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Pareggio di bilancio in Costituzione

di Fabrizio Verde

Con 235 sì, irrompe nella Costituzione italiana, accompagnato da uno strano silenzio dei media mainstream, il vincolo al pareggio di bilancio approvato in seconda lettura anche al Senato. Si completa così l’iter parlamentare del disegno di legge, molto contestato in sede extraparlamentare in quanto d’inconfutabile stampo neoliberista, che essendo stato approvato con una maggioranza qualificata dei due terzi, non dovrà neppure essere sottoposto al giudizio popolare attraverso il referendum confermativo. La grande coalizione-ammucchiata PD-PDL-UDC ha votato compatta, mentre si sono opposte Lega Nord ed Italia dei Valori.

A venire modificato è segnatamente l’articolo 81 della carta costituzionale nata dalla Resistenza, ma già ampiamente stravolta negli anni, che adesso recita: «Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico. Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali», quali «gravi recessioni economiche, crisi finanziarie, gravi calamità naturali».

Una modifica che risulta stridente rispetto all’impianto dato alla carta fondamentale dai padri costituenti, che all’articolo 3 recita: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Dunque, il ruolo dello stato nell’economia, pensato quasi come una sorta di guida dall’Assemblea Costituente, esce irrimediabilmente ridimensionato, quando in un periodo come questo di recessione piena, come insegna Keynes, la domanda, i consumi e l’occupazione potrebbero essere risollevati tramite un massiccio piano d’intervento statale.

Come beneficio, si avrebbe il calo del debito pubblico per effetto dell’aumento delle entrate fiscali. Al contrario, la strada imboccata – monetarista-liberista imposta dalla Germania – porterà con l’austerità un aumento della disoccupazione accompagnata ad una diminuzione delle entrate fiscali. Con relativo aumento del deficit pubblico come ciliegina, decisamente amara, sulla torta farcita con  lacrime e sangue dei lavoratori italiani.

La ratio della norma, sembra proprio improntata alla demolizione delle teorie elaborate dall’economista britannico, che nel dopoguerra – visto il successo della “rivoluzione keynesiana” -venne definito probabilmente in maniera frettolosa il distruttore di Marx. Anche se, come la storia ha mostrato, le contraddizioni del sistema capitalistico sono tante e tali, che l’attualità delle teorie elaborate dal filosofo di Treviri restano pressoché intatte.

Come spiegato in maniera chiara ed impeccabile dall’economista Vladimiro Giacché intervistato dal portale Today: «Il pareggio di bilancio, di fatto, sancisce l’illegalità del keynesismo. Secondo Jhon Maynard Keynes, nei periodi di recessione, con la ‘domanda aggregata’ insufficiente, era lo Stato, tramite il deficit spending, a far ripartire l’economia. Secondo questo principio, il deficit si sarebbe poi ripagato quando la crescita fosse ripresa. Ora, impedendo costituzionalmente il deficit di bilancio dello Stato – se non per casi eccezionali e comunque per periodi di tempo limitati – tutto ciò sarà impossibile. Da oggi il nostro paese abbraccia ufficialmente l’ideologia economica per la quale la priorità è evitare il deficit spending, ossia che lo Stato possa finanziare parte della domanda indebitandosi.

Questa cosa può sembrare apparentemente ragionevole per paesi indebitati come il nostro, ma in realtà è assolutamente folle. Così facendo si stanno replicando gli errori drammatici degli anni ’30: quando ci si trova alle prese con la recessione, oggi come ottanta anni fa, accade che i privati investono meno. Ed è qui che sarebbe fondamentale un deciso intervento pubblico, con investimenti che facciano in modo che la “domanda aggregata”, cioè l’insieme dell’economia, aumenti, per ripresa. Questi effetti benefici, poi, si riassorbirebbero negli anni a seguire con effetti positivi sui conti pubblici. Ad esempio, con un maggior introito di tasse, il governo avrebbe avuto un rientro maggiore. Da oggi, invece, questo non sarà più possibile».

Insomma, il Parlamento italiano, in combutta col governo dei tecnici invocato in modo taumaturgico per “salvare” l’Italia, stravolge la Costituzione italiana inserendovi una norma che si configura come una specie di estensione a livello continentale di una norma tedesca che regola il rapporto tra Stato centrale e Laender, che farà avviluppare ancor di più quello che una volta era il Belpaese e l’intero continente nella spirale perversa composta da austerità e recessione.

Tratto da: altrenotizie.org

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