Pasquale Villari – L’insegnamento della storia

Signori,

Quest’anno tocca a me l’onore di rivolgervi la parola, nel giorno in cui si riaprono i nostri corsi accademici. Vengo ad esporvi poche e semplici osservazioni, intorno all’insegnamento della Storia nelle Scuole Superiori. Ed ho scelto questo argomento, perchè, senza uscire dai miei studi, esso m’offre l’occasione di parlarvi ancora del nuovo indirizzo che ha preso la Sezione di lettere e filosofia del nostro Istituto, dopo le riforme che vi furono introdotte dal Governo, nel passato anno.

A tutti è noto come, sin dal principio di questo secolo, gli studi storici hanno preso uno sviluppo sempre maggiore. Ogni giorno vediamo sorgere nuovi scrittori, vengono alla luce libri importanti sulla storia antica e moderna; le pubblicazioni di documenti, fatte per opera dei privati o dei Governi, sono andate esse pure crescendo di numero e d’importanza. Nè solo i grandi Stati, come la Prussia e la Francia; ma ancora i più piccoli, come la Svizzera ed il Belgio, s’affaticano a mettere in luce i monumenti del loro passato. L’Italia non tralascia di fare la sua parte, sebbene non proceda con molto ordine, e l’Inghilterra, avversa sempre a spendere il pubblico danaro per le ricerche scientifiche, ha dovuto anch’essa cedere alla corrente, ed ha cominciato la sua grande collezione di documenti. Tutto ciò potrebbe essere, è vero, cosa di poca importanza, una moda, un andazzo dei tempi. Ma se noi osserviamo il fatto più da vicino, esso piglia, invece, proporzioni sempre maggiori, e siamo come forzati a riconoscere una vera e propria tendenza, quasi un carattere storico in tutta quanta la letteratura del nostro secolo: noi abbiamo avuto il dramma storico, il romanzo storico, la pittura storica. La filosofia stessa sembra, più che altro, occupata a fare la storia della scienza. Nelle cose meno importanti, perfino negli abiti che vestono gli attori sul teatro, abbiamo una scrupolosità storica che ai nostri maggiori sarebbe sembrata ridicola. Infatti, senza andare più lungi del secolo passato, essi facevano comparire sulla scena Alessandro e Cesare colla parrucca incipriata e col cappello a tre punte; nei loro quadri, tutti i personaggi vestivano queste medesime foggie; ed essi deturparono chiese e monumenti, per la manìa di dare a tutto la sola forma che sapessero ammirare. Basta ricordare la facciata barocca posta al Duomo di Milano. Nè si creda che ciò sia stata solo una manìa del secolo XVIII, secolo senza gusto e disprezzatore degli antichi. Se mai v’è stato un tempo che ebbe ammirazione, anzi fanatismo per l’antichità, questo fu certo il secolo XV. Ebbene, ognuno può osservare in Firenze, come tutte le storie del Vecchio e del Nuovo Testamento, tutti i soggetti greci e romani furono allora dipinti cogli abiti, coll’architettura fiorentina di quel tempo. Nella biblioteca Riccardiana v’è un Virgilio illustrato con bellissime miniature di quel secolo. Si vede il famoso cavallo Troiano, e i Greci armati escono dai suoi fianchi. Che cosa credete che essi trovano per le vie di Troia? Il palazzo Riccardi, il palazzo Vecchio e la Loggia dei Lanzi. Perfino gli Dei in cielo portano il lucco fiorentino, e Giove par quasi un Gonfaloniere della repubblica.

Insomma, i nostri padri cercavano sempre di dare ad ogni cosa la forma del loro spirito, del loro tempo, e noi, invece, vogliamo dare a ciascun secolo, a ciascun monumento, la forma sua propria. Noi siamo dei grandi restauratori e riparatori del passato; poniamo una cura infinita a spogliare i monumenti di ciò che le età posteriori v’aggiunsero, alterandone il carattere, e vogliamo sempre ritornarli nel loro stato primitivo. Nè in essi cerchiamo solo la bellezza della forma o la nobiltà delle idee; ma il passato stesso è come divenuto sacro per noi. Applaudiamo con gioia alla scoperta d’una statua greca; ma raccogliamo pure con molta venerazione i più rozzi disegni dei Cristiani primitivi nelle catacombe, le iscrizioni in graffito che la plebe faceva sulle mura di Pompei, i primi strumenti in pietra, di cui l’uomo, non ancora civile, si è servito. Non è molto, che sopra uno di essi fu osservato come un rozzo graffito, che parve un primo tentativo di disegno, e subito quello strumento divenne prezioso per l’archeologo. Tutto ciò sarebbe parso in altri tempi strana manìa, ed è oggi seria occupazione dei dotti che, in mille modi, s’affaticano a tali ricerche.

Quale è la cagione di questo nuovo ardore, di questo singolare mutamento? Bisogna cercarla nella natura stessa degli studi storici, che si sono andati mutando. La storia non era considerata neppure come materia d’insegnamento nelle grandi Università del medio evo, ed oggi essa ha un grandissimo numero di cattedre, è divisa in nuove e diverse discipline che hanno molti cultori, e sembra quasi voler filtrare in ogni insegnamento, dando come un colore storico a ciascuno di essi. Ed in verità, quando essa era una semplice narrazione di fatti, il volerla insegnare nelle Università sembrava inutile o superfluo. Leggere una narrazione e comprenderla è cosa agevole ad ogni studente. Comporre una nuova narrazione storica è poco più o poco meno che un’opera d’arte, e l’arte assai difficilmente s’insegna; bisogna esserci nati, e allora basta una buona cultura letteraria. Oggi, però, la storia non è più un’arte solamente, essa è divenuta anche una scienza. Non intendo qui parlare di quella che chiamano Filosofia della Storia, la quale è piuttosto, com’indica il suo nome, un’applicazione della Filosofia alla Storia e piglia da questa i fatti, senz’obbligo di verificarli con nuove ricerche. È la Storia stessa che oggi si presenta a noi sotto un aspetto scientifico, ed è quindi divenuto non solo possibile, ma necessario insegnarla. Ci siamo tutti persuasi, che i fatti non si succedono a caso, ma sono strettamente legati fra loro, e quello che segue in un secolo non potrebbe indifferentemente essere seguìto in un altro. Le idee, le istituzioni, i monumenti si mutano con una legge, che non ci è sempre facile spiegare, ma che è pur sempre visibile. Quindi noi possiamo esaminare, classificare, giudicare le varie narrazioni d’un fatto, i documenti, i monumenti che lo riguardano, secondo i precetti di quella che si chiama Critica storica, per cavarne il vero con una certezza ignota agli antichi, che poco o punto conoscevano la Critica. Con queste norme, che hanno preso un rigore scientifico, noi possiamo spesso correggere i più autorevoli scrittori dell’antichità. Quando troviamo nell’Archivio di Firenze l’antico originale della legge che istituisce un Consiglio o un Magistrato della repubblica, e vediamo che il Machiavelli se ne allontana le mille miglia nel descriverlo, niuno vorrà negare, che anche il più modesto scolare saprà correggere con sicurezza il grande storico. Quando troviamo che il Guicciardini ora ci racconta fatti a cui fu presente e di cui fu parte, ora, invece, copia o traduce letteralmente da altri, perchè parla di fatti seguiti quando egli era fuori d’Italia; è chiaro che lo studio accurato delle fonti di cui s’è servito ha potuto dare una gran luce sulla diversa credibilità della sua Storia. Così la paleografia, lo studio delle fonti, l’esame dei testi, la cronologia, portarono alla Storia un sussidio incalcolabile, le dettero una base scientifica e sicura.

Ma qui si potrebbe chiedere: a che giova questo affaticarsi a cercare e studiare le statue, i quadri, i templi, le leggi, le istituzioni, le passioni e fino i pregiudizi d’uno o d’un altro popolo? Che cosa vi troviamo noi, che tanto ci spinge a cercare? Invero, tutto ciò segue per una sola e semplice ragione: queste cose sono il risultato dell’attività umana. È l’opera dell’uomo che si studia, anzi è l’uomo stesso che si cerca e si trova in esse. Noi guardiamo il Partenone e il Giove di Fidia, leggiamo l’Iliade e l’Edipo a Colono, le leggi di Sparta e di Atene. Tutto ciò sembra al volgo una mole indigesta di fatti senza relazione e senza scopo; ma la Storia vi trova, invece, una grande unità. Tutto ciò è per essa una manifestazione dello spirito greco, divenuto visibile ai suoi occhi; vi trova e v’impara a conoscere l’uomo greco. E allora subito quella mole indigesta di fatti si raccoglie e gira intorno al suo proprio centro; ripiglia la sua anima, ed il passato, come evocato dalla scienza, sorge vivo e presente innanzi a noi.

Ma il nostro problema non è risoluto ancora, e la stessa domanda torna in campo con la medesima insistenza: a che tanto affaticarsi? A che ci giova poi conoscere quest’uomo greco, questa società scomparsa, per non mai più ricomparire? Se non che, tutto il problema sta appunto nel modo di intendere, che significa questo scomparire dei popoli nella storia. Che cosa è perito, che cosa è veramente scomparso della Grecia? Gli uomini sono morti, è vero; ma il loro spirito vive eterno nelle loro opere, nei monumenti, nei libri, anzi è parte della nostra propria esistenza. Cancellate dalla storia del mondo i nomi di Omero, di Platone, di Eschilo, e voi avete distrutto ancora qualche cosa che è in voi, che è divenuto come sostanza del vostro spirito. Chi siamo noi? Come s’è formata la nostra cultura, la società in cui viviamo? Ogni generazione ci ha tramandato la sua eredità, ognuna ha contribuito alla formazione del nostro essere morale. Se nel medio evo non vi fossero stati nè Papi, nè Imperatori, nè Repubbliche, noi non saremmo quello che siamo. La storia del passato ha creato il presente, ed è necessaria a comprenderlo. L’uomo, quindi, è spiegabile solamente con la sua storia, se noi non andiamo in cerca d’un ideale astratto, immutabile, inalterabile; ma vogliamo conoscere questo essere che ci apparisce sotto mille forme diverse; che muta di secolo in secolo, d’ora in ora, secondo i climi e le condizioni geografiche, pieno di pregiudizi; stretto da ogni lato, e pure con una continua aspirazione verso l’infinito. Se dunque la storia, cessando di essere una semplice narrazione, per divenire anche una scienza, ci ha fatto trovare nel passato la spiegazione del presente, ci ha mostrato il lungo e penoso lavoro con cui, di secolo in secolo, lo spirito nostro s’è andato formando; qual maraviglia se noi ci rivolgiamo a questo passato con sì ardente avidità? Tutta la storia universale è divenuta come una nostra sacra proprietà, ed ogni scoperta nel passato manda una luce nuova sul presente. A misura che il nostro orizzonte storico si allarga, il nostro spirito si solleva, come per contemplarlo da maggiore altezza.

Ma non è l’uomo solamente che impariamo a conoscere, è la società stessa in cui viviamo. Onde non solo i dotti, per proprio conto, s’affaticano in queste ricerche; ma le nazioni stesse, i governi pigliano parte a questa ricostruzione del loro passato; perchè in esso trovano una più chiara notizia di quel che sono oggi, e quindi una più sicura guida verso l’avvenire. Riforme, sistemi, istituzioni, governi che partano solo da un principio astratto, noi non ne vogliamo più, perchè sono costruzioni sull’arena, castelli in aria; debbono avere radici nel passato, germogliare nel presente, fecondar l’avvenire. Hanno, in una parola, bisogno anche di una ragione storica.

Così la Storia ha aperto nuove vie all’attività del pensiero. Su di essa s’è fondato un nuovo e più pratico studio dell’uomo, su di essa s’è fondata la scienza sociale, nata quasi in uno stesso giorno con la scienza storica. Il problema che ci occupa tutti, sotto mille forme diverse, è appunto questo: trovare le leggi secondo cui i fenomeni della natura, e legge secondo cui i fatti dello spirito si succedono nel tempo. V’è nel nostro secolo una fede grandissima, che l’imparare a conoscere e rispettare queste leggi ci potrà fare, in qualche parte almeno, dominare le forze sociali, come già dominiamo e ci serviamo delle forze della natura. Questa nuova e grande speranza sembra volgere tutta la nostra mente in una sola direzione, e la Storia sembra perciò illuminare della sua luce tutta la letteratura. Molte delle scienze nate o formate nel nostro secolo, come la geologia, la filologia comparata, l’etnografia hanno una fisonomia comune, sembrano venute a far parte della Storia.

E qui la questione si trasforma ad un tratto, ne sorge anzi un’altra d’indole assai diversa. Se questo lavoro è utile alla cognizione dell’uomo, se è necessario alla cultura di ciascun popolo; in che modo possono le nostre scuole contribuirvi, ed aumentare anche fra noi il numero degli operai capaci di lavorare a questa ricostruzione del passato? Io intendo qui parlare delle scuole italiane, come esse sono, come possiamo supporre d’averle, anche migliorandole alquanto. Non sono di quelli che aspettano una legge, come la manna nel deserto. Non spero un miracolo dall’oggi al domani. Prendiamo perciò l’alunno, quale lo riceviamo dai nostri licei, con cognizioni incompiute e superficiali. Egli ha assaggiato molte cose, senza ancora averne digerita alcuna. Se dunque avesse studiato bene un compendio di storia greca e romana, come quello del Duruy; se avesse studiato un compendio alquanto più esteso, per la storia italiana, e ne avesse profittato, potremmo essere contenti. Ricevendolo in tale stato, con una scarsa cognizione di greco e di latino, quale sarà l’insegnamento della storia che gli daremo nelle Facoltà di lettere?

Se noi potessimo dal compendio del Duruy portarlo ad autori come il Mommsen, il Grote, il Curtius, ed accompagnare questo studio con la lettura dei classici antichi, potremmo ben esser contenti. Studiare la storia sugli scrittori moderni e sugli antichi, prender notizia insieme coi fatti politici, ancora delle istituzioni, delle leggi, della cultura, e più di tutto penetrare il mistero dei miti, studiar le origini delle lingue e letterature classiche, è cosa per sè stessa d’una grande difficoltà. Così lunga e difficile, infatti, che a voler continuare con questo metodo lo studio di tutta la storia antica e moderna, bisogna lasciare una gran parte del lavoro alla privata attività dello studente. E quando un tale studio si supponga compiuto, il giovane è ben lontano dal cominciar neppure ad essere uno storico; perchè una enciclopedia di fatti o di libri nella testa non forma lo storico. Che cosa dunque egli impara veramente nei nostri corsi universitari, e che cosa gli resta ad apprendere ancora, per poter veramente pigliar parte al lavoro originale e scientifico della storia?

A risolvere questa quistione, che forma l’argomento principale del nostro discorso, ci sia permesso fermarci a ricordare quale è veramente lo stato presente delle nostre Università. Destinate una volta alla scienza, sono oggi invece destinate alle professioni. Si viene a cercarvi un diploma per fare il medico o l’avvocato. In ciascuna Facoltà si insegna, quindi, un complesso di scienze necessarie all’esercizio della professione, e delle quali non si può esporre nè apprendere più che gli elementi. Questo è divenuto il loro carattere generale, e le Facoltà di lettere, sebbene abbiano un diverso scopo, sono regolate dallo stesso metodo. Non mirano a formare un grecista, un latinista o uno storico. L’alunno ha un programma di studi e di esami, determinato ed uguale per tutti gli studenti della Facoltà; deve studiare molte materie contemporaneamente. Quindi non può darsi ad uno studio speciale; non può farne professione; deve contentarsi, in una parola, di continuare la sua cultura letteraria generalmente. Questo, che sarebbe un pessimo sistema, divenne necessario per la grande decadenza dei nostri studi secondari, a cui le Facoltà di lettere dovevano riparare.

Se non che, in tale stato, da un lato esse non potevano bastare a formar dei filologi o degli storici, e da un altro lato non aprivan l’adito ad alcuna professione. Quindi furono deserte, o popolate solo da uditori: erano dei curiosi, o degli studenti di legge, di medicina, che assistevano a qualche lezione, per compiere in parte quella coltura generale di cui mancavano. Ogni esercizio pratico ne fu escluso, e le lezioni si ridussero a discorsi sulla letteratura, la storia, la filosofia, la interpretazione dei classici, senza un vero ed efficace lavoro dello scolare. I pochi dottori che si formavano in quelle Facoltà avevano ascoltato e ripetuto le lezioni con diligenza, e facevano un esame con plauso, senza essere in grado di scrivere con qualche criterio un lavoro qualunque. E ciò seguiva per tutte le scienze. I nostri dottori in matematica avevano anch’essi ascoltato, inteso e ripetuto; ma posti a risolvere un problema semplicissimo, dichiaravano di non esservisi mai provati. Io ne ho avuto più volte esperienza in alcuni bravi giovani, tenuti fra i migliori in diverse delle nostre Facoltà matematiche. Il corso di fisica fatto ogni anno, pei medici e pei naturalisti nello stesso tempo, era una esposizione accompagnata da esperimenti, senza che l’alunno si provasse mai a sperimentare da sè. Eccezioni ve ne furono sempre: avemmo professori che formavano a casa loro i propri scolari, giovani che, vincendo ogni difficoltà, facevano da sè; ma il metodo generale era questo, ed in parte ancora continua ad essere.

La rivoluzione venne però a portare un gran beneficio. L’ordinamento delle scuole secondarie fece subito sentire uno straordinario bisogno di professori pei Licei e Ginnasi. Questi non debbono esser uomini, come dicono, speciali; debbono avere una cultura generale; essere adatti ad insegnare più materie per educare l’intelletto giovanile. Le nostre Facoltà, avendo appunto questa forma, furono agevolmente trasformate in scuole normali; aprirono allora anch’esse la via ad un impiego, ad una professione, e videro subito crescere il numero dei loro scolari. Il beneficio fu grande. Gli alunni studiarono di più; messi in relazione diretta col professore, aiutati con sussidi dal Governo, obbligati ad esercizi pratici, dei quali riconobbero subito l’utilità, fecero assai maggiore profitto. La differenza tra un normalista ed uno che segue l’antico corso con l’antico metodo è ora visibile a tutti. Torino, Milano, Padova, Pisa sono oggi in questa condizione, hanno la loro scuola normale, e dovunque si voglia mantenere con profitto una Facoltà di lettere, bisogna aprirla; perchè ove essa manca, mancano pure gli scolari. Una delle più illustri Facoltà del Regno, quella di Napoli, non avendo ancora la scuola normale, non ha dato dal 59 infino ad oggi che un solo dottore, sebbene il numero degli uditori sia grandissimo.

Molti protestano contro questo moltiplicarsi delle scuole normali, dicendo: la Francia ne ha una sola e basta; perchè noi dobbiamo averne tante? Ma a costoro si può rispondere facilmente. La grande scuola normale di Parigi, con ottanta alunni, non supplisce che una parte minima degl’insegnanti secondari della Francia. Il massimo numero nei suoi licei e collegi non sono allievi della scuola normale, come sarebbe assai desiderabile(1). Non parlo qui dei seminari e delle altre scuole ecclesiastiche, che sono pur molte. Se vogliamo prendere un esempio straniero, prendiamo almeno quello della Germania, dove, secondo i Francesi stessi, le scuole secondarie sono assai migliori. Ivi ogni facoltà ha i suoi seminari, e non sono troppi. Ma noi non abbiamo bisogno d’andar fuori a prendere esempi. I fatti che vediamo a casa nostra parlano chiaro. I nostri insegnanti, tra governativi, comunali e privati, arrivano a più migliaia; ognuno di essi avrebbe dovuto fare un corso regolare di studi, e i più non l’hanno fatto. Le nostre Università ancora sono lontane dal dare un numero sufficiente di alunni per le scuole governative; quindi, se questo numero fosse anche quadruplicato, neppure basterebbe ai bisogni generali del paese. E da un altro lato che fare, quando le nostre Facoltà, senza un insegnamento normale, restano deserte di veri e propri scolari? La conseguenza è chiara: o sono inutili e si sopprimano, o servono a qualche cosa, e si facciano servire a quello che, almeno per ora, è il loro scopo principale e più utile. Queste considerazioni come s’applicano a tutte le scuole superiori di lettere e filosofia, così s’applicano pure a questa Sezione del nostro Istituto; sebbene essa abbia un carattere suo proprio di cui verrò, fra poco, a parlare. Ma prima ritorno all’insegnamento della Storia, da cui mi sono dipartito.

Io suppongo, che in una buona Facoltà di lettere e di filosofia, abbiamo una buona scuola normale. E domando: che cosa saprà l’alunno che ne esce col suo diploma? Sarà un buon insegnante secondario. Egli saprà il greco ed il latino, la storia e la filosofia; avrà continuato ed elevato la sua cultura generale, e potrà fare una buona lezione. Ma in che grado può esso contribuire all’avanzamento della scienza? Ecco la quistione che dovevamo risolvere, ed egli è chiaro, che a questo assai più arduo ed importante ufficio l’alunno non è stato educato in modo alcuno; non ha neppur cominciato un vero e proprio tirocinio.

Essere in grado di fare una buona lezione elementare sulla grammatica greca; spiegare con intelligenza e buon metodo Omero, o anche un autore più difficile, è ben altra cosa dal fare la critica d’un testo greco o latino, e ridurlo alla sua vera lezione; dal sapersi servire dei codici inediti; dal potere, senza tema d’errare o fantasticare, fare una sola osservazione originale di filologia comparata. Il giovane professore di storia spiegherà perfettamente il Duruy o il Sismondi, farà anche di suo una buona lezione, ed è ciò che si richiede da lui. Ma posto in un archivio, forse non saprà neppure leggere un documento antico, interpetrare le carte d’un tempo anche poco remoto. Datogli in mano uno statuto o un diploma a stampa, non potrà intenderne il valore, nè cavarne alcuna conseguenza di storica importanza. Egli non è stato mai educato a questo, che pure è la base indispensabile a formare un giovane che possa poi, secondo le proprie forze, pubblicare un lavoro di qualche originalità, contribuire all’avanzamento della scienza. Raccogliere da altri libri, e fare una compilazione elegante, certo non significa essere uno storico.

Ma qui mi sento fare una obiezione, tanto più grave, in quanto che viene generalmente da uomini assai dotti e valenti. Essi dicono: ma noi come abbiamo fatto? Si deve supporre, che un giovane dottore non possa scegliere la sua via, e compiere da sè i propri studi? Se ne ha voglia, saprà fare; se non ne ha voglia, è inutile ogni altra cura. Ma la risposta è facile. Innanzi tutto, le eccezioni non fanno regola, e un sistema d’istruzione non deve esser fondato solo per gli uomini eccezionali. Galluppi uscì dal fondo delle Calabrie già fatto filosofo; Giacomo Leopardi uscì filologo e poeta dalla sua biblioteca in Recanati; ma questa non è una buona ragione per dire, che a fare un poeta basta chiuderlo in una biblioteca, ed a fare un filosofo basta confinarlo sui monti. Io vorrei chiedere, invece, a molti di coloro che fanno o hanno fatto qualche cosa per la scienza in Italia; vorrei chiedere alla loro buona fede: è vero o non è vero che solo la vostra perseveranza vi ha salvati, che mille volte vi siete dovuti arrestare per via, cercando d’acquistare cognizioni indispensabili che vi mancavano? E quale è stata la conclusione di tanti sforzi? Siete infine riusciti, è vero; ma il vostro prodotto intellettuale v’è costato assai più tempo e fatica che ad uno straniero del vostro medesimo ingegno, della vostra medesima energia. Voi chiuderete la vita dicendo: se avessi avuto un altro tirocinio nella mia gioventù, quanto non avrei fatto di più! Ed è appunto questo che bisogna evitare; perchè tuttociò si riduce ad una produzione diminuita, ed è questa appunto che si tratta di aumentare. Come altrimenti spiegare la povertà della produzione letteraria e scientifica dell’Italia? La nostra esportazione è infinitamente minore della importazione. Noi stiamo oggi educandoci sui libri stranieri; perfino i classici latini e greci dobbiamo avere da Lipsia. Per evitarlo bisogna crescere la nostra attività e capacità intellettuale. Non è l’ingegno che ci fa difetto; ma è l’arte.

Citare poi uomini fuori del comune, che riescono in ogni tempo, in ogni luogo, in mezzo a mille difficoltà, non prova nulla in favore del sistema o del tirocinio. Invece prova assai il citare capacità medie, che in Germania riescono assai più di giovani italiani, per ingegno superiori a loro. Un illustre scrittore francese, lamentando la decadenza degli studi letterari in Francia, diceva: “Bisogna che in un sistema il quale abbraccia centinaia di persone, la mediocrità abbia il suo posto, e possa portare i suoi frutti. Un discepolo, anche secondario, di Bœckh, di Bopp, di Karl Ritter rende dei servigi, è un uomo utile che vale nel movimento scientifico del tempo, e lavora, per la sua parte, a pulire una delle pietre che entrano nella costruzione del tempio eterno della Scienza(2).” Sono infatti queste miriadi di giovani, di mille capacità diverse, che, dandosi a lavori speciali, misurati alle proprie forze, hanno contribuito ad innalzare l’edifizio immortale della scienza germanica.

Che cosa, invece, potranno fare quelli fra i nostri dottori che, senza essere ingegni eminenti, sarebbero pur nati a pigliar parte al lavoro generale della scienza? Possono fare delle buone lezioni di liceo, e delle discrete compilazioni, perchè nella scuola normale sono ora esercitati a scrivere; ma quanto a ricerche originali di storia o di filologia, non saprebbero neppur di dove cominciare. Infatti, che cosa chiedono i migliori fra di essi? Vogliono continuare i loro studi, domandano d’andare in Germania. Sicchè noi assai spesso cominciamo col metter loro in mano una grammatica tedesca, e finiamo poi col mandarli a Berlino o a Lipsia. È questo uno stato di cose da potere, a lungo andare, soddisfare il nostro amor proprio nazionale, giovare alla originalità della cultura e del genio italiano? Io credo di no, e credo che per rimediarvi bisogna, senza punto scaldarsi contro questa manìa germanica, fare in modo che i nostri giovani comincino a trovare in casa loro quello che vanno a cercar fuori. Ma allora bisogna avere il coraggio e l’abnegazione di riconoscere, che in Italia abbiamo finora pensato alle professioni; ma ancora non vi sono istituzioni destinate veramente alla scienza o alle lettere, con i mezzi necessari a chi vuol coltivarle per sè stesse, senza volgerle subito a immediato guadagno. Vi sono professori eminenti, vi sono facoltà illustri che s’adoprano a tutta possa; ma l’ordinamento degli studi è tale che, dopo la cultura generale, manca un tirocinio speciale che costituisca veramente la scienza, o è dato solo dallo zelo personale di qualche professore isolato.

Che fare adunque? Oltre del corso normale, comune a tutti, bisogna che nelle Facoltà di lettere e di scienze vi sia un secondo grado d’insegnamento superiore e speciale, in cui sia lasciato al giovane una maggiore libertà d’elezione. E mentre è chiaro, che l’insegnamento normale dovrebbe trovarsi in tutte quante le Facoltà del Regno, non credo che, per ora, debba farsi lo stesso dell’insegnamento superiore; perchè non avremmo un numero sufficiente di scolari, nè un numero sufficiente di professori, e bisognerebbe d’un tratto fare una spesa maggiore del bisogno presente. Basta cominciar solo in poche scuole.

Sonovi molti in Italia, i quali vorrebbero distruggere tutte le Università che si trovano in città piccole, e portarle nelle grandi, ove solamente potrebbero, a loro avviso, fiorire. Vi sono altri i quali credono, invece, che gli studi universitari possano fiorire solo nelle città piccole. È naturale che in questa disputa s’esageri da un lato e dall’altro; ma io non debbo ora entrare in una tal quistione. Mi sembra però che, quanto all’insegnamento complementare, di cui ora parliamo, si possa affermare che, dovendo esso consistere, più che altro, nel cominciare dei lavori, richiede l’uso di archivi, di biblioteche, di mezzi che meno facilmente si trovano accumulati nelle piccole città. È perciò naturale che, quando, dopo aver pensato alle professioni ed alle scuole normali, si viene a voler fare qualche cosa per la scienza stessa, si preferiscano allora le grandi città. Così è, difatti, che fu la prima volta pensato a creare questo Istituto in Firenze. Niuno vorrà negare che qui sono, massime per le lettere e per la storia, vantaggi da non potersi mettere in dubbio. Qui è la lingua viva che molti vengono d’altre provincie d’Italia a studiare, qui sono monumenti e tradizioni preziose del nostro passato, qui biblioteche ed archivi unici al mondo, che tutti c’invidiano. Se è vero che le grandi Cliniche si pongono accanto ai grandi ospedali, le scuole Politecniche nelle città industriali, le Accademie di Belle Arti dove sono gallerie di quadri e statue; egli è certo che là dove dalla natura e dall’arte sono riuniti i grandi mezzi di cultura letteraria e storica, ivi una scuola che ne profitti deve sorgere, perchè vi può fiorire. Io credo perciò, che se il nostro Istituto non fosse sorto, bisognerebbe pure, per soddisfare ai bisogni crescenti della scienza, crearlo; ed ove fosse distrutto, esso rinascerebbe per forza necessaria delle cose. Se poi si considera che Firenze è oggi, in Europa, la sola città sede di governo, che, meno la scuola medica, non abbia altra grande istituzione scientifica; e che là dove si accumula la popolazione, e si trattano i grandi interessi dello Stato, ivi la scienza diviene sempre più necessaria a spingere in alto l’intelletto della nazione; allora le cose qui sopra esposte acquistano forza maggiore.

Ricorderò che quando Firenze, dopo l’acquisto di Pisa, divenne più potente, essa pensò subito a costituirvi la celebre Università, e nel medesimo tempo, anzi con la stessa legge, cominciava qui a fondare alcune cattedre, dicendo, che una città come Firenze “non poteva restare senza qualche lume di lettere e di poesia.” Quelle poche cattedre s’andarono trasformando, e finalmente si dovette arrivare all’Accademia Platonica, la quale, dalla piccola capitale della piccola Toscana, trasformò la cultura in Europa, e provocò la Rinascenza delle lettere. E ciò avvenne nel tempo appunto, in cui si formarono queste grandi collezioni di libri, di manoscritti, di statue. Esse furono allora grandi officine di lavoro italiano, e debbono oggi ripigliare l’antico carattere. E quando il Governo provvisorio della Toscana apparecchiava l’annessione, ed affrettava l’unità italiana; anche allora fu, nel medesimo tempo, deliberato di restaurare l’Università di Pisa nei suoi antichi diritti, restituendole la Facoltà legale, e fu fondato questo Istituto, che venne chiamato Superiore, perchè doveva appunto dare complemento agli studi universitari.

Se non che si volle allora, dimenticando che l’Italia non è la Francia, e Firenze non è Parigi, prendere a modello il Collegio di Francia, e si credette che bastasse a fondare un Istituto Superiore, nominare un certo numero di professori, senza nè coordinare, nè destinare le loro cattedre ad uno scopo speciale e chiaramente determinato, senza mettere in relazione precisa e riconosciuta questo insegnamento con quello delle Università. E così, senza esami, senza scolari, senza facoltà di dare diplomi, e senza neppure una di quelle piccole raccolte di libri, che si trovano in ogni liceo del regno d’Italia, noi dovemmo cominciare i nostri corsi. Era quindi ben naturale che, fin dai primi giorni, i professori dell’Istituto chiedessero, che un tale stato di cose fosse remosso. Prevedevano le obiezioni che verrebbero fatte, e prevedevano ancora che sarebbe stato impossibile combatterle, nel solo modo efficace e logico, mostrando cioè i risultati pratici ottenuti dai loro scolari. Pure le nostre domande furono tante volte ripetute, ed erano così giuste, che finalmente un primo passo fu dato dal ministro Coppino e dal ministro Broglio, ai quali dobbiamo essere riconoscenti.

Nel dicembre dello scorso anno, noi ottenemmo facoltà, continuando pure quelle lezioni che potevano servire così al pubblico come agli scolari, di cominciare un corso normale ed un corso di complemento, coordinando le nostre lezioni secondo un piano prestabilito. Il primo corso doveva soddisfare a quel bisogno, sempre crescente, di formare buoni professori secondari; il secondo doveva farsi, scegliendo, sia fra i nostri normalisti, sia fra quelli di altre scuole, coloro che volessero iniziare insieme con noi dei lavori.

E subito la gioventù rispose al nostro invito. Il corso normale è cominciato, ed alcuni giovani addottorati in altre Università vennero ai corsi di complemento. I primi continueranno in quest’anno i loro studi, i secondi studiarono con noi, frequentarono Archivi e Biblioteche, iniziando dei lavori che speriamo vedranno la luce. Ora vanno continuando questi lavori, e sono già entrati nell’insegnamento liceale.

Dirvi quale sia il carattere del corso normale è inutile, dopo le cose già esposte. Dirò solo quale sia il corso di complemento. Esso è lo scopo principale, ma non unico di questo Istituto; perchè i giovani che lo seguono saranno sempre in piccolo numero. Si è da alcuni creduto, che le lezioni superiori siano qualche cosa di sublime, una esposizione rapida e compendiata di verità nuove e di nuove scoperte fatta al pubblico. Come se queste scoperte si facessero ogni giorno, e potessero esser pronte, ciascuna settimana, in un’ora determinata. Altri, invece, fanno severa critica di quelle che chiamano lezioni pubbliche, lezioni oratorie. Io non entro in questa disputa. Certamente, quando il Guizot o il Cousin vengono ad esporre in Parigi, il risultato delle loro ricerche; in modo chiaro, rapido, eloquente; nessuno vorrà dire che quelle lezioni, le quali hanno fatto il giro del mondo, siano inutili o leggiere. E molto meno si può avere la presunzione di dire, che siano troppo alte per un pubblico culto, che n’è anzi il giudice migliore. Tutto dipende dal valore di chi le fa. Certo il prendere un tal sistema come regola generale può essere funesto; perchè alcune materie d’insegnamento non vi si piegano, e perchè alcuni che non hanno il dono d’una facile parola, sarebbero condannati a sciupare un tempo prezioso nello studio della sola forma. In Francia, non solo il Cousin, il Guizot ed il Villemain non poterono continuare a lungo un lavoro, che altri non avrebbe neppur potuto cominciare; ma il loro successo trascinò una quantità di uomini mediocri ad imitarli, con danno immenso dell’insegnamento. E non è molto il signor Renan diceva: “andando avanti di questo passo, noi diverremo una nazione di redattori e di parlatori, non di dotti(3).” Ritenendo, dunque, che queste pubbliche lezioni, siano utili così allo scolare come ad ogni altro, quando vengano fatte da uomini che hanno la fortuna di essere eloquenti e dotti, e quando si tratti di materie non troppo speciali; io credo che esse sole non costituiscano il vero e proprio carattere d’un insegnamento superiore.

Mi spiegherò con qualche esempio. Max Müller ha fatto grandi studi sulle lingue antiche, sulla filologia comparata. Ha studiato i Vedas, grammatiche, lingue, dialetti diversi, ed è venuto ad alcune conclusioni originali e nuove, che espose a Londra ad un pubblico culto. Le sue lezioni, stampate in inglese, furono tradotte in tutte le lingue; vennero premiate dall’Istituto di Francia. Un altro professore, io suppongo, prende a studiare la vita di fra Paolo Sarpi, e, dopo alcuni anni di ricerche sui manoscritti, egli arriva a conclusioni importanti, che espone al pubblico. Egli ha saputo, io immagino, esporre con eloquenza, chiarezza e facilità idee originali e nuove. Le sue lezioni hanno così un gran successo, e formano un libro eccellente. Ebbene, queste lezioni, che son certo assai utili anche ad un dottore, sono però il contrario di ciò che noi chiamiamo corso superiore. Ciò che avete nascosto al pubblico è precisamente quello che dovete insegnare allo scolare. Sono le grammatiche, i dizionari, i Vedas quelli che il Müller spiegherà al suo scolare; sono i manoscritti, le cronache, le opere del Sarpi che farete insieme con voi studiare all’alunno. È il metodo, è l’arte del lavorare che dobbiamo apprendergli; egli è il nostro compagno, e deve insieme con noi cercare ed imparare a trovare. Non v’è nulla di sublime, nulla di eloquente; non si tratta di commuovere le passioni, si tratta piuttosto d’insegnargli la pazienza e la perseveranza.

Il giovane dottore che si sente chiamato agli studi storici arriva con una vasta lettura, con un’enciclopedia di fatti nella testa; la sua memoria è più tenace della nostra; egli conosce i nomi, le date meglio di noi, ed ha più amore di noi alla lettura. Egli deve però imparare, che tutto questo ancora non comincia a costituire lo storico. Deve scegliere la sua provincia, e quando, per esempio, s’è deciso alla storia del medio evo, deve studiare la paleografia, la cronologia, le lingue romanze, la critica dei testi e le fonti di quel tempo. Quando ha fatto questi studi, che sono propri d’un Istituto superiore, perchè speciali, deve mettersi all’opera, scegliere il suo soggetto e lavorare. Allora comincia il momento decisivo per lui. Fino a che rimane in quello stato, nel quale assimila facilmente le idee altrui, e moltiplica le sue cognizioni, ancora non ha varcato la soglia della scienza, la quale è essenzialmente attiva e creatrice. Bisogna che impari sulle antiche carte, dagli antichi monumenti, ad evocare l’ombra di personaggi scomparsi, e restati ignoti o mal noti, e che li faccia vivere presenti e reali nel suo proprio spirito. Bisogna, qualunque sia la disciplina cui si è dato, che impari a mettersi per un sentiero sconosciuto, senza altra guida che il suo proprio spirito; che salga e ponga il piede dove ancora non è giunta orma di uomo, e che ivi, trovandosi solo, senta l’infinita indipendenza del proprio spirito. Allora solamente ha imparato a porre la sua piccolissima pietra all’edifizio infinito della scienza, e può essere per sempre abbandonato a sè stesso.

È questa la parte più modesta, ma più nobile e difficile dell’insegnamento. Si tratta di trasformar lo scolare in amico; d’insegnargli a non aver più bisogno di noi, nè d’alcuno; d’insegnargli a superarci rapidamente, perchè la scienza cammina e gli uomini s’arrestano. Ed è questa un’arte pur troppo facile, quando si è nati in tempi avversi alle lettere, quando dobbiamo continuamente consigliare a lui l’acquisto di quelle conoscenze, la cui mancanza arresta ogni ora i nostri passi. Eppure v’è un gran conforto nel poter rendere utile anche un’esperienza cavata dai propri difetti; v’è certo un compenso in questa potenza che abbiamo d’infondere in un altro la propria personalità, perchè in esso diventi migliore, ponendo in lui la nostra ambizione. Nell’ora del successo potremo vedere con gioia il nostro alunno levarsi a quell’altezza cui a noi, meno fortunati, non fu dato salire. Insieme con lui s’è innalzata la parte migliore del nostro spirito, che ancora lo accompagna e lo aiuta.

Tali sono, o Signori, i vari scopi a cui mira l’Istituto Superiore. Certo noi non possiamo per ora fare grandi promesse; perchè il numero delle nostre cattedre è ristretto eccessivamente; perchè i mezzi assegnati all’Istituto sono così poveri, che non possiamo offerire ai nostri scolari tutti quei materiali sussidi che godono in molte Università del Regno. Nè manca intorno a noi quella diffidenza, che in Italia accompagna tutte le istituzioni nuove, massime quando non hanno per iscopo un utile visibile e tangibile. È perciò che ogni incoraggiamento ci è di conforto, e non possiamo dimenticare di esprimere la nostra riconoscenza al Municipio fiorentino, che ha ora creato alcuni posti di sussidio, cui può concorrere ogni giovane italiano.

Le difficoltà tra cui siamo, non possono tuttavia sgomentarci. Noi vediamo il bisogno della scienza crescere ogni giorno in Italia; vediamo che da essa si misura oggi la forza degli Stati in tutta Europa; e non possiamo credere che non ci sarà tenuto alcun conto degli sforzi che facciamo, e delle difficoltà fra cui lottiamo, per aumentare fra noi il numero dei giovani dati alla scienza, quando essa in Italia dà così poche speranze a chi la coltiva.

Se pur noi non dovessimo riuscire, altri verrebbero certo con forze maggiori a continuare un’impresa che, una volta cominciata, non può essere abbandonata là dove è la sede del Governo d’Italia. E quando l’Istituto sarà finalmente giunto all’alta e difficile meta, cui oggi aspira; allora, fra i giorni più belli della sua storia vi saranno anche questi, nei quali noi crediamo, mentre molti dubitano. Il momento in cui un’istituzione si crea non è quello in cui essa diviene visibile a tutti; ma è quello in cui è resa necessaria, inevitabile. A questo fine noi miriamo, ed a raggiungerlo ci apparecchiamo a rendere questo Istituto un’officina di lavoro, nella quale operai saranno i nostri scolari, uniti a noi da quei vincoli indissolubili, che sono formati dalle idee e dal santo desiderio del vero.

(1) Il Moniteur del 16 corrente, con un lungo Rapporto del Duruy, annunzia che la Francia anch’essa muta strada.

(2) RENAN, Questions contemporaines, pag. 95.

(3) Questions contemporaines, pag. 94.

da: www.liberliber.it