Publio Virgilio Marone – Eneide – Traduzione di Annibal Caro – Edizione Liber Liber

ENEIDE

di Virgilio

Trad. di Annibal Caro

LIBRO PRIMO

Quell’io che già tra selve e tra pastori

di Titiro sonai l’umil sampogna,

e che, de’ boschi uscendo. a mano a mano

fei pingui e cólti i campi, e pieni i vóti

d’ogn’ingordo colono, opra che forse

agli agricoli è grata; ora di Marte

L’armi canto e ‘l valor del grand’eroe

che pria da Troia, per destino, a i liti

d’Italia e di Lavinio errando venne;

e quanto errò, quanto sofferse, in quanti

e di terra e di mar perigli incorse,

come il traea l’insuperabil forza

del cielo, e di Giunon l’ira tenace;

e con che dura e sanguinosa guerra

fondò la sua cittade, e gli suoi dèi

ripose in Lazio: onde cotanto crebbe

il nome de’ Latini, il regno d’Alba,

e le mura e l’imperio alto di Roma.

Musa, tu che di ciò sai le cagioni,

tu le mi detta. Qual dolor, qual onta

fece la dea ch’è pur donna e regina

de gli altri dèi, sí nequitosa ed empia

contra un sí pio? Qual suo nume l’espose

per tanti casi a tanti affanni? Ahi! tanto

possono ancor là su l’ire e gli sdegni?

Grande, antica, possente e bellicosa

colonia de’ Fenici era Cartago,

posta da lunge incontr’Italia e ‘ncontra

a la foce del Tebro: a Giunon cara

sí, che le fûr men care ed Argo e Samo.

Qui pose l’armi sue, qui pose il carro,

qui di porre avea già disegno e cura

(se tale era il suo fato) il maggior seggio,

e lo scettro anco universal del mondo.

Ma già contezza avea ch’era di Troia

per uscire una gente, onde vedrebbe

le sue torri superbe a terra sparse,

e de la sua ruina alzarsi in tanto,

tanto avanzar d’orgoglio e di potenza,

che ancor de l’universo imperio avrebbe:

tal de le Parche la volubil rota

girar saldo decreto. Ella, che téma

avea di ciò, non posto anco in oblio

come, a difesa de’ suoi cari Argivi,

fosse a Troia acerbissima guerriera,

ripetendone i semi e le cagioni,

se ne sentia nel cor profondamente

or di Pari il giudicio, or l’arroganza

d’Antígone, il concúbito d’Elettra,

lo scorno d’Ebe, alfin di Ganimede

e la rapina e i non dovuti onori.

Da tante, oltre al timor, faville accesa,

quei pochi afflitti e miseri Troiani

ch’avanzaro agl’incendi, a le ruine,

al mare, ai Greci, al dispietato Achille,

tenea lunge dal Lazio; onde gran tempo,

combattuti da’ vènti e dal destino,

per tutti i mari andâr raminghi e sparsi:

di sí gravoso affar, di sí gran mole

fu dar principio a la romana gente.

Eran di poco, e del cospetto a pena

de la Sicilia navigando usciti,

e già, preso de l’alto, a piene vele

se ne gian baldanzosi, e con le prore

e co’ remi facean l’onde spumose,

quando, punta Giunon d’amara doglia:

“Dunque, – disse – ch’io ceda? e che di Troia

venga a signoreggiar Italia un re,

ch’io nol distorni? Oh, mi son contra i fati!

Mi sieno: osò pur Pallade, e poteo

ardere e soffocar già degli Argivi

tanti navili, e tanti corpi ancidere

per lieve colpa e folle amor d’un solo,

Aiace d’Oïlèo. Contra costui

ella stessa vibrò di Giove il tèlo

giú dalle nubi; ella commosse i vènti

e turbò ‘l mare, e i suoi legni disperse:

e quando ei già dal fulminato petto

sangue e fiamme anelava, a tale un turbo

in preda il diè, che per acuti scogli

miserabil ne fe’ rapina e scempio.

Tanto può Palla? Ed io, io de gli dèi

regina, io sposa del gran Giove e suora,

son di quest’una gente omai tant’anni

nimica in vano? E chi piú de’ mortali

sarà che mi sacrifichi, e m’adori?”

Ciò fra suo cor la dea fremendo ancora,

giunse in Eòlia, di procelle e d’àustri

e de le furie lor patria feconda.

Eolo è suo re, ch’ivi in un antro immenso

le sonore tempeste e i tempestosi

vènti, sí com’è d’uopo, affrena e regge.

Eglino impetuosi e ribellanti

tal fra lor fanno e per quei chiostri un fremito,

che ne trema la terra e n’urla il monte.

Ed ei lor sopra, realmente adorno

di corona e di scettro, in alto assiso,

l’ira e gl’impeti lor mitiga e molce.

Se ciò non fosse, il mar, la terra e ‘l cielo

lacerati da lor, confusi e sparsi

con essi andrian per lo gran vano a volo;

ma la possa maggior del padre eterno

provvide a tanto mal serragli e tenebre

d’abissi e di caverne; e moli e monti

lor sopra impose; ed a re tale il freno

ne diè, ch’ei ne potesse or questi or quelli

con certa legge o rattenere o spingere.

A cui davanti l’orgogliosa Giuno

allor umíle e supplichevol disse:

“Eölo, poi che ‘l gran padre del cielo

a tanto ministerio ti prepose

di correggere i vènti e turbar l’onde,

gente inimica a me, mal grado mio,

naviga il mar Tirreno; e giunta a vista

è già d’Italia, al cui reame aspira;

e d’Ilio le reliquie, anzi Ilio tutto

seco v’adduce e i suoi vinti Penati.

Sciogli, spingi i tuoi vènti, gonfia l’onde,

aggiragli, confondigli, sommergigli,

o dispergigli almeno. Appo me sono

sette e sette leggiadre ninfe e belle;

e di tutte piú bella e piú leggiadra

è Deiopèa. Costei vogl’io, per merto

di ciò, che sia tua sposa; e che tu seco

di nodo indissolubile congiunto,

viva lieto mai sempre, e ne divenga

padre di bella e di te degna prole”.

Eolo a rincontro: “A te, regina, – disse –

conviensi che tu scopra i tuoi desiri,

ed a me ch’io gli adempia. Io ciò che sono

son qui per te. Tu mi fai Giove amico,

tu mi dài questo scettro e questo regno;

se re può dirsi un che comandi a’ vènti.

Io, tua mercé, su co’ celesti a mensa

nel ciel m’assido; e co’ mortali in terra

son di nembi possente e di tempeste”.

Cosí dicendo, al cavernoso monte

con lo scettro d’un urto il fianco aperse,

onde repente a stuolo i vènti usciro.

Avean già co’ lor turbini ripieni

di polve e di tumulto i colli e i campi,

quando quasi in un gruppo ed Euro e Noto

s’avventaron nel mare, e fin da l’imo

lo turbâr sí, che ne fêr valli e monti;

monti, ch’al ciel, quasi di neve aspersi,

sorti l’un dopo l’altro, a mille a mille

volgendo, se ne gian caduchi e mobili

con suono e con ruina i liti a frangere.

Il grido, lo stridore, il cigolare

de’ legni, de le sarte e de le genti,

i nugoli che ‘l cielo e ‘l dí velavano,

la buia notte, ond’era il mar coverto,

i tuoni, i lampi spaventosi e spessi,

tutto ciò che s’udia, ciò che vedevasi

rappresentava orror, perigli e morte.

Smarrissi Enea di tanto, e tale un gelo

sentissi, che tremante al ciel si volse

con le man giunte, e sospirando disse:

“O mille volte fortunati e mille

color che sotto Troia e nel cospetto

de’ padri e de la patria ebbero in sorte

di morir combattendo! O di Tidèo

fortissimo figliuol, ch’io non potessi

cader per le tue mani, e lasciar ivi

questa vita affannosa, ove lasciolla

vinto per man del bellicoso Achille,

Ettor famoso e Sarpedonte altero?

E se d’acqua perire era il mio fato,

perché non dove Xanto o Simoenta

volgon tant’armi e tanti corpi nobili?”

Cosí dicea; quand’ecco d’Aquilone

una buffa a rincontro, che stridendo

squarciò la vela, e ‘l mar spinse a le stelle,

Fiaccârsi i remi; e là ‘ve era la prua,

girossi il fianco; e d’acqua un monte intanto

venne come dal cielo a cader giú.

Pendono or questi or quelli a l’onde in cima;

or a questi or a quei s’apre la terra

fra due liquidi monti, ove l’arena,

non men ch’ai liti, si raggira e ferve.

Tre ne furon dal Noto a l’Are spinte;

– Are chiaman gli Ausoni un sasso alpestro

da l’altezza de l’onde allor celato,

che sorgea primo in alto mare altissimo –

e tre ne fûr dal pelago a le Sirti,

(miserabile aspetto) ne le secche

tratte da l’Euro, e ne l’arene immerse.

Una, che ‘l carco avea del fido Oronte

con le genti di Licia, avanti agli occhi

di lui perí. Venne da Bora un’onda,

anzi un mar, che da poppa in guisa urtolla,

che ‘l temon fuori e ‘l temonier ne spinse;

e lei girò sí che ‘l suo giro stesso

le si fe’ sotto e vortice e vorago,

da cui rapita, vacillante e china,

quasi stanco palèo, tre volte volta,

calossi gorgogliando, e s’affondò.

Già per l’ondoso mar disperse e rare

le navi e i naviganti si vedevano;

già per tutto di Troia, a l’onde in preda,

arme, tavole, arnesi a nuoto andavano;

già quel ch’era piú valido e piú forte

legno d’Ilïonèo, già quel d’Acate

e quel d’Abante e quel del vecchio Alete,

ed alfin tutti sconquassati, a l’onde

micidïali aveano i fianchi aperti;

quando, a tanto rumor, da l’antro uscito

il gran Nettuno, e visto del suo regno

rimescolarsi i piú riposti fondi:

“Oh – disse irato – ond’è questa importuna

tempesta?” E grazïoso il capo fuori

trasse de l’onde; e rimirando intorno,

per lo mar tutto dissipati e laceri

vide i legni d’Enea; vide lo strazio

de’ suoi ch’a la tempesta, a la ruina

e del mare e del cielo erano esposti.

E ben conobbe in ciò, come suo frate,

che ne fôra cagion l’ira e la froda

de l’empia Giuno. Euro a sé chiama e Zefiro,

e ‘n tal guisa acremente li rampogna:

“Tanta ancor tracotanza in voi s’alletta,

razza perversa? Voi, voi, senza me,

nel regno mio la terra e ‘l ciel confondere,

e far nel mare un sí gran moto osate?

Io vi farò… Ma di mestiero è prima

abbonazzar quest’onde. Altra fiata

in altra guisa il fio mi pagherete

del fallir vostro. Via tosto di qua,

spirti malvagi; e da mia parte dite

al vostro re che questo regno e questo

tridente è mio, e che a me solo è dato.

Per lui sono i suoi sassi e le sue grotte,

case degne di voi; quella è sua reggia;

quivi solo si vanti; e per regnare,

de la prigion de’ suoi vènti non esca”.

Cosí dicendo, in quanto a pena il disse,

la tempesta cessò, s’acquetò ‘l mare,

si dileguâr le nubi, apparve il sole.

Cimòtoe e Triton, l’una con l’onde,

l’altro col dorso, le tre navi indietro

ritirâr da lo scoglio in cui percossero.

Le tre che ne l’arena eran sepolte,

egli stesso, le vaste sirti aprendo,

sollevò col tridente ed a sé trassele.

Poscia sovra al suo carro d’ogn’intorno

scorrendo lievemente, ovunque apparve,

agguagliò ‘l mare, e lo ripose in calma.

Come addivien sovente in un gran popolo,

allor che per discordia si tumultua,

e imperversando va la plebe ignobile,

quando l’aste e le faci e i sassi volano

e l’impeto e ‘l furor l’arme ministrano,

se grave personaggio e di gran merito

esce lor contro, rispettosi e timidi,

fatto silenzio, attentamente ascoltano,

ed al detto di lui tutti s’acquetano;

cosí d’ogni ruina e d’ogni strepito

fu ‘l mar disgombro, allor che umíle e placido

a ciel aperto il gran rettor del pelago

co’ suoi lievi destrier volando scórselo.

Stanchi i Troiani, ai liti ch’eran prossimi

drizzaro il corso, e ‘n Libia si trovarono.

È di là lungo a la riviera un seno,

anzi un porto; ché porto un’isoletta

lo fa, che in su la bocca al mare opponsi.

Questa si sporge co’ suoi fianchi in guisa

ch’ogni vento, ogni flutto, d’ogni lato

che vi percuota, ritrovando intoppo,

o si frange, o si sparte, o si riversa.

Quinci e quindi alti scogli e rupi altissime,

sotto cui stagna spazïoso un golfo

securo e queto: e v’ha d’alberi sopra

tale una scena, che la luce e ‘l sole

vi raggia, e non penètra: un’ombra opaca,

anzi un orror di selve annose e folte.

D’incontro è di gran massi e di pendenti

scogli un antro muscoso, in cui dolci acque

fan dolce suono; e v’ha sedili e sponde

di vivo sasso: albergo veramente

di ninfe, ove a fermar le stanche navi

né d’àncora v’è d’uopo, né di sarte.

Qui sol con sette, che raccolse a pena

di tanti legni, Enea ricoverossi.

Qui stanchi tutti e maceri, e del mare

ancor paurosi, i liti a pena attinsero,

che a terra avidamente si gittarono.

Acate fece in pria selce e focíle

scintillar foco, e dièlli esca e fomento.

Altri poscia d’intorno ad altri fuochi

(come quei che di vitto avean disagio,

e le biade trovâr corrotte e molli)

si diêr con vari studi e vari ordigni

a rasciugarle, a macinarle, a cuocerle.

Intanto Enea sovr’un de’ scogli asceso,

quanto si discopria con l’occhio intorno,

stava mirando s’alcun legno fosse

per alcun luogo apparso, o quel d’Antèo,

o quel di Capi, o pur quel di Caíco

che in poppa avea la piú sublime insegna.

Nïun ne vide: ma ben vide errando

gir per la spiaggia tre gran cervi, e dietro

d’altri minori innumerabil torma,

che in sembianza d’armenti empian le valli.

Fermossi: e pronto a cotal uso avendo

l’arco e ‘l turcasso (ché quest’armi appresso

gli portava mai sempre il fido Acate),

diè lor di piglio: e saettando prima

i primi tre, che piú vide altamente

erger le teste e inalberar le corna,

contra ‘l volgo si volse; e ‘l lito e ‘l bosco,

ovunque gli scorgea, folgorò tutto.

Ne cacciò, ne ferí, strage ne fece

a suo diletto; né si vide prima

sazio che, come sette eran le navi,

sette non ne vedesse a terra stesi.

In questa guisa ritornando al porto,

gli spartí parimente a’ suoi compagni;

e con essi del vin, che ‘l buon Aceste

a l’uscir di Sicilia in don gli diede,

molt’urne dispensò per ricrearli;

poscia a conforto lor cosí lor disse:

“Compagni, rimembrando i nostri affanni,

voi n’avete infiniti omai sofferti

vie piú gravi di questi. E questi fine,

(quando che sia) la dio mercede, avranno.

Voi la rabbia di Scilla, voi gli scogli

di tutti i mari omai, voi de’ Ciclopi

varcaste i sassi; ed or qui salvi siete.

Riprendete l’ardir, sgombrate i petti

di téma e di tristizia. E’ verrà tempo

un dí che tante e cosí rie venture,

non ch’altro, vi saran dolce ricordo.

Per vari casi e per acerbi e duri

perigli è d’uopo far d’Italia acquisto.

Ivi riposo, ivi letizia piena

vi promettono i fati, e nuova Troia

e nuovi regni al fine. Itene intanto:

soffrite, mantenetevi, serbatevi

a questo, che dal ciel si serba a voi,

sí glorioso e sí felice stato”.

Cosí dicendo a’ suoi, pieno in se stesso

d’alti e gravi pensier, tenea velato

con la fronte serena il cuor doglioso.

Fecer tutti coraggio; e di cibo avidi

già rivolti a la preda, altri le tèrgora

le svelgon da le coste, altri sbranandola

mentre è tiepida ancor, mentre che palpita,

lunghi schidioni e gran caldaie apprestano,

e l’acqua intorno e ‘l fuoco vi ministrano.

Poscia d’un prato e seggio e mensa fattisi,

taciti prima sopra l’erba agiandosi,

d’opima carne e di vin vecchio empiendosi,

quanto puon lietamente si ricreano.

Poiché fûr sazi, a ragionar si diêro,

con voce or di timore or di cordoglio,

de’ perduti compagni, in dubbio ancora

se fosser vivi, e se pur giunti al fine

piú de’ richiami lor nulla curassero.

Enea vie piú di tutti e di pietate

e di dolor compunto, il caso acerbo

or d’Àmico, or d’Oronte, e Lico e Gía

ne’ sospir richiamava e ‘l buon Cloanto.

Erano al fine omai; quando il gran Giove

da l’alta spera sua mirando in giuso

la terra e ‘l mar di questo basso globo,

mentre di lito in lito, e d’uno in altro

scerne i popoli tutti, al cielo in cima

fermossi, e ne la Libia il guardo affisse.

Venere, allor ch’a le terrene cose

lo vide intento, dolcemente afflitta

il volto, e molle i begli occhi lucenti,

gli si fece davanti, e cosí disse:

” Padre, che de’ mortali e de’ celesti

siedi eterno monarca, e folgorando

empi di téma e di spavento il mondo,

e quale ha contra te fallo sí grave

commesso Enea mio figlio, o i suoi Troiani,

che, dopo tanti affanni e tante stragi,

c’han di lor fatto il ferro, il fuoco e il mare,

non trovin pace, né pietà, né loco

pur che gli accetti? In cotal guisa omai

del mondo son, non che d’Italia, esclusi.

Io mi credea, signor (quel che promesso

n’era da te), che tornasse anco un giorno,

quando che fosse, il generoso germe

di Dardano a produr quei glorïosi

eroi, quei duci invitti, quei Romani

de l’universo domatori e donni:

e tu ne ‘l promettesti. Or come, padre,

il ciel cangia destino, e tu consiglio?

Questa sola credenza era cagione

di consolarmi in parte de l’eccidio

de la mia Troia, ch’io soffrissi in pace

tante ruine sue, fato con fato

ricompensando. Or la fortuna stessa

e vie piú fera la persegue e dura.

E quanto durerà, signore, ancora?

Tal non fu già d’Antènore l’esilio;

ch’ei non piú tosto de l’achive schiere

per mezzo uscio, che con felice corso

penetrò d’Adria il seno; entrò securo

nel regno de’ Liburni; andò fin sopra

al fonte di Timavo; e là ‘ve il fiume

fremendo il monte intuona, e là ‘ve aprendo

fa nove bocche un mare, e, mar già fatto,

inonda i campi e rumoreggia e frange,

Padoa fondò, pose de’ Teucri il seggio,

e diè lor nome e le lor armi affisse.

Ivi ridotto il suo regno, e composto

quïetamente, or lo si gode in pace.

E noi, noi del tuo sangue, e che da te

avemo anco del cielo arra e possesso,

ad una sola indegnamente in ira,

perdute, ohimè! le proprie navi, fuori

siamo d’Italia e di speranza ancora

di non mai piú vederla. Or questo è ‘l pregio

che si deve a pietade? E questo è il regno

che da te, padre mio, ne si promette?”

Sorrise Giove, e con quel dolce aspetto

con che ‘l ciel rasserena e le tempeste,

rimirolla, basciolla, e cosí disse:

“Non temer, Citerèa, ché saldi e certi

stanno i fati de’ tuoi. S’adempieranno

le mie promesse; sorgeran le torri

de la novella Troia; vedrai le mura

di Lavinio; porrai qui fra le stelle

il magnanimo Enea. Ché né ‘l destino

in ciò si cangerà, né ‘l mio consiglio.

Ma per trarti d’affanni, io te ‘l dirò

piú chiaramente; e scoprirotti intanto

de’ fati i piú reconditi secreti.

Figlia, il tuo figlio Enea tosto in Italia

sarà; farà gran guerra, vincerà:

domerà fere genti: imporrà leggi:

darà costumi, e fonderà città:

e di già, vinti i Rutuli, tre verni

e tre stati regnar Lazio vedrallo.

Ascanio giovinetto, or detto Iulo,

ed Ilo prima infin ch’Ilio non cadde,

succederagli; e trenta giri interi

del maggior lume, il sommo imperio avrà.

Trasferirallo in Alba: Alba la lunga

sarà la reggia sua possente e chiara.

Qui regneranno poi sotto la gente

d’Ettorre un dopo l’altro un corso d’anni

tre volte cento; finch’Ilia regina

d’un parto produrrà gemella prole.

Indi capo ne fia Romolo invitto.

Questi, in vece di manto, adorno il tergo

de la sua marzïal nudrice lupa,

di Marte fonderà la gran cittade:

e dal nome di lui Roma diralla.

A Roma non pongo io termine o fine:

ché fia del mondo imperatrice eterna.

E l’aspra Giuno, ch’or la terra e ‘l mare

e ‘l ciel per téma intorbida e scompiglia,

con piú sano consiglio al mio conforme,

procurerà che la romana gente

in arme e ‘n toga a l’universo imperi.

E cosí stabilisco: e cosí tempo

ancor sarà ch’Argo, Micene e Ftia

e i Greci tutti tributari e servi

de la casa di Assàraco saranno.

Di questa gente, e de la Iulia stirpe,

che da quel primo Iulo il nome ha preso,

Cesare nascerà, di cui l’impero

e la gloria fia tal, che per confine

l’uno avrà l’Oceàno, e l’altra il cielo.

Questi, già vinto il tutto, poi che onusto

de le spoglie sarà de l’Orïente,

anch’egli avrà da te qui seggio eterno,

e là giú fra’ mortali incensi e vóti.

L’aspro secolo allor, l’armi deposte,

si farà mite. Allor la santa Vesta

e la candida Fede e ‘l buon Quirino

col frate Remo il mondo in cura avranno.

Allor con salde e ben ferrate sbarre

de la guerra saran le porte chiuse:

e dentro in fra la ruggine sepolto

con cento nodi incatenato e stretto

gran tempo si starà l’empio Furore;

e rabbioso fremendo orribilmente,

con fuoco a gli occhi, e bava e sangue a i denti

morderà l’armi e le catene indarno”.

Cosí detto, spedí tosto da l’alto

di Maia il figlio a far sí ch’a’ Troiani

fosse Cartago e il suo paese amico,

perché del fato la regina ignara,

non fosse lor, per ferità de’ suoi

o per sua téma, inospitale e cruda.

Vassene il messaggier per l’aria a volo

velocemente, e ne la Libia giunto,

quel ch’imposto gli fu ratto eseguisce.

E già, la dio mercé, lasciano i Peni

la lor fierezza; e la regina in prima

s’imbeve d’un affetto e d’una mente

verso i Troiani affabile e benigna.

La notte intanto, del pietoso Enea

molti furo i sospir, molti i pensieri.

Conchiuse alfin ch’a l’apparir del giorno

spïar dovesse, e riportarne avviso

a suoi compagni, in qual paese il vento

gli avesse spinti; e s’uomini o pur fere

(perché incolto il vedea) quivi abitassero.

Cosí tra selve ombrose e cave rupi

fatti i legni appiattar, sol con Acate,

e con due dardi in mano in via si pose.

In mezzo de la selva una donzella,

ch’era sua madre, sí com’era avanti

che madre fosse incontro gli si fece.

Donzella a l’armi, a l’abito, al sembiante

parea di Sparta, o quale in Tracia Arpàlice

leggiera e sciolta, il dorso affaticando

di fugace destrier, l’Ebro varcava.

Al collo avea di cacciatrice un arco

abile e lesto, i crini a l’aura sparsi,

nudo il ginocchio; e con bel nodo stretto

tenea raccolto della gonna il seno.

Ella fu prima a dire: “Avreste voi,

giovani, de le mie sorelle alcuna

vista errar quinci, o ch’aggia l’arco al fianco,

o che gli omeri vesta d’una pelle

di cervier maculato, o che gridando

d’un zannuto cignal segua la traccia?”

Cosí Venere disse. Ed, a rincontro,

di Venere il figliuol cosí rispose:

“Nïuna ho de le tue veduta, o ‘ntesa,

vergine… qual ti dico, e di che nome

chiamar ti deggio? Ché terreno aspetto

non è già ‘l tuo, né di mortale il suono.

Dea sei tu veramente, o suora a Febo,

o figlia a Giove, o de le ninfe alcuna:

e chïunque tu sii, propizia e pia

vèr noi ti mostra, e i nostri affanni ascolta.

Dinne sotto qual cielo, in qual contrada

siamo or del mondo: ché raminghi andiamo;

e qui dal vento e da fortuna spinti

nulla o de gli abitanti o de’ paesi

notizia abbiamo. A te, s’a ciò m’aíti,

di nostra man cadrà piú d’una vittima”.

Venere allor soggiunse: “Io non m’arrogo

celeste onore. In Tiro usan le vergini

di portar arco, e di calzar coturni;

e di Tiro e d’Agènore le genti

traggon principio, che qui seggio han posto:

ma ‘l paese è di Libia, ed avvi in guerra

gente feroce. Or n’è capo e regina

Dido che, da l’insidie del fratello

fuggendo, è qui venuta. A dirne il tutto

lunga fôra novella e lungo intrico.

Ma toccandone i capi, avea costei

Sichèo per suo consorte, uno il piú ricco

di terra e d’oro, che in Fenicia fosse,

da la meschina unicamente amato,

anzi il suo primo amore. Il padre intatta

nel primo fior di lei seco legolla.

Ma del regno di Tiro avea lo scettro

Pigmalïon suo frate, un signor empio,

un tiranno crudele e scellerato

piú ch’altri mai. Venne un furor fra loro

tal, che Sichèo da questo avaro e crudo,

per sete d’oro, ove men guardia pose,

fu tra gli altari ucciso; e non gli valse

che la germana sua tanto l’amasse.

Ciò fe’ celatamente: e per celarlo

vie piú, con finzïoni e con menzogne

deluse un tempo ancor l’afflitta amante.

Ma nel fin, di Sichèo la stessa imago,

fuor d’un sepolcro uscendo, sanguinosa,

pallida, macilenta e spaventevole,

le apparve in sogno, e presentolle, avanti

gli empi altari ove cadde, il crudo ferro

che lo trafisse, e del suo frate tutte

l’occulte scelleraggini le aperse.

Poscia: “Fuggi di qua, fuggi” le disse

“tostamente, e lontano”. E per sussidio

de la sua fuga, le scoperse un loco

sotterra, ov’era inestimabil somma

d’oro e d’argento, di molt’anni ascoso.

Quinci Dido commossa, ordine occulto

di fuggir tenne, e d’adunar compagni;

ché molti n’adunò, parte per odio,

parte per téma di sí rio tiranno.

Le navi che trovâr nel lito preste,

caricâr d’oro, e fêr vela in un súbito.

Cosí ‘l vento portossene la speme

de l’avaro ladrone. E fu di donna

questo sí degno e memorabil fatto.

Giunsero in questi luoghi, ov’or vedrai

sorger la gran cittade e l’alta ròcca

de la nuova Cartago, che dal fatto

Birsa nomossi, per l’astuta merce

che, per fondarla, fêr di tanto sito

quanto cerchiar di bue potesse un tergo.

Ma voi chi siete? onde venite? e dove

drizzate il corso vostro?” A tai richieste

pensando Enea, dal piú profondo petto

trasse la voce sospirosa, e disse:

“O dea, se da principio i nostri affanni

io contar ti volessi, e tu con agio

udissi una da me sí lunga istoria,

non finirei che fine avrebbe il giorno.

Noi siam Troiani (se di Troia antica

il nome ti pervenne unqua a gli orecchi),

e la tempesta che per tanti mari

già cotant’anni ne travolve e gira,

n’ha qui, come tu vedi, al fin gittati.

Io sono Enea, quel pio che da’ nemici

scampati ho meco i miei patrii Penati,

fino a le stelle ormai noto per fama.

Italia vo cercando, che per patria

Giove m’assegna, autor del sangue mio.

Con diece e diece ben guarnite navi

uscii di Frigia, il mio destin seguendo

e lo splendor de la materna stella.

Or sette me ne son restate appena,

scommesse, aperte e disarmate tutte.

Ed io mendíco, ignoto e peregrino,

de l’Asia in bando, da l’Europa escluso,

e ‘n fin dal mar gittato or ne la Libia

vo per deserti inospiti e selvaggi.

E qual m’è piú del mondo or luogo aperto?”

Venere intenerissi; e nel suo figlio

tant’amara doglienza non soffrendo,

cosí ‘l duol con la voce gl’interruppe:

“Chïunque sei, tu non sei già, cred’io,

al cielo in ira; poi ch’a sí grand’uopo

ti diè ricovro a sí benigno ospizio.

Segui pur francamente: e quinci in corte

va’ di questa magnanima regina;

ch’io già t’annunzio le tue navi, e i tuoi

da miglior vènti in miglior parte addotti

salvi e securi omai, se i miei parenti

non m’ingannâr quando gli augúri appresi.

Mira là sovra a quel tranquillo stagno

dodici allegri cigni, che pur dianzi

confusi e dissipati a cielo aperto

erano in preda al fero augel di Giove,

com’or sottratti dal suo crudo artiglio

rimessi in lunga ed ozïosa riga

si rivolgono a terra, e già la radono.

E sí com’essi con gioiose ruote

trattando l’aria, col cantar, col plauso

mostrato han d’allegria segno e di scampo;

cosí, placato il mare, a piene vele,

e le tue navi e gli tuoi naviganti

o preso han porto, o tosto a prender l’hanno:

vattene or lieto ove ‘l sentier ti mena”.

Ciò detto, nel partir, la neve e l’oro

e le rose del collo e de le chiome,

come l’aura movea, divina luce

e divino spirâr d’ambrosia odore:

e la veste, che dianzi era succinta,

con tanta maestà le si distese

infino a’ piè, ch’a l’andar anco, e dea

veracemente e Venere mostrossi.

Poscia che la conobbe, e la sua fuga

o fermare, o seguir piú non poteo,

con un rammarco tal dietro le tenne:

“Ahi! madre, ancora tu vèr me crudele,

a che tuo figlio con mentite larve

tante volte deludi? A che m’è tolto

di congiunger la mia con la tua destra?

Quando fia mai ch’io possa a viso aperto

vederti, udirti, ragionarti, e vera

riconoscerti madre?” Egli in tal guisa

si querelava; e verso la cittade

se ne giano invisibili ambidue:

ché la dea, sospettando non tra via

fossero distornati o trattenuti,

di folta nebbia intorno gli coverse.

Ella in alto levossi, e Cipri e Pafo

lieta rivide, ov’entro al suo gran tempio

da cento altari ha cento volte il giorno

d’incensi e di ghirlande odori e fumi.

Ed essi intanto in vèr le mura a vista

giunser de la città, ch’al colle incontro

fe’ lor superba e specïosa mostra.

Maravigliasi Enea che sí gran macchina

già sorga, ove pur dianzi non vedevasi

fors’altro che foreste, o che tuguri.

Mira il travaglio, mira la frequenzia

e le porte e le vie piene di strepito.

Vede con quanto ardor le turbe tirie

altri a le mura, altri a la ròcca intendono

e i gravi legni e i gran sassi che volgono

questi, che i siti ai propri alberghi insolcano;

e quei, che del senato e de gli offici

piantan le curie e i fòri e le basiliche.

Scorge là presso al mar che ‘l porto cavano,

qua, sotto al colle, che un teatro fondano,

per le cui scene i gran marmi che tagliano,

e le colonne, che tant’alto s’ergono,

le rupi e i monti, a cui son figli, adeguano.

Con tal sogliono industria a primavera

le sollecite pecchie al sole esposte

per fiorite campagne esercitarsi,

quando le nuove lor cresciute genti

mandano in campo a côr manna e rugiada,

di celeste liquor le celle empiendo;

o quando incontro a scaricare i pesi

van de l’altre compagne; o quando a stuolo

scacciano i fuchi, ingorde bestie e pigre,

che, solo intente a logorar l’altrui,

de le conserve lor si fan presepi,

allor che l’opra ferve, allor che ‘l mèle

sparge di timo d’ogn’intorno odore.

“O fortunati voi, di cui già sorge

il desïato seggio!”, Enea dicendo,

a parte a parte lo contempla e loda.

Arriva intanto a la muraglia, e chiuso

ne la sua nube, maraviglia a dirlo!

tra gente e gente va, che non è visto.

Era nel mezzo a la cittade un bosco

di sacro rezzo e grato, ove sospinti

da la tempesta capitaro i Peni

primieramente; e nel fondar trovaro

quel che pria da Giunon fu lor predetto

di barbaro destrier teschio fatale,

la cui sembianza imagine e presagio

fu poi che quella gente e quella terra

saria per molte età ferace e fera.

Qui fabbricava la sidonia Dido

un gran tempio a Giunone, il cui gran nume

e i doni e la materia e l’artificio

lo facean prezïoso e venerando.

Mura di marmo avea; colonne e fregi

di mischi, e gradi e travi e soglie e porte

di risonante e solido metallo.

Qui si ristette Enea: qui vide cosa

che téma gli scemò, speme gli accrebbe,

e di pace affidollo e di salute;

ché mentre, in aspettando la regina

ch’ivi s’attende, la città vagheggia,

mentre nel tempio l’apparato e l’opre

e ‘l valor degli artefici contempla,

a gli occhi una parete gli s’offerse,

in cui tutta per ordine dipinta

era di Troia la famosa guerra.

E, conosciuti a le fattezze conte

prima il troiano re, poscia l’argivo

e ‘l fero d’ambidue nimico Achille,

fermossi, e lagrimando: “Oh, – disse – Acate,

mira fin dove è la notizia aggiunta

de le nostre ruine! Or quale ha ‘l mondo

loco che pien non sia de’ nostri affanni?

Ecco Priamo, ecco Troia; e qui si pregia

ancor virtú; ché ferità non regna

là ‘ve umana miseria si compiagne.

Or ti conforta, ché tal fama ancora

di pro ti fia cagione e di salvezza”.

Cosí dicendo, e la già nota istoria

mirando, or con sospiri, ed or con lutto

va di vana pittura il cor pascendo.

E come quei ch’a Troia il tutto vide,

i siti rammentandosi e le zuffe,

col sembiante riscontra il vivo e ‘l vero.

Quinci vede fuggir le greche schiere,

quindi le frigie: a quelle Ettorre infesto,

a queste Achille, a cui parea d’intorno

che solo il suon del carro e solo il moto

del cimiero avventasse orrore e morte.

Né senza lagrimar Reso conobbe

ai destrier bianchi, ai bianchi padiglioni,

fatti di sangue in mille parti rossi:

che sotto v’era Dïomede, anch’egli

insanguinato; e si facea d’intorno

alta strage di gente che nel sonno,

prima che da lui morta, era sepolta.

Vedea quindi i cavalli al campo addotti,

che non potêr (fato a’ Troiani avverso!)

di Troia erba gustare, o ber del Xanto.

Scorge d’un’altra parte in fuga vòlto

Troïlo, già senz’armi e senza vita:

giovinetto infelice, che di tanto

diseguale ad Achille, ebbe ardimento

di stargli a fronte. Egli in su ‘l vòto carro

giacea rovescio, e strascinato e lacero

da’ suoi cavalli, avea la destra ancora

a le redini involta, e ‘l collo e i crini

traea per terra; e l’asta, onde trafitto

portava il petto, con la punta in giuso

scrivea note di sangue in su la polve.

Ecco intanto venir di Palla al tempio

in lunga schiera ed ordinata pompa

le donne d’Ilio a far del peplo offerta.

Battonsi i petti, e scapigliate e scalze

paion pregar divotamente afflitte

perdóno e pace; ed ella irata e fera,

vòlte le luci a terra e ‘l tergo a loro,

mostra fastidio di mirarle e sdegno.

Vede il misero Ettòr che già tre volte

tratto era d’Ilio a la muraglia intorno.

Vede il padre piú misero, ch’in forza

del dispietato e suo nimico Achille,

oro in premio gli dà del suo cadavero;

spettacolo crudel che gli trafigge

profondamente e piú d’ogn’altro il core,

ove il carro, gli arnesi e ‘l corpo stesso

vede d’un tanto amico, ed un re tale,

che solo e disarmato e supplichevole

stassi a l’ucciditor del figlio avanti.

Vi riconobbe ancor se stesso, ov’era

a dura mischia incontro a’ greci eroi.

Riconobbe lo stuol che d’Orïente

addusse de l’Aurora il negro figlio:

e lui raffigurò, che di Vulcano

avea lo sbergo e l’armatura in dosso.

Scorge d’altronde di lunati scudi

guidar Pentesilèa l’armate schiere

de l’Amazzoni sue: guerriera ardita,

che succinta, e ristretta in fregio d’oro

l’adusta mamma, ardente e furïosa

tra mille e mille, ancor che donna e vergine,

di qual sia cavalier non teme intoppo.

Stava da tante meraviglie ad una

sola vista ristretto, attento e fiso

Enea pien di vaghezza e di stupore:

quand’ecco la regina accompagnata

da real corte, con real contegno

entro al tempio bellissima comparve.

Qual su le ripe de l’Eurota suole,

o ne’ gioghi di Cinto, allor Dïana

ch’a l’Orèadi sue la caccia indíce,

a mille che le fan cerchio d’intorno,

divisar vari offici, e faretrata

da la faretra in su gir sovra l’altre

neglettamente altera, onde a Latona

s’intenerisce per dolcezza il core;

tale era Dido, e tal per mezzo a’ suoi

se ne gia lieta, e dava ordine e forma

al nuovo regno, a i magisteri, a l’opre.

Giunta al cospetto de la diva, in mezzo

de la maggior tribuna, in alto assisa,

cinta d’armati, in maestà si pose:

e mentre con dolcezza editti e leggi

porge a la gente, e con egual compenso

l’opre distribuisce e le fatiche;

rivolgendosi Enea, nel tempio stesso

vede da gran concorso attorneggiati

entrar Sergesto, Anteo, Cloanto e gli altri

Troiani, che da sé disgiunti e sparsi

avea dianzi del mar l’aspra tempesta.

Stupor, timor, letizia, tenerezza

e disio d’abbracciarli e di mostrarsi

assaliro in un tempo Acate e lui.

Ma, dubii del successo, entro la nube

dissimulando se ne stêro, e cheti,

per ritrar che seguisse e che seguito

fosse già de le navi e de’ compagni,

di cui questi eran primi e li piú scelti

di ciascun legno. E già pieno era il tempio

di tumulto e di vóti ch’altamente

si sentian vènia risonare e pace.

Poiché furo entromessi, e ch’udïenza

fur lor concessa, il saggio Ilïoneo

prese umilmente in cotal guisa a dire:

“Sacra regina, a cui dal cielo è dato

fondar nuova cittade, e con giustizia

por freno a gente indomita e superba,

noi miseri Troiani, a tutti i vènti,

a tutti i mari omai ludibrio e scherno,

caduti dopo l’onde in preda al foco

che da’ tuoi si minaccia ai nostri legni,

preghiamti a proveder che nel tuo regno

non si commetta un sí nefando eccesso.

Fa cosa di te degna, abbi di noi

pietà, che pii, che giusti, ch’innocenti

siamo, non predatori, non corsari

de le vostre marine o de l’altrui:

tanto i vinti d’ardire, e gl’infelici

d’orgoglio e di superbia, ohimè! non hanno.

Una parte d’Europa è, che da’ Greci

si disse Esperia, antica, bellicosa

e fertil terra, dagli Enotrei cólta.

Prima Enotria nomossi, or, come è fama,

preso d’Italo il nome, Italia è detta.

Qui ‘l nostro corso era diritto, quando

Orïon tempestoso i vènti e ‘l mare

sí repente commosse, e mar sí fero,

vènti sí pertinaci, e nembi e turbi

cosí rabbiosi, che sommersi in parte

e dispersi n’ha tutti: altri a le secche,

altri a gli scogli, ed altri altrove ha spinti:

e noi pochi, di tanti, ha qui condotti.

Ma qual sí cruda gente, qual sí fera

e barbara città quest’uso approva,

che ne sia proibita anco l’arena?

Che guerra ne si muova, e ne si vieti

di star ne l’orlo de la terra a pena?

Ah! se de l’armi e de le genti umane

nulla vi cale, a dio mirate almeno,

che dal ciel vede e riconosce i meriti

e i demeriti altrui. Capo e re nostro

era pur dianzi Enea, di cui piú giusto,

piú pio, piú pro’ ne l’armi, piú sagace

guerrier non fu già mai. Se questi è vivo,

se spira, se il destin non ce l’invidia,

quanto ne speriam noi, tanto potresti

tu non pentirti a provocarlo in prima

a cortesia. Ne la Sicilia ancora

avem terre, avem armi, avemo Aceste

che n’è signore, ed è de’ nostri anch’egli.

Quel che vi domandiamo è spiaggia, è selva,

è vitto da munir, da risarcire

i vòti e stanchi e sconquassati legni,

per poter lieti (ritrovando il duce

e gli altri nostri, o se pur mai n’è dato

veder l’Italia) ne l’Italia addurne;

ma se nostra salute in tutto è spenta,

se te, nostro signor, nostro buon padre,

di Libia ha ‘l mare, e piú speranza alcuna

non ci riman del giovinetto Iulo,

almen tornar ne la Sicania, ond’ora

siam qui venuti e dove il buon Aceste

n’è parato mai sempre ospite e rege”.

Al dir d’Ilïoneo fremendo tutti

assentirono i Teucri, e la regina

con gli occhi bassi e con benigna voce

brevemente rispose: “O miei Troiani,

toglietevi dal cuore ogni timore,

ogni sospetto. Gli accidenti atroci,

la novità di questo regno a forza

mi fan sí rigorosa, e sí guardinga

de’ miei confini. E chi di Troia il nome,

chi de’ Troiani i valorosi gesti,

e l’incendio non sa di tanta guerra?

Non han però sí rozzo core i Peni:

non sí lunge da lor si gira il sole,

che né pietà né fama unqua v’arrive.

Voi di qui sempre, o de la grand’Esperia

e di Saturno che cerchiate i campi,

o che vogliate pur d’Aceste e d’Èrice

tornare ai liti, in ogni caso liberi

ve n’andrete e sicuri. Ed io d’aíta

scarsa non vi sarò, né di sussidio:

e se qui dimorar meco voleste,

questa è vostra città. Tirate al lito

vostri navili: ché da’ Teucri a’ Tiri

nulla scelta farò, nullo divario.

Cosí qui fosse il vostro re con voi!

cosí ci capitasse! Ma cercando

io manderò di lui fino a l’estremo

de’ miei confini la riviera tutta,

se per sorte gittato in queste spiagge

per selve errando o per cittadi andasse”.

Rincorossi a tal dire il padre Enea

e ‘l forte Acate; e di squarciare il velo

stavan già disïosi. Acate il primo

mosse dicendo: “Omai, signor, che pensi?

Tutto è sicuro, e tutti a salvamento

i nostri legni e i nostri amici avemo.

Sol un ne manca; e questo a noi davanti

il mar sorbissi. Ogni altra cosa al detto

di tua madre risponde”. A pena Acate

ciò disse, che la nugola s’aperse,

assottigliossi e col ciel puro unissi.

Rimase in chiaro Enea, tale ancor egli

di chiarezza e d’aspetto e di statura,

che come un dio mostrossi: e ben a dea

era figliuol, che di bellezza è madre.

Ei degli occhi spirava e de le chiome

quei chiari, lieti e giovenili onori

ch’ella stessa di lui madre gl’infuse.

Tale aggiunge l’artefice vaghezza

a l’avorio, a l’argento, al pario marmo,

se di fin oro li circonda e fregia.

Cotal, comparso d’improvviso a tutti,

si fece avanti a la regina, e disse:

“Quegli che voi cercate, Enea troiano,

son qui, dal mar ritolto. A te ricorro,

vera regina, a te sola pietosa

de le nostre ineffabili fatiche.

Tu noi, rimasi al ferro, al fuoco, a l’onde

d’ogni strazio bersaglio, d’ogni cosa

bisognosi e mendíci, nel tuo regno

e nel tuo albergo umanamente accogli.

A renderti di ciò merito eguale

bastante non son io, né fôran quanti

de la gente di Dardano discesi

vanno per l’universo oggi dispersi.

Ma gli dèi (s’alcun dio de’ buoni ha cura,

se nel mondo è giustizia, se si truova

chi d’altamente adoperar s’appaghe)

te ne dian guiderdone. Età felice!

Avventurosi genitori e grandi

che ti diedero al mondo! Infin che i fiumi

si rivolgono al mare, infin ch’a’ monti

si giran l’ombre, infin c’ha stelle il cielo,

i tuoi pregi, il tuo nome e le tue lodi

mi saran sempre, ovunque io sia, davanti”.

Ciò detto, lietamente a’ suoi rivolto,

al caro Ilïonèo la destra porse,

la sinistra a Sergesto, e poscia al forte

Cloanto, al forte Gía: l’un dopo l’altro

tutti gli salutò. Stupí Didone

nel primo aspetto d’un sí nuovo caso,

e d’un uom tale; indi riprese a dire:

“Qual forza o qual destino a tanti rischi

t’hanno in sí strani, in sí feri paesi

esposto, o de la dea famoso figlio?

E sei tu quell’Enea che in su la riva

di Simoenta il gran dardanio Anchise

di Venere produsse? Io mi ricordo

quel che n’intesi già da Teucro, quando,

fuor di sua patria, il suo padre fuggendo,

nuovi regni cercava. Egli a Sidone

venne in quel tempo a dar sussidio a Belo.

Belo mio padre allor facea l’impresa

e ‘l conquisto di Cipro. Infin d’allora

io del caso di Troia e del tuo nome

e de l’oste de’ Greci ebbi notizia.

Ed ei ch’era sí rio nimico vostro,

celebrava il valor di voi Troiani,

e trar volea da Troia il suo legnaggio.

Voi da me dunque amico e fido ospizio,

giovini, arete. E me fortuna ancora,

a la vostra simíle, ha similmente

per molti affanni a questi luoghi addotta:

sí che natura e sofferenza e pruova

de’ miei stessi travagli ancor me fanno

pietosa e sovvenevole a gli altrui”.

Ciò detto, Enea cortesemente adduce

ne la sua reggia. In ogni tempio indíce

feste e preci solenni. Ordina appresso

che si mandino al mar venti gran tori,

cento gran porci, cento grassi agnelli,

con cento madri, e ciò ch’a’ suoi compagni

per vitto e per letizia è di mestiero.

Dentro al real palagio, realmente,

de’ piú gentili e sontuosi arnesi

il convito e le stanze orna e prepara;

cuopre d’ostro le mura; empie le mense

d’argento e d’oro, ove per lunga serie

son de’ padri e degli avi i fatti egregi.

Enea, cui la paterna tenerezza

quetar non lascia, a le sue navi innanzi

ratto spedisce Acate, che di tutto

Ascanio avvisi, ed a sé tosto il meni;

ché in Ascanio mai sempre intento e fiso

sta del suo caro padre ogni pensiero.

Gli comanda, oltre a ciò, ch’a la regina

porti alcune a donar spoglie superbe

che si salvâr da la ruina appena

e dal foco di Troia: un ricco manto

ricamato a figure, e di fin’oro

tutto contesto: un prezïoso velo,

cui di pallido acanto un ampio fregio

trapunto era d’intorno: ambi ornamenti

d’Elena argiva, e di sua madre Leda

mirabil dono. In questo avea le bionde

sue chiome avvolte il dí che di Micene

a nuove nozze, e non concesse, uscio;

e porti anco lo scettro, onde superba

Ilïone di Prïamo sen giva

primogenita figlia, e ‘l suo monile

di gran lucide perle; e quella stessa,

onde ‘l fronte cingea, doppia corona,

di gemme orïentali ornata e d’oro.

Tutto ciò procurando il fido Acate

in vèr le navi accelerava il piede.

Venere in tanto con nuov’arte e nuovi

consigli s’argomenta a far che in vece

e ‘n sembianza d’Ascanio il suo Cupído

se ne vada in Cartago; e con quei doni,

con le dolcezze sue, con la sua face

alletti, incenda, amor desti e furore

nel petto a la regina, onde sospetto

piú non aggia o ‘l suo regno, o ‘la perfidia

de la sua gente, o di Giunon l’insidie,

che da pensare e da vegghiar le danno

tutte le notti. E fatto a sé venire

l’alato dio, cosi seco ragiona:

“Figlio, mia forza e mia maggior possanza:

figlio, che del gran padre anco non temi

l’orribil tèlo, onde percosso giacque

chi ne diè fin nel ciel briga e spavento,

a te ricorro e dal tuo nume aíta

chieggio a l’altro mio figlio Enea tuo frate.

Come Giuno il persegua, e come l’aggia

per tutti i mari omai spinto e travolto,

tu ‘l sai che del mio duol ti sei doluto

piú volte meco. Or la sidonia Dido

l’ave in sua forza, e con benigni e dolci

modi fin qui l’accoglie e lo trattiene.

Ma là dov’è, lassa! che val, comunque

sia caramente accolto? in casa a Giuno

da le carezze ancor chi m’assicura?

Ch’ella piú neghittosa o meno atroce,

in un caso non fia di tanto affare.

E però con astuzia e con inganno

cerco di prevenirla, e del tuo foco

ardere il cuor de la regina in guisa,

ch’altro nume nol mute, e meco l’ami

d’immenso affetto. Or come agevolmente

ciò porre in atto e conseguir si possa,

ascolta. Enea manda testé chiamando

il suo regio fanciullo, amor supremo

del caro padre, e mio sommo diletto,

perché de’ Tiri a la città sen vada

con doni a la regina, che di Troia

a l’incendio avanzarono ed al mare.

Questo vinto dal sonno, o sopra l’alta

Citèra, o dentro al sacro bosco Idalio

terrò celato sí ch’ei non s’accorga,

ed accorto di ciò non faccia altrui

con alcun suo rintoppo. E tu che puoi,

fanciullo, il noto fanciullesco aspetto

mentire acconciamente, in lui ti cangia

sola una notte, e gli suoi gesti imita.

E quando Dido al suo real convito

riceveratti, e, come a mensa fassi,

sarà, bevendo e ragionando, allegra;

quando, come farà, cortese in grembo

terratti, abbracceratti, e dolci baci

porgeratti sovente, a poco a poco

il tuo foco le spira e ‘l tuo veleno”.

Al voler della sua diletta madre

pronto mostrossi e baldanzoso Amore,

e gittò l’ali; ed in un tempo l’abito

e ‘l sembiante e l’andar prese di Iulo.

Ciprigna intanto al giovinetto Ascanio

tale un profondo e dolce sonno infuse,

e ‘n guisa l’adattò, che agiatamente

in grembo lo si tolse; e ne la cima

de la selvosa Idalia, entro un cespuglio

di lieti fiori e d’odorata persa,

a la dolce aura, a la fresc’ombra il pose.

Cupído co’ suoi doni allegramente,

per far quanto gli avea la madre imposto,

con la guida si pon d’Acate in via.

Giunse che giunta era Didone appunto

ne la gran sala, che di fini arazzi,

di fior, di frondi e di festoni intorno

era tutta vestita, ornata e sparsa.

E già sopra la sua dorata sponda

con real maestà s’era nel mezzo

a tutti gli altri alteramente assisa.

Appresso Enea, poscia di mano in mano

sopra drappi di porpora e di seta

si stendea la troiana gioventute.

Già con l’acqua e con Cerere a le mense

gli aurati vasi e i nitidi canestri

e i bianchissimi lini eran comparsi.

Stavano dentro, a le vivande intorno,

intorno a’ fuochi, a dar ordine a’ cibi,

cinquanta ancelle, ed altre cento fuori

con altrettanti di una stessa etade

tra scudieri e pincerni; e gli atrii tutti

si rïempiêr di Tiri, a cui le mense

di tappeti dipinti eran distese.

A l’apparir del giovinetto Iulo

corser tutti a mirare il manto e ‘l velo

e gli altri ch’adducea leggiadri arnesi,

a sentir quelle sue finte parole,

a contemplar quel grazïoso aspetto,

ch’ardore e deità raggiava intorno.

Ma sopra tutti l’infelice Dido

non potea né la vista, né ‘l pensiero

saziar, mirando or gli suoi doni, or lui;

e com’ piú gli rimira, e piú s’accende.

Poiché lunga fïata umile e dolce

del non suo genitor pendé dal collo,

e finse di figliuol verace affetto,

si volse a la regina. Ella con gli occhi,

col pensier tutto lo contempla e mira:

lo palpa, e ‘l bacia, e ‘n grembo lo si reca.

Misera! che non sa quanto gran dio

s’annidi in seno. Ei de la madre intanto

rimembrando il precetto, a poco a poco

de la mente Sichèo comincia a trarle,

con vivo amore e con visibil fiamma

rompendole del core il duro smalto,

e ‘ntroducendo il suo già spento affetto.

Cessati i primi cibi, e da’ ministri

già le mense rimosse, ecco di nuovo

comparir nuove tazze e vino e fiori,

per lietamente incoronarsi e bere.

Quinci un rumoreggiare, un riso, un giubilo

che d’allegrezza empian le sale e gli atrii.

E i torchi e le lumiere che pendevano

da i palchi d’oro, poiché notte fecesi,

vinceano ‘l giorno e ‘l sol, non che le tenebre.

Qui fattosi Didone un vaso porgere

d’oro grave e di gemme, ov’era solito

ne’ conviti e ne’ dí solenni e celebri

ber Belo, e gli altri che da Belo uscirono,

di fiori ornollo, e di vin vecchio empiendolo,

orò, cosí dicendo: “Eterno Giove,

che, Albergator nomato, hai de gli alberghi

e de le cortesie cura e diletto,

priegoti ch’a’ Fenici ed a’ Troiani

fausto sia questo giorno, e memorando

sempre a’ posteri loro. E te, Lièo,

largitor di letizia, e te, celeste

e bionda Giuno, a questa prece invoco.

Voi co’ vostri favori, e Tiri e Peni,

prestate a’ prieghi miei divoto assenso”.

Ciò detto, riversollo, e lievemente

del sacrato liquor la mensa asperse,

poscia ella in prima con le prime labbia

tanto sol ne sorbí quanto n’attinse.

Indi con dolce oltraggio e con rampogne

a Bizia il diè, che valorosamente

a piena bocca infino a l’aureo fondo

vi si tuffò col volto, e vi s’immerse.

Ciò seguîr gli altri eroi. Comparve intanto

co’ capei lunghi e con la cetra d’oro

il biondo Iopa: e, qual Febo novello,

cantò del ciel le meraviglie e i moti

che dal gran vecchio Atlante Alcide apprese.

Cantò le vie che drittamente torte

rendon vaga la luna e buio il sole;

come prima si fêr gli uomini e i bruti;

com’or si fan le piogge e i venti e i folgori:

cantò l’Iade e l’Orse e ‘l Carro e ‘l Corno,

e perché tanto a l’Oceàno il verno

vadan veloci i dí, tarde le notti.

Un novo plauso incominciaro i Tiri:

seguiro i Teucri: e l’infelice Dido,

che già fea dolce con Enea dimora,

quanto bevesse amor non s’accorgendo,

a lungo ragionar seco si pose

or di Priamo, or d’Ettorre, or con qual’armi

venisse a Troia de l’Aurora il figlio,

or qual fosse Diomede, or quanto Achille.

“Anzi, se non t’è grave, – al fin gli disse –

incomincia a contar fin da principio

e l’insidie de’ Greci e la ruina

e l’incendio di Troia, e ‘l corso intero

de gli errori vostri: già che ‘l settim’anno

e per terra e per mar raminghi andate”.

LIBRO SECONDO

Stavan taciti, attenti e disïosi

d’udir già tutti, quando il padre Enea

in sé raccolto, a cosí dir da l’alta

sua sponda incominciò: “Dogliosa istoria

e d’amara e d’orribil rimembranza,

regina eccelsa, a raccontar m’inviti:

come la già possente e glorïosa

mia patria, or di pietà degna e di pianto,

fosse per man de’ Greci arsa e distrutta.

E qual ne vid’io far ruina e scempio:

ch’io stesso il vidi, ed io gran parte fui

del suo caso infelice. E chi sarebbe,

ancor che Greco e Mirmidóne e Dòlopo,

che a ragionar di ciò non lagrimasse?

E già la notte inchina, e già le stelle

sonno, dal ciel caggendo,

a gli occhi infondono:

ma se tanto d’udire i nostri guai,

se brevemente di saver t’aggrada

l’ultimo eccidio, ond’ella arse e cadeo,

benché lutto e dolor mi rinnovelle,

e sol de la memoria mi sgomente,

io lo pur conterò. Sbattuti e stanchi

di guerreggiar tant’anni, e risospinti

ancor da’ fati, i greci condottieri

a l’insidie si diêro; e da Minerva

divinamente instrutti, un gran cavallo

di ben contesti e ben confitti abeti

in sembianza d’un monte edificaro.

Poscia, finto che ciò fosse per vóto

del lor ritorno, di tornar sembiante

fecero tal, che se ne sparse il grido.

Dentro al suo cieco ventre e ne le grotte,

che molte erano e grandi, in sí gran mole,

rinchiuser di nascosto arme e guerrieri

a ciò per sorte e per valore eletti.

Giace di Troia un’isola in cospetto

(Tènedo è detta) assai famosa e ricca,

mentre ch’Ilio fioriva. Ora un ridotto

è sol di naviganti e di navili,

infido seno, e mal sicura spiaggia.

Qui, poiché di Sigèo sciolse e spario,

la greca armata si rattenne, e dietro

appiattossi al suo lito ermo e deserto:

e noi credemmo che veracemente

fosse partita, e che a spiegate vele

gisse a Micene. Onde la Teucria tutta,

già cotant’anni lagrimosa e mesta,

volta ne fu subitamente in gioia.

S’aprîr le porte, uscîr d’Ilio e d’intorno

le genti tutte, disïose e liete

di veder vòti i campi e sgombri i liti,

ch’eran coverti pria di navi e d’armi.

“Qui s’accampava Achille, e qui de’ Dòlopi

eran le tende, ivi solean le zuffe

farsi de’ cavalieri e là de’ fanti”

dicean parte vagando; e parte accolti

facean mirando al gran destriero intorno

meraviglie e discorsi: e chi per sacro,

e chi per esecrando il vóto e ‘l dono

avean di Palla. Il primo fu Timete

a dir ch’entro le mura, e ne la ròcca

quindi si conducesse, o froda, o fato

che ciò fosse de’ miseri Troiani.

Ma Capi e gli altri, il cui piú sano avviso

o per insidïose, o per sospette,

quantunque sacre, avea le greche offerte,

voleano o che del mar fosse nel fondo

precipitato, o che di fiamme ardenti

si circondasse, o che forato e lacero

gli fosse il petto e sviscerato il fianco.

Stava tra questi due contrari in forse

in due parti diviso il volgo incerto;

quando con gran caterva e con gran furia

da la ròcca discese, e di lontano

gridò Laocoonte: “O ciechi, o folli,

o sfortunati! agli nemici, a’ Greci

date credenza? a lor credete voi

che sian partiti? e sarà mai che doni

siano i lor doni, e non piú tosto inganni?

Cosí v’è noto Ulisse? O in questo legno

sono i Greci rinchiusi, o questa è macchina

contra alle nostre mura, o spia per entro

ai nostri alberghi, o scala o torre o ponte

per di sopra assalirne. E che che sia,

certo o vi cova o vi si ordisce inganno,

ché de’ Pelasgi e de’ nemici è ‘l dono”.

Ciò detto, con gran forza una grand’asta

avventogli, e colpillo, ove tremante

stette altamente infra due coste infissa:

e ‘l destrier, come fosse e vivo e fiero,

fieramente da spron punto cotale,

si storcé, si crollò, tonogli il ventre,

e rintonâr le sue cave caverne.

E se ‘l fato non era a Troia avverso,

se le menti eran sane, avea quel colpo

già commossi infiniti a lacerarlo,

e del tutto a scovrir l’agguato argolico:

ond’oggi e tu, grand’Ilio, e tu, diletta

Troia, staresti. Ma si vide intanto

de’ pastor paesani una masnada

venir gridando al re, ch’ivi era giunto,

e trargli avanti un giovine prigione

ch’avea dietro le mani al tergo avvinte.

Questi era greco; e da’ suoi Greci avea

di salvare il destrier, d’aprir lor Troia

assunto impresa; e per condurla, a tempo

ascosto, a tempo a quei pastori offerto

s’era per se medesmo, in sé disposto

e fermo di due cose una a finire,

o quest’opra, o la vita. A ciò concorso,

per desio di vedere, il popol tutto

dal caval si distolse, e diessi a gara

a schernire il prigione. Or ascoltate

le malizie de’ Greci; e da quest’uno

conosceteli tutti. Egli nel mezzo

cosí com’era a le nemiche schiere,

turbato, inerme e di catene avvinto,

fermossi: e poi che rimirolle intorno,

con voce di pietà proruppe, e disse:

“Or quale o terra, o mare, o loco altrove

sarà, misero me! che mi raccolga,

o che m’affidi omai? poiché tra’ Greci

non ho dov’io ricovri, e da’ Troiani

non deggio altro aspettar che strazio e morte?”

Ne commosse a pietà, n’acquetò l’ira

sí doglioso rammarco: e con dolcezza

e con promesse il confortammo a dire

chi, di che loco e di che sangue fosse,

e che portasse, e qual fidanza avesse

a darnesi prigione. Egli, in tal guisa

assecurato, al re si volse e disse:

“Signor, segua che vuole, in tuo cospetto

io dirò tutto; e dirò vero. E prima

d’esser greco io non niego; ché fortuna

può ben far che Sinon sia gramo e misero,

ma non già mai che sia bugiardo e vano.

Non so se, ragionandosi, a gli orecchi

ti venne mai di Palamède il nome,

che nomato e pregiato e glorïoso,

e da Belo altamente era disceso;

se ben con falso e scelerato indizio

di tradigion, per detestar la guerra,

ei fu da’ Greci indegnamente occiso:

com’or, che ne son privi, i Greci stessi

lo piangon tutti! A questo Palamede,

a cui per parentela era congiunto,

il pover padre mio ne’ miei prim’anni

pria per valletto nel mestier de l’armi

poi per compagno a questa guerra diemmi.

Infin ch’ei visse, e fu ‘l suo stato in fiore,

fioriro anco i miei giorni; e l’opre e ‘l nome

e ‘l grado mio ne fûr talvolta in pregio.

Estinto lui (che per invidia avvenne,

com’ognun sa, del traditore Ulisse),

amaramente il piansi. E ‘l caso indegno

d’un tanto amico, e la mia vita oscura

tra me sdegnando, come soro e folle

ch’io fui, nol tacqui. Anzi, se mai la sorte

mel consentisse, o se mai fossi in Argo

vincitor ritornato, alta vendetta

ne gli promisi, e con minacce e motti

acerbi acerbamente il provocai.

Questo fu del mio mal prima radice;

e quinci de’ suoi falli e del mio duolo

consapevole Ulisse, a spaventarmi,

a travagliarmi, a seminar susurri

si diè nel volgo, e procurarmi inciampi

ond’io cadessi. E non cessò, ch’ordimmi

per mezzo di Calcante… Ma dov’entro,

lasso! senza profitto a fastidirvi

con noiose novelle? A voi sol basta

di saver ch’io son greco, già che i Greci

tutti egualmente per nimici avete.

Or datemi, signor, supplizio e morte

qual a voi piace, ché piacere e gioia

n’aranno i regi ancor d’Itaca e d’Argo”.

E qui si tacque. Allor brama ne venne,

non che disio, di piú sapere avanti;

non ben sapendo ancor, miseri noi!

quanta scelleratezza e quanta astuzia

fosse ne’ Greci. Egli, a seguir costretto,

mostrossi in prima paventoso, e poscia

di nuovo assicurossi, e finse, e disse:

“Hanno molte fïate i Greci, afflitti

già da la guerra, e dal disagio astretti,

disïato e tentato anco piú volte

di qui ritrarsi, e lasciar Troia in pace.

Cosí fatto l’avessero! Ma sempre

or il verno, or i vènti, or le procelle

gli han distornati. E pur dianzi che l’opra

del caval che vedete era fornita,

di nuovo in sul partire, e ‘n sul far vela,

di tempeste, di turbini e di nembi

risonò ‘l cielo, e conturbossi il mare.

Onde, sospesi, Eurípilo mandammo

a spïar sopra a ciò quel che da Febo

ne s’avvertisse. Riportonne un empio

e spaventoso oracolo; e fu questo:

– Col sangue e con la morte d’una vergine

placaste i vènti per condurvi in Ilio;

col sangue e con la morte ora d’un giovine

convien placarli per ridurvi in Grecia. –

A cosí fiera voce sbigottissi,

impallidissi, e tremò ‘l volgo tutto,

ciascun per sé temendo; e nessun certo

qual di loro accennasse Apollo e ‘l fato.

Qui fece Ulisse in mezzo al greco stuolo

con gran tumulto appresentar Calcante:

e del volere in ciò de’ santi numi

interrogollo. Ed ei rispose in guisa

che la sua fellonia, benché da tutti

fusse prevista, fu però da molti

simulata e taciuta, e da molti anco

a me predetta: pur ei tacque ancora

per dieci giomi; e scaltramente al niego

si mise di voler che per suo detto

fosse alcun destinato o spinto a morte.

Ma poi, come da gridi astretto e vinto,

di conserto con lui ruppe il silenzio,

sí ch’io fui dichiarato al fin per vittima;

consentîr tutti, perché tutti ancora

finian con la mia morte il lor periglio.

Era già da vicino il giorno orribile,

in che doveano al sacrificio offrirmi:

e già ‘l farro e già ‘l sale e già le bende

erano a le mie tempie intorno avvolte,

quando, rotto (io nol niego) ogni ritegno,

da la morte mi tolsi: e fin ch’a’ vènti

desser le vele (ch’eran presti a darle)

di buia notte in un pantan m’ascosi,

ove nel fango infra le scarde e i giunchi

stava qual mi vedete. Ora son qui

privo d’ogni conforto e d’ogni speme

di mai piú riveder la patria antica,

i dolci figli e ‘l desïato padre,

che saran, lasso me! per la mia fuga,

benché innocenti, ancor forse in mia vece

incarcerati, e tormentati, e morti.

Or io, signor, per quelli eterni dèi

che scorgon di là su se ‘l vero io parlo,

per quella pura e ‘ntemerata fede

(se tra’ mortali in alcun loco è tale)

ond’io già tutto a rivelar ti vegno,

priegoti che pietà di me ti prenda,

e de’ miei tanti e sí gravosi affanni

ch’indegnamente io soffro”. A cotal pianto

commossi, e da noi fatti anco pietosi,

vita e vènia gli diamo. E di sua bocca

comanda il re che si disferri e sciolga;

poi dolcemente in tal guisa gli parla:

“Qual tu ti sia, de’ tuoi perduti Greci

ti dimentica omai; ché per innanzi

sarai de’ nostri. Or mi rispondi il vero

di quel ch’io ti domando. A che fine hanno

qui sí grande edificio i Greci eretto?

Per consiglio di cui? Con qual avviso

l’han fabbricato? È vóto? è magia? è macchina?

Che trama è questa?” Avea ‘l re detto a pena,

quand’ei, d’inganni e d’arte greca instrutto,

le già disciolte mani al cielo alzando,

disse: “Voi fochi eterni e ‘nvïolabili,

voi fasce ond’io portai le tempie avvinte,

voi sacri altari, e voi cultri nefandi,

cui fuggendo anco adoro, a quel ch’io dico

per testimoni invoco. A me lece ora

ch’io mi disciolga, e mi dissacri in tutto

da l’obbligo de’ Greci. E mi lece anco

che non gli ami, e che gli odii, e che divolghi

quel che da lor si cela, già ch’astretto

piú non son de la patria a legge alcuna.

Tu, se vero io ti dico, e se gran merto

di ciò ti rendo, e te, Troia, conservo,

conserva a me la già promessa fede.

Nel cominciar di questa guerra i Greci

riposero ogni speme, ogni fidanza

ne l’aiuto di Palla; e ben riposte

fûr sempre, infin che l’empio Dïomede,

e l’inventor d’ogni mal’opra Ulisse,

il sacro tempio suo non vïolaro:

come fêr quando, ne la ròcca ascesi,

n’uccisero i custodi, e n’involaro

il Palladio fatale, osando impuri

por le man sanguinose al sacrosanto

suo simulacro; e macular le intatte

e ‘ntemerate sue verginee bende.

Da indi in qua d’ardir sempre e di forze

scemâr, non che di speme; e Palla infesta

ne fu lor sempre; e ne diè chiari segni

e portentosi, allor ch’al campo addotta

fu la sua statua, che, posata a pena,

torvamente mirogli, e lampi e fiamme

vibrò per gli occhi, e per le membra tutte

versò salso sudore. Indi tre volte,

meraviglia a contarlo! alto da terra

surse, e ‘mbracciò lo scudo, e brandí l’asta.

Allor gridando indovinò Calcante

che fuggir si dovesse, e tosto a’ vènti

spiegar le vele: ché di Troia in vano

era l’assedio, se con altri augúri

d’Argo non si tornava un’altra volta,

e de la dea non si placava il nume,

ch’or, per ciò fare, han seco in Grecia addotto.

Onde giunti a Micene, incontinente

si daranno a dispor l’armi e le genti

e gli dèi che gli aíti, e gli accompagni.

Poi, ripassando il mar, con maggior forza

di nuovo assaliranvi e d’improvviso:

cosí Calcante interpreta, e predice.

Or questa mole, che tant’alto sorge,

qui per consiglio di Calcante è posta

in vece del Palladio, e per ammenda

del nume offeso, a bello studio intesta

di legni cosí gravi e cosí grandi,

ed a sí smisurata altezza eretta,

a fin che per le porte entro a le mura

quinci addur non si possa, ove per segno

e per memoria poi del nume antico

riverita da voi, sacrata e cólta

sia ricovro e tutela al popol vostro.

Ché allor che questo dono a Palla offerto

per vostra man sia vïolato e guasto,

ruina estrema (la qual sopra lui

caggia piú tosto) a voi vuol che ne venga,

ed al gran vostro impero: ed, a rincontro,

quando da voi sia dentro al vostro cerchio

condotto e custodito, allor che l’Asia

congiurerà con le sue forze tutte

a l’esterminio d’Argo, e che tal fato

sopra a’ nostri nepoti in cielo è fisso”.

Con tal arte Sinon, con tali insidie

fe’ sí che gli credemmo; e quelli stessi

cui non potêr né ‘l figlio di Tideo,

né di Larissa il bellicoso alunno,

né diece anni domar, né mille navi,

furon da lagrimette e da menzogne

sforzati e vinti. In questa a gl’infelici

un altro sopravvenne assai maggiore

e piú fiero accidente; onde a ciascuno

d’improvviso spavento il cor turbossi.

Era Laocoonte a sorte eletto

sacerdote a Nettuno; e quel dí stesso

gli facea d’un gran toro ostia solenne:

quand’ecco che da Tènedo (m’agghiado

a raccontarlo) due serpenti immani

venir si veggon parimente al lito,

ondeggiando coi dorsi onde maggiori

de le marine allor tranquille e quete.

Dal mezzo in su fendean coi petti il mare,

e s’ergean con le teste orribilmente,

cinte di creste sanguinose ed irte.

Il resto con gran giri e con grand’archi

traean divincolando, e con le code

l’acque sferzando sí che lungo tratto

si facean suono e spuma e nebbia intorno.

Giunti a la riva, con fieri occhi accesi

di vivo foco e d’atro sangue aspersi,

vibrâr le lingue, e gittâr fischi orribili.

Noi, di paura sbigottiti e smorti,

chi qua, chi là ci dispergemmo; e gli angui

s’affilâr drittamente a Laocoonte,

e pria di due suoi pargoletti figli

le tenerelle membra ambo avvinchiando,

sen fêro crudo e miserabil pasto.

Poscia a lui, ch’a’ fanciulli era con l’arme

giunto in aiuto, s’avventaro, e stretto

l’avvinser sí che le scagliose terga

con due spire nel petto e due nel collo

gli racchiusero il fiato; e le bocche alte,

entro al suo capo fieramente infisse,

gli addentarono il teschio. Egli, com’era

d’atro sangue, di bava e di veleno

le bende e ‘l volto asperso, i tristi nodi

disgroppar con le man tentava indarno,

e d’orribili strida il ciel feriva;

qual mugghia il toro allor che dagli altari

sorge ferito, se del maglio appieno

non cade il colpo, ed ei lo sbatte e fugge.

I fieri draghi alfin dai corpi esangui

disviluppati, in vèr la ròcca insieme

strisciando e zufolando, al sommo ascesero:

e nel tempio di Palla, entro al suo scudo

rinvolti, a’ piè di lei si raggrupparo.

Rinnovossi di ciò nel volgo orrore

e tremore e spavento; e mormorossi

che degnamente avea Laocoonte

di sua temerità pagato il fio,

e del furor che contra al sacro legno

gli armò l’impura e scelerata mano:

e gridâr tutti che di Palla al tempio

si conducesse, e con preghiere e vóti

de la dea si facesse il nume amico.

A ciò seguire immantinente accinti,

ruiniamo la porta, apriam le mura,

adattiamo al cavallo ordigni e travi,

e ruote e curri a’ piedi, e funi al collo.

Cosí mossa e tirata agevolmente

la macchina fatale il muro ascende,

d’armi pregna e d’armati, a cui d’intorno

di verginelle e di fanciulli un coro,

sacre lodi cantando, con diletto

porgean mano a la fune. Ella, per mezzo

tratta de la città, mentre si scuote,

mentre che ne l’andar cigola e freme,

sembra che la minacci. O patria, o Ilio,

santo de’ numi albergo! inclita in arme

dardania terra! Noi la pur vedemmo

con tanti occhi a l’entrar, che quattro volte

fermossi, e quattro volte anco n’udimmo

il suon de l’armi: e pur, da furia spinti,

ciechi e sordi che fummo, i nostri danni

ci procurammo: ché ‘l dí stesso addotto

e posto in cima a la sacrata ròcca

fu quel mostro infelice. Allor Cassandra

la bocca aperse, e quale esser solea

verace sempre e non creduta mai,

l’estremo fine indarno ci predisse:

e noi di sacra e di festiva fronde

velammo i templi il dí, miseri noi,

che de’ lieti dí nostri ultimo fue.

Scende da l’Oceàn la notte intanto,

e col suo fosco velo involve e copre

la terra e ‘l cielo e de’ Pelasgi insieme

l’ordite insidie. I Teucri a i loro alberghi,

a i lor riposi addormentati e queti

giacean securamente; e già da Tènedo

a l’usata riviera in ordinanza

vèr noi se ne venia l’argiva armata,

col favor de la notte occulta e cheta;

quando da la sua poppa il regio legno

ne diè cenno col foco. Allor Sinone,

che per nostra ruina era da noi

e dal fato maligno a ciò serbato,

accostossi al cavallo, e ‘l chiuso ventre

chetamente gli aperse, e fuor ne trasse

l’occulto agguato. Usciro a l’aura in prima

i primi capi baldanzosi e lieti,

tutti per una fune a terra scesi.

E fûr Tisandro e Stènelo ed Ulisse,

Atamante e Toante e Macaóne

e Pirro e Menelao con lo scaltrito

fabbricator di questo inganno, Epèo.

Assalîr la città che già ne l’ozio

e nel sonno e nel vino era sepolta;

ancisero le guardie; aprîr le porte;

miser le schiere congiurate insieme;

e diêr forma a l’assalto. Era ne l’ora

che nel primo riposo hanno i mortali

quel ch’è dal cielo a i loro affanni infuso

opportuno e dolcissimo ristoro:

quand’ecco in sogno (quasi avanti gli occhi

mi fosse veramente) Ettòr m’apparve

dolente, lagrimoso, e quale il vidi

già strascinato, sanguinoso e lordo

il corpo tutto, e i piè forato e gonfio.

Lasso me! quale e quanto era mutato

da quell’Ettòr che ritornò vestito

de le spoglie d’Achille, e rilucente

del foco ond’arse il gran navile argolico!

Squallida avea la barba, orrido il crine

e rappreso di sangue; il petto lacero

di quante unqua ferite al patrio muro

ebbe d’intorno. E mi parea che ‘l primo

foss’io che lagrimando gli dicessi:

“O splendor di Dardania, o de’ Troiani

securissima speme, e quale indugio

t’ha fin qui trattenuto? Ond’or ne vieni

tanto da noi bramato? Ahi, dopo quanta

strage de’ tuoi, dopo quanti travagli

de la nostra città già stanchi e domi

ti riveggiamo! E qual fero accidente

fa sí deforme il tuo volto sereno?

E che piaghe son queste?”. Egli a ciò nulla

rispose, come a vani miei quesiti:

ma dal profondo petto alti sospiri

traendo: “Oh! fuggi, Enea, fuggi, – mi disse –

togliti a queste fiamme. Ecco che dentro

sono i nostri nemici. Ecco già ch’Ilio

arde tutto e ruina. Infino ad ora

e per Priamo e per Troia assai s’è fatto.

Se difendere omai piú si potesse,

fôra per questa man difesa ancora:

ma dovendo cader, le sue reliquie

sacre e gli santi suoi numi Penati

a te solo accomanda; e tu li prendi

per compagni a’ tuoi fati; e, come è d’uopo,

cerca loro altre terre, ergi altre mura;

ché dopo lungo e travaglioso esilio

l’ergerai piú di Troia altere e grandi”.

Detto ciò, da le chiuse arche riposte

trasse, e mi consegnò le sacre bende

e l’effigie di Vesta e ‘l foco eterno.

Spargonsi intanto per diverse parti

de la presa città le grida e ‘l pianto

e ‘l tumulto de l’armi; e rinforzando

via piú di mano in man, tanto s’avanza

che a l’antica magion del padre Anchise

(come che fosse assai remota, e chiusa

d’alberi intorno) il gran rumore aggiunge.

Allor dal sonno mi riscuoto, e salgo

subitamente d’un terrazzo in cima,

e porgo per udir gli orecchi attenti.

Cosí rozzo pastor, se da gran suono

è da lunge percosso, in alto ascende,

e mirando si sta confuso e stupido

o foco che al soffiar d’un torbid’Austro

stridendo arda le biade e le campagne;

o tempestoso e rapido torrente

che dal monte precipiti, e le selve

ne meni e i cólti e le ricolte e i campi.

Allor tardi credemmo; allor le insidie

ne fûr conte de’ Greci. E già ‘l palagio

era di Deïfòbo arso e distrutto;

già ‘l suo vicino Ucalegón ardea,

e l’incendio di Troia in ogni lato

rilucea di Sigèo ne la marina;

e s’udian gridar genti e sonar tube.

Io m’armo, e, forsennato, anco ne l’armi

non veggio ove m’adopri. Al fin risolvo,

raunati i compagni, avventurarmi,

menar le mani, e ne la ròcca addurmi;

mi fan l’impeto e l’ira ad ogni rischio

precipitoso; e solo a mente vienmi

che un bel morir tutta la vita onora.

Eravam mossi; quando ecco tra via

ne si fa Panto d’improvviso avanti,

Panto figlio d’Otrèo, che de la ròcca

era custode, e sacerdote a Febo.

Questi, scampato da’ nemici a pena,

inverso il lito attonito fuggendo,

i sacri arredi e i santi simulacri

de gli dèi vinti, e ‘l suo picciol nipote

si traea seco.”O Panto, o Panto, – io dissi –

a che siam giunti? Ove ricorso abbiamo,

se la ròcca è già presa?”. Ei sospirando

e piangendo rispose: ” È giunto, Enea,

l’ultimo giorno e ‘l tempo inevitabile

de la nostra ruina. Ilio fu già;

e noi Troiani fummo: or è di Troia

ogni gloria caduta. Il fero Giove

tutto in Argo ha rivolto; e tutti in preda

siam de’ Greci e del foco. Il gran cavallo,

ch’era a Palla devoto, altero in mezzo

stassi de la cittade, e d’ogni lato

arme versa ed armati. Il buon Sinone

gode de la sua frode, e d’ogn’intorno

scorrendo si rimescola, e s’aggira

gran maestro d’incendi e di ruine.

A porte spalancate entran le schiere

senza ritegno ed a migliaia, quante

né d’Argo usciron mai né di Micene.

Gli altri che prima entraro, han già le strade

assedïate: e stan con l’armi infeste,

parate a far di noi strage e macello.

Soli son fino a qui sorti in difesa

i corpi de le guardie: e questi al buio

fanno con lievi e repentini assalti

tale una cieca resistenza a pena”.

Dal parlar di costui, dal nume avverso

spinto, mi caccio tra le fiamme e l’armi,

ove mi chiama il mio cieco furore,

e de le genti il fremito e le strida

che feriscono il cielo. E per compagni

primieramente al lume de la luna

mi si scopron Rifèo, Ifito il vecchio

ed Ipane e Dimante: indi comparve

il giovine Corèbo. Era costui

figlio a Migdóne, insanamente acceso

de l’amor di Cassandra; e, come fosse

già suo consorte, pochi giorni avanti

in soccorso del suocero e de’ Frigi

s’era a Troia condotto. Infortunato!

che non avea la sua sposa indovina

ben anco intesa. A questi insieme accolti,

per accendergli piú mi volgo e dico:

“Giovini forti e valorosi, in vano

omai fia la fortezza e ‘l valor vostro;

poiché perduti siamo e che Troia arde,

e gli dèi tutti, a cui tutela e cura

si reggea questo impero, in abbandono

lasciano i nostri templi e i nostri altari.

Ma se voi cosí fermi e cosí certi

siete pur, com’io veggio, a seguitarmi,

ancor che a morte io vada, in mezzo a l’armi

avventiamci, e moriamo. Un sol rimedio

a chi speme non have è disperarsi”.

Cosí l’ardir di quegli animi accesi

furor divenne. Usciam di lupi in guisa

che rapaci, famelici e rabbiosi,

col ventre vòto e con le canne asciutte

sentan de’ lupicini urlar per fame

pieno un digiun covile. Andiam per mezzo

de’ nemici e de l’armi a morte esposti,

senza riservo, e via dritti fendiamo

la città tutta, a la buia ombra occulti,

che l’altezza facea de gli edifici.

Or chi può dir la strage e la ruina

di quella notte? E qual è pianto eguale

a tante occisïoni, a tanto eccidio?

Troia ruina, la superba, antica

e glorïosa Troia, che tant’anni

portò scettro e corona. Era, dovunque

s’andava, di cadaveri, di sangue,

d’ogni calamità pieno ogni loco,

le vie, le case, i templi. E non pur soli

caddero i Teucri, ché l’antico ardire

destossi, e surse alcuna volta ancora

negli lor petti. I vincitori e i vinti

giacean confusamente, e d’ogni lato

s’udian pianti e lamenti; e questi e quelli

eran da la paura e da la morte

in mille guise aggiunti. Andrògeo il primo

de’ Greci fu ch’avanti ne s’offerse,

condottier di gran gente. Egli, avvisando

parte sollecitar de la sua schiera:

“Affrettatevi, – disse – a che badate?

che ‘ndugio è ‘l vostro? Altri espugnata ed arsa

e depredata han di già Troia, e voi

testé venite?” Avea ciò detto a pena,

che ‘l segno e la risposta indarno attesa,

tra nemici si vide; e come attonito

restando, con la voce il piè ritrasse.

Come repente il vïator s’arretra,

se d’improvviso fra le spine un angue

avvien che prema, ed ei premuto e punto

d’ira gonfio e di tosco gli s’avventi;

cosí dal nostro subitano incontro

sovraggiunto in un tempo e spaventato,

Andrògeo per fuggir ratto si volse.

Ma noi che, impauriti e sconcertati,

a la sprovvista gli assalimmo in lochi

a lor non consueti, in breve spazio

li circondammo, e gli uccidemmo alfine:

tanto nel primo assalto amica e presta

ne fu la sorte. E qui fatto Corèbo

d’un tal successo e di coraggio altero:

“Compagni, – disse – poi che la fortuna

con questo sí felice agli altri incontri

ne porge aíta, a nostro scampo usiamla.

Mutiam gli scudi, accomodiamci gli elmi

e l’insegne de’ Greci. O biasmo o lode

che ciò ne sia, chi co’ nemici il cerca?

L’arme ne daranno essi”. E, cosí detto,

la celata e ‘l cimier d’Andrògeo stesso

e la sua scimitarra e la sua targa

per lui si prese, armi onorate e conte,

Cosí fece Rifèo, cosí Dimante,

e cosí tutti: ché per sé ciascuno

di nuove spoglie allegramente armossi.

Ci mettemmo tra lor, che i nostri dii

non eran nosco; e ne l’oscura notte

con ogni occasïone in ogni loco

ci azzuffammo con essi; e di lor molti

mandammo a l’Orco, e ritirar molt’altri

ne facemmo a le navi: e fûr di quelli

che per viltà nel cavernoso e cieco

ventre si racquattâr del gran cavallo.

Ma che? Contra ‘l voler de’ regi eterni

indarno osa la gente. Ecco dal tempio

trar veggiam di Minerva, con le chiome

sparse, e con gli occhi indarno al ciel rivolti,

la vergine Cassandra. Io dico gli occhi,

perché le regie sue tenere mani

eran da’ lacci indegnamente avvinte.

A sí fero spettacolo Corèbo

infurïato, e di morir disposto,

anzi che di soffrirlo, a quella schiera

scagliossi in mezzo; e noi ristretti insieme

tutti il seguimmo. Or qui fessi di noi

una strage crudele e miserabile

e da’ nostri medesmi, che la cima

tenean del tempio, e dardi e sassi e travi

ne versarono addosso, imaginando

da l’armi, da’ cimieri e da l’insegne

di ferir Greci: e i Greci d’ogni intorno,

tratti dal gran rumore e da lo sdegno

de la ritolta vergine, s’uniro

ai nostri danni. Il bellicoso Aiace,

i fieri Atridi, i Dòlopi e gli Argivi,

tutti ne furon sopra in quella guisa

ch’opposti un contra l’altro Affrico e Bora

e Garbino e Volturno accolte in mezzo

han le selve stridenti o ‘l mare ondoso,

quando col suo tridente in fin dal fondo

il gran Nereo il conturba. E tornâr anco

incontro a noi quei che da noi pur dianzi

sen gîr rotti e dispersi; e questi in prima

scoprîr le nostre insidie, e fêr palesi

le cangiate armi e gli mentiti scudi,

e ‘l parlar che dal greco era diverso.

Cosí ne fu subitamente addosso

un diluvio di gente. E qui per mano

di Penelèo, davanti al sacro altare

de l’armigera Dea cadde Corèbo:

cadde Rifèo, ch’era ne’ Teucri un lume

di bontà, di giustizia e d’equitate

(cosí a Dio piacque); ed Ipane e Dimante

caddero anch’essi; e questi, ohimè! trafitti

per le man pur de’ nostri. E tu, pietoso

Panto, cadesti; e la tua gran pietate,

e l’ínfola santissima d’Apollo

in ciò nulla ti valse. O fiamme estreme,

o ceneri de’ miei! fatemi fede

voi che nel vostro occaso io rischio alcuno

non rifiutai né d’arme, né di foco,

né di qual fosse incontro, né di quanti

ne facessero i Greci: e se ‘l fato era

ch’io dovessi cader, caduto fôra:

tal ne feci opra. Ne spiccammo al fine

da quel mortale assalto. Ifito e Pelia

ne venner meco: Ifito afflitto e grave

già d’anni; e Pelia indebolito e tardo

d’un colpo, che di mano ebbe d’Ulisse.

Quinci divelti, al gran palagio andammo

da le grida chiamati. Ivi era un fremito,

un tumulto, un combatter cosí fiero,

come guerra non fosse in altro loco,

e quivi sol si combattesse, e quivi

ognun morisse, e nessun altro altrove:

tal v’era Marte indomito, e de’ Greci

tanto concorso. Avean la porta cinta

di schiere e di testuggini e di travi,

e d’ambi i lati a la parete in alto

appoggiate le scale; onde saliti

e spinti un dopo l’altro, con gli scudi

si ricoprian di sopra, e con le destre

rampicando salian di grado in grado.

A rincontro i Troiani, altri di sopra

muri e tetti versando e torri intere,

i travi e i palchi d’oro e i fregi tutti

de la reggia e de’ regi avean per armi;

fermi a far sí (poich’eran giunti al fine)

ch’ogni cosa con lor finisse insieme;

ed altri unitamente entro a la porta

stavan coi ferri bassi, in folta schiera

a guardia de l’entrata. E qui di novo

a sovvenir la corte, a far difesa

per entro, a dare a’ vinti animo e forza

mi posi in core: e ‘n cotal guisa il fei.

Era un andito occulto ed una porta

secretamente accomodata a l’uso

de le stanze reali, onde solea

Andromaca infelice al suo buon tempo

gir a’ suoceri suoi soletta, e seco

per domestica gioia al suo grand’avo

il pargoletto Astïanatte addurre.

Quinci entromesso, me ne salsi in cima

a l’alto corridore, onde i meschini

facean di sopra a le nemiche schiere

tempesta in vano. Era dal tetto a l’aura

spiccata, e sopra la parete a filo

un’altissima torre, onde il paese

di Troia, il mar, le navi e ‘l campo tutto

si scopria de’ nemici. A questa intorno

co’ ferri ci mettemmo e co’ puntelli;

e da radice ov’era al palco aggiunta,

e da’ suoi tavolati e da’ suoi travi

recisa in parte la tagliammo in tutto,

e la spingemmo. Alta ruina e suono

fece cadendo; e di piú greche squadre

fu strage e morte e sepoltura insieme.

Gli altri vi salîr sopra; e d’ogni parte

senz’intermissïon d’ogni arme un nembo

volava intanto. In su la prima entrata

stava Pirro orgoglioso; e d’armi cinto

sí luminose, e da’ riflessi accese

di tanti incendi, che di foco e d’ira

parean lunge avventar raggi e scintille.

Tale un colúbro mal pasciuto e gonfio,

di tana uscito, ove la fredda bruma

lo tenne ascoso, a l’aura si dimostra,

quando, deposto il suo ruvido spoglio,

ringiovenito, alteramente al sole

lubrico si travolve, e con tre lingue

vibra mille suoi lucidi colori.

Seco il gran Perifante e ‘l grand’auriga

d’Achille, Automedonte, e lo stuol tutto

era de’ Sciri: e di già sotto entrati,

fiamme a’ tetti avventando, ogni difesa

ne facean vana. E qui co’ primi, avanti

Pirro con una in man grave bipenne

le sbarre, i legni, i marmi, ogni ritegno

de la ferrata porta abbatte e frange,

e per disgangherarla ogni arte adopra.

Tanto al fin ne recide che nel mezzo

v’apre un’ampia finestra. Appaion dentro

gli atrii superbi, i lunghi colonnati,

e di Priamo e degli altri antichi regi

i reconditi alberghi. Appaion l’armi

che davanti eran pronte a la difesa.

S’ode piú dentro un gemito, un tumulto,

un compianto di donne, un ululato,

e di confusïone e di miseria

tale un suon che feria l’aura e le stelle.

Le misere matrone spaventate,

chi qua, chi là per le gran sale errando,

battonsi i petti; e con dirotti pianti

dànno infino a le porte amplessi e baci.

Pirro intanto non cessa, e furïoso,

in sembianza del padre, ogni riparo,

ogni intoppo sprezzando, entro si caccia.

Già l’arïete a fieri colpi e spessi

aperta, fracassata, e d’ambi i lati

da’ cardini divelta avea la porta;

quand’egli a forza urtò, ruppe e conquise

i primi armati; e quinci in un momento

di Greci s’allagò la reggia tutta.

Qual è se, rotti gli argini, spumoso

esce e rapido un fiume, allor che gonfio

e torbo e ruinoso i campi inonda,

seco i sassi traendo e i boschi interi,

e gli armenti e le stalle e ciò che avanti

gli s’attraversa; in cotal guisa io stesso

vidi Pirro menar ruina e strage;

e vidi ne l’entrata ambi gli Atridi;

vidi Ecúba infelice, ed a lei cento

nuore d’intorno; e Prïamo vid’anco

ch’estinguea col suo sangue, ohimè! quei fochi

che da lui stesso eran sacrati e cólti.

Cinquanta maritali appartamenti

eran ne’ suo serraglio: quale, e quanta

speranza de’ figlioli e de’ nipoti!

Quanti fregi, quant’oro, quante spoglie,

e quant’altre ricchezze! e tutte insieme

periro incontinente: e dove il foco

non era, erano i Greci. Or, per contarvi

qual di Prïamo fosse il fato estremo,

egli, poscia che presa, arsa e disfatta

vide la sua cittade, e i Greci in mezzo

ai suoi piú cari e piú riposti alberghi;

ancor che vèglio e debole e tremante,

l’armi, che di gran tempo avea dismesse,

addur si fece; e d’esse inutilmente

gravò gli omeri e ‘l fianco; e come a morte

devoto, ove piú folti e piú feroci

vide i nemici, incontr’ a lor si mosse.

Era nel mezzo del palazzo a l’aura

scoperto un grand’altare, a cui vicino

sorgea di molti e di molt’anni un lauro

che co’ rami a l’altar facea tribuna,

e con l’ombra a’ Penati opaco velo.

Qui, come d’atra e torbida tempesta

spaventate colombe, a l’ara intorno

avea le care figlie Ecuba accolte;

ove agl’irati dèi pace ed aíta

chiedendo, agli lor santi simulacri

stavano con le braccia indarno appese.

Qui, poiché la dolente apparir vide

il vecchio re giovenilmente armato:

“O, – disse – infelicissimo consorte,

qual dira mente, o qual follia ti spinge

a vestir di quest’armi? Ove t’avventi,

misero? Tal soccorso a tal difesa

non è d’uopo a tal tempo: non, s’appresso

ti fosse anco Ettor mio. Con noi piú tosto

rimanti qui; ché questo santo altare

salverà tutti; o morren tutti insieme”.

Ciò detto, a sé lo trasse; e nel suo seggio

in maestate il pose. Ecco davanti

a Pirro intanto il giovine Polite,

un de’ figli del re, scampo cercando

dal suo furore, e già da lui ferito,

per portici e per logge armi e nemici

attraversando, in vèr l’altar sen fugge:

e Pirro ha dietro che lo segue e ‘ncalza

sí che già già con l’asta e con la mano

or lo prende, or lo fère. Alfin qui giunto,

fatto di mano in man di forza esausto

e di sangue e di vita, avanti agli occhi

d’ambi i parenti suoi cadde, e spirò.

Qui, perché si vedesse a morte esposto,

Prïamo non di sé punto oblïossi,

né la voce frenò, né frenò l’ira:

anzi esclamando: “O scelerato, – disse –

o temerario! Abbiati in odio il cielo,

se nel cielo è pietate; o se i celesti

han di ciò cura, di lassú ti caggia

la vendetta che merta opra sí ria.

Empio, ch’anzi a’ miei numi, anzi al cospetto

mio proprio fai governo e scempio tale

d’un tal mio figlio, e di sí fera vista

le mie luci contamini e funesti.

Cotal meco non fu, benché nimico,

Achille, a cui tu menti esser figliolo,

quando, a lui ricorrendo, umanamente

m’accolse, e riverí le mie preghiere;

gradí la fede mia; d’Ettor mio figlio

mi rendé ‘l corpo esangue: e me securo

nel mio regno ripose”. In questa, acceso,

il debil vecchio alzò l’asta, e lanciolla

sí che senza colpir languida e stanca

ferí lo scudo, e lo percosse a pena,

che dal sonante acciaro incontinente

risospinta e sbattuta a terra cadde.

A cui Pirro soggiunse: “Or va’ tu dunque

messaggiero a mio padre, e da te stesso,

le mie colpe accusando e i miei difetti,

fa’ conto a lui come da lui traligno:

e muori intanto”. Ciò dicendo, irato

afferrollo, e, per mezzo il molto sangue

del suo figlio, tremante e barcolloni,

a l’altar lo condusse. Ivi nel ciuffo

con la sinistra il prese, e con la destra

strinse il lucido ferro, e fieramente

nel fianco infino agli elsi gliel’immerse.

Questo fin ebbe, e qui fortuna addusse

Prïamo, un re sí grande, un sí superbo

dominator di genti e di paesi,

un de l’Asia monarca, a veder Troia

ruinata e combusta; a giacer quasi

nel lito un tronco desolato, un capo

senza il suo busto, e senza nome un corpo.

Allor pria mi sentii dentro e d’intorno

tale un orror, che stupido rimasi.

E, di Prïamo pensando al caso atroce,

mi si rappresentò l’imago avanti

del padre mio, ch’era a lui d’anni eguale.

Mi sovvenne l’amata mia Creúsa,

il mio picciolo Iulo, e la mia casa

tutta a la vïolenza, a la rapina,

ad ogni ingiuria esposta. Allora in dietro

mi volsi per veder che gente meco

fosse de’ miei seguaci; e nullo intorno

piú non mi vidi: ché tra stanchi e morti

e feriti e storpiati, altri dal ferro,

altri da le ruine, altri dal foco,

m’avean già tutti abbandonato. In somma

mi trovai solo. Onde, smarrito errando,

e d’ogn’intorno rimirando, al lume

del grand’incendio, ecco mi s’offre a gli occhi

di Tindaro la figlia, che nel tempio

se ne stava di Vesta, in un reposto

e secreto ridotto ascosa e cheta:

Elena, dico, origine e cagione

di tanti mali, e che fu d’Ilio e d’Argo

furia comune. Onde comunemente

e de’ Greci temendo e de’ Troiani

e de l’abbandonato suo marito,

s’era in quel loco, e ‘n se stessa ristretta,

confusa, vilipesa ed abborrita

fin dagli stessi altari. Arsi di sdegno,

membrando che per lei Troia cadea;

e ‘l suo castigo e la vendetta insieme

de la mia patria rivolgendo: “Adunque –

dicea meco – impunita e trïonfante

ritornerà la scelerata in Argo?

E regina vedrà Sparta e Micene?

Goderà del marito, de’ parenti,

de’ figli suoi? Farà pompe e grandezze,

e d’Ilio avrà per serve e per ministri

l’altere donne e i gran donzelli intorno?

E qui Priamo sarà di ferro anciso,

e Troia incensa, e la dardania terra

di tanto sangue tante volte aspersa?

Non fia cosí; che se ben pregio e lode

non s’acquista a punire o vincer donna,

io lodato e pregiato assai terrommi,

se si dirà ch’aggia d’un mostro tale

purgato il mondo. Appagherommi almeno

di sfogar l’ira mia: vendicherommi

de la mia patria; e col fiato e col sangue

di lei placherò l’ombre, e farò sazie

le ceneri de’ miei”. Ciò vaneggiando,

infurïava; quand’ecco una luce

m’aprio la notte, e mi scoverse avanti

l’alma mia genitrice in un sembiante,

non come l’altre volte in altre forme

mentito o dubbio, ma verace e chiaro,

e di madre e di dea, qual, credo, e quanta

su tra gli altri Celesti in ciel si mostra.

Cotal la vidi, e tale anco per mano

mi prese; e con pietà le sante luci

e le labbia rosate aperse, e disse:

“Figlio, a che tanto affanno? a che tant’ira?

Ché non t’acqueti omai? Questa è la cura

che tu prendi di noi? Ché non piú tosto

rimiri ov’abbandoni il vecchio Anchise

e la cara Creúsa e ‘l caro Iulo,

cui sono i Greci intorno? E se non fosse

che in guardia io gli aggio, in preda al ferro, al foco

fôran già tutti. Ah! figlio, non il volto

de l’odïata Argiva, non di Pari

la biasmata rapina, ma del cielo

e de’ celesti il voler empio atterra

la troiana potenza. Alza su gli occhi,

ch’io ne trarrò l’umida nube, e ‘l velo

che la vista mortal t’appanna e grava:

poscia credi a tua madre, e senza indugio

tutto fa’ che da lei ti si comanda:

vedi là quella mole, ove quei sassi

son da’ sassi disgiunti, e dove il fumo

con la polve ondeggiando al ciel si volve,

come fiero Nettuno infin da l’imo

le mura e i fondamenti e ‘l terren tutto

col gran tridente suo sveglie e conquassa.

Vedi qui su la porta come Giuno

infurïata a tutti gli altri avanti

si sta cinta di ferro, e da le navi

le schiere d’Argo a’ nostri danni invita:

vedi poi colà su Pallade in cima

a l’alta rocca, entro a quel nembo armata,

con che lucenti e spaventosi lampi

il gran Górgone suo discopre e vibra.

Che piú? mira nel ciel, che Giove stesso

somministra a gli Argivi animo e forza,

e incontro a le vostre armi a l’arme incita

gli eterni dèi. Cedi lor, figlio, e fuggi,

poi che indarno t’affanni. Io sarò teco

ovunque andrai, sí che securamente

ti porrò dentro a’ tuoi paterni alberghi”.

Cosí disse; e per entro a le folt’ombre

de la notte s’ascose. Allor vid’io

gl’invisibili aspetti, e i fieri volti

de’ numi a Troia infesti, e Troia tutta

in un sol foco immersa, e fin dal fondo

sottosopra rivolta. In quella guisa

che d’alto monte in precipizio cade

un orno antico, i cui rami pur dianzi

facean contrasto a’ vènti e scorno al sole,

quando con molte accette al suo gran tronco

stanno i robusti agricoltori intorno

per atterrarlo, e gli dan colpi a gara,

da cui vinto e dal peso, a poco a poco

crollando e balenando, il capo inchina,

e stride e geme e dal suo giogo al fine

e con parte del giogo si diveglie,

o si scoscende; e ciò che intoppa urtando,

di suono e di ruina empie le valli.

Allor discesi; e la materna scorta

seguendo, da’ nemici e da le fiamme

mi rendei salvo: ché dovunque il passo

volgea, cessava il foco, e fuggian l’armi.

Poi ch’io fui giunto a la magione antica

del padre mio, di lui prima mi calse

e del suo scampo, e per condurlo a’ monti

m’apparecchiava, quand’ei disse:”O figlio,

io decrepito, io misero, che avanzi

ai dí de la mia patria? Io posso, io deggio

sopravvivere a Troia? E fia ch’io soffra

sí vile esiglio? Voi, che ne’ vostri anni

siete di sangue e di vigore intieri,

voi vi salvate. A me, s’io pur dovea

restare in vita, avrebbe il ciel serbato

questo mio nido. Assai, figlio, e pur troppo

son vissuto fin qui; poi ch’altra volta

vidi Troia cadere, e non cadd’io.

Fatemi or di pietà gli ultimi offici;

iteratemi il vale, e per defunto

cosí composto il mio corpo lasciate,

ch’io troverò chi mi dia morte; e i Greci

medesmi o per pietate, o per vaghezza

de le mie spoglie, mi trarran di vita

e di miseria: e se d’esequie io manco,

se manco di sepolcro, il danno è lieve.

Da l’ora in qua son io visso a la terra

disutil peso, ed al gran Giove in ira,

che dal vento percosso e da le fiamme

fui dal folgore suo”. Ciò memorando

stava il misero padre a morte additto;

e d’intorno gli er’io, Creúsa, Iulo,

la casa tutta con preghiere e pianti

stringendolo a salvarsi, a non trar seco

ogni cosa in ruina, a non offrirsi

da se stesso a la morte. Ei fermo e saldo

né di proponimento, né di loco

punto si cangia; ond’io pur: “L’armi!” grido,

di morir desïoso. E qual v’era altro

rimedio o di consiglio, o di fortuna?

“Ah! che di questa soglia io tragga il piede,

padre mio, per lasciarti? Ah! che tu possa

creder tanto di me? Da la tua bocca

tanto di sceleranza e di viltate

è d’un tuo figlio uscito? Or s’è destino

che di sí gran città nulla rimanga,

se piace a te, se nel tuo core è fermo

che né di te, né de gli tuoi si scemi

la ruina di Troia; e cosí vada,

e cosí fia: ch’io veggio a mano a mano

qui del sangue del re tutto cosperso,

e bramoso del nostro, apparir Pirro,

ch’i padri occide anzi a gli altari, e i figli

anzi agli occhi de’ padri. Ah! madre mia,

per questo fine qui salvo e difeso

m’hai da l’armi e dal foco, acciò ch’io veggia

con gli occhi miei ne la mia casa stessa

i miei nimici e ‘l mio padre e ‘l mio figlio

e la mia donna crudelmente occisi

l’un nel sangue de l’altro? Mano a l’arme!

Chi mi dà l’armi? Ecco che ‘l giorno estremo

a morte ne chiama. Or mi lasciate

ch’io torni infra i nimici, e che di nuovo

mi razzuffi con essi: ché non tutti

abbiam senza vendetta oggi a perire”.

E già di ferro cinto, a la sinistra

m’adattavo lo scudo, e fuori uscia,

quand’ecco in su la soglia attraversata

Creúsa avanti a’ piè mi si distende,

e me li abbraccia; e ‘l fanciulletto Iulo

m’appresenta, e mi dice: “Ah! mio consorte,

dove ne lasci? S’a morir ne vai,

ché non teco n’adduci? E se ne l’armi

e nell’esperïenza hai speme alcuna,

ché non difendi la tua casa in prima?

ove Ascanio abbandoni? ove tuo padre?

ove Creúsa tua, che tua s’è detta

per alcun tempo?”. E ciò gridando empiea

di pianto e di stridor la magion tutta:

quand’ecco innanzi a gli occhi, e fra le mani

de gli stessi parenti, un repentino

e mirabile a dir portento apparve;

ché sopra il capo del fanciullo Iulo

chiaro un lume si vide, e via piú chiara

una fiamma che tremola e sospesa

le sue tempie rosate e i biondi crini

sen gia come leccando, e senza offesa

lievemente pascendo. Orrore e téma

ne presi in prima. Indi a quel santo foco

d’intorno, altri con acqua, altri con altro,

ognun facea per ammorzarlo ogn’opra.

Ma ‘l padre Anchise a cotal vista allegro,

le man, gli occhi e la voce al ciel rivolto,

orò dicendo: “Eterno onnipotente

signor, se umana prece unqua ti mosse,

vèr noi rimira, e ne fia questo assai.

Ma se di merto alcuno in tuo cospetto

è la nostra pietà, padre benigno,

danne anco aíta; e con felice segno

questo annunzio ratifica e conferma”.

Avea di ciò pregato il vecchio appena,

che tonò da sinistra e dal convesso

del ciel cadde una stella, che per mezzo

fendé l’ombrosa notte, e lunga striscia

di face e di splendor dietro si trasse.

Noi la vedemmo chiaramente sopra

da’ nostri tetti ire a celarsi in Ida,

sí che lasciò, quanto il suo corso tenne,

di chiara luce un solco; e lunge intorno

fumò la terra di sulfureo odore.

Allor vinto si diede il padre mio;

e tosto a l’aura uscendo, al santo segno

de la stella inchinossi, e con gli dèi

parlò devotamente: “O de la patria

sacri numi Penati, a voi mi rendo.

Voi questa casa, voi questo nipote

mi conservate. Questo augurio è vostro,

e nel poter di voi Troia rimansi”.

Poscia, rivolto a noi: ” Fa’, figliuol mio,

ormai – disse – di me che piú t’aggrada;

ch’al tuo voler son pronto, e d’uscir teco

piú non recuso”. Avea già ‘l foco appresa

la città tutta, e già le fiamme e i vampi

ne ferian da vicino, allor che ‘l vecchio

cosí dicea: “Caro mio padre, adunque, –

soggiuns’io – com’è d’uopo, in su le spalle

a me ti reca, e mi t’adatta al collo

acconciamente: ch’io robusto e forte

sono a tal peso: e sia poscia che vuole:

ch’un sol periglio, una salute sola

fia d’ambedue. Seguami Iulo al pari;

Creúsa dopo: e voi, miei servi, udite

quel ch’io diviso. È de la porta fuori

un colle, ov’ha di Cerere un antico

e deserto delúbro, a cui vicino

sorge un cipresso, già molt’anni e molti

in onor de la dea serbato e cólto.

Qui per diverse vie tutti in un loco

vi ridurrete; e tu con le tue mani

sosterrai, padre mio, de’ santi arredi

e de’ patrii Penati il sacro incarco,

che a me, sí lordo e sí recente uscito

da tanta uccisïon, toccar non lece

pria che di vivo fiume onda mi lave”.

Ciò detto, con la veste e con la pelle

d’un villoso leon m’adeguo il tergo;

e ‘l caro peso a gli omeri m’impongo.

Indi a la destra il fanciulletto Iulo

mi s’aggavigna e non con moto eguale

ei segue i passi miei, Creúsa l’orme.

Andiam per luoghi solitari e bui:

e me, cui dianzi intrepido e sicuro

vider de l’arme i nembi e de gli armati

le folte schiere, or ogni suono, ogni aura

empie di téma: sí geloso fammi

e la soma e ‘l compagno. Era vicino

a l’uscir de la porta, e fuori in tutto,

com’io credea, d’ogni sinistro incontro;

quand’ecco d’improvviso udir mi sembra

un calpestío di gente, a cui rivolto

disse il vecchio gridando: “Oh! fuggi, figlio,

fuggi, ché ne son presso. Io veggio, io sento

sonar gli scudi, e lampeggiar i ferri”.

Qui ridir non saprei come, né quale

avverso nume a me stesso mi tolse:

ché mentre da la fretta e dal timore

sospinto esco di strada, e per occulte

e non usate vie m’aggiro e celo,

restai, misero me! senza la mia

diletta moglie, in dubbio se dal fato

mi si rapisse, o travïata errasse,

o pur lassa a posar posta si fosse.

Basta ch’unqua di poi non la rividi,

né per vederla io mi rivolsi mai,

né mai me ne sovvenne, infin che giunti

di Cerere non fummo al sagro poggio.

Ivi ridotti, ne mancò di tanti

sola Creúsa, ohimè! con quanto scorno

e con quanto dolor del suo consorte

e del figlio e del suocero e di tutti!

Io che non feci allora, e che non dissi?

Qual degli uomini, folle! e degli dèi

non accusai! Qual vidi in tanto eccidio,

o ch’io provassi, o che avvenisse altrui,

caso piú miserando e piú crudele?

Qui mio figlio, mio padre e i patrii numi

lascio in guardia a’ compagni, ed io de l’armi

pur mi rivesto, e ‘ndietro me ne torno,

disposto a ritentar ogni fortuna,

a cercar Troia tutta, a por la vita

ad ogni repentaglio. Incominciai

in prima da le mura e da la porta,

ond’era uscito; e le vie stesse e l’orme

ripetei tutte per cui dianzi io venni,

gli occhi portando per vederla intenti.

Silenzio, solitudine e spavento

trovai per tutto. A casa aggiunsi in prima,

cercando se per sorte ivi smarrita

si ricovrasse. Era già presa e piena

di nemici e di foco; e già da’ tetti

uscian da’ vènti e da le furie spinte

rapide fiamme e minacciose al cielo.

Torno quinci al palagio; indi a la ròcca:

seguo a le piazze, a’ portici, a l’asilo

di Giunon, che già fatti eran conserve

de la preda di Troia, a cui Fenice

e ‘l fiero Ulisse eran custodi eletti.

Qui d’ogni parte le troiane spoglie

fin de le sacristie, fin de gli altari

le sacre mense, i prezïosi vasi

di solid’oro, e i paramenti e i drappi

e le delizie e le ricchezze tutte

a gli incendi ritolte, erano addotte.

D’intorno innumerabili prigioni

stavan di funi e di catene avvinti,

e matrone e donzelle e pargoletti,

che di sordi lamenti e di muggiti

facean ne l’aria un tuono; e men fra loro

era la donna mia: né dove fosse,

piú ripensar sapendo, osai dolente

gridar per le vie tutte; e, benché in vano,

mille volte iterai l’amato nome.

Mentre cosí tra furïoso e mesto

per la città m’aggiro, e senza fine

la ricerco e la chiamo, ecco davanti

mi si fa l’infelice simulacro

di lei, maggior del solito. Stupii,

m’aggricciai, m’ammutii. Prese ella a dirmi,

e consolarmi: “O mio dolce consorte,

a che sí folle affanno? A gli dèi piace

che cosí segua. A te quinci non lece

di trasportarmi. Il gran Giove mi vieta

ch’io sia teco a provar gli affanni tuoi;

ché soffrir lunghi esigli, arar gran mari

ti converrà pria ch’al tuo seggio arrivi,

che fia poi ne l’Esperia, ove il tirreno

Tebro con placid’onde opimi campi

di bellicosa gente impingua e riga.

Ivi riposo e regno e regia moglie

ti si prepara. Or de la tua diletta

Creúsa, signor mio, piú non ti doglia:

ché i Dòlopi superbi, o i Mirmidóni

non vedranno già me, dardania prole,

e di Prïamo figlia, e nuora a Venere,

né donna lor, né di lor donne ancella:

ché la gran genitrice degli dèi

appo sé tiemmi. Or il mio caro Iulo,

nostro comune amore, ama in mia vece;

e lui conserva, e te consola. Addio”.

Cosí detto, disparve. Io, che dal pianto

era impedito, ed avea molto a dirle,

me le avventai, per ritenerla, al collo;

e tre volte abbracciandola, altrettante,

come vento stringessi o fumo o sogno,

me ne tornai con le man vòte al petto.

E cosí scorsa e consumata indarno

tutta la notte, al poggio mi ritrassi

a’ miei compagni, ove trovai con molta

mia maraviglia d’ogni parte accolta

una gran gente, un miserabil volgo

d’ogni età, d’ogni sesso e d’ogni grado,

a l’esiglio parati, e ‘nsieme additti

a seguir me, dovunque io gli adducessi,

o per mare o per terra. Uscia già d’Ida

la mattutina stella, e ‘l dí n’apria,

quando in dietro mi volsi, e vidi Troia

fumar già tutta; e de la ròcca in cima,

e di sovr’ogni porta inalberate

le greche insegne; onde né via, né speme

rimanendomi piú di darle aíta,

cedei; ripresi il carco, e salsi al monte”.

LIBRO TERZO

“Poi che fu d’Asia il glorïoso regno

e ‘l suo re seco e ‘l suo legnaggio tutto,

com’al cielo piacque, indegnamente estinto,

Ilio abbattuto e la nettunia Troia

desolata e combusta; i santi augúri

spïando, a vari esigli, a varie terre

per ricovro di noi pensando andammo:

e ne la Frigia stessa, a piè d’Antandro,

ne’ monti d’Ida, a fabbricar ne demmo

la nostra armata, non ben certi ancóra

ove il ciel ne chiamasse, e quale altrove

ne desse altro ricetto. Ivi le genti

d’intorno accolte, al mar ne riducemmo,

e n’imbarcammo alfine. Era de l’anno

la stagion prima, e i primi giorni a pena,

quando, sciolte le sarte e date a’ venti

le vele, come volle il padre Anchise,

piangendo abbandonai le rive e i porti

e i campi ove fu Troia, i miei compagni

meco traendo e ‘l mio figlio e i miei numi

a l’onde in preda, e de la patria in bando.

È de la Frigia incontro un gran paese

da’ Traci arato, al fiero Marte additto,

ampio regno e famoso, e seggio un tempo

del feroce Licurgo. Ospiti antichi

s’eran Traci e Troiani; e fin ch’a Troia

lieta arrise fortuna, ebbero entrambi

comuni alberghi. A questa terra in prima

drizzai ‘l mio corso, e qui primieramente

nel curvo lito con destino avverso

una città fondai, che dal mio nome

Enèade nomossi; e mentre intorno

me ne travaglio, e i santi sacrifici

a Venere mia madre ed agli dèi,

che sono al cominciar propizi, indico:

mentre che ‘n su la riva un bianco toro

al supremo Tonante offro per vittima,

udite che m’avvenne. Era nel lito

un picciol monticello, a cui sorgea

di mirti in su la cima e di corniali

una folta selvetta. In questa entrando

per di fronde velare i sacri altari,

mentre de’ suoi piú teneri e piú verdi

arbusti or questo, or quel diramo e svelgo;

orribile a veder, stupendo a dire,

m’apparve un mostro: ché, divelto il primo

da le prime radici, uscîr di sangue

luride gocce, e ne fu ‘l suolo asperso.

Ghiado mi strinse il core; orror mi scosse

le membra tutte; e di paura il sangue

mi si rapprese. Io le cagioni ascose

di ciò cercando, un altro ne divelsi;

ed altro sangue uscinne: onde confuso

vie piú rimasi; e nel mio cor diversi

pensier volgendo, or de l’agresti ninfe,

or del scitico Marte i santi numi

adorando, porgea preghiere umíli,

che di sí fiera e portentosa vista

mi si togliesse, o si temprasse almeno

il diro annunzio. Ritentando ancora,

vengo al terzo virgulto, e con piú forza

mentre lo scerpo, e i piedi al suolo appunto,

e lo scuoto e lo sbarbo (il dico, o ‘l taccio?),

un sospiroso e lagrimabil suono

da l’imo poggio odo che grida e dice:

“Ahi! perché sí mi laceri e mi scempi?

Perché di cosí pio, cosí spietato,

Enea, vèr me ti mostri? A che molesti

un ch’è morto e sepolto? A che contamini

col sangue mio le consanguinee mani?

Ché né di patria, né di gente esterno

son io da te; né questo atro liquore

esce da sterpi, ma da membra umane.

Ah! fuggi, Enea, da questo empio paese:

fuggi da questo abbominevol lito:

ché Polidoro io sono, e qui confitto

m’ha nembo micidiale, e ria semenza

di ferri e d’aste che, dal corpo mio

umor preso e radici, han fatto selva”.

A cotal suon, da dubbia téma oppresso,

stupii, mi raggricciai, muto divenni,

di Polidoro udendo. Un de’ figliuoli

era questi del re, ch’al tracio rege

fu con molto tesoro occultamente

accomandato allor che da’ Troiani

incominciossi a diffidar de l’armi,

e temer de l’assedio. Il rio tiranno,

tosto che a Troia la fortuna vide

volger le spalle, anch’ei si volse, e l’armi

e la sorte seguí de’ vincitori;

sí che, de l’amicizia e de l’ospizio

e de l’umanità rotta ogni legge,

tolse al regio fanciul la vita e l’oro.

Ahi de l’oro empia ed esecrabil fame!

E che per te non osa, e che non tenta

quest’umana ingordigia? Or poi che ‘l gelo

mi fu da l’ossa uscito, a’ primi capi

del popol nostro ed a mio padre in prima

il prodigio refersi, e di ciascuno

il parer ne spiai. “Via, – disser tutti

concordemente – abbandoniam quest’empia

e scelerata terra; andiam lontano

da questo infame e traditore ospizio;

rimettiamci nel mare”. Indi l’esequie

di Polidoro a celebrar ne demmo;

e, composto di terra un alto cumulo,

gli altar vi consacrammo a i numi inferni,

che di cerulee bende e di funesti

cipressi eran coverti. Ivi le donne

d’Ilio, com’è fra noi rito solenne,

vestite a bruno e scapigliate e meste

ulularono intorno; e noi di sopra

di caldo latte e di sacrato sangue

piene tazze spargemmo, e con supremi

richiami amaramente al suo sepolcro

rivocammo di lui l’anima errante.

Né pria ne si mostrâr l’onde sicure,

e fidi i venti, che, del porto usciti,

incontinente ne vedemmo avanti

sparir l’odiosa terra, e gir da noi

di mano in man fuggendo i liti e i monti.

È nel mezzo a l’Egeo, diletta a Dori

ed a Nettuno, un’isola famosa,

che già mobile e vaga intorno a’ liti

agitata da l’onde errando andava,

ma fatta di Latona e de’ suoi figli

ricetto un tempo, dal pietoso arciero

tra Gïaro e Micon fu stretta in guisa,

ch’immota, e cólta, e consacrata a lui,

ebbe poi le tempeste e i vènti a scherno.

Qui porto placidissimo e securo

stanchi ne ricevette, e già smontati

veneravam d’Apollo il santo nido;

quand’ecco Anio suo rege, e rege insieme

e sacerdote, che di sacre bende

e d’onorato alloro il crine adorno,

ne si fa ‘ncontro. Era al mio padre Anchise

già di molt’anni amico; onde ben tosto

lo riconobbe, e con sembiante allegro

lui primamente, indi noi tutti accolti,

n’abbracciò, ne ‘nvitò, seco n’addusse.

Quinci al delúbro, ch’ad Apollo in cima

era d’un sasso anticamente estrutto,

tutti salimmo; ed io devoto orai:

“Danne, padre Timbrèo, propria magione,

e propria terra, ove già stanchi abbiamo

posa e ristoro, e ne da’ stirpe e nido

opportuno, durabile e securo;

danne Troia novella; e de’ Troiani

serba queste reliquie, che avanzate

sono a pena agli storpi, a le ruine,

al foco, a’ Greci, al dispietato Achille.

Mostrane chi ne guidi, ove s’indrizzi

il nostro corso, a qual fia ‘l nostro seggio.

Coi tuoi piú chiari e manifesti augúri,

signor, tu ne predici e tu n’ispira”.

Avea ciò detto a pena, che repente

il limitare, il tempio, e ‘l monte tutto

crollossi intorno; scompigliârsi i lauri;

aprissi, e dagli interni suoi ridotti

mugghiò la formidabile cortina.

Noi riverenti a terra ne gittammo;

e ‘l suon, ch’era confuso, a l’aura uscendo,

articolossi, e cosí dire udissi:

“Dardanidi robusti, onde l’origine

traeste in prima, ivi ancor lieto e fertile

di vostra antica madre il grembo aspettavi.

Di lei dunque cercate; a lei tornatevi:

ch’ivi sovr’ogni gente, in tutti i secoli

domineranno i glorïosi Enèadi,

e la posterità de gli lor posteri”.

Ciò disse Apollo: e del suo detto fessi

infra noi gran letizia e gran bisbiglio,

interrogando e ricercando ognuno

qual paese, qual madre, qual ricetto

ne s’accennasse. Allora il padre Anchise

da lunge i tempi ripetendo e i casi

dei nostri antichi eroi: “Signori, udite –

ne disse, – ch’io darò lume e compenso

a le vostre speranze. È del gran Giove

Creta quasi gran cuna in mezzo al mare

isola chiara, e regno ampio e ferace,

che cento gran città nodrisce e regge.

Ivi sorge un’altr’Ida, onde nomata

fu l’Ida nostra; ond’ha seme e radice

nostro legnaggio: onde primieramente

Teucro, padre maggior de’ maggior nostri

(se ben me ne rammento), errando venne

a le spiagge di Reto, ov’egli elesse

di fondare il suo regno. Ilio non era,

né di Pergamo ancor sorgean le mura

fino in quel tempo: e sol ne l’ime valli

abitavan le genti. Indi a noi venne

la gran Cibele madre; indi son l’armi

de’ Coribanti, indi la selva idea,

e quel fido silenzio, onde celati

son quei nostri misteri, e quei leoni

ch’al carro de la dea son posti al giogo.

Di là dunque veniamo, e là vuol Febo

che si ritorni. Or via seguiamo il fato:

plachiamo i vènti e ne la Creta andiamo,

che non è lunge; e se n’è Giove amico,

anzi tre dí n’approderemo ai liti”.

Ciò detto, a ciascun dio, come conviensi,

sacrificando, due gran tori occise:

e l’un diede a Nettuno e l’altro a Febo:

una pecora negra a la Tempesta;

al Sereno una bianca. Era in quei giorni

fama che Idomeneo, cretese eroe,

da la sua patria e da’ paterni regni

era scacciato; onde di Creta i liti

d’armi, di duce e di seguaci suoi,

nostri nimici, in gran parte spogliati,

stavano a noi senza contesa esposti.

Tosto d’Ortigia abbandonammo i porti;

trapassammo di Nasso i pampinosi

colli, e Bacco onorammo: i verdi liti

di Dònisa, e d’Olëaro varcammo:

giungemmo a Paro, e le sue bianche ripe

lasciammo indietro: indi di mano in mano

l’altre Cícladi tutte e ‘l mar che rotto

da tant’ isole e chiuso ondeggia e ferve;

e seguendo, com’è de’ naviganti

marinaresca usanza, – in Creta! in Creta! –

lietamente gridando, con un vento

che ne feria senza ritegno in poppa,

quasi a volo andavamo; onde ben tosto

de’ Cureti appressammo i liti antichi;

e gli scoprimmo, e v’approdammo alfine.

Giunti che fummo, avidamente diemmi

a fabricar le desïate mura,

e Pergamea da Pergamo le dissi.

Con questo amato nome amore e speme

destai di nuova patria, e studio intenso

d’alzar le mura e di fondar gli alberghi.

Eran le navi in su la rena addotte

per la piú parte; era la gente intenta

a l’arti, a la coltura, ai maritaggi,

ad ogni affare; ed io lor ministrava

leggi e ragioni, e facea templi e strade,

quando fera, improvvisa pestilenza,

ne sopravvenne; e la stagione e l’anno

e gli uomini e gli armenti e l’aria e l’acque

e tutto altro infettonne; onde ogni corpo

o cadeva o languiva; e la semente

e i frutti e l’erbe e le campagne stesse

da la rabbia di Sirio e dal veleno

de l’orribil contage arse e corrotte,

ci negavano il vitto. Il padre mio

per consiglio ne diè che un’altra volta,

rinavigando il navigato mare,

si tornasse in Ortigia, e che di nuovo

ricorrendo di Febo al santo oracolo,

perdon gli si chiedesse, aíta e scampo

da sí maligno e velenoso influsso,

ed alfin del cammino e de la stanza

chiaro ne si traesse indrizzo e lume.

Era già notte, e già dal sonno vinta

posa e ristoro avea l’umana gente,

quando le sacre effigi de’ Penati,

quelle che meco avea tratte dal foco

de la mia patria, quelle stesse in sogno

vive mi si mostrâr veraci e chiare:

tal piena, avversa e luminosa luna

penetrava, per entro al chiuso albergo,

di puri vetri i lucidi spiragli;

e com’eran visibili, appressando

la sponda ov’io giacea, soavemente

mi si fecero avanti, e ‘n cotal guisa

mi confortaro: “Quel che Apollo stesso,

se tornaste in Ortigia, a voi direbbe,

qui mandati da lui vi diciam noi:

e noi siam quei che dopo Troia incensa

per tanti mari a tanti affanni teco

n’uscimmo, e te seguiamo e l’armi tue.

Noi compagni ti siamo, e noi saremo

ch’a la nova città, che tu procuri,

daremo eterno imperio, e i tuoi nipoti

ergeremo a le stelle. Alto ricetto

tu dunque e degno de l’altezza loro

prepara intanto; e i rischi e le fatiche

non rifiutar di piú lontano esiglio.

Cerca loro altro seggio; ergi altre mura

vie piú chiare di queste: ché di Creta

né curiam noi, né lo ti dice Apollo.

Una parte d’Europa è, che da’ Greci

si disse Esperia, antica, bellicosa

e fertil terra. Dagli Enotri cólta,

prima Enotria nomossi: or, com’è fama,

preso d’Italo il nome, Italia è detta.

Questa è la terra destinata a noi.

Quinci Dardano in prima e Iasio usciro;

e Dardano è l’autor del sangue nostro.

Sorgi dunque e riporta al padre Anchise

quel ch’or noi ti diciam, ché diciam vero:

e tu cerca di Còrito e d’Ausonia

l’antiche terre, ché da Giove in Creta

regnar ti s’interdice”. Io di tal vista,

e di tai voci, ch’eran voci e corpi

de’ nostri dèi, non simulacri e sogni

(ché ne vid’io le sacre bende e i volti

spiranti e vivi), attonito e cosperso

di gelato sudore, in un momento

salto dal letto; e con le mani al cielo

e con la voce supplicando, spargo

di doni intemerati i santi fochi.

Riveriti i Penati, al padre Anchise

lieto men vado, e del portento intera-

mente il successo e l’ordine gli espongo.

Incontinente riconobbe il doppio

nostro legnaggio, e i due padri e i due tronchi

de’ cui rami siam noi vette e rampolli;

e d’erro uscito: “Ora io m’avveggio, – disse –

figlio, che segno sei de le fortune

e del fato di Troia; e ciò rincontro

che Cassandra dicea: sola Cassandra

lo previde e ‘l predisse. Ella al mio sangue

augurò questo regno; e questa Italia

e questa Esperia avea sovente in bocca.

Ma chi mai ne l’Esperia avria creduto

che regnassero i Teucri? E chi credea

in quel tempo a Cassandra? Ora, mio figlio,

cediamo a Febo; e ciò che ‘l dio del vero

ne dà per meglio, per miglior s’elegga”.

Ciò disse, e i detti suoi tosto eseguimmo;

ed ancor questa terra abbandonammo,

se non se pochi. N’andavamo a vela

con second’aura; e già d’alto mirando,

non piú terra apparia, ma cielo ed acqua

vedevam solamente, quando oscuro

e denso e procelloso un nembo sopra

mi stette al capo, onde tempesta e notte

ne si fece repente e di piú siti

rapidi uscendo imperversaro i vènti;

s’abbuiò l’aria, abbaruffossi il mare,

e gonfiaro altamente e mugghiâr l’onde.

Il ciel fremendo, in tuoni, in lampi, in folgori

si squarciò d’ogni parte. Il giorno notte

fessi, e la notte abisso: e l’un da l’altro

non discernendo, Palinuro stesso

de la via diffidossi e de la vita.

Cosí tolti dal corso, e quinci e quindi

per lo gran golfo dissipati e ciechi,

da buio e da caligine coverti,

tre soli interi senza luce errammo,

tre notti senza stelle. Il quarto giorno

vedemmo al fin, quasi dal mar risorta,

la terra aprirne i monti e gittar fumo.

Caggion le vele; e i remiganti a pruova,

di bianche schiume il gran ceruleo golfo

segnando, inverso i liti i legni affrettano.

Né prima fui di sí gran rischio uscito,

che giunto nelle Stròfadi mi vidi.

Stròfadi grecamente nominate

son certe isole in mezzo al grande Ionio,

da la fera Celeno e da quell’altre

rapaci e lorde sue compagne Arpie

fin d’allora abitate, che per téma

lasciâr le prime mense, e di Finèo

fu lor chiuso l’albergo. Altro di queste

piú sozzo mostro, altra piú dira peste

da le tartaree grotte unqua non venne.

Sembran vergini a’ volti; uccelli e cagne

a l’altre membra: hanno di ventre un fedo

profluvio, ond’è la piuma intrisa ed irta,

le man d’artigli armate: il collo smunto,

la faccia per la fame e per la rabbia

pallida sempre e raggrinzata e magra.

Tosto che qui sospinti in porto entrammo,

ecco sparsi veggiam per la campagna

senza custodi andar gran torme errando

di cornuti e villosi armenti e greggi.

Smontiamo in terra; e per far carne, prese

l’armi, a predare andiamo, e de la preda

gli dèi chiamiamo e Giove stesso a parte.

Fatta la strage e già parati i cibi

e distese le mense, eravam lungo

al curvo lito a ricrearne assisi,

quand’ecco che da’ monti in un momento

con dire voci e spaventoso rombo

ne si fan sopra le bramose Arpie;

e con gli urti e con l’ali e con gli ugnoni,

col tetro, osceno, abbominevol puzzo

ne sgominâr le mense, ne rapiro,

ne infettâr tutti e i cibi e i lochi e noi.

Era presso un ridotto, ove alta e cava

rupe d’arbori chiusa e d’ombre intorno

facea capace ed opportuno ostello.

Ivi ne riducemmo, e ne le mense

riposti i cibi e ne gli altari i fochi,

a convivar tornammo; ed ecco un’altra

volta d’un’altra parte per occulte

e non previste vie ne si scoverse

l’orribil torma; e con gli adunchi artigli,

co’ fieri denti e con le bocche impure

ghermîr la preda, e ne lasciâr di novo

vòte le mense e scompigliate e sozze.

Allor: “Via, – dico a’ miei – di guerra è d’uopo

contra sí dira gente”. E tutti a l’arme

ed a battaglia incito. Eglino, in guisa

ch’io li disposi, i ferri ignudi e l’aste

e gli scudi e le frombe e i corpi stessi

infra l’erba acquattaro; il lor ritorno

stêro aspettando. Era Miseno in alto

a la veletta asceso; e non piú tosto

scoprir le vide, e schiamazzare udille,

che col canoro suo cavo oricalco

ne diè cenno a’ compagni. Uscîr d’agguato

tutti in un tempo, e nuova zuffa e strana

tentâr contra i marini uccelli in vano:

ché le piume e le terga ad ogni colpo

aveano impenetrabili e secure;

onde securamente al ciel rivolte

se ne fuggiro, e ne lasciâr la preda

sgraffiata, smozzicata e lorda tutta.

Sola Celèno a l’alta rupe in cima

disdegnosa fermossi e, d’infortuni

trista indovina infurïossi, e disse:

“Dunque non basta averne, ardita razza

di Laomedonte, depredati e scórsi

gli armenti e i campi nostri, che ancor guerra,

guerra ancor ne movete? E le innocenti

Arpie scacciar del patrio regno osate?

Ma sentite, e nel cor vi riponete

quel ch’io v’annunzio. Io son Furia suprema

ch’annunzio a voi quel che ‘l gran Giove a Febo,

e Febo a me predice. Il vostro corso

è per l’Italia, e ne l’Italia arete

e porto e seggio. Ma di mura avanti

la città che dal ciel vi si destina

non cingerete, che d’un tale oltraggio

castigo arete; e dira fame a tanto

vi condurrà, che fino anco le mense

divorerete”. E, cosí detto, il volo

riprese in vèr la selva, e dileguossi.

Sgomentaronsi i miei, cadde lor l’ira;

e prieghi, invece d’armi, e voti oprando,

mercé chiesero e pace, o dive o dire

che si fosser l’alate ingorde belve:

e ‘l padre Anchise in su la riva sporte

al ciel le palme, e i gran celesti numi

umilmente invocando, indisse i sacri

a lor dovuti onori: “O dii possenti,

o dii benigni, voi rendete vane

queste minacce; voi di caso tale

ne liberate; e voi giusti e voi buoni

siate pietosi a noi ch’empi non siamo”.

Indi ratto comanda che dal lito

si disciolgano i legni. Entriam nel mare,

spieghiam le vele agli austri, e via per l’onde

spumose a tutto corso in fuga andiamo

là ‘ve ‘l vento e ‘l nocchier ne guida e spinge.

E già d’alto apparir veggiam le selve

di Zacinto; passiam Dulichio e Same;

varchiam Nèrito alpestro; e via fuggendo,

e bestemmiando, trapassiam gli scogli

d’Itaca, imperio di Laerte, e nido

del fraudolente Ulisse. Indi ne s’apre

il nimboso Leucàte, e quel che tanto

a’ naviganti è spaventoso, Apollo.

Ivi stanchi approdammo; ivi gittate

l’àncore, ed accostati i legni al lito,

ne la picciola sua cittade entrammo.

Grata vie piú quanto sperata meno

ne fu la terra; onde purgati ergemmo

altari e vóti, ed ostie a Giove offrimmo.

E d’Azio in su la riva festeggiando,

ignudi ed unti, uscîr de’ miei compagni

i piú robusti, e, com’è patria usanza,

varie palestre a lotteggiar si diêro:

gioiosi che per tanto mare e tante

greche terre inimiche a salvamento

fosser tant’oltre addotti. Era de l’anno

compito il giro, e i gelidi aquiloni

infestavano il mare; ond’io lo scudo,

che di forbito e concavo metallo

fu già del grande Abante insegna e spoglia,

con un tal motto in su le porte appesi:

A’ GRECI VINCITORI ENEA LEVOLLO,

ED A TE ‘L SACRA, APOLLO. Indi al mar giunti

ne rimbarcammo: e remigando a gara,

fummo in un tempo de’ Feaci a vista,

e gli varcammo: poi rivolti a destra,

costeggiammo l’Epiro, e di Caonia

giungemmo al porto, ed in Butroto entrammo.

Qui cosa udii, che meraviglia e gioia

mi porse insieme; e fu, ch’Eleno, figlio

di Prïamo re nostro, era a quel regno

di greche terre assunto, e che di Pirro

e del suo scettro e del suo letto erede

troiano sposo a la troiana Andromache

s’era congiunto. Arsi d’immenso amore

di visitarlo, e di spïar da lui

come ciò fosse; e de l’armata uscendo,

scesi nel lito, e me n’andai con pochi

a ritrovarlo. Era quel giorno a sorte

Andromache regina in su la riva

del nuovo Simoenta a far solenne

sepolcral sacrificio; e, come è rito

de la mia patria, avea, fra due grand’are

di verdi cespi una gran tomba eretta,

monumento di lagrime e di duolo.

ove con tristi doni e con lugúbri

voci del grand’Ettòr l’anima e ‘l nome

chiamando, il finto suo corpo onorava.

Poiché venir mi vide, e che di Troia

avvisò l’armi, e me conobbe, un mostro

veder le parve, e forsennata e stupida

fermossi in prima; indi gelata e smorta

disvenne e cadde; e dopo molto, a pena

risensando, mirommi, e cosí disse:

“Oh! sei tu vero, o pur mi sembri Enea?

Sei corpo od ombra? Se da’ morti udito

è il mio richiamo, Ettòr perché te manda?

Perch’ei teco non viene? E sei tu certo

nunzio di lui?” Ciò detto, lagrimando,

empia di strida e di lamenti i campi.

Io di pietà e di duol confuso, a pena

in poche voci, e quelle anco interrotte,

snodai la lingua: “Io vivo, se pur vita

è menar giorni sí gravosi e duri:

ma cosí spiro ancora, e veramente

son io quel che ti sembro. O da qual grado

scaduta, e da quanto inclito marito!

Andromache d’Ettòr a Pirro, a Pirro

fosti congiunta? Or qual altra piú lieta

t’incontra, e piú di te degna fortuna?”

Abbassò ‘l volto, e con sommessa voce

cosí rispose: “O fortunata lei

sovr’ogni donna, che regina e vergine,

ne la sua patria a sacrificio offerta,

del nimico fu vittima e non preda,

né del suo vincitor serva né donna:

io dopo Troia incensa, e dopo tanti

e tanti arati mari, a servir nata,

de la stirpe d’Achille il giogo e ‘l fasto,

e ‘l superbo suo figlio a soffrir ebbi.

Questi poi con Ermïone congiunto,

e lei, che de la razza era di Leda

e del sangue di Sparta, a me preposta,

volle ch’Eleno ed io, servi ambidue,

n’accoppiassimo insieme. Oreste intanto,

che tôr l’amata sua donna si vide,

da l’amore infiammato e da le faci

de le furie materne, anzi agli altari

del padre Achille, insidïosamente

tolse la vita a lui. Per la sua morte

fu ‘l suo regno diviso; e questa parte

de la Caonia ad Eleno ricadde,

che dal nome di Càone troiano

cosí l’ha detta, come disse ancora

Ilio da l’Ilio nostro questa ròcca

che qui su vedi; e Simoenta e Pergamo

queste picciole mura e questo rivo.

Ma te quai vènti, o qual nostra ventura

ha qui condotto, fuor d’ogni pensiero

di noi certo, e tuo forse? Ascanio nostro

vive? cresce? che fa? come ha sentito

la morte di Creúsa? E qual presagio

ne dà ch’Enea suo padre, Ettor suo zio

si rinnovino in lui?” Cotali Andromache

spargea pianti e parole; ed ecco intanto

il teucro eroe che de la terra uscendo,

con molti intorno a rincontrar ne venne.

Tosto che n’adocchiò, meravigliando

ne conobbe, n’accolse, e lietamente

seco n’addusse, de’ comuni affanni

molto con me, mentre andavamo, anch’egli

ragionando e piangendo. Entrammo al fine

ne la picciola Troia, e con diletto

un arido ruscello, un cerchio angusto

sentii con finti e rinnovati nomi

chiamar Pergamo e Xanto; e de la Scea

porta entrando abbracciai l’amata soglia.

Cosí fecero i miei, meco godendo

l’amica terra, come propria e vera

fosse lor patria. Il re le sale e i portici

di mense empiendo, fe’ lor cibi e vini

da’ regii servi realmente esporre

con vaselli d’argento e coppe d’oro.

Passato il primo giorno e l’altro appresso,

soffiâr prosperi i vènti; ond’io commiato

a l’indovino re chiedendo, seco

mi ristrinsi e gli dissi: “Inclito sire,

cui non son degli dèi le menti occulte,

che Febo spiri e ‘l tripode e gli allori

del suo tempio dispensi, e de le stelle

e de’ volanti ogni secreto intendi,

danne certo, ti priego, indicio e lume

de le nostre venture. Il nostro corso,

com’ogni augurio accenna ed ogni nume

ne persuade, è per l’Italia; e lieto

e fortunato ancor ne si promette

infino a qui. Sola Celeno Arpia

novi e tristi infortuni, e fame ed ira

degli dèi ne minaccia. Io da te chieggio

avvertenze e ricordi, onde sia saggio

a tai perigli, e forte a tanti affanni”.

Qui pria solennemente Eleno, occisi

i dovuti giovenchi, in atto umíle

impetrò dagli dèi favore e pace;

poscia, raccolto in sé, le bende sciolse

del sacro capo; e me, cosí com’era

a tanto officio attonito e sospeso,

per man prendendo, a la febèa spelonca

m’addusse avanti, e con divina voce

intonando proruppe: “O de la dea

pregiato figlio (quando a gran fortuna

è chiaro in prima che ‘l tuo corso è vòlto;

tal è del ciel, de’ fati e di colui

che gli regge, il voler, l’ordine e ‘l moto),

io di molte e gran cose che antiveggo

del tuo peregrinaggio, acciò piú franco

navighi i nostri mari, e ‘l porto ausonio,

quando che sia, securamente attinga,

poche ne ti dirò, ch’a te le Parche

vietan che piú ne sappi; ed a me Giuno,

ch’io piú te ne riveli. In prima il porto,

e l’Italia che cerchi, e sí vicina

ti sembra, è da tal via, da tanti intrichi

scevra da te, ch’anzi che tu v’aggiunga,

ti parrà malagevole, e lontana

piú che non credi; e ti fia d’uopo avanti

stancar piú volte i remiganti e i remi,

e ‘l mar de la Sicilia e ‘l mar Tirreno,

e i laghi inferni e l’isola di Circe

cercar ti converrà, pria che vi fondi

securo seggio. Io di ciò chiari segni

darotti, e tu ne fa nota e conserva.

Quando piú stanco e travagliato a riva

sarai d’un fiume, u’ sotto un’elce accolta

sarà candida troia, ed arà trenta

candidi figli a le sue poppe intorno,

allor di’: – Questo è ‘l segno e ‘l tempo e ‘l loco

da fermar la mia sede, e questo è ‘l fine

de’ miei travagli -. Or che l’ingorda fame

addur ti deggia a trangugiar le mense,

comunque avvenga, i fati a ciò daranno

opportuno compenso; e questo Apollo

invocato da voi presto saravvi.

Queste terre d’Italia e questa riva

vèr noi vòlta e vicina ai liti nostri,

è tutta da’ nimici e da’ malvagi

Greci abitata e cólta: e però lunge

fuggi da loro. I Locri di Narizia

qui si posaro; e qui ne’ Salentini

i suoi Cretesi Idomeneo condusse;

qui Filottete il melibeo campione

la piccioletta sua Petilia eresse.

Fuggili, dico, e quando anco varcato

sarai di là ne l’alto lito, intento

a sciôrre i vóti, di purpureo ammanto

ti vela il capo, acciò tra i santi fochi,

mentre i tuoi numi adori, ostile aspetto

te coi tuoi sacrifici non conturbi:

e questo rito poi sia castamente

da te servato e da’ nepoti tuoi.

Quinci partito, allor che da vicino

scorgerai la Sicilia, e di Peloro

ti si discovrirà l’angusta foce,

tienti a sinistra, e del sinistro mare

solca pur via quanto a di lungo intorno

gira l’isola tutta, e da la destra

fuggi la terra e l’onde. È fama antica

che questi or due tra lor disgiunti lochi

erano in prima un solo, che per forza

di tempo, di tempeste e di ruine

(tanto a cangiar queste terrene cose

può de’ secoli il corso), un dismembrato

fu poi da l’altro. Il mar fra mezzo entrando

tanto urtò, tanto róse, che l’esperio

dal sicolo terreno alfin divise:

e i campi e le città, che in su le rive

restaro, angusto freto or bagna e sparte.

Nel destro lato è Scilla; nel sinistro

è l’ingorda Cariddi. Una vorago

d’un gran baratro è questa, che tre volte

i vasti flutti rigirando assorbe,

e tre volte a vicenda li ributta

con immenso bollor fino a le stelle.

Scilla dentro a le sue buie caverne

stassene insidïando; e con le bocche

de’ suoi mostri voraci, che distese

tien mai sempre ed aperte, i naviganti

entro al suo speco a sé tragge e trangugia.

Dal mezzo in su la faccia, il collo e ‘l petto

ha di donna e di vergine; il restante,

d’una pistrice immane, che simíli

a’ delfini ha le code, ai lupi il ventre.

Meglio è con lungo indugio e lunga volta

girar Pachino e la Trinacria tutta,

che, non ch’altro, veder quell’antro orrendo,

serntir quegli urli spaventosi e fieri

di quei cerulei suoi rabbiosi cani.

Oltre a ciò, se prudenti, se fedeli

sembrar ti può che sian d’Eleno i detti,

e se scarso non m’è del vero Apollo,

sovr’a tutto io t’accenno, ti predico,

ti ripeto piú volte e ti rammento,

la gran Giunone invoca: a Giunon vóti

e preghi e doni e sacrifici offrisci

devotamente; che, lei vinta alfine,

terrai d’Italia il desïato lito.

Giunto in Italia, allor che ne la spiaggia

sarai di Cuma, il sacro averno lago

visita, e quelle selve e quella rupe,

ove la vecchia vergine Sibilla

profetizza il futuro, e ‘n su le foglie

ripone i fati: in su le foglie, dico,

scrive ciò che prevede, e ne la grotta

distese ed ordinate, ove sian lette,

in disparte le lascia. Elle serbando

l’ordine e i versi, ad uopo de’ mortali

parlan de l’avvenire, e quando, aprendo

talor la porta, il vento le disturba,

e van per l’antro a volo, ella non prende

piú di ricôrle e d’accozzarle affanno;

onde molti delusi e sconsigliati

tornan sovente, e mal di lei s’appagano.

Tu per soverchio che ti sembri indugio,

per richiamo de’ vènti o de’ compagni,

non lasciar di vederla, e d’impetrarne

grazia, che di sua bocca ti risponda,

e non con frondi. Ella daratti avviso

d’Italia, de le guerre e de le genti

che ti fian contra; e mostreratti il modo

di fuggir, di soffrir, d’espugnar tutte

le tue fortune, e di condurti in porto.

Questo è quel che m’occorre, o che mi lice

ch’io ti ricordi. Or vanne, e co’ tuoi gesti

te porta e i tuoi con la gran Troia al cielo”.

Poscia che ciò come profeta disse,

comandò come amico ch’a le navi

gli portassero i doni, opre e lavori

ch’avea d’oro e d’avorio apparecchiati,

e gran masse d’argento e gran vaselli

di dodonèo metallo: una lorica

di forbite azzimine; e rinterzate

maglie, dentro d’acciaro e ‘ntorno d’oro,

una targa, un cimiero, una celata,

ond’era a pompa ed a difesa armato

Nëottòlemo altero. Il vecchio Anchise

ebbe anch’egli i suoi doni: ebber poi tutti

cavalli e guide; e fu di remi e d’armi

ciascun legno provvisto; e perché ‘l vento

che secondo feria, non punto indarno

spirasse, ordine avea di sciôr le vele

già dato Anchise, a cui con molto onore

si fece Eleno avanti, e cosí disse:

“O ben degno a cui fosse amica e sposo

la gran madre d’Amore: o de’ celesti

sovrana cura, ch’a l’eccidio avanzi

già due volte di Troia, eccoti a vista

giunto d’Italia. A questa il corso indrizza:

ma fa mestier di volteggiarla ancora

con lungo giro, poiché lunge assai

è la parte di lei che Apollo accenna.

Or lieto te ne va, padre felice

di sí pietoso figlio. Io, già che l’aura

sí vi spira propizia, indarno a bada

piú non terrovvi”. Indi la mesta Andromache

fece con tutti, e con Ascanio al fine

la suprema partenza. Arnesi d’oro

guarniti e ricamati, e drappi e giubbe

di moresco lavoro, ed altri degni

di lui vestiti e fregi, e ricca e larga

copia di biancherie donogli, e disse:

“Prendi, figlio, da me quest’opre uscite

da le mie mani, e per memoria tienle

del grande e lungo amor che sempre avratti

Andromache d’Ettorre; ultimi doni

che ricevi da’ tuoi. Tu mi sei, figlio,

quell’unico sembiante che mi resta

d’Astïanatte mio. Cosí la bocca,

cosí le man, cosí gli occhi movea

quel mio figlio infelice; e, d’anni eguale

a te, del pari or saria teco in fiore”.

Ed io da loro, anzi da me partendo,

con le lagrime agli occhi al fin soggiunsi:

“Vivete lieti voi, cui già la sorte

vostra è compita: noi di fato in fato,

di mare in mar tapini andrem cercando

quel che voi possedete. A noi l’Italia

tanto ognor se ne va piú lunge, quanto

piú la seguiamo; e voi già la sembianza

d’Ilio e di Troia in pace vi godete,

regno e fattura vostra. Ah! che de l’altra

sia sempre e piú felice e meno esposta

a le forze de’ Greci. Io, s’unqua il Tebro

vedrò, se fia giammai che ne’ suoi campi

sorgan le mura destinate a noi;

come la nostra Esperia e ‘l vostro Epiro

si son vicini, e come ambe le terre

fien vicine e cognate, ed ambe avranno

Dardano per autore, e per fortuna

un caso stesso; cosí d’ambedue

mi proporrò che d’animi e d’amore

siamo una Troia: e ciò perpetua cura

sia de’ nostri nipoti”. Entrati in mare,

ne spingemmo oltre a gli Ceràuni monti

a Butroto vicini, onde a le spiagge

si fa d’Italia il piú breve tragitto.

Già dechinava il sole, e crescean l’ombre

de’ monti opachi, quando a terra vòlti

col desire e co’ remi in su la riva

pur n’adducemmo, e procurammo a’ corpi

cibo, riposo e sonno. Ancor la notte

non era al mezzo, che del suo stramazzo

surse il buon Palinuro; e poscia ch’ebbe

con gli orecchi spiati il vento e ‘l mare,

mirò le stelle, contemplò l’Arturo,

l’Iadi piovose, i gemini Trïoni,

ed Orïone armato; e, visto il cielo

sereno e ‘l mar sicuro, in su la poppa

recossi, e ‘l segno dienne. Immantinente

movemmo il campo, e quasi in un baleno

giunti e posti nel mar, vela facemmo.

Avea l’Aurora già vermiglia e rancia

scolorite le stelle, allor che lunge

scoprimmo, e non ben chiari, i monti in prima,

poscia i liti d’Italia. – Italia! – Acate

gridò primieramente. – Italia! Italia! –

da ciascun legno ritornando allegri

tutti la salutammo. Allora Anchise

con una inghirlandata e piena tazza

in su la poppa alteramente assiso:

“O del pelago – disse – e de la terra,

e de le tempeste numi possenti,

spirate aure seconde, e vèr l’Ausonia

de’ nostri legni agevolate il corso”.

Rinforzaronsi i vènti; apparve il porto

piú da vicino; apparve al monte in cima

di Pallade il delúbro. Allor le vele

calammo, e con le prore a terra demmo.

È di vèr l’Orïente un curvo seno

in guisa d’arco, a cui di corda in vece

sta d’un lungo macigno un dorso avanti,

ove spumoso il mar percuote e frange.

Ne’ suoi corni ha due scogli, anzi due torri,

che con due braccia il mar dentro accogliendo,

lo fa porto e l’asconde; e sovra al porto

lunge dal lito è ‘l tempio. Ivi smontati,

quattro destrier vie piú che neve bianchi,

che pascevano il campo, al primo incontro

per nostro augurio avemmo. “Oh! – disse Anchise, –

guerra ne si minaccia; a guerra additti

sono i cavalli; o pur sono anco al carro

talvolta aggiunti, e van del pari a giogo:

guerra fia dunque in prima, e pace dopo”.

Quinci devoti venerammo il nume

de l’armigera Palla, a cui gioiosi

prima il corso indrizzammo. In su la riva

altari ergemmo; e noi d’intorno, come

Eleno ci ammoní, le teste avvolte

di frigio ammanto, a la gran Giuno argiva

preghiere e doni e sacrifici offrimmo.

Poiché solennemente i prieghi e i vóti

furon compiti, al mar ne radducemmo

immantinente; e rivolgendo i corni

de le velate antenne, il greco ospizio

e ‘l sospetto paese abbandonammo.

E prima il tarentino erculeo seno

(se la sua fama è vera) a vista avemmo;

poscia a rincontro di Lacinia il tempio,

la ròcca di Caulóne e ‘l Scillacèo,

onde i navili a sí gran rischio vanno;

indi ne la Trinacria al mar discosto

d’Etna il monte vedemmo, e lunge udimmo

il fremito, il muggito, i tuoni orrendi

che facean ne’ suoi liti e ‘ntorno a’ sassi

e dentro a le caverne i flutti e i fuochi,

al ciel ruttando insieme il mare e ‘l monte

fiamme, fumo, faville, arene e schiuma.

Qui disse il vecchio Anchise:

“È forse questa

quella Cariddi? Questi scogli certo,

e questi sassi orrendi Eleno dianzi

ne profetava. Via, compagni, a’ remi

tutti in un tempo, e vincitori usciamo

d’un tal periglio”. Palinuro il primo

rivolse la sua vela e la sua proda

al manco lato; e ciò gli altri seguendo,

con le sarte e co’ remi in un momento

ne gittammo a sinistra; e ‘l mar sorgendo

prima al ciel ne sospinse; indi calando,

ne l’abisso ne trasse. In ciò tre volte

mugghiar sentimmo i cavernosi scogli,

e tre volte rivolti in vèr le stelle

d’umidi sprazzi e di salata schiuma

il ciel vedemmo rugiadoso e molle.

Eravam lassi; e ‘l vento e ‘l sole insieme

ne mancâr sí, che del vïaggio incerti

disavvedutamente a le contrade

de’ Ciclopi approdammo. È per se stesso

a’ vènti inaccessibile e capace

di molti legni il porto ove giugnemmo;

ma sí d’Etna vicino, che i suoi tuoni

e le sue spaventevoli ruine

lo tempestano ognora. Esce talvolta

da questo monte a l’aura un’atra nube

mista di nero fumo e di roventi

faville, che di cenere e di pece

fan turbi e groppi, ed ondeggiando a scosse

vibrano ad ora ad or lucide fiamme

che van lambendo a scolorir le stelle;

e talvolta, le sue viscere stesse

da sé divelte, immani sassi e scogli

liquefatti e combusti al ciel vomendo

in fin dal fondo romoreggia e bolle.

È fama, che dal fulmine percosso

e non estinto, sotto a questa mole

giace il corpo d’Encèlado superbo;

e che quando per duolo e per lassezza

ei si travolve, o sospirando anela,

si scuote il monte e la Trinacria tutta;

e del ferito petto il foco uscendo

per le caverne mormorando esala,

e tutte intorno le campagne e ‘l cielo

di tuoni empie e di pomici e di fumo.

A questi mostri tutta notte esposti,

entro una selva stemmo, non sapendo

le cagion d’essi, e di cercarle ogn’uso

ne si togliea, poiché ‘l paese conto

non c’era: né stellato, né sereno

si vedea ‘l ciel, ma fosco e nubiloso,

e tra le nubi era la luna ascosa.

Già del giorno seguente era il mattino,

e ‘l chiaro albore avea l’umido velo

tolto dal mondo, quando ecco dal bosco

ne si fa ‘ncontro un non mai visto altrove

di strana e miserabile sembianza,

scarno, smunto e distrutto: una figura

piú di mummia che d’uomo. Avea la barba

lunga, le chiome incolte, indosso un manto

ricucito di spini: orrido tutto,

e squallido e difforme, con le mani

verso il lito distese, a lento passo

venia mercé chiedendo. Era costui,

come prima ne parve e poscia udimmo,

greco, e di quei che militaro a Troia.

Onde noi per Troiani e i nostri arnesi

e le nostr’armi conoscendo, in prima

attonito fermossi; e poscia quasi

rincomato a noi venne e con preghiere

e con pianto ne disse: “Oh! se le stelle,

se gli dèi, se quest’aura onde spiriamo,

generosi e magnanimi Troiani,

serbin la vita a voi, quinci mi tolga

la pietà vostra, e vosco m’adducete,

ove che sia; ché mi fia questo assai;

poi ch’io son greco, e di quei Greci ancora

che venner (lo confesso) a i danni vostri.

Se ‘l fallo è tale, e se ‘l vostro odio è tanto

ch’io ne deggia morir, morte mi date,

e (se cosí v’aggrada) a brano a brano

mi lanïate, e ne fate esca a’ pesci;

ché se per man d’umana gente io pèro,

perir mi giova”. E, cosí detto, a’ piedi

ne si gittò. Noi l’esortammo a dire

chi fosse e di che patria e di che sangue,

e qual era il suo caso. Il vecchio Anchise

la sua destra gli porse, e con tal pegno

l’affidò di salute; ond’ei securo

tosto soggiunse: “Itaca è patria mia,

Achemènide il nome. Io fui compagno

de l’infelice Ulisse; e venni a Troia,

la povertà del mio padre Adamasto

fuggendo (cosí povero mai sempre

foss’io stato con lui!); qui capitai

con esso Ulisse; e qui, mentr’ei fuggia

con gli altri suoi questo crudele ospizio,

per téma abbandonommi e per oblio

ne l’antro del Ciclopo. È questo un antro

opaco, immenso, che macello è sempre

d’umana carne, onde ancor sempre intriso

è di sanie e di sangue: ed è ‘l Ciclopo

un mostro spaventoso, un che col capo

tocca le stelle (o Dio, leva di terra

una tal peste!), ch’a mirarlo solo,

solo a parlarne, orror sento ed angoscia.

Pascesi de le viscere e del sangue

de la misera gente; ed io l’ho visto

con gli occhi miei nel suo speco rovescio

stender le branche e, due presi de’ nostri,

rotargli a cerco e sbattergli e schizzarne

infra quei tufi le midolle e gli ossi.

Vist’ho quando le membra de’ meschini

tiepide, palpitanti e vive ancora,

di sanguinosa bava il mento asperso,

frangea co’ denti a guisa di maciulla.

Ma nol soffrí senza vendetta Ulisse;

né di se stesso in sí mortal periglio

punto oblïossi; ché non prima steso

lo vide ebbro e satollo a capo chino

giacer ne l’antro, e sonnacchioso e gonfio

ruttar pezzi di carne e sangue e vino,

che ne restrinse; ed invocati in prima

i santi numi, divisò le veci

sí che parte il tenemmo in terra saldo,

parte, con un gran palo al foco aguzzo,

sopra gli fummo; e quel ch’unico avea

di targa e di febèa lampade in guisa

sotto la torva fronte occhio rinchiuso,

gli trivellammo, vendicando alfine,

col tôr la luce a lui, l’ombre de’ nostri.

Ma voi che fate qui? ché non fuggite,

miseri voi? Fuggite, e senza indugio

tagliate il fune e v’allargate in mare;

che cosí smisurati e cosí fieri,

com’è costui che Polifemo è detto,

ne son via piú di cento in questo lito,

tutti Ciclopi, e tutti antropofàgi,

che vanno il dí per questi monti errando.

Già visto ho la cornuta e scema luna

tornar tre volte luminosa e tonda,

da che son qui tra selve e tra burroni

con le fere vivendo. Entro una rupe

è ‘l mio ricetto; e quindi, benché lunge

gli miri, ad or ad or d’avergl’intorno

mi sembra, e ‘l suon n’abborro e ‘l calpestio

de la voce e de’ piè. Pascomi d’erbe,

di còccole e di more e di corniali,

e di tali altri cibi acerbi e fieri:

vita e vitto infelice. In questo tempo,

quanto ho scoperto intorno, unqua non vidi

ch’altro legno giammai qui capitasse,

salvo ch’i vostri. A voi dunque del tutto

m’addico: e, che che sia, parrammi assai

fuggir questa nefanda e dira gente.

Voi, pria che qui lasciarmi, ogni supplicio

mi date ed ogni morte”. A pena il Greco

avea ciò detto, ed ecco in su la vetta

del monte avverso Polifemo apparve.

Sembrato mi sarebbe un altro monte

a cui la gregge sua pascesse intorno,

se non che si movea con essa insieme,

e torreggiando, inverso la marina

per l’usato sentier se ne calava.

Mostro orrendo, difforme e smisurato,

che avea come una grotta oscura in fronte

in vece d’occhio, e per bastone un pino,

onde i passi fermava. Avea d’intorno

la greggia a’ piedi, e la sampogna al collo,

quella il suo amore, e questa il suo trastullo,

ond’orbo alleggeriva il duolo in parte.

Giunto a la riva, entrò ne l’onde a guazzo:

e pria de l’occhio la sanguigna cispa

lavossi, ad or ad or per ira i denti

digrignando e fremendo: indi si stese

per entro ‘l mare, e nel piú basso fondo

fu pria co’ piè che non fûr l’onde a l’anche.

Noi per paura, ricevuto in prima,

come ben meritò, l’ospite greco,

di fuggir n’affrettammo; e chetamente

sciolte le funi, a remigar ne demmo

piú che di furia. Udí ‘l Ciclopo il suono

e ‘l trambusto de’ remi; e vòlti i passi

vèr quella parte e ‘l suo gran pino a cerco,

poiché lungi sentinne, e lungamente

pensò seguirne per l’Ionio in vano,

trasse un mugghio, che ‘l mare e i liti intorno

ne tremâr tutti; ne sentí spavento

fino a l’Italia; ne tonaron quanti

la Sicania avea seni, Etna caverne.

L’udir gli altri Ciclopi, e da le selve

e da’ monti calando, in un momento

corsero al porto, e se n’empiero i liti.

Gli vedevam da lunge in su l’arena,

quantunque indarno, minacciosi e torvi

stender le braccia a noi, le teste al cielo:

concilio orrendo, ché ristretti insieme

erano quai di querce annose a Giove,

di cipressi coniferi a Dïana

s’ergono i boschi alteramente a l’aura.

Fero timor n’assalse; e da l’un canto

pensammo di lasciar che ‘l vento stesso

ne portasse a seconda ovunque fosse,

purché lunge da loro; ma da l’altro,

d’Eleno ce ‘l vietava il detto espresso,

che per mezzo di Scilla e di Cariddi

passar non si dovesse a sí gran rischio,

e di sí poco spazio e quinci e quindi

scevri da morte. In questa, che già fermi

eravam di voltar le vele a dietro,

ecco che da lo stretto di Peloro,

ne vien Bora a grand’uopo, onde repente

a la sassosa foce di Pantagia,

al megarico seno, ai bassi liti

ne trovammo di Tapso. In cotal guisa

riferiva Achemenide, compagno

che s’è detto d’Ulisse, esser nomati

quei lochi, onde pria seco era passato.

Giace de la Sicania al golfo avanti

un’isoletta che a Plemmirio ondoso

è posta incontro, e dagli antichi è detta

per nome Ortigia. A quest’isola è fama

che per vie sotto al mare il greco Alfeo

vien da Dòride intatto, infin d’Arcadia

per bocca d’Aretusa a mescolarsi

con l’onde di Sicilia. E qui del loco

venerammo i gran numi; indi varcammo

del paludoso Eloro i campi opimi.

Rademmo di Pachino i sassi alpestri,

scoprimmo Camarina, e ‘l fato udimmo,

che mal per lei fôra il suo stagno asciutto.

La pianura passammo de’ Geloi,

di cui Gela è la terra, e Gela il fiume.

Molto da lunge il gran monte Agragante

vedemmo, e le sue torri e le sue spiagge

che di razze fur già madri famose.

Col vento stesso indietro ne lasciammo

la palmosa Seline; e ‘n su la punta

giunti di Lilibeo, tosto girammo

le sue cieche seccagne, e ‘l porto alfine

del mal veduto Drepano afferrammo.

Qui, lasso me! da tanti affanni oppresso,

a tanti esposto, il mio diletto padre,

il mio padre perdei. Qui stanco e mesto,

padre, m’abbandonasti; e pur tu solo

m’eri in tante gravose mie fortune

quanto avea di conforto e di sostegno.

Ohimè! che indarno da sí gran perigli

salvo ne ti rendesti. Ah, che fra tanti

orrendi e miserabili infortuni,

ch’Eleno ci predisse e l’empia Arpia,

questo non era già, ch’era il maggiore!

Oh fosse questo ancor l’ultimo affanno,

com’è l’ultimo corso! Ché partendo

da Drepano, se ben fera tempesta

qui m’ha gittato, certo amico nume

m’ha, benigna regina, a voi condotto”.

Cosí da tutti con silenzio udito,

poich’ebbe Enea distesamente esposto

la ruina di Troia e i rischi e i fati

e gli error suoi, fece qui fine e tacque.

LIBRO QUARTO

Ma la regina d’amoroso strale

già punta il core, e ne le vene accesa

d’occulto foco, intanto arde e si sface;

e de l’amato Enea fra sé volgendo

il legnaggio, il valore, il senno, l’opre,

e quel che piú le sta ne l’alma impresso,

soave ragionar, dolce sembiante,

tutta notte ne pensa e mai non dorme.

Sorgea l’Aurora, quando surse anch’ella

cui le piume parean già stecchi e spini;

e con la sua diletta e fida suora

si ristrinse e le disse: “Anna sorella,

che vigilie, che sogni, che spaventi

son questi miei? che peregrino è questo

che qui novellamente è capitato?

Vedestu mai sí grazioso aspetto?

Conoscesti unqua il piú saggio, il piú forte,

e ‘l piú guerriero? Io credo (e non è vana

la mia credenza) che dal ciel discenda

veracemente. L’alterezza è segno

d’animi generosi. E che fortune,

e che guerre ne conta! Io, se non fusse

che fermo e stabilito ho nel cor mio

che nodo marital piú non mi stringa,

poiché ‘l primo si ruppe, e se d’ognuno

schiva non fossi, solamente a lui

forse m’inchinerei. Ché, a dirti ‘l vero,

Anna mia, da che morte e l’empio frate

mi privâr di Sichèo, sol questi ha mosso

i miei sensi e ‘l mio core, e solo in lui

conosco i segni de l’antica fiamma.

Ma la terra m’ingoi, e ‘l ciel mi fulmini,

e ne l’abisso mi trabocchi in prima

ch’io ti vïoli mai, pudico amore.

Col mio Sichèo, con chi pria mi giungesti,

giungimi sempre, e ‘ntemerato e puro

entro al sepolcro suo seco ti serba”.

E qui piangendo e sospirando tacque.

Anna rispose: “O piú de la mia vita

stessa, amata sorella, adunque sola

vuoi tu vedova sempre e sconsolata

passar questi tuoi verdi e florid’anni?

Abbiti insino a qui fatto rifiuto

e del getúlo Iarba e di tant’altri

possenti, generosi e ricchi duci

peni e fenici; ch’io di ciò ti scuso,

com’allor dolorosa, e non amante.

Ma poich’ami, ad amor sarai rubella,

e ritrosa a te stessa? Ah! non sovvienti

qual cinga il tuo reame assedio intorno?

com’ha gl’insuperabili Getúli

da l’una parte, i Numidi da l’altra,

fera gente e sfrenata? indi le secche,

quinci i deserti, e piú da lunge infesti

i feroci Barcèi? Taccio le guerre

che già sorgon di Tiro, e le minacce

del fiero tuo fratello. Io penso certo

che la gran Giuno, e tutto ‘l ciel benigno

ne si mostrasse allor che a’ nostri liti

questi legni approdaro. O qual cittade,

qual imperio fia questo ! Quanto onore,

quanto pro, quanta gloria a questo regno

ne verrà, quando ei teco, e l’armi sue

saran giunte a le nostre! Or via, sorella,

porgi preci a gli dèi, fa’ vezzi a lui,

assecuralo, onoralo, intrattienlo:

ché ‘l crudo verno, il tempestoso mare,

il piovoso Orïone, i vènti, il cielo,

le sconquassate navi in ciò ne dànno

mille scuse di mora e di ritegno”.

Con questo dir, che fu qual aura al foco

ond’era il cor de la regina acceso,

l’infiammò, l’incitò, speme le diede

e vergogna le tolse. Andaro in prima

a visitare i templi, a chieder pace

e favor de’ celesti, a porger doni,

a far d’elette pecorelle offerta

a Cerere, ad Apollo, al padre Bacco,

e, pria che a tutti gli altri, a la gran Giuno,

cui son le nozze e i maritaggi a cura.

La regina ella stessa ornata e bella

tien d’oro un nappo, e fra le corna il versa

d’una candida vacca; o si ravvolge

intorno a’ pingui altari, ed ogni giorno

rinnova i doni, e de le aperte vittime

le palpitanti fibre, i vivi moti,

e le spiranti viscere contempla,

e con lor si consiglia. O menti sciocche

de gl’indovini! E che ponno i delúbri,

e i vóti, esterni aiuti, a mal ch’è dentro?

Nel cor, ne le midolle e ne le vene

è la piaga e la fiamma, ond’arde e père.

Arde Dido infelice, e furïosa

per tutta la città s’aggira e smania:

qual ne’ boschi di Creta incauta cerva

d’insidïoso arcier fugge lo strale

che l’ha già colta; e seco, ovunque vada,

lo porta al fianco infisso. Or a diporto

va con Enea per la città, mostrando

le fabbriche, i disegni e le ricchezze

del suo novo reame; or disïosa

di scoprirgli il suo duol, prende consiglio:

poi non osa, o s’arresta. E quando il giorno

va dechinando, a convivar ritorna,

e di nuovo a spïar de gli accidenti

e de’ fati di Troia, e nuovamente

pende dal volto del facondo amante.

Tolti da mensa, allor che notte oscura

in disparte gli tragge, e che le stelle

sonno, dal ciel caggendo, a gli occhi infondono;

dolente, in solitudine ridotta,

ritirata da gli altri, è sol con lui

che le sta lunge, e lui sol vede e sente.

Talvolta Ascanio, il pargoletto figlio

per sembianza del padre in grembo accolto,

tenta, se cosí può, l’ardente amore

o spegnere, o scemare, o fargli inganno.

Le torri, i templi, ogn’edificio intanto

cessa di sormontar; cessa da l’arme

la gioventú. Le porte, il porto, il molo

non sorgon piú; dismesse ed interrotte

pendon l’opere tutte e la gran macchina

che fea dianzi ira a’ monti e scorno al cielo.

Vide da l’alto la saturnia Giuno

il furor di Didone, e tal che fama

e rispetto d’onor piú non l’affrena;

onde Venere assalse, e ‘n cotal guisa

disdegnosa le disse: “Una gran loda

certo, un gran merto, un memorabil nome

tu col fanciullo tuo, Ciprigna, acquisti

d’aver due sí gran dii vinta una femina!

Io so ben che guardinga e sospettosa

di me ti rende e de la mia Cartago

il temer di tuo figlio. Ma fia mai

che questa téma e questa gelosia

si finisca tra noi? Ché non piú tosto

con una eterna pace e con un saldo

nodo di maritaggio unitamente

ne ristringemo? Ecco hai già vinto; e vedi

quel che piú desïavi. Ama, arde, infuria:

con ogni affetto è verso Enea tuo figlio

la mia Dido rivolta. Or lui si prenda;

e noi concordemente in pace abbiamo

ambedue questo popolo in tutela;

né ti sdegnar che sí nobil regina

serva a frigio marito, e ch’ei le genti

n’aggia di Tiro e di Cartago in dote”.

Venere, che ben vide ove mirava

il colpo di Giunone; e che l’occulto

suo bersaglio era sol con questo avviso

distor d’Italia il destinato impero

e trasportarlo in Libia, incontro a lei

cosí scaltra rispose: “E chi sí folle

sarebbe mai ch’un tal fesse rifiuto

di quel ch’ei piú desia, per teco averne,

teco che tanto puoi, gara e tenzone,

quando ciò che tu di’ possibil fosse?

Ma non so che si possa, né che ‘l fato,

né che Giove il permetta, che due genti

diverse, come son Tiri e Troiani,

una sola divenga. Tu consorte

gli sei; tu ne ‘l dimanda, e tu l’impetra,

ch’io, per me, me n’appago “. “Ed io, – soggiunse

Giuno – sopra di me l’incarco assumo,

ch’ei ne ‘l consenta. Or odi brevemente

il modo che a ciò far già ne si porge.

Tosto che ‘l sol dimane uscirà fuori,

uscire ancor l’innamorata Dido

col troian duce a caccia s’apparecchia.

Ove opportunamente a la foresta,

mentre de’ cacciatori e de’ cavalli

andran le schiere in volta, io loro un nembo

spargerò sopra tempestoso e nero,

con un turbo di grandine e di pioggia,

e di sí fieri tuoni il cielo empiendo,

ch’indi percossi i lor seguaci tutti,

andran dispersi e d’atra nube involti.

Solo con sola Dido Enea ridotto

in un antro medesimo accôrrassi.

Io vi sarò; saravvi anco Imeneo;

e se del tuo voler tu m’assecuri,

io farò sí ch’ivi ambidue saranno

di nodo indissolubile congiunti”.

Venere in ciò non disdicendo, insieme

chinò la testa: e de la dolce froda

dolcemente sorrise. Uscio del mare

l’Aurora intanto; ed ecco fuori armati

di spiedi e di zagaglie, a suon di corni,

venirne i cacciatori, altri con reti,

altri con cani. Ha questi un gran molosso,

quegli un veltro a guinzaglio, e lunghe file

van di segugi incatenati avanti.

Scorrono intorno i cavalier Massíli:

e i maggior Peni, e’ piú chiari Fenici

stanno in sella aspettando anzi al palagio,

mentre ad uscir fa la regina indugio;

e presto intanto d’ostro e d’oro adorno

il suo ginnetto, e, vagamente fiero,

ringhia, e sparge la terra, e morde il freno.

Esce a la fine accompagnata intorno

da regio stuolo, e non con regio arnese,

ma leggiadro e ristretto. È la sua veste

di tirio drappo, e d’arabo lavoro

riccamente fregiata: è la sua chioma

con nastri d’oro in treccia al capo avvolta,

tutta di gemme come stelle aspersa;

e d’oro son le fibbie, onde sospeso

le sta d’intorno de la gonna il lembo.

Da gli omeri le pende una faretra,

dal fianco un arco. I Frigi, e ‘l bello Iulo

le cavalcano avanti; e via piú bello,

ma di beltà feroce e grazïosa,

le giva Enea con la sua schiera a lato.

Qual se ne va da Licia e da le rive

di Xanto, ove soggiorna il freddo inverno,

a la materna Delo il biondo Apollo,

allor che festeggiando accolti e misti

infra gli altari i Drïopi, i Cretesi,

e i dipinti Agatirsi in varie tresche

gli s’aggirano intorno; o quando spazia

per le piagge di Cinto, a l’aura sparsi

i bei crin d’oro, e de l’amata fronde

le tempie avvolto, e di faretra armato;

tal fra la gente si mostrava, e tale

era ne’ gesti e nel sembiante Enea,

sovra d’ogni altro valoroso e vago.

Poscia che furo a’ monti, e nel piú folto

penetrâr de le selve, ecco da i balzi

de l’alte rupi uscir capri e camozze;

e cervi altronde, che, d’armenti in guisa,

quasi in un gruppo, spaventati a torme

fuggono al piano, e fan nubi di polve.

Di ciò gioioso il giovinetto Iulo

sul feroce destrier per la campagna

gridando e traversando, or questo arriva,

or quel trapassa: e nel suo core agogna

tra le timide belve o d’un cignale

aver rincontro, o che dal monte scenda

un velluto leone. In questa il cielo

mormorando turbossi, e pioggia e grandine

diluvïando, d’ogni parte in fuga

Ascanio, i Teucri, i Tiri ai piú propinqui

tetti si ritiraro; e fiumi intanto

sceser da’ monti, ed allagaro i piani.

Solo con sola Dido Enea ridotto

in un antro medesimo s’accolse.

Diè, di quel che seguí, la terra segno

e la pronuba Giuno. I lampi, i tuoni

fûr de le nozze lor le faci e i canti;

testimoni assistenti e consapevoli

sol ne fûr l’aria e l’antro; e sopra ‘l monte

n’ulularon le ninfe. Il primo giorno

fu questo, e questa fu la prima origine

di tutti i mali, e de la morte alfine

de la Regina; a cui poscia non calse

né de l’indegnità, né de l’onore,

né de la secretezza. Ella si fece

moglie chiamar d’Enea; con questo nome

ricoverse il suo fallo; e di ciò tosto

per le terre di Libia andò la Fama.

È questa Fama un mal, di cui null’altro

è piú veloce; e com’ piú va, piú cresce;

e maggior forza acquista. È da principio

picciola e debil cosa, e non s’arrischia

di palesarsi; poi di mano in mano

si discopre e s’avanza, e sopra terra

sen va movendo e sormontando a l’aura,

tanto che ‘l capo infra le nubi asconde.

Dicon che già la nostra madre antica,

per la ruina de’ Giganti irata

contr’a’ celesti, al mondo la produsse,

d’Encèlado e di Ceo minor sorella;

mostro orribile e grande, d’ali presta

e veloce de’ piè; che quante ha piume,

tanti ha sotto occhi vigilanti, e tante

(meraviglia a ridirlo) ha lingue e bocche

per favellare, e per udire orecchi.

Vola di notte per l’oscure tenebre

de la terra e del ciel senza riposo,

stridendo sempre, e non chiude occhi mai.

Il giorno sopra tetti, e per le torri

sen va de le città, spïando tutto

che si vede e che s’ode: e seminando,

non men che ‘l bene e ‘l vero, il male e ‘l falso

di rumor empie e di spavento i popoli.

Questa, gioiosa, bisbigliando in prima,

poscia crescendo, del seguíto caso

molte cose dicea vere e non vere.

Dicea, ch’un di troiana stirpe uscito,

venuto era in Cartago, a cui degnata

s’era la bella Dido esser congiunta.

Queste e cose altre assai, la sozza dea

per le bocche degli uomini spargendo,

tosto in Getulia al gran Iarba pervenne;

e con parole e con punture acerbe

sí de l’offeso re l’animo accese,

ch’arse d’ira e di sdegno. Era d’Ammone,

e de la garamantide Napea,

già rapita da lui, questo re nato,

onde a Giove suo padre entro a’ suoi regni

cento gran templi e cento pingui altari

avea sacrati, e di continui fochi

mantenendo agli dèi vigilie eterne

di vittime, di fiori e di ghirlande

gli tenea sempre riveriti e cólti.

Ei sí com’era afflitto e conturbato

da l’amara novella, anzi agli altari

e fra gli dèi, le mani al cielo alzando,

cotali, umile insieme e disdegnoso,

porse prieghi e querele: “Onnipotente

padre, a cui tanti opimi e sontuosi

conviti, e di Lenèo sí larghi onori

offrisce oggi de’ Mauri il gran paese,

vedi tu queste cose? o pure invano

tonando e folgorando ci spaventi?

Una femina errante, una che dianzi

ebbe a prezzo da me nel mio paese,

per fondar la sua terra un picciol sito:

una ch’arena ha per arare, ha vitto,

loco e leggi da me, me per marito

rifiuta; e di sé donno e del suo regno

ha fatto Enea. Questo or novello Pari

mitrato il mento e profumato il crine,

va del mio scorno e del suo furto altero:

ed io qui me ne sto vittime e doni

a te porgendo, e son tuo figlio indarno”.

Cosí Iarba dicea; né da l’altare

s’era ancor tolto, quando il padre udillo;

e gli occhi in vèr Cartagine torcendo

vide gli amanti ch’a gioire intesi

avean posti in oblio la fama e i regni.

Onde vòlto a Mercurio: “Va, figliuolo, –

gli disse, – chiama i vènti, e ratto scendi

là ‘ve sí neghittoso il troian duce

bada in Cartago, e ‘l destinato impero

non gradisce e non cura; e ciò gli annunzia

da parte mia, che Venere sua madre

non per tal lo mi diede, e ch’a tal fine

non è stato da lei da l’armi greche

già due volte scampato. EIla promise

ch’ei sarebbe atto a sostener gl’imperi

e le guerre d’Italia, a trar qua suso

la progenie di Teucro, a porre il freno,

a dar le leggi al mondo. A ciò se ‘l pregio

di sí gran cose e de la gloria stessa

non muove lui, perché non guarda al figlio?

Perché di tanta sua grandezza il froda,

di quanta fian Lavinio ed Alba e Roma

ne’ secoli a venire? E con che speme,

con che disegno in Libia fa dimora,

e co’ nemici suoi? Navighi in somma.

Questo dilli in mio nome”. Udito ch’ebbe

Mercurio, ad eseguir tosto s’accinse

i precetti del padre; e prima a’ piedi

i talari adattossi. Ali son queste

con penne d’oro, ond’ei l’aria trattando,

sostenuto da’ vènti, ovunque il corso

volga, o sopra la terra, o sopra al mare,

va per lo ciel rapidamente a volo.

Indi prende la verga, ond’ha possanza

fin ne l’inferno, onde richiama in vita

l’anime spente, onde le vive adduce

ne l’imo abisso, e dà sonno e vigilia

e vita e morte; aduna e sparge i vènti,

e trapassa le nubi. Era volando

giunto là ‘ve d’Atlante il capo e ‘l fianco

scorgea, de le cui spalle il cielo è soma;

d’Atlante la cui testa irta di pini,

di nubi involta, a piogge, a vènti, a nembi

è sempre esposta; il cui mento, il cui dorso,

e per nevi e per gel canuto e gobbo,

è da fiumi rigato. In questo monte,

che fu padre di Maia, avo di lui,

primamente fermossi. Indi calando

si gittò sovra l’onde, e lungo al lito

di Libia se n’andò, l’aure secando

in quella guisa che marino augello

d’un’alta ripa, a nuova pesca inteso,

terra terra sen va tra rive e scogli

umilmente volando. A pena giunto

era in Cartago, che davanti Enea

si vide, intento a dar siti e disegni

ai superbi edifici. Avea dal manco

lato una storta, di dïaspro e d’oro

guarnita, e di stellate gemme adoma.

Dal tergo gli pendea di tiria ardente

porpora un ricco manto, arnesi e doni

de la sua Dido, ch’ella stessa intesta

avea la tela, e ricamati i fregi.

Né ‘l vide pria, che gli fu sopra, e disse:

“Tu te ne stai sí neghittosamente,

Enea, servo d’amor, ligio di donna,

a fondar l’altrui regno; e ‘l tuo non curi?

A te mi manda il regnator celeste,

ch’io ti dica ‘n sua vece: “Che pensiero,

che studio è il tuo? con che speranza indugi

in queste parti? Se ‘l tuo proprio onore,

se la propria grandezza non ti spinge;

ché non miri a’ tuoi posteri, al destino,

a la speranza del tuo figlio Iulo,

a cui si deve il glorïoso impero

de l’Italia e di Roma?”” E piú non disse,

né piú risposta attese; anzi dicendo,

uscio d’umana forma, e dileguossi.

Stupí, si raggricciò, tremante e fioco

divenne il troian duce, il gran precetto,

e chi ‘l portava, e chi ‘l mandava udendo.

Già pensa di ritrarsi. Ma che modo

terrà con Dido ad impetrar commiato?

Con quai parole assalirà, con quali

disporrà mai la furïosa amante?

Pensa, volge, rivolge: in un momento

or questo, or quel partito, or tutti insieme

va discorrendo; ed ora ad un s’appiglia,

ed ora a l’altro. Si risolve al fine:

e fatto a sé venir Memmo, Sergesto,

e l’ardito Cloanto: “Andate, – disse –

raunate i compagni; itene al porto,

e con bel modo chetamente l’arme

apprestate e l’armata; e non mostrate

segno di novità, né di partenza.

Intanto io troverò loco opportuno,

e tempo accomodato e destro modo

d’ottener da quest’ottima regina

che da lei con dolcezza mi diparta,

nulla sapendo ancor di mia partita,

né sperando tal fine a tanto amore”.

A l’ordine d’Enea lieti i compagni

obbedîr tutti; e prestamente in punto

fu ciò che impose. Ma Didon del tratto

tosto s’avvide: e che non vede amore?

Ella pria se n’accorse; ch’ogni cosa

temea, benché secura. E già la stessa

Fama importunamente le rapporta

armarsi i legni, esser i Teucri accinti

a navigare. Onde d’amore e d’ira

accesa, infurïata, e fuori uscita

di se medesma, imperversando scorre

per tutta la città. Quale a i notturni

gridi di Citeron Tïade, allora

che ‘l trïennal di Bacco si rinnova,

nel suo moto maggior si scaglia e freme,

e scapigliata e fiera attraversando,

e mugolando al monte si conduce;

tal era Dido, e da tal furia spinta

Enea da sé con tai parole assalse:

“Ah perfido! Celar dunque sperasti

una tal tradigione, e di nascosto

partir de la mia terra? E del mio amore,

de la tua data fé, di quella morte

che ne farà la sfortunata Dido,

punto non ti sovviene, e non ti cale?

Forse che non t’arrischi in mezzo al verno

tra’ piú fieri Aquiloni a l’onde esporti?

Crudele! Or che faresti, se straniere

non ti fosser le terre, ignoti i lochi

che tu procuri? E che faresti, quando

fosse ancor Troia in piede? A Troia andresti

di questi tempi? E me lasci, e me fuggi?

Deh! per queste mie lagrime, per quello

che tu della tua fé pegno mi desti

(poiché a Dido infelice altro non resta

che a sé tolto non aggia), per lo nostro

marital nodo, per l’imprese nozze,

per quanti ti fei mai, se mai ti fei

commodo o grazia alcuna, o s’alcun dolce

avesti unqua da me; ti priego ch’abbi

pietà del dolor mio, de la ruina

che di ciò m’avverrebbe; e (se piú luogo

han le preci con te) che tu del tutto

lasci questo pensiero. Io per te sono

in odio a Libia tutta, a’ suoi tiranni,

a’ miei Tiri, a me stessa. Or come in preda

solo a morte mi lasci, ospite mio?

ch’ospite sol mi resta di chiamarti,

di marito che m’eri. E perché deggio,

lassa, viver io piú? Per veder forse

che ‘l mio fratel Pigmalïon distrugga

queste mie mura, o ‘l tuo rivale Iarba

in servitú m’adduca? Almeno avanti

la tua partita avess’io fatto acquisto

d’un pargoletto Enea che per le sale

mi scherzasse d’intorno, e solo il volto,

e non altro, di te sembianza avesse;

ch’esser non mi parrebbe abbandonata,

né delusa del tutto”. A tai parole

Enea di Giove al gran precetto affisso

tenea il pensiero e gli occhi immoti e saldi;

e brevemente le rispose al fine:

“Regina, e’ non fia mai ch’io non mi tenga

doverti quanto forse unqua potessi

rimproverarmi. E non fia mai ch’Elisa

non mi ricordi, infin che ricordanza

avrò di me medesmo, e che ‘l mio spirto

reggerà queste membra. Ora in discarco

di me dirò sol questo, che sperato,

né pensato ho pur mai d’allontanarmi

da te, come tu di’. Se ‘l mio destino

fosse che la mia vita e i miei pensieri

a mia voglia reggessi, a Troia in prima

farei ritorno: raccôrrei le dolci

sue disperse reliquie: a la mia patria

di nuovo renderei la vita e i figli,

e la reggia e le torri e me con loro.

Ma ne l’Italia il mio fato mi chiama.

Italia Apollo in Delo, in Licia, ovunque

vado, o mando a spïarne, mi promette.

Quest’è l’amor, quest’è la patria mia.

Se tu, che di Fenicia sei venuta,

siedi in Cartago, e ti diletti e godi

del tuo libico regno; qual divieto,

qual invidia è la tua, che i miei Troiani

prendano Ausonia? Non lece anco a noi

cercar de’ regni esterni? E non cuopre ombra

la terra mai, non mai sorgon le stelle,

che del mio padre una turbata imago

non veggia in sogno, e che di ciò ricordo

non mi porga e spavento. A tutte l’ore

del mio figlio sovviemmi e de l’ingiuria

che riceve da me sí caro pegno,

se del regno d’Italia io lo defraudo,

che gli son padre, quando il fato e Giove

ne ‘l privilegia. E pur dianzi mi venne

dal ciel mandato il messaggier celeste

a portarmi di ciò nuova imbasciata

dal gran re degli dèi. Donna, io ti giuro

per la lor deità, per la salute

d’ambedue noi, che con quest’occhi il vidi

qui dentro in chiaro lume; e la sua voce

con quest’orecchi udii. Rimanti adunque

di piú dolerti; e con le tue querele

né te, né me piú conturbare. Italia

non a mia voglia io seguo”. E piú non disse.

Ella, mentre dicea, crucciata e torva

lo rimirava, e volgea gli occhi intorno

senza far motto. Alfin, da sdegno vinta

cosí proruppe: “Tu, perfido, tu

sei di Venere nato? Tu del sangue

di Dardano? Non già; ché l’aspre rupi

ti produsser di Caucaso, e l’Ircane

tigri ti fûr nutrici. A che tacere?

Il simular che giova? E che di meglio

ne ritrarrei? Forse ch’a’ miei lamenti

ha mai questo crudel tratto un sospiro,

o gittata una lagrima, o pur mostro

atto o segno d’amore, o di pietade?

Di che prima mi dolgo? di che poi?

Ah! che né Giuno omai, né Giove stesso

cura di noi: né con giust’occhi mira

piú l’opre nostre. Ov’è qua giú piú fede?

E chi piú la mantiene? Era costui

dianzi nel lito mio naufrago, errante,

mendíco. Io l’ho raccolto, io gli ho ridotti

i suoi compagni, e i suoi navili insieme,

ch’eran morti e dispersi; ed io l’ho messo

(folle!) a parte con me del regno mio,

e di me stessa. Ahi, da furor, da foco

rapir mi sento! Ora il profeta Apollo,

or le sorti di Licia, ora un araldo,

che dal ciel gli si manda, a gran faccende

quinci lo chiama. Un gran pensiero han certo

di ciò gli dèi. D’un gran travaglio è questo

a lor quïete. Or va’, che per innanzi

piú non ti tegno, e piú non ti contrasto.

Va’ pur, segui l’Italia, acquista i regni

che ti dan l’onde e i venti. Ma se i numi

son pietosi, e se ponno, io spero ancora

che da’ vènti e da l’onde e da gli scogli

n’avrai degno castigo; e che piú volte

chiamerai Dido, che lontana ancora

co’ neri fuochi suoi ti fia presente:

e tosto che di morte il freddo gelo

l’anima dal mio corpo avrà disgiunta,

passo non moverai che l’ombra mia

non ti sia intorno. Avrai, crudele, avrai

ricompensa a’ tuoi merti, e ne l’inferno

tosto me ne verrà lieta novella”.

Qui ‘l suo dire interruppe; e lui per téma

confuso e molto a replicarle inteso

lasciando, con disdegno e con angoscia

gli si tolse davanti. Incontanente

le fûr l’ancelle intorno; e sí com’era

egra e dolente, entro al suo ricco albergo

le diêr sovra le piume agio e riposo.

Enea, quantunque pio, quantunque afflitto

e d’amore infiammato e di desire

di consolar la dolorosa amante,

nel suo core ostinossi. E fermo e saldo

d’obbedire a gli dèi fatto pensiero,

calossi al mare, e i suoi legni rivide.

Allor furo in un tempo unti e rispinti

e posti in acqua; e, per la fretta, i remi

diventarono i rami che dal bosco

si portavano allor frondosi e rozzi.

Era a veder da la cittade al porto

de’ Teucri, de le ciurme, e de le robe

ch’al mar si conducean, pieno il sentiero:

qual è, quando le provvide formiche

de le lor vernaricce vettovaglie

pensose e procaccevoli, si dànno

a depredar di biade un grande acervo;

che va dal monte ai ripostigli loro

la negra torma, e per angusta e lunga

sèmita le campagne attraversando,

altre al carreggio intese o lo s’addossano,

o traendo o spingendo lo conducono;

altre tengon le schiere unite, ed altre

castigan l’infingarde; e tutte insieme

fan che tutta la via brulica e ferve.

Che cor, misera Dido, che lamenti

erano allora i tuoi, quando da l’alto

un tal moto scorgevi, e tanti gridi

ne sentivi dal mare? Iniquo amore,

che non puoi tu ne’ petti de’ mortali?

Ella di nuovo al pianto, a le preghiere,

a sottoporsi a l’amoroso giogo

da la tua forza è suo malgrado astretta.

Ma per fare ogni schermo, anzi che muoia,

la sorella chiamando: “Anna, – le disse –

tu vedi che s’affrettano, e sen vanno.

Vedi già loro in su la spiaggia accolti,

le vele in alto, e le corone in poppa.

Sorella mia, s’avessi un tal dolore

antiveder potuto, io potrei forse

anco soffrirlo. Or questo solo affanno

prendi per la tua misera sirocchia,

poiché te sola quel crudele ascolta,

e sol di te si fida, e i lochi e i tempi

sai d’esser seco e di trattar con lui;

truova questo superbo mio nimico,

e supplichevolmente gli favella.

Dilli che Dido io sono, e che non fui

in Aulide co’ Greci a far congiura

contra a’ Troiani; e che di Troia a’ danni

né i miei legni mandai, né le mie genti.

Dilli che né le ceneri, né l’ombre

né del suo padre mai, né d’altri suoi

non vïolai. Qual dunque o mio demerto

o sua durezza fa ch’ei non ascolti

il mio dire, e me fugga, e sé precipiti?

Chiedili per mercé dell’amor mio,

per salvezza di lui, per la mia vita,

ch’indugi il suo partir tanto che ‘l mare

sia piú sicuro e piú propizi i vènti.

Né piú del maritaggio io lo richieggio,

c’ha già tradito, né vo’ piú che manchi

del suo bel Lazio, o i suoi regni non curi.

Un picciol tempo, e d’ogni obbligo sciolto

io gli dimando, e tanto o di quïete,

o d’intervallo al mio cieco furore,

ch’in parte il duol disacerbando, impari

a men dolermi. Questo è ‘l dono estremo

che da lui per tuo mezzo agogna e brama

questa tua miserabile sorella:

e se tu lo m’impetri, altro che morte

forza non avrà mai ch’io me n’oblii”.

Queste e tali altre cose ella piangendo

dicea con Anna, ed Anna al frigio duce

disse, ridisse, e riportò piú volte

or da l’una or da l’altro, e tutte in vano;

ché né pianti, né preci, né querele

punto lo muovon piú. Gli ostano i fati,

e solo in ciò gli ha dio chiuse l’orecchie;

benché dolce e trattabile e benigno

fusse nel resto. Come annosa e valida

quercia, che sia ne l’alpi esposta a Borea,

s’or da l’uno or da l’altro de’ suoi turbini

è combattuta, si scontorce e títuba:

stridono i rami e ‘l suol di frondi spargesi,

e ‘l tronco al monte infisso immoto e solido

se ne sta sempre; e quanto sorge a l’aura

con la sua cima, tanto in giú stendendosi

se ne va con le barbe infino agl’inferi:

cosí, da preci e da querele assidue

battuto, duolsi il gran Troiano ed angesi,

e con la mente in sé raccolta e rigida

gitta indarno per lei sospiri e lagrime.

La sfortunata Dido, poiché tronca

si vide ogni speranza, spaventata

dal suo fato, e di sé schiva e del sole,

disïò di morire; e gran portenti

di ciò presagio e fretta anco le fêro.

Ella, mentre a gli altari incensi e doni

offria devota (orribil cosa a dire!),

vide avanti di sé cogli occhi suoi

farsi lurido e negro ogni liquore,

e ‘l puro vin cangiarsi in tetro sangue:

e ‘l vide, e ‘l tacque, e ‘nfino a la sorella

lo tenne ascoso. Entro al suo regio albergo

avea di marmo un bel delúbro eretto,

e dedicato al suo marito antico.

Questo con molto studio, e molt’onore

fu mai sempre da lei di bianchi velli

e di festiva fronde ornato e cinto.

Quinci notturne voci udir le parve

del suo caro Sichèo che la chiamasse;

e nel suo tetto un solitario gufo

molte fïate con lugúbri accenti

fe’ di pianto una lunga querimonia.

Oltre a ciò da l’antiche profezie,

da pronostici orrendi e spaventosi

de la vicina morte era ammonita.

Vedeasi Enea tutte le notti avanti

con fera imago, che turbata e mesta

la tenea sempre. Le parea da tutti

restare abbandonata, e per un lungo

e deserto cammino andar solinga

de’ suoi Tiri cercando. In cotal guisa

le schiere de l’Eumènidi vedea

Pèntëo forsennato, e doppio il sole

e doppia Tebe. In cotal guisa Oreste

per le scene imperversa, e furïoso

vede, fuggendo, la sua madre armata

di serpenti e di faci, e ‘n su le porte

le Furie ultrici. Or poi che la meschina

fu da tanto furor, da tanto affanno

oppressa e vinta, e di morir disposta,

divisò fra se stessa il tempo e ‘l modo:

ed Anna, sí com’era afflitta e mesta,

a sé chiamando, il suo fiero consiglio

celò nel core, e nel sereno volto

spiegò gioia e speranza: “Anna, – dicendo –

rallegrati con me, che al fin trovato

ho com’io debba o racquistar quell’empio,

o ritôrmi da lui. Nel lito estremo

de l’Oceàn, là dove il sol si corca,

de l’Etïopia a l’ultimo confino,

e presso a dove Atlante il ciel sostiene,

giace un paese, ond’ora è qui venuta

una sacerdotessa incantatrice,

che, massíla di gente, è stata poi

del tempio de l’Espèridi ministra,

e del drago nudrice, e de le piante

del pomo d’oro guardïana un tempo.

Questa, d’umido mèle e d’oblïosi

papaveri composto un suo miscuglio,

promette con parole e con malíe

altri sciôr da l’amore, altri legare,

com’a lei piace; distornare i fiumi,

ritrar le stelle, e convocar per forza

le notturne fantasme. Udrai la terra

mugghiar sotto a’ tuoi piè. Vedrai da’ monti

calar gli orni e le querce. Io per gli dèi,

per te, per la tua vita a me sí cara,

ti giuro, suora mia, che mal mio grado

m’adduco a questi magici incantesmi;

ma gran forza mi spinge. Or va, sorella;

scegli per entro a le mie stanze un luogo

il piú remoto e solo, a l’aura esposto.

Ivi ergi una gran pira, e vi conduci

l’armi che a la mia camera sospese

lasciò quel disleale, e quelle spoglie,

in somma ogni suo arnese. Ché la maga

cosí m’impone, e vuol ch’ogni memoria,

ogni segno di lui si spenga e pèra”.

Cosí detto, si tacque, e di pallore

tutta si tinse. Non però s’avvide

Anna che sotto a’ nuovi sacrifici

si celasse di lei morte sí fera:

ché sí fero concetto non le venne,

e non temé che peggio le avvenisse

che in morte di Sichèo. Tosto fe’ dunque

quel ch’imposto le fu. Fatta la pira,

e d’ilici e di tede aride e scisse

altamente composta, la regina

d’atre ghirlande e di funeste frondi

ornar la fece intorno: indi le spoglie

e la spada e l’effigie de l’amante

sopra a giacer vi pose, ben secura

di ciò che n’avverrebbe. Eran d’intorno

gli altari eretti; era tra lor la maga

scapigliata e discinta; e con un tuono

di voce formidabile invocava

trecento deità, l’Erebo, il Cao,

Ècate con tre forme, e con tre facce

la vergine Dïana. Avea già sparse

le finte acque d’Averno, e i suffumigi

fatti de le nocive erbe novelle

che per punti di luna, e con la falce

d’incantato metallo eran segate.

Si fe’ venir la malïosa carne

che de la fronte al tenero pulledro

con l’amor de la madre si divelle.

Essa stessa regina il farro e ‘l sale

con le man pie sovr’a gli altari impone,

e d’un piè scalza, e di tutt’altro sciolta,

solo accinta a morir, per testimoni

chiama li dèi. Protestasi a le stelle

del suo fato consorti: e s’alcun nume

mira a gli afflitti e sfortunati amanti,

questo prega e scongiura che ragione

e ricordo ne tenga, e ne gli caglia.

Era la notte; e già di mezzo il corso

cadean le stelle; onde la terra e ‘l mare,

le selve, i monti e le campagne tutte,

e tutti gli animali, i bruti, i pesci,

e i volanti e i serpenti e ciò che vive

avea da ciò che la lor vita affanna

tregua, silenzio, oblio, sonno e riposo.

Ma non Dido infelice, a cui la notte

né gli occhi grava, né ‘l pensiero alleggia;

anzi maggior col tramontar del sole

in lei risorge l’amorosa cura:

e non men che d’amor, d’ira avvampando,

cosí fra sé farnetica e favella:

“E che farò cosí delusa poi?

Chi piú mi seguirà de’ primi amanti?

Proferirommi per consorte io stessa

d’un Zingaro, d’un Moro, o d’un Aràbo,

quando n’ho vilipesi e rifiutati

tanti e tai, tante volte? Andrò co’ Teucri

in su l’armata? Mi farò soggetta,

di regina ch’io sono, e serva a loro?

Sí certo, che gran pro fin qui riporto

de le mie loro usate cortesie;

e grado me n’avranno, e grazia poi.

Ma ciò, dato ch’io voglia, chi permette

ch’io l’eseguisca? Chi cosí schernita

volentier mi raccoglie? Ahi sfortunata

Dido! ch’ancor non vedi a che sei giunta,

e le frodi non sai di questa iniqua

schiatta di Laomedonte. E poi, che fia

per questo? Deggio sola in compagnia

di marinari andar femina errante?

o condur meco i miei Fenici tutti

con altra armata? e trarli un’altra volta

d’un’altra patria in mare, in preda a’ vènti

senz’alcun pro, senza cagione alcuna,

quando anco a pena di Sidon gli trassi

per ritôrli da man d’empio tiranno?

Ah! muor piú tosto, come degnamente

hai meritato; e pon col ferro fine

al tuo grave dolore. Ah, mia sorella!

tu sei prima cagion di tanto male;

tu, vinta dal mio pianto, in quest’angoscia

m’hai posta, e data ad un nemico in preda;

ché dovea vita solitaria e fera

menar piú tosto, che commetter fallo

sí dannoso e sí grave, e romper fede

al cener di Sichèo”. Questi lamenti

uscian del petto a l’affannata Dido;

quando già di partir fermo e parato

Enea, per riposar pria che sciogliesse,

s’era a dormir sopra la poppa agiato.

Ed ecco un’altra volta in sogno, avanti

del medesmo celeste messaggiero

gli appar l’imago, con quel volto stesso,

con quel color, con quella chioma d’oro

con che lo vide pria giovane e bello;

e da la stessa voce udir gli parve:

“Tu corri, Enea, sí gran fortuna, e dormi?

Non senti qual ti spira aura seconda?

Dido cose nefande ordisce ed osa

certa già di morire, e d’ira accesa

a dire imprese è vòlta; e tu non fuggi,

mentre fuggir ti lece? A mano a mano

di legni travagliar vedrassi il mare,

di fochi il lito, e di furor le genti

incontra a te, se tu qui ‘l giorno aspetti.

Via di qua tosto: da’ le vele a’ vènti.

Femina è cosa mobil per natura,

e per disdegno impetuosa e fera”.

E qui tacendo entrò nel buio, e sparve.

Enea, preso da súbito spavento,

destossi, e fe’ destar la gente tutta:

“Via, compagni, – dicendo – a i banchi, e a i remi;

ch’or d’altro uopo ne fa che di riposo.

Fate vela, sciogliete: ché di nuovo

precetto ne si fa dal cielo e fretta.

Ecco, qual tu ti sia, messo celeste,

che ‘l tuo detto seguiamo; e tu benigno

n’aíta e ‘l cielo e ‘l mar ne rendi amico”.

Ciò detto, il ferro strinse, e fulminando

del suo legno la gómona recise.

Cosí fêr gli altri, e col medesmo ardore

tutti insieme sciogliendo, travasando,

e spingendosi in alto, in un momento

lasciaro il lito; e ‘l mar, da i legni ascoso,

si fe’ per tanti remi e tante vele

spumoso e bianco. Era vermiglio e rancio

fatto già de la notte il bruno ammanto,

lasciando di Titon l’Aurora il letto:

quando d’un’alta loggia la regina

tutto scoprendo, poi ch’a piene vele

vide le frige navi irne a dilungo,

e vòti i liti, e senza ciurma il porto;

contra sé fatta ingiurïosa e fera,

il delicato petto e l’auree chiome

si percoté, si lacerò piú volte;

e ‘ncontra al ciel rivolta: “Ah, Giove!, – disse –

dunque pur se n’andrà? Dunque son io

fatta d’un forestier ludibrio e scherno

nel regno mio? Né fia chi prenda l’armi?

Né chi lui segua, né i suoi legni incenda?

Via tosto a le lor navi, a l’armi, al foco;

mano a le vele, a’ remi; oltre, nel mare!

Che parlo? O dove sono? E che furore

è ‘l tuo, Dido infelice? Iniquo fato,

misera, ti persegue. Allor fu d’uopo

ciò che tu di’, quando di te signore

e del tuo regno il festi. Ecco la destra,

ecco la fede sua. Questi è quel pio

che seco adduce i suoi patrii Penati,

e ‘l vecchio padre a gli omeri s’impose.

Non potea farlo prendere e sbranarlo?

e gittarlo nel mare? ancider lui

con tutti i suoi? dilanïare il figlio,

e darlo in cibo al padre? Oh, perigliosa

fôra stata l’impresa! E di periglio

la si fosse, e di morte; in ogni guisa

morir dovendo, a che temere indarno?

Arsi avrei gli steccati, incesi i legni,

occiso il padre, il figlio, il seme in tutto

di questa gente, e me spenta con loro.

Sole, a cui de’ mortali ogni opra è conta;

Ècate, che ne’ trivi orribilmente

sei di notte invocata; ultrici Furie,

spiriti inferni, e dii de l’infelice

Dido ch’a morte è giunta, il mio non degno

caso riconoscete, e insieme udite

queste dolenti mie parole estreme.

Se forza, se destino, se decreto

è di Giove e del cielo, e fisso e saldo

è pur che questo iniquo in porto arrivi

e terra acquisti; almen da fiera gente

sia combattuto, e, de’ suoi fini in bando,

da suo figlio divelto implori aiuto,

e perir veggia i suoi di morte indegna.

Né leggi che riceva, o pace iniqua

che accetti, anco gli giovi; né del regno,

né de la vita lungamente goda:

ma caggia anzi al suo giorno, e ne l’arena

giaccia insepolto. Questi prieghi estremi

col mio sangue consacro. E voi, miei Tiri,

coi discesi da voi, tenete seco

e co’ posteri suoi guerra mai sempre.

Questi doni al mio cenere mandate,

morta ch’io sia. Né mai tra queste genti

amor nasca, né pace; anzi alcun sorga

de l’ossa mie, che di mia morte prenda

alta vendetta, e la dardania gente

con le fiamme e col ferro assalga e spenga

ora, in futuro e sempre; e sian le forze

a quest’animo eguali: i liti ai liti

contrari eternamente, l’onde a l’onde,

e l’armi incontro a l’armi, e i nostri ai loro

in ogni tempo”. E ciò detto, imprecando,

schiva di piú veder l’eterea luce,

affrettò di morire. E Barce in prima

vistasi intorno, una nutrice antica

del suo Sichèo (ché la sua propria in Tiro

era cenere già): “Cara nutrice, –

le disse – va’, mi chiama Anna mia suora,

e le di’ che solleciti, e che l’onda

del fiume e l’ostie e i suffumigi adduca,

e ciò ch’è d’uopo, come pria le dissi,

a prepararmi: ché finire intendo

il sacrifizio che a Plutone inferno

solennemente ho di già fare impreso,

per fine imporre a’ miei gravi martiri,

e dar foco a la pira, ov’è l’imago

di quell’empio Troiano”. A tal precetto

mossa la vecchiarella, a suo potere

lentamente affrettossi ad eseguirlo.

Dido nel suo pensiero immane e fiero

fieramente ostinata, in atto prima

di paventosa, poi di sangue infetta

le torve luci, di pallore il volto,

e tutta di color di morte aspersa,

se n’entrò furïosa ove secreto

era il suo rogo a l’aura apparecchiato.

Sopra vi salse; e la dardania spada,

ch’ebbe da lui non a tal uso in dono,

distrinse: e rimirando i frigi arnesi

e ‘l noto letto, poich’in sé raccolta

lagrimando e pensando alquanto stette,

sopra vi s’inchinò col ferro al petto,

e mandò fuor quest’ultime parole:

“Spoglie, mentre al ciel piacque, amate e care

a voi rendo io quest’anima dolente.

Voi l’accogliete: e voi di questa angoscia

mi liberate. Ecco, io son giunta al fine

de la mia vita, e di mia sorte il corso

ho già compito. Or la mia grande imago

n’andrà sotterra: e qui di me che lascio?

Fondata ho pur questa mia nobil terra;

viste ho pur le mie mura; ho vendicato

il mio consorte; ho castigato il fiero

mio nimico fratello. Ah, che felice,

felice assai morrei, se a questa spiaggia

giunte non fosser mai vele troiane!”

E qui su ‘l letto abbandonossi, e ‘l volto

vi tenne impresso; indi soggiunse: “Adunque

morrò senza vendetta? Eh, che si muoia,

comunque sia. Cosí, cosí mi giova

girne tra l’ombre inferne: e poi ch’il crudo,

mentre meco era, il mio foco non vide,

veggalo di lontano; e ‘l tristo augurio

de la mia morte almen seco ne porte”.

Avea ciò detto, quando le ministre

la vider sopra al ferro il petto infissa,

col ferro e con le man di sangue intrise

spumante e caldo. In pianti, in ululati

di donne in un momento si converse

la reggia tutta, e ‘nsino al ciel n’andaro

voci alte e fioche, e suon di man con elle.

N’andò per la città grido e tumulto,

come se presa da’ nemici a forza

fosse Tiro, o Cartago arsa e distrutta.

Anna, tosto ch’udillo, il volto e ‘l petto

battessi e lacerossi; e fra la gente

verso la moribonda sua sorella,

stridendo, e ‘l nome suo gridando corse:

“E per questo, – dicea – suora, son io

da te cosí tradita? Io t’ho per questo

la pira e l’are e ‘l foco apparecchiato?

Deserta me! Di che dorrommi in prima?

Perché, morir dovendo, una tua suora

per compagna rifiuti? E perché teco,

lassa! non m’invitasti? Ch’un dolore,

un ferro, un’ora stessa ambe n’avrebbe

tolte d’affanno. Ohimé! con le mie mani

t’ho posto il rogo. Ohimé! con la mia voce

ho gli dèi de la patria a ciò chiamati.

Tutto, folle! ho fatt’io, perché tu muoia,

perch’io nel tuo morir teco non sia.

Con te, me, questo popol, questa terra

e ‘l sidonio senato hai, suora, estinto.

Or mi date che ‘l corpo omai componga,

che lavi la ferita, che raccolga

con le mie labbia il suo spirito estremo,

se piú spirto le resta”. E, ciò dicendo,

già de la pira era salita in cima.

Ivi lei che spirava in seno accolta,

la sanguinosa piaga, lagrimando,

con le sue vesti le rasciuga e terge.

Ella talor, le gravi luci alzando,

la mira a pena, che di nuovo a forza

morte le chiude; e la ferita intanto

sangue e fiato spargendo anela e stride.

Tre volte sopra il cubito risorse:

tre volte cadde, ed a la terza giacque:

e gli occhi vòlti al ciel, quasi cercando

veder la luce, poiché vista l’ebbe,

ne sospirò. De l’affannosa morte

fatta Giuno pietosa, Iri dal cielo

mandò, che ‘l groppo disciogliesse tosto,

che la tenea, malgrado anco di morte,

col suo mortal sí strettamente avvinta;

ch’anzi tempo morendo, e non dal fato,

ma dal furore ancisa, non le avea

Prosèrpina divelto anco il fatale

suo dorato capello; né dannata

era ancor la sua testa a l’Orco inferno.

Ratto spiegò la rugiadosa dea

le sue penne dorate, e ‘ncontra al sole

di quei tanti suoi lucidi colori

lunga striscia traendo; indi sospesa

sopra al capo le stette, e d’oro un filo

ne svelse e disse: “Io qui dal ciel mandata

questo a Pluto consacro, e te disciolgo

da le tue membra”. Ciò dicendo, sparve.

Ed ella, in aura il suo spirto converso,

restò senza calore e senza vita.

LIBRO QUINTO

Intanto Enea, spinto dal vento in alto,

veleggiava a dilungo; e pur con gli occhi,

da la forza d’amor rivolto indietro,

rimirava a Cartago. Ardea la pira

già d’Elisa infelice; e le sue fiamme

raggiavan di lontan gran luce intorno.

La cagion non sapea; ma la temenza

lo rimordea del vïolato amore,

e ‘l saper quel che puote e quel che ardisce

femina furïosa; e ‘l tristo augurio

del foco, che lugúbre era e funesto,

lo tenea con lo stuol de’ Teucri tutti

disanimato e mesto. Eran di vista

già de la terra usciti, e cielo ed acqua

apparian solamente d’ogn’intorno,

allor ch’un denso e procelloso nembo

si fe’ lor sopra; onde tempesta e notte

surse repente, e Palinuro stesso

da l’alta poppa il ciel mirando: “Oh! – disse –

che fia con tante intorno accolte nubi?

E che pensi e che fai, padre Nettuno?”

Indi cornanda: “Via, compagni, armiamci,

opriamo i remi, accomodiam le vele,

tegniamo al vento avverso obliquo il seno”.

E rivolto ad Enea: “Con questo cielo,

signor, – diss’egli – ormai piú non m’affido

prender Italia, ancor che Giove stesso

nel promettesse, ed ei nocchier ne fosse.

Vedi il vento mutato, vedi il mare

di vèr ponente, che s’annera e gonfia:

vedi nel ciel qual ne s’accampa stuolo

di folte nubi. Traversia di certo

n’assalirà sí che né girle incontro,

né durar la potremo. Or poi ch’a forza

cosí ne spinge, noi per nostro scampo

assecondiamla; ché già presso i porti

ne son de la Sicilia e ‘l fido ospizio

d’Èrice tuo fratello, s’abbastanza

de l’arte mi rammento e de le stelle”.

Rispose Enea: “Ben conosch’io che duro

è ‘l contrasto de’ vènti; e ‘l nostro è vano.

Volgi le vele. E qual piú grata altrove,

o piú commoda riva, o piú sicura

aver mai ponno le mie stanche navi,

di quella che ne serba il caro Aceste,

e l’ossa accoglie del buon padre mio?”

Cosí, vòlti a levante, e preso in poppa

il vento e ‘l flutto, a tutta vela il golfo

correndo, fûr subitamente a proda

de l’amica riviera. Avea di cima

visto d’un monte il cacciatore Aceste

venir la frigia armata: onde in un tempo

fu con essi a la riva; e rincontrolli

allegramente, sí com’era incolto,

di dardi armato e d’irta pelle cinto

di libic’orso, umano insieme e rozzo,

de la troiana Egesta e di Criniso

fiume onorato figlio. Ei degli antichi

suoi parenti membrando, con gioioso

volto, se ben con rustico apparecchio,

gl’invita, gli riceve e gli consola.

Era de l’altro dí l’aurora e ‘l sole

già fuor de l’onde, allor che ‘l frigio duce,

convocati i suoi tutti, alto in un greppo

posto in mezzo di lor cosí lor disse:

“Generosi e magnanimi Troiani,

degna prole di Dardano e del cielo,

questa è l’amica terra, ove oggi è l’anno

ch’a le sante ossa del mio padre Anchise

demmo requie e sepolcro, e i mesti altari

gli consecrammo. Oggi è, s’io non m’inganno,

quel sempre acerbo ed onorato giorno,

ché onorato ed acerbo mi fia sempre

(poi che sí piacque a dio), quantunque ovunque

questo esiglio infelice mi trasporti:

pongami ne l’arene e ne le secche

de la Getulia; spingami agli scogli

del mar di Grecia; ne la Grecia stessa

mi chiugga, e dentro al cerchio di Micene;

ch’io l’arò sempre per solenne, e vóti

farogli ogni anno e sacrifici e ludi.

Or poi che da’ celesti, oltre ogni avviso

nostro, tra’ nostri siamo in pruova addotti

per onorar le sue ceneri sante,

onoriamle, adoriamle, e dal suo nume

imploriamo devoti amici i vènti,

e stabil seggio, ove gli s’erga un tempio,

in cui sian quest’esequie e questi onori

rinnovellati eternamente ogni anno.

Due pingui buoi per ciascun nostro legno

vi profferisce il buon troiano Aceste.

Voi d’Aceste e di Troia i patri numi

ne convitate; ed io, quando l’Aurora

tranquillo e queto il nono giorno adduca,

a’ solenni spettacoli v’invito

di navi, di pedoni e di cavalli,

al corso, a la palestra, al cesto, a l’arco.

Ognun vi si prepari, ognun ne speri

degna del suo valor mercede e palma.

E voi datevi assenso, e tutti insieme

v’inghirlandate”. E, ciò dicendo, il primo

del suo mirto materno il crin si cinse.

Èlimo lo seguí, seguillo Alete,

un di verd’anni e l’altro di maturi;

poscia il fanciullo Iulo; e dietro a loro

d’ogni età gli altri tutti. Enea disceso

dal parlamento, in mezzo a quante intorno

avea schiere di genti, umile e mesto

al sepolcro d’Anchise appresentossi:

e con rito solenne in terra sparte

due gran coppe di vino e due di latte

e due di sangue, di purpurei fiori

vi nevigò di sopra un nembo, e disse:

“A voi sant’ossa, a voi ceneri amate

e famose e felici, anima ed ombra

del padre mio, torno di nuovo indarno

per onorarvi; poi che Italia e ‘l Tebro

(se pur Tebro è per noi) ne si contende.

Or, quel ch’io posso con devoto affetto

v’adoro e ‘nchino come cosa santa”.

Mentre cosí dicea, di sotto al cavo

de l’alto avello un gran lubrico serpe

uscio placidamente; e sette volte

con sette giri al tumulo s’avvolse.

Indi, strisciando infra gli altari e i vasi,

le vivande lambendo, in dolce guisa,

con le cerulee sue squamose terga

sen gio divincolando, e quasi un’Iri

a sole avverso scintillò d’intorno

mille vari color di luce e d’oro.

Stupissi Enea di cotal vista; e l’angue

di lungo tratto infra le mense e l’are,

ond’era uscito alfin si ricondusse.

Rinnovellò gl’incominciati onori

il frigio duce, del serpente incerto,

se del loco era il genio, o pur del padre

sergente o messo. E com’era uso antico,

cinque pecore elette e cinque porci,

con cinque di morello il tergo aspersi

grassi giovenchi anzi a la tomba occise,

nuove tazze versando, e nuovamente

fin d’Acheronte richiamando il nome

e l’anima d’Anchise. Indi i compagni,

ciascun secondo la sua possa offrendo,

lieti colmâr di doni i santi altari:

altri di lor le vittime immolaro;

altri cibi ne fêro; e tutti insieme

sul verde prato a convivar si diêro.

Era già ‘l nono destinato giorno

sereno e lieto a l’orïente apparso,

e già la vaga fama e ‘l chiaro nome

avea d’Aceste convocati intorno

i vicin tutti, e pieni erano i liti

di gente, cui traea parte vaghezza

di vedere i Troiani, e parte ardire

di provarsi con loro. In prima esposti

con pompa riguardevole e solenne

furo in mezzo del circo armi indorate,

purpuree vesti, e tripodi e corone,

e piú guise d’arnesi e di monete,

d’argento e d’oro, e palme ed altri premi

di vincitori. Indi sonora tromba

d’alto diè segno ai desïati ludi,

e dal mar cominciossi. Avean di tutta

la teucra armata quattro legni scelti

piú di remi e di rémigi guarniti,

e di tutti piú destri. Un fu la Pistri,

e Memmo la reggea: Memmo che poi

l’Italo fu nomato, e diede il nome

a la stirpe de’ Memmi. La Chimera

fu l’altro, a cui preposto era il gran Gía,

un gran vascello che a tre palchi avea

disposti i remi; e i remiganti tutti

eran troiani e giovani e robusti.

Fu ‘l gran Centauro il terzo; e di quest’era

Sergesto il capo, che a la Sergia prole

diede principio. L’ultimo, la Scilla

guidata da Cloanto, onde i Cluenti

trasser nome e legnaggio. È lunge incontra

a la spumosa riva un basso scoglio

che da’ flutti percosso, è talor tutto

inondato e sommerso. Il verno i vènti

vi tendon sopra un nubiloso velo

che ricuopre le stelle, e quando è il tempo

tranquillo, ha ne l’asciutto una pianura

ch’è di marini uccelli aprica stanza.

Qui d’un elce frondoso il segno pose

il padre Enea, fin dove il corso avanti

stender pria si dovesse, e poi dar volta.

Indi, sortiti i luoghi, al suo ciascuno

si pose in fila. I capitani in poppa

addobbati di bisso e d’ostro e d’oro,

risplendean di lontano; e gli altri tutti

d’una livrea di pioppo incoronati

stavano con le terga ignudi ed unti,

sí che tra l’olio e ‘l sol lumiere e specchi

parean da lunge. E già ne’ banchi assisi,

tese a’ remi le braccia, al suon l’orecchie,

aspettavano il segno. I cori intanto

palpitando movea disio d’onore

e timor di vergogna. Avea la tromba

squillato appena, che in un tempo i remi

si tuffâr tutti, e tutti i legni insieme

si spiccâr da le mosse. I gridi al cielo

n’andâr de’ marinari. Il mar di schiuma

s’asperse intorno; e ‘n quattro solchi eguali

fu con molto stridor da’ rostri aperto,

e da’ remi stracciato. Impeto pari

non fêr nel Circo mai bighe o quadrighe

da le carceri uscendo, allor ch’a sciolte

ed ondeggianti redini gli aurighi

ai volanti destrier sferzan le terga.

Le grida, il plauso, il fremito e le voci,

in favore or di questi ed or di quelli,

tra i curvi liti avvolte, e da le selve

e da’ colli riprese e ripercosse,

facean l’aria intonar fino a le stelle.

Nel primo uscire, il primo avanti a tutti

si vide Gía, mentre la gente freme;

e dopo lui Cloanto, che de’ remi

migliore assai, per la gravezza indietro

rimanea del suo legno. Indi del pari,

o di poco infra loro avean contesa

il Centauro e la Pistri; e quando questa,

quando quello era avanti; e quando entrambi

or le fronti avean giunte ed or le code.

Eran del sasso già presso a la mèta

e di buon tratto vincitore avanti

Gía se ne gía, quand’ei sen vide in alto

da la ripa piú lunge; onde rivolto

al suo nocchiero: “E dove – disse – andrai,

Menete? Attienti al lito e radi il sasso:

vadano gli altri in alto”. Ei tuttavia

d’urtar temendo, in pelago si mise;

e Gía di nuovo: “In qua, Menete, al sasso,

al sasso, a la sinistra, a la sinistra!”

dicea gridando; e vòlto indietro, vide

ch’avea Cloanto addosso. Era Cloanto

già tra lo scoglio e la Chimera entrato;

e via radendo la sinistra riva,

tenne giro sí breve e sí propinquo,

che lui tosto e la mèta anco varcando,

si vide avanti il mare ampio e sicuro.

Grand’ira, gran dolore e gran vergogna

ne sentí ‘l fiero giovine; e piangendo

di stizza, e non mirando il suo decoro,

né che Menete del suo legno seco

fosse guida e salute, in mezzo il prese,

e da la poppa in mar lunge avventollo.

Poscia, ei nocchiero e capitano insieme

diè di piglio al timone e, rincorando

i suoi compagni, al sasso lo rivolse.

Menete, che di veste era gravato,

e via piú d’anni, infino a l’imo fondo

ricevé ‘l tuffo; e risorgendo a pena

rampicossi a lo scoglio, e sí com’era

molle e guazzoso, de la rupe in cima

qual bagnato mastino al sol si scosse.

Rise tutta la gente al suo cadere;

rise al notare: e piú rise anco allora

che’a flutti vomitar gli vide il mare.

Memmo intanto e Sergesto, che del pari

erano addietro, parimente accesi,

su l’indugio di Gía preser baldanza.

Sergesto in vèr lo scoglio avea ‘l vantaggio

del primo loco; ma non tutto ancora

era il suo legno avanti, che la Pistri

premea col rostro del Centauro il fianco.

E Memmo, confortando i suoi compagni,

e ‘n su e ‘n giú per la corsia gridando:

“Via fratelli, – dicea – via degni alunni

d’Ettore invitto, via! compagni eletti

al grand’uopo di Troia. Ora è mestiero

de’ remi, de le forze e del coraggio,

ch’a le Sirti, a Cariddi, a la Malèa

mostraste già. Non piú vincer contendo,

che pur dovrei, se pur Memmo son io:

vinca cui ciò da te, Nettuno, è dato.

Ma ch’ultimi arriviamo, ah! non, fratelli,

questa vergogna; e ciò vincasi almeno

che di tanto rossor tinti non siamo”.

A cotal dir tutti insorgendo, a gara

steser le braccia, ed inarcaro i dorsi,

e fêr per avanzarsi estremo sforzo.

Tremava a i colpi il ben ferrato legno;

fuggia di sotto il mare: ansando i rémigi

aprian l’asciutte bocche; e spesso i fianchi

battendo, a gronde di sudor colavano.

Diè lor fortuna il desïato onore:

ché, mentre furïoso oltre si spinge

Sergesto, e con la prora arditamente

rade la ripa, ebbe il meschino intoppo,

urtando de lo scoglio in una roccia

che nel mar si sporgea. Scheggiossi il sasso:

fiaccârsi i remi: si scoscese il rostro;

e d’un lato pendente e scossa tutta

tremò la nave, e scompigliossi, e stette.

I remiganti attoniti, con gridi,

con ferrate aste, con tridenti e pali

stavan pingendo e puntellando il legno,

e ripescando i remi. Intanto allegro,

e del successo coraggioso e baldo

Memmo ratto s’avanza, e vince il sasso;

e via vogando ed invocando i vènti

fende a la china ed a l’aperto il mare.

Qual d’una grotta, ov’aggia i dolci figli

e ‘l caro nido, spaventata in prima

da súbito schiamazzo esce rombando

ed arrostando una colomba a l’aura;

che poi, giunta ne’ campi, a l’aer queto

quetamente per via dritta e sicura

sen va con l’ali immobili e veloci;

cosí la Pistri pria travolta e vaga

venia da sezzo; indi affilata e stretta

passò prima Sergesto che nel sasso,

come da vischio rattenuto augello

e spennacchiato, i suoi spezzati remi

dibattendo, chiedea soccorso invano;

poscia, spingendo, la Chimera aggiunse

e trapassolla: ché la sua gran mole

e ‘l perduto nocchier la fea piú tarda.

Sol restava Cloanto: e verso lui

affilandosi, al fin quasi del corso

con ogni sforzo il segue, e già l’incalza.

Levossi al cielo un’altra volta il grido

del favor che facea la gente tutta,

perché i secondi divenisser primi.

Quelli caccia lo sdegno e la vergogna

di non tener il conseguito onore,

ché la gloria antepongono a la vita;

questi il successo inanima e la speme

di ciò poter; poich’altrui par che possano.

S’eran già presso e, pareggiati i rostri,

del pari i premi avrian forse ottenuti,

se non ch’ambe le mani al cielo alzando,

cotal fece a gli dèi Cloanto un vóto:

“Santi numi del pelago ch’io corro,

se ‘l corso agevolate al legno mio,

nel medesimo lito un bianco toro

lieto consacrerovvi e de l’opime

sue viscere, e di vin limpido e puro

l’arena spargerovvi e l’onde salse”.

Furon da l’imo fondo i preghi uditi

del buon Cloanto da la schiera tutta

de le ninfe di Nerëo e di Forco,

e da la Panopèa vergine intatta:

e ‘l gran padre Portunno di sua mano

gli spinse il legno; onde, qual vento o strale,

lanciossi a terra, e si scagliò nel porto.

Il padre Enea (com’è costume) avanti

convocati a sé tutti, a suon di tromba

dichiarò vincitor Cloanto il primo,

e le tempie di lauro incoronogli.

Poscia a ciascuna de le navi in dono

diè tre grassi giovenchi, e tre grand’urne

di prezïoso vino, e di contanti

un gran talento. Ornò di maggior doni

i primi condottieri. Al vincitore

presentò di broccato un ricco arnese,

che d’ostro a’ groppi sopra l’oro avea

doppio un lavoro di ricamo e d’ago.

Nel mezzo entro al frondoso bosco idèo

un real giovinetto era tessuto,

ch’anelo e fiero con un dardo in mano

seguia per la foresta i cervi in caccia;

e poco indi lontano un’altra volta

era il medesmo da l’uccel di Giove

rapito in alto; e i suoi vecchi custodi

e i fidi cani lo miravan sotto,

quegli indarno le mani al cielo alzando,

e questi il muso, ed abbaiando a l’aura.

A l’altro poi, che, per valore il primo,

fu per sorte secondo, in premio diede

per ornamento e per difesa in arme

una lorica che d’antica maglia

e di lucente e rinterzato acciaro,

di massiccio oro avea le fibbie e gli orli.

Questa di Simoenta in su la riva

sotto l’alto Ilio, e di sua propria mano

tolse al vinto Demòleo. Era sí grave,

che da Fegèo e da Sàgari, due forti

e robusti sergenti, ivi condotta

era stata a gran pena; e pur indosso

l’avea Demòleo il dí che combattendo

mise in quella riviera i Teucri in volta.

I terzi doni due gran nappi fôro

di forbito metallo, e due gran coppe,

di puro argento figurate intorno

con mirabile intaglio. E già donati,

e de’ lor doni altieri e festeggianti

se ne gian tutti di purpuree bende

le tempie avvinti, e di lentischio adorni;

quando ecco da lo scoglio con grand’arte

e con molta fatica appena svelto

Sergesto, col suo legno infranto e monco

e tarpato de’ remi, in vèr la terra

se ne venia disonorato e mesto.

Com’angue suol, ch’o sia da ruota oppresso

tra la ripa e ‘l sentiero, o sia di sasso

dal vïator percosso o di randello,

procacciando fuggir, con lunghe spire

s’arrosta indarno, e inalberato e fiero

dal mezzo in suso arde negli occhi e fischia:

e d’altra parte dilombato e tardo

debilmente guizzando, in se medesmo

si ripiega, s’attorce e si raggroppa:

cosí co’ remi la fiaccata nave

se ne gia lenta, e con le vele a volo,

ch’a piene vele alfine in porto aggiunse.

Ed a Sergesto anco i suoi doni assegna

il padre Enea, di ricovrar contento

il suo buon legno e i suoi fidi compagni,

e furo i doni una Cretese ancella,

Fòloe di nome, e di telaro e d’ago

maestra esperta e da Minerva instrutta,

giovine e bella, e con due figli al petto.

Questo primo spettacolo compito,

Enea per gli altri una pianura elegge

che di teatro in guisa d’ogn’intorno

ha selve e colli, ed un gran circo avanti,

ove in un palco alteramente estrutto

tra molti mila collocossi in mezzo.

Qui prima al corso i corridori invita

con prezïosi premi, e i premi espone;

e de’ Teucri e de’ Sicoli mostrârsi

i piú famosi. Appresentossi in prima

Eurïalo con Niso. Un giovinetto

di singolar bellezza Eurïalo era;

e Niso un di lui fido e casto amante.

dopo questi Dïòro. Era costui

del legnaggio di Prïamo un rampollo,

giovine generoso; e Sàlio e Patro

vennero appresso: d’Acarnania l’uno,

d’Arcadia I’altro e del tegèo paese:

e due Sicilïani, Èlimo e Pànope,

ambedue cacciatori, ambi seguaci

del vecchio Aceste; e con questi, altri assai

d’oscura nominanza. A cui nel mezzo

stando il gran padre Enea, cosí ragiona:

“Nissun da me di questa schiera eletta

andrà senza mie’ doni, e parimente

una coppia di dardi avrà ciascuno

di rilucente acciaro, ed una d’oro

e d’argento commesso a l’arabesca

non piú vista bipenne. I principali

tre vincitori i primi pregi avranno,

e fian tutti d’oliva incoronati.

E ‘l primiero de’ tre d’un buon destriero

sarà provvisto ben guarnito e bello.

L’altro avrà d’un’Amazzone un turcasso

pien di tracie saette, un arco d’osso,

ed un bel cinto, a cui sono ambi appesi,

c’han di gemme il fermaglio e d’òr la fibbia.

Il terzo d’un’argolica celata

se ne vada contento; e sarà questa”.

Ciò detto, e presi i luoghi, e ‘l segno dato

s’avventâr da la sbarra: e quasi un nembo

l’un da l’altro dispersi, insieme tutti

volâr, mirando al fine. Il primo avanti

si tragge Niso, e di gran lunga avanti:

ché va di vento e di saetta in guisa.

Prossimo a lui, ma prossimo d’un tratto

molto lontano, è Salio. A Salio, Eurïalo;

Eurïalo ha di poco Èlimo addietro;

ad Èlimo Dïòro appresso tanto

che già sopra gli anela e già l’incalza;

e se ‘l corso durava, anco l’arebbe

o prevenuto o pareggiato almeno.

Eran presso a la mèta, ed eran lassi,

quando ne l’erba, pria di sangue intrisa

degli occisi giovenchi, il piè fermando

sinistramente e sdrucciolando a terra

cadde Niso infelice, e ‘l volto impresse

nel sacro loto, sí che gramo e sozzo

ne surse poi. Ma del suo amore intanto

non obliossi: ché sorgendo, intoppo

si fece a Salio; onde con esso avvolto

stramazzò ne l’arena: e mentre ei giacque,

Eurïalo del danno e del favore

s’avanzò de l’amico, e de le grida,

con che gli diêr le genti animo e forza:

ond’ei fu ‘l primo, ed Èlimo il secondo;

Dïòro il terzo. E tal fin ebbe il corso.

Ma di rumor se n’empie e di tenzone

il circo tutto; e Salio anzi il cospetto

de’ giudici e de’ padri or si protesta,

or detesta, or esclama; e del tradito

suo valor si rammarca, e ragion chiede.

In difesa d’Eurïalo a rincontro,

è il favor de la gente, e quel decoro

suo dolce lagrimare, e quell’invitta

forza c’ha la vertú con beltà mista.

Grida Dïòro anch’egli, e lui sovviene,

e se stesso difende, poi ch’il terzo

essere non può quando sia Salio il primo.

Enea cosí decise: “Aggiate voi,

generosi garzoni, i pregi vostri;

e nulla in ciò de l’ordine si muti:

ch’io supplirò con degna ammenda al caso,

ond’ha fortuna indegnamente afflitto

l’amico mio”. Ciò detto, una gran pelle

presenta a Salio d’un leon getúlo,

c’ha il tergo irto di velli e l’unghie d’oro.

E qui Niso: “O signor, – disse, – di tanto

guiderdonate i perditori, e tale

di chi cade pietà vi prende; ed io

di pietà non son degno né di pregio,

io che son di fortuna a Salio eguale,

e di valore a tutti gli altri avanti?”

E ciò dicendo, sanguinoso il volto

e livido mostrossi e lordo tutto.

Rise il buon padre Enea, poscia un pregiato

e degno scudo, ch’a le porte appeso

era già di Nettuno, ed ei riscosso

l’avea da’ Greci, con mirabil arte

dal saggio Didimàone construtto,

venir tosto si fece, e Niso armonne.

Finiti i corsi e dispensati i doni,

“Or – disse Enea – qual sia che vaglia ed osi

di forza e d’ardimento, al cesto invito.

Chïunque accetta, col suo braccio in alto

si mostri accinto”. E ciò dicendo, in mezzo

propon due pregi: al vincitore un toro

di bende il tergo adorno e d’òr le corna:

un elmo ed un cimiero ed una spada

per conforto del vinto. Incontinente

uscio Darete poderoso in campo,

e con gran plauso si mostrò del volgo.

Era Darete un, che, di forze estreme,

fu solo ardito a star con Pari a fronte,

e che a la tomba del famoso Ettorre

in su l’arena il gran Bute distese:

e fu Bute un atleta, anzi un colosso,

di corpo immane, che in Bebrizia nato,

d’Àmico si vantava esser disceso.

Per tal da tutti avuto, e tal comparso

in su la lizza, altero ed orgoglioso

squassò la testa: e, i grandi omeri ignudo,

le muscolose braccia e ‘l corpo tutto

brandí piú volte, e menò colpi a l’aura.

Cercossi un pari a lui, né fu fra tanti

chi rispondesse, o che di cesto armato

s’appresentasse. Ond’ei lieto e sicuro,

come d’ogni tenzon libero fosse,

al toro avvicinossi, e ‘l destro corno

con la sinistra sua gli prese, e disse:

“Signor, poiché non è chi meco ardisca

di stare a prova, a che piú bado? e quanto

badar piú deggio? Or di’ che ‘l pregio è mio

perch’io meco l’adduca”. A ciò fremendo

assentirono i Teucri; e già co’ gridi

de l’onor lo facean degno e del dono;

quando verso d’Entello il vecchio Aceste,

sí com’egli era in un cespuglio a canto,

si volse: e rampognando: “Ah, – disse – Entello,

tu sei pur fra gli eroi de’ nostri tempi

il piú noto e ‘l piú forte; e come soffri

ch’un sí gradito pregio or ti si tolga

senza contesa? Adunque è stato invano

fin qui da noi rammemorato e cólto

Èrice, in ciò nostro maestro e dio?

Ov’è la fama tua che ancor si spande

per la Trinacria tutta? Ove son tante

appese a i palchi tue famose spoglie?”

Rispose Entello: “Né disio d’onore,

né vaghezza di gloria unqua, signore,

mi lasciâr mai, né mai viltà mi prese;

ma l’incarco de gli anni, il freddo sangue,

e la scemata mia destrezza e forza

mi ritraggono addietro. Io quando avessi

o men quei giorni, o non men quel vigore

onde costui di sé tanto presume,

già per diletto mio seco a le mani

sarei venuto, e non dal premio indotto,

ché premio non ne chero. E pur qui sono”.

Disse, e sorgendo, due gran cesti e gravi

gittò nel campo, e quelli stessi, ond’era

solito a le sue pugne Èrice armarsi.

Stupîr tutti a quell’armi che di sette

dorsi di sette buoi, di grave piombo

e di rigido ferro eran conserti.

Stupí Darete in prima, e ricusolle

a viso aperto: onde d’Anchise il figlio

le prese avanti, e i lor volumi e ‘l pondo

stava mirando, quando il vecchio Entello

cosí soggiunse: “Or che diria costui

se visto avesse i cesti e l’armi stesse

d’Ercole invitto, e l’infelice pugna,

onde in su questo lito Èrice cadde?

D’Èrice tuo fratello eran quest’armi.

Vedi che sono ancor di sangue infette

e d’umane cervella. Il grande Alcide

con queste Èrice assalse: e con quest’io

m’esercitai, mentre le forze e gli anni

eran piú verdi, e non canuti i crini.

Ma poscia che Darete or le rifiuta,

se piace a te, se mel consente Aceste

per cui son qui, di ciò, Troiano ardito,

non vo’ che ti sgomenti. Io mi rimetto,

e cedo a queste; e tu cedi a le tue:

combattiam con altr’armi e siam del pari”.

Cosí detto spogliossi; e sí com’era

de le braccia, de gli omeri e del collo

e di tutte le membra e d’ossa immane,

quasi un pilastro in su l’arena stette.

Allora Enea fece due cesti addurre

d’ugual peso e grandezza; ed egualmente

ne fûro armati. In prima su le punte

de’ piè l’un contra l’altro si levaro:

brandîr le braccia; ritirârsi in dietro

con le teste alte: in guardia si posaro

or questi, or quelli: al fine ambi ristretti

mischiâr le mani, ed a ferir si diêro.

Era giovine l’uno, agile e destro

in su le gambe: era membruto e vasto

l’altro, ma fiacco in su’ ginocchi e lento,

e per lentezza (il fiato ansio scotendo

le gravi membra e l’affannata lena)

palpitando anelava. In molte guise

in van pria si tentaro, e molte volte

s’avvisâr, s’accennaro e s’investiro.

A le piene percosse un suon s’udia

de’ cavi fianchi, un rintonar di petti,

un crosciar di mascelle orrendo e fiero.

Cadean le pugna a nembi, e vèr le tempie

miravan la piú parte; e s’eran vòte,

rombi facean per l’aria e fischi e vento.

Stava Entello fondato; e quasi immoto,

poco de la persona, assai de gli occhi

si valea per suo schermo. A cui Darete

girava intorno, qual chi ròcca oppugna,

quantunque indarno, che per ogni via

con ogni arte la stringe e la combatte.

Alzò la destra Entello, ed in un colpo

tutto s’abbandonò contro Darete;

ed ei, che lo previde, accorto e presto

con un salto schivollo: onde ne l’aura

percosse a vôto, e dal suo pondo stesso

e da l’impeto tratto, a terra cadde.

Tal un alto, ramoso, antico pino

carco de’ gravi suoi pomi si svelle

d’un cavo greppo, e con la sua ruina

d’Ida una parte, o d’Erimanto ingombra.

Allor gridò, gioí, temé la gente,

si com’eran de’ Siculi e de’ Teucri

gli animi e i vóti a i due compagni affetti.

Le grida al ciel ne giro. Aceste il primo

corse per sollevare il vecchio amico;

ma né dal caso ritardato Entello,

né da téma sorpreso, in un baleno

risurse e piú spedito e piú feroce;

ché l’ira, la vergogna e la memoria

del passato valor forza gli accrebbe.

Tornò sopra a Darete, e per lo campo

tutto a forza di colpi orrendi e spessi

lo mise in volta, or con la destra in alto,

or con la manca, senza posa mai

dargli, né spazio di fuggirlo almeno.

Non con sí folta grandine percuote

oscuro nembo de’ villaggi i tetti,

come con infiniti colpi e fieri

sopra Darete riversossi Entello.

Allor il padre Enea, l’un ritogliendo

da maggior ira, e l’altro da stanchezza

e da periglio, entrò nel mezzo; e prima

fermato Entello, a consolar Darete

si rivolse dicendo: “E che follia

ti spinge a ciò? Non vedi a cui contrasti?

Non senti e le sue forze e i numi avversi?

Cedi a dio, cedi”. E, cosí detto, impose

fine a l’assalto. I suoi fidi compagni

cosí com’era afflitto, infranto e lasso,

col capo spenzolato, e con la bocca

che sangue insieme vomitava e denti,

lo portaro a le navi; e fu lor dato

l’elmo, il cimiero e la promessa spada.

Rimase al vincitor la palma e ‘l toro,

di che lieto e superbo: “O de la dea –

disse – famoso figlio, e voi Troiani,

quinci vedete qual ne’ miei verd’anni

fu la mia possa, e da qual morte aggiate

liberato Darete”. E, ciò dicendo,

recossi anzi al giovenco, e ‘l duro cesto

gli vibrò fra le corna. Al fiero colpo

s’aperse il teschio, si schiacciaron l’ossa,

schizzò ‘l cervello; e ‘l bue tremante e chino

si scosse, barcollò, morto cadé.

Ed ei soggiunse: “Èrice, a te quest’alma

piú degna di morire offrisco in vece

di quella di Darete, e vincitore

qui ‘l cesto appendo, e qui l’arte ripongo”.

Immantinente Enea l’altra contesa

propon de l’arco, e i suoi premi dichiara.

Ma l’albero condur pria de la nave

fa di Sergesto, e ne l’arena il pianta:

suvvi una fune, e ne la fune appende

una viva colomba, e per bersaglio

la pon de le saette e degli arcieri.

Fêrsi i piú chiari avanti, e i nomi loro

del fondo si cavâr d’un elmo a sorte.

Uscio primiero Ippocoonte, il figlio

d’Irtaco generoso, a cui con lieto

grido la gente applause. A lui secondo

fu Memmo, che pur dianzi il pregio ottenne

del naval corso: e Memmo, sí com’era,

di verde oliva incoronato apparve.

Apparve Eurizio il terzo; ed era questi

minor, ma ben di te degno fratello,

Pàndaro glorïoso, che de’ Teucri

rompesti i patti, e saettasti in mezzo

a l’oste greca il gran campione argivo.

Ultimo si restò de l’elmo in fondo

il vecchio Aceste, che sí vecchio anch’egli

ardí di porsi a giovenil contrasto.

Tesero gli archi, e trasser le quadrella

da le faretre. A tutti gli altri avanti

d’Irtaco il figlio a saettare accinto

col suon del nervo e del pennuto strale

l’aura percosse e sí dritto fendella

che l’albero investí. Tremonne il legno,

spaventossi l’augello; e d’alte grida

risonò ‘l campo e la riviera tutta.

Memmo vien dopo, e pon la mira, e scocca:

e ‘l misero fra’ piè colpisce appunto

in su la corda, e ne recide il nodo.

Libera la colomba a volo alzossi,

e per lo ciel veloce a fuggir diessi.

Eurizio allor, ch’avea già l’arco teso

e la cocca in sul nervo, al suo fratello

votossi, e trasse; e ne le nubi stesse

(sí come lieta se ne giva e sciolta)

la ferí sí che con lo strale a terra

cadde trafitta, e lasciò l’alma in cielo.

Sol vi restava Aceste, a cui la palma

era già tolta: ond’ei scoccò ne l’alto

lo strale a vòto, e la destrezza e l’arte

mostrò nel gesto e nel sonar de l’arco.

Quinci subitamente un mostro apparve

di meraviglia e di portento orrendo;

come si vide, e come interpretato

fu poi da formidabili indovini.

Ché la saetta in su le nubi accesa

quanto volò, tanto di fiamma un solco

si trasse dietro, infin ch’ella nel foco,

e ‘l foco in aura dileguossi e sparve.

Tal sovente dal ciel divelta cade

notturna stella, e trascorrendo lascia

dopo sé lungo e luminoso il crine.

A questo augurio attoniti i Sicani

e i Teucri tutti, umilemente a terra

gittârsi, ed agli dii pace chiedero.

Solo Enea per sinistro e per infausto

non l’ebbe; e ‘l vecchio Aceste, che gioioso

era di ciò, gioiosamente accolse,

e molti doni appresentogli, e disse:

“Prendi, padre, da me questi che scevri

dagli altri onori a te destina il cielo

con questi auspici, e questa coppa in prima,

un de’ piú cari a me paterni arredi,

e caro e prezïoso al padre mio,

e per l’intaglio, e per la rimembranza

del buon re Cisso, che fra gli altri doni

questo in Tracia gli diè pegno e ricordo

de l’amor suo”. Cosí dicendo, il fronte

gli ornò di verde alloro, e dichiarollo

vincitor primo. Né di ciò sentissi

il buon Eurizio offeso, ancor ch’ei solo

fosse de la colomba il feritore.

Di lui fu poscia il guiderdon secondo.

Chi recise la corda ottenne il terzo:

e l’ultim’ebbe chi confisse il legno.

Non era ancor questa contesa al fine,

quando in disparte Epítide chiamando

un che di Iulo era custode e guida:

“Va, – gli disse a l’orecchio, – e fa che Ascanio

si spinga avanti, se le schiere in punto

ha de’ fanciulli, e ch’armeggiando onori

la memaria de l’avo”. Impone intanto

che la gente s’apparti, e il circo tutto

quanto è largo si sgombri e quant’è lungo.

Già si mettono in via; già nel cospetto

vengon de’ padri i pargoletti eroi

su frenati destrier lucenti e vaghi.

Solo a veder gli abbigliamenti e i gesti,

ne sta di Troia e di Sicilia il volgo

meraviglioso, e ne gioisce e freme.

Parte ha di lor una ghirlanda in testa,

e sotto accolto e raccorciato il crine:

parte ha l’arco e ‘l turcasso, e d’oro un fregio

che da le spalle attraversando il petto

sen va di serpe attorcigliato in guisa.

Eran tutti in tre schiere; avean tre duci,

e ciascun duce conducea di loro

tre volte quattro, e ‘n tre luoghi spartiti,

facean pomposa ed ordinata mostra.

L’una de le tre schiere avea per capo

Priamo novello, di Políte il figlio,

e di cui nome avea nipote illustre,

grand’acquisto d’Italia. Il suo destriero

era nato di Tracia d’un mantello

vario, balzàn d’un piè, stellato in fronte.

Ati fu l’altro, onde i Latini han dato

nome a l’Attia famiglia: un fanciul caro

al garzonetto Iulo. Iulo il terzo,

ma di bellezza e di valore il primo,

cavalcava un corsier che sorïano

era di razza, e de la bella Dido

l’avea per un ricardo e per un pegno

de l’amor suo. Gli altri fanciulli tutti

eran d’Aceste in su’ cavalli assisi.

Con gran letizia, e con gran plauso i Teucri

gli ricevêr come che timidetti

fossero in prima, e le sembianze in loro

avvisaro e ‘l valor de’ padri stessi.

Poscia che passeggiando al circo intorno

girârsi in lenta e grazïosa mostra,

si disposero al corso; e mentre accolti

se ne stavano a ciò schierati in fila

da l’un de’ capi, Epítide da l’altro

diè lor col suon de la sua sferza il cenno.

Corsero a tre per tre, pari e disgiunti

l’una schiera da l’altra, e rivolgendo

tornâr di dardi e di saette armati.

Indi a cacciarsi, a rincontrarsi, a porsi

in varie assise, ad uno ad uno, a molti,

a tutti insieme, a far volte, rivolte,

e giri e mischie in piú modi si diêro;

or fuggendo, or seguendo; or come infesti

or come amici. In quante guise a zuffa

si viene in campo; in quante si discorre

per le molte intricate e cieche strade

del labirinto che si dice in Creta

esser costrutto; in tante s’aggiraro,

si confusero insieme, e si spartiro

de’ Teucri i figli: e tali anco i delfini

per l’Iönio scherzando o per l’Egeo

fan giravolte e scorribande e tresche.

Questi tornïamenti e queste giostre

rinnovò poscia Ascanio, allor ch’eresse

Alba la lunga; appresongli i Latini;

gli mantenner gli Albani; e d’Alba a Roma

fur trasportati, e vi son oggi; e come

e l’uso e Roma e i giuochi derivati

son da’ Troiani, hanno or di Troia il nome.

Questi eran fino a qui del santo vecchio

celebrati al sepolcro onori e ludi,

allor che la fortuna ai Teucri infida

un nuovo storpio agl’infelici ordio:

ché mentre erano in ciò parte occupati,

e tutti intesi, la saturnia Giuno

da l’antico odio spinta, e de’ lor danni

non ancor sazia, Iri coi vènti in prima

venir si fece; e poiché instrutta l’ebbe

di ciò ch’er’uopo, a la troiana armata

le commise ch’andasse. Ella veloce

infra mille suoi lucidi colori

occulta ed invisibile calossi.

Vide sul lito una gran gente accolta

da l’un de’ lati; il porto abbandonato

da l’altro, e vòti e senza guardia i legni.

Vide poi che da gli uomini in disparte

stavan le donne d’Ilio, il morto Anchise

piangendo anch’esse; e ne’ lor pianti il mare

mirando: “Oh – dicean tutte – ancor di tanto,

e con tanti perigli e tanti affanni

ne resta a navigarlo, e siam già vinte

da la stanchezza!”, in ciò desio mostrando

di ricetto e di posa, e téma e tedio

di rimbarcarsi. Ella, che a nuocer luogo

e tempo vide accomodato ed atto,

deposto de la dea l’abito e ‘l volto,

tra lor si mise, e Bèröe si fece,

una vecchia d’aspetto e d’anni grave,

che del tracio Doríclo era già moglie,

di famiglia, di nome e di figliuoli

matrona illustre; e, tal sembrando, disse:

“O meschinelle, a cui per man de’ Greci

non fu sotto Ilio di morir concesso,

gente infelice, a che strazio, a che scempio

la fortuna vi serba! Ecco già volge

il settim’anno, da che Troia cadde,

che ‘l mar, la terra, il ciel, gli uomini, i sassi

avete incontro; e pur Lazio seguite

che vi fugge davanti? Or che vi toglie

di qui fermarvi? Non fûr questi liti

d’un già frate d’Enea? Non son d’Aceste,

ospite nostro? E perché qui non s’erge

la città che dal ciel ne si destina?

O patria! o da’ nemici invan ritolti

santi numi Penati! Invano adunque

aspetterem de la novella Troia

le desïate mura! e non fia mai

che piú Xanto veggiamo e Simoenta?

Su, figlie; mano al foco; e queste infauste

navi ardete con me: ch’io da Cassandra

di cosí far son ammonita in sogno.

Ella con un’ardente face in mano

questa notte m’apparve, e m’era avviso

d’esser, com’or son, vosco, e ch’ella vòlta

vêr noi: “Prendete, – ne dicesse – e Troia

cercate qui; ché qui posar v’è dato”.

Or questa è nostra patria, e questo è ‘l tempo

di compir l’opra che ‘l prodigio accenna.

Piú non s’indugi. Ecco Nettuno stesso

con questi quattro a lui sacrati altari

ne dà l’occasïon, l’animo e ‘l foco”.

Ciò disse; ed ella in prima un tizzo ardente

rapí da l’are; e ‘l braccio alto vibrando

via piú l’accese, e vèr le navi il trasse.

Confuse ne restaro e stupefatte

le donne d’Ilio; e Pirgo, una di loro

ch’era d’anni maggiore, e fu di molti

figli del gran re Prïamo nutrice:

“Donne, – disse – non è, non è costei

né Troiana, né Bèröe, né moglie

fu di Doríclo: è dea. Notate i segni:

com’arde ne la vista, e quali spira

ne l’andar, ne la voce e nel sembiante

celesti onori. Io pur testé mi parto

da Bèröe, che, di corpo egra, languendo

stassi, e sdegnando che a quest’atto sola

nosco non intervenga”. E qui si tacque.

Le madri paventose e dubbie in prima

con gli occhi biechi rimirâr le navi,

sospese le meschine infra l’amore

di godersi la terra, e la speranza

che perdean de’ reami, a cui chiamate

eran dal fato. Intanto alto in su l’ali

la dea levossi, e tra le opache nubi

per entro al suo grand’arco ascese, e sparve.

Allor dal mostro spaventate, e spinte

da cieca furia, s’avventâr gridando:

e di faci e di frondi e di virgulti

spogliaro altre gli altari, altre infocaro

i legni sí che in un momento appresi

i banchi, i remi e l’impeciate poppe

mandâr fiamme e scintille e fumo al cielo.

Portò di questo incendio Eumelo avviso

là ‘ve al sepolcro era la gente accolta,

e de l’incendio stesso un atro nembo

ne diè fumando e scintillando indizio.

Ascanio il primo (sí com’era avanti,

duce del corso) al mar si spinse in guisa

che i suoi maestri impallidîr per téma,

e richiamando lo seguiro in vano.

Giunto che fu: “Che furor – disse – è questo?

Dove, dove ne gite? e che tentate,

misere cittadine? Ah! che non questi

de’ Greci i legni o gli steccati sono.

Voi di voi stesse le speranze ardete.

Io sono il vostro Ascanio”. E qui l’elmetto,

onde a la giostra era comparso armato,

gittossi a’ piè. Córsevi intanto Enea:

vi corsero de’ Teucri e de’ Sicani

le schiere tutte. Allor per téma sparse

le donne per lo lito e per le selve

se ne fuggiro, ed appiattârsi ovunque

ebber di rupi o di spelonche incontro:

ché, pentite del fallo, odiâr la luce,

cangiâr pensieri, e con l’amor de’ suoi

Iri del petto disgombrârsi e Giuno.

Ma non però l’indomito furore

cessò del foco; ché la secca stoppa,

e l’unta pece, e gli aridi fomenti

l’avean fin dentro a le giunture appreso;

onde nel molle, ancor vivo, esalava

un lento fumo, e penetrava i fondi

sí ch’ogni forza, ogni argomento umano,

e ‘l mare stesso, che da tante genti

sopra gli si versava, erano in vano.

Squarciossi Enea da gli omeri la veste

ch’avea lugúbre, e da’ celesti aíta

chiedendo, al ciel volse le palme, e disse:

“Onnipotente Giove, se de’ Teucri

ancor non t’è, senza riservo, in ira

la gente tutta, e se, qual sei, pietoso

miri gli umani affanni, a tanto incendio

ritogli, padre, i male addotti legni;

ritogli a morte queste poche afflitte

reliquie de’ Troiani; o quel che resta

tu col tuo proprio tèlo, e di tua mano

(se tale è il merto mio) folgora e spegni”.

Ciò disse a pena, che da torbidi Austri,

e da nera tempesta il cielo involto

in disusata pioggia si converse.

Tremaro i campi, si crollaro i monti

al suon de’ tuoni: a cateratte aperte

traboccâr da le nubi i nembi e i fiumi.

Cosí sotto dal mar, sovra dal cielo

le già quasi arse navi in mezzo accolte

furon da l’acque: onde le fiamme in prima,

poscia il vapor s’estinse, e tutte spente,

se non se quattro, si salvaro al fine.

Di sí fero accidente Enea turbato,

molti e gravi pensier tra sé volgendo,

stava infra due, se per suo novo seggio

(posto il fato in non cale) ei s’eleggesse

de la Sicilia i campi, o pur di lungo

cercasse Italia. In ciò Naute, un vecchione,

ch’era (mercé di Pallade e degli anni)

di molta esperïenza e di gran senno,

o fosse ira di dio che lo movesse,

o pur ch’era cosí nel ciel prescritto,

in cotal guisa a suo conforto disse:

“Magnanimo signor, comunque il fato

ne tragga o ne ritragga, e che che sia,

vincasi col soffrire ogni fortuna.

Aceste è qui, ch’è del dardanio seme

e di stirpe celeste un ramo anch’egli.

Prendi lui per compagno al tuo consiglio,

e con lui ti confedera e t’aduna,

che in grado prenderallo; e tu de’ tuoi

ciò che t’avanza per gli adusti legni,

o fastidito è di sí lungo esiglio,

o che langua o che tema, o che sia manco

per etate o per sesso, a lui si lasci,

ch’è pur troiano; ed ei lor patria assegni,

che dal nome di lui si nomi Acesta”.

S’accese al detto del suo vecchio amico

il troian duce; e trapassando d’uno

in un altro pensiero, era già notte,

quando l’imago del suo padre Anchise

veder gli parve, che dal ciel discesa

in tal guisa dicesse: “O figlio, amato

vie piú de la mia vita infin ch’io vissi,

figlio, che segno sei de le fortune,

e del fato di Troia, io qui mandato

son dal gran Giove, che dal ciel pietoso

ti mirò dianzi, e i tuoi legni ritolse

da l’orribile incendio. Attendi al detto

del vecchio Naute, e ne l’Italia adduci

(sí come ei fedelmente ti consiglia)

de la tua gioventú soli i piú scelti,

i piú sani, i piú forti e i piú famosi,

ch’ivi aspra gente e ruvida e feroce

domar convienti. Ma convienti in prima

per via d’Averno, ne l’inferno addurti,

e meco ritrovarti, ov’ora io sono,

figlio, non già nel Tartaro, o fra l’ombre

de le perdute genti; ma felice

tra i felici e tra’ pii, per quelli ameni

elisi campi mi diporto e godo.

A questi lochi, allor che molto sangue

avrai di negre pecorelle sparso,

ti condurrà la vergine Sibilla.

Ivi conto saratti il tuo legnaggio,

e ‘l tuo seggio fatale: e qui ti lascio,

già che varcato è de la notte il mezzo,

e del nimico sol dietro anelando

i veloci destrier venir mi sento”.

E ciò dicendo, allontanossi e sparve.

“Dove, padre, ne vai, dove t’ascondi? –

dicendo Enea, – chi fuggi? o chi ti toglie

da le mie braccia?” al già sopito foco

si trasse, e lo raccese; e incenso e farro

offrí devoto ai sacrosanti numi

de l’alma Vesta e de’ suoi patrii Lari.

Indi i compagni, e pria di tutti Aceste,

de l’imperio di Giove e de’ ricordi

del caro padre incontinente avvisa,

e ‘l suo parer ne porge. In un momento

si propon, si consulta, e s’eseguisce.

Aceste non recusa; e già descritti

i nomi de le madri, degl’infermi,

e de le genti che mestiero o cura

avean piú di riposo che di lode,

essi pochi, ma scelti, e guerrier tutti,

rivolti a risarcir gli adusti legni,

rinnovaron le sarte, i remi, i banchi,

e ciò che ‘l foco avea corroso ed arso.

Enea de la città le mura intanto

insolca, e i lochi assegna; e parte Troia,

e parte Ilio ne chiama, e re n’appella

il buon troiano Aceste. Ei lieto il carco

ne prende; indíce il fòro, elegge i padri,

ode, giudica e manda. Allora in cima

de l’Ericinio giogo il gran delúbro

surse a Venere idalia: e i sacerdoti

gli si addissero in prima. Allor s’aggiunse

al tumulo d’Anchise il sacro bosco.

Avea già nove dí fatti solenni

sarifici e conviti; e ‘l mare e i vènti

eran placidi e queti. Austro sovente

spirando, in alto i lor legni invitava,

quando un pianto dirotto per lo lito

levossi, un condolersi, un abbracciarsi

che tutto il dí durò, tutta la notte.

Le meschinelle donne, e quegli stessi,

cui dianzi spaventosa era la faccia

e ‘l nome intollerabile del mare,

voglion di nuovo ogni marin disagio

soffrire, e de l’esiglio ogni fatica.

Ma li racqueta e li consola Enea

con dolci modi, e lagrimando alfine

da lor si parte, ed al suo caro Aceste

quanto può caramente gli accomanda.

Poscia, fatta al grand’Èrice in sul lito

di tre giovenchi offerta, e d’un’agnella

a le Tempeste, si rimbarca e scioglie.

Ed ei stesso altamente in su la proda,

cinto il capo d’oliva, una gran tazza

in man si reca, e di lenèo liquore

e di viscere sacre il mare asperge.

Sorgea da poppa il vento, e le sals’onde

ne gian solcando i remiganti a gara,

quando del figlio Citerea gelosa

Nettuno assalse, e seco querelossi

in cotal guisa: “La grav’ira e l’odio

di Giuno insazïabile m’inchina

ad ogni priego; poscia che né ‘l tempo,

né la pietà, né Giove, né ‘l destino

acquetar non la ponno. E non le basta

d’aver già Troia desolata ed arsa,

che le reliquie, il nome e l’ossa e ‘l cenere

ne perseguita ancora. Ella ne sappia,

ella ne dica la cagione. Io chiamo

te per mio testimon de l’improvisa

micidïal tempesta che pur dianzi

per mezzo de l’eolide procelle

mosse lor contra (tua mercede) invano.

Or ha l’iniqua per le mani stesse

de le teucre matrone i teucri legni

dati sí bruttamente al foco in preda,

perché i meschini, arse le navi loro,

sian di lasciare i lor compagni astretti

per le terre straniere. Or quel che resta,

e ch’a te chieggo, è che il tuo regno omai

sia lor sicuro, e ch’una volta alfine

tocchin del Tebro e di Laurento i campi:

se però quel ch’io chieggo è che dal cielo

al mio figlio si debba, e se quel seggio

ne dan le Parche e ‘l Fato”. A lei de l’onde

rispose il domatore: “Ogni fidanza

prender puoi, Citerea, ne’ regni miei

onde tu pria nascesti. E non son pochi

ancor teco i miei merti; ché piú volte

ho per Enea l’ira e il furore estinto

e del mare e del cielo. Ed anco in terra

non ebb’io (Xanto e Simoenta il sanno)

de la salute sua cura minore,

allor ch’Achille a le troiane schiere

sí parve amaro, e che fin sotto al muro

le cacciò d’Ilio, e tal di lor fe’ strage,

che ne gîr gonfi e sanguinosi i fiumi:

e Xanto da’ cadaveri impedito

sboccò ne’ campi, e deviò dal mare.

Era quel giorno Enea d’Achille a fronte,

né dii, né forze avea ch’a lui del pari

stessero incontro. Io fui che ne la nube

allor l’ascosi; io che di man ne ‘l trassi,

quando piú d’atterrar avea desio

quelle mura odïose e disleali,

che pur de le mie mani eran fattura.

Or ti conforta che vèr lui son io

qual fui mai sempre, e come agogni, il porto

attingerà sicuramente; e ‘l lago

vedrà d’Averno, e de’ suoi tutti un solo

gli mancherà. Sol un convien che pèra

per condur gli altri suoi lieti e sicuri”.

Poiché di Citerea la mente queta

ebbe de l’onde il padre, i suoi cavalli

giunti insieme e frenati, a lente briglie

sovra de l’alto suo ceruleo carro

abbandonossi, e lievemente scórse

per lo mar tutto. S’adeguaron l’onde,

si dileguâr le nubi: ovunque apparve,

tutto sgombrossi, del suo corso al suono,

ch’avea di torbo il ciel, di gonfio il mare.

Cingean Nettuno allor da la man destra

torme di pistri e di balene immani,

di Glauco il vecchio coro, e d’Ino il figlio,

e i veloci Tritoni, e tutto insieme

lo stuol di Forco. Da sinistra intorno

gli era Teti, Melite e Panopèa,

Spïo, Nisea, Cimòdoce e Talía.

Qui per l’amara dipartenza afflitto,

il padre Enea rasserenossi in parte,

e ciò che a navigar facea mestiero

gioiosamente a’ suoi compagni impose.

Tirâr l’antenne, inalberâr le vele,

sciolsero, ammaïnâr, calaro, alzaro,

fêr le marinaresche lor bisogne

tutti in un tempo, ed in un tempo insieme

drizzâr le prore al mar, le poppe al vento.

Innanzi a tutti con piú legni in frotta

gia Palinuro, il provvido nocchiero,

e gli altri dietro lui di mano in mano.

Era l’umida notte a mezzo il cerchio

del ciel salita, e già languidi e stanchi

su i duri legni i naviganti agiati

prendean quïete; quando ecco da l’alte

stelle placido e lieve il Sonno sceso

si fece quanto avea d’aëre intorno

sereno e queto: e te, buon Palinuro,

senza tua colpa, insidïoso assalse,

portando a gli occhi tuoi tenebre eterne.

Ei di Forbante, marinaro esperto,

presa la forma, come noto, appresso

in su la poppa gli si pose, e disse:

“Tu vedi, Palinuro: il mar ne porta

con le stesse onde, e ‘l vento ugual ne spira.

Temp’è che pòsi omai: china la testa,

e fura gli occhi a la fatica un poco,

poscia ch’io son qui teco, e per te veglio”.

Cui Palinuro, già gravato il ciglio,

cosí rispose: “Ah! tu non credi adunque

ch’io conosca del mar le perfid’onde,

e ‘l falso aspetto? A tale infido mostro

ch’io fidi il mio signore e i legni suoi?

ch’al fallace sereno, a i vènti instabili

presti fede io, che son da lor deluso

già tante volte? E, ciò dicendo, avea

le man ferme al timon, gli occhi a le stelle.

Il Sonno allora di letèo liquore

e di stigio veleno un ramo asperso

sovra gli scosse, e l’una tempia e l’altra

gli spruzzò sí che gli occhi ancor rubelli

gli strinse, gli gravò, gli chiuse al fine.

A pena avean le prime gocce infusa

la lor virtú, che ‘l buon nocchier disteso

ne giacque: e ‘l dio col suo mentito corpo

sopra gli si recò, pinse e sconfisse

un gheron de la poppa, e lui con esso

e col temon precipitò nel mare.

Né gli valse a gridar, cadendo, aíta;

ché l’un qual pesce, e l’altro qual augello,

questi ne l’onda, e quei ne l’aura sparve.

Né l’armata ne gio però men ratta,

né men sicura; ché Nettuno stesso,

come promesso avea, la resse e spinse.

Era delle Sirene omai solcando

giunta agli scogli, perigliosi un tempo

a’ naviganti; onde di teschi e d’ossa

d’umana gente si vedean da lunge

biancheggiar tutti. Or sol, di canti in vece,

se n’ode un roco suon di sassi e d’onde.

Era, dico, qui giunta, allor ch’Enea

al vacillar del suo legno s’accorse

che di guida era scemo e di temone:

ond’egli stesso, infin che ‘l giorno apparve,

se ne pose al governo, e ‘l caso indegno

del caro amico in tal guisa ne pianse:

“Troppo al sereno, e troppo a la bonaccia

credesti, Palinuro. Or ne l’arena

dal mar gittato in qualche strano lito

ignudo e sconosciuto giacerai,

né chi t’onori avrai, né chi ti copra”.

LIBRO SESTO

Cosí piangendo disse: e navigando

di Cuma in vèr l’euboïca riviera

si spinse a tutto corso, onde ben tosto

vi furon sopra, e v’approdaro alfine.

Volser le prue, gittâr l’ancore; e i legni,

sí come stêro un dopo l’altro in fila,

di lungo tratto ricovrîr la riva.

Lieta la gioventú nel lito esperio

gittossi: ed in un tempo al vitto intesi,

chi qua, chi là si diêro a picchiar selci,

a tagliar boschi, a cercar fiumi e fonti.

Intanto Enea verso la ròcca ascese,

ove in alto sorgea di Febo il tempio,

e là dov’era la spelonca immane

de l’orrenda Sibilla, a cui fu dato

dal gran delio profeta animo e mente

d’aprir l’occulte e le future cose.

Avea di Trivia già varcato il bosco,

quando avanti di marmo ornato e d’oro

il bel tempio si vide. È fama antica

che Dedalo, di Creta allor fuggendo

ch’ebbe ardimento di levarsi a volo

con piú felici e con piú destre penne

che ‘l suo figlio non mosse, il freddo polo

vide piú presso; e per sentier non dato

a l’uman seme, a questo monte alfine

del calcidico seno il corso volse.

Qui giunto e fermo, a te, Febo, de l’ali

l’ordigno appese, e ‘l tuo gran tempio eresse,

ne le cui porte era da l’un de’ lati

d’Andrògëo la morte, e quella pena

che di Cècrope i figli a dar costrinse

sette lor corpi a l’empio mostro ogn’anno:

miserabil tributo! e v’era l’urna,

onde a sorte eran tratti. Eravi Creta

da l’altro lato, alto dal mar levata,

ch’avea del tauro istorïata intorno

e di Pasífe il bestïale amore,

e la bestia di lor nata biforme,

di sí nefando ardor memoria infame.

Eravi l’intricato laberinto:

eravi il filo, onde gl’intrighi suoi

e le sue cieche vie Dedalo stesso,

per pietà ch’ebbe a la regina, aperse.

E tu, se ‘l pianto del tuo padre e ‘l duolo

nol contendea, saresti, Icaro, a parte

di sí nobil lavoro. Ma due volte

tentò ritrarti in oro, ed altrettante

sí l’abborrí, che l’opera e lo stile

di man gli cadde. Era con gli altri Enea

tutto a mirar sospeso, quando Acate

tornò, ch’era precorso, e seco addusse

Deïfobe di Glauco, una ministra

di Dïana e d’Apollo. Ella rivolta

al frigio duce: “Non è tempo, – disse, –

ch’a ciò si badi. Or è d’offrir mestiero

sette non domi ancor giovenchi, e sette

negre pecore elette”. E ciò spedito

tosto, come s’impose, ella nel tempio

seco i Teucri condusse. È da l’un canto

dell’euboïca rupe un antro immenso

che nel monte penètra. Avvi d’intorno

cento vie, cento porte; e cento voci

n’escono insieme, allor che la Sibilla

le sue risposte intuona. Era a la soglia

il padre Enea, quando: “Ora è ‘l tempo – disse

la vergine. – Di’, di’; chiedi tue sorti:

ecco lo dio ch’è già comparso e spira”.

Ciò dicendo, de l’antro in su la bocca

in piú volti cangiossi e in piú colori;

sconmpigliossi le chionme; aprissi il petto;

le batté ‘l fianco, e ‘l cor di rabbia l’arse.

Parve in vista maggior; maggior il tuono

fu che d’umana voce; e poiché ‘l nume

piú le fu presso: “A che badi, – soggiunse –

figlio d’Anchise? Se non di’, non s’apre

questa di Febo attonita cortina”.

E qui si tacque. Orror per l’ossa e gelo

corse allor de’ Troiani; e ‘l teucro duce

infin de l’imo petto orò dicendo:

“Febo, la cui pietà mai sempre a Troia

fu propizia e benigna, onde di Pari

già reggesti la man, drizzasti il tèlo

contro al corpo d’Achille, io, dal tuo lume

scòrto fin qui, tanto di mare ho corso,

tante terre ho girate, a tanti rischi

mi son esposto; insino a le remote

massíle genti, insin dentro a le Sirti

son penetrato; ed or, per tua mercede,

di questa fuggitiva Italia il lito

ecco già tocco, e ci son giunto al fine.

Ah, che questo sia il fine, e qui rimanga

l’infortunio di Troia! È tempo omai,

dii tutti e dee, cui la dardania gente

unqua fece onta, che perdono e pace

le concediate. E tu, vergine santa,

del futuro presaga, or ne dimostra

il seggio e ‘l regno che ne dànno i fati

(se pur nel dànno) ove i Troiani afflitti,

ove di Troia i travagliati numi,

e i dispersi Penati alberghi e posi;

ch’allor di saldo marmo a Trivia, a Febo

ergerò i templi, e del suo nome i ludi

consacrerolli, e i dí fèsti e solenni;

ed ancor tu nel nostro regno avrai

sacri luoghi reposti, ove serbati

per lumi e specchi a le future genti

da venerandi a ciò patrizi eletti

saranno i detti e i vaticini tuoi.

Quel che prima ti chieggio è che i tuoi carmi

s’odan per la tua lingua, e non che in foglie

sian da te scritti, onde ludibrio poi

sian di rapidi vènti”. E piú non disse.

Ella già presa, ma non doma ancóra

dal febèo nume, per di sotto trarsi

a sí gran salma, quasi poltra e fiera

scapestrata giumenta, per la grotta

imperversando e mugolando andava.

Ma com’ piú si scotea, piú dal gran dio

era affrenata, e le rabbiose labbia

e l’efferato core al suo misterio

piú mansueto e piú vinto rendea.

Eran da lor già della grotta aperte

le cento porte, allor ch’ella gridando

cosí mandò la sua risposta a l’aura:

“Compíti son del mar tutti i pericoli;

restan quei de la terra, che terribili

saran veracemente e formidabili.

Verranno i Teucri al regno di Lavinio:

di ciò t’affido. Ma ben tosto d’esservi

si pentiranno. Guerre, guerre orribili

sorger ne veggio, e pien di sangue il Tevere.

Saravvi un altro Xanto, un altro Simoi,

altri Greci, altro Achille, che progenie

ancor egli è di dea. Giuno implacabile

allor piú ti sarà, che supplichevole

andrai d’Italia a quai non terre o popoli

d’aíta mendicando e di sussidii!

E fian di tanto mal di nuovo origine

d’esterna moglie esterne sponsalizie.

Ma ‘l tuo cor non paventi, anzi con l’animo

supera le fatiche e gl’infortunii;

ché tua salute ancor da terra argolica

(quel che men credi) avrà lume e principio”.

Questi intricati e spaventosi detti

dal piú reposto loco alto mugghiando,

la cumèa profetessa empiea lo speco

d’orribil tuoni: e come il suo furore

era da Febo raffrenato o spinto,

o dal suo raggio avea barbaglio o lume,

cosí miste le tenebre col vero

sciogliea la lingua, e disgombrava il petto.

Poiché la furia e la rabbiosa bocca

quetossi, Enea ricominciando, disse:

“Vergine, a me nulla si mostra omai

faccia né di fatica né d’affanno,

che mi sia nuova, o non pensata in prima.

Tutto ho previsto, tutto ho presentito,

che da te m’è predetto; e tutto io sono

a soffrir preparato. Or sol ti chieggio

(poscia che qui si dice esser l’intrata

de’ regni inferni, e d’Acheronte il lago)

che per te quinci nel cospetto io venga

del mio diletto padre; e tu la porta,

tu ‘l sentier me ne mostra, e tu mi guida.

Io lui dal fuoco e da mill’armi infeste

tratto ho di mezzo a le nimiche schiere

su queste spalle; ed ei scorta e compagno

del mio viaggio e del mio esiglio, meco

i perigli, i disagi e le tempeste

del mar, del cielo e de l’età soffrendo,

vèglio, debile e stanco ha me seguíto;

ed egli stesso m’ha nel sonno imposto

che a te ne venga, e per tuo mezzo a lui

mi riconduca. Abbi pietà, ti priego,

e del padre e del figlio; ed ambi insieme,

come puoi (che puoi tutto), or ne congiungi:

ch’Ècate non indarno a queste selve

t’ha d’Averno preposta. Il tracio Orfeo

(sola mercé de la sonora cetra)

scender potevvi, e richiamarne in vita

l’amata donna. Ne poté Polluce

ritrarre il frate, ed a vicenda seco

vita e morte cangiando, irvi e redirvi

tante fïate. Andovvi Tèseo; andovvi

il grande Alcide; ed ancor io dal cielo

traggo principio, e son da Giove anch’io”.

Cosí pregando avea le braccia avvinte

al sacro altare, allor che la Sibilla

a dir riprese: Enea, germe del cielo,

lo scender ne l’Averno è cosa agevole

ché notte e dí ne sta l’entrata aperta;

ma tornar poscia a riveder le stelle,

qui la fatica e qui l’opra consiste.

Questo a pochi è concesso, ed a quei pochi

ch’a Dio son cari, o per uman valore

se ne poggiano al cielo. A questi è dato

come a’ celesti. Il loco tutto in mezzo

è da selve intricato, e da negre acque

de l’infernal Cocíto intorno è cinto.

Ma se tanto disio, se tanto amore

t’invoglia di veder due volte Stige

e due volte l’abisso, e soffrir osi

un cosí grave affanno, odi che prima

oprar convienti. È ne la selva opaca,

tra valli oscure e dense ombre riposto

e ne l’arbore stesso un lento ramo

con foglie d’oro, il cui tronco è sacrato

a Giuno inferna: e chi seco divelto

questo non porta, ne’ secreti regni

penetrar di Plutone unqua non pote.

Ciò la bella Prosèrpina comanda,

che per suo dono il chiede; e svèlto l’uno,

tosto l’altro risorge, e parimente

ha la sua verga e le sue chiome d’oro.

Entra nel bosco, e con le luci in alto

lo cerca, il trova, e di tua man lo sterpa;

ch’agevolmente sterperassi, quando

lo ti consenta il fato. In altra guisa

né con man, né con ferro, né con altra

umana forza mai fia che si schianti,

o che si tronchi. Oltre di ciò, nel lito

(mentre qui badi e la risposta attendi)

giace, lasso! d’un tuo, che tu non sai,

disanimato e non sepolto un corpo,

che tutti rende i tuoi legni funesti.

A questo procurar seggio e sepolcro

pria converratti. Or per sua purga in prima

negre pecore adduci; e ‘n cotal guisa

vedrai gli elisi campi, e i stigi regni

cui vedere a’ mortali anzi a la morte

non è concesso”. E qui la bocca chiuse.

Enea gli occhi abbassando, afflitto e mesto

de l’antro uscio, tra se stesso volgendo

l’oscure profezie. Giva con lui

il fido Acate, e con lui parimente

traea pensieri e passi. Erano entrambi

ragionando in pensar di qual amico,

di qual corpo insepolto ella parlasse,

che coprir si dovesse: allor che giunti

nel secco lito in su l’arena steso

vider Miseno indegnamente estinto;

Miseno il figlio d’Eolo, ch’araldo

era supremo e col suo fiato solo

possente a suscitar Marte e Bellona.

Era costui del grand’Ettòr compagno,

e de’ piú segnalati intorno a lui

combattendo, or la tromba ed or la lancia

adoperava: e poi che ‘l fiero Achille

Ettore ancise, come ardito e fido,

seguí l’arme d’Enea: ché non fu punto

inferiore a lui. Stava sul mare

sonando il folle con Tritone a gara,

quando da lui, ch’astio sentinne e sdegno

(se creder dêssi), insidïosamente

tratto giú da lo scoglio ov’era assiso,

fu ne l’onde sommerso. Al corpo intorno

convocati già tutti, amaro pianto

ed alte strida insieme ne gittaro;

e piú de gli altri Enea. Poscia seguendo

quel ch’era lor da la Sibilla imposto,

gli apprestaron l’esequie. Entrâr nel bosco,

di fere antico albergo; ed elci ed orni

e frassini atterrando, alzâr gli altari;

poser la tomba, fabbricâr la pira,

e la spinsero al cielo. Il frigio duce

fra le sue schiere di bipenne armato

a par degli altri, e piú di tutti ardente,

di propria mano adoperando, a l’opra

esortava i compagni; e fra se stesso

pensoso, inverso il bosco il guardo inteso,

cosí pregava: “Oh se quel ramo d’oro

ne si scoprisse in questa selva intanto,

come n’ha la Sibilla, ahimè, pur troppo

di te, Miseno, annunzïato il vero!”

Ciò disse a pena, ed ecco da traverso

due colombe venir dal ciel volando,

ch’avanti a lui sul verde si posaro.

Conobbe il magno eroe le messaggiere

de la sua madre, e lieto orando: “O, – disse, –

siatemi guide voi, materni augelli,

s’a ciò sentier si truova; ite per l’aura

drizzando il nostro corso, ov’è de l’ombra

del prezïoso arbusto il bosco opaco.

E tu, madre benigna, in sí dubbioso

passo, del lume tuo ne porgi aíta”.

E, ciò detto, fermossi. Elle pascendo,

andando, saltellando, a scosse, a volo,

quanto l’occhio scorgea, di mano in mano

giunsero ove d’Averno era la bocca:

e ‘l tetro alito suo schivando, in alto

ratte l’ali spiegaro, e dal ciel puro

al desïato loco in giú rivolte,

si posâr sopra a la gemella pianta;

indi tra frondi e frondi il color d’oro,

che diverso dal verde uscia raggiando,

di tremulo splendor l’aura percosse.

Come ne’ boschi al brumal tempo suole

di vischio un cesto in altrui scorza nato

spiegar verdi le frondi e gialli i pomi,

e con le sue radici ai non suoi rami

abbarbicarsi intorno; cosí ‘l bronco

era de l’oro avviticchiato a l’elce,

ond’era surto, e cosí lievi al vento

crepitando movea l’aurate foglie.

Tosto che ‘l vide Enea, di piglio dielli,

e disïoso, ancor che duro e valido

gli sembrasse, a la fin lo svelse; e seco

a l’indovina vergine lo trasse.

Non s’intermise di Miseno in tanto

condur l’esequie al suo cenere estremo.

E primamente la gran pira estrutta,

di pingui tede e di squarciati roveri

v’alzâr cataste: di funeste frondi,

d’atri cipressi ornâr la fronte e i lati,

e piantâr ne la cima armi e trofei.

Parte di loro al foco, e parte a l’acque,

e parte intorno al freddo corpo intenti,

chi lo spogliò, chi lo lavò, chi l’unse.

Poiché fu pianto, in una ricca bara

lo collocaro, e di purpuree vesti

de’ suoi piú noti e piú graditi arnesi

gli feron fregi e mostre e monti intorno.

Altri (pietoso e tristo ministero)

il gran feretro agli omeri addossârsi;

altri, com’è de’ piú stretti congiunti

antica usanza, vòlti i volti indietro,

tenner le faci, e diêr foco a la pira;

e gran copia d’incenso e di liquori

e di cibi e di vasi ancor con essi,

sí come è l’uso antico, entro gittârvi.

Poiché cessâr le fiamme, e ‘ncenerissi

il rogo e ‘l corpo; le reliquie e l’ossa

furon da Corinèo tra le faville

ricerche e scelte; e di vin puro asperse,

poi di sua mano acconciamente in una

di dorato metallo urna reposte.

Lo stesso Corinèo tre volte intorno

con un rampollo di felice oliva

spruzzando di chiar’onda i suoi compagni,

li purgò tutti, e ‘l vale ultimo disse.

Oltre a ciò, fece Enea per suo sepolcro

ergere un’alta e sontuosa mole,

e l’armi e ‘l remo e la sonora tuba

al monte appese, che d’Aërio il nome

fino allor ebbe, ed or da lui nomato

Miseno è detto, e si dirà mai sempre.

Ciò finito, a finir quel che gl’impose

la profetessa, incontinente mosse.

Era un’atra spelonca, la cui bocca

fin dal baratro aperta, ampia vorago

facea di rozza e di scheggiosa roccia.

Da negro lago era difesa intorno,

e da selve ricinta annose e folte.

Uscia de la sua bocca a l’aura un fiato

anzi una peste, a cui volar di sopra

con la vita agli uccelli era interdetto;

onde da’ Greci poi si disse Averno.

Qui pria quattro giovenchi Enea condotti

di negro tergo, la Sibilla in fronte

riversò lor di vin le tazze intere;

e da ciascun di mezzo le due corna

di setole maggiori il ciuffo svèlto,

diè per saggio primiero al santo foco,

Ecate ad alta voce in ciò chiamando,

de l’Erebo e del ciel nume possente.

Parte di lor con le coltella in mano

le vittime svenando, e parte in vasi

stava il sangue accogliendo. Egli a la Notte,

che de le Furie è madre, ed a la Terra

ch’è sua sorella, con la propria spada

di negro vello un’agna, ed una vacca

sterile a te, Proserpina, percosse.

Poscia a l’imperador de’ regni inferni

notturni altari ergendo, i tauri interi

sopra a le fiamme impose, e di pingue olio

le bollenti lor viscere consperse.

Ed ecco a l’apparir del primo sole

mugghiò la terra, si crollaro i monti,

si sgominâr le selve, urlâr le Furie

al venir de la dea”. “Via, via profani, –

gridò la profetessa, – itene lunge

dal bosco tutto; e tu meco te n’entra,

e la tua spada impugna. Or d’uopo, Enea,

fa d’animo e di cor costante e fermo”.

Ciò disse, e da furor spinta, con lui,

ch’adeguava i suoi passi arditamente,

si mise dentro a le secrete cose.

O dii, che sopra l’alme imperio avete,

o tacit’ombre, o Flegetonte, o Cao,

o ne la notte e nel silenzio eterno

luoghi sepolti e bui, con pace vostra

siami di rivelar lecito a’ vivi

quel ch’ho de’ morti udito. Ivan per entro

le cieche grotte, per gli oscuri e vòti

regni di Dite; e sol d’errori e d’ombre

avean rincontri: come chi per selve

fa notturno viaggio, allor che scema

la nuova luna è da le nubi involta,

e la grand’ombra del terrestre globo

priva di luce e di color le cose.

Nel primo entrar del doloroso regno

stanno il Pianto, l’Angoscia, e le voraci

Cure, e i pallidi Morbi e ‘l duro Affanno

con la debil Vecchiezza. Evvi la Téma,

evvi la Fame: una ch’è freno al bene,

l’altra stimolo al male: orrendi tutti

e spaventosi aspetti. Avvi il Disagio,

la Povertà, la Morte, e, de la Morte

parente, il Sonno. Avvi de’ cor non sani

le non sincere Gioie. Avvi la Guerra,

de le genti omicida, e de le Furie

i ferrati covili, il Furor folle,

l’empia Discordia, che di serpi ha ‘l crine,

e di sangue mai sempre il volto intriso.

Nel mezzo erge le braccia annose al cielo

un olmo opaco e grande, ove si dice

che s’annidano i Sogni, e ch’ogni fronda

v’ha la sua vana imago e ‘l suo fantasma.

Molte, oltre a ciò, vi son di varie fere

mostruose apparenze. In su le porte

i biformi Centauri, e le biformi

due Scille: Brïarèo di cento doppi;

la Chimera di tre, che con tre bocche

il fuoco avventa: il gran serpe di Lerna

con sette teste; e con tre corpi umani

Erilo e Gerïone; e con Medusa

le Górgoni sorelle; e l’empie Arpie,

che son vergini insieme, augelli e cagne.

Qui preso Enea da súbita paura

strinse la spada, e la sua punta volse

incontro a l’ombre; e se non ch’ombre e vite

vòte de’ corpi e nude forme e lievi

conoscer ne le fe’ la saggia guida,

avrebbe impeto fatto, e vanamente

in vane cose ardir mostro e valore.

Quinci preser la via là ‘ve si varca

il tartareo Acheronte. Un fiume è questo

fangoso e torbo, e fa gorgo e vorago,

che bolle e frange, e col suo negro loto

si devolve in Cocito. È guardiano

e passeggiero a questa riva imposto

Caron demonio spaventoso e sozzo,

a cui lunga dal mento incolta ed irta

pende canuta barba. Ha gli occhi accesi

come di bragia. Ha con un groppo al collo

appeso un lordo ammanto; e con un palo,

che gli fa remo, e con la vela regge

l’affumicato legno, onde tragitta

su l’altra riva ognor la gente morta.

Vecchio è d’aspetto e d’anni; ma di forze,

come dio, vigoroso e verde è sempre.

A questa riva d’ogn’intorno ognora

d’ogni età, d’ogni sesso e d’ogni grado

a schiere si traean l’anime spente,

e de’ figli anco innanzi a’ padri estinti.

Non tante foglie ne l’estremo autunno

per le selve cader, non tanti augelli

si veggon d’alto mar calarsi a terra,

quando il freddo li caccia ai liti aprichi,

quanti eran questi. I primi avanti orando

chiedean passaggio, e con le sporte mani

mostravan il disio de l’altra ripa:

ma ‘l severo nocchiero or questi or quelli

scegliendo o rifiutando, una gran parte

lunge tenea dal porto e da l’arena.

Enea la moltitudine, e ‘l tumulto

meravigliando: “Ond’è, vergine, – disse –

questo concorso al fiume? e qual disio

mena quest’alme? e qual grazia o divieto

fa che queste dan volta, e quelle approdano?”

A ciò la profetessa brevemente

cosí rispose: “Enea, stirpe divina

veracemente (che di ciò n’accerta

il qui vederti), là Cocito stagna;

quinci va Stige, la palude e ‘l nume

per cui di spergiurar fino a gli dèi

del cielo è formidabile e tremendo.

Questi è Caronte, il suo tristo nocchiero:

quella turba che passa, è de’ sepolti:

questa che torna, è de’ meschini estinti

che né tomba, né lacrime, né polve

ebber morendo. A lor non è concesso

traiettar queste ripe e questo fiume,

se pria l’ossa non han seggio e coverchio.

Erran cent’anni vagolando intorno

a questi liti, e ‘l desïato stagno

visitando sovente, infin ch’al passo

non sono ammessi”. Enea di ciò pensando,

mosso a pietà de la lor sorte iniqua,

fermossi; ed ecco incontro gli si fanno

mesti, d’esequie privi e di sepolcro,

Leucaspi, e ‘l conduttor de’ Lici Oronte,

ambi Troiani, ambi dal vento insieme

coi Lici tutti, e con l’intera nave

nel mar sommersi. Appresso Palinuro,

il gran nocchier de la troiana armata,

che dianzi nel tornar di Libia, il cielo

e le stelle mirando, in mar fu tratto.

A costui si rivolse, e poiché l’ebbe

per entro una grand’ombra a pena scorto,

cosí prima gli disse: “O Palinuro,

e qual fu de gli dèi ch’a noi ti tolse,

ed a l’onde ti diede? Or lo mi conta:

ché deluso da Febo unqua non fui,

se non se in te: Febo predisse pure

che tu nosco del mar securo e salvo

Italia attingeresti. Ah! dunque un dio,

e dio del vero, in tal guisa ne froda?”

Rispose Palinuro: “Inclito duce,

né l’oracol d’Apollo ha te deluso,

né l’ira ha me di dio nel mar sommerso;

ché ‘l temone, ond’io mai non mi divelsi

per tua salute, ancor per man ritenni

allor ch’in mare io caddi. Io giuro, Enea,

per l’onde irate, che di me non tanto,

quanto del tuo periglio ebbi timore,

che non la nave tua, del mio governo

spogliata e del suo freno, al mar già gonfio

restasse in preda. Austro tre notti intere

con la sua correntia per l’ampio mare

mi trasse a forza. Il quarto giorno a pena

discoverta l’Italia, a poco a poco

m’accostava a la terra; e giunto omai

cosí com’era ancor di veste grave,

e stanco e molle, con l’adunche mani

m’aggrappava a la ripa, e salvo fôra:

se non ch’ignara e fera gente incontro,

com’a preda marina, mi si fece,

e col ferro m’ancise. Or lungo ai liti

vassene il corpo mio ludibrio a’ vènti,

e scherzo a’ flutti. Ed io, signore invitto,

per la superna luce, per quell’aura

onde si vive, per tuo padre Anchise,

per le speranze del tuo figlio Iulo,

priegoti a sovvenirmi; o che di terra

mi cuopra (come puoi) cercando il corpo

per la spiaggia di Velia, o in altra guisa,

s’altra ne ti sovviene, o ti si mostra

da la tua diva madre; ché non senza

nume divino un tal passaggio imprendi.

Porgimi la tua destra, e teco trammi

oltre a quell’acque, perché morto almeno

pace truovi e riposo”. Avea ciò detto,

quando cosí la vergine rispose:

“Ah, Palinuro, e qual dira follia

a ciò t’invoglia? Non sepolto adunque

l’acque di Stige e la severa foce

traiettar de l’Eumènidi presumi?

Tu di qui tôrti a l’altra riva intendi

senza commiato? Indarno, indarno speri

che per nostro pregar fato si cangi.

Ma con questo t’acqueta, e ti conforta

de l’infortunio tuo: ché quelle terre

vicine al luogo, ove il tuo corpo giace,

da pestilenza e da prodigi astrette,

lo raccôrranno, e con solenne rito

gli faran sacrifici, esequie e tomba;

e da te per innanzi avrà quel loco

di Palinuro eternamente il nome”.

Lieto d’un tanto onore, e consolato

da tale annunzio, il travagliato spirto

restò contento ed appagato in parte.

Indi il cammin seguendo, a la riviera

s’approssimaro; e il passeggier da lunge,

poiché senza far motto entro a la selva

passar gli vide e ‘ndirizzarsi al vado:

“Olà, ferma costí, – disse gridando –

qual che tu sei, ch’al nostro fiume armato

ten vai sí baldanzoso; e di costinci

di’ chi sei, quel che cerchi, e perché vieni:

ché notte solamente e sonno ed ombre

han qui ricetto, e non le genti vive,

cui di varcare al mio legno non lece.

E s’Ercole e Tesèo e Piritòo

già v’accettai, scorno e dolore n’ebbi;

ché l’un d’essi il tartarëo custode

incatenovvi, e, di sotto anco al seggio

del proprio re, tremante a l’aura il trasse;

e gli altri alfin dal maritale albergo

rapir di Dite la regina osaro”.

“Nulla di queste insidie – gli rispose

la profetessa – a macchinar si viene.

Stanne sicuro; e quest’arme a difesa

si portan solamente, e non ad onta.

Spaventi il can trifauce a suo diletto

le pallid’ombre; eternamente latri

ne l’antro suo; col suo marito e zio

si stia casta Prosèrpina mai sempre,

ché di nulla cen cale. Enea troiano

è questi, di pietà famoso e d’armi,

che per disio del padre infino al fondo

de l’Èrebo discende; e se l’esempio

di tanta carità non ti commove,

questo almen riconosci”. E, fuor del seno

d’oro il tronco traendo, altro non disse.

Ei, rimirando il venerabil dono

de la verga fatal, già di gran tempo

non veduto da lui, l’orgoglio e l’ira

tosto depose, e la sua negra cimba

a lor rivolse, e ne la ripa stette.

Indi i banchi sgombrando e ‘l legno tutto,

l’anime, che già dentro erano assise,

con súbito scompiglio uscir ne fece,

e ‘l grand’Enea v’accolse. Allor ben d’altro

parve che d’ombre carco; e sí com’era

mal contesto e scommesso, cigolando

chinossi al peso, e piú d’una fissura

a la palude aperse. Alfin pur salvi

ne l’altra ripa, tra le canne e i giunchi,

sul palustre suo limo ambi gli espose.

Giunti che furo, il gran Cèrbero udiro

abbaiar con tre gole, e ‘l buio regno

intonar tutto; indi in un antro immenso

sel vider pria giacer disteso avanti,

poi sorger, digrignar, ràbido farsi,

con tre colli arruffarsi, e mille serpi

squassarsi intorno. Allor la saggia maga,

tratta di mèle e d’incantate biade

una tal soporifera mistura,

la gittò dentro a le bramose canne.

Egli ingordo, famelico e rabbioso

tre bocche aprendo, per tre gole al ventre

trangugiando mandolla, e con sei lumi

chiusi dal sonno, anzi col corpo tutto

giacque ne l’antro abbandonato e vinto.

Cèrbero addormentato, occupa Enea

d’Èrebo il passo, e ratto s’allontana

dal fiume, cui chi varca unqua non riede.

Sentono al primo entrar voci e vagiti

di pargoletti infanti, che dal latte

e da le culle acerbamente svèlti,

vider ne’ primi dí l’ultima sera.

Varcano appresso i condannati e morti

senza lor colpa, e non senza compenso

di giudizio e di sorti. Han quelle genti

cosí disposti e divisati i lochi.

Sta Minos ne l’entrata, e l’urna avanti

tien de’ lor nomi, e le lor vite esamina,

e le lor colpe; e quale è questa o quella,

tal le dà sito, e le rauna e parte.

Passan di mano in mano a quei che feri

incontro a sé, la luce in odio avendo

e l’alme a vile, anzi al prescritto giorno

si son da loro indegnamente ancisi.

Ma quanto ora vorrebbono i meschini

esser di sopra, e povertà, vivendo,

soffrire e de la vita ogni disagio!

Ma ‘l fato il niega, e nove volte intorno

Stige odïosa li ristringe e fascia.

Quinci non lunge si distende un’ampia

campagna che del Pianto è nominata;

per cui fra chiusi colli e fra solinghe

selve di mirti, occulte se ne vanno

l’alme, c’ha feramente arse e consunte

fiamma d’amor, ch’ancor ne’ morti è viva.

Qui vider Fedra e Procri ed Erifíle,

infida moglie e sfortunata madre,

di cui fu parricida il proprio figlio;

vider Laodamía, Pasífe, Evadne,

e Cènëo con esse, che di donna

in uomo, e d’uomo alfin cangiossi in donna.

Era con queste la fenissa Dido,

che, di piaga recente il petto aperta,

per la gran selva spazïando andava.

Tosto che le fu presso, Enea la scòrse

per entro a l’ombre, qual chi vede o crede

veder tal volta infra le nubi e ‘l chiaro

la nova luna, allor che i primi giorni

del giovinetto mese appena spunta;

e di dolcezza intenerito il core,

dolcemente mirolla e pianse e disse:

“Dunque, Dido infelice, e’ fu pur vera

quell’empia che di te novella udii,

che col ferro finisti i giorni tuoi?

Ah, ch’io cagion ne fui! Ma per le stelle,

per gli superni dèi, per quanta fede

ha qua giú, se pur v’ha, donna, ti giuro

che mal mio grado dal tuo lito sciolsi.

Fato, fato celeste, imperio espresso

fu del gran Giove, e quella stessa forza,

che da l’eteria luce a questi orrori

de la profonda notte or mi conduce,

che da te mi divelse; e mai creduto

ciò di me non avrei, che ‘l partir mio

cagion ti fosse ond’a morir ne gissi.

Ma ferma il passo, e le mie luci appaga

de la tua vista. Ah, perché fuggi? e cui?

Quest’è l’ultima volta, ohimè! che ‘l fato

mi dà ch’io ti favelli, e teco sia”.

Cosí dicendo e lagrimando intanto

placar tentava o raddolcir quell’alma,

ch’una sol volta disdegnosa e torva

lo rimirò; poscia o con gli occhi in terra,

o con gli omeri vòlta, a i detti suoi

stette qual alpe a l’aura, o scoglio a l’onde.

Alfin, mentre dicea, come nimica

gli si tolse davanti, e ne la selva

al suo caro Sichèo, cui fiamma uguale

e par cura accendea, si ricondusse.

Né però men dolente, e men pietoso

restonne il teucro duce; anzi quant’oltre

poté con gli occhi, e lungo spazio poi

col pianto e coi sospiri accompagnolla.

Poscia tornando al suo fatal vïaggio

giunse là ‘ve accampata era in disparte

gente di ferro e di valore armata.

Qui ‘l gran Tideo, qui ‘l gran figlio di Marte

Partenopèo, qui del famoso Adrasto

la pallid’ombra incontro gli si fece.

Quinci de’ suoi piú nobili Troiani

un gran drappello avanti gli comparve.

Pianse a veder quei glorïosi eroi,

tanto di sopra disïati e pianti,

come Glauco, Tersíloco, Medonte,

i tre figli d’Antenore, il sacrato

a Cerere ministro Polibete,

e ‘l chiaro Idèo con l’armi anco e col carro.

Fatto gli avean costor chi da man destra,

chi da sinistra una corona intorno.

Né d’averlo veduto eran contenti,

ché ciascun desïava essergli appresso,

ragionar, passeggiar, far seco indugio,

e spïar come e d’onde e perché venne.

Ma degli Argivi e le falangi e i duci,

quand’egli apparve, e che tra lor ne l’ombre

i lampi folgorâr de l’armi sue,

da gran timor furo assaliti; e parte

volser le terga, come già fuggendo

verso le navi, e parte alzâr le voci

che per téma sembrâr languide e fioche.

Deífobo, di Prïamo il gran figlio,

vide ancor qui, che crudelmente anciso

in disonesta e miserabil guisa

avea le man, gli orecchi, il naso e ‘l volto

lacerato, incischiato e monco tutto.

Per temenza il meschino e per vergogna

d’esser veduto, con le tronche braccia

un sí brutto spettacolo celando,

indarno si facea schermo e riparo;

ch’al fin lo riconobbe, e con l’usata

domestichezza incontro gli si fece,

cosí dicendo: “Poderoso eroe,

gran germoglio di Teucro, e chi sí crudo

fu mai, chi tanto osò, cui si permise

che facesse di te strazio sí fiero?

La notte che seguí l’orribil caso

de la nostra ruina, io di te seppi

ch’assaliti i nemici e di lor fatta

strage che memorabile fia sempre,

tra le caterve de’ lor corpi estinti,

stanco via piú che vinto, alfin cadesti;

ed allor io di Reto in su la riva

a l’ombra tua con le mie mani un vòto

sepolcro eressi, e te gridai tre volte:

e ‘l nome e l’armi tue riserba ancora

il loco stesso. Io te, dolce signore,

né veder, né coprir di patria terra

avanti il mio partir mai non potei”.

Deífobo rispose: “Ogni pietoso,

ogni onorato officio, Enea mio caro,

ha l’amor tuo vèr me compito a pieno.

Ma l’empio fato mio, l’empia e malvagia

argiva donna a tal m’ha qui condotto;

e tal di sé lasciò memoria al mondo.

Ben ti ricorda (e ricordar ten dêi)

di quell’ultima notte che sí lieta

mostrossi in pria, poi ne si volse in pianto,

quando il fatal cavallo il salto fece

sopra le nostre mura, e ‘l ventre pieno

d’armate schiere ne votò fin dentro

a l’alta ròcca. Allor ella di Bacco

fingendo il coro, e con le frigie donne

scorrendo in tresca, una gran face in mano

si prese, e diè con essa il cenno a’ Greci.

Io dentro alla mia camera (infelice!)

mi ritrovai sol quella notte; e stanco

di tante che n’avea con tanti affanni

vegghiate avanti, un tal prendea riposo

che a morte piú che a sonno era simíle.

Fece la buona moglie ogn’arme intanto

sgombrar di casa, e la mia fida spada

mi sottrasse dal capo. Indi la porta

aperse, e Menelao dentro v’accolse,

cosí sperando un prezïoso dono

fare al marito, e de’ suoi falli antichi

riportar vènia. Che piú dico? Basta

ch’entrâr là ‘v’io dormia; e con essi era

per consultore Ulisse. O dii, se giusto

è ‘l priego mio, ricompensate voi

di quest’opere i Greci. E tu, che vivo

sei qui, dimmi a rincontro, il caso o ‘l fato

o l’errore o ‘l precetto degli dèi,

o qual altra fortuna t’ha condotto,

ove il sol mai non entra e buio è sempre”.

Cosí tra lor parlando e rispondendo,

avea già ‘l sol del suo cerchio dïurno

varcato il mezzo, e l’avria forse intero;

se non che la Sibilla rampognando

cosí li fe’ del breve tempo accorti:

“Enea, già notte fassi, e noi piangendo

consumiam l’ore. Ecco siam giunti al loco

dove la strada in due sentier si parte.

Questo a man dritta a la città ne porta

del gran Plutone e quindi ai campi Elisi;

quest’altro a la sinistra a l’empio abisso

ne guida, ov’hanno i rei supplizio eterno”.

Il figlio a ciò di Prïamo soggiunse:

“Non ti crucciare, o del gran Delio amica,

ch’or da voi mi tolgo, e mi ritiro

ne le tenebre mie. Tu, nostro onore,

vatten felice, già che scòrto sei

da miglior fato; e meglio te n’avvenga”.

Tanto sol disse, e sparve. Enea si volse

prima a sinistra, e sotto un’alta rupe

vide un’ampia città che tre gironi

avea di mura, ed un di fiume intorno;

ed era il fiume il negro Flegetonte,

ch’al Tartaro con suono e con rapina

l’onde seco traea, le fiamme e i sassi.

Vede nel primo incontro una gran porta

c’ha la soglia, i pilastri e le colonne

d’un tal diamante, che le forze umane,

né degli stessi dèi, romper nol ponno.

Quindi si spicca una gran torre in alto

tutta di ferro. A guardia de l’entrata

la notte e ‘l giorno vigilando assisa

sta la fiera Tesífone succinta,

col braccio ignudo, insanguinata e torva.

Quinci di lai, di pianti e di percosse

e di stridor di ferri e di catene

cotale un suono udissi, che spavento

Enea sentinne; e rattenuto il passo:

“Dimmi, vergine, – disse, – e che delitti

son qui puniti? e che pianti son questi?”

Ed ella: “Inclito sire, a nessun lece,

che buono e giusto sia, di portar oltre

da quella soglia scelerata il piede.

Ma me di ciò che dentro vi s’accoglie

Ècate instrusse allor ch’ai sacri boschi

mi prepose d’Averno; e d’ogni pena

e d’ogni colpa e d’ogni loco a pieno,

quando seco vi fui, notizia diemmi.

Questo è di Radamanto il tristo regno,

là dov’egli ode, esamina, condanna

e discuopre i peccati che di sopra

son da le genti o vanamente ascosi

in vita, o non purgati anzi a la morte:

né pria di Radamanto esce il precetto,

che Tesífone è presta ad eseguirlo.

Ella con l’una man la sferza impugna,

ne l’altra ha serpi; ed ambe intorno arrosta,

e grida e fère, e de le sue sorelle

le mostruose ed empie schiere tutte

al ministerio de’ tormenti invita.

Apronsi l’esecrate orrende porte

stridendo intanto. Tu, che quinci vedi

che faccia è quella che di fuor le guarda,

pensa qual a veder sia dentro un’Idra

ancor piú fiera aprir cinquanta ingorde

rabbiose bocche. Il Tartaro vien dopo;

una vorago che due volte tanto

ha di profondo, quanto in su guardando

è da la terra al cielo: e qui ne l’imo

suo baratro dal fulmine trafitti

son gli antichi Titani al ciel rubelli.

Qui vidi ambi d’Alòo gli orrendi figli,

che scinder con le mani il cielo osaro,

e tôr lo scettro del suo regno a Giove.

Vidivi l’orgoglioso Salmonèo

di sua temerità pagare il fio;

ché temerario veramente ed empio

fu di voler, quale il Tonante in cielo,

tonar qua giuso e folgorare a pruova.

Questi su quattro suoi giunti destrieri,

la man di face armato alteramente

per la Grecia scorrendo, e fin per mezzo

d’Èlide, ov’è di Giove il maggior tempio,

di Giove stesso il nume, e de gli dèi

s’attribuiva i sacrosanti onori.

Folle, che con le fiaccole e co’ bronzi,

e con lo scalpitar de’ suoi ronzoni

i tuoni, i nembi e i folgori imitava,

ch’imitar non si ponno: e ben fu degno

ch’ei provasse per man del padre eterno

d’altro fulmine il colpo e d’altro vampo

che di tede e di fumo, e degno ancora

che nel baratro andasse. Eravi Tizio,

quei de la terra smisurato alunno,

che tien disteso di campagna quanto

un giogo in nove giorni ara di buoi.

Questi ha sopra un famelico avoltore,

che con l’adunco rostro al cor d’intorno

gli picchia e rode; e perché sempre il pasca,

non mai lo scema sí che ‘l pasto eterno

ed eterna non sia la pena sua;

ché fatto a chi lo scempia esca e ricetto,

del suo proprio martir s’avanza e cresce;

e perché sempre langua, unqua non more.

De’ Làpiti a che parlo? d’Issïóne

di Piritòo, e di quegli altri tutti

cui sopra al capo un’atra selce pende,

che grave e ruinosa ad ora ad ora

sembra che caggia? Avvi la mensa d’oro

con prezïosi cibi in regia guisa

apparecchiati e proibiti insieme:

ché la Fame, infernal furia maggiore,

gli siede accanto; e com’ piú ‘l gusto incende

di lui, piú dal gustarne indietro il tragge,

e sorge, e la sua face estolle e grida.

Quei che son vissi ai lor fratelli amari;

quei c’han battuti i padri; quei che frode

hanno ordito a’ clienti; i ricchi avari,

e scarsi a’ suoi, di cui la turba è grande:

gli occisi in adulterio; i vïolenti,

gl’infidi, i traditori in questo abisso

han tutti i lor ridotti e le lor pene.

E che pena e che forma e che fortuna

di ciascun sia, non è d’uopo ch’io dica:

ma chi sassi rivolgono, e chi vòlti

son da le ruote, ed altri in altra guisa

son tormentati. In un petron confitto

vi siede e sederavvi eternamente

Tèseo infelice; e Flegia infelicissimo

va tra l’ombre gridando ad alta voce:

“Imparate da me voi che mirate

la pena mia: non vïolate il giusto,

riverite gli dèi”. Tra questi tali

è chi vendé la patria; chi la pose

al giogo de’ tiranni; chi per prezzo

fece leggi e disfece; e cento lingue

e cento bocche, e voci anco di ferro,

non basterian per divisare i nomi

e le forme de’ vizi e de le pene

ch’entro vi sono”. Poi che la Sibilla

ebbe ciò detto: “Via – soggiunse, – attendi

a l’impreso viaggio, e studia il passo:

ché già le mura da’ Ciclopi estrutte

mi veggio avanti, e sotto a quel grand’arco

la sacra porta che ‘l tuo dono aspetta”.

Cosí mossi ambedue, lo spazio tutto,

ch’era nel mezzo, per sentiero opaco

tosto varcando, anzi a la porta furo.

Incontinente Enea l’intrata occúpa;

di viva acqua si spruzza: e ‘l sacro ramo

a la regina de l’inferno affigge.

Ciò fatto, a i luoghi di letizia pieni,

a l’amene verdure, a le gioiose

contrade de’ felici e de’ beati

giunsero al fine. È questa una campagna

con un aër piú largo, e con la terra

che di un lume di purpura è vestita,

ed ha ‘l suo sole e le sue stelle anch’ella.

Qui se ne stan le fortunate genti,

parte in su’ prati e parte in su l’arena

scorrendo, lotteggiando, e vari giuochi

di piacevol contesa esercitando;

parte in musiche, in feste, in balli, in suoni

se ne van diportando, ed han con essi

il tracio Orfeo, ch’in lungo abito e sacro

or con le dita, ed or col plettro eburno,

sette nervi diversi insieme uniti,

tragge del muto legno umani accenti.

Qui di Teucro l’antica e bella razza

facea soggiorno; quei famosi eroi

che in quei tempi migliori al mondo furo,

Ilo, Assàraco, Dàrdano, quei primi

de la gran Troia fondatori e regi.

Veggon da lunge le vane arme e i carri

a lor d’intorno, e l’aste in terra fisse,

e gli sciolti destrier per la campagna

vagar pascendo; ché ‘l diletto antico

e de l’armi e de’ carri e de’ cavalli

gli segue anco sotterra. Indi altri altrove

scorgono, che da destra e da sinistra

convivando e cantando, sopra l’erba

si stanno assisi, ed han di lauri intorno

un odorato bosco, onde il Po sorge

sopra la terra, e spazïoso inonda.

E questi eran color che combattendo

non fûr di sangue a la lor patria avari;

e quei che sacerdoti erano in vita

castamente vissuti, e quei veraci

e quei pii c’han di qua parlato o scritto

cose degne di Febo, e gl’inventori

de l’arti, ond’è gentile il mondo e bello;

e quei che ben oprando han tra’ mortali

fatto di fama e di memoria acquisto;

cui tutti, in segno di celeste onore,

candida benda il fronte orna e colora.

A questi, ch’a la vergine Sibilla

fêr cerchio intorno, ed a Musèo tra loro,

che dagli omeri in su gli altri avanzava,

diss’ella: “Alme felici e tu, buon vate,

ditene in qual contrada, e ‘n qual magione

qui tra voi si ripara il grande Anchise,

ché lui cerchiamo, e sol per lui varcati

d’Èrebo i fiumi e le caverne avemo”.

A cui Musèo cosí breve rispose:

“Nullo è di noi che in alcun luogo alloggi

come in suo proprio; e tutti o per le sacre

opache selve, o per l’amene rive

de’ chiari fiumi, o per gli erbosi prati

tra rivi e fonti i nostri alberghi avemo.

Ma se di ciò vi cale, itene meco

sovr’a quel giogo; e quindi agevolmente

il sentier ne vedrete”. In ciò si mosse

come lor guida, e sopra al colle asceso,

mostrò lor d’alto i luminosi campi,

additò ‘l calle, ed invïolli al piano.

Era per avventura in una valle

Anchise, che da poggi era ricinta,

e di verde coverta. Ivi in disparte

de’ suoi nepoti avea l’anime accolte

ch’a la vita di sopra eran chiamate,

e facendo di lor rassegna e mostra

gli annoverava, esaminava i fati,

le fortune, il valor di mano in mano,

gli ordini e i tempi loro. Enea comparve

sul campo intanto; a cui tosto che ‘l vide,

lieto Anchise avventossi e con le braccia

in atto d’accoglienza: “O figlio, – disse

dolcemente piangendo – io pur ti veggio.

Pur sei venuto, ha pur la tua pietade

superati i disagi e la durezza

di sí strano vïaggio. Ecco m’è dato

di veder, figlio, il tuo bramato aspetto,

e sentirti e parlarti. Io di ciò punto

non era in forse, e sol pensava al quando,

contando i giorni. Oh, dopo quanti affanni,

dopo quanti perigli, e quanti storpi

e di mare e di terra io ti riveggio!

E quanto ebbi timor che di Cartago

venisse al corso tuo sinistro intoppo!”

Ed egli a lui: “La sconsolata imago,

che m’è, padre, di te sovente apparsa,

per te, per te veder qua giú m’ha tratto:

e di sopra fin qui salvo a la riva

del mar Tirreno il mio navile è sorto.

Or dammi, padre mio, dammi ch’io giunga

la mia con la tua destra, e grazia fammi

che di vederti e di parlarti io goda”.

Mentre cosí dicea, di largo pianto

rigava il volto, e distendea le palme;

e tre volte abbracciandolo, altrettante

(come vento stringesse o fumo o sogno)

se ne tornò con le man vòte al petto.

Intanto Enea per entro a la gran valle

vide scevra da l’altre una foresta,

i cui rami sonar da lunge udiva.

A piè di questa era di Lete il rio

ch’ai dilettosi e fortunati campi

correa davanti; e piene avea le ripe

di genti innumerabili, ch’intorno

a caterve alïando ivano in guisa

che fan le pecchie a’ chiari giorni estivi,

quando di fiore in fior, di giglio in giglio

si van posando, e per l’apriche piagge

dolcemente ronzando. Enea, che nulla

di ciò sapea, di súbito stupore

fu sopraggiunto, e la cagion spiando:

“O – disse – padre, che riviera è quella?

e che gente, e che mischia, e che bisbiglio?” –

“L’anime – gli rispose – a cui dovuti

sono altri corpi, a questo fiume accolte

beon dimenticanze e lunghi oblii

de l’altra vita; e questi io desïava

che tu vedessi, e che da me n’udissi

i nomi e i gesti, onde contezza appieno

del nostro sangue, e piena gioia avessi

dell’acquisto d’Italia”. “O padre, adunque –

soggiunse Enea – creder si dee che l’alme,

che son qui scarche e libere e felici,

cerchin di nuovo a la terrena salma,

di nuovo a la prigion tornar de’ corpi?

E qual, misere loro! empio desire

del lume di lassú tanto le invoglia?”

“Figlio, – rispose Anchise, – acciò sospeso

piú non vacilli in questo dubbio, ascolta”.

E ‘n tal guisa per ordine gli narra:

“Primieramente il ciel, la terra e ‘l mare,

l’aër, la luna, il sol, quanto è nascosto,

quanto appare e quant’è, muove, nudrisce

e regge un, che v’è dentro, o spirto o mente

o anima che sia de l’universo;

che sparsa per lo tutto e per le parti

di sí gran mole, di sé l’empie, e seco

si volge, si rimescola e s’unisce.

Quinci l’uman legnaggio, i bruti, i pesci,

e ciò che vola, e ciò che serpe, han vita,

e dal foco e dal ciel vigore e seme

traggon, se non se quanto il pondo e ‘l gelo

de’ gravi corpi, e le caduche membra

le fan terrene e tarde. E quinci ancora

avvien che téma e speme e duolo e gioia

vivendo le conturba, e che rinchiuse

nel tenebroso carcere, e ne l’ombra

del mortal velo, a le bellezze eterne

non ergon gli occhi. Ed oltre a ciò, morendo,

perché sian fuor de la terrena vesta,

non del tutto si spoglian le meschine

de le sue macchie; ché ‘l corporeo lezzo

sí l’ha per lungo suo contagio infette,

che scevre anco dal corpo, in nuova guisa

le tien contaminate, impure e sozze.

Perciò di purga han d’uopo, e per purgarle

son de l’antiche colpe in vari modi

punite e travagliate: altre ne l’aura

sospese al vento, altre ne l’acqua immerse,

ed altre al foco raffinate ed arse:

ché quale è di ciascuna il genio e ‘l fallo,

tale è ‘l castigo. Indi a venir n’è dato

negli ampi elisi campi; e poche siamo

cui sí lieto soggiorno si destini.

Qui stiamo infin che ‘l tempo a ciò prescritto

d’ogni immondizia ne forbisca e terga,

sí ch’a nitida fiamma, a semplice aura,

a puro eterio senso ne riduca.

Quest’alme tutte, poiché di mill’anni

han vòlto il giro, alfin son qui chiamate

di Lete al fiume, e ‘n quella riva fanno,

qual tu vedi colà, turba e concorso.

Dio le vi chiama, acciò ch’ivi deposto

ogni ricordo, men de’ corpi schive,

e piú vaghe di vita, un’altra volta

tornin di sopra a riveder le stelle”.

Ciò detto, Anchise a quelle genti in mezzo

condusse il figlio, e la Sibilla insieme;

e prese un colle, ove le schiere tutte,

sí come ne venian di mano in mano,

avea d’incontro, e le scorgea nel volto.

“Or qui ti mostrerò, – soggiunse Anchise, –

quanta sarà ne’ secoli futuri

la gloria nostra; quanti e quai nepoti

de la dardania prole a nascer hanno;

e quante del mio sangue anime illustri

sorgeranno in Italia. Indi a te conte

le tue fortune e i tuoi fati saranno.

Vedi colà quel giovinetto ardito

che su quell’asta pura il braccio appoggia?

Quegli a la luce è destinato in prima,

primo che di Lavinia in Lazio avrai

figlio postumo a te già d’anni grave,

ch’alfin da lei fuor de le selve addutto,

re sarà d’Alba, e degli albani regi

autore e padre: e Silvi dal suo nome

fian tutti i nostri, che da lui discesi

ivi poscia gran tempo imperio avranno.

Proca è quei dopo lui, gloria e splendore

de la stirpe troiana: e quegli è Capi,

e quegli è Numitore: e l’altro appresso

è Silvio Enea, che ‘l tuo nome rinnova;

e se fia mai che ‘l suo regno ricovri,

non sarà men di te pietoso e forte.

Mira che gioventú, mira che forze

mostran, solo a vederli. Appo costoro

quei che son là di quercia inghirlandati,

di Gabi, di Nomento e di Fidene

parte propagheranti il picciol regno,

parte su’ monti il tempio ti porranno

d’Inúo, e la terra che da lui dirassi,

e Collazia e Pomezia e Bola e Cora;

ché questi nomi allor quei luoghi avranno

ch’or ne son senza. In compagnia de l’avo

Romolo se ne vien, di Marte il figlio,

di Roma il padre. Al mondo Ilia darallo

de la stirpe d’Assàraco un rampollo.

Vedil colà, c’ha in su la testa un elmo

con due cimieri, e tal, che il padre stesso

già par ch’in cielo e nel suo seggio il ponga.

Questi, figlio, sarà quel grand’eroe,

onde i suoi primi glorïosi auspici

avrà l’inclita Roma, quella Roma,

che, sette monti entro al suo cerchio accolti,

tanto si stenderà, che fia con l’armi

uguale al mondo, e con le menti al cielo;

Roma di cosí prodi e chiari figli

madre felice. Tal di Berecinto

la maggior madre infra i leoni assisa,

e di torri altamente incoronata,

va per la Frigia, glorïosa e lieta

che tanti ha figli in ciel, nepoti in seno,

tutti che dii già sono o dii si fanno.

Or qui, figliuolo, ambe le luci affisa

a mirar la tua gente e i tuoi Romani.

Cesare è qui, qui la progenie è tutta

del grande Iulo, a cui già s’apre il cielo.

Questi, questi, è colui che tante volte

t’è già promesso, il gran Cesare Augusto,

di divo padre figlio, e divo anch’egli.

Per lui risorgerà quel secol d’oro,

quel del vecchio Saturno antico regno,

che fe’ il Lazio sí bello e ‘l mondo tutto.

Quest’oltre ai Garamanti ed oltre agl’Indi

impererà fin dove il sole e l’anno

non giunge, e piú non va se non s’arretra;

trapasserà di là dal mauro Atlante

che con gli omeri suoi folce le stelle.

Al venir di costui, sol de la voce

che ne dànno i profeti, i Caspi regni,

la Meotica terra, e quanto inonda

il sette volte geminato Nilo,

tremar già veggio, e star pensoso e mesto.

Tanto del mondo il glorïoso Alcide

non corse mai, se ben de’ Cereniti,

di Lerna e d’Erimanto i mostri ancise:

né tanto ne domò chi domò gl’Indi,

e nel trionfo suo di viti e pampini

a le tigri di Nisa il giogo impose.

E sarà poi che ‘l valor nostro manchi

di gloria, e tu di speme e d’ardimento

di far d’Ausonia il desïato acquisto?

Ma chi fia questi che da lungi scorgo

sí venerando, il crin cinto d’olivo,

con quelle bende e con quei sacri arredi?

A la chioma, a la barba irta e canuta

mi sembra, ed è di Roma il santo rege,

che dal picciolo Curi a grande impero

sarà da lei chiamato, e sarà il primo

che cerimonie introdurravvi e leggi.

A lui Tullo vien dopo, il forte e saggio,

ch’ai dismessi trionfi rivocando

la gente già per lunga pace imbelle,

la tornerà, di neghittosa e mite,

un’altra volta armigera e guerriera.

Anco è quell’altro che lo segue appresso,

che d’onor troppo e del favor del volgo

di già si mostra ambizïoso e vago.

Or vedi là, se di vederli agogni,

anco i Tarquini regi, e quel superbo

vendicator de la superbia loro,

Bruto, consol primiero, e quei suoi fasci

e quelle accette ond’ei, padre crudele,

de la patria buon figlio, i figli suoi

per l’altrui bella libertate ancide.

Infortunato lui! che che dipoi

de la posterità se ne favelle.

Vince il publico amore, e ‘l gran desio

d’umana lode in lui l’affetto interno

de la natura e del suo sangue stesso.

Mira poco in disparte i Deci, i Drusi,

il severo Torquato e ‘l buon Camillo;

l’uno che tien già la secure in mano,

e l’altro che da’ Galli ne riporta

i perduti vessilli. I due, che vedi

sí risplender ne l’armi, e che rinchiusi

in questa notte, sembrano a la vista

gir di pari e d’accordo, oh se a la vita

vengon di sopra, quanta guerra e quale,

con che strage di genti e con che forze,

faran tra loro! Il suocero da l’Alpi

e da l’occaso, il genero da l’orto

verrà l’un contra l’altro. Ah figli, ah figli,

non cosí rio, non cosí fiero abuso

d’armar voi contr’a voi, contr’a le viscere

de la gran patria vostra! e tu che traggi

dal ciel legnaggio, tu, mio sangue, astienti

da tanta ferità; perdona il primo,

e gitta l’armi in terra. Ecco chi vince

Corinto e ‘l popol greco, e ‘n Campidoglio

trïonfando ne saglie. Ecco chi d’Argo

e di Micena ancor le torri abbatte,

e chi Pirro debella e ‘l seme estingue

del bellicoso Achille; alta vendetta

che ben degli avi ricompensa i danni,

e ‘l tempio vïolato di Minerva.

Dove lass’io te, gran Catone, e Cosso?

E i Gracchi, e i due gran folgori di guerra

ambedue Scipïoni, ambi Africani,

strage l’un di Cartago, e l’altro esizio?

Dove Fabrizio il povero, e potente,

con la sua povertà? Dove Serrano,

ch’e di bifolco, al grande imperio assunto?

Dove restano i Fabi? Eccone un solo,

Massimo veramente, che con arte

terrà il nemico tranquillando a bada.

Abbinsi gli altri de l’altre arti il vanto;

avvivino i colori e i bronzi e i marmi;

muovano con la lingua i tribunali,

mostrin con l’astrolabio e col quadrante

meglio del ciel le stelle e i moti loro:

ché ciò meglio sapran forse di voi:

ma voi, Romani miei, reggete il mondo

con l’imperio e con l’armi, e l’arti vostre

sien l’esser giusti in pace, invitti in guerra:

perdonare a’ soggetti, accôr gli umíli,

debellare i superbi”. In questa guisa

parlava il santo vèglio, ed essi attenti

stavan con maraviglia ad ascoltarlo,

quando soggiunse: “Ecco di qua Marcello;

mira come se n’entra adorno e carco

d’opime spoglie, e quanto a gli altri avanza.

Quest’è quel generoso, ch’a grand’uopo

vien di Roma a domare i Peni, i Galli,

e del gallico duce i fregi e l’armi

la terza volta al gran Quirino appende”.

Qui vide Enea ch’un giovinetto a pari

gli si traea, ch’era d’arnesi e d’armi,

e via piú di beltà, vago e lucente;

se non che poco lieta avea la fronte

e chino il viso. Onde rivolto al padre:

“E chi – disse – è costui che l’accompagna?

Saria de’ figli, o de’ nipoti alcuno

del gran nostro legnaggio? E che bisbiglio

e che mischia ha d’intorno? O quale e quanto

di già mi sembra! Ma gli veggio al capo

d’atra notte girar di sopra un nembo”.

Anchise lagrimando gli rispose:

“Amaro desiderio il cor ti tocca

a voler, figlio, un gran danno, un gran lutto

udir de’ tuoi. Questi a la luce a pena

verrà, che ne fia tolto. O dii superni,

troppo parravvi la romana stirpe

possente allor che in sul fiorir preciso

ne fia sí vago e sí gentile arbusto.

O che duolo, o che pianto, o che funèbre

pompa ne vedrà Roma e ‘l Marzio campo!

Qual, Tiberino padre, a la tua riva

nuova se n’ergerà funesta mole!

Germe non sorgerà del seme d’Ilio

piú di questo gradito, né che tanto

de’ latini avi suoi la speme estolla:

né la terra di Romolo arà mai

figlio, onde piú si pregi e piú si vanti.

O pietà non piú vista; o fede antica!

O virtú senza pari! E qual ne l’armi

sarà? Chi sosterrà l’incontro suo

pedone o cavalier ch’armato in giostra,

o pur nel campo, il suo nemico assalga?

Miserabil fanciullo! Cosí morte

te non vincesse, come invitto fôra

il tuo valore, e come tu, Marcello,

non men de l’altro, eroica vertute,

e piú splendore e piú fortuna avesti!

Datemi a piene mani, ond’io di gigli

e di purpurei fiori un nembo sparga,

ché, se ben contro al già fisso destino

m’adopro invano, almen con questi doni

l’ombra d’un tanto mio nipote onori”.

Dopo ciò detto, per gli aerei campi

vagando, a parte a parte e l’ombre e i lochi

gli mostrò, l’invaghí, tutto d’amore

de la futura gloria il cor gli accese.

Indi le guerre e le fortune sue

d’Italia, di Laurento, e di Latino

la figlia, il regno, i popoli e lo stato

tutto gli rivelò. D’ogni suo affanno

(come a fuggir, come a soffrir l’avesse)

gli diè lume e compenso. Escono i Sogni

d’inferno per due porte; una è di corno,

l’altra è d’avorio: manda il corno i veri,

l’avorio i falsi; e per l’eburna Anchise

diede (quando lor diè commiato alfine)

a la Sibilla ed al suo figlio uscita.

Enea verso le navi a’ suoi compagni

fece ritorno. Indi sciogliendo, dritto

lungo la riva il suo corso riprese;

e giunto ov’oggi è di Caieta il porto,

l’afferrò, gittò l’àncore, e fermossi.

LIBRO SETTIMO

Ed ancor tu, d’Enea fida nutrice

Caieta, ai nostri liti eterna fama

desti morendo; ed essi anco a te diêro

sede onorata, se d’onore a’ morti

è d’aver l’ossa consecrate e ‘l nome

ne la famosa Esperia. Ebbe Caieta

dal suo pietoso alunno esequie e lutto,

e sepoltura alteramente eretta.

lndi, già fatto il mar tranquillo e queto,

spiegâr le vele a’ vènti, e i vènti al corso

eran secondi; e ‘n sul calar del sole,

la luna, che sorgea lucente e piena,

chiare l’onde facea tremole e crespe.

Uscîr del porto; e pria rasero i liti

ove Circe, del Sol la ricca figlia,

gode felice, e mai sempre cantando

soavemente al periglioso varco

de le sue selve i peregrini invita:

e de la reggia, ove tessendo stassi

le ricche tele, con l’arguto suono

che fan le spole e i pettini e i telari,

e co’ fuochi de’ cedri e de’ ginepri

porge lunge la notte indicio e lume.

Quinci là verso il dí, lontano udissi

ruggir lioni, urlar lupi, adirarsi,

e fremire e grugnire orsi e cignali,

ch’eran uomini in prima; e ‘n queste forme

da lei con erbe e con malie cangiati

giacean di ferri e di ferrate sbarre

ne le sue stalle incatenati e chiusi;

e perché ciò non avvenisse ai Teucri,

che buoni erano e pii, da cotal porto

e da spiaggia sí ria Nettuno stesso

spinse i lor legni, e diè lor vento e fuga,

tal che fuor d’ogni rischio li condusse.

Già rosseggiava d’Oriente il balzo,

e nel suo carro d’ostro ornata e d’oro

l’Aurora si traea de l’onde fuori:

quando subitamente ogn’aura, ogn’alito

cessò del vento, e ne fu ‘l mare in calma

sí ch’a forza ne gian de’ remi a pena.

Qui la terra mirando, il padre Enea

vede un’ampia foresta, e dentro, un fiume

rapido, vorticoso e queto insieme,

che per l’amena selva, e per la bionda

sua molta arena si devolve al mare.

Questo era il Tebro, il tanto desïato,

il tanto cerco suo Tebro fatale:

a le cui ripe, a le cui selve intorno,

e di sopra volando, ivan le schiere

di piú canori suoi palustri augelli.

Allor: “Via, – dice a suoi – volgete il corso

itene a riva”. E tutti in un momento

rivolti e giunti, de l’opaco fiume

preser la foce, e lietamente entraro.

Porgimi, Èrato, aíta a dir quai regi,

quai tempi, e quale stato avesse allora

l’antico Lazio, quando prima i Teucri

con questa armata a’ suoi liti approdaro;

ch’io dirò da principio le cagioni

e gli accidenti, onde con essi a l’arme

si venne in pria: dirò battaglie orrende,

dirò stragi d’eserciti, e duelli

di regi stessi, e la Toscana tutta,

e tutta anco l’Esperia in arme accolta.

Tu, d’Elicona dea, tu ciò mi detta;

ch’altr’ordine di cose, altro lavoro,

e maggior opra ordisco. Era signore,

quando ciò fu, di Lazio il re Latino,

un re che vèglio e placido gran tempo

avea ‘l suo regno amministrato in pace.

Questi nacque di Fauno e di Marica,

ninfa di Laürento, e Fauno a Pico

era figliuolo, e Pico, a te, Saturno,

del suo regio legnaggio ultimo autore.

Non avea questo re stirpe virile,

com’era il suo destino; e quella ch’ebbe,

gli fu nel fior de’ suoi verd’anni ancisa.

Sola d’un sangue tal, d’un tanto regno

restava una sua figlia unica erede,

che già d’anni matura, e di bellezza

piú d’ogni altra famosa, era da molti

eroi del Lazio e de l’Ausonia tutta

desïata e ricerca. Avanti agli altri

la chiedea Turno, un giovine il piú bello,

il piú possente e di piú chiara stirpe

che gli altri tutti; e piú ch’a gli altri, a lui,

anzi a lui sol la sua regina madre

con mirabil affetto era inchinata.

Ma che sua sposa fosse, avverso fato,

vari portenti e spaventosi augúri

facean contesa. Era un cortile in mezzo

a le stanze reali, ove un gran lauro

già di gran tempo consecrato e cólto

con molta riverenza era serbato.

Si dicea che Latino esso re stesso

nel designare i suoi primi edifici,

là ‘ve trovollo, di sua mano a Febo

l’avea dicato; e ch’indi il nome diede

a’ suoi Laurenti. A questo lauro in cima

meravigliosamente di lontano

romoreggiando a la sua vetta intorno

venne d’api una nugola a posarsi;

e con l’ali e co’ piè l’una con l’altra,

e tutte insieme aggraticciate e strette

stiêr d’uva in guisa a le sue frondi appese.

Ciò l’indovino interpretando: “Io veggo –

disse – venir da lunge un duce esterno,

ed una gente che d’un loco uscita

in un loco medesmo si rauna,

ed altamente ivi s’alloga e regna”.

Stando un giorno, oltre a ciò, Lavinia virgo

sacrificando col suo padre a canto,

ed a l’altar caste facelle offrendo,

parve (nefanda vista!) che dal foco

fossero i lunghi suoi capelli appresi,

e che stridendo, non pur l’oro ardesse

de le sue trecce, ma il suo regio arnese

e la corona stessa che di gemme

era fregiata. Indi con rogio vampo,

con nero fumo e con volumi attorti

s’avventasse d’intorno, e l’alta reggia

tutta di fiamme empiesse: orrendo mostro,

e di gran meraviglia a chiunque il vide.

Gli àuguri ne dicean che fama illustre

e gran fortuna a lei si portendea;

ma ruina a lo stato, e guerra a’ popoli.

A questi mostri attonito e confuso

il re tosto a l’oracolo di Fauno

suo genitor ne l’alta Albúnea selva

per consiglio ricorse. È questa selva

immensa, opaca, ove mai sempre suona

un sacro fonte, onde mai sempre esala

una tetra vorago. Il Lazio tutto

e tutta Italia in ogni dubbio caso

quindi certezza, aíta e ‘ndrizzo attende.

E l’oracolo è tale. Il sacerdote

nel profondo silenzio de la notte

si fa de l’immolate pecorelle

sotto un covile, ove s’adagia e dorme.

Nel sonno con mirabili apparenze

si vede intorno i simulacri e l’ombre

di ciò ch’ivi si chiede; e varie voci

ne sente, e con gli dèi parla e con gl’inferi.

In questa guisa il re Latino stesso

al vaticinio del suo padre intento

cento pecore ancide e i velli e i terghi

nel suol ne stende, e vi s’involve e corca:

ed ecco un’alta repentina voce

che, de la selva uscendo, intuona e dice:

“Invan, figlio, procuri, invan t’imagini

che tua figlia s’ammogli a sposo ausonio.

Vane e nulle saran le sponsalizie

ch’or le prepari. Di lontano un genero

venir ti veggio, per cui sopra a l’ètera

salirà ‘l nostro nome; e i nostri posteri

ne vedran sotto i piè quanto l’Oceano

d’ambi i lati circonda, e ‘l sole illumina”.

Questa risposta e questi avvertimenti,

perché di notte e di secreta parte

fosser da Fauno usciti, il re non tenne

in se stesso celati; anzi la Fama

per le terre d’Ausonia gli spargea,

quando la frigia armata al Tebro aggiunse.

Enea col figlio e co’ suoi primi duci

a l’ombre d’un grand’albero in disparte

degli altri a prender cibo insieme unissi.

Eran su l’erba agiati; e, come avviso

creder si dee che del gran Giove fosse,

avean poche vivande; e quelle poche

gran forme di focacce e di farrate

in vece avean di tavole e di quadre,

e la terra medesma e i solchi suoi

ai pomi agresti eran fiscelle e nappi.

Altro per avventura allor non v’era

di che cibarsi. Onde, finiti i cibi,

volser per fame a quei lor deschi i denti,

e motteggiando allora: “O – disse Iulo –

fino a le mense ancor ne divoriamo?”

E rise e tacque. A questa voce Enea,

sí come a fin de le fatiche loro,

avvertí primamente, e stupefatto

del suo misterio, subito inchinando

disse: “O da’ fati a me promessa terra,

io te devoto adoro: e voi ringrazio,

santi numi di Troia, amiche e fide

scorte degli error miei. Questa è la patria,

quest’è l’albergo nostro, e questo è ‘l segno

che ‘l mio padre lasciommi (or mi ricordo

de gli occulti miei fati): “Allor – dicendo –

che sarai, figlio, in peregrina terra

da fame a manducar le mense astretto,

fia ‘l tuo riposo: allor fonda gli alberghi,

allor le mura. Or questa è quella fame,

ultimo rischio ad ultimar prescritto

tutti i nostri altri perigliosi affanni.

Or via, dimane a l’apparir del sole,

per diversi sentier lungi dal porto

tutti gioiosamente investighiamo

che paese sia questo, da che gente

sia cólto, dove sien le terre loro.

Ora a Giove si bea; faccinsi preci

al padre Anchise; e sian le mense tutte

di vin piene e di tazze”. E, ciò dicendo,

di frondi s’inghirlanda; e del paese

il genio, e de la Terra il primo nume

primieramente inchina, e le sue Ninfe,

e ‘l fiume ancor non conto. Indi la Notte,

e de la Notte le sorgenti stelle,

e Giove idèo, e d’Ida la gran madre,

e la madre di lui dal cielo invoca,

e da l’Èrebo il padre. E qui di lampi

cinto, di luce e d’oro, e di sua mano

folgorando il gran Giove a ciel sereno

tonò tre volte. In ciò repente nacque

tra le squadre troiane un lieto grido,

ch’era già ‘l tempo di fondar venuto

le desïate mura. A tanto annunzio

tutti commossi, a rinnovar le mense,

ad invitarsi, a coronarsi, a bere

lietamente si diêro. Il dí seguente

nel sorger de l’aurora uscîr diversi

a spïar del paese, che contrade

e che liti eran quelli, e di che genti.

Trovâr che di Numíco era lo stagno,

e che ‘l fiume era il Tebro, e la cittade

da’ feroci Latini era abitata.

Allor d’Anchise il generoso figlio

cento fra tutti i piú scelti oratori

d’oliva incoronati al re destina

con doni, con avvisi e con richieste

d’amicizia, di comodi e di pace.

Questi il vïaggio lor sollecitando

se ne van senza indugio. Ed egli intanto,

preso nel lito il primo alloggiamento,

di picciol fosso la muraglia insolca;

e ‘n sembianza di campo e di fortezza

d’argini lo circonda e di steccato.

Seguon gl’imbasciatori, e già da presso

la città, l’alte torri e i gran palagi

scoprendo de’ Latini, anzi a le mura

veggono il fior de’ giovinetti loro

su’ cavalli e su’ carri esercitarsi,

lotteggiar, tirar d’arco, avventar pali,

e cotali altre oprar contese e prove

di corso, d’attitudine e di forza.

Tosto che compariscono, un messaggio

quindi si spicca in fretta, e precorrendo

riporta al vecchio re, che nuova gente

di gran sembiante e d’abito straniero

vien dal mare a sua corte. Il re comanda

che siano ammessi; e ne l’antico seggio

per ascoltarli in maestà si reca.

Era la corte un ampio, antico, augusto

di piú di cento colonnati estrutto

in cima a la città sublime albergo:

Pico di Laürento il vecchio rege

l’avea fondata. Era d’oscure selve,

era de’ numi de’ primi avi suoi

sovra d’ogn’altra veneranda e sacra.

Qui de’ lor scettri, qui de’ primi fasci

s’investivano i regi. In questo tempio

era la curia, eran le sacre cene,

eran de’ padri i pubblici conviti

de l’occiso arïete. Avea d’antico

cedro, nel primo entrar, un dietro a l’ altro,

de’ suoi grand’avi i simulacri eretti.

Italo v’era, e il buon padre Sabino,

Saturno con la vite e con la falce,

Giano con le due teste, e gli altri regi

tutti di mano in man, che combattendo

non fur di sangue a la lor patria avari.

Pendean da le pareti e da’ pilastri

un gran numero d’armi e d’altre spoglie

prese in battaglia. Ai portici d’intorno

carri, trofei, catene, elmi e cimieri

e securi e corazze e scudi e lance

e rostri di navili e ferri e sbarre

di fracassate porte erano affisse.

In abito succinto e con la verga

che fu poi di Quirino, e con l’ancile

ne la sinistra esso re Pico assiso

v’era, pria cavaliero, e poscia augello:

ch’in augello il cangiò la maga Circe,

sdegnosa amante; e gli suoi regi fregi

gli converse in colori, e ‘l manto in ali.

In questo tempio sovra il seggio agiato

de’ suoi maggiori, a sé Latino i Teucri

chiamar si fece; e dolcemente in prima

cosí parlò: “Dite, Troiani amici,

a che venite? ché venite in luogo

c’ha di Troia e di voi contezza a pieno;

siatevi, o per errore o per tempesta

o per bisogno a questi liti addotti,

come a gente di mar sovente avviene;

ch’a buon fiume, a buon porto, a buon ospizio

siete arrivati. Da Saturno scesi

sono i Latini, ed ospitali e buoni,

non per forza o per leggi, ma per uso

e per natura; e del buon vecchio dio

seguitiam l’orme e de’ suoi tempi d’oro.

Io mi ricordo (ancor che questa fama

sia per molt’anni omai debile e scura)

che per vanto soleano i vecchi Aurunci

dir che Dardano vostro in queste parti

ebbe il suo nascimento; e quinci in Ida

passò di Frigia, e ne la tracia Samo,

ch’or Samotracia è detta. Da’ Tirreni,

e da Còrito uscio Dardano vostro,

ch’or fatto è dio, e tra’ celesti in cielo

d’oro ha la sua magion, di stelle il seggio,

e qua giú tra’ mortali, altari e vóti”.

Avea ciò detto, quando a’ detti suoi

il saggio Ilïoneo cosí rispose:

“Alto signor, di Fauno egregio figlio,

non tempesta di mar, non venti avversi,

non di stelle, o di liti o di nocchieri

error qui n’have, od ignoranza addotti.

Noi di nostro voler, di nostro avviso

ci siam venuti, discacciati e privi

d’un regno de’ maggiori e de’ piú chiari,

ch’unqua vedesse d’orïente il sole.

Da Dardano e da Giove il suo legnaggio

ha quella gente, e quel troiano Enea

ch’a te ne manda. La tempesta, i fati,

e la ruina che ne’ campi idèi

venne di Grecia, onde l’Europa e l’Asia

e ‘l mondo tutto sottosopra andonne,

cui non è conta? chi sí lunge è posto

da noi, che non l’udisse? o che da l’acque

de l’estremo Oceàno, o che dal foco

de la torrida zona sia diviso

da la nostra notizia? Il nostro affanno

tal fece intorno a sé diluvio e moto,

che scosse ed allagò la terra tutta.

Da indi in qua dispersi e vagabondi

per tanti mari, un sol picciol ridotto

agli dèi nostri, un lito che n’accolga,

non da nemici, un poco d’acqua e d’aura,

lassi! quel ch’ogn’uom ha, cercando andiamo.

Non disutili, credo, e non indegni

sarem del regno vostro: a voi non lieve

ne verrà fama; e d’un tal merto tanto

vi sarem grati, che l’ausonia terra

non mai si pentirà d’aver i figli

de la misera Troia in grembo accolti.

Io ti giuro, signor, per le fatiche,

per gli fati d’Enea, per la possente

sua destra, già per fede e per valore

famosa al mondo, che da molte genti

molte fïate (e ciò vil non ti sembri,

che da noi stessi a te ci proferiamo

e ti preghiamo) siam pregati noi,

e per compagni desïati e cerchi:

ma dai fati, signor, e dagli dèi

siam qui mandati. Dardano qui nacque,

qua Febo ne richiama. Febo stesso,

e quel di Delo, è ch’ai Tirreni, al Tebro,

al fonte di Numíco, a voi c’invia.

Queste, oltre a ciò, poche reliquie, e segni

de l’andata fortuna e del suo amore

il re nostro vi manda; che dal foco

son de la patria ricovrate a pena.

Con questa coppa il suo buon padre Anchise

sacrificava. Questo regno in testa,

quando era in solio, il gran Prïamo avea:

questo è lo scettro, questa è la tïara,

sacro suo portamento; e queste vesti

son de le donne d’Ilio opre e fatiche”.

Al dir d’Ilïoneo stava Latino

fisso col volto a terra immoto e saldo

come in astratto, e solo avea le luci

degli occhi intese a rimirar, non tanto

il dipint’ostro e gli altri regi arnesi,

quanto in pensar de la diletta figlia

il maritaggio, e ‘l vaticinio uscito

dal vecchio Fauno. E ‘n se stesso raccolto,

“Questi è certo – dicea, – quei che da’ fati

si denunzia venir di stran paese

genero a me, sposo a Lavinia mia,

del mio regno partecipe e consorte.

Questi è da cui verrà l’egregia stirpe,

che col valor farassi e con le forze

soggetto e tributario il mondo tutto”.

Ed al fin lieto: “O – disse, – eterni dèi,

secondate voi stessi i vostri augúri

e i pensier miei. Da me, Troiani, arete

tutto che desiate; e i vostri doni

gradisco e pregio; e mentre re Latino

sarà, sarete voi nel regno suo

cortesemente accolti, e ‘l seggio e i campi

e ciò ch’è d’uopo, come a Troia foste,

in copia arete. Or s’ei tanto desia

l’amistà nostra e ‘l nostro ospizio, vegna

egli in persona, e non abborra omai

il nostro amico aspetto. Arra e certezza

ne fia di pace il convenir con lui,

e di lui stesso aver la fede in pegno.

Da l’altra parte, a mio nome gli dite

quel ch’io dirovvi. Io senza piú mi trovo

una mia figlia. A questa il mio paterno

oracolo, e del ciel molti prodigi

vietan ch’io dia marito altro ch’esterno.

D’esterna parte, tal d’Italia è ‘l fato,

un genero dal ciel mi si promette,

per la cui stirpe il mio nome e ‘l mio sangue

ergerassi a le stelle. Or se del vero

punto è ‘l mio cor presago, egli è quel desso

cred’io, che ‘l fato accenna, e ‘l credo, e ‘l bramo”.

Ciò detto, de’ trecento, che mai sempre

a’ suoi presepi avea, nitidi e pronti

destrier di fazïone e di rispetto,

per gli cento orator cento n’elegge,

ch’avean le lor coverte e i lor girelli,

le pettiere e le briglie in varie guise

d’ostro e di seta ricamati e d’oro,

e d’òr le ghiere, e d’òr le borchie e i freni.

Al troian duce assente un carro invia

con due corsier ch’eran di quei del Sole

generosi bastardi, e vampa e foco

sbruffavan per le nari. Al Sol suo padre

la razza ne furò la scaltra Circe

allor ch’a l’incantate sue giumente

Eto e Piròo furtivamente impose.

Tali in su tai cavalli alteramente

tornando i Teucri al teucro duce, allegre

portâr novelle e parentela e pace.

Ed ecco che di Grecia uscendo e d’Argo,

l’empia moglie di Giove, alto da terra

sospesa, infin dal sicolo Pachino

vide i legni troiani; e vide Enea

con tutti i suoi, che lieto e fuor del mare

e secur de la terra, incominciava

d’alzar gli alberghi, e di fondar le mura

già d’un altr’Ilio. E, punta il cor di doglia

squassando il capo: “Ah, – disse, – a me pur troppo

nimica razza! ah troppo a’ fati miei

fati de’ Frigi avversi! E forse estinti

fûr ne’ campi sigèi? forse potuti

si son prender già presi, ed arder arsi?

Per mezzo de le schiere e de gl’incendi

han trovata la via. Stanca fia dunque

questa mia deità, quando ancor sazia

non è de l’odio? E già s’è resa, quando

ha fin qui nulla oprato? E che mi giova

che sian del regno, e de la patria in bando?

Che mi val ch’io mi sia con tutto il mare

a loro opposta? Ah! che del mar già tutte,

e del ciel contra lor le forze ho logre.

E che le Sirti, e che Scilla e Cariddi

a me con lor son valse? Ecco han del Tebro

la desïata foce; e non han téma

del mar piú, né di me. Marte poteo

disfar la gente de’ Lapíti immane;

poté Dïana aver da Giove in preda

del suo disegno i Calidóni antichi,

quando de’ Calidóni e de’ Lapíti,

vèr le pene, era il fallo o nullo o leve:

ed io consorte del gran Giove e suora,

misera, incontro a lor che non ho mosso?

Che di me non ho fatto? E pur son vinta.

Enea, Enea mi vince. Ah se con lui

il mio nume non può, perché d’ognuno,

chïunque sia, non ogni aíta imploro?

Se mover contra lui non posso il cielo,

moverò l’Acheronte. Oh non per questo

il fato si distorna; ed ei non meno

di Latino otterrà la figlia e ‘l regno.

Che piú? Lo tratterrò, gli darò briga:

porrò, s’altro non posso, in tanto affare

gara, indugio e scompiglio: a strage, a morte,

ad ogni strazio condurrò le genti

de l’un rege e de l’altro; e questi avanzi

faran primieramente i lor suggetti

de la lor amistà. Con questo in prima,

si sian suocero e genero. Di sangue

de’ Troiani e de’ Rutuli dotata

n’andrai, regia donzella, al tuo marito;

e del tuo maritaggio e del tuo letto

auspice fia Bellona in vece mia.

Cotal non partorí di face pregna

Ecuba a Troia incendio, qual Ciprigna

arà con questo suo novello Pari

partorito altro foco, altra ruina

a quest’altr’Ilio”. Ciò dicendo, in terra

discese irata, e da l’inferne grotte

a sé chiamò la nequitosa Aletto.

De le tre dire Furie una e costei,

cui son l’ire, i dannaggi, i tradimenti,

le guerre, le discordie, le ruine,

ogn’empio officio, ogni mal’opra a core.

E tale un mostro in tanti e cosí fieri

sembianti si trasmuta, e de’ serpenti

sí tetra copia le germoglia intorno,

che Pluto e le tartaree sorelle

sue stesse in odio ed in fastidio l’hanno.

Giunon le parla, e via piú co’ suoi detti

in tal guisa l’accende: “O de la Notte

possente figlia, io per mio proprio affetto,

per onor dei mio nume, per salvezza

de la mia fama un tuo servigio agogno.

Adoprati per me, che, mal mio grado,

questo troiano Enea del re Latino

genero non divenga, e nel suo regno

con gran mio pregiudicio non s’annidi.

Tu puoi, volendo, armar l’un contra l’altro

i concordi fratelli: odi e zizzanie

seminar tra’ congiunti; e per le case

con mill’arti nocendo, in mille guise

infra’ mortali indur morti e ruine.

Scuoti il fecondo petto, e le sue forze

tutt’a quest’opra accampa. Inferma, annulla

questa lor pace; infiamma i cori e l’armi,

arme ognun brami, ognun le gridi e prenda”.

Di serpi e di gorgónei veneni

guarnissi Aletto; e per lo Lazio in prima

scorrendo, e per Laurento, e per la corte,

de la regina Amata entro la soglia

insidiosamente si nascose.

Era allor la regina, come donna,

e come madre, dal materno affetto,

da lo scorno de’ Teucri, dal disturbo

de le nozze di Turno in molte guise

afflitta e conturbata, quando Aletto,

per rivolgerla in furia, e co’ suoi mostri

sossopra rivoltar la reggia tutta,

da’ suoi cerulei crini un angue in seno

l’avventò sí, che l’entrò poscia al core.

Ei primamente infra la gonna e ‘l petto

strisciando, e non mordendo, a poco a poco

col suo vipereo fiato non sentito

furor le spira. Or le si fa monile

attorcigliato al collo: or lunga benda

le pende da le tempie, or quasi un nastro

l’annoda il crine. Alfin lubrico errando,

per ogni membro le s’avvolge e serpe.

Ma fin che prima andò languido e molle

soli i sensi occupando il suo veleno,

fin che il suo foco penetrando a l’ossa

non avea tutto ancor l’animo acceso,

ella donnescamente lagrimando

sovra la figlia e sovra le sue nozze

con tal queto rammarco si dolea:

“Adunque si darà Lavinia mia

a Troiani? a banditi? E tu, suo padre,

tu cosí la collochi? E non t’incresce

di lei, di te, di sua madre infelice?

Ch’al primo vento ch’a’ suoi legni spiri,

di cosí caro pegno orba rimasa

(come dir si potrà), da questo infido

fuggitivo ladrone abbandonata

del mar vedrolla e de’ corsari in preda?

O non cosí di Sparta anco rapita

fu la figlia di Leda? E chi rapilla

non fu troiano anch’egli? Ah! dov’è, sire,

quella tua santa invïolabil fede?

quella cura de’ tuoi? quella promessa

che s’è fatta da te già tante volte

al nostro Turno? Se d’esterna gente

genero ne si dee; se fisso e saldo

è ciò nel tuo pensiero; se di Fauno

tuo padre il vaticinio a ciò si stringe;

io credo ch’ogni terra, ch’al tuo scettro

non è soggetta, sia straniera a noi.

Cosí ragion mi detta, e cosí penso

che l’oracolo intenda. Oltre che Turno

(se la sua prima origine si mira),

per suoi progenitori Inaco, Acrisio,

e per patria ha Micene”. A questo dire

stava nel suo proposito Latino

ognor piú duro. E la regina intanto

piú dal veleno era del serpe infetta:

e già tutta compresa, e da gran mostri

agitata, sospinta e forsennata,

senza ritegno a correre, a scagliarsi,

a gridar fra le genti e fuor d’ogni uso

a tempestar per la città si diede.

Qual per gli atri scorrendo e per le sale

infra la turba de’ fanciulli a volo

va sferzato palèo ch’a salti, a scosse,

ed a suon di guinzagli roteando

e ronzando s’aggira e si travolve,

quando con meraviglia e con diletto

gli va lo stuol de’ semplicetti intorno,

e gli dan co’ flagelli animo e forza;

tal per mezzo del Lazio e de’ feroci

suoi popoli vagando, insana andava

la regina infelice. E, quel che poscia

fu d’ardire e di scandalo maggiore,

di Bacco simulando il nume e ‘l coro

per tôr la figlia ai Teucri, e le sue nozze

distornare, o ‘ndugiare, a’ monti ascesa

ne le selve l’ascose: “O Bacco, o Libero, –

gridando – Eüöè; questa mia vergine

sola a te si convien, solo a te serbasi.

Ecco per te nel tuo coro s’esercita,

per te prende i tuoi tirsi, a te s’impampina,

a te la chioma sua nodrisce e dedica”.

Divolgasi di ciò la fama intanto

fra le donne di Lazio, e tutte insieme

da furor tratte, e d’uno ardore accese

saltan fuor degli alberghi a la foresta.

Ed altre ignude i colli e sciolte i crini,

d’irsute pelli involte, e d’aste armate,

di tralci avviticchiate e di corimbi,

orrende voci e tremuli ululati

mandano a l’aura. E la regina in mezzo

a tutte l’altre una facella in mano

prende di pino ardente, e l’imeneo

de la figlia e di Turno imita e canta;

e con gli occhi di sangue e d’ira infetti

al cielo ad ora ad or la voce alzando:

“Uditemi, – dicea – madri di Lazio,

quante ne siete in ogni loco, uditemi.

Se può pietade in voi, se può la grazia

de la misera Amata, e la miseria

di lei, ch’ad ogni madre è d’infortunio,

disvelatevi tutte e scapigliatevi;

Eüöè; a questo sacrificio

ne venite con me, meco ululatene”.

Cosí da Bacco e da le Furie spinta

ne gia per selve e per deserti alpestri

la regina infelice, quando Aletto,

ch’assai già disturbato avea il consiglio

di re Latino e la sua reggia tutta,

ratto su le fosc’ali a l’aura alzossi;

e là ‘ve già d’Acrisio il seggio pose

l’avara figlia, ivi dal vento esposta,

a l’orgoglioso Turno si rivolse.

Ardea fu quella terra allor nomata,

e di Ardea il nome insino ad or le resta,

ma non già la fortuna. In questo loco

entro al suo gran palagio a mezza notte

prendea Turno riposo. Allor ch’Aletto

vi giunse, e ‘l torvo suo maligno aspetto

con ciò ch’avea di Furia, in senil forma

cangiando, raggruppossi, incanutissi,

e di bende e d’olivo il crin velossi:

Càlibe in tutto fessi, una vecchiona

ch’era sacerdotessa e guardïana

del tempio di Giunone; e ‘n cotal guisa

si pose a lui davanti, e cosí disse:

“Turno, adunque avrai tu sofferto indarno

tante fatiche, e questi Frigi avranno

la tua sposa e ‘l tuo regno? Il re, la figlia

e la dote, ch’a te per gli tuoi merti,

per lo sparso tuo sangue era dovuta,

e già da lui promessa, or ti ritoglie;

e de l’una e de l’altro erede e sposo

fassi un esterno. O va, cosí deluso,

e per ingrati la persona e l’alma

inutilmente a tanti rischi esponi.

Va, fa strage de’ Toschi. Va, difendi

i tuoi Latini, e in pace li mantieni.

Questo mi manda apertamente a dirti

la gran saturnia Giuno. Arma, arma i tuoi;

preparati a la guerra; esci in campagna;

assagli i Frigi, e snidagli dal fiume

c’han di già preso, e i lor navili incendi.

Dal ciel ti si comanda. E se Latino

a le promissïon non corrisponde,

se Turno non accetta e non gradisce

né per suo difensor né per suo genero,

provi qual sia ne l’armi, e quel ch’importi

averlo per nimico”. Al cui parlare

il giovine con beffe e con rampogne

cosí rispose: “Io non son, vecchia, ancora,

come te, fuor de’ sensi; e ben sentita

ho la nuova de’ Teucri, e me ne cale

piú che non credi. Non però ne temo

quel che tu ne vaneggi; e non m’ha Giuno

(penso) in tanto dispregio e ‘n tale oblio.

Ma tu dagli anni rimbambita e scema

entri, folle, in pensier d’armi e di stati,

ch’a te non tocca. Quel ch’è tuo mestiero,

governa i templi, attendi ai simulacri,

e di pace pensar lascia e di guerra

a chi di guerreggiar la cura è data”.

Furia a la Furia questo dire accrebbe,

sí che d’ira avvampando, ella il suo volto

riprese e rincagnossi: ed ei, negli occhi

stupido ne rimase, e tremò tutto:

con tanti serpi s’arruffò l’Erinne,

con tanti ne fischiò, tale una faccia

le si scoverse. Indi le bieche luci

di foco accesa, la viperea sferza

gli girò sopra: e sí com’era immoto

per lo stupore, ed a piú dire inteso,

lo risospinse; e i suoi detti e i suoi scherni

cosí rabbiosamente improverogli:

“Or vedrai ben se rimbambita e scema

sono entrata in pensier d’armi e di stati,

ch’a me non tocchi; e se son vecchia e folle:

guardami, e riconoscimi; ch’a questo

son dal Tartaro uscita, e guerra e morte

meco ne porto”. E, ciò detto, avventogli

tale una face e con tal fumo un foco,

che fe’ tenebre agli occhi e fiamme al core.

Lo spavento del giovine fu tale,

che rotto il sonno, di sudor bagnato

si trovò per angoscia il corpo tutto:

e stordito sorgendo, arme d’intorno

cercossi, armi gridò, d’ira s’accese,

d’empio disio, di scelerata insania,

di scompigli e di guerra: in quella guisa

che con alto bollor risuona e gonfia

un gran caldar, quand’ha di verghe a’ fianchi

chi gli ministra ognor foco maggiore,

quando l’onda piú ferve, e gorgogliando

piú rompe, piú si volve e spuma e versa,

e ‘l suo negro vapore a l’aura esala.

Cosí Turno commosso a muover gli altri

si volge incontinente; e de’ suoi primi,

altri al re manda con la rotta pace,

ad altri l’apparecchio impon de l’arme,

onde Italia difenda, onde i Troiani

sian d’Italia cacciati, ed ei si vanta

contra de’ Teucri e contra de’ Latini

aver forze a bastanza. E ciò commesso,

e ne’ suoi vóti i suoi numi invocati,

i Rutuli infra loro a gara armando

s’esortavan l’un l’altro; e tutti insieme

eran tratti da lui, chi per lui stesso

(che giovin era amabile e gentile),

chi per la nobiltà de’ suoi maggiori,

e chi per la virtude, e per le pruove

di lui viste altre volte in altre guerre.

Mentre cosí de’ suoi Turno dispone

gli animi e l’armi, in altra parte Aletto

sen vola a’ Teucri; e con nuov’arte apposta

in su la riva un loco, ove in campagna

correndo e ‘nsidïando, il bello Iulo

seguia le fere fuggitive in caccia.

Qui di súbita rabbia i cani accese

la virgo di Cocíto, e per la traccia

gli mise tutti; onde scopriro un cervo

che fu poi di tumulto, di rottura,

di guerra, e d’ogni mal prima cagione.

Questo era un cervo mansueto e vago,

già grande e di gran corna, che divelto

da la sua madre, era nel gregge addotto

di Tirro e de’ suoi figli: ed era Tirro

il custode maggior de’ regi armenti

e de’ regi poderi; ed egli stesso

l’avea nutrito e fatto umile e manso.

Silvia, una giovinetta sua figliuola,

l’avea per suo trastullo; e con gran cura

di fior l’inghirlandava, il pettinava,

lo lavava sovente. Era a la mensa

a lor d’intorno: e da lor tutti amava

esser pasciuto e vezzeggiato e tocco.

Errava per le selve a suo diletto,

e da se stesso poi la sera a casa,

come a proprio covil, se ne tornava.

Quel dí per avventura di lontano

lungo il fiume venia tra l’ombre e l’onde,

da la sete schermendosi e dal caldo;

quando d’Ascanio l’arrabbiate cagne

gli s’avventaro; ed esso a farsi inteso

d’un tale onore e di tal preda acquisto,

diede a l’arco di piglio, e saettollo.

La Furia stessa gli drizzò la mano,

e spinse il dardo sí ch’a pieno il colse

ne l’un de’ fianchi, e penetrogli a l’epa.

Ferito, insanguinato, e con lo strale

il meschinello ne le coste infisso,

al consueto albergo entro ai presepi

mugghiando e lamentando si ritrasse;

ch’un lamentarsi, un dimandar aíta

d’uomo in guisa piú tosto che di fera,

erano i mugghi onde la casa empiea.

Silvia lo vide in prima, e col suo pianto,

col batter de le mani, e con le strida

mosse i villani a far turbe e tumulto.

Sta questa peste per le macchie ascosa

di topi in guisa, a razzolar la terra

in ogni tempo, sí che d’ogni lato

n’usciron d’improvviso; altri con pali

e con forche, e con bronchi aguzzi al foco;

altri con mazze nodorose e gravi,

e tutti con quell’armi ch’a ciascuno

fecer l’ira e la fretta. Era per sorte

Tirro in quel punto ad una quercia intorno,

e per forza di cogni e di bipenne

l’avea tronca e squarciata: onde affannoso,

di sudor pieno, fieramente ansando

con la stessa ch’avea secure in mano

corse a le grida, e le masnade accolse.

L’infernal dea, ch’a la veletta stava

di tutto che seguia, veduto il tempo

accomodato al suo pensier malvagio,

tosto nel maggior colmo se ne salse

de la capanna, e con un corno a bocca

sonò de l’armi il pastorale accento.

La spaventosa voce che n’uscio

dal Tartaro spiccossi. E pria le selve

ne tremâr tutte; indi di mano in mano

di Nemo udilla e di Diana il lago,

udilla de la Nera il bianco fiume,

e di Velino i fonti, e tal l’udiro,

che ne strinser le madri i figli in seno.

A quella voce, e verso quella parte

onde sentissi, i contadini armati,

comunque ebber tra via d’armi rincontro,

subitamente insieme s’adunaro.

Da l’altro lato i giovani troiani

al soccorso d’Ascanio in campo usciro,

spiegâr le schiere, misersi in battaglia,

vennero a l’armi; sí che non piú zuffa

sembrava di villani, e non piú pali

avean per armi, ma forbiti ferri

serrati insieme, che dal sol percossi,

per le campagne e fin sotto a le nubi

ne mandavano i lampi; in quella guisa

che lieve al primo vento il mar s’increspa,

poscia biancheggia, ondeggia e gonfia e frange

e cresce in tanto, che da l’imo fondo

sorge fino a le stelle. Almone, il primo

figlio di Tirro, primamente cadde

in questa pugna. Ebbe di strale un colpo

in su la strozza, che la via col sangue

gli chiuse e de la voce e de la vita.

Caddero intorno a lui molt’altri corpi

di buona gente. Cadde tra’ migliori,

mentre l’armi detesta, e per la pace

or con questi or con quelli si travaglia,

Galèso il vecchio, il piú giusto e ‘l piú ricco

de la contrada. Cinque greggi avea

con cinque armenti; e con ben cento aratri

coltivava e pascea l’ausonia terra.

Mentre cosí ne’ campi si combatte

con egual Marte, Aletto già compita

la sua promessa, poi ch’a l’armi, al sangue

ed a le stragi era la guerra addotta,

uscí del Lazio, e baldanzosa a l’aura

levossi, ed a Giunon superba disse:

“Eccoti l’arme e la discordia in campo,

e la guerra già rotta. Or di’ ch’amici,

di’ che confederati, e che parenti

si sieno omai, poiché d’ausonio sangue

già sono i Teucri aspersi. Io, se piú vuoi,

piú farò. Di rumori e di sospetti

empierò questi popoli vicini;

condurrogli in aiuto; andrò per tutto

destando amor di guerra; andrò spargendo

per le campagne orror, furore ed armi”.

“Assai, – Giuno rispose, – hai di terrore

e di frode commesso: ha già la guerra

le sue cagioni; hanno (comunque in prima

la sorte le si regga) ambe le parti

le genti in campo, e l’armi in mano; e l’armi

son già di sangue tinte, e ‘l sangue è fresco.

Or queste sponsalizie e queste nozze

comincino a godersi il re Latino,

e questo di Ciprigna egregio figlio.

Tu, perché non consente il padre eterno

ch’in questa eterea luce e sopra terra

cosí licenziosa te ne vada,

torna a’ tuoi chiostri; ed io, s’altro in ciò resta

da finir, finirò”. Ciò disse a pena

la figlia di Saturno, che d’Aletto

fischiâr le serpi, e dispiegârsi l’ali

in vèr Cocíto. È de l’Italia in mezzo

e de’ suoi monti una famosa valle,

che d’Amsanto si dice. Ha quinci e quindi

oscure selve, e tra le selve un fiume

che per gran sassi rumoreggia e cade,

e sí rode le ripe e le scoscende,

che fa spelonca orribile e vorago,

onde spira Acheronte, e Dite esala.

In questa buca l’odïoso nume

de la crudele e spaventosa Erinne

gittossi, e dismorbò l’aura di sopra.

Non però Giuno di condur la guerra

rimansi intanto, ed ecco dal conflitto

venir ne la città la rozza turba

de’ contadini, e riportare i corpi

del giovinetto Almone e di Galèso,

cosí com’eran sanguinosi e sozzi.

Gli mostrano, ne gridano, n’implorano

dagli dèi, da Latino e da le genti

testimonio, pietà, sdegno e vendetta.

Evvi Turno presente, che, con essi

tumultuando esclama, e ‘l fatto aggrava,

e detesta e rimprovera e spaventa,

“Questi, questi, – dicendo, – son chiamati

a regnar ne l’Ausonia: ai Frigi, ai Frigi

dà Latino il suo sangue, e Turno esclude”.

Sopravvengono intanto i furïosi,

che, con le donne attonite scorrendo,

gian con Amata per le selve in tresca;

ché grande era d’Amata in tutto il regno

la stima e ‘l nome; e d’ogni parte accolti

tutti contra gli annunzi, contra i fati

l’armi chiedendo e la non giusta guerra,

van di Latino a la magione intorno.

Egli di rupe in guisa immoto stassi,

di rupe che, nel mar fondata e salda,

né per venti si crolla, né per onde

che le fremano intorno, e gli suoi scogli

son di spuma coverti e d’alga invano.

Ma poiché superar non puote il cieco

lor malvagio consiglio, e che le cose

givan di Turno e di Giunone a vóto,

molto pria con gli dèi, con le van’aure

si protestò; poscia: “Dal fato, – disse, –

son vinto, e la tempesta mi trasporta.

Ma voi per questo sacrilegio vostro

il fio ne pagherete. E tu fra gli altri,

Turno, tu pria n’avrai supplizio e morte;

e preci e vóti a tempo ne farai,

ch’a tempo non saranno. Io, quanto a me,

già de’ miei giorni e de la mia quïete

son quasi in porto: e da voi sol m’e tolto

morir felicemente”. E qui si tacque,

e ‘l governo depose e ritirossi.

Era in Lazio un costume, che venuto

è poi di mano in man di Lazio in Alba,

e d’Alba in Roma, ch’or del mondo è capo,

che nel muover de l’armi ai Geti, agl’Indi,

agli Arabi, agl’Ircani, a qual sia gente

ch’elle sian mosse, sí com’ora a’ Parti

per ricovrar le mal perdute insegne,

s’apron le porte de la guerra in prima.

Queste son due, che per la riverenza,

per la religïone e per la téma

del fiero Marte, orribili e tremende

sono a le genti; e con ben cento sbarre

di rovere, di ferro e di metallo

stan sempre chiuse; e lor custode è Giano.

Ma quando per consiglio e per decreto

de’ padri si determina e s’appruova

che si guerreggi, il consolo egli stesso,

sí come è l’uso, in abito e con pompa

c’ha da’ Gabini origine e da’ regi,

solennemente le disferra e l’apre:

ed egli stesso al suon de le catene

e de la rugginosa orrida soglia

la guerra intuona: guerra dopo lui

grida la gioventú: guerra e battaglia

suonan le trombe; ed è la guerra inditta.

In questa guisa era Latino astretto

d’annunzïarla ai Teucri; a lui quest’atto

d’aprir le triste e spaventose porte

si dovea come a rege. Ma ‘l buon padre,

schivo di sí nefando ministero,

s’astenne di toccarle, e gli occhi indietro

volse per non vederle, e si nascose.

Ma per tôrre ogni indugio un’altra volta,

ella stessa regina de’ celesti

dal ciel discese, e di sua propria mano

pinse, disgangherò, ruppe e sconfisse

de le sbarrate porte ogni ritegno,

sí che l’aperse. Allor l’Ausonia tutta,

ch’era dianzi pacifica e quïeta,

s’accese in ogni parte. E qua pedoni,

là cavalieri; a la campagna ognuno,

ognuno a l’arme, a maneggiar destrieri,

a fornirsi di scudi, a provar elmi,

a far, chi con la cote, e chi con l’unto,

ciascuno i ferri suoi lucidi e tersi.

Altri s’addestra a sventolar l’insegne,

altri a spiegar le schiere, e con diletto

s’ode annitrir cavalli e sonar tube.

Cinque grosse città con mille incudi

a fabbricare, a risarcir si dànno

d’ogni sorte armi: la possente Atina,

Ardea l’antica, Tivoli il superbo,

e Crustumerio, e la torrita Antenna.

Qui si vede cavar elmi e celate;

là torcere e covrir targhe e pavesi:

per tutto riforbire, aüzzar ferri,

annestar maglie, rinterzar corazze,

e per fregiar piú nobili armature,

tirar lame d’acciar, fila d’argento.

Ogni bosco fa lance, ogni fucina

disfà vomeri e marre, e spiedi e spade

si forman dai bidenti e da le falci.

Suonan le trombe, dassi il contrassegno,

gridasi a l’armi: e chi cavalli accoppia,

e chi prende elmo, e chi picca, e chi scudo.

Questi ha la piastra, e quei la maglia indosso,

e la sua fida spada ognuno a canto.

Or m’aprite Elicona, e di conserto

meco il canto movete, alme sorelle,

a dir qual regi e quai genti e qual’armi

militassero allora, e di che forze,

e di quanto valore era in quei tempi

la milizia d’Italia. A voi conviensi

di raccontarlo, a cui conto e ricordo

de le cose e de’ tempi è dato eterno:

a noi per tanti secoli rimasa

n’è di picciola fama un’aura a pena.

Il primo, che le genti a questa guerra

ponesse in campo, fu Mezenzio, il fiero

del ciel dispregiatore e degli dèi.

D’Etruria era signore, e di Tirreni

conducea molte squadre. Avea suo figlio

Lauso con esso, un giovine il piú bello,

da Turno in fuori, che l’Ausonia avesse.

Gran cavaliero, egregio cacciatore

fino allor si mostrava; e mille armati

avea la schiera sua, che seco uscita

fuor d’Agillina, ne l’esiglio ancora

indarno lo seguia; degno che fosse

ne l’imperio del padre. A questi dopo

segue Aventino, de l’invitto Alcide

leggiadro figlio. Questi col suo carro

di palme adorno, e co’ vittorïosi

suoi corridori in campo appresentossi.

Eran di mazzafrusti, di spuntoni,

di chiavarine, e di savelli spiedi

armate le sue schiere. Ed egli, a piedi,

d’un cuoio di leon velluto ed irto

vestia gli omeri e ‘l dorso, e del suo ceffo,

che quasi digrignando ignudi e bianchi

mostrava i denti e l’una e l’altra gota,

si copria ‘l capo. E con tal fiera mostra

d’Ercole in guisa, a corte si condusse.

Vennero appresso i suoi fratelli argivi

Catillo e Cora, e di Tiburte il terzo

guidâr le genti, che da lui nomate

fûr Tiburtine. Dai lor colli entrambi

calando avanti a l’ordinate schiere,

due Centauri sembravano a vedergli,

che giú correndo da’ nevosi gioghi

d’Omole e d’Otri, risonando fansi

dar la via da’ virgulti e da le selve.

Cècolo, di Preneste il fondatore,

comparve anch’egli: un re che da bambino

fu tra l’agresti belve appo d’un foco

trovato esposto; onde di foco nato

si credé poscia, e di Volcano figlio.

Avea costui di rustici d’intorno

una gran compagnia, ch’eran de l’alta

Preneste, de’ sassosi Ernici monti,

de la gabina Giuno e d’Anïene,

e d’Amasèno e de la ricca Anagni

abitanti e cultori: e come gli altri,

non eran in su’ carri, o d’aste armati

o di scudi coverti. Una gran parte

eran frombolatori, e spargean ghiande

di grave piombo, e parte avean due dardi

ne la sinistra, e cappelletti in testa

d’orridi lupi: il manco piè discalzo

il destro o d’uosa o di corteccia involto.

Messapo venne poscia, de’ cavalli

il domatore e di Nettuno il figlio,

contro al ferro fatato e contro al foco.

Questi subitamente armando spinse

le genti sue per lunga pace imbelli;

deviò dalle nozze i Fescennini,

da le leggi i Falisci: armò Soratte,

armò Flavinio, e tutti che d’intorno

ha di Cimini e la montagna e ‘l lago,

e di Capena i boschi. Ivan del pari

in ordinanza, e del suo re cantando,

come soglion talor da la pastura

tornarsi in vèr le rive al ciel sereno

i bianchi cigni, e le distese gole

disnodar gorgheggiando, e far di tutti

tale una melodia, che di Caïstro

ne suona il fiume e d’Asia la palude.

Né pur un si movea di tanta schiera

da la sua fila, in ciò lo stuol sembrando

de’ rochi augelli allor che di passaggio

vien d’alto mare, e come intera nube

a terra unitamente se ne cala.

Ecco di poi venir Clauso il sabino,

di quel vero sabino antico sangue;

ch’avea gran gente, e la sua gente tutta

pareggiava sol egli. Il nome suo

fece Claudia nomare e la famiglia

e la tribú Romana allor che Roma

diessi a’ Sabini in parte. Era con lui

la schiera d’Amiterno e de’ Quiriti

di quegli antichi. Eravi il popol tutto

d’Ereto, di Mutisca, di Nomento

e di Velino e quei che da l’alpestra

Tètrica, da Severo, da Caspèria,

da Fòruli e d’Imella eran venuti:

quei che bevean del Fàbari e del Tebro,

che da la fredda Norcia eran mandati;

le squadre degli Ortini, il Lazio tutto,

e tutti alfin che nel calarsi al mare

bagna d’ambe le sponde Allia infelice.

Tanti flutti non fa di Libia il golfo

quando cade Orïon ne l’onde, il verno:

né tante spiche hanno dal sole aduste

la state, o d’Ermo o de la Licia i campi,

quante eran genti. Arme sonare e scudi

s’udian per tutto, e tutta al suon de’ piedi

trepidar si vedea l’ausonia terra.

Quindi ne vien l’agamennonio auriga

Aleso, del troian nome nimico;

che di mille feroci nazïoni,

in aíta di Turno, un gran miscuglio

dietro al suo carro avea di montanari.

Parte de’ pampinosi a Bacco amici

Màssici colli, e parte degli Aurunci,

de’ Sidicini liti, di Volturno,

di Cale, de’ Satícoli e degli Osci.

Questi per armi avean mazze e lanciotti

irti di molte punte, e di soatto

scudisci al braccio, onde erano i lor colpi,

traendo e ritraendo, in molti modi

continüati e doppi. E pur con essi

aveano e per ferire e per coprirsi

targhe ne la sinistra, e storte al fianco.

Né tu senza il tuo nome a questa impresa,

Èbalo, te n’andrai, del gran Telone

e de la bella Ninfa di Sebeto

figlio onorato. Di costui si dice

che, non contento del paterno regno,

Capri al vecchio lasciando e i Teleboi,

fe’ d’esterni paesi ampio conquisto,

e fu re de’ Sarrasti e de le genti

che Sarno irriga. Insignorissi appresso

di Bàtulo, di Rufra, di Celenne

e de’ campi fruttiferi d’Avella.

Mezze picche avean questi a la tedesca

per avventarle, e per celate in capo

súveri scortecciati, e di metallo

brocchieri a la sinistra, e stocchi a lato.

Calò di Nersa e de’ suoi monti alpestri

Ufente, un condottier ch’era in quei tempi

di molta fama e fortunato in arme.

Equícoli, avea seco, la piú parte

orrida gente, per le selve avvezza

cacciar le fere, adoperar la marra,

arar con l’armi in dosso, e tutti insieme

viver di cacciagioni e di rapine.

De la gente Marrubia un sacerdote

venne fra gli altri; sacerdote insieme

e capitan di genti ardito e forte:

Umbrone era il suo nome; Archippo il rege

che lo mandava. Di felice oliva

avea il cimiero e l’elmo intorno avvolto.

Era gran ciurmatore, e con gl’incanti

e col tatto ogni serpe addormentava:

degl’idri, de le vipere, e degli aspi

placava l’ira, raddolciva il tòsco,

e risanava i morsi. E non per tanto

poté, né con incanti né con erbe

de’ Marsi monti, risanare il colpo

de la dardania spada; onde il meschino

ne fu da le foreste de l’Anguizia,

dal cristallino Fúcino e dagli altri

laghi d’intorno disïato e pianto.

Mandò la madre Aricia a questa guerra

Virbio, del casto Ippolito un figliuolo

gentile e bello; e da le selve il trasse

d’Egèria, ove d’Imeto in su la riva

piú cólta e piú placabile è Dïana;

ché, per fama, d’Ippolito si dice,

poscia che fu per froda o per disdegno

de l’iniqua madrigna al padre in ira,

e che gli spaventati suoi cavalli

strazio e scempio ne fêro, egli di nuovo,

per virtú d’erbe e per pietà che n’ebbe

la casta dea, fu rivocato in vita.

Sdegnossi il padre eterno ch’un mortale

fosse a morte ritolto; e l’inventore

di cotal arte, che d’Apollo nacque,

fulminando mandò ne’ regni bui.

Ippolito da Trivia in parte occulta,

scevro da tutti, a cura fu mandato

d’Egèria ninfa, e ne la selva ascoso,

là ‘ve solingo, e col cangiato nome

di Virbio, sconosciuto i giorni mena

d’un’altra vita. E quinci è che dal tempio

e da le selve a Trivia consecrate

i cavalli han divieto: ché, lor colpa,

fu ‘l suo carro e ‘l suo corpo al marin mostro,

e poscia a morte indegnamente esposto.

Il figlio, che pur Virbio era nomato,

non men di lui feroce, i suoi destrieri

esercitava, e ‘n su ‘l paterno carro

arditamente a questa guerra uscio.

Turno infra’ primi, di persona e d’armi

riguardevole e fiero, e sopra tutti

con tutto ‘l capo, in campo appresentossi.

Un elmo avea con tre cimieri in testa

e suvvi una Chimera, che con tante

bocche foco anelava quante a pena

non apria Mongibello; e con piú fremito

spargea le fiamme, come piú crudele

era la zuffa, e piú di sangue avea.

Lo scudo era d’acciaio, e d’oro intorno

tutto commesso, e d’òr nel mezzo un’Io

era scolpita, che già ‘l manto e ‘l ceffo,

le setole e le corna avea di bue;

memorabil soggetto! Eravi appresso

Argo che la guardava; eravi il padre

Inaco che, chiamandola, versava,

non men de gli occhi che de l’urna, un fiume.

Dopo Turno venia di fanti un nembo,

un’ordinanza, una campagna piena

tutta di scudi. Eran le genti sue

Argivi, Aurunci, Rutuli, Sicani

e Sacrani e Labici, che dipinti

portan gli scudi. Avea del tiberino,

avea del sacro lito di Numíco

e de’ rutuli colli e del Circèo,

d’Ànsure a Giove sacro, di Feronia

diletta a Giuno, de la paludosa

Sàtura, e del gelato e scemo Ufente

gran turba di villani e d’aratori.

L’ultima a la rassegna vien Camilla

ch’era di volsca gente una donzella,

non di conocchia o di ricami esperta,

ma d’armi e di cavalli, e benché virgo,

di cavalieri e di caterve armate

gran condottiera, e ne le guerre avvezza.

Era fiera in battaglia, e lieve al corso

tanto che, quasi un vento sopra l’erba

correndo, non avrebbe anco de’ fiori

tocco, né de l’ariste il sommo a pena;

non avrebbe per l’onde e per gli flutti

del gonfio mar, non che le piante immerse,

ma né pur tinte. Per veder costei

uscian de’ tetti, empiean le strade e i campi

le genti tutte; e i giovini e le donne

stavan con meraviglia e con diletto

mirando e vagheggiando quale andava,

e qual sembrava; come regiamente

d’ostro ornato avea ‘l tergo, e ‘l capo d’oro;

e con che disprezzata leggiadria

portava un pastoral nodoso mirto

con picciol ferro in punta; e con che grazia

se ne gia d’arco e di faretra armata.

LIBRO OTTAVO

Poscia che di Laurento in su la ròcca

fe’ Turno inalberar di guerra il segno,

e che guerra sonâr le roche trombe,

spinti i carri e i destrieri, e l’armi scosse

di Marte al tempio, incontinente i cuori

si turbâr tutti, e tutto il Lazio insieme

con súbito tumulto si ristrinse.

Fremessi, congiurossi, rassettossi

ognun ne l’arme. I tre gran condottieri

Messàpo, Ufente, e l’empio de’ celesti

dispregiator Mezenzio, usciro in prima.

Accolsero i sussidi; armâr gli agresti;

spogliâr d’agricoltor le ville e i campi.

In Arpi a Dïomede si destina

Vènulo imbasciatore, e gli s’impone

che soccorso gli chiegga, e che gli esponga

quanto ciò de l’Italia e del suo stato

torni a grand’uopo: con che gente Enea,

con quale armata v’ha già posto il piede,

e fermo il seggio, e rintegrato il culto

a’ suoi vinti Penati; come aspira

a questo regno, e come anco per fato,

e per retaggio del dardanio seme,

lo si promette. Che perciò da molti

è già seguito, e ch’ogni giorno avanza

e di forze e di nome. Indi soggiunga:

“Quel che ‘l duce de’ Teucri in ciò disegni

e che miri e che tenti (se fortuna

gli va seconda) a te via piú ch’a Turno

esser può manifesto, e ch’a Latino”.

Questi andamenti e queste trame allora

correan per Lazio, e lo scaltrito eroe

le sapea tutte, onde in un mare entrato

di gran pensieri, or la sua mente a questo,

or a quel rivolgendo in varie parti,

d’ogni cosa avea téma e speme e cura.

Cosí di chiaro umor pieno un gran vaso,

dal sol percosso, un tremulo splendore

vibra ondeggiando, e rinfrangendo a volo

manda i suoi raggi, e le pareti e i palchi

e l’aura d’ogni intorno empie di luce.

Era la notte, e già per ogni parte

del mondo ogni animal d’aria e di terra

altamente giacea nel sonno immerso,

allor che ‘l padre Enea, cosí com’era

dal pensier de la guerra in ripa al Tebro

già stanco e travagliato, addormentossi.

Ed ecco Tiberino, il dio del loco

veder gli parve, un che già vecchio al volto

sembrava. Avea di pioppe ombra d’intorno

di sottil velo e trasparente in dosso

ceruleo ammanto, e i crini e ‘l fronte avvolto

d’ombrosa canna. E de l’ameno fiume

placido uscendo a consolar lo prese

in cotal guisa: “Enea, stirpe divina,

che Troia da’ nemici ne riporti

e la ravvivi e la conservi eterna;

o da me, da’ Laurenti e da’ Latini

già tanto tempo a tanta speme atteso,

questa è la casa tua, questo è secura-

mente, non t’arrestare, il fatal seggio

che t’è promesso. Le minacce e ‘l grido

non temer de la guerra. Ogn’odio, ogn’ira

cessa già de’ celesti. E perché ‘l sonno

credenza non ti scemi, ecco a la riva

sei già del fiume, u’ sotto a l’elce accolta

sta la candida troia con quei trenta

candidi figli a le sue poppe intorno.

Questo fia dunque il segno e ‘l tempo e ‘l loco

da fermar la tua sede. E questo è ‘l fine

de’ tuoi travagli: onde il tuo figlio Ascanio

dopo trent’anni il memorabil regno

fonderà d’Alba, che cosí nomata

fia dal candore e dal felice incontro

di questa fera. E tutto adempirassi

ch’io ti predíco, e t’è predetto avanti.

Or brevemente quel ch’oprar convienti,

per uscir glorïoso e vincitore

di questa guerra, ascolta. È di qui lunge

non molto Evandro, un re che de l’Arcadia

è qua venuto; e sopra a questi monti

ha degli Arcadi suoi locato il seggio.

Il loco, da Pallante suo bisavo,

è stato Pallantèo da lui nomato:

ed essi, perché son nel Lazio esterni,

son nemici a’ Latini, ed han con loro

perpetua guerra. A te fa di mestiero

con lor confederarti, e per compagni

a questa impresa avergli. Io, fra le ripe

mie stesse, incontro a l’acqua a la magione

d’Evandro agevolmente condurrotti.

Dèstati, de la dea pregiato figlio;

e come pria vedrai cader le stelle,

porgi solennemente a la gran Giuno

preghiere e vóti; e supplicando vinci

de l’inimica dea l’ira e l’orgoglio;

ed a me, poi che vincitor sarai,

paga il dovuto onore. Io sono il Tebro

cerco da te, che, qual tu vedi, ondoso

rado queste mie rive, e fendo i campi

de la fertile Ausonia, al cielo amico

sovr’ogni fiume. Quel che qui m’è dato,

è ‘l mio seggio maggiore: e fia che poscia

sovr’ogni altra cittade il capo estolla”.

Cosí disse, e tuffossi. Enea dal sonno

si scosse; il giorno aprissi, ed ei col sole

sorgendo insieme, al suo nascente raggio

si volse umíle, e con le cave palme

de l’onda si spruzzò del fiume, e disse:

“Ninfe lauremti, ninfe, ond’hanno i fiumi

l’umore e ‘l corso; e tu con l’onde tue,

padre Tebro sacrato, al vostro Enea

date ricetto, e da’ perigli omai

lo liberate. Ed io da qual sia fonte

che sgorghi, in qual sii riva, in qual sii foce

(poiché tanta di me pietà ti stringe)

sempre t’onorerò, sempre di doni

ti sarò largo. O de l’esperid’onde

superbo regnatore, amico e mite

ne sia il tuo nume, e i tuoi detti non vani”.

Cosí dicendo, de’ suoi legni elegge

i due migliori, e gli correda e gli arma

di tutto punto. Ed ecco d’improvviso

(mirabil mostro!) de la selva uscita

una candida scrofa, col suo parto

di candor pari, sopra l’erba verde

ne la riva accosciata gli si mostra.

Tosto il pietoso eroe col gregge tutto

a l’altar la condusse, e poiché sacra

l’ebbe al gran nume tuo, massima Giuno,

a te l’uccise. Il Tebro quella notte

quanto fu lunga, di turbato e gonfio

ch’egli era, si rendé tranquillo e queto,

sí che, senza rumore e quasi in dietro

tornando, come stagno o come piana

palude adeguò l’onde, e tolse a’ remi

ogni contesa. Accelerando adunque

il cammin preso, i ben unti e spalmati

lor legni se ne vanno incontro al fiume

com’a seconda; sí che l’onde stesse

stavan meravigliose, e i boschi intorno,

non soliti a veder l’armi e gli scudi

e i dipinti navili, che da lunge

facean novella e peregrina mostra.

Se ne van notte e giorno remigando

di tutta forza, e i seni e le rivolte

varcan di mano in mano, or a l’aperto,

or tra le macchie occulti, e via volando

segan l’onde e le selve. Era il sol giunto

a mezzo il giorno, quando incominciaro

da lunge a discovrir la ròcca e ‘l cerchio

e i rari allor del poverello Evandro

umili alberghi, ch’ora al cielo adegua

la romana potenza. Immantinente

volser le prore a terra, ed appressârsi

là ‘ve per avventura il re quel giorno

solennemente in un sacrato bosco

avanti a la città stava onorando

il grande Alcide. Avea Pallante seco

suo figlio, e del suo povero senato

e de’ suoi primi giovini un drappello

che d’incensi, di vittime e di fumo

di caldo sangue empiean l’are e gli altari.

Tosto che di lontan vider le gaggie,

e per entro de’ boschi occulte e chete

gir navi esterne, insospettiti in prima

si levâr da le mense. Ma Pallante

arditamente: “Non movete, – disse, –

seguite il sacrificio”. E tosto a l’armi

dato di piglio, incontro a lor si spinse.

Giunto, gridò da l’argine: “O compagni,

qual fin v’adduce, o qual v’intrica errore

per cosí torta e disusata via?

Ov’andate? chi siete? onde venite?

che ne recate voi? la pace, o l’armi?

Enea di su la poppa un ramo alzando

di pacifera oliva: “Amici – disse –

vi siamo, e siam Troiani, e coi Latini

vostri nimici inimicizia avemo.

Questi superbamente il nostro esiglio

perseguitando ne fan guerra ed onta.

Ricorremo ad Evandro. A lui porgete

da nostra parte, che de’ Teucri alcuni

son qui venuti condottieri eletti

per sussidi impetrarne e lega d’arme”.

Stupí primieramente a sí gran nome

Pallante, indi vèr lui rivolto umíle:

“Signor, qual che tu sii, scendi e tu stesso

parla, – disse, – al mio padre, e nosco alloggia”.

E lo prese per mano ed abbracciollo.

Lasciato il fiume e ne la selva entrati,

Enea dinanzi al re comparve e disse:

“Signor, che di bontà sovr’ogni Greco,

e di fortuna sovr’a me ten vai

tanto che supplichevole, e co’ rami

di benda avvolti a tua magion ne vengo;

io, perché sia Troiano e tu di Troia

per nazïon nimico e per legnaggio

agli Atridi congiunto, or non pavento

venirti avanti, ché ‘l mio puro affetto,

gli oracoli divini, il sangue antico

de’ maggior nostri, il tuo famoso grido,

e ‘l fato e ‘l mio voler m’han teco unito.

Dardano, de’ Troiani il primo autore,

nacque d’Elettra, come i Greci han detto;

e d’Elettra fu padre il grande Atlante,

che con gli omeri suoi folce le stelle.

Vostro progenitor Mercurio fue,

che nel gelido monte di Cillene

de la candida Maia al mondo nacque;

e Maia ancor, se questa fama è vera,

venne d’Atlante, e da lo stesso Atlante

che fa con le sue spalle al ciel sostegno.

Cosí d’un fonte lo tuo sangue e ‘l mio

traggon principio. E quinci è che securo

senza opra di messaggi e senza scritti,

pria ch’io ti tenti, e pria che tu m’affidi,

posto ho me stesso e la mia vita a rischio,

e supplichevolmente a la tua casa

ne son venuto. I Rutuli ch’infesti

sono anche a te, se de l’Italia fuori

cacceran noi, già de l’Italia tutta

l’imperio si promettono, e di quanto

bagna l’un mare e l’altro. Or la tua fede

mi porgi, e la mia prendi; ch’ancor noi

siamo usi a guerra, e cor ne’ petti avemo”.

Il re, mentre ch’Enea parlando stette,

il volto e gli occhi e la persona tutta

gli andò squadrando; e brevemente al fine

cosí rispose: “Valoroso eroe,

come lieto io t’accolgo, e come certo

raffigurar mi sembra il volto e i gesti

e la favella di quel grande Anchise

tuo genitore! Io mi ricordo quando

Priamo per riveder la sua sorella

Esïone e ‘l suo regno, in un passaggio

che perciò fe’ da Troia a Salamina,

toccò d’Arcadia i gelidi confini.

De le prime lanugini fiorito

era il mio mento a pena allor ch’io vidi

quei gran duci di Troia, e de’ Troiani

lo stesso re. Con molto mio diletto

gli mirai, gli ammirai, notai di tutti

gli abiti e le fattezze, e sopra tutti

leggiadro, riguardevole ed altero

sembrommi Anchise. Un desiderio ardente

mi prese allor d’offrirmi, e d’esser conto

a quel signore. Il visitai, gli porsi

la destra, ospite il fei, nel mio Fenèo

meco l’addussi. Ond’ei poscia partendo,

un arco, una faretra e molti strali

di Licia presentommi, e d’oro appresso

una ricca intessuta sopravesta

con due freni indorati ch’ancor oggi

son di Pallante mio: sí che già ferma

è tra noi quella fede e quella lega

ch’or ne chiedete. E non fia il sol dimane

dal balcon d’orïente uscito a pena,

che le mie genti e i miei sussidi arete.

Intanto a questa festa, che solenne

facciamo ogni anno, e tralasciar non lece

(già che venuti siete amici nostri),

nosco restate, e come di compagni

queste mense onorate”. Avea ciò detto,

allor che nuovi cibi e nuove tazze

ripor vi fece, e lor tutti nel prato

a seder pose; e sopra tutti Enea,

di villoso leon disteso un tergo,

seco al suo desco ed al suo seggio accolse.

Per man de’ sacerdoti e de’ ministri

del sacrificio, d’arrostite carni

de’ tori, di vin puro, di focacce,

gran piatti, gran canestri e gran tazzoni

n’andaro a torno; e co’ suoi Teucri tutti

Enea fu de le viscere pasciuto

del saginato, a dio devoto, bue.

Tolte le mense, e ‘l desiderio estinto

de le vivande, a ragionar rivolti,

Evandro incominciò: “Troiano amico,

questo convito e questo sacrificio

cosí solenne, e questo a tanto nume

sacrato altare, instituiti e posti

non sono a caso; ché del vero culto

e de gli antichi dèi notizia avemo.

Per memoria, per merito e per vóto

d’un gran periglio sua mercé scampato,

son questi onori a questo dio dovuti.

Mira colà quella scoscesa rupe,

e que’ rotti macigni, e di quel colle

quell’alpestra ruina, e quel deserto.

Ivi era già remota e dentro al monte

cavata una spelonca, ov’unqua il sole

non penetrava. Abitatore un ladro

n’era, Caco chiamato, un mostro orrendo

mezzo fera e mezz’uomo, e d’uman sangue

avido sí, che ‘l suol n’avea mai sempre

tiepido. Ne grommavan le pareti,

ne pendevano i teschi intorno affissi,

di pallor, di squallor luridi e marci.

Volcano era suo padre; e de’ suoi fochi

per la bocca spirando atri vapori,

gia d’un colosso, e d’una torre in guisa.

Contra sí diro mostro, dopo molti

dannaggi e molte morti, il tempo al fine

ne diede e questo dio soccorso e scampo.

Egli di Spagna vincitor ne venne

in queste parti, de le spoglie altero

di Gerïone, in cui tre volte estinse

in tre corpi una vita, e ne condusse

tal qui d’Ibèro un copïoso armento,

ch’avea pien questo fiume e questa valle.

Caco ladron feroce e furïoso,

d’ogni misfatto e d’ogni sceleranza

ardito e frodolente esecutore,

quattro tori involonne e quattro vacche,

ch’eran fior de l’armento. E perché l’orme

indicio non ne dessero, a rovescio

per la coda gli trasse; e ne la grotta

gli condusse e celogli. Eran l’impronte

de’ lor piè volte al campo, e verso l’antro

segno non si vedea ch’a la spelonca

il cercator drizzasse. Avea già molti

giorni d’Anfitrïon tenuto il figlio

qui le sue mandre, e ben pasciuto e grasso

era il suo armento, sí che nel partire

tutte queste foreste e questi colli

di querimonia e di muggiti empiero.

Mugghiò da l’altro canto, e ‘l vasto speco

da lunge rintonar fece una vacca

de le rinchiuse: onde schernita e vana

restò di Caco la custodia e ‘l furto;

ch’udilla Alcide, e d’ira e di furore

in un súbito acceso, a la sua mazza,

ch’era di quercia nodorosa e grave,

diè di piglio, e correndo al monte ascese.

Quel dí da’ nostri primamente Caco

temer fu visto. Si smarrí negli occhi,

si mise in fuga, e fu la fuga un volo:

tal gli aggiunse un timor le penne a’ piedi.

Tosto che ne la grotta si rinchiuse,

allentò le catene, e di quel monte

una gran falda a la sua bocca oppose;

ch’a la bocca de l’antro un sasso immane

avea con ferri e con paterni ordigni

di cataratta accomodato in guisa

con puntelli per entro e stanghe e sbarre.

Ecco Tirinzio arriva, e come è spinto

da la sua furia, va per tutto in volta

fremendo, ora ai vestigi, ora ai muggiti,

ora a l’entrata de la grotta intento.

E portato da l’impeto, tre volte

scórse de l’Aventino ogni pendice:

tre volte al sasso de la soglia intorno

si mise indarno; e tre volte affannato

ritornò ne la valle a riposarsi.

Era de la spelonca al dorso in cima

di selce d’ogn’intorno dirupata

un cucuzzolo altissimo ed alpestro

ch’ai nidi d’avvoltoi e di tali altri

augelli di rapina e di carogna

era opportuno albergo. A questo intorno

alfin si mise; e siccom’era al fiume

da sinistra inchinato, egli a rincontro

lo spinse da la destra, lo divelse,

col calce de la mazza a leva il pose,

e gli diè volta. A quel fracasso il cielo

rintonò tutto, si crollâr le ripe,

e ‘l fiume impaurito si ritrasse.

Allor di Caco fu lo speco aperto:

scoprissi la sua reggia, e le sue dentro

ombrose e formidabili caverne.

Come chi de la terra il globo aprisse

a viva forza, e de l’inferno il centro

discovrisse in un tempo, e che di sopra

de l’abisso vedesse quelle oscure

del cielo abbominate orride bolge;

vedesse Pluto a l’improvviso lume

restar del sole attonito e confuso:

cotal Caco da súbito splendore

ne la sua tomba abbarbagliato e chiuso

digrignar qual mastino Ercole vide;

e non piú tosto il vide, che di sopra

sassi, travi, tronconi, ogn’arme addosso

fulgurando avventogli. Ei che né fuga

avea né schermo al suo periglio altronde,

da le sue fauci (meraviglia a dirlo!)

vapori e nubi a vomitar si diede

di fumo, di caligine e di vampa,

tal che miste le tenebre col foco

togliean la vista agli occhi e ‘l lume a l’antro.

Non però si contenne il forte Alcide,

che d’un salto in quel baratro gittossi

per lo spiraglio, e là ‘v’era del fumo

la nebbia e l’ondeggiar piú denso, e ‘l foco

piú roggio, a lui che ‘l vaporava indarno,

s’addusse, e lo ghermí; gli fece un nodo

de le sue braccia, e sí la gola e ‘l fianco

gli strinse che scoppiar gli fece il petto,

e schizzar gli occhi; e ‘l foco e ‘l fiato e l’alma

in un tempo gli estinse. Indi la bocca

aprí de l’antro, e la frodata preda,

e del suo frodatore il sozzo corpo

fuor per un piè ne trasse, a cui d’intorno

corser le genti a meraviglia ingorde

di veder gli occhi biechi, il volto atroce,

l’ispido petto e l’ammorzato foco.

Da indi in qua questo dí santo ogni anno

da’ nostri è lietamente celebrato:

e ne sono i Potizi i primi autori,

e i Pinari ministri. Allor quest’ara,

che Massima si disse, e che mai sempre

massima ne sarà, fu consecrata

in questo bosco. Or via dunque, figliuoli,

per celebrar tant’onorata festa,

coi rami in fronte e con le tazze in mano

il comun dio chiamate, e lietamente

l’un con l’altro invitatevi, e beete”.

Ciò detto, il divisato erculeo pioppo

tessero altri in ghirlande, altri in festoni,

altri i mai ne piantaro. E di già pieno

di sacrato liquore il gran catino,

tutti a mensa gioiosi s’adagiaro,

e spargendo e beendo, ai santi numi

porser preghiere e vóti. Espero intanto

era a l’occidental lito vicino

già per tuffarsi, quando i sacerdoti

un’altra volta, e ‘l buon Potizio avanti

con pelli indosso e con facelle in mano,

com’è costume, a convivar tornaro,

e le seconde mense e l’are sante

di grati doni e di gran piatti empiero.

I Salii intorno ai luminosi altari

givano in tresca, e di populea fronde

cingean le tempie. I vecchi da l’un coro

le prodezze cantavano e le lodi

del grande Alcide; i giovini da l’altro

n’atteggiavano i fatti: come prima

fanciul da la matrigna insidïato

i due serpenti strangolasse in culla;

come al suolo adeguasse Ecalia e Troia,

città famose; come superasse

mill’altre insuperabili fatiche

sotto al duro tiranno, e contr’ai fati

de l’empia dea. “Tu sei, – dicean cantando, –

invitto iddio, che de le nubi i figli

Nilèo e Folo uccidi; tu che ‘l mostro

domi di Creta: tu che vinci il fiero

nemèo leone; te gl’inferni laghi,

te l’inferno custode ebbe in orrore

ne l’orrendo suo stesso e diro speco,

là, ‘ve tra ‘l sangue e le corrose membra

ha de la morta gente il suo covile.

Cosa non è sí spaventosa al mondo,

che te spaventi, non lo stesso armato

incontr’al ciel Tifèo; né quel di Lerna

con tanti e tanti capi orribil angue

senza avviso ti vide o senza ardire.

A te vera di Giove inclita prole,

umilmente inchiniamo, a te del cielo

nuovo aggiunto ornamento. E tu benigno

mira i cor nostri e i sacrifici tuoi”.

Cosí pregando e celebrando in versi

cantavan le sue pruove. E sopra tutto

dicean di Caco e de la sua spelonca

e de’ suoi fochi: e i boschi e i colli intorno

rispondean rintonando. Eran finiti

i sacrifici, quando il vecchio Evandro

mosse vèr la cittade; e seco a pari

da l’un de’ lati Enea, da l’altro il figlio

avea, cui s’appoggiava; e ragionando

di varie cose, agevolava il calle.

Enea, meravigliando, in ogni parte

volgea le luci, desïoso e lieto

di veder quel paese e di saperne

i siti, i luoghi e le memorie antiche.

Di che spïando, il primo fondatore

de la romana ròcca in cotal guisa

a dir gli cominciò: “Questi contorni

eran pria selve; e gli abitanti loro

eran qui nati, ed eran fauni e ninfe,

e genti che di roveri e di tronchi

nate, né di costumi, né di culto,

né di tori accoppiar, né di por viti,

né d’altr’arti, o d’acquisto, o di risparmio

avean notizia o cura: e ‘l vitto loro

era di cacciagion, d’erbe e di pomi,

e la lor vita, aspra, innocente e pura.

Saturno il primo fu che in queste parti

venne, dal ciel cacciato, e vi s’ascose.

E quelle rozze genti, che disperse

eran per questi monti, insieme accolse

e diè lor leggi: onde il paese poi

da le latèbre sue Lazio nomossi.

Dicon che sotto il suo placido impero

con giustizia, con pace e con amore

si visse un secol d’oro, in fin che poscia

l’età, degenerando, a poco a poco

si fe’ d’altro colore e d’altra lega.

Quinci di guerreggiar venne il furore,

l’ingordigia d’avere, e le mischianze

de l’altre genti. L’assalîr gli Ausoni;

l’inondaro i Sicani; onde piú volte

questa, che pria Saturnia era nomata,

ha con la signoria cangiato il nome,

e co’ signori. E quinci è che da Tebro,

che ne fu re terribile ed immane,

Tebro fu detto questo fiume ancóra,

ch’Àlbula si dicea ne’ tempi antichi.

Ed ancor me de la mia patria in bando,

dopo molti perigli e molti affanni

del mar sofferti, ha qui l’onnipotente

fortuna e l’invincibil mio destino

portato alfine; e qui posar mi fêro

gli oracoli tremendi e spaventosi

di Carmenta mia madre, e Febo stesso

che mia madre inspirava”. E fin qui detto,

si spinse avanti; e quell’ara mostrogli,

e quella porta che fu poi di Roma,

Carmental detta, onore e ricordanza

de la ninfa indovina, ch’anzi a tutti

del Pallantèo predisse e de’ Romani

la futura grandezza. Indi seguendo,

un gran bosco gli mostra, ove l’Asilo

Romolo contraffece; e ‘l Lupercale,

che, quale era in Arcadia a Pan Liceo,

sotto una fredda rupe era dicato.

Poscia de l’Argileto gli dimostra

la sacra selva; e d’Argo ospite il caso

gli conta, e se ne purga e se ne scusa.

A la Tarpeia rupe, al Campidoglio

poscia l’addusse; al Campidoglio or d’oro,

che di spini in quel tempo era coverto:

un ermo colle dai vicini agresti

per la religïon del loco stesso

insino allor temuto e riverito:

ch’a veder sol quel sasso e quella selva

si paventava. E qui soggiunse Evandro:

“In questo bosco, e là ‘ve questo monte

è piú frondoso, un dio, non si sa quale,

ma certo abita un dio. Queste mie genti

d’Arcadia han ferma fede aver veduto

qui Giove stesso balenar sovente,

e far di nembi accolta. Oltre a ciò vedi

qui su, quelle ruine e quei vestigi

di quei due cerchi antichi. Una di queste

città fondò Saturno, e l’altra Giano,

che Saturnia e Gianicolo fûr dette”.

In cotal guisa ragionando Evandro,

se ne gian verso il suo picciolo ostello.

E ne l’andar, là ‘v’or di Roma è il Foro,

ov’è quella piú florida contrada

de le Carine, ad ogni passo intorno

udian greggi belar, mugghiare armenti.

Giunti che furo: “In questo umile albergo

alloggiò – disse – il vincitore Alcide.

Questa fu la sua reggia. E tu v’alloggia,

e tu ‘l gradisci, e le delizie e gli agi

spregiando, imita in ciò Tirinzio e dio,

e del tugurio mio meco t’appaga”.

Cosí dicendo, il grand’ospite accolse

ne l’angusta magione, e collocollo

là dove era di frondi e d’irta pelle

di libic’orsa attappezzato un seggio.

Venne la notte, e le fosc’ali stese

avea di già sovra la terra, quando

Venere come madre, e non in vano

del suo figlio gelosa, il gran tumulto

veggendo e le minacce de’ Laurenti,

con Volcan suo marito si ristrinse

con gran dolcezza; in tal guisa gli disse:

“Caro consorte, infinché i regi Argivi

furo a’ danni di Troia, e che per fato

cader dovea, nullo da te soccorso

volsi, o da l’arte tua; né ti richiesi

d’armi allor, né di macchine, né d’altro

per iscampo de’ miseri Troiani.

Le man, l’ingegno tuo, le tue fatiche

oprar non volli indarno, ancor che molto

con Prïamo e co’ figli obbligo avessi,

e molto mi premesse il duro affanno

d’Enea mio figlio. Or per imperio espresso

e de’ fati e di Giove egli nel Lazio

e tra’ Rutuli è fermo. A te, mio sposo,

ricorro, a te, mio venerando nume;

e, madre, per un figlio arme ti chieggio;

quel che da te di Nèrëo la figlia,

e di Titon la moglie hanno impetrato.

Mira in quant’uopo io le ti chieggio, e quanti

e che popoli sono, a mia ruina

e de’ miei, congregati; e qual fan d’armi

a porte chiuse orribile apparecchio”.

E ‘l buon marito, che d’eterno amore

avea il cor punto, le si volse, e disse:

“A che sí lungo esordio? Ov’è, consorte,

vèr me la tua fidanza? Io fin d’allora,

se t’era grado, avrei d’arme provvisti

i Teucri tuoi; né ‘l padre onnipotente,

né i fati ci vietavano che Troia

non si tenesse, e Prïamo non fosse

restato ancor per diece altr’anni in vita.

Ed or s’a guerra t’apparecchi, e questo

è tuo consiglio, quel che l’arte puote

o di ferro o di liquido metallo,

quanto i mantici han fiato, e forza il foco,

io ti prometto. E tu con questi preghi

cessa di rivocar la possa in forse

del tuo volere, e ‘l mio desir ch’è sempre

di far le voglie tue paghe e contente”.

Finito il primo sonno, e de la notte

già corso il mezzo, come femminella

che col fuso, con l’ago e con la spola

la sua vita sostenta e de’ suoi figli;

che la notte aggiungendo al suo lavoro,

e dal suo focolar pria che dal sole

procacciandosi ‘l lume, a la conocchia,

a l’aspo, a l’arcolaio esercitando

sta le povere ancelle, onde mantenga

il casto letto e i pargoletti suoi;

tale in tal tempo, e con tal cura a l’opra

surse il gran fabbro, e la fucina aperse.

Giace tra la Sicania da l’un canto,

e Lipari da l’altro un’Isoletta

ch’alpestra ed alta esce de l’onde, e fuma.

Ha sotto una spelonca, e grotte intorno,

che di feri Ciclopi antri e fucine

son, da’ lor fochi affumicati e rosi.

Il picchiar de l’incudi e de’ martelli

ch’entro si sente, lo stridor de’ ferri,

il fremere e ‘l bollir de le sue fiamme

e de le sue fornaci, d’Etna in guisa

intonar s’ode ed anelar si vede.

Questa è la casa, ove qua giú s’adopra

Volcano, onde da lui Volcania è detta;

e qui per l’armi fabbricar discese

del grand’Enea. Stavan ne l’antro allora

Stèrope e Bronte e Piracmóne ignudi

a rinfrescar l’aspre saette a Giove.

Ed una allor n’avean parte polita,

parte abbozzata, con tre raggi attorti

di grandinoso nembo, tre di nube

pregna di pioggia, tre d’acceso foco,

e tre di vento impetuoso e fiero.

I tuoni v’aggiungevano e i baleni,

e di fiamme e di furia e di spavento

un cotal misto. Altrove erano intorno

di Marte al carro, e le veloci ruote

accozzavano insieme, ond’egli armato

le genti e le città scuote e commuove.

Lo scudo, la corazza e l’elmo e l’asta

avean da l’altra parte incominciati

de l’armigera Palla, e di commesso

la fregiavano a gara. Erano i fregi

nel petto de la dea gruppi di serpi

che d’oro avean le scaglie, e cento intrichi

facean guizzando di Medusa intorno

al fiero teschio, che cosí com’era

disanimato e tronco, le sue luci

volgea d’intorno minacciose e torve.

Tosto che giunse: “Via, – disse a’ Ciclopi –

sgombratevi davanti ogni lavoro,

e qui meco guarnir d’arme attendete

un gran campione. E s’unqua fu mestiero

d’arte, di sperïenza e di prestezza,

è questa volta. Or v’accingete a l’opra

senz’altro indugio”. E fu ciò detto a pena,

che, divise le veci e i magisteri,

a fondere, a bollire, a martellare

chi qua chi là si diede. Il bronzo e l’oro

corrono a rivi; s’ammassiccia il ferro,

si raffina l’acciaio; e tempre e leghe

in piú guise si fan d’ogni metallo.

Di sette falde in sette doppi unite,

ricotte al foco e ribattute e salde,

si forma un saldo e smisurato scudo,

da poter solo incontro a l’armi tutte

star de’ Latini. Il fremito del vento

che spira da’ gran mantici, e le strida

che ne’ laghi attuffati, e ne l’incudi

battuti, fanno i ferri, in un sol tuono

ne l’antro uniti, di tenore in guisa

corrispondono a’ colpi de’ Ciclopi,

ch’al moto de le braccia or alte or basse

con le tenaglie e co’ martelli a tempo

fan concerto, armonia, numero e metro.

Mentre in Eolia era a quest’opra intento

di Lenno il padre, ecco, sorgendo il sole,

surse al cantar de’ mattutini augelli

il vecchio Evandro; e fuori uscio vestito

di giubba con le guigge a’ piedi avvolte,

com’è tirrena usanza. Avea dal destro

omero a la Tegèa nel manco lato

una sua greca scimitarra appesa.

Avea da la sinistra di pantera

una picchiata pelle, che d’un tergo

gli si volgea su l’altro; e da la ròcca

scendendo, gli venian due cani avanti,

come custodi i suoi passi osservando.

In questa guisa il generoso eroe,

come quei che tenea memoria e cura

di compir quanto avea la sera avanti

ragionato e promesso, a le secrete

stanze del padre Enea si ricondusse.

Enea da l’altra parte assai per tempo

s’era levato: e solo in compagnia

l’un seco avea Pallante, e l’altro Acate.

Poscia che rincontrati e ‘nsieme accolti

si salutaro, alfin, tra loro assisi,

a ragionar si diêro. E prima Evandro

cosí parlò: “Signor, cui vivo, in vita

dir si può che sia Troia, e che del tutto

non sia caduta e vinta; in questa guerra

quel che poss’io per tuo sussidio è poco

a tanto affare. Il mio paese è chiuso

quinci dal tosco fiume, e quindi ha l’armi

che gli suonan de’ Rutuli d’intorno

fin sulle porte. Avviso e pensier mio

è per confederati e per compagni

darti una gente numerosa e grande

con molti regni. In tal qui tempo a punto

sei capitato, e tal felice incontro

ti porge amica e non pensata sorte.

È non lunge di qui, su questi monti

d’Etruria, una famosa e nobil terra

ch’è sopra un sasso anticamente estrutta;

Agillina si dice, ove lor seggio

posero (è già gran tempo) i bellicosi

e chiari Lidi: e floridi e felici

vi fûr gran tempo ancora. Or sotto il giogo

son di Mezenzio capitati al fine.

A che di lui contar le sceleranze?

A che la ferità? Dio le riservi

per suo castigo e de’ seguaci suoi.

Questo crudele insino a’ corpi morti

mescolava co’ vivi (odi tormento)

che giunte mani a mani, e bocca a bocca

in cosí miserando abbracciamento

gli facea di putredine e di lezzo,

vivi, di lunga morte alfin morire.

I cittadini afflitti, disperati,

e fatti per paura alfin securi,

tesero insidie a lui, fecero strage

de’ suoi, posero assedio, avventâr foco

a le sue case. Ei de le mani uscito

degli uccisori, ebbe rifugio a Turno

ch’or l’accoglie e ‘l difende. Onde commossa

e per giusta cagione in furia volta

l’Etruria tutta in contra al suo tiranno

grida che muoia, e già con l’armi in mano

a morte lo persegue. A questa gente

di molte mila condottiero e capo

aggiungerotti. E già d’armate navi

son pieni i liti: ognun freme, ognun chiede

che si spieghin l’insegne. Un vecchio solo

aruspice e ‘ndovino è, che sospesi

gli tiene infino a qui: “Gente meonia, –

dicendo, – fior di gente antica e nobile,

benché giusto dolor contra a Mezenzio,

e degn’ira v’incenda, incontro a Lazio

non movete voi già; ch’a nessun Italo

domar d’Italia una tal gente è lecito,

s’esterno duce a tant’uopo non prendesi”.

Cosí parato, e per timor confuso

del vaticinio stassi il campo etrusco.

E già Tarconte stesso a questa impresa

m’invita, e già mandato a presentarmi

ha la sedia e lo scettro e l’altre insegne

del tosco regno, perch’io re ne sia,

ed a l’oste ne vada. Ma la tarda

e fredda mia vecchiezza, e le mie forze

debili, smunte e diseguali al peso

fan ch’io rifiuti. Esorterei Pallante

mio figlio a questo impero, se non fosse

che nato di Sabella, Italo anch’egli

è per materna razza. Or questo incarco

dagli anni, da la gente, dal destino,

dal tuo stesso valore a te si deve.

E tu il prendi, signor, ch’abile e forte

sei piú d’ogni Troian, d’ogni Latino

a sostenerlo. Ed io Pallante mio,

la mia speranza e ‘l mio sommo conforto,

manderò teco; che ‘l mestier de l’arme,

che le fatiche del gravoso Marte

ne la tua scuola a tollerare impari:

e te da’ suoi prim’anni, e i gesti tuoi

meravigliando ad imitar s’avvezze.

Dugento cavalieri, il nervo e ‘l fiore

de’ miei d’Arcadia, spedirò con lui,

e dugento altri il mio Pallante stesso

in suo nome daratti”. Avea ciò detto

Evandro a pena, che d’Anchise il figlio

e ‘l fido Acate stêr co’ volti a terra

chinati. E da pensier gravi e molesti

fôran oppressi, se dal ciel sereno

la madre Citerea segno non dava,

sí come diè. Ché tal per l’aria un lume

vibrossi d’improvviso e con tal suono,

che parve di repente il mondo tutto

come scoppiando e ruinando ardesse;

ed in un tempo di tirrene tube

squillar ne l’aura alto concento udissi.

Alzaron gli occhi: e la seconda volta,

e la terza iterar sentiro il tuono;

e vider là ‘ve il cielo era piú scarco

e piú tranquillo, una dorata nube

e d’armi un nembo che tra lor percosse,

scintillando, facean fremiti e lampi.

Stupiron gli altri. Ma il troiano eroe

che ‘l cenno riconobbe e la promessa

de la diva sua madre: “Ospite, – disse, –

di saver non ti caglia quel ch’importi

questo prodigio; basta ch’ammonito

son io dal cielo, e questo è ‘l segno e ‘l tempo,

che la mia genitrice mi predisse:

che quandunque di guerra incontro avessi,

allora ella dal ciel presta sarebbe

con l’armi di Volcano a darmi aíta.

Oh quanta di voi strage mi prometto,

infelici Laurenti! e qual castigo

Turno, da me n’avrai! quant’armi, quanti

corpi volgere al mar, Tebro, ti veggio!

Via, patto e guerra mi si rompa omai”.

Cosí detto, dal soglio alto levossi:

e con Evandro e co’ suoi Teucri in prima

d’Ercole visitando i santi altari,

il sopito carbon del giorno avanti

lieto desta e raccende; i Lari inchina;

i pargoletti suoi Penati adora,

e di piú scelte agnelle il sangue offrisce.

Indi torna a le navi, e de’ compagni

fatte due parti, la piú forte elegge

per seco addurre a preparar la guerra:

l’altra a seconda per lo fiume invia,

che pianamente e senz’alcun contrasto

si rivolga ad Ascanio, e dia novelle

de le cose e del padre. A quei che seco

in Etruria adducea, tosto provvisti

furo i cavalli. A lui venne in disparte

da tutti gli altri un palafreno eletto,

di pelle di leon tutto coverto,

ch’i velli avea di seta e l’ugna d’oro.

Per la piccola terra in un momento

si sparge il grido ch’ai tirreni liti

ne va lo stuol de’ cavalieri in fretta.

Le madri, paventose, ai templi intorno

rinnovellano i vóti; e già per téma

piú vicino il periglio, e piú l’aspetto

sembra di Marte atroce. Evandro il figlio

nel dipartir teneramente abbraccia;

né divelto da lui, né sazio ancora

di lagrimar, gli dice: “O se da Giove

mi fosse, figlio, di tornar concesso

ora in quegli anni e ‘n quelle forze, ond’io

sotto Preneste il primo incontro fei

co’ miei nemici, e vincitore i monti

arsi de’ scudi, allor ch’Èrilo stesso,

lo stesso re con queste mani ancisi,

a cui nascendo avea Feronia madre

date tre vite e tre corpi, e tre volte

(meraviglia a contarlo!) era mestiero

combatterlo e domarlo; ed io tre volte

lo combattei, lo vinsi, e lo spogliai

d’armi e di vita; se tal, dico, io fossi,

mai non sarei da te, figlio, diviso;

mai non fôra Mezenzio oso d’opporsi

a questa barba; né per tal vicino

vedova resterebbe or la mia terra

di tanti cittadini. O dii superni,

o de’ superni dii nume maggiore,

pietà d’un re servo e devoto a voi,

e d’un padre che padre è sol d’un figlio

unicamente amato. E se da’ fati,

se da voi m’è Pallante preservato,

e s’io vivo or per rivederlo mai,

questa mia vita preservate ancora

con quanti unqua soffrir potessi affanni.

Ma se fortuna ad infortunio il tragge,

ch’io dir non oso, or or, prego, rompete

questa misera vita, or ch’è la téma,

or ch’è la speme del futuro incerta,

e che te, figlio mio, mio sol diletto

e da me desïato in braccio io tengo,

anzi ch’altra novella me ne venga,

che ‘l cor pria che gli orecchi mi percuota”.

Cosí ‘l padre ne l’ultima partita

disse al suo figlio; e da l’ambascia vinto,

fu da’ sergenti riportato a braccio.

A la campagna i cavalieri intanto

erano usciti. Enea col fido Acate,

e co’ suoi primi era nel primo stuolo;

Pallante in mezzo risplendea ne l’armi

commesse d’oro, risplendea ne l’ostro

che l’arme avean per sopravesta intorno;

ma via piú risplendea ne’ suoi sembianti

ch’eran di fiero e di leggiadro insieme.

Tale è quando Lucifero, il piú caro

lume di Citerea, da l’Oceàno,

quasi da l’onde riforbito, estolle

il sacro volto, e l’aura fosca inalba.

Stan le timide madri in su le mura

pallide attentamente rimirando

quanto puon lunge il polveroso nembo

de l’armate caterve, e i lustri e i lampi

che facean l’armi tra i virgulti e i dumi

lungo le vie. Va per la schiera il grido

che si cavalchi; e lo squadron già mosso

al calpitar de la ferrata torma

fa ‘l campo risonar tremante e trito.

È di Cere vicino, appo il gelato

suo fiume un sacro bosco antico e grande

d’ombrosi abeti, che da cavi colli

intorno è cinto, venerabil molto

e di gran lunge. È fama che i Pelasgi,

primi del Lazio occupatori esterni,

a Silvan, dio de’ campi e degli armenti,

consecrâr questa selva, e con solenne

rito gli dedicâr la festa e ‘l giorno.

Quinci poco lontano era Tarconte

co’ Tirreni accampato; e qui del campo

giunti a la vista, là ‘ve un alto colle

lo scopria tutto. Enea, co’ primi suoi

fermossi, ove i cavalli e i corpi loro

già stanchi ebbero alfin posa e ristoro.

Era Venere in ciel candida e bella

sovr’un etereo nembo apparsa intanto

con l’armi di Volcano; e visto il figlio

ch’oltre al gelido rio per erma valle

sen gia da gli altri solitario e scevro,

apertamente gli s’offerse, e disse:

“Eccoti ‘l don che da me, figlio, attendi,

di man del mio consorte. Or francamente

gli orgogliosi Laurenti e ‘l fiero Turno

sfida a battaglia, e gli combatti e vinci”.

E, ciò detto, l’abbraccia. Indi gli addita

d’armi quasi un trofeo, ch’appo una quercia

dianzi da lei diposte, incontro agli occhi

facean barbaglio, e, contro al sol, piú soli.

D’un tanto dono Enea, d’un tale onore

lieto, e non sazio di vederlo, il mira,

l’ammira e ‘l tratta. Or l’elmo in man si prende

e l’orribil cimier contempla e ‘l foco

che d’ogni parte avventa: or vibra il brando

fatale; or ponsi la corazza avanti

di fino acciaio e di gravoso pondo,

che di sanguigna luce e di colori

diversamente accesi era splendente:

qual sembra di lontan cerulea nube,

arder col sole e varïar col moto.

Brandisce l’asta; gli stinier vagheggia

nitidi e lievi, che fregiati e fusi

son di fin oro e di forbito elettro.

Meravigliando alfin sopra lo scudo

si ferma, e l’incredibile artificio

ond’era intesto, e l’argomento esplora.

In questo di commesso e di rilievo

avea fatto de’ fochi il gran maestro

(come de’ vaticini e del futuro

presago anch’egli) con mirabil arte

le battaglie, i trionfi e i fatti egregi

d’Italia, de’ Romani e de la stirpe

che poi scese da lui; dal figlio Ascanio

incominciando, i discendenti tutti

e le guerre che fêr di mano in mano.

V’avea del Tebro in su la verde riva

finta la marzïal nudrice lupa

in un antro accosciata, e i due gemelli

che da le poppe di sí fiera madre

lascivetti pendean, senza paura

seco scherzando. Ed ella umíle e blanda

stava col collo in giro, or l’uno or l’altro

con la lingua forbendo e con la coda.

V’era poco lontan Roma novella

con una pompa, e con un circo avanti

pien di tumulto, ov’era un’insolente

rapina di donzelle, un darsi a l’arme

infra Romolo e Tazio, e Roma e Curi.

E poscia infra gli stessi regi armati,

di Giove anzi a l’altare un tener tazze

invece d’armi in mano, un ferir d’ambe

le parti un porco, e far connubi e pace.

Né di qui lunge, erano a quattro a quattro

giunti a due carri otto destrier feroci,

che, qual Tullo imponea (stato non fossi

tu sí mendace e traditore, Albano!)

in due parti traean di Mezio il corpo;

e sí com’era tratto, i brani e ‘l sangue

ne mostravan le siepi, i carri e ‘l suolo.

V’era, oltre a ciò, Porsenna, il tosco rege,

ch’imperiosamente da l’esiglio

rivocava i Tarquini, e ‘n duro assedio

ne tenea Roma, che del giogo schiva

s’avventava nel ferro. Avea nel volto

scolpito questo re sdegno e minacce,

e meraviglia, che sol Cocle osasse

tener il ponte; e Clelia, una donzella,

varcar il Tebro e sciôr la patria e lei.

In cima dello scudo il Campidoglio

era formato e la Tarpeia rupe,

e Manlio che del tempio e de la ròcca

stava a difesa; e la romulea reggia

che ‘l comignolo avea di stoppia ancora.

Tra’ portici dorati iva d’argento

l’ali sbattendo e schiamazzando un’oca,

ch’apria de’ Galli il periglioso agguato:

e i Galli per le macchie e per le balze

de l’erta ripa, da la buia notte

difesi, quatti quatti erano in cima

già de la ròcca ascesi. Avean le chiome,

avean le barbe d’oro: aveano i sai

di lucid’ostri divisati a liste,

e d’òr monili ai bianchi colli avvolti.

Di forti alpini dardi avea ciascuno

da la destra una coppia, e ne’ pavesi

stavan coi corpi rannicchiati e chiusi.

Quinci de’ Salii e de’ Luperci ignudi,

e de’ greggi de’ Flàmini scolpito

v’avea le tresche e i cantici e i tripudi,

ed essi tutti o coi lor fiocchi in testa,

o con gli ancili e con le tibie in mano:

cui le sacre carrette ivano appresso

coi santi simulacri e con gli arredi,

che traean per le vie le madri in pompa.

E piú lunge nel fondo era la bocca

de la tartarea tomba, e del gran Dite

la reggia aperta: ov’anco eran le pene

e i castighi degli empi. E quivi appresso

stavi tu, scellerato Catilina,

sopra d’un ruinoso acuto scoglio

agli spaventi de le Furie esposto.

E scevri eran da questi i fortunati

luoghi de’ buoni, a cui ‘l buon Cato è duce.

Gonfiava in mezzo una marina d’oro

con la spuma d’argento, e con delfini

d’argentino color, che con le code

givan guizzando, e con le schiene in arco

gli aurati flutti a loco a loco aprendo.

E i liti e ‘l mare e ‘l promontorio tutto

si vedea di Leucàte a l’azia pugna

star preparati; e d’una parte Augusto

sovra d’un’alta poppa aver d’intorno

Europa, Italia, Roma e i suoi Quiriti,

e ‘l senato e i Penati e i grandi iddii.

Di tre stelle il suo volto era lucente.

Due ne facea con gli occhi, ed una sempre

del divo padre ne portava in fronte.

Ne l’altro corno Agrippa era con lui

del marittimo stuolo invitto duce,

ch’altero, e ‘l capo alteramente adorno

de la rostrata sua naval corona,

i vènti e i numi avea fausti e secondi.

Da l’altra parte vincitore Antonio,

di vèr l’aurora e di vèr l’onde rubre

barbari aiuti, esterne nazïoni

e diverse armi dal Cataio al Nilo

tutto avea seco l’Orïente addotto:

e la zingara moglie era con lui,

milizia infame. Ambe le parti mosse

se ne gian per urtarsi, e d’ambe il mare

scisso da’ remi e da’ stridenti rostri

lacero si vedea, spumoso e gonfio.

Prendean de l’alto i legni in tanta altezza,

che Cicladi con Cicladi divelte

parean nel mar gir a ‘ncontrarsi, o ‘n terra

monti con monti: da sí fatte moli

avventavan le genti e foco e ferro,

onde il mar tutto era sanguigno e roggio.

Stava qual Isi la regina in mezzo

col patrio sistro, e co’ suoi cenni il moto

dava alla pugna; e non vedea (meschina!)

quai due colúbri le venian da tergo.

L’abbaiatore Anúbi e i mostri tutti,

ch’eran suoi dii, contra Nettuno e contra

Venere e Palla armati eran con lei,

e Marte in mezzo, che nel campo d’oro

di ferro era scolpito, or questi or quelli

a la zuffa infiammava: e l’empie Furie

co’ lor serpenti, la Discordia pazza

col suo squarciato ammanto, con la sferza

di sangue tinta la crudel Bellona

sgominavan le genti; e l’azio Apollo

saettava di sopra: agli cui strali

l’Egitto e gl’Indi e gli Arabi e i Sabei

davan le spalle. E già chiamare i vènti,

scioglier le funi, inalberar le vele

si vedea la regina a fuggir vòlta;

già del pallor de la futura morte,

ond’era dal gran fabbro il volto aspersa,

in abbandono a l’onde, e de la Puglia

ne giva al vento. Avea d’incontro il Nilo,

un vasto corpo, che, smarrito e mesto,

a’ vinti aperto il seno e steso il manto,

i latebrosi suoi ridotti offriva.

Cesare v’era alfin che trïonfando

tre volte in Roma entrava; e per trecento

gran templi a’ nostri dii vóti immortali

si vedean consecrati. Eran le strade

piene tutte di plauso, di letizia,

e di feste e di giuochi. Ad ogni tempio

concorso di matrone; ad ogni altare

vittime, incensi e fiori. Egli di Febo

anzi al delúbro in maestade assiso

riconoscea de’ popoli i tributi,

e la candida soglia e le superbe

sue porte ne fregiava. Iva la pompa

de le genti da lui domate intanto

varie di gonne, d’idïomi e d’armi.

Qui di Nomadi e d’Afri era una schiera

in abito discinta; ivi un drappello

di Lèlegi, di Cari e di Geloni

con archi e strali. Infin dai liti estremi

i Mòrini condotti erano al giogo,

e gl’indomiti Dai. Con meno orgoglio

giva l’Eufrate: ambe le corna fiacche

portava il Reno: disdegnoso il ponte

nel dorso si scotea l’Armenio Arasse.

A tal, da tanta madre avuto dono,

e d’un tanto maestro, Enea mirando,

benché il velame del futuro occulte

gli tenesse le cose, ardire e speme

prese e gioia a vederle; e de’ nepoti

la gloria e i fati agli omeri s’impose.

LIBRO NONO

Mentre cosí de’ suoi scevro e lontano,

Enea fa d’armi e di sussidi acquisto,

Giuno di concitar la furia e l’ira

di Turno unqua non resta. Erasi Turno

col pensier della guerra al sacro bosco

di Pilunno suo padre allor ridotto,

che mandata da lei di Taümante

gli fu la figlia in cotal guisa a dire:

“Ecco, quel che tu mai chiedere a lingua,

o ‘mpetrar dagli dèi, Turno, potessi,

per sé l’occasïon ti porge e ‘l tempo.

Enea, mentre dagli altri implora aíta,

le sue mura, i suoi legni e le sue genti

lascia ora a te, se tu ‘l conosci, in preda.

Ei coi migliori al palatino Evandro

se n’è passato, e quindi è ne l’estremo

penetrato d’Etruria. Ora è nel campo

de’ Toschi, e favvi indugio, ed arma agresti.

E tu qui badi or che di carri e d’armi

e di prestezza è d’uopo? E che non prendi

i suoi steccati che son or di tanto

per l’assenza di lui turbati e scemi?”

Poscia che cosí disse, alto su l’ali

la dea levossi; e tra l’opache nubi

per entro al suo grand’arco ascese e sparve.

Turno, che la conobbe, ambe a le stelle

alza le palme; e nel fuggir con gli occhi

seguilla e con la voce: “Iri, – dicendo, –

lume e fregio del cielo, e chi ti spiega

or da le nubi? E chi quaggiú ti manda?

Ond’è l’aër sí chiaro e sí tranquillo

cosí repente? Io veggio aprirsi il cielo,

vagar le stelle. O qual tu de’ celesti

sii, ch’a l’armi m’inviti, io lieto accetto

un tanto augurio, e lo gradisco e ‘l seguo”.

Cosí dicendo al fiume si rivolse;

n’attinse; se ne sparse; e preci e vóti

molte fïate al ciel porse e riporse.

Eran già le sue genti a la campagna,

e de’ cavalli il condottier Messàpo

di ricca sopraveste ornato e d’oro

movea davanti. I giovini di Tirro

tenean l’ultime squadre, e Turno in mezzo

con tutto il capo a tutta la battaglia

sopravanzando, armato cavalcava

per l’ordinanza. In cotal guisa i campi

primieramente inonda il Gange o ‘l Nilo

con sette fiumi; indi ristretto e queto

correndo, entro al suo letto si raccoglie.

Qui d’improvviso d’un oscuro nembo

di polve il ciel ravvilupparsi i Teucri

scorgon da lunge, e ‘ntorbidarsi i campi.

Caíco il primo da l’avversa mole

gridando: “O, – disse, – cittadini, un gruppo

vèr noi di polverio ne l’aura ondeggia.

Ognuno a l’armi; ognun a la muraglia:

ecco i nemici”. Di ciò corre il grido

per tutta la città; chiuggon le porte:

empion le mura. Tale avea, partendo,

dato il sagace Enea precetto e norma,

ch’in caso di rottura, a campo aperto

senza lui non s’ardisse o spiegar schiere

o far conflitto; e solo a la difesa

s’attendesse del cerchio. Ira e vergogna

gli animava a la zuffa: editto e téma

gli ritenea del duce. Ond’entro armati

ne le torri, in su’ merli e ne’ ripari

aspettaro i nemici. A lento passo

procedea l’ordinanza; e Turno a volo

con venti eletti cavalieri avanti

si spinse e d’improvviso appresentossi.

Cavalcava di Tracia un gran corsiero,

di bianche macchie il vario tergo asperso,

e ‘l suo dorato e luminoso elmetto

d’alto cimier copria cresta vermiglia.

Qui fermo: “Chi di voi, giovini, – disse, –

meco sarà, contr’a’ nemici il primo?”

E quel ch’era di pugna indizio e segno,

l’asta a l’aura avventando, alteramente

trascorse il campo, ed ingaggiò battaglia.

Con alte grida e con orribil voci

fremendo lo seguiro i suoi compagni,

non senza meraviglia che sí vili

fossero i Teucri a non osar del pari

uscirgli a fronte, non mostrarsi in campo,

ferir da lunge, e di muraglia armarsi.

Turno di qua di là turbato e fiero

si spinge e scorre il piano, e cerchia il muro,

e d’entrar s’argomenta ov’anche è chiuso.

Come rabbioso ed affamato lupo

al pieno ovile insidïando, freme

la notte, al vento ed a la pioggia esposto;

quando sotto le madri i puri agnelli

belan securi, ed ei la fame e l’ira

incontro a lor che gli son lunge, accoglie;

cosí gli occhi di foco e ‘l cor di sdegno

il Rutulo infiammato, anelo e fiero

va de’ nimici agli steccati intorno,

ogni loco, ogni astuzia, ogni sentiero

lnvestigando, onde o co’ suoi vi salga

o lor ne sbuchi, e ne gli tiri al piano.

Alfin l’armata assaglie, ch’a’ ripari

da l’un canto congiunta, entro un canale

d’onde e d’argini cinta, era nascosta.

Qui foco esclama, e foco di sua mano

con un ardente pino a’ suoi seguaci

dispensa, e lor con la presenza accende:

onde tosto e le faci e i legni appresi,

fumo, fiamme, faville e vampi e nubi

e volumi di pece al ciel n’andaro.

Muse, ditene or voi qual nume allora

scampò de’ Teucri i legni, e come un tanto

de la novella Troia incendio estinse.

Fama di tempo in tempo e prisca fede

n’avvera il fatto, e voi conto ne ‘l fate.

Dicon che quando a navigar costretto

Enea primieramente i suoi navili

a formar cominciò nel bosco idèo:

d’Ida, di Berecinto e degli dèi

la madre, al sommo Giove orando, disse:

“Figlio, che sei per me de l’universo

monarca eterno, a me tua cara madre

fa quel ch’io chieggio, e tu mi devi, onore.

È nel Gàrgaro giogo un bosco in cima

da me diletto, ed al mio nume additto

già di gran tempo. Era d’abeti e d’aceri

e di pini e di peci ombroso e denso;

ma quando de l’armata ebbe uopo in prima

il giovine troiano, al magistero

volentier de’ suoi legni il concedei.

Quinci uscîr le sue navi; e come figlie

di quella selva, a me son sacre e care

sí ch’or ne temo; e del timor che n’aggio

priego che m’assicuri: e ‘l priego mio

questo possa appo te, che tanto puoi,

che né da corso mai, né da fortuna

sian di vènti, o di flutti, o di tempeste

squassate o vinte: e lor vaglia che nate

son ne’ miei monti”. A cui Giove rispose:

“Madre, a che stringi i fati? E qual, per cui

cerchi tu privilegio? A mortal cosa

farò dono immortale? E mortal uomo

non sarà sottoposto a’ rischi umani?

Ed a qual degli dèi tanto è permesso?

Piú tosto allor che saran giunte al fine,

e che in porto saranno, a quelle tutte

che, scampate da l’onde il teucro duce

avran ne’ campi di Laurento esposto,

torrò la mortal forma, e dee farolle,

che qual di Nèreo, e Doto, e Galatea

fendan coi petti e con le braccia il mare”.

Cosí detto, il torrente e la vorago

e la squallida ripa e l’atra pece

d’Acheronte giurando, abbassò ‘l ciglio,

e fe’ tutto tremar col cenno il mondo.

Or questo era quel dí, quest’era il fine

da le Parche dovuto ai teucri legni:

onde la madre idèa contra l’oltraggio

si fe’ di Turno, e gli sottrasse al foco.

Primieramente inusitata luce

balenando rifulse; indi un gran nembo

di coribanti per lo ciel trascorse

di vèr l’aurora; ed una voce udissi

ch’empié di meraviglia e di spavento

l’un esercito e l’altro: “O miei Troiani, –

dicendo, – non vi caglia a’ miei navili

porger soccorso; né perciò nel campo

uscite a rischio. Arderà Turno il mare

pria che le sacre a me dilette navi,

e voi, mie navi, itene sciolte: e dee

siate del mare. Io genitrice vostra

lo vi comando”. A questa voce, in quanto

udissi a pena, s’allentâr le funi

de’ lor ritegni; e di delfini in guisa

coi rostri si tuffaro. Indi sorgendo

(mirabil mostro!), quante a riva in prima

eran le navi, tanti di donzelle

si vider per lo mar sereni aspetti.

Sgomentaronsi i Rutuli; e Messapo

co’ suoi cavalli attonito fermossi.

Il padre Tiberin roco mugghiando

dal mar fuggissi. Né perciò di Turno

cessò l’audacia, anzi via piú feroce,

gli altri esortando e riprendendo: “Ah, – disse, –

di che temete? Incontro ai Teucri stessi

vengon questi prodigi; e loro ha Giove

de le lor forze esausti. Il ferro e ‘l fuoco

non aspettan de’ Rutuli: han del mare

perduta e de la fuga ogni speranza.

Essi del mare infino a qui son privi;

e la terra è per noi: tante son genti

d’Italia in arme. Nè tem’io de’ vanti

che de’ lor vaticini e de’ lor fati

da lor si dànno. Assai de’ fati, assai

è l’intento di Venere adempito,

che son nel Lazio. E ‘ncontro ai fati loro

son anco i miei, che tôr del Lazio io deggia,

anzi del mondo, questi scellerati

de l’altrui donne usurpatori e drudi:

ché non soli gli Atridi, e non sola Argo

n’han duolo e sdegno. Oh! basta ch’una volta

ne son periti. Sí, se lor bastasse

d’aver in ciò sol una volta errato.

Nuovo error; nuova pena. Or non aranno

omai quest’infelici in odio affatto

le donne tutte, a tal di già condotti,

che non han de la vita altra fidanza,

che questo poco e debile steccato

che da lor ne divide? e tanto a pena

son lunge dal morir, quanto s’indugia

a varcar questa fossa. In ciò riposto

han la speme e l’ardire. O non han visto

le mura anco di Troia, che costrutte

fûr per man di Nettuno, a terra sparse

e ‘n cenere converse? Ma chi meco

di voi, guerrieri eletti, è che s’accinga

d’assalir queste mura e queste genti

già di paura offese? A me lor contra

d’uopo non son né l’armi di Volcano,

né mille navi. E vengane pur tutta

l’Etruria insieme. E non furtivamente

e non di notte, come fanno i vili,

il Palladio involando, e de la ròcca

i custodi occidendo, assalirogli;

né del cavallo ne l’oscuro ventre

m’appiatterò. Di giorno apertamente

d’armi e di fuoco cingerogli in guisa,

ch’altro lor sembri che garzoni e cerne

aver di Greci e di Pelasgi intorno,

di cui l’assedio infino al decim’anno

Ettor sostenne. Or poscia che del giorno

s’è buona parte insino a qui passata

felicemente, il resto che n’avanza

attendete a posarvi, a ristorarvi,

a disporvi a l’assalto; e ne sperate

lieto successo”. Indi a Messapo incarco

si dà, che sentinelle e guardie e fochi

disponga anzi a le porte e ‘ntorno al muro.

Ei sette e sette capitani egregi,

Rutuli tutti, a quest’impresa elesse,

con cento che n’avea ciascuno appresso

di purpurei cimieri ornati e d’oro.

Questi, le mute varïando e l’ore,

scorrevano a vicenda; e ‘ntorno a’ fochi

desti in su l’erba, infra le tazze e l’urne

traean la notte in gozzoviglie e ‘n giuochi.

Stavano i Teucri il campo rimirando

da la muraglia; e per timore, armati

visitavan le porte, e ‘n su’ ripari

facean bertesche e sferratoie e ponti.

Era Memmo lor sopra e ‘l buon Sergesto,

che fûr dal padre Enea nel suo partire

a guerreggiar, se guerra si rompesse,

per condottieri e per maestri eletti.

Già su le mura, ovunque o da periglio

o da la vece eran disposti, ognuno

tenea il suo luogo. Un de’ piú fieri in arme

Niso, d’Irtaco il figlio, ad una porta

era preposto. Da le cacce d’Ida

venne costui mandato al troian duce,

gran feritor di dardo e di saette.

Eurïalo era seco, un giovinetto

il piú bello, il piú gaio e ‘l piú leggiadro

che nel campo troiano arme vestisse;

ch’a pena avea la rugiadosa guancia

del primo fior di gioventute aspersa.

Era tra questi due solo un amore

ed un volere; e nel mestier de l’armi

l’un sempre era con l’altro, ed ambi insieme

stavano allor vegghiando a la difesa

di quella porta. Disse Niso in prima:

“Eurïalo, io non so se dio mi sforza

a seguir quel ch’io penso, o se ‘l pensiero

stesso di noi fassi a noi forza e dio.

Un desiderio ardente il cor m’invoglia

d’uscire a campo, e far contr’a’ nemici

un qualche degno e memorabil fatto:

sí di star pigro e neghittoso aborro.

Tu vedi là come securi ed ebri

e sonnacchiosi i Rutuli si stanno

con rari fochi e gran silenzio intorno.

L’occasione è bella, ed io son fermo

di porla in uso: or in qual modo, ascolta.

Ascanio, i consiglieri e ‘l popol tutto,

per richiamare Enea, per avvisarlo,

e per avvisi riportar da lui,

cercan messaggi. Io, quando a te promesso

premio ne sia (ch’a me la fama sola

basta del fatto), di poter m’affido

lungo a quel colle investigar sentiero,

onde a Pallanto a ritrovarlo io vada

securamente”. Eurïalo a tal dire

stupissi in prima; indi d’amore acceso

di tanta lode, al suo diletto amico

cosí rispose: “Adunque ne l’imprese

di momento e d’onore io da te, Niso,

son cosí rifiutato? E te poss’io

lassar sí solo a sí gran rischio andare?

A me non diè questa creanza Ofelte

mio genitore, il cui valor mostrossi

ne gli affanni di Troia, e nel terrore

de l’argolica guerra. Ed io tal saggio

non t’ho dato di me, teco seguendo

il duro fato e la fortuna avversa

del magnanimo Enea. Questo mio core

è spregiatore, è spregiatore anch’egli

di questa vita, e degnamente spesa

la tiene allor che gloria se ne merchi,

e quel che cerchi, ed a me nieghi, onore”.

Soggiunse Niso: “Altro di te concetto

non ebbi io mai, né tal sei tu ch’io deggia

averlo in altra guisa. Cosí Giove

vittorïoso mi ti renda e lieto

da questa impresa, o qual altro sia nume

che propizio e benigno ne si mostri.

Ma se per caso o per destino avverso

(come sovente in questi rischi avvène)

io vi perissi, il mio contento in questo

è che tu viva, sí perché di vita

son piú degni i tuoi giorni, e sí perch’io

aggia chi dopo me, se non con l’arme,

almen con l’oro il mio corpo ricovre,

e lo ricuopra. E s’ancor ciò m’è tolto,

alfin sia chi d’esequie e di sepolcro

lontan m’onori. Oltre di ciò cagione

esser non deggio a tua madre infelice

d’un dolor tanto: a tua madre che sola

di tante donne ha di seguirti osato,

i comodi spregiando e la quïete

de la città d’Aceste”. A ciò di nuovo

Eurïalo rispose: “Indarno adduci

sí vane scuse; ed io già fermo e saldo

nel proposito mio pensier non muto.

Affrettiamoci a l’impresa”. E, cosí detto,

destò le sentinelle, e le ripose

in vece loro; e l’uno e l’altro insieme

se ne partiro, e ne la reggia andaro.

Tutti gli altri animali avean, dormendo,

sovra la terra oblio, tregua e riposo

da le fatiche e dagli affanni loro.

I Teucri condottieri e gli altri eletti,

che de la guerra avean l’imperio e ‘l carco,

s’erano e de la guerra e de la somma

di tutto ‘l regno a consigliar ristretti:

e nel mezzo del campo altri agli scudi,

altri a l’aste appoggiati, avean consulta

di che far si dovesse, e chi per messo

ad Enea si mandasse. I due compagni

d’essere ammessi e ‘ncontinente uditi

fecer gran ressa e di portar sembiante

cosa di gran momento e di gran danno

se s’indugiasse. A questa fretta, il primo

si fece Ascanio avanti, e, vòlto a Niso,

comandò che dicesse. Egli altamente

parlando incominciò: “Troiani, udite

discretamente, e quel che si propone

e si dice da noi, non misurate

da gli anni nostri. I Rutuli sepolti

se ne stan da la crapula e dal sonno;

e noi stessi appostato avemo un loco

da quella porta che riguarda al mare,

atto a le nostre insidie, ove la strada

piú larga in due si parte. Intorno al campo

sono i fochi interrotti; il fumo oscuro

sorge a le stelle. Se da voi n’è dato

d’usar questa fortuna, e quest’onore

ne si fa di mandarne al nostro duce,

al Pallantèo n’andremo, e ne vedrete

assai tosto tornar carchi di spoglie

de gli avversari nostri, e tutti aspersi

del sangue loro. E non fia che la strada

ne gabbi, ché piú volte qui d’intorno

cacciando, avemo e tutta questa valle

e tutto il fiume attraversato e scórso”.

Qui d’anni grave e di pensier maturo

Alete, al ciel rivolto: “O patrii dii, –

disse esclamando – il cui nome fu sempre

propizio a Troia, pur del tutto spenta

non volete che sia mercé di voi,

poscia che questo ardire e questi cori

ne’ petti a’ nostri giovini ponete”.

E stringendo le man, gli omeri e ‘l collo

or de l’uno or de l’altro, ambi onorava,

di dolcezza piangendo. “E qual, – dicea –

qual, generosi figli, a voi darassi

di voi degna mercede? Iddio, ch’è primo

degli uomini e supremo guiderdone,

e la vostra virtú premio a se stessa

sia primamente. Enea poscia useravvi

sua largitate, e questo giovinetto

che d’un tal vostro merto avrà mai sempre

dolce ricordo”. – “Anzi io, – soggiunse Iulo –

che senza il padre mio la mia salute

veggio in periglio, per gli dèi Penati,

per la casa d’Assaraco, per quanto

dovete al sacro e venerabil nume

de la gran Vesta, ogni fortuna mia

ponendo, ogni mio affare in grembo a voi,

vi prego a rivocare il padre mio.

Fate ch’io lo riveggia, e nulla poi

sarà di ch’io piú tema. E già vi dono

due gran vasi d’argento, che scolpiti

sono a figure; un de’ piú ricchi arnesi

che del sacco d’Arisba in preda avesse

il padre mio; due tripodi, due d’oro

maggior talenti, ed un tazzone antico

de la sidonia Dido. E se n’è dato

tener d’Italia il desïato regno,

e che preda sortirne unqua mi tocchi,

quello stesso destrier, quelle stesse armi

guarnite d’oro, onde va Turno altero,

e quel suo scudo, e quel cimier sanguigno

sottrarrò dalla sorte, e di già, Niso,

gli ti consegno; e ti prometto in nome

del padre mio che largiratti ancora

dodici fra mill’altri eletti corpi

di bellissime donne e dodici altri

di giovini prigioni, e l’armi loro

con essi insieme, e di Latino stesso

la regia villa. Or te, mio venerando

fanciullo, abbraccio, a gli cui giorni i miei

van piú vicini. Io te con tutto il core

accetto per compagno e per fratello

in ogni caso; e nulla o gloria o gioia

procurerommi in pace unqua od in guerra,

che non sii meco d’ogni mio pensiero,

e d’ogni ben partecipe e consorte;

e ne le tue parole e ne’ tuoi fatti

somma speme avrò sempre e somma fede”.

Eurïalo rispose: “O fera o mite

che fortuna mi sia, non sarà mai

ch’io discordi da me: mai non uguale

lo mio cor non vedrassi a questa impresa:

ma sopra agli altri tuoi promessi doni

questo solo bram’io: la madre mia

che dal ceppo di Prïamo è discesa,

e che per me seguire ha, la meschina

non pur di Troia abbandonato il nido,

ma ‘l ricovro d’Aceste, e la sua vita

stessa (a tanti per me l’ha rischi esposta),

di questo mio periglio, qual che e’ sia,

nulla ha notizia; ed io da lei mi parto

senza che la saluti e che la veggia.

Per questa man, per questa notte io giuro,

signor, che né vederla, né la pieta

soffrir de le sue lagrime non posso.

Tu questa derelitta poverella

consola, te ne priego, e la sovvieni

in vece mia. Se tu di ciò m’affidi,

andrò, con questa speme, ad ogni rischio

con piú baldanza”. Si commosser tutti

a tai parole, e lagrimaro i Teucri;

e piú di tutti Ascanio, a cui sovvenne

de la pietà ch’ebbe suo padre al padre;

e disse al giovinetto: “Io mi ti lego

per fede a tutto ciò che la grandezza

di questa impresa e ‘l tuo valor richiede.

E perché mia sia la tua madre, il nome

sol di Creusa, e null’altro, le manca.

Né di picciolo merto è ch’un tal figlio

n’aggia prodotto; segua che che sia

di questo fatto. Ed io per lo mio capo

ti giuro, per lo qual solea pur dianzi

giurar mio padre, ch’a la madre tua,

a tutta la tua stirpe si daranno

i doni stessi che serbar mi giova

pur a te nel felice tuo ritorno”.

Cosí disse piangendo; e la sua spada,

che di man di Licàone guarnito

avea d’avorio il fodro, e l’else d’oro,

distaccossi dal fianco, e lui ne cinse.

Memmo al tergo di Niso un tergo impose

di villoso leone; e ‘l fido Alete

gli scambiò l’elmo. Cosí tosto armati

se n’uscîr da la reggia; e i primi tutti,

giovini e vecchi, in vece d’onoranza

fino a la porta con preconi e vóti

gli accompagnaro. Il giovinetto Iulo

con viril cura e con pensier maturi

innanzi agli anni, ragionando in mezzo

giva d’entrambi: ed or l’uno ed or l’altro

molto avvertendo, molte cose a dire

mandava al padre: le quai tutte al vento

furon commesse, e dissipate a l’aura.

Escono alfine. E già varcato il fosso,

da le notturne tenebre coverti,

si metton per la via che gli conduce

al campo de’ nemici, anzi a la morte.

Ma non morranno, che macello e strage

faran di molti in prima. Ovunque vanno

veggion corpi di genti, che sepolti

son dal sonno e dal vino. In carri vòti

con ruote e briglie intorno, uomini ed otri

e tazze e scudi in un miscuglio avvolti.

Disse d’Irtaco il figlio: “Or qui bisogna,

Eurïalo, aver core, oprar le mani,

e conoscere il tempo. Il cammin nostro

è per di qua. Tu qui ti ferma, e l’occhio

gira per tutto, che non sia da tergo

chi n’impedisca; ed io tosto col ferro

sgombrerò ‘l passo, e t’aprirò ‘l sentiero”.

Ciò cheto disse. Indi Rannete assalse,

il superbo Rannete, che per sorte

entro una sua trabacca avanti a lui

in su’ tappeti a grand’agio dormia

e russava altamente. Era costui

al re Turno gratissimo, ed anch’egli

rege e ‘ndovino; ma non seppe il folle

indovinar quel ch’a lui stesso avvenne.

Tre suoi famigli, che dormendo appresso

giacean fra l’armi rovesciati a caso,

tutti in un mucchio uccise, ed un valletto

ch’era di Remo, e sotto i suoi cavalli

lo stesso auriga. A costui trasse un colpo

che gli mandò giú ciondoloni il collo:

indi al padron di netto lo recise

sí, che ‘l sangue spicciando d’ogni vena,

la terra, lo stramazzo e ‘l desco intrise.

Tàmiro estinse dopo questi e Lamo,

e ‘l giovine Serrano. Un bel garzone

era costui, gran giocatore, e ‘n gioco

insino ad ora avea sempre vegliato.

Felice lui per lo suo vizio stesso,

se giocato e perduto ancora avesse

tutta la notte! Era a veder tra loro

il fiero Niso, qual da fame spinto

non pasciuto leone un pieno ovile

imbelle e per timor già muto assaglie,

che d’unghie armato, e sanguinoso il dente

traendo e divorando ancide e rugge.

Né fe’ strage minor da l’altro canto

Eurïalo, ch’acceso e furïoso

tra molta plebe molti senza nome

e quasi senza vita a morte trasse;

sí dal sonno eran vinti: e de’ nomati

occise Ebèso, Fabo, Àbari e Reto.

Questo Reto era desto: onde veggendo

con la morte degli altri il suo periglio,

per la paura appo d’un’urna ascoso

quatto e queto si stava. Indi sorgendo

gli fu ‘l giovine sopra, e ‘l ferro tutto

entro al petto gl’immerse, e con gran parte

de la sua vita indietro lo ritrasse;

sí che tra ‘l vino e ‘l sangue ond’era involta,

gli uscí l’alma di purpura vestita.

Con questa occisïon di buia notte

e di furtivo agguato il buon garzone

fervidamente instava. E già rivolto

s’era contro a la schiera di Messapo

là ‘ve ‘l foco vedea del tutto estinto,

e là ‘ve i suoi cavalli a la campagna

pascean legati, allor che Niso il vide

che da l’occisïone e da l’ardore

trasportar si lasciava. E brevemente:

“Non piú, – gli disse – ché ‘l nimico sole

ne sorge incontra. Assai di sangue ostile

fin qui s’è sparso: assai di largo avemo”.

Molt’armi, molt’argenti e molt’arnesi

lasciaro indietro. I guarnimenti soli

del caval di Rannete e le sue borchie

Eurïalo si prese, con un cinto

bollato d’oro, un prezïoso dono

che Cèdico, un ricchissimo tiranno,

a Rèmolo tiburte ospite assente

fece in quel tempo. Rèmolo al nipote

lo lasciò per retaggio e questi in guerra

ne fu poscia da’ Rutuli spogliato;

quinci gli ebbe Rannete, e quinci preda

fûr d’Eurïalo al fine. Egli gravonne

i forti omeri indarno. Appresso in campo

s’adattò di Messapo un lucid’elmo

d’alto cimiero adorno: e ‘n questa guisa

se ne partian vittorïosi e salvi.

Intanto di Laurento eran le schiere

uscite a campo, e i lor cavalli avanti

precorrean l’ordinanza, ed al re Turno

ne portavano avviso. Eran trecento

tutti di scudo armati; e capo e guida

n’era Volscente. Già vicini al campo

scorgean le mura; quando fuor di strada

videro da man manca i due compagni

tener sentiero obliquo. Era un barlume

là ‘v’era l’ombra; e là ‘v’era la luna,

a gli avversi suoi raggi la celata

del male accorto Eurïalo rifulse.

Di cotal vista insospettí Volscente,

e gridò da la squadra: “Olà, fermate.

chi viva? A che venite? Ove n’andate?

Chi siete voi?” La lor risposta incontro

fu sol di porsi in fuga, e prevalersi

de la selva e del buio. I cavalieri

ratto chi qua chi là corsero a’ passi,

circondarono il bosco; ad ogni uscita

posero assedio. Era la selva un’ampia

macchia d’elci e di pruni orrida e folta,

ch’avea rari i sentieri, occulti e stretti.

E gl’intrichi de’ rami e de la preda

ch’era pur grave, e ‘l dubbio de la strada

tenean sovente Eurïalo impedito.

Niso disciolto e lieve, e del compagno

non s’accorgendo ch’era indietro assai,

oltre si spinse. E già fuor de’ nemici

era ne’ campi che dal nome d’Alba

si son poi detti Albani. Allor le razze

e le stalle v’avea de’ suoi cavalli

il re Latino. E qui poscia ch’un poco

ebbe il suo caro amico indarno atteso,

gridando: “Ah! – disse – Eurïalo infelice,

u’ sei rimaso? U’ piú (lasso!) ti trovo

per questo labirinto?” E tosto indietro

rivolto, per le vie, per l’orme stesse

di tornar ricercando, si rimbosca.

Erra pria lungamente, e nulla sente;

poscia sente di trombe e di cavalli

e di voci un tumulto; e vede appresso

Eurïalo fra mezzo a quelle genti,

qual cacciato leone. E già dal loco

e da la notte oppresso si travaglia,

e si difende il poverello invano.

Che farà? Con che forze, e con qual armi

fia che lo scampi? Avventerassi in mezzo

de’ nimici a morir morte onorata?

Cosí risolve, e prestamente un dardo

s’adatta in mano; e vòlto in vèr la luna,

ch’allora alto splendea, cosí la prega:

“Tu, dea, tu de la notte eterno lume,

tu, regina de’ boschi, in tanto rischio

ne porgi aíta. E s’Irtaco mio padre

per me de le sue cacce, io de le mie

il dritto unqua t’offrimmo; e se t’appesi,

e se t’affissi mai teschio né spoglia

di fera belva, or mi concedi ch’io

questa gente scompigli, e la mia mano

reggi e i miei colpi”. E ciò dicendo, il dardo

vibrò di tutta forza. Egli volando

fendé la notte, e giunse ove a rincontro

era Sulmone, e l’investí nel tergo

là ‘ve pendea la targa; e ‘l ferro e l’asta

passogli al petto, e gli trafisse il core.

Cadde freddo il meschino; e, con un caldo

fiume di sangue, che gli uscio davanti,

finí la vita, e con singhiozzo il fiato.

Guardansi l’uno a l’altro; e tutti insieme

miran d’intorno di stupor confusi

e di timor d’insidie. E Niso intanto

via piú si studia; ed ecco un altro fiero

colpo, ch’avea di già librato, e dritto

di sopra gli si spicca da l’orecchio,

e per l’aura ronzando in una tempia

si conficca di Tago, e passa a l’altra.

Volscente, acceso d’ira, non veggendo

con chi sfogarla, al giovine rivolto:

“Tu me ne pagherai per ambi il fio” –

disse, e strinse la spada, e vèr lui corse.

Niso a tal vista spaventato, e fuori

uscito de l’agguato e di se stesso

(che soffrir non poteo tanto dolore):

“Me, me, – gridò – me, Rutuli, uccidete.

io son che ‘l feci, io son che questa froda

ho prima ordito. In me l’armi volgete;

ché nulla ha contro a voi questo meschino

osato, né potuto. Io lo vi giuro

per lo ciel che n’è conscio e per le stelle,

questo tanto di mal solo ha commesso,

che troppo amato ha l’infelice amico”.

Mentre cosí dicea, Volscente il colpo

già con gran forza spinto, il bianco petto

del giovine trafisse. E già morendo

Eurïalo cadea, di sangue asperso

le belle membra, e rovesciato il collo,

qual reciso dal vomero languisce

purpureo fiore, o di rugiada pregno

papavero ch’a terra il capo inchina.

In mezzo de lo stuol Niso si scaglia

solo a Volscente, solo contra lui

pon la sua mira. I cavalier che intorno

stavano a sua difesa, or quinci or quindi

lo tenevano a dietro. Ed ei pur sempre

addosso a lui la sua fulminea spada

rotava a cerco. E si fe’ largo in tanto

ch’al fin lo giunse; e mentre che gridava,

cacciogli il ferro ne la strozza, e spinse.

Cosí non morse, che si vide avanti

morto il nimico. Indi da cento lance

trafitto addosso a lui, per cui moriva,

gittossi; e sopra lui contento giacque.

Fortunati ambidue! Se i versi miei

tanto han di forza, né per morte mai,

né per tempo sarà che ‘l valor vostro

glorïoso non sia, finché la stirpe

d’Enea possederà del Campidoglio

l’immobil sasso, e finché impero e lingua

avrà l’invitta e fortunata Roma.

I Rutuli con l’armi e con le spoglie

dei due compagni uccisi, il morto corpo

al campo ne portâr del duce loro.

Lagrimosa vittoria! E non meno anco

fu nel campo di lagrime e di lutto,

allor che di Rannete e di Serrano

e di Numa la strage si scoverse,

e di tant’altri ch’eran morti in prima.

Corse ognuno a veder; ché parte spenti,

parte eran mezzi vivi; e caldo e pieno

e spumante di sangue era anco il suolo

ove giacean quegl’infelici estinti.

Riconobber tra lor le spoglie e l’elmo

e ‘l cimier di Messapo, e i guarnimenti

che con tanto sudor ricoverati

s’erano a pena. Era vermiglio e rancio

fatto già de la notte il nero ammanto,

lasciando di Titon l’Aurora il letto;

e comparso era il sole, e discoverto

già ‘l mondo tutto, allor che Turno armato

a l’arme, a l’ordinanza, a la battaglia

concitò ‘l campo; e diede ordine e loco

ciascuno a’ suoi. Vendetta, ira e disio

d’assalir, di combatter, di far sangue

vedeansi in tutti. A due grand’aste in cima

conficcaron le teste (orribil mostra!)

d’Eurïalo e di Niso, e con le grida

ne fêro onta e spettacolo a’ nemici.

I Teucri arditamente in su le mura

da la sinistra incontra si mostraro;

ché la destra dal fiume era difesa.

E chi da le trincee, chi da le torri

stavan dolenti rimirando i teschi

ne l’aste affissi, polverosi e lordi,

ch’ancor sangue gocciando eran pur troppo

cosí lunge da’ miseri compagni

raffigurati a le fattezze conte.

Spiegò la Fama le sue penne intanto,

e la trista novella in ogni parte

sparse per la città, sí ch’agli orecchi

de la madre d’Eurïalo pervenne.

Corse subitamente un gel per l’ossa

a la meschina; e da le man le usciro

le sue tele e i suoi fili. Indi, rapita

dal duolo e da la furia, forsennata

e scapigliata ne la strada uscio;

e per mezzo de l’armi e de le genti

correndo, e mugolando, senza téma

di periglio e di biasmo, andò gridando,

e di questi lamenti il cielo empiendo:

“Ahi, cosí concio, Eurïalo, mi torni?

Eurïalo, sei tu? Tu sei ‘l mio figlio,

ch’eri la mia speranza e ‘l mio riposo

ne l’estreme giornate di mia vita?

Ahi! come cosí sola mi lasciasti,

crudele? E come a cosí gran periglio

n’andasti, anzi a la morte, che tua madre

non ti parlasse, ohimè! l’ultima volta,

né che pur ti vedesse? Ah! ch’or ti veggio

in peregrina terra esca di cani,

d’avoltoi e di corvi. Ed io tua madre,

io cui l’esequie eran dovute e ‘l duolo

d’un cotal figlio, non t’ho chiusi gli occhi,

né lavate le piaghe, né coperte

con quella veste che con tanto studio

t’ho per trastullo de la mia vecchiezza

tessuta io stessa e ricamata invano.

Figlio, dove ti cerco? ove ti trovo

sí diviso da te? come raccozzo

le tue cosí sbranate e sparse membra?

Sol questa parte del tuo corpo rendi

a la tua madre, che per esser teco

t’ha per terra e per mar tanto seguito,

e seguiratti dopo morte ancora?

In me, Rutuli, in me tutti volgete

i vostri ferri, se pur regna in voi

pietade alcuna. A me la morte date

pria ch’a null’altro. O tu, padre celeste,

miserere di me. Tu col tuo tèlo

mi trabocca nel Tartaro e m’ancidi,

poiché romper non posso in altra guisa

questa crudele e disperata vita”.

Da questo pianto una mestizia, un duolo

nacque ne’ Teucri, e tale anco ne l’armi

un languore, un timore, una desidia,

che grami, addolorati e di già vinti

sembravan tutti. Onde Àttore ed ldèo

con quel di lei togliendo il pianto altrui,

per consiglio del saggio Ilïonèo

e per compassïon del buono Iulo

che molto amaramente ne piangea,

tosto a braccia prendendola, ambedue

la portaro a l’albergo. Ed ecco intanto

squillar s’ode da lunge un suon di trombe,

un dare a l’arme ed un gridar di genti

tal, che ne tuona e ne rimugghia il cielo.

E veggonsi in un tempo i Volsci tutti,

sotto pavesi consertati e stretti

in guisa di testuggine, appressarsi,

empier le fosse, dirupare il vallo,

e tentar la salita, e por le scale

là dove la muraglia era di sopra

con minor guardia, e là ‘ve raro il cerchio

tralucea de la gente. Incontro a loro

i Teucri i sassi, i travi ed ogni tèlo

avventaron dal muro; e con le picche

risospingendo, come il lungo assedio

insegnò lor di Troia, a la difesa

si fermâr de’ ripari; e le pareti

e i pilastri e le torri addosso a loro

e sopra la testuggine gittando,

gli scudi dissiparono e le genti,

sí che piú di combattere al coverto

non si curaro. Ma d’ogni arme un nembo

lanciando a la scoperta, i bastïoni

offendean de’ Troiani. E d’una parte

Mezenzio, formidabile a vedere,

sen gia con un gran pino acceso in mano

lo steccato infocando. Iva da l’altro

il fier Messapo di Nettuno il figlio,

domator de’ corsieri; e scisso il vallo:

– “Scale, scale!” – gridava, e per lo muro

rampicando saliva. Or qui m’è d’uopo,

Callïope, il tuo canto a dir le pruove,

a dir l’occisïon che di sua mano

fece Turno in quel dí; chi, quali e quanti

a l’Orco ne mandasse. Ogni successo

spiega di questa guerra in queste carte.

Tutto a voi, Muse, è conto; e voi la possa

e l’arte avete di contarlo altrui.

Era una torre di sublime altezza

con bertesche e con ponti un sopra l’altro,

loco opportuno. A questa eran d’intorno

di fuor gl’Italïani, e dentro i Teucri;

e quei facean per espugnarla ogni opra,

e questi per tenerla. Avanti a tutti

si spinse Turno; ed una face ardente

lanciovvi da l’un fianco, ove s’apprese

con molta fiamma; cosí fiero il vento,

cosí secchi e disposti erano i legni.

Ardea la torre da quel canto, e dentro

la gente per timor cercava indarno

di ritrarsi dal foco: onde a la parte

da l’incendio remota in un sol mucchio

si ristrinsero insieme; e da quel peso

da quel lato in un súbito la torre

quasi spinta inchinossi, aprissi e cadde.

Il ciel ne rintonò; la gente infranta,

storpiata, sfracellata, infra i suoi legni

da l’armi proprie infissa, e fin ne l’aura

morta e sepolta a terra se ne venne.

Soli due vivi e per ventura intatti

dal nembo de la polvere, e dal fumo

uscîr nel campo: Elènore fu l’uno,

Lico fu l’altro; Elènore, un garzone

di prima barba, a militar mandato

furtivamente. E’ si trovò com’era

pria ne la terra lievemente armato

col brando ignudo e con la targa al collo

bianca del tutto, come non dipinta

d’alcun suo fatto glorïoso ancora.

Questi, vistosi in mezzo a tante genti

di Turno e de’ Latini, come fera

ch’aggia di cacciatori un cerchio intorno,

muove contra agli spiedi, incontr’a l’armi;

mosse là ‘ve piú folte eran le schiere,

e certo di morire a morte corse.

Ma Lico in su le gambe assai piú destro

infra l’armi e i nimici a fuggir vòlto,

giunse a le mura ed aggrappossi in guisa

che stendea già le mani a’ suoi compagni;

quando Turno e co’ piedi e con la spada

lo sopraggiunse, e come vincitore

rampognando gli disse: “E che? pensasti,

folle, uscirmi di mano?” E le man tosto

gli pose addosso, e sí come dal muro

pendea, col muro insieme a terra il trasse.

In quella guisa che gli adunchi ugnoni

contra una lepre, o contra un bianco cigno

stende l’augel di Giove, o ‘l marzio lupo

da le reti rapisce un agnelletto,

che da la madre sia belato invano.

Si rinnovâr le grida, e tutti insieme

o le faci avventando, o ‘l fosso empiendo,

rinforzavan l’assalto. Ilïonèo

con un pezzo di monte, a cui la pinta

diè giú da’ merli, sopra al ponte infranse

Lutezio ch’a la porta era col foco.

Ligero occise Emazïone; Asila

uccise Corinèo, buon feritori

l’uno di dardo, e l’altro di saette.

Ortigio da Cenèo trafitto giacque:

Cenèo da Turno: ammazzò Turno ancora

Iti e Pròmolo e Clònio e Dïosippo,

e Sàgari con Ida: Ida che in alto

stava d’un torrïone a la difesa.

Capi ancise Priverno. Avea costui

pria nel fianco una picciola ferita,

anzi una graffiatura, che passando

fe’ l’asta di Temilla: e il male accorto,

per su porvi la mano, abbandonato

avea lo scudo; quando ecco volando

venne una freccia che la mano e ‘l fianco

insieme gli confisse; e via passando

penetrogli al polmone. Il mortal colpo

sí lo spirar de l’anima gli tolse,

che non mai piú spirò. Stavasi Arcente,

d’Arcente il figlio, in su’ ripari ardito

egregiamente armato, e sopra l’arme

d’una purpurea cotta era addobbato

di ferrigno color, di drappo ibèro;

un giovine leggiadro, che dal padre

fu nel bosco di Marte a l’armi avvezzo

lungo al Simeto, u’ l’ara di Palico

tinta non come pria di sangue umano,

piú pingue e piú placabile si mostra.

Mezenzio il vide: e l’altre armi deposte,

prese la fromba, e con tre giri intorno

se l’avvolse a la testa. Indi scoppiando

allentò ‘l piombo, che dal moto acceso

squagliossi, e con gran rombo in una tempia

il garzon percotendo, ne l’arena

morto, quanto era lungo, lo distese.

Ascanio che fin qui solo a la caccia

avea l’arco adoprato, or primamente

oprollo in guerra, e col primiero colpo

il feroce Numano a terra stese.

Rèmolo era costui per soprannome

chiamato; e poco avanti avea per moglie

presa di Turno una minor sorella.

Ei di questo favor, di questo nuovo

suo regno insuperbito, altero e gonfio

stava ne l’antiguardia, e con le grida

si ringrandiva: e di lontano i Teucri

schernendo, in cotal guisa alto dicea:

“Questo è l’onor che voi, Frigi, vi fate

d’un altro assedio? un’altra volta in gabbia

vi riponete; e pur col vostro muro,

e coi vostri ripari or da la morte

vi riparate? E voi, voi fate guerra

per usurpare a noi le donne nostre?

Qual dio, qual infortunio, qual follia

v’ha condotti in Italia? e chi pensaste

di trovar qui? quei profumati Atridi,

o ‘l ben parlante Ulisse? In una gente

avete dato che da stirpe è dura.

I nostri figli non son nati a pena,

che si tuffan ne’ fiumi. A l’onde al gelo

noi gl’induriamo e gl’incallimo in prima;

poscia per le montagne e per le selve

fanciulli se ne van la notte e ‘l giorno.

Il lor studio è la caccia; e ‘l lor diletto

è ‘l cavalcare, e ‘l trar di fromba e d’arco.

La gioventú ne le fatiche avvezza,

e contenta del poco, o col bidente

doma la terra, o con l’aratro i buoi,

o col ferro i nemici. Il ferro sempre

avemo per le mani. Una sol’asta

ne fa picca e pungetto. A noi vecchiezza

non toglie ardire, e de le forze ancora

non ci fa, come voi, debili e scemi.

Per canute che sian le nostre teste,

veston celate, e nuove prede ognora,

quando da’ boschi e quando da’ nemici,

addur ne giova, e viver di rapina.

Voi con l’ostro e co’ fregi e co’ ricami,

con le cotte a divisa e con le giubbe

immanicate e coi fiocchetti in testa,

a che valete? A gir cosí dipinti

e cosí neghittosi? A far balletti

da donnicciuole? O Frigi, o Frigïesse

piú tosto! In questa guisa si guerreggia?

Via ne’ Dindimi monti, ove la piva

vi chiama e ‘l tamburino e ‘l zufoletto;

e con quei vostri galli, anzi galline

di Berecinto, ite saltando in tresca;

e l’armi e ‘l ferro, che non fan per voi,

lasciate a quei che son prodi e guerrieri”.

Non poté tanto orgoglio e tanto oltraggio

soffrir d’un folle il generoso Iulo,

e teso l’arco con la cocca al nervo,

rimirò ‘l cielo e disse: “Onnipotente

Giove, tu l’ardir mio, tu la mia mano

fomenta e reggi, ed io sacri e solenni

ti farò doni: io condurrotti a l’ara

un candido giovenco che la fronte

aggia indorata, e de la madre al pari

erga la testa, e già scherzi e già cozzi

con le corna, e co’ piè sparga l’arena”.

Giove, mentre dicea, tonò dal manco

sereno lato: e col suo tuono insieme

scoccò l’arco mortifero di Iulo.

Volò l’orribil tèlo, e per le tempie

di Rèmolo passando, le trafisse.

“Or va’, t’insuperbisci: or va’, deridi,

scempio, l’altrui virtú. Queste risposte

mandano i Frigi che son chiusi in gabbia

ai Rutuli signor de la campagna”.

Questo sol disse Ascanio; ed al suo colpo

le grida i Teucri e gli animi in un tempo

al cielo alzaro. Era il crinito Apollo,

quando ciò fu, ne la celeste piaggia

sovra una nube assiso; e d’alto il campo

scorgendo de’ Troiani e degli Ausoni,

come vede ogni cosa, visto il colpo

del vincitore arciero, in vèr lui disse:

“Ahi, buon fanciullo, in cui vertú s’avanza!

cosí vassi a le stelle. Or ben tu mostri

che dagli dii sei nato, e ch’altri dii

nasceranno da te. Tu sei ben degno

ch’ogni guerra, che ‘l fato ancor minacci

a la casa d’Assaraco, s’acqueti

per tua grandezza, a cui Troia è minore,

sí che già non ti cape”. E, cosí detto,

si fendé l’aura avanti e vèr la terra

calossi, trasmutossi, e come fusse

il vecchio Bute, al giovine accostossi.

Fu Bute in prima del dardanio Anchise

valletto d’arme e cameriero e paggio,

e poscia per custode e per compagno

l’ebbe Ascanio dal padre. A questo vecchio

mostrossi Apollo di color, di voce,

d’andar, di canutezza e d’armatura

simile in tutto; ed a l’ardente Iulo

fatto vicino, in tal guisa gli disse:

“Bàstiti aver, d’Enea preclaro figlio,

senza alcun rischio tuo Numano ucciso.

Di questa prima lode il grande Apollo

ti privilegia, e non t’invidia il colpo,

né ‘l paraggio de l’arco. Or da la pugna

ritraggiti”. E, ciò detto, da la vista

de’ circostanti si ritrasse anch’egli,

e sormontando dissipossi e sparve.

Rassembrarono in Bute i Teucri Apollo

e riconobber la faretra e l’arco,

che fuggendo sonar anco s’udiro.

E fêr sí con le preci e col precetto

d’un tanto iddio, ch’Ascanio, ancor che vago

fosse di pugna, se ne tolse alfine;

ed essi apertamente a ripentaglio

misero in vece sua le vite loro.

Spargesi un grido per le mura intanto,

per tutte le difese; e tutti agli archi,

tutti a tirar, tutti a lanciar si diêro

d’ogni sorte arme, e d’ogni parte il suolo

n’era coverto; quando altro conflitto

cominciossi di scudi e di celate;

una mischia di picche, una battaglia

che crescea, tuttavolta, rinforzando

con quella furia che di pioggia un nembo

vien da l’occaso, allor che d’orïente

fan sorgendo i Capretti a noi tempesta:

o quando orrido e torbo e d’austri cinto

e ‘n grandine converso irato Giove,

d’alto precipitando, si devolve

sopra la terra, e ‘l ciel rompendo intuona.

Pàndaro e Bizia d’Alcanòro idèo,

e d’Iëra salvatica sua moglie

figli, in Ida acquistati, e d’Ida usciti

l’uno a l’altro simíle, ed ambidue

a quegli abeti ed a quei monti uguali

ond’eran nati, avean dal teucro duce

una porta in custodia. E confidati

ne le forze e ne l’armi, a bello studio

la lasciarono aperta, ed a’ nemici

fêr da le mura marzïale invito:

essi armati di ferro, un da la destra,

l’altro da la sinistra, a due pilastri

sembianti, anzi a due torri che nel mezzo

tengan la porta, con le teste in alto

e co’ raggi degli elmi i campi intorno

folgorando, squassavano i cimieri

fin sovr’a’ merli. In cotal guisa nate

ne le ripe si veggon di Liquezio,

de l’Adige, o del Po due querce altiere

sorgere al cielo e sventolarsi a l’aura.

Visto l’adito aperto, incontinente

vi si spinsero i Rutuli. E Quercente

ed Equícolo, i primi armati e fieri,

l’ardito Omàro e ‘l bellicoso Emone

tutti co’ lor compagni impeto fêro;

e tutti o fûr da’ Teucri in fuga vòlti,

o ne l’entrar di quella porta ancisi.

Giunto agli animi infesti il sangue sparso,

s’accrebber l’ire e de’ Troiani intanto

tale un numero altronde vi concorse,

che prender zuffa e tener campo osaro.

Turno sfogava il suo furore altrove

contr’a nemici; quando un messo avanti

gli comparve dicendo, che di Troia

erano usciti, e stavan con le porte,

quanto eran larghe, a far strage e macello,

de le sue genti. Ei tosto da quel canto

lasciò l’impresa; e contra i due fratelli

a la dardania porta irato accorse.

E primamente Antífate, che primo

gli venne avanti, un giovine bastardo

di Sarpedonte e di tebana madre,

con un colpo di dardo a terra stese.

Colpillo ne lo stomaco, e passolli

oltre al polmone, onde di caldo sangue,

quasi d’un antro, dilagossi un fonte.

Mèrope, Afidno ed Erimanto appresso

uccise con la spada, un dopo l’altro

come a caso incontrogli. Atterrò Bizia

dopo costoro, ma non già col dardo,

e men col brando; ch’altro colpo er’uopo

a sí gran corpo. A costui, mentre infuria,

mentre stizza per gli occhi avventa e foco,

infuocato, impiombato e grave un tèlo

scaricò di falarica, che in guisa

di fulmine stridendo e percotendo

lo giunse sí che né lo scudo avvolto

di due bovine terga, né la fida

lorica di due squame e d’or contesta

non lo sostenne. Barcollando cadde

la smisurata mole, e tal diè crollo

che ‘l terren se ne scosse, e ‘l gran suo scudo

gli tonò sopra. In tal guisa di Baia

su l’eüboica riva il grave sasso,

ch’è sopra l’onde a fermar l’opre eretto,

da l’alto ordigno ov’era dianzi appreso,

si spicca e piomba, e fin ne l’imo fondo

ruinando si tuffa, e frange il mare,

e disperge l’arena: onde ne trema

Procida ed Ischia, e il gran Tifèo se n’ange,

cui sí duro covile ha Giove imposto.

Qui Marte il suo potere e ‘l suo favore

volse verso i Latini. Animi e forze

aggiunse loro, gl’incitò, gli accese;

e di téma e di fuga e di scompiglio

diè cagione a’ Troiani. E già ch’a pugna

s’era venuto, e de la pugna il nume

era con loro; accolti d’ogni parte

si ristringono i Rutuli, e fan testa.

Pàndaro, poi che ‘l suo fratello estinto

si vide avanti, e la fortuna avversa,

a la porta con gli omeri appuntossi;

e sí com’era poderoso e grande,

con molta forza la rispinse e chiuse,

molti esclusi de’ suoi, che per la fretta

rimaser ne le peste; e molti inclusi

ch’eran nimici: e non s’avvide il folle,

che de’ nimici in quella calca ancora

era lo stesso re da lui raccolto

a far de’ suoi, qual tra le greggi imbelli

ircana tigre immane. Ei non piú tosto

fu dentro, che raggiò dagli occhi un lume

spaventevole e fiero; e l’armi sue

fieramente sonaro. Il suo cimiero

ne l’aura ondeggiò sangue, e dal suo scudo

uscîr folgori e lampi. Incontinente

la sua faccia odïata e ‘l suo gran fusto

raffigurando i Teucri si turbaro.

Pàndaro allor de la fraterna morte

fervidamente irato, avanti a tutti

gli si fe’ incontro e disse: “E’ non è, Turno,

questa la reggia che t’assegna in dote

la tua regina; e non hai d’Ardea intorno

le patrie mura. Ne le forze entrato

sei de’ nemici onde scampar non puoi”.

“Or via, – Turno ghignando gli rispose

placidamente, – via, se tanto ardisci,

meco ti prova; ché ben tostamente

a Prïamo dirai ch’in questa Troia,

come ancor ne la sua, trovossi Achille”.

Ciò detto, gli avventò Pàndaro un dardo

di tutta forza nodoroso e grave,

e di ruvida ancor corteccia involto.

L’aura lo prese, e la Saturnia Giuno

deviò ‘l colpo sí che da la mira

si torse e ne la porta si confisse.

“Non sí cadrà questa mia spada in fallo, –

disse allor Turno; – tale è chi la vibra,

e tal fa colpo”. Ed a ferire alzato

l’investí ne la fronte, e gli divise

le tempie, le mascelle e ‘l mento ignudo

ancor di barba, infin là ‘ve s’appicca

il collo al petto. Al suon de la percossa,

al fracasso de l’armi, a la ruina,

che fêr cadendo quelle membra immani,

tremò la terra e ne fu d’atro sangue

e di cervella aspersa. Egli morendo

giacque rovescio, e dechinò la testa

parte a l’omero destro e parte al manco.

Al cader di costui tal prese i Teucri

téma e spavento, che dispersi in fuga

sen gîro. E s’era il vincitore accorto

d’aprir la porta e di por dentro i suoi,

fôra stato quel giorno e de la guerra

e de’ Troiani il fine. Ma la furia

e l’ardor di combattere e l’insana

ingordigia di sangue ne ‘l distolse.

Onde seguendo, in Falari ed in Gige

s’abbatté prima. A l’uno il petto aperse;

sgherrettò l’altro. A quei ch’erano in fuga

con l’aste di color ch’eran caduti

feria le terga: e nuova occisïone

gli ponea tuttavia nuov’armi in mano:

sí come ancor Giunon nuovo ardimento

gli dava e nuove forze. Ali tra questi

mandò per terra, e Fègëa confisse

con lo suo scudo. Occise in su le mura,

mentre a’ nemici eran di fuori intenti,

Alio ed Alcandro e Prítane e Nomone.

A Líncëo, ch’osò di starli a fronte

e chiamare i compagni, con un colpo,

che di rovescio con gran forza dielli,

recise il capo, e l’avventò con l’elmo

lunge dal busto. Dopo questi ancise

Àmico, un cacciator ch’era in campagna

gran distruttor di fere, e gran maestro

d’armar di tòsco le saette e ‘l ferro:

e Clizio ancise, d’Eölo il buon figlio,

e Cretèo, de le Muse il caro amico

e ‘l diletto compagno, che di versi

e di cetre e di numeri e di corde

era sol vago, e di cantar mai sempre

o d’armi o di cavalli o di battaglie.

I condottier de’ Teucri udita alfine

de’ suoi la strage, insieme s’adunaro,

Memmo e Seresto. E visti i lor compagni

dispersi, e già ‘l nemico in salvo addursi,

gridando: “Oh, – disse Memmo, – ove fuggite?

Ove n’andate? e qual ridotto avete

o di mura o di sito altro che questo?

Dunque un sol uomo, e d’ogni parte chiuso

in poter vostro, avrà, miei cittadini,

senza alcun danno suo fatto di noi

ne la nostra città sí gran macello?

Tanti de’ nostri giovini sotterra

avrà mandati? E noi, noi non avremo

(sí codardi saremo) o de la nostra

infortunata patria, o degli antichi

nostri Penati, o del gran nostro Enea

né pietà, né rispetto, né vergogna?”

Da questo dire accesi e rincorati

si ristrinsero insieme. E Turno intanto

da la pugna allentando in vèr la parte

che dal fiume era cinta, a poco a poco

appressossi a la riva: onde i Troiani

con impeto maggior, con maggior grida

gli furon sopra. E qual fiero leone

che da la moltitudine e da l’armi

si vede oppresso, tra fierezza e téma

torvamente mirando si ritira;

ché né ‘l valor, né l’ira gli consente

volgere il tergo, né de’ cacciatori,

né di spiedi spuntar puote il rincontro;

cosí Turno dubbioso o di ritrarsi

o di spingersi avanti, irato e lento,

guardingo e minaccioso se n’andava:

e due volte avventandosi nel mezzo

si cacciò de’ nemici; ed altrettante

gli ruppe e salvo indietro si ritrasse.

Alfine in un drappello insieme accolte

le teucre genti incontro gli si fêro,

e di Saturno non osò la figlia

di piú forza prestargli; ché dal cielo

Giove a la sua sorella avea mandato

Iri a farne richiamo, e minacciarlo,

se Turno immantinente da le mura

non uscia de’ Troiani. Or non potendo

piú ‘l giovine supplire o con la destra,

ch’era a ferir già stanca, o con lo scudo,

che di dardi e di frecce era coverto;

l’elmo già spennacchiato, e l’armi tutte

smagliate e fesse, con un nembo addosso

di sassi per le tempie e d’aste a’ fianchi

già da Memmo incalzato, alfin cedette.

E come di sudor colava, ansava,

e quasi rifiatar piú non potea,

con tutte l’armi indosso un salto prese,

e nel Tebro avventossi. Il biondo Tebro

placido lo raccolse e salvo e lieto,

e da l’occisïon purgato e mondo,

su l’altra riva a’ suoi lo ricondusse.

LIBRO DECIMO

Aprissi la magion celeste intanto,

e del cielo il gran padre in cima ascese

del suo cerchio stellato. Indi mirando

la terra, e de’ Troiani e de’ Latini

visto il conflitto, a sé degli altri dèi

chiamò ‘l consiglio. E com’era da l’orto

e da l’occaso la sua reggia aperta,

ratto tutti adunati, assisi e cheti,

disse egli in prima: “Cittadini eterni,

qual v’ha cagione a distornar rivolti

quel ch’è già stabilito? A che tra voi

con tanta iniquità tanto contrasto?

Non s’è da me già proibito e fermo

che non deggian gli Ausoni incontro a’ Teucri

sorgere a l’armi? Che discordia è questa

contro al divieto mio? Qual ha timore

a la guerra incitati o questi o quelli?

Tempo vi si darà ben degno allora

di guerreggiar (non l’affrettate or voi)

che la fera Cartago aprirà l’Alpi,

grave a Roma portando esizio e strage.

Allora agli odi, al sangue, a le rapine

larga vi si darà licenza e campo.

Or lietamente la tenzone e l’armi

fermate, e sia tra voi concordia e pace”.

Tal fece ragionando il gran monarca

breve proposta. Ma non brevemente

Venere in questa guisa gli rispose:

“Padre e re de’ celesti, e de’ mortali

eterna possa (e qual altra maggiore

s’implora altronde?), ecco tu stesso vedi

l’arroganza de’ Rutuli, e quel fasto

con che Turno cavalca; e vedi il vampo

e la ruina che si mena avanti,

da la sua tracotanza e dal successo

di questa pugna insuperbito e gonfio.

Vedi i Teucri infelici, ch’ancor chiusi

non son securi; e ‘n fin dentro a le porte

e ‘n su’ ripari e ‘n su le lor difese

son combattuti: e la lor propria fossa

è di lor sangue un lago. Di ciò nulla

il mio figlio non sa; tanto n’è lunge.

Or non fia ch’una volta esca d’assedio

questa misera gente? Ecco han le mura

de l’altra Troia altri nimici a torno;

altro esercito in campo; un’altra volta

d’Arpi vien Dïomede a’ danni suoi.

Resta cred’io ch’un’altra volta ancora

io sia da lui ferita, e che di nuovo

sia la tua figlia a mortal ferro esposta.

Signor, se contra la tua voglia i Teucri

son venuti in Italia, è ben ragione

che sian puniti, e del tuo aiuto indegni:

ma se tratti vi sono, e s’è lor dato

dagli oracoli tutti e de’ celesti

e degl’inferni, qual può senno o forza

a Giove opporsi, e far nuovo destino?

Ch’io non vo’ dir de le combuste navi

su la spiaggia ericina, né de’ vènti

che ‘l re spinse d’Eolia a tempestarlo,

né d’Iri che di qui fu già mandata

per darle al foco. Infin da l’Acheronte

tratte ha le Furie (questa sol mancava

parte de l’universo non tentata

a loro offesa); d’Acheronte, dico,

ha tratto Aletto a suscitar l’Italia

incontr’a loro. Or, Signor mio, non curo

piú d’altro imperio. Io lo sperava allora

ch’era piú fortunata. Imperi e vinca

or chi t’aggrada. E s’anco non è loco

nel mondo, ove a la tua dura consorte

piaccia che sian quest’infelici accolti,

per l’incendio, signor, per la ruina,

e per la solitudine ti prego

de la mia Troia che ritrar mi lasci

salvo da questa guerra Ascanio almeno.

Lasciami, padre mio, questo nipote

mantener vivo; e se ne vada Enea

ramingo ovunque il mare o la fortuna

lo si tramandi. Io lo terrò da l’armi

remoto ne’ miei lochi o d’Amatunta

o d’Idalio o di Pafo o di Citèra

a menar vita ignobile e privata,

pur che sicura. E tu, come a te piace,

comanda ch’a l’Ausonia il giogo imposto

sia da Cartago, sí che piú non l’osti

in alcun tempo. Or che, padre, ne giova

che da l’occisïoni e dagl’incendi

de la lor patria e da tant’altri rischi

sian già del mare e de la terra usciti?

E che val che da te sia lor promessa,

da lor tanto ricerca, e già trovata

questa Troia novella, se di nuovo

convien che caggia? Assai meglio sarebbe

che fosser tra le ceneri e nel guasto,

dove fu l’altra. A Xanto, a Simoenta

fa, ti prego, signor, che si radduca

questa gente infelice, e che ritorni

a passar d’Ilio i guai”. Giunone allora

infurïata: “A che, – disse – mi tenti,

perch’io rompa il silenzio, e mostri il duolo

c’ho portato nel cor gran tempo ascoso?

Qual è mai per tua fé stato uomo o dio

ch’Enea sforzasse a cercar briga, e farsi

nemico il re Latino? Oh ‘l fato addotto

l’ha ne l’Italia! Sí, ma da le furie

c’è spinto di Cassandra. E chi gli ha dato

consiglio, io forse? Ch’abbandoni i suoi?

Io, che dia la sua vita in preda a’ vènti?

Io, che la cura e ‘l carco de la guerra

lasci in man d’un fanciullo? e che sollevi

i popoli d’Etruria, e l’altre genti

che si stavano in pace? E quale dio,

qual mia durezza de’ lor danni è rea?

Qui che rileva o di Giuno lo sdegno,

o d’Iri il ministero? Indegna cosa

è certo che dagl’Itali s’infesti

questa tua nuova Troia; e degno e giusto

sarà che Turno non si stia sicuro

ne la sua patria terra? un tal nipote

di Pilunno ch’è divo, un tanto figlio

di Venilia ch’è ninfa? E degna cosa

ti par che muova Enea la guerra a Lazio?

ch’assalga, che soggioghi, che deprede

le terre altrui? che l’altrui donne usurpi?

ch’in man porti la pace, e che per mare

e per terra armi? Tu potrai tuo figlio

scampar da’ Greci; tu riporre invece

di lui la nebbia e ‘l vento; tu la forma

cangiar de le sue navi in altrettante

ninfe di mare; ed io cosa nefanda

farò, se porgo a’ Rutuli un aiuto,

per minimo che sia? Non v’è tuo figlio

presente; non vi sia: non sa; non sappia.

Sei regina di Pafo, d’Amatunta,

di Citèra e d’Idàlio: e che vai dunque

provocando con l’armi una contrada

non tua, pregna di guerra? e stuzzicando

sí bellicosa gente? Ed io son quella,

io, che l’afflitte lor fortune agogno

di porre al fondo? E perché non piú tosto

chi de’ Greci a le man gli pose in prima?

Chi prima fu cagion ch’a guerra addusse

l’Europa e l’Asia? chi commise il furto

che fu de la rottura il primo seme?

Io condussi l’adultero pastore

a l’impresa di Sparta? Io fui ch’a l’armi,

io ch’a l’amor l’accesi? Allora il tempo

fu d’aver téma e gelosia de’ tuoi,

non or che le querele e le rampogne

che ne fai, sono ingiuste e tarde e vane”.

Cosí Giuno dicea; quando fremendo

gli dèi tutti mostrâr che chi con questa

consentian, chi con quella. In guisa tale

s’odono i primi vènti entro una selva

mormorar lunge, e non veduti ancora

porgere a’ marinari indicio e téma

di propinqua tempesta. Allor del cielo

il sommo, eterno, onnipotente padre

riprese a dire. Al suo parlar chetossi

la celeste magion; chetârsi i vènti,

e l’aria e l’onde; e sola infino al centro

tremò la terra. Ei disse: “Or che gli Ausoni

confederar co’ Teucri ne si toglie,

e voi tra voi non v’accordate, udite

quel ch’io vi dico, e i miei detti avvertite.

Quella stessa fortuna e quella speme,

qual ch’ella sia, ch’i Rutuli o i Troiani

oggi da lor faransi, io vi prometto

aver per rata, e non punto inchinarmi

piú da quei che da questi: e sia l’assedio

de’ Teucri o per destino, o per errore,

o per false risposte. E ciò dico anco

de’ Rutuli. Il successo e buono e rio

fia d’una parte e d’altra qual ciascuna

per sé lo s’ordirà. Giove con ambi

si starà parimente, e ‘l fato in mezzo”.

Cosí detto, il torrente e la vorago

e la squallida ripa e l’atra pece

d’Acheronte giurando, abbassò ‘l ciglio,

e tremar fe’ col cenno il mondo tutto.

Finito il ragionar, suso levossi

del seggio d’oro; e gli fêr tutti intorno

corona e compagnia fino a l’albergo.

L’esercito de’ Rutuli stringendo

l’assedio intanto, in su le porte e ‘ntorno

facea de la muraglia incendi e stragi;

e i Teucri assedïati, entro ai ripari

e sopr ai torrïoni a la difesa

stavan, miseri! indarno; e senza speme

di fuga un raro cerchio avean disteso

su per le mura. Era de’ primi Iaso

d’Imbrasio il figlio, e ‘l figlio d’Icetone

detto Timete, e ‘l buon Càstore insieme

col vecchio Timbri, ed ambi dopo questi

di Sarpedonte i frati: e Chiaro, ed Emo

onor di Licia, e di Lirnesso Ammone.

Questi con un gran sasso era venuto

su la muraglia, che ‘l maggior catollo

era d’un monte; ed egli era non punto

minor del padre Clizio e di Menesto

suo famoso fratello. Altri con sassi,

altri con dardi, e chi con le saette,

e chi col foco a guardia eran del muro.

In mezzo de le schiere il vago Iulo,

gran nipote di Dardano e gran cura

de la bella Ciprigna, il volto e ‘l capo

ignudo, risplendea qual chiara gemma

che in òr legata altrui raggi dal petto

o da la fronte; o qual da dotta mano

in ebano commesso, o in terebinto

candido avorio agli occhi s’appresenta.

Sovra al collo di latte il biondo crine

avea disteso, e d’oro un lento nastro

gli facea sotto e fregio insieme e nodo.

Ismaro, e tu fra sí famosa gente

con l’arco saettar ferite e tòsco

fosti veduto, generosa pianta

del meonio paese, ove fecondi

sono i campi di biade, e i fiumi d’oro.

Memmo v’era ancor egli, a cui la fuga

dianzi di Turno avea gloria acquistata,

ond’era fino al ciel sublime e chiaro.

Eravi Capi, onde poi Capua il nome

e l’origine ha presa. Avean costoro

tra lor diviso il carico e ‘l periglio

di sí dura battaglia. E ‘n questo mentre

solcava Enea di mezza notte il mare.

Egli, poi che d’Evandro ebbe lasciato

l’amico albergo e che nel campo giunse

de’ Toschi, al tosco rege appresentossi;

e con lui ristringendosi, il suo nome

il suo lignaggio, la sua patria, in somma

chi fosse, che chiedesse, che portasse

gli espose; e qual Mezenzio appoggio avesse,

e l’orgoglio di Turno, e l’apparecchio

e l’incostanza de l’umane cose

gli pose avanti. A le ragioni aggiunse

esempi e preci sí, ch’immantinente

Tarconte acconsentí. Strinser la lega,

unîr le £orze ed apprestâr le genti

in un momento. Di straniero duce

provvisti i Lidi, e già dal fato sciolti,

salîr sovra l’armata. E pria di tutti

uscio d’Enea la capitana avanti.

Questa avea sotto al suo rostro dipinti,

quai sotto al carro de la madre idèa,

due che ‘l legno traean frigi leoni,

e d’Ida gli pendea di sopra il monte,

amaro suo disio, dolce ricordo

del patrio nido. In su la poppa assiso

stava il duce troiano; e da sinistra

avea d’Evandro il figlio, che tra via

l’interrogava or del vïaggio stesso

e de le stelle, ed or degli altri suoi

o per terra o per mar passati affanni.

Apritemi Elicona, alme sorelle,

e cantate con me che gente e quanta

d’Etruria Enea seguisse, e di che parte,

e con qual’armi e come il mar solcasse.

Màssico il primo in su la Tigre imposto

avea di mille giovini un drappello,

che di Chiusi e di Cosa eran venuti

con l’arco in mano e con saette a’ fianchi.

Appresso a lui, seguendo, il torvo Abante

sotto l’insegna del dorato Apollo

seicento n’imbarcò di Populonia,

trecento d’Elba, in cui ferrigna vena

abbonda sí, che n’erano ancor essi

dal capo ai piè tutti di ferro armati.

Asíla il terzo, sacerdote e mago

che di fibre e di fulmini e d’uccelli

e di stelle era interprete e ‘ndovino,

mille ne conducea, ch’un’ordinanza

facean tutta di picche: e tutti a Pisa

eran soggetti, a la novella Pisa,

che, già figlia d’Alfeo, d’Arno ora è sposa.

Asture, ardito cavaliero e bello,

e con bell’armi di color diverse,

vien dopo questi con trecento appresso

di vari lochi, ma d’un solo amore

accesi a seguitarlo. Eran mandati

da Cerète e dai campi di Mignone,

dai Pirgi antichi e da l’aperte spiagge

de la non salutifera Gravisca.

Di te non tacerò, Cigno gentile,

di Cupàvo dicendo, ancor che poche

fosser le genti sue. Questi di Cigno

era figliuol, onde ne l’elmo avea

de le sue penne un candido cimiero

in memoria del padre, e de la nuova

forma in ch’ei si cangiò, tua colpa, Amore.

Ché de l’amor di Faetonte acceso,

come si dice, mentre che piangendo

stava la morte sua, mentre ch’a l’ombra

de le pioppe, che pria gli eran sorelle,

sfogava con la musa il suo dolore,

fatto cantando già canuto e vèglio

in augel si converse, e con la voce

e con l’ali da terra al cielo alzossi.

Il suo figlio co’ suoi portava un legno

a cui sotto la prora e sopra l’onde

stava un centauro minaccioso e torvo,

che con le braccia e con un sasso in atto

sembrava di ferirle, e via correndo

col petto le facea spumose e bianche.

Ocno poscia venia, del tosco fiume

e di Manto indovina il chiaro figlio,

che te, mia patria, eresse e che dal nome

de la gran madre sua Mantua ti disse:

Mantua d’alto legnaggio, illustre e ricca,

e non d’un sangue. Tre le genti sono,

e de le tre ciascuna a quattro impera,

di cui tutte ella è capo, e tutte insieme

son con le forze de l’Etruria unite.

Quinci ne fûr contra Mezenzio armati

cinquecento altri; e Mincio, un figlio altero

del gran Benàco, fu che gli condusse,

di verdi canne inghirlandato il fronte.

Giva il superbo Aulete con un legno

di cento travi il mar solcando in guisa

che spumante il facea, sonoro e crespo.

Premea le spalle d’un Tritone immane

che con la cava sua cerulea conca

tremar si facea l’acqua e i liti intorno.

Dal mezzo in su, la fronte ispido e ‘l mento

sembra d’umana forma; e ‘l ventre in pesce

gli si ristringe, e col ferino petto

fende il mar sí che rumoreggia e spuma.

Da questi eletti eroi, con queste genti

eran l’onde tirrene allor solcate

in sussidio di Troia. E già dal cielo

caduto il giorno, era de l’erta in cima

la vaga luna, quando il frigio duce,

or al timone, or a la vela intento,

co’ suoi pensier vegliava. Ed ecco avanti

nuotando gli si fa di ninfe un coro,

di lui prima compagne, e quelle stesse

che, già sue navi, da Cibele in ninfe

furon converse, e dee fatte del mare.

Tante in frotta ne gian per l’onde a nuoto

quante eran navi in prima. E di lontano

riconosciuto il re, danzando in cerchio

gli si strinsero intorno. Una fra l’altre,

la piú di tutte accorta parlatrice,

Cimodocèa, la sua nave seguendo,

con la destra a la poppa, e con la manca

tacita remigando, il capo e ‘l dorso

solo a galla tenendo, d’improvviso

cosí gli disse: “Enea, stirpe divina,

vegli tu? Veglia: il fune allenta, e ‘l seno

apri a le vele tue. De la tua classe

noi fummo i legni e de la selva idèa,

e siamo or ninfe. I Rutuli col foco

n’hanno e col ferro dipartite e spinte

da’ tuoi nostro malgrado. Or te cercando

siam qui venute. Per pietà di noi

la berecinzia madre in questa forma

n’ha del mar fatte abitatrici e dee.

Ma ‘l tuo fanciullo Iulo in mezzo a l’armi

si sta cinto di fossa e di muraglia

da’ feroci Latini assedïato.

I tuoi cavalli e gli Arcadi e gli Etruschi

unitamente han di già preso il loco

comandato da te. Turno disegna

co’ suoi d’attraversarli e porsi in mezzo

tra ‘l campo e loro. Or via, naviga, approda;

sorgi tu pria che ‘l sole, e sii tu ‘l primo

ad ordinar le tue genti a battaglia.

Prendi l’invitto e luminoso scudo

da Volcan fabbricato, e d’òr commesso;

ché diman, se mi credi, alta e famosa

farai tu strage de’ nemici tuoi”.

Ciò disse, e, come esperta, al legno in poppa

tal diè pinta al partir, che piú veloce

corse che dardo o stral che ‘l vento adegui.

Dietro gli altri affrettâr, sí che stupore

n’ebbe d’Anchise il figlio. E rincorato

da sí felice annunzio, al cielo orando

divotamente si rivolse, e disse:

“Alma dea, degli dèi gran genitrice,

di Díndimo regina, che di torri

vai coronata e ‘n su leoni assisa,

te per mia duce a questa pugna invoco.

Tu rendi questo augurio e questo giorno,

ti priego, a i Frigi tuoi propizio e lieto”.

Questo sol disse; e luminoso intanto

si fece il mondo. Ei primamente impose

che ratto al segno suo ciascun ne gisse,

ch’ognun s’armasse, ognuno a la battaglia

si disponesse. E già venuto a vista

de’ Rutuli e de’ Teucri, alto levossi

in su la poppa; s’imbracciò lo scudo,

e lo vibrò sí ch’ambedue raggiando

empié di luce e di baleni i campi.

Di su le mura la dardania gente

gioiosa infino al ciel le grida alzaro,

e sopraggiunta la speranza a l’ira,

a trar di nuovo e saettar si diêro

con un rumor, qual sotto l’atre nubi

nel dar segno di nembi e nel fuggirli

fan le strimonie gru schiamazzo e rombo.

Mentre ciò Turno e gli altri ausoni duci

stavan meravigliando, ecco a la riva

si fa pien d’armi e di navili il mare.

Enea di cima al capo e da la cresta

del fin elmo spargea lampi e scintille

d’ardente fiamma; e gran lustri e gran fochi

raggiava de lo scudo il colmo e l’oro,

come ne la serena umida notte

la lugubre e mortifera cometa

sembra che sangue avventi, o ‘l sirio Cane

quando nascendo a’ miseri mortali

ardore e sete e pestilenza apporta,

e col funesto lume il ciel contrista.

Non men per questo ha Turno ardire e speme

d’occupar prima il lito, e da la terra

ributtare i nemici. Egli, animando

e riprendendo la sua gente, avanti

si spinge a tutti, e griada: “Ecco adempito

vostro maggior disio. Piú non vi sono

le mura in mezzo. In voi, ne le man vostre

la pugna e Marte e la vittoria è posta.

Or qui de la sua donna, de’ suoi figli,

de la sua casa si rammenti ognuno;

ognun davanti si proponga i fatti

e le lodi de’ padri. Andiam noi prima

a rincontrargli, infin che l’onde e ‘l moto

ce gli rende del mar non fermi ancora.

Via, ch’agli arditi è la fortuna amica”.

Detto cosí, va divisando come

parte lor contra ne conduca, e parte

a l’assedio ne lasci. Intanto Enea

per disbarcare i suoi, le scafe e i ponti

avea già presti. E di lor molti attenti

al ritorno de’ flutti con un salto

si lanciarono in secco; e chi co’ remi,

chi con le travi ne l’arena usciro.

Tarconte, poi ch’ebbe la riva tutta

ben adocchiata, non là dove il vado

disperava del tutto, o dove l’onda

mormorando frangea, ma dove cheta

e senza intoppo avea corso e ricorso,

voltò le prore; e: “Via, – disse – compagni,

via, gente eletta, ite con tutti i remi,

di tutta forza, e sí pingete i legni,

che si faccian da lor canale e stazzo.

Dividete co’ rostri e con le prore

questa nemica terra: in questa terra

mi gittate una volta, e che che sia

segua poi del navile. A questo pregio

non curo del suo danno: afferri, e pèra”.

Al detto di Tarconte alto in su’ remi

levârsi e sí co’ rostri a’ liti urtaro,

ch’empiêr di spuma il mar, di sabbia i campi;

e i legni tutti ne l’asciutto infissi

fermârsi interi. Ma non già, Tarconte,

il legno tuo, che d’una ascosa falda

ebbe di sasso in approdando intoppo;

dal cui dorso inchinato, e dal mareggio

lungamente battuto, alfin del tutto

aperto e sconquassato, in mezzo a l’onde

le genti espose; e ‘l peso e l’imbarazzo

de l’armi, e gli armamenti infranti e sparsi

del rotto legno, e ‘l flutto che rediva

le tennero impedite e risospinte.

Turno le schiere sue rapidamente

al mar condusse, e tutte in ordinanza

su ‘l lito incontra a’ Teucri le dispose.

Diêron le trombe il segno. Il troian duce

fu che prima assalí le torme agresti,

e si fe’ con la strage de’ Latini

e con la morte di Terone in prima

augurio a la vittoria. Era Terone

un di corpo maggior degli altri tutti;

e tanto ebbe d’ardir che da se stesso

incontr’Enea si mosse. Enea col brando

tal un colpo gli trasse, che lo scudo,

benché ferrato, e la corazza e ‘l fianco

forogli insieme. Indi avventossi a Lica

che da l’aperte viscere fu tratto

de la già morta madre, e pargoletto,

preservato dal ferro, a te fu sacro,

Febo, padre di luce; ed or morendo

vittima cadde a Marte. Occise appresso

Cisso feroce, e Gía di corpo immane,

ch’ambi di mazze armati ivan le schiere

de’ suoi Teucri atterrando. E lor non valse

né d’Ercole aver l’armi né le braccia

d’erculea forza, né che già Melampo

lor padre in compagnia d’Ercole fosse

allor che de la terra a soffrir ebbe

i duri affanni. A Faro un dardo trasse,

mentre gridando e millantando incontra

gli si facea. Colpillo in bocca a punto,

sí che la chiuse e l’acchetò per sempre.

E tu, Cidon, per le sue mani estinto

misero! giaceresti a Clizio appresso,

tuo novo amore, a cui de’ primi fiori

eran le guance colorite a pena;

se non che de’ fratelli ebbe una schiera

subitamente a dosso. Eran costoro

sette figli di Forco, e sette dardi

gli avventaro in un tempo. Altri de’ quali

da l’elmo e da lo scudo risospinti,

altri furon da Venere sbattuti

sí, ch’o vani, o leggieri il corpo a pena

leccâr passando. In questa, Enea rivolto:

“Dammi, – disse ad Acate, – degl’intrisi

nel sangue greco, e sotto Ilio provati;

e non fia colpo in fallo”. Una grand’asta

gli porse Acate in prima, ed ei la trasse

sí, che volando ne lo scudo aggiunse

di Mèone, e la piastra ond’era cinto

e la corazza e ‘l petto gli trafisse.

Alcanor suo fratello nel cadere,

mentre le braccia al tergo gli puntella,

l’asta nel trapassare, il suo tenore

continüando, insanguinata e calda

la destra gli confisse: e da le spalle

pendé del frate, infin che l’un già morto,

e l’altro moribondo a terra stesi

giacquero entrambi. Numitore il terzo

da questo sconficcandola e da quello,

lanciolla incontro Enea. Di ferir lui

non gli successe, ma del grande Acate

graffiò la coscia lievemente, e scórse.

Clauso, il Sabino, ardito e poderoso

qui si mostrò con una picca in mano,

e Drïope investí nel primo incontro.

Glie n’appuntò nel gorgozzule, e pinse

tanto, che la parola e ‘l fiato e l’alma

in un gli tolse. Ed ei cadde boccone,

e per bocca gittò di sangue un fiume.

Cacciossi avanti, e tre di Tracia appresso

de la gente di Borea, e tre de’ figli

d’Idante, alunni d’Ismara e di Troia,

in varïate guise a terra stese.

Venne a rincontro Aleso, e degli Aurunci

un’ordinanza. Di Nettuno il figlio

Messapo i suoi cavalli avanti spinse,

ed or questi sforzandosi, ed or quelli

di cacciare i nemici, in su l’entrata

si combattea d’Italia. E quai tra loro

s’azzuffano a le volte avversi, e pari

di contesa e di forza in aria i vènti,

che né lor, né le nugole, né ‘l mare

ceder si vede, e lungamente incerta

sí la mischia travaglia, ch’ogni cosa

d’ogni parte tumultüa e contrasta;

tale appunto de’ Rutuli e de’ Teucri

era la pugna e sí fiera e sí stretta,

che giunte si vedean l’armi con l’armi,

e le man con le mani, e i piè co’ piedi.

D’altra parte ove rapido e torrente

avea ‘l fiume travolti arbori e sassi,

da loco malagevole impediti

gli Arcadi cavalieri a piè smontaro;

e ne’ pedestri assalti ancor non usi,

da’ Latini incalzati, avean le terga

già volte a Lazio, quando (quel che s’usa

in sí duri partiti) a lor rivolto

Pallante, or con preghiere, or con rampogne:

“Ah, compagni, ah, fratelli, – iva gridando, –

dove fuggite? Per onor di voi,

per la memoria di tant’altri vostri

egregi fatti, per l’egregia fama,

per le vittorie del gran duce Evandro,

e per la speme che di me concetta

a la paterna lode emula avete,

non ponete ne’ piè vostra fidanza.

Col ferro aprir la strada ne conviene

per mezzo di color che là vedete,

che piú folti n’incalzano e piú feri.

Per là comanda l’alta patria nostra

che voi meco n’andiate. E di lor nullo

è che sia dio: son uomini ancor essi

come siam noi: e noi com’essi avemo

il cor, le mani e l’armi. E dove, dove

vi salverete? Non vedete il mare

che v’è davanti, e che la terra manca

al fuggir vostro? E se per l’onde ancora

fuggiste, alfin dove n’andrete? a Troia?”

E, cosí detto, in mezzo de’ piú densi

e de’ piú formidabili nemici

anzi a tutti avventossi. E Lago il primo

per sua disavventura gli s’oppose.

Stava costui chinato, e per ferirlo

divelto avea di terra un gran macigno,

quando lo sopraggiunse, e nella schiena

tra costa e costa il suo dardo piantogli;

sí che tirando e dimenando a pena

ne lo ritrasse. Isbon, di Lago amico,

mentr’egli in ciò s’occúpa, ebbe speranza

di vendicarlo, e ‘ncontra gli si mosse.

Ma non gli riuscí: ché mentre, incauto,

dal dolor trasportato e da lo sdegno

del suo morto compagno, infurïava,

ne la spada del giovine infilzossi

da l’un de’ fianchi: onde trafitto e smunto

ne fu di sangue il cor, d’ira il polmone.

Poscia Stènelo occise; occise appresso

Anchèmolo. Costui fu de l’antica

stirpe di Reto. E voi, Laride e Timbro,

figli di Dauco, ambi d’un parto nati,

per le sue man cadeste. Eran costoro

sí l’un del tutto a l’altro somigliante,

che dal padre indistinti e da la madre

facean lor grato errore e dolce inganno.

Sol or Pallante (ahi! troppo duramente)

vi fe’ diversi: ch’a te ‘l capo netto,

Timbro, recise; a te, Laride, in terra

mandò la destra. E questa anche guizzando

te per suo riconobbe, e con le dita

strinse il tuo ferro, e ‘l brancicò piú volte.

Gli Arcadi da’ conforti e da le prove

accesi di Pallante; e per dolore

e per vergogna di furor s’armaro

contr’a’ nimici. Seguitò Pallante;

ed a Retèo ch’era fuggendo in volta

sopra una biga, nel passargli a canto,

trasse d’un’asta; e tanto Ilo d’indugio

ebbe a la morte sua, ch’ad Ilo indritto

era quel colpo in prima. Ma Retèo

venne di mezzo, e ricevello in vece

d’altri colpi che dietro minacciando

gli venian Teutro e Tiro, i due buon frati

che gli eran sopra. Traboccò dal carro

mezzo tra vivo e morto, e calcitrando

de’ Rutuli batté l’amica terra.

Come il pastor ne’ dolci estivi giorni

a lo spirar de’ vènti il foco accende

in qualche selva: che diversamente

lo sparge in prima; e con diversi incendi

súbito di Volcan ne va la schiera

ciò ch’è di mezzo divorando in guisa

ch’un sol diventa; ed ei stassi in disparte

del fatto altero, e di veder gioioso

la vincitrice fiamma, e l’arso bosco;

cosí ‘l valor degli Arcadi ristretto

per soccorrer Pallante insieme unissi.

Ma ‘l bellicoso Aleso incontro a loro

si ristrinse ancor ei con l’armi sue,

e Ladone e Demòdoco e Fereto

occise in prima. Indi a Strimonio un colpo

trasse di spada, che la destra mano,

mentre con un pugnal gli era a la gola,

gli recise di netto. E sí d’un sasso

ferí Toante in volto, che gl’infranse

il teschio tutto, e ne schizzâr col sangue

l’ossa e ‘l cervello. Era d’Aleso il padre

mago e ‘ndovino; e del suo figlio il fato

avea previsto; onde gran tempo ascoso

in una selva il tenne. E non per questo

franse il destino; ché già vèglio a pena

chiusi ebbe gli occhi, che le Parche addosso

gli diêr di mano: onde a morir devoto

fu per l’armi d’Evandro. Incontro a lui

mosse Pallante in cotal guisa orando:

“Da’, padre Tebro, a questo dardo indrizzo,

fortuna e strada; ond’io nel petto il pianti

del duro Aleso; e ‘l dardo e le sue spoglie,

a te fian poscia in questa quercia appese”.

Udillo il Tebro: e mentre Aleso, aíta

porgendo ad Imaon, lo scudo stende

per coprir lui, se stesso discoverse

al colpo di Pallante, e morto cadde.

Lauso che de la pugna era gran parte,

visto al cader d’un sí degno campione

caduta la contesa e l’ardimento

de le schiere latine, egli in sua vece

tosto avanti si spinse e rinfrancolle.

E prima di sua mano Abante ancise,

ch’era di quella zuffa un duro intoppo,

e de’ nemici il piú saldo sostegno.

Or qui strage si fa d’Arcadi insieme,

e di Toschi e di voi, Troiani, intatti

ancor da’ Greci. E qui d’ambe le parti

tutti con tutti ad affrontar si vanno.

Pari le forze e pari i capitani

son d’ambi i lati; e quinci e quindi ardenti

si ristringono in guisa che gli estremi

fanno ancor calca e ‘mpedimento a’ primi.

Da questa parte sta Pallante, e Lauso

da quella, i suoi ciascuno inanimando,

spingendo e combattendo. E l’un diverso

non è molto da l’altro né d’etate

né di bellezza; e parimente il fato

a ciascuno ha di lor tolto il ritorno

ne la sua patria. E non però tra loro

s’affrontâr mai; ché ‘l regnator celeste

riserbava la morte d’ambedue

a nemici maggiori. In questo mezzo

la ninfa, che di Turno era sorella,

il suo frate avvertisce che soccorso

procuri a Lauso. Ond’ei tosto col carro

le schiere attraversando, a’ suoi compagni

giunto che fu: “Via, – disse – or non è tempo

che voi piú combattiate. Io sol ne vado

contra Pallante; a me solo è dovuta

la morte sua: cosí ‘l suo padre stesso

v’intervenisse, e spettator ne fosse”.

Detto ch’egli ebbe, incontinente i suoi,

siccome imposto avea, del campo usciro.

Pallante, visti i Rutuli ritrarsi,

e lui sentendo che con tanto orgoglio

lor comandava, poscia che ‘l conobbe,

lo squadrò tutto, e stupido fermossi

a veder sí gran corpo. Indi feroce

gli occhi intorno girando, a i detti suoi

cosí rispose: “Oggi o d’opime spoglie

o di morte onorata il pregio acquisto.

E ‘l padre mio (tal è d’animo invitto

incontr’ogni fortuna, o buona o rea

che sia la mia) ne porrà ‘l core in pace.

Via, che d’altro è mestier che di minacce”.

E, ciò detto, si mosse, e fiero in mezzo

presentossi del campo. Un gel per l’ossa

e per le vene agli Arcadi ne corse.

E Turno dalla biga con un salto

lanciossi a terra; ch’assalirlo a piedi

prese consiglio. E qual fiero leone

che, veduto nel pian da lunge un toro

con le corna a battaglia esercitarsi,

dal monte si dirupa e rugge e vola,

tal fu di Turno la sembianza a punto

nel girgli incontro. Il giovine, che meno

avea di forze, s’avvisò di tempo

prender vantaggio, e di provare osando

s’aver potesse in alcun modo amica

almen fortuna; e già ch’a tiro d’asta

s’eran vicini, al ciel rivolto disse:

“Ercole, se ti fu del padre mio

l’ospizio accetto, e la sua mensa a grado,

allor che peregrin seco albergasti,

dammi, ti priego, a tanta impresa aíta,

sí che Turno egli stesso in chiuder gli occhi

veggia e senta, morendo, ch’a me tocca

vincere e spogliar lui d’armi e di vita”.

Udillo Alcide, e per pietà che n’ebbe

nel suo cor se ne dolse e lacrimonne,

quantunque indarno. E Giove, per conforto

del figlio suo, cosí seco ne disse:

“Destinato a ciascuno è ‘l giorno suo;

e breve in tutti e lubrica e fugace

e non mai reparabile sen vola

l’umana vita. Sol per fama è dato

agli uomini che sian vivaci e chiari

piú lungamente. Ma virtute è quella

che gli fa tali. E non per questo alcuno

è che non muoia. E quanti ne moriro

sotto il grand’Ilio, ch’eran nati in terra

di voi celesti? E Sarpedonte è morto

ch’era mio figlio, e Turno anco morrà;

e già de la sua vita è giunto al fine”.

Cosí disse, e da’ rutuli confini

torse la vista. Allor Pallante trasse

con gran forza il suo dardo, e ‘l brando strinse

incontro a Turno. Investí ‘l dardo a punto

là ‘ve ‘l braccial su l’omero s’affibbia,

e tra ‘l suo groppo e l’orlo de lo scudo

come strisciando, di sí vasto corpo

lievemente afferrò la pelle a pena.

Turno, poi che ‘l nodoso e ben ferrato

suo frassino brandito e bilanciato

ebbe piú volte: “Or prova tu – gli disse –

se ‘l mio va dritto, e se colpisce e fóra

piú del tuo ferro”. E trasse. Andò ronzando

per l’aura, e con la punta a punto in mezzo

si piantò de lo scudo. E tante piastre

di metallo e d’acciaio, e tante cuoia

ond’era cinto, e la corazza e ‘l petto

passogli insieme. Il giovine ferito

tosto fuor si cavò di corpo il tèlo;

ma non gli valse, ché con esso il sangue

e la vita n’uscio. Cadde boccone

in su la piaga, e tal diè d’armi un crollo,

che, ancor morendo, la nimica terra

trepida ne divenne e sanguinosa.

Turno sopra il cadavere fermossi

alteramente e disse: “Arcadi, udite,

e per me riportate al vostro Evandro,

che qual di rivedere ha meritato

il suo Pallante, tal glie ne rimando;

e gli fo grazia che d’esequie ancora

e di sepolcro e di qual altro fregio

che conforto gli sia, l’orni e l’onori;

ch’assai ben caro infino a qui gli costa

l’amicizia d’Enea”. Cosí dicendo,

col manco piè calcò l’estinto corpo;

e d’oro un cinto ne rapí di pondo,

d’artificio e di pregio, ove per mano

era del buon Eurizio istorïata

la fiera notte e i sanguinosi letti

di quell’empie fanciulle, in grembo a cui

fûr già tanti in un tempo e frati e sposi,

sotto fé d’Imeneo, giovani ancisi.

Di questa spoglia altero e baldanzoso

vassene or Turno. O cieche umane menti,

come siete de’ fati e del futuro

poco avvedute! E come oltra ogni modo

ne’ felici successi insuperbite!

Tempo a Turno verrà ch’ogni gran cosa

ricompreria di non aver pur tocco

Pallante; e le sue spoglie e ‘l dí che l’ebbe

in odio gli cadranno. Il morto corpo,

nel suo scudo composto, i suoi compagni

levâr dal campo, e con solenne pompa

e con molti lamenti, e molto pianto

lo riportaro al padre. Oh, qual, Pallante,

tornasti al padre tuo gloria e dolore!

Ch’una stessa giornata, ch’a la guerra

ti diede, a lui ti tolse. Oh pur gran monti

lasciasti pria di tuoi nemici estinti!

Corse la fama, anzi il verace avviso

a l’orecchie d’Enea d’un danno tale

e d’un tanto periglio, che già vòlto

era il suo campo in fuga. Incontinente

si fa col ferro una spianata intorno;

poscia s’apre una via, di te cercando,

Turno, e ‘l tuo rintuzzar cresciuto orgoglio

per la vittoria di Pallante occiso.

Pallante, Evandro e l’accoglienze loro

e le lor mense ove con tanto amore

forestier fu raccolto, e la contratta

già tra loro amistà davanti agli occhi

si vedea sempre. E per onore a l’ombra

de l’amico, e per vittima al grand’Orco,

molti giovini avea già destinati

vivi sacrificar sopra il suo rogo;

e di già ne facea quattro d’Ufente

addur legati, e quattro di Sulmona.

E tra via combattendo, incontr’a Mago

tirò d’un’asta, a cui sotto chinossi

l’astuto a tempo sí che sopra al capo

gli trapassò divincolando il colpo;

e ratto risorgendo umilemente

gli abbracciò le ginocchia, e cosí disse:

“Per tuo padre e tuo figlio, Enea, ti prego,

a mio padre, a mio figlio mi conserva.

Di gran legnaggio io sono: gran tesori

tengo d’argento sotterrati e d’oro

in massa e ‘n conio. La vittoria vostra

solo in me non consiste. Una sol’alma

in cosí grave e grande affar che monta?”

Rispose Enea: “Le tue conserve d’oro

e d’argento conserva a’ figli tuoi.

Questi mercati ha Turno primamente

tolti fra noi, poi c’ha Pallante occiso:

ed al mio padre ed al mio figlio in grado

fia la tua morte. Ciò dicendo, a l’elmo

la man gli stese: e poiché gli ebbe il collo

chinato al colpo, insino a l’else il ferro

ne la gola gl’immerse. Indi non lunge

Emònide incontrando, un sacerdote

di Febo e di Dïana, il fronte adorno

di sacra benda, e tutto rilucente

di vesti e d’armi, addosso gli si scaglia.

Fugge Emònide, e cade. Enea gli è sopra,

lo sacrifica a l’ombra e d’ombra il cuopre.

Poscia de l’armi, che ‘l meschino a pompa

portò piú ch’a difesa, il buon Seresto

lo spoglia, e per trofeo le appende in campo

a te, gran Marte. Ecco di nuovo intanto

Cècolo, di Vulcan l’ardente figlio,

e ‘l marso Ombron ne la battaglia entrando,

e rimettendo le lor genti insieme,

spingonsi avanti. Enea da l’altra parte

infurïava. Ad Ànsure avventossi,

e ‘l manco braccio con la spada in terra

gittogli e de lo scudo il cerchio intero.

Gran cose avea costui cianciate in prima

e concepute; e d’adempirle ancora

s’era promesso. Avea forse anco in cielo

riposti i suoi pensieri, e s’augurava

lunga vita e felice. E pur qui cadde.

Poscia Tàrquito ardente, e d’armi cinto

fulgenti e ricche, incontro gli si fece.

Era costui di Fauno montanaro

e de la ninfa Drïope creato,

giovine fiero. Enea parossi avanti

a la sua furia, e pinse l’asta in guisa

che lo scudo impedigli e la corazza.

Allora indarno il misero a pregarlo

si diede. E mentre a dir molto s’affanna

per lo suo scampo, ei con un colpo a terra

gittogli il capo; e travolgendo il tronco

tiepido ancor, sopra gli stette e disse:

“Qui con la tua bravura te ne stai,

tremendo e formidabile guerriero:

né di terra tua madre ti ricuopra,

né di tomba t’onori. Ai lupi, ai corvi

ti lascio, o che la piena in alcun fosso

ti tragga, o che nel fiume, o che nel mare

ai famelici pesci esca ti mandi”.

Indi muove in un tempo incontro a Lica.

E segue Anteo, che ne le prime schiere

era di Turno. Assaglie il forte Numa,

fere il biondo Camerte. Era Camerte

figlio a Volscente, generoso germe

del magnanimo padre, e de’ piú ricchi

d’Ausonia tutta: in quel tempo reggea

la taciturna Amicla. In quella guisa

che si dice Egeon con cento braccia

e cento mani, da cinquanta bocche

fiamme spirando e da cinquanta petti,

esser già stato col gran Giove a fronte

quando contra i suoi folgori e i suoi tuoni

con altrettante spade ed altrettanti

scudi tonava e folgorava anch’egli;

in quella stessa Enea per tutto ‘l campo,

poi ch’una volta il suo ferro fu caldo,

contra tutti vincendo infurïossi.

Ecco Nifeo su quattro corridori

si vede avanti; e contra gli si spinge

sí ruïnoso, e tal fa lor fremendo

téma e spavento, che i destrier rivolti

lui dal carro traboccano, e disciolti

sen vanno e vòti imperversando al mare.

Lúcago intanto e Lígeri, due frati

con due giunti cavalli ambi in un tempo

gli si fan sopra. Lígeri a le briglie

sedea per guida, Lúcago rotava

la spada a cerco. Enea, non sofferendo

la tracotanza, a la già mossa biga

piantossi avanti; e Lígeri gli disse:

“Enea, tu non sei già con Dïomede,

né con Achille questa volta a fronte;

né son questi i cavalli e ‘l carro loro:

di Lazio è questo e non de’ Frigi il campo:

qui finir ti convien la guerra e i giorni”.

Queste vane minacce e questo vento

soffiava il folle. Enea d’altro risposta

non gli diè che de l’asta. E mentre avanti

spinge l’uno i destrieri, e l’altro al colpo

si sta chinato e col piè manco in atto

di ferir lui, la sua lancia a lo scudo

entrò sotto di Lúcago, e nel manco

lato ne l’anguinaia il colse a punto,

e giú del carro moribondo il trasse.

Indi ancor egli motteggiollo e disse:

“A te né paventosi né restii

son già, Lúcago, stati i tuoi cavalli.

Tu da te stesso un sí bel salto hai preso

fuor del tuo carro”. E, ciò detto, ai destrieri

diè di piglio. Il suo frate uscito intanto

dal carro stesso, umíle e disarmato

stendea le palme in tal guisa pregando:

“Deh, per lo tuo valore e per coloro

che ti fêr tale, abbi di me, signore,

pietà, che supplicando in don ti chieggio

questa misera vita”. E seguitando

la sua preghiera, a lui rispose Enea:

“Tu non hai già cosí dianzi abbaiato.

Muori; e morendo il tuo frate accompagna”.

E con queste parole il ferro spinse,

e gli aprí ‘l petto, e l’alma ne disciolse.

Mentre cosí per la campagna Enea

strage facendo, e di torrente in guisa

e di tempesta infurïando scorre,

Ascanio e la troiana gioventute,

indarno entro a le mura assedïata,

saltano in campo. Ed a Giunone intanto

cosí Giove favella: “O mia diletta

sorella e sposa, ecco testé si vede

com’ha la tua credenza e ‘l tuo pensiero

verace incontro, e come Citerea

sostenta i Teucri suoi. Vedi com’essi

non son né valorosi né guerrieri,

e i cor non hanno ai lor perigli eguali”.

A cui Giunon tutta rimessa: “Ah, – disse –

caro consorte, a che mi strazi e pugni,

quando è pur troppo il mio dolor pungente

e pur troppo tem’io le tue punture?

Ma se qual era e qual esser potrebbe,

fosse or teco il poter de l’amor mio,

teco che tanto puoi, da te negato

non mi fôra, signor, ch’oggi il mio Turno

fosse da la battaglia e da la morte

per me sottratto e conservato al vecchio

Dauno suo padre. Or pèra, e col suo sangue,

che pure è pio, la cupidigia estingua

de’ suoi nemici. E pur anch’egli è nato

dal nostro sangue; e pur Pilunno è quarto

padre di lui: da lui pur largamente

gli altar molte fïate e i templi tuoi

son de’ suoi molti doni ornati e carchi”.

Cui del ciel brevemente il gran motore

cosí rispose: “Se indugiar la morte,

ch’è già presente, e prolungare i giorni

al già caduco giovine t’aggrada

per alcun tempo, e tu con questo inteso

l’accetti, va tu stessa, e da la pugna

sottrallo e dal destino. A tuo contento

fin qui mi lece. Ma se in ciò presumi

anco piú di sua vita, o de la guerra,

che del tutto si mute o si distorni,

invan lo speri”. A cui Giuno piangendo

soggiunse: “E che saria, se quel ch’in voce

ti gravi a darmi, almen nel tuo secreto

mi concedessi? e questa vita a Turno

si stabilisse? già ch’indegna e cruda

morte gli s’avvicina, o ch’io del vero

mi gabbo. Tu che puoi, signor, rivolgi

la mia paura e i tuoi pensieri in meglio”.

Poscia che cosí disse, incontinente

dal ciel discese, e con un nembo avanti

e nubi intorno, occulta infra i due campi

sopra terra calossi. Ivi di nebbia,

di colori e di vento una figura

formò (cosa mirabile a vedere!)

in sembianza d’Enea; d’Enea lo scudo,

la corazza, il cimiero e l’armi tutte

gli finse intorno, e gli diè ‘l suono e ‘l moto

propri di lui, ma vani, e senza forze

e senza mente; in quella stessa guisa

che si dice di notte ir vagabonde

l’ombre de’ morti, e che i sopiti sensi

son da’ sogni delusi e da fantasme.

Questa mentita imago anzi a le schiere

lieta insultando, a Turno s’appresenta,

lo provoca e lo sfida. E Turno incontra

le si spinge e l’affronta; e pria da lunge

il suo dardo le avventa, al cui stridore

volg’ella il tergo e fugge. Ed ei sospinto

da la vana credenza e da la folle

sua speme insuperbito, la persegue

con la spada impugnata “E dove, e dove, –

dicendo, – Enea, ten fuggi? ove abbandoni

la tua sposa novella? Io di mia mano

de la terra fatale or or t’investo,

che tanto per lo mar cercando andavi”.

E gridando l’incalza, e non s’avvede

che quel che segue e di ferir agogna,

non è che nebbia che dal vento è spinta.

Era per sorte in su la riva un sasso

di molo in guisa; ed un navile a canto

gli era legato, che la scala e ‘l ponte

avea su ‘l lito, onde ne fu pur dianzi

Osinio, il re di Chiusi, in terra esposto.

In questo legno, di fuggir mostrando,

ricovrossi d’Enea la finta imago,

e vi s’ascose. A cui dietro correndo

Turno senza dimora, infurïato

il ponte ascese. Era a la prora a pena

che Giunon ruppe il fune, e diede al legno

per lo travolto mare impeto e fuga.

Intanto Enea, di Turno ricercando,

a battaglia il chiamava. Ed or di questo

ed or di quello e di molti anco insieme

facea strage e scompiglio; e la sua larva,

poiché di piú celarsi uopo non ebbe,

fuor de la nave uscendo alto levossi,

e con l’atra sua nube unissi e sparve.

Turno, cosí schernito, e già nel mezzo

del mar sospinto, indietro rimirando

come del fatto ignaro, e del suo scampo

sconoscente e superbo, al ciel gridando

alzò le palme, e disse: “Ah, dunque io sono

d’un tanto scorno, onnipotente padre,

da te degno tenuto? a tanta pena

m’hai riservato? ove son io rapito?

onde mi parto? chi cosí mi caccia?

chi mi rimena? e fia ch’un’altra volta

io ritorni a Laurento? e ch’io riveggia

l’oste piú con quest’occhi? e che diranno

i miei seguaci, e quei che m’han per capo

di questa guerra, che da me son tutti

ahi vitupèro!) abbandonati a morte?

E già rotti li veggio, e già gli sento

gridar cadendo. O me lasso! che faccio?

Qual è del mar la piú profonda terra

che mi s’apra e m’ingoi? A voi piuttosto,

vènti, incresca di me. Voi questo legno

fiaccate in qualche scoglio, in qualche rupe,

ch’io stesso lo vi chieggio; o ne le sirti

mi seppellite, ove mai piú non giunga

Rutulo che mi veggia, o mi rinfacci

questa vergogna e quest’infamia, ond’io

sono a me consapevole e nimico”.

Cosí dicendo, un tanto disonore

in sé sdegnando, e di se stesso fuori,

strani, diversi e torbidi pensieri

si volgea per la mente, o con la spada

passarsi il petto, o traboccarsi in mezzo,

sí com’era, del mare, e far, notando,

pruova o di ricondursi ond’era tolto,

o d’affogarsi. E l’una e l’altra via

tentò tre volte; e tre volte la dea,

di lui mossa a pietà, ne lo distolse.

Dal turbine e dal mar cacciato intanto

si scórse il legno, che del padre Dauno

a l’antica magion per forza il trasse.

Mezenzio in questo mentre che da l’ira

era spinto di Giove, ardente e fiero

entrò ne la battaglia; e i Teucri assalse

che già ‘l campo tenean superbi e lieti.

Da l’altro canto le tirrene schiere

mossero incontro a lui. Contra lui solo

s’unîr tutti de’ Toschi e gli odi e l’armi;

ed egli, a tutti opposto, alpestro scoglio

sembrava, che nel mar si sporga, e i flutti,

e i vènti minacciar si senta intorno,

e non punto si crolli. Ognun ch’avanti

o l’ardir gli mandava o la fortuna,

a’ piè si distendea. Nel primo incontro

Ebro di Dolicào, Làtago e Palmo

tolse di mezzo. Ebro passò fuor fuori

con un colpo di lancia: il volto e ‘l teschio,

un gran macigno a Làtago avventando,

infranse tutto; ambi i garretti a Palmo

ch’avanti gli fuggia, tronchi di netto,

lasciò che rampicando a morir lunge

a suo bell’agio andasse; ma de l’armi

spogliollo in prima, e la corazza in collo

e l’elmo in testa al suo Lauso ne pose.

Occise dopo questi il frigio Evante:

poscia Mimante ch’era pari a Pari

di nascimento, e d’amor seco unito.

D’Àmico nacque, e ne la stessa notte

Teàna la sua madre in luce il diede,

che diè Paride al mondo Ecuba pregna

di fatal fiamma. E pur l’un d’essi occiso

fu ne la patria, e l’altro sconosciuto

qui cadde. Era a veder Mezenzio in campo

qual orrido, sannuto, irto cignale

in mezzo a’ cani allor che da’ pineti

di Vèsolo, o da’ boschi o da’ pantani

di Laurento è cacciato, ove molt’anni

si sia difeso; ch’a le reti aggiunto

si ferma, arruffa gli omeri e fremisce

co’ denti in guisa che non è chi presso

osi affrontarlo, ma co’ dardi solo,

e con le grida a man salva d’intorno

gli fan tempesta. Cosí contra a lui

non s’arrischiando le nemiche squadre

stringere i ferri, le minacce e l’armi

gli avventavan da lunge; ed ei fremendo

stava intrepido e saldo, e con lo scudo

sbattea de l’aste il tempestoso nembo.

Di Còrito venuto a questa guerra

era un Greco bandito, Acron chiamato,

novello sposo che, non giunto ancora

con la sua donna, a le sue nozze il folle

avea l’armi anteposte. E in quella mischia

d’ostro e d’òr riguardevole e di penne,

sponsali arnesi e doni, ovunque andava,

per le schiere facea strage e baruffa.

Mezenzio il vide; e qual digiuno e fiero

leon da fame stimolato, errando

si sta talor sotto la mandra, e rugge:

se poi fugace damma, o di ramose

corna gli si discopre un cervo avanti,

s’allegra, apre le canne, arruffa il dorso,

si scaglia, ancide e sbrana, e ‘l ceffo e l’ugne

d’atro sangue s’intride; in tal sembiante

per mezzo de lo stuol Mezenzio altero

s’avventa. Acron per terra al primo incontro

ne va rovescio; e l’armi e ‘l petto infranto,

sangue versando, e calcitrando, spira.

Morto Acrone, ecco Orode, che davanti

gli si tolle. Ei lo segue; e non degnando

ferirlo in fuga, o che fuggendo occulto

gli fosse il feritor, lo giunge e ‘l passa,

l’incontra, lo provòca, a corpo a corpo

con lui s’azzuffa, che di forze e d’armi

piú valea che di furto. Alfin l’atterra

e l’asta e ‘l piè sopra gl’imprime e dice:

“Ecco, Orode è caduto: una gran parte

giace de la battaglia”. A questa voce

lieti alzaro i compagni al ciel le grida;

ed ei mentre spirava: “Oh, – disse a lui, –

qual che tu sii, non fia senza vendetta

la morte mia: né lungamente altero

n’andrai: ché dietro a me nel campo stesso

cader convienti”. A cui Mezenzio un riso

tratto con ira: “Or sii tu morto intanto, –

rispose, – e quel che può Giove disponga

poscia di me”. Cosí dicendo il tèlo

gli divelse dal corpo, ed ei le luci

chiuse al gran buio ed al perpetuo sonno.

Cèdico occise Alcato, Socratóre

occise Idaspe; a due la vita tolse

Rapo, a Partenio ed al gagliardo Orsone;

Messapo anch’egli a due la morte diede:

a Clònio da cavallo, ad Ericate,

ch’era pedone, a piede. Agi di Licia

movendo incontro a lui, fu da Valero

valoroso, e de’ suoi degno campione,

a terra steso; Atron da Salio anciso;

e Salio da Nealce, che di dardo

era gran feritore e grande arciero.

D’ambe le parti erano Morte e Marte

del pari; e parimente i vincitori

e i vinti ora cadendo, ora incalzando,

seguian la zuffa; né viltà, né fuga

né di qua né di là vedeasi ancora.

L’ira, la pertinacia e le fatiche

erano e quinci e quindi ardenti e vane.

E di questi e di quelli avean gli dèi

che dal ciel gli vedean, pietà e cordoglio.

Stava di qua Ciprigna e di là Giuno

a rimirarli; e pallida fra mezzo

di molte mila infurïando andava

la nequitosa Erinni. Una grand’asta

prese Mezenzio un’altra volta in mano

e turbato squassandola, del campo

piantossi in mezzo, ad Orïon simíle

quando co’ piè calca di Nereo i flutti,

e sega l’onde, con le spalle sopra

a l’onde tutte; o qual da’ monti a l’aura

si spicca annoso cerro, e ‘l capo asconde

infra le nubi. In tal sembianza armato

stava Mezenzio. Enea tosto che ‘l vede

ratto incontro gli muove. Ed egli immoto

di coraggio e di corpo ad aspettarlo

sta qual pilastro in sé fondato e saldo.

Poscia ch’a tiro d’asta avvicinato

gli fu d’avanti: “O mia destra, o mio dardo,

disse, – che dii mi siete, il vostro nume

a questo colpo imploro: ed a te, Lauso,

già di questo ladron le spoglie e l’armi

per mio trofeo consacro”. E, cosí detto,

trasse. Stridendo andò per l’aura il tèlo:

ma giunto, e da lo scudo in altra parte

sbattuto, di lontan percosse Antòre

fra le costole e ‘l fianco, Antor d’Alcide

onorato compagno. Era venuto

d’Argo ad Evandro; e qui cadde il meschino

d’altrui ferita. Nel cader, le luci

al ciel rivolse e, d’Argo il dolce nome

sospirando, le chiuse. Enea con l’asta

ben tosto a lui rispose. E lo suo scudo

percosse anch’egli, e l’interzate piastre

di ferro e le tre cuoia e le tre falde

di tela, ond’era cinto, infino al vivo

gli passò de la coscia. Ivi fermossi,

ché piú forza non ebbe. Ma ben tosto

ricovrò con la spada, e fiero e lieto,

visto già del nemico il sangue in terra

e ‘l terror ne la fronte, a lui si strinse.

Lauso, che in tanto rischio il caro padre

si vide avanti, amor, téma e dolore

se ne sentí, ne sospirò, ne pianse.

E qui, giovine illustre, il caso indegno

de la tua morte e ‘l tuo zelo e ‘l tuo fato

non tacerò; se pur tanta pietate

fia chi creda de’ posteri, e d’un figlio

d’un empio padre. Il padre a sí gran colpo

si trasse indietro; ché di già ferito,

benché non gravemente, e da l’intrico

de l’asta imbarazzato, era a la pugna

fatto inutile e tardo. Or mentre cede,

mentre che de lo scudo il dardo ostile

di sferrar s’argomenta, il buon garzone

succede ne la pugna, e del già mosso

braccio e del brando che stridente e grave

calava per ferirlo, il mortal colpo

ricevé con lo scudo e lo sostenne.

E perch’agio a ritrarsi il padre avesse

riparato dal figlio, i suoi compagni

secondâr con le grida; e con un nembo

d’armi, che gli avventâr tutti in un tempo,

lo ributtaro. Enea via piú feroce

infurïando, sotto al gran pavese

si tenea ricoverto. E qual, cadendo

grandine a nembi, il vïator talora,

ch’in sicuro a l’albergo è già ridotto,

ogni agricola vede, ogni aratore

fuggir da la campagna; o qual d’un greppo,

d’una ripa, o d’un antro il zappatore,

piovendo, si fa schermo, e ‘l sole aspetta

per compir l’opra; in quella stessa guisa,

tempestato da l’armi, Enea la nube

sostenea de la pugna; e Lauso intanto

minacciando garria: “Dove ne vai,

meschinello, a la morte? A che pur osi

piú che non puoi? La tua pietà t’inganna,

e sei giovane e soro”. Ei non per questo,

folle, meno insultava; onde piú crebbe

l’ira del teucro duce. E già la Parca,

vòta la rócca e non pien anco il fuso,

il suo nitido filo avea reciso.

Trasse Enea de la spada, e ne lo scudo,

che liev’era e non pari a tanta forza,

lo colpí, lo passò, passogli insieme

la veste che di seta e d’òr contesta

gli avea la stessa madre; e lui per mezzo

trafisse, e moribondo a terra il trasse.

Ma poscia che di sangue e di pallore

lo vide asperso e della morte in preda,

ne gl’increbbe e ne pianse; e di paterna

pietà quasi un’imago avanti agli occhi

veder gli parve, e ‘ntenerito il core,

stese la destra e sollevollo e disse:

“Miserabil fanciullo! e quale aíta,

quale il pietoso Enea può farti onore

degno de le tue lodi e del presagio

che n’hai dato di te? L’armi, che tanto

ti son piaciute, a te lascio, e ‘l tuo corpo

a la cura de’ tuoi, se di ciò cura

ha pur l’empio tuo padre, acciò di tomba

e d’esequie t’onori. E tu, meschino,

poi che dal grand’Enea morte ricevi,

di morir ti consola”. Indi assecura,

sollecita, riprende, e de l’indugio

garrisce i suoi compagni; e di sua mano

l’alza, il sostiene, il terge e de la gora

del suo sangue lo tragge, ove rovescio

giace languido il volto e lordo il crine,

che di rose eran prima e d’ostro e d’oro.

Stava del Tebro in su la riva intanto

lo sfortunato padre, e la ferita

già lavata ne l’onde, afflitto e stanco

s’era con la persona appo d’un tronco

per posarsi appoggiato; e l’elmo a canto

da’ rami gli pendea. L’armi piú gravi

su ‘l verde prato avean posa con lui.

Stavagli intorno de’ piú scelti un cerchio

e de’ piú fidi. Ed egli anelo ed egro,

chino il collo al troncone e ‘l mento al petto,

molto di Lauso interrogava, e molti

gli mandava or con preci or con precetti,

ch’al mesto padre omai si ritraesse.

Ma già vinto, già morto e già disteso

sopra al suo scudo, a braccia riportato

da’ suoi con molto pianto era il meschino.

Udí Mezenzio il pianto, e di lontano

(come del mal sovente è l’uom presago)

morto il figlio conobbe. Onde di polve

sparso il canuto crine, ambe le mani

al ciel alzando, al suo corpo accostossi:

“Ah! mio figlio, – dicendo – ah! come tanto

fui di vivere ingordo, che soffrissi

te, di me nato, andar per me di morte

a sí gran rischio, a tal nimica destra

succedendo in mia vece? Adunque io salvo

son per le tue ferite? Adunque io vivo

per la tua morte? Oh miserabil vita!

Oh, sconsolato esiglio! Or questo è ‘l colpo

ch’al cor m’è giunto. Ed io, mio figlio, io sono

c’ho macchiato il tuo nome, c’ho sommerso

la tua fortuna e ‘l mio stato felice

co’ demeriti miei. Dal mio furore

son dal seggio deposto. Io son che debbo

ogni grave supplizio ed ogni morte

a la mia patria, al grand’odio de’ miei.

E pur son vivo, e gli uomini non fuggo?

E non fuggo la luce? Ah! fuggirolla

pur una volta”. E, cosí detto, alzossi

su la ferita coscia. E, benché tardo

per la piaga ne fosse e per l’angoscia,

non per questo avvilito, un suo cavallo,

ch’era quanto diletto e quanta speme

avea ne l’armi, e quel che in ogni guerra

salvo mai sempre e vincitor lo rese,

addur si fece. E poi che addolorato

sel vide avanti, in tal guisa gli disse:

“Rebo, noi siam fin qui vissuti assai,

se pur assai di vita ha mortal cosa.

Oggi è quel dí che o vincitori il capo

riporterem d’Enea con quelle spoglie

che son de l’armi del mio figlio infette,

e che tu del mio duolo e de la morte

di lui vendicator meco sarai;

o che meco, se vano è ‘l poter nostro,

finirai parimente i giorni tuoi;

ché la tua fé, cred’io, la tua fortezza

sdegnoso ti farà d’esser soggetto

a’ miei nemici, e di servire altrui”.

Cosí dicendo, il consueto dorso

per se medesmo il buon Rebo gli offerse,

ed ei, l’elmo ripreso, il cui cimiero

era pur di cavallo un’irta coda,

suvvi, come poté, comodamente

vi s’adagiò. Poscia d’acuti strali

ambe carche le mani, infra le schiere

lanciossi. Amor, vergogna, insania e lutto

e dolore e furore e coscïenza

del suo stesso valore, accolti in uno,

gli arsero il core e gli avvamparo il volto.

Qui tre volte a gran voce Enea sfidando

chiamò; che tosto udillo, e baldanzoso:

“Cosí piaccia al gran padre, – gli rispose –

cosí t’inspiri Apollo. Or vien pur via”

soggiunge; e ratto incontro gli si mosse.

Ed egli: “Ah dispietato! a che minacci,

già che morto è ‘l mio figlio? In ciò potevi

darmi tu morte. Or né la morte io temo,

né gli tuoi dèi. Non piú spaventi. Io vengo

di morir desïoso: e questi doni

ti porto in prima”. E ‘l primo dardo trasse,

poi l’altro e l’altro appresso, e via traendo

gli discorrea d’intorno. Ai colpi tutti

resse il dorato scudo. E già tre volte

l’un girato il cavallo, e l’altro il bosco

avea de’ dardi nel suo scudo infissi,

quando il figlio d’Anchise, impazïente

di tanto indugio e di sferrar tant’aste,

visto ‘l suo disvantaggio, a molte cose

andò pensando. Alfin di guardia uscito

addosso gli si spinse, e trasse il tèlo

sí che del corridore il teschio infisse

in mezzo de la fronte. Inalberossi

a quel colpo il feroce, e calci a l’aura

traendo, scalpitando, e ‘l collo e ‘l tèlo

scotendo, s’intricò: cadde con l’asta,

con l’armi, col campione, a capo chino,

tutti in un mucchio. Andâr le grida al cielo

de’ Latini e de’ Teucri. E tosto Enea

col brando ignudo gli fu sopra e disse:

“Or dov’è quel sí fiero e sí tremendo

Mezenzio? Ov’è la sua tanta bravura?”

E ‘l Tosco a lui, poiché l’afflitte luci

al ciel rivolse, e seco si ristrinse:

“Crudele, a che m’insulti? A me di biasmo

non è ch’io muoia, né per vincer, teco

venni a battaglia. Il mio Lauso morendo

fe’ con te patto che morissi anch’io.

Solo ti prego (se di grazia alcuna

son degni i vinti) che ‘l mio corpo lasci

coprir di terra. Io so gli odi immortali

che mi portano i miei. Dal furor loro

ti supplico a sottrarmi, e col mio figlio

consentir ch’io mi giaccia”. E ciò dicendo

la gola per se stesso al ferro offerse;

e con un fiume che di sangue sparse

sopra l’armi, versò l’anima e ‘l fiato.

LIBRO DECIMOPRIMO

Passò la notte intanto, e già dal mare

sorgea l’Aurora. Enea, quantunque il tempo,

l’officio e la pietà piú lo stringesse

a seppellire i suoi, quantunque offeso

da tante morti il cor funesto avesse;

tosto che ‘l sole apparve, il vóto sciolse

de la vittoria. E sovra un picciol colle

tronca de’ rami una gran quercia eresse;

de l’armi la rinvolse, e de le spoglie

l’adornò di Mezenzio, e per trofeo

a te, gran Marte, dedicolla. In cima

l’elmo vi pose, e ‘n su l’elmo il cimiero,

ancor di polve e d’atro sangue asperso.

L’aste d’intorno attraversate e rotte

stavan quai secchi rami; e ‘l tronco in mezzo

sostenea la corazza che smagliata

e da dodici colpi era trafitta.

Dal manco lato gli pendea lo scudo:

al destr’omero il brando era attaccato,

che ‘l fodro avea d’avorio e l’else d’oro.

Indi i suoi duci e le sue genti accolte,

che liete gli gridâr vittoria intorno,

in cotal guisa a confortar si diede:

“Compagni, il piú s’è fatto. A quel che resta

nulla temete. Ecco Mezenzio è morto

per le mie mani, e queste che vedete,

l’opime spoglie e le primizie sono

del superbo tiranno. Ora a le mura

ce n’andrem di Latino. Ognuno a l’armi

s’accinga: ognun s’affidi, e si prometta

guerra e vittoria. In punto vi mettete,

ché quando dagli augúri ne s’accenne

di muover campo, e che mestier ne sia

d’inalberar l’insegne, indugio alcuno

non c’impedisca, o ‘l dubbio o la paura

non ci ritardi. In questo mezzo a’ morti

diam sepoltura, e quel che lor dovuto

è sol dopo la morte, eterno onore.

Itene adunque, e quell’anime chiare

che n’han col proprio sangue e con la vita

questa patria acquistata e questo impero,

d’ultimi doni ornate. E primamente

al mesto Evandro il figlio si rimandi,

che, di virtú maturo e d’anni acerbo,

cosí n’ha morte indegnamente estinto”.

Ciò detto, lagrimando il passo volse

vèr la magione, u’ di Pallante il corpo

dal vecchierello Acete era guardato.

Era costui già del parrasio Evandro

donzello d’armi; e poscia per compagno

fu (ma non già con sí lieta fortuna)

dato al suo caro alunno. Avea con lui

d’Arcadi suoi vassalli e di Troiani

una gran turba. Scapigliate e meste

le donne d’Ilio, sí com’era usanza,

gli piangevano intorno; e non fu prima

Enea comparso che le strida e i pianti

si rinnovaro. Il batter de le mani,

il suon de’ petti, e de l’albergo i mugghi

n’andâr fino a le stelle. Ei poi che vide

il suo corpo disteso, e ‘l bianco volto,

e l’aperta ferita che nel petto

di man di Turno avea larga e profonda,

lagrimando proruppe: “O miserando

fanciullo, e che mi val s’amica e destra

mi si mostra fortuna? E che m’ha dato,

se te m’ha tolto? Or che, vincendo, ho fatto?

Che, regnando, farò, se tu non godi

de la vittoria mia, né del mio regno?

Ah! non fec’io queste promesse allora

al buon Evandro, ch’a l’acquisto venni

di questo impero. E ben temette il saggio,

e ben ne ricordò che duro intoppo,

e d’aspra gente, avremmo. E forse ancora

il meschino or fa vóti e preci e doni

per la nostra salute, e vanamente

vittoria s’impromette. E noi con vana

pompa gli riportiam questo infelice

giovine di già morto, e di già nulla

piú tenuto a’ celesti. Ahi, sconsolato

padre! vedrai tu dunque una sí cruda

morte del figlio tuo? Questo ritorno,

questo trionfo ohimè! d’ambi aspettavi?

E da me questa fede? Oh pur, Evandro,

no ‘l vedrai già di vergognose piaghe

ferito il tergo; e non gli arai tu stesso

(se con infamia a te vivo tornasse)

a desïar la morte. Ahi, quanto manca

al sussidio d’Italia, e quanto perdi,

mio figlio Iulo!” E, posto al pianto fine,

ordine diè che ‘l miserabil corpo

via si togliesse; e del suo campo tutto

scelse di mille una pregiata schiera

che scorta gli facesse e pompa intorno,

e d’Evandro a le lagrime assistesse,

e le sue gli mostrasse, a tanto lutto

assai debil conforto, e pur dovuto

al suo misero padre. Altri al suo corpo,

altri a la bara intenti, avean di quercia,

d’àrbuto e di tali altri agresti rami

fatto un ferètro di virgulti intesto

e di frondi coperto, ove altamente

del giovinetto il delicato busto

composto si giacea qual di vïola,

o di giacinto un languidetto fiore

còlto per man di vergine, e serbato

tra le sue stesse foglie, allor che scemo

non è del tutto il suo natio colore

né la sua forma; e pur da la sua madre

punto di cibo o di vigor non ave.

Enea due prezïose vesti intanto,

l’una d’òr fino e l’altra di scarlatto,

addur si fece, ambe ornamenti e doni

de la sidonia Dido, e da lei stessa

con dolce studio e con mirabil arte

ricamate e distinte. E l’una indosso

gli pose, e l’altra in capo, ultimo onore

con che dolente la dorata chioma

allor velogli, ch’era additta al foco.

De le prede oltre a ciò di Laürento

gli fa gran parte. Fagli in ordinanza

spiegar l’armi, i cavalli e l’altre spoglie

tolte a’ nimici. Gli fa gir legati

con le man dietro i destinati a morte

per ordinanza del funereo rogo.

Portar gli fa davanti a’ duci loro

l’armi ai tronchi sospese, e i nomi scritti

degli occisi e de’ vinti. Il vecchio Acete

che, sí com’era afflitto e d’anni grave,

gli era appresso condotto, or con le pugna

si battea ‘l petto, ed or con l’ugna il volto

si lacerava, e tra la polve e ‘l fango

si volgea tutto. Ivano i carri aspersi

del sangue de’ Latini, iva lugúbre,

e d’ornamenti ignudo, Eto, il piú fido

suo caval da battaglia, che gemendo

in guisa umana e lagrimando andava.

Seguian le meste squadre i Teucri, i Toschi

e gli Arcadi, con l’armi e con l’insegne

rivolte a terra. Or poi ch’oltrepassata

con quest’ordine fu la pompa tutta,

Enea fermossi, e verso il morto amico

ad alta voce sospirando disse:

“Noi quinci ad altre lagrime chiamati

dal medesimo fato, altre battaglie

imprenderemo. E tu, magno Pallante,

vattene in pace, e con eterna gloria

godi eterno riposo”. Indi partendo

vèr l’alte mura, al campo si ritrasse.

Eran nel campo già co’ rami avanti

di pacifera oliva ambasciatori

de la città latina a lui venuti,

che tregua a’ vivi e sepoltura a’ morti,

pregando, gli mostrâr che piú co’ vinti

né co’ morti è contrasto, e che Latino

gli era d’ospizio amico, e che chiamato

l’avea genero in prima. Il buon Troiano

a le giuste preghiere, ai lor quesiti,

che di grazia eran degni, incontinente

grazïoso mostrossi; e da vantaggio

cosí lor disse: “E qual indegna sorte

contra me, miei Latini, in tanta guerra

cosí v’intrica? Che pur vostro amico

son qui venuto: né venuto ancora

vi sarei, se da’ fati e dagli dèi

mandato io non vi fossi. E non pur pace,

siccome voi chiedete, io vi concedo

per color che son morti, ma co’ vivi

ve l’offro, e la vi chieggo. E la mia guerra

non è con voi; ma ‘l vostro re s’è tolto

da l’amicizia mia: s’è confidato

piú ne l’armi di Turno, e Turno ancora

meglio e piú giustamente in ciò farebbe,

s’a questa guerra sol con suo periglio

ponesse fine. E poiché si dispose

di cacciarmi d’Italia, il suo dovere

fôra stato che meco, e con quest’armi

difinita l’avesse. E saria visso

cui la sua propria destra, e dio concesso

piú vita avesse; e i vostri cittadini

non sarian morti. Or poiché morti sono,

io me ne dolgo, e voi gli seppellite”.

Restaro al dir d’Enea stupidi e cheti

i latini oratori, e l’un con l’altro

si guardarono in volto. Indi il piú vecchio,

Drance nomato, a cui Turno fu sempre

per sua natura e per sua colpa in ira,

rotto il silenzio, in tal guisa rispose:

“O di fama e piú d’arme eccelso e grande

troiano eroe, qual mai fia nostra lode

che ‘l tuo gran merto agguagli? e di che prima

ti loderemo? ch’io non veggio quale

in te maggior si mostri, o la giustizia,

o la gloria de l’armi. A questa tanta

grazia che tu ne fai, grati saremo:

rapporto ne faremo; e s’al consiglio

nostro è fortuna amica, amico ancora

ti fia Latino. E cerchisi d’altronde

Turno altra lega. A noi co’ sassi in collo

gioverà di trovarne a fondar vosco

questa vostra fatal novella Troia”.

Poi che Drance ebbe detto, ai detti suoi

tutti gli altri fremendo acconsentiro,

e per dodici dí commercio e pace

fur tra l’un oste e l’altro. E senza offesa

entrambi si mischiaro, e per gli monti

e per le selve a lor diletto andaro.

Allor sonare accette e strider carri

per tutto udissi. In ogni parte a terra

ne gîro i cerri e gli orni e gli alti pini

e gli odorati cedri al funebre uso

svèlti, squarciati e tronchi. E già la Fama,

che di Pallante a Pallantèo volata

dicea pria le sue prove, e vincitore

l’avea gridato, or d’ogni parte grida

che morto si riporta. In ciò commossa

la città tutta in vedovile aspetto

di funeste facelle e d’atri panni

si vide piena; e vèr le porte ognuno

gli usciro incontro. Si vedea di lumi

e di genti una fila che le strade

e i campi in lunga pompa attraversava.

I Frigi e gli altri col suo corpo intanto

piangendo ne venian da l’altra parte,

e con pianto incontrârsi. Indi rivolti

tutti vèr la città, non pria fûr giunti,

che di pianti di donne e d’ululati

risonar d’ogn’intorno il cielo udissi.

Né forza, né consiglio, né decoro

fu ch’Evandro tenesse. Uscí nel mezzo

di tutta gente; e la funerea bara

fermando, addosso al figlio in abbandono

si gittò, l’abbracciò, stretto lo tenne

lunga fïata, e da l’angoscia oppresso

pria lagrimando, e sospirando, tacque.

Poscia, la strada al gran dolore aperta,

cosí proruppe: “O mio Pallante, e queste

fûr le promesse tue, quando partendo

il tuo padre lasciasti? In questa guisa

d’esser guardingo e cauto mi dicesti

ne’ perigli di Marte? Ah! ben sapeva,

ben sapev’io quanto ne l’armi prime

fosse, in cor generoso, ardente e dolce

il desio de la gloria e de l’onore.

Primizie infauste, infausti fondamenti

de la tua gioventú! vane preghiere,

vóti miei non accetti e non intesi

da nïun dio! Santissima consorte,

che morendo fuggisti un dolor tale,

quanto sei tu di tua morte felice!

Quanto infelice e misero son io,

che vecchio e padre al mio diletto figlio

sopravvivendo, i miei fati e i miei giorni

prolungo a mio tormento! Ah! foss’io stesso

uscito co’ Troiani a questa guerra!

ch’io sarei morto! e questa pompa avrebbe

me cosí riportato, e non Pallante.

Né per questo di voi, né de la lega,

né de l’ospizio vostro io mi rammarco,

Troiani amici. Era a la mia vecchiezza

questa sorte dovuta. E se dovea

cader mio figlio, perché tanta strage

io vedessi de’ Volsci, e perché Lazio

fosse a’ Teucri soggetto, in pace io soffro

che sia caduto. E piú compíto onore

non aresti da me, Pallante mio,

di questo che ‘l pietoso e magno Enea

e i suoi magni Troiani e i toschi duci

e tutte insieme le toscane genti

t’han procurato. Con sí gran trofei

del tuo valor sí chiara mostra han fatto,

e de’ vinti da te. Né fôra meno

tra questi il tuo gran tronco, s’a te fosse,

Turno, stato d’età pari il mio figlio,

e par de la persona e de le forze

che ne dan gli anni. Ma che piú trattengo

quest’armi a’ Teucri? Andate, e da mia parte

riferite ad Enea che, quel ch’io vivo

dopo Pallante, è sol perché l’invitta

sua destra, come vede, al figlio mio

ed a me deve Turno. E questo solo

gli manca per colmar la sua fortuna

e ‘l suo gran merto; ché per mio contento

no ‘l curo; e contentezza altra non deggio

sperare io piú che di portare io stesso

questa novella di Pallante a l’ombra”.

Avea l’Aurora col suo lume intanto

il giorno e l’opre e le fatiche insieme

ricondotte a’ mortali. Il padre Enea

e ‘l buon Tarconte, ambi, in su ‘l curvo lito

i cadaveri addotti, a’ suoi ciascuno

com’era l’uso, un’alta pira eresse,

la compose e l’incese. E mentre il foco

di fumo e di caligine coverto

tenea l’aëre intorno, in ordinanza

tre volte, armati, a piè la circondaro,

e tre volte a cavallo, in mesta guisa

ululando, piangendo, e l’armi e ‘l suolo

di lagrime spargendo. Infino al cielo

penetrâr de le genti e de le tube

i dolorosi accenti. Altri gridando

le pire intorno, elmi, corazze e dardi

e ben guernite spade e freni e ruote

avventaron nel foco, e de’ nemici

armi d’ogni maniera, arnesi e spoglie;

altri i lor propri doni, e degli occisi

medesmi vi gittâr l’aste infelici,

e gl’infelici scudi, ond’essi invano

s’eran difesi. A le cataste intorno

molti gran buoi, molti setosi porci,

molte fûr pecorelle occise ed arse.

A sí mesto spettacolo in sul lito

stavan altri piangendo, altri osservando

ciascuno i suoi piú cari, infin che ‘l foco

gli consumasse. E questi l’ossa, e quelli

le ceneri accogliendo, il giorno tutto

in sí pietoso officio trapassaro:

né se ne tolser finché, spenti i fochi,

non s’acceser le stelle. In altra parte

i miseri Latini ai corpi loro

fêr cataste infinite. Altri sotterra

ne seppelliro; altri a le ville intorno,

ed altri a la città ne trasportaro.

E quei che senza numero confusi

giacean nel campo, senza onore a mucchi

furon combusti: onde i villaggi insieme

e le campagne di funesti incendi

lucean per tutto. E tre luci e tre notti

durâr gli afflitti amici e i dolorosi

parenti a ricercar le tiepid’ossa,

e ne l’urne riporle e ne’ sepolcri.

Ma la confusïone e ‘l pianto e ‘l duolo

era ne la città per la piú parte,

e ne la reggia al re Latino avanti.

Qui le madri, le nuore, le sorelle

e i miseri pupilli, che de’ padri,

de’ figli, de’ mariti e de’ fratelli

erano in questa guerra orbi rimasi,

la guerra abbominavano e le nozze

detestavan di Turno. “Ei da se stesso, –

dicendo, – ei che d’Italia al regno aspira,

e le grandezze e i primi onori agogna,

con l’armi e col suo sangue le s’acquisti,

e non col nostro”. In ciò Drance aggravando

vie piú le cose, come a Turno infesto,

attestando dicea che sol con Turno

volea briga il Troiano, e che sol esso

era a pugna con lui cerco e chiamato.

Altri d’altro parere, altre ragioni

dicean per Turno: e ‘l gran nome d’Amata

e ‘l suo favore e di lui stesso il merto

con la fama de’ suoi tanti trofei

sostenean la sua causa. Ed ecco, intanto

che cosí si tumultua e si travaglia,

mesti sopravvenir gl’imbasciadori

ch’in Arpi a Dïomede avean mandati;

e riportar, che le fatiche e i passi

avean perduti: che né dono alcuno,

né promesse, né preci, né ragioni

furon bastanti ad impetrar soccorso

né da lui né da’ suoi: ch’era d’altronde

di mestiero a’ Latini avere altr’armi,

o trattar co’ nemici accordo e pace.

Gran cordoglio sentinne, e gran rammarco

ne fece il re Latino. E ben conobbe

che manifestamente Enea da’ fati

era portato; e via piú manifesta

si vedea degli dèi l’ira davanti

in tanta che de’ suoi negli occhi avea

strage recente. Il gran consiglio adunque,

e de’ suoi primi, ne la regia corte

chiamar si fece. In un momento piene

ne fûr le strade; e di già tutti accolti

ne la gran sala, il re, di grado e d’anni

il primo, a tutti in mezzo, in non sereno

sembiante, comandò che primamente

i legati che d’Arpi eran tornati,

fossero uditi; ed a lor vòlto disse:

“Esponete per ordine il seguíto

de la vostra ambasciata, e la risposta

che ritratta n’avete”. A tal precetto

tacquero tutti; e Vènolo sorgendo,

cosí pria incominciò: “Noi dopo molti

superati pericoli e fatiche,

egregi cittadini, al campo argivo

ne la Puglia arrivammo; e Dïomede

vedemmo alfine; e quell’invitta destra

toccammo, ond’è ‘l grand’Ilio arso e distrutto.

In Iapigia il trovammo a le radici

del gran monte Gargàno, ove fondava,

già vincitore, Argíripa, una terra

che dal patrio Argirippo ha nominata.

Intromessi che fummo, il presentammo;

gli esponemmo la patria, il nome e ‘l fatto

de la nostra imbasciata, e la cagione,

onde a lui venivamo. Il tutto udito,

cosí benignamente ne rispose:

“O fortunate genti, o di Saturno

felice regno, o degli antichi Ausoni

famosa terra! E quale iniqua sorte

da la vostra quïete or vi sottragge?

Qual consiglio, qual forza vi costringe

di nemicarvi e guerreggiar con gente

che non v’è nota? Noi quanti già fummo

col ferro a vïolar di Troia i campi

(non parlo degli strazi e de le stragi

di quei che vi rimasero, ché pieni

ne sono i fossi e i fiumi); ma quanti anco

n’uscimmo con la vita, in ogni parte

siam poi giti del mondo tapinando,

con nefandi supplíci, e con atroci

morti pagando il fio, come d’un grave

e scellerato eccesso. E non ch’altrui,

Prïamo stesso a pietà mosso avrebbe

il fiero, che di noi s’è fatto, scempio.

Di Palla il sa la sfortunata stella;

sallo il vendicator Cafàreo monte

e gli euboïci scogli: il san di Proteo

le longinque colonne, insino a dove,

dopo quella milizia, andò ramingo

l’un de’ figli d’Atreo. D’Etna i Ciclopi

ne vide Ulisse. Il suo regno a’ suoi servi

ne lasciò Pirro. Idomeneo cacciato

ne fu dal patrio seggio. Esso re stesso,

condottier degli Argivi, il piede a pena

nel suo regno ripose, che del regno,

del letto e de la vita anco privato

fu da la scellerata sua consorte.

Né gli giovò che doma l’Asia e spento

l’uno adultero avesse; ché de l’altro

scherno e preda rimase. A me l’invidia

ha degli dèi di piú veder disdetto

la mia bella città di Calidóna,

e la mia cara e desïata donna.

Né di ciò sazi, orribili spaventi

mi dànno ancora. E pur dianzi in augelli

conversi i miei compagni (o miseranda

lor pena!) van per l’aura e per gli scogli

di lacrimosi accenti il cielo empiendo.

Questi sono i profitti e le speranze

ch’io fin qui ne ritraggo, da che, folle!

stringer contro a’ celesti il ferro osai,

e che di Citerea la destra offesi.

Or ch’io di nuovo una tal pugna imprenda

testé con voi? No, no, ch’io co’ Troiani,

dopo Troia espugnata, altra cagione

non ho di guerra; e de’ passati mali

volentier mi dimentico, e dolore

ancor ne sento. E, quanto a’ doni, andate,

riportateli vosco, e ‘l magno Enea

ne presentate. E solo a me credete

del valor suo, che fui con esso a fronte

con l’armi in mano; e so di scudo e d’asta

qual mi rese buon conto, e quanto vaglia.

Se due tali altri avea la terra idèa,

d’Ida fôra piuttosto ita la gente

ai danni de la Grecia; e ‘l troian fato

piangerebb’ella. Enea sol con Ettorre

fu la cagion che tanto s’indugiasse

la ruina di Troia, e che diece anni

durammo a conquistarla. Ambedue questi

eran di cor, di forze e d’arme uguali,

ma ben fu di pietate Enea maggiore.

Io vi consiglio che, comunque sia,

lega seco, amicizia e pace aggiate,

e l’incontro fuggiate e l’armi sue”.

Questa è la sua risposta; e quinci avete,

ottimo re, qual sia di questa guerra

il suo parere e ‘l nostro”. A pena uditi

furo i legati, che bisbiglio e fremito

infra i turbati Ausoni udissi, in guisa

che di rapido fiume un chiuso gorgo

mormora allor che fra gli opposti sassi

s’apre la strada, e gorgogliando cade,

e frange e rugghia, e le vicine ripe

ne risuonan d’intorno. Or poiché un poco

restò ‘l tumulto, e gli animi acquetârsi,

gli dèi prima invocando, un’altra volta

il re da l’alto seggio a dir riprese:

“Latini miei, lo mio parere e ‘l meglio

sarebbe stato, che d’un tanto affare

si fosse prima consultato, e fermo

il nostro avviso; e non chiamar consiglio,

quando il nimico in su le porte avemo.

Una importuna e perigliosa guerra

s’è, cittadini, impresa, e per nimica

tolta una gente, che dal ciel discesa,

da’ celesti e da’ fati è qui mandata;

feroce, insuperabile, indefessa,

ne l’armi invitta, che né vinta ancora

cessa dal ferro. Se speranza alcuna

negli esterni soccorsi e ne l’aíta

aveste degli Etòli, ora del tutto

la deponete: e sia speme a se stesso

ciascun per sé. Ma noi per noi, che speme

e che possanza avemo? Ecco davanti

agli occhi vostri, e fra le vostre mani

vedete la strettezza e la ruina

in che noi siamo. Né però ne ‘ncolpo

alcun di voi. Tutto ‘l valor s’è mostro

che mostrar si potea: con tutto ‘l corpo,

e con quanto ha di forza il nostro regno

s’è combattuto. Or quale in tanto dubbio

sia la mia mente, udite. È nel mio stato

vicino al Tebro un territorio antico,

che in vèr l’occaso per lunghezza attinge

fin dove de’ Sicani era il confine.

Dagli Rutuli è cólto e dagli Aurunci,

che i duri colli e i piú deserti paschi

ne tengon da l’un canto: a questo aggiungo

quella piaggia di pini e quella costa

de la montagna; e tutto è mio disegno

che si ceda a’ Troiani e ch’amicizia,

accordo e patti e lega e leggi eguali

abbiam con essi; e qui, s’a qui fermarsi

sono o da’ fati o dal desire indotti,

ferminsi; e i loro alberghi e le lor mura

fondino a lor diletto. E s’altra parte

cercano e d’altre genti (se pur ponno

tôrsi da noi) quando di venti navi,

o di piú sovvenir ne gli bisogni,

su la stessa marina apparecchiata

è la materia. Essi de’ legni il modo

e ‘l numero diranno: e noi le selve,

la maestranza, i ferramenti e tutto

che fia lor di mestiero appresteremo.

Con questa offerta io manderei de’ primi

de la nostra città cento oratori

co’ rami de la pace, col mandato

di contrattarla, co’ presenti appresso

d’avorio e d’oro e col seggio e col manto

del nostro regno. Consultate or voi,

ed a l’afflitte e mal condotte cose

d’aíta provvedete e di soccorso”.

Surse allor Drance, quei che già s’è detto

avversario di Turno. Era costui

del regno de’ Latini un de’ piú ricchi

e de’ piú reputati cittadini:

di fazïon, di sèguito e di lingua

possente assai; ne le consulte avuto

di qualche stima; nel mestier de l’armi

codardo, anzi che no. La sua chiarezza

e ‘l suo fasto venia da la sua madre

ch’era d’alto legnaggio. Il padre a pena

era noto a le genti. Or questo, infesto

a la gloria di Turno, asperso il core

d’amarezza e d’invidia, in questa guisa

il suo fatto aggravando, e l’ire altrui

irritando, parlò: “Chiaro, evidente

e necessario, ottimo re, n’è tanto

quel che tu ne consigli, che bisogno

d’altro non ha che di comune assenso.

Ognun vede, ognun sa quel che conviene

in sí dura fortuna: e nullo ardisce

pur d’aprir bocca. Libertate almeno

di parlar ne si dia. Scemi una volta

tanta sua tracotanza e tanto orgoglio

chi co’ suoi male avventurosi auspíci,

co’ sinistri suoi modi (io pur dirollo,

benché d’armi e di morte mi minacci)

n’ha qui condotti, e per cui tanti duci,

tanta gente è perita, e tutta in pianto

questa cittade e questo regno è vòlto;

mentre ne la sua furia, o ne la fuga

confidando piuttosto, il troian campo

ha d’assalire osato, e fin nel cielo

posto ha con l’armi sue téma e scompiglio.

Solo un dono, signor, fra tanti doni

che si mandano a’ Teucri, un sol n’aggiungi;

né consentir che vïolenza altrui

tel proibisca. Da’, buon padre, ancora

questa tua figlia a genero sí degno

e con sí degno maritaggio eterna

fa questa pace. E se ‘l terrore è tanto

che s’ha di lui, da lui stesso impetriamo

grazia e licenza che la patria sua,

che ‘l suo re prevaler si possa almeno

del suo sangue a suo modo. E tu cagione,

tu di tanta ruina autore e capo,

a che pur tante volte, a tanti strazi,

a tanti rischi, a manifesta morte

questi tuoi meschinelli cittadini

esponi indarno? e qual è ne la guerra

piú salute e speranza? A te noi tutti

pace, Turno, chiedemo, e de la pace

quel ch’è sol fermo e ‘nviolabil pegno;

ed io prima di tutti, io cui tu fingi

che nimico ti sia (né tal mi curo

che tu mi tenga) a supplicar ti vegno

umilemente. Abbi pietà de’ tuoi;

pon giú la stizza; e poi che sei cacciato,

vattene. Assai di strage, assai di morti

s’è visto: assai ne son le genti afflitte;

vedovi i tetti e desolati i campi;

ma se l’onor ti muove, e se concepi

di te tanto in te stesso, e tanto agogni

o la donna o la dote, a che non osi

contro a chi te ne priva? A Turno adunque

regno col nostro sangue e regia moglie

procureremo: e noi vili alme, e turba

non sepolta e non pianta, a’ cani in preda

giaceremo in su’ campi? Or tu, tu stesso,

se tanto hai d’ardimento e di valore

dal paterno legnaggio, a lui rispondi,

a lui ti volgi, che ti sfida e chiama”.

Turno, ch’impetuoso e vïolento

era da sé, questo parlare udito,

alto un gemito trasse, e d’ira acceso

cosí proruppe: “Usanza tua fu sempre,

Drance, allor che di mani è piú bisogno,

oprar la lingua; essere in corte il primo,

l’ultimo in campo. Ma non piú parole

in questo loco, ché già pieno troppo

ne l’hai; pur troppo grandi e troppo gonfie

l’avventi, e senza rischio or ch’i nemici

son lunge, e buone fosse e buone mura

ci son di mezzo, e non c’inonda il sangue.

Apri qui bocca al solito, e rintuona

con la facondia tua. Tu, che se’ Drance,

me, che son Turno, imbelle e vile appella;

tu la cui dianzi sanguinosa destra

pieni i campi di morti, e pieni i colli

ha di trofei. Ma che non pruovi ancora

questa tua gran virtú? Forse, ch’avemo

a cercar de’ nemici? Ecco d’intorno

ci sono, e ‘n su le porte. Andrem lor contra?

Che badi? Ov’è la tua tanta prodezza?

sempre è nel vento, sempre è ne la fuga

de la lingua e de’ piè? tu mi rinfacci

ch’io sia cacciato? tu, vituperoso,

di dirlo osasti? e chi meritamente

sarà che ‘l dica? Oh! non s’è visto il Tebro

fatto gonfio da me del frigio sangue?

non s’è vista la casa e ‘l seme tutto

spento d’Evandro, e gli Arcadi spogliati

d’armi e di vita? Io non fui già da Pandaro

cacciato, né da Bizia, né da mille

che in un dí vincitore a morte io diedi,

circondato da loro e cinto e chiuso

da le lor mura. Nulla è ne la guerra

piú salute o speranza: al teucro duce,

a te, folle, al tuo capo, a le tue cose

fa’ questo annunzio. E non tutto in soqquadro

por con tanta paura, e tanta stima

che fai de la prodezza e de le forze

d’una gente che già due volte è vinta;

e non tanto avvilir da l’altro canto

l’armi del re Latino. Ai Mirmidóni

son ora, al gran Dïomede, al grande Achille

i Teucri formidabili e tremendi;

e dal mar se ne torna per paura

l’Àufido indietro. E forse che non finge

temer di me, perché il mio fallo aggravi?

Malvagia astuzia! Ma non piú per nulla

vo’ che ne tema. Un’anima sí vile

non ti torrà la mia destra già mai.

Stiesi pur teco, e nel tuo petto alloggi,

di lei ben degno albergo. Or a te vegno,

gran padre, e ‘l tuo parer discorro, e dico:

Se tu piú non t’affidi, e piú non credi

ne l’armi tue; s’abbandonati affatto

siam d’ogni parte; se una volta rotti,

siam per sempre perduti; e se fortuna,

varïando le veci, unqua non cangia,

signor, pace imploriamo; e l’armi in terra

gittando, a giunte mani accordo e vènia

impetriam dai nemici. Ancorché, quando

oh! del nostro valor punto in noi fosse!

sopra tutti felice, riposato,

e glorïoso spirito sarebbe

chi, per ciò non veder, morto si fosse!

Ma se le nostre forze ancor son verdi,

la nostra gioventú florida, intatta,

disposta e pronta a l’armi; e per sussidio

i popoli d’Italia e le cittadi

son con noi tutte; e s’a’ nemici ancora

sanguinosa, dannosa e poco lieta

è questa gloria; ed han de’ morti anch’essi

la parte loro; e la tempesta è pari

d’ambe le parti; a che nel primo intoppo

con tanto scorno, a noi stessi mancando,

gittarne a terra? a che tremare avanti

che la tromba si senta? A la giornata

il tempo stesso, il varïar de’ casi,

l’industria, le vicende, il moto e ‘l giuoco

potria de la fortuna in molte guise,

come suol l’altre cose, ancor le nostre,

cangiando, risarcire, e porre in saldo.

Non avrem Dïomede in nostro aiuto;

avrem Messapo; avremo il fortunato

Tolunnio; avrem tant’altri incliti duci

di tant’altre città. Né di men gloria,

né di minor virtú saranno i nostri

di Laurento e di Lazio. Avrem Camilla,

la gran volsca virago, che n’addusse

di cavalieri e di caterve armate

sí bella gente. E se me solo appella

il nemico a battaglia, e se v’aggrada

che sol io gli risponda ed io sol osto

al ben comune, io solamente assumo

sopra me questa impresa. E già non credo

che le mie man sí la vittoria abborra,

che per tanta ch’io n’aggia, e speme e gioia,

accettar non la deggia. Androgli incontro

con l’animo, se fosse anco maggiore

del magno Achille, e come Achille, anch’egli

l’armi di Mongibello indosso avesse.

Io Turno, io che non punto a qual si fosse

mai degli antichi di valor non cedo,

questa mia vita stessa a voi, Latini,

ed a Latin mio suocero consacro

solennemente. Enea me solo invita;

l’accetto, il bramo e ‘l prego, anzi che Drance,

s’ira è questa di dio, con la sua morte

la purghi, o che la gloria me ne tolga,

s’è pur gloria o vertute”. In cotal guisa

consultando i Latini avean tra loro

dispareri e tenzoni. Usciti a campo

erano i Teucri intanto. Ed ecco un messo

venir volando, che la reggia tutta

e tutta la città pose in tumulto,

annunzïando che dal tosco fiume

già mosso de’ Troiani e de’ Tirreni

se ne venia l’esercito in battaglia

in vèr Laurento; e che di genti e d’armi

si vedean piene le campagne e i colli.

Gli animi incontinente si turbaro;

sgomentossene il volgo: ai valorosi

s’acceser l’ire. Trepidando ognuno

discorrea per le strade; arme fremea

la gioventú; dolenti e lagrimosi

i padri discordando, e chi per Turno

sentendo e chi per Drance, avean tra loro

vari bisbigli. E tutto il corpo insieme

facea de la città tale un trambusto,

e tal ne l’aura unitamente un suono,

qual è se spaventata esce d’un bosco

torma di rochi augelli, o qual talora

da le pescose rive di Padusa

van per gli stagni schiamazzando a schiere

turbati i cigni. In tale occasïone

gridava Turno: “Or questo è, padri, il tempo

di seder a consiglio: or consigliate

agiatamente: aggiate sopra tutto

cura a la pace, or ch’i nemici armati

ne son già sopra”. E, cosí detto a pena,

saltò fuor de la reggia; e vòlto a torno:

“Arma, – disse, – tu, Vòluso, i tuoi Volsci,

e tu, Messapo, i rutuli cavalli.

Tu, Catillo, e tu Cora, uscite a campo:

va tu con la tua gente a la muraglia

incontinente; e tu dispensa i tuoi

fra le porte e le torri. Ite voi meco,

che rimanete; e ciascuno armi i suoi”.

Per tutta la città si va scorrendo

a le mura. A l’insegne, ai capitani

ognun s’adduce. I padri irresoluti

se n’escon dal consiglio. Il re turbato

si ritira, e si pente che non aggia

per sé, senza consulta, il frigio duce

per amico e per genero accettato.

Dansi tutti a munire, a cavar fosse,

tutti a somministrar chi sassi e travi,

e chi dardi e chi strali. E già la roca

tromba ne va per la città squillando

de la battaglia il sanguinoso accento.

Le matrone, i fanciulli, i vecchi, ognuno

d’ogni età, d’ogni sesso e d’ogni grado

a l’ultimo periglio, al gran bisogno

corrono a la muraglia. E d’altra parte

da gran corteo di donne accompagnata

con doni e preci di Minerva al tempio

va la regina, ed ha Lavinia seco,

la vergine sua figlia, onde venuta

era tanta ruina: e di ciò mesta,

porta i begli occhi lagrimosi e chini.

Seguon le madri e d’odorati incensi

vaporando il delúbro, in flebil voce

pregano in su la soglia: “Armipotente

Tritonia, tu che puoi, la possa e l’armi

frangi al frigio ladrone, e di tua mano

anciso in su la porta me lo stendi”.

Esso re Turno da la furia spinto

ricorre a l’armi; e di squamoso acciaro

e d’òr già tutto orribile e splendente,

cinto di brando, e sol del capo ignudo

lieto mostrossi, e di speranza altiero

di vedere il nemico. E ‘n quella guisa

da la ròcca scendea che da’ presepi

sciolto destriero esce ruzzando in campo,

o ch’amor di giumente, o che vaghezza

di verde prato, o pur desio lo tragga

del noto fiume; che sbuffando freme,

e ringhia e drizza il collo e squassa il crine.

A l’uscir de la porta ecco davanti

gli si fa co’ suoi volsci cavalieri

la vergine Camilla: e sí com’era

non men gentil che valorosa e bella,

tosto che l’incontrò con tutti i suoi

dismontò da cavallo, e vèr lui disse:

“Turno, se degnamente uom forte ardisce,

io mi rincoro, e ti prometto io sola

di gire ai cavalier toscani incontro.

Lascia me col mio stuolo assalir prima

la troiana oste, e che primiera io tragga

di questa pugna e de’ suoi rischi un saggio;

e tu qui co’ pedoni a piè rimanti

a guardia de la terra”. A tal proposta

Turno ne la terribile virago

gli occhi fissando: “O de l’Italia, – disse –

ornamento e sostegno, e di che lode,

e di che premio al tuo gran merto uguale

ristorar ti poss’io? Ma (poiché cosa

non è che la pareggi) abbi, famosa

guerriera, in grado ch’io con te comparta

questa fatica. Enea, come dal grido

avemo e da le spie fin qui ritratto,

spinte ha le schiere de’ cavalli avanti

per batter la campagna: ed egli altronde

presa la via del monte, per alpestro

sentiero a la città di sopra al giogo

vien con l’altre sue genti. Il mio disegno

è fargli agguato, e collocarmi appresso

là, ‘ve sopra la foce il doppio bosco

del curvo monte ambe le strade accoglie.

Tu, raünati i tuoi con gli altri tutti

nostri cavalli, i suoi nel piano assagli

a spiegate bandiere. Il fier Messapo

sarà con te: saranvi de’ Latini,

vi saran di Corace e di Catillo

le squadre tutte; e tu con essi il carco

prendi di comandarle”. Indi esortando

parimente Messapo e gli altri duci

a la lor fazïone, egli a la sua

tostamente si volse. È tra due branche

del monte una vallea che d’ambi i lati

ha folte selve, e luoghi occulti e chiusi,

a l’insidie de l’armi accomodati.

Ha ne l’imo una sèmita per mezzo

angusta, malagevole e scontorta

che d’ogn’intorno è da le ripe offesa.

In cima, in su l’uscita, è tra le selve

ascosa una pianura, con ridotti

acconci a ritirarsi, ed opportuni

a spingersi o dal destro o dal sinistro

lato, che si rincontri o che s’aspetti

nemica gente, o pur che di gran sassi

si tempesti di sopra. A questo loco,

di cui ben era pratico, in agguato

Turno si pose, e i suoi nimici attese.

Dïana intanto timorosa e mesta

favellando con Opi, una del coro

de le sue Ninfe, in tal guisa le disse:

“Vedi a che perigliosa e mortal guerra

a morir se ne va la mia Camilla,

ne le nostr’armi ammaestrata invano.

E pur m’è cara, e sovr’ogni altra io l’amo.

Né questo è nuovo, o repentino amore.

Fin da le fasce è mia. Mètabo, il padre

di lei, fu per invidia e per soverchia

potenza da Priverno, antica terra,

da’ suoi stessi cacciato; e da l’insulto,

che gli fece il suo popolo, fuggendo,

nel suo misero esiglio ebbe in campagna

questa sola bambina che, mutato

di Casmilla sua madre il nome in parte,

fu Camilla nomata. Andava il padre

con essa in braccio per gli monti errando

e per le selve, e de’ nemici Volsci

sempre d’intorno avea l’insidie e l’armi.

Ecco un giorno assalito con la caccia

dietro, fuggendo, a l’Amasèno arriva.

Per pioggia questo fiume era cresciuto,

e rapido spumando, infino al sommo

se ne gia de le ripe ondoso e gonfio;

tal che, per téma de l’amato peso

non s’arrischiando di passarlo a nuoto,

fermossi; e poiché a tutto ebbe pensato,

con un súbito avviso entro una scorza

di salvatico súvero rinchiuse

la pargoletta figlia. E poscia in mezzo

d’un suo nodoso, inarsicciato e sodo

tèlo, ch’avea per avventura in mano,

legolla acconciamente; e l’asta e lei

con la sua destra poderosa in alto

librando, a l’aura si rivolse, e disse:

“Alma latonia virgo, abitatrice

de le selve e de’ monti, io padre stesso

questa mia sfortunata figlioletta

per ministra ti dedico e per serva.

Ecco ch’a te devota, a l’armi tue

accomandata, dal nimico in prima

sol per te la sottraggo. In te sperando

a l’aura la commetto; e tu per tua

prendila, te ne prego, e tua sia sempre”.

Ciò detto, il braccio in dietro ritraendo,

oltre il fiume lanciolla; e ‘l fiume e ‘l vento

e ‘l dardo ne fêr suono e fischio e rombo.

Mètabo, da la turba sopraggiunto

de’ suoi nemici, a nuoto alfin gettossi

e salvo a l’altra riva si condusse.

Ivi d’un verde cespo, ove piantato

avea Trivia il suo dono, il dardo e lei

divelse, e via fuggissi; e piú mai poscia

non fu da tetti o da cittadi accolto;

ché per natia fierezza a legge altrui

non si fôra unqua additto. Il tempo tutto

de la sua vita, di pastore in guisa,

menò per monti solitari ed ermi;

e per grotte e per dumi e per orrende

selve e tane di fere ebbe ricetto

con la fanciulla, a cui fu cibo un tempo

ferino latte, e balia una d’armento

ancor non doma e pavida giumenta.

Ne le tenere labbra il padre stesso

de la fera premea l’orride mamme;

né pria tenne de’ piè salde le piante,

che d’arco, di faretra e di nodosi

dardi le mani e gli omeri gravolle.

Non d’òr le chiome, o di monile il collo,

né men di lunga, o di fregiata gonna

la ricoverse; ma di tigre un cuoio

le facea veste intorno, e cuffia in capo.

Il fanciullesco suo primo diletto

e ‘l primo studio fu lanciar di palo,

e trar d’arco e di fromba; e ‘n fin d’allora

facea strage di gru, d’oche e di cigni.

Molte la desiâr tirrene madri

per nuora indarno. Ed ella di me sola

contenta, intemerata e pura e casta,

la sua verginità, l’amor de l’armi

sol ebbe in cale. Or mio fôra disio

che di questa milizia e de la pugna,

che presa ha co’ Troiani e co’ Tirreni,

fosse digiuna; per sí cara io l’aggio,

e tale or mi saria grata compagna.

Ma poi che acerbo fato la persegue,

scendi, ninfa, dal cielo, e nel paese

va de’ Latini. Ivi al conflitto assisti,

che per Lazio e per lei mal s’apparecchia.

Prendi quest’arco e prendi questa mia

stessa faretra, e di qui traggi il tèlo

per vendicarmi di qualunque ardito

sarà di vïolar quest’a me sacra

e devota virago, Italo, o Teucro

che sia. Poscia io verrò di nube involta

a provveder che ‘l miserabil corpo

non sia d’armi spogliato, e che raccolto

sia ne la patria, e seppellito e pianto”.

Cosí dicendo, entro un sonoro nembo,

da’ mortali occhi non veduta, a terra

lievemente calossi. I teucri intanto

e i toschi duci le lor genti avanti

spingendo, a la città s’avvicinaro.

Piena d’armi, d’insegne, di cavalli

e di schierati fanti e di squadroni

si vedea la campagna. Eran per tutto

gualdane, giramenti, scorribande

di cavalieri: in secche selve i colli

parean conversi: ardea la terra e ‘l cielo

di ferrigni splendori, e d’ogni parte

s’udian fremer cavalli e squillar trombe.

Incontro a lor da l’altra parte usciro

il fier Messapo, i cavalier latini,

Corace col suo frate, e di Camilla

la bellicosa banda. Era il concorso

tuttavia de le genti, e de’ cavalli

il fremito maggiore. E già la massa

ristretta, e già vicine ambe le parti

a tiro d’asta, a fronte si fermaro

l’una de l’altra; e con le lance in resta,

con saette e con dardi incominciaro

primamente da lunge a salutarsi.

Poi di subite grida udito un tuono

al ciel levossi; e due contrari nembi

da la terra sorgendo, armi fioccaro

di neve in guisa, e coprîr d’ombra il sole.

Alfin da ciascun lato i destrier punti

andâr tutti con tutti a rincontrarsi.

Era Tirreno al fiero Aconte opposto

ne la battaglia; e questi primamente

s’urtaro, e per la furia e per la forza

de l’urto ambe le lance, ambi i cavalli,

ed ambi i corpi infranti, stramazzati,

l’un da l’altro disgiunti, quai percossi

da fulmine o da macchine avventati,

caddero a terra. E pria ne l’aura Aconte

lasciò la vita. Conturbate e sparse

le schiere de’ Latini, incontinente

con le targhe rivolte a tutta briglia

vèr le mura spronando in fuga andaro.

Gli seguiro i Troiani; e primo Asila

gli assalse e gli cacciò fin su le porte.

Qui fermi e rincorati alzan le grida,

volgon le teste, e si rifan lor sopra,

ch’eran lor contra. Cosí quando questi,

e quando quelli or cacciano, or cacciati

tornano: in quella guisa ch’a vicenda

il mare or d’alto a riva i flutti increspa,

e ne l’ultima arena ondeggia e spuma;

or da la riva indietro se ne torna,

e le stess’onde, e la commossa ghiara

sorbendo e voltolando, si ritragge.

Due volte i Toschi i Rutuli incalzaro

fino a le mura; e i Rutuli due volte

risospinsero i Toschi. Al terzo assalto

mischiârsi ambe le schiere, e l’un con l’altro

vennero a zuffa. Allor le grida e i mugghi

si sentîr de’ cadenti: allor si vide

il pian tutto di sangue, e tutto d’armi

e d’uomini coverto e di cavalli

feriti e morti. Orsíloco a rincontro

di Rèmolo trovossi; e non osando

di star seco a le mani, al suo cavallo

trasse del dardo, e ‘n su l’orecchio il colse.

Del colpo impazïente e per sé fiero

si scosse, s’avventò, col petto in alto

e con le zampe il corridor levossi,

e ‘n su l’arena il cavalier distese.

Catillo Iola e ‘l grande Erminio occise;

Erminio, che di corpo e d’armi e d’animo

era de’ piú robusti, de’ piú chiari

e de’ piú riguardevoli guerrieri

de’ Toschi tutti. Avea la chioma stessa

per sua celata; avea gli omeri ignudi

di ferro al ferro esposti, e di ferite

ampio bersaglio. In su l’aperte spalle

Catillo il colse; e tremolando il tèlo

passogli il petto, e raddoppiogli il duolo.

Per tutto si fa sangue; in ogni parte

si tragge, si ferisce, si stramazza;

e chi cede e chi segue. In varie guise

ne van tutti a morir morte onorata.

In mezzo a tanta occisïone, ignuda

da l’un de’ lati infurïando esulta

la vergine Camilla; ed or di dardo

fulminando, or di lancia, or di secure

non mai stanca percuote. E qual Dïana

di sonora faretra e d’arco aurato

gli omeri onusta, ancor che si ritragga,

saettando, ferite e morti avventa.

D’intorno ha per compagne e per guerriere

d’archi, di mazze e di bipenni armate,

Tulla, Tarpèa, Larina ed altre illustri

italiche donzelle, a suo decoro

scelte da lei per sue degne ministre

ne la pace e ne l’armi. In tal sembianza

Termodoonte il bellicoso stuolo

de l’Amazzoni sue vide in battaglia

attorneggiare Ippolita, o col carro

gir di Pentesilèa le schiere aprendo

con feminei ululati. Or chi fu prima,

chi poi, cruda virago, e quali e quanti

quei ch’abbattesti, e che di vita spenti

mandasti a l’Orco? Eumenio primamente

di Clizio il figlio, da costei trafitto

fu d’un colpo di lancia in mezzo al petto.

Cadde il meschino, e fe’ di sangue un rivo,

sopra cui voltolandosi, e mordendo

il sanguigno terren, di vita uscio.

Indi va sopra a Liri e sopra a Pègaso

quasi in un tempo, a l’un mentre, inciampando

il suo destriero, il fren raccoglie; a l’altro

mentre a lui, che trabocca, il braccio stende

per sostenerlo: onde in un gruppo entrambi

precipitaro. A cui d’Ippòta il figlio

Amastro aggiunse, e via seguendo, Arpàlico

e Tèreo e Cromi e Demofonte occise.

Quanti dardi lanciò, tanti Troiani

gittò per terra. Orníto, un cacciatore,

gli gia davanti, e stranamente armato

cavalcava di Puglia un gran destriero:

per sua corazza avea d’ispido toro

un duro tergo; per celata un teschio

di lupo, che dal capo insino al mento

sbarrava le mascelle, e digrignando

mostrava i denti. In man portava, ad uso

di contadini, un nodoroso palo

di grave ronca armato. Egli nel mezzo

degli altri suoi con le due teste andava

sovrano a tutti, e le ferine orecchie

ergea di cresta e di pennacchi in vece.

Camilla il giunse, lo fermò, l’occise

senza contrasto, già che vòlta in fuga

era la schiera sua. Sovra al suo corpo

disse rimproverando: “E che pensasti,

Tosco insolente? di venire a caccia

in qualche selva, e seguir damme imbelli?

Venuto sei là ‘ve una dama armata

col ferro amaramente vi rintuzza

la superbia e la lingua. Oh pur non poco

ti fia di vanto, referendo a l’ombre

de’ tuoi: per man fui di Camilla occiso”.

Indi Orsíloco assalse, e Bute appresso,

due corpi de’ maggiori e de’ piú forti

del troian oste. A Bute un colpo trasse

che ‘l giunse ove tra l’elmo e la corazza

si scopre il collo, onde lo scudo appeso

sta da sinistra. Orsíloco, fuggendo

e gridando, gabbò; ch’al giro interno

s’attenne e strinse; e là ‘ve era seguita,

seguitò lui. Gli fu sopra in un tempo

a colpi di secure, e l’armi e l’ossa

gli pestò sí che per suo scampo a’ prieghi

si volse. Alfine un tal sopra la testa

ne gli piantò, che le cervella infrante

gli schizzâr da la fronte e da le tempie.

D’Àüno montanar de l’Appennino

il bellicoso figlio a l’improvviso

fu da lei còlto: un Ligure scaltrito,

che per ordire inganni (in fin che ‘l fato

gliel concedé) non degli estremi avuto

era tra’ suoi. Costui nel primo incontro

sbigottito fermossi. E poiché vide

non poter con la fuga a lei sottrarsi,

che gli era sopra, a la malizia usata

ricorrendo: “Oh! gran prova, – a dir comincia –

sarà la tua, se ben femina sei,

di sfidar me, quando a un caval t’affidi

sí fugace e sí forte. Or al vantaggio

rinunzia de la fuga e meco a piede

prendi zuffa del pari; e poi vedrassi

a cui questa ventosa tua bravura

onore acquisti”. A cotal dir Camilla

di furia, di dolor, di sdegno ardendo

ratto dismonta; e ‘l corridor deposto

in man de la compagna, a piè si pianta;

stringe la spada, imbracciasi lo scudo,

e con pari armi intrepida l’attende.

Il giovine, che vinto si credette

aver con quello avviso, incontinente

la groppa le mostrò del suo cavallo,

e via spronando a tutta briglia il pinse.

“Ligure vano, vano orgoglio in prima

ti mosse: or vana astuzia e vana fuga

sarà la tua; ché l’arte del fallace

tuo padre, e di tua patria, a far non basta

che vivo da le man mi ti ritolga”.

Disse la virgo, e qual da cocca strale

dietro gli si spiccò: ratto l’aggiunse,

passollo, attraversollo, al fren di piglio

diedegli; lo ferí, l’ancise alfine.

Cosí d’un alto sasso agevolmente

sparvier grifagno al timido colombo

s’avventa, e lo ghermisce; onde in un tempo

sangue e piuma dal ciel neviga e piove.

In questa, de’ mortali e de’ celesti

l’eterno regnator, che pur talvolta

alcun de’ raggi suoi vèr noi rivolge,

non con lieve disdegno o picciol’ira

mosse Tarconte a sovvenir le schiere

de’ suoi ch’erano in volta. Egli per mezzo

va de l’occisïoni e de le mischie,

or il destrier contra i nemici urtando,

or le sue squadre inanimando, insieme

le ristringe, le instiga, le garrisce,

e per nome ciascun chiamando: “Ah, – disse, –

Tirreni, e che timore, e che spavento

è ‘l vostro? che viltà, che codardia

v’ha presi? e quando mai fia che vi punga

o dolore, o vergogna? Adunque in fuga

gite per una femina? Una femina

vi disperde e v’ancide? A che di ferro

invan cosí le destre e i petti armate?

De le donne temete? Or via, campioni

da letti e da bottiglie, a nozze, a pasti,

a sacrifizi, allor che ne le sacre

foreste è da l’aruspice intonato

che la vittima e grassa, itene tutti

seco a goder del saginato bue

a piena pancia, ché null’altro amore,

null’altro studio è ‘l vostro”. E, ciò dicendo,

ne va come devoto a morte anch’egli.

Con Vènolo s’affronta; e sí com’era

turbato, l’aggavigna, e fuor lo tragge

del suo cavallo. Alto levossi un grido

tal, che tutti a veder le ciglia alzaro

i Latini e i Tirreni. Iva Tarconte

per la campagna con la preda in grembo

del nimico e de l’armi; e ‘n mezzo al corso

svelge da l’asta sua medesma il ferro,

e cerca ov’è di piastra il corpo ignudo

per darli morte. E mentre ne la gola

tenta ferirlo, ei con le braccia in alto

si scherma, regge il colpo, e da la forza

quanto può con la forza si districa.

Come ne l’aria insieme avviticchiati

si son visti talor l’aquila e ‘l serpe

pugnar volando, e l’una aver con l’ugne

e col becco ghermito e morso l’altro:

e l’altro co’ suoi giri e co’ suoi nodi

farle vincigli a’ piè, volumi a l’ali;

e questo con la testa alto fischiando,

e quella schiamazzando e dibattendo,

ambedue voltolarsi, ambedue stretti

far di squame e di piume un sol viluppo;

cosí Tarconte per lo campo a volo,

vincitor de le schiere di Tiburte,

Vènolo sen portava. E questo esempio

del suo duce seguendo, e del successo

assecurata, la meonia torma

tutta contr’a Latini impeto fece.

Tra questi Arunte, un che di già dovuto

era al suo fato, con un dardo in mano

Camilla astutamente insidïando,

si diede a seguitarla, a circuïrla,

a cercar destra e comoda fortuna

di darle morte. Ovunque ella o per mezzo

fendea le schiere, o vincitrice indietro

si ritraea, l’era vicino Arunte;

e tutti i moti suoi, tutte le vie

osservando, attendea che netto il colpo

gli rïuscisse; e da fellone intanto

avea l’asta a ferir librata e pronta.

Giva per avventura a lei davanti

Cloro, un giovine idèo che sacerdote

era già di Cibele. I Frigi tutti

non avean chi di lui fosse ne l’armi

piú riccamente adorno. Un suo corsiero

per lo campo spingea, di spuma asperso,

cinto di barde e d’acciarine lame

come di scaglie e di leggiadre piume

leggiadramente inteste. Un arco d’oro

gli pendea da le spalle, una faretra

a la cretese. In testa, in gambe, in dosso

d’armi e d’arnesi in barbara sembianza,

di peregrina porpora e di seta,

di bisso, di teletta e d’ostro e d’oro

tutto coverto, tutto ricamato,

tutto trinciato; e saettando andava.

Costui veduto, ogni altra impresa indietro

lasciando, a lui si volse o per vaghezza

di consecrar le sue bell’armi al tempio,

o pur che di sí vago ostile arnese

di gir pomposa cacciatrice amasse.

Basta che per le schiere incauta, ardente,

e, come donna, vogliolosa e folle

de l’amor de la preda e de le spoglie,

contro a lui se ne giva; allor ch’Arunte,

dopo molto appostarla, alfin le trasse

in tal guisa pregando: “O di Soratte

sommo custode, Apollo, a cui devoti

noi fummo in prima, a cui di sacri pini

nutriamo il foco, e per cui nudi e scalzi

tra le fiamme saltando e per le brage

securamente e senza offesa andiamo,

dammi, ché tutto puoi, padre benigno,

che questa infamia per mia man si tolga

da l’armi nostre. Io di costei non bramo

armi, spoglie o trofeo. Gli altri miei fatti

mi sian di lode, e pur che questo mostro

caggia spento da me, ne la mia patria

senza piú gloria andrò di questa guerra

pago e contento”. Udí Febo del vóto

parte, e parte per l’aura ne disperse.

Udí che morta da quel colpo fosse

la vergine Camilla; e non udio

di lui, ch’ei vivo in patria ne tornasse;

ché ciò per l’aura ne portaro i vènti.

Tosto che da le man l’asta ronzando

gli uscio, fûr gli occhi e gli animi e le grida

de’ Volsci tutti a la regina intenti.

Ed ella né del tèlo, né de l’aura

moto o fischio sentí; né vide il colpo,

mentre giú discendea, finché non giunse.

Giunsele a punto ove divelta e nuda

era la poppa; e del virgineo sangue,

non già di latte, sitibonda scese

sí che ‘l petto l’aprí. Le sue compagne

le fûr trepide intorno; e già che morta

cadea, la sostentaro. Arunte in fuga

ratto si volge, di paura insieme

turbato e di letizia; ché ne l’asta

piú non confida, e piú di star non osa

incontro a lei. Qual affamato lupo

ch’ucciso de l’armento un gran giovenco,

o lo stesso pastore, in sé confuso

di tanta audacia, anzi che da’ villaggi

gli si levin le grida, infra le gambe

si rimette la coda, e ratto a’ monti

fuggendo, si rinselva; in cotal guisa

Arunte, dopo ‘l tratto, impaürito,

solo a salvarsi inteso, in mezzo a l’armi

si mischiò tra le schiere. Ella, morendo,

di sua man fuor del petto il crudo ferro

tentò svelgersi indarno; ché la punta

s’era altamente ne le coste infissa:

onde languendo abbandonossi, e fredda

giacque supina; e gli occhi, che pur dianzi

scintillavano ardor, grazia e fierezza,

si fêr torbidi e gravi. Il volto, in prima

di rose e d’ostro, di pallor di morte

tutto si tinse. In tal guisa spirando,

Acca a sé chiama, una tra l’altre sue

la piú fida di tutte e la piú cara;

e dice: “Acca, sorella, i giorni miei

son qui finiti: questa acerba piaga

m’adduce a morte, e già nero mi sembra

tutto che veggio. Or vola, e da mia parte

di’ per ultimo a Turno che succeda

a questa pugna e la città soccorra;

e tu rimanti in pace”. A pena detto

ebbe cosí, che abbandonando il freno

e l’arme e sé medesma, a capo chino

traboccò da cavallo. Allora il freddo

l’occupò de la morte a poco a poco

le membra tutte. E, dechinato il collo

sopra un verde cespuglio, alfin di vita

sdegnosamente sospirando uscio.

Camilla estinta, per lo campo un grido

levossi che n’andò fino a le stelle,

e surse al cader suo zuffa maggiore;

ché i Teucri e i Toschi gli Arcadi in un tempo

pinsero avanti. Opi, ministra intanto

di Trivia, che nel monte era discesa

vicino a la battaglia, indi il conflitto

stava mirando intrepida e sicura,

e visto di lontan tra molte genti

nascer nuovo tumulto e nuove grida,

poscia in mezzo di lor caduta e morta

la vergine Camilla: “Ah, – sospirando

disse, – virgo infelice! troppo, troppo

crudel supplizio hai de l’ardir sofferto,

se d’irritar l’armi troiane osasti.

E di che pro t’è stato a viver nosco

solinga vita, armar de l’armi nostre,

gradire i boschi e venerar Dïana?

Ma te non lascerà la tua regina

giacer disonorata in questa fine

de la tua vita; e la tua morte oscura

non sarà tra le genti; e non dirassi

che non è chi di te vendetta faccia;

ché chïunque di ferro avrà ferito

il corpo tuo, sarà meritatamente

di ferro anciso”. Era a Dercenno, antico

re de’ Laurenti, un gran sepolcro eretto,

cui sopra era di terra un monte imposto

e d’elci annosi e folti un bosco opaco.

Qui la veloce dea dal ciel calossi

al primo volo; e di qui visto Arunte

splender ne l’armi, e gir di sua follia

superbo e gonfio: “Ove ne vai? – diss’ella, –

qui convien che ti fermi, e qui morendo

de la morta Camilla il premio avrai

degno di te, se di perir sei degno

de l’armi di Dïana”. E, ciò dicendo,

la buona arciera del turcasso aurato

trasse un acuto strale, e l’arco tese,

e tirò sí ch’ambe le corna estreme

vennero al mezzo, ed ambe parimente

le mani, una tirata e l’altra spinta,

quella toccò la poppa e questa il ferro.

L’arco, l’aura, lo stral sonare udio,

e ferir e morir sentissi Arunte

tutto in un tempo. I suoi quasi in oblio

cosí come spirava, in mezzo al campo

lo lasciâr fra la polve in abbandono;

ed Opi al ciel tornando a volo alzossi.

Caduta lei, la schiera di Camilla

primieramente in fuga si rivolse.

Indi turbârsi i Rutuli, e diêr volta.

Diè volta il fiero Atina; e i duci tutti,

e tutte fûr le insegne abbandonate.

Cerca ognun di salvarsi, e vèr le mura

ne vanno a tutta briglia, e piú nel campo

alcun non è che di far testa ardisca

contra la strage e contra la ruina

che fanno i Teucri. Se ne van con gli archi

scarichi in su le terga e spenzoloni;

e piú che di galoppo in vèr Laurento

battono il campo, e fan nubi di polve.

Le madri da’ balconi e da’ torrazzi

percossi i petti, alzano al ciel le grida

con femineo ululato. E quei che primi

giunti trovâr le porte ancor non chiuse,

mischiati co’ nemici, ove piú salvi

si credean ne l’entrata e fra le mura

de la stessa lor patria, anzi agli alberghi

lor propri e da’ nemici e da la morte

fûr sopraggiunti. In cotal guisa in prima

stette la porta agli avversari aperta;

poi chiusa escluse i suoi, che fuori in preda

restando de’ nemici, ai lor piú cari,

che morir gli vedean, perché s’aprisse

supplicavano indarno. E qui tra quelli

che n’erano a difesa, e quei ch’a forza,

anzi a furia, a ruina incontro a loro

s’avventavan ne l’armi, orrenda strage

si fece e miseranda. E degli esclusi

altri in cospetto degli stessi padri,

e de le madri che dogliose grida

ne facean da le torri e da le mura,

da l’impeto cacciati o da la calca

precipitâr ne’ fossi, e giú da’ ponti

cadder sospinti; ed altri ne la fuga

da’ sfrenati cavalli e da la cieca

lor furia trasportati, a dar di cozzo

gîr ne le chiuse porte. In su’ ripari

ancor le donne (che le donne ancora

il vero della patria amore infiamma),

come giunte a l’estremo, allor che morta

vider Camilla, il femminil timore

volgono in sicurezza, e sassi e dardi

lanciando, e con aguzzi, inarsicciati

pali il ferro imitando, osano anch’elle

per la difesa delle patrie mura

gir le prime a morir morte onorata.

A Turno intanto ne le selve arriva

Acca, la già spedita messaggiera,

con l’amara novella; un gran tumulto

portando, che l’esercito è sconfitto,

morta Camilla, annichilati i Volsci,

e i Teucri d’ogni cosa impadroniti

stanno in campagna col favor che porta

seco de la vittoria il corso e ‘l nome;

assalgon la città. D’ira, di sdegno

e di furore il giovine infiammato

(ché tale era il voler empio di Giove)

da l’insidie si toglie, esce de’ boschi

ov’era ascoso, e giú scende da’ colli.

Smarriti non gli avea di vista a pena,

a pena era nel piano, allor ch’Enea

prese del monte; e là ‘v’era l’agguato,

trovando aperto, senz’offesa anch’egli

superò ‘l giogo, e de la selva uscio.

Cosí con passi frettolosi entrambi

con tutte le lor genti, e l’un da l’altro

poco lontani a la città sen vanno.

E ‘nsiememente da l’un canto Enea

vide di polverio fumare i campi,

e di Laurento sventolar l’insegne;

Turno da l’altro Enea scoperse, udendo

l’annitrir de’ cavalli e ‘l calpestio

crescer di mano in mano. Eran vicini

sí, che venuto a zuffa ed a battaglia

si fôra anco quel dí: se non che Febo,

fatto vermiglio, i suoi stanchi destrieri

stava già per tuffar ne l’onde ibère;

onde avanti a le mura ambi accampati

di trincee si muniro e di ripari.

LIBRO DECIMOSECONDO

Turno, poscia che vede afflitti e domi

già due volte i Latini, e non pur scemi

di forze, ma di speme e di baldanza,

da lui farsi rubelli, e che a lui solo

ognun rivolto in tanto affare attende

le pruove, le promesse e i vanti suoi,

furïoso, implacabile, inquïeto

arde, s’inanimisce, e si rinfranca

prima in se stesso. Qual massíla fera

ch’allor d’insanguinar gli artigli e il ceffo

disponsi, allor s’adira, allor si scaglia

vèr chi la caccia, che da lui si sente

gravemente ferita; e già godendo

de la vendetta, sanguinosa e fiera

con le iube s’arruffa, e con le rampe

frange l’infisso tèlo e graffia e rugge:

cosí la vïolenza era di Turno

accesa, impetüosa e furibonda;

e cosí conturbato appresentossi

al re davanti, e disse: “Indugio, o scusa

piú non fa Turno: e piú non ponno i Teucri

da quel ch’è patteggiato, e stabilito,

se non se per viltà, ritrarsi omai.

Eccomi in campo: ecco parato e pronto

sono al duello. Or fa’, padre, che ‘l patto

sia fermo e rato e sacro; e i sacrifici

e ‘l giuramento appresta. Oggi, signore,

sii certo ch’io con le mie mani a morte

questo de l’Asia fuggitivo adduco,

e ‘l difetto di tutti io solo ammendo

(stiansi pure a vedere i tuoi Latini);

o ch’ei vincendo fia padrone a voi,

e marito a Lavinia”. A cui Latino

col cor sedato in tal guisa rispose:

“Giovine valoroso, al tuo valore,

a la ferocia tua che tanto eccede

ne l’armi, io deferisco. E tu dovrai

appagarti di me, s’io, d’ogni cosa

temendo, con ragione e con maturo

consiglio in tutti i casi inveglio e curo

che ‘l mio stato si salvi e la tua vita.

A te del vecchio Dauno erede e figlio,

seggio e regno non manca, oltre a le terre

di cui tu fatto hai da te stesso acquisto

per forza d’armi. Oro, favori e gradi

da Latino avrai sempre; e maritaggi

e donne d’alto affar son per lo Lazio,

e per le terre di Laurento assai.

Ma soffri ch’io ti parli, e senti, e nota

poscia quel ch’io dirò: che dirò vero,

ben che noia ti sia. Fatal divieto

mi proibiva, e gli uomini e gli dèi

m’avean vaticinando in molte guise

denunzïato, che mia figlia a nullo

io maritassi di color che chiesta

me l’avean prima. E pur dall’amor vinto

che ti port’io, dal parentado astretto

c’ho con la casa tua, mosso dal pianto

e da le preci de la donna mia,

dandola a te mi sono al fato opposto:

ho rotto fede al genero; ho con lui

presa non giusta e non sicura guerra.

Da indi in qua tu stesso, tu che primo

soffri tante fatiche e tanti affanni,

hai veduto in che rischi, in che travagli

siam noi caduti; ché due volte rotti

in due sí gran battaglie, in questo cerchio

ne siam rinchiusi a sostentare a pena

la speranza d’Italia. Il Tebro è caldo

del nostro sangue. I campi son già bianchi

de le nostr’ossa. Ed io, folle, a che torno

tante fïate al precipizio mio?

Chi cosí da me stesso mi sottragge?

Se, Turno estinto, io nel mio regno deggio

i Troiani accettar, ché non gli accetto

or ch’egli è vivo e salvo? e ché non pongo

fine a la guerra, a la ruina espressa

del mio regno e de’ miei? Che ne diranno

i Rutuli parenti? che diranne

Italia tutta, quando a morte io lasci

(voglia Dio che non sia) gir un che tanto

ama la parentela e ‘l sangue mio?

Rimira de la guerra come vana

sia la fortuna. Abbi pietà del vecchio

Dauno tuo padre, che da te lontano

in Ardea se ne sta mesto e dolente”.

Turno a questo parlar nulla si mosse

de la ferocia sua: crebbe piú tosto

il suo furore; e lo rimedio stesso

gli aggravò ‘l male. Ei, come pria poteo

formar parola, in tal guisa rispose:

“Nulla per conto mio di me ti caglia,

signor benigno: anzi, ti prego, in grado

prendi ch’io per la lode e per l’onore

patteggi con la morte. Ed anch’io, padre,

ho le mie mani; ed anco il ferro mio

ha taglio e punta, e fa ferita e sangue.

Non sempre avrà, cred’io, la madre a canto

che di nube lo cuopra e lo trafugga

come vil femminella, e di vane ombre

seco s’involva”. E, ciò detto, si tacque.

Ma la regina, de l’audace impresa

del genero dolente e spaventata,

piangendo, e per angoscia a morte giunta,

lo tenea, lo pregava, e gli dicea:

“Turno, per queste lagrime, per quanto

t’è, se pur t’è, de l’infelice Amata

l’onor, l’amore e la salute in pregio

(già che tu sola speme, e sol riposo

sei de la mia vecchiezza: a te s’appoggia,

in te si fonda di Latino il regno,

e la sua dignitade, e la sua casa

che ruina minaccia) in don ti chieggio,

astienti di venir co’ Teucri a l’arme;

ché qualunque ne segua avverso caso

sopra me cade; ch’io teco di vita

escirò pria che mai suocera o serva

io mi veggia d’Enea”. Queste parole

de la madre sentí Lavinia virgo,

di rugiadose lagrime e d’un foco

di vergineo rossor le guance aspersa,

qual fôra se di purpura macchiato

fosse un candido avorio, o che di rose

si spargessero i gigli. In lei mirando

il giovine, d’amor non men che d’ira

acceso, a la regina brevemente

cosí rispose: “Ah, madre mia, ti prego,

in cosí perigliosa e dura impresa

non mi far col tuo pianto e col tuo duolo

sinistro annunzio. Ché s’a Turno è dato

che muoia, in suo poter piú non è posto

che di morire indugi”. Indi a l’araldo

rivolto: “Va, – gli disse, – e da mia parte

quest’ingrata e spiacevole ambasciata

porta al frigio tiranno, che dimane

tosto che fia la rubiconda Aurora

a l’orïente apparsa, i Teucri suoi

contr’a Rutuli addur piú non s’affanni.

Stiensi l’armi de’ Rutuli e de’ Teucri

per mio conto in riposo. Ché tra noi

col nostro sangue a diffinir la guerra,

e di Lavinia le bramate nozze

in su quel campo a procurar ci avemo”.

Detto cosí, vèr la magion s’invia

rapidamente; addur si fece avanti

i suoi cavalli, e le fattezze e ‘l fremito

notando, se ne gode, e ne concepe

speme e vittoria: ché di razza usciti

eran già d’Orizía, da cui Pilunno

ebbe giumente e corridori in dono,

che di candor la neve, e di prestezza

superavano il vento. Avean d’intorno

i valletti e gli aurighi che palpando,

forbendo e vezzeggiando, in varie guise

gli facean lieti, baldanzosi e fieri.

Fatte poscia venir l’armi, si veste

la sua corazza d’oricalco e d’oro

e dentro vi s’adatta e vi si vibra

con la persona. Imbracciasi lo scudo,

pruovasi l’elmo; e la vermiglia cresta

squassando, il brando impugna, il fido brando

da lo stesso Vulcano al padre Dauno

temprato in Mongibello a tutte pruove.

Alfine un’asta poderosa e grave,

ch’appo un’alta colonna era appoggiata

in mezzo de la casa, in man si pianta,

spoglio d’Àttore aurunco. E poiché l’ebbe

brandita e scossa: “Asta, – gridando disse, –

ch’a le mie fazïoni unqua non fosti

chiamata indarno, ora al maggior bisogno

da te soccorso imploro. Il grande Attòre

armasti in prima, or sei di Turno in mano.

Dammi che ‘l corpo atterri, e la corazza

dischiodi, e ‘l petto laceri e trapassi

di questo frigio effeminato eunuco;

dammi che ‘l profumato, inanellato,

col ferro attorcigliato zazzerino

gli scompigli una volta, e ne la polve

lo travolga e nel sangue”. In cotal guisa

dicendo, infurïava, ardea nel volto,

scintillava negli occhi, orribilmente

fremea, qual mugghia il toro allor che irato

si prepara a battaglia, e l’ira in cima

si reca de le corna, indi l’arruota

a qualche tronco, e ‘l tronco e l’aura in prima

ferendo, alto co’ piè sparge l’arena

e del futuro assalto i colpi impara.

Da l’altro canto Enea, non men feroce

ne l’armi di sua madre, al fiero Marte

s’inanima e s’accinge, e del partito

che gli era per compor la guerra offerto,

si rallegra, l’accetta; e i suoi compagni

e ‘l suo figlio assicura, or di se stesso

la franchezza mostrando, or le venture

de’ fati rammentando e le promesse.

Indi con la risposta al re Latino

manda chi la disfida e ‘l patto accetti,

e del patto i capitoli e le leggi

stabilisca e confermi. Era de’ monti

in su la cima a pena il sole apparso

de l’altro giorno, allor ch’i suoi destrieri

sorgon da l’onde, e con le nari in alto

fiamme anelando, il mondo empion di luce:

quando nel campo i Rutuli discesi

e i Teucri insieme, sotto l’alte mura,

fabbricâr lo steccato, a cui nel mezzo

i fochi e l’are di gramigna asperse

furo agli dèi d’ambe le parti eretti

comunemente; e d’ambi i sacerdoti

di bianco lino involti, e di verbena

cinti le tempie, andaro altri con l’acqua,

altri con le facelle intorno accese.

Poscia ecco degli Ausoni da l’un canto

a piene porte l’ordinate schiere

uscir da la città di picche armate;

da l’altro de’ Troiani e de’ Tirreni

gir l’esercito tutto in varie guise

d’abiti e d’armi; e questi incontro a quelli

non altramente ch’a battaglia instrutti.

Fra mezzo a tante mila i condottieri

ciascun da la sua parte si vedea

gir d’oro e d’ostro alteramente adorni.

E ‘l gran Memmo con questi e ‘l forte Asila,

e Messapo con quelli, de’ cavalli

il domatore e di Nettuno il figlio.

Poscia che, dato il segno, ebbe ciascuno

chi di qua chi di là preso il suo loco,

piantâr le lance, dechinâr gli scudi.

Le donne, i vecchi, i putti e ‘l volgo inerme,

di veder desïosi, altri in su’ tetti,

altri in su’ rivellini e ‘n su le torri

stavan mirando. E non dal campo lunge

sedea Giuno in un colle, Albano or detto,

ch’allor né d’Alba il nome avea, né ‘l pregio

né i sacrifici. In questo monte assisa

vedea de’ Laürenti e de’ Troiani

l’accolte genti, e di Latino il seggio.

Ivi la dea di Turno a la sirocchia,

che dea de’ laghi era e de’ fiumi anch’ella,

disse cosí: “Ninfa, de’ fiumi onore,

sovr’ogni ninfa a me gioconda e cara,

tu sai come te sola ho preferita,

e come volontier del cielo a parte

meco t’ho posta. Ascolta i tuoi dolori,

perché di me dolerti unqua non possa.

Finché di Lazio la fortuna e ‘l fato

me l’han concesso, io prontamente e Turno

e la tua terra e i tuoi sempre ho difeso.

Or veggio questo giovine a duello

con disegual destino esser chiamato:

veggio il dí della Parca e la nemica

forza che gli è vicina. Io questo accordo,

questa pugna veder con gli occhi miei

per me non posso. Tu, se cosa ardisci

in pro del tuo germano, ora è mestiero

che tu l’adopri; e puoi farlo, e convienti.

Fallo: e chi sa che ‘l misero non cangi

ancor fortuna?” A pena avea ciò detto

che Iuturna gemendo e lagrimando

tre volte e quattro il petto si percosse.

A cui Giuno soggiunse: “E’ non è tempo

da stare in pianti. Affretta; e da la morte

scampa, se scampar puossi, il tuo fratello,

o turbando l’accordo, o suscitando

nuova cagion di mischia e di tumulto.

Io son che l’impongo, e te n’affido”.

Con questo la lasciò sospesa e mesta,

e d’amara puntura il cor trafitta.

Ecco vengono al campo i regi intanto;

Latino il primo, alto in un carro assiso,

che da quattro suoi nitidi corsieri,

di gran macchina in guisa, era tirato,

e, di dodici raggi il fronte adorno,

del Sole, avo di lui, sembianza avea.

Turno traean due candidi destrieri,

con due suoi dardi in mano agili e forti.

Enea, de la romana stirpe autore,

con l’armi sue celesti e con lo scudo

che dianzi da le stelle era venuto,

uscio da l’altro canto, e seco a pari

Ascanio il figlio suo, de la gran Roma

la seconda speranza. A mano a mano

il sacerdote in pura veste involto

anzi agli accesi altari il nuovo parto

d’una setosa porca, ed una agnella

ancor non tosa al sacrificio addusse;

e vòlti a l’orïente, in atto umíle

s’inchinâr tutti; e vino e farro e sale

sparser d’ambe le parti; ambe col ferro,

sí com’era uso, a le devote belve

segnâr le tempie. Allor il padre Enea

strinse la spada, e, gli occhi al ciel rivolti,

cosí disse pregando: “Io questo sole

per testimone invoco e questa terra,

per cui tanti ho fin qui sofferti affanni;

invoco te, celeste, onnipotente,

eterno padre, e te, saturnia Giuno,

già vèr me piú benigna, e ben ti prego

che mi sii tale, e te gran Marte invoco,

ch’a l’armi imperi; e voi fonti e voi fiumi,

e voi tutti del mar, tutti del cielo

numi possenti; e vi prometto e giuro

che se Turno per sorte è vincitore

di questa pugna, il successor del vinto

gli cederà: ch’a la città d’Evandro

si ritrarrà; che mai poscia ribelle

non gli sarà: che guerra o lite o sturbo

alcun altro piú mai non gli farà.

Ma se piú tosto, come io prego, e come

spero che mi succeda, al nostro Marte

la dovuta vittoria non si froda;

io non vo’ già che gl’Itali soggetti

siano a’ miei Teucri, né d’Italia io solo

tener l’impero; io vo’ ch’ambi del pari

questi popoli invitti aggian tra loro

governo e leggi eguali, e pace eterna.

A me basta ch’io dia ricetto e culto

a’ miei numi, a’ miei Teucri, e sia Latino

suocero mio, del suo regno e de l’armi

signor, rettore e donno. Io poscia altrove

altre mura ergerommi, e de’ miei stessi

fien le fatiche, e di Lavinia il nome”.

Cosí pria disse Enea; cosí Latino

seguitò poi con gli occhi e con la destra

al ciel rivolto: “Ed io giuro, – dicendo, –

le stesse deità, la terra, il mare,

le stelle, di Latona ambo i gemelli,

di Giano ambe le fronti, il chiuso centro,

e la gran possa degl’inferni dii.

Odami di là su l’eterno padre,

che fulminando stabilisce e ferma

le promesse e gli accordi. I numi tutti

chiamo per testimoni: e tocco l’ara,

e tocco il foco, e questa pace approvo

dal canto mio. Né mai, che che si sia

di questa pugna, né per forza alcuna,

né per tempo sarà ch’ella si rompa

di voler mio; non se la terra in acqua

si dileguasse, non se ‘l ciel cadesse

ne l’imo abisso: cosí come ancora

questo mio scettro (ché lo scettro in mano

avea per sorte) piú né fronda mai

né virgulto farà poiché reciso

dal vivo tronco, o da radice svèlto

mancò di madre, e già d’arbore ch’era,

sfrondato, diramato e secco legno

di già venuto, e d’oricalco adorno

e per man de l’artefice ridotto

in questa forma, e per quest’uso in mano

dei re latini è posto”. In cotal guisa

fermati i patti e l’ostie in mezzo addotte,

tra i piú famosi, anzi a l’accese fiamme

le svenâr, le smembrâr, le svisceraro.

E sí com’eran palpitanti e vive,

le fibre ne spiâr, le diêro al foco,

n’empiêr le squadre e ne colmâr gli altari.

Di già disvantaggioso e diseguale

questo duello a’ Rutuli sembrava;

e già vari bisbigli, e vari moti

n’eran tra loro; e com’ piú sanamente

si rimirava, piú di forze impàri

si vedea Turno; ed egli stesso indizio

ne diè, che lento e tacito e sospeso

entrò nel campo. E come ancor di pelo

avea le guance lievemente asperse,

orando anzi a l’altar pallido il volto

mostrossi, e chino il fronte, e grave il ciglio.

Tale una languidezza rimirando,

e tal del volgo un sussurrare udendo

Iuturna, sua sorella, infra le schiere

gittossi, e di Camerte il volto prese.

D’alto legnaggio, di valor paterno,

e di propria virtute era Camerte

famoso in fra la gente. E tal sembrando,

già degli animi accorta, iva Iuturna

rumor diversi e tai voci spargendo:

“Ahi! che vergogna, che follia, che fallo,

Rutuli, è ‘l nostro, che per tanti e tali

sola un’alma s’arrischi? Or siam noi forse

di numero a’ nemici inferïori,

o d’ardire, o di forze? Ecco qui tutti

accolti i Teucri e gli Arcadi e gli Etruschi

che sono anco per fato a Turno infensi.

A due di noi contra un di loro a mischia

che si venisse, di soverchio ancora

fôrano i nostri. Ei che per noi combatte,

ne sarà fra gli dèi, cui s’è devoto,

in ciel riposto, e qui tra noi famoso

viverà sempre. Ma di noi che fia,

ch’or ce ne stiam sí neghittosi a bada?

La patria perderemo? e da stranieri,

e da superbi in servitude addotti,

preda e scherno d’altrui sempre saremo?

Da questo dir la gioventú commossa

via piú s’accende, e ‘l mormorio serpendo

piú cresce per le squadre. Onde i Latini

e gli stessi Laurenti, che pur dianzi

di pace eran sí vaghi e di quïete,

pensier cangiando e voglie, or l’arme tutti

gridano, tutti pregan che l’accordo

sia per non fatto; e tutti han de l’iniqua

sorte di Turno ira, pietate e sdegno.

In questa, ecco apparir ne l’aria un mostro

per opra di Iuturna, onde turbati

e dal primo proposito distolti

fûr da vantaggio de’ Latini i cuori.

Videsi per lo lito e per lo cielo

di roggio asperso un di palustri augelli

impaürito e strepitoso stuolo.

Dietro un’aquila avea, ch’a mano a mano

giuntolo de lo stagno in su la riva,

un cigno ne ghermí ch’era di tutti

il maggiore e ‘l piú bello. A cotal vista

gli occhi e gli animi alzâr l’itale squadre;

e gli augei, che pur dianzi erano in fuga

(mirabile a vedere!), in un momento

stridendo si rivolsero, e ristretti

in densa nube, ond’era il ciel velato,

la nimica assaliro. E sí d’intorno

la cinser, l’aggirâr, l’attraversaro,

ch’a cielo aperto, u’ dianzi erano in fuga,

le fêr gabbia, ritegno e forza, al fine

che, gravata dal peso e stretta e vinta,

de la lena mancasse e de la preda.

Il cigno dibattendosi, da l’ugne

sovra l’onde gli cadde; ed ella scarca,

da la turba fuggendo, al cielo alzossi.

I Rutuli a tal vista con le grida

salutâr pria l’augurio: indi a la pugna

si prepararo. E fu Tolunnio il primo,

ch’augure, incontro al patto, anzi le schiere

si spinse armato, e disse: “Or questo è, questo

ch’io desïava; e questo è quel ch’io cerco

ho ne’ miei vóti. Accetto e riconosco

il favor degli dèi. Me, me seguite,

Rutuli miei. Con me l’armi prendete

contro al malvagio, che di strana parte

venuto con la guerra a spaventarci,

ha voi per vili augelli, e i vostri lidi

cosí scorre e depreda. Ma ritolto

questo cigno gli fia; di nuovo al mare

in fuga se n’andrà. Voi combattendo

in guisa de la pria fugace torma,

ristringetevi insieme, e riponete

il vostro re, che v’è rapito, in salvo”.

Detto cosí, spinse il destriero, e trasse

contr’a’ nimici. Andò stridendo e dritto

l’aura secando il fulminato dardo:

e ‘nsieme udissi col suo rombo un grido

che insino al ciel, de’ Rutuli, sentissi.

Insieme scompigliossi il campo tutto,

turbârsi i petti, ed infiammârsi i cuori.

L’asta volando giunse ove a rincontro

nove fratelli eran per sorte accolti,

che tutti d’una sola etrusca moglie

da l’arcadio Gilippo eran creati.

Un di lor ne colpí là ‘ve nel mezzo

il cinto s’attraversa, e con la fibbia

s’afferra al fianco. Ivi tra costa e costa,

penetrando altamente, lo trafisse,

e morto in su l’arena lo distese.

Questi, il piú riguardevole ne l’armi

era degli altri, e ‘l piú bello e ‘l piú forte,

e gli altri come tutti eran feroci,

dal dolore infiammati incontinente

chi la spada impugnò, chi prese il dardo;

e contra il feritor tutti in un tempo

come ciechi, avventârsi. Incontro a loro

si mosser de’ Laurenti e de’ Latini

le genti a schiere, e d’altro lato a schiere

spinsero i Teucri e gli Arcadi e gli Etruschi.

Cosí d’arme e di sangue uguale ardore

surse d’ambe le parti; e l’are e ‘l foco

ch’eran di mezzo, e l’ostie e le patene

n’andâr sossopra; e tal di ferri e d’aste

denso levossi e procelloso un nembo,

che ‘l sol se n’oscurò, sangue ne piovve.

Grida e fugge Latino, e i numi offesi

se ne riporta, e detestando abborre

il vïolato accordo. Armasi intanto

il campo tutto; e chi frena i destrieri,

chi ‘l carro appresta; e già con l’aste basse,

e con le spade ad investir si vanno.

Messapo desïoso che l’accordo

si disturbasse, incontro al tosco Auleste

che, come re, di regal fregi adorno

e d’ostro, al sacrificio era assistente,

spinse il cavallo e spaventollo in guisa,

che mentre si ritragge infra gli altari

ch’avea da tergo, urtando, si travolse.

Messapo con la lancia incontinente

gli si fe’ sopra, e sí com’era in atto

di supplicarlo, il petto gli trafisse,

“Cosí ben va, – dicendo, – or a’ gran numi

porco piú grato e miglior ostia cadi”.

Cadde il meschino, e fu, spirante e caldo,

sovraggiunto dagl’Itali e spogliato.

Diè Corinèo per un gran tizzo a l’ara

di piglio; e sí com’era ardente e grave,

ad Ebuso ch’incontro gli venia,

nel volto il fulminò. Schizzonne insieme

il foco e ‘l sangue; e di baleno in guisa

un lampo ne la barba gli rifulse

che diè d’arsiccio odore, indi gli corse

sopra senza ritegno; e qual trovollo

da la percossa abbarbagliato e fermo,

l’afferrò per la chioma, a terra il trasse,

col ginocchio lo strinse, e col trafiere

gli passò ‘l fianco. Podalirio ad Also

pastor, che fra le schiere infurïava,

s’affilò dietro; e già col brando ignudo

gli soprastava, allor ch’Also rivolto

la gravosa bipenne ond’era armato

gli piantò nella fronte e ‘nsino al mento

il teschio gli spartí, l’armi gli sparse

tutte di sangue: ond’ei cadde, e le luci

chiuse al gran buio ed al perpetuo sonno.

Enea senz’elmo in testa, infra le genti

la disarmata destra alto levando,

e discorrendo, e richiamando i suoi:

“Dove, dove ne gite? Che tumulto, –

dicea, – che furia, che discordia è questa

cosí repente? Oh trattenete l’ire;

oh non rompete. Il patto è stabilito;

l’accordo è fatto. Solo a me concesso

è ch’io combatta. A me sol ne lasciate

la cura e ‘l carco. Io, non temete, io solo

il patto vi ratifico e vi fermo

con questa sola destra; e Turno a morte

di già mi si promette, e mi si deve

da questi sacrifici”. In questa guisa

gridava il teucro duce; ed ecco intanto

venir d’alto stridendo una saetta;

non si sa da qual mano, o da qual arco

si dipartisse. O caso, o dio che fosse

che tanta lode a’ Rutuli prestasse,

l’onor se ne celò, né mai s’intese

chi del ferito Enea vanto si desse.

Turno, poiché dal campo Enea fu tratto,

e turbar vide i suoi, di nuova speme

s’accese, e gridò l’armi, e sopra al carro

d’un salto si slanciò, spinse i cavalli

infra’ nemici, e molti a morte dienne.

Molti ne sgominò, molti n’infranse,

e con l’aste, fuggendo, ne percosse.

Qual è de l’Ebro in su la fredda riva

il sanguinoso Marte, allor ch’entrando

ne la battaglia, o con lo scudo intuona,

o fulmina con l’asta, e i suoi cavalli

da la furia e da lui cacciati e spinti

ne van co’ venti a gara, urtando i vivi,

e calpestando i morti; e fan col suono

de’ piè fino agli estremi suoi confini

tremar la Tracia tutta, e van con essi

lo spavento, il timor, l’insidie e l’ire,

del bellicoso iddio seguaci eterni;

in cosí fiera e spaventosa vista

se ne gia Turno, la campagna aprendo,

uccidendo, insultando e di nemici

miserabil ruina e strage e strazio

or con l’armi facendo, or co’ destrieri

che sudanti, fumanti e polverosi,

spargean di sangue e di sanguigna arena

con le zampe e con l’ugne un nembo intorno.

Stènelo, ne l’entrar, Tàmiro e Polo

condusse a morte; i due primi da presso,

l’ultimo da lontano. E da lunge anco

Glauco percosse e Lado; i due famosi

figli d’Imbraso, ne la Licia nati,

da lui stesso nutriti, e parimente

a cavalcare e guerreggiare instrutti.

Da l’altra parte Eumède il chiaro germe

de l’antico Dolone. Il nome avea

costui de l’avo, e l’ardimento e i fatti

seguia del padre, che de’ Greci il campo

spïare osando, osò d’Achille ancora

in premio de l’ardir chiedere il carro.

Ma d’altro che di carro premïollo

il figlio di Tidèo; né però degno

d’un tanto guiderdone unqua si tenne.

Turno, poscia che ‘l vide (che da lunge

lo scòrse) con un dardo il giunse in prima:

indi a terra gittossi: e qual trovollo

di già caduto e moribondo, il piede

sopr’al collo gl’impresse, e ne la strozza

lo suo stesso pugnal cacciogli, e disse:

“Troiano, ecco l’Italia, ecco i suoi campi,

che tanto desïasti: or gli misura

costí giacendo. E questo si guadagna

chi contra a Turno ardisce; e ‘n questa guisa

si fondan le città”. Dietro a costui

Bute, e di mano in man Darete, Cloro

e Síbari e Tersíloco e Timete

lanciando, uccise. Ma Timete in terra

ferí, che per sinistro o per difetto

d’un suo restio cavallo era caduto.

Qual sopra al grande Egeo sonando scorre

il tracio Bora, che le nubi e i flutti

si sgombra avanti; e questi ai lidi, e quelle

a l’orizzonte in fuga se ne vanno:

tal per lo campo, ovunque si rivolge,

fa Turno sgominar l’armi e le schiere;

e tal seco ne va furia e spavento,

che financo al cimier morte minaccia.

Fegèo, tanta fierezza e tanto orgoglio

non sofferendo, al concitato carro

parossi avanti, e lievemente un salto

spiccando, con la destra al fren s’appese

del sinistro corsiero. E sí com’era

da la fuga rapito e da la forza

di tutti insieme, insiememente a tutti

(dal sentier divertendoli e dal corso)

facea storpio e disturbo. Ed ecco al fianco

che da la destra parte era scoperto,

cotal sentissi de la lancia un colpo

che la corazza ancor che doppia e forte,

stracciogli, e ‘n fino al vivo lo trafisse

ma di lieve puntura. Ond’ei rivolto,

e ‘mbracciato lo scudo e stretto il brando,

contra gli s’affilava, e per soccorso

gridava intanto. Ma la ruota e l’asse

ch’erano in moto, urtandolo, a rovescio

gittârlo, e Turno immantinente addosso

sagliendogli, infra l’elmo e la gorgiera

il collo gli recise, e dal suo busto

tronco il capo lasciogli in su l’arena.

Mentre cosí vincendo e d’ogni parte

con tanta strage il campo trascorrendo

se ne va Turno; Enea dal fido Acate,

da Memmo e dal suo figlio accompagnato

(come da la saetta era ferito),

sovr’un’asta appoggiato, a lento passo

verso gli alloggiamenti si ritragge.

Ivi contro a lo stral, contro a se stesso

s’inaspra e frange il tèlo, di sua mano

ripesca il ferro. e poi che indarno il tenta,

comanda che la piaga gli s’allarghi

con altro ferro, e d’ogn’intorno s’apra,

sí che tosto dal corpo gli si svelga,

e tosto alla battaglia se ne torni.

Comparso intanto era a la cura Iapi

d’Iäso il figlio, sovr’ogn’altro amato

da Febo. E Febo stesso, allor ch’acceso

era da l’amor suo, la cetra e l’arco

e ‘l vaticinio, e qual de l’arti sue

piú l’aggradasse, a sua scelta gli offerse.

Ei che del vecchio infermo e già caduco

suo padre la salute e gli anni amava,

saper de l’erbe la possanza, e l’uso

di medicare elesse, e senza lingua

e senza lode e del futuro ignaro

mostrarsi in pria, che non ritorre a morte

chi li diè vita. A la sua lancia Enea

stava appoggiato, e fieramente acceso

fremendo, avea di giovani un gran cerchio

col figlio intorno, al cui tenero pianto

punto non si movea. Sbracciato intanto

e con la veste e la cintura avvolta,

qual de’ medici è l’uso, il vecchio Iapi

gli era d’intorno; e con diverse pruove

di man, di ferri, di liquori e d’erbe

invan s’affaticava, invano ogn’opra,

ogn’arte, ogni rimedio, e i preghi e i vóti

al suo maestro Apollo eran tentati.

De la battaglia rinforzava intanto

lo scompiglio e l’orrore; e già ‘l periglio

s’avvicinava; già di polve il cielo,

di cavalieri il campo era coverto;

che fin dentro a’ ripari e fra le tende

ne cadevano i dardi; e già da presso

s’udian de’ combattenti e de’ caduti

i lamenti e le grida. Il caso indegno

d’Enea suo figlio, e ‘l suo stesso dolore

in sé Ciprigna e nel suo cor sentendo,

ratto v’accorse, e fin di Creta addusse

di dittamo un cespuglio, che recente

di sua man còlto, era di verde il gambo,

di tenero le foglie, e d’ostro i fiori

tutto consperso e rugiadoso ancora.

Quest’erba per natura ai capri è nota,

e da lor cerca allor che ‘l tergo o ‘l fianco

ne van di dardo o di saetta infissi.

Con questa Citerèa per entro un nembo

ne venne ascosa, e col salubre sugo

d’ambrosia e d’odorata panacea

mischiolla, e poscia i tiepidi liquori

ch’eran già presti in tal guisa ne sparse,

che nïun se n’avvide. E n’ebbe a pena

la piaga infusa, che l’angoscia e ‘l duolo

cessò repente, il sangue d’ogni parte

de la ferita in fondo si raccolse,

e seguendo la mano, il ferro stesso

come da sé n’uscio. Spedito e forte,

e nel pristino suo vigor ridotto,

Enea dritto levossi. Iäpi il primo:

“A che, – disse, – badate? e perché l’arme

tosto non gli adducete?” Indi a lui vòlto,

contro a’ nemici in tal guisa infiammollo:

“Enea, non è, non è per possa umana

o per umano avviso o per mia cura

questo avvenuto. Un dio, certo un gran dio

a gran cose ti serba”. In questo mezzo

ei, già di pugna desïoso, entrambi

s’avea gli stinchi di dorata piastra,

il dorso di lorica, e la sinistra

di scudo armata. E già l’asta squassando,

d’indugio impazïente, in su la soglia

tanto sol de la tenda si ritenne,

che, sí com’era di tutt’armi involto,

il caro Iulo caramente accolse,

e con le labbia a pena entro l’elmetto

baciollo, e disse: “Figlio mio, da me

la sofferenza e la virtute impara;

la fortuna dagli altri. Io, quel che posso

or con questa mia destra ti difendo:

onor, grandezza e signoria t’acquisto

col sangue mio. Tu poi, quando maturi

fian gli anni tuoi, fa che d’Enea tuo padre

e d’Ettore tuo zio sí ti rammenti,

che ti sian le fatiche e i gesti loro

a gloria ed a vertute esempi e sproni”.

Detto cosí, fuor de le porte uscendo,

brandí la lancia, e tutti in un drappello

ristrinse i suoi. Memmo ed Antèo con esso,

e quanti altri del vallo erano in prima

lasciati a guardia, il vallo abbandonando,

dietro gli s’inviaro. Allor di polve

levossi un nembo, e d’ogn’intorno scossa

al calpitar de’ piè tremò la terra.

Turno di sopra un argine mirando,

questa gente venir si vide incontro.

Viderla, e ne temero e ne tremaro

gli Ausoni tutti. Udinne il suon da lunge

Iuturna in prima, e per timore indietro

se ne ritrasse. Enea volando, al campo

spinse lo stuol, che polveroso e scuro

tal se n’andò qual d’alto mare a terra

squarciato nembo, quando, ohimè! che segno

e che spavento, e che ruina apporta

ai miseri coloni! e quanta strage

agli alberi, a le biade, a la vendemmia

se ne prepara! e qual se n’ode intanto

sonar procella, e venir vento a riva!

Cotal contro a’ nemici il teucro duce

co’ suoi, come in un gruppo insieme uniti,

entrò ne la battaglia. Al primo incontro

Osiri, Archezio, Ufente ed Epulone

ne gir per terra. Acate e Memmo e Gia

e Timbrèo gli affrontaro, e ciascun d’essi

atterrò ‘l suo. Cadde Tolunnio appresso,

l’augure che primiero il dardo trasse

nel turbar de l’accordo. Al suo cadere

tutto in un tempo empiessi il ciel di grida,

la campagna di polve; e vòlti in fuga

se ne giro i Latini. Enea sdegnando

e di seguire e d’incontrar qual fosse

pedone o cavalier, che o lunge o presso

di provocarlo e di ferirlo osasse,

sol di Turno cercando iva per entro

quella densa caligine, e ‘l suo nome

solamente gridando, a la battaglia

lo disfidava. Impaürita e mesta

di ciò Iuturna, la virago ardita,

tosto di Turno al carro appropinquossi,

e giú Metisco, il suo fedele auriga,

subito trabocconne. Ed ella in vece

e ‘n sembianza di lui, lui stesso al corpo,

a l’armi, a la favella, ad ogni moto

rassomigliando, in seggio vi si pose,

e ne prese le redini, e lo resse.

Qual ne va negra rondine alïando

per le case de’ ricchi, allor che piume

e fuscelletti al cominciato nido

quinci e quindi rauna, o picciol’esca

a’ suoi loquaci pargoletti adduce;

che sotto a’ porticali e sopra l’acque,

e per gli atri volando e per le sale

or alto or basso si travolve e gira;

cotal Iuturna il campo attraversando

per ogni parte si spingea col carro

e co’ destrieri infra i nemici a volo,

sovente a loco a loco il suo fratello

vincitor dimostrando, e non soffrendo

che punto dimorasse, o ch’a rincontro,

o pur vicino al gran Teucro ne gisse.

Enea da l’altro canto incontro a lui

volgendo, e rivolgendo, e fra le schiere

cosí com’eran dissipate e sparse

indarno ricercandolo, il chiamava

ad alta voce. E mai gli occhi non torse

ov’ei si fusse, e dietro non gli mosse,

ch’ella co’ suoi corsieri in piú diversa

e piú lontana parte non fuggisse.

Or che farà, ch’ogni pensiero, ogni opra,

ogni disegno gli rïesce invano?

e i pensier son diversi? Ecco Messapo,

che per lo campo discorrendo intanto

d’improvviso l’incontra. E sí com’era

d’una coppia di dardi a la leggiera

ne la sinistra armato, un ne gli trasse

dritto sí che feria; se non ch’Enea

gli fece schermo, e rannicchiato e stretto

chinossi alquanto. E pur ne l’elmo il colse

e ‘l cimier ne divelse. Irato surse;

e poiché da’ nemici attorneggiato

si vide, e che i cavalli eran di Turno

di già spariti, a Giove, ai sacri altari

del vïolato accordo e de l’insidie

molto si protestò: poscia tra loro

gittossi impetuoso, e strazio e strage

prosperamente, ovunque si rivolse,

ne fece a tutto corso; e senza freno

si diede a l’ira ed a la furia in preda.

Or qual nume sarà ch’a dir m’aíti

le tante occisïoni e sí diverse

che di duci e di schiere e di falangi

fecer quel giorno, Enea da l’una parte,

Turno da l’altra? Ah, Giove, sí crudele,

sí sanguinosa guerra infra due genti

che saran poscia eternamente in pace?

Enea Sucrone, un de’ piú forti Ausoni

occise in prima, e primamente i Teucri

fermò, ch’eran da lui rivolti in fuga.

L’incontrò, lo ferí, senza dimora

morto a terra il gittò; ch’in un de’ fianchi

con la spada lo colse, e ne le coste

e ne la vita stessa ne gl’immerse.

Turno a piè dismontato, Àmico in terra,

che da cavallo era caduto, infisse:

e seco il frate suo Dïoro estinse.

L’un di lancia ferí, l’altro di brando;

e d’ambi i capi dai lor tronchi avulsi,

sí com’eran di polvere e di sangue

stillanti e lordi, per le chiome appesi

anzi al carro si pose. E via seguendo

quegli Talone e Tànai e Cetègo

tre feroci Latini ad un assalto

si stese avanti, e ‘l mesto Onite appresso

figlio di Peridía, gloria di Tebe.

E tre dal canto suo questi n’ancise

ch’eran fratelli de la Licia usciti

e de’ campi d’Apollo; a cui per quarto

Menete aggiunse. Ah, come il fato indarno

si fugge! Infin d’Arcadia fu costui

qui condotto a morire. E ‘n su la riva

era nato di Lerna, ove pescando,

da l’armi, da le corti e da’ palagi

si tenea lunge; e solo il suo tugurio

avea per reggia, e per signore il padre,

povero agricoltor de’ campi altrui.

Come due fochi in due diverse parti

d’un secco bosco accesi, ardon sonando

le querce e i lauri; o due rapidi e gonfi

torrenti che nel mar dagli alti monti

precipitando, se ne va ciascuno

il suo cammino aprendo, e ciò che truova

si caccia avanti e rumoreggia e spuma;

cosí per la campagna, ambi fremendo,

le schiere sgominando, e questi e quelli

atterrando ne gian, da l’una parte

Enea, Turno da l’altra. Or sí che d’ira,

or sí che di furor si bolle e scoppia,

e con tutte le forze a ferir vassi;

ché l’esser vinto, e non la morte è morte.

E qui Murrano (un che superbo e gonfio,

del nome e de l’origine vantando

se ne gia degli antichi avi e bisavi

latini regi) fu d’un balzo a terra

da la furia d’Enea spinto e travolto;

sí che di lui, del carro e de le ruote

fatto un viluppo, i suoi stessi cavalli,

il signore oblïando, incrudelîrsi,

e sotto al giogo e sotto ai calci accolto

l’infranser, lo pigiâr, lo strascinaro

e l’ancisero alfine. Ilo, che fiero

e minaccioso avanti gli si fece,

seguí Turno a ferir di dardo, in guisa

che de l’elmetto la dorata piastra

e le tempie e ‘l cerèbro gli trafisse.

Né tu, Crèteo, di man di Turno uscisti,

perché de’ piú robusti e de’ piú forti

fosti de’ Greci. Né di man d’Enea

scampâr Cupento i suoi numi invocati:

ché nel petto ferillo, e non gli valse

lo scudo che di bronzo era coverto.

E tu che contra a tante argive schiere

e contra al domator di Troia Achille,

Eölo, non cadesti, in questi campi

fosti, qual gran colosso, a terra steso.

Ma che? Quest’era il fin de’ giorni tuoi:

qui cader t’era dato. Appo Lirnesso

altamente nascesti: appo Laurento

umil sepolcro avesti. Eran già tutti

quinci i Latini e quindi i Teucri a fronte,

e tra lor mescolati Asila e Memmo,

e Seresto e Messapo, e le falangi

degli Arcadi e de’ Toschi, ognun per sé,

e tutti insieme con estrema possa,

con estremo valor senza riposo

facean mortale e sanguinosa mischia.

Qui nel pensiero al travagliato figlio

pose Ciprigna di voltar le schiere

subitamente a le nimiche mura,

e con quel nuovo, inopinato avviso

assalir, disturbare, e l’oste insieme

e la città por de’ Latini in forse.

E sí come, di Turno investigando,

volgea le luci in questa parte e ‘n quella,

vide Laurento che non tocco ancora

stava da tanta guerra immune e scevro.

E da l’occasïon subitamente

preso consiglio, a sé Memmo, Seresto

e Sergesto chiamando, indi vicino

sovr’un colle si trasse, ove de’ Teucri

a mano a man si raunâr le schiere.

E sí come raccolti, armati e stretti

s’eran già fermi, in mezzo alto levossi

e cosí disse: “Udite, e senza indugio

fate quel ch’io dirò. Giove è con noi.

E perché sí repente io mi risolva

a questa impresa, non però di voi

alcun sia che men pronto vi si mostri.

Oggi o che re Latino al nostro impero

converra ch’obbedisca e freno accetti;

o che questa città, seme e cagione

di questa guerra, e questo regno tutto

a foco, a ferro ed a ruina andranne.

E che deggio aspettar? Che non piú Turno

fugga, si come fa, la pugna mia?

E che vinto una volta, si contenti

di combattere un’altra? Il capo e ‘l fine,

cittadin miei, di questa guerra è questo.

Via, col foco a le mura, e con le fiamme

ne vendichiam del vïolato accordo”.

Avea ciò detto, quando ognuno a gara

e tutti insieme inanimati e stretti

di conio in guisa, qual intera massa,

appressâr la città. Vi furon preste

le scale e ‘l foco. Altri assalîr le porte,

e questi e quelli occisero e cacciaro,

come pria s’abbattero. Altri lanciando

oppugnâr la muraglia; onde levossi

di terra un nembo che fece ombra al sole.

Enea sotto le mura attorneggiato

da’ primi suoi, la destra alto e la voce

levando, or con Latino or con gli dèi

si protestava, che due volte a l’armi

era forzato e che due volte il patto

gli si turbava. I cittadini intanto

facean tumulto. E chi volea che dentro

si chiamassero i Teucri e che le porte

fossero aperte, il re fin su le mura

a ciò traendo;, e chi l’armi gridando

s’apprestava a difesa. Era a vederli

qual è di pecchie entro una cava rupe

accolto sciame allor che dal pastore

d’amaro fumo è la caverna offesa;

che trepide, confuse e d’ira accese,

per l’incerate fabbriche travolte,

discorrendo e ronzando se ne vanno:

al cui stridor l’affumigata grotta

mormora, e tetro odore a l’aura esala.

In questo tempo un infortunio orrendo,

timor, confusïone e duolo accrebbe

agli afflitti Latini, e pose in pianto

il popol tutto: e fu che la reina,

visto da lunge incontro a la cittade

venire i Teucri, e già le faci e l’armi

volar per entro, e piú nulla sentendo

o vedendo de’ Rutuli o di Turno,

onde aíta o speranza le venisse,

si credé la meschina che già l’oste

fosse sconfitto, e, ‘l genero caduto,

ogni cosa in ruina. E presa e vinta

da súbito dolore, alto gridando:

“Ah! ch’io la colpa, – disse – io la cagione,

io l’origine son di tanto male”.

E dopo molto affliggersi e dolersi,

già furïosa e di morir disposta,

il petto aprissi, e la purpurea veste

si squarciò, si percosse, e dell’infame

nodo il collo s’avvinse, e strangolossi.

Udito il caso, la diletta figlia

i biondi crini e le rosate guance

prima si lacerò, poscia la turba

v’accorse de le donne, e di tumulto,

di pianti, di stridori e d’ululati

la reggia tutta e la cittade empiessi.

Ognun si sgomentò. Latino, afflitto

de la morte d’Amata e del periglio

del regno tutto, lanïossi il manto,

bruttossi il bianco e venerabil crine

d’immonda polve; amaramente pianse

che per suocero dianzi e per amico

non si confederò col frigio duce.

Turno, che in questo mezzo combattendo

rimaso era del campo in su l’estremo

incontro a pochi, e quelli anco dispersi,

già scemo di vigore, e trasportato

da’ suoi cavalli, che ritrosi e stanchi

ognor piú se n’andavano lontani,

in sé confuso e dubbio se ne stava.

Quando ecco di Laurento ode le grida

con un terror che, non compreso ancora,

gli avea da quella parte il vento addotto.

Porse l’orecchie, e ‘l mormorio sentendo

de la città, che tuttavia piú chiaro

di tumulto sembrava e di travaglio:

“Oh, – disse, – che sent’io? che novitate

e che rumore e che trambusto è questo

che di dentro mi fère?”. E, quasi uscito

di sé, mirando ed ascoltando stette.

Cui la sorella (come già conversa

era in Metisco, e come i suoi cavalli

stava reggendo) si rivolse, e disse:

“Di qua, Turno, di qua. Quinci la strada

ne s’apre a la vittoria. Altri a difesa

saran de la città. Se d’altra parte

Enea de’ tuoi fa strage, e tu da questa

distruggi i suoi, che mon men gloria aremo,

e piú sangue faremo”. E Turno a lei:

“O mia sorella! (che mia suora certo

sei tu) ben ti conobbi infin da l’ora

che turbasti l’accordo, e che poi meco

ne la battaglia entrasti. Or, benché dea,

indarno mi t’ascondi. E chi dal cielo

cosí qua giú ti manda a soffrir meco

tante fatiche? A veder forse a morte

gir tuo fratello? E che, misero! deggio

far altro mai? qual mi si mostra altronde

o salute o speranza? Io stesso ho visto

con gli occhi miei, lo mio nome chiamando,

cadere il gran Murrano. E chi mi resta

di lui piú fido e piú caro compagno?

E ‘l magnanimo Ufente anco è perito,

credo, per non veder le mie vergogne:

e ‘l corpo e le armi sue, lasso! in potere

son de’ nemici. E soffrirò (ché questo

sol ci mancava) di vedermi avanti

aprir le mura, e ruinare i tetti

de la nostra città? Né fia che Drance

menta de la mia fuga? E fia che Turno

volga le spalle, e quella terra il vegga?

Sí gran male è morire? inferni dii,

accoglietemi voi, poiché i superni

mi sono infesti. A voi di questa colpa

scenderò spirto intemerato e santo,

e non sarò de’ miei grand’avi indegno”.

Ciò disse a pena; ed ecco a tutta briglia

venir per mezzo a le nemiche schiere

un cavalier che Sage era nomato.

Di spuma e di sudore il suo cavallo,

e di sangue era sparso. In volto infissa

portava una saetta, e con gran furia

Turno chiamando e ricercando andava.

Poscia che ‘l vide: “In te, – disse, – è riposta

ogni speranza: abbi pietà de’ tuoi.

Enea va come un folgore atterrando

tutto ciò che davanti gli si para;

e le mura e le torri e ‘l regno tutto

di ruinar minaccia; e già le faci

volano ai tetti. A te gli occhi rivolti

son de’ Latini. E già Latino stesso

vacilla, e fra due stassi a qual di voi

s’attenga, e di cui suocero s’appelli.

La regina che solo era sostegno

de la tua parte, di sua propria mano,

per timore e per odio de la vita,

s’è strangolata. Solamente Atina

e Messapo a difesa de le porte

fan testa; ma gli vanno i Teucri a schiere

con tant’aste a rincontro e tante spade

serrati insieme, quante a pena in campo

non son le biade. E tu per questa vòta

e deserta campagna il carro indarno

spingendo e volteggiando te ne stai?”

Turno da tante orribili novelle

sopraggiunto in un tempo e spaventato,

si smagò, s’ammutí, col viso a terra

chinossi. Amor, vergogna, insania e lutto

e dolore e furore e coscïenza

del suo stesso valore accolti in uno,

gli arsero il core e gli avvamparo il volto.

Ma poscia che gli fu la nebbia e l’ombra

de la mente sparita, e che la luce

gli si scoprí de la ragione in parte:

cosí com’era ancor turbato e fero,

di sopra al carro a la città rivolse

l’ardente vista. Ed ecco in su le mura

vede che una gran fiamma al cielo ondeggia,

gli assiti, i ponti e le bertesche ardendo

d’una torre ch’a guardia era da lui

de la muraglia in su le ruote eretta.

E disse: “Già, sorella, già son vinto

dal mio destino. A che piú m’attraversi?

Via, dove la fortuna e dio ne chiama!

Fermo son di venir col Teucro a l’armi,

e soffrir de la pugna e de la morte

ogni acerbezza, anzi che tu mi vegga

de la gloria de’ miei, sorella, indegno.

Or al fato mi lascia e sostien ch’io

disfoghi infurïando il mio furore”.

Cosí dicendo, fuor del carro a terra

gittossi incontinente, e la sirocchia

lasciando afflitta, via per mezzo a l’armi

e per mezzo a’ nemici a correr diessi.

Qual di cima d’un monte in precipizio

rotolando si volge un sasso alpestro,

che dal vento o dagli anni o da la pioggia

divelto, per le piagge a scosse, a balzi

vada senza ritegno, e de le selve

e degli armenti e de’ pastori insieme

meni guasto, ruina e strage avanti;

tal per l’opposte e sbaragliate schiere

se ne gia Turno. E giunto ove in cospetto

de la città di molto sangue il campo

era già sparso, e pien di dardi il cielo,

alzò la mano, e con gran voce disse:

“State, Rutuli, a dietro; e voi, Latini,

toglietevi da l’armi. Ogni fortuna,

qual ch’ella sia di questa pugna, è mia.

A me la colpa, a me si dee la pena

del vïolato accordo: a me per tutti

pugnar debitamente si conviene”.

A questo dir di mezzo ognun si tolse,

ognun si ritirò. Di Turno il nome

Enea sentendo, il cominciato assalto

dismise e da le mura e da le torri

e da tutte l’imprese si ritrasse.

Per letizia esultò, terribilmente

fremé, si rassettò, si vibrò tutto

nell’armi, e ‘n sé medesmo si raccolse;

quanto il grand’Ato, o ‘l grand’Erice a l’aura

non sorge a pena, o ‘l gran padre Appennino,

allor che d’elci la fronzuta chioma

per vento gli si crolla, e che di neve

gioioso alteramente s’incappella.

I Rutuli, i Latini, i Teucri, e tutti

o ch’a la guardia o ch’a l’offesa in prima

fosser de la muraglia, ognuno a gara

l’armi deposte, a rimirar si diêro.

Latino esso re stesso spettatore

ne fu con meraviglia, ch’anzi a lui

altri due re sí grandi, e di due parti

del mondo sí diverse e sí remote,

fosser de l’armi al paragon venuti.

Eglino, poiché largo e sgombro il campo

ebber davanti, non si fur da lunge

veduti a pena, che correndo entrambi

mosser l’un contra l’altro. I dardi in prima

s’avventâr di lontano, indi s’urtaro;

e ‘l tonar degli scudi e ‘l suon degli elmi

fe’ la terra tremare, e l’aura ai colpi

fischiò de’ brandi. La fortuna insieme

si mischiò col valore. In cotal guisa

sopra al gran Sila o del Taburno in cima,

d’amore accesi, con le fronti avverse

van due tori animosi a riscontrarsi;

che pavidi in disparte se ne stanno

i lor maestri, s’ammutisce e guarda

la torma tutta, e le giovenche intanto

stan dubbie a cui di lor marito e donno

sia de l’armento a divenir concesso:

ed essi urtando, con le corna intanto

si dan ferite, che le spalle e i fianchi

ne grondan sangue, e ne rimugghia il bosco;

tal del troiano e dell’ausonio duce

era la pugna e tal de le percosse

e degli scudi il suono. A questo assalto

il gran Giove nel ciel librate e pari

tenne le sue bilance, e d’ambi il fato,

contrapesando, attese a qual di loro

desse la sua fatica e ‘l suo valore

de la vittoria o de la morte il crollo.

Qui Turno a tempo, che sicuro e destro

gli parve, alto levossi, e con la spada

di tutta forza a l’avversario trasse,

e ne l’elmo il ferí. Gridaro i Teucri,

trepidaro i Latini, e sgomentârsi

tutte d’ambi gli eserciti le schiere.

Ma la perfida spada in mezzo al colpo

si ruppe, e ‘n sul fervore abbandonollo,

sí che la fuga in sua vece gli valse:

ch’a fuggir diessi, tosto che la destra

disarmata si vide, e che da l’else

l’arme conobbe che la sua non era.

È fama che da l’impeto accecato,

allor che prima a la battaglia uscendo

giunse Turno i cavalli e ‘l carro ascese,

per la confusïone e per la fretta

lasciato il patrio brando, a quel di piglio

diè per disavventura, che davanti

gli s’abbatté del suo Metisco in prima.

E questo, fin che dissipati e rotti

n’andaro i Teucri, assai fedele e saldo

lungamente gli resse. Ma venuto

con l’armi di Vulcano a paragone

(come quel che di mano era costrutto

di mortal fabbro) mal temprato e frale,

qual di ghiaccio, si franse e ne la sabbia

ne rifulsero i pezzi. E cosí Turno

fuggendo, or quinci or quindi per lo campo,

qual forsennato, indarno s’aggirava,

d’ogni parte rinchiuso; che da l’una

lo serravano i Frigi e la palude,

e ‘l fosso e la muraglia era da l’altra,

e non men ch’ei fuggisse, il teucro duce

(come che da la piaga ancor tardato

fosse de la saetta, e le ginocchia

si sentisse ancor fiacche) il seguitava.

L’ardente voglia, e la speranza eguale

a la téma di lui, sí lo spingea,

che già già gli era sopra, e già ‘l feria.

Cosí cervo fugace o da le ripe

chiuso d’un alto fiume, o circondato

da le vermiglie abbominate penne,

se da veltro è cacciato o da molosso

che correndo e latrando lo persegua,

di qua di lui, di là del precipizio

temendo e degli strali e degli agguati,

fugge, rifugge, si travolge e torna

per mille vie; né dal feroce alano

è però meno atteso e men seguíto,

che mai non l’abbandona; e già gli è presso

a bocca aperta, e già par che l’aggiunga,

e ‘l prenda e ‘l tenga, e come se ‘l tenesse,

schiattisce, e ‘l vento morde, e i denti inciocca.

Allor le grida alzârsi, a cui le rupi

de’ monti e i laghi intorno rispondendo,

l’aria e ‘l ciel tutto di tumulto empiero.

Mentre cosí fuggia Turno, gridando

e rampognando i suoi, del proprio nome

ciascun chiamava, e ‘l suo brando chiedea.

Enea da l’altra parte, minacciando

a tutti unitamente ed a qualunque

di sovvenirlo e d’appressarlo osasse,

che faria delle genti occisïone

senza pietà, ch’a sacco, a ferro, a foco

metteria la cittade e ‘l regno tutto,

sí com’era ferito, il seguitava.

Cinque volte girando il campo tutto,

e cinque rigirando, e molte e molte

di qua di là correndo, imperversaro;

ché non per gioco, non per lieve acquisto

d’onor, ma per l’imperio, per lo sangue,

per la vita di Turno era il contrasto.

Per sorte in questo loco anticamente

era a Fauno sacrato un oleastro

d’amare foglie, venerabil legno

a’ naviganti che dal mare usciti

a salvamento, al tronco, ai rami suoi

lasciavano i lor vóti e le lor vesti

a questo dio de’ Laürenti appese.

Non ebbero i Troiani a questo sacro

piú ch’agli altri profani arbori o sterpi

alcun riguardo; onde con gli altri tutti

lo distirpâr, perché netto e spedito

restasse il campo al marzïale incontro.

De l’oleastro in loco era caduta

l’asta d’Enea: qui l’impeto la trasse;

qui si tenea tra le sue barbe infissa.

E qui per ricovrarla il teucro duce

chinossi, e per far pruova se con essa

lanciando lo fermasse almen da lunge,

poi ch’appressar correndo nol potea.

Allor per téma in sé Turno confuso:

“Abbi, Fauno, di me cura e pietate, –

disse, pregando, – e tu, benigna terra,

sii del suo ferro a mio scampo tenace,

se i vostri sacrifici e i vostri onori

io mai sempre curai, che pur da’ Frigi

son cosí vilipesi e profanati”.

Ciò disse, e non fu ‘l detto e ‘l vóto in vano:

ch’Enea molta fatica e molto indugio

mise intorno al suo tèlo, né con forza,

né con industria alcuna ebbe possanza

mai di sferrarlo. Or mentre vi s’affanna

e vi studia e vi suda, ecco Iuturna

un’altra volta ne lo stesso auriga

mutata gli si mostra, e la sua spada

al fratello appresenta. E d’altra parte

Venere, disdegnando che la ninfa

cotanto osasse, incontinente anch’ella

accorse al figlio, e l’asta gli divelse.

Cosí d’arme, di speme e d’ardimento

ambidue rinforzati, e l’un del brando,

l’altro de l’asta altero, un’altra volta

a vittoria anelando s’azzuffaro.

Stava Giuno a mirar questa battaglia

sovr’un nembo dorato, allor che Giove

cosí le disse: “E che faremo alfine,

donna? E che far ci resta? Io so che sai,

e tu l’affermi, che da’ fati Enea

si deve al cielo, e che tra noi s’aspetta.

Ch’agogni piú? Che macchini, e che speri?

A che tra queste nubi or ti ravvolgi?

Convenevol ti sembra e degna cosa

che mortal ferro a vïolar presuma

un che fia Divo? E ti par degno e giusto

ch’a Turno in man la spada si riponga

quando egli stesso la si tolse e ruppe?

E l’avria senza te Iuturna osato,

non che potuto, a crescer forza ai vinti?

Togliti giú da questa impresa omai,

togliti; e me, che te ne prego, ascolta:

né soffrir che ‘l dolor, ch’entro ti rode,

cangiando il dolce tuo sereno aspetto,

sí ti conturbi, e sí spesso cagione

mi sia d’amaritudine e di noia.

Quest’è l’ultima fine. Assai per mare,

assai per terra hai tu fin qui potuto

a vessare i Troiani, a muover guerra

cosí nefanda, a scompigliar la casa

del re Latino, e ‘ntorbidar le nozze,

sí come hai fatto. Or piú tentar non lece;

ed io tel vieto”. E qui Giove si tacque.

Abbassò ‘l volto, ed umilmente a lui

cosí Giuno rispose: “Io, perché noto

m’è, signor mio, questo tuo gran volere,

ancor contra mia voglia abbandonata

ho l’aíta di Turno, e qui da terra

mi son levata. Che se ciò non fosse,

me cosí solitaria non vedresti,

com’or mi vedi, in queste nubi ascosa,

e disposta a soffrir tutto ch’io soffro

degno e non degno; ma di fiamme cinta

mi rimescolerei per la battaglia

a danno de’ Troiani. Io, solo in questo,

tel confesso, a Iuturna ho persüaso

ch’al suo misero frate in sí grand’uopo

non manchi di soccorso, e ch’ogni cosa

tenti per la salute e per lo scampo

de la sua vita. E non però le dissi

giammai che l’arco e le saette oprasse

incontr’Enea. Tel giuro per la fonte

di Stige, quel ch’a noi celesti numi

solo è nume implacabile e tremendo.

Ora per obbedirti e perché stanca

di questa guerra e fastidita io sono,

cedo e piú non contendo. E sol di questo

desio che mi compiaccia (e questo al fato

non è soggetto), che per mio contento,

per onor de’ Latini, per grandezza

e maestà de’ tuoi, quando la pace,

l’accordo e ‘l maritaggio fia conchiuso

(che sia felicemente), il nome antico

di Lazio e de le sue native genti,

l’abito e la favella non si mute:

né mai Teucri si chiamino e Troiani.

Sempre Lazio sia Lazio, e sempre Albani

sian d’Alba i regi, e la romana stirpe

d’italica virtú possente e chiara.

Poiché Troia perí, lascia che pèra

anco il suo nome”. A ciò Giove sorrise,

e cosí le rispose: “Ah! sei pur nata

ancor tu di Saturno, e mia sorella,

e consenti che l’ira e l’acerbezza

cosí ti vinca? Or, come follemente

la concepisti, il cor te ne disgombra

omai del tutto. E tutto io ti concedo

che tu domandi, e vinto mi ti rendo.

La favella, il costume e ‘l nome loro

ritengansi gli Ausoni, e solo i corpi

abbian con essi i Teucri uniti e misti.

D’ambedue questi popoli i costumi,

i riti, i sacrifici in uno accolti,

una gente farò ch’ad una voce

Latini si diranno. E quei che d’ambi

nasceran poi, sovr’a l’umana gente,

si vedran di possanza e di pietade

girne a’ celesti eguali; e non mai tanto

sarai tu cólta e riverita altrove”.

Di ciò Giuno appagossi, e lieta e mite

già verso i Teucri, al ciel fece ritorno.

Giove poscia Iuturna da l’aíta

distor pensò di suo fratello, e ‘l fece

in questa guisa. Due le pèsti sono,

che son Dire chiamate, al mondo uscite

con Megera ad un parto, a lei sorelle,

figlie a la Notte, e di Cocito alunne,

che d’aspi han parimente irte le chiome,

e di ventose bucce i dorsi alati.

Queste di Giove al tribunale intorno,

e de la sua gran reggia anzi la soglia

si presentano allor che pena e pèsti

e morti a noi mortali, e guerre a’ luoghi

che ne son meritevoli apparecchia.

Una di loro a terra immantinente

spinse il padre celeste, onde Iuturna

de la fraterna morte augurio avesse.

Mosse la Dira, e di tempesta in guisa

ch’impetüosamente trascorresse,

volò come saetta che da Parto,

e da Cidone avvelenata uscisse,

e, non vista, ronzando e l’ombre aprendo,

ferita immedicabile portasse.

Giunta là ‘ve di Turno e de’ Troiani

vide le schiere, in forma si ristrinse

subitamente di minore augello,

ed in quel si cangiò che da’ sepolcri

e dagli antichi e solitari alberghi

funesto canta, e sol di notte vola.

Tal divenuta, a Turno s’appresenta,

gli ulula, gli svolazza, gli s’aggira

molte volte d’intorno; e fin con l’ali

lo scudo gli percuote, e gli fa vento.

Stupí, si raggricciò, muto divenne

Turno per la paura. E la sorella,

tosto che lo stridor sentinne e l’ali,

le chiome si stracciò, graffiossi il volto,

e con le pugna il petto si percosse:

“Or che – dicendo – omai, Turno, piú puote

per te la tua germana? E che piú resta

a far per lo tuo scampo, o per l’indugio

de la tua morte? E come a cotal mostro

oppor mi posso io piú? Già già mi tolgo

di qui lontano. A che piú spaventarmi?

Assai di téma, sventurato augello,

nel tuo venir mi désti. E ben conosco

a i segni del tuo canto e del tuo volo

quel che m’apporti. E non punto m’inganna

il severo precetto del Tonante.

E perché vita mi concesse eterna?

Perché ‘l morir mi tolse? Acciò morendo

non finisse il mio duolo? Acciò compagna

gir non potessi al misero fratello?

Immortal io? Che valmi? E che mi puote

ne l’immortalità parer soave

senza il mio Turno? Or qual mi s’apre terra

che seco mi riceva e mi rinchiugga

tra l’ombre inferne; e non piú ninfa e dea

ma sia mortale e morta?” E cosí detto,

grama e dolente, di ceruleo ammanto

il capo si coverse. Indi correndo

nel suo fiume gittossi, ove s’immerse

infino al fondo, e ne mandò gemendo

in vece di sospir gorgogli a l’aura.

Intanto il suo gran tèlo Enea vibrando

col nimico s’azzuffa, e fieramente

lo rampogna, e gli dice: “Or qual piú, Turno,

farai tu mora, o sotterfugio, o schermo?

Con l’armi, con le man, Turno, e da presso,

non co’ piè si combatte e di lontano.

Ma fuggi pur, dileguati, trasmutati,

unisci le tue forze e ‘l tuo valore,

vola per l’aria, appiattati sotterra,

quanto puoi t’argomenta e quanto sai,

che pur giunto vi sei”. Turno, squassando

il capo: “Ah! – gli rispose – che per fiero

che mi ti mostri, io de la tua fierezza,

orgoglioso campion, punto non temo,

né di te: degli dèi temo, e di Giove,

che nimici mi sono e meco irati”.

Nulla piú disse; ma rivolto, appresso

si vide un sasso, un sasso antico e grande

ch’ivi a sorte per limite era posto

a spartir campi e tôr lite a’ vicini.

Era sí smisurato e di tal peso,

che dodici di quei ch’oggi produce

il secol nostro, e de’ piú forti ancora,

non l’avrebbon di terra alzato a pena.

Turno diegli di piglio, e con esso alto

correndo se ne gia verso il nimico,

senza veder né come indi il togliesse,

né come lo levasse, né se gisse,

né se corresse. Disnervate e fiacche

gli vacillâr le gambe, e freddo e stretto

gli si fe’ ‘l sangue. Il sasso andò per l’aura

sí che ‘l colpo non giunse, e non percosse.

Come di notte, allor che ‘l sonno chiude

i languid’occhi a l’affannata gente,

ne sembra alcuna volta essere al corso

ardenti in prima, e poi freddi in su ‘l mezzo,

manchiam di lena sí ch’i piè, la lingua,

la voce, ogni potenza ne si toglie

quasi in un tempo: cosí Turno invano

tutte del suo valor le forze oprava

da la Dira impedito. Allora in dubbio

fu di se stesso, e molti per la mente

gli andaro e vari e torbidi pensieri.

Torse gli occhi a’ suoi Rutuli, e le mura

mirò de la città: poscia sospeso

fermossi, e pauroso; sopra il tèlo

vistosi del gran Teucro, orror ne prese,

non piú sapendo o dove per suo scampo

si ricovrasse, o quel che per suo schermo,

o per l’offesa del nimico oprasse.

Mentre cosí confuso e forsennato

si sta, la fatal asta Enea vibrando,

apposta ove colpisca, e con la forza

del corpo tutto gli l’avventa e fère.

Macchina con tant’impeto non pinse

mai sasso, e mai non fu squarciata nube

che sí tonasse. Andò di turbo in guisa

stridendo, e con la morte in su la punta

furïosa passò di sette doppi

lo rinforzato scudo; e la corazza

aprendo, ne la coscia gli s’infisse.

Diè del ginocchio a questo colpo in terra

Turno ferito. I Rutuli gridaro:

e tal surse fra lor tumulto e pianto,

che ‘l monte tutto e le foreste intorno

ne rintonaro. Allor gli occhi e la destra

alzando in atto umilmente rimesso,

e supplicante: “Io – disse – ho meritato

questa fortuna; e tu segui la tua;

ché né vita, né vènia ti dimando.

Ma se pietà de’ padri il cor ti tange

(ché ancor tu padre avesti, e padre sei),

del mio vecchio parente or ti sovvenga.

E se morto mi vuoi, morto ch’io sia,

rendi il mio corpo a’ miei. Tu vincitore,

ed io son vinto. E già gli Ausoni tutti

mi ti veggiono a’ piè, che supplicando

mercé ti chieggio. E già Lavinia è tua;

a che piú contra un morto odio e tenzone?”

Enea ferocemente altero e torvo

stette ne l’arme, e vòlti gli occhi a torno,

frenò la destra; e con l’indugio ognora

piú mite, al suo pregar si raddolciva;

quando di cima all’omero il fermaglio

del cinto infortunato di Pallante

negli occhi gli rifulse. E ben conobbe

a le note sue bolle esser quel desso,

di che Turno quel dí l’avea spogliato,

che gli diè morte; e che per vanto poscia

come nimica e glorïosa spoglia

lo portò sempre al petto attraversato.

Tosto che ‘l vide, amara rimembranza

gli fu di quel ch’ei n’ebbe affanno e doglia;

e d’ira e di furore il petto acceso,

e terribile il volto: “Ah! – disse – adunque

tu de le spoglie d’un mio tanto amico

adorno, oggi di man presumi uscirmi,

sí che non muoia? Muori; e questo colpo

ti dà Pallante, e da Pallante il prendi.

A lui, per mia vendetta e per sua vittima,

te, la tua pena, e ‘l tuo sangue consacro”.

E, ciò dicendo, il petto gli trafisse.

Allor da mortal gelo il corpo appreso

abbandonossi; e l’anima di vita

sdegnosamente sospirando uscio.

– Fine –

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