Paolo Valera – L’assassinio Notarbartolo o le gesta della mafia – Edizione Liber Liber

LA CALUNNIA CONTINENTALE

“CREDETE a me, caro signor Luraschi, se voi siete un giornalista con dei pregiudizi, venuto nella nostra Isola con dei preconcetti, la è finita; io non ho altro da aggiungere. Ma se siete un giornalista che salta la leggenda e studia l’ambiente per proprio conto, voi ritornerete al vostro giornale un difensore del siciliano trascinato per le colonne dei giornali come un delinquente nato.
Qualcuno, non ricordo più chi, ha paragonato la Sicilia all’Irlanda e non ha avuto torto. In Irlanda un contadino taglia i garretti al bestiame di un landlord, ed ecco tutta la Grande Bretagna in aria come se si trattasse di un avvenimento inaudito. Il dizionario non ha più sostantivi abbastanza roventi per la paisaneria di quel paese di patate. Gli occhi inglesi non vi vedono più che dei criminali.
Nello stesso giorno in cui imperversano per il Regno Unito le ventate della collera inglese contro il paddy, Jack lo squartatore lasciò in Whitechapel – il quartiere popolare di Londra – la undecima donna colla gola recisa e le cosce insanguinate e a nessuno venne in mente di chiamare la capitale una città di ammazza donne”.
“La ragione di questa differenza di giudizi, c’è o signore. In Irlanda nessuno, forse neanche il Sindaco, biasima il malcreato che ha punito le bestie per il padrone, e nessuno, pur conoscendolo, osa denunciarlo per paura di trovarsi in casa i moonlighters – una società segreta di giustizieri agrarii. Mentre in Inghilterra, tutta la gente, dal lord all’uomo della strada, avrà maledizioni per l’assassino. Invece di nasconderlo o di proteggerlo col silenzio, o di farsi complice difendendolo, aiuterà la polizia a snidarlo. Ecco la differenza, o signore. In un paese è sentita la ripugnanza per il delitto; in un altro non è sentita che la voluttà per il sangue delle vittime.
Non sono ancora passati otto anni dalla tragedia compiuta nel grande parco di Dublino. C’era alla testa degli Invincibili un consigliere municipale e tutti assieme hanno scannato, in pieno giorno, il vicerè d’Irlanda e uno dei suoi segretari, e in tutta l’Isola Verde, esclusa sempre la zona degli orangisti, non si trovò anima viva che abbia avuto il coraggio di levarsi in piedi a gridare che gli assassini erano degli assassini”!
“Non mi avete annientato, sapete”, gli rispose il marchese di Cadì, con un risolino d’uomo che discute senza mai arrabbiarsi. Passeggiando per il salotto, colle mani nelle tasche dei calzoni, si mise anzi a pregarlo di accettare una tazza di thè.
“Voi siete stato a Bagheria alla ricerca della mafia e dovete essere stanco. Prendiamo un po’ di thè, tanto per darci l’illusione di trovarci nell’ambiente di cui parliamo.
Voi avete dimenticato il perché tutto un popolo tace dinanzi il cadavere di un assassinato o il perché tutta una nazione lascia credere di approvare col silenzio le mani che hanno sorpreso e ucciso uomini inermi come quelli che si trovavano nel Parco di Dublino. Ve lo dico io, o signore. Perché quei disgraziati rappresentavano il governo inglese, il dispotismo in Irlanda, la coercizione di tutto un popolo. Fu un delitto politico giustificato dalla crudeltà del landlordismo, giustificato dai patimenti di migliaia di persone in lotta coi loro nemici naturali per un alito di libertà che non ottengono mai.
Voi avete dimenticato che l’Irlanda non è un paese libero e che gl’irlandesi sono alla mercè di conquistatori implacabili. Così siamo noi siciliani, sissignore, noi siamo un’isola conquistata. Noi non facciamo parte della vostra penisola che come contribuenti. Ci avete messo in casa una polizia di malfattori, dei giudici o spietati o corrotti e ci considerate una popolazione di mafiosi. Volete una prova della siciliofobia dei continentali? Pochi mesi sono la cosidetta banda Maurina ammazzò un confidente o uno che aveva parlato coi carabinieri. Lo si trovò putrefatto, col ventre divorato dai vermi in una grotta. Era un delitto spaventevole, s’intende. Era, se volete, della vendetta siciliana, una cosa che trovate del resto in tutti i paesi del mondo. Supponete che la banda, composta di latitanti di S. Mauro, sia di venti, di trenta malfattori. Ebbene la stampa continentale parla di noi come di tre milioni e mezzo di briganti!
Convenite che neanche i vostri signori giornalisti non sono teneri di noi siciliani.
Pochi giorni dopo, il 24 dicembre 1890 – vedete che mi ricordo anche della data – a Milano, la città che voialtri signori continuate a illustrare come quella che racchiude tutto ciò che vi è in Italia di altamente intellettuale e morale, si commette di giorno, in una via popolosa, diciamo Via Torino, un assassinio feroce, un assassinio direi quasi siciliano o irlandese, se vi garba. Si è squarciata la gola, tra le dieci e le dieci e mezzo antimeridiane, a certa Ida Carcano, la figliastra dell’orefice al numero 22, mentre si trovava sola in bottega. È stato un audace, un enorme delitto. Guai se fosse stato commesso in Palermo! I giornalisti avrebbero ripreso la mafia per il collo e l’avrebbero annegata nel loro inchiostro velenoso. È stato commesso in Milano, nella capitale morale d’Italia, e non si è tirata in ballo la solita fratellanza dei delinquenti. Gli assassini erano scappati e non si parlò più che della assassinata, della povera Ida che venne accompagnata al cimitero dalla pietà morbosa di 40.000 persone.
Una popolazione forte, credetelo, non avrebbe sciupato tante lagrime e tanto tempo per un fatto di cronaca. Il colpo era stato crudele, lo si doveva registrare e passare oltre. Noi, siciliani, non ci siamo tuttavia soffermati a biasimare o ad accusare. Non abbiamo chiamato i milanesi una massa di assassini. Ci siamo contentati di leggere la notizia con dei brividi, perché ciò è umano. Così si dovrebbe fare sul continente, quando al di qua dello stretto di Messina siamo colpiti da qualche sventura comune a tutti i popoli”.
Luraschi prese la tazza e la vuotò di un fiato. Lui pensava che il marchese ragionava bene, come avvocato. L’avvocato non ha scelta. Egli è obbligato dalla professione a difendere Boggia o Verseni. Anzi, l’avvocato, di solito, dà la preferenza alla causa più mostruosa e la sostiene con argomentazioni che più di una volta inducono i giurati ad assolvere dei veri malviventi pericolosi. Ma il suo concetto era arcisano. Il popolo che non dimostra cogli atti e colle parole che è disgustato dal delitto, è un popolo così poco evoluto da meritare di essere chiamato un popolo barbaro.
“Voi pensate a qualche cosa, Luraschi”.
“Sì, pensavo che il vostro ragionamento non mi ha convinto. Voi vi occupate del delitto materiale, io mi occupo anche della opinione pubblica. Mi spiego. Se si ammazza la Carcano e la cittadinanza rimane così indifferente da farmi quasi supporre che meritava la fine che ha fatto, io non mi sento più sicuro, io non sono più tranquillo, e il mio pensiero infuria e corre sui cittadini a scuoterli, a domandar loro se non sentono della mia repulsione, del mio disgusto. Così è in Irlanda. Dove voi, marchese, vedete il dispotismo, io vedo la legge, la legge che vuole imporsi, che deve essere suprema, che deve tutelare la vita e la proprietà di tutti. La libertà di accoppare il padrone che esige gli affitti, la libertà di buttarsi sul vicerè coi coltelli degl’Invincibili, o la libertà delle donne di Misilmeri, per esempio, di andare per le vie, come nel ’66, a gridare:
A sei grana la carni d’ ‘u surdatu!
a otto chidda d’ ‘u carrubbinieri!
è una libertà che mi fa rifluire il sangue alla testa e mi trasporta in mezzo a dei forsennati, ai selvaggi, alla plebe sitibonda di sangue, alla feccia che io distruggerei a cannonate. Una società come quella del Comune di Artena della provincia di Roma, coi suoi grassatori, coi suoi malandrini, coi suoi criminali nati, mi fa paura, parola d’onore, mi fa paura”.
“E a me no, dunque! Ma la paura non mi impedisce né mi deve impedire di rimanere imperturbabile come un giudice istruttore e di andare alla ricerca delle cause della perturbazione o delle anomalie colla tranquillità dello studioso che desidera di trovare la radice del male. Quando il generale Mesentzef cade pugnalato lungo un viale di Pietroburgo io non mi abbandono alla disperazione, ma raccolgo il pugnale e trovo che il nichilismo lo ha punito per essere il capo della terribile polizia segreta di tutta la Russia, per essere il sanguinario della cancelleria dell’impero che ha torturato i prigionieri politici che volevano dare ai loro concittadini una costituzione, una semplice costituzione come hanno gli altri popoli civili, una costituzione per governarsi col suffragio universale e manifestare la volontà del paese, colla parola parlata e stampata. Nella morte di qualche landlord io vedo la fame di tanti parìa della gleba irlandese, io vedo le evizioni strazianti dei coloni impotenti a pagare gli affitti, come nelle tragedie politiche di Phoenix Park, io vedo la tirannia del Castello di Dublino che tratta gli indigeni a fucilate, a tratti di corda e a filate d’anni di servitù penale. Questo io vedo, o signore. Voi inorridite che le nostre povere donne di Misilmeri abbiano sgolato grida selvagge. Ma voi non vi siete ricordato della loro miseria. Voi non vi siete ricordato del momento psicologico in cui scoppiò l’ira delle affamate e non vi siete neppure ricordato che i vostri inglesi, a pochi mesi di distanza, hanno conquistato la Birmania, e massacrato i vinti colle scariche delle mitragliatrici e portate in processione, per le vie di Mandalay, le teste dei capi che avevano voluto difendere la capitale colle armi. La vostra civiltà, o signore, è una civiltà violenta, una civiltà che permette al forte di impoverire il debole, che vive di stragi e si diguazza nel sangue delle sue vittime”.
Luraschi ebbe paura. Egli aveva veduto il marchese pronunciare le ultime parole come un ispirato o un uomo che farnetica dietro un ideale senza ritorno. L’idea piccola dei piccoli italiani che vorrebbero sbocconcellare il regno per crearsi una felicità politica insulare. In lui sono sviluppate tutte le rancide sentimentalità irlandesi che conducono alla ribellione politica e all’indifferenza per tutto ciò che è benessere intellettuale ed economico. No, no, egli rimaneva fermo sulla base granitica della società senza delitti collettivi e senza associazioni segrete. Solo lo Stato ha diritto di punire per la sua conservazione e per il bene di tutti. Si alzò calzandosi un guanto giallo come la scorza di un arancio e con un inchino disse addio al marchese, il quale si era riseduto ed era rimasto cogli occhi imbambolati su una tela appesa alla parete che riproduceva suo padre colla bonaca di velluto, il berretto rotondo col risvolto di peli, la carabina in spalla, la cartucciera al ventre, a zonzo per il latifondo circondato da un nugolo di campieri.
E il suo sogno di un’Italia insulare ripopolava il suo cervello. Egli, guardando il genitore che rappresentava il capo della baronia, vedeva una Sicilia libera, autonoma, padrona di sviluppare le sue risorse. Una Sicilia bella, operosa, colma di ricchezze, con un avvenire sempre più lieto per i siciliani. Pieno di tenerezza per tutti, aveva finito per odiare cotesti signori continentali che volevano obbligare i siciliani a foggiarsi sul loro modello e che non sapevano pensare all’Isola del Sole senza pensare a un’isola di briganti e di mafiosi.
“Imbecilli”!
ALLA RICERCA DEGLI ASSASSINI DI NOTARBARTOLO

LURASCHI, con le sue lettere di presentazione, era riuscito a scavarsi delle miniere di informazioni.
Il prefetto di Palermo lo invitava ai suoi ricevimenti quindicinali, il questore gli aveva fatto conoscere tutti i suoi dipendenti, il procuratore generale si lasciava vedere nei ritrovi pubblici con lui sottobraccio, il capo della guarnigione lo aveva spesso a pranzo, in certe case palermitane poteva passare qualche ora della sera, ma la mafia, dietro la quale correva da più mesi, non si lasciava studiare. Quando credeva di esserle alle calcagna, scompariva, ne perdeva la pista, rimaneva disorientato.
Ma che cos’è dunque questa mafia maledetta di cui tutti parlano senza conoscerla? Dove è, dove ha sede, come si riunisce, chi l’ha veduta mai?
È dessa una associazione di malviventi, un’organizzazione politica, una federazione di uomini e di donne tenebrosi che si conoscono con una strizzatina d’occhi o con una stretta di mano o con una modulazione di voce o con una parola d’ordine comunicata dal numero Uno dei mafiosi? Chi ne sa qualche cosa?
Tutti gli dicevano che esiste, ma nessuno gliela faceva vedere al lavoro. Accadeva un assassinio? Si susurrava che era stata la mafia. Si svaligiava una casa di qualche pezzo grosso? Si accusava la mafia. Il Banco di Sicilia faceva delle operazioni disastrose? Si diceva che il Consiglio era composto di mafiosi con a capo il duca della Verdura. Si rubava un cavallo o una carrozza o delle mule? Non poteva essere che l’opera dei mafiosi. Ma dunque questa mafia è una setta di associati distesa su tutta l’Isola per impedire che i galantuomini si facciano strada, per intimorire gli onesti, e per far largo dappertutto ai malvagi? Avrebbe pagato qualche cosa per venirne a capo. Quando domandava se era un’associazione coi suoi statuti, con la sua sede centrale, con i suoi capi, con il suo esercito, gli si rispondeva di no. Non c’è che l’omertà che la tenga assieme. E che cos’è l’omertà? Della solidarietà, della connivenza, del consenso e dell’approvazione? In nome della omertà il testimonio non parla al processo, in nome della omertà la polizia non riesce a mettere le mani addosso alla popolazione che vive di delitti, in nome dell’omertà certe persone diventano impopolari e certe altre sono evitate e boycottate o considerate delle spie, dei traditori.
“Chi mi spiega questo mistero?”
“Io” gli disse Giovanni Tiraboschi, tendendogli le mani per stringere le sue.
“Siete voi? Avete fatto bene a venire a trovarmi. Voi forse potrete aiutarmi a sgarbugliare una matassa che ho per le mani da mesi senza riuscire a trovarne il bandolo”.
“La vostra matassa è la mafia. Lo so e io sono venuto apposta per aiutarvi a dipanarla. Almeno se sarà possibile. Perché è un pezzo che sono giudice istruttore, ma non posso ancora dire di conoscerla intimamente. Non c’è che il mafioso che potrebbe rivelarcela. Ma il traditore non vivrebbe due minuti. E tra i mafiosi questo sacrificio è sconosciuto. Per carità, non perdiamoci in divagazioni. Ho per le mani una missione importante. La ricerca degli assassini del commendatore Emanuele Notarbartolo, avvenuta il primo febbraio 1893, nel territorio di Trabìa. Mi sono imposto di non fidarmi di nessuno. Più di una volta durante le mie investigazioni ho dovuto sospettare perfino dei delegati e degli ispettori di P. S. Ho perfino, indovinate? creduto di essere stato sviato dal questore. Può darsi che io mi sia ingannato, ma a ogni modo i dubbi mi perseguitano sempre. Basta, adesso non occupiamoci che del morto. Accettate?”
“Di essere vostro compagno in questa missione nobile e santa di consegnare alla giustizia gli assassini di un uomo che personificava la moralità e la rettitudine dell’Isola? Eccomi tutto vostro. Valetevi di me, di giorno, di notte, sguisato o truccato, vestito dei miei abiti, come vi piace, come le circostanze vi suggeriranno”.
“Grazie. Vi prometto che cercheremo e non smetteremo che quando avremo messo le mani sugli esecutori del delitto e sui mandanti”.
“Mandanti, avete detto?”
“Silenzio, state zitto. Ma è probabile che quest’affare finisca per condurci alla scoperta di mafiosi altolocati, di mafiosi che occupano la sommità delle posizioni sociali. Non fiatate con alcuno. Per riuscirvi è necessario la precauzione di Claude, il defunto ancien chef de la sureté di Parigi, quando andava alla ricerca dei nemici personali di Napoleone III. Tutto deve essere fatto da noi.”
“Non dubitate. Ma intanto silenzio, tutto ciò che mi avete confidato non è che della supposizione, non è vero?”
“Per ora sì. Ma può darsi che io non mi inganni. Intanto, se voi volete partecipare alla inchiesta dovete conoscere bene i fatti. Senza dire il perché, ho ordinato alla compagnia ferroviaria di attaccare al treno della seconda corsa di domattina che va da Palermo ad Altavilla e a Termini Imerese il vagone nel quale venne assassinato il povero commendatore. Alla stazione di Termini troveremo una carrettella della ferrovia che ci condurrà lungo la linea ferroviaria fino ad Altavilla. Con essa potremo fermarci in diversi punti e segnatamente nella galleria di Termini, al luogo ove il casellante Tomasello Rosario trovò il coltello insanguinato.
Non c’è tempo da perdere. Io ho molte cose da fare in ufficio. Vi lascio queste carte che vi metteranno al corrente del delitto. Il resto ve lo dirò domani in treno. Addio Luraschi”.
“Addio avvocato, a domani”.
Si mise a passeggiare come se avesse avuto indosso l’argento vivo. Non sapeva più stare nella pelle. Gli era capitato quello che andava sognando da anni. Di diventare il Lecoq degli appendicisti italiani. Al reporter la fantasia era inutile. Al romanziere era necessaria. Egli sentiva di averne da buttar via. Era la sua idea fissa di sprofondarsi negli abissi dei delitti e risalire alla superficie col materiale dei drammi da sciorinare nel pianterreno del giornale più diffuso d’Italia. Emile Gaboriau che molti paragonavano a un romanziere da fiera, era, per Luraschi, un genio, un mouchard della penna che faceva la fortuna di qualunque giornale che lo pagava profumatamente.
Era in lui il fiuto del membro della polizia sotterranea, l’astuzia fine dell’uomo del gabinetto d’istruzione, l’alano che va sicuro sulle orme del cignale. Le sue inchieste rumorose e spettacolose hanno fatto il Goron, il quale prima di diventare romanziere aveva saputo rintracciare il baule in cui 1’Eyraud e la Gabriella Bompard avevano sepolto il Gouffé. Ah sì, senza questo discepolo di Lecoq il mondo avrebbe perduto lo spaventevole documento della delinquenza parigina che ha fatto trasalire milioni di lettori.
Con un’altra stropicciatina di mani egli si andava dicendo che se il governo avesse saputo delle sue attitudini a quest’ora sarebbe in mezzo ai drammi della vita dei sanguinarii. Invece, pazienza. Ormai la sua vita era tracciata. O romanziere di appendice o il ritorno alla vita oscura del maestro di villaggio che imbestialisce colle vocali e colle consonanti. L’occasione gli era capitata e non se la lascerebbe scappare tanto facilmente.
Il primo compito di un romanziere verista come lui era di tener conto di tutto ciò che ha relazione col delitto. Le inezie o le minuzie possono condurre allo scioglimento del capolavoro. Gli tornava in mente il delegato di P. S. ch’era riuscito a svelare il mistero di una donna stata trovata nuda, senza testa, colle gambe piegate e legate sul seno, ravvolta in parecchi giornali, sotto la finestra della sua sezione di polizia! Colui che ve l’aveva deposta aveva perduto nello sforzo un bottone dei calzoni. Gli è bastato. Incominciò a esaminare il tronco dell’assassinata. Il suo corpo era ben nutrito e le sue dita non erano della lavoratrice che agucchiava o si guadagnava l’esistenza colle mani. Le unghie pulite, arrotondate con cura dalla limetta, dicevano chiaro che il delegato si trovava alla presenza del cadavere di una signora o di una mantenuta. Colla ditta del sarto sul bottone si procurò la lista dei clienti e due giorni dopo l’assassino era in questura a subire l’interrogatorio che doveva mandarlo in galera a vita.
Luraschi guardò l’orologio e si mise al lavoro.
“Vediamo e leggiamo dunque queste carte”.
“Verso le ore diciotto del primo febbraio del 1893, in uno scompartimento di prima classe del treno numero tre, lungo il tratto ferroviario Termini, Trabia, S. Nicola, Altavilla fu assassinato il commendatore Emanuele Notarbartolo”.
“Siamo alle prese con persone altamente educate. L’idea di assassinare un uomo in treno non poteva nascere che nella testa dei lettori di Zola. Più leggo e più mi accorgo che hanno commesso uno dei plagi più sfacciati. Cambiate i nomi e la linea e troverete che il coupé della Bestia umana riproduce la scena avvenuta nello scompartimento di prima classe del treno siciliano. Monsieur Grandmorin e il signor Notarbartolo sono stati sgozzati in una identica maniera. A noi manca il Jacques per raccontarci il momento tragico. Jacques vide distintamente dai vetri del coupé che passava con una violenza vertiginosa un uomo che ne teneva un altro rovesciato sul divano e che gli piantava il coltello nella gola mentre una massa nera, forse una terza persona, pesava con tutto il suo corpo sulle gambe in convulsione dell’uomo che si stava assassinando. Anche qui i nostri signori assassini si sono serviti di un coltello dal manico di osso bianco, con lama a punta acuminata, lunga diciannove centimetri. Si dica quel che si vuole, ma ci vuole del fegato a precipitarsi su un passeggiero e ammazzarlo con un colpo che non lo lasci rialzare a difendersi.
Tiriamo innanzi. Quale ha potuto essere il movente del delitto? Gli assassini del signor Grandmorin hanno voluto punire con un colpo mortale la concupiscenza del vecchio che aveva delibata la futura moglie del sottocapo stazione Roubaud. Questi di Notarbartolo non potevano avere gli stessi motivi, poiché l’ex direttore del Banco di Sicilia era conosciuto per un uomo laborioso, devoto alla moglie, affezionato ai figli. Qualche volta, è vero, anche i modelli della virtù e della rettitudine ci vengono rivelati dagli accidenti per dei libertini o degli scostumati che passano da una donna all’altra. Ma il nostro caso è diverso. Qui abbiamo le prove della sua temperanza, del suo amore per la famiglia e della sua attività negli affari e nella cosa pubblica. Possiamo dunque escludere la vendetta femminile compiuta per mandato. Messo da una parte l’amore ci troviamo dinanzi l’interrogazione interesse. Ma anche qui mi ci perdo. Perché il procuratore generale di Palermo dice che era noto a tutti che il commendatore Notarbartolo non andava in giro con somme rilevanti. Si aggiunge che egli aveva per massima che i denari mettono in pericolo la vita del possessore. Ma perché aveva 400 lire nel portafogli? Perché il suo mezzadro, Salvatore Randazzo, gli consegnò qualche biglietto da cento che doveva portare al barone di Valdibella, cognato di Notarbartolo. Io entro nel buio delle ipotesi. È mai possibile che gli assassini, i quali, tra parentesi, dovevano conoscere molto bene la loro vittima, abbiano voluto buscarsi la galera a vita per una manata di biglietti di piccolo taglio? Non è possibile. E allora perché lo hanno svaligiato, strappandogli perfino la catena dal panciotto? No no, non si ammazza un uomo eminente come Notarbartolo, armato di carabina a retrocarica, con la cartucciera intorno al ventre senza gravi motivi. Quali? Più vado avanti e più il buio infittisce. E chi ha mai potuto comunicare l’ora e il treno nel quale sarebbe passato il commendatore? Il suo cameriere Gioacchino Campisi no, perché è un vecchio cresciuto in casa che ha versato tutte le lacrime dei suoi occhi sulla perdita del padrone. Il curatolo del fondo di Mendolilla no, perché era un uomo fidato al quale il padrone voleva un gran bene. Tutte le volte che Notarbartolo discendeva alla stazione di Causo gli metteva una mano sulla spalla in segno di confidenza, gli domandava come stava, saltava sulla cavalcatura e si avviavano verso il tenimento chiacchierando familiarmente di cose di campagna.
Il punto nero è il bottaio Antonio Piazza, andato con lui a travasare il vino e a empirne quattro barilotti per la famiglia del commendatore a Palermo. Era egli abituato ad accompagnarlo a Mendolilla? Il procuratore generale risponde affermativamente. Ma me lo dipinge come una figura losca, me lo lascia credere mafioso, mi fa supporre che non sia stato un amico dell’ex sindaco di Palermo e mi assicura che aveva rapporti con certi tipi ladri, con certi tipi che la giustizia non ha mai potuto cacciare nella giacca del galeotto per insufficienza di prove. È una figura tenebrosa, che parla poco, che preferisce passare per un asinaccio che non s’accorge mai di nulla. Mio caro, non ti abbandono che per continuare i miei studi. Ti riprenderò non appena ricomincerò dove principia questo dramma macchiato di sangue. Non avere paura che la mia mano verrà a riprenderti.
Notarbartolo, quando è partito alla volta di Palermo, aveva qualche altra cosa con sé, oltre la carabina? Aveva l’impermeabile, il paletot. Null’altro? Nelle tasche gli si sono trovati dei fiammiferi e una scatoletta di pastiglie di clorato di potassio. Ecco un’altra prova che il furto non fu la causa dell’omicidio. Il portafogli glielo hanno portato via perché potevano crederlo pieno di carte compromettenti o utili a loro. Mentre lo spillo d’oro e l’anello d’oro visibili ai loro occhi sono rimasti, il primo sulla cravatta, il secondo sull’anulare della mano destra. È vero, quando si è insanguinati, quando si è sottosopra, quando si è dinanzi la vittima che stravolge gli occhi con dei rantoli da far gelare il sangue nelle vene, non si pensa a tutto e non si vede magari quello che vedrebbe un bambino. Cartouche, per esempio, dopo avere compiuto una di quelle sue operazioni che mettono indosso la febbre terzana, si asciugò la faccia spruzzata del sangue della sua vittima, col proprio fazzoletto, dimenticandoselo poi in saccoccia tale e quale, per il policier che doveva andare a fargli visita!
A ogni modo io escludo l’interesse, come ho escluso l’amore. La serata del delitto era splendida. I casellanti dicono che c’era una luna che illuminava le distese attraverso cui passa la locomotiva di una luce chiara la quale avrebbe permesso di vedere i piedi di un fuggente o dei fuggenti alla distanza di due chilometri. Le guardie campestri hanno deposto come i casellanti. Erano ancora intorno per i latifondi e parecchie, subito dopo il passaggio del treno, erano avviate verso i binarii. Non hanno visto anima viva. Li hanno ripassati e sono rincasati senza incontrare l’ombra di un loro simile. Dunque dal treno non è disceso alcuno.
Di questo possiamo essere sicuri. Dalla stazione di Termini al ponte Curreri, ove venne gettato il cadavere, non c’è stato trasbordo di passeggieri e non è salita o discesa alcuna persona dal treno. Da Termini a Trabia i treni passano lungo una galleria che fa fremere, che non lascia neppure germinare l’idea di una fuga. È una galleria buia, umida, appestata dalla nuvolaglia che perde la locomotiva, rintronata come da un terremoto che ne fa tremare le muraglie. L’inferno è completato dal braciere della macchina che incendia l’aria che attraversa e dalle faville che si disperdono a nugole. Signore, chi sarebbe capace di mettere fuori la testa dallo sportello? Chi vorrebbe mai discendere da un treno in un momento così spaventevole come questo? Nessuno. E se ci fosse? E se ci fosse stato? Pazzi! Se ci fosse stato non sarebbe rimasto di lui che una poltiglia sanguinosa e fumosa appiccicata alla parete viscida. Il treno lo avrebbe immedesimato nella muraglia. Non pensiamone dunque più. Il fuggente sarebbe stato un suicida.
Le deposizioni ci portano via gli ultimi dubbi. Esse ci dicono che qualche minuto prima di entrare nella galleria gli sportelli di ciascuna vettura erano chiusi, ermeticamente chiusi, come erano chiusi i finestrini.
C’è un punto che ci darà molto da lavorare. Ma ne parleremo nel vagone. Dove si è compiuto l’assassinio? Da Trabia al ponte Curreri il treno percorre un tratto di un chilometro e novecento ottanta metri in tre minuti circa. In tre minuti si può accoltellare un uomo, frugarlo in tutte le saccocce, strappargli la catena dell’orologio, tirargli fuori la giacca, ravvolgerlo nella giacca, aprire lo sportello, prenderlo nelle braccia e buttarlo nel vuoto? Vedremo. Quello che a noi importa, per ora, è di non commettere errori se o no siano stati scambiati dei passeggieri alla stazione di Altavilla, dove i due treni si incontrano in coincidenza. E qui siamo tranquillati dal personale ferroviario. I passeggieri che smontavano dal treno numero tre erano tutte persone conosciute e nessuna di esse è entrata nel treno numero 18 in viaggio verso Termini. Il treno numero tre era a Trabia alle 6.3′.
Nel vagone di prima classe continueremo la nostra inchiesta. Per ora, signori assassini, vi saluto. Io vado a pranzo. Vado a pranzo colla convinzione che il capo stazione di Palermo e la questura della stessa città non hanno dimostrato quella sollecitudine che io avrei dimostrato al loro posto. Come, o signori, avete potuto mettervi a tavola senza avere la testa piena di punti interrogativi? Arriva il treno. I figli di Notarbartolo sono là con la carrozza che aspettano il genitore. Dal vagone di terza classe escono il bottaio e il cameriere”.
“E il padrone?”
“Era nel vagone di prima classe”.
A nessuno viene in mente di aprire la vettura.
“Ma parla, Campisi, dove hai lasciato il padrone?”
“Io sono montato in treno a Causo coi quattro barili di vino. Il padrone mi aveva detto che andava a Sciara a portare i dolci ai nipoti Giovanni e Sofia, i quali si sono appena maritati. Alle tre pomeridiane lo rividi alla stazione di Sciara ove venne allo sportello a domandarmi se avevo bisogno di qualche cosa. Non lo vidi più; non so più niente. So che è salito in treno, in un vagone, di prima classe”.
I figli allibiscono. Essi, sapendo che il padre non ha l’abitudine di telegrafare una cosa e farne un’altra, incominciano a tormentarsi colle supposizioni. Tempestano di domande il personale viaggiante, suggestionano il capo stazione, parlano coi delegati e nessuno si muove.
Io non sarei stato quieto. La questura non supponeva un delitto, al capo stazione non venne neanche in mente che si trattasse di un assassinio, e così l’uno e l’altro andarono a pranzo, come me, adesso. Io avrei indagato, aperto per lo meno il vagone ove si diceva che era stato visto il Notarbartolo e avrei interrogato i ferrovieri del treno tenendo gli occhi nei loro occhi.
So la scusa del capo stazione. Se si dovesse pensare a una disgrazia tutte le volte che a una data stazione non arriva un dato passeggiero, il povero diavolo incaricato di questo ufficio morirebbe di spavento in pochi giorni. Un tale lungo la linea si ricorda di un appuntamento, o che ha bisogno di restare a un dato punto per vedere qualcuno e discende. Un altro cambia idea. Si ferma e riprende il viaggio col treno della parte opposta. Sono avvenimenti di tutte le ore. Un capo stazione poi ha da pensare più ai treni in partenza e in arrivo che ai passeggieri e ai loro interessi.
Giusto, giustissimo. Ma se lui avesse ordinato a un suo dipendente di dare un’occhiata allo scompartimento ove si supponeva il viaggiatore perduto o irreperibile, non avrebbe adempito al suo dovere e non ci risparmierebbe ora, forse, la noia di andare a tentoni alla ricerca degli assassini?
Bastava aprire lo sportello del vagone per non avere dubbi che nello scompartimento era avvenuta una lotta sanguinosa”.
IN TRENO

LURASCHI salutava la superba aurora con giubilo. Aveva passato una notte da cane. Tutte le volte che stava per addormentarsi gli pareva di sentirsi per le orecchie le grida strazianti di Notarbartolo che domandava aiuto. Alle due dopo mezzanotte gli era toccato svegliarsi di soprassalto, come per difendersi dalle mani che volevano strangolarlo. Era l’incubo. Il dramma lo perseguitava. I personaggi gli turbinavano intorno il letto cogli abiti chiazzati di sangue coagulato e gli toglievano il respiro. Sdrucciolò dal letto e andò a tavolino con l’idea di liberarsi di tutta quella ossessione che gli negava il riposo. Scrivere e scaricarsi, ecco il narcotico. Ma non si scrive che quando è in noi il sedimento in fermentazione. Luraschi aveva la mente affollata di materiale ma non aveva la calma per una concezione artistica. Scriveva e cancellava. Gli venivano fuori scene confuse, personaggi senza individualità proprie, pensieri che non si adattavano all’ambiente. Buttò via la penna e incominciò a vestirsi.
Sotto il cielo tersissimo camminava bene e respirava l’aria fresca a larghi polmoni. Ma la mente non si distraeva. Passava dai monumenti della antica Palermo e della Palermo moderna, senza avvedersene. Non si fermò che dinanzi una fabbrica di maccheroni, perché c’era ressa di uomini e donne che andavano al lavoro. Ma non fu che una pausa. Alla Croce dei Vespri si ricordò della data famosa, leggendone la epigrafe:

PER SECOLARE TRADIZIONE
QUI FU LA DIMORA
DI GIOVANNI DI SAN REMIGIO
GIUSTIZIERE DI VAL DI MAZZARA
IN NOME DI CARLO D’ANGIÒ.
E QUI L’IRA VENDICATRICE DEL POPOLO
CADEVA SULL’OPPRESSORE STRANIERO
IL 31 MAGGIO 1282.

Il verde cupo dei giardini smaglianti che rasentava, mentre dal Foro Italico si recava alla stazione centrale, non aveva maggiore potenza dei monumenti. Lo lasciavano indifferente. Per passare il tempo dovette cacciarsi in un caffè e leggere giornali e giornali fino all’ora della partenza.
Mezz’ora prima egli era alla stazione centrale che passeggiava innanzi e indietro fumando una sigaretta dopo l’altra.
Non appena spuntò dalla via in fondo Giovanni Tiraboschi, Luraschi gli andò incontro con il cuore allargato. Aveva bisogno di sentire la voce di una persona umana. Fino al suo arrivo non aveva conversato che coi fantasmi.
“Buon giorno”.
“Buon giorno”.
“Siete un po’ pallido”.
“Ho passata una notte insonne”.
“Me ne dispiace. Statemi a sentire. Prima di entrare, gireremo intorno a questa via. Non alzate gli occhi che quando ve lo dirò io”.
“Mi spaventate”.
“Non spaventatevi; ascoltatemi”.
“Ai vostri ordini”.
“Quando vi permetterò di alzare gli occhi, vedrete due uomini, uno più alto dell’altro, che in apparenza vanno via parlando dei loro affari. Notate bene quello a destra. Io sono pedinato. La mafia è alle nostre calcagna”.
“E io che non mi sono provveduto di un revolver”.
“Forse non è necessario. Anzi, ne sono certo. Ma in Sicilia bisogna averne almeno uno per saccoccia”.
“Un vero palermitano vi dirà che ce ne vogliono due. È un’arma che nasce coll’isolano. State attento e guardate”.
“Vedo”.
“Adesso prendiamo la via della stazione. Avete notato bene l’uomo a destra?”
“Potrei descriverlo”.
“Quello è Giuseppe Fontana, il protagonista della nostra inchiesta”.
Edoardo Luraschi non ebbe più fiato. Gli parve di essere lì per perdere l’equilibrio.
“Permettetemi di appoggiarmi al vostro braccio”.
“Fate. Vi credevo più forte. Quando saremo nel vagone cadrete in deliquio! Per fortuna che ho preso con me una bottiglietta di cognac. Con essa vi terrò in vita”.
“Non ci sarà bisogno”, diss’egli riavendosi completamente.
“Se è il protagonista, perché non lo fate arrestare subito, subito?”
“I perché sono tanti e li capirete a mano a mano che entrerete nella matassa intricata. Intanto è necessario che sappiate che egli è un tipo uscito dal sottosuolo. I bassifondi sono il suo regno. Appartiene ad una famiglia di mafiosi, di manutengoli, di ladri e di assassini. Non faccio che riassumerlo. In un altro momento ci occuperemo dei particolari”.
“Veste piuttosto bene”.
“Non si sa come. O meglio si immagina ch’egli tragga i denari dalla malavita. Un’altra cosa importante, che dovrete inchiodarvi nella testa, è che il Giuseppe Fontana del fu Vincenzo, abitante in Palermo, è persona del cav. Raffaele Palizzolo, deputato al Parlamento”.
“E che c’entra l’onorevole Palizzolo? So che egli è un uomo stimatissimo, amico intimo del duca della Verdura, di di Rudinì e di Francesco Crispi”.
“Non nego tutti questi fatti. Ricordatevi semplicemente di quello che vi dico se vogliamo andare in fondo a pescare il nome dell’individuo che ha prezzolato i sicari. Un’altra circostanza e ho finito di parlarvi di Giuseppe Fontana. Egli non venne processato per mancanza di indizii. Il collega che aveva in mano tutto l’affare prima di me, credette al suo alibi, cioè che nel giorno del delitto egli fosse a Tunisi. In Sicilia non bisogna mai credere all’alibi degli accusati. Perché quasi tutti i misfatti sono premeditati. Se non sono male informato, il Fontana, il giorno dell’assassinio del comm. Emanuele Notarbartolo fu visto in Altavilla. Conosco la persona che lo ha veduto.
Pensiamo che il treno non aspetta. Ecco là l’ispettore che ci attende. Egli ci farà entrare nel vagone sul quale ha fatto mettere riservato. Riservato per noi. Cosi non saremo disturbati e potremo continuare le nostre investigazioni. A proposito, mi sono dimenticato i sigari. Io fumo come un turco. Signor Ispettore, buon giorno, ho tempo di comperarmeli? Ci sono ancora dieci minuti? Allora ho tempo anche di trangugiarmi il caffè. Lo prendo sempre fuori perché ho l’abitudine di leggere i giornali. L’avete già preso? Non importa. Potrete prendere qualche altra cosa. Adesso sto bene; quando si è al di là della quarantina tutte le abitudini diventano cose indispensabili. Una volta me ne infischiavo del caffè. Dei sigari, no. I sigari sono la poesia dell’uomo. Quando fumo produco della prosa leggibile e sovente delle istruttorie che potrebbero essere stampate. Salgo io per il primo. Non abbiate paura. Qua la mano. Addio, signor Ispettore. Grazie. State attento. Vedete i due uomini dietro la punta dell’altro treno? Sono Fontana e il suo compare che ci spiano”.
I due personaggi rimasero per un minuto senza parola. Ciascuno era compreso di essere sul teatro sanguinoso di una delle più scellerate tragedie di quest’ultimo quarto di secolo. E ciascuno, col pensiero nella tragedia mostruosa, si sentiva terrorizzato come in una tomba sotterranea.
“Prendete uno dei miei sigari”.
La voce del giudice istruttore gli fece l’effetto di una voce metallica. Se la sentì per le orecchie come un frastuono. Prese il sigaro, se lo lasciò accendere, e ricadde nel silenzio cupo, cogli occhi fissi sul divano, ove gli pareva che le macchie del sangue di Notarbartolo si allargassero e diventassero più scarlatte a ogni sussulto di treno. Per sottrarsi all’esagerazione ottica dovette passarsi e ripassarsi le mani nella capigliatura folta come per darle aria.
“Vi sentite male?”
“Respiro a disagio”.
“Prendete una goccia del mio cognac”, diss’egli aprendo la valigetta che si era portato seco. “Vi sentirete meglio. La prima volta che mi si mandò a fare un’inchiesta, perdetti i sensi. Mi trovai dinanzi una donna strangolata dal suo amante come dissanguata. Il cadavere contorto dagli sforzi che la vittima doveva aver fatto per liberarsi dal suo assassino, mi aveva fatto andare in deliquio. Non rinsensai che con una sorsata di acquavite che mi regalò il brigadiere dei carabinieri. Le prime impressioni sono eterne. La vedo ancora colle mani crispate sulle lenzuola candide e con la faccia e il collo biancastri e pieni di lividure. La bocca era atteggiata a un orribile sberleffo. Dio, come mi fece paura!
Non sono divenuto insensibile, ma la professione mi ha reso meno facile alle sensazioni che privano dei sensi. Provatevi a passare degli anni in un gabinetto, ove vanno i delinquenti a narrare freddamente come sono entrati di notte in una casa o come hanno appeso al chiodo una ragazza o come hanno compiuto la strage di tutta una famiglia. Finite per diventare meccanico. Mi capita spesso di dettare al mio copista le più scellerate pagine della vita criminosa senza smettere di fumare di gusto.
Prima di incominciare la nostra inchiesta vi devo fare una confessione. S’intende che ciò che vi dico deve rimanere tra noi, perché posso anche dare del naso in una cantonata. Ma nessuno mi leva dalla testa che l’uccisore di Notarbartolo sia un uccisore di uomini. Non si produce un capolavoro senza un po’ di pratica.
Io corro dietro la stessa mano da dieci anni senza mai afferrarla. Più le vado vicino e più mi sfugge. Ma la sento, la sento che è la stessa mano. È una mano abile, arciabile che produce il suo lavoro diabolico e scompare.”
“Dunque la conoscete?”
“È la mia fissazione. La conosco come si conosce la via di una città che attraversate tutti i giorni. I suoi odiosi malefici portano il suo suggello. Lasciano nel delitto la marca individuale, il metodo, il sistema. È la mano nota che organizza, che prevede, che colpisce e non se ne sente più parlare che a un altro delitto più inumano dell’ultimo”.
Luraschi ebbe un sorriso di incredulità per tutto ciò che il giudice istruttore andava dicendo. Se la conosce non dovrebbe essere difficile tenderle un agguato e sorprenderla e capitarle sopra quand’essa è ancora fumante di sangue.
“Non vi pare che conoscendola si potrebbe impadronirsene?”
“È la mia disperazione. La sento, vi ho detto. La fiuto, e, qualche volta, mi pare di vederla. Ma dessa mi vince. Io la inseguo inutilmente.
In apparenza non c’è relazione tra i delitti bestiali di prima e il delitto bestiale di adesso. I primi sono avvenuti in una casa, o in mezzo alla solitudine di un feudo o all’entrata di una villa, come è capitato a Francesco Miceli, anni sono. I primi sono stati ammazzati a colpi di fucile o di rivoltella. L’ultimo pare l’opera di un macellaio. Ma in questo e in quelli trovate il solito uomo che compie i misfatti colla stessa audacia, colle stesse precauzioni, colla identica efferatezza. In ogni suo delitto si sente il malvagio, il bruto, la tigre che dopo il pasto si lambisce le labbra come per riassaporare il sangue che non l’ha saziata”.
“Non sono del vostro avviso e ho le mie buone ragioni. Gli assassini di cui parlate non possono essere stati commessi da una persona sola. Ne convenite? Ella deve avere avuto dei cooperatori. Lo ammettete?”
“Io mi occupo della mano che opera”.
“Negate che abbia dei complici?”
“Non nego”.
“Oh, bravo! Se ha dei complici, i complici di un delitto non saranno i complici di tutti gli altri delitti. Ne siete convinto?
E se anche lo fossero, non mi verrete a dire che gli autori del delitto della quattordicesima vettura, segnata C., del treno numero tre che filava, nelle ore pomeridiane del primo febbraio 1893, da Termini a Trabia, possono essere stati gli autori dei delitti consumati altrove, in epoche diverse. Mi capite? Qui siamo in treno e gli autori o i cooperatori o i complici non possono essere scovati che tra i ferrovieri in viaggio col treno. Di qui non si scappa. Voi parlate di uno nuovo. Ma l’inchiesta che ha preceduto la nostra e la perizia medica che è stata perfino rifatta, non ci lasciano dubbio alcuno che le mani che commisero l’atroce misfatto furono due. Una armata di un trinciante nuovo, uscito dalla celebre fabbrica di coltelli di Palermo, e l’altra armata di un pugnale bitagliente”.
“E chi vi dice che la stessa mano non si sia servita di tutte e due gli strumenti da taglio? Vi ho detto che la mano che sento è una mano scaltra, una mano che antivede i disastri e fiuta i pericoli. Ora volete ch’essa vada al lavoro impreparata? Che non supponga che la punta di un coltello può andare a rompersi, per esempio, in una scatola di sigarette di metallo o sulla cerniera di un portamonete o di un portasigari o in qualche diavolo di ferro o d’acciaio nelle tante tasche della persona condannata a morire?”
“Voglio ammettere che l’uomo che portate con voi da dieci anni sia il genio dei delinquenti. Ma qui ci sono due mani che hanno colpito e due mani volgari che menarono colpi a casaccio, che crivellarono il corpo di ferite come pazzi infuriati dalla paura. Il genio, mio caro, è sicuro. Assesta colpi mortali. Non irrita e non imbestialisce la vittima con puntate che la lasciano in piedi a continuare la lotta, ma va diritto al cuore dell’avversario. Gli assassini di Notarbartolo erano tutt’altro che degli esperti nell’arte crudele di assassinare. Sapete quante volte hanno dovuto cacciargli nella pelle le loro armi assassine? Ventitre. Senza tener calcolo delle abrasioni, delle spellature, delle escoriazioni. Erano dei vigliacchi, dei miserabili. Ecco quello che erano. Mi pare di vederli cogli occhi fuori dell’orbita, coi capelli in piedi, col coltello e col pugnale intrisi di sangue infuriare cogli strumenti affilati e tirare innanzi e indietro il braccio a seconda dei movimenti dell’uomo che tenta difendersi. Ditemi che sono degli esseri abbietti. Ma non gabellatemeli per assassini di genio. Gli assassini di genio sono morti con Cartouche, con Lacenaire, con Tropmann, o sono scomparsi con Jack lo squartatore. In questi era il colpo di grazia che eliminava la tortura.”
“Rammentatevi che il commendatore era uomo di fegato Era alto un metro e sessantaquattro centimetri ed aveva una larghezza di spalle di quarantaquattro. Era forte, coraggioso e sopratutto prudente. Non andava alla ricerca dei suoi nemici, ma se gli capitavano tra le gambe non scappava. Ve lo dica la carabina che aveva con lui. Ve lo ridicano i carabinieri dai quali si fece accompagnare dal fondo dei nipoti alla stazione, ove lo aspettava il suo cameriere Campisi. C’era con lui il bottaio, ma volle anche i carabinieri.”
“Il bottaio non era uomo di sua fiducia. Lo sospettava in rapporti con la mafia”.
“Ora non è possibile che un uomo colle orecchie tese e con gli occhi aperti abbia voluto lasciarsi scannare colle mani giunte. Egli si sarà difeso fino all’ultima goccia di sangue”.
“Lo credo. Vi rifaccio il dramma come se fossi stato presente. Non dubitate, la mia fantasia rimarrà assente. Tutto ciò che vi verrò dicendo è nell’incartamento che mi avete dato. Là vi è l’antefatto, là vi sono le deposizioni dei testi e degli accusati e le informazioni delle autorità che sono state alla ricerca degli assassini prima di noi.
Incominciamo dalle distanze per sapere se si poteva fare tutto quello che hanno fatto gli assassini lungo lo spazio che dovevano percorrere. Noi sappiamo che alla stazione di Termini il commendatore era vivo”.
“Vi sono parecchi testimoni che lo affermano e c’è anche Carollo, il conduttore, che lo dice”.
“Dalla stazione di Termini, procedendo verso Palermo, alla galleria, la distanza è di un chilometro e tre metri, distanza che il treno omnibus percorre in trenta secondi. E dalla stazione di Termini alla stazione di Trabia vi sono cinque mila e cento sessanta metri che un treno omnibus divora in undici minuti e trentatre secondi. Sarò un po’ noioso colle cifre, ma è necessario che io ve le dica se volete capire bene la tragedia.
Dalla stazione di Trabia alla galleria omonima è una distanza di novecento quarantun metri che il solito treno percorre in un minuto e tredici secondi. Dalla galleria al ponte Curreri, ove venne trovato il cadavere, c’è un tratto di mille cinquecento ottanta metri che lo stesso treno corre in due minuti e ventiquattro secondi.
Con la carta del tratto alla mano noi non abbiamo bisogno di fare la via a piedi. Sappiamo che la strada è qua e là ondulata, che la curva più pronunciata è quella tra Trabia e il ponte Curreri e che lungo quest’ultima parte della linea ferroviaria c’è da un lato una collina malagevole e accidentata e dall’altro una pianura ineguale, a solchi e con molti sassi che rendono difficile la corsa per chi ha paura di avere i carabinieri alle reni. La pianura è coltivata ad alberi fruttiferi.
In prossimità all’altura del ponte sorge una casetta colonica”.
“Questo si chiama essere precisi”.
“Chi è moderno non può fare diversamente. Una volta che conosciamo le distanze, sappiamo che a Cerda – secondo la deposizione del cavaliere Ratteri e dell’ingegnere Avesani – il Notarbartolo era vivo. Come sappiamo che era vivo alla stazione di Termini. Quest’ultimo testimonio è un po’ sospetto. E non lo metterete in dubbio non appena vi avrò detto che il suo nome è Carollo. Ma gli si può credere, perché gli assassini, se erano ributtanti quando coprivano di ferite il commendatore, conoscevano assai bene la via ferrata e i movimenti del treno”.
“Non c’è dubbio”.
“E loro, gli assassini, si sarebbero guardati bene dal giungere a Termini con un cadavere. Perché la stazione di Termini è molto frequentata e perché il treno vi si ferma non meno di sedici minuti.
Vi immaginate che degli assassini colle mani insanguinate, colla faccia stravolta e con un morto nello scompartimento vogliano star lì a tremare all’arrivo di ogni passeggiero per sedici minuti? È un supplizio al quale neppure i signori assassini si sottoporrebbero.
Saltiamo dunque questa supposizione.
Tutti i ferrovieri e tutti gli ingegneri ferroviarii sono d’accordo che non è possibile montare sul treno avviato. È molto se uno dei più pratici conduttori può mettere il piede sulla pedana di un treno omnibus – il quale si incammina, di solito, con fatica e lentezza – al terzo o quarto buf, buf. Dopo, quando le ruote girano lestamente, chi è in terra vi rimane e chi si arrischia a buttarsi sul treno per agguantarne la maniglia o il bastone di ottone lungo la vettura, precipita sul terreno tutto fracassato. Siete della mia opinione?
Ma supponiamo l’impossibile. Supponiamo che vi sia un pazzo stufo della vita. Venite al finestrino che mi capirete meglio. Vi accorgete della corsa vertiginosa? Noi che ne siamo trasportati, ci pare che si vada adagio. Mettete fuori la testa e vedrete che la velocità vi parrà raddoppiata. Se potessimo essere lungo il treno essa aumenterebbe di due o tre volte. Siccome non vogliamo essere spietati come gli assassini, riduciamo, per comodo del nostro pazzo, la corsa di metà”.
“Potete ridurla anche di tre quarti.”
“Accordato. E ora che il treno è frenato di tre quarti del suo calore, figuriamoci il nostro eroe lungo il binario, colle mani tese, in aspettativa di afferrare la maniglia di uno sportello qualunque o il bastone di ottone lungo le vetture. Dategli pure l’agilità e la pieghevolezza del clown e immaginatevelo pure così allenato da arrischiarsi a mettere il piede sulla pedana col garbo di chi intende di seguirlo e non di farsi trascinare. Ebbene, credete che il pazzo non cadrebbe sconquassato o tutto a pezzi?”
“Ne sono sicuro. Vi dirò di più. Se egli potesse, per un’ipotesi, attaccarsi alla maniglia o al bastone, col primo strappo il treno gli porterebbe via le braccia e il corpo capitombolerebbe sulle rotaie e vi rimarrebbe stritolato”.
“E voi sapete che i sanguinarii, quando si tratta della loro pelle, sono vili. Diventano bimbi pieni di paura. Pranzini ne è un esempio. Lui che non ha esitato ad ammazzare la prostituta Maria Régnault, per derubarla; che si è gettato, collo stesso coltello fumante del sangue della Régnault, sulla sua bonne la quale avrebbe potuto denunziarlo, e sul bimbo di quest’ultima perché strillava, è andato sulla piattaforma della guigliottina tremante come una foglia! E stato Deibler che ha dovuto fargli coraggio. Coraggio, vigliacco!
Eliminata la possibilità colla corsa vertiginosa, non ci rimane che il treno in moto o lì lì per mettersi in moto. E anche per questo movimento è necessario una pratica non trascurabile. Tanto più se si pensa che la predella lungo il vagone è larga diciotto centimetri e alta, dalle rotaie, un metro e alcuni centimetri. Lo si può fare ci hanno detto e noi alla esperienza facciamo di cappello.
Il primo assassino, per evitare di farsi conoscere da qualche passeggiero, doveva sapere la vettura e lo scompartimento nel quale era la vittima. Senza questa condizione l’assassinio non sarebbe avvenuto. Non vi pare? Alle prime eruzioni di fumo infocato della locomotiva, il malvivente saltò sulla predella, lasciò che il treno si avviasse bene, mise la mano sulla maniglia, aperse, montò sulla pedana, ed entrò ansante nello scompartimento.
Da qual parte era egli mai entrato alla stazione? Dalla sala d’aspetto o dalla cancellata lungo la piazza? Il guardia sala Cannella Francesco ci ha lasciato nella confusione delle sue affermazioni e delle sue smentite. Io, al posto del giudice inquirente, lo avrei fatto arrestare. Mi ha l’aria di un complice. Egli ci ha parlato di due sconosciuti trafelati giunti quando la campana era già suonata. Si può raggiungere un treno in moto, quando si è nella sala d’aspetto e si aspetta che la guardia finisca di bucare i biglietti? Ci ha detto che uno degli sconosciuti era “altetto” e che l’altro era “bassotto”. Che il primo aveva il biglietto di ritorno per Palermo di prima classe e il secondo di seconda. Due amici che viaggiano in separati vagoni?
Il giudice istruttore gli fece osservare che in quel giorno, alla stazione di Palermo, non era stato venduto che un biglietto di prima classe con ritorno e anche questo a una persona conosciuta. Allora il Cannella, confuso, venne fuori con la storiella che i biglietti potevano essere scaduti. In una parola è un teste che vi annerisce il dramma”.
“Vi annuncio con grande dolore che è morto.”
“Me ne duole. Perché è il consenso tacito di questi malandrini che alimenta i delitti.
Ritorniamo alla stazione di Termini coll’assassino nello scompartimento ove era Notarbartolo. Mancavano dieci minuti alle sei. Può darsi che all’entrata dello sconosciuto il commendatore abbia avute delle apprensioni. Ma era troppo tardi. La locomotiva aveva fischiato disperatamente e il treno filava in un modo che non lasciava più pensare a un cambiamento di vagone.
L’uno sedeva in faccia all’altro. Il commendatore occupava l’angolo verso il mare, lo sconosciuto l’angolo verso il monte”.
“Scusate se vi interrompo. Ma c’è stato qualcuno che ha detto che lo sportello dello scompartimento dove era Notarbartolo era aperto”.
“È impossibile. Il commendatore lo avrebbe chiuso.
Entra in scena il ferroviero. Egli è il conduttore, egli deve controllare i biglietti, apre ed entra. Il commendatore vedendo uno del personale ferroviario si rassicura e riadagia la testa sul guanciale. Né lo sconosciuto…”
“Aspettate. Io vi ho parlato di Fontana. L’opinione pubblica lo additta come il principale assassino. Il suo stato penale è tristissimo. Egli è stato coinvolto in non pochi processi di sangue. La sua notorietà di famigerato mafioso doveva mettere in guardia anche un uomo meno prudente di Notarbartolo. Se era lui e se lo conosceva, come indubitatamente lo doveva conoscere, perché non ha dato mano alla carabina o non se l’è messa tra le gambe o non corse allo sportello opposto a chiamare gente?”
“La risposta è facile: non abbiamo detto che era coraggioso?”
“Va bene, ma quando si è in gabbia, a faccia a faccia con uno abituato agli omicidi, non si presta tanta fede al proprio coraggio. Il mio sarebbe venuto meno”.
“Il mio, no. Io avrei imitato il commendatore. Avrei pensato, come deve avere pensato lui, che un attimo di debolezza non mi avrebbe giovato che a farmi scannare qualche minuto prima. Col Lacenaire siciliano che può dire come quello francese: uccido un uomo colla stessa facilità con cui vuoto un bicchiere di vino, non c’è da scherzare, né da pensare alla pietà. Non c’è che da premunirsi e prepararsi al duello corpo a corpo. Fu l’entrata del conduttore, che gli fece smettere di dedicarsi al pericolo.
Lasciatemi dunque continuare.
Lo scompartimento del vagone fumatori era questo. Tappezzato di un tessuto di crino bianco, con uno spazio tra i sedili di sessantacinque centimetri. La lotta spaventevole è incominciata in questo luogo angusto. Lo sconosciuto, non appena vide il ferroviere, mise la mano sul coltello o sul pugnale. Il ferroviere doveva tenere o l’uno o l’altro nella manica o nella saccoccia destra. Lo sconosciuto, colle spalle verso Palermo, si è alzato e si è precipitato sul viaggiatore che aveva le spalle verso Termini, menandogli un colpo che lo deve avere fatto gridare: assassini! aiuto!”
“Se avesse avuto tempo di gridare, è probabile che i viaggiatori del terzo scompartimento avrebbero sentito e sarebbero accorsi a disturbare il loro lavoro”.
“Il secondo scompartimento, cioè quello tra il primo e il terzo, era vuoto. Le grida del povero commendatore dovevano passare così due pareti prima di arrivare alle orecchie dei passeggieri del terzo. Ho già detto, o mi pare dì avere detto, che l’assassinio non poteva avvenire che nella galleria. Nelle gallerie voi e io siamo passati molte volte. C’è un fragore così assordante e spesso, come in questa di Termini, un buio cosi pesto, che due individui dello stesso scompartimento potrebbero ammazzarsi senza, direi quasi, farsi sentire dalle persone sugli stessi sedili. Ve ne accorgerete non appena perderemo di vista il ponte Curreri.
Che il primo colpo non sia stato mortale e che l’ex sindaco di Palermo abbia tentato di alzarsi e dar mano alla carabina abbiamo qui le prove. Guardate la retina dei portabagagli, ove il commendatore aveva messo la sua arma da fuoco. La retina ha uno strappo. La mano che era riuscita ad afferrarla è stata brutalmente strappata giù da uno degli assassini. Osservate bene la violenza. La retina è uscita dal suo asse di ferro. Caduta la mano egli tentò rialzarla ed ecco un’altra lacerazione alla tendina che rasenta la sua spalla. Non ci sono che macchioline di sangue. E si capisce. Il commendatore venne assalito con le mani inguantate. Dai tagli che gli faceva la punta dell’assassino non uscirono che degli spruzzi. Voltatevi indietro. Voi vedrete l’ultimo sforzo di Notarbartolo. Egli stava per cadere sotto la violenza e l’insistenza dei colpi malvagi. La sua mano ha tentato di sorreggersi appoggiandosi al tessuto ricamato della spalliera. Eccone la lacerazione: eccone i puntini di sangue scolorato. Qui, uno degli assassini, o probabilmente il complice che stava fuori alla vedetta, è venuto con del liquido a cercare di farli scomparire. Questa sfregatura è di una importanza somma. E ne troveremo delle altre. Se i complici o qualcuno degli assassini o gli assassini avessero avuto nulla di comune col personale di servizio, perché si sarebbero data la cura di far scomparire le tracce di sangue?
La colluttazione è innegabile. Ce lo dicono tutte queste macchie di sangue mal lavate e sbiadite. Ce lo confermano i suoi guanti tagliati e le sue mani ferite.”
“Ah se il commendatore non avesse avuto i guanti!”
“La lotta sarebbe stata più accanita. Ma il povero Notarbartolo sarebbe caduto sotto i loro colpi lo stesso. In uno spazio di due metri e centimetri di lunghezza e di due metri di larghezza il fucile può diventare un impaccio. Il revolver avrebbe cambiato la sua posizione. A proposito, e perché i nostri signori assassini si sono serviti del coltello da beccaio – sempre lungo – sempre incerto dove va a ferire, invece dell’arma da fuoco, spiccia, che finisce la vittima senza darle tempo di difendersi? Notate anche questa circostanza. Non potevano essere esperti come credete”.
“Certo, non negherete che hanno avuto l’abilità di preparare bene il delitto”.
“Non si cresce sui treni senza imparare qualche cosa, diamine!
Dalle ferite alle mani inguantate, è fuori di dubbio che il commendatore ha tentato più volte di impadronirsi del ferro omicida. Ma si può supporre che mentre tentava di impedire che una punta gli passasse nel corpo, l’altra lo raggiungeva”.
“Credo che abbiate ragione. Noi abbiamo qui la fotografia del defunto. Guardate. La colluttazione è stampata sul braccio sinistro, ove vedete un taglio lungo due centimetri e largo uno. Il braccio si difendeva”.
“Ma dappertutto! La contusione diffusa sulla palpebra superiore dell’occhio destro, le due contusioni al centro della regione frontale, le tre contusioni alla testa verso la zona occipitale, la puntata all’occipite parietale sinistro ed altre lacerazioni che dimentico, sono tanti testimoni che convincono che Notarbartolo contese la sua vita agli assassini fino all’esaurimento. Egli non si è dato vinto che quando il sangue gli veniva fuori a fiotti dalla testa, dalle mani, dal torace, dal ventre, dalle gambe.
Datemi le fotografie dei suoi abiti.
Esaminate i calzoni. Voi vedete nella regione inguinale della gamba destra due lacerazioni, una triangolare, l’altra quasi lineare, con una incavatura al centro. Per me queste ferite hanno l’importanza degli ultimi colpi. Il povero commendatore estenuato, dissanguato, con un barlume di conoscenza di quello che avveniva, si lasciò andare sul divano colla respirazione grave, stralunando gli occhi. Gli assassini paurosi che i colpi non l’avessero ancora assassinato completamente o sovreccitati dal sangue disperso dovunque, gli piantarono replicatamente il pugnale – perché sono ferite di pugnale – nel molle della carne.
Il panciotto è un altro documento che non era in loro il genio dell’assassino. Il Boggia atterrava le sue vittime con un colpo di scure. Jack lo squartatore recideva la gola alle donnacce alla caccia del pitocco con un taglio netto che sopprimeva loro colla voce di gridare la vita. Carlo Jud, del quale dovrò parlarvi più tardi perché anche lui ha ammazzato un alto personaggio in treno, il signor Poinsot, presidente della corte imperiale di Francia, si serviva di una scarica o due di revolver. Costoro, guardate il gilet, erano dei principianti, degli individui che menavano colpi tremando, all’impazzata, dove andavano andavano”.
“Buttatela via, riponetela nella valigia. È una fotografia che mi ricorda quello che c’è nel sacco nell’angolo del mio ufficio. Il rovescio del panciotto è letteralmente coperto di sangue assecchito. Tutti i tagli sono piuttosto lunghi e più fitti in direzione del torace. Ah canaglie, se potessi avervi nelle mani!”
“Non li avrete”, disse freddamente Luraschi. “La polizia del continente vale poco. Quella di Sicilia meno. È composta di ladri, di manutengoli, di partecipanti alla divisione dei bottini. Ho raccolto un sacco di documenti. Ne parlerò. Vi dirò anzi che non arriverete mai a vedere nel vostro gabinetto di giudice istruttore gli assassini del commendatore Notarbartolo. Perché le mie indagini personali e la lettura dei documenti che avete avuto la bontà di darmi mi hanno fatto nascere un sospetto terribile, un sospetto che non oso confessare a me stesso”.
Ci fu del silenzio. Luraschi sembrava in dubbio se dovesse continuare. Allargò la mano, come se stesse consultandosi, e poi riprese con voce più sottomessa.
“È troppo presto per pronunciare un’accusa di questo genere. Noi non siamo che alla prefazione dell’inchiesta. Ma quando saremo nel cuore del libro, ci troveremo forse dinanzi a nomi che dovremo nascondere per salvare l’istituzione di cui fanno parte o denunciarli per distruggerla”.
“E voi credete che non me ne sia accorto? Credete che sarei in treno se non sospettassi che alcuni lanciati dietro gli assassini continuano a farcene perdere le tracce? Caro mio, io sono determinato a imitare Tajani, un uomo che divenne ministro di giustizia”.
“Ne ho sentito parlare, ho letto alcuni suoi discorsi e so che è morto.”
“Benissimo. Aspettate, la locomotiva fischia”.
“Non è Trabia. Ci mancano ancora tre stazioni”.
“Abbiamo del tempo. Dovete sapere che in Sicilia si può dire che vi siano quattro corpi di polizia, l’uno rivale dell’altro. La polizia dei prefetti e dei questori, la polizia dell’ordine giudiziario – la polizia dei carabinieri e la polizia delle zone militari. C’era anche la milizia a cavallo – che andava per la campagna – ma venne sciolta nel 1876. Trascuro la polizia delle guardie campestri perché mi pare non abbia importanza.
Il Tajani, in allora procuratore generale a Palermo, si trovava sempre sullo scrittoio dei rapporti quotidiani di persone ammazzate nelle vie o nelle case o nel largo delle campagne, senza che gli portassero in ufficio gli autori. Disilluso degli agenti comuni volle mettersi alla testa di una polizia segreta composta di persone di sua fiducia. Che cosa credete che abbia trovato? Non credeva ai suoi occhi. Un giorno mise le mani su un certo Ciotti, un poliziotto del questore Albanesi che aveva fatto di casa sua il magazzino degli oggetti rubati. Un altro giorno mise le mani su un delegato il quale era divenuto capo della mafia del distretto. Questo nobile arnese della sicurezza pubblica aveva fatto assassinare due banditi per il loro atto di sommissione fatto alla gendarmeria! I due banditi conoscevano le gesta del delegato e il delegato che temeva le loro rivelazioni si fece portare dai complici dei suoi misfatti la loro lingua.”
“Sapevo che li aveva fatti sgozzare, ma ignoravo quest’ultimo particolare”.
“È in una nota dell’inchiesta Tajani che vi farò leggere un giorno o l’altro”.
“Voi avete detto che alcune persone vi fanno perdere le tracce del delitto. Sapete dove a me è nato lo stesso sospetto?”
“Forse dove mi sono soffermato io più di una volta”.
“In una casa poco lontana dalla stazione di Altavilla”.
“Probabilmente”.
“È desolante la vostra confessione!”
“La vostra più della mia. Un magistrato onesto come voi non fa di queste confessioni che quando ha perduto la fede negli esecutori della giustizia”.
“L’ho perduta, è vero. Ma non ho perduto la speranza che tutto ciò si cambi. Uno scandalo qualunque potrebbe sollevare domani l’opinione pubblica e ridarci un ambiente purificato”.
“Fra molti anni, forse. L’Italia dei Nicotera, amici della camorra, e dei Crispi, capo di mafiosi, non può darvi che poliziotti birbanti”.
“Nicotera? Non c’è uomo che abbia fatto tanto per estirpare la mafia in Sicilia”.
“Lo so; so anche che fu lui che voleva ammonire Raffaele Palizzolo, allora cavaliere e ora commendatore e deputato. Ma di costui e di Nicotera un’altra volta”.
In tutta Italia, dal giorno dell’Indipendenza, non abbiamo mai avuto un questore colto, all’altezza dell’ufficio, coll’ideale unico di non essere che il nemico dei ladri, dei truffatori, degli imbroglioni, dei malandrini, della gente che ammazza per incarico o per proprio conto. Penetrate nei misteri delle questure e troverete che questa persona onnipotente, alla quale affidiamo la sicurezza della nostra vita e dei nostri averi, è sempre amico di qualcuno dei ribaldi che vi ho citato”.
“È vero. Il vero questore non l’ha mai avuto né il nord, né il centro, né il mezzodì. E la colpa, lasciatemelo dire, voi che siete tanto superiore alla vostra classe, è un po’ anche della magistratura”.
“Non amo gli elogi fatti in questo modo. La magistratura, in generale, è onesta. Ma in una corba di mele sane non è meraviglia che ne troviate qualcuna fradicia”.
“Giusto. Né io volevo dire di più. Ma c’è un vezzo che è comune a tutti i magistrati che seggono in Corte. Non ho mai capito l’utilità di permettere agli agenti di P. S. di ripararsi dietro il segreto d’ufficio quando si tratta di documentare le deposizioni o le informazioni”.
“Spiegatevi”.
“Un questore o un ispettore o un semplice delegato viene al tribunale o alle assise a dichiarare, per esempio, che la sua convinzione è che io sono il ladro o l’assassino che si cerca”.
Io e i miei avvocati gli domandiamo le prove delle sue affermazioni e lui ci risponde:
“Non posso!”
“Perché?”
“Perché non posso nominare i miei informatori!”
“Tocco di un gaglioffo! Ma io voglio sapere chi sono i tuoi informatori – io ho diritto di saperlo – tu devi parlare!
Ne nasce un incidente formale che la Corte scioglie in favore della maschera, del calunniatore invisibile. Quando i giudici convengono col questore capisco il consiglio dei dieci, capisco questi organizzatori di omicidi che mettevano l’uomo mascherato alle spalle dei creduti nemici della repubblica di Venezia.
Ci vorrebbe così poco a essere veri, a essere chiari, a essere forti! Perché è dei forti la giustizia sana, la giustizia che non vive né di chimere, né di supposizioni, né di esigenze, né di riguardi. Il privilegio in un uomo dinanzi alla giustizia uguale per tutti indispone un uomo d’ordine come sono io.
Forse avrò il torto di avere vissuto un po’ in Inghilterra. In Inghilterra, ove il sentimento della giustizia è più sviluppato e ove l’opinione domina dappertutto, un questore che non potesse documentare le sue accuse verrebbe preso a calci e processato come diffamatore”.
“Ma ci sono le spie…”
“Tanto peggio per le spie! Il Le Caron, il più grande spione politico di questo secolo, quando il partito conservatore voleva distruggere il partito parlamentare irlandese, dovette mostrare il suo faccione nel palazzo delle Corti di Giustizia.
Era una spia salariata da tanti anni e c’era pericolo di morire ammazzato magari prima di ritornare in strada. Ma non ci fu segreto d’ufficio che lo abbia salvato. Egli dovette subire il fuoco delle interrogazioni e poi, per paura del coltello irlandese, farsi annunciare dai giornali morto. Gli hanno fatto il funerale. Ma non so se sia morto davvero. So che il mestiere della spia porta con sé il pericolo di corroborare al Tribunale ciò che si va a riferire nel gabinetto di un questore, di un prefetto o di un ministro. Io non credo necessarie le spie. Ma chi ha paura di andare in piazza come una figuraccia abbominevole, faccia come me: si dia a qualche altra occupazione.
IL CADAVERE VENNE ROVESCIATO CALDO

DOPO la sosta ci fu uno sbatacchiamento di sportello. Il treno riprese il cammino con grida che si disperdevano come schianti di anime disperate.
Tiraboschi, seduto nella penombra, sembrava disfatto dalla discussione senza fondo. Più s’ingolfava nel mistero e più s’immergeva nelle tenebre. Senza un complice non si sarebbe mai venuti a capo di nulla. La spia è una immortalità necessaria dell’istruzione giudiziaria. Esibite il perdono e mettete a disposizione di chi deve rifare il delitto dinanzi ai giurati una somma che possa far gola a chi vi ha preso parte, e non aspetterete molto. Egli, con un avvenire assicurato, credetelo, non esiterà a tradire i suoi complici.
Non c’è legame d’affezione tra i delinquenti. L’interesse li unisce e l’interesse li disunisce.
Luraschi vedeva tutto chiaro. Il vagone era per lui l’officina. Qui era stato consumato e qui, colle induzioni, si doveva poterlo rifare con precisione matematica.
“Voi credete che gli autori dell’assassinio abbiano aspettato il ponte Curreri per gettarlo nel torrente sottoposto. Nego persino che ne abbiano avuto l’intenzione. Non avevano il genio del male, ma erano dei ferrovieri consumati.
Volete sapere il perché hanno aspettato fino a quel punto a sbarazzarsi del cadavere? Perché il treno in quel punto fa una lunga curva la quale nasconde a chi è al centro la testa e la coda del treno. Loro avevano qualcuno che vegliava. E questo qualcuno doveva esser un altro ferroviero. Ma non potevano essere sicuri che, nel momento di rovesciarlo, dei passeggeri non mettessero fuori la testa. Ce n’è uno appunto che dice di avere veduto cadere qualcosa dal treno ma non è sicuro del luogo.
Non c’è che un idiota che possa discutere seriamente la questione del torrente. Noi siamo fortunatamente nell’ambiente. Prendiamone le misure. Perché non è che così che voi vi convincerete della mia convinzione. La larghezza del vagone è di due metri e sessantatre. Ma lo spazio tra un sedile e l’altro non è che di sessantacinque centimetri. Ora mettiamoci io e voi con un cadavere di novantasette chilogrammi sulle braccia o nelle mani e vedrete se saremo capaci di scaraventarlo fuori da uno sportello alto un metro e ottanta e largo sessanta centimetri. È dubbio se potremo sostenerlo e avere tanta forza da dare una spinta a un corpo morto.
Ma dato possibile l’impossibile, voi vedete che non c’è posto per i movimenti. Come è possibile lanciarlo senz’essere a qualche distanza dal vano attraverso cui deve passare? E poi, ditemi due corpi, come io e voi, indipendenti l’uno dall’altro, possono mai trovare il punto di partenza con una spinta isocrona? Proviamoci e vedremo che il nostro corpo morto andrà a dare della testa o della spalla in uno degli angoli.
Neanche sei e neanche dodici persone avrebbero potuto compiere un’operazione di questo genere, in uno spazio così angusto e col treno che divorava la strada. L’impulso di tutta questa gente sarebbe stato diminuito in gran parte dalla velocità del treno e dalla corrente fortissima in senso inverso del convoglio”.
“Con una equazione non avrebbero potuto misurare lo spazio in ragione della velocità del treno e sapere esattamente a qual punto avrebbero dovuto impiegare le loro energie per lanciarlo nello spazio?”
“Roberto Macaire avrebbe potuto sciogliere l’equazione, non c’è dubbio. Ma gli assassini di Notarbartolo, no. Voi continuate a crederli di una mente superiore. Non lo sono. Se sono qualche cosa sono dei ferrovieri intelligenti.
Lo so che cosa volete dire. Voi volete sapere come sciolgo la mia equazione. Cioè come spiego che Notarbartolo sia stato trovato dalla guardia campestre Sanfilippo, boccone, quasi rasente la rotaia, a destra di chi va da Termini a Palermo, tra la rotaia e il parapetto del ponte Curreri. Lo spiego studiando le macchie di sangue nello scompartimento. Voi avete veduto gli indumenti del commendatore. Internamente non erano più che un crostone di sangue indurito. La flanella, la camicia e le mutande sembravano state immerse in un secchione di sangue. Le scarpe dovevano avere servito di serbatoio, perché al momento di togliergliele, i piedi parevano ingessati di rosso. È evidente che le tre ferite al cuore e le due ai polmoni avevano provocato un’effusione di sangue abbondantissima. Ora, come vi spiegate che gli abiti della vittima potessero esserne letteralmente inzuppati e il luogo ove venne consumata la strage potesse rimanere direi pulito? Considerate bene e vedrete che non c’è paragone tra il sangue perduto e le macchie trovate sui cuscini e sul tappeto dello scompartimento. Dove era seduto e dove si suppone sia stato assalito e ucciso, non c’è quasi traccia della ferocia degli assassini. Non ci sono che spruzzi, che macchioline perdute più dalle mani che dal corpo. La macchia più larga è della rotondità di un centimetro. Voi mi potrete dire che il sangue non avendo potuto trovare la via d’uscita veniva assorbito dalla maglia, dalla camicia, dal panciotto. Senza dubbio. Ne abbiamo avuto le prove. Ma dallo sparato della camicia – ove le coltellate e le puntate di pugnale sono state più numerose – avrebbe dovuto sgorgare a fiotti e inondare il sedile e il tappeto. Ma i sicari – dato che essi sieno stati incaricati dell’uccisione – avevano troppo interesse a non insudiciare lo scompartimento. Le precauzioni sono state il loro capolavoro. Senza la scoperta del cadavere lungo il tronco ferroviario, si sarebbe difficilmente sospettato l’assassinio in treno. Guardate. Non ci sono che quelle che i periti chiamano sbavature. Alcune tracce scolorate e strofinate o colla pezzuola bagnata o coll’aspirazione delle labbra”.
“Non mi avete ancora chiarito il punto della vostra tesi. Perché il sangue non è uscito dagli abiti di Notarbartolo?”
“Perché questi specialisti del delitto – come li hanno chiamati i componenti la commissione d’inchiesta – si sono giovati di tutti gli strattagemmi. Non gli avevano ancora tolte le forze di difendersi, che già il Notarbartolo aveva sotto i piedi il suo paletot.
Palpitava ancora e l’assassino che gli aveva trattenuto le braccia, gli toglieva la giacca per ravvolgergli la testa insanguinata. Aspettate. Non vi ho risposto. La mia risposta è questa: che non appena il commendatore piegava da tutte le parti, non lo lasciarono più adagiare. Lo finirono in piedi. L’aiutante del carnefice lo teneva su per le spalle e il carnefice gli sprofondava con veemenza il pugnale o il trinciante nella regione cardiaca. In piedi il sangue non usciva: discendeva. Colava dalla maglia nelle mutande. Usciva dalle ferite, si diffondeva e irrorava la pelle e si accumulava nelle scarpe.
Sapete che io non parlo mai a casaccio. Ciò che dico è il risultato delle mie indagini e dei miei studii. Metterei la mano nel fuoco che gli assassini hanno portato Notarbartolo allo sportello prima che lo avessero completamente finito. Egli era allo sportello d’uscita che gemeva col naso sui vetri, che implorava forse ancora il soccorso”.
“È strano che con gente nello stesso vagone, con gente nel terzo scompartimento, gli assassini abbiano potuto consumare il loro esecrabile delitto, senza che le grida del povero commendatore abbiano potuto essere sentite!”
“In questo c’è nulla di strano. Il signor Poinsot, del quale vi ho parlato, è caduto vittima nelle identiche condizioni o in condizioni migliori. Perché il suo vagone aveva popolato anche lo scompartimento di mezzo. Nessuno lo ha sentito e nessuno ha cercato di lui. Lo si è trovato irrigidito colla faccia coperta di uno strato di sangue secco.
Capisco, allora era di notte, il suo vagone era vicino alla locomotiva e poteva darsi che i viaggiatori dormissero della quarta. Ma in treno c’è sempre qualcuno che dorme male, e qualcuno che si desta al volo di un insetto.
Tra qualche minuto potremo farne l’esperimento. Voi passerete nel terzo e, se farete in tempo, anche nel secondo scompartimento. Durante il passaggio io mi varrò di tutta la mia voce per farvi sentire che sono in bisogno di aiuto. Ruggirò come un leone ferito nel fianco e tenterò di commuovervi coi muggiti lunghi e strazianti del toro male atterrato dalla mazza del beccaio. Correte”.
Luraschi si mise a urlare, a dare dei pugni alle pareti, a gridare: aiuto! mi ammazzano! Abbiate pietà! Sono morto! Signori, aiuto! aiuto!
Ricomparve il giudice istruttore.
Luraschi con la fronte imperlata di sudore, come se fosse uscito da un bagno a vapore, si teneva la mano sul cuore. A furia di sgolare parole spaventevoli era riuscito a trasmettersi il terrore dell’uomo veramente in pericolo.
“Lasciatemi fiatare. Un altro minuto e sarei morto di spavento! Sono dotato di un sistema nervoso troppo sensibile. Tutti i miei nervi sono in vibrazione. Toccatemi.
Ho polmoni potenti. La mia voce avrebbe potuto traversare un portone di ferro. Non mi avete sentito? Ne ero sicuro! Io stesso capivo che il rumore infernale confondeva la mia voce”.
“C’è stato un momento in cui mi parve di udire tra lo strepito dei vagoni infuriati come un filo di voce umana che mi fece accapponare la pelle. Può essere stato l’eccitamento. Credevo di essere divenuto insensibile agli orrori tragici, ma pare di no. Pare che anch’io sia ridivenuto impressionabile. Confesso che se il passaggio fosse stato più lungo non avrei potuto resistere. Sepolto nel buio pesto dello scompartimento, colla vostra narrazione che mi teneva dinanzi gli occhi il commendatore che si divincolava sotto i colpi che lo trucidavano, rabbrividivo come se fossi stato io alle prese cogli “specialisti” dell’assassinio! Lasciatemi fumare. Se avessi avuto in bocca il mio sigaro non avrei avuta tanta paura”.
“Ma sareste stato distrutto1. E la nostra impresa ha bisogno di tutta la nostra attenzione. Nella galleria di Termini mi sono accorto di un’altra cosa. Che gli assassini dovevano essere muniti di una lanterna cieca”.
“Indubbiamente”.
“Ritorno alla mia teoria. Uscito dalla galleria di Termini, Notarbartolo poteva essere vivo o morto? Tenuto calcolo delle ventisette ferite, della lotta tra assassini e assassinato e del sopimento parziale del commendatore, io concludo che Notarbartolo ferito a morte respirava ancora.
Perché si sarebbero acconciati, dite, a stare in compagnia di un nemico così pericoloso se non avessero avuto paura di scaraventare un delatore? E perché, come vi ho già detto, avrebbero prolungato il martirio di tenerselo con loro alla stazione di Trabia, ove il treno si ferma e ove è tanto frequente lo scambio di passeggieri che vanno e vengono? Perché colui che avrebbe potuto diventare il delatore ha aperto gli occhi un’altra volta; perché il Notarbartolo non era che moribondo. Credete che fosse morto quando l’hanno rovesciato – badate che dico rovesciato – dal treno? Non lo era. Voi potete fare delle smorfie. Ma io ho la prova scientifica che non lo era. Non vi ricordate che la perizia ha constatato che il Notarbartolo riportò cadendo altre ferite alla testa? Avrei capito le ammaccature. Ma le ferite con perdita di sangue documentano la mia asserzione; cioè che l’azione vitale dei tessuti non era ancora spenta. In una parola Notarbartolo precipitò sul terreno caldo, ansante, colle ultime oscillazioni della vita. Il suo strazio deve avere durato più di quindici minuti. È per questo che vi ho detto fin da principio che gli assassini di Notarbartolo erano dei macellai”.
“Io sono tra coloro che credono che sia stato lanciato fuori dallo sportello morto. E ve ne dico la ragione. Non mi avete detto che non si sono arrischiati a sbarazzarsi del commendatore prima della stazione di Trabia per paura di sbarazzarsi di un denunciatore? Se è vera la vostra supposizione, volete che abbiano poi commessa l’imprudenza di rovesciarlo ansante, caldo di vita? Non conoscete gli assassini di Notarbartolo, allora. Essi non erano uomini da risparmiare alla vittima qualche pugnalata per rimanere nel treno col dubbio atroce se avevano lanciato un vivo o un morto. Ma caro mio, non erano né potevano essere tanto stupidi! Sapevano bene che alle volte i corpi tepidi ritornano alla vita!
Eccomi a disfare la vostra teoria scientifica. Via, siamo serii! Non è da par vostro disputare su un’opinione generale. Qual era il loro interesse? Protrarre più che mai la certezza dell’assassinio e fare scomparire le tracce che l’assassinio sia stato consumato in treno. Di qui non si scappa.
La posizione si prestava. C’era il dislivello che dava loro la posizione dell’altura. La distanza non era di quelle insuperabili. Dallo sportello della vettura al muretto non esistevano che trenta centimetri. Un po’ più di forza e sarebbero riusciti. Tutto induce a credere che questa era la loro intenzione. Le macchie di sangue sulla predella sgoggiolate dal cadavere, le macchie di sangue sul gradino, le macchie di sangue sul terreno, la chiazza di sangue a pochi millimetri dal murello e la scrostatura dell’intonaco segnano il viaggio del cadavere. Un po’ più di sforzo, caro mio, e Notarbartolo sarebbe stato travolto dal torrente e scaricato in mare. Ma se non era la loro intenzione di far scomparire la traccia di un viaggiatore assassinato in treno, perché gli avrebbero tolto il biglietto ferroviario?
Un altro dubbio e ho finito. Il coltello. Perché avrebbero buttato via il coltello nella galleria se non avessero finito di servirsene?”
“Ve lo dico subito. Perché uno degli accoltellatori è stato preso dal panico”.
“Di tanto in tanto vi piace dimenticare che sono assassini determinati, abituati agli assassinamenti. Non è gente da lasciarsi sgomentare, perché il treno passa dalle tenebre alla luce. Il mio dubbio è di un’altra natura. Voi lo avete veduto. Il coltello è stato trovato vicino al casello numero trentadue, cioè un po’ prima di arrivare alla stazione di Trabia. La lama è lunga diciannove centimetri e larga ventitre millimetri. Come è che è stata trovata coperta di uno strato di materia rossa e secca, dalla punta alla base? Lo hanno sprofondato nel corpo di Notarbartolo fino al manico? La perizia medica non ha trovato ferite proporzionate alla lunghezza della lama del trinciante e l’analisi chimica non ci ha saputo dire se il sangue del coltello sia sangue umano. Essa tende piuttosto a credere al no che al sì. Ecco il mio dubbio. Perché gli assassini avrebbero buttato via il trinciante e non il pugnale? Ripeto che la paura non può essere stata la determinante. Paura, assassini che si portano via, come trofei del misfatto, la carabina, la cartucciera e il cappello – notate, il cappello! – dcll’assassinato!”
“Il cappello! Probabilmente è la nostra fortuna. Guai agli assassini che si affezionano a qualche cosa delle loro vittime. Un giorno o l’altro si vedono ghermiti. Il copricapo di Notarbartolo diventerà il mio sogno. Non starò quieto che quando lo avrò nelle mani. Chi era il cappellaio del commendatore? Lo domanderò alla famiglia non appena a Palermo”.
“Siamo sempre nel vago. È sempre la nostra mente che lavora. Ma perché gli assassini si sono portati via oggetti così pericolosi come un fucile?”
“Per difendersi se attaccati mentre ritornavano a domicilio?”
“Portando via il fucile per difendersi si capisce che si siano presa anche la cartucciera. Ma il cappello? A che cosa poteva servir loro il cappello? Per metterselo in testa? No, perché sarebbe stato come andare a torno con un ordine d’arresto. Allora? Non so trovare risposta. I mandanti? Non avevano interesse alcuno a farsi portare in casa le spoglie di un reato che avrebbe fatto tanto scalpore e sguinzagliato tanti bracchi alla loro ricerca”.
“I vostri dubbi me ne fanno nascere un altro. Noi abbiamo detto che non si sale quando il treno è in moto, non è vero? Ora, si può discendere?”
“A me pare di sì. S’intende che il treno deve rallentare. L’esempio è nel caso che voi avete citato del presidente della Corte imperiale di Parigi, uno dei più alti e più integerrimi magistrati del momento ascensionale di Napoleone terzo. Se studiate la linea che percorreva il treno francese col cadavere del signor Poinsot, voi troverete che l’assassino è disceso qualche secondo prima di Nogent-sur-Marne, vicino a Noisy. Il treno non si fermava in quest’ultima stazione, ma incominciava a fischiare e a rallentare la corsa. L’assassino aveva la mano sulla maniglia, cogli occhi nel vano del finestrino e le orecchie in piedi. Così hanno fatto i nostri assassini. Il treno a San Nicola non si ferma che per due o tre signori che hanno i fondi lungo la trazzera Passo Palermo, una trazzera congiunta con l’altra che parte dalla stazione ferroviaria per San Michele, nel territorio di Altavilla. Sono signori conosciutissimi, come il marchese Artale e il deputato Oddo Salemi. In quel giorno non c’era alcuno di questi signori nel treno. Ma il treno, colla connivenza dei due ferrovieri di servizio, sarà stato frenato. Questa è la sola supposizione che non sia in contraddizione col resto della nostra inchiesta.
LA SPIA

PREFACI Samuele di Giacomo è un uomo di quarant’anni con una faccia di settanta. È alto, magro, secco, allampanato, con una testa pelata che si prolunga a barchetta e si eleva come il dorso di un mulo. La fronte, le orecchie, le guance, il mento rappresentano la senilità avanzata. È tutta una pelle vizza, screpolata, grinzosa, del colore della lisciva. Di giovine non ha che gli occhi. Con la parola che lo esalta, gli occhi gli si ammantano di fosforescenza. Parla concitato, a sbalzi, qualche volta con una logica che sbalordisce, qualche altra con un paralogismo delittuoso, ansimando spesso come se lo sforzo cerebrale fosse troppo intenso per lui. Dopo una corsa di pochi minuti, si ferma come se avesse finito il vocabolario, o fosse stracco o avesse bisogno di ricomporsi. Gestisce. Accompagna la sua fraseologia con una mimica eloquente. Minaccia? Agita la mano col braccio disteso. Giura che non ci sarà cristo che lo farà parlare? Si gira il pollice intorno il collo. Eleva le mani al cielo? Invoca la testimonianza del Signore Iddio. Sputa e si bacia le dita? È un pensiero religioso che gli fa domandare mentalmente perdono al signore per la menzogna che gli uomini lo obbligano a dire.
Le confessioni gli dànno sbattimenti in tutta la persona e gli fanno palpitare le pinne del naso. Chiama i vigliacchi carugnoni. Suggella i suoi convincimenti cogli adagi, i quali condensano, per lui, la sapienza. “Non cade foglia che Dio non voglia.” “Chi male non fa, paura non ha”.
Egli è ammogliato con Giovanna Sterzi di Caccamo, stata, per qualche anno, l’amica fedele del capo brigante Antonino Leone. È anch’essa alta, ossuta, con una faccia da strega e l’occhio ladro.
Nel marito è la pieghevolezza siciliana che obbliga a dare del don al primo scalzacane che porti il cappello e a dire voscienza all’ultimo dei galantuomini. Il suo linguaggio sente della omertà che può diventare sanguinaria. Nella moglie è la fierezza della donna che non conosce nessuno, che diffida di tutti, che non ha altro dio che il suo uomo, nel quale crede, per il quale è pronta al sacrificio, al quale consacra l’esistenza come una martire del focolare.
La morale dell’uno è la morale dell’altra, la volontà dell’uno è la volontà dell’altra e tutti e due sono carichi di emozioni per i loro figliuoli.
Quando ci trovavamo nel loro tugurio lugubre, la madre accarezzava loro la testa con la mano scarna e il padre si compiaceva di manifestarci il suo bene per Bastiano e Filippo, parlandoci del giorno in cui dovranno diventare soldati.
“Una legge senza viscere, signorini! Il siciliano non è abituato alla coscrizione dei piemontesi. Quando ci porteranno via i nostri figli moriremo, io e la mia vecchia, di crepacuore. Bisogna dire che voialtri piemontesi siate fatti diversi da noi, se non capite questa affezione del padre e della madre. Li tirate su grandi e ve li portano via senza dirvi grazie. Se non ci fosse la Maria Vergine Santissima, direi che non è bello”.
Tiraboschi, il quale tendeva a conquistarlo, gli dava ragione, dicendogli che la coscrizione era una necessità della patria che aveva nemici alla frontiera.
Prefaci dondolava la testa.
“Fantasticherie! Se noi siciliani stiamo in casa nostra e badiamo ai fatti nostri, neanche al sultano viene in mente di venirci a disturbare. Non c’è diavolo che sia buono di cavarmi quello che ho nella testa. Che la coscrizione è fatta per impoverire i poveri. E questa era l’opinione del mio padre buon’anima, il quale era stato picciotto di Garibaldi nel ’60”.
Nell’ufficio del giudice istruttore giocava d’astuzia. Si dondolava sulla sedia, si stringeva una mano con l’altra mano, rovesciava gli occhi al soffitto e faceva andare la testa come una campana.
Non era il suo mestiere. Egli campava col commercio degli agrumi e grazie al Signore i suoi figli non mancavano di pane. Quello che gli si proponeva era la morte, e lui non aveva proprio voglia di morire ammazzato come un cane. Se c’era qualcuno che voleva rendere servigi alla giustizia, padroni. Prefaci non le doveva gratitudine.
“Ha fatto più di una volta per mandarmi in galera e se non c’è riuscita non è stata colpa sua. Voi mi pigliate per un mafioso e volete servirvene. Che cosa volete dire per mafioso? Che amo il mio paese e non fo male al prossimo? Lo potete affiggere sulle cantonate. È la mia ambizione. Voialtri piemontesi non sentite l’omertà come la sentiamo noi. L’omertà è un precetto del nostro Signore Gesù Cristo. Non fate agli altri quello che non vorreste sia fatto a voi stessi. A un compare caduto in disgrazia stendo la mano. Voi piemontesi chiamate i carabinieri. I siciliani non sono cattivi”.
Tiraboschi aveva ascoltato con pazienza la morale di Prefaci. Ma a un certo punto non ne volle più sapere. Si alzò dallo scrittoio, si mise a percorrere lo spazio in lungo e in largo come per prendere una determinazione.
“Sentite Prefaci, non voglio costringervi a fare una cosa che vi ripugni. La giustizia ha bisogno di un uomo. Voi potete essere quello. Vi do tempo a scegliere. Se darete la preferenza a noi non dimenticate che esigeremo cieca ubbidienza e fedeltà illimitata. Adesso andate. Ricordatevi che la vostra salvezza e la salvezza della vostra famiglia sono nelle vostre mani”.
Parve come atterrito. Tiraboschi sottolineando le ultime parole gli faceva capire che non si domandava il suo concorso col fucile vuoto.
“Voscienza non mi conosce!”
“Vedrete se non vi conosco!”
“Voi mi proponete la morte”.
“Vi propongo la vita. Ho la confessione del barone Matteo del fu Matteo e di Peraino Gaetano del fu Giuseppe che voi, Prefaci Samuele di Giacomo, avete fatto parte della banda che ha sequestrato il 12 aprile 1882 il commendatore Emanuele Notarbartolo. Loro scontano la pena dei lavori forzati a vita e voi siete fuori a darvi il lusso di fare il galantuomo”.
“Per la Beatissima Vergine giuro…”
“Spergiuro! Vi so persona di Raffaele Palizzolo e so altre cose sul vostro conto. Ve lo proverò domani, quando ordinerò il vostro arresto.” Prefaci perdette la baldanza dell’uomo tranquillo. La sua voce sentiva del suo abbattimento. Cercava scuse, diceva che nemici ne hanno tutti.
“Scegliete: o la casacca del forzato o il posto di nostro confidente. Voi avete una moglie. Voi avete dei figli. Pensateci. Aiutandoci a mettere le mani sugli assassini di Notabartolo renderete un segnalato servigio alla giustizia e a voi stesso”.
Si capiva ch’egli aveva paura del coltello dei suoi compagni. Si grattava in testa, borbottava parole incomprensibili e si guardava attorno come per assicurarsi che nessuno origliava agli usci.
“Se si venisse” diss’egli con voce cavernosa “a sapere che io sono vostro confidente, non mi si lascerebbe il tempo di dire: Gesummaria! Potrei aspettarmi di essere accoppato da un momento all’altro. E voi sapete che io voglio bene ai miei figliuoli”.
“Non abbiate paura. Io ho preso le mie precauzioni. Tocca a voi tener chiusa la bocca. Io mi servirei delle vostre informazioni senza nominarvi, senza trascinarvi dinanzi ai tribunali. Voi continuate a vivere come prima, frequentando i vostri amici, e tenendomi informato senza mai venire al mio ufficio”.
“Non so scrivere”.
“Non dovete scrivere. Voi non vedrete che questo signore. Andate d’accordo voialtri, vi date degli appuntamenti dove credete e lavorate assieme. Fidatevi completamente di lui. Scoperti gli assassini di Notarbartolo invece della galera a vita riceverete cinque biglietti da mille, una sommetta che vi permetterà di aggiungere qualche salma di terreno alle poche che avete. E non è tutto. Per tutto il tempo che lavorerete per noi riceverete duecento lire il mese. Ve le pagherà questo stesso signore. Contratto fatto?”
“Mi assicurate che non fiaterete con alcuno?”
“Non è nel mio interesse. Il mio interesse siete voi. Ma parliamoci chiaro. Non voglio tradimenti. Se accettate, dovete essere mio, tutto mio. Non mi contenterò di se e di ma e di indugi. Io sarò leale. Voi ci consegnerete i ribaldi e noi vi pagheremo la somma convenuta. Siamo d’accordo?”
“Sia fatta la volontà di Dio. Io mi metto all’opera. Sarò tutto vostro per il bene dei mici figli”.
“E anche per voi! Perché non era onesto quello che facevate. Io vi ho dato modo di riabilitarvi, di diventare un uomo utile alla società che avete oltraggiata tante volte”.
“Grazie, Voscienza. Permettetemi di baciarvi la mano. Voi divenite da questo momento il mio protettore”.
“Via, al lavoro!”
PER AMBIENTARCI

“COSA hai, papa”.
“Nulla, Ada”.
“Non mi hai dato neanche un bacio, oggi, cattivo!”
“Te ne chieggo scusa. Alle volte questo benedetto ufficio ci rende crudeli!”
La baciò sulla fronte senza metterci la solita espansione paterna. Egli era inquieto e distratto. Guardava l’orologio e andava in su e in giù per la sala da pranzo ragionando coi suoi pensieri.
“Non è ancora venuto Luraschi?”
“No, papà. Mancano ancora quindici minuti. Tu sai ch’egli non viene mai prima”.
“E l’Alongia?”
“Neppure; ma è presto sai”.
“E la mamma, perché non discende?”
“Sta terminando la toilette”.
“Va a dirle di fare presto, va!”
Poi si mise a rileggere la lettera che lo aveva messo sottosopra. Di lettere minatorie ne aveva ricevute da mettere assieme un epistolario. Ma in quest’ultima c’era qualcosa di più. C’era un indizio che qualcuno teneva dietro alle cose sue. Chi rivelava i segreti del suo ufficio? E a chi li rivelava? La prova era nelle sue mani. Lo scrittore della epistola era esattamente informato di tutto. Il suo portiere? Eh, via! Era dubitare di sé stesso: e che cosa avrebbe potuto sapere il portiere s’egli metteva e teneva tutto sotto chiave? La mano c’era. La mano ladra ci doveva essere. Perché senza leggere le sue note in margine all’ultimo foglio del suo diario segreto nessuno avrebbe potuto supporre ch’egli era sulla via diretta per gettare il cappio al collo degli assassini e ai complici degli assassini di Notarbartolo.
Prefaci era escluso. Non era stato nel suo gabinetto che una volta, non sapeva leggere e non aveva interesse alcuno a ingannarlo. Dubitare di Luraschi? Sarebbe stato come insultare la lealtà in persona. Egli cercava. Cercava tra le donne. Lui non ne conosceva e coloro che conosceva non erano di quelle alle quali si fanno confidenze d’ufficio. Luraschi poteva essere un donnaiolo, ma per il momento egli era disgustato di femmine. L’ultima lo aveva tradito in un modo così plateale, che gli aveva fatto giurare di non pensare mai più all’altro sesso. Le donne erano troppo volubili, troppo incostanti. Chi edificava la propria felicità su una di queste signorine era sicuro di andare al suicidio.
“O dunque chi ha potuto far sapere all’ignoto scrittore di questa lettera che io accumulo informazioni sulla famiglia Barone-La Monica?”
Il campanello gli fece smettere di scervellarsi. Era l’avvocato Alongia, l’autore del Mondo Mafioso, un libro che aveva fatto qualche scalpore sul continente, solo perché se n’era occupato il corrispondente del Times.
“Come stai?”
“Bene, grazie. E la tua signora?”
“Sarà qui a momenti. E questo Luraschi? Me ne scordavo. Egli non arriva mai né un minuto prima né un minuto dopo. È un’abitudine che gli hanno regalato i suoi amici inglesi. Eccolo in anticamera. Pare che in Inghilterra gli invitati entrino e vadano a tavola.
È un caro ragazzo con molta intelligenza. È un pezzo ch’egli desiderava di fare la tua conoscenza. Ha letto il tuo libro che egli chiama un sacco d’informazioni. C’è bisogno di fare le presentazioni? L’avvocato Stefano Alongi e il signor Luraschi di cui ti ho parlato tante volte”.
“Sono lieto di fare la tua conoscenza”.
“Il piacere è mio”.
Tiraboschi andò alla parete a premere il bottoncino del campanello elettrico.
“Giulia, dirai alla signora e alla signorina che sono le sei e mezzo suonate”.
Non ci fu bisogno. Entrarono come una folata di profumi. Ada, tutta vestita di bianco, con un filo arcuato e solcato di occhiolini di brillanti sul velluto rosso che le fasciava il collo, riproduceva la vergine. La si guardava e dava la vertigine. Ella era alta, esile con una testa che ridondava di capelli chiari senz’essere biondi, con la frangia delle lunghe ciglia che le gettava come del pudore sulle guance colorite dallo scarlatto delle labbra.
Alongia le strinse la mano, Luraschi la salutò con un inchino.
La madre era un tronco di donna che faceva tremare le pareti della casa quando era in moto. Ammantata di carne, con una faccia larga e fiorente di salute, con i capelli neri come l’ala di corvo, bipartiti e girondolati sulla nuca, risvegliava i sensi. I suoi grandi occhi sotto le stupende sopracciglia avevano i lampeggiamenti della lussuria.
Vestiva con gusto squisito. Indossava un bolero violaceo che le lasciava libero il collo senza scendere per il largo e una veste color sabbia scura fiorita di viole cupe aggruppate intorno a testoline di fanciulle. La fascia nera che le cingeva i fianchi staccava i colori e dava maggior risalto all’uno e all’altra.
“A tavola signori e signore!”
Giunsero al terzo piatto coi soliti luoghi comuni delle persone che non sanno cosa dire o non sanno trovar modo di scaldare la conversazione. Arrivati al soggetto donna la discussione divenne generale. I commensali si divisero in due partiti. Femministi e antifemministi.
La signora Tiraboschi diceva che il regime siciliano era troppo severo per la donna. La si considerava una schiava dell’harem. Non era la sposa, ma la proprietà dell’uomo. Domani il barone tale poteva invitare uomini al suo castello, al suo palazzo, alla sua residenza e pranzare con loro senza neppure far loro conoscere la signora di casa.
“Mi terrei offesa se mio marito facesse degli inviti e mi lasciasse in cucina o in un’altra stanza a mangiare sola o coi servi. È un costume medievale che dovrebbe indisporre tutte le isolane”.
“Paese che vai, costumi che trovi”, le disse il marito.
“Va bene e io li rispetto, ma non li ammiro”.
Inumidì le labbra in un calice di vino di Capri e si volse verso l’Alongia che le era vicino.
“Le confesso che non so come la siciliana di carattere passionale abbia saputo acconciarsi a simile tirannia”.
“Glielo dico io”, rispose Luraschi. “Nella tirannia, come ella la chiama, c’è un’intimità superba, una dolcezza che rende la sottomissione un premio ambito. Vuol essere dominata… dall’amore.”
“Siamo ancora alla bambola. La donna in questa condizione non ha sopraccapi, non ha noie. Le responsabilità del casato, degli affari, degli avvenimenti sono tutte sulle spalle dell’uomo. La missione della donna è l’amore. Grazie tante. Io voglio partecipare alla vita di mio marito”.
Alongia approvava con sorrisi.
“Io del resto non voglio occuparmi delle funzioni della donna siciliana. Noi continentali siamo, su per giù, sull’istesso livello. Il mio concetto è che il distacco tra sesso e sesso della stessa classe è esagerato. Entrate in una casa siciliana e fiutate il feudalismo. La moglie dello strato inferiore dà del Voi al marito e quella dello strato superiore lo chiama conte, marchese. L’altro giorno ero alla fattoria di Petrella, un gabellotto che ha assunto l’aria di barone. La moglie parlava col consorte col pronome di seconda persona plurale e i figli davano dell’eccellenza al padre!”
“Cara Ortensia, tu ti occupi troppo della forma. E gli inglesi non si parlano tutti col voi?”
“Se ti piace, serviamocene. Ma tutti e due. Non voglio essere schiacciata da un pronome che in Sicilia è considerato di qualità inferiore”.
“Se c’è qualcosa”, continuò il marito, “che ho trovato in quest’isola di grande è la religione per la famiglia. La capanna e il castello hanno lo stesso significato della sweet home. Nell’una e nell’altro l’affetto si svolge più intensamente che non nel santuario domestico di noi continentali. Nella casa siciliana l’uomo è atteso, le donne soffrono del suo ritardo e lo ricevono a braccia aperte, con la fronte protesa per il bacio!”
Ada ascoltava a bocca aperta.
“Incomincio a credere” gli disse Alongia “che tu sia effeminato!”
“Punto. Le vostre ubbìe di emancipazione non mi entrano. Non sono del mio tempo. Io non precedo mai i tempi. La vostra donna è la donna dell’avvenire? Non nego. Io voglio la donna del presente. Voi siete intrusi. La vostra emancipazione in un ambiente inadatto sfascia la famiglia patriarcale e indebolisce i legami dell’amore. Il vostro incivilimento sgretola. La vostra libertà conduce alla licenza. Io resto col siciliano che chiude in casa il suo tesoro e ne custodisce tutte le entrate”.
“Mucchi d’egoisti!” gridò la signora Tiraboschi allungando il braccio verso gli antifemministi. Io non parlo della donna fragile. Io parlo della donna sana, della donna equilibrata, della donna che non ha bisogno di salvare la sua virtù con una palizzata o con una trincea o con una muraglia alta parecchi uomini per impedirne la scalata. La mia donna, cresciuta in un ambiente libero, educata all’uguaglianza dei sessi, non si perde, non cade nella vecchia trappola dei lenocini maschili. La tua donna è un ornamento, una passività sociale come mi pare abbia detto una sera il signor Luraschi. A voialtri piacciono le tragedie d’amore. Voi andate in sollucchero tutte le volte che un compare Alfio pianta una coltellata in pieno petto a compare Turiddu. Romanticherie! Romantici!”
“Tu, mamma, fai bene; sei del comitato fiorentino per la emancipazione della donna e svolgi le tue teorie. Ma io sono col papà. Mi fanno tanto bene queste romanticherie! Io, vedi, mi chiamerei orgogliosa di dare a mio marito tutto ciò che è mio: anima, vita, pensiero, senza per questo credermi vittima. Tu, mamma, dai a questo compiacimento della sposa il significato della tua immaginazione. Ah, come mi piacerebbe di essere schiava di un uomo che mi volesse tanto bene!”
“Ada!”
La giovine, senza badare al rimprovero materno, strisciò cogli occhi sugli occhi di Luraschi e rimase li imbambolata.
Al caffè si parlò del Gibus.
“Diamine, fumate, fumo anch’io. Le mie signore non patiscono il fumo”.
“Per ora non si tratta che di un sottovoce”.
“Molto trasparente”.
“Trasparentissimo. Il nome è sulle labbra di tutti. Diventerà il cri cri palermitano. Al Caffè lo si passava da un orecchio all’altro tra gli ah! e gli oh! di sorpresa. E passata la sorpresa i signori facevano a gara a scambiarsi informazioni private che facevano allibire. In un minuto non era rimasto più nulla del galantuomo di ieri, dell’onorevole che poche ore prima salutavano con profonde scappellate, del grand’uomo che gli elettori eleggevano a proprio rappresentante con tanto entusiasmo. Per Tizio è divenuto un ladro e un assassino, per Caio il tipo più svergognato della delinquenza siciliana, per Sempronio un farabutto cui la giustizia avrebbe dovuto appendere da un pezzo.”
“Ma in fine”, domandò la signora Giselda”, si può sapere di chi si parla”?
Gli uomini si guardarono in faccia.
“Ormai”, disse il giudice istruttore, “è il segreto di pulcinella”.
“Si parla di Raffaele Palizzolo”.
Si sonò il campanello e vennero annunciati il signor Legato procuratore generale, con la sua signora; e i coniugi Arrivabene.
“Se si passasse nell’altro salotto?”
Erano tutte persone che si conoscevano e che si vedevano ai giovedì della conversazione.
Il Legato era un omaccione con una faccia sempre rannuvolata come un temporale, ma di temperamento dolcissimo. La voce pubblica ne aveva fatto fuori un magistrato inesorabile, ma gli intimi sapevano ch’egli non lo era che per le alte canaglie. La pietà per costoro non era il suo forte.
Si abbandonava nella poltrona a braccioli come un quintale di carne abbandonata nel vuoto. Accanto al tavolino che gli si metteva nei dintorni della sua immensa poltrona, accendeva il sigaro e si umettava di tanto in tanto la gola con dell’acqua zuccherata.
Egli era astemio. La lunga carriera giudiziaria aveva finito per fare di lui un credente dell’astinenza. In trent’anni non gli era toccato di occuparsi dei nemici delle bevande spiritose che due volte. E anche in queste due volte non si trattava che di reati passionali.
L’Arrivabene ne aveva sentito il bisbiglio, ma ora che tutti gli andavano coi piedi sullo stomaco era divenuto reticente.
La folla può frantumare la statua dell’eroe che lo ha disilluso, ma lo spettatore deve temporeggiare prima di unirsi alla massa che lapida e mette in croce. Il Palizzolo non era tra le sue simpatie politiche, ma questa non era ragione per sprofondarlo nella melma di tutti i reati della fantasia popolare.
“Perché non si difende, se è innocente?” domando Tiraboschi.
“Dio buono, se l’uomo pubblico dovesse occuparsi di tutte le dicerie che corrono sul suo conto, non gli rimarrebbe più tempo neanche di dormire”.
Legato si abbandonava al dorso della poltrona buttando in aria il fumo del sigaro.
“Gli scrupoli dell’Arrivabene”, diss’egli, “onorano la sua vecchiaia. C’è sempre tempo di stroncare un uomo. Ma il caso nostro mi pare di una gravità eccezionale”.
“Sono anni che si vocifera ch’egli sia un mafioso. Ma questa accusa non ha impedito che lo si facesse cavaliere, che lo si nominasse consigliere municipale, che diventasse commendatore, che torreggiasse al Banco di Sicilia, che lo si mandasse una volta, due volte, tre volte, quattro volte al Parlamento e che fosse accolto dappertutto a braccia aperte.
Essere mafioso non è poi un delitto. È una malattia siciliana che penetra nel corpo sociale come la malaria o come il bacillo tubercolare. È in tutti. Nessuno è sicuro di essere immune. Io stesso posso esserne il focolare. Ho sempre sentito il bisogno di difendere il debole contro il forte”.
“Non si tratta di sapere se la mafia sia diffusa in tutto l’organismo sociale. Si tratta di sapere se un legislatore ne sia il microbio”.
“E se lo fosse? Sono i suoi elettori che dovrebbero occuparsene e non la gazzetta della maldicenza – le gazzette dei sottovocisti che raccolgono i più ignominiosi si dice della moltitudine irresponsabile. Grazie a questi giornali noi abbiamo perduto l’indipendenza di giudizio. La così detta opinione pubblica non è più che l’opinione di quattro scapigliati che si buttano su tutto ciò che fa loro invidia”.
Luraschi, che si sentiva dare, di tanto in tanto, del letterato, tacque. Tanto più che non c’era da meravigliarsi di quello che diceva l’Arrivabene, una banderuola, sulla quale non si poteva contare da un giovedì all’altro.
“Volete una prova ch’egli non è quel farabutto che si suppone? L’ho veduto ieri, in pieno giorno, in mezzo al sole, che andava via col duca della Verdura. E due ore sono era in compagnia col primo magistrato del Comune. Vi pare questo il contegno di un imputato? Andate stasera al Casino e ve lo troverete circondato dalla crema cittadina.” Tiraboschi si alzò in piedi e si avvicinò all’Arrivabene.
“Ora che le signore sono passate dall’altra parte possiamo parlarci chiaro. O tu sei un grande ingenuo, o sei un uomo che ignora completamente la vita politica dell’Isola”.
“Nossignore. La conosco tanto bene che io non trovo differenza tra il deputato di Palermo e quello per esempio… acqua in bocca. Voi avete capito a chi alludo. Il primo non è più mafioso del secondo e il secondo è più fatale del primo”.
Il procuratore generale, che non andava mai d’accordo con Arrivabene, assentiva. Era un vero scandalo che si potesse dire di un alto magistrato ch’egli aveva fatto parte di un’associazione a delinquere come la Fratellanza, composta di fratelli mafiosi che avevano sulla coscienza non pochi omicidi.
“Questo daltonismo morale è sempre stato il mio cruccio”.
“Eccovi nella trappola della opinione pubblica che vi serve sovente di corda al collo del Palizzolo! Non è stata l’opinione pubblica di un Comune che voi tutti conoscete che ha decretato una lapide con caratteri d’oro? Datemi retta che non sono vecchio per niente. Non è stata l’opinione pubblica che lo ha mandato alla Camera? Voi dite che non conosco l’opinione del mio paese. Me ne duole per voi. La conosco tanto bene che sono obbligato a non disfarmi di un Palizzolo per mancanza di uomini che abbiano maggiore sensibilità morale di lui. Che cosa volete che vi dica? Accetto il male minore. L’espurgazione non può essere il lavoro di un uomo colla distruzione di un altro. C’è tutto da rifare, da ricominciare.
Statemi a sentire. Ho sentito io, con le mie orecchie, un prefetto di Palermo dire a un funzionario che gli proponeva di arrestare il barone Sgadari, per il falso testamento: Ma lei non ha proprio altro da pensare?
Andate a fidarvi dell’opinione pubblica in un paese governato dalla mafia. Vi ricorderete della lettera del Barone Lidestri al Precursore del 1877. Egli denunciava un funzionario di P. S., stato incaricato, se mi ricordo bene, dal prefetto Malusardi, di estirpare il malandrinaggio nella nostra provincia. Lo chiamava il bastonatore dei contadini siciliani e diceva che il suo passaggio era segnato da per tutto da una striscia di sangue ungano. In poche settimane il nobile funzionario della sicurezza pubblica era divenuto il terrore delle popolazioni di Termini, di Alla, di Collesano, di Gangi, di Petralia, di Alimena. Si parlava di lui come del brigante Masi che aveva ucciso gli uomini con minore ripugnanza del beccaio che uccide le bestie e si piangeva dicendo che “sbirri a stu locu ‘un cci ponnu abbitari”. Perché la squadriglia del funzionario staffilava, percuoteva, sfigurava, incanagliva contro chiunque non andava in ginocchio come un delatore di briganti e di mafiosi.
Ebbene, o signori, la voce del barone Lidestri è stata soffocata dall’opinione comunale che lodava e stralodava i precursore del Livraghi il quale aveva lasciato una striscia di sangue sul suo passaggio. La manifestazione comunale è stato il monumento più vergognoso della provincia di Palermo del nostro tempo. Invece dell’esecrazione degli uomini onesti, lo si è santificato e nicchiato nelle aule municipali!
Ecco il risultato della opinione pubblica. L’Arrivabene prese fiato, si asciugò la fronte, si scavallò le gambe e vuotò il bicchiere.
“I Palizzolo, se li giudico bene, sono l’orgoglio, la vanità, la sregolatezza, e, se volete, sono i sintomi dell’insensibilità morale. Gli altri, protetti dall’opinione pubblica, sono la vendetta, la malvagità brutale, la perversione intellettuale”.
“E se vi provassi”, disse Luraschi all’orecchio dell’Arrivabene, “che Raffaele Palizzolo è affondato nei delitti fino al labbro inferiore?”
“E se aggiungessi”, saltò su a dire il procuratore generale, “che sono in lui le attività criminose di una intera generazione?”
“Parole, parole, parole! Voglio fatti, o egregi contraddittori”.
“Ve li daremo!”
“Li so a memoria. Mi direte ch’egli è stato un manutengolo di briganti. Ch’egli è stato in intimi rapporti con Nobile, con Valvo, con De Pasquali”.
“Lo proveremo”.
“Coi si dice!”
“No, colendissimo amico mio! Non sono un calunniatore; non mi valgo dei si dice. Mi valgo del mio armadio. Io non starò quieto fino a quando lo avrò consegnato ai giurati come omicida. Lo so, lo so, nessuno lo ha mai veduto piantare il coltello nel corpo di un altro. Egli è un tipo più moderno. La sua vendetta non è quella del capobanda De Cesaris che strappa e mangia il cuore del suo nemico. La vendetta del Palizzolo è più lunga, è più covata, se posso così esprimermi. Egli è il Luciani, il Luciani che medita a lungo, il Luciani che prepara il delitto isolandosi da esso. Nella sua testa c’è l’ordine del crimine. Egli lo matura come un artista matura il suo capolavoro. Ma ormai la sua mano ha lasciato l’impronta sul cadavere. Gli indizii sono divenuti certezza. Egli è nelle mie mani e nelle mani di Tiraboschi. I questurini sono al suo uscio. Non abbiamo che da dire una parola: entrate! Perché egli passi dall’aria libera nella cella degli accusati”.
“Egli è accusato di un delitto nero”.
“Come quello di avere fatto assassinare il commendatore Emanuele Notarbartolo”.
Le guance rubiconde dell’Arrivabene scolorirono. Egli non era ancora convinto, ma le parole del procuratore generale gli avevano gettato nel cervello un dubbio feroce.
S’aperse la vetrata del salone dove erano le signore coll’avvocato Stefano Alongia e la sala degli uomini venne inondata dalla musica che accompagnava le voci che cantavano:

Quannu nascisti tu bella munita

Con una dolcezza che andava al cuore.
L’ONOREVOLE DELINQUENTE AL LAVORO

“GIOVANNI, ci sono lettere? Ci deve essere in questo animale un po’ del Torquemada. Ogni mattina mi fa soffrire la tortura di aspettare la posta. Chiamami il parrucchiere. Un onorevole senza corrispondenza è disorientato. Non sa più dove sia l’opinione. Non strapparmi i capelli, sai, Luigi. Tu mangi troppo e la tua mano ingrassa. L’opinione pubblica è una megera che terrorizza la democrazia. Agisce sui suoi nervi come un violino. Io la cerco per correggerla, incanalarla e sottometterla. Le vado lietamente incontro anche quando mi si presenta rannuvolata. Pigrone! Vieni avanti con quelle lettere! Crispi? Che cosa si dice di Crispi? Che è un grand’uomo? Lo credo bene. È il nostro Gambetta. Egli non è impacciato dai lacci della costituzione e l’Italia intera lo ammira. Credete a me, l’umanità non ha rispetto pei deboli. Tutte le volte che se ne schiaccia uno indossa la gramaglia per abitudine. Ma gode intimamente di saperlo morto. Così, va bene, vattene. Non c’è male. Gli occhi continuano a mantenere la chiarezza azzurra degli anni passati. L’idolatria di me stesso non è che un sentimento artistico. È un elettore che mi ringrazia. Non c’è di che, caro. Ho fatto il mio dovere. Mi è caduta la parola insulsa senz’accorgermene. Gli uomini che fanno il loro dovere mi spaventano. Sono esseri bestialmente noiosi. No, no, mia graziosa Laura. Tu non diventarai mia moglie. Tu mi prometti l’ideale degli uomini volgari: amore e fedeltà! Tieniti l’uno e l’altra. Non sono fatto per le istituzioni nazionali. L’amore e la fedeltà rendono l’uomo egoista. Il deputato che non è altruista non capisce la sua funzione. Scegli un uomo della classe media. La classe media non produce che uomini comuni. Quest’altro che mi parla di coscienza! È una ditta molto conosciuta, te lo dico io. È l’insegna dei piccoli commercianti. Non c’è sarto d’abiti fatti che non si senta il bisogno di presentare ai suoi avventori la sua coscienza. Grazie tante. Ne ho abbastanza di questa merce. Non darti pensiero della mia riputazione. Ci penso io. Essa è protetta dal mio frak e dalla mia cravatta bianca.
C’è molta gente che mi vuol bene. Costui mi mette in guardia dalle tentazioni. Sciocco! Il miglior modo di sopprimerle è di contentarle. Questo signore mi domanda se è nel mio programma l’indennità ai deputati. Rivolgiti all’onorevole Colajanni. È lui che ha la missione di tramutare la Camera in una casa di pensionati. Io odio i pagamenti, anche quando ho del denaro. Non c’è che la mente fredda di Shylock che possa concepire di questi epigrammi. I pagamenti a scadenza fissa hanno amareggiato l’anima grandiosa di Balzac.
Ho sempre creduto che i virtuosi della politica non potessero esistere che nel nord d’Italia. Hanno fatto proseliti anche nella nostra isola. Tre in una sola distribuzione di lettere sono troppi. Essi sono tra coloro che hanno paura che l’onnipotenza di Ciccio insegni a disamare le leggi. Meticolosi, tranquillizzatevi! Le leggi sono fatte per il popolo, non per chi lo governa. Si dice ch’egli fa e disfá con una incoerenza che intontisce. Preti dei diritti dell’uomo, leggete Burke. Egli vi proverà che la coerenza dello statista di genio è di essere sempre col vento che tira. Darete dell’asino al medico che vi consiglia di tenere aperta la finestra quando il vento è a sud-ovest e di chiuderla quando è a nord-est? Fatemi un po’ il piacere! La corruzione, sissignori, si combatte con la corruzione. È il coraggio degli uomini di genio. Mi basterebbe citare Walpole.
Quest’uomo ha della vita che gli cresce. Egli è stufo di vivere? Bada! bada che io sono discepolo di Grotius. Egli ha detto che uccidere il proprio nemico dovunque si trova è sanzionato non solo dalla legge della natura, ma dalle leggi delle nazioni. Il fatto che chi è colto con le mani sporche del sangue altrui è appeso alla fune del carnefice, ribadisce la sua tesi. Dente per dente.
Gli è un pezzo che sono perseguitato dal tuo livore e gli è un pezzo che ti tollero. Se ami conservarti alla famiglia non eccitarmi più oltre. Potrebbe darsi che io fossi obbligato a romperti come questo specchio. Ho fatto male a lasciarmi trasportare dalla collera. Io devo essere freddo, calcolatore. La mia frase è commentata, i miei passi sono spiati, il mio passato è messo sotto sopra. Ricordati, commendatore, che tutti coloro che mi hanno inseguito colla pertinacia di un odio inestinguibile, sono in un letto di terra grassa. Non posso parlare di morti senza rivedere la faccia bianca di Francesco Miceli. Bianca come questo fazzoletto! È un cadavere che mi dà delle notti agitate. Va via, va via faccia patibolare, tu mi metti addosso la febbre! Non dovevi essere ostinato, non dovevi! Chi ha parlato? Mi pareva di avere udito la voce di qualcuno. Suonerò, chiamerò Giovanni. Stupido! Tremo come un ragazzo. Sì, ti ho chiamato. Portami del brandy. È lui che mi ha preso per i capelli ed è morto. Egli ha voluto contendermi il passo di divenire il padrone assoluto di Villa Gentile ed è andato a raggiungere i miei nemici. Grazie, Giovanni. Chi viene, passi senz’anticamera. Ho bisogno di veder gente, di stordirmi, di sentire delle voci. Sto meglio. È una bibita generosa. Rieccomi calmo. Io posso svillaneggiare Miceli senza impallidire. Toccate il mio polso. La mia mano può tenere un bicchiere raso senza versarne una stilla.
Di nuovo il commendatore! Non mi dà tregua. È un duello a morte. Dio vede se sono io che vado a cercarlo. Egli non sa acconciarsi alla perdita della direzione della Banca. Egli si arrabatta e si contorce come sotto l’azione di un coltello anatomico. Fu la sua insistenza e la sua irrequietudine che lo hanno perduto. Noi rispettavamo i suoi scrupoli e lui doveva rispettare i nostri metodi. Ma l’ambizione del riformatore ha vinto ed egli è caduto.
Non c’è dubbio. È lui solo che può comunicare di queste notizie scandalose ai giornali del continente. Ci sono le sue frasi. Non è che lui che sappia che mi sono servito di una cinquantina di mila lire del Banco per comperarmi una macchina da irrigare il mio fondo. Dite che non si fa mai nulla per la agricoltura, e non appena un uomo ci si mette sul serio, gli si mettete innanzi come tanti paracarri. E questi giornali compiacenti che si danno l’aria di avere dell’ingegno e non sono che l’eco di quell’uomo appiattato dietro i loro usci? E di che cosa ci si accusa? Di avere della fortuna. Ecco il nostro grande delitto. Il delitto di esserci divisi dei buoni biglietti da mille. Sottigliezze da leguleio. Per contristarci la gioia di avere la bosse del finanziere che non gioca a occhi chiusi si capovolge il nostro caso e ci si mette al posto degli imbecilli! Bravi! Tenetevi bene a mente che in questo secolo scientifico non c’è fortuna. Non ci può essere fortuna. Non c’è che l’intelligenza. Voi punite le nostre facoltà intellettuali. Voi siete dei sofisti. Voi dite che se si fosse perduto, il Banco avrebbe dovuto rispondere delle differenze tra il prezzo di acquisto delle azioni e il corso del giorno. Perché i nomi coi quali si sono fatte le operazioni non figuravano nei registri, perché gli ignoti divennero noti solo quando si dovevano intascare le differenze del rialzo e perché Anfossi e Bartolo non erano che due prestanomi impotenti a pagarne le perdite. Se volete parlare di perdite, parlate di voialtri. Noi non abbiamo di queste pessime abitudini. È il falso ragionamento che conduce a delle false premesse. Il nostro metodo è infallibile. Due e due fa quattro. Il vostro è antiscientifico, è confusionario. Andate tra le cifre a tentoni. Ecco la differenza. Mettetevi nella testa la certezza matematica della vincita e vedrete che il denaro del Banco non è mai stato così tranquillo come durante le nostre operazioni.
Siete voi che vi date della pena creandovi paure che non esistono. Dove voialtri sforniti di cervello vi trovate a disagio, noi proviamo un godimento indicibile. Gli uomini moderni amano di trovarsi al margine del precipizio. Siamo un po’ tutti equilibristi come Saccard. Domandatelo a Saccard. Egli vi parlerà dei suoi minuti trepidi coi rapimenti dell’artista per il suo capolavoro. Voialtri avete un modo di vedere le cose che non è il nostro. Siete dei pessimisti. E il pessimismo è la sifilide degli uomini comuni. Noi viviamo di sensazioni. Voi vivete di fede, di convinzioni, di pregiudizi. Bastate voi soli a rendere infelici tre quarti del genere umano.
Chi hai detto, Giovanni? Lorenzo Sappolli? Digli che sono assente o che sono occupato e che non puoi annunciarmelo. Sappolli è un tipo da romanzo. Ah, se non me ne mancasse il tempo! Con un cervello che è un’officina di romanzi, sono condannato dagli avvenimenti alla sterilità completa! Il mio sogno di agiatezze per un avvenire intellettuale si è sciupato a farsi largo in mezzo a questi uomini che hanno tentato più di una volta di premermi e soffocarmi tra le loro braccia.
Sappolli è un originale. Probabilmente è l’affezione che gli fa dire tutte le sudicerie che raccoglie per la strada. Ma il suo gusto è perfido. Egli non sa raccontarmi che quello che dicono sul conto mio i maldicenti. Il bisbiglio di ieri l’altro, messo in giro dal solito commendatore, era che io non sono estraneo alla perdita di circa quattrocento mila lire fatta dal solito Istituto bancario collo sconto di certe tratte a certi individui, dopo che il corrispondente londinese del Banco aveva telegrafato sconsigliandone il credito. Questo caro Sappolli mi diceva tutte queste impertinenze con la frase untuosa dell’individuo che finge di credervi incapace di commettere simili bricconate. Parola da gentiluomo. Le dicerie dei nemici in bocca degli amici mi indispongono come un sermone dei moralisti!
Fallo pure passare, Giovanni. Come state Filippella? Vi aspettavo. Dite alla vostra gna che suo marito avrà la gabella. L’ho promessa; è cosa fatta. Non domando che un po’ di pazienza. Noi siamo perseguitati per il bene che facciamo. Certi uomini sono funesti. Non alludo propriamente al commendatore. Ma voi sapete. Abbiamo nemici terribili. Ogni nostro atto è mafioso. I miei amici sono tutti pregiudicati, tutti avanzi di galera. Voi stesso che siete al mio servizio da parecchi anni, siete sospetto. Lasciateli dire. Io non me ne curo. Non è da oggi che si va attorno a dire che la mia proprietà campestre della Sassaiuola, dove voi siete curatolo, è un covo di bravacci. Sono i manzoniani di Palermo e dei manzoniani non mi curo. Se dovessi ascoltare tutto quello che mi si dice, diventerei matto. Mi si raccontava giorni sono che voi siete un prepotentaccio che mi compromette. Non difendetevi, so bene, voi avete ragione, noi abbiamo ragione. A questo mondo si è sempre prepotenti per qualcuno. Tutto dipende da che punto di vista si guardano le cose. Noi abbiamo bisogno di aggiungere poche salme di terreno al nostro terreno? Preghiamo il proprietario di cedercelo a prezzo conveniente. Non vuole, s’ostina, s’incaponisce come un mulo? Come si fa? Gli si rende la vita difficile. Lo si obbliga a vendere per sette o diciassette. La colpa non è nostra. Noi si voleva le cose giuste. Vi ricorderete del Costa, del Luciano Costa di Altavilla. Voi siete testimonio che ho fatto di tutto per comperare all’amichevole le sue possessioni. Non ci sono state né le buone né le cattive. Abbiamo dovuto farlo scappare dalla disperazione. Ebbene, dopo avergli dato l’alternativa, dopo averlo pregato di scegliere, lui, per certa gente, passa per una vittima e noi per dei mafiosi! Non occupiamocene. Andate, siate sempre fedele e lasciamo che il gentame si sfoghi. Addio.
Mettiamo questo documento tra le carte segrete. È straordinario il numero delle persone che si occupano dei miei affari. Sentite che informazioni ha dato sul mio conto: “L’onorevole deputato in discorso è notoriamente conosciuto come protettore di mafiosi e favoreggiatore di latitanti. Recluta le sue persone di servizio per le sue campagne tra la feccia dei pregiudicati, come il famigerato Porcatto, di anni 40, contadino di Caccamo, fratello del Porcatto Salvatore, ancora latitante per l’imputazione di complicità necessaria nel ricatto del consigliere Giuseppe Salaterra. Credo che costui, quantunque latitante, sia ancora al servizio dell’onorevole summentovato in un suo fondo, in contrada Inserra, presso Palermo. Vostra signoria si ricorderà che in un altro mio rapporto accennavo al Porcatto Salvatore come uno degli albergatori delle grotte di Inserra, ove gli animali rubati trovano il loro macello.
Fra le persone dell’onorevole in discorso non posso dimenticare il Turi Giuseppe e il Zappa Luigi, due orribili ceffi mafiosi e due malvagi sospetti di crudeltà inaudite.
L’autorità dei carabinieri è nulla con una persona tanto influente come l’onorevole sopracitato. Egli è salutato da per tutto come la persona più influente e più rispettata dei luoghi ove è conosciuto. Mi pare che sia già stato proposto per l’ammonizione. La capacità a delinquere è la caratteristica più notevole della sua vita. Continuerò a tenerla informata dei movimenti di questa losca figura che occupa tanta parte della vita siciliana.
Il brigadiere.”
Non c’è che dire. Egli è un funzionario modello e va premiato. L’aria di questi paesi ti fa male e te ne andrai in Lombardia. Là è il tuo posto. Vedi dove è finito il tuo rapporto? Nel cassetto ove custodisco gli altri documenti degli altri tuoi pari. In galera non mi ci mandate, state sicuri. È più facile che la voragine vesuviana cessi dal vomitare i suoi torrenti di lava ignescenti.
Laura? Venga pure. Bisogna prepararsi. Essa è troppo romantica. L’idea che la sovraneggia è il matrimonio. Dovevo accorgermene dal giorno ch’essa adottò il verde come colore dominante della sua toilette quotidiana. Il verde è un segno evidente della mancanza di un temperamento artistico. Diffidate delle donne che idolatrano questo colore antipatico. Eccola che viene. Ne sento il fruscìo delle vesti. Tutte le volte che la vedo mi fa l’effetto di una donna che si sia buttata in dosso gli abiti nel momento in cui il suo pensiero era in tempesta. Non è cattiva, ma ha tutti i vizi della borghese che poltrisce intorno un uomo. La sua mente non è poliandrica. Soffre della mala bestia della gelosia. Può esplodere un giorno o l’altro come una cassetta di dinamite.
Perché mi dici cattivo? Sono le occupazioni che m’impediscono di amare. Un deputato dovrebbe darsi al celibato come il prete. La vocazione dell’uno non è differente da quella dell’altro. Tutti e due ne sono assorbiti. Il primo vagola pei cieli in cerca della felicità celeste, il secondo s’immerge come un voluttuario nei problemi della vita terrena. Il sacerdote pensa all’anima dell’uomo, noi al corpo. Non ti parlavo così altre volte? Perché c’è sempre in noi un po’ di romanticismo succhiato alla grande mammella del paradiso artificiale. L’idillio ci ha cullati un po’ tutti, mia buona Laura. Verrà giorno in cui il regno di tutte queste bugie e di tutte queste menzogne sarà finito. Non lo credi, Laura? Tu non lo credi perché ne sei ancora sommersa. Sei rimasta all’ideale che mi ha alimentato per qualche anno. Il matrimonio è una istituzione necessaria per il popolo condannato dal lavoro alla vita corretta. Non per noi che abbiamo i sensi sbrigliati e che troviamo più godimento nelle infedeltà che ci fanno conoscere le tragedie d’amore. Tu piangi! Non piangere. Ti sciupo il romanzo, ma ti scateno dalle illusioni che preparano all’infedeltà coniugale. Per la nostra classe non c’è amore coniugale. Li ho conosciuti questi santuari domestici. Mariti e mogli ci ingannano quando ci parlano dei loro affetti eterni. Non è che nel romanzo dell’idealista che il matrimonio finisce bene. Il matrimonio della gente lussuosa è una sciagurata lotta fino alla morte di uno degli associati. Ti spavento? Le giovani si spaventano assai più della ragione brutale, che della violenza fisica. Ma è così. L’uomo stanco e vedovo di tante donne prende moglie, e ritorna sollecitamente al capriccio per la donna che rappresenta il trionfo della materia sullo spirito. La donna prende marito fresca e vigorosa e smagata si butta deliberatamente nell’adulterio. I tuoi singhiozzi mi rompono il cuore. Ti ho amata, vorrei continuare ad amarti. Dovevo pensarci prima, lo so. Ma non credere che sia il denaro della marchesa o della vedova del magistrato che mi sottragga ai tuoi abbracci. Non ho bisogno di danaro. Non sono che coloro che pagano i conti come Balzac che ne siano sempre assetati. Credo, ti credo, posso credere tutto. Purché la cosa sia incredibile. Mascalzone? Sfogati, cara mia. Un giorno ti ricorderai con orrore della commedia che rappresenti in questo momento. Ma sì, ma sì, sfogati, accusami pure di avere tradito anche una povera monaca guardarobiera. Il sottovoce deve essere la persecuzione della mia vita continua, mi ci sono abituato. Non si diceva, e non è molto, che io ho avvelenato un mio amico intimo, un magistrato che mi ha reso tanti servigi, il marito di una signora che stimo più di me stesso? Va là, caricami di tutti i delitti. Non si diventa grandi che a questo prezzo. Te ne vai? Me ne duole. È andata. Meglio così. Non si diventa grandi che a questo prezzo”.
ALLA RICERCA DI UN METODO

ERA già tardi. Tutta la casa dormiva. Lui solo vegliava e studiava. Da parecchie settimane egli non si coricava che verso l’alba. Cercava, leggeva, divorava un volume dopo l’altro senza giungere mai alla soluzione del pensiero che rimuginava e lo prostrava. Tutti i romanzieri gli si rivelavano di un’immaginazione puerile. I delitti dei loro personaggi finivano, novantanove volte su cento, nelle mani dei poliziotti scaltri. Di tanto in tanto gli capitava qualcuno che sapeva ordire la trama con una abilità straordinaria, senza però rinunciare ai mezzi volgari che chiamano gente e sollevano il vespaio nel quartiere della tragedia. Egli voleva un metodo meno antidiluviano, più scientifico, senza colpi di scena spettacolosi, senza pagine che sciolgano il dramma col chiasso delle descrizioni sensazionali. Nell’epoca della luce elettrica ci doveva essere qualcosa di meno stantio. La folla degli scrittori era rimasta al veleno, come la signora Lafarge dei processi celebri. Un metodo primitivo che ti lascia sulla sedia o in letto il cadavere per l’analisi e magari per il chimico che te n’ha venduta la dose. Gli avvelenatori di quest’ultimi anni erano stati tutti presi per il colletto come tanti ragazzi. Bastava ricordarsi del dottore americano Neill e della signora Fiorenza Maybrick per non pensarci altro. Il primo era stato appeso alla fune del carnefice e l’altra consumava i giorni alla servitù penale senza speranza di ritornare alla vita.
In mezzo a tanta letteratura criminale non trovava nulla. Gli si suggeriva il modo di andare in galera e questo era l’ultimo dei suoi pensieri. C’erano due o tre romanzieri francesi che buttavano gli assassinati nel fiume o nel mare. Ma i delinquenti di questa natura non erano più fortunati degli avvelenatori. I cadaveri ritornano a galla o vanno a finire su qualche spiaggia come documenti irrefutabili di una morte violenta. Il farmacista Fenayron, il quale aveva fatto uno studio speciale prima di calare nella Senna il suo allievo, non è riuscito a salvarsi dalla guigliottina.
Non c’era dunque da scegliere. Il metodo migliore era ancora il suo. Era un metodo più razionale, più scientifico, più sicuro. Il nemico entrava e non ne usciva più, né vivo né morto. Il difficile era di trascinarvelo e di trascinarvelo a insaputa di tutti. Questa doveva essere la sua precauzione massima. Non avere testimoni. Una volta in casa lo avrebbe invitato di sopra, come se il salotto potesse essere all’ultimo piano, e nello stanzone dell’ultimo piano, coll’aiuto del complice, avrebbe compiuto il resto.
La discussione della sua mente e la solitudine che lo circondava lo facevano sudare freddo. Si dava del pusillanime e si premeva la testa come per spegnerne l’incendio. Il suo sistema nervoso non era più di ferro come una volta. Un nonnulla lo faceva trasalire. La poltrona mobile gli giocava tiri birboni. Girando su sé stessa, la sua ombra si prolungava sulla parete e assumeva le forme del fantasma. Notarbartolo continuava a nutrirgli il cervello. Non aveva mai capito così bene il delitto di Giuseppe Luciani come ora che soffriva di una persecuzione quasi identica. Il Notarbartolo di Luciani era la Capitale. La Capitale suggestionava i lettori, la Capitale lo minacciava di far sapere ch’egli era il fratello del Paino dell’Olmo, il ladro che gli aveva fornito i mezzi di frequentare la scuola; la Capitale gli distruggeva l’opinione pubblica ch’egli si era conquistata con la penna, con la eloquenza e con la bellezza del giovine d’ingegno e Luciani procombeva…
No, non procombeva… Egli sapeva, come lui, preparare il delitto, ma non aveva neppur lui il coraggio di compierlo. Invece di procombere, affidava il coltello alla mano più sicura. Raffaele Sonzogno voleva ricacciare nel fango Giuseppe Luciani e Luciani gli ha fatto scontare l’audacia e l’insistenza a coltellate… Strasudava e si palpeggiava la fronte. A tavolino egli vedeva chiaramente gli errori che hanno mandato in galera Luciani. Prima di tutto egli occupava il posto sciagurato dell’amante. Gli amanti non dovrebbero mai ammazzare o far ammazzare i loro rivali. Perché non appena si sa del delitto, gli occhi della polizia e del pubblico sono su loro. Se proprio la loro sparizione fosse indispensabile, dovrebbero affidarne il compito alle loro mogli. Poi, Luciani, aveva incaricato troppe persone. Quando si è in due a portare il segreto di un assassinio, uno dei due è già di troppo. L’esistenza del secondo turba continuamente quella del primo. Egli non aveva neppure tenuto calcolo che i sicarii nelle mani della giustizia lasciano giù subito le brighe e accusano il mandante di tutti i loro istinti scellerati. Vi ricordate di Beaujean, il souteneur parigino del 1892? Non ha esitato un minuto a denunciare la sua complice. Sono persone che non hanno coscienza di quello che fanno. Ed è più che naturale. Se l’avessero non accetterebbero di accoppare il nemico di un altro in un paese ove funziona la legge contro gli omicidi. Ma l’errore più grave e più stupido di Luciani è stato quello di non avere distrutto o piuttosto di avere creato un itinerario al denaro. Non è che il pazzo che prende a prestito il denaro che deve pagare gli agenti del misfatto. Lo si ruba, lo si fabbrica, non lo si prende a prestito. Egli è stato proprio perduto dal biglietto da mille che gli ha prestato il principe Odescalchi.
Guardava l’orologio. L’attesa gli era divenuta insopportabile. Veniva o non veniva? Egli si sentiva agitato come se fosse già lordo del sangue che stava per spargere. Si scuoteva e tornava con le idee nere al suo chimico. Se il furto di una testa di chimico fosse stato possibile non avrebbe indugiato un minuto. Come distruggere un cadavere? E nell’interrogazione gli risaliva il livore alle labbra. Maledizione! maledizione! maledizione! E questa parola tragica gli risonava in tutta la persona, e gli rimescolava il fondaccio dei suoi rancori. Come si distrugge un cadavere? Avrebbe dato sé stesso per saperlo. Aveva letto in un libro di anatomia che colla corrosione si distruggevano tutte le materie organiche di un organo. Ma l’autore non gli aveva detto in che cosa consisteva il metodo di corrosione. Di che cosa era composto? L’interrogazione lo mandava al finestrone, attraverso i vetri del quale vedeva il cielo cupo, gli alberi con le rame alte nell’ombra imploranti il perdono di Dio. La luce fosca sul prato bruno gli intetrava il pensiero.
“Sì”, diceva, “io sono nel suo cervello come lui è nel mio. Io non dò posa al suo spirito come lui non dà posa al mio”.
E colle ultime parole gli si contraevano le linee facciali e gli si chiudevano i pugni come se nello sforzo lento si raccogliesse tutto il suo odio.
“Gli mancava un sottovoce e l’ha trovato. Le otto mila e seicento lire del Banco che hanno servito alla mia elezione. Non ci voleva che un’altra goccia perché il liquido traboccasse. È traboccato.”
Riseduto, cogli occhi sull’orologio, la sua vita interiore ricominciava a rituffarlo nel sangue di colui che gli aveva distrutto la pace. Incendiarlo! ecco tutto. L’idea gliela suggeriva la cremazione. Egli aveva assistito con degli altri onorevoli all’incenerimento del deputato Olivetto, ed aveva veduto che di quel quintale di letame non era rimasto che un pizzico di cenere. Invece di distenderlo sulla grata, egli si proponeva di chiuderlo in un recipiente di zinco con dei preparati chimici che ne assorbissero l’odore pestifero. Il diavolo non avrebbe potuto scovare una fibrilla di Notarbartolo. Egli sarebbe stato consumato, tutto consumato, in un forno ardente.
“Viene o non viene?”
Il suo sguardo si prolungava per la distesa immensa senza scorgere nulla.
“Nessuno!”
L’impazienza lo rodeva.
Non si era ancora voltato che ne sentì il segnale.
“È lui! Eccolo che viene. Ne conosco il mantello che si dibatte tra il vento. Eccolo che esce dagli alberi e infila il sentiero.”
Gli aperse mettendogli una mano sulla bocca, prendendolo sottobraccio e facendogli chiaro dove metteva i piedi.
“Piano, più piano. Ti ha visto qualcuno?”
“Il diavolo!”
“Parla sottovoce, cane!”
Il sicario s’era truccato bene. La barba intiera gli dava la fisonomia di un altro. Buttò il mantello affagottato sur una poltrona e si mise in un’altra. Indossava una giacca scura che gli lambiva a mala pena i fianchi, un panciotto verdone, delle brache che non gli andavano oltre le calze azzurre su fino al ginocchio, calzava un paio di scarpe di pelle chiara che non facevano più fracasso della gomma e portava un cappello nero a larga tesa. Dalla fascia nerastra che gli cingeva i fianchi si poteva indovinare che non era senza armi di difesa. Gli occhi di un fulvo dorato, sotto arcate pelose e salienti, illuminavano la sua faccia brigantesca.
“Dammi qualcosa da bere. Il vento indiavolato mi ha asciugato la gola”.
“Bevi e addolcisci quel tuo vocione!”
“Non siamo in casa tua?”
“Lo siamo, ma non voglio che si sappia della tua presenza”.
“In malora!”
E col suo gesto largo di disprezzo rovesciò gli occhi come sapeva fare lui quando voleva dimostrare che stava per perdere la pazienza.
“Veniamo piuttosto all’affare. Ci hai pensato?”
“Ci ho pensato. Bevi e seguimi. Non parlare fino a quando te ne darò il permesso”.
Erano degli anni ch’egli non saliva le scale dell’ala disabitata e piena di bauli e di mobilia inservibile. Erano scale di legno che scricchiolavano in un modo da gelare il sangue.
“Ecco un inconveniente!”
“Taci!”
Giunti in cima alla seconda scala l’onorevole ebbe bisogno di fiatare. Non si era mai sentito così nervoso come in quella notte. Gli pareva di essere giallo. Si vedeva le mani con paura.
“Coraggio!”
“Maledette scale!”
“Tremano come se stessero per schiantarsi!”
“Lo credi?”
“Non lo credo. Ma credo che facciano davvero del rumore”.
“Eccoci”.
L’onorevole si tolse dalle tasche una chiave e aperse.
“Bisognerà darle un po’ d’olio”.
“È ruggine chi sa da quanto tempo”.
L’aria di chiuso li obbligò a spalancare le finestre.
“Mi pareva di morire!” disse il sicario. “E ora?”
“E ora chiudi quell’uscio”.
“Parola da galantuomo che non ne capisco un’acca”.
“Capirai, aspetta”.
Tirò con ambe le mani un lastrone di ferro.
“Vedi?”
“Vedo!”
“È un forno”.
“Capisci?”
“Ti capisco meno di prima”.
“E là dentro che deve sparire Notarbartolo”.
“Tu impazzisci”.
“Meno di quello che credi. L’impresa non è facile; ma in compenso è sicura. Di lui non resterà neppure un’unghia”.
“E chi lo porterà di sopra? Tu lo pigli per un fuscello di paglia. Ci dici poco a portarti in alto un cadavere? Ma tu impazzisci! Ci vorranno tre uomini, non meno. E poi un cadavere, figurati! Le scale diventeranno un lago di sangue, gli uomini che lo avranno sulle spalle ne scapperanno gelati dallo spavento e io non rimarrò al mio posto di sicuro! Il tuo è un sogno da pazzi e io amo troppo la mia testa per lavorare con loro”.
“Lingua maledica! Chi ti ha detto che lo si debba portare di sopra? Egli ci verrà con le sue gambe, capisci? Non occupartene; a questo penso io. L’importante è che tu stia attento e che tu eseguisca i miei ordini senza osservazioni”.
“Sono tutto orecchi”.
“Ci verrà in una maniera o nell’altra. Il tuo compito deve incominciare quando egli sarà nella stanza. Qui ci sarà un mobile dietro il quale starai nascosto fino alla parola convenuta, la quale sarà: Notarbartolo. Io non pronuncerò il suo nome che al momento di avvertirti di uscire. Aiutami a portare da questa parte l’armadio in fondo e facciamone l’esperimento. Tu devi essere tranquillo. No, non va bene. Rientra nel tuo nascondiglio e rifai la prova. Se tu esci come hai fatto adesso, con impeto e col coltello in aria, tu gli dai tempo di spaventarsi e di gridare. Quassù può sfiatarsi senza essere sentito. Ma è sempre meglio fare le cose senza strepito. Notarbartolo sarà voltato dalla mia parte. Tu non avrai dunque che la schiena. Il tuo colpo deve essere mortale. La lama del tuo coltello deve passarlo da una parte all’altra. Probabilmente egli dirà: Oh Dio! o Madonna santa! e cadrà come un sacco di cenci”.
“E se invece il coltello piegasse o trovasse qualche cosa di duro che lo deviasse, come, per esempio, la fibbia delle bretelle?”
“Non si salverebbe lo stesso. Perché il mio coltello non gli darebbe tempo di riaversi. Lo vedi? Non è il coltellaccio di un macellaio. Il mio coltello sarà questo. È uno strumento che può servire per la dissezione. Ha del bisturi. È una lama a due tagli, lunga, affilata, acuminata. Essa gli entrerebbe diritta fino al manico nella vena jugulare”.
“Ti dirò la mia opinione sul tuo coltello chirurgico. Intanto facciamo delle supposizioni. Supponiamo una cosa vera. Supponiamo ch’egli riesca a sottrarsi ai nostri coltelli e a mettersi in posizione di scaricare su noi il suo revolver”.
“Confessa che tu hai paura!”
“Paura? È una cosa che bisogna prevedere! Tu non mi verrai a dire che Notarbartolo verrà in casa tua con l’animo tranquillo come quando va in casa di un galantuomo! Prima di tutto non ci verrà. Ti conosce intimamente e sa che da te non può aspettarsi gentilezze. Ma dato il caso che tu riesca a trascinarlo nel tranello è bene sapere che cosa si deve fare contro una sorpresa. Chi ti assicura che accettando il tuo invito, egli non ti imiti e non prepari il laccio per il tuo collo? Egli è un uomo del quale devi sempre diffidare.”
“Ammetto la critica. Può avvenire quello che tu dici. Non hai però pensato che io e te non saremo mica senza revolver. Non hai pensato che se egli tentasse sottrarsi ai nostri coltelli, noi non si rimarrebbe lì in piedi come pioli! Ma gli si terrebbe dietro, anzi, gli si starebbe ai panni e con un’arme o con l’altra lo si finirebbe. Il buttarglisi sopra non sarebbe che un movimento spontaneo”.
“Supponiamolo in terra. Svenato dal tuo bisturi, come impediremo al sangue di inondare il suolo, di uscire dalla stanza, di raggiungere la scala e di andare giù, adagio adagio, per i gradini, fino in fondo, dove passano i tuoi domestici, le tue sorelle, i tuoi di casa? Il tuo piano mi pare complicato”.
“L’armadio sarà pieno di spugne e di segatura. Ma non ci sarà bisogno né delle une, né dell’altra. Perché il corpo non appena svenato od esangue andrà in quel bagno o in quel semicupio, dove avremo disteso una tela di diachilon o impenetrabile per avvolgerlo come in un sacco e passarlo nel forno”.
Il sicario ebbe un moto di repulsione.
“Le fiamme divoreranno il nemico senza lasciarci neppure l’odore della sua carne. In mezz’ora egli sarà a casa del diavolo. Non avremo più nella stanza che la puzza d’acido nitrico che ci avrà servito a confondere le tanfate del cadavere in combustione.”
“Il tuo progetto non è comune, ma è troppo complicato. Esige troppa energia, troppo coraggio, troppo ingegno. Non mi entra nella testa che come una cosa confusa. Io ho bisogno di una cosa semplice: atterrare la bestia e andarmene senz’altre precauzioni. Il forno ha molti inconvenienti. Costringe l’esecutore a trascinare il condannato in un luogo prestabilito. Per la strada, si può essere veduti da qualcuno a qualunque ora. Il mio concetto è che l’esecutore aspetti il suo uomo come in un’imboscata. Gli si capita addosso quand’egli meno se l’aspetta. Il forno ha poi il precedente di un ghigliottinato. Ti ricorderai di quel Carrara, bergamasco, che ha infornato nella sua casa rustica, in qualche parte nei dintorni di Parigi, il fattorino di una banca per non pagargli la cambiale. L’operazione era andata bene, ma il chimico seppe raccogliere le tracce dell’arrosto umano. Fa a modo mio. Lascia che me ne occupi io. Tu continua a fare il legislatore e non darti pensiero alcuno. Notarbartolo è affidato al mio coltello, il quale non conosce perdono, lo sai. Al tuo posto poi non vorrei mischiarmene. L’odio personale ti potrebbe far scattare prima del momento opportuno. Io sono impersonale. L’esecutore non adempie che a un mandato. Io ammazzo Tizio come Caio, colla stessa indifferenza con cui ti ho ammazzato gli altri. È il mio mestiere”.
“Ti sei procurato l’alibi?”
“Sarò in Tunisia”.
“Egli sarà ammazzato in un treno. Il treno ha dei precedenti buoni. Non ha mai rivelato i passeggieri che dimenticano negli scompartimenti i compagni di viaggio irrigiditi”.
IL DIARIO DI LURASCHI

HO raccolto molto materiale su Raffaele Palizzolo, indiziato come autore di delitti spaventevoli. Ma non lo pubblicherò che quando avrò finito l’inchiesta col mio amico Tiraboschi.
Ho fatto una preziosa conoscenza. Sono stato presentato giorni sono al barone di Listulla, conosciuto tra gli amici come il barone rosso per le sue tendenze radicali. Mi piace, è uomo di vasta coltura e di modi affabilissimi.
Mi ha invitato a una partita di caccia sul suo latifondo, un’immensa distesa di tre mila ettari di terreno a parecchi chilometri da Palermo. Egli non è un assenteista e prende parte al benessere dei suoi contadini. Vi andremo a cavallo, con un nugolo di campieri e con parecchie mute di cani e sarà della comitiva il marchese di Cadì, che desidero tanto di vedere. Mi pare di averlo trattato un po’ troppo bruscamente e anche un po’ troppo ingiustamente. Da un po’ di tempo ho incominciato anch’io a pensare all’autonomia. Il governo centrale non capisce un’acca dell’Isola. Tutti i suoi rappresentanti sono o dei microcefali o dei ladri o dei corrotti. Salvo il mio buon amico Tiraboschi non c’è persona che valga un centesimo. I prefetti sono dei gaglioffi.
Non crederei se non avessi veduto coi miei occhi. Tutti sanno che c’è qui, come commissario straordinario, il generale Mirri. Non avevo parlato con lui che due volte. Ma me l’era figurato un altro uomo. La sua parola franca me lo aveva lasciato credere un soldato leale, incapace di bruttarsi il nome con atti disonorevoli. Non ho mai preso un granchio così grosso. Il Mirri non è al disopra degli altri che per l’altezza della persona. Più che un generale venuto in Sicilia a frenare i furti nelle amministrazioni municipali e a dare la caccia ai mafiosi in berretto e in guanti, è un misero agente elettorale dei candidati che il suo governo gli ingiunse di far eleggere. Sciupa tutto il suo tempo in queste miserie. L’ho saputo ieri nell’ufficio del Procuratore generale Venturini, ove mi trovavo con l’amico Tiraboschi.
“È inutile, cari amici, darsi della pena per mettere la mano sugli assassini di Notarbartolo”.
La sospensione dell’integerrimo magistrato mi avrebbe ingrigiato, se non avessi avuto i capelli troppo giovani.
“C’è una mano misteriosa che ci allontana sempre da loro. Quale? Non so. I miei non sono che sospetti”.
Dopo un’altra pausa come per ricacciarsi in gola il nome che gli veniva alla bocca, riprese la parola.
“Forse le tenebre che avvolgono un tale misfatto non si sono potute dileguare per l’indirizzo fin qui dato all’istruzione che forse non è quello che può offrire maggiori probabilità di successo perché si trascurano le indagini… Non alludo a voi, Tiraboschi… Perché si trascurano le indagini e non si approfondiscono i pochi indizi raccolti che pure coltivati potrebbero portare alla scoperta dei rei.
“Generalmente si ritiene – e forse non senza un sostrato di verità – che movente del delitto abbia potuto essere la vendetta, o una misura precauzionale da parte di personalità spiccate lese nella loro reputazione, e forse anche negli averi, dal comm. Notarbartolo quando era alla direzione generale del Banco di Sicilia. E fra queste vi potrebbero essere il senatore Tenerelli, l’onorevole Palizzolo, l’avv. Muratori e altri””.
Non avevo più fiato. Il Palizzolo non mi era nuovo. Le nostre inchieste sono piene di lui. Ma non avevo mai sentito parlare né di Tenerelli, né di Muratori.
“Dunque, eccellenza, non si tratta più di una persona, ma di una cospirazione di parecchi individui?”
L’alto magistrato non mi rispose. Aperse il cassetto a sinistra della sua scrivania dicendo senza guardare in faccia né a me né a Tiraboschi.
“C’è di peggio. C’è che abbiamo degli alti personaggi che si occupano della giustizia solo per far imprigionare gli elettori del partito contrario al governo…”
S’interruppe un’altra volta.
“E per indurre i magistrati a mettere fuori gli elettori del partito favorevole”.
Io credetti che la magistratura fosse stata colpita da una grave disgrazia. Che ad uno dei suoi procuratori generali, che l’avevano servita per tanti anni con tanto zelo e intelligenza, fosse dato di volta il cervello. Pensavo ch’egli fosse impazzito.
“Leggete, caro Tiraboschi, e a voce alta perché senta anche il vostro amico”.
Era una lettera lunga, in data del 10 maggio 1895, nella quale il generale Mirri avvertiva il Venturini che alla commissione provinciale per la lista elettorale di Alcamo era stato presentato un reclamo firmato dai favoreggiatori della candidatura Crispi, per far eliminare elettori anticrispini. “Io sono d’avviso, scriveva il generale, che il reclamo debba essere accetto. Gli elettori da eliminarsi sono contrari ‘al noto personaggio'”.
“Il noto personaggio?”
“Crispi, s’intende”.
Mi ripassa per la mente il marchese di Cadì. Egli aveva ragione. L’isola è nelle mani dei farabutti e dei paltonieri.
“Leggete anche questa, Tiraboschi”.

Palermo, 15 agosto.
“Caro Venturini,
La situazione elettorale ad Alcamo ci dà speranza di riescita se la sorveglianza nelle sezioni sarà fatta bene.
Ora ad assicurare ciò, è necessario che la costituzione dei seggi sia fatta colla massima imparzialità e nelle forme strettamente volute dalla legge. Ora in Alcamo se si toglie il Pretore, non vi sono altri che possano fare le funzioni di Presidenti per la costituzione dei seggi in quanto che i due vicepretori ed i conciliatori sono firmatari dei manifesti dell’avversario avv. Mauro e membri del suo comitato.
È dunque necessario provvedere con altro personale, per cui a te mi rivolgo con calda preghiera perché siano colà inviati fin dal giorno 17 numero quattro magistrati che amerei, se possibile, fossero inviati da qualunque luogo meno che da Trapani, perché il Mauro è strettamente legato di amicizia con tutti i magistrati di quel tribunale.
La legge prescrive, ed un comunicato del Ministero dell’interno conferma, che nella elezione dei seggi si debba scrivere la scheda con tre nomi in presenza del Presidente e non già presentarsi colla scheda già scritta. Se quest’ultimo metodo fosse accettato in Alcamo, si correrebbe il pericolo di vedere i seggi nelle mani di gente analfabeta essendo tale grossa parte degli elettori alcamesi.
Io dunque mi raccomando caldamente per l’invio colà di quattro magistrati colla raccomandazione che mettano in pratica ed esigano l’osservanza stretta di questo articolo di legge.

Tuo aff.mo amico
G. Mirri.”

Tiraboschi non pareva meravigliato. Leggeva senza fremere.
Egli conosceva i segreti di quasi tutta la vita politica siciliana. E quindi sapeva che le elezioni parlamentari e amministrative non erano che cose risevoli.
“Va bene”, diss’io. “Ma come spiegate le elezioni continuate di Napoleone Colaianni e di Defelice-Giuffrida?”
“Mosche bianche della mappa elettorale! I loro ambienti erano ambienti speciali. Coi Fasci organizzati la polizia e gli agenti del governo erano impotenti.”
“Leggete quest’ultima ed ho finito. Io me ne lavo le mani. Fra poco io non sarò più in Sicilia. Ogni momento che passa la toga scolorisce”.

“Caro Venturini,
Mi scuserai se abuso un po’ troppo della tua amicizia, ma il telegramma oggi stesso ricevuto, che qui ti accludo, mi obbliga ad importunarti nuovamente sull’affare della libertà provvisoria al Saladino.
Sembra che un mezzo vi sarebbe quando tu il volessi, e cioè notificare subito l’accusa all’interessato, ed il processo passarlo quindi al Presidente la (sic) Corte d’Assise.
Una volta che il processo è nelle mani del Presidente, pare che resti in facoltà del medesimo il concedere la libertà provvisoria all’imputato, e che la legge non si opponga. Se ciò è possibile, bisognerebbe farlo subito, ed in questo caso il processo lasciarlo discutere a Trapani, perché diversamente la cosa andrebbe per le lunghe e quindi fallirebbe lo scopo.
Ti scrivo non potendo venire da te domani dovendomi recare ad Alcamo. Spero domani sera trovare al mio ritorno una tua risposta.
Perdonami, te ne prego, le noie che ti reco, ma mettiti nei miei non invidiabili panni, e ti persuaderai che non è per me che chiedo, che io non chiedo e non chiederò mai nulla, ma pel partito. Bisogna ad ogni costo che Damiani sorga vittorioso dalla lotta perché Damiani è Crispi.
Tuo amico
G. Mirri.”

“Damiani può esser Crispi, ma Saladino chi è?”
“La risposta è nella mia lettera al generale.”

“Caro Mirri,
Come ieri ti dissi, il Saladino fu rinviato al giudizio della Corte d’Assise fin dal 16 luglio scorso, e fu contro di lui rilasciata ordinanza di cattura perché diffamato pei delitti di associazione a delinquere, omicidio, furto e falso! Nell’attuale stadio del procedimento nessuna autorità quindi potrebbe ammetterlo a libertà provvisoria, e neppure il Presidente della Corte d’Assise, a ciò opponendosi l’articolo 208 alinea Cod. proc. penale.
Tanto in risposta alla tua di ieri e ti stringo la mano.

Aff.mo Venturini.”

Ritornai a casa disgustato. L’uomo di toga non ha ceduto all’uomo di spada e ha fatto bene. Ma il magistrato non ha dato al generale la lezione che io avrei voluto. Invece di stringergli la mano doveva dirgli di occuparsi dei suoi soldati e delle sue caserme. È una indecenza che un monturato metta il naso negli affari della giustizia, la quale non dovrebbe mai trescare colle autorità politiche o militari. Ed è una cosa obbrobriosa che un commissario straordinario inciti un magistrato a mettere al largo i malviventi per far uscire dall’urna un crispino. Ma io impedirei che lo stesso Crispi potesse venire eletto coi voti della ciurmaglia di galera!
“Ingenuo!” mi disse Tiraboschi entrando nel mio studio.
“Crispi, in quest’ultimi tempi, non è mai stato eletto che dai malandrini fuori e dentro la carcere. La magistratura è stata obbligata a processare gli elettori indipendenti e contrarii al grand’uomo di cartapesta per avere il pretesto di tenerli sotto chiave durante le elezioni”.
“Il nostro è dunque un governo di briganti!”
“Melchiorre Candino, l’ultimo capo della banda Maurina ancora al largo, era assai più onesto e sentiva la moralità a un grado più alto dei nostri arfasatti della politica.
Io non mi occupo di politica. Ma se me ne occupassi non sarei mai governativo”.
“E saresti?”
“Te lo dico in un orecchio perché nessuno mi senta: sarei socialista. I socialisti in galera sono gli uomini più sensati dell’Isola.
La voce mafia è stata il mio rebus, il mio rompicapo. Ho interrogato quasi ogni persona intelligente senza riuscire a trovarne l’esatta definizione. Giuseppe Pitrè, il più grande folklorista siciliano, mi ha assicurato che la parola esisteva quarant’anni fa, in Borgo, un rione di Palermo. Ma che dessa, coi suoi derivati, voleva dire bellezza, leggiadria, perfezione. Una ragazza belloccia coi soliti occhioni neri e coi soliti capelli lunghi e morbidi era una mafiusa, una mafiusedda. Se si vedeva una casina di qualche popolano linda, in piedi con una certa civetteria, la gente la diceva una casa mafiusedda. Un oggetto fatto con garbo, in Borgo, diventava mafiusu. I girovaghi, i venditori ambulanti passavano per le vie gridando le loro cose mafiose. il venditore di scope, per esempio, si serviva di quest’aggettivo”.
“Haju scupi d’a mafia! Haju chiddi mafiusi veri!”
Non mi stanco mai di sciupare un’oretta in via Maqueda, dove sono i negozi grandiosi di mode. Il mio piacere è quello delle signore. Mi fermo davanti le offellerie come dinanzi ai quadri dei pennelli illustri. Guardo, vi lascio gli occhi nei pasticci qualche minuto e poi entro a farmene delle spanciate. Non ho mangiato tanti dolci in vita mia. Le palermitane non ne sono mai sazie. Che belle donne le palermitane! Un uomo muore nei loro occhioni annegati nella dolcezza che inghiottisce! Hanno teste superbe. I loro capelli sono tutto ciò che ho veduto di lussurioso. C’è da perdersi dentro come in un mantello di fili di seta lunghi fino ai piedi. Oh come è bella la capigliatura delle palermitane! Ne ho vedute tre ieri che andavano via nel sole abbagliante del marciapiede, le quali avrebbero imparadisato l’artista alla ricerca della grandiosità plastica!
La loro mollezza non imbruttiva la forma.
Girellando per le vie vi accorgete di essere in casa di una popolazione che ha l’arte nei costumi. C’è nell’abito delle signore uno sfarzo e un’eleganza che superano indubbiamente quelle delle continentali. L’uomo ci dà dei punti. Pare sempre un signore anche in maniche di camicia. La sua camicia odora di bucato, il suo solino pare appena uscito dalle mani della stiratora, la sua cravatta ha tutta la freschezza della cravatta nuova e le sue scarpe sono annerite bene, lucidate bene, conservate benissimo. Fa piacere a vederlo. Il sarto del ricco e del povero è superiore al nostro. È un sarto che ha imparato il taglio, che adatta il vestito alla persona e non la persona al vestito. Sono inezie che impediscono a un popolo di indugiarsi nella sporcizia e di rimanere nell’ambiente dove la concezione della vita è meno alta.
Sono triste! Tutte le volte che esco da Palermo per qualche escursione rientro scorato. Trovo cose che non suppongo. Il mese scorso mi è toccato di vedere dei contadini che dividono la stanza col porco e colle galline e dei terratichieri che hanno dietro il giaciglio comune il somarello! Mi hanno assicurato che la moralità delle famiglie della campagna non potrebbe essere più alta. E io ci credo, anche perché pare sconosciuta la nascita di illegittimi in queste tane buie, nere, viscide, senza finestre, senza focolare o con un focolare che riempie il buco di fumo! Ma se non fosse così, colla confusione dei sessi sullo stesso saccone, addio ai legami della famiglia della buona società. I vincoli di parentela non esisterebbero che nella nostra mente.
Lo strazio maggiore l’ho avuto ieri. L’avvocato Alongi mi aveva fatto leggere una descrizione sulla vitaccia dei carusi nelle zolfare siciliane. Leggendo che lo scrittore era disceso nei pozzi accompagnato dai socialisti, credetti che il quadro che me ne faceva fosse carico delle emozioni e della tinta tetra di quest’ultimi. Non mi pareva vero che i siciliani così pronti alla vendetta, che sfregia o ammazza la donna che si dimentica di essere fedele, potessero poi essere così incuranti dei loro figli. Sapevo che la libertà che ha fame poteva rendere indifferenti o insensibili molte persone, ma i padri e le madri, via! non era neanche immaginabile. Ho dovuto ricredermi e confessare che la tavolozza dell’autore dell’articolo era assai povera di colori.
Io non sono qui a studiare la questione sociale. Io godo assai più a vedere una processione di ragazze che vanno colla brocca sulla testa o sui fianchi ad attingere l’acqua che a vedere una torma di cenciosi. Ma il quadro dei carusi mi aveva impressionato e non mi avrebbe lasciato tranquillo che dopo avere avuto modo di dare il mio giudizio.
Sono andato un po’ lontano. Ma ciò che ho veduto nelle zolfare di Favara e di Cianciana non è mai stato portato in piazza da nessuno. Adesso non ho tempo. Ma quando sarò tranquillo sulla scranna di casa mia o della redazione del giornale che rappresento, voglio commuovere e far piangere l’Italia intera. Mi pareva di essere in un istituto di rachitici. Dico male, mi pareva di essere all’inferno. C’era dell’ospedale e del girone dantesco. Vedete frotte di ragazzi e di ragazze, tra i nove e i dodici, nudi o quasi, venire alla superficie coi loro carichi di trentacinque chilogrammi, piegando sovente sulle gambe come ubbriachi. I piccini e le piccine portano sulle spalle un carico superiore a quello del portatore abissino. Ci dovrebbe essere una legge che impedisse che la speculazione frustasse la carne giovine in un modo così orribile.
La giornata era piuttosto umida e fredda e loro uscivano da una temperatura se non ardente, caldissima. Le loro spalle avrebbero fatto compassione ai sassi. Erano spellate, cicatrizzate, mendate, rosse dal peso che scaricavano. Coi visi macilenti, con le braccia spolpate, con le ossa delle spalle aguzze, con le gambe scarne e sovente storte, mi sono sentito salire dalle viscere la commozione che annebbia gli occhi.
In quello stato di dolore veramente sentito, io che non sono socialista, io che non voglio diventarlo perché la vita delle moltitudini non è la mia, in quell’attimo angoscioso ho veduto, come in una visione, frangersi tutta la civiltà che si è accumulata in questi secoli, come una vanteria inutile. Tu non hai ragione di esistere fino a quando le miniere siciliane saranno popolate di fanciulli e di fanciulle che imbrutiscono, ischeletriscono e muoiono nelle cave dello zolfo per mantenere nel lusso degli ingrati!
La scena mi è qui inchiodata nel cervello. Vedo ancora la ragazza che precipitava, tra le risa delle altre, dalla scala che metteva nel pozzo e risaliva scorticata senza una parola di lamento. Vedo i nani, vedo i deformati, vedo i ragazzi quasi senza cassa toracica e vedo voialtri pieni di gibbosità e di slogature come in una crociera di ospedale. La civiltà che vi consuma per non servirsi dei mezzi meccanici di estrazione è una malignità raffinata nella crudeltà e condannata a perire. E non ne parlo altro per non guastarmi il sangue.
RIPRENDENDO L’INCHIESTA

“BRAVO Prefaci! Non possiamo essere malcontenti di te. Tu meriti più del denaro per il quale tu arrischi la pelle. Con lui le notizie che avevamo raccolte intorno la tenebrosa famiglia dei Barone vanno perdendo ogni giorno dell’incertezza.
Egli ci ha, direi quasi, convinti che le sue informazioni escono dalla bocca di Bastone Nicolò, figliastro di quelle due figure losche che signoreggiano il dramma fino in ultimo. Prefaci non ha dubbio alcuno. Gli assassini di Emanuele Notarbartolo, dopo il misfatto, si sono cambiati e lavati in casa dei Barone. Il guaio, mio caro e illustre Tiraboschi, è che Prefaci, colla sua affermazione, scompiglia la nostra inchiesta fatta nella quattordicesima vettura del treno numero tre. Abbiamo o non abbiamo concluso che gli esecutori materiali del delitto non potevano essere che due? Con il terzo personaggio che entra in scena senz’essere invitato, il nostro edificio si sfascia. Se i malviventi che accoltellarono il commendatore erano due e uno dei due era un ferroviere, come è possibile, ditemi, che siano andati in due alla casa del Barone? Voi vedete l’imbroglio. I due ferrovieri non hanno potuto abbandonare il treno. Se uno di loro se ne fosse andato, il mistero sarebbe svelato. Aggiungete che la loro presenza sul treno è documentata fino a Palermo, dove il Garufi e il Carollo vennero interrogati dal capo stazione e, credo ancora, dal questore Lucchesi. Siamo dunque dinanzi al dilemma gravissimo: o noi, colle nostre supposizioni, abbiamo calunniato alcuni del personale di viaggio, o gli individui che hanno partecipato al nefando macello sono aumentati”.
“La nostra conclusione non era assoluta. Vi ricorderete che il Cannella, bucatore dei biglietti alla stazione di Termini, ci ha parlato di due sconosciuti vestiti di scuro che avrebbero raggiunto il treno in moto”.
“Egli era un mafioso bugiardo come una strega. Non credo un ette della sua deposizione. Credo al capo-stazione Diletti. E il capo-stazione di Termini ci ha assicurati di avere veduto nello scompartimento di Notarbartolo la faccia di un passeggiero che aveva tutta l’apparenza di un uomo volgare, quantunque indossasse un abito signorile. I suoi connotati, se me li ricordo bene, erano, su per giù, questi: testa grossa e rotonda, capelli nerissimi, fitti, crespi, rasenti il cuoio come quelli dell’arabo. Faccia piena, carnagione pallida, occhi neri e truci, baffi grossolani e ruvidi, coi peli in zuffa fra di loro, collo carnoso e breve”.
“Non metto in dubbio la deposizione del Diletti. Sono però pronto a scommettere che nessuno, neanche un fisionomista consumato, è capace di portarsi via, con una guardata, tanto lusso di particolari. Un capo stazione che passa lungo il treno potrà sbozzarvi una figura, o anche dirvi l’insieme di una faccia, ma non potrà mai soffermarsi sui bitorzoli, sui nèi o sul bianco opaco e duro o trasparente delle guance. È capitato a un capo della polizia parigina, di scoprire un assassino, certo Kaps, solo guardandogli le mani, straordinariamente lunghe e larghe, perché gli ricordavano quelle di Troppmann. Ma Goron, l’ex capo della sureté ha fatto degli studii antropologici, è stato un limier di primo ordine e aveva agio di confabulare coi futuri inquilini del museo criminale.
Se vogliamo fare senza la dichiarazione del Cannella, abbiamo quella di Pancrazio Garufi, un altro della cosca, è vero”.
“Spiegatevi, non vi capisco”.
“Lo sapevo che non mi avreste capito. Voi ignorate il gergo o il linguaggio mafioso. Non c’è classe di delinquenti che non si serva di parole speciali, create dal bisogno di non essere intesi dai membri delle altre classi. Nei bassi fondi trovate dei filosofi. Cosca è un carciofo. Ma il significato mafioso è combriccola, lega, gente unita come le foglie di un carciofo. L’insieme è il capo, le foglie sono gli associati. La mafia non è un’associazione propriamente detta, ma può essere la cosca di un dato luogo, di un dato paese, di un dato capo. La cosca palizzoliana, per esempio, è l’aggregazione degli aderenti alla persona di Raffaele Palizzolo. La mafia non ha un dizionario ricco come la camorra, ma le cosche si servono di vocaboli comuni. I mandriani delle cosche delle montagne del mistrettese chiamano lu lecca sapuni il coltellaccio, e lu scusàturi il coltello col quale il mafioso scucisce il tessuto, la pelle della vittima. Notate come è espressivo questo arnese che scucisce la pancia o la regione lombare?
Se vogliamo servirci della deposizione di Pancrazio Garufi, noi sappiamo che anche lui è stato irremovibile sul due. Prima di arrivare alla stazione di Altavilla egli si era accorto che alcuni sportelli erano aperti. Rallentò la corsa, discese, passò lungo la predella, li chiuse, ed annunciò la stazione di fermata. State bene attento che leggo le note del mio promemoria. “Il Garufi vide due sconosciuti che giravano la coda del treno, come passeggicri usciti dal treno che andava a Palermo, per entrare nel diretto che aspettava il campanello per riprendere la corsa verso Termini. Era buio come l’inferno.””
“Mentitore! C’era una luna che rovesciava la luce biancastra sur una zona di parecchi chilometri, nel mezzo della quale era la stazione coi treni”.
“Non ne sono sicuro. Forse non era ancora apparsa”.
“La era. Incominciò a imbrunire alle cinque e mezzo e dopo, prima delle sette, era sul cielo come un gigantesco fanale che illuminava le incommensurate distese sottostanti”.
“Vi do la sua deposizione per quello che vale. Egli ci ha detto che i due sconosciuti erano avvolti in un mantello nero, disotto al quale pareva tenessero un involto”.
” È così ch’egli ha preparato una fuga fittizia per metterci sulla falsa strada”.
“Può darsi. Non ho modo né di affermare né di contraddire.”
“Lo so bene. Ma abbiamo da contrapporre a questa figuraccia della tragedia del primo febbraio, un teste di ferro – un teste che ammutolisce”.
“Augusto Bortolani!”
“Lui, proprio lui! Egli è un falsario. Forse esagero. Egli non è stato che lo strumento di un mediocre imitatore di biglietti monetati. Il Bortolani non ha mai imparato l’arte difficilissima di Giovanni Mathison, il più grande falsificatore di banconote del secolo scorso. Riproduceva senza lasciar capire quale dei due fosse l’originale. L’imitazione sua era giunta a tale perfezione che senza la sua confessione i direttori della Banca d’Inghilterra non avrebbero mai creduto alla frode. Chiamiamo dunque Bortolani uno spenditore di biglietti falsi.
La sua delazione è interessata. Egli non ha aperto bocca che a condizione di avere del denaro e un accorciamento di pena. Ma noi non siamo padroni di scegliere i testimoni. Li prendiamo come ci vengono: impantanati e spantanati. Ora noi potremo dire che il Bortolani è un tipaccio ignobile, ma non potremo negare che la sua deposizione sia stata di bronzo. Come avrebbe egli potuto sapere in prigione, nel saio del prigioniero delle carceri di S. Efrem di Napoli, che gli autori dell’assassinio di Notarbartolo si chiamino, aprite bene, amico, le orecchie, Giuseppe Fontana, Pancrazio Garufi e Giuseppe Carollo?
Non c’era che una confidenza. E la confidenza non gli è stata fatta da un uomo di galera, da un uomo che in quell’istante si abbandonava alle recriminazioni e agli sfoghi perché il Fontana era stato assolto e lui condannato, ma da un uomo ingolfato nelle cose scellerate della cosca di Villabate.
Sembra che questo paese vi faccia l’effetto di un bottone di fuoco alla nuca!”
“È più forte di me, temo. Parlandomi di questo paese di due mila e cinquecento abitanti è come se mi si parlasse di un’area nella quale si sono adunati due mila e cinquecento ergastolani al largo. Se sono vere tutte le nostre informazioni, Villabate è un comune che può dare la mano a quello d’Artena, il paese che non produce che malandrini. È la cittadella dei pregiudicati, di Raffaele Palizzolo e dei mafiosi. I suoi consiglieri sono al disotto del livello della sua popolazione. Quando i villabatesi parlano, si sente che le parole nascondono un senso diverso da quello che dà loro le labbra. È un mucchio di degenerati. Tutte le loro azioni sono ammantate di menzogna. È come in loro il fondaccio della bestia. Non sanno ancora distinguere il bene dal male o il bene ha perduto la sua battaglia campale. Le loro giunte sono ditte di bagni penali. Son volti terrei, lividi, con delle bocche larghe e delle guance nelle quali sembra sia passata l’itterizia. È un paese in cui è mancata l’anima che ha fatto palpitare tanti paesi d’Italia. In esso è rimasta la corruzione borbonica e la lue mafiosa che lo lavora disperatamente”.
È la prima volta che debbo riprendervi. Voi confondete probabilmente Villabate con un altro paese. Villabate è stato l’unico comune che ai tempi del vicerè Codronchi si sia meritato l’onore di farsi sopprimere perfino l’ufficio di P. S. Scusate ma non si può essere più galantuomini”.
“Non ho mai creduto agli statisti improvvisati. Che cosa direste se domani vi si proponesse di andare governatore a Cuba? Fareste tanto d’occhi, non è vero? Nei paese più inciviliti l’arte di governare non è cosa che si impara lì per lì, dall’oggi all’indomani. Come non si diventa ingegneri, chirurghi, chimici, architetti, ecc., senza i corsi di parecchi anni, così non si diventa uomini di Stato senza una preparazione, una pratica, uno studio. Tutti sapevano che Villabate era il focolare della mafia, come tutti sapevano che i registri di pubblica sicurezza davano un totale di duecento quarantasette pregiudicati. In nessun altro comune la mafia ha spiegato le sue ali poderose come in Villabate.
Occupiamoci della inchiesta. Voi eravate lì per venire al Chetta.”
“È proprio lui che ha rivelato i tre nomi al Bortolani. Il Chetta è di Villabate, è mafioso, è pregiudicato e ha la casella giudiziaria piena di un po’ di tutto. Ora sconta la condanna per “fabbricazione e spendita di biglietti falsi.” Il ritratto non è migliore di quello del Bortolani. Ma la sua confidenza vale un tesoro. Negli incartamenti di questo delitto c’è nulla di più importante e di più grave. Egli, prima di essere ghermito, era stato a Tunisi – divenuto il rifugio dei nostri latitanti – e là aveva udito tutti i particolari dell’assassinio”.
“Messo a confronto col Bortolani, il Chetta ha dato fuori come un facchino ed ha negato recisamente di avere mai fatto i nomi confidati dal Bortolani al direttore delle carceri. Ammise solo di avere parlato del delitto come si parla di avvenimenti che fanno impressione”.
“Mafioso, ha negato. Ma noi abbiamo le confidenze delle guardie carcerarie invitate dal Bortolani a origliare mentre loro due riprendevano la conversazione sullo stesso soggetto. Fontana, Garufi e Carollo sono nelle nostre mani. Il nostro convincimento non ondeggia più come il fumo della mia sigaretta. La nostra coscienza è tranquilla. Voi siete colpevoli, voi siete i tre scellerati che hanno tramata e compiuta la distruzione di un uomo che avete precipitato dal treno. È una gioia suprema poter dire: il nostro compito è terminato. Giurati, a voi”.
Tiraboschi era tutt’altro che soddisfatto. Egli vedeva degli altri punti neri nella topografia del delitto e si accarezzava a due mani i capelli come per magnificare i pensieri che lo mettono in lotta con Luraschi.
“Il nostr’atto di accusa, diss’egli con aria cogitabonda, non è ancora all’epilogo. Voi avete fretta e vi contentate di un Bortolani. I Bortolani, i quali rappresentano la viltà nauseante, non trasmettono, credetelo, in dodici uomini la convinzione che con un verdetto di colpabilità non commetteranno un errore giudiziario. Bisogna dar loro delle prove materiali e noi di prove materiali non ne abbiamo. Le nostre sono induzioni che la prima ventata può portar via. Noi siamo sicuri di Fontana, ma voi avete dimenticato che ve ne sono due. Quale dei due accusano il Chetta? Il Giuseppe Fontana di Vincenza o il Fontana Giuseppe di Rosario? Ecco il nostro scoglio sul quale andremo forse a romperci la testa senza riuscire a prendere per il collo il delinquente più formidabile e più feroce dei sanguinarii che hanno atrocemente assassinato un uomo tanto buono.”
“Mi pare che non debba essere difficile la soluzione del problema. Il Fontana di Vincenzo è piuttosto alto, ha una corporatura che tende a ingrossare. Faccia bruna, capelli castagni scuri, baffi del colore dei capelli, occhi piccoli e infossati, naso affilato, aspetto truce. L’abito blu gli dà l’aria di persona al disopra della sua classe. Il Fontana di Rosario, cugino del primo, è più vecchio, è piuttosto…”
“La questione non è nei connotati. La questione è che non sappiamo quale dei due sia il colpevole. Il loro passato è quasi identico. Entrambi sono persone di mafia, entrambi son dichiarati dalle autorità capaci di qualunque reato contro le persone e la proprietà, entrambi sono di Villabate, entrambi sono stati ammoniti, entrambi sono stati vigilati speciali, entrambi sono stati processati, entrambi sono stati assolti per insufficienza di indizii. La sola differenza che passa tra l’uno e l’altro è quella che Giuseppe Fontana di Vincenzo esercita il commercio degli agrumi e che Giuseppe Fontana di Rosario è proprietario di una bettola frequentata dai mafiusi e dai sorvegliati. Di più c’è questo a favore del Giuseppe Fontana di Vincenzo, che quest’ultimo ha documentato – come dice l’inchiesta del mio collega – il suo alibi, cioè che egli sarebbe andato a Hammamet in Tunisia, nel dicembre 1893 e non ne sarebbe tornato che l’undici o il dodici del mese di febbraio, vale a dire parecchi giorni dopo che il delitto era stato consumato. Io e voi non crediamo al suo alibi ma non abbiamo modo di provare il contrario. Ci si assicura che Giuseppe Fontana di Vincenzo fu veduto alcuni giorni prima della tragedia sanguinosa, lungo la linea ferroviaria di Ficarazzelli, in compagnia di altri mafiosi e che in quella giornata fu pure veduto a parlare col conduttore ferroviario Giuseppe Carollo. Dove sono le prove? Qualche altro teste irreperibile ha fatto correre la voce che egli sarebbe passato da Altavilla assieme a un altro, proprio il giorno fatale in cui il povero Notarbartolo perdette la vita. Ma le prove? La verità è che l’istruttoria del mio collega sopprime qualsiasi dubbio e afferma che Giuseppe Fontana di Vincenzo il primo febbraio 1893 non poteva essere sul luogo del reato. Perché il 27 di gennaio egli avrebbe scritto e imbucato all’ufficio postale di Hammamet, in Tunisia, una lettera al suo socio Anfossi, a Palermo, il quale alla sua volta, il 4, ha inviato al Fontana un vaglia telegrafico esatto dallo stesso Fontana il 6. È risultato pure dai registri della Società agraria, della quale il Fontana faceva parte, e dai registri della Posta e dai registri della Società generale di navigazione che il Fontana commerciava in quei giorni in agrumi, e che la Casa che gli inviava era la nota ditta Telere.
Con tutti questi dati nessuno ha il diritto di accusare il collega che mi ha preceduto in questa inchiesta, di incuria e di troppa buona fede”.
“Non accusiamolo, se vi garba. Al suo posto non avrei creduto all’alibi. Un magistrato che vive in Sicilia da parecchi anni non può dormir tranquillo sull’alibi di un accusato. Nei suoi panni avrei dedicato il mio tempo negli orari ferroviari e di navigazione per vedere se egli, partendo il ventisette da questo golfo tunisino avrebbe potuto raggiungere il treno, diciamo, di Marsala per Palermo per essere poi in tempo a mettersi nel treno del delitto”.
“Ha fatto di più. Egli si è assicurato se in quel giorno fosse mai partito da quel porto qualche veliero. E le risultanze delle interrogazioni fatte dal viceconsole italiano di quel luogo gli hanno tranquillato l’animo del magistrato. Nessuna imbarcazione si è mossa da quelle acque”.
“E se vi dicessi, caro Tiraboschi, che il ventisette gennaio, alle undici e minuti dodici, è partito da Hammamet la bilancella Concettina e che un uomo come il Fontana avrebbe potuto riscuotere il primo vaglia per provare la sua presenza lontana dal delitto, ed essere il primo febbraio nello scompartimento col commendatore Emanuele Notarbartolo?
Voglio però darmi per vinto e ammettere che neppure una zattera abbia increspato le acque del porto di Hammamet. Un uomo della tempra e dell’audacia del Fontana non è mai a secco di risorse. Egli sa che all’estero non è difficile assumere il nome di un altro o il nome di uno che non esiste. Ora il Fontana non avrebbe potuto tenersi nascosto in Palermo o in qualche parte di Termini Imerese e al tempo stesso avere un mafioso a Hammamet che facesse per lui, col suo nome e cognome le operazioni agrumarie, la firma sul vaglia e imbucasse la lettera o le lettere scritte in Sicilia dal caro signor Fontana?”
LAURA

6 SETTEMBRE. – Sono venuta a casa col cuore pieno. Egli mi ha parlato con un cinismo rivoltante. Non avevo più fiato. Le idee mi andavano sottosopra e soventi volte il sangue mi rifluiva al cervello. Per la strada vedevo doppio. Le persone mi turbinavano dinanzi gli occhi come gente in lotta fra di loro. Mi sono gettata nella poltrona così com’ero, con la veste di fular e la mantellina di mussola. Sono rimasta con la testa al dorsale, con gli occhi velati di lacrime, con frequenti attacchi di singhiozzi, con scoppi di pianto e brividi spasmodici per un tempo indeterminato. Credevo di lasciarvi l’anima. Mi sono sentito le mani tremolanti della madre che mi esortava alla calma, sulle guance bagnate dal mio dolore, senza potere uscire dall’ambascia. Povera vecchia, tu non sai come io abbia rispettato i tuoi capelli bianchi, come io abbia risposto alle tue cure, come io abbia seguito l’esempio virtuoso della tua vita! Non credo né alla eredità dei vizi né alla eredità delle virtù. È una teoria che ha dato un nome ai ciarlatani e ha stupefatto tanti cretini. Si nasce senza passato. La Sand avrebbe potuto uscire dall’utero di una santa, senz’essere mai sazia di voltolarsi dalle braccia di un uomo nelle braccia di un altro. Se c’è qualcosa che influisca sull’individuo, questo qualcosa è l’ambiente. L’ambiente può partecipare della nostra vita. Può farci buoni o cattivi, può darci il bene o il male. Può modificarci, migliorarci, avviarci per i nuovi sentieri e insegnarci come sia bello anche il Calvario. Perché l’ambiente siamo noi stessi. Siamo noi stessi che ci tratteniamo e ci spingiamo al di là dei confini sociali. Ci sono però azioni disoneste, delle quali gli autori devono essere responsabili. Nessuno, o signori galantuomini, vi prende per la falda dell’abito. Vi si lascia andare per la vostra strada. Voi venite spontaneamente a noi, venite a implorare i nostri baci. E poi, quando i nostri abbracciamenti lasciano in noi il vostro seme, ve ne andate come gente che ha perduta la memoria. Ah, no! signori galantuomini! Con l’atto, voi vi siete assunta una responsabilità individuale. Se non pagate, abbiamo diritto di gridare al ladro. Perché voi non siete che dei ladri. Dei ladri che si introducono carponi nel cuore di una donna per svaligiarla di ciò che si è convenuto chiamare onore.
20. – Non so se sono più calma o più saggia di ieri l’altro. So che in certi momenti la mia gravidanza mi dà scotimenti che mi accendono fino al parossismo e in certi altri mi lascia completamente indifferente, come una donna che abbia perduta la conoscenza della catastrofe. Ieri l’altro mi sarei buttata nel mare. Il mio cuore pulsava violentemente e la mia faccia era di brace. Un nonnulla avrebbe potuto gettarmi nella disperazione. Mi vedevo perduta e non sentivo che il sussurro interrotto delle ghignate delle amiche e delle rivali che godono della sventura altrui. Ohimé, è proprio così. Ci sono donne crudeli, donne spietate, donne la cui felicità dev’essere il pianto di altre donne. Coloro che dovrebbero essere con noi e levarsi con noi a imprecare contro i farabutti dell’alcova, i quali ci fanno pagare un’ora di ebbrezza con tante giornate noiose e angosciose, ridono delle nostre sconfitte come di tanti loro trionfi. Femminucce! Non sapete ancora se siete semplicemente precedute. L’uomo che vi ricompenserà della stessa moneta è forse in agguato.
29. – La ragione è ricomparsa, i miei pensieri sono più tranquilli, le mie notti sono meno esagitate. Bisogna essere ragionevoli.
La mia condizione è la condizione di venti ragazze su cento. Forse anche di più. Forse non è una condizione anormale. Tuttavia ogni fanciulla passa attraverso queste mie turbolenze, come se fosse la prima sgraziata incinta. È la società che ci terrorizza. Uno dei suoi membri ci deliba, ci sfiora, ci lascia senza il fiore candido sognato dagli uomini come il supremo bene della loro anima, e il furto a cui soggiacciamo diventa una nostra vergogna! Tutta la colpa è delle femmine. Noi diventiamo cagne nel quadrivio col naso in aria che fiuta il maschio. Ciò è mostruoso. Ho sempre sentito così, anche prima del suicidio di Adele, la buona Adele, che mi voleva tanto bene, la povera ragazza che ha perduto l’equilibrio dinanzi lo specchio che le riproduceva il pancino che saliva. Un po’ dei miei grisantemi alla tua memoria. Simpatica e angelica ragazza! Non so perché il suo nome lenisce il mio dolore. Forse è perché ho una pietà estrema per le pellegrine dell’amore che s’involano dal pantano che ha loro inzaccherate le ali.
2 ottobre. – Mi sono risvegliata per sottrarmi all’incubo che mi era sul seno come un pietrone. Adesso, respiro. Ho fatto un brutto sogno che mi faceva gridare. Odo ancora le vibrazioni delle grida che acuivano il mio dolore. Ma non voglio pensarci altro. Voglio pensare alla vita. Ho ancora della vita. Vivere, vivere, vivere! Ecco il sublime mandato della mia esistenza.
Ho veduto il parroco. È un buon diavolo, don Lorenzo. Egli mi ha sempre considerata una bimba. Mi dava le immagini come ai tempi della prima comunione. Ora che sa del mio disastro piange come di una sua disgrazia. Confesso che mi fa male di vederlo afflitto e che qualche volta, coi suoi ragionamenti, mi irrita. Preferirei le sue sfuriate alla sua compassione! La sua religione non mi consola. Non capisco più la chiesa che mi considera una peccatrice e che non mi parla che dei miei falli e che non m’insinua che il sentimento della penitenza! E perché dovrei esserne pentita? Che cosa ho fatto di male? Ho creduto ad un uomo. Il parroco mi ha detto che non dovevo credergli che dopo la funzione del matrimonio. Ho fatto male, ne convengo. Ma perché una creda ci deve essere un altro che faccia credere. Il delitto è commesso dal secondo. Derelitta! Sarò condannata a vita! Meglio così, meglio sola che appaiata con un miserabile che vi metta alla porta coi paradossi della sua scelleraggine. Non ti accuso. Sei troppo vile perché il mio orgoglio sciupi dei sostantivi! Mentre avevo gli occhi pieni, egli mi paragonava il matrimonio alla più insulsa delle funzioni sociali e la verginità della fanciulla al giglio senza sangue, anemico come l’anima della vergine! Forse erano vere le cose che mi diceva col sarcasmo che accompagna tutte le sue parole. Ma in quel momento che avevo le lagrime in gola e che tutto il mio essere si sfasciava, mi facevano male, mi passavano nelle orecchie come punte di aghi. Sarei morta volentieri per conservare l’illusione di un uomo che idolatravo. Cento voci e cento m’inseguivano per distogliermi da un amore che io difendevo con la mia devozione, che io portavo in alto co’ miei pensieri perché non naufragasse mai. E lui, nell’ultima sera, si dilettava a lavorarmi il cuore piagato con la punta del suo coltello e coi suoi motteggi antispirituali. L’ultima sua facezia fu che la fanciulla virtuosa assume tra le labbra il fare della santocchiona!
Non ho mai portato orecchio alle dicerie. Non credevo che un uomo potesse essere così nero come me lo si dipingeva. Ogni accusa era per me una ragione per raddoppiare d’ardore. Dico male. Potevo dedicargli maggior tempo, non intensificare l’affetto che nutrivo per lui. Al di là del mio amore poteva essere il delirio. Vedevo coi suoi occhi, pensavo coi suoi pensieri, provavo le sue sensazioni, nutrivo i suoi rancori, partecipavo delle sue affezioni, sognavo dei suoi sogni e avrei giurato che Paganini era l’autore dell’Intermezzo della Cavalleria, se egli solo me lo avesse detto. Le passioni violente conducono alla volgarità delle ipnotizzate. Ho riso quando tutta Parigi discuteva il fascino che esercitavano gli occhi di Eyraud su Gabriella Bompard, la quale seppe, civettando, mettere al collo di Gouffé il cordone della tenda che doveva diventare il suo cappio. Adesso, non rido più. Rido di me che bevevo su le sue parole, guardandolo negli occhi come ammaliata. Mi stupisco. Più m’allontano dal tempo in cui pesava su me la sua malìa, più vedo la trama del suo tessuto di menzogne.
19 ottobre. – È un’eternità che ho smesso di scrivere. Son rimasta svogliata. Ho avuto una recrudescenza passionale che mi ha fatto passare attraverso un’allucinazione saltuaria. Sono state le carezze della mamma che mi hanno ridata la quiete. S’egli fosse qui, in ginocchio, colle mani supplichevoli, a implorare col perdono il permesso di sposarmi, son sicura che mi ricorderei dell’ultima sua risata che ci divise per sempre. Perché dunque ho avuto un altro eccesso di pazzia? Non lo so. Sono i ritorni della passione sguinzagliata in noi come una tempesta. Il mio piano rimane inoperoso. Prima non sapevo lasciarlo stare. Mi alzavo e correvo colle dita sulla tastiera a riempire la casa di melodie di Gluck, di Schubert e di Gounod. La disperazione di Margherita innamorata di Faust mi veniva alla gola come uno strazio. Povera Margherita, come capisco il sangue che dava il tuo cuore! Le espressioni drammatiche delle verità spirituali di questo lavoro altamente melodioso mi passavano sull’anima come ondate di passione sincera. Ora posso suonare la sarcastica serenata di Mefistofele!
27 ottobre. – Mi sono ricordato che due anni ieri io viveva nella incoscienza della vita. Ero ingenua come Margherita prima di avere conosciuto il suo Faust. Mi deliziavo di rose, leggevo dei romanzi, andava per i giardini della Conca d’oro che circondano Palermo come di una fascia verde e ritornavo a casa inebriata a gettarmi colla bocca sulla bocca della mamma. Ero troppo felice. L’ho incontrato due anni ieri, in via Macqueda, affollata di signore e signori. Io entravo dal pasticciere colla Antonietta Vulpini, una mia coetanea che ha preso marito e ha già due figli. Tra i signori dal pasticciere, c’era lui che sorseggiava un bicchierino di marsala, mentre una delle banchiere gli faceva il pacchetto di dolci per le sorelle. Mi guardava intensamente negli occhi da farmi paura. Mi ricordo che mi cadde il fazzoletto e ch’egli me lo raccolse e me lo presentò con la tuba in mano. Il mio fazzolettuccio mi è stato fatale come quello di Desdemona. Essa ne è morta assassinata. I nostri tempi hanno soppresso i trasporti della gelosia. Non ci si torce un capello. Si è corretti, non c’è che dire. Ci si dà l’addio con una risata che ci va sul cuore come un metallo fuso. Ci si mette alla porta gualcite. Uomini del secolo che muore, bravi, i miei complimenti!
Come sono ridicola! Ecco che faccio dell’altro romanticismo. Accuso un altro della mia colpa. È tempo di finire di fare la bambola. L’ho fatta anche troppo. Voglio la mia parte di responsabilità. Ho creduto, non dovevo credere. Ho errato, non dovevo errare. Egli, dopo tutto, non mi ha messo la corda al collo. Ci sono delle conseguenze, è vero. Qui è dove si differisce. L’uomo se ne lava le mani. È superbo, lui. Non si volta più indietro! Dovrebbe essere altrimenti. Ci dovrebbe essere una legge che lo condanni al pagamento delle spese. Alla madre tutte le noie della maturanza e del parto. Al padre tutte le responsabilità finanziarie. Forse la legge c’è. Ma bisogna affiggere quello che si suole chiamare la vergogna della femmina. Se io ricorressi ai Tribunali, domani tutta Palermo saprebbe che io sto per mettere al mondo un illegittimo. Non siamo forti come le inglesi, noi! Nella patria del cant, come si dice, la donna e gli uomini sono più altamente educati di noi. In Inghilterra una ragazza nella mia condizione si fa pagare soldi e quattrini. La Fortescue, una bella donna dalle forme plastiche, ma un’attrice di terzo o quarto ordine, si è fatta pagare la semplice promessa di matrimonio mezzo milione dal figlio di lord Cairn.
Se ci fosse stato di mezzo un baby avrebbe dovuto sborsare il doppio o il triplo e assumersi la responsabilità in faccia alla legge, di mantenerlo e allevarlo come il figlio di un uomo arciricco. Questi casi sono quotidiani e per tutte le classi. Si contano a migliaia gli operai che hanno scontata la violata promessa di matrimonio con un duecento, trecento, quattrocento e anche più di cinquecento sterline in tanti scellini alla settimana. Come si contano a migliaia i lavoratori che hanno dovuto incominciare a pagare cinque scellini alla settimana per gli illegittimi che hanno fatto nascere e continuare a pagare e a aumentare il settimanale in ragione dei loro guadagni e dell’età dei figli fino al giorno in cui sono dichiarati, giuridicamente, capaci di guadagnarsi la loro esistenza. Questo sentimento della responsabilità individuale, diffuso tra i ricchi e tra i poveri, ha soppresso il falso pudore italiano che lascia impuniti tutti i delinquenti dell’amore. Nel Regno Unito nessuna dama titolata, come nessuna lavandaia, arrossirebbe di trascinare in Corte di giustizia il suo criminale. Anche l’uomo? Sissignori, anche gli uomini. Gli uomini che vanno in Corte a farsi pagare dall’amante i danni per la violata promessa di matrimonio non sono così numerosi come le donne. E si capisce. Ma ce ne sono. L’ultimo che ho letto io nel Daily News fu un clergyman – cioè un ministro della chiesa anglicana. Confesso che se io fossi legislatrice sarei più radicale. Considererei la società delle classi e delle masse una famiglia gigantesca nella quale ciascuno dovrebbe contribuire a pagare i danni comuni. Vorrei che gli illegittimi fossero allevati dal Comune allo stesso modo dei legittimi, obbligandoli a crescere sotto il nome della madre. Il padre del figlio è sempre dubbio. La madre è la sola che possa baciare le guance paffute delle sue viscere senza che le sorgano dei dubbi.
Divento svergognata. Se avessi il coraggio di rileggere ciò che scrivo incomincerei da capo. Queste incoerenze sono le tappe dello spirito.
4 novembre. – Dio mio, come sono dimagrata! Non sono più che un mantello di capelli neri. Sento che affievolisco, che illanguidisco, che perdo di forze ogni giorno. Bisogna che io mi sforzi e viva. C’è una creatura di mezzo ed è mio dovere di salvarla. So che mia madre ne morrà di dolore. Ma non sono padrona di fare quello che voglio. Ci sono ancora due mesi di questo terribile supplizio. E poi tutto sarà finito. Nulla mia buona Laura sarà finito. Incomincerà allora la tua via crucis.
Ecco dove capisco il suicidio, dove capisco l’infanticidio. No, no, io ne parlo perché sono sicura del mio equilibrio mentale. Ma ecco dove capisco il delitto. Il ragazzo mi ricorderà sempre l’uomo che io vorrei scacciare d’intorno a me come io l’ho già scacciato dal mio cuore. E invece! È una punizione troppo crudele di lasciare che un innocente rammenti eternamente il colpevole. Odiare, esecrare il padre ed essere costretta a baciarne, a idolatrarne il figlio! Oh Signore, è un castigo atroce che imponete alle povere creature. Sento che non sono un’eroina, sento che il cervello mi si infiamma. Per pietà, Signore, spegnetemi questo principio d’incendio con le vostre mani divine. Ve ne supplico, ve ne scongiuro in ginocchio, a mani giunte! Signore Iddio, pietà di una povera peccatrice! Ecco che mi sento venir giù le lacrime! Non piangere, non piangere. Sollevati, fatti animo, redimiti col lavoro. La via non è chiusa, le speranze sono ancora tue. Te lo ha detto don Lorenzo. Voci bugiarde! Menzogne, ipocrisie! Non è così, non si ragiona così, non si pensa a questo modo. Chi è nel tranello, resti. Per noi ci sono delle belle parole di riabilitazione. Riabilitatevi come il ladro, come l’assassino, e la società vi potrà perdonare e riaccogliere nel suo seno come figli degni della sua commiserazione Oh, grazie. Quanta degnazione! Non ne voglio di pietà, non ho commesso delitti, capite! Sono ancora la Laura di ieri, di ieri l’altro, dell’anno scorso. La verità è questa: che nessuno mi toglierà mai dai piedi il frutto dei miei peccati. I miei baci sono stati sacrileghi. Iddio doveva piuttosto chiudermi la bocca per sempre. La mia espiazione non avrà fine che colla morte di uno di noi due. La bestemmia è detta. Non la ritiro. È così, è così, è così! Suo padre non sarà in casa giorno e notte. La voce del figlio mi ricorderà il padre. Sarà la sua eco, la sua immagine, la sua riproduzione. Ti odio, ti odio, capisci che ti odio! Potessi disfarmi di questo pensiero che mi invecchierà prima del tempo! Non posso. Io vedo chiaro nell’avvenire. Vedo che non c’è che la morte che mi possa consolare. Ci avessi pensato prima, con un narcotico potente avrei sedato gli scrupoli di questa società matrigna così implacabile con chi cade. Ma è troppo tardi. La mia alleata è la morte. Essa sola può ridarmi la pace perduta.
8. – Ho passato una giornata d’inferno.
Ho avuto un’infinità di visite. È un piacere sapersi amata da tante persone. Non nascondo che qualche volta mi annoio orribilmente in mezzo a loro. Oggi, per esempio, avrei sbadigliato se non fosse stata un’indecenza. La disoccupazione delle palermitane è scandalosa. Vanno in giro ad ammazzare il tempo. E io che cosa facevo?
Le occhiate insistenti mi mettono nella posizione del gobbo, il quale sospetta di tutti. Interpretavo male e sentivo un’allusione in quasi ogni parola. Le sorelle Vicini si sono divertite, forse a loro insaputa, a pungermi. Per quanto io abbia cercato di saltare il soggetto, loro ritornavano con compiacenza sulla futura deputatessa. Ho dovuto dar loro sulla voce. La signora Lanfranchi è la sola mia amica, alla quale posso confidare i miei segreti. Ella sa tutto e mi aiuterà a tranquillare mia madre dopo la confessione. Domani le dirò quello che ormai non potrei più nascondere e mi sentirò meglio. Saremo in tre a trovare il rimedio. Ne rimarrà come tramortita, ma dopo lo stordimento non penserà che ad aiutarmi. Ella non è una delle solite donne. È stata giovine, conosce la vita e sa elevarsi al disopra della moltitudine, quando l’avvenimento lo renda necessario. Mi ricordo ch’ella non ha avuto che parole di difesa per la mia compagna di scuola Antonietta, rimasta nelle identiche condizioni. I suoi genitori volevano fare il diavolo a quattro. La mia mamma ha dato loro dei buoni consigli e tutto è passato alla chetichella. Chi ne ha saputo qualche cosa? Adesso sta per prendere marito come qualunque altra. Io eviterò questo disastro. Non sarò più di nessuno. La confessione a un estraneo equivarrebbe a mettermi in ginocchio per tutta la vita.
10 novembre. – Il cielo è gaio, ma io sono triste. Ho dormito male o piuttosto non ho dormito. Non beverò più tè di sera. Mi ha tenuto sveglia di notte. Adesso mi sento stanca e ho la mente intontita. Non so che cosa può avere bisogno da me il signor Giovanni Tiraboschi. So che è un giudice al quale sono stata presentata l’anno scorso, in casa del signor Segato, procuratore generale. Staremo a vedere. Non mi vorrà mangiare, spero.
Mi sono lasciata leggere dalla mamma come un libro. Ora sa tutto. Il colpo al suo cuore è stato rude. Ella voleva correre a casa del birbante. Gliel’ho impedito. E per che fare? Per riaverlo? Grazie mille, non so che farne. La madre mi ha convinto che il nascituro non può abitare con noi. Sarà un rompimento di cuore, ma non ho altra via. Bisognerebbe rinunciare non solo a tutte le amicizie, ma segregarsi dal mondo. E io non mi sento nata per la vita del certosino. A ogni minuto sarei obbligata a dare delle informazioni. Mi si domanderebbe, inevitabilmente, del babbo e io sarei obbligata a parlarne e a parlarne male. La mamma ha ragione. Bisogna assoggettarsi. È una crudeltà necessaria. La società non ci dà altra alternativa: o arrossire ogni quarto d’ora o separarci. Io poi non posso sacrificare la mia esistenza per aver creduto a un malfattore. Il brefotrofio è un’istituzione eminentemente caritatevole. Non me n’ero mai accorta. Serve per le ricche e per le povere. Io non sono ricca ma potrei mantenere mio figlio. Tuttavia mi valgo dell’istituzione benefica che mi toglie dagli impicci. La mamma troverà modo d’inviarvelo senza farlo sapere ad alcuno. Partorirò lontano dove sono completamente sconosciuta e manderemo il bimbo al brefotrofio di un’altra città. Se mi morisse appena nato? È un pensiero che farebbe allibire più di una madre che non fosse nella mia condizione. Se mi morisse sarebbe un crepacuore. Ma dopo un’irruzione di lacrime mi sentirei alleggerita da un grave peso. A questo mondaccio si è obbligate sagrificare un po’ di noi stesse. Io gli sacrificherei tutta la mia affezione materna.
14 novembre. – Non me lo sarei mai aspettato. Il signor Tiraboschi è venuto qui col suo amico Luraschi, un giovine simpatico, quasi in forma ufficiale. È stata come una deposizione. Ho taciuto della mia gravidanza, perché dessa non avrebbe giovato nulla alle loro ricerche, ma ho detto tutto quello che sapevo. Il signor Luraschi scriveva e il signor Tiraboschi interrogava.
“Signorina Laura, mi permette di farle una domanda?”
“Faccia”.
“Durante la sua relazione col signor deputato, non si è mai accorta di nulla?”
“Per esempio?”
“Di qualche cosa di irregolare, di straordinario, di non comune?”
“Non riesco a capire la sua interrogazione. Si spieghi più chiaro e vedrò di rispondere”.
“Non ha mai saputo se contemporaneamente a lei amasse un’altra donna?”
“Una volta sono andata nel suo studio senza essere annunciata. Lui stava al suo scrittoio leggendo delle lettere. La mia entrata lo sorprese e lo fece impallidire. Mise i fogli l’uno sopra l’altro, alla rinfusa, e li chiuse nel suo portafoglio. Nella fretta ne aveva lasciata una spalancata. La calligrafia mi parve femminile e di una femmina che io conosceva. Feci per impadronirmene, ma lui mi fu sopra con la mano e riuscì a contorcermi la mia e a farmi abbandonare la lettera. Mi levai in piedi come una donna ferita nel suo orgoglio, ma lui trovò delle scuse, dicendo che in esse si parlava di persone che non poteva compromettere”.
“Ha mai sospettato di chi fossero?”
“Ho sospettato”.
“Potrebbe farmene la confidenza?”
“Dalla calligrafia avrei giurato che appartenevano alla moglie di un magistrato morto non è molto”.
I due amici si guardarono in faccia facendosi l’uno più bianco dell’altro.
“Non ha mai tentato dopo di accertarsene?”
“Ho tentato. So che lui vi andava di notte e quasi tutte le notti.”
“Non ha mai sentito una voce insistente dopo la morte del marito?”
“Ho sentito, ma non ho mai creduto. Lo credo un poco di buono, ma non un assassino”.
“Eppure si continua a dire sottovoce ch’egli sia l’autore o il mandante…”
“Di chi?”
“Dell’assassinio di Notarbartolo”.
“Probabilmente vi furono delle beghe bancarie tra loro, ma non posso ammettere d’essere stata l’amante di un ribaldo di quella specie”.
“E noi non l’affliggeremo col farle fare di queste dichiarazioni. Nessuno è responsabile delle conoscenze. Accettiamo l’amore di un uomo o di una donna senza analizzarlo. Ci accorgiamo più tardi che egli o ch’ella è sempre venuta a noi colla maschera. Ella ci potrebbe forse aiutare anche con dei semplici indizi. Ci potrebbe dire, per esempio, dove egli poteva essere nella giornata del delitto?”
“Non l’ho visto che nel pomeriggio dell’indomani. L’assassinio fu il tema della giornata. Mi ricordo che egli me ne parlò come di un audace misfatto che aveva suscitato l’indignazione di tutta Palermo.” A un dato punto si portò la mano alla fronte come per liberarsi da un cattivo pensiero, dicendo: “È stata una sciagurata fatalità!” Non ne parlammo altro”.
“È stata una sciagurata fatalità!”
26 novembre. – Domani parto colla mamma. Spero che tutto andrà bene. Ho messo parecchi volumi nuovi nel mio baule. Il giorno che rientrerò in questa casa sarò libera. È una giornata che è un sospiro.
La mamma è tutta tenerezze. Mi circonda di cure senza punto alludere al malfatto. A confessione compiuta mi sento più forte. Luraschi mi guardava e qualche volta rimaneva colla penna sospesa. Se pensa a me, s’inganna. Non voglio altri uomini. Le interrogazioni del signor Tiraboschi mi hanno sollevato un vespaio di dubbi. No, no, per amore di mio figlio, non voglio crederlo che un vile seduttore di fanciulle. Ma se fosse invece… Non è possibile. Il giudice ha fatto una bassa insinuazione. Dovevo farlo mettere alla porta. Non è lui solo però che lo sospetti. C’è mezza popolazione. Dio, Dio mio, aiutatemi a fare la luce, perché io vedo tutto nero, perché io incomincio a non essere più sicura di quello che ho veduto coi miei occhi. Ditemi voi, Signore, che è stato un brutto sogno del magistrato!
Vado a letto con un’idea che mi perseguita.
Santi del paradiso, proteggetemi, proteggetemi voi!
DOVE GLI ASSASSINI SI SONO LAVATI E CAMBIATI.

SI voltavano nel letto come se avessero avuto la brace nella materassa. Né la moglie né il marito sapevano trovar requie. Angela, tra un sospirone e l’altro, non si straccava di rimproverarlo e di dirgli che alla sua età non si andava incontro alla prigione come uno zerbinotto che aveva della salute da vendere. Coi capelli che volgevano al grigiastro, ci voleva un po’ più di giudizio e bisognava pensare un po’ più alla famiglia, diancine! Di fastidi ne avevano anche troppi senza andarli a cercare.
Lui rispondeva che faceva l’oste e che un oste non poteva proibire alle persone di andare al suo fondaco a mangiare e a bere. Grazie a Dio non si sentiva nato per fare il poliziotto e non aveva il fegato di sfogliare gli avventori. Una volta in casa sua erano tutti galantuomini.
Tuttavia l’Angela, con le sue paure d’una disgrazia in viaggio, gli aveva messo più di una pulce nell’orecchio. Si diceva tranquillo, ma gli giravano per la testa certe ideacce scure come la tempesta. Se avesse potuto dormire avrebbe passato una notte meno agitata e il sonno gli avrebbe fatto un gran bene. Chiudeva gli occhi e cercava di sprofondarsi in un oblìo senza fine. Ma il tentativo non gli riusciva. Anche cogli occhi chiusi egli vedeva disegnarsi il cappello del carabiniere col suo pennacchio rosso che spaventava. Si girava sull’altro fianco e lo rivedeva tale e quale colle sue tre punte che parevano tre sberleffi. Se non fosse stato per lei, per la sua Angela, si sarebbe abbandonato alla disperazione. Non gli rimaneva più che una speranza. Che gli altri venissero arrestati prima che si mettessero in cammino verso il suo fondaco. Se avesse potuto dare una mano ai carabinieri non avrebbe esitato un minuto. Era una viltà necessaria alla sua pace. Il suo cruccio era che non poteva più disfare il contratto. Se lo avesse potuto non ci avrebbe pensato due volte. Preferiva la vitaccia del pane di munizione ai tormenti che lo cuocevano. Si dava del baggiano con dei pugni nello stomaco. Lui era proprio un bestione che non aveva due dita di giudizio. Un pregiudicato che aveva la sua fedina criminale giocava col fuoco come se fosse niente. Non ce n’era un altro a cercarlo in tutto il mondo che avrebbe preso in mano il cordone della campanella della galera per farsi aprire. Poi giustificava il suo consenso dicendo che in fin dei conti si trattava di un uomo che aveva fatto di suo fratello un povero diavolo con la catena alla gamba del condannato a vita. Non si manda in galera il fratello di un oste par suo senza aspettarsi qualche cosa. Notarbartolo era un cane con tanto di pelo sullo stomaco. Se non fosse stato per la sua Angela, chi sa quante volte gli avrebbe lasciato andare una fucilata nella schiena. A certi individui bisogna andare col calcagno sulla testa come si fa colle biscie velenose. Sono nocivi agli altri. Nessuno gli avrebbe impedito di vendicarsi. Era anzi troppo giusto. Lo si aveva ricattato con i dovuti riguardi il dodici luglio mille e ottocento ottantadue, gli si erano fatte pagare cinquantuna mila lire ed era un suo diritto. Ma non era suo diritto di fare il boia, di consegnare nove persone, con moglie e figli, alla giustizia per una somma che non bastava a pagarne il pericolo. Non era il primo che subiva il sequestro della persona. Ce n’erano stati molti altri prima di lui e nessuno, che lui sapesse, s’era data la briga di denunciare i disgraziati che si guadagnano la vita come possono. Ci voleva un po’ di compassione anche per i poveri diavoli, ci voleva. Il barone Sgadari, buon’anima, avrebbe potuto fargli da testimonio. Nel 1874 la banda Capraro lo raggiunse nelle vicinanze di Petralìa. Il grand’uomo era a cavallo e andava innanzi circondato dai suoi campieri sulle giumente che nitrivano. Il Capraro non era un assassino. Era un uomo che faceva i suoi affari. Colle persone educate era educatissimo. Gli andò di faccia e col cappello in mano lo dichiarò in arresto. Gli rincresceva, ma era il suo mestiere. I campieri se avessero voluto difendere il padrone, avrebbero potuto. Non vollero e fecero bene, perché sarebbe stato un fratricidio. Gli uni e gli altri erano della gente che si guadagnava il pane. Il barone si comportò benissimo. Non fece il birbone come il Notarbartolo. Lo Sgadari sapeva che ciò che gli capitava era quello che poteva capitare a qualunque signore attorno per la campagna. Non gli si torse un capello e non lo si fece soffrire. Capraro non inaspriva. Invece di condurlo in una grotta qualunque come si è fatto con Notarbartolo, lo fece entrare cogli occhi bendati in una casa ammobiliata signorilmente. C’erano le poltrone, gli specchi e la biancheria che pareva quella di una sposa. Il ricattato era un barone che aveva aperto la borsa ai latitanti più d’una volta e non meritava sgarbi. A tavola lo si serviva con la posata d’argento, gli si portavano intingoli preparati da un cuoco d’albergo e gli si davano tutti quegli agi dovuti a un alto personaggio. Capraro passava delle ore a chiacchierare con lui come fra due amici. Tra loro non c’era odio personale. L’uno aveva incontrato l’altro. Il più forte domandò la borsa al più debole. Pagata la taglia di centoventi mila lire in oro, gli si restituirono l’orologio, il portafoglio col denaro, gli anelli delle dita e lo spillone di brillanti di un valore che avrebbe fatto gola a un brigante senza punto d’onore. Si separarono da fratelli. La banda lo accompagnò alla prima stazione di ferrovia, domandandogli, prima di salutarlo con un inchino, il permesso di baciargli la mano. Non ci fu altro. Fu un’operazione che non lasciò fiele in alcuno. Nessuno ne seppe più niente. Se avesse fatto così anche Notarbartolo non ci sarebbe persona che gliene vorrebbe. Invece no; invece egli volle fare lo spione e gli spioni non possono avere lunga vita su questa terra. Chi fa male trova male. È un proverbio che non falla.
L’Angela non gli dava tregua. A ogni tanto con la schiena sul muso del marito e le gambe fin sotto il mento, borbottava e grugniva con certi versi che gli stracciavano l’anima. Ella giurava sul capo del suo povero figliuolo che le avevano ammazzato come un coniglio poche settimane prima, ch’era da bestia quello che stava facendo. Egli poteva avere cento ragioni di sfogarsi contro il commendatore, ma non ce n’era una perché egli facesse di tutto per farsi chiudere in un ergastolo per il resto dei suoi giorni. Lo aveva sposato per compassione di vederlo sempre dentro e fuori, ed ecco il bel regalo che le ne veniva. Ogni volta che gli prende il capriccio, ne fa una delle sue e ci lascia nei pasticci.
Sì, sì, era meglio che facesse presto e se ne andasse per non tornare mai più indietro. Se doveva finire così, tanto valeva che finisse subito. Lei non voleva crepare di dolore. Se Iddio lo aveva destinato alla galera per la purgazione dei suoi peccati, pazienza, la volontà di Dio doveva essere fatta. Ella e il suo figlio e la sua sorella non sarebbero morti di fame. Lui era padrone di fare quello che voleva. Il suo dovere di avvertirlo lo aveva compiuto. Se stava così male a casa sua, la porta era aperta. Non gli sarebbe andata dietro a piangere. No, per i santi del paradiso. Aveva pianto anche troppo. Dal giorno dello sposalizio non aveva avuto che tribolazioni. Avrebbe fatto meglio a gettarsi in un pozzo. Basta, adesso non c’era più da pensarci. Ma doveva tenersi a mente che la era finita. Una volta messo il piede fuori di casa non doveva pensare più a loro. Chi si era visto, si era visto. Ciascuno per la sua strada. Egli da una parte e loro dall’altra. Era stufa di fare la vittima. Quando la fortuna gli era andata a rovescio, non aveva mancato di dargli una mano e anche due. Ma ora che era lui che andava a cercarsele a quattro a quattro, doveva contentarsi di star solo e di non rovinare gli altri che gli avevano fatto del bene. Ella era decisa e non voleva più saperne. Quello che era stato era stato. Ci metteva sopra una pietra e non ci pensava altro. Per suo conto incominciava a considerarsi vedova.
“La colpa sarà vostra!”
Il Barone provava degli stringimenti che gli facevano venire un groppo alla gola. Le parole della moglie gli andavano sulla testa come tante martellate. Capiva di essere sempre stato un buono a nulla e un testardo che un giorno o l’altro sarebbe andato a finir male. Ma ora era tardi. Non poteva più ritirare la parola data. Ne sarebbe andato della sua vita. Con gente che maneggiava bene il coltello, non c’era da scherzare. Se domani andasse a dir loro di non volerne più sapere, non gli si lascerebbe finire la parola. Conosceva con chi aveva a che fare. Se avesse avuto del denaro avrebbero potuto spiantare casa e andarsene altrove, sul continente, lontano, fuori dalla loro fucilata. Pitocchi con quattro panche e un tavolaccio, non avevano da scegliere, dovevano aspettare che il buon Dio la mandasse loro buona. La paura in questo momento non gli procurava che dolori allo stomaco. C’era ricascato, e bisognava andare fino in fondo a occhi chiusi. Ah, sì! Se riusciva a cavarsi dall’imbroglio, si prometteva, col segno della croce, di cambiare vita. Quelli che lo avevano conosciuto, lo avevano conosciuto. Per lui non avrebbe pensato più che ai suoi di casa.
Un minuto dopo gli ritornarono i dubbi. Un uomo non può diventare onesto quando vuole. Ci sono gli altri che vi stanno alle costole. Provatevi a entrare nel ginepraio del delitto e poi ditemi come potete uscirne. Uncinati, vi si riuncina e non vi si lascia più. O per un verso o per un altro vi si riprende e vi si trascina nell’abisso. I compagni, coi quali avete diviso lo spavento di qualche operazione, non vi abbandonano. Vi vogliono complici nei loro misfatti tutta la vita.
“Tu Angela, parli da angelo. Ti vorrei vedere al mio posto. Non è possibile negare un favore a due amici coi quali si è lavorato insieme tante volte senza andare alla Assise. Credi che a me non sia venuto il pensiero di fare il galantuomo?”
“È meno caro, credetelo”.
“Lo so. Ma è più facile dirlo che diventarlo. Cascati, ci si ricasca”.
“Quando si vuole”.
“Anche quando non si vuole”.
Supino, cogli occhi che guardavano i travicelli del soffitto, si rimetteva a ragionare per suo conto, perché con l’Angela non andava d’accordo.
“Se non c’è altro che vi spinge, sovente c’è la miseria”.
“Il solito ombrello sotto cui si riparano i tristi come voi!”
“Ti dico che è la miseria cagna che spinge! Non si ha cuore di vedere gli altri a patire. Si resiste per un giorno, per due giorni e poi vi va via la testa, vi viene il capogiro e vi date al malfare come persone senza rimedio”.
Si passava la mano sulla fronte rugosa e si diceva che forse la cosa non era così grave come la vedeva Angela. C’era un complotto con un determinato fine, ma dopo poteva venire scombussolato da qualche accidente, come avviene quasi sempre in casi simili. Se, per esempio, gli esecutori venissero inseguiti, è certo che i fuggitivi non sarebbero tanto stupidi da andare a rifugiarsi nel suo fondaco. Perché sarebbe come entrare in una trappola. Se capitasse loro peggio, se capitasse loro di sentirsi presi nel vagone con le mani lorde di sangue, egli potrebbe dormire della quarta. La necessità del suo asilo scomparirebbe col loro arresto. Si rimarrebbe amici, senza bisogno di far sapere i loro interessi alla giustizia. Tranne che qualcuno di loro parlasse. Crepi l’astrologo! Non c’è neanche da pensarci. Sono uomini capaci di camminare sui vetri rotti piuttosto che lasciarsi tirar fuori una parola che comprometta coloro che rimangono al sole.
Gli pareva di essere divenuto più calmo. La fronte non gli scottava come prima e i suoi nervi erano meno agitati. Si voltò sul fianco, si tirò la coperta sugli occhi per sottrarsi al chiarore lunare che pareva volesse entrare per i vetri, e cercò di assopirsi. Non domandava che un paio d’ore di sonno. Si sentiva le gambe stracche, pesanti come se gliele avessero caricate di piombo. Il peso dei polpacci doveva fargli bene come un narcotico. Lo aiutava rimanere immobile. L’Angela pareva addormentata. La sua respirazione era divenuta greve e, a intervalli, rantolosa. Almeno lei era riuscita a trovare un po’ di riposo. Lui solo non poteva dormire. Si scoteva la testa, se la riadagiava nel mezzo del cuscino e il pensiero andava a riprenderlo e a costringerlo a ripensare ai casi suoi.
Lui l’aveva su, sì, col Notarbartolo, e nessuno poteva meravigliarsene. Gli altri non avevano né potevano avere gli stessi motivi. Perché e per conto di chi gli altri andavano ad accopparlo? Non erano certo dei pazzi che sarebbero andati ad accoltellare un uomo di quella fatta per il gusto di accoltellarlo. Ci dovevano avere il loro perché e il perché doveva essere un bel gruzzolo di quattrini. Di questo non ci poteva essere dubbio. Quanti? A lui non era neanche venuto in mente di domandarlo. Gli si era detto che a conti fatti gli avrebbero dato trecento o quattrocento lire e lui si era contentato. A mente fredda, vedeva che il rischio era maggiore. Bisognava essere matti e stramatti per giocare l’esistenza su una carta che non produceva, vincendo, che tre o quattro bigliettini rossi. Trecento o quattrocento lire non si trovano per la strada, è vero. Ma anche le persone col fegato di prenderle non si incontrano ad ogni svoltata. E loro? quanti ne prenderanno? Non era affar suo. Potevano prendere dei biglietti da mille tanti che ne volevano. Fra il suo ed il loro coraggio c’era della differenza e come! Gli venivano i brividi solo a pensarci.
In verità lui non aveva da far nulla. Poteva andare a dormire. Come se si potesse dormire! Erano tre ore che si grattava, che si tirava su le gambe, che allungava giù le gambe, che si voltava come in un letto pieno di pulci e non poteva chiudere occhio! Pazienza. Lui non aveva da far nulla. Non aveva che da preparar loro una bacinella d’acqua, lasciarli venire in casa, e stare lì fuori, sul montone di ghiaia, a pipare e a dare un’occhiata lunga se sbucava qualcuno da qualche parte. Una cosa che poteva fare un ragazzo. Non c’era bisogno che lui vedesse o ascoltasse o si mischiasse nelle cose degli altri. Era una specie d’alibi. Gli avventori entrano, non vi trovano il padrone, si lavano, buttano nel navello della pompa l’acqua sudicia e se ne vanno per i loro fatti. Si potrà dire che l’oste è un uomo trascurato, che scontenterà gli avventori e farà degli affari che lo manderanno in malora, ma nessuno avrà diritto di mettere il naso nelle cose sue. La giustizia ha nulla che vedere nelle cose private.
Suonavano le tre ed era desto ancora. Avrebbe fatto monete false per un po’ di sonno. Si sentiva svogliato, prostrato, con la patina sulla lingua, col cervello che lavorava a mala pena, ma che lavorava abbastanza per tenerlo sveglio.
Notte infame! Era la prima volta che provava un tormento simile. C’è stato un momento che si credeva lì per addormentarsi, ma una voce acuta gli è passata per le orecchie come una folata di vento che sibilasse. Gli era sembrato un avvertimento dei suoi poveri morti. Scappa, Andrea, scappa! Era presto detto, scappare. Avrebbe lasciato negli impicci degli innocenti. Povera Angela, l’avrebbe ricompensata bene per le sue tenerezze! Almeno ella dormiva.
“Andrea?”
“Che c’è?”
“Quanto vi daranno per l’acqua che darete loro?”
“Trecento o quattrocento lire”.
“Asino!”
L’Angela che si era alzata sulle due mani, si lasciò ricadere nel letto e riprese la respirazione greve e rantolosa. Non dormiva, soffriva. Se ne sentiva il singhiozzo mal trattenuto.
“Asino! si diceva Andrea, due volte asino! Non gli pagavano il pianto della moglie. Ci voleva proprio uno scimunito della sua cotta per contentarsi di una somma che lo avrebbe lasciato più straccione di prima”.
Era inutile stare in letto a frustare le lenzuola, se non si poteva dormire. Era meglio discendere. In cucina avrebbe trovato un po’ di svago. Il letto gli pareva pieno di malefici. Era giorno di bucato e si sarebbe messo ad accendere il fuoco e a preparare la caldaia per l’Angela.
“Dove andate?”
“Dabbasso”.
In cucina c’era buio e un odore di vino infortito. Si sentiva fiacco come se avesse perduto le forze in una notte. Non sapeva più rompere la bracciata di bacche col ginocchio piegato. Non poteva farle in due che a tre o quattro, appoggiandosi, sovente, al muro per non cadere. Accese il fuoco e il primo chiarore gli diede l’impressione di avere del fumo sullo stomaco. Si mise a tossire come se avesse voluto vomitare l’anima.
“La è finita, la è finita per il povero Andrea!”
I sarmenti bruciavano attorcigliandosi e con dei versi che parevano gemiti di bimbi che morivano strangolati da una mano di ferro. Invece di appendere la caldaia, si abbandonò sulla sedia, colla faccia sbiancata dalla paura, e colle braccia ciondoloni come un uomo affranto. Le grida fumose che uscivano da un grosso legno che le fiamme avevano mal spaccato, gli straziavano il cuore come se fosse stato lui in mezzo alle fiamme. Aveva sete, avrebbe bevuto un sorso di qualche cosa, magari di grappa, ma non sapeva staccarsi dalla scranna. Egli vi era come impiombato.
Gesummaria, che cosa aveva mai fatto! C’era stato in mezzo a guai più gravi di questi, ma non aveva avuto l’agitazione di questa notte. E i carabinieri? Facce maledette che gli apparivano dappertutto. In letto, fuori del letto, in piedi, seduto, dinanzi al fuoco e sull’uscio. Era un presagio cattivo.
“Angela!”
“Che cosa volete?”
“Venite giù che non mi sento bene. Datemi una goccia di acquavite. Così, ecco che mi è passato. Avevo qualche cosa sullo stomaco. È come se mi fossi scaricato di una pietra. È buona una goccia d’acquavite, quando si sta male. Ah sì, adesso mi sento meglio. Volete che vi attacchi alla catena la caldaia? Lasciate fare che ho riavuto le mie forze”.
“No, lasciate fare a chi tocca”.
Sull’uscio di casa col naso in aria e colle braccia imbracciate, gli veniva addosso la malinconia. Anche il cielo gli dava l’idea della maledizione. Si rarefaceva il velo cupo che lo copriva e rimaneva un immenso lastrone di latte azzurrato che snervava come in una calda giornata di estate.
Il cielo luminoso è sempre stato di malaugurio. Toglie il coraggio agli uomini che devono lavorare di coltello. Si ricordava bene di Prefaci, il quale aveva voluto tentare un’operazione contro il parere dei vecchi pieni di esperienza. Prefaci e Lodovisi erano stati incaricati di mandare al suo destino il gabellotto Girardi, un birbone che inventava le angherie per tribolare i paesani.
È proprio vero il proverbio che birretti (berretti, contadini) e cappeddi (cappelli, ossia borghesi) nun si jùncinu (non vanno d’accordo). Il cielo della notte era lucido come uno specchio. Al momento di fargli la fattura hanno veduto in lontananza i carabinieri che spuntavano. È stata la lucentezza del cielo che ha mandato tutto a monte e ha lasciato la vita a un uomo degno di peggio. È inutile. Il cielo c’entra. Le persone che devono versare il sangue di un’altra persona hanno bisogno dell’uragano. Negli squarciamenti del cielo un povero diavolo trova la forza e s’anima per fare quello che deve fare. Sono i tuoni, sono i lampi che aiutano. Col cielo dolce vi può tremare il braccio. Senza il baccano che infuria ci si sente indolenti. Lui, a cielo liscio, non saprebbe sgozzare un capretto. Sotto la vôlta di cobalto si trovava come certi soldati che non sanno combattere senza sentirsi animati da un’aria fragorosa, come la carica, per esempio. Suo padre, buon’anima, gli aveva raccontato che i soldati scozzesi non sapevano affrontare il nemico senz’essere spronati dal suono tumultuoso delle zampogne. Tale e quale come lui. I suoi pifferari dovevano essere un cielo lugubre che scatenasse il diavolo a quattro. Allora sì, allora si diventa tigri. Ci si butta sul nemico come bestie feroci. Ah, la tempesta! Con la tempesta si va sul luogo sicuri del proprio coraggio e se ne ritorna senza paura di incontrare la gente che dovrebbe essere a dormire. Invece con questo cielo andranno in galera. Padroni loro.
C’era ancora la speranza che Iddio toccasse loro il cervello in tempo. Ma li conosceva. Erano testardi più di Prefaci, fuori di prigione per un miracolo del Signore. Quando si mettono in testa una cosa non c’è Cristo che possa smuoverli. Si ricordava… Non voleva altri brividi per la pelle. Alla fin fine lui c’entrava e non c’entrava.
Con tanto bisogno di pioggia che smorzasse le campagne abbruciacchiate non si vedeva una nube a pagarla un tarì. Di giorno si rosolava come sullo spiedo. Da due mesi c’era un sole che bruciava più dell’inferno. Se la continuava sarebbero andati tutti arrosto.
“Vengo, vengo!”
Era l’Angela che lo chiamava. Ella aveva l’aria di essere invecchiata di dieci anni. Con in mano il randello col quale affondava la biancheria nella caldaia, guardava le fiamme che si ritiravano e ricomparivano più alte con occhio smarrito.
Andrea si mise a calcare il tabacco nella pipa di terra gialla.
“Ci avete pensato?”
“A darmi alla macchia?”
L’Angela ebbe un gesto di disgusto.
“Chi vi parla di macchia?”
“E allora?”
“Andate via, andate lontano, andate in capo al mondo, ma nascondetevi, non lasciatevi vedere nei dintorni di casa nostra”.
“Se ti ascoltassi, starei fresco. Andrei in prigione a vapore. Se non potessi dire dove ho passato la giornata e la sera non ci metterebbero tanto a prendermi per uno di loro. No, no, io sto a casa mia. Noi si fa l’oste e gli osti non vanno a spasso. Se vengono i forestieri bisogna servirli, non c’è che dire. È il nostro mestiere. Non avrai mai udito dire che un oste sia andato in prigione. C’è andato il Fontana Giuseppe di Rosario, bettoliniere di Villabate, ma hanno dovuto lasciarlo andare”.
L’Angela La Monica ricacciò il randello nella caldaia per risommergere le camicie e le calze venute all’orlo.
“Voi avete il cranio più duro dei sassi. Quando non si è più soli, bisogna avere un po’ più di giudizio. Voi non conoscete il bene che vi si vuole, voi!”
E colla cocca del grembialone cilestre si asciugava i lucciconi che le andavano fino in bocca. Tra un singhiozzo e l’altro lo scongiurava di andarsene via, di lasciarla sola col suo ragazzo e colla sua sorella e di avere pietà di loro che non gli avevano fatto niente di male. Se non sapeva dove andare, poteva mettersi in spalla gli arnesi e andarsene a lavorare in campagna che da un mese non la guardava più nessuno.
“Voi andate, prendetevi del pane e del cacio e andatevene in nome di Dio. Al resto ci si penserà poi. Fate di trovarvi sempre con qualcuno che non sia mal veduto dalla polizia. Se non volete lavorare andate a trovare Tommaso che vi accoglie sempre a braccia aperte. È una famiglia che non ha mai avuto dispiaceri colla giustizia e vi sarà di protezione. Date ascolto una buona volta!”
“E stasera? Non potrei lavorare la campagna quando è scuro, Angela, senza sollevare il sospetto che io sia là ad aiutare la fuga di qualcuno”.
“Non ci avevo pensato, non ci avevo. E pure voi non dovete trovarvi in casa. Se si venisse a sapere che sono stati qui voi sareste il primo a trovarvi nella disgrazia. Una volta di nuovo nelle loro mani, vi assicuro io che non vi si lascia più andare. È un pezzo che si hanno gli occhi su voi”.
“Se vuoi che mi rovini, starò fuori di casa anche stasera. T’avverto però che ti addossi un bel peso. Se non mi troveranno in casa, diranno che ho lasciato fare a voialtri per dare il colore alla polpetta. Se invece tu lasci fare a chi tocca vedrai che condurrò le cose a buon porto. Tu parli per paura. E la paura è una cattiva consigliera. La paura non mi ha lasciato dormire un quarto d’ora. Taci, ubbidisci e domani saremo qui a mangiare un boccone in santa pace. Non dire nulla né al Bastone né alla Maria. Sarebbe un tirarli in ballo senza sugo. Senti quello che si deve fare. Tu sai che se tutto andrà bene passeranno da casa nostra; su questo non c’è più rimedio. Quello che è stato è stato. Probabilmente avranno bisogno di lavarsi. Ti garantisco che mi fa meno ribrezzo un uomo che ammazza un altro uomo, che un individuo sporco di sangue. Ti dicevo dunque che probabilmente si daranno una lavata in casa nostra. Il nostro dovere è di dare dell’acqua nella conca con un asciugamano a chiunque desideri pulirsi. Bisogna stare attenti alle goccie di sangue. Una sola sarebbe la spia. Entrati che siano non li lasceremo muovere da questo piccolo spazio per non dovere andare attorno con la lucerna a cercare le macchie. Tu vorresti mandarli di sopra. No, cara. Di sopra ci comprometterebbero. Gli avventori coi quali si ha niente da nascondere, non si mandano di sopra. Noi non diamo alloggio che in tempi di temporale. A proposito, quando mi hai chiamato ho veduto passare una filata di gru. Mi sono subito racconsolato. Le gru portano fortuna e dicono pioggia. Ah, se piovesse! Basta, speriamo in Dio. Per precauzione ci sarebbe voluto in casa un tôccone di carne sanguinolenta. Nessuno sa distinguere il sangue di un animale dal sangue di un cristiano. Sia detto tra noi, a voce bassa, non credo che Notarbartolo sia un cristiano. Un cristiano non avrebbe mandato al bagno penale nove persone per far crepare di miseria le loro famiglie. Se ci fosse almeno una gallina da ammazzare in caso di bisogno. Si potrebbe svenare una gallina e poi lasciarla lì appesa a gocciolare. Ma bisognerebbe rubarla. In casa nostra si è così poveri che si è dovuto vendere anche gli ultimi polli. E chi ruba una gallina è quasi certo di andare in prigione. Un pezzaccio di carne in casa non ci farebbe male. Ci penseremo. Ci penserai. Manda o l’uno o l’altra a comperarla a Palermo. Se non ci servirà a nulla le faremo prendere la bruciatura e ce la mangeremo arrostita. Non dimenticartene, perché è del tempo che non si mangia carne in casa nostra. È dal Natale, se pure l’abbiamo mangiata. Abbiamo avuto un’annata da cane. Se la incomincia ad andar male, si è sicuri che ci vorranno dei mesi a mettersi in carreggiata. Ti ricordi di quando ci siamo sposati? Ce n’è voluto per trovare la via del pane. Non se ne parli altro.
Il guaio più grave è la venuta dei carabinieri. Dopo che uno dei due fa all’amore con la ragazza della padrona del fondo noi si deve stare in guardia. Può darsi che ne sia innamorato, ma potrebbe anche darsi che fosse una finzione per adocchiare, udire, far cantare l’Adele. Non dirle mai niente, per amor di Dio! Oggi verranno di sicuro. Passato il treno, se ne ritorneranno da questa parte e il vicebrigadiere vorrà dare un addio alla sua bella. Io sarò di fuori, come il solito, con la pipa in bocca, a dar la buona sera a chi passa. Tu vedrai che il carabiniere se ne andrà avanti solo e che il vicebrigadiere entrerà nel cortile e passerà dall’altra parte del giardino, dove sarà l’Adele ad aspettarlo. Probabilmente sarà la nostra fortuna. Con un carabiniere in casa nessuno vorrà supporre che noi si abbia la sfrontatezza di ricevere in casa persone che possono aver fatto un colpo simile. Il vicebrigadiere si fermerà con l’Adelina due ore circa. I nostri amici se la spacceranno in pochi minuti e io potrò ridare la buona sera al galante della fanciulla. Oggi andrò alla campagna e mi farò vedere da quante persone potrò trovare. Passerò dal fondo dell’arbitrante Podica, dove ci sono sempre una trentina di villani al lavoro pronti a dir male del diritto di sfrido. Loro dicono che non è giusto che il villano compensi il padrone della perdita della sementa durante la seminagione. Darò loro ragione e passeremo una mezz’oretta di chiacchere che mi servirà di distrazione. Non ho paura, non c’è d’aver paura, ma ho bisogno di sviare il pensiero che ritorna insistentemente sulla stessa cosa. Siamo intesi, io vado. Guarda che sole! Con tanta povera gente che cerca cogli occhi un rovescio d’acqua, ci sono dei raggi che bruciano la pelle. Il sole è la mia persecuzione. Lo odio. Ne abbiamo troppo. Ci vorrebbe un acquazzone di tanto in tanto. Vado. Ti raccomando quello che ho detto. Acqua in bocca su tutto”.
La La Monica era rimasta lì con un cerchio alla testa. Il marito l’aveva confusa con un fiume di parole che diceva niente. Guardava la caldaia con gli occhi spalancati e la bocca aperta. Le pareva di avere sulle pupille una foscaggine sanguigna dalla quale avrebbe voluto liberarsi.
Le storie erano storie. Ella aveva sempre sentito dire che la farina del diavolo finisce in crusca. Il pane condito di sangue non era fatto per la sua gola. Più ci pensava e più si convinceva che il marito aveva indosso il demonio. Ce l’avevano stregato, ce l’avevano. Ella aveva consumato più d’una candela alla Madonna delle Grazie, ma non c’era riuscita. Il diavolo era più forte. Poi, angosciata, si lasciava abbrustolire dalle fiamme senza accorgersene.
“Angela, non vedete che bolle da due ore?”
Si scosse e la pregò di darle una mano a portare la caldaia nel cortile.
Infilarono la stanga nell’orecchione e la levarono di peso. L’Angela rinculava e la Maria la seguiva, divise dal fumo che andava su fino al soffitto.
Di fuori, le venne in mente la carne.
“Andrai a Palermo, Maria, dal macellaio. Porterai a casa sei libbre di carne. No, non sono troppe. Andrea è un pezzo che non ne mangia e noialtre non ne sappiamo più il sapore. Strada facendo va’ alla masseria a salutarmi la Zena e a dirle di venire domani a mangiarne un boccone, sei buona?”
Tozza, con quarantacinque anni sulle spalle, un po’ piegata, era ancora sana e robusta come una quercia di pochi anni. Magra, secca, coi capelli spettinati e abbrustoliti dal sole infocato, con le braccia che parevano randelli coperti di una pelle grinzosa e bronzata, maneggiava e torceva la biancheria lunga e voluminosa senza fatica. La tirava fuori dall’acqua bollente, la tuffava in quella fredda del navello, ve la diguazzava, la riprendeva inzuppata, la torceva con due colpi che la faceva pisciare da tutte le parti e la sbatteva più volte, a due mani, sulla pietra levigata. Poi, con la spazzola di saggina dura, la spazzava dell’ultima sudiceria. La ricacciava nel navello, ve la risciacquava per strizzarla coi contorcimenti fino all’ultima goccia. Così spremuta la buttava attraverso la corda che andava da un capo all’altro del muro, e la distendeva tutta fumosa.
Sbatteva le lenzuola con violenza e si dava della balorda. Non c’era da dar torto a nessuno. Tutte le sue gatte da pelare le aveva prese con le sue mani. Il suo primo uomo era un beone e uno smanaccione che le dava più botte che bocconi di pane. Egli è morto e gli ha perdonato. Non passa dal cimitero senza dire due avemarie per l’anima sua. Il secondo l’ha sempre rispettata e non le ha mai dette le parole offensive dell’altro. È stato forse un male. Con un cagnaccio come il primo, non ci avrebbe fatto caso. Lo avrebbe lasciato andare in prigione senza il menomo sentimento. Andrea le era entrato in core. Lo ha sempre davanti agli occhi, vestito da condannato, quando piangeva senza dirle una parola, mentre erano divisi dal cancellone di ferro e passeggiava dietro loro una guardia con un mazzo di chiavi per sentire quello che dicevano. C’era da morire di dolore più che quando si mette nella cassa la propria madre. Andrea aveva tanti torti ma con lei è stato sempre buono e docile come un agnello. Sono i compagni che lo tirano a perdizione. Se lo avesse ascoltato non ci sarebbe in casa tanta tribolazione.
“Ohe, madre, vi aiuto?”
“Non vedi che a momenti ho finito”.
La madre gli voleva bene perché si vuol sempre bene al primo figlio. Egli era il suo dolore di capo. Un disutilaccio che andava a zonzo con le mani in saccoccia e la pipa in bocca, se il suo secondo padre gli dava un pizzico di tabacco. Faceva il giardiniere e il suo mestiere lo sapeva, se avesse voluto lavorare. Preferiva andare in giro per la campagna come un uccellaccio in cerca di qualche cosa. A venticinque anni non sapeva ancora star in piedi colle sue braccia. Bisognava rattoppargli i vestiti per non lasciargli perdere i gomiti, le ginocchia, e il culo. Era tutto figlio di suo padre. Un infingardo che diceva più bugie che parole. Giurava che andava al lavoro e ritornava a casa a mani vuote. La madre le toccava tacere perché non voleva mettere Andrea contro la sua creatura. Aveva tentato con le buone e con le cattive di tirarlo sulla buona via, sciupando il suo tempo. Si credeva un signore e non c’era modo di fargli voltare indietro le maniche. Quella povera Costanza, se arriverà a sposarlo, dovrà passare del bel tempo. La compiangeva prima di vederli uniti.
“Perché non sei andato a lavorare?”
“Cambiate l’antifona. È sempre quella, mamma! Non sapete che dirmi di andare a lavorare. Lavorare tutto il giorno, al sole, per pochi centesimi!”
Le si avvicinò e le disse:
“So tutto, sapete”.
“Che cosa sai?”
“Stanotte ho sentito tutto quello che avete detto. Lasciate fare, non abbiate paura, sto io a vedere”.
Andrea non aveva potuto lavorare. Era rimasto sul campo per parecchie ore senza servirsi né della falce, né della zappa, né del tridente. L’ora del passaggio del treno non era ancora in vista e lui era agitato come un ammalato cui fosse venuto il tetano. Subiva dei sussulti che lo impensierivano e lo lasciavano sfatto. Si riaveva e si metteva a correre come un disperato e si arrestava di botto, trafelato, tutto in sudore, con gli occhi stravolti, per riprendere la corsa e andare a sedere al margine della strada, vicino al ponte senza sponde, a cavalcione di un torrentello asciutto, dove aspettava che passasse qualcuno per discorrere e farsi passare la febbre che aveva indosso. Carlo Bosco, il mezzaiuolo che s’era fatto su la sua casetta col furto delle bestie, era riuscito a metterlo di buon umore con quattro chiacchere su la giustizia di questo mondo. Egli se l’era sempre cavata con l’umirtà.
“Credetelo che si ottiene di cchiu cu l’umirtà ca cu la priputenza”.
Sì, sì, Andrea lo sapeva bene dove si andava a finire coll’umiltà. Si andava sotto i piedi dei prepotenti e si finiva col rimanervi schiacciati. Lui era frusto come un canterano e a certe cose non doveva più pensare. Ma sapeva colla esperienza che non c’era che l’umirtà del coltello che faceva rispettare. Vecchio come era gli venivano ancora le formiche alle mani. Si buttava sul ventre come per premersi e parlava boccone dicendo che l’umirtà poteva darla da mangiare ai porci. Ah, sì, l’umirtà l’aveva conosciuta, lui!
“Come state, mastro Andrea?”
Si metteva sulle coscie.
“Come volete che stia, Giovanna. Si sta come Dio vuole. E Samuele, sta bene? È un anno che non lo vedo. Ditegli di farsi vedere al mio fondaco, quando passa. Non siamo nemici, mi pare!”
Quando Andrea s’incontrava colla moglie di Prefaci, gli ritornava il coraggio. Quelle quattro ossa in piedi erano gli avanzi di una donna come non ce ne sono più tra le giovani. Sentendola parlare, rivedeva Giovanna Sterzi vestita da uomo, col cappello sulla montagna dei suoi capelli color stoppa, coi due revolver nella cintura e il fucile sulla spalla. Ai tempi di Leone era bella e fresca come un garofano. Aveva gli occhi dell’acqua del mare e la carne della faccia soda e brunetta della montagnarda. La gente aveva paura di Giovanna perché s’era sparsa la voce che era lei che recideva le orecchie, tagliava il naso e piantava gli spilli nella lingua dei ricattati che non volevano pagare la taglia. Ma erano fandonie. Antonino Leone non era crudele. Aveva dovuto spargere del sangue per la propria salvezza. Ce ne fossero stati degli uomini come lui! Trattava i suoi ostaggi assai meglio del Capraro.
“Vi ricordate, Giovanna, di quando portavate i nostri abiti?”
Altro che se se li ricordava. Una brigantessa con indosso le sottane sarebbe stata presa in meno di due giorni. I carabinieri non avrebbero avuto che da domandare ai passanti se avevano veduto degli uomini con una donna per mettersi alle calcagna della banda. C’erano poi momenti scabrosi in cui bisognava scappare a gambe levate, inginocchiarsi in qualche macchia, far fuoco fin che si poteva, passare attraverso fratte come tanti cervi e discendere, tra mezzo ai sassi, in una spelonca per risalire sulle alture dell’altra parte lungo sentieri larghi appena per le capre in fila. Sì, si ricordava di Leone per odiarlo. L’aveva ingannata per un’altra, per la biondona Citazza, che perdeva fianchi dappertutto. La Giovanna l’avrebbe ammazzato se fosse stata sicura della sua infedeltà. Ma non lo seppe che quando aveva sposato Prefaci.
“Addio, salutatemelo e ditegli che lo aspetto al fondaco”.
Alle quattro, Andrea, era di ritorno, vicino alla sua vecchia, più contento che alla campagna, dove passava quasi mai nessuno. L’aria aperta gli aveva ridato il vecchio appetito.
“Ho fame, sai”.
E si mise a mangiare del pane, affettandolo col suo coltello a serramanico, accompagnando ogni boccone con un boccone di formaggio.
“Dammi un bicchierotto di vino che mi è venuto sete”.
“Non dimenticarti che Bastone sa tutto, sai?”
“E chi glielo ha detto?”
“Ci ha sentiti stanotte”.
“Digli che venga dal suo patrigno”.
“Che volete?”
“Ricordati che la virità si dici a lu confissuri! Tu hai capito, hai!
“Ho capito!”
“Vattene!”
La notte era calata. Era una notte che somigliava assai a un mattino lattiginoso. La luna diffondeva la sua luce biancastra dappertutto. Si sarebbe veduto un punto nero in fondo a dodici chilometri, se ci fosse stato il livello del suolo uguale. Andrea era sul montone di ghiaia col cuore che voleva sfondargli lo stomaco. Aveva già sentito il fischio o gli pareva di averlo udito strisciare per l’aria come un attorcigliamento di voci di morenti. La supposizione gli aveva fatto passare per la pelle della schiena un’aria fredda e gli aveva messa dinanzi agli occhi la figura spettrale di Notarbartolo che si lasciava accoltellare senza difendersi. Il suo sguardo andava lontano, frugando nelle macchie nere, elevandosi sui promontori, e buttandosi piatto, a terra, in cerca di ombre, in cerca di piedi, in cerca di qualcuno ch’egli aspettava trepidante. Tendeva l’orecchio trattenendosi il respiro. L’eco falsa della ghiaia, che rumoreggiava come sotto i passi di corpi pesanti, gli portava il gelo ai polsi e alla nuca. Corto, con la faccia lunga, con le mascelle grosse, si levava su tutta la persona e si protendeva col collo come se avesse voluto raccogliere con una occhiata tutto ciò che avveniva nello spazio immenso che lo circondava. Questi su e giù dell’udito e dell’occhio lo prostravano e lo annichilivano. A un certo punto vide due ombre che passavano per il largo del bianco lunare, scomparivano e ricomparivano più sbiadite e si disperdevano dove la luce era più chiara. Non capiva chi potevano essere. A volte subiva l’impressione che andassero a corsa e a volte gli sembravano due buontemponi che andavano via per diporto. La loro scomparsa lo aveva lasciato più inquieto. Temeva di trovarsele alle spalle quando non sarebbe stato più in tempo di assumere un atteggiamento più tranquillo.
Non sapeva bene le ore, ma tutto gli diceva che il treno se non era già passato doveva essere lì lì per passare. Si curvava, si drizzava in piedi, si allungava verso tutti i punti, senza vedere anima viva. E tuttavia ci doveva essere in giro qualcuno. Perché il suo udito che gli aveva sempre servito bene, sentiva dei piedi che saltavan da una parte e dall’altra, ora colla mollezza del gatto e ora collo strepito dei piedi che affondavano nella sabbia secca. Non c’era più dubbio. Ne aveva sentito l’ansamcnto delle persone trafelate. A mano a mano che i rumori gli divenivano più distinti, si piegava su sé stesso come per perdersi nella ghiaia.
“Buona sera, Andrea”.
Sarebbe andato sulle ginocchia se non vi fosse già stato. La buona sera gli fece l’effetto di un fulmine a ciel sereno o di una fucilata che rasenti l’orecchio. Non seppe alzarsi che tirandosi su i calzoni come uno che voleva far credere che stesse facendo le cose sue. La luminosità argentea impediva di vedere che la sua faccia grigia era diventata cadaverica.
Uno dei due carabinieri tirò innanzi per la strada lungo il dorso del fondaco e l’altro, il vicebrigadiere, entrò nell’osteria dandogli un’altra volta la buona sera.
“Buona sera, brigadiere”.
Rimase senza fiato. Lo sbigottimento lo aveva obbligato ad elevarlo di grado e a dargli la buona sera balbettando e tremando come una foglia. Pronunciò un gesummaria! per i suoi poveri morti palpandosi e strofinandosi la testa con le due mani per ridarle il calore che aveva perduto. In un minuto aveva vissuto un secolo. La paura lo aveva sbiancato e il tremore della bocca floscia gli faceva sbattere i pochi denti che gli erano rimasti. Dunque non era avvenuto nulla? I carabinieri, che si separavano e andavano pacificamente a corteggiare le ragazze, dicevano sicuramente che il treno era passato senza che alcuno avesse avvertito qualche cosa di nuovo. Il vicebrigadiere in casa, in un momento così spaventoso, non gli dava il minimo pensiero, quantunque avrebbe preferito che non ci fosse stato. Andrea sapeva che il vicebrigadiere aveva l’abitudine di starsene di sopra colla sua bella un’ora o due e di andarsene alla sordina, dall’altra parte del cancello che mette in casa della padrona. La sua presenza era forse una protezione.
E gli altri? Che cosa era avvenuto di loro? Loro devono essere discesi qualche minuto secondo prima di giungere alla stazione di San Nicola e devono aver preso la via dei campi, per avviarsi attraverso gli alberi alla volta del fondaco, evitando i carabinieri lungo la via carrozzabile e i passeggieri che avrebbero potuto discendere. Teneva fissi gli occhi verso la loro direzione senza vedere ombre. Forse il colpo era andato fallito. Se degli altri sono entrati nello scompartimento del Notarbartolo, vuol dire che il diavolo ci ha messo la coda. E intanto che ragionava, faceva lavorare i suoi occhi torbidi, i quali percorrevano il tratto in tutta la lunghezza e la larghezza senza scorgere anima viva. Ci fu un momento in cui era deciso di abbandonare il suo luogo di vedetta, persuaso che i due aspettati erano stati ostacolati da qualche accidente. Stava per discendere nel momento in cui sbucarono dal fondo nero in lontananza due mantelli nerissimi che il vento scompigliava. Tanto più accorciavano lo spazio che li divideva, quanto più egli si convinceva che erano loro. Uno era più alto dell’altro. Ciò che lo lasciava in dubbio era il cappello di uno di loro. Egli sapeva che tutti e due dovevano avere in testa un berretto rotondo di colore nero. Voleva dar loro la zuffolata che erano attesi, ma non si arrischiò per paura di tirare in scena il carabiniere di sopra a fare all’amore. L’accordo era che se a un dato punto non avessero udito il fischio, si sarebbero appiattati dietro i tre cerri dai larghi fianchi e avrebbero aspettato dieci minuti, trascorsi i quali si sarebbero salvati cercando un luogo più sicuro. Li seguiva in tutti i loro movimenti.
“Ecco che sostano. Sono loro. Cercano gli alberi. Si curvano, non ci sono più. Mi aspettano”.
Si voltò e si trovò a faccia a faccia col figliastro.
“Che cosa facevi, razza di cane?”
“Andate in casa che vado io ad avvertirli di venire innanzi”.
Bastone, senza aspettare l’imperativo del padre, si tirò la giacca sul davanti e si mise a correre come una lepre inseguita dai cacciatori. In un batter d’occhio egli fu dietro gli alberi e colla stessa velocità fu di ritorno, lasciandoli venire da soli.
Misero la testa nel vano dell’entrata.
“Entrate”.
Bastone era uscito nel cortile che mette nel giardino per tener d’occhio il vicebrigadiere, al quale poteva venir il ghiribizzo di ripassare dall’osteria; la zia si era messa all’entrata del fondaco per impedire la sorpresa e la La Monica e Andrea rimasero in casa cogli assassini.
“Parlate sottovoce perché c’è sempre il vicebrigadiere colla fanciulla che sapete”.
I due malfattori si tolsero il mantello.
“Santa Madonna, che spavento! disse l’Angela”.
“Fate presto, dateci dell’acqua, tant’acqua e uno specchio, che dobbiamo averne fin nei capelli. Avevano chiazze larghe di sangue scarlatto sulle giacche, sui calzoni, sulle scarpe. Le loro facce erano piene di capocchie rosse che li rendevano irriconoscibili”.
Mentre i due arrivati si toglievano la giacca e il panciotto, la La Monica riempiva col secchio i due catini di zinco e Andrea traduceva l’orrore agitando le mani giunte, di vederli in quella guisa”.
“Santo ciclo, come siete pieni di sangue!”
“Ci è toccato fare il macellaio, disse il più alto, mostrando le mani coperte di sangue rappreso”.
“Dateci un bicchiere di quello buono, ché ce lo siamo guadagnato, aggiunse il bassotto”.
Andrea insisteva con delle domande.
“Ci deve essere stata una lotta tremenda!”
“Il vecchio non voleva morire ad ogni costo. A ogni coltellata il maledetto faceva versi da dannato, rialzandosi colla brutalità della iena ferita. Ci avrebbe fatto a pezzi, se avesse potuto”.
“La nostra fortuna sono stati i guanti. Coi guanti allacciati con due bottoni gli è stato impossibile di dar mano alla carabina, di prenderci per il collo, di agguantarci le mani. Egli era come ammanettato. Quando il commendatore tentava sbottonarsele, lo facevamo smettere a colpi di punta”.
“Da bere, perdio, che abbiamo sete!”
“C’è voluto tutto il nostro coraggio per andare fino alla fine”.
“Ci siamo andati? Nel momento in cui gli diedi la spinta che lo mandò fino quasi al murello del ponte Curreri, mi parve che aprisse gli occhi. Li ha aperti, te lo assicuro. Li vedo ancora spalancati e circondati di sangue”.
“Vecchia, cambiaci l’acqua che è tutta rossa”.
“Ci sarebbe voluto dell’acqua calda. Sembrano croste sulla pelle. Non vogliono andar via che spellandomi”.
“Ce n’è una caldaia, d’acqua bollente, se la volete, disse l’Angela.”
“Datemela che sono macchie che vogliono essere raschiate.”
Bastone entrò in punta di piedi e soffiò in una delle due lucerne.
“Zitto che se ne va adesso”.
“Chi?”
Il vicebrigadiere”.
“Crepi!”
“Crepi pure, ma se si voltasse indietro con due lumi accesi potrebbe accorgersi che c’è illuminazione, stasera”.
Il più alto gli calcò la mano sulla spalla.
“Ricordati che se tu dici una parola ti taglio la gola. Domanda al tuo patrigno se sono uomo di parola”.
Bastone fece segno che le sue orecchie sono la tomba di quello che ascoltano. Non restituiscono più nulla.
“Che cosa faceste della cartucciera e del fucile?”
“A te che cosa importa? Non pensarci, ci penserò io”.
“È mancato poco, disse Andrea al più alto, che il tuo cappello non mi facesse scappare in casa”.
“Taci che mi ha fatto passare un brutto quarto d’ora. Il mio berretto, nell’arrabattarmi, era caduto su Notarbartolo, insudiciandosi tutto di sangue. Non potevo mettermelo in testa senza farmi arrestare e non potevo andarmene a capo scoperto senza pericolo di farmi notare da qualche persona colla quale avrei potuto imbattermi. Non ho avuto altra alternativa che prendermi quello di Notarbartolo. Avrei potuto essere scambiato per il commendatore e questo, personalmente, mi avrebbe giovato. Tirati indietro, Andrea, che lo butto sul fuoco”.
“Sei matto? È buono ancora, sai”.
“Per mandarti in galera. Non bisogna mai tener nulla della persona scomparsa”.
Bastone avrebbe voluto salvarlo dalle fiamme.
L’uomo alto gli sgranò gli occhi e gliene tolse il desiderio.
“Adesso dobbiamo sagrificare anche gli abiti. Ce ne saranno degli altri, non è vero Filippella? Angela, butta sul fuoco della legna che distruggerà più presto. Gli abiti sporcati in questo modo si devono distruggere, se si vuol dormire tranquilli. Tu, Andrea, ci presterai i tuoi, anche se stracciati. Tanto non ci devono servire che per questa notte. Ci andranno bene, non avere paura. Prendi la mia giacca e mettila nelle fiamme. Aspetta, accidenti, che ho delle cose nelle tasche. Le vuoto io, lascia fare. Angela, dammi un asciugamano. Grazie. Vuota i catini e dacci dell’altra acqua, ché c’è n’è ancora del sangue da sgrommare. Se ho paura? Domandalo a Filippella. C’è sempre paura. Si possono usare tutte le precauzioni, per esempio, e essere veduti. Stavolta ho avuto paura che una testa fosse allo sportello al momento che cadeva il commendatore. Può darsi, come dici tu, Filippella, che io abbia straveduto.”
“Io invece, disse Filippella, se ho paura di qualcuno, ho paura di una testa di carabiniere. Dal berretto doveva essere un graduato. Avrò straveduto anch’io. Ma nel discendere, mentre le ruote del treno cigolavano e strisciavano per il freno poderoso, mi pare di avere visto gli occhi della testa che adocchiassero maravigliati! Ma, fortunatamente, scesero dall’altra parte”.
“L’importante è che nessuno ci abbia riconosciuti. E di questo, mi pare, siamo sicuri”.
“Lo spero”.
“Lo voglio! Lava bene il navello, Angela, dell’acqua bollente. Versacene molta. Te la pagherò, ma non mandarmi in galera per un secchio d’acqua, se ami il tuo Dio! E i calzoni? Al rogo! Una volta consumati dalla fiammata si è più tranquilli. Il sangue degli abiti, anche se vi passate sopra il sapone cento volte, non esce mai abbastanza per il chimico. Non c’è dunque che raccomandarci al fuoco. Dio santo, guardate, ne sono piene anche le calze. Non importa se non avete da cambiarcele. Datemi un po’ di tela usata che ci faremo delle pezze per i piedi come i soldati. Bisogna lavarsi i piedi, sai, Filippclla. Tu non ne sei abituato, ma ora ci va della tua vita. Mettitili nel catino e frega bene che è un sangue questo del commendatore viscoso, che non se ne va dalla pelle che con dei fregamenti infiniti. Volete un mio consiglio? Quando abbiamo finito, bruciateli, che non avrete più odori in casa che attirino il levriere della polizia. Questo incomincio a metterlo io sul fuoco. Io vi voglio bene. È meglio che abbiate qualche asciugamano di meno nel cassettone e qualche scudo di più in scarsella per comprarveli. Tenetevelo a mente che son quelli che vogliono troppo bene alla roba che vanno in quel luogo. Il Giaccone è in prigione per una correggia colla fibbia d’oro. Tu, Bastone, brucia anche le nostre calze. Bada che ti sto attento, sai”.
“Con un falò simile daremo fuoco anche alla bicocca.”
“Ohe, me n’ero scordato. Nicola, vai un po’ di fuori a dare un’occhiata se si vede troppo fumo del camino e se si vede a uscire infuocato. Ci potrebbe essere dintorno qualche finto babbeo per sapere che cosa succede. Metti su anche i fazzoletti da naso. Ne sono incatramati. Non mi è mai avvenuto di spargere tanto sangue per un uomo solo. Si direbbe che abbiamo sventrato un toro. Ne abbiamo un po’ su tutto. Aspetta, Andrea, a buttarli sulle fiamme di sapere se ci sono i barbagli nel fumo”.
“C’è una striscia di fumo nero che pare un pennacchio lungo nel chiaro della luna che si dissolve in alto. Nei dintorni non c’è faccia di vivo”.
“Bravo, mettiamo su anche loro. Avrei avuto bisogno di tre fazzoletti. Mi sentivo le dita impegolate e più di una volta ho avuto paura che mi scappasse il trinciante. Se non avete due camicie faremo senza. Anzi, farete bene a non darcele. Ci possono essere le vostre iniziali o si potrebbe, col confronto di altre, verificare che la cucitura è della stessa mano, della stessa vostra mano. La biancheria è la cosa più pericolosa, dopo i cappelli. Il cappello conserva sempre cosa alla quale voi non avete pensato. Il cappello è fatto apposta per mettervi sulla pista gli agenti con un certo fiuto. Mi piacerebbe essere a Palermo. Sono sicuro che la notizia della sua morte è già diffusa. Ci sarà stato qualcuno dei suoi alla stazione ad aspettarlo, lo si sarà cercato in tutti i vagoni, e si starà telegrafando a tutte le stazioni lungo la linea percorsa. Noi non abbiamo tempo da perdere. Fate fuoco e fate che consumi tutto, tutto. Che non rimanga nulla. Ne va della nostra vita. Si potrebbe venire in casa vostra a fiutare. Non appena ce ne saremo andati, aprite le finestre, asciugate bene il suolo con della sabbia, spegnete il fuoco colla cenere o con della sabbia. Risparmiategli l’acqua. L’acqua direbbe che l’avete spento in fretta. Il fucile e la cartucciera sono impicci. Ma dobbiamo portarceli via. Ah, se avessimo potuto gettarli al di là del ponte! Tutti i nostri sforzi sono riusciti vani. Nella spinta ho creduto di superare me stesso. E anche tu, Filippella, mi hai secondato bene. Ma il cadavere sembrava di piombo. Non ha voluto andare più in alto. Esso è andato a dare della testa sul murello e vi è rimasto come un sacco di sugna. È un signore che ci ha dato tutte le pene. Non ha voluto morire che puntato da tutte le parti. Le punte delle nostre armi da taglio sembravano smussate. Ci ha imbrattati di sangue come animali. E non ha voluto superare il murello per rimanere in terra a chiamar gente. Se fosse caduto nel torrente, forse nessuno lo avrebbe più rinvenuto. Sarebbe andato in mare e il pescecane o il pescespada ce lo avrebbe divorato. Iddio non volle essere dalla nostra. Non abbiamo che un’ora da stare sottosopra. Dopo non ci saranno più apprensioni. Quello che è stato è stato. Cercheranno e cercheranno sempre inutilmente. Non ci sarebbe che una spia che potrebbe consegnarci alla giustizia. E la spia, prima che parli, proverà i colpi del nostro coltello. A proposito, ecco qua che mi dimenticavo una cosa importante. Di bruciare anche questo portafoglio. È bello, mi piacerebbe, ma non mi fa gola. Ne tiro fuori i denari perché questi non hanno nome… Adagio, i banchieri tengono nota dei numeri dei loro biglietti. Ma questi non erano suoi. Glieli ha dati il curatolo. Eccone il conto. Posso dunque darli a te, Andrea, che ti faranno bene. Mettili sotto i mattoni o nel muro fino a quando non si parlerà più di Notarbartolo. È forse una precauzione inutile, ma te la consiglio, se non sei proprio disperato come Giobbe. Sono più di quattrocento lire. Ne sei contento? Noi non ci teniamo un centesimo di quello che aveva indosso. È roba vostra, buon prò vi faccia. Sei pronto, Filippella? Non c’è tempo da sciupare. I carabinieri potrebbero già essere alla nostra ricerca. Avvolgiti bene, annerisciti la faccia per cambiarti i connotati… Aspetta. Se ci pigliassero con dei neri sulla faccia, direbbero subito che volevamo nasconderci. Meglio arrischiare di essere presi, così come siamo, e negare, negare sempre. Non c’è che il testimonio oculare o la prova palmare che possa fare condannare chi tace. E noi, grazie a Dio, abbiamo fatte le cose senza importuni e senza lasciare indizi del nostro passaggio”.
“E le macchie di sangue nel vagone? domandò Filippella, grattandosi l’orecchio”.
“Certo le troveranno, se i nostri amici non saranno riusciti a farle scomparire. Le macchie rivelano che un uomo è stato ucciso; non rivelano il nome degli uccisori”.
“Daranno qualche fastidio al conduttore”.
“Può darsi. Ma il conduttore ha nulla da temere. Egli non può essere in tutti i vagoni”.
La La Monica continuava a guardare Filippella.
“Scusate, gli domandò sommessamente, perché lo avete ammazzato?”
Egli rimase lì colpito da una interrogazione che non gli era mai passata per la mente. Le rispose con una spallata.
“Domandatelo a lui, perché lo abbiamo ammazzato!”
I PROBLEMI DELL’ISOLA

QUI, mi disse il barone Listulla, incomincia il mio feudo”.
“Guardate l’orologio”, aggiunse il marchese di Cadi colla sua voce carezzevole.
“Sono le sette, risposi”.
“Noi non giungeremo al Casamento che fra qualche ora. Dico bene, barone?”
“Dite benissimo, se non lascieremo addormentare i cavalli”.
Il marchese spronò il suo e raggiunse il capo dei campieri, un bell’uomo dalla céra rubiconda e sbarbata, vestito di velluto di seta, con una graziosa camicia di flanella bianca solcata di piselli verdi, sulla quale spiccava una cravattuccia a nodo fatto, color solferino pallido, giù a piombo lungo il listone dello sparato. L’anello grosso colla larga pietra violacea e il cappello di feltro nero che lo difendeva dal sole gli davano un’aria di grande signore. Gli altri campieri che ci stavano intorno come una corona, sbarbati anch’essi, avevano in testa una berretta rotonda cenerognola e indossavano una giacca e un paio di calzoni rasente le gambe di tela greggia. Cingevano ai fianchi una fascia verde, i cui fiocchi svolazzavano tutte le volte che la comitiva si metteva a trottare.
Noi eravamo armati di piccoli revolvers che tenevamo nel taschino del panciotto e loro di doppiette, carabine corte a due canne che si lasciano maneggiare e puntare anche da un ragazzo. Il loro tiro a settecento passi è sicurissimo.
“Non uno dei miei campieri, disse il barone, lascierebbe in piede un uomo che ci desse fastidio”.
“Che peccato, barone, che i terreni dei latifondi rimangano spopolati. Si è come in un deserto. Si va, si va e si continua andare senza trovare mai né un albero, né una casa. Da noi è il contrario. Le nostre campagne sono affollate degli uni e delle altre. Si è sicuri di bere un sorso d’acqua fresca ad ogni tiro di schioppo”.
“L’acqua è forse la ragione dello spopolamento. Non piove mai, mai, mai! Date un’occhiata a tutti questi prati arsicci. Siamo condannati a una siccità che ci mette sete, ci distrugge il raccolto e ci converte i ruscelli in stagni pestilenziali, in pozzanghere dalle quali vaporano miasmi che producono la malaria micidiale e rendono inabitabili il suolo più ubertoso d’Italia. Perché il nostro suolo è fertile, fruttifero, è pieno di risorse. L’aratro non ha che da sfiorarlo o da scorticarlo per vederlo fiorire. Ma l’acqua? Ah, se noi avessimo l’acqua! Invece le acque impaludate sono la maledizione dell’agricoltura siciliana e la miseria dei nostri contadini”.
“Coi potenti mezzi idraulici d’oggi non dovrebbe essere difficile, barone, di bonificare le zone paludose e di irrigare con dei serbatoi artificiali i terreni martoriati dall’arsura. Non ci sarebbe che di canalizzare i fiumi e i corsi d’acqua esistenti per vedere i campi biondeggiare di spighe”.
“Ci vorrebbero dei denari, caro signore. Domandatelo al marchese: non è vero, marchese? domandò il barone a voce alta. Non è vero che la ricchezza dell’Isola se ne va tutta in tante imposte?”
Il marchese lasciò cadere la testa sul petto.
Mi arrischiai a dire che il governo avrebbe dovuto interessarsene e iniziare lui stesso l’irrigazione coi serbatoi. Lo Stato c’è e ci dovrebbe essere per qualche cosa. Dove la popolazione è impotente, lo Stato deve intervenire colla coltura e coi capitali. Non le pare, barone?
“Non mi parli del governo, se non vuol vedermi andare in furia. Una volta ero statolatro e mi sono bisticciato col marchese che non lo era”.
“Scusate, barone. Mi avrete frainteso. Io non sono mai stato anarchico. Mi sono dichiarato nemico del governo italiano perché è composto di gente inetta, di presuntuosi e di imbecilli. Ma sono uno dei più grandi entusiasti della macchina legislativa. Per me, il governo, non dovrebbe essere che l’esecutore della volontà della Camera o dei due rami del Parlamento”.
“Come, come, disse il barone con un sorriso maligno. Voi radicale, voi autonomista, siete ancora al Parlamento bicamerale?”
“E perché no, quando il Senato fosse eletto dallo scrutinio di lista, come in Francia, per esempio, o dagli elettori che eleggono i deputati, come nel Belgio? In certi casi la seconda Camera può essere un freno alle impetuosità della prima”.
“Caro marchese, voi fate ancora delle riverenze alle istituzioni venerabili. Accettando il freno di una seconda Camera, voi distruggete la sovranità della prima. Poche centinaia di teste canute e piene di pregiudizi potranno domani mettersi in conflitto col popolo e respingere i lavori legislativi dci suoi rappresentanti. Io che sono autonomista come voi, desidero, per la nostra Isola, un’Assemblea nazionale. Null’altro”.
“Cromwell, dopo avere distrutta la Camera Alta, ha dovuto rifarla”.
“E sapete perché? Per umiliare l’aristocrazia, mandando a sedere al posto dei legislatori ereditari e a vita dei lattai, dei calzolai e dei sarti. Ve ne mandò sessanta, lo so bene. Sentite, se si facesse sosta? Non vi nascondo che ho un po’ d’appetito. Ho l’abitudine di alzarmi e di mettermi a tavola a divorare due uova al lardo sul pane tosto, inaffiate da due o tre tazze di tè indiano. Questa mattina era troppo presto e ho dovuto contentarmi di una tazza di caffè. Licata, fermati e facci portare i cestelli della colazione. Badate, disse il barone scendendo, che non ci sono che dei sandwiches per tenerci insieme l’anima e il corpo, fino a quando saremo alla Masseria, e del cognac tre stelle, del whisky scozzese per il marchese e della grappa per i campieri e anche per noi se ne vorremo”.
I campieri in un attimo furono in terra. Due di loro presero le briglie delle cavalcature e gli altri, in un batter d’occhio, spiegarono una tovaglia, vi misero in giro tre tovaglioli e tre bicchieri di argento e un vassoio di sandwiches.
“E per voialtri, campieri, che cosa vi siete portati?”
Licata, con una serietà poco adatta alla sua faccia gioconda, rispose per tutti.
“Voscienza non si disturbi per noi. Noi abbiamo del pane, del cacio e del marsala di Florio”.
“Cacio! disse il barone mettendosi in bocca un panino ripieno. La mia bocca non può mangiare cacio siciliano. Sente sempre della ricotta dei pastori delle montagne madoniane e del mistrettese. In Sicilia l’industria dei formaggi è quasi sconosciuta e dove è conosciuta è primitiva. Noi avremmo bisogno di scuole tecniche che insegnassero alla nostra popolazione rurale, come si insegna nelle province di Belluno e del Friuli. Immaginatevi che nella patria del latifondo non si fa burro! In nessun angolo delle abitazioni dei contadini vedete mai la zangola dei vecchi contadini delle regioni alpine, del Piemonte e della Lombardia. Al nostro formaggio preferisco lo stracchino di Gorgonzola e il famoso parmigiano delle montuosità reggiane”.
“I miei complimenti, barone; in questo momento avete l’aria di un direttore di una grande latteria sociale”.
“Vi confesso che anni sono mi è venuto il ticchio di impadronirmi di tutto il latte dell’isola, del latte di vacca, del latte di capra, del latte di pecora, con una specie di sindacato”.
“Volevate farne un monopolio?”
“Precisamente. Fino a quando De Felice e gli altri capi fascisti come il Barbato e il Bosco non ci condurranno in piena utopia, io crederò sempre nella grande compagnia che uccide la concorrenza. Io sono stato negli Stati Uniti d’America e ho studiato intimamente i trusts. Non sono della cooperazione. Ah, no! Gli americani non sono adoratori dei pionieri di Rochdale. La cooperazione è più taccagna e meno intelligente. Mentre la grande compagnia non solo sopprime i concorrenti, ma protegge il pubblico. Voi, ridete, marchese. Me ne duole per voi”.
“Fino al Socialismo, caro barone, la concorrenza è la sola protezione che rimanga per il pubblico. Senz’essa verrebbe divorato”.
“Andate in America come ho fatto io e ritornerete un trust-maker. Prendiamo un minerale qualunque. Prendiamo l’antracite della Pensilvania. Prima dei trusts c’erano ottantadue compagnie sopra un’estensione antracitifera di trecento mila acri. C’erano ottantadue direttori che sprecavano l’intelligenza a contendersi i compratori col buonmercato”.
“Il compratore non tende che a questo”.
“Aspettate. Licata, versati e versami due dita di cognac Martello. A te e a me piace. E voi, Luraschi, che cosa fate, non bevete? Offri del whisky al marchese. Non abbiate paura, è dello scozzese stravecchio.
Dicevo? Si parlava di antracite. Con ottantadue compagnie, una operazione che poteva essere compiuta, diciamo, da novanta persone, esigeva un personale moltiplicato per ottantadue. Voi vedete subito che questa spesa enorme doveva pesare sul compratore, come vedete, senza sforzi mentali, lo sciupio che la popolazione degli Stati Uniti faceva dell’energia umana. Il trust ha spazzato via tutte le piovre della concorrenza, ha migliorata e regolata l’estrazione ai bisogni del regno, ha elevato la condizione degli operai con un aumento di salari e un lavoro costante per gli addetti, e ha protetto il pubblico contentandosi di un profitto poco variabile e ridotto ai minimi termini. C’è una moralità nel trust che troverete difficilmente nella cooperazione, la quale è taccagna come i suoi rappresentanti entrati nella vita industriale e commerciale coi risparmi individuali collettivizzati. La mente del cooperatore è gretta come quella del bottegaio comune. Pensa ai dividendi come quest’ultimo pensa ai guadagni quotidiani.

Lu viddanu fatto riccu
Nun cunusci né parenti né amicu.

“Sì, accetto uno dei vostri sigari, marchese, perché so che sono eccellenti. E voi, Luraschi, volete dare la preferenza a uno dei miei?”
“Grazie, barone”.
“Io e il povero commendatore Notarbartolo, quando era direttore del Banco di Sicilia, ci siamo occupati sovente delle nostre solfare, le quali, riunite in un trust, quintuplicherebbero la produzione e i guadagni, distruggerebbero la schiavitù dei carusi – la vergogna siciliana – e darebbero ai picconieri una esistenza migliore e più confacente alle esigenze della vita moderna. Non credete, marchese?”
“In questo sono con voi, barone. Ci ho pensato più di una volta anch’io, a una specie di sindacato che mettesse assieme gli interessi di tutti i proprietari o di tutti i padroni con dei magazzini generali. Ma poi mi sono detto che il mio era un sogno come quello del povero Owen, il quale credeva di indurre la borghesia rapace a sottomettersi ai suoi stores del suo national equitable exchange. Mi sarebbero mancati gli ingenti capitali necessarii e il mio edificio mi sarebbe venuto sulla testa”.
“Voi avete un debole per la cooperazione, si vede. Io sono più pratico: io sono per il trust, più forte e più razionale. Il trust delle solfare sarebbe una diffusione di prosperità in tutta l’Isola”.
Caro barone, mi diceva Notarbartolo, noi navighiamo in piena utopia. Dove possiamo trovare i capitali per riorganizzare una produzione che dà ora 40 milioni di lire all’anno e che col vostro trust ne potrebbe dare più di cento? Voi sapete che al Banco di Napoli io sono combattuto da molti consiglieri, i quali mi chiamerebbero la rovina del Banco se proponessi di concorrervi anche con poche centinaia di migliaia di lire. La vostra idea è bella, è buona, è utile, ma inattuabile. È di quelle che non si sviluppano senza il concorso governativo. E il governo non ci darà mai i trecento milioni che ci abbisognerebbero.
“Il Governo! disse con sarcasmo il marchese. Il governo, sapete che cosa sarebbe capace di fare per aiutare il vostro trust? Di caricarvi l’industria con qualche nuova tassa. Lo conosco il nostro governo!”
“Divido, marchese, il vostro disprezzo per il governo nazionale. Non ha fantasia che per le tasse. L’industria dello zolfo ne è sotto, schiacciata. Ha sullo stomaco la tassa fondiaria, la ricchezza mobile, la tassa di registro e di bollo, la tassa camerale e altre tasse che non ricordo”.
“Dimenticate, barone, il dazio di esportazione di undici lire la tonnellata! La tonnellata di zolfo ha un valore lordo, alla buca della zolfara, di circa quaranta lire. Il ladrone nazionale, senza far nulla, senza pensare a nulla, incarica un agente di portarne via undici! E poi andate a dire, diss’egli cogli occhi verso Luraschi, che in Sicilia ci sono dei briganti!”
“I cavalli incominciano a scalpicciare e sarà bene rimetterci in cammino”.
“E voi non credete, barone, che se tutti i proprietari di miniere si mettessero d’accordo, non riuscirebbero al vostro ideale del trust?”
“I conti sono presto fatti. Essi sono circa seicento. Supponete che ciascuno di loro potesse concorrere, per la costituzione di questa specie di consorzio generale, con trenta mila lire. Parecchi di loro, per non dire la maggioranza, sono obbligati a vendere agli speculatori di Messina il minerale prima di estrarlo. Da costoro noi non potremo aspettarci nulla. Ma supponiamo. Col concorso di tutti noi avremo cento ottanta milioni”.
“Non c’è male, via, barone. Se si potesse adunare tanti quattrini in un volta, io mi ci metterei domani”.
“È una somma cospicua, non nego, disse il barone mettendo il piede nella staffa e passando l’altra gamba dall’altra parte della sella. Ma pensate, mi diceva il defunto commendatore Notarbartolo, che c’è tutta la viabilità da fare. Ci sono molte zolfare che distano dai porti sessanta, ottanta e anche cento chilometri. Ora, mentre parliamo, il trasporto dello zolfo si fa col sistema antidiluviano dei muli. Convenitene, aggiunse il direttore del Banco di Napoli, mettendomi la mano sulla spalla, che i semplici lavori stradali e il materiale ferroviario ci mangerebbero la somma e forse forse non basterebbe. E poi? E poi, mi disse, voi dovreste, se volete sopprimere i carusi e triplicare l’estrazione, rivoluzionare la miniera colle macchine che lavorano già nelle miniere inglesi e americane e dovreste sostituire i forni Gill ai così detti calcheroni che distruggono una quantità enorme di zolfo per separarlo dalla ganga”.
E dove lasciamo i picconieri? Se portiamo loro via i carusi e cioè del guadagno, non possiamo lasciarli colla miserabile mercede di due o due lire e cinquanta al giorno. In America, ove impera la teoria del trust, la quale è di dare il maggior comfort al maggior numero, gli uomini non si seppelliscono nelle viscere della terra per sei o sette ore se non per un minimum di due o tre dollari. In Inghilterra, nel Northumberland, il centro delle miniere carbonifere, i minatori guadagnano una inezia di sette o otto scellini al giorno.
“In Inghilterra e negli Stati Uniti d’America, caro barone, c’è libertà di sciopero e di lock-out. I padroni possono licenziare i lavoratori e i lavoratori possono licenziare i padroni senza l’intervento della polizia e dell’esercito. I salariati hanno aumentati i salari collo sciopero. I lavoratori siciliani, se facessero altrettanto, sarebbero sicuri di essere presi a fucilate o di andare in prigione come tanti rivoltosi, come è avvenuto, ai tempi dei Fasci, in tanti e più luoghi. Il governo centrale dà piombo a chi ha fame”.
“Che cos’è, domandò, tutta quella gente che vedo là in fondo gremita?”
“Se mi date il vostro canocchiale, rispose il marchese, ve lo saprò dire. Ah, ho capito. Oggi è la festa degli alberi. Gli alberofili vanno per le zone alberiere a predicarne la protezione e la coltura.”
“Avete ragione, marchese. Egli deve essere il professore di un collegio il quale mi ha domandato il permesso di fare un discorso alla sua scolaresca intorno alle poche piante saracinesche che vedrete indubbiamente per la loro immensa mole. Ciascuna di esse occupa una piattaforma da centotrenta a cento cinquanta metri e sta colla punta sul cielo da oltre un secolo. Licata, chiama i cani, falli tornare indietro che potrebbero spaventare gli studenti”.
Licata fece dare il segnale della ritirata al trombettiere e tre campieri, a pancia a terra, si misero a inseguirli e a chiamarli per nome.
“Rasso, indietro!”
“Vieni Francia, che ti chiama il padrone!”
“Permettetemi una domanda, barone. Non siete mai stato sequestrato dai briganti!”
“Mai! E neppure il marchese di Cadì, credo, non è vero?”
“Neppure”.
“Ho l’abitudine di andare al mio Casamento col solo Licata. Non siamo mai stati sturbati e non abbiamo mai fatto cattivi incontri. Se ci fossero ancora dei briganti e venissero alla nostra volta, si caverebbero il cappello con degl’inchini profondi. Se il mio ottimo e indimenticabile amico Notarbartolo avesse ascoltato i miei consigli, non sarebbe stato ricattato e a quest’ora non dormirebbe il sonno eterno sottoterra. In un un paese dove la vita non è sicura, mi diceva, un giorno, il prefetto di Palermo, Bardesono, che voi, Luraschi, avrete dovuto conoscere perché è stato qualche anno anche a Milano, non posso biasimare coloro che si mettono sotto la protezione di qualche re del deserto. La nostra polizia e il nostro esercito sono impotenti a difenderci e noi ci curviamo a chi ci domanda con tanta grazia una manata d’oro all’anno. L’ultima l’ho data al Nobili. Ma non l’ho mai negato né al Leone, né al Di Pasquale, né al Valvo, né al Cicero. Così avesse fatto Notarbartolo. Sarebbe forse qui con noi a discorrere”.
Il cavallo mi prese la mano e si lanciò a furia verso un punto ignoto, caracollando per sbalzarmi di sella e riprendendo la corsa sfrenata con tre trabalzi come se fosse stato inasprito dai miei speroncini. In uno dei suoi scatti, mi sgusciarono le redini dalle mani e non ebbi più, per salvarmi, che il suo collo, il quale, per liberarsi dal mio abbraccio, si levava in alto con degli scotimenti da forsennato. Avevo paura che le redini gli andassero nelle gambe e mi trascinasse seco nella caduta. Ma colla mano allungata riuscii a riprenderle, e subito dopo, con degli strappi al morso che gli facevano sanguinare la bocca bavosa e lo costringevano a sostare sulle gambe di dietro, riuscii a domarlo e a ubbidire alle stellette dei miei sproni.
Alla distanza di un chilometro mi volsi e vidi il marchese di Cadì che mi inseguiva al gran trotto, seguito da due campieri che non riuscivano a tenergli dietro. I campieri ritornarono alla comitiva e il marchese continuò il galoppo fino a quando mi raggiunse.
“Non vi siete mica fatto male?”
“Che! Ho imparato a stare a cavallo da ragazzo. Mi avrebbe potuto portare ancora più lontano senza rovesciarmi. Io e il cavallo non facciamo che una persona sola.”
“Potevo immaginarmelo dal modo con cui state in sella. Io vi ho seguito per prevenirvi di una cosa. Il suo castello baronale non è che a dieci minuti dal Casamento, e il Casamento è in vista. Vi presenterà, indubbiamente, alla sua signora, la quale non è precisamente sua moglie, ma è come se la fosse. Il barone le vuol bene e da essa ha avuto tre figlie, una più bella dell’altra. Non la tiene a Palermo per evitare a lei anche la parvenza della sgarbatezza. Voi sapete come sono rigide le famiglie palermitane sulle unioni, dirò così, irregolari. La ignorerebbero e offenderebbero il barone, il quale, quantunque spregiudicato, sente al vivo le sconvenienze fatte alla donna del suo cuore. Voi state per farmi una interrogazione. Se le vuol bene perché non la sposa? Perché è nel suo programma l’unione libera, saldata dall’amore che nasce nel cuore. Forse ve ne parlerà egli stesso, perché il barone non ama misteri intorno alla sua affezione. Chi va in casa sua è suo amico. Ho voluto prevenirvi perché non vi lasciate sorprendere da qualche brivido alla sua presenza”.
“Vi ringrazio, marchese. Non crediate che io sia di pelle così sottile. Posso avere altri ideali per delle altre ragioni sociali, ma capisco l’alta poesia dei matrimoni liberi”.
“Vedete laggiù, ci disse il barone con la mano puntata verso la terrazza tra le due torricelle della facciata di un castello diroccato, vedete laggiù delle ragazze intorno a una signora? Esse sono là per vederci spuntare. Agitano i fazzolettini bianchi e gettano baci all’aria. È là tutta la mia consolazione. In mezzo a loro io sono felice, felice, felice! Che ne dite marchese del mio entusiasmo per la famiglia? Voi pensate alla vostra adesso. Vi ho veduto la volta che siamo andati a Monreale a riprender la vostra signora e le vostre figlie. Abbracciaste lei e loro colla commozione che chiude gli occhi. Ve ne ricordate, marchese? Veniamo, veniamo, carine! Le birichine mi hanno abituato ai loro baci e io non mi trovo più bene che tra loro. Un bacio delle mie figlie e non ho più desiderii”.
“Siete ingiusto, barone. Se la baronessa fosse qui a sentirvi vi terrebbe il broncio”.
“Sono sue figlie, marchese, e dessa le idolatra più del padre. Baciando loro, è come baciare la mamma. Vedete come si sbracciano per farci capire che siamo attesi? Vengo, veniamo, via! Licata, precedici e va ad annunciar loro il nostro arrivo. Tocchiamo leggermente le cavalcature ed accorceremo loro l’ansia. Scusate, caro Luraschi, se vi faccio assistere a questa scena intima. Sono via da due mesi, gli affari mi hanno trattenuto sul continente più che non avrei voluto e ora vorrei già averle nelle mie braccia. Discendono, vedete, per venirci incontro. Brave, brave! Perdonatemi se sprono il mio cavallo. Marchese, affido a voi l’amico.”
Se ne andò, solo, senza campieri, col cappello calcato sulla testa, col cavallo lungo, nero, che divorava lo spazio senza salti, senza nitriti, senza impennamenti, senza alterare la velocità che non poteva essere maggiore. Lo vedemmo discendere e perdersi sulla bocca della baronessa, l’uno cinto dalle braccia dell’altra, con le figlie intorno che colle mani alzate domandavano la loro parte di baci. Poi toccò la loro volta. Il barone, ancora commosso, prese le ragazze ad una ad una, sollevandole in alto per baciarle sulle labbra con trasporto.
“Basta, signorine, o mi farete dimenticare i miei ospiti”.
“Giulia, il marchese di Cadì non ha bisogno di esserti presentato, e il nostro amico Luraschi, un artista della penna…”
“Barone!” dissi io curvandomi alla signora e baciandole la mano pozzettata ch’essa mi aveva porto.
“Siate il benvenuto”, mi disse ella con grazia naturale.
Poi si volse al marchese, le strinse fortemente la mano e lo prese sotto braccio e si avviarono verso l’entrata, mentre i domestici conducevano dall’altra parte, verso il Casamento, i cavalli.
Le fanciulle parevano la fusione del padre e della madre. Belle, di una bellezza sana, coi polpacci delle gambe nella seta color carne che ne rivelavano la vigoria. Le differenze che notavo non distruggevano l’assieme di tre fanciulle dagli occhioni lattiginosi, con le palpebre lunghe, coi folti e biondi capelli leggermente ondeggiati, giù per le spalle, colla tinta del volto accesa, spruzzata di sole. Annetta, la maggiore, si distingueva per i labbruzzi più grossi e più sensuali di quelli delle altre e per la robustezza delle spalle d’una vita slanciata. Nennene era più agile e più alta, colle dita affusolate di una mano modello, e col seno incipiente. Olga, colla sua pozzetta sotto il labbro inferiore, traduceva la bontà infinita. Era gaia, ridanciana, con una negligenza nella veste che le pendeva ora da una spalla e ora dall’altra.
“Bondì, signore”, mi disse prendendomi per la mano e accompagnandomi fino al vestibolo a vetrate che ci permetteva di vedere in faccia allo scalone un giardino lussureggiante e colorato da una moltitudine di fiori.
La figura più eminente nel vestibolo era, per me, il maggiordomo. Un tipo delle vecchie case patrizie, un servitore fedele che nasce e muore nello stesso luogo e patisce e gioisce dei dolori e della letizia dei padroni. Alto, con una testa rotonda di pochi capelli bianchi girati intorno le tempia, con una faccia olivastra, col collo lungo, vestito di nero, con cravatta bianca e il davanti della camicia a pieghette alternate di bollicine circondate di trafori.
Il barone gli andò incontro, domandandogli come stava.
“Bene, signor barone”.
“Giovanni, conduci i signori nelle loro stanze e metti a loro disposizione Giuseppe e Federico, due servi che non soffrono distrazioni. Ci rivedremo fra un’ora, se non siete stanchi, non è vero?”
“Fra un’ora”.
Il mio appartamento era composto di tre locali. Il salotto, la stanza da letto e il gabinetto della toeletta. La tappezzeria del salotto era caffè chiaro con dei rosoni vermigli slabbrati sulle foglie fresche. Nella parte più larga era incastrato un magnifico specchio di Venezia che mi riceveva tutto intero e mi rifletteva parte del soffitto illustrato da una corona di ninfe leggiadre colle eminenze del seno coperte di tulle rosa. La parte di faccia era coperta da una libreria giallorossigna come il mogano, piena di romanzi, di libri politici, di studi letterari, di opere d’arte, in francese, in inglese, in tedesco e in italiano. La libreria è l’uomo, come la cucina. Chi si nutrisce bene lo stomaco e il cervello è senza dubbio un raffinato. Vi ho trovato il pensatore che si tuffa nelle scienze sociali, il gourmand che si delizia di frasi martellate e brunite dal genio, il viveur che sfarfalla per i campi poetici, e il buon gustaio che corre dietro ai capolavori dei romanzieri del mondo.
La stanza era semplice. Un letto alto, colla lettiera altissima, coperto da un coltroncino giù a piombo tra due muri verdemare. Un comò vicino al capezzale, due sedie di noce, un tappeto fiammeggiante rasente il letto e un cortinaggio alla finestra di pizzo fatto a mano con della mussolina cielo chiaro.
Facendo toeletta non potevo non pensare alla felicità del barone. Ricco sfondolato, con una mente superiore, in un ambiente in cui si gareggiava a prevenire i suoi desideri e a volergli bene. La baronessa era un’asta di donna nell’armonia delle forme. L’altezza si adattava mirabilmente alla rotondità del corpo. La fotografai a penna nel mio carnet. Carnagione perlacea soffusa di un rossore quasi dilavato. Trecce di capelli nerissimi attorcigliate e tenute assieme da un pettine di tartaruga col lastrone arcuato e trasparente che le dà l’aria di una baronessa autentica. Due gocce di brillanti ai lobi che gettano sprazzi sulla freschezza del collo altezzoso che esce da un busto slanciato. Gli occhi sono un nido di dolcezza e le labbra sembrano tinte di sangue vivo. La sua voce ha tutte le modulazioni. Da quella che va a remigare per le vene a quella tempestosa che mette sottosopra.
Le sue mani sono il capolavoro della sua persona. Un’artista vi si perderebbe sopra delle giornate senza stancarsene.
“Stavo per mandare di sopra a vedere se vi eravate sdraiato”, mi disse il barone venendomi incontro. “Il marchese è nel giardino colla mia Giulia e le mie figlie. È tempo di far colazione. Spero bene che a quest’ora avrete fame.”
“Indubbiamente, barone.”
La baronessa venne a tavola in una toilette che lasciava ammirare le linee splendide del corpo senza turbare lo spirito di chi la vedeva. La veste di stoffa nocciuola, fine e molle, le aderiva alle carni e le dava una grazia che elevava in me il gusto per l’acconciatura femminile. Il farsetto dello stesso colore e a grandi risvolti trapuntati, con le maniche brevi e illustrate alle estremità dal pizzo ricco e fluente, ci permetteva di vedere la leggera palpitazione del petto sotto la camicetta color fuoco che la circonfulgeva di un bagliore di brace. Alla sommità del seno bipartito, era la folgorazione di un ferro di cavallo ammucchiato di brillanti minuti.
Io le stavo di faccia e il marchese le sedeva vicino. Guardando nella limpidezza dei suoi occhioni, vedevo la sognatrice abituata alla contemplazione e alla pace grandiosa della campagna che aveva per sfondo un semicerchio di montagne nella luce azzurra del cielo. Parlava con una certa eleganza senza dare al periodo l’affettazione della saputella. Il barone, dopo averci detto alcune sue impressioni sulla popolazione del continente, riprese il suo ragionamento sulla condizione generale dei contadini siciliani, dicendoci i miglioramenti che egli aveva introdotto nel suo latifondo, rotto ormai in tanti appezzamenti e affittato a mezzadria pura e semplice, vale a dire senza i gravami e le angherie che portano via al coltivatore la parte maggiore del raccolto.
La baronessa prendeva parte alla conversazione con qualche monosillabo e sovente vi aggiungeva la sua esperienza acquistata durante l’assenza del barone. Essa conveniva che il latifondo, come era tenuto dalle grandi famiglie, voleva dire la miseria delle masse dei campi. Non dava abbastanza lavoro e produceva troppo poco.
“Non ho mai capito, barone”, gli domandai, “perché i contadini siciliani non vogliono abitare la campagna. Da noi, dappertutto, i campagnuoli rimangono campagnuoli. Salvo coloro che emigrano, non ce ne sarebbe uno che lavorerebbe in campagna e abiterebbe in città, nemmeno se gli pagassero la carrozza. Vi si troverebbe come un pesce fuor d’acqua, senza contare i disagi delle abitazioni a parecchie miglia dai campi di lavoro”.
“È un argomento troppo complesso, perché io vi possa rispondere con poche parole. Ce ne occuperemo quando vi condurrò a vedere le abitazioni dei miei coloni, abitazioni, non fo per dire, che non troverete neppure sui fondi del duca d’Aumale, il quale, con degli ingenti capitali, ha sostituito e sta sostituendo la coltura intensiva alla estensiva in tutta le terre accomunate sotto il nome di Zucco, non molto lontano da Palermo”.
I camerieri che ci servivano a tavola sembravano le due parti della mela. L’uno assomigliava all’altro e tutti e due parevano nati nello stesso giorno e colla stessa voce. Senza vederli non si capiva se era Carlo o Giuseppe che rispondeva. Vestivano entrambi di bristol nero, colla giacca che arieggiava lo smoking e col cravattino bianco puntato al bottone del solino candidissimo. Io li guardavo e il barone se ne accorse.
“Sono gemelli, caro Luraschi. Rappresentano la terza generazione dei nostri servitori cresciuti in casa. I loro nonni erano i domestici di mio nonno. Di questi servitori si va perdendo la stampa. Noi li amiamo come della stessa famiglia, non è vero, voialtri?”
“Senza dubbio, signor barone”, dissero entrambi collo stesso tono di voce.
“A proposito barone”, domandò il marchese, “avete sentito dello scandalo di Girgenti?”
“Ne ho ancora per le orecchie. Ieri sera avevo in casa degli amici e non si è parlato d’altro. Tra gli amici c’era il signor Legato, venuto da me per accomiatarsi e a dirmi che aveva dato le dimissioni di procuratore generale”.
“Perché, poi?”
“Perché nel trasloco egli ha veduto, come prima di lui il Venturini, la mano politica che punisce chi vuol andare oltre la corteccia dell’affare Notarbartolo. Pare che egli stesso volesse domandare alla Camera l’autorizzazione a procedere contro un deputato. Non mi volle dire il nome per un eccesso di prudenza. E così, col vostro consenso, faccio anch’io”.
“E fate bene”, disse il marchese. “È un nome che non ha bisogno di essere pronunciato, non è vero Luraschi?”
“È un nome”, aggiunsi, “spaventevole che si fa vivo in tutte le nostre inchieste come per fare delle risate sulla nostra insistenza. Fino a pochi giorni sono, io e Tiraboschi, lo credemmo agguantabile. Ora siamo del parere contrario. Ci siamo dichiarati sconfitti. Così sarà dello scandalo di Girgenti. Le allusioni a certi nomi di “fratelli” della “Fratellanza” che uccide sono quasi leggibili. Ma vedrete che rimarranno nel mistero. L’omertà è invincibile.”
“Fino a quando l’Isola non diverrà autonoma. Voi che vi ricordate di quello che dissi la prima volta che ho avuto il piacere di conoscervi, direte che è una mia fissazione. Ma noi dobbiamo separarci dall’amministrazione centrale che ci mangia vivi in tante tasse e ci punisce popolandoci gli uffici di prefettura e di polizia e della magistratura di gente avariata e rifiutata dal continente. Il barone è del mio avviso”.
“L’Italia una dei patriotti è stata una disillusione. Dal sessanta in poi noi siciliani ci siamo lasciati cullare dal ritmo sonoro della loro voce armoniosa. L’incanto è rotto. Noi ci troviamo alla mercè di una mafia ufficiale che ci fa più paura della mafia siciliana”.
La baronessa ordinò a Carlo di portare al barone la macchina del caffè.
“Non c’è che lui che sappia farlo bene”.
“Tutti sanno farlo bene, cara Giulia, con questo arnese che non ha bisogno che della esattezza. Tante chicchere d’acqua e tanti cucchiaini di caffè. Non ci sono che gli americani che sappiano produrre di queste cose che rendono inutile l’intelligenza dell’uomo. Io accendo lo spirito sotto il globo dell’acqua, l’acqua bollente passa nell’altro globo e un minuto dopo il caffè, come vedete, esce bello e fatto e va nella tazza con tutto il profumo dei chicchi macinati. Un caffè come questo deve inebbriare il pensiero anche di un idiota.”
“E davvero eccellente, barone”.
“Squisito”.
“Non sciupatelo col liquore. Lo spruzzo d’alcool è per le persone che hanno il senso del gusto ottuso. Fumate pure perché la Giulia è una fumatrice di sigarette”.
La baronessa, centellinando il moka, domandava che cos’era questo scandalo di Girgenti.
“Scandalo per modo di dire. Perché non si tratterebbe che dei rapporti di certe persone con certe altre”.
“O piuttosto di delinquenti alti e di delinquenti bassi”.
“La “Fratellanza” che si sarebbe scoperto deve essere un’associazione di molti “fratelli,” se si pensa che se ne sono arrestati più di quattrocento”.
“Il numero preciso”, diss’io al barone, “è di trecento sessantacinque. È un’associazione di malviventi che capovolge un’altra volta il concetto che si sono fatti della mafia i cosiddetti distributori geografici del delitto, come li ha chiamati l’onorevole Colajanni. Se sono veri i particolari che abbiamo letto nei giornali, la “Fratellanza” avrebbe uno statuto coi soci vincolati dal giuramento. Io ho sempre sentito dire, e specialmente dal marchese di Cadì, che la mafia è uno spirito atavico e nazionale, più vigoroso in certi individui che in certi altri”.
“Ed è così ancora, mi rispose il marchese. La mafia è una cosa e la compartecipazione ad atti criminosi è un’altra. Dove trovate l’associazione, come a Girgenti, potete essere sicuro di trovare una più estesa ingiustizia sociale. La rivolta in Irlanda è medioevale ed è nel sangue di ogni irlandese. Ma dove, nella storia, trovate la confederazione criminosa di una classe contro un’altra classe, siete arcisicuro di rinvenire i documenti che l’ingiustizia sociale è la causa unica e sola del risentimento, della vendetta e del delitto. Le condanne eccessive contro la popolazione rurale che moriva di fame hanno fatto nascere le odiose associazioni dei ribbonmen, dei moonlighters e dei boycottisti. È stato così, da noi, nel ’66, durante la rivoluzione del sette e mezzo, come si dice, perché durò sette giorni e mezzo. Nei centri ove la fame dei contadini era maggiore, si elevava il grido di: morte ai galantuomini! e si innaffiavano le vie di sangue. Sopprimetene le cause, e non avrete più che delinquenti nati, quelli che nessuna terapeutica può guarire”.
Il marchese aveva pronunciate tutte queste parole di un fiato, con l’eloquenza di un uomo che intuiva un ordine sociale diverso da quello esistente.
“Il marchese dice bene”, aggiunse il barone. “Dove non avete creato”, colla rettitudine e colla giustizia, una coscienza diremo così giuridica e sociale, voi non potete aspettarvi un ambiente superiore.
“Voi ragionate e io voglio sapere che cosa sia la “Fratellanza” di Girgenti, disse la baronessa con una dolcezza di voce che pareva una preghiera”.
“La prevengo, baronessa, che dovrò farla rabbrividire come un romanzo di Anna Radcliffe o di Ponson du Terrail. Si tratta di una scena lugubre che si ripete a periodi e si svolge nelle gole delle montagne, nelle viscere della terra, nelle cavità profonde e tenebrose, nelle spelonche note solo ai misteriosi personaggi di questa vasta associazione che si era data la missione di uccidere. È nata come nascono tutte le leghe del delitto. Un tale parla di vendetta, un secondo aggiunge il castigo che meriterebbe il designato, il terzo rincupisce il dramma con un gesto che traduce la sentenza capitale e il quarto la eseguisce. Succede il complotto. Un assassinio tira l’altro, perché la sete di sangue è insaziabile. Si allarga la cerchia del lavoro criminoso, si moltiplicano i complici, e si organizza una potenza occulta, armata di un pugnale, che colpisca al cuore il nemico. Non appena si ebbe sentore della “Fratellanza” si sentì l’odore del cadavere. Gli uomini e le donne scomparivano senza lasciare traccia del loro passaggio. Le famiglie delle vittime andavano a bussare a tutti gli usci, a cercare per i burroni, a guardare nelle acque e domandavano a tutti notizia senza venire a saperne mai nulla. Passavan dei mesi e la speranza non moriva. Ma poi finivano per abituarsi alla perdita e per portarne il lutto nel cuore. Una vittima seguiva l’altra, senza mai un indizio né di chi scompariva né di chi faceva scomparire. Finalmente, tre anni sono, mi pare, si incominciò a trovare uno scheletro di un uomo in un antro tetro, mangiato e piluccato dai cani o dalle bestie, con le occhiaie vuotate dai becchi adunchi dei volatili di preda, con la compagine stiracchiata da tutte le parti come se i denti di una muta di mastini avesse tentato di decomporlo. Chi aveva messo sulle pedate dello scheletro? La delazione. Un membro della lega sanguinaria, o pentito o scontento o sgomentato del sangue che si versava, ha scritto, alterando la propria calligrafia e rimanendo ignoto. Fu come la chiave di un cimitero. Dopo un cadavere se ne scopriva un altro e poi un altro ancora dilaniato, colla fronte e il naso fatti rientrare nelle cavità a colpi di sassi, o colle mascelle spaccate in due dalla rabbia o colle braccia stroncate o colle gambe piegate in due o mutilate.
Vedo, baronessa, che impallidisce. Glielo avevo detto che avrei dovuto essere spietato come gli assassini. Io stesso, quando leggevo tutti questi orrori, mi sentivo un peso doloroso al petto che mi obbligava a smettere. Vi fu un momento in cui la mia immaginazione commossa mi figurava i martirizzati con le loro grida che mi ronzavano per il cervello collo strepito di una campanella elettrica in azione. Il dolore si fece più acuto leggendo la descrizione dello scheletro di una femmina stata trovata tra i ruderi di un castello in rovina, al di là di una via mulattiera, vicino a un burrone. Non avevo mai letto nulla di più triste e di più straziante. Non so se la baronessa potrà ascoltarmi fino alla fine. Di mio non aggiungo nulla, glielo assicuro. Giunti, i cercatori di cadaveri, al margine dei macigni che davano l’idea vera di una cava squarciata da una frana, incominciarono a trovare delle ciocche muliebri e delle manate di capelli castani strappati da una mano violenta”.
“Orrore!” disse la baronessa mettendosi la mano sul viso.
“Qualche passo innanzi trovarono il teschio che pareva stato reciso dal busto con un colpo secco di falce. Il capo in quella sciagurata tragedia rivelava l’accanimento di un pazzo. Non gli aveva lasciato che un centinaio di capelli sparsi alla superficie e doveva averlo sbattuto più volte contro i massi, tanto era ammaccato alla sommità cranica. Mancava il cadavere. Rotolarono gli enormi pezzi di granito senza rinvenirlo. Stavano per andarsene coll’idea che il delitto fosse stato commesso altrove, quando uno degli agenti sentì del molle sotto i tacchi. Il terreno si era quasi rassodato, ma nel mezzo si vedeva o si sentiva che era stato smosso. Si misero a scavare e subito dopo si trovarono alla presenza di un sacco di un tessuto grossolano contenente uno scheletro femminile senza testa. Sul fondo del sacco ove era adagiata, l’assassino vi aveva sparpagliato delle foglie di mortella, forse per impedire la trapanazione del sangue. Lo scheletro era piegato su sé stesso in modo che la parte superiore al tronco toccava l’estremità inferiore dei femori. Il corsetto colle stecche documentava che la donna non era una contadina e i capelli lunghi dodici centimetri che non poteva essere vecchia. Alcuni pezzi delle vesti trovati nel sacco avrebbero lasciato supporre che fosse stata assassinata d’estate. S’intende che sono tutte induzioni”.
Sentimmo il bronzo del campanile lontano che annunciava ai coloni il mezzogiorno e il barone e la baronessa si alzarono e tutti assieme lasciammo la mensa. Fummo subito raggiunti dalle ragazze che avevano fatto colazione colle persone di servizio, le quali vollero con un’altra irruzione di baci manifestare il loro bene al papà e alla mamma.
“Quando sarete di ritorno?” domandò la baronessa al barone. “Pranzeremo alle sei e mezzo e saremo di ritorno mezz’ora prima”. Io e il marchese le salutammo con un inchino profondo e il barone con un bacio sulla fronte.
Ce ne andammo seguiti da Licata con due campieri e da alcuni levrieri alti, colla schiena pezzata di colori lunga e il muso fine e lunghissimo sur un collo leggermente arcuato.
“Ho paura barone di avere spaventata la baronessa”.
“Non credo. Ella ha letto delitti più spaventevoli di quelli che avete narrato. Voi avete detto che il leghista era vincolato da giuramento”.
“Sissignore. L’aspirante veniva iniziato da tre capi della “Fratellanza”, i quali dirigevano la cerimonia. Il più anziano di loro si toglieva il cappello, prendeva una immagine rappresentante la Madonna, faceva avanzare il neofita, gli legava strettamente, con del refe, l’indice della mano destra, glielo pungeva e gli lasciava uscire qualche goccia di sangue che gli asciugava con la Madonna. Il neofita subiva l’operazione senza manifestare alcun dolore. Il “fratello” anziano gli abbruciava l’immagine sul palmo della mano addolorata. L’aspirante, mentre si disperdeva la cenere della carta bruciata, giurava solennemente fedeltà alla “Fratellanza” con queste parole: “Come vi brucia la carta sacra e umida del mio sangue, così io verserò tutto il sangue mio per la “Fratellanza”. Poi seguiva la cena di rallegramento coronata dal brindisi rituale: “È duci lu vinu, ma assai cchiù è lu sangu di li cristiani””.
“Le società segrete, disse il marchese, non nascono che nei paesi perturbati e tra i popoli che cercano invano giustizia. La Russia ne è piena, l’Armenia ne è piena, l’Irlanda ne è piena.”
“Tuttavia, marchese, i sodalizi sanguinosi segnano il ritorno alla barbarie”.
“Anche questo è vero”, disse il barone.
“Non lo nego, non lo negava neppure O’Connell, l’uomo più popolare del paese della patata. Egli soggiungeva però che quantunque l’Irlanda fosse il paese che amasse più di ogni altro la giustizia, la popolazione non voleva né poteva sottomettersi ai suoi carnefici. Fate giustizia e otterrete giustizia”.
“E, dite, Luraschi, il tradimento dei “fratelli” era punito?”
“Punitissimo. Immaginatevi, barone, che la disciplina era così severa che il padre avrebbe dovuto ammazzare il figlio se il consiglio glielo avesse ordinato”.
“Ciò è ributtante.”
“Alaimo Martello, per citarvi la prova di quello che dico, è stato obbligato a strangolare colle sue mani il “fratello” nipote, il quale era divenuto sospetto”.
“Lo scopo di questa “Fratellanza”?” domandò il marchese.
“Il furto!”
“Barone, sbagliate! Ne era anzi eliminato. Lo scopo della società era eminentemente mafioso. Era di farsi giustizia colle proprie mani. Era di vendicare gli affiliati dei torti, veri o immaginari, che subivano. Era di agevolare al “fratello” il compimento delle sue aspirazioni, dei suoi sogni delittuosi. Ne hanno condannati un numero strabocchevole, circa duecento, con delle sentenze che variano da venti a due anni di reclusione, ma lo scandalo non è nel numero né nelle sentenze”.
“E dov’è?”
“È… si sussurra che tra i soci fossero persone altolocate, persone che occupano posti eminenti nella magistratura e al Parlamento”.
“Siamo alle solite dicerie!” disse il barone col risolino dello scettico.
“Ho paura di no, barone. Le mie informazioni sono quelle di tutti. Ma ho una intuizione che in questa poltiglia sanguinosa sia qualcosa di vero”.
Chiacchierando arrivammo ai piedi di un immenso piano inclinato, nel quale erano sparse le abitazioni in un disordine che diventava, tutt’assieme, un’armonia.
Non avevo mai veduto un paese di case linde che nei libri sull’Olanda, dove la pulizia è la preoccupazione massima del ricco, del povero, della popolazione rurale e della popolazione urbana. Erano abitazioni a due piani che consolavano con una fiatata di soddisfazione e disperdevano come un odore di freschezza paesana che dava l’idea che gli abitatori erano dei devoti alla dea Igiene. Rimanevo lì a bocca aperta, guardando i tetti pensili, colle grondaie che incanalavano la pioggia, coi comignoli svelti e verdi come l’erba dei prati, colle grandi finestre a due vetri che scintillavano e colle entrate spaziose dai pilastri di granito sbozzato, a due gradini lavati colla soda, terminate in alto con un arco acuto sormontato dal nome e cognome del capo della famiglia.
Al centro di questo labirinto sorgeva la Masseria, un ampio fabbricato a tre piani, con due portoni per i carri di entrata e di uscita, i quali mettevano nei cortili e conducevano ai granai. Sul largo del frontone erano incise in una lastra di marmo le parole che sintetizzano l’epoca evangelica: Pace agli uomini di buona volontà!
“Venite innanzi, se volete vedere!”
Non potevo movermi. Ne ero estatico. Passavo di maraviglia in maraviglia. Vedevo dappertutto la disposizione dell’agricoltore sapiente che aveva eliminato dalle abitazioni tutto ciò che è spiacevole alle nari e all’occhio. Il pollaio individuale era diventato il pollaio collettivo, là in alto, sul groppone di un promontorio che aveva il largo di un terreno chiuso dallo steccato. Le cisterne del letame erano a un tiro di fucile dalle abitazioni, a parecchi metri dalle stalle fatte a padiglione. Il lavatoio comune era sotto una tettoia di zinco lunga sessanta metri, coll’acqua che passava sollecitamente tra due sponde di pietra gramolata spioventi nel liquido. Il fienile era gigantesco e torreggiava al dorso delle abitazioni.
“Voi siete un riformatore rurale”, dissi con entusiasmo al barone. “Le mie congratulazioni!”
“Non fatemele, perché non è che un abbozzo di ciò che avrei voluto fare. Lo sforzo individuale non riesce che a masturbare l’idea che vorreste svolgere”.
“Ve le ho fatte e le mantengo. Io dichiaro di non avere mai veduto nulla di simile”.
“Sapete perché? Perché da noi la popolazione rurale non interessa che come bestia da lavoro. In America, caro mio, di comunità assai meglio regolate di quella che vedete ne trovate a ogni scarrozzata”.
“In Inghilterra, ove la considerazione per il lavoratore è assai più alta che in Italia, il farmer”, disse il marchese, “ha l’orologio nel taschino, i tappeti nel salottino della sua casa, non mangia mai che colla tovaglia sulla tavola, divora qualche sleppa di carne buona tutti i giorni, vuota dei bicchieri di birra e di whisky a mezzogiorno e a cena, indossa, dopo i lavori, la camicia stirata, fuma a piacere e va a spasso come un gentleman”.
“Non illudiamoci, marchese”, disse il barone. “Per i miglioramenti è necessaria la gente migliorata. Il mio esperimento mi ha dato per risultato che tutto questo benessere non è stato accettato dai contadini che a malincuore. C’è voluto mezzo mondo per indurli a vivere completamente, d’estate e d’inverno, alla campagna!”
“E si capisce! Abituati al latifondo che non dà lavoro che tre o quattro mesi all’anno, e infligge la malattia che non uccide che lentamente, la vostra offerta sarà parsa loro un inferno”.
“Entrate in quella che vi pare. Le abitazioni sono tutte di un modello. Non ho tenuto calcolo che del numero dei componenti la famiglia. Questa di Giuseppe Brodo è di dodici persone, comprese tre donne. Le donne dei nostri contadini non lavorano alla campagna. Accudiscono alle faccende di casa. L’adulto ha la sua stanza separata, l’ammogliato ha uno stanzone e i ragazzi son separati dalle ragazze. Hanno la cucina cogli armadi foderati di zinco per mantenere le cibarie fresche, col focolare che non fa fumo e col lucernario che la inonda di luce. Venite innanzi. Ecco le loro salles à manger, come tanti signori”.
La sala da mangiare sciorinava del lusso. Intorno al tavolone di noce greggio c’erano le sedie dello stesso legno, con un seggiolone per il capo tavola. La sala era ariosa, lo spazio tra le pareti e il tavolo lasciava passare quattro uomini, l’uno sottobraccio dell’altro, e le finestre davano sul giardino comune e ricevevano buffate odorose che mi letificavano le nari. Le pareti erano imbiancate di un chiaro luna, nel fondo del quale spiccavano dei fiorami che salivano intrecciati, e al nord del tavolone era la credenza lunga, col rialzo sul coperchio che correva da un muro all’altro.
“Maria, fa vedere a questi signori la tua terraglia”.
Maria era una giovanottona coi fianchi poderosi sotto le vesti colorate che le andavano appena giù dal ginocchio, col busto rosso che teneva raccolto il seno prepotente, e le lasciava all’aria la biancheria intorno a un collo che sentiva della carne giovane.
Ci fece vedere delle posate di metallo che riflettevano chi le guardava, dei piatti bianchi come il latte, filettati all’orlo di rosso pallido, delle zuppiere che mi ricordavano le famiglie patriarcali, dei piattoni ovali per i pezzi di forza e delle tazze e dei bicchierini che luccicavano come dei cristalli puri.
“È così che Ruskin”, mi disse il barone, “voleva si trasfondesse nell’individuo il sentimento della bellezza che allieta e colora la vita”.
Maria, senza punto essere agitata della nostra presenza, sorrideva del sorriso largo della campagnola inconsapevole di essere essa stessa un tronco ammirabile e dava mano a dei calici rovesciati in fuori come fiori sbocciati.
“Bevano, o signori”, ci disse ella colla sua voce maschia. Ce li aveva riempiti di un vino ambrato che fremeva.
“Bevete”, ci ingiunse il barone. “Siamo suoi ospiti ed essa fa gli onori di casa”.
Li votammo senza farci pregare e uscimmo di nuovo all’aria libera.
Il barone si mise fra noi infilando il nostro braccio. La sua faccia era radiosa.
“Non ho voluto farvi vedere le loro “ritirate” per non inquietare le vostre papille nasali. Ma sono inodore come quelle del Castello. Il mio ideale sarebbe stato di mettere la colonia alla tavola comune per la razione e specializzare i servizi. Le cuoche che non facessero che le cuoche e alle quali si insegnasse l’arte di preparare le vivande più sane e più nutrienti risparmierebbero molta energia umana e aggiungerebbero del godimento allo stomaco dell’agricoltore. Ma il salone della mensa comune avrebbe forse diminuito l’intensità dell’amore per la famiglia che io voglio elevato, e assunto l’aria di un refettorio di falanstero. Il mio è tutto un tentativo per l’organizzazione agraria dell’Isola”.
Il marchese ammirava, ma si diceva incredulo. Egli aveva studiato bene la Lega Agraria di Michele Davitt, il deputato irlandese alla Camera dei Comuni, la quale tendeva a distruggere il lordlardismo e a dare la terra al lavoratore della terra.
“L’utopia non è attuabile che in paradiso, caro barone. Carlo Fourier, geniale fin che volete, è morto povero col sogno dileguato. La nazionalizzazione dei terreni a cultura non è possibile che colla nazionalizzazione di tutte le altre industrie”.
“No, no, voi mi fraintendete. È la disuguaglianza delle attitudini che mi spinge a specializzare lo scambio dei servigi. Vedete se potete trovare in città, per esempio, il pane che mangiano i miei contadini e che mangiamo noi al castello. E come ho fatto? Ho dato loro dei forni modello che avevo veduti nel Belgio, e ho fatto venire due panattieri belgi a insegnar loro la panizzazione. Credete che ciò non abbia giovato? I miei paesani non saprebbero più trangugiare il pane male impastato, malcotto e indigeribile di prima e nei dintorni del mio latifondo si incomincia a pensare di imitarci. Dalla panificazione, passate alla lavanderia a vapore che riceve la biancheria sporca e la restituisce spremuta da appendersi nello stesso ambiente che l’asciuga in poche ore, senza consumo di forze né di donne né di uomini, e troverete i vantaggi che mi sono proposto. Non ho potuto accomunare la coltura degli appezzamenti per una quantità di pregiudizi nella testa del paesano. Siccome il numero dei componenti la famiglia non è uguale, così la sua ignoranza non gli permette di capire che con una divisione per il numero delle braccia che hanno concorso al lavoro, egli avrebbe la sua parte di raccolto. Aggiungete che una grandinata è venuta a darmi torto marcio. La grandine invece di distruggere le messi di tutti, si è contentata di far strage nei campi di un centinaio di famiglie. I risparmiati dal cielo non hanno voluto capire che quello che era toccato agli altri l’anno scorso, poteva toccare loro quest’anno!
Però non ho perduto il mio tempo. Le macchine agrarie e la concimazione hanno trasformata la coltivazione dei miei fondi. Prima, per lasciar riposare la terra estenuata dal grano, ero obbligato a coltivare il latifondo a rotazione quadriennale, e cioè in una parte dovevo contentarmi del maggese e delle fave, e in un’altra del semplice pascolo. Ora è in gran parte a grano e senza riposo. Il concime artificiale gli dà la forza di essere fecondissimo. Poi, date un’occhiata. Voi vedete qua e là dei vigneti, dei mandorlati, dei giardini incantati di aranci, di limoni. I miei campi non patiscono più la sete. Coi mezzi idraulici ho scavato fin dove ho trovato l’acqua”.
“Avete fatto miracoli. Ma non tutti i proprietari potranno gettarvi il denaro a palate come avete fatto voi”.
“Me ne duole, perché in fondo sarò io che metterò da parte del denaro. Perché un ettaro a vigna e ad agrumi produce due volte, tre volte, quattro volte, ed anche di più di quello che produce una stessa estensione di terreno a coltura estensiva. Così dicasi del grano. Per dar modo alla terra di riposare devono sostituire il grano col maggese e poi col pascolo, per farla ingrassare dagli animali, i quali insufficienti producono un concime insufficiente. Adesso, col nuovo sistema, i miei terreni meravigliosamente fertili, cinque volte tanto consolano le mie fatiche e le fatiche dei miei coloni con un benessere ininterrotto dal primo all’ultimo giorno dell’anno. I miei borgesi, o piuttosto i borgesi di mio padre, non sono più i villani del fondo. Sono dei veri lavoratori che hanno fatto un patto con un proprietario lavoratore. C’è del mio sudore e della mia intelligenza in quello che vedete. E così, Colajanni, sarai soddisfatto. Non dirai più, parlando delle mie terre, che più estesa è la proprietà, e maggiore è la distanza che intercede tra proprietario e contadino. Tra me e lui non c’è distanza. La cooperazione ci ha uniti e ci ha dato una lezione per volerci bene.
Vi domando scusa se vi ho zuppificati. Ma già lo sapete marchese, quando si parla del rinnovamento del mio fondo io mi lascio menar via dall’entusiasmo. Licata, chiama i cani e avviati verso il Castello che si è fatto tardi.”
Ero muto. Lo seguivo come sottratto a una visione che mi aveva lasciato intravvedere un futuro di splendide promesse. Col barone mi pareva di essere con un uomo moltitudine, con un uomo nella cui testa fossero adunati i pensieri di coloro che avevano dedicata la vita alla trasformazione della vita sociale.
“Barone”, dissi interrompendo la mia emozione, “non ho visto fanciulli.”
“Erano a scuola. Balordo, mi sono dimenticato di farvela vedere. È un edificio scolastico. C’è la scuola promiscua per le bimbe e per i bimbi. Ci sono le scuole primarie per le fanciulle e per i fanciulli. E c’è la scuola tecnica, vale a dire pratica, per entrambi i sessi. Nessuno dei figli dei miei coloni può incominciare a dare mano ai lavori prima di avere raggiunto il quattordicesimo anno. In questo sono americano puro sangue. Non transigo. Non voglio dei carusi in casa mia. La parte educativa è affidata completamente alla baronessa. È lei che si è incaricata di ammobiliare la scuola, di procurarsi i maestri e le maestre, di assistere sovente alle lezioni, di attendere agli esami e di redigere il rapporto scolastico semestrale. Non pensate che i figli dei contadini debbano diventare necessariamente contadini. Maturi per il lavoro sono interrogati dai loro genitori. Chiunque può prendere la via della città senza neanche dirmi addio. Giorni sono c’è stato il figlio di Zuggèra che manifestò alla baronessa il desiderio di continuare gli studi. Lo abbiamo equipaggiato. Egli è ora alla scuola superiore di agricoltura e suo padre, divenuto agiato, ne paga le spese.”
Passando rasente i campi fiorenti di pannocchie incontrammo una cinquantina d’uomini cui ritornavano alle abitazioni colle facce e coi tritanti, vestiti di fustagno bianco, colla camicia bianca di bucato, sotto cappelloni marrone che li proteggevano nelle ore della canicola.
“Buona sera signor Barone”, dissero tutti, togliendosi il copricapo.
“Come va la campagna”, domandò loro. “Siete contenti di voi stessi?”
“Contentissimi, signor Barone. Le messi di quest’anno saranno superiori anche di quelle dell’anno scorso. I vigneti sono carichi di grappoli”.
“State bene, addio”.
“Ci saluti la signora Baronessa”.
“Grazie”.
Svoltammo e sentii come un coro di preghiere che veniva da non sapevo dove che mi inteneriva anche perché eravamo in pieno tramonto e circondati dal silenzio.
“Sento come un canto, barone”.
“È il coro delle donne in chiesa. In religione io non c’entro. Ho anticipato loro i danari per fabbricarsela, e adesso se la sono pagata e pagano a quote per il suo mantenimento e per il mantenimento del sacerdote e dell’organista. La religione è del lusso e il lusso non entra nel mio programma. La chiesa ha spiritualizzato e dato un non so che di divino al verbo potere. Io invece sono in questo zoliano. Voto per la gioia di vivere”.
Il barone parlava ancora di innovazioni e io passavo in mezzo all’atmosfera traslucente del giorno che moriva e mi perdevo cogli occhi sulla torre del granaio, intorno alla quale svolazzavano torme di piccioni e facevano giri lunghi sciami di corvi che cracidavano per l’aria disperatamente. Un’idea sciocca mi germogliava in quel momento. Paragonavo il barone a Notarbartolo e vedevo il primo cadere come il secondo rovesciato dalle mani mafiose che adempivano al mandato dei baroni e dei gabellotti che avevano veduto in lui il nemico della loro classe e un allevatore di persone rivoltose. Avrei gridato, avrei chiamato gente se la paura che mi aveva preso tanto intensamente non se ne fosse andata alla prima distrazione che mi veniva data dal Castello. A mano a mano che procedevamo il gruppo di due signore e tre figli che battevano le mani diventava sempre più distinto.
“Com’è bella”, dissi io, “barone, la vita quando si è amati come siete amato voi!”
“Fatevi una casa”, mi diss’egli. “I più saggi non sono gli scapoli. Gli scapoli buttano via la gioventù o se la fanno saccheggiare per procurarsi dei rimorsi di coscienza. I più saggi siamo noi che confidiamo il tesoro della nostra affezione a una giovane che ci vorrà bene tutta la vita. Eccone là una che vi attende. Essa è bella, non molto ricca, ma buona, ma tenera, ma tutta cuore”.
Non appena sul primo gradino del Castello la baronessa mi porse la mano e mi presentò alla signorina Laura Cintelli, la quale mi pareva più grassatella, più colorita, più fresca del giorno in cui l’aveva veduta nel suo palazzo col giudice Tiraboschi.
“Avete fatto bene a venire, signorina”, le disse il barone. “Noi vi aspettavamo per la partita di caccia di domani.”
IL BANCHETTO DEI MAFIOSI
ALLA SASSAIUOLA DI VILLABATE

LA festa del ventre era nell’aria. Se ne sentiva la fragranza delle cazzeruole. I villabatesi s’indugiavano e ciaramellavano della grande vittoria amministrativa, dinanzi alla Sassaiola, come di un avvenimento inaudito. Ciascuno ne era contento e ciascuno se ne congratulava con delle fregatine di mani. I birboni erano finalmente in terra, senza risurrezione! Il solo scontento era Tognino, il gobbo vendicativo di cui tutti avevano paura quando stravolgeva quei suoi occhi colle strie sanguigne. Per lui era una vergogna di menare tanto fracasso per una cosa che non dava da mangiare a ufo che ai protetti di una certa clientela. Non era punto contrario agli eletti ch’egli non conosceva, ma diceva che bisognava usare un po’ di moderazione anche coi caduti. La gente che gli stava intorno diceva colle smorfie della bocca che era l’invidia che lo faceva parlare.
“Se Filippella ti avesse messo fra gli invitati, sono sicuro che tu saresti il primo a lisciarti la pancia dalla contentezza”.
“Sacro dio, ti dico che ho da mangiare a casa mia, ti dico! E dicendoglielo gli voltava il gobbo con un gesto che non sapeva fare che lui quando perdeva la pazienza. Bartolomeo tacque. Il gobbo era cattivo e metteva mano a un coltello che faceva paura anche ai mafiosi che contavano nella vita qualche cadavere. Perché egli tirava a tradimento, quando uno meno se lo aspettava. Una sera aveva disteso il calzolaio, senza neanche dargli tempo di vedere da che parte gli veniva il colpo, per punirlo di avergli spaccato due anni prima il labbro superiore col bastone. Era uno svaccato che nessuno sapeva mai da che parte prendere. Le donne lo guardavano in cagnesco e gli davano il largo quando passava, per non essere pizzicottate alle natiche dalle sue dita che vi lasciavano il segno. Sul suo conto correvano voci di uomo libidinoso. Si giurava ch’egli sdraiava le donne dove le prendeva e che le teneva giù ansanti colle sue mani che parevano tanaglie. Elisa, la moglie del calzolaio, quando si ricordava di sua sorella Natalia, diceva sempre ch’era stato il gobbo a fracassarle il cranio contro la pietra sulla quale era stata trovata morta”.
“Guardatevi dai mali segnati! aggiungeva facendosi il segno della croce”.
L’arrivo di Filippella, col carretto carico di pacchi, di pacchetti, di bottiglie, di piatti e di tanta roba che commoveva lo stomaco della gente che stava là col gobbo a bocca aperta, fece smettere la maldicenza. In fondo la folla si sentiva il bisogno di scaricarsi di uno sputo contro del Filippella che aveva dimenticato mezzo paese. Il curatolo della Sassaiola aveva troppo da fare per occuparsi di tutti gli amici aggruppati che lo salutavano senza risposta.
“Ti saluto, Filippella”.
Filippella aveva chiamato Antonio, e Antonio continuava a passare la grazia di dio al garzone Giovannino che la portava sulla tavola lunga, sotto il pergolato, ove si doveva fare il banchetto. Le bottiglie che passavano da una mano all’altra, attraverso al sole, lasciavano vedere a tutti che era del vino color d’oro che fremeva.
“Buttacene una, Filippella”, gli disse il gobbo. Il curatolo, alto più di un paracarro, spalluto, con una testa piatta che pareva un bosco di capelli neri e crespi, gli piantò in faccia la sua faccia corta con le labbra fatte a culo che spetezzava.
Gli occhi di Tognino si voltarono con dei guizzi che rivelavano la procella dei suoi pensieri e si grattò i padiglioni delle orecchie che piegavano su sé stessi come per sottrarsi a un prurito spasmodico e lasciò ricadere le mani voluminose con le dita lunghe e pelose che si movevano come tentacoli. La collera rattenuta gli aveva dato il colore della morte.
“Ti butterò le ossa da piluccare se vieni più tardi”, disse il Filippella, dopo una lunga pausa, con la voce che sentiva della sguaiataggine.
La brutalità di Filippella procurò due amici al gobbo rimasto lì annientato. Lorenzaccio, lo spilungone magro come un chiodo, si toccava i peli della barba pisciosa e biasimava la petulanza del curatolo che si credeva il deputato. Domenico, coi denti in fuori come mastino, accarezzava i gnocchi del suo bastone a biscia, dicendo che si ricordava ancora di averlo veduto andare per le montagne con lo stomaco pieno di vento, cercato dai carabinieri.
“Addio, Filippella”.
“Oh, addio, sindaco. Siete dei nostri, lo sapete. Vi si aspetta. Sarà qui a momenti Prestazia con Francesco del fu Pasquale, vostro amico. Quello è un uomo, sapete. Senza di lui non si sa come la sarebbe andata. Un pugno suo rompe il cranio in due, Dio sagrato. C’erano due o tre che volevano fare il bulazzo coi nostri elettori. È andato loro sopra come una mazza. Ce ne fossero degli uomini come quello”.
Il sindaco approvava colla testa senza entusiasmo. Chiuso nella sua giacca verde, colla fascia smunta intorno ai calzoni e gli stivali su fin al polpaccio, si scusava che un uomo solo non potesse far tutto. Al Comune le ore gli andavano via come una candela di sego accesa.
“Senza di voi la festa sarebbe come senza vino. Ci sarà anche il nostro deputato. Fate però come volete. Ciascuno è giudice delle proprie azioni. Antonio, prendi anche queste che sono del vino vecchio del padrone. C’è su tanto di muffa, la vedete Andrea?”
Il sindaco era perplesso. Il vino colla muffa gli piaceva, ma non sapeva se dire di sì o di no.
“Farò di tutto, ecco quello che posso dirvi”.
Filippella lo lasciò andare con una spallata. Se non voleva venire, poteva crepare. Di sindaci come lui era pieno Altavilla. Invecchiando, gli era venuto il ticchio della decorazione. Un deputato non le ha sempre in saccoccia, le decorazioni. Gli uomini come lui, poi, dovevano contentarsi di non essere alla reclusione. Invece, nossignori, invecchiano e imbecilliscono. Va all’inferno!
Saltò giù dal carretto, si mise in manica di camicia e andò subito sotto l’ingraticolato delle viti a mettersi al lavoro.
“Tu, Antonio, va’ a chiamarmi l’Angelina colla tovaglia e i tovaglioli e tu Giovannino passa sopra al tavolo con un cencio e frega bene. Butta via tutti questi sassi che la gente che mangia non ha bisogno di sentirseli sotto i piedi. Rompi quel pacco grosso delle candele e mettile nei candelieri. Se ci sarà vento, pazienza, beveremo allo scuro. Fa’ adagio, stupido, se non vuoi romperle tutte. Angelina, come stiamo in cucina? Tutto bene, brava. Lo sapevo che era una cuoca coi fiocchi. Dalle un bicchiere di questo, non di più sai, ché non ho bisogno che si imbriachi. I camerieri sono venuti? Ah, eccoli che vengono. Potevamo fare anche da noi, ma si ha sempre l’aria di essere pitocchi. Come ti chiami? Saladino? Dall’accento non sei siciliano. Non importa. E quell’altro? Santo? Ci credo poco al tuo nome. Non mi hai l’aria di un santo, ma di un santacchione! A ogni modo, fuori le giacche e fatevi su le maniche come ho fatto io. Angelina, muovi quel tuo culone e porta l’occorrente per la tavola. Raccomanda alla cuoca di tritare bene il prezzemolo per la salsa piccante che piace al padrone. Egli non ha gusto che per le cose acetate e oliate. Citrioli, funghi, capperi, peperoni. Il suo palato è forte. Non mangia carne senza senape, salsa d’acciughe, pepe di Cajenna e altre droghe che non conosce che lui. Non dimenticatevi delle olive. Le cose paesane sono la sua delizia. Teniamolo da conto perché gli uomini come lui non nascono tutti i giorni. Egli ha più del Cristo che degli uomini. Pensa a tutti senza mai ricordarsi di sé. Il marito della mia gna ha la gabella. A tavola, lascia mangiare gli altri. Assapora, smette e collo stecco infilza una fetta di citriolo o un rapanello o intinge nell’olio pepato un fusto di sedano. Bravo Saladino, così va fatto colle salviette. È un colpo d’occhio. Sembrano tante mitre. Il cucchiaione tenetelo sul tavolo di dietro coi cavatappi e cogli arnesi che devono servire a voialtri. Santo mio, anche i tondini vanno tenuti in riserva fino alle frutta, al formaggio, ai dolci. Ci saranno anche i dolci, sissignori. Sacro Dio, se io dovessi fare il cameriere diventerei uno dei primi. Non ci vuole dello studio. Basta avere mangiato alla tavola del mio padrone per diventare difficili. La posata va a destra, zuccone. Pezzo d’asino, guarda come mette il coltello, colla lama all’infuori. Staresti fresco a servire il padrone, lui che non ci tiene che all’eleganza. A furia di sentirlo sgridare le sue persone di servizio, sono diventato difficile anch’io. Non so più mangiare che sulla tovaglia pulita. Mi ricordo il baccano che ha fatto l’ultima volta, perché il cameriere gli ha portato in tavola il trinciante invece del tagliapesce. Lui è educato e ci tiene a queste cose da nulla. Tu, Saladino, servirai da questa parte, e specialmente il padrone. M’importa poco degli altri. La oliera d’argento colle ampolle di cristallo va qui, per lui. Me l’ha prestata il suo maggiordomo e guai se non gliela restituisco. Qui anche il portastecchi, qui anche la pepaiuola. Saladino, ti raccomando i suoi bicchieri. La semplice appannatura gli fa andar via la voglia di bere. E io voglio che sia allegro oggi, il padrone. Bene, bene, quella lattuga del nostro orto. Angelina, lavala e rilavala e non mettere nell’insalatiera che quella candida. Egli è contentone quando può mangiare qualcosa cresciuto sul suo fondo. In pochi anni lo ha ridotto un giardino. E oggi non gli verrà servito che il frutto delle sue fatiche. Carne del nostro bestiame, burro e formaggio delle nostre vacche, legumi della nostra ortaglia, vini dei nostri vigneti, frutta dei nostri campi e uova delle nostre galline, nate e venute su nei nostri pollai. Mi raccomando a te, Saladino, vado a dare un’occhiata alle cazzeruole”.
Luraschi godeva mezzo mondo nel frack del cameriere. Tiraboschi non voleva assolutamente. Egli diceva che tutti gli eccessi sono eccessi. In mezzo alla geldra dei mafiosi non c’era da scherzare. Il semplice sospetto lo avrebbe scontato con la vita. Ma non c’era pericolo. Le sue faldelle da cameriere nato e i tiracuori al di sopra delle orecchie gli avevano dato un’altra fisonomia. Sembrava che non avesse fatto altro che portare zuppiere in tavola e stappare bottiglie. La sola cosa che gli spiaceva era che non poteva mai fare cose che uscissero dalla sua testa. Era sempre preceduto da qualcuno. Non c’era ormai pennivendolo che non sapesse fare un’inchiesta. La donna tagliata a pezzi di Crescenzago aveva tirato intorno gli avanzi della vittima tutto uno sciame di giornalisti. L’Agnoletti che aveva annegato il figlio che idolatrava per vendicarsi della infedeltà della madre, aveva prodotto perfino il capolavoro sensazionale, l’inchiesta documentata, l’inchiesta che frugava negli archivi della famiglia per incominciare dal tronco dell’albero che aveva maturato il delitto. Anni sono, a Roma e a Napoli, sono stati due giornalisti che hanno servito a tavola l’imperatore di Germania. A lui non rimaneva che migliorare ciò che avevano fatto gli altri. I due giornalisti si erano limitati a portare in piazza lo scambio di cortesia tra Umberto e Guglielmo, i tre capelli celebri che traducevano le gambe del ragno sul cranio lucido di Bismark, il colore delle tuniche di tutti gli invitati, gli abiti e i gioielli della imperatrice, della regina e delle dame del seguito e di Corte e quello che si chiama l’ambiente, il quale racchiude lo sfarzo, l’etichetta, i mobili, i quadri, i domestici, le vivande, i dialoghi e la lista dei vini che hanno spumeggiato o fremuto nella limpidezza dei calici. I segreti internazionali sono rimasti il punto interrogativo del pubblico. Che cosa si erano detti i due regnanti? E questo, forse, ce lo dovevano dire. Il cameriere-giornalista, ai pranzi reali, non era più una novità che per gli spedati della professione. In America, in Francia, in Inghilterra e in Spagna il giornalismo aveva già saputo raccogliere i segreti internazionali. Il Blowitz – il giornalista principe a Parigi – ai banchetti di Corte e ai colloqui dei regnanti, non era più un giornalista-cameriere, ma un invitato, un’autorità incaricata di diffondere ciò che le teste coronate e i loro ministri gli confidavano. L’ambiente di Luraschi era diverso, assai diverso, ma era un campo sfruttato. La mano fraterna aveva già rivelato tutto. A lui non rimanevano che la descrizione dei tipi, il linguaggio dei commensali, gli intingoli che si sarebbero divorati e le bestemmie che si sarebbero dette. Al salone coi profumi e il lusso sontuoso, egli avrebbe messo d’accanto la bettola colla feccia che s’accende a poco a poco e diventa rivoltosa tra un ruzzo e l’altro, furiosa nella nuvolaglia delle loro pipe incandescenti, stomachevole negli orrori delle loro eruzioni, briaca da non sapere più stare in piedi.
“In cucina va tutto bene, disse Filippella ritornando al pergolato con un grembiale bianco legato ai fianchi. La Bigia fa meraviglie. Mi ha fatto assaggiare un pezzo d’agnello accomodato nel burro, con del prezzemolo, delle cipolle e delle erbe tritate fine fine, da far risuscitare i morti. Io però mi farò una spanciata di porco allo spiedo. Antonio, chiudi quell’uscio che me ne lascia venir qui l’odore. La Bigia lo fa girare adagio, adagio, umettandolo di tanto in tanto colla sgocciolatura che va nella leccarda sotto lo spiede, da farlo diventare un boccone baronale. E quello stupido di sindaco che puzza ancora di brigante, voleva farsi pregare! Ottimamente, Saladino. Tu hai dell’ingegno e farai carriera. Così va fatto. Tutta quella cristalleria disposta bene sul candore della tovaglia, contenta gli occhi e fa dire bravo al cameriere. Ecco il primo invitato. Onia, come stai? Sono proprio contento di vederti. Dammi la mano, sacro dio, che non ci conosciamo da ieri. E come stanno a casa, tutti bene? I saluti di tua moglie mi fanno sempre piacere. Tu vuoi parlarmi in un orecchio? Oggi no, caro. Oggi è giorno d’allegria e non voglio note funebri. A proposito, Antonio, porta le bottiglie di vermouth al Saladino che darà da bere agli invitati. Il padrone non le ha mica mandate per tenerle in cantina. Sì, sì, ti assicuro che saranno qui fra poco anche i Cottone, tutti e due i fratelli, Vincenzo e Andrea. E perché non dovrebbero venire, scusa? Qua i bicchieri, chin chin, assaggialo e dimmi se ne hai bevuto dell’altro come questo”.
Luraschi-Saladino, sostenendo il gabaret con una mano e tenendolo con l’altra, non finiva mai di guardarlo. Era un cranio che avrebbe dato da lavorare a Lombroso. La sua testa di pochi capelli aveva la forma della scatola piatta, come se il bulbo rachidico fosse sotto il peso di una pietra. Gli occhi accovacciati nelle pareti orbitali assottigliate erano protetti da una tettoia leggermente arcuata e piena di peli. L’orificio inferiore delle fosse nasali lasciavano scoperto un margine sanguinoso e ripugnante. La cavità boccale mostrava i denti fino agli alveoli, come se la natura gli avesse negato la sua parte di copertura carnosa. Si avvicinava al mostro e destava in Luraschi la repulsione che si prova nel museo delle sfigurazioni umane.
“Un altro bicchiere per Alfonso Domenico di Salvatore. I miei complimenti. Sei stato bravissimo. Non c’era bisogno che tu nascondessi quelle poche schede buttate nell’urna dai nemici del nostro Comune, perché tu hai veduto che maggioranza. Ma hai fatto bene a sopprimere completamente anche la speranza di una rivincita a certi porci come i Lumella, per esempio. Ah, se non fosse perché bisogna contentare un po’ il mondo, saprei io come mettere a posto certa gente che mena la lingua un po’ troppo. E quell’altro loro compare del macellaio che fa il gradasso col coltellaccio dei buoi nella cintola anche quando va in piazza? Sacro dio, non mi chiamerei Filippella se avessi paura di quell’uomo ciccioso che le mie mani saprebbero fare in due. Ti venga il malanno, e perché mi parli di politica, oggi? Non abbiamo vinto e stravinto? E di che cosa ti lamenti? Saladino, dagli da bere. No, grazie, non ne bevo altro. Con un altro, sarei obbligato a sbriacarmi sul letto”.
Alfonso Domenico era quello che si chiama un tocco di carne di collo. Era un mafioso di una crudeltà indicibile. La cronaca diceva che sia stato lui ad appendere il Giuriati che aveva minacciato di andare dal Questore a raccontare quello che sapeva. Lo si è trovato coi piedi bruciacchiati dal fuoco che gli aveva acceso sotto e colle parti genitali mutilate in un modo orribile. A casa, tutti sapevano ch’era un demonio. Bastava che avesse in corpo un po’ di vino per dare sberlotti alle figlie e pugni sulle mammelle alla madre che voleva difenderle. Una volta che una vicina gli è andata in casa a dirgli di smettere di far gridare quelle povere innocenti col bastone, le saltò alla faccia e le morsicò via mezzo orecchio. Il delegato di Misilmeri ne sa qualche cosa.
“Onia, Domenico, venite a vedere se non lo conoscete. È lui? È Prefaci Samuele di Giacomo, lungo come una pertica, magro come un uscio, pelato come uno scimmiotto invecchiato. Ohe, vieni avanti. Ecco gli altri che gli tengono dietro. Quello là, col pancione che viene avanti come un’oca, col berretto in mano, è Faddetto Giovanni di Giuseppe. Ci scommetterei la testa di Domenico. E quell’altro che gli sta vicino, non è Licata Rosolino, un trovatello che mi fa compassione tutte le volte che mi trovo con lui? Che cosa volete, mio padre e mia madre mi hanno lasciato quello che ho adesso sul palmo della mano. Ma quando un figliuolo ha qualcuno che pensi a lui non si sente più solo al mondo. Dove ci sono i genitori, c’è sempre un tozzo di pane. Dovrebbero essere condannati a morte i genitori che abbandonano e buttano via le viscere delle loro viscere, come si buttan via gli stracci della casa. Povero Rosolino, forse i suoi genitori sono persone che stanno bene. Notate, che coloro che fanno di queste porcherie sono sempre la gente ricca. Il Barone Sgadari non aveva vergogna di mandare i figli dell’Averna all’ospedale e l’Averna non aveva vergogna di dimenticarli come la gatta i gattini. Se ci fosse un po’ di giustizia a questo mondo, le galere che ci sono non basterebbero a raccogliere tutti i malviventi. Ne vedo tanti de’ signori che dovrebbero essere in quel posto, sacro dio! Allegro! Eccoli vicini, non parliamo più di cose malinconiche. Saladino, colma i bicchieri che avranno sete, col polverone che si leva caldo come se fosse stato in una fornace. Faddetto mio, tu hai lo stomaco disfatto e la lingua infuocata. Saladino, spegnigli il fuoco se non vuoi che bruci. Licata, non potevo più di vederti. Non vieni mai, da noi. È casa tua, te l’ho detto e te lo ripeto. L’altro giorno si mangiava un po’ di capretto e si diceva, io e mia moglie, che se tu fossi stato con noi ci avresti fatto piacere. Vuota il bicchiere e va a dirle addio che è in cucina ad aiutare la cuoca. Saladino, me ne dimenticavo! Ho tante cose per la testa che non so più da qual parte incominciare. Dammi tutte e due le mani, Prefaci, ti s’aspettava, sai. Bevi, ecco là il tuo bicchiere. Dicevo dunque, Saladino, che s’incomincerà con quattro fette di salame dei nostri porci, con del burro, delle acciughe e delle olive. Vengono, vengono! Quello là? I tuoi occhi ti servono poco, Onia. È Di Peri Giovanni del fu Bartolomeo. Lo conosco per quel suo modo di camminare colle spalle innanzi. Vedi l’altro più lontano? E Giangreco Gaspare del fu Leonardo. Non c’è che lui che vada attorno col cappello del cappeddo e colla fascia in vita rossa come il gambero. Saladino, quanti coperti ci sono sulla tavola? Venticinque? Compreso quello del padrone? Va bene, va bene. Il padrone non conta nel numero. Il suo posto è suo quando è quì e quando è altrove. Antonio, perdio, non farti dire un’altra volta di portare dei fiori! Ce ne sono a bracciate. Voglio che ogni commensale si abitui a mangiare con un mazzo di fiori dinanzi il piatto. È il padrone che lo esige. Quand’egli sarà ministro proporrà una legge che costringa il cittadino a sparger fiori per la tavola. Mi diceva l’altro giorno, facendo colazione in casa sua, che i fiori completano l’educazione dell’uomo. Si può essere dotti, soggiungeva, e mascalzoni. I fiori ingentiliscono l’anima più perversa e educano il naso a non indugiare più sulle porcherie. Quello che sono lo devo a lui. Il bifolco di qualche anno fa può sedere co’ signori. Ridete, ma è così”.
“Non mai”, disse Prefaci, “come Giuseppe Fontana. Se la sua faccia non fosse butterata dal vaiolo, lo si potrebbe scambiare indubbiamente per un uomo nato nella bambagia. È scicco, mi pare”.
“Fontana? Dove è Fontana? Non è ancora venuto? Senza lui sarei senza il braccio destro. Hai ragione, Prefaci. C’è in lui dell’uomo elegante. Parla bene e non pare un modesto venditore di agrumi. Lo vedete? Eccolo che spunta colla sua faccia piena come una luna e bruna come se la sua carne fosse stata affumicata. Il cane, porta i guanti! Salute; siamo noi che ti battiamo le mani, fatti coraggio con quel tuo passino da donna interessante. Ti fai desiderare, sacro dio! Vieni qua, dammi un abbraccio. E tuo padre sta bene? Ho visto i tuoi figli, ieri l’altro, a Palermo. Sono tutto il tuo ritratto. Siedi, e tu Saladino, portagli il bicchiere. Come, non bevi? Se non ti piace il vermouth, c’è il vino bianco spumante. Ti terrò compagnia; vada per il terzo bicchiere. Antonio, vammi a prendere una bottiglia di bianco in cantina, del gruppo numero undici. Sono tanto contento di vederti. Ho tante cose da dirti, ma adesso, no, sai. Alla tua salute. Mio fratello? Sarà qui a minuti. Deve venire da Palermo coi dolci. Ecco un’altra frotta d’invitati. Gambino Natale di Giovanni, Militetti Salvatore di Gabriele, Cerrito Antonino di Luigi, Renna Salvatore del fu Gioacchino, Fontana Gioacchino del fu Pietro. Bravi, bravi, avanti che vi s’aspetta da mezz’ora. Voialtri siete invitati che vi mantenete sulla punta della forchetta. Giungete proprio al momento di mettervi a sedere. Saladino, te li raccomando. Innaffia loro la gola che avranno sete. E voialtri di fuori state zitti se volete che Filippella vi dia da bere. Dopo, dopo. Mi struggo a vederli mendicare una tazza di vino. Santo, contentali con una mescolata ciascuno di quello di vasello. Hanno ragione anche loro. Fa male a vedere gli altri in gozzoviglia quando si ha fame e sete. Dopo, dopo vi daremo anche da mangiare se starete buoni. Vedete con un po’ di vino come diventano subito allegri. Anche il gobbo non è più imbronciato. Beve colla voluttà di un ubbriacone che si risveglia dopo una sbornia. È la volta dei fratelli. Spuntano; aspettate che veda bene. Vincenzo, fratello di Cattino, detto il Nennuccio, e Giovanni e Pasquale, fratelli del Di Peri. Dove sei, Di Peri? Va a dar la mano ai tuoi di casa. Su, venite, pigmei. Vi fate desiderare come tante donnine. Avrei giocato mia moglie che adoro, che dove c’è Fontana ci sarebbe anche il suo cognato Trabia. Indossa gli abiti della festa. Sì, sì, non cavatemi gli occhi. Non ho fatto per offendervi. Siamo tutti vestiti della festa. Dovevo dire ch’egli è vestito di nuovo. E va in tua malora! C’è tuo cognato che ha bisogno di essere smalinconito. Che cosa hai, Fontana? non rendermi triste; non sarai mica ammalato, spero? Ti voglio allegro, ti voglio. Ci siamo tutti? E dove è Incandela Salvatore del fu Battacchi? Presente? Fatti innanzi, per la Madonna! Si entra senza farsi annunciare? Hai bevuto il tuo vermutte? Alla buonora! Non incominciate a parlare di cose serie. L’ora di metterci a tavola è vicina. Il padrone ha promesso di venire sul tardi, quando saremo al caffè. Sissignori, ci sarà anche il caffè col cognac. Il padrone è democratico. Signore Iddio, fatecelo diventare ministro! Alla sua tavola si è tutti uguali. Vi dà del suo vino, della sua carne, di quello che mangia, di quello che beve. Non ti umilia, come certe nostre conoscenze, facendoti stare in piedi quando loro son seduti, o offrendoti delle bibite che loro non bevono. È vero, non lo nego, il mio padrone… avete ragione, diciamo il nostro padrone, riceve alla mattina seduto sul trono. È un po’ troppo di confidenza. Pensiamo però che lui non ha tempo da perdere alla latrina. È obbligato se vuole fare tutto, a rompere le buste delle lettere e a sentire le persone mentre fa le cose sue, per correre dopo al Consiglio, al Banco, alla Congregazione, ai suoi uffici. Si fa presto a dir male della gente. Mettiamoci nei suoi panni, quando si hanno tanti affari e quando ci sono tante persone che vogliono dirvi, supplicarvi, salutarvi, incoraggiarvi, e magari domandarvi dei denari. Lui è generoso, lo sapete. Ho visto io con queste pupille mettere le mani in saccoccia o nel portafoglio e dare a occhi chiusi. Ce ne fossero degli uomini come lui. Antonio, si va o non si va a tavola? Va’ a vedere se la Bigia è pronta. Noi non s’aspetta che lei. Sentite come si sbattono gli usci. Signori, a tavola, tutti i posti sono buoni. Purché io resti a faccia a faccia o vicino col mio Fontana. Tu sai che il padrone ci vuol bene. Sediamo ai lati del suo posto”.
Luraschi era stordito della eloquenza e della vivacità di Filippella. Coll’aria di bonaccione contento ascoltava a destra e a sinistra, rispondeva da tutte le parti e metteva dovunque la frase o la facezia che ravviva e rende piacevole la conversazione.
I commensali si buttarono sull’antipasto colle mani e colle forchette, facendo del chiasso, contendendosi le fette di salame più larghe o circondate di grasso bianco, strappandosi i bocconi di pane dalle mani, buttandosi in faccia la pelle del salato e scambiandosi parole triviali che facevano sganasciare dalle risa parecchi.
“Golosaccio!”, disse Prestigiacomo a Onia, agguantandogli la fetta che stava tirandosi in bocca mangiando.
“Ce n’è per tutti, ce n’è, figliuoli”, disse Filippclla. “Adagio, adagio a versarmi da bere, Saladino, che non voglio ubbriacarmi”.
“Ah, no”, rispose ai risolini dei pacchioni, “io non mi ubbriaco mai”.
“Come?” gli domandò Fontana.
L’interruzione gli ricordava la terribile notte che aveva dovuto tracannare un bicchiere dopo l’altro, per cacciarsi dagli occhi il coltello insanguinato che lo agitava e gli impediva di dormire.
“Non rammentarmelo!” E si sottrasse al brivido con uno scotimento di spalle e un altro bicchiere di vino.
Luraschi-Saladino lo guardava.
In mezzo alla luce del tramonto che lo ravvolgeva dalla squarciatura del fogliame, la sua faccia perdeva la durezza dei lineamenti e assumeva una intonacatura colorita che lo rendeva quasi simpatico. Era Prefaci che lo calunniava o era lui che sapeva personificare varii personaggi colla disinvoltura dell’attore consumato? E perché avrebbe simulato se si trovava in famiglia, se era in mezzo alla gentaglia che faceva nascere tante interrogazioni in chi la vedeva? Monologava lavorando senza trovare la risposta.
Il resto di porco, circondato di foglie di lauro, aveva fatto gridare più d’uno di gioia. Era tutto il quarto della schiena, col lardo alto due dita, disteso in un grande piatto a sandolo, con tutta la superficie rosolata e scintillante dell’unto gocciolato nella leccarda.
“Lasciate fare a me”, disse Filippella, “che ho pratica”.
Gambrino gli gettò una pallottola di mollica di pane per punirlo del peccato di superbia.
“Sono buono anch’io di tagliarlo, sai. Non è la prima volta che mangio il porco”.
“Non dico questo, ma il tagliare a tavola non è di tutti. Il padrone è un maestro. Quel poco che so l’ho imparato da lui. L’ho visto un giorno a disossare un’oca colla delicatura di una signora e l’abilità di un chirurgo. Vedete come faccio io? Con questo coltello affilatissimo… Ah, no, il coltello se non è bene affilato vi lascia le denticchiature nella carne e la carne viene servita come se vi fosse stata morsicata via con rabbia. Ecco, vedete come ho snudata la schiena senza rompere la copertura che adesso vi servo con dei tagli traversali? A te, Cottone, va dopo a sparlare degli amici! Al Giangreco voglio dare questo pezzo che perde il succo. Fa venir voglia di leccarsi le dita! Saladino, portami il piatto di Pitaressi in fondo, che deve mangiare questo pezzaccio che mi mangerei io se non gli volessi bene. Tu, Alfonso, hai paura che io ti dia degli ossi. Non temere. Li mangeremo io e Fontana, non è vero Fontana? Stupido beccaio, diss’egli, forzando col forchettone e col trinciante, si è dimenticato di dargli un colpo di mannaia che ne renda facile la legatura. Ti domando mille scuse Incandela, non vedo tutti. Ti sei proprio cacciato allo svolto del tavolo su questa stessa linea. Tocca a te, Saladino, ad avvertirmi. Tò, portagli questo piatto abbondante per ripagarlo di averlo fatto aspettare. Del pane? Chi è che domanda del pane? Ce ne è una corba. Saladino fatti aiutare dall’altro a distribuire il pane. Moviti, marmittone. Vino, vino, non lasciate mancare il vino”.
“È duci lu vinu, ma assai cchiu duci è lu sangu di li cristiani”.
Luraschi stette per lasciar cadere il fiasco. Era egli cameriere di un’associazione di malfattori come quella che esisteva nella provincia di Girgenti? Chi aveva parlato era il Jaddetto Giovanni, la cui testa grossa e acuminata rivelava il sanguinario. Spalancava la bocca e ingoiava senza quasi masticare, inaffiandosi sovente lo stomaco con dei bicchieri di vino.
“Chi c’era?” domandò lui al Cerrito che gli stava vicino.
“Bella questa.”
Non c’era più dubbio. Erano l’interrogazione e la risposta degli associati girgentini.
“Te ne ricordi?”
“Se me ne ricordo!”
“L’abbiamo scappata bella”.
“Sono venuto a sapere il nome dello spione”.
“Se l’ho ammazzato, io?”
“Chi? L’Urbanini di Palermo che ci aveva denunciati tutti?”
“Lui, in persona. Ci eravamo giurati durante il processo che chiunque fosse stato assolto avrebbe vendicato gli altri. È toccato a me questo incarico, e l’ho compiuto con piacere. Si è fatto aspettare più di tre mesi, perché aveva paura di andar solo. Ma mi è capitato una bella mattina sullo stradone che svolta dove non ci sono più case e va via rasente la caverna Diova. Non gli ho lasciato dire una parola”.
“È la mano fraterna”, gli ho detto, “che ti colpisce”. E lo lasciai là morto come un cane.
“È duci lu vinu…” E tutti e due fecero chin chin co’ bicchieri e li vuotarono di un fiato.
I commensali incominciavano ad ammansarsi. Non inghiottivano più colla voracità di prima. L’immenso entrecote al sugo, portato in tavola nella cazzeruola per conservarlo caldo, colorito dal fuoco lento, faceva gola a tutti. Ma non sapevano trangugiarne che qualche boccone. Filippella diceva:
“Licata? Prendine un’altra sleppa che è delicato e saporoso come una quaglia”.
“Lascialo lì che lo mangerò domani”.
“Domani mangerai a casa tua”.
“E tu Renna, ne vuoi dell’altro? Non fare complimenti”.
Renna non faceva complimenti. Aveva mangiato come un lupo e continuava a mangiare senza dire una parola e senza ascoltare Biagio Canovretto che gli narrava i colpi di bastone che gli aveva menato l’agente di P. S. nella caserma Sperone, dove era stato coinvolto in un processo per assassinio.
“Mi sbatteva da una muraglia all’altra, mi acciuffava per i capelli e mi tirava indietro continuando a darmi dei calci e poi, con impeto, mi sbatteva al suolo per riprendermi e rimettermi in piedi e ricominciare da capo. Ma io non ho parlato”.
“Chi parla va in galera o all’altro mondo”, disse Pitarresi.
Luraschi veniva alla volta della tavola con un enorme pezzo di formaggio e Filippella divenne del colore della cenere. Alzandosi a riempire i bicchieri degli amici vicini, aveva visto dinanzi la folla di fuori il delegato Luparone, un suo nemico personale che aveva giurato di stargli ai panni fino al giorno della sua rovina.
“Che cos’hai Filippella?”, gli domandò Fontana. “Ti senti male? Saladino, un bicchiere di marsala. È forse qualche cosa che ti ha fatto male?”
Pareva che l’afasia gli avesse paralizzata la lingua o che una boccata di fumo in gola gli impedisse di articolare una parola. Restava lì colla fronte bagnata di sudore e col fazzoletto in mano, stravolto e inebetito. Lo si sarebbe detto di cera o una persona immobile, trattenuta in quella posizione dalla presenza di un fantasma, colla mano spaventevolmente tesa nel vuoto. Luparone, cogli occhi dietro i vetri, grossi e scintillanti del miope, era là a fianco del gobbo che lo guardava coll’insistenza implacabile dell’uomo che lo conosceva nelle più intime pieghe dell’anima. Filippella avrebbe gridato per liberarsi dal peso che lo soffocava, ma gli occhiali gli stavano addosso e non gliene davano il tempo.
“Filippella, che cosa fai?”, gli ridomandò Fontana, scuotendolo per la spalla.
“Se n’è andato!”, diss’egli sommessamente a Fontana, tirando il fiato liberamente.
“Chi?”, gli domandò a bassa voce il Fontana.
“Il delegato Luparone”.
Fontana rimase in apparenza tranquillo. Ma il nome gli diede contrazioni facciali.
“E che cosa t’importa?” disse lui.
“M’importa. Tu sai ch’egli ha detto di volermi rovinare ad ogni costo”.
“Fattelo amico con dei denari”.
“Ho tentato”.
“Saranno stati pochi. Dimmi sinceramente, credi ch’egli sappia qualche cosa?”
“Lo sospetto. Un giorno mi ha parlato di Francesco Miceli, dicendomi che poteva andare a prendere gli assassini quando voleva, tenendomi sul naso quei suoi occhiali sfacciati e battendomi sulla spalla, come se avesse voluto farmi capire che io era del numero”.
“Ti ha fatto dei nomi?”
“Suppongo, ma non li ricordo o non li ho sentiti. Ho cercato di padroneggiarmi, ma non è facile, in certi momenti”.
“Non c’è altro mezzo di sbarazzarsene che con del denaro o con un buco a tempo opportuno”.
Il Fontana pronunciò queste parole con un filo di voce, guardando dalla parte opposta, come un uomo che non era molto interessato nella conversazione.
Filippella vuotò il bicchiere tutto d’un fiato.
“Non mi è mai avvenuto di averlo in un luogo adatto e alla portata della mia mano”.
“Ti sei confidato con alcuno?”
“Mai”.
“Tientelo a mente, non dire mai male di lui con alcuno. Regola generale: non bisogna mai occuparsi dell’individuo che deve sparire o lasciarsi corrompere”.
“Neppure l’aria sa di quello che ti ho detto. Anzi abbiamo parlato anche troppo tra noi”.

Si volse alla tavolata invitando gli amici ad imitarlo.
“Bevete amici, e state allegri”.
Militello, colla faccia infiammata e gli occhi che incominciavano a rimpicciolire, diceva al suo compagno vicino che il deputato non sarebbe venuto. Una volta che i cappeddi sono riusciti, non si ricordano più della folla.
La conversazione generale era sulle elezioni.
Ciascuno degli invitati ne era orgoglioso.
“Abbiamo vinto”, diceva Onia.
E Cottone aggiungeva che era stata una bella vittoria.
I Di Peri capivano il pranzo, ma non capivano l’entusiasmo per le elezioni. Quello che importava loro era che ci fossero uomini della cosca.
“E ci sono, o asini”, disse loro Jaddetto.
“E chi lo dice?”
“Io, che li conosco”.
“E allora va bene”.
“Facciamo un brindisi alla vittoria, Filippella?”
Filippella prese in mano il bicchiere.
“Io bevo, ma non fo il brindisi. Il brindisi lo farà il nostro deputato”.
“E se non viene?”
“Verrà. Non vi ho letto il telegramma? Che bestia, me ne ero scordato”.
Si gridò silenzio da tutte le parti.
“Sentite: Ore due d’oggi. Filippella, Sassaiuola, Villabate. Impossibilitato venire al pranzo. Verrò al caffè. Salutami gli amici”.
Gli invitati vuotarono un bicchiere alla salute dell’onorevole e alcuni applaudirono al caffè.
“Caffè! caffè!”
“Non dar retta, Saladino. Dirai alla cuoca che si tenga pronta per l’arrivo del padrone. Egli sarà qui alle sei e tre quarti. Mancano ancora venti minuti. L’avvertiremo. Che porci! Chi è che si permette di digerire come un maiale? Tu, Incandela? Ti raccomando di non farti sentire dal padrone. Il fiato lo nausea – il tuo lo farebbe vomitare”.
Incandela non capiva più bene il significato delle parole. Egli si era sbottonato il panciotto, e colla scranna staccata dal tavolo si accarezzava la pancia come un grosso borghese che gode la digestione che si compie coi rumori del guazzabuglio che precipita. Alfonso si ubbriacava, sbraitando contro i cappeddi che lasciano morire la povera gente. Licata non fumava più bene. Masticava il sigaro e si lasciava umettare il mento dal succo nero che gli andava giù dalle labbra. Giangreco si ostinava a bere ancora dicendo che lui non era ubbriaco e che poteva resistere su una gamba anche per mezz’ora.
“Scommetto una bottiglia con chiunque che so stare in piedi per più di mezz’ora con una sola gamba, dopo aver vuotata questa bottiglia di marsala, eh!”
Militello fece segno col gesto che gliene importava un fico secco. Se non voleva stare in piedi, poteva sedere. I suoi occhi incominciavano a veder doppio e a spaventare Filippella che aveva paura di vederlo precipitare sotto la tavola.
“Bevi un bicchiere di acqua di seltz che ti farà bene”. Militello buttò via con disgusto il mozzicone del sigaro e si inaffiò la gola con un bicchiere di rosso, aspirando le ultime gocce nel bicchiere colla voluttà di chi ne vuole dell’altro. Cerrito dava dei pugni sulla tavola per convincere Renna che Villabate era il paese più bello della Sicilia.
L’arrivo del cognato di Filippella lasciò gli invitati al posto, sotto il fumo del sigaro che sbatteva su tutte le facce un colore di piombo. Il cognato era livido come un ubbriaco.
“Perché non sei venuto prima?” gli domandò Gambino.
“Saladino, dagli da bere”, gridò il Cerrito.
Non sapeva che farne. Respinse il bicchiere e fece segno al fratello di uscire che aveva bisogno di parlargli.
Il cognato era come in preda alla febbre. Tremava come una foglia.
“Hai dormito, mi pare?”
“Che! Senti, ho una brutta notizia”.
Si allontanarono un po’ più dalla tavola per paura di essere uditi.
“Ho già avuto uno spavento, non darmene un altro”.
“Non so che farci, mio caro”.
“Parla, non tenermi sulle spine”.
“Hanno arrestato la famiglia Barone”.
Fu lì lì per abbandonarsi al capogiro. Ma Filippella che non aveva mai raccontato le cose sue al cognato, superò l’emozione con un’indifferenza glaciale.
“Mi rincresce, ecco tutto”.
“Non è una notizia che ti interessa?”
“Personalmente non mi interessa affatto. È sempre un dispiacere sentire che c’è della gente in disgrazia; ce n’è già tanta”.
“E va bene!”
“Sacro dio, vuoi che mi metta a piangere? Ti offrirò piuttosto da bere, vuoi?”
“Io ti ho avvertito per amore di tua sorella. Tu sai che Rosina ti vuol bene e ne è tutta impaurita”.
“Dille di stare tranquilla che il figlio di Ignazio Filippella non è un senza testa, sacro dio!”
“E va bene, ti saluto”.
“Bevi, prima d’andartene”.
“Non ne ho voglia, ti dico!”
“Tommaso, bevilo. Te lo butto in faccia, te lo butto. Mi sono stremito oggi, come non mi sono stremito mai, sacro dio. E tu vorresti che io mi mettessi a tremare di nuovo? Che vuoi che io ci faccia se sono stati arrestati? Me ne duole perché sono buona gente, ma non posso piangere perché non è gente di casa mia. Salutami tanto la Rosina e dille che la ringrazio. Non avere paura che tengo gli occhi aperti”.
“Addio”.
“Addio”.
Il cognato non era ancora giù dal gradino in fondo che Filippella dovette appoggiarsi al muro. Gli pareva che gli turbinasse la testa. Si sentiva soffocare, veniva nero, gli bruciava la faccia e gli nascevano dei dubbi. Che avessero parlato? Li conosceva e sapeva che erano più duri del cerro. Si lascierebbero abbattere dalla scure prima di aprir bocca. Alcune volte però… E perché li avrebbero lasciati in libertà per riarrestarli? Non hanno dichiarato che sono innocenti? Non gli hanno perfino restituito il paio di calze e l’asciugamano insanguinato? Meriterebbero di andare in galera, sacro dio! Con tante raccomandazioni di bruciare tutto, tutto, hanno voluto arrischiare la vita per uno straccio di paio di calze e un asciugamano di quattro soldi! Pitocconi e imbecilli! Quel Bastone, se mi capita sottomano gli voglio dare io quello che si merita. Metti tra le fiamme le calze, cane! E il cane se n’è messo in saccoccia un paio. Vengo, vengo, sto guardando il diavolio di fuori. Saladino, contentali, da loro da mangiare e da bere. Poveri cristi, hanno aspettato anche troppo. Maledetto gobbo, vieni che ti darò da fartene una spanciata. I gobbi portan fortuna e bisogna tenerli da conto. Ti piace tutto, non è vero? Fammi poi gli occhiacci come stamane, che ti concio io. Sai bene che quando ho qualche cosa non ti lascio mai ultimo. Il marsala? Ma tu ci vuoi svaligiare! Sii buono, Saladino, dagli ancora una mezza bottiglia di marsala e lasciamo che si ubbriachi. Ricordati di battere le mani quando arriva il padrone e di farle battere agli altri quando va via. Perché è lui che vi dà tanta roba e tanto vino. Fila, e bada di non crepare.
Saladino distribuiva una corba di pane e di carne e di formaggio e di vino e il gruppo dinanzi che consumava da due ore si mise a gridare: evviva Filippella!
“Evviva il padrone, gridate, porci che siete! Non sono io che vi do tanta grazia di Dio. Per mio conto”, disse, avviandosi verso la tavola, “vi darei delle legnate. Vagabondi che fanno niente tutto il giorno e che aspettano sempre una boccata di qualche cosa da qualcuno”.
Si distraeva parlando.
“Vedete che sono qui ancora. Il padrone dovrebbe giungere a momenti. Non si fermerà molto, si sa. Ha più affari lui di un ministro. Che cosa fate voialtri, là sull’angolo? Dormite? Cottone butta loro un bicchiere d’acqua nella schiena. Mancherebbe che il padrone ci trovasse belli e addormentati. Non possono mangiare in casa di un altro senza imbriacarsi, questi porconi. E quel Giangreco da quest’altra parte non è buono di contenersi come si deve? Un po’ ancora e rimetterai nel piatto dove hai mangiato”.
Sedette dicendo a Fontana della necessità di una legge che regoli il vitto delle persone non abituate a pranzare tutti i giorni bene: I poveri diavoli non sanno contenersi. Mangiano a crepapelle e bevono fino al vomito.
“Tu vorresti dunque?”
“Che lo Stato desse loro la razione misurata e il vino regolato.”
“In una parola tu vorresti uno Stato di cucine economiche?”
“Per i poveri, senza dubbio. Credi tu che costerebbero più di quello che costano ora?”
“I poveri? Lo credo”.
“Ti sbagli. Chi li mantiene adesso? Un po’ tutti e male, non è vero? Che cosa ci costerebbero di più, se la società che è composta ancora di noi tutti, desse loro l’esistenza regolare? È il sogno del nostro padrone onorevole che desiderebbe una beneficenza più alta e più moderna. Egli non vorrebbe più cenciosi né per le strade né per i ricoveri. Non vorrebbe che dei pensionati. Sono inabili al lavoro, non è vero? O ammazzarli, o mantenerli. Siccome nessun governo avrà mai il coraggio di compiere stragi di questo genere, così egli vota per la legge che dia la pensione all’impotente. È il diritto all’esistenza che lo esige”.
Abbassò la voce e cambiò discorso.
“Sai che cosa è venuto a dirmi mio cognato?”
“Che cosa?”
“Una notizia che ti darà i brividi, te ne prevengo”.
“C’è nulla al mondo che mi possa far rabbrividire. Dopo quello che ho visto, caro mio, resterei tranquillo anche se tu mi dicessi che Palermo è scomparsa nel mare”.
“Lo credo. Ma se ti dicessi che la questura ha ripreso i Barone e che mentre parliamo saranno forse nei cameroni della polizia palermitana?”
Fontana aggrottò le ciglia.
“Non è una notizia che faccia esultare, ma non è neanche di quelle che terrorizzano. Se uno si dovesse allarmare tutte le volte che un altro viene mandato in prigione, la vita diventerebbe un inferno e io rinuncerei a essere di questo mondo. I Barone sono stati riarrestati? Se fossero innocenti, ci sarebbe a temere. Gli errori giudiziarii sono infiniti. Potrei farti il nome di non pochi in galera a scontare delitti commessi da altri. Così non ho paura. Chi vuoi che li accusi? Li terranno dentro un mese, due mesi, ma poi dovranno rilasciarli. Il pericolo è in loro. Se loro parlano, se loro sono capaci d’accusarsi l’un l’altro allora sì, allora puoi essere sicuro di una catastrofe. Senti il mio polso. Non è regolare? Abituati a non darti mai alla disperazione e a conservare il sangue freddo dinanzi gli estranei”.
“Mio cognato è andato via sbalordito. Gli ho detto che mi rincresceva come rincresce di tutte le sventure, ma che io proprio non sapevo perché avrei dovuto strapparmi i capelli”.
“Non andrai mai alla reclusione a rimanere calmo. Smettiamo di parlare sotto voce perché ci si guarda. Il Prefaci mi è divenuto sospetto. Fa lo gnorri. Non fidarti di lui. Mangia e beve e non dice mai niente. I tipi che divengono silenziosi, dopo essere stati dei burloni e dei chiacchieroni, non mi piacciono. Egli è diventato misterioso. Sarà la più brava persona che tu conosca, ma da un po’ di tempo io me lo tengo lontano. È venuto una volta a casa mia come per scavarmi, ma l’ho messo subito fuori dell’uscio, dicendogli che dovevo uscire. Non si è fatto più vivo e non ne sono malcontento. Non capisco perché tu l’abbia invitato.
“L’ho trovato l’altro giorno che veniva dal fondaco Barone…”
“Ne sei sicuro?”
“L’ho veduto io e me lo disse lui. Mi ha domandato come stavo, mi parlò bene dell’onorevole e l’ho creduto nostro amico”.
“Diffida”.
“Non ha da far tanto il bravaccio neppure lui, sai; ne so di quelle…”
“Tu non dirai mai nulla, spero. Il birbone lo faccia chi vuole”.
“Il mio sospetto è ch’egli sia l’autore dell’arresto dei Barone”.
“Tu vaneggi”.
“Non forse tanto come tu credi. Egli ci spia; attenti”.
Il dialogo venne interrotto dal battimano strepitoso e dalla confusione delle voci che davano il benvenuto all’onorevole.
“Evviva l’onorevole! Evviva!”
Filippella Bartolomeo gli andò incontro e lo aspettò all’entrata, battendo lui pure le mani e gridando come tutti gli altri.
“Evviva!”
Egli era in tuba, col solino in piedi ed aveva i baffi impolverati. Indossava un paltoncino colore cannella, un panciotto bianco, una redingote e dei calzoni di stoffa scura giù a piombo sugli stivaletti di vernice e aveva nella mano inguantata la canna nocciuola col pomo dorato.
I commensali si erano alzati come avevan potuto e colle voci rauche e avvinazzate gridavano anch’essi:
“Evviva l’onorevole, evviva”.
L’onorevole si tolse il cilindro e il paltoncino e poi sbottonandosi i guanti andò verso il pergolato domandando a bassa voce se c’era qualche cosa di nuovo.
“C’è una brutta notizia, onorevole”.
“Lo so, l’arresto dei Barone. Non è cosa che ci riguarda, ma a ogni modo non auguro di andare in prigione neppure al mio peggiore nemico”.
“E ne hai dei nemici, onorevole”.
“So anche questo e so anche che cosa si dice; ma tu hai veduto la fine che fanno. Parliamo d’altro, adesso. Come è andato il banchetto?” domandò egli scomparendo sotto il pergolato e avviandosi al suo posto inghirlandato di fiori e sormontato da una corona d’alloro che lo fece sorridere.
“Da che il Prati è morto, non ci sono più poeti. Egli era il Verdi della lirica italiana”.
Parlava come se parlasse a sé stesso.
“C’è anche Carducci; ma è il Wagner della poesia. Non lo si capisce che studiandolo. E la vita è troppo breve per studiare quello che non si capisce di prima acchito. Dunque, avete mangiato tutti bene?”
Erano quasi tutti ubbriachi fracidi. Tranne Fontana e Prefaci, non c’era alcuno che potesse rispondere. Non si sentirono che dei grugniti e non si videro che delle mani che non sapevano più gesticolare. Egli era giunto quando gli stomachi erano colmi e i cervelli annebbiati.
L’onorevole si guardava le mani inguantate e faceva delle considerazioni sulla plebe. Siamo ancora alle moltitudini dei tempi dell’impero Romano. I secoli sono passati senza lasciare alcun sedimento nel loro sangue. L’atavismo è nelle menti dei visionarii. Il mondo si trasforma, non progredisce. Gli individui di ieri sono morti. Ma quelli di ieri e quelli d’oggi sono identici. C’erano pitocchi sotto i Cesari e ci sono pitocchi sotto Umberto primo. I patrizi d’allora son diventati i signori d’oggi. Nulla è cambiato. Lungo la tavolata egli vedeva tutta la disperazione sociale. Migliaia e migliaia di leggi che dovevano, secondo gli autori, rigenerare le classi, portare il benessere e le consolazioni intellettuali in tutti; queste leggi hanno lasciato posto a delle leggi consimili, e la gente è ancora allo stesso punto. Le donne dei tempi di Caligola e di Nerone sono ancora le nostre femmine. Femmine dissolute, malmaritate, volgari creature, il cui ideale è la suprema degradazione. Gli uomini? Tali e quali. Viziosi, libertini, concupiscenti. La culla d’allora è la culla d’oggi. Si nasce nella batista e si nasce nei cenci. La prima ci dà la vita suntuosa del palazzo, la seconda quella grama del tugurio. Di vero non c’è che la teoria darwiniana. Chi è più forte schiaccia i desiderii del più debole e trionfa per tutta la vita.
Le idee gli formicolavano. Egli voleva come dimenticare di essere nel vomitorio, con delle persone che non avevano forse mai sentito il bisogno della tovaglia e che non sapevano indubbiamente distinguere il gusto di una trota alla borghese dalla aringa di due centesimi. Era stufo di tutte quelle facce. Se avesse potuto disfarsene non avrebbe aspettato un minuto. Ma non poteva. La sua condanna era terribile. Egli doveva aspettare che morissero.
“Bravo Filippella, hai fatto bene a portarmi il caffè. Mi immagino che sarà buono”.
“L’ho fatto io, onorevole!”
“Fontana, non ti avevo veduto, come stai?”
“Sto bene, grazie, onorevole. Mi parevi preoccupato”.
“Tu sai che sono un po’ poeta. In un minuto sono passato attraverso una folata d’idee che Filippella mi ha fatto scappar via come uno sciame di uccelli disturbati dalla caduta di un sasso”.
Gli invitati erano istupiditi.
Licata prendeva lo zucchero dalla zuccheriera e lo metteva fuori del piattello, e lo beveva amaro senz’accorgesene. Prestagiacomo se lo versava metà sulla camicia e rutteggiava. Pasquale si versava il cucchiaino pieno sulla barba sucida. Cottone continuava a versarsi dei liquori di qualunque bottiglia gli capitava in mano, senza smettere neanche quando la chicchera era vuota di caffè. Pitaressi Antonino era lavorato dai singulti strepitosi che lasciavano credere a una eruzione immediata.
“Me ne vado”, disse l’onorevole.
“Non è colpa mia”, gli disse Filippella.
“Chi ti dice qualche cosa? Me ne dispiace per voialtri. Ma vi compenserò con un pranzo a casa mia. Uno di questi giorni voi due, Filippella e Fontana, verrete da me e passeremo un’ora lieta. Ero venuto per conversare sulle elezioni e sui bisogni amministrativi, ma vedo che non è il momento. Ne parleremo noialtri a casa mia”.
Cerrito gli fece abbandonare il posto olezzante di fiori prima del tempo. Egli non seppe trattenere l’impeto dello stomaco e la tavola divenne il suo troguolo. Tutta la tovaglia ne fu inondata. Fu come s’egli avesse dato la stura al collo dello stomaco. Il rutto di Cerrito faceva ruttare e vomitare tutti gli altri. Onia, Cottone, Licata, Gambino e Alfonso Domenico rovesciavano l’esuberanza di quello che avevano mangiato e bevuto sul tavolo, in terra, sugli abiti, sulle sedie, sulle panche, dappertutto, e dappertutto si elevavano tanfate che facevano chiudere il naso e la bocca a Luraschi che pensava di scappare senza la sua giornata. Jaddetto e Pitarresi fecero per ritirarsi dalla scena disgustosa che li incitava a imitare i compagni, ma le loro gambe piegavano su sé stesse. L’uno e l’altro cercavano di reggersi in piedi con degli sforzi di equilibrio; ma l’uno e l’altro caddero nella poltiglia rossastra e vi rimasero, come affondati in un letto tepido.
Giangreco non si era commosso. Egli, dopo lo sfogo, era rimasto colla testa sulla sponda del tavolo e si era messo a russare.
La ventata spense le candele e di fuori, mentre Filippella diceva addio al padrone, la bordaglia riunita dal gobbo, applaudiva a due mani e sgolava il grido di evviva il deputato.
IL SECONDO DIARIO DI LURASCHI

8 GENNAIO 1899. Tiraboschi sarà impaziente di vedermi, ma non so che farci. È necessario che io coordini le note e completi l’ultimo volume della mia opera. La scena della spanciata farà l’effetto di due dita in gola dei lettori. Ciascuno sentirà il bisogno di recere. Non è colpa mia se vi sono dei maiali. Un cameriere al mio posto non avrebbe fatto a tempo a turarsi la bocca. Io vi sono rimasto come un testardo che vuol vedere la fine. Si sarebbe detto che il mio stomaco fosse foderato di rame. Non ho avuto raccorciamento di sorta. Le darò il titolo di “gaiezza bestiale”. C’erano dei porci che grufolavano e si rimpinzarono con voluttà brutale. Ah, se avessi potuto sostare e scrivere le mie impressioni calde, come mi sorgevano al momento che udivo un’espressione che portava alla superficie l’iracondia di chi la pronunciava o al momento che vedevo balenare la cupidigia o malvagità negli occhi torbidi dei commensali già sbrigliati dal vino! Riprodurre le linee facciali di Cottone vorrebbe dire di avere nel proprio calamaio tutte le sfumature della descrizione che si piega colla duttilità del guanto. Alle volte levava dal piatto un viso che pareva un temporale che il lampo illuminava; e alle volte il suo occhio striato di sangue si spegneva in fondo alla occhiaia come sopraffatto dalla sonnolenza e non rimaneva a tavola che un ceffo orribile sotto la cui pelle i muscoli avevano dei trasalimenti. La cupidigia bieca che si distendeva dalla fronte al mento di Onia quando egli ascoltava il commensale che continuava la conversazione slegata e monosillabica, è irriproducibile. Non ci sarebbe che l’apparecchio fotografico che saprebbe rattenere certe contratture che sono la rivelazione dell’anima malvagia al lavoro. La disuguaglianza degli occhi di Cerrito vi va per la schiena come un brivido e la disuguaglianza delle orecchie di Giangreco vi porta il pensiero in un museo antropologico.
L’onorevole, mi ha lasciato perplesso. Vestito bene, coll’aria di un decadente dell’arte che vive di sensazioni infocate, sedeva capo tavola di una ciurmaglia ributtante che avrebbe vuotato lo stomaco di un uomo abituato all’ambiente degli sbevazzoni e dei peteggiatori. O egli ha il gusto depravato degli uomini che hanno bisogno di emozionarsi con le pitture sbracate e fosche, o egli è internamente una miscela di ribalderia e di sudiciume. I suoi occhiali d’oro sulle folte sopracciglia m’impedirono di andare in fondo ai suoi occhi, cioè in fondo all’anima, e ritornare a galla coi miei pensieri.
Tiraboschi non ha più dubbi. La sua inchiesta è quasi terminata e l’onorevole nuota in ogni pagina nel sangue dei suoi delitti. Egli sarà arrestato fra non molto. Me lo diceva sere sono al Casino Bologni, dove l’onorevole chiacchierava in mezzo a una ventina di soci altolocati che approvavano coi sorrisi e colla testa il suo “lavoro parlamentare.”
Io insistevo, e insisto ancora, nel volerlo mettere tra gli uomini forti, o di stomaco, come si dice in Sicilia, col fegato sano di fare l’assessore e il deputato e inviare al brigante Leone le leccornie della propria mensa e i vini prelibati della sua cantina ricca e di ricevere alla Posta Vecchia, al palazzo municipale, il Valvo, uno dei banditi più crudeli di quest’ultimi anni. E lui, Tiraboschi, si ostina a considerarlo una di quelle figure timide che lavorano sott’acqua e sorgono dopo il delitto.
“Sarà come voi dite”, gli dissi, “ma io e voi, sapendoci perseguitati dal terribile sottovoce che è perseguitato lui, non saremmo buoni di star lì a narrare con compiacenza gli episodi parlamentari, tirandosi di sotto la manica dello stifelius il manichino lucido col bottone d’oro, o attorcigliandosi la punta dei baffi incerottati. A me sembra un uomo di ferro coi muscoli d’acciaio. Udite come parla bene: la sua voce non sente della trepidazione o della inquietudine di chi s’aspetta a ogni momento di essere trascinato via dal seggio parlamentare come un delinquente”.
Più lo guardavo e più lo vedevo tranquillo. Alzava la mano per avvicinarsi la chicchera alle labbra e disperdeva le faville dei suoi diamanti alle dita con grazia femminile.
“Non c’è stata”, diceva loro, “seduta più clamorosa di quella di quel maggio. Ero vicino a di Rudinì che mi aveva incalzato a prendere la parola e a finire gli avversari con una di quelle mie frasi che s’attorcigliano al collo e strangolano. Mi alzai in mezzo all’uragano e li accusai, colle due dita puntate verso loro, di essere “tinti di rosso,” e di volersi imporre come i pasteurs du peuple, quando il popolo non sapeva vedere in loro che i suoi vibrioni. Pochi radicali avevano letto la commedia di Dumas fils, per capire il significato degl’infusorii che avevo buttato loro sulla faccia. Ma la tempesta non si fece aspettare. Saltarono in piedi coi pugni tesi e colla bocca piena di invettive”.
“Che ne dite, Tiraboschi?”
“Ch’egli è un uomo meraviglioso.”
“È quello che dico anch’io.”
Il Fontana si è conservato più educato dei suoi abiti da signore. Mangiava con parsimonia, si puliva la bocca col tovagliolo e beveva senza ingordigia. La sua voce ha tutta la tonalità della scala. Sa essere veemente e dolce, dura come un rimprovero e morbida come un bacio. L’aspetto varia. Ora ti pare un uomo mansueto e ora i suoi lineamenti assumono la rigidezza che spiega la paura che incute il suo nome. A tavola non ascoltava che Filippella e non parlava che con lui. Il dialogo più lungo è stato quello sul banchetto cui egli biasimava e dichiarava impolitico.
“Chi sta quieto vive più a lungo. Il banchetto farà parlare di noi e noi abbiamo bisogno di essere dimenticati”.
“Quanti anni ha Fontana?” domandai un giorno a Tiraboschi.
“Quarantatré”.
“È egli celibe?”
“No, è vedovo con figli”.
“Con figli?”
“Ai quali vuole il bene che voglio io alla mia Ada. Spiegatemi voi, o filosofi, come si può essere lui e padre che adora i propri i figli. Ma i sentimenti paterni non addolciscono in noi i sentimenti della bestia e l’amore sconfinato per i proprii di casa non trattiene la mano perversa che manda direttamente in galera? Filosofi, spiegatemi perché l’indole calda e umana soccombe sotto il peso della nequizia o perché un uomo è in certi momenti di una bontà ineffabile e in certi altri è uno scelleratone che beverebbe il sangue dei suoi simili?”
“Sarà arrestato anche lui?” Domandai ieri l’altro a Tiraboschi.
“Senza dubbio. Probabilmente lo sarà prima del Palizzolo”.
“Badate che le sue relazioni sono potenti”.
“Lo so. Egli è sotto la protezione del principe Mirto”.
“Allora lo perderete in qualcuno dei suoi fondi”.
“Vi dico ch’egli è già pedinato”.
“Da chi?”
“Dal delegato Ronga”.
“È egli un uomo di fiducia?”
“Egli non gode la mia. Ma il questore Sangiorgi me lo ha dipinto come la tigre legale che aspetta l’ordine di scagliarsi sul malfattore, coi bramiti dell’impazienza”.

22 gennaio. – Il Tiraboschi è diventato di una attività straordinaria. Egli ritorna all’ufficio di sera e sta ivi a lavorare fino a ora tarda per consegnare la sua inchiesta al procuratore generale per la fine del mese. Egli è convinto che mandanti, organizzatori ed esecutori materiali del delitto saranno nelle Grandi prigioni fra una quindicina di giorni. Sull’inchiesta siamo d’accordo, ma sugli arresti siamo come cani e gatti.
“Non ho la vostra sicurezza, gli dicevo, e ho le mie buone ragioni. È vero o non è vero che il commendatore Gualtiero Sighele, procuratore generale, è stato traslocato da una mano misteriosa, non appena si seppe ch’egli voleva mettere le unghie sul mandante degli assassini di Notarbartolo?”
“È vero”.
“È vero o non è vero che il procuratore generale Marsia – venuto dopo il Sighele – ha potuto mettere insieme un’altra inchiesta di sessanta pagine, senza neanche occuparsi di colui che l’opinione pubblica accusa di avere armato e prezzolato i sicari?”
“È vero”.
“È vero o non vero che i questori Lucchesi e Perugy hanno cucinato nei loro rapporti questo personaggio eminente come capo di una vera associazione di malfattori?
“È vero”.
“Oh, Bravo. È vero o non è vero che il Diletti, capo stazione di Termini Imerese, ha riconosciuto il Fontana Giuseppe di Vincenzo come la figura sinistra che sedeva sul divano opposto dello scompartimento ove si trovava il commendatore Notarbartolo?”
“Ma sì, è vero! E che cosa vogliono dire tutte queste interrogazioni?”
“Aspettate e lo saprete”.
“È vero o non è vero che malgrado la testimonianza del Diletti, il magistrato ordinò la scarcerazione del Fontana?”
“È arcivero”.
“Ebbene, la mano misteriosa, energica, potente che ha lasciato fuori il Fontana, che ha impedito che si toccasse l’onorevole, che ha traslocato magistrati e prefetti che volevano vedere chiaro sul fondo ove era colato il sangue di Notarbartolo, saprà distruggere la vostra inchiesta e suggellarvi la bocca mandandovi sul continente con una promozione”.
“Voi non mi conoscete”, diss’egli con voce un po’ esasperata; “io saprei rifiutare la promozione e respingere il trasloco”.
“E così farete quello che desidera la mano misteriosa rivelata dal Lucchesi. Le impedirete di servirsi delle ingiunzioni e voi, giovine e pieno di vita, vi troverete sul lastrico dei disoccupati e per sempre. Perché, mio caro Tiraboschi, i posti di magistrato non esistono che sotto la ditta governo”.
“Vi risponderò che la verità ha in sé stessa una forza di esplosione che la rende invincibile. Mi possono licenziare, mi posso dimettere, ma il mio documento è indistruttibile. Io mi ci sono affezionato come ci si affeziona ai lavori nei quali ci si mette un po’ di noi stessi. C’è un po’ della mia carne e un po’ del mio sangue nel grosso volume che fra pochi giorni io metterò sulla scrivania del mio superiore”.
“Tutto ciò è vero e non dispero di vedere completata l’opera vostra coll’arresto e colla condanna degli assassini. Ma la mano misteriosa può allungarsi e ghermire il vostro grosso volume nel quale è parte di voi stesso”.
Lo lasciai un po’ scorato. Mi rincresceva di dire a un uomo che si era gettato nel mistero con tanto ardore e che ne usciva con un volume che dovrebbe rischiarare come una fiaccola: voi avete forse sciupato l’intelligenza e la fatica. Ma io avevo piena la testa di disillusioni. Mi ricordavo, per esempio, del sindaco di un Comune della provincia di Palermo che ha rubato – il verbo è esatto – sessanta mila lire. La cifra non è ingente, ma il furto è conosciuto dalle autorità militari, poliziesche e giudiziarie. Il nome del ladro è noto a tutti. Perché non lo si è mai arrestato e processato? Vedi la mano misteriosa. Commissarii civili e militari, prefetti, questori e magistrati ubbidiscono alla mano poderosa che schianta e sbriciola tutti coloro che ardiscono disobbedire. Mi ricordavo del commissario civile Codronchi. Immorale come il Mirri, voleva che un certo Matisi – mafioso e pregiudicato – ritirasse la sua candidatura dall’elezione amministrativa per lasciar posto a un candidato del governo. Il Matisi, dominato dall’ambizione, non volle e il Codronchi, immorale come il generale Mirri, lo fece arrestare. Io stavo per adagiarlo nella pagina del mio diario circondato di biasimo sormontato dalla lode di essere stato spinto a compiere un atto da galantuomo. Ho dovuto sopprimere la lode e annegarla nei vituperii. Trovai il Matisi al largo che fumacchiava senza paura. Chi lo aveva rimesso al largo? Vedi la mano misteriosa.
Il Tiraboschi crede nel procuratore generale Cosenza. Io no, non posso accusarlo di nulla perché non ho modo di studiarlo nel suo ambiente di magistrato, ma sono convinto ch’egli è o negligente o inetto.

Venti febbraio. – Avevo giurato a me stesso di non sciupare più tempo con le donne. L’amore è un lusso che costa troppo caro. Vi assorbisce. Non sapete fare più nulla. Una volta innamorati non avete più che una direzione. Tutti i vostri pensieri vanno verso la donna – verso una donna – che vi riponete nel cuore come in uno scrigno. Dal giorno che ho riveduto Laura nel tramonto di un cielo estivo, sui gradini dalla residenza baronale del Listulla, non ho avuto più pace. Parlo di lei, scrivo di lei, mando lettere a lei e sogno di lei. Sono occupato dalla mattina alla sera a dirle che le voglio bene, che l’amo, che l’idolatro. Anche dopo ch’ella mi ha confessato il suo fallo, io non ho esitato un minuto a gettarmi al suo collo con una sfuriata di baci. Sia pure come tu dici, le ho detto, tu sarai mia, mia, tutta mia. E che importa, le scrissi nella sera, mezz’ora dopo che mi ero saziato sulle sue labbra, che importa se tu sei stata sfiorata da un altro, se tu sei stata tenuta nelle altre braccia da altre braccia; se tu non sei stata sua che come corpo senza anima, se tu sei passata attraverso tutto quel periodo di inconsapevolezza come una smemorata che si risveglia da un brutto sogno? Io pure sono stato di qualcuna senz’amare. Me ne accorgo adesso. Sono stato di parecchie, senza essere mai stato di alcuna. Non ho mai amato. In allora erano i sensi che mi stordivano e mi ubbriacavano e mi facevano continuare l’orgia fino al delirio e alla prostrazione. In allora era la violenza che mi lanciava nel turbine della passione, che mi teneva in alto fino all’esaurimento e al deliquio. Ora ho la coscienza di ciò che faccio. Io ti sento in me come la vergine sente in sé il Cristo dopo averne inghiottita l’ostia eucaristica. La mia anima è nutrita dalla tua anima e tutto il mio essere sente del tuo essere. Laura, noi ci siamo amati prima di conoscerci, i nostri pensieri hanno fraternizzato mentre gli altri, forse, ci delibavano o ci portavano via la primizia. Il giorno che la tua mano si è scaldata nella mia mi passava per le vene un calore che mi aveva imparadisato altre volte. Sentivo che mi invadeva un tepore che mi andava fino alla gola come una dolcezza conosciuta. Laura ribaciami sulla bocca, suggimi lentamente, come hai fatto ieri quando mi hai fatto chiudere gli occhi dalla voluttà che mi remigava per il sangue. Tuo, io voglio essere tuo, tutto tuo, sempre tuo.

Venti marzo. – Laura Cintelli è una bella sognatrice inquieta e mutabile. Il suo cervello rompe tutto. La maternità le ha come dato pensieri che l’allontanano di giorno in giorno da questo mondo ch’ella chiama decrepito. Non credo di essere stato un eroe a sorvolare sul passato di una donna, perché ormai non ci sono più donne senza passato, ma non credo neppure di essermi meritato un’usciata sulla faccia. Tu hai un figlio? Eccoti suo padre, sarò il suo aiuto, il suo protettore. Tu ne sarai la madre, la sua vera madre e lo ameremo insieme senza ricordarci dell’onorevole delinquente. Pareva che io le dessi delle scudisciate! Ella era convinta che il delinquente risorge, e che domani l’uomo rinfaccia, scelleratamente rinfaccia. Conosco l’uomo. Non è che colui che ha raggiunto la sommità della evoluzione che non fruga nel passato della donna; e voi non l’avete raggiunta, mi disse. “Voi siete intelligente per una società di schiavi.” Dunque? Io l’adoro, io l’idolatro, io le dico che dovrebbe essere mia, ed ella allarga sempre più il corso della corrente che ci divide. Ella è fatta per me e per i miei ideali e la maternità la costringe a uscire dal binario comune.
Le sue idee di ieri non mi parevano della donna normale. I libri le vanno facendo un mondo artificiale. Legge sempre.
“Vi stancherete. E poi? Passerete delle giornate lugubri. Il figlio non basterà alla vostra affezione, credetelo. Ma voi credete di allevarlo secondo i principii di una scienza moderna e di farne fuori un rivoltoso della società attuale! Illusa! il fanciullo che si appendeva alle vostre labbra divenuto adulto, diverrà un vostro nemico implacabile, vi dirà un sacco di villanie da farvi tremolare le gambe e vi domanderà ragione di averne fatto un reietto e di avergli rubato col padre il nome”.
“È morto”.
“E voi vi servirete, voi, emancipata, di una bugia? E credete ch’egli non andrà a cercare all’ufficio delle nascite quello che voi volete nascondergli? Sì, egli crescerà un rivoltoso. Sarà il ribelle di sua madre. Mi avete detto che siete ambientista e credete che l’affetto di una madre possa inoculare nel figlio tutto l’ambiente nuovo nella vostra testa in un ambiente vecchio!”
Lasciatemi dire tutto quello che penso. Vostro figlio… ve lo dico adagio perché nessuno senta… Non mi meraviglierei che il figlio adulto un giorno levasse la mano contro la madre!… È detta. Sarebbe un’infamia, lo so, ma sono cose che si sono vedute e che si vedranno. Il barone Listulla è ricco, è arciricco e può fino a un certo punto tirar via per la strada che si è fatta. Ma lasciate che le sue figlie giungano all’età di maritarle e poi mi saprete dire che cosa diventerà l’idillio che si svolge adesso al suo Castello. Diventerà il Castello della desolazione. I genitori, per quanto spregiudicati, non potranno dire agli amanti delle fanciulle: prendetevele, fate il comodo vostro, fatevene delle mantenute!
“Fatevene delle compagne, diranno”.
“Non voglio leticare sul nome. Fatevene delle compagne. Ci saranno i giovani che accetteranno le donne del loro cuore a queste condizioni?”
“Indubbiamente”.
“Io ho dei dubbi. Ma dato che ci siano, i genitori di questi giovani non daranno il loro consenso e lascieranno crepare i figli dalla fame piuttosto che riconoscere una famiglia illegale ch’essi chiameranno la famiglia della prostituzione. Ne siete convinta?”
“Sono convinta del contrario. Voi non tenete calcolo del sedimento sociale di venti anni. Fra quindici o venti anni la società avrà cambiato la base della sua esistenza. Quello che oggi voi e i vostri padri da commedia chiamate disordine sociale diventerà il santuario dell’armonia dei cuori, della affezione sentita, della mutua fiducia”.
“Diventerà la casa del concubinaggio, degli smogliati, delle celibi, del vizio organizzato; ecco quello che diventerà”.
“Noi andremo mai d’accordo. Vi saluto”.
E mi lasciò andar via. Anzi mi mandò via come un licenziato sui due piedi.

Ventotto marzo. – Sono passati otto giorni che ho scritto non ricordo più quante lettere. Ella non mi ha risposto che una volta con poche parole.
“Caro Luraschi,
Non l’ho punto con voi e voi potete sempre essere fra i miei amici. Ma non mi parlate mai d’amore – un argomento sul quale non andremo mai d’accordo. Voi siete un uomo del vostro tempo; io voglio un uomo completamente evoluto. State bene.
Laura”.
Completamente evoluto? Esiste questo individuo? Dove? Dove abita? E si può essere completamente evoluti in una società così poco evoluta? Sogni della fantasia sono i vostri. Laura, se siete quello che dite, lo aspetterete un pezzo. Ma voi non lo siete. Chi è caduto una volta nelle braccia dei non evoluti, ricadrà una seconda e una terza, ieri, oggi e sempre. Non siete di ferro, non siamo di ferro.
Hai ragione di lamentarti mio buon Tiraboschi. Io non ho più testa, non faccio più nulla. Sciupo il tempo dietro una donna, anche dopo i miei giuramenti. C’è lì il mio ultimo romanzo che aspetta le sue ultime venti pagine da due mesi. Gli darò il titolo di Malmaritato. Sarà, tutt’assieme, una requisitoria formidabile contro la donna evoluta. Coll’abnegazione si purifica e si eleva il focolare domestico, mia cara signorina. La mia Emiliana è la difenditrice di ciò che voi volete distruggere.
A che punto siamo coi nostri delinquenti? Tiraboschi mi dice ch’egli chiuderà la sua inchiesta domandando l’arresto di Raffaele Palizzolo, deputato al Parlamento da cinque legislature, e di Giuseppe Fontana di Vincenzo, il capo mafia di Villabate. Con un deputato di mezzo lo scandalo uscirà dall’Isola, senza dubbio. Ma la Camera consentirà che uno dei suoi onorevoli vada in prigione? Il marchese di Cadì, al quale abbiamo comunicata la notizia, ci ha fatto sopra uno di quei suoi risolini che riempiono di scetticismo. Può darsi che le accuse contro di lui siano di un carattere da impedire anche l’idea della autorizzazione a procedere.
“Ma vi ricordo”, ci disse, “che non è la prima volta che gli onorevoli rifiutano di consegnare alla giustizia un loro collega. Francesco Crispi, il vero iniziatore del saccheggio alla Banca Romana, il cui nome è divenuto sinonimo di ladro in tutta la penisola, è ancora seduto al suo posto di deputato a ridere dei suoi accusatori vivi e morti. Il nome di Raffaele Palizzolo non è quello di Francesco Crispi e voi potete sperare. Io spero poco da una Camera che racchiude tanti farabutti, tanti deplorati, tanta gente che vive non si sa come. Ne conosco una ottantina che mi fanno germogliare una interrogazione tutte le volte che li leggo o che trovo i loro nomi sui giornali. Come vivono? Prendete l’onorevole X. È un conservatorone. Prima di essere onorevole vivacchiava a mala pena facendo qualche cosa. Adesso fa del lusso, la sciala, facendo nulla. Mi duole che non si dia l’indennità al rappresentante della nazione. Ma fino a quando lo stipendio parlamentare non esiste, io ho diritto di tranquillare la mia coscienza e di sapere come fanno a vivere coloro che rappresentano il Paese, coloro la cui moralità e il cui intelletto devono essere superiori alla moralità e all’intelletto del popolo. Non vi pare?”

Sei aprile. – Rientro agitato, sconvolto, con una voglia di piangere e piangere per tutta la vita! Oh, che belve, che belve ci sono al mondo! Quando mi si venne a dire che Samuele Prefaci di Giacomo non era più che una notizia funebre, ero preparato a una tragedia orribile. Ma non credevo che la vendetta dell’uomo potesse lasciare un documento più spietato del cadavere del nostro povero collaboratore. È mercè sua che Tiraboschi potrà chiudere la sua inchiesta colla scoperta dei due maggiori criminali di questo quarto di secolo. Giovanna Sterzi, sua moglie, che ha voluto venire con noi, il delegato, il capitano dei carabinieri e alcuni agenti della forza pubblica, non ha potuto entrare. È scappata per la campagna come una pazza che disperdeva le sue strida nel deserto. Siamo stati noi la sua rovina. Senza di noi egli sarebbe in casa sua ad accarezzare il suo Sebastiano e il suo Filippo. Le strazianti grida della povera donna che fuggiva all’impazzata mi risuonano ancora per le orecchie. Negli assassini doveva essere il godimento feroce del cesare che assisteva all’incendio dei cristiani legati agli alberi colla testa inghirlandata e gli abiti inzuppati di resina!
Ho dovuto smettere di scrivere. Sentivo che le lacrime mi venivano su tutte in una volta e mi soffocavano. Adesso dovrebbe essere il mestiere che… Ma il mio pensiero è turbato e commosso e mi trascina fuori dal sentiero della concezione serena.
Samuele Prefaci di Giacomo è stato trovato in una grotta del Comune di Altavilla, a un’ora dal fondaco dei Baroni, sgozzato e appeso a un palo come una bestia da macello. Io e Tiraboschi eravamo preparati a vedere un uomo orribilmente sconciato dal coltello degli assassini, ma non tanto da essere respinti dal terrore. I malvagi dovevano essere ubbriachi di vendetta. Dai tagli, il medico venuto con noi suppone che gli abbiano sbattuto in terra la prominenza del naso con tre o quattro rasoiate. L’apparecchio genitale è stato raccolto a parecchi passi di distanza, attorcigliato da una funicella che lascia credere che glielo abbiano chiuso in un laccio e strappato via a colpi. Era in terra avvizzito e imbrattato di sabbia intrisa di sangue scolorato. Scellerati! La gabbia ossea che protegge i polmoni e il cuore gli è stata sfondata e frantumata da pugni che gli devono aver tolto la vita prima del respiro. Non abbiamo potuto capire se lo abbiano svestito vivo o morto. Le falangi delle mani e dei piedi son state stracciate come se due mani avessero tirato le dita simultaneamente a destra e a sinistra per farne tanti pezzi. Le vertebre dorsali avevano subìto la violenza del martello o del sasso o del bastone col gnocco piombato. Il prolungamento del mento era spaccato in due fin quasi all’estremità del labbro inferiore. I miserabili devono avere impiegato delle ore a compiere la strage. Piccia, il chirurgo, ebbe uno svenimento quando, studiando lo sfacelo del cranio, si trovò le dita sugli ossicini dell’udito. Non si poteva essere più crudeli. La lingua gli è stata strappata anch’essa con una funicella. Durante la legatura per strappargliela, gliel’hanno tenuta fuori infilzata a un chiodo. La trovammo là, sulla pietra, increspata dalla violenza, secca come una pelle di guanto assecchita al sole. La gobba cranica gliel’hanno fatta rientrare nella materia grigia del cervello. Era sfigurato, irriconoscibile. Alle natiche c’erano gli strappi di una tanaglia che non le lasciava senza un po’ di carne. Il chirurgo, riavutosi, continuava a descrivere senza badare alle scolorazioni e alle irritazioni facciali di noi che soffrivamo lo strazio del Prefaci. Dai temporali si vedeva la parte squamosa come se il disgraziato fosse stato sbattuto al suolo più volte con dei potenti manrovesci. Coll’interno del naso verticale scoperto e le mascelle che avevano la carne delle guance stracciate, la pietà per la vittima diventava, di tanto in tanto, un sostantivo di abbominazione per i torturatori. La consolazione di tutti noi era che il Prefaci non abbia potuto resistere che pochi istanti. Tutto lo sbranamento deve essere stato compito mentre il cadavere si raffreddava. I carnefici non si sono dimenticati di lasciare il suggello della ditta mafiosa. Gli hanno attaccato al collo il cartellino che rivela il perché lo hanno assassinato con tanto accanimento: Ecco come si puniscono le spie! Era firmato: i tre fratelli. Ah, se si potesse avervi nelle mani! Diventeremmo feroci come loro, forse più di loro, e la giustizia di Tiraboschi diventerebbe inutile. Per certi delitti non c’è più che il linciaggio.
“Vi servireste della giustizia speditiva degli Stati Uniti di America”, mi disse il barone Listulla entrato mentre scrivevo l’ultima parola di una tragedia senza nome.
“Mi sono lasciato trasportare, barone. La giustizia sommaria non è tra i miei ideali. Quand’essa non è più sobria, quand’essa perde il suo carattere impersonale ed evolutivo, dessa non è più la dea sociale. Diventa una furia”.
“Io sono del vostro parere. Sono contro il linciaggio, ma sono per la sedia elettrica”.
“Americana!”
“S’intende. La vita di colui che fa scempio del suo simile come hanno fatto gli assassini di Prefaci, non mi può più interessare neppure come studio. Egli è andato al di là della immaginazione che finisce per diguazzare nel sangue. Le convulsioni della sedia americana è la pena più mite che si possa infliggere al drago sociale”.
“M’accorgo, barone, che il marchese ha sempre ragione. Egli mi ha ripetuto più di una volta che la spia non è possibile in quest’Isola2, specialmente negli ambienti dove impera la mafia”.
“La spia è un arnese delle polizie corrotte. Educate le popolazioni ai più alti sentimenti di sicurezza pubblica e voi vedrete il cittadino onesto denunciare il cittadino malfattore”.
“Ma intanto?”
“Intanto, pazienza”.

Trenta aprile. – E batti e batti, Laura mi ha risposto e mi ha invitato a prendere il tè con lei alle cinque. E non sono che le due! Le voglio bene, sempre bene, forse più bene, ma la sua lettera, ohimè! mi porta via dell’altra speranza di indurla a diventar mia. Ella, forse a sua insaputa, continua a inocularsi delle dosi abbondanti di filosofia che le vende Grant Allen, un romanziere che idealizza troppo la vita a due. La sua teoria della famiglia libera in relazione ai sessi ha in sé della poesia che conquista dei lettori, ma la lotta per raggiungere questo focolare ideale è troppo lunga e troppa aspra. È una teoria che sarà superata per le generazioni che verranno, se avranno più benessere e se saranno più buone di noi; ma non per noi che viviamo sotto leggi differenti, che siamo stati allevati con altre idee e che abbiamo costumi assolutamente contrarii a quelli del faux ménage a periodi di questo sognatore fabiano. Che cosa vuole Grant Allen? La donna sgiogata, indipendente dal monopolio del maschio, che considera la moglie una proprietà individuale. La donna che si dà questa missione in un ambiente contrario arriva, se si arriva, alla méta, stanca, affranta, incapace di regolare il grido della vittoria. La monogamia è un male crudele contro l’amore, lo so, ma siamo abituati a questa ipocrisia e bisogna rassegnarsi, o Laura. Rassegnati, e diventa mia. Ma non mia, come dici tu nella tua lettera, perché in allora il dubbio di perderti ogni mattina che io ti possa venire a noia mi distruggerebbe tutta la gioia di averti fra le mie braccia. Rileggiamola: “Caro Luraschi.” È poco, per uno che ti adora. “Voi.” E poi perché questo pronome antipatico, non c’è quell’altro in Grant Allen, più dolce e più carezzevole?
“Voi mi domandate che cosa voglio dire coll’uomo completamente evoluto. Credevo che non ci fosse bisogno di spiegazioni con un uomo altamente istruito come voi e con un avversario della famiglia morale. Abbiate pazienza, non faccio della predica, parlo di morale per dirvi che dalla unione delle due persone di sesso differente, noi eliminiamo i tradimenti dell’una e dell’altra o di tutti e due. Non c’è matrimonio borghese che sia immune di questo vizio di corbellarsi a vicenda, senza poi che il padre che passa da una donna all’altra si domandi se i figli siano proprio suoi. L’uomo evoluto, Luraschi, è sincero. Non bacia che la donna che ama e quando l’ama. La donna evoluta non esige da lui che quello che può darle, ma lo esige tutto e fino a quando può darglielo. Fra questi due esseri la gelosia rimane sconosciuta, perché nessuno dei due continua a lottare contro un altro amore. Mi sono spiegata? Supponete che io e voi si dovesse andare assieme. Prima di unirci sarebbe sottinteso questo scambio di parole: del tuo amore mi darai tutto quello che potrai, senza lesinare, senza tergiversazioni, senza lottar mai per amor mio contro un altro amore. Non strangolate mai la nuova passione che nasce in noi. Il giorno in cui non mi amate più, il giorno che il vostro cuore cessa di palpitare per me, risparmiatemi l’orrore del vostro corpo che verrebbe a insudiciare il mio. Non siamo semplici e sinceri, dite? Oh mio caro Luraschi, voi non potreste capire questo mio trasporto per un grande ideale che ci darà il massimo della felicità che si può estrarre dalla vita. È bello poter dire all’uomo che si desidera amare: Non dare mai ai tuoi figli un padre il giorno che avrai cessato di amarmi con la stessa voluttà di prima. Ne capite l’alta concezione? Noi non vogliamo che figli concepiti dalla vigoria di una passione sentita, concepiti nel momento in cui uno sugge avidamente alla bocca dell’altra per un bisogno del cuore.
E poi? E poi? Lo scioglimento. Uno va a destra e l’altro a sinistra senza rancori, senza rimpianti, senza scene drammatiche. L’ideale che li ha uniti li ha disuniti, ecco tutto. Avete qualche cosa di più semplice, di più bello, di più vero? So la vostra interrogazione. E se una delle due parti non avesse cessato d’amare? Nessuno dei due potrebbe essere tanto vile da elemosinare i baci, nessuno dei due vorrebbe l’amore che l’altro ha rifiutato. Vi dirò il resto se verrete a prendere il tè alle cinque. Vi aspetto.
Laura”.

Venti aprile. – Ah sì, la vedranno! mi disse ieri Tiraboschi con un dito nel vuoto che traduceva la sua concitazione.
“La vedranno! Ne siete proprio sicuro?”
“Come sono sicuro di chiamarmi Giovanni Tiraboschi”. E dicendomelo passeggiava con la sinistra al dorso e la destra al petto come portato da un pensiero che lo agitava.
“Lo saprete anche voi”, aggiunse, “se l’amore non vi avesse distratto e impedito di seguire le ultime indagini. Le parole del figlio del commendatore Notarbartolo non mi dànno tregua. Mi si risvegliano di notte, mi passano e mi ripassano per la mente di giorno, e mi vengono sotto la penna ogni volta che scrivo. E tutte le volte, come in una visione, io vedo il padre che si leva in piedi insanguinato come per dirmi: sì, sono loro! sono loro!”
Io lo guardavo esterrefatto. Tiraboschi percorreva il mio salotto turchino come un ispirato che non sente e non vede altro. La sua convinzione personale e giuridica animava il suo viso e i suoi occhi.
“Voi sapete”, gli dissi, “che io ne ero convinto, quando voi avevate dei dubbi”.
“Questo dovrebbe andare a mio favore. Sono cauto e non mi convinco che una volta sola”.
“Pensateci bene prima di attirarvi addosso l’odio della cosca palermitana, la più sitibonda di sangue delle altre dell’Isola. Voi avete veduto che le nostre precauzioni non hanno salvato dal coltello implacabile il povero Prefaci. Il figlio di Notarbartolo, un giovine ufficiale di marina simpaticissimo, può essere scusato. Probabilmente egli ha studiato l’ambiente del delitto con l’idea fissa di arrivare dove egli è arrivato. Ma voi siete un magistrato al quale non si perdonerebbe che col coprirvi di ridicolo per poi mandarvi a raggiungere il povero commendatore”.
“Voi non lo conoscete, non è vero?”
“Me lo hanno fatto vedere un giorno che venivo da voi. Indossava l’abito borghese. Egli è un giovine di circa trent’anni, con una barba nera a punta”.
“Egli, seduto sulla poltrona del mio ufficio, guardava delle note e mi diceva queste parole senza contrazioni facciali: “Il delitto è stato premeditato freddamente e concertato con calma da chi aveva motivi di rancore contro mio padre””.
“Fu esatto”.
“Aspettate. “Io ho concentrato i miei sospetti sul deputato Raffaele Palizzolo, il quale nutriva un odio immenso per mio padre che lo conosceva bene””.
“Siamo ancora alle supposizioni. I giurati vogliono dei fatti, caro magistrato!”
“Non interrompetemi, vi prego. “Il deputato Raffaele Palizzolo ha tutta la capacità a delinquere””.
“Cosa saputa anche dai galli. Non proibisco a nessuno di pensare che io abbia la capacità a delinquere, ma prima di andare in galera dovete provare che io ho delinquito. Vi ha egli parlato degli esecutori materiali del delitto?”
“Mi ha detto con voce che sentiva della sua sicurezza: “Il deputato Raffaele Palizzolo è il mandante e Giuseppe Fontana di Vincenzo ne è l’organizzatore e l’esecutore principale fra gli assassini che erano nello scompartimento con mio padre””.
“L’esecutore principale protetto da un alibi di ferro!”
“Che lui distrusse, dicendomi: “La traversata dalla Tunisia in Sicilia si può compiere in quarantotto ore. Il Fontana avrebbe dunque avuto tutto il tempo di riscuotere il primo vaglia, di ritornare in Sicilia, di compiere il delitto, e riprendere la bilancella per Tunisi. Le faccio notare, mi disse, che la bilancella Concettina giunse a Palermo il primo febbraio e che la Concettina era noleggiata da Giuseppe Fontana di Vincenzo per il suo commercio di esportazione degli agrumi””.
“Le faccio osservare”, dissi al tenente di marina “che il delegato Zagarelli, stato incaricato di fare delle ricerche nei registri della Navigazione Generale, ha trovato che il Fontana è partito per Tunisi il diciannove ottobre ’92, ed è ritornato a Palermo l’otto febbraio ’93. Egli mi ha risposto: “Io pure mi sono recato a Tunisi a fare delle ricerche. Ho potuto vedere i registri postali e le posso assicurare che non c’è traccia del vaglia ch’egli ha dichiarato di avere ricevuto il ventisette gennaio ’93. Trovai invece un vaglia di lire cinquecento per Fontana, pervenuto il sei febbraio, cinque giorni dopo l’assassinio”.
“Questo è importante. C’è una data che diventa un’accusa formidabile e una somma che può essere il pagamento a parte del pagamento per l’opera sanguinosa”.
“Gli domandai di Giuseppe Fontana e me lo descrisse come un tipaccio di mafioso volgare conosciuto da tutti per un delinquente capace di commettere qualsiasi delitto”.
“Di Palizzolo non vi ha detto altro?”
“Mi diede le ragioni dell’odio contro suo padre. “Il Palizzolo”, mi disse, “appartiene al cosidetto partito clerico-separatista””.
“Il clero siciliano è separatista?”
“Senza dubbio. Mio padre era un moderato liberale che aveva combattuto con energia l’amministrazione regionalista che occupava il municipio di Palermo nel ’93. In quell’anno mio padre divenne sindaco e trovò che il Palizzolo aveva un debito per tasse in sospeso di L. 3,500. Mio padre lo costrinse a pagare. Più tardi mio padre dovette pagare col proprio denaro un’ordinazione di farine fatta dal Palizzolo”.
“Ella mi ha detto che il Palizzolo ha contribuito al ricatto di suo padre, mi pare?”
“Non c’è dubbio. Il sequestro di mio padre è avvenuto nel ’92, in un fondo della baronessa di Celluzio. I briganti erano prima in agguato in un fondo limitrofo di proprietà di Palizzolo. Non so s’egli c’entri nel ricatto. So che lui fu il protettore dei briganti che estorsero a mia madre cinquanta mila lire. La ragione suprema dell’assassinio va cercata sui registri del Banco di Napoli, nel quale mio padre trovò sofferenze gravissime e dissesti ingenti. Tanto ingenti che per rialzarne le sorti egli ha dovuto amministrarlo per quattro anni con una mano di ferro. Palizzolo, colla complicità del ministro Miceli, riuscì a rovesciarlo”.
“Non sa se il Palizzolo abbia mai fatto delle gravi minacce al suo genitore o se abbia confidato a qualcuno i suoi rancori”.
“C’è il signor Salvatore Randazzo che potrebbe narrarle una scenata avvenuta in treno tra Palizzolo e mio padre. Lo stesso Randazzo fu incaricato dal deputato Palizzolo di dire al commendatore Notarbartolo di non abusare della sua pazienza”.
“Avvenuto il delitto”, riprese il giovine ufficiale, “la voce pubblica continuava ad additare il deputato Raffaele Palizzolo”.
“Lo sapevamo. Spiegatemi, caro Tiraboschi, come il deputato Palizzolo, sospettato dall’opinione pubblica di avere messo il coltello nelle mani dei sicari, abbia poi potuto farsi vedere pubblicamente tra la gente che lo accompagnava al Cimitero”.
“Se dimenticate l’audacia di Palizzolo non troverete più l’uomo. Egli ha dovuto partecipare al funerale appunto perché si sentiva sotto il peso dell’accusa. Ma con tutta la sua audacia non ha potuto essere tranquillo. Egli era dietro al carro della sua vittima, disfatto, scolorato, stravolto, con la pupilla dilatata della persona che ha paura di essere scoperto a ogni minuto. Il nipote, cavaliere Mineci-Merlo, gli ha piantato gli occhi negli occhi e lo ha fatto diventare cadaverico. Fu un’occhiata tragica, come se il Merlo gli avesse detto: Assassino!
Il Merlo, dopo avermi raccontato della perturbazione del Palizzolo, mi narrò un fatto che ignoravo completamente. Come sapete, egli fu il primo a giungere al ponte Curreri, ove era ancora il cadavere. Parlava e piangeva, straziato dal ricordo.
“Mi trovavo vicino al cadavere di mio zio da un pezzo, con alcuni carabinieri. Aspettammo il medico e il pretore per parecchie ore. Fatte le constatazioni legali e ottenuto l’ordine di trasportare il cadavere, lo feci mettere sulla barella, dopo avere comprato da un casellante ferroviario un lenzuolo per coprirlo e un guanciale da mettergli sotto la testa. Durante la perizia anatomica mi fece una impressione triste la presenza del sindaco Arcana di Termini, il quale, obbligato dal suo ufficio ad assistere all’esame necroscopico, se ne stava là indifferente, con un cinismo glaciale, per non dire feroce, a leggere un giornale!”
“Dica un po’: è vero ch’ella non ha dubbi sui rapporti intimi fra Palizzolo e Fontana?”
“Non ci fu che lui che si fece in quattro per dimostrare l’alibi del Fontana”.
“Direttamente?”
“Indirettamente, chi lavorava per il Palizzolo era l’Anfosso, il presta nome di Raffaele Palizzolo negli affari bancari”.
Egli sapeva qualcosa anche del ricatto.
“Le posso dire questo, che i briganti non si sono potuti arrestare che col permesso di Raffaele Palizzolo. La confidenza è nelle carte del prefetto d’allora, Bardessone”.
“In una parola: li ha denunciati!”
“Pare che ci sia stato un contratto tra lui e il prefetto. Il Bardessone gli ha concesso quello che desiderava e Palizzolo ha abbandonato i suoi fratelli””.
Dieci maggio. Mi ricordo dei tumulti dell’anno scorso e delle condanne dei tribunali militari con dei brividi. Ci vuole del fegato a cambiare il codice a tutto un popolo, con un semplice telegramma. Con un telegramma il di Rudinì siciliano ha mandato a spasso i giudici ordinari e ha messo al loro posto dei monturati che non conoscono che la vita della caserma. E dire che questo cretino non è ancora stato lapidato!
La disciplina militare non permette agli ufficiali di avere la nostra impazienza tutte le volte che ci troviamo in mezzo agli avvenimenti. Ma mi piacerebbe che qualcuno di loro che si è trovato di servizio durante i tumulti buttasse via le spalline e scrivesse quello che ha veduto. Il pubblico lo applaudirebbe a due mani.

Quindici maggio. Ho fatto una scappata a Milano e tra gli altri sono andato a trovare l’avvocato Alfredo Cervis, il quale era ispettore di pubblica sicurezza in Palermo, ai tempi dell’assassinio di Miceli. Il Cervis è bassetto, piuttosto in carne, con un braccio di ferro che piega il malandrino non appena lo ha nelle mani. Nei suoi occhi è la sua vita interiore. In certi momenti sono inondati della dolcezza del bonaccione, e in certi altri tralucono e rivelano l’uragano che si scatena in lui.
“Buon giorno, mi disse”.
“Scusi se la disturbo”.
“Si figuri”.
“Ella è stato in Sicilia”.
“Sissignore, vi andai nel 1891”.
“A Palermo, suppongo”.
“A Palermo dove vi era prefetto il Colucci. Fu in quel periodo che avvennero i così detti scandali bancarii e che mi accorsi che nella metropoli dell’Isola esisteva una banda di mafiosi autorevoli. Primeggiava fra loro il commendatore Raffaele Palizzolo, una delle figure più losche di Palermo, il deputato Chiara, e un altro commendatore Muratori, fratello del deputato.
Compiuta l’inchiesta consegnai il mio rapporto al prefetto Colucci e poi non seppi altro. Alcuni mesi dopo mi si mandò a S. Mauro Castelverde a dare la caccia alla banda maurina, quando ci erano ancora il Giuseppe Leonarda, il Giovanni Botindari, stato arrestato nel ’93, a Caltavuturo, e Luigi Mazzola, rimasto ucciso il 31 marzo 1894.
Ritornato da questa spedizione, venni mandato dal questore Lucchesi a capo dell’ufficio di P. S. di Resuttana Colli”.
“A me piacerebbe sapere qualche cosa di Miceli”.
“Al posto del Lucchesi venne il questore Ballabio, il quale mi traslocò al mandamento, Molo Occidentale, la cui giurisdizione include Mezzo Monreale, la Rocca e altre contrade. Fu in allora che avvenne l’esecrando delitto”.
L’ispettore si asciugò la fronte come per trovar modo di sottrarsi ai ricordi lugubri e poi riprese il filo.
“Fu un delitto compiuto con una efferatezza inaudita. Lo hanno assassinato a tradimento, con due fucilate tirate dietro il muro”.
Mi misi subito alla ricerca dei colpevoli.
“Ma ahimè!” egli disse.
“Proprio, ma ahimè! I colpevoli sono ancora impuniti, ma ho potuto raccogliere dalla moglie e dal suocero della vittima che il povero Miceli, tra i rantoli dell’agonia, ha fatto un nome: quello di Raffaele Palizzolo. “Ricordatevi”, disse egli morendo, “che il mio assassino, colui che ha armato e prezzolato i sicari è Raffaele Palizzolo””.
“L’accusa di un moribondo doveva equivalere per la polizia a un ordine d’arresto”.
L’avvocato Cervis si lasciò cadere la testa sul petto come per tradurre la sua impotenza.
“Non mi fu possibile di indurre né la moglie né il suocero a dichiarare quello che aveva detto il morto. Me lo avevano detto così, com’era parso loro di avere udito, ma poi, agitati come erano, non potevano dir nulla di sicuro. La verità è che avevano ricevuto delle minacce di morte”.
“Da chi?”
“Dagli incaricati di Palizzolo”.
“C’entra proprio dappertutto questo Palizzolo?”
“Egli è il capo mafia che impera su tutta la provincia di Palermo.
Io ho fatto il mio dovere. Scrissi un lungo rapporto e denunciai Raffaele Palizzolo, come mandante dell’assassinio Miceli”.
“Suppongo che sarà stato arrestato”.
“Che! Pare anzi che sia spiaciuta l’accusa che il mio dovere mi aveva imposto di raccogliere. Perché dopo averlo mandato al questore Ballabio, costui mi mandò dal Molo Occidentale al mandamento del Palazzo Reale, in sostituzione, indovini, di chi? Del Di Blasio, un palizzoliano sfegatato. La mafia del Molo Occidentale non appena mi si seppe alla sua ricerca, mi fece una guerra spietata. Non vedevo nessuno e mi sentivo nella sua rete di ferro. Più lottavo e più la rete si stringeva”.
“Lei ha parlato del De Blasi”.
“Venduto a Palizzolo”.
“E la prova, signor ispettore?”
“Gliela do subito. Dopo che io lo sostituii al Palazzo Reale egli rimase in Palermo due anni e tre mesi come un signore che non aveva più nulla di comune col servizio di pulizia. Andava o mandava a riscuotere lo stipendio alla fine del mese. Non aveva altro compito. Perché lo si pagava e lo si lasciava a spasso? Non lo saprei dire. Io ho fatto più di una supposizione, ma le supposizioni non sono documenti. Giungiamo alle elezioni politiche del 1892. Palizzolo era candidato del partito separatista che ha per motto: prima siciliani e poi italiani, e l’avversario era l’avv. Marinuzzi, una persona egregia ed integerrima. Io sostenni con tutto il calore la candidatura di quest’ultimo, credendo di aiutare a purificare l’ambiente e di mandare al Parlamento un galantuomo. Di Blasi invece mi sconfisse. Egli lavorò attivamente per il Palizzolo valendosi di tutti i mezzi leciti ed illeciti. Il risultato è conosciuto: il Palizzolo andò alla Camera e l’altro rimase a casa per pochi voti”.
“Ella ha detto, signor avvocato, che la mafia lo perseguitava accanitamente. Potrebbe dirmi in che modo?”
“In quel tempo si pubblicava un giornale libello, intitolato, se mi ricordo bene, La Freccia o La Forbice. Era un giornale stampato alla macchia che gualciva le riputazioni più intemerate e insudiciava tutto ciò che entrava nelle sue colonne. Una specie di Bocca del Leone di S. Marco che raccoglieva tutte le calunnie. Cotesto fogliucciaccio si occupava sempre del mio mandamento di Palazzo Reale, inventando delitti sopra delitti. Diceva che avvenivano furti, rapine, assassinii e altra ira di Dio. Erano notizie fantastiche per gettare il discredito sulla polizia del rione. Il questore Ballabio mi mandava a chiamare e mi metteva sotto gli occhi il giornale con aria che traduceva il suo rimprovero. E io per non prendere la risoluzione di Javert, cioè di buttarmi nel mare, dovevo andare a dimostrargli che era tutto il lavoro di palizzoliani, ai quali era spiaciuto che io avessi preso il posto di De Blasi. Palizzoliani, sissignore! Palizzolo, a Palazzo Reale, era il protettore ufficiale dei mafiosi”.
“Mi permetta un’altra domanda, signor ispettore. Non le è mai venuto nulla all’orecchio sul conto di Palizzolo, come mandante del secondo omicidio?”
“La sera in cui avvenne il delitto in ferrovia, io mi trovavo in questura per il solito rapporto quotidiano. Seppi dal delegato Furia del cadavere che era stato trovato lungo la linea ferroviaria tra Altavilla e Trabia. All’annunzio il questore chiamò tutti i funzionarii nel suo gabinetto, per eccitarci a fare il nostro dovere e scovare gli assassini. Un giorno o due dopo mi venne fatto di parlare con un capo mafia del mandamento. Gli domandavo, chiacchierando, se si aveva sentore dell’assassino o degli assassini. Mi rispose, alludendo al Palizzolo, che l’autore non poteva essere altri che colui che aveva speso tante migliaia di lire per far scomparire un rapporto dal gabinetto di un ministro. Ella ha capito che il capomafia parlava del rapporto di Notarbartolo al ministro… non ricordo più il nome, contro Raffaele Palizzolo, sugli abusi al Banco di Sicilia. Le assicuro che la voce che lo additava come mandante dell’assassinio era una voce plebiscitaria”.
Scrissi un altro rapporto per il questore, dal quale usciva la sinistra figura del Palizzolo, circondata delle cause che potevano averlo indotto a fare assassinare il suo nemico naturale. Il questore Ballabio lo lesse e mi disse: “Va bene, il rapporto è ottimo, ma ci vogliono i fatti, ci vuole la prova…” Non mi pareva vero di essere dinanzi un uomo alla testa di tutto un corpo di polizia. La prova! Voleva forse che io trovassi l’atto legale del contratto tra Palizzolo e il sicario? Me ne scoraggiai. Il risultato delle mie indagini è che l’assassino non fu che il Fontana, colla complicità dei ferrovieri. Il Fontana, gliel’ho già detto, è l’alter ego di Palizzolo, il califfo di Villabate ed Altarello e di Baida. Quando si parlò del Carollo non ci fu alcuno che abbia avuto dei dubbi sulla sua partecipazione. Egli era necessario, senza di lui il delitto sarebbe stato impossibile. Egli è uomo di panza e appartiene a una nota famiglia di mafiosi”.
“La partecipazione dei ferrovieri, per lei dunque non ha bisogno di altre parole”.
“Senta, se i ferrovieri non avessero preso parte al delitto, come mai l’assassino o gli assassini avrebbero potuto montare nel treno senza biglietto e scendere prima che il treno si fermasse? Carollo veduto sulla predella al momento in cui il treno stava per entrare nella galleria che cosa vuol dire? Che egli è entrato nella vettura più vicina, la quale era proprio quella occupata da Notarbartolo”.
“Mi pare ch’ella sia stato anche a Girgenti?”
“Vi venni mandato qualche anno dopo che ero alla questura di Cagliari. A Girgenti trovai capo mafia lo zio del Carollo”.
“E questi suoi rapporti così gravi che mi fanno pensare alla connivenza del questore Ballabio, dove sono andati a finire?”
L’ispettore alzò le spalle.
Me ne andai scorato. Non potevo credere alle mie orecchie. Mi pareva impossibile che un questore, con due rapporti così pieni di particolari, con due rapporti, dai quali sbucava Raffaele Palizzolo imbrattato di sangue, avesse potuto dormire di notte senza saperlo sotto chiave. E dove sono andati a finire? Lo stesso Ballabio, il quale si finge smemorato e squilibrato, non sa dire che cose insensate. Non è mai sicuro di nulla. Ma nel parlare della sua labilità di memoria ha lasciato credere che siano stati trafugati dall’ispettore De Blasi. E per conto di chi? Per conto, dice il Ballabio, del Palizzolo. Dunque? Perché non avete fatto arrestare il Palizzolo? Perché non avete inviato alle carceri il De Blasi? O voi siete stato un funzionario delinquente o eravate un imbecille di prima classe. Capisco, la colpa non sarebbe vostra. Sarebbe di chi vi ha elevato a quel posto. Come è, dite, che dopo quello che pensavate del Di Blasi avete poi potuto incaricarlo della perquisizione in casa dei Baroni? E come è, dite, che non lo avete fatto tradurre dinanzi i tribunali, se è vero quello che avete affermato, che il Di Blasi ha scarcerato i Baroni a vostra insaputa? Dite, rispondete, come è che voi, questore, non vi siete messo di proposito a districare la matassa ingarbugliata e non vi siete dato pensiero alcuno delle calze e dell’asciugamano insanguinati non del sangue di vaccina, ma del sangue di Emanuele Notarbartolo? Non ci voleva un grande ingegno per fiutare nel sangue un delitto. Voi siete stato inetto e se in Italia si punissero i funzionarii che esercitano il loro mandato come lo avete esercitato voi, voi sareste forse alla reclusione.

20 Luglio. – Sono stato assente un pezzo e la penna del mio diario si è arrugginita. Milano senza mare, senza lago, senza monti in giro, mi pareva uggiosa. Aveva un naviglio che io avrei allargato, purgato, abbellito e reso l’attrattiva principale delle arterie cittadine e la speculazione e l’ignoranza l’hanno coperto come una cloaca che faceva male agli occhi e alle nari. Ah, se gli amministratori fossero stati veneziani! Se fossero stati veneziani ne avrebbero fatto un giro superbo di acqua limpida, colla superficie popolata di lance eleganti, di zattere elegantissime, di sandali che sarebbero passati come visioni, di battellucci che ci avrebbero data l’idea di casine di fiori. E lungo le sponde della corrente molle sarebbero cresciuti dei giardini che avrebbero triplicato l’incanto ed educata la cittadinanza a esigere il bello, perché la vita è bellezza. Speculatori!

25 Luglio. – Tiraboschi è in villa ad aspettare il risultato della sua inchiesta. Verranno arrestati? Egli me ne scrive come di cosa sicura. Laura Centelli non cede di un pollice. Una volta erano gli uomini che esitavano o scappavano dinanzi il matrimonio. Ora sono le signorine che non vogliono saperne. Ella continua a martellarmi la testa per farmi entrare l’idea che i matrimoni a vita sono immorali e antiumani come le sentenze a vita. Se mi condannate a vita, perché dovrei essere buono? E se mi date a vita un uomo sciupato, perché dovrei essere virtuosa? Credete, mi diceva ella nella sua ultima lettera, che le unioni libere cambieranno, in trent’anni, il tipo delle generazioni. Non si vedrà più che una gioventù bella, fiorente, forte, atta ai godimenti sessuali e sociali, conscia delle responsabilità personali e collettive, desiderosa solo di ascendere al vertice della felicità umana. E io tentenno, cioè tremo ad abbandonarmi alla voluttà della unione libera che produrrà dei figli squalificati. Ho io il diritto di costringerli a rimanere legalmente e socialmente in una posizione inferiore dinanzi ai loro coetanei? E ho io l’obbligo di sagrificare il mio cuore se la donna che amo non si lascia amare che a questa condizione? Io sono convinto che l’esempio non gioverà molto. Ci vorrebbe una legge. Ma intanto? Laura, ti voglio bene, sono tuo.

Trenta luglio. – Ho incominciato l’inchiesta dicendo che i ladri e gli assassini sono dei plagiari come i letterati. Si copiano l’un l’altro e da un paese all’altro in un modo meraviglioso. Leggono? Senza dubbio. Sfogliate i processi celebri e vi troverete perennemente innanzi al plagio. Lacenaire, l’assassino poeta del regno di Luigi Filippo, è stato servilmente imitato centinaia di volte in Italia, in Russia, in Inghilterra, e in Germania, e nel suo paese. Nel dicembre del 1887, per esempio, è avvenuto quello che si è riprodotto ieri l’altro a Napoli. Un certo Lecomte, il quale aveva tentato di accoppare il fattorino della Banca di Francia ch’era andato al domicilio a riscuotere una cambiale, confessò di avere cercato un metodo nella letteratura criminale che era riuscito a scovare tra i libri usati in vendita sui boulevards. La suggestione per il suo “affare” gliela diedero le memorie del Canler, il famoso capo della polizia che aveva arrestato l’illustre assassino e poeta. Egli le leggeva e le rileggeva e le meditava e le commentava, e l’idea fissa gli si fermava sempre sul metodo di Lacenaire, un metodo semplice, spiccio, che lascia difficilmente traccia dell’autore del delitto.
Lo spiego in quattro parole. Io sono Lacenaire. Prendo in affitto un appartamento di parecchie stanze ammobiliate sontuosamente, sotto un falso nome. Mi faccio credere un grande proprietario di fondi o un industriale lontano dalla capitale o un rentier di provincia. Pago regolarmente la pigione, mi faccio credere un uomo dabbene, caritatevole, pronto sempre a dare la mancia alla portinaia che diffonde la mia bontà innata. Sconto una cambiale sotto il mio falso nome da pagarsi al mio domicilio. Aspetto la scadenza senza paura e senza tremiti. Sono io che apro l’uscio al fattorino. Non c’è in casa nessuno. Egli si toglie dalla valigetta a tracolla la lettera di cambio. Io la guardo senza impallidire e ne leggo magari i nomi dei giratari con un sorriso che lascia più tranquillo l’uomo venuto a riscuotere. Se non avessi danari, sarebbe una disgrazia che mi obbligherebbe ad assalire la mia vittima lì per lì, in un modo confuso, e che potrebbe procurarmi la noia di udirlo gridare al soccorso. Io, Lacenaire, avrò dunque i denari. Tiro fuori il portafogli o vado a prenderlo allo scrigno nella stanza attigua. Gli conto i denari e obbligo così l’attenzione del fattorino a perdersi nel numerario. Non gli do tempo di metterli nella valigetta. Gli vado sopra con un colpo che lo stramazza cadavere, o lo lascia privo dei sensi, e lo finisco con un altro colpo mortale. S’intende che se mi valgo della forza fisica devo avere il pugno dell’Ursus del Quo vadis, un pugno che sfracella il cranio come se fosse di creta. Se non ho la forza del gigante licio, devo accontentarmi di un’arma da fuoco o di una lama affilata, due arnesi sempre pericolosi per chi non sa maneggiarli bene, o per chi ha la sfortuna di colpire qualche cosa dura nella saccoccia o di andare su un maledetto bottone che svia la palla o spunta il coltello o il pugnale.
Il pugno del Lecomte è venuto meno al suo compito e ha lasciato il fattorino al suolo a gridare come un disperato: assassino! Io invece che ho lasciato sul pavimento un morto, discendo tranquillamente le scale col sigaro in bocca e non esco senza salutare benevolmente la portinaia.
Il fattorino comincia a puzzare, si sfonda la porta del mio appartamento, si rimane inorriditi e la polizia sguinzaglia una legione di questurini alla ricerca del negoziante Antonio Migliavacca, possidente che non esiste.
Io, Lacenaire, mi diverto leggendo degli sforzi di tanti agenti e consumo allegramente la somma ingente che c’era nella valigetta della mia vittima.
Mi occupo dei plagi perché i giornali francesi, in data del ventisei luglio 1899, me ne descrivono uno che chiamerei incredibile, se ci potesse essere qualcosa di incredibile nel mondo criminale. Ho detto fin da principio che gli assassini di Notarbartolo devono avere copiato o il Jud o il Raubaud. Il primo è il misterioso assassino che lasciò nel coupé di un direttissimo che filava da Troyes a Parigi, nella notte dal cinque al sei dicembre 1860, M. Poinsot presidente della Corte imperiale di Parigi, colla testa squarciata da due scariche di revolver. Il secondo è il personaggio principale della Bête Humaine che ha pugnalato in treno, lungo il tunnel di Malunay, il presidente delle ferrovie Grandonarin. Ora ne abbiamo un altro avvenuto, su per giù, nelle identiche condizioni e rimasto anch’esso senza traccia dell’omicida o degli omicidi.
Se i giornali sono esatti mi pare che abbiano imitato più di ogni altro quello consumato in Sicilia.
Il delitto è avvenuto tra Arras e Lille, nel treno partito da Parigi e giunto a Lille alle otto e undici minuti di sera. I passeggieri erano usciti e il personale incaricato della visita andava di portiera in portiera a dare una capatina nei vagoni. Al vagone C rimasero inorriditi. Gettarono un grido, chiamarono il capo stazione, il rappresentante della sicurezza pubblica, un medico e alcuni guardiani della pace di servizio alla stazione.
La vittima era il signor Schotsman, negoziante di olii e granaglie, abitante a Lille, in via Douai, al numero 100, ammogliato e padre di tre figli. Gli assassini gli avevano dato cinque coltellate: la prima alla gola, la seconda alla tempia destra, la terza alla guancia destra, la quarta alla mano destra e la quinta, quella che deve averne determinata la morte, nella regione del cuore.
Lo Schotsman non deve avere lottato molto. Pare ch’egli, disarmato, abbia fatto di tutto per salvarsi il petto, mantenendosi in una posizione di profilo. La mano destra gli deve avere servito per sviare un colpo. Gli assassini tendevano a ucciderlo con una coltellata nella testa. È dunque evidente ch’essi non erano pratici o abili come quelli di Notarbartolo. Perché l’osso parietale o l’osso mascellare non si lascia bucare così facilmente come il petto o anche il fianco. La ferita all’osso temporale gli deve avere inondato il volto, perché venne trovato colla faccia tutta ingrumata di sangue. Si capisce che in questo momento gli cadde la mano dalla rastrelliera alla quale si teneva colla sinistra, voltando così la regione del cuore per il colpo mortale che lo mandò al suolo di peso.
C’è un’altra circostanza che lascierebbe credere che il negoziante di Lille, alla prima coltellata alla gola, sia saltato sul cuscino ove era seduto, perché lo si ritrovò rovesciato al suolo, rasente i posti a destra, con una mano e una gamba distesi sul velluto del sedile. È egli caduto dall’alto, o sono gli assassini che lo hanno messo in quella posizione? Io tendo a credere ch’egli abbia ricevuto la coltellata al cuore in piedi, sull’alto del cuscino. Egli giaceva come un uomo precipitato da una certa altezza, col peso del busto che aveva spinto il capo al suolo. Giaceva colla bocca spalancata, come se avesse voluto chiamare al soccorso anche morto.
Il gilet e il giubboncino erano inzuppati di sangue come quelli di Notarbartolo e come Notarbartolo venne svaligiato del portafoglio e dell’orologio.
Le supposizioni sono per una vendetta commerciale.
Si sono trovate macchie di sangue sui due predellini del coupé e delle macchie sulla maniglia che deve essere stata aperta mentre il treno era in moto. Anche qui si lavora sulle supposizioni. Si crede di aver veduto un individuo ben vestito discendere in vicinanza alla stazione di Seclin. Nessun sospetto sul personale ferroviario. Questo fatto mi sbalordisce e mi ingarbuglia un’altra volta la matassa Notarbartolo. È dunque possibile assassinare i signori in treno o in coupé, senza la assistenza del personale viaggiante? Mi piacerebbe sapere dove si trovavano il Pancrazio Garufi e il Carollo francesi al momento della tragedia.
Tre agosto. I giornali belgi d’oggi mi dànno degli altri particolari, ma mi lasciano anch’essi nel buio. L’individuo o gli individui sono scomparsi. Si corre dietro a uno sconosciuto di venticinque anni circa che sarebbe stato veduto a salire e a discendere dal coupé con un biglietto d’abbonamento. D’importante non ci sarebbe che il biglietto. Perché o era personale e ci troveremmo a tu per tu con un imbecille, o era di un altro e il pensiero corre subito al complice o al mandante, specialmente dopo che ci si è detto che nel portafoglio c’era pochissimo e che lo Schotsman non viaggiava mai con somme ingenti per non provocare i ladri a svaligiarlo.
La seconda supposizione sul biglietto d’abbonamento è questa: Lo Schotsman aveva nel carnet la carta d’abbonamento per la ferrovia del Nord. Può darsi, si dice, che l’assassino sia entrato con un biglietto di prima classe e se ne sia andato con quello d’abbonamento della vittima. Io non credo neppure a questa supposizione, tenuto sempre calcolo che l’autore dell’omicidio non sia un imbecille. Perché gli abbonati di un tronco ferroviario sono quasi sempre conosciuti. Ora è possibile che un uomo così scaltro e così audace, con un cervello capace di prepararsi un delitto in treno, possa poi arrischiare la sua vita con una carta che potrebbe farlo arrestare dalla guardia-sala? Aggiungete ch’egli aveva le mani imbrattate di sangue, come ce lo ha affermato la maniglia insudiciata del coupé, e troverete che il buio è più fitto di prima. Di certo c’è questo: che l’autopsia ha stabilito che l’assassino o gli assassini hanno dovuto lottare assai più di quello che lasciavano supporre le cinque coltellate. Il corpo del povero Schotsman portava i segni di diciassette colpi, vibrati con una lama acuminata larga due centimetri. L’ultimo gli ha passato il cuore da una parte all’altra.
La vedova ha domandato il permesso, e le è stato concesso, di mettere sul petto del marito la di lei fotografia e il di lei anello di sposa. Questi simboli dell’affezione coniugale mi suggeriscono due idee. Ha ella voluto con essi seppellire idealmente sé stessa, o ha ella voluto semplicemente dire che lo Schotsman cessava di essere Schotsman? La prima, sarebbe della sentimentalità indiana. In India la vedova, anche se avesse diciassette anni, non è più maritabile. Ella deve piangere per tutto il resto dei suoi giorni il consorte. La seconda entrerebbe nel cenacolo delle idee moderne: chi muore giace e chi vive si dà pace. Mi dorrebbe che morisse mia moglie. Ma una volta morta, dovrei rinunciare alla gioia della vita coniugale? Sì, se sono innamorato di una ragazza come la mia Laura, la quale si è messa nella testa di distruggere il matrimonio coll’unione libera. No, se invece di una Laura Centelli, voglio bene a una fanciulla che non ha fisime per la testa e continua la tradizione delle madri.

Quattro Settembre. – Che il Palizzolo sia un mafioso non c’è più dubbio. Tiraboschi mi faceva leggere stamani due letterucce scritte da lui al questore per scarcerare Jacuzzo Lauriano, uno dei più formidabili mafiosi della mafia palermitana. Leggete:

Palermo, 18 settembre.
Egregio signor Commendatore,
Il povero Jacuzzo Lauriano (Jacuzzo è il vezzeggiativo di Giacomo, che si dà ai bambini ed agli innocenti) è costretto a portare la numerosa sua famiglia a pochi passi dalla stazione di Casteldaccia, precisamente nella villa S. Elia.
Egli, per mio mezzo, chiede per due mesi gli sia concesso (era ammonito, o sorvegliato speciale) di poter portarsi a Palermo o in detta villa ogni giorno.
Sono certo che Ella acconsentirà al giusto desiderio di un padre di numerosa famiglia.
Suo Palizzolo”.

Il questore tacque e il deputato Palizzolo, crucciato e convinto del bussate e vi sarà aperto, scrisse quest’altra:

Palermo, 19 settembre
Onorevole signor Commendatore,
Mentre ancora sono in vita, mi faccia il favore di contentare il Lauriana, permettendogli di portare via la famiglia come scrissi. Dal detto individuo il Governo non ha nulla a temere. La ossequio.
Suo Palizzolo”.

Che cosa ha voluto dire col sono ancora in vita? Che qualcuno lo minacciava di morte? E il questore, chi è questo questore? Il Tiraboschi non ha voluto dirmene il nome, ma mi ha fatto vedere la nota che lo ha contentato. Bravo, hai fatto bene. Ti ha detto che il governo non ha nulla a temere, e allora tu, o questore, non avevi altro da fare che da compiacerlo. Ah, mio caro marchese di Cadì, voi sì che avevate ragione di dirmi che la polizia è marcia fino al midollo, mafiosa più dei mafiosi. La sua moralità non è più alta di quella dei criminali. Il Palizzolo è cucinato in tutti i rapporti come un mafioso in guanti gialli, capace a delinquere, ed è in parecchi rapporti supposto il mandante di due omicidii, e tu, questore, che hai letto tutto questo, ricevi le sue lettere, gli fai dei favori, e forse forse vai o sei stato a pranzo assieme! Adesso si spiega come il Di Blasio possa avere scarcerato i Baroni senza farlo sapere al questore e come le calze e l’asciugamano maculati del sangue di un uomo onesto possano essere stati restituiti e siano ora divenuti irreperibili.
Cinque Settembre. Preferisco ritornare ai plagi che inzaccherarmi a parlare di alti funzionari che discendono tanto in basso.
I plagi non increspano il sangue.
Il plagio che sto per raccontare è stato consumato nel gennaio 1893, e cioè un mese prima dell’assassinio lungo la linea ferroviaria fra Termini e Altavilla. È un plagio che differisce assai dagli altri che ho narrati, e che ha rapporto colle mie supposizioni che gli assassini di Notarbartolo abbiano letto Zola. Perché i falsi magistrati del falso Panama hanno copiato letteralmente un episodio del Gil Blas, ove è un capitolo in cui gli eroi del Le Sage raccontano come si siano trasvestiti da cancellieri e da commissarii dell’inquisizione per derubare un riccone ebreo. S’intende che bisogna tener conto del tempo.
In quel periodo è noto a tutti, Parigi era turbata dagli scandali del Panama. Ogni mattina i giornali uscivano con delle rivelazioni. I nomi degli uomini che occupavano le più alte cariche dello Stato venivano denunciati e trascinati per la conversazione pubblica come dei birbaccioni che si erano arricchiti coi denari delle azioni del Panama. Non ricordo bene in quel mese quanti ministri e quanti deputati siano stati precipitati nel fango della corruzione. Ma mi ricordo benissimo che erano molti.
I ladri moderni che persistono nella loro professione sono più di una volta giovani di grande ingegno che leggono e seguono il movimento della città, che lavorano assai meglio di un cronista che ha la vocazione del mestiere. Costoro sanno truccarsi in tutti i modi e per tutti gli ambienti, vivono da signori, hanno tre o quattro domicili in differenti quartieri, e non sono mai a corto di denaro. Essi hanno nulla di comune coi ladri che rubano perché non sanno dove dare della testa per mangiare malamente; ma sono ladri con un cervello rocambolesco, pieno dei Veri misteri di Parigi del Vidocq, pieno della poesia di Lacenaire, e pieno anche delle risorse della haute pégre (associazione di ladri aristocratici).
I falsi magistrati indossavano lo stifelius, avevano la barba delle persone rispettabili, e sapevano darsi l’aria di personaggi gravi che meditano ogni parola che pronunziano.
Alle cinque pomeridiane quattro signori in tuba suonarono al grandioso palazzo del marchese di Panisse-Passis, nell’avenue Marceau. I signori ladri sapevano che il marchese e la marchesa se la godevano a Nizza.
Il capo di questi malfattori era un uomo alto, con una barba grigia, colla rosetta della Légion d’honneur all’occhiello.
“Io sono”, diss’egli alla portinaia, “il signor Clement, commissario alle delegazioni giudiziarie. Poi, voltosi ad uno dei tre birbanti, disse: “Il signore è il prefetto di polizia”.
La povera portinaia divenne bianca come un panno lavato. “La polizia?”
I falsi rappresentati la legge si lamentarono del buio.
“È molto scuro, e noi abbiamo bisogno di vederci”.
La portinaia accese il gasse.
Il falso magistrato estrasse dallo stifelius una carta che lesse alla portinaia.
“In nome della legge ecc., ordino al signor Clement, commissario alle delegazioni giudiziarie, di arrestare il marchese di Panisse-Passis, accusato di avere ricevuto un chèque di 200,000 franchi, intestato al suo portinaio”.
“Presto, fateci lume che vogliamo fare una perquisizione.”
“È mostruoso, signor Clement quello che dite, io non ho mai preso un centesimo.”
“Lo confessiate o non, c’importa poco. Noi abbiamo la vostra ricevuta e sappiamo che il danaro è passato per le vostre mani. Vi dirò di più: che il marchese vi ha dato per questo servigio trenta mila franchi.”
Il portinaio si sarebbe fatto la testa in due per provare la sua innocenza. Ma i signori della legge non capivano che i loro diritti.
“Andiamo, precedeteci”, gli disse imperiosamente il signor Clement. “E voi pure”, aggiunse col dito puntato verso la moglie del portinaio.
“Ma io ho ordine di non lasciare entrare alcuno durante l’assenza del padrone.”
Si fece innanzi il commissario di polizia, dicendo:
“Sono io che comando ora in questo palazzo. Si ubbidisce alla polizia, quando si fa il vostro mestiere!”
Suonò il campanello di nuovo.
“Aprite”, diss’egli, “e lasciate entrare il mio brigadiere”.
Il preteso commissario e il preteso prefetto salirono cogli altri, preceduti dal portinaio e dalla portinaia.
Nel salotto del marchese incominciarono gli interrogatorii.
“Siete ammogliato?” gli domandò il commissario che dettava al cancelliere.
“Sissignore”.
“Avete figli?”
“Sissignore”.
“Da quanto tempo siete al servizio del marchese Panisse-Passis?”
“Da diciassette o diciotto mesi.”
Di tanto in tanto il commissario parlava a qualcuno dei suoi amici, pregando questo o quello di rammentargli una data circostanza.
“Sì, signor commissario”, gli si rispondeva.
“L’accusa che pesa su voi è grave. Voi siete accusato di avere fatta la girata al cheque di 200,000 lire che la compagnia del Panama aveva dato al marchese di Panisse-Passis. Non negate. Vi consiglio nel vostro interesse a confessare.”
“Non è vero, signor commissario, non è vero”, gridava il Pipelet. “In vita mia io non ho mai veduto 200,000 lire”.
“Voi negate e io vi darò delle prove. Voi le avete incassate nel 1888”.
Il portinaio si credette assolto.
“A quel tempo, signor commissario, io non ero ancora al servizio del marchese”.
Il signor Clement sorrise.
“Gli è appunto per ringraziarvi del servigio che gli avete reso che il marchese vi ha preso come portinaio. Non negatelo! Voi non sapete che cosa rispondere. Lo sapevo.”
Terminato il processo verbale il portinaio vi mise la firma.
“Egli è in arresto. Conducetelo in una di queste stanze fino all’arrivo degli agenti”.
Si passò all’interrogatorio della donna, si dichiarò essa pure in arresto, e la si condusse dove era il marito. Là il funzionario mise loro le manette, li fece sedere schiena contro schiena e li legò alle scranne.
Intanto uno dei cinque signori si era già impadronito della portineria, indossando il gilet colle maniche di fodera nera, appendendosi al collo il grembiale a petto, e mettendosi in testa la calotta tradizionale.
Gli altri si diedero al saccheggio.
È inutile dire che erano muniti di tutti gli arnesi del mestiere. Sfondato un armadio riuscirono a trovare la chiave del mobile che rinchiudeva la cassa-forte dei gioielli. Con degli ordigni perfezionati la cassa forte s’aperse senza resistenza. Staccarono tutti i quadri di valore, misero assieme tutta l’argenteria e tutti gli oggetti preziosi del marchese e della marchesa e poi, sudati come erano, pensarono a rifocillarsi. Il commissario Clement andò in cantina e portò di sopra parecchie bottiglie di vino. Poi diedero il sacco alla biancheria e misero tutto il bottino nelle sacche e nelle valigie del marchese.
Uno di loro andò a chiamare due vetture, una tapissière e un fiacchero, delle quali non si è mai saputo il numero.
I falsi funzionarii sapevano che c’era pericolo di dare nell’occhio agli agenti della sicurezza pubblica, e uno di loro andò a chiamare due guardiani della pace per far loro la dichiarazione che stavano portando via della roba sequestrata al marchese.
All’indomani Parigi si risvegliò stupefatta dell’audacia dei lettori del Gil-Blas. Ma subito dopo rise a crepapelle pensando che dei ladri avessero potuto fare un colpo da maestro in un quartiere della Parigi dorata, a due passi dai Campi Elisi, nella avenue Marceau, guardata giorno e notte dagli agenti di polizia e dai guardiani della pace.
Si dica quello che si vuole, ma io, quantunque plagiari, metto questi signori tra i ladri di genio. Il loro gusto artistico doveva essere quello di Rochefort che sa distinguere un quadro di Peter Neefs da un Ruyfdaël. Non portarono via che originali di un valore inestimabile. La sola cosa antiartistica che abbiano compiuto fu quella di far liquefare la vecchia argenteria di grande valore e di avere smontato i diamanti e le pietre preziose. Ma non posso dare loro tutto il torto. Perché senza quella smontatura e quella fusione non avrebbero potuto fare dei denari.
Dopo tanto tempo Goron è riuscito a mettere la mano su loro e a mandarli in galera, ove si trovano ora a scontare il delitto di avere dell’ingegno antisociale.
RAFFAELE PALIZZOLO
E GIUSEPPE FONTANA DI VINCENZO IN CARCERE

DIECI dicembre 1889. – Sì, hai ragione, o anima gentile di Tiraboschi, di non gioire dell’opera tua. C’è sempre in noi l’uomo che sommerge il funzionario o il giornalista impersonale. Prima si è come spronati dalla voluttà acre di riuscire a snidare o a procombere sulle mani che si sono lordate del sangue del prossimo; colte, si cade affranti, stupefatti della propria ferocia, malcontenti di tanto accanimento, e ci si sente come un po’ responsabili della catastrofe nella quale abbiamo travolto coloro che crediamo colpevoli. Al momento di consegnarli alla giustizia si è commossi da una pietà profonda e si piangerebbe se la gente senza visceri non fosse lì pronta a darvi del bugiardo, a dire che le vostre lacrime sono quelle del coccodrillo.
Non piangete, vili!
Non siamo vili; siamo spurgatori sociali che aneliamo alla grandiosità della vita che rende felici gli uomini. Noi vogliamo l’ambiente tranquillo. Non vogliamo l’esistenza turbata dalla paura di essere freddati da un momento all’altro. Le persone che uccidono e le persone che fanno uccidere devono essere eliminate. Rifiutiamo di vivere colla gente che ci adultera la vita pubblica, che si vale di tutti i vizi umani per signoreggiare nelle amministrazioni cittadine, che ci tende l’agguato, che ci recide la gola nel sonno o ci colpisce nella schiena, mentre andiamo per i nostri affari, inconsapevoli di essere aspettati da un coltello inesorabile. A costoro diciamo: uscite! Uscite o perturbatori della vita pubblica!

Un’ora dopo. – La sollecitudine con cui la Camera ha accordato l’autorizzazione a procedere contro l’onorevole R. Palizzolo è stata biasimata e lodata. I primi l’hanno paragonata a una madre scellerata che abbandona i figli al carnefice senza neppure le smanie dello strazio. I secondi si sono congratulati, dicendo che essa ha dovuto piegarsi alla volontà nazionale che lo voleva sul banco degli accusati.
La votazione sulla discussione immediata non è stata così unanime come si è detto. In fondo all’urna si sono trovate diciotto palle nere su una presenza di duecento quarantotto deputati. Io sono nemico delle votazioni segrete. E perché mai i rappresentanti della nazione non devono lasciar sapere agli elettori come discutono e come votano? Sono o non sono i servitori volontari del pubblico? E se lo sono, quand’è che i servitori hanno dei segreti per i padroni? Quando sono dei traditori, non è vero? Credete voi che se la votazione fosse avvenuta per appello nominale, i diciotto deputati mafiosi avrebbero avuto il coraggio di dichiararsi contrari?
La notizia è giunta a Palermo un po’ dopo la votazione e cioè verso le sei e mezzo della sera dell’otto di questo mese. I dintorni del palazzo di Villarosa erano spiati da una quarantina di agenti di P. S., nascosti qua e là per i quattro angoli di Campagna e nei locali dello Sporting Club, situato nella parte superiore di casa Palizzolo. Il questore Sangiorgi era sul luogo, dietro i vetri di una finestra, che assisteva all’avvenimento come un generale che movimenta la truppa al fuoco. Mi è stato detto che i fratelli e le sorelle del Palizzolo non seppero del mandato d’arresto che all’entrata dei rappresentanti della legge.
Alle sei e mezzo i delegati Puleo e Zanotti diedero un’ultima occhiata se tutte le vie alla fuga erano custodite, e subito dopo si misero loro due alla entrata del palazzo. Un’ora più tardi giunsero in carrozza il cav Stroili, ispettore di P. S. del Molo Orientale, e il delegato cav. Ronga. In un attimo salirono la gradinata seguiti da un nugolo di questurini e l’ispettore premette il bottone esterno.
“Che cosa desiderano?”
“Abbiamo bisogno di parlare con l’onorevole Palizzolo”.
“Chi sono?”
“Siamo funzionari di Pubblica Sicurezza”.
Il servo non se lo fece dire due volte. Spalancò la porta, li ammise con una curva di rispetto ai rappresentanti della legge, e andò ad annunciarli. Il deputato del primo collegio doveva essere sotto l’incubo dell’arresto, perché il servitore lo trovò sdraiato sul letto come dissanguato. Egli si sentiva disfatto dai clamori di tutto un popolo che lo chiamava ad alta voce: assassino! assassino!
“Che cosa vuoi?” gli domandò con una voce quasi inaudibile.
“Signor padrone, ci sono due funzionarii di Pubblica Sicurezza che desiderano parlarle”.
Non poteva essere una sorpresa. Ma l’annuncio gli fece mancare il fiato. Livido come un cadavere rimase lì un attimo come un insensato, cogli occhi che non vedevano più nulla.
“Hai detto?”
“Che ci sono due funzionarii di Pubblica Sicurezza, signor padrone”.
“Falli passare”.
Non entrò che il delegato Ronga.
“Onorevole, sono incaricato…”
L’ispettore Stroili non lo lasciò finire.
“Onorevole Palizzolo, sono incaricato di dirle che il commendatore Sangiorgi desidera di parlarle”.
“Avete il mandato di cattura?”
“Sissignore”.
“È giunta l’autorizzazione a procedere?” domanda col balbettio nella voce.
“Pur troppo”, rispose il delegato Ronga.
Il deputato in maniche di camicia pareva un morto in piedi. Si passò la mano sulla fronte che sudava freddo.
Il servitore era andato a comunicare la sciagura alle sorelle e ai fratelli, qua e là per il palazzo.
La scena fu piangevole. Le due sorelle colle lacrime agli occhi gli si gettarono al collo come se avessero voluto trattenerlo e convincere gli agenti della sua innocenza. Egli si lasciava baciare e bagnare le guance, intenerito, perduto, coll’ambascia che gli andava alla gola.
“Non te ne andrai, Raffaele!” disse una delle due signorine, contorcendosi le mani dal dolore.
“Sono innocente!” rispose l’onorevole Palizzolo con un accento che sentiva della sua disperazione. “Sono innocente, sono!” E rimase perplesso, come un uomo che cerca di riattacare il filo del pensiero interrotto. “Mi hanno calunniato!” aggiunse slacciandosi dall’abbraccio e incominciando a vestirsi.
“Sono innocente!” Scordava le parole che pareva dicesse a sé stesso, qualche volta agitando la mano come per tradurre la sua impotenza contro la giustizia degli uomini.
Innocente! Egli parlava e io pensava al mio amico Tiraboschi e a me stesso e mi domandavo se non eravamo inconsciamente due infami che avevano prestato orecchio alle menzogne dei suoi nemici. Le parole dell’onorevole, prostrato dall’avvenimento, mi scendevano nel cuore come rintocchi funebri, come la confessione di un morente che non poteva mentire. E per sottrarmi alla sensazione dolorosa dovevo ricordarmi ch’egli era il più autorevole mafioso della provincia di Palermo, e che i malfattori tanto più sono depravati e crudeli, quanto più sono capaci di rappresentare la scena più commovente del dramma. E il figlio di Notarbartolo che lo ha accusato pubblicamente?
Terminata la toilette, si disse ai loro ordini.
Le sorelle gli si gettarono di nuovo al collo col singhiozzo che rompeva il cuore.
“Non piangete che sono innocente.”
“Coraggio Raffaele, che gli innocenti hanno nulla da temere.”
Le vetture pubbliche erano tre. Nella prima entrò il Palizzolo coll’ispettore e il delegato. Nella seconda erano i fratelli dell’accusato, e nella terza gli agenti in borghese.
Lungo la strada il deputato domandò all’ispettore se lo si sarebbe condotto immediatamente a Milano per il processo.
“No, commendatore”, rispose lo Stroili; “resterà a Palermo.”
“Non chiedo altro”, soggiunse Palizzolo. “Non chiedo altro che di essere giudicato dai miei concittadini.”
Si arrivò in questura, ove era ad aspettarlo il Sangiorgi.
“Eccomi qui una buona volta”, disse entrando il deputato in arresto.
“Mi rincresce, onorevole”, rispose il questore, “ma debbo eseguire l’ordine dell’autorità giudiziaria, dietro l’autorizzazione della Camera.”
“È dunque vero che la Camera ha autorizzato il mio arresto, senza neanche le formalità d’uso?”
Il questore allargò le braccia come per dire che era vero e il Palizzolo si abbandonò sulla sedia rifinito, premendosi il cuore con la mano e rimanendo in quell’atteggiamento d’uomo che aveva ricevuto un colpo mortale per una lunga pausa.
“Permettetemi”, diss’egli con voce quasi inaudibile, “permettetemi… Io soffro…”
Dopo quell’attimo di costernazione il Palizzolo insorse con una punta di rimprovero.
“Domani, dunque”, diss’egli con voce vibrata, “domani tutta Italia leggerà nei giornali che io sono stato arrestato!”
“Che vuol farci, onorevole. È una cosa che non si può impedire.”
“Mi crede ella colpevole?”
“Non l’ho mai detto.”
“Il marchese de Seta mi crede colpevole?”
“Non ne abbiamo mai parlato.”
Palizzolo si volse ai fratelli con queste parole:
“Non dubitate mai della mia innocenza!”
“Ella, signor questore, permetta che mi si porti in carcere quello che mi sarà indispensabile; niente altro; lo faccia non per me, Palizzolo, ma per l’uomo che soffre.”
E la stessa vettura cogli stessi funzionari lo condussero alle carceri dell’Ucciardone, dove venne matricolato e chiuso nella cella numero sette, del nono raggio, dove una volta era stato chiuso Nicolò Barbato.

16 dicembre. – Le mie impressioni sul Palizzolo non sono che quelle che può provare chiunque abbia la pazienza di consultare il materiale che Tiraboschi ha messo a mia disposizione. E da tutto ciò che ho letto e udito mi pare che l’autorità giudiziaria sia alla presenza di un timido, incapace di ammazzare una pulce. Egli, poeticamente adagiato nei suoi pensieri, può gustare come Lacenaire, il piacere divino di vedere morire l’uomo che odia, ma non credo che sia in lui l’audacia del Doubs che cova la vendetta e la compie colla propria mano, col proprio revolver o col proprio coltello. È in lui la natura del pusillo. Nato nel 1844 a Termini-Imerese, egli, uomo pubblico, ha potuto attraversare quello che si è convenuto chiamare il periodo eroico, senza andare mai sul terreno dei duellanti. Le ingiurie più crudeli gli hanno forse fatto venire la bava alla bocca e levare i pugni dalla collera tra le pareti del suo palazzo, ma non sono mai riusciti a crispargli, dirò così, la faccia pubblica. La faccia pubblica è rimasta di bronzo, imperturbabile come quella della sfinge. Lo si è insultato come ladro, come manutengolo, come assassino, come intimo dei briganti della banda maurina, e tuttavia egli è rimasto tranquillo, egli non è corso mai a comperarsi un paio di sciabole per sventrare i suoi calunniatori. So che è cristiano, ma so pure che l’uomo pubblico deve avere la casa di vetro ed essere costantemente nella condizione della moglie di Cesare.
Le accuse solenni del figlio di Notarbartolo avrebbero messo delle macchie di sangue negli occhi anche di un santo. L’Italia, dopo averle lette, è rimasta come senza respiro. Ciascuno si immaginava una tragedia spaventevole. Io me lo figuravo in treno concitato come un leone in gabbia, ansioso di giungere sul luogo per rovesciarsi sull’uomo che lo aveva assassinato moralmente, per gridare in faccia a tutti: Signori, ecco il miserabile che mi ha denunciato come colui che si è lavato nel sangue di suo padre! Fuori le prove, voglio le prove, ho diritto alle prove! Signori, sono innocente! E con quest’ultime parole lo vedevo disperato, pieno di lacrime, turbato nell’anima come un cristiano sotto il macigno della calunnia pubblica. Invece! Invece, o Signori, egli ha scritto una lettera che non sente del ruggito del leone colla freccia nel fianco, una lettera smascolinata, concepita da un uomo senza nervi.
Leggete. Essa è indirizzata all’onorevole Attilio Luzzatto, direttore della Tribuna di Roma.

Palermo, 15 dicembre.
“Egregio sig. Direttore,
Il cav. Leopoldo Notarbartolo, nella sua deposizione, ha detto che, ritornato da Venezia dopo l’assassinio del Padre, da diverse parti gli fu riferito come il detto assassinio fosse stato determinato da precedenti rancori e dissidî miei col defunto. Nel 1873, pel crescente caro dei viveri, il Municipio di Palermo faceva confezionare del pane a basso prezzo ed io, come assessore della polizia urbana, ne curavo la vendita. Poco dopo, quando l’amministrazione della quale facevo parte fu sostituita da quella del Notarbartolo, si trovò che l’impiegato incaricato della vendita, aveva lasciato un debito coll’Amministrazione daziaria. Volendo rispondere del fatto di un mio subordinato mi affrettai a pagare parte di quel debito, ma il Notarbartolo mi impedì d’estinguere il resto, perché conscio che la differenza era stata la conseguenza del basso prezzo a cui il pane era venduto.
Dal ’73 al 1890 io fui sempre in buoni rapporti col Notarbartolo, né gli screzi avvenuti in seno al Consiglio generale del Banco di Sicilia fra loro e la grande maggioranza del Consiglio stesso ebbero il più lontano carattere di dissidio personale fra lui e me.
Ignoro affatto chi sia quel Randazzo che si dice latore nel 1873 di minacce per parte mia, né il Notarbartolo era uomo da tollerarle. Se ciò fosse avvenuto me ne avrebbe domandato ragione in tutti i modi.
Ha affermato il cav. Notarbartolo che nel 1892 io fui indiziato per un altro assassinio. Peccato che la Magistratura italiana non abbia potuto provare la mia colpabilità.
Si afferma che la Banda, la quale sequestrò Notarbartolo nel 1883, fu arrestata in un mio podere. Invece ricordo benissimo che lo fu in un podere della Contessa Colluccio, a due chilometri da una mia proprietà.
Cinque anni è durata l’istruttoria di questo processo, e cinque procuratori generali, quattro prefetti e le autorità tutte nulla hanno trascurato per ricercare il vero colpevole di un assassinio che ha disonorato una intera regione. Nessuno mai poté trovare le più lontane tracce di responsabilità che si potessero a me riferire.
Dal 1890 ad oggi il corpo elettorale di Palermo mi ha sempre eletto deputato e consigliere del Comune con votazioni plebiscitarie, alle quali presero parte anche i parenti del Notarbartolo. Ciò mi dà il diritto di ritenere che nessuno a Palermo divide gli apprezzamenti che il solo dolore ha potuto inspirare al figlio dell’assassinato.
Non conosco il Carollo, non conosco il Garuffi, non conosco nessuno degli imputati, e posso affermare che anche più dello stesso cav. Notarbartolo desidero la luce piena ed intera.
Dev.mo
R. Palizzolo.”

Mi è stato detto che il Palizzolo ha compiuto i suoi studi al Convitto dei nobili di Palermo, che illustrava – il verbo non è mio – il mattino dei suoi giovani anni nella repubblica letteraria come poeta, come autore drammatico e come prosatore. Non ho mai potuto scovare le sue odi, e non mi è stato mai possibile di trovare a prestito o di comperare il suo dramma storico “Gian Luca Squarciagola”, ma confesso che la sua lettera rivela il bagaglio letterario di un ragazzo di seconda elementare che riprende la penna molti anni dopo. Rileggetela, e non vi troverete che l’uomo invecchiato a vendere abiti fatti e sacchi di zolfo. Me lo avevano gabellato per un’esteta dell’inchiostro che indugia con delizia sull’incudine a brunire le frasi e a renderle pieghevoli alle esigenze di un superuomo. Sono stato disilluso. Se lo stile è l’uomo, i razzi dell’ingegno dell’onorevole Raffaele Palizzolo non sono mai andati in aria o sono caduti senza accendersi. La sua lettera è arida, legnosa, senza cuore, senz’anima, senza neppure l’indignazione dello scrittore truculento che ha sentito la pugnalata.

20 dicembre. – Da noi gli accusati subiscono le pene dell’inferno. Sono trattati peggio dei cani. Siamo ancora barbari che li consideriamo colpevoli prima del verdetto dei loro pari. Vi si arresta in un modo brutale, senza riguardi, magari in mezzo alla famiglia che piange. In prigione diventate un numero di matricola. Vi si fa alzare al suono della campana, vi si obbliga a mangiare quello che vogliono e come vogliono, con un moncone di cucchiaio di legno che pare portato via a un accattone. Vi si proibisce di bere, di fumare o di leggere quello che vi pare e piace. Vi si misura l’acqua da lavarsi col cervello del cretino o dell’usuraio sudicione e vi si costringe a sdraiarsi sur un saccone pieno di immondizie. Vi si schianta il cuore. Non vi si lascia vedere alcuno. Né la madre, né i figli, né le sorelle, né il padre.
Tutto ciò è antigiuridico e inumano. Non c’è bisogno di infliggere ai presunti innocenti né tribolazioni, né disagi. Fino alla condanna la prigione non dovrebbe essere che un semplice Albergo di Detenzione, con tutto il comfort moderno. Con dei giardini superbi ove passare il tempo tutte le volte che i detenuti hanno bisogno di sgranchirsi le gambe o di una boccata d’aria; con una biblioteca ricca di pubblicazioni di tre o quattro nazioni, libera a tutte le ore, con una sala di lettura piena di giornali italiani, francesi, inglesi, e tedeschi; con una cucina che ristori lo stomaco colle vivande più squisite, con una cantina piena di vini prelibati a disposizione di tutti coloro che non si ubbriacano, con le terme nelle quali potersi tuffare a ogni momento…
“In una parola, vorreste, star meglio che a casa vostra”, mi disse Tiraboschi che era stato a sentire questo mio ragionamento ch’egli diceva da utopista.
“Sissignore!” gli risposi. “E perché non dovrei stare meglio in una casa dello Stato? Perché sono un detenuto? Evvia! Ma io, o mio caro Tiraboschi, dinanzi la legge e dinanzi agli uomini, sono un innocente. E se lo sono, se tale devo essere considerato, perché dovrei soffrire, patire, passare attraverso un periodo di sporcizia, di maltrattamenti, di privazioni, di punizioni? Perché, ditemi, non dovrei essere padrone di vedere chi amo, chi conosco, chi desidero in ogni giorno, a ogni ora, quando sono abbattuto e quando sogno un bacio o un abbraccio di una persona cara?”
“E allora io, giudice istruttore, non avrei più nulla da fare. Gli accusati potrebbero comunicare con chi vorrebbero, magari coi complici, e prepararsi l’alibi come il Fontana, o far scomparire le tracce di qualunque delitto”.
“Non voglio offendervi. Ma voi siete rimasto al vecchio codice zanardelliano che autorizza tutte queste infamie. I paesi evoluti, come gli Stati Uniti di America e la Grande Brettagna, non arrestano per dei semplici sospetti. Quando vi si arresta si può dire che l’istruttoria è compiuta. Domandatelo al barone Listulla e al marchese di Cadì. La detenzione non si prolunga mai, a dir molto, che da una sessione all’altra. È molto che vi si trattenga in carcere due o tre settimane. Il giudice istruttore di quei paesi non ha bisogno del mio sì o del mio no, per mandarmi davanti i giurati. Egli, prima di rilasciare il mandato d’arresto, si è procurato i testimoni e le prove materiali del mio delitto”.
“Di modo”, concluse Tiraboschi, “che non vi saranno mai verdetti di assoluzione”.
“Al contrario, ve ne sono parecchi. La mia difesa si occupa della mia causa, e se sono innocente le riescirà facile a distruggere l’accusa. Le cause di questi tribunali sono semplici. Non ci sono garbugli. Io sono accusato e assisto allo svolgimento come spettatore. Rappresentato da un avvocato, non ho da dire neppure una parola. I giudici seggono, ascoltano tutte le deposizioni, le accuse e le difese, riassumono impersonalmente quello che è stato detto per inchiodare bene nella testa dei giurati ciò che è avvenuto, e lasciano a loro il compito di restituirmi alla libertà o di mandarmi in galera.
Vi dirò di più. In quei paesi la stampa è più elevata. Non c’è pericolo che si lasci sfuggire una parola che tenda a credervi innocente o colpevole prima del verdetto. Vi chiamiate Troppmann, Eyraud, Cartouche o Luigi Menesclou che a venti anni sgozzava i fanciulli e gli animali sui quali aveva consumati atti osceni, siete sacro fino alla sentenza. Dopo sì: dopo, se vi si è condannati, vi si carica di prosa rovente, come se i giornali fossero tanti padri accesi d’ira di essere obbligati a rinnegare la loro creatura. Se voi permettete alla stampa di giudicarmi prima della Corte d’Assise, io sono perduto. Non andrò più dinanzi ai pari pronti ad ascoltare tutte le campane. Ma mi troverò a faccia a faccia con degli uomini che m’hanno già giudicato, che si sono già fatti quello che si dice una convinzione, sordi a qualsiasi deposizione a mio favore. E questo è male, e questo è crudele, e questo è indegno di un popolo civile. Vigilate, seguite gli avvenimenti, o giornalisti, ma aspettate a prorompere che la giustizia abbia compiuto il suo lavoro”.
“Con tutte queste vostre ubbìe non sarete malcontento che si siano usati dei riguardi al signor Giuseppe Fontana di Vincenzo”.
“Punto; ne sono contentissimo. È sempre un piacere, per me, essere umani”.
“Forse non sapete com’è avvenuto?”
“Lo so: il Fontana era nascosto in un fondo del principe Mirto. Il prefetto de Seta ha minacciato quest’ultimo dell’articolo 225 del codice penale che punisce coloro che cercano di sviare le autorità alla ricerca delle persone contro cui esiste un mandato di cattura.”
“C’è di più”.
“Il principe Mirto, spaventato di andare in gattabuia come accusato di favoreggiamento, domandò una dilazione di cinque giorni e un salvacondotto. In un’altra parte d’Italia il prefetto avrebbe potuto essere biasimato, ma qui, dove la latitanza di un semplice individuo costa delle centinaia di migliaia di lire e magari obbliga a sostenere una lotta eterna a mano armata, come tra potenza e potenza, credo che abbia fatto bene a non insistere diversamente. Vedo la vostra smorfia. La maestà della legge…”
“No, è la legalità. Voi siete rigido delle leggi, ma io lo sono più di voi. Se ciò è un male, cambiatela, fate un’altra legge. Ma la legge deve essere inviolabile, tanto per l’ultimo dei cittadini come per il capo dello Stato”.
“D’accordo”.
“Ora io avrei destituito il questore che si è permesso di ricevere a casa sua il Fontana, che si è permesso di lodarlo “per la buona risoluzione di presentarsi”, che gli ha concesso di andare al forno di suo cognato, in piazza della Rivoluzione, ad abbracciare il padre e i nipoti, di rivedere il Sangiorgi una seconda volta in casa sua, in via dell’Esposizione, al Giardino Inglese, e di essersi lasciato ringraziare dal Fontana, con delle assicurazioni della sua innocenza.”
“Scusate, caro Tiraboschi, ma voi tirate dei sassi nella vostra piccionaia. E il procuratore generale, il commendatore Cosenza, non lo ha ricevuto nel suo salone?…”
“Ma il commendatore generale non riceve che nel suo salone!”
“Non ho sottolineato. Volevo semplicemente dire che lo ha ricevuto, come il questore”.
“Non a casa sua!”
“S’intende, e ha ascoltato la sua innocenza, come il questore”.
“Non poteva fare diversamente”.
“Come potrebbe dire il questore. Il Fontana ha fatto al procuratore generale una dichiarazione che mi sembra di qualche importanza, se si pensa a quella fatta al Sangiorgi, dal Palizzolo”.
“Mi costituisco”, disse, “perché sono innocente: spero che questa volta la luce sarà fatta, prima perché non voglio ritornare un’altra volta in carcere per questo brutto affare, e poi perché confido nella giustizia di vostra eccellenza, che ebbe a constatare la mia innocenza in questo fatto”.
“Non rispondetemi; so il posto che occupate e non desidero giustificazioni. Tutte le autorità in Sicilia hanno qualche cosa da farsi perdonare, almeno secondo il nostro concetto continentale. Capirete che, dove ci può essere un principe Mirto che ricorda Don Rodrigo coi suoi bravi, non si può esigere la correttezza assoluta della burocrazia. Ma quello che mi preoccupa assai più di ogni altra cosa, quello che mi lascia sospeso su di un abisso col mio romanzo verista, sono le dichiarazioni di Raffaele Palizzolo e di Giuseppe Fontana. Il governo si è servito, all’ultimo momento, di tutte le precauzioni. Ma capirete che avrebbero potuto fuggire non una ma cento volte se lo avessero voluto. Invece l’uno si è lasciato arrestare a domicilio come l’agnello del sacrificio, e l’altro si è consegnato spontaneamente. Venendo a Palermo in un tiro a due, avvolto in un grande mantello, con in capo un berretto di panno come quelli dei trafficanti della campagna siciliana, con un sigaro in bocca come una persona che ha il pensiero e la coscienza tranquilla. Aspettate che finisca di comunicarvi i miei dubbi. Se tutto ciò che sappiamo è vero, noi siamo in una botte di ferro. Ma le loro dichiarazioni non mi lasciano dormire. Il primo ha detto in un momento di commozione vera, in mezzo ai suoi di casa, e dinanzi al questore quando i suoi nervi vibravano probabilmente ancora della stessa emozione: sono innocente! Non abbiate paura, sono innocente! Il secondo ha baciato i suoi figli col singhiozzo che gli lacerava il cuore, ha baciato e ribaciato al forno, in piazza della Rivoluzione, il padre e la sorella, e dinanzi i suoi figli, dinanzi il paese, dinanzi il cognato, dinanzi il questore e dinanzi il commendatore Cosenza non ha ripetuto che una cosa: sono innocente! So che cosa mi volete dire. Il sangue freddo nei delinquenti non è cosa che possa stupire. Senza le rivelazioni di Giovanna Blin, della Sabatier e di Eugenia Forestier le teste di Marchand, di Pranzini e di Prado sarebbero ancora sulle loro spalle. Tutti e tre hanno continuato a farsi credere innocenti, anche quando Deibler aveva firmato alla cancelleria della Grande Roquette che i condannati gli appartenevano. Va bene, è un documento di chi giuoca la commedia anche col collo sotto il coltello dalla lama obliqua della ghigliottina. Ma ci sono momenti e momenti. E questo momento di tenerezza fraterna, di tenerezza paterna mi lascia qui terrorizzato del mio e del vostro lavoro. Non vedete che ci sono già dei giornali che si avventano come mastini su coloro che hanno creato loro un ambiente ostile? Non vedete che ci sono dei giornali, sia pure come si dice palizzoliani, che illustrano Palizzolo, che elevano Palizzolo, che proclamano Palizzolo come il martire di un partito rabbioso e spietato?”
“Se non avessi imparato a conoscervi intimamente incomincerei a dubitare di voi. Voi che conoscete quasi tutti i processi del mondo, voi, dite, quante volte avete veduto la morbosità cittadina tramutare il delinquente più spaventevole in un essere interessante, in un essere compianto, in una vittima del maleficio dei nemici. Mi avete parlato della Gabrielle Bompard, non è vero? Prima e dopo la condanna, questa orribile creatura della depravazione e del delitto non è stata l’eroina di una folla che la seguiva, che la salutava togliendosi il cappello, che le mandava dei fiori a profusione, che le dava modo di cambiare toilette, a ogni seduta – che la fotografava in tutte le pose della giornata e che l’ha considerata anche dopo lo scioglimento del dramma una ragazza che sarebbe stata onesta senza l’incontro d’un libertino come Eyraud? Me lo avete detto voi: non ci sono stati individui che sono andati al New Scotland Yard – la sede della polizia Londinese – a frotte a domandare l’onore di essere creduti Giovanni lo Squartatore? Questo sentimento malsano non può essere nostro. Noi abbiamo fatto il nostro dovere. Noi abbiamo raccolto il materiale senza pensare ai nomi o agli individui. Il nostro ideale era più alto: noi non pensammo che a essere esatti. E di questo non possiamo lamentarci. Se saranno assolti, tanto meglio. Il nostro compito è terminato; ora comincia quello dei giurati.
Sono stracco morto; ho bisogno di respiro, vado fuori dell’Isola per un mese coll’Ada e colla moglie”.
“Dove?”
“In qualche parte della baia di Napoli, a Torre del Greco o a Castellammare. Ve lo farò sapere e spero di rivedervi. Addio”.
“Addio, Tiraboschi”.
Egli ha ragione: il nostro compito è terminato; ora incomincia quello dei giurati.

Ventuno. – Riapro il manoscritto, cancello il fine e registro uno dei più grandi avvenimenti dell’Isola di questi ultimi anni. Sabato, il diciotto di questo mese, ho preso parte a una vera esplosione d’affetto. Ho assistito, come un giornalista, ai funerali del Gambetta, ai funerali del John Bright, ai funerali di Gladstone, ai funerali di Bismark, ai funerali di Parnell, ma non ho mai veduto cinquanta o sessanta mila persone silenziose commosse a capo scoperto dietro il gonfalone cittadino, che andavano via a capo chino verso il cimitero Rotoli. Il corteo si è mosso dal Foro Italico alle nove e mezzo come una massa immensa di gente costernata. Quando giungemmo nel corso Vittorio Emanuele ci fu come una pausa, un ingorgo. Ciascuno aveva le lagrime in gola e sarebbe bastato un singhiozzo o un grido di pianto per far piangere più di centomila persone. I balconi abbrunati erano calcati di signore in gramaglie. I davanzali dai quali pendeva il lutto erano pigiati di persone le une sopra le altre, colle teste protese dai vani. Era una processione di gente pallida che andava via lentamente, tenuta assieme dall’ambascia generale. Le botteghe dell’itinerario eran tutte chiuse e le case lungo le quali percorreva, manifestavano il cordoglio degli abitanti col panno nero e colle bandiere a mezz’asta e con delle ondate di donne e di uomini che accorrevano come per dare il vale ultimo all’uomo che incarnava in quel momento la virtù cittadina, l’onestà cittadina, l’onore cittadino. Tutti i partiti erano rappresentati, affratellati, trambasciati. Lo sfilamento delle bandiere sotto il palco dove era il mezzo busto del commendatore Emanuele Notarbartolo in piazza Castelnuovo durò più di cinquanta minuti. Durante questa funzione non si sentiva che il tramestio dei piedi delle associazioni che giravano per curvare i loro vessilli. Si lacrimava. Ho veduto non pochi coi fazzoletti agli occhi. Ho veduto molta gente che piangeva e molte signore turbate, scolorate dall’emozione.
Non cito i nomi delle notabilità del corteo perché dovrei riempire di nomi parecchie pagine. Ma non posso dimenticare il duca della Verdura, che tutta la gente guardava come se fosse stato uno scandalo. Ma perché? Che cos’era? Che cosa aveva fatto? Ah, era un nemico di Notarbartolo, un amico di Palizzolo! e la moltitudine diceva che avrebbe fatto bene a starsene a casa.
Giunti al cimitero, entrammo nel viale principale e ci fermammo a sinistra della tomba gentilizia di Notarbartolo, sulla quale il comitato depose una corona di bronzo.
L’impressione fu indimenticabile. Quando si vide che il Principe di Camporeale stava per parlare il silenzio divenne sepolcrale.
“Strana fatalità!”, egli disse, “Emanuele Notarbartolo la cui vita fu tutta un alto e nobile esempio di rettitudine, anche ora ha la virtù di richiamarci ed unirci in un’alta affermazione morale, in un salutare risveglio della onesta coscienza dei suoi conterranei.
Da gran tempo la Sicilia sarebbe liberata dalla mafia, da quelle perniciose e criminose influenze che ne avvelenano ed inquinano l’esistenza, se tutti avessero seguito l’esempio di Notarbartolo. Egli non sapeva, non poteva transigere con ciò che alla sua coscienza appariva non retto e non onesto. La debolezza e la tolleranza verso i malvagi alimenta e rende possibili le loro male gesta e rende quindi impossibile il risanamento della vita sociale.
Emanuele Notarbartolo cadde martire della sua rettitudine ed onestà. Sia onore a lui! Ma il sacrificio per quanto doloroso, della sua esistenza fece, come il sangue dei primi martiri cristiani, risvegliare durevolmente le energie nelle nostre coscienze.
Il suo spirito è oggi con noi; egli si unisce a noi nel chiedere che le pubbliche autorità facciano il loro dovere e non transitino coi tristi mai, per nessun motivo. L’alto significato solenne della dimostrazione odierna, alla quale si è associata tutta la Sicilia, non può, non deve ad alcuno sfuggire. Sia dessa interpretata quale espressione della ferma e decisa volontà della Sicilia di essere liberata da malvagie influenze; di esigere che la si rispetti, restaurando l’imperio della giustizia senza riguardi ad alcuno”.
Due ore dopo. Sono rientrato affranto come un uomo che ha perduto tutte le forze in un pianto dirotto. Vi ho lasciato qualche cosa di mio. Ho sentito molto in mezzo a una calca che pareva sommersa in un dolore inconsolabile. E la sensazione tragica sarebbe ancora in me se non fosse stata interrotta dalle parole del principe di Camporeale. Ha detto cose sensate ma non si parla dove è sospesa la respirazione, dove sovraneggia il sentimento della gratitudine, dove impera il pensiero che si consuma nel silenzio e nella emozione. Tacete, o signori, nei cimiteri, anche se avete l’anima di Bossuet o di Chateaubriand per elevarvi coll’agitazione dell’anima sulle vette della pietà e dello strazio. Perché non c’è nulla di più commovente che una massa enorme di gente dinanzi una tomba, con la mano in mano, cogli occhi perduti sulla ghiaia, col cuore naufragato in un lago di tenerezza, con la gola inondata di mestizia. Il silenzio si diffonde, coinvolge, penetra e va per la vita come dell’eloquenza che fa piangere, dell’eloquenza che vi dà l’estasi del dolore, dell’eloquenza che seppellisce in voi un ricordo eterno.
Tacete, o signori; lasciateci sprofondati nella religione dei morti, lasciateci nell’oblio della vita, così, come quando si è trambasciati per una sventura sentita.
Queste idee che aboliscono i discorsi nei cimiteri mi sono germogliate in quello di Dublino. Saremo stati duecentomila persone, nessuno parlava, nessuno alitava. Parnell discendeva nella buca lentamente. Non si sentiva che lo sfregamento della fune e lo sforzo dei sepoltori. Ogni badilata di terra che andava sulla cassa ci andava sul cuore come uno di quei rintocchi che ingrossano l’angoscia e inumidiscono le ciglia. Colmata la fossa nessuno si muoveva. La moltitudine era come stroncata dal cordoglio per il cordoglio. Ci volle una voce per farla rinsenare. Ended, all’is ended! Finito, tutto è finito!
La gente pareva si risvegliasse da un sogno. Per alcuni minuti non fu viva che per un’afflizione intensa.
Ma se ci fosse stato un oratore? L’oratore commemori altrove, dica tutto quello che vuole in un salone, ma lasci i dolenti a sé stessi.

COMMIATO

SE ho finito? Non ho un ette da aggiungere. Io saluto i lettori che mi hanno accompagnato fino a questo punto come si salutano i compagni di un lungo viaggio. Siamo partiti senza conoscerci, abbiamo attraversato insieme un ambiente ingrato, un ambiente purulento, un ambiente sanguinoso, incoraggiandoci gli uni gli altri dove le pozze rosse erano più larghe, dove il delitto era più spaventevole, dove l’omertà era più testarda, dove la cosa era più violenta e assassina, e adesso, alle porte del processo, ci salutiamo direi quasi commossi. Se ho dei rimorsi? Due, o signori. Due, implacabili, atroci che mi inseguono, che mi perseguitano, che mi dànno l’incubo notturno, che mi tormentano anche quando sono nelle braccia di lei, della mia Laura che vi ho presentato, che mi terrorizzano sovente come due fantasmi. Il primo è tutto letterario. È il rimorso di non avere avuto tempo di fucinare la frase per ambientarla e renderla molle, flessuosa, morbida nelle pagine delle carezze, energica, brutale, virulenta nel capitolo sdegnoso o corruscata dall’odio collettivo, brunita, tersa, musicale nella narrazione tranquilla e oggettiva. Il secondo è di avere dato poca importanza a un personaggio del dramma che doveva essere la chiave di volta dell’edificio che ho costruito. Augusto Bartolani doveva avere più spazio. Egli è una figuraccia, un confidente interessato, un intruso nel materiale d’istruzione; ma è anche la spia che elimina ogni dubbio, che dà requie alla coscienza più meticolosa e la convinzione alla coscienza del giurato. Come è, o signori, che quest’uomo in prigione, quest’uomo che ignorava l’assassinio di Emanuele Notarbartolo, quest’uomo che non conosceva i particolari della tragedia, ha potuto comunicare nella carcere napoletana al questore Lucchesi che gli autori materiali del delitto erano Fontana Giuseppe di Vincenzo, Garufi Pancrazio di Rocco Rosario e Carollo Giuseppe di Vincenzo? Sentite la deposizione del questore Lucchesi, e poi dite se non ho ragione di dolermi di non averlo piantato in mezzo al libro come l’uomo che spalancherà loro la porta dell’ergastolo.
“Sa ella qualche cosa delle dichiarazioni del Bartolani?”
“Ero questore a Palermo. Una mattina andai dal Codronchi per ragioni di servizio. Di solito lo trovavo imbronciato. Mi venne incontro ilare, fregandosi le mani. Siamo vicini, mi diss’egli, a mettere le mani sugli assassini di Notarbartolo. Rimasi un po’ incredulo. Il Commissario civile mi fece sedere e mi narrò che il procuratore generale di Napoli gli aveva scritto che un detenuto di quelle carceri voleva fare delle rivelazioni sull’uccisione di Notarbartolo, ma che non voleva farle che a un Ministro. Gli si mandò il viceispettore di pubblica sicurezza Gatta in nome del Ministro, ma il Bartolani non volle saperne. Allora vi andai io in persona, accompagnato dal Gatta. Ero autorizzato dal Ministro. Gli dissi che per le confidenze ch’egli avrebbe fatto alla autorità giudiziaria la sua condizione sarebbe stata migliorata”.
“Cioè?”
“Gli si sarebbe diminuita forse un po’ la pena e avrebbe ottenuto le somme promesse dalla famiglia della vittima, dall’amministrazione ferroviaria e dal governo. Fu allora che egli mi denunciò il Fontana, il Garufi e il Carollo. Mi narrò particolari della tragedia compiuta in treno, come uno che fosse stato presente o vi avesse partecipato”.
“Come aveva potuto sapere tutto questo?”
“Da un condetenuto, certo Francesco Ghetta, di Villabate come il Fontana. Il fratello del Ghetta fu appunto colui che riscosse il vaglia in Tunisia per conto del Fontana”.
“Si ricorda la data di questo colloquio?”
“Mi pare che sia avvenuto nell’aprile del 1897”.
“Il Bartolani le ha proprio fatto i nomi?”
“Sissignore. Prima nominò il Fontana, poi il Carollo dicendomi che era il conduttore del treno, e per ultimo mi parlò del Garufi, aggiungendo ch’egli ne era il frenatore”.
“Egli era proprio informato bene!”
“Dica informatissimo! Il Ghetta è della malavita siciliana, suo fratello fu incaricato di riscuotere il vaglia per conto di Fontana che aveva bisogno di un alibi, ed è naturale che tra questa gente si sapesse tutto”.
“Il Francesco Ghetta non ha due fratelli?”
“Quello che riscosse il vaglia ad Hammamet, il 6 febbraio 1893, fu il tappezziere”.
“Il Fontana ha proprio esercitato il commercio agrumario?”
“Mai. Egli ha sempre fatto il guardiano. I proprietari siciliani affidano questo servizio alle figure più losche della mafia. Il Fontana si è dedicato agli agrumi un po’ prima del delitto. Dopo l’assassinio si mise di nuovo a fare il guardiano”.
“Sa se il Palazzolo andasse a Villabate?”
“Lo si può dire il direttore di Villabate. È il suo centro d’azione. Ha parecchie possessioni da quelle parti”.
“Del Carollo sa nulla?”
“È della famiglia dei pregiudicati. Nel 1875 dirigevo il servizio di Pubblica Sicurezza contro il brigantaggio. Dopo l’uccisione del brigante Leone tutti gli altri suoi compagni scomparvero come per incanto. Sapevo che un cugino dell’accusato doveva avere relazione con loro. Andai nella vallata con quindici guardie a cavallo e me lo feci tradurre dinanzi. Misi sul tavolo due mila lire in tanti biglietti da cento e gli dissi: Io sono certo che tu sai dove i briganti si sono rifugiati; se ce li fai prendere il denaro è tuo. Il Carollo non ne volle sapere. Egli non sapeva nulla, non li conosceva, non li aveva mai visti. Gli feci capire che c’erano delle ragioni persuasive e allora mi narrò il nascondiglio dei picciotti”.
“Ci impadronimmo di quindici briganti”.
“Ritorniamo al Bartolani”.
“Le ha pure comunicato le armi con cui si sono serviti gli assassini di Notarbartolo?”
“Sissignore. Il Fontana era armato del trinciante e il Carollo del pugnale. Il Garufi doveva fare la guardia di fuori”.
“Le somme promesse al Bartolani ascendevano?”
“A quarantamila lire circa”.
“La promessa è stata fatta in iscritto?”
“Sissignore. La dichiarazione è stata lasciata nelle mani del Bartolani”.
“Ella è ancora in servizio?”
“Nossignore. Sono a riposo da un anno. Ero prefetto di Girgenti, ma l’aria mi faceva male e ho dovuto andarmene”.
“Adesso spieghi come il Salvatore Diletti, capo stazione, ha conosciuto il Ferdinando Fontana”.
“Il procuratore generale Cosenza teneva dietro al processo. Un giorno venne il commissario civile a dirmi che il Fontana era stato arrestato e che bisognava farlo vedere al capo stazione Diletti. Era necessario sapere se lo riconosceva per l’individuo del quale aveva dato i connotati. Lo feci venire; andando alle carceri di Palermo gli dissi: “Noi abbiamo arrestato un individuo: guardi bene se è quello ch’ella ha veduto nello scompartimento con Notarbartolo.” Non mancai di avvertirlo che si trattava di mandare un uomo in galera. Una volta che fummo nel raggio, il signor Diletti venne pregato di guardare attraverso le spie delle celle e di dirmi se c’era quello che si cercava. Guardò di qua e di là dicendo sempre di no. Arrivato alla cella del Fontana vi si fermò più a lungo e disse, come sorpreso: “Iddi è – è lui. Egli è precisamente l’individuo che vidi nello scompartimento col Notarbartolo.” Ma poi, come pentito, aggiunse: “Voi mi farete ammazzare e io sarò indubbiamente assassinato.” Lo condussi, colla stessa carrozza dal procuratore generale! E là il Diletti ebbe la gentilezza di ripetere parola per parola, quello che pochi minuti aveva detto a me. Non capisco poi come non lo si sia processato subito. Si vede che c’è una mano “magica, misteriosa, potente che impedisce che se ne faccia la luce. È così che si spiega come il Fontana, il Carollo e il Garufi siano stati carcerati e scarcerati””.
“Grazie, ella può andarsene. Venga il detenuto”.
“Perché siete stato condannato a diciotto anni?”
“Per avere falsificato delle cambiali”.
“Chi avete conosciuto nel carcere di Napoli?”
“Io era addetto all’ufficio di matricola e stavo con quelli che si mantenevano del proprio. Avevo così modo di stare coi compagni all’aria. Il Ghetta era in prigione per avere speso dei biglietti falsi. Sotto la stessa accusa c’erano Fontana, Randazzo e sei altri. Seppi poi che il Fontana era stato prosciolto, anche perché si era messo di mezzo una persona influente. Chiacchierando si venne a parlare di Notarbartolo. Da una confidenza all’altra, egli mi confidò che il Fontana, il Carollo e il Garufi erano davvero gli autori del delitto”.
“Com’è che il Ghetta lo sapeva?”
“Non me lo disse. Forse lo seppe dallo stesso Fontana, col quale era in intimissimi rapporti”.
“Prima di parlarne col Ghetta sapevate di questo delitto?”
“Nulla perché io ero in carcere”.
“Che cosa vi ha egli detto?”
“Che il Fontana, il Carollo e il Garufi avevano “operato” per ordine di un mandante. Il Fontana avrebbe organizzato l’assassinio e il Carollo vi avrebbe preso parte”.
“Dite tutto quello che vi disse”.
“Incominciò a raccontarmi di un’inchiesta avvenuta al Banco di Sicilia, perché pareva che l’amministrazione non fosse troppo regolare. Si parlava di rimandare alla direzione il Notarbartolo. Allora dei personaggi compromessi decisero di farlo assassinare come fu assassinato, mentre ritornava dal suo castello di Mendolilla. Venne ammazzato in un tunnel e usciti dal tunnel doverono buttarlo al di sopra di un murello, in un vallone, che lo avrebbe riversato in mare. Durante l’assassinio avevano spento il lume della vettura. Il parapetto del ponte è riuscito troppo alto e il cadavere rimase in terra.
Le macchie di sangue sono state lavate dal Garufi…”
“Vi disse che cosa abbia fatto il Fontana? Non mi disse che cosa abbia fatto. Ma mi narrò come si sia procurato l’alibi in Tunisia.”
“Vi raccontò se avevano portato via degli oggetti?”
“Sì, mi disse che avevano portato via il fucile, la cartucciera, il portafoglio, ecc., per far credere che lo scopo del delitto era il furto”.
“Chi v’ha consigliato di fare le rivelazioni all’autorità giudiziaria?”
“Il direttore del carcere, al quale avevo detto tutto”.
“Quando?”
“Alla fine di gennaio o ai primi di febbraio del 1897. Venne il commendatore Lucchesi, e venni in seguito tradotto a Palermo, ove feci la mia dichiarazione firmata”.

Basta. Mettete assieme le dichiarazioni del Diletti, del Lucchesi e del Bartolani, e poi ditemi se tre dei quattro accusati possono sfuggire alla reclusione. Anche del quarto il Lucchesi ha detto parole tanto gravi da non far nascere dubbi di sorta. Ma io consiglio i lettori ad aspettare il verdetto.
Signori, addio.