertiginosi dei folgoranti trionfi della carne e dell’ora per la decomposizione finale.

Fu un subbuglio. L’entrata dei giurati aveva commosso. Il silenzio era divenuto più sepolcrale.

I giurati venivano alla volta della Corte. Tutto era finito. Nessuno era colpevole. Madama Steinheil aveva altri amori da tessere. Essa venne dichiarata innocente.

Poteva uscire. Poteva ritornare alle scene degli uomini che l’avevano goduta. Ci fu una interruzione di dispetto. Il figlio di Marietta Wolf sbattè nel vuoto le nocche delle dita con uno scoccamento di protesta e Guillard fece udire il digrignamento dei denti.

– Continuate pure a delinquere, diss’egli con la mano tesa verso di lei. La Steinheil può essere ripresa dal farabuttismo della vita mondana.

All’indomani si sapeva che la donna di Felix Faure aveva passata la Manica alle dipendenze del cuore di un lord.

FINE.

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