Publius Vergilius Maro – Eneide – Traduzione di Giuseppe Albini

LIBRO PRIMO

L’armi e l’uom canto che dal suol di Troia

primo in Italia profugo per fato

alle lavinie prode venne, molto

e per terre sbattuto e in mar da forza

ei de’ Celesti per la memore ira

de la crudel Giunone, e molto ancora

provato in guerra, fin ch’ebbe fondata

la città e gli Dei posti nel Lazio,

onde il Latino genere e gli Albani

padri e le mura de l’eccelsa Roma.

Musa, le cause narrami, per quale

sfregio a sua deità, di che dogliosa,

la Regina de’ Numi un uom costrinse

di pietà sí preclaro a correr tante

vicende, a incontrar tanti travagli:

e son sí grandi in cuor divino l’ire?

Antica città fu, gente di Tiro

la possedé, Cartagine di fronte

a Italia lungi ed a le tiberine

bocche, opulenta, acerrima guerriera:

cui frequentar dicevano Giunone

piú che ogni altro paese e Samo istessa;

quivi fur l’armi sue, quivi il suo carro,

e che quello, assentendolo i destini,

divenisse l’impero de le genti,

fin d’allora la Dea studia e vagheggia.

Però che udito avea, dal troian sangue

scender progenie che le tirie ròcche

rovescerebbe un dí; che quindi larga-

mente un popolo re, superbo in guerra,

moverebbe a rovina de la Libia:

cosí volger le Parche. La Saturnia,

questo temendo, e de l’antico stormo

memore ch’essa avea guidato a Troia

per Argo sua – né le cadean di mente

le cagioni de l’ira e i fieri crucci;

fitto rimane nel profondo seno

il giudizio di Paride, il dispregio

di sua bellezza, l’odïosa stirpe

e gli onor del rapito Ganimede -;

da tali fiamme accesa i Teucri, avanzo

de’ Danai e del feroce Achille, a tutte

le marine travolti respingea

dal Lazio, e già molti anni erravan spinti

dal fato ad ogni mar: sí dura impresa

era fondare la romana gente.

Appena da la vista de la terra

sicilïana lieti verso l’alto

veleggiavano e con le bronzee prore

frangean le spume, che Giunone, in cuore

alimentando la ferita eterna,

disse tra sé: “Vinta desistere io

da l’opera, e sviare il re de’ Teucri

non poter da l’Italia! ho contro i fati!

E Pallade bruciar poté la flotta

degli Argivi e sommergerli pel fallo

e la follía d’Aiace sol d’Oileo?

Essa da’ nembi il rapido scagliando

foco di Giove dissipò le navi,

l’acque al vento sconvolse, e lui spirante

vampe dal petto squarciato rapí

nel turbine e il confisse a scoglio acuto.

Ma io che degli Dei regina incedo,

sorella e moglie di Giove, io con una

sola gente per tanti anni guerreggio.

E ancor v’è chi di Giuno il nume adora

e pregando a l’altar porrà l’offerta?”.

Tanto tra sé ne l’infiammato cuore

agitando la Dea move a la patria

de’ nembi, pregna d’austri furibondi,

l’Eolia. Eolo re quivi in vasto antro

i riottosi venti e le bufere

fischianti doma imperïoso e serra

quelli sbuffando, con susurro immenso

del monte, fremono agli sbocchi intorno;

ma Eolo scettrato in alto siede

e tempera gli umori e frena l’ire;

senza ciò il mar la terra e il ciel profondo

seco trascinerebbero nel volo

e spazzerebber via. L’onnipotente

Padre questo temendo entro caverne

buie li chiuse, mole di montagne

alte vi sovrappose, e un re lor diede

che con patto fermato e dietro al cenno

tirar sapesse ed allentar le briglie.

Supplice a lui Giunone allor si volse:

“Eolo, poi che il Padre degli Dei

e degli uomini re ti diè possanza

di chetar l’onda e sollevar col vento,

gente nemica a me solca il Tirreno

portando Ilio in Italia e gli sconfitti

Penati: infondi vïolenza ai venti,

investi quelle poppe e le sommergi,

o díssipali e spargili sul mare.

Ho sette e sette ninfe, di bellezza;

la piú bella tra lor Deïopèa

ti legherò di stabile connubio

e farò esser tua, che teco passi

tutta per questo merito la vita

e di prole gentil padre ti renda”.

Eolo in risposta: “A te spetta, o regina,

veder che ti talenta; a me, obbedire.

Tu questo regno quanto egli è, lo scettro

e Giove mi propizi tu; tu fai

ch’io m’adagi a le mense degli Dei

e i nembi signoreggi e le tempeste”.

Ciò detto, con la cuspide rivolta

percosse il fianco al cavo monte, e i venti

in groppo si ruinano a l’uscita

e turbinosi scorrono la terra.

Calarono sul mare, e dal profondo

lo sconvolgono tutto ed Euro e Noto

ed Africo impregnato di procelle,

e spingono a le rive i cavalloni.

Segue d’uomini un grido, un cigolío

di gómene. Improvvise il cielo e il giorno

tolgon le nubi agli occhi de’ Troiani;

cupa incombe sul pelago la notte.

Rintonarono i cieli, l’aer guizza

di folgori frequenti, e tutto intorno

è una minaccia d’imminente morte.

Enea pe’ membri sente un gel, sospira,

ed “Oh!”, tendendo alto le palme esclama.

“tre volte e quattro fortunati quelli

ch’ebbero in sorte di morire in vista

de’ padri sotto a’ muri alti di Troia!

O Tidíde, fortissimo de’ Danai,

non avere io potuto in terra d’Ilio

cadere e per la tua mano spirare

quest’anima! ove il fiero Ettore giace

del colpo de l’Eàcide, ove il grande

Sarpèdone, ove tanti il Simoenta

scudi d’eroi travolge ed elmi e salme”.

Mentre ch’ei si sconsola, una stridente

raffica d’Aquilon coglie la vela

in faccia e leva fino agli astri i flutti.

Infranti sono i remi; allor la prora

si rivolge e dà il fianco a l’onde: incalza

di gran mole scosceso un monte d’acqua.

Questi pendono in cima al flutto, a quelli

scopre tra’ flutti l’onda spalancata

il fondo, va il bollor fino a le arene.

Tre navi avventa Noto a sassi occulti

(Are li chiaman gl’Itali, a fior d’acqua

schiena enorme), tre navi Euro da l’alto,

triste a veder, sospinge in secche e sirti,

le sbatte a’ banchi e accerchiale di sabbia.

Una, che i Lici ed il fedele Oronte

portava, immensa ondata innanzi agli occhi

di lui percote in poppa: a capo in giú

il timonier n’è scosso, e lí tre volte

il flutto aggira intorno a sé la nave

ed il rapido vortice l’inghiotte.

Rari natanti per il gorgo vasto

appaiono, armi di guerrieri e tavole

e troiana dovizia galleggiante.

Già il saldo legno d’Ilioneo, già quello

del forte Acate, quel che porta Abante,

quel che l’annoso Alete, ha vinti il nembo:

tutti per lo sconnettersi de’ fianchi

bevono la nemica onda sfasciati.

Sentí l’immenso murmure del mare

Nettuno intanto pien di meraviglia

e scatenata la burrasca e i fondi

rimescolati, e fuori da le schiume

sporse il placido capo a riguardare.

Dissipata d’Enea vede la flotta

per tutte l’acque, sopraffatti i Teucri

dal rovescio del ciel, né le insidiose

sfuggirono al fratello ire di Giuno.

Euro e Zefiro à sé chiama e lor dice:

“Tanta baldanza de la vostra schiatta

dunque v’ha preso? Omai l’aria e la terra

senza me, venti, a perturbar vi ardite

e a sollevar di simili montagne?

Io vi….. Ma prima è da chetare i flutti,

poi sconterete a me ben altra pena.

Fuggite rapidi e al re vostro dite

che non a lui, a me fu data in sorte

la signoria de’ mari e il gran tridente.

Egli ha le vostre case, Euro, rupestri;

Eolo in quella reggia si pompeggi

e regni dentro il carcere de’ venti”.

Cosí dice e piú presto del suo detto

placa il gonfio elemento e fa le accolte

nubi fuggire e ritornare il sole.

Cimòtoe ed insiem Tritone a forza

spiccan le navi da l’acuto scoglio:

esso le aiuta col tridente ed apre

l’ampie sirti e a far mite la marina

va con le lievi rote a fior de l’acque.

E come in un gran popolo se nata

sovente è la sommossa e infuria in cuore

l’ignobil volgo, e già fiaccole e pietre

volano, l’ira somministra l’armi;

allora se un uom veggano preclaro

di meriti e virtú, tacciono e stanno

con intente le orecchie, e quei gli umori

domina ragionando e li addolcisce:

cosí tutto del mar cadde il fragore,

poi che il Padre levato a guardar l’acque

sotto l’aperto ciel move i cavalli

con le redini al volo abbandonate.

Stanchi gli Eneadi il piú vicino lido

si sforzano raggiungere e son volti

a le spiagge di Libia. Ivi s’addentra

profondo un grembo: un’isola fa porto

co’ fianchi, a cui rompe da l’alto ogni onda

e in lontananti cerchi si divide.

Vaste rupi minacciano e due scogli

d’ambo le parti il ciel; sotto il lor ciglio

addormentato si dilata il mare:

ma sopra è scena di vibranti selve

e cupo rezzo di boscaglia bruna;

di faccia i massi formano una grotta

scendenti, e dentro v’è acque dolci e seggi

di vivo sasso, casa de le ninfe.

Non legame ivi tien le stanche navi,

non àncora col suo dente le afferra.

Là con sette di tutti i legni suoi

entra Enea: per gran voglia de la terra

balzano i Teucri a la bramata sponda

e si gettano madidi sul lido.

Pria trasse da la selce una scintilla

Acate e a foglie e ad aridi sarmenti

apprese e a l’esca propagò la vampa:

poi la intrisa di mar cerere fuori

levan que’ lassi e i cereali arnesi,

affrettandosi il grano preservato

tostare al foco e triturar col sasso.

Intanto Enea sale uno scoglio e tutto

abbraccia con lo sguardo il mar, se nulla

Ànteo scorgesse a la mercé del vento

e le frigie biremi, o Capi e l’armi

alte su l’alta poppa di Caico.

Nave in vista nessuna: errar sul lido

vede tre cervi, e intiere torme dietro

che pascolano sparsi per la valle.

Stette ed a l’arco diè di piglio e a’ presti

dardi, armi che recava il fido Acate;

prima i duci che andavano a test’alta

inalberando le lor corna atterra,

indi dà ne la mandra e con gli strali

la fa in frotta fuggir tra quelle frasche,

né si ristà che trionfante innanzi

non istenda al terren sette gran corpi

e con le navi il numero pareggi.

Indi va verso il porto e li comparte

tra tutti i suoi; e quel vino che avea

posto negli orci sul trinacrio lido

Aceste il buono eroe dandoli a loro

che si partían, distribuisce, e i tristi

cuori cosí dicendo riconforta:

“Compagni – oh già non siam nuovi a’ dolori, –

voi che peggio soffriste, a questo ancora

porrà una fine Dio. Voi la scillèa

rabbia fin presso a’ clamorosi scogli

sfidaste, conosceste le ciclopie

caverne voi: gli spirti richiamate

e cacciate il timor mesto; un dí forse

questo pur ci sarà grato ricordo.

Per le varie vicende e i rischi tanti

tendiamo al Lazio, ove ci mostra il fato

cheta stanza; ivi può risorger Troia.

Durate, e a’ dí serbatevi sereni”.

Cosí dice col labbro e pien d’affanno

simula in volto la speranza, preme

alto in cuore il dolor. Quelli a la preda

s’accingon per lor cibo: da le coste

strappan le pelli discoprendo il vivo:

chi ne fa pezzi, e tremole agli spiedi

le infigge, chi pone sul lido i rami

avvampandoli attorno. La vivanda

rifà le forze, e s’empion stesi a l’erba

di vin vecchio e di pingue selvaggina.

Sazia la fame e tolte via le mense,

in lungo conversar bramano i loro

persi compagni, tra fidanza e tema,

o che sian vivi ancora o giunti al fine

e non odano piú chi li richiama.

Piú che tutti il pio Enea tra sé compiange

or del pugnace Oronte, or la iattura

d’Àmico ed il crudel fato di Lico;

compiange il forte Gía, Cloanto forte.

E cessavano omai, quando dal sommo

mirando Giove al mare veleggiato

ed a l’umili terre e a’ lidi e a’ lati

popoli, cosí stette in vetta al cielo

e ne’ regni di Libia il guardo affisse.

A lui che tale in cuor volgea pensiero

mesta di pianto sparsa gli occhi belli

parla Venere: “O tu ch’uomini e Dei

regni eterno e col fulmine atterrisci,

qual contro te il mio Enea colpa sí grande

o poteron commettere i Troiani,

a’ quali dopo tante morti tutto

davanti a Italia s’attraversa il mondo?

Pur da loro, col volgere degli anni,

nascituri i Romani promettesti;

da loro un dí, dal rinfrescato sangue

di Teucro i duci che la terra e il mare

avrebbero in balía: deh! padre, quale

pensier ti cangia? In questo io consolava

il doloroso ruinar di Troia,

co’ fati i fati avversi compensando:

invece è la medesima fortuna

che dopo tanto perigliar li preme.

Qual concedi, gran Re, fine a’ travagli?

Antènore poté di tra gli Achivi

sfuggir, ne’ golfi illirici securo

penetrare e ne’ regni de’ Liburni

e valicar la fonte del Timavo,

onde con vasto murmure del monte

va qual dirotto mar per nove bocche

e risonante allaga le campagne.

Pur quivi egli fondò Padova a stanza

de’ Teucri, diede a la sua gente un nome

e appese le troiane armi; tranquillo

ora in placida pace si riposa.

Noi tua progenie, cui le vette assenti

del ciel, perdute ahimè le navi, siamo

per l’ira d’una sola abbandonati

e risospinti da l’Italia. Questo

premio ha pietà? cosí ci rendi al regno?”.

A quella sorridendo il Creatore

degli uomini e de’ numi con quel volto

che rasserena il cielo e le tempeste

sfiorò le labbra de la figlia, e dice:

“Non temer, Citerèa: ti resta immoto

il destino de’ tuoi: vedrai la cerchia

di Lavinio murar che t’è promessa

e il magnanimo Enea solleverai

tra gli astri in cielo: me pensier non cangia.

Quel tuo (dirò, poi che di ciò t’affanni,

e piú largo aprirò de’ fati il velo)

grande farà guerra in Italia e, dome

fiere genti, darà norme e dimore,

fin che la terza estate abbia veduto

lui nel Lazio regnare e sian tre verni

a’ soggiogati Rutuli trascorsi.

Indi il fanciullo Ascanio, che ora il nome

ha di Giulo, Ilo fu mentr’Ilio stette,

trenta imperando giri ampli di mesi

compirà, trasporrà la regia sede

da Lavinio a la Lunga Alba munita.

Quivi omai per trecento anni seguiti

regno sarà sotto l’ettorea gente,

fin che real sacerdotessa a Marte

Ilia partorirà prole gemella.

Lieto Romolo poi del fulvo vello

de la lupa nutrice avrà in retaggio

la gente, fonderà le marzie mura,

li chiamerà dal nome suo Romani.

A costoro né termini di cose

io pongo né di tempo: ho dato loro

imperio senza fine. Anch’essa inoltre

l’acerba Giuno, che or la terra e il mare

e il ciel sconvolge sospettosa, in meglio

tornerà il cuor, meco amerà di Roma

il dominante popolo togato.

Cosí piacque. Verrà co’ tempi il tempo

che la casa di Assàraco si renda

soggetta Ftia con l’inclita Micene

e signoreggi in Argo debellata.

Troiano nascerà dal gentil ceppo

Cesare, con l’Oceano l’impero

e a limitar la fama con le stelle,

Giulio, nome dal gran Giulo disceso.

Un dí nel ciel tu lui pien de le spoglie

de l’orïente accoglierai serena;

invocato egli pur sarà ne’ voti.

Posate allor le guerre, il fiero tempo

s’addolcirà: la Fe’ candida e Vesta,

Quirino col fratel Remo daranno

leggi; saran con ferrëi serrami

chiuse le dure porte de la Guerra;

prigione dentro il Furor bieco, assiso

sopra l’armi crudeli e avvinto a tergo

da cento bronzei ceppi, orribilmente

fremerà con la bocca sanguinosa”.

Cosí dice, e il figliuol di Maia invia,

sí che la terra e l’arci de la nuova

Cartago a’ Teucri s’aprano ospitali,

né ignara del destin Dido li cacci

dal paese. Quei va per l’aër vasto

col remeggio de l’ali ed a la Libia

subito è giunto. Ecco che adempie il cenno,

e depongono i Peni il cuor nemico,

volente il dio: su tutti la regina

mansueta si rende e generosa.

Ma il pio Enea tutto in pensier la notte,

come prima fruí la bella luce,

si propose cercare i luoghi novi

ed a che piagge l’ha portato il vento,

se sia d’uomini stanza o sia di belve

(ché incolto vede), e riferirne a’ suoi.

La flotta nel convesso de le selve

nasconde sotto il ciglio de la rupe,

chiusa tra gli stormenti alberi ombrosi:

esso sen va, compagno il solo Acate,

con due di largo ferro aste tra mano.

Ecco, la madre gli si offerse incontro

ne’ boschi, con la faccia e la persona

di giovinetta, in armi di spartana,

o qual la trace Arpàlice i cavalli

stanca, e supera al corso il rapido Ebro.

Da cacciatrice agli omeri sospeso

aveva il docile arco e sparsi al vento

i capelli; scoperta le ginocchia,

e rannodate le fluenti pieghe.

“Oh, per prima esclamò, giovani, dite,

se una qui forse de le mie sorelle

con la faretra al fianco errar vedeste

e gridando inseguir corso di lince

dal pel macchiato o di cignal schiumoso”.

Cosí Venere, e fa cosí risposta

di Venere il figliuol: “Udita o vista

non ho nessuna de le tue sorelle,

o…. Come debbo, vergine, chiamarti?

l’aspetto tuo non è mortal, né donna

suona la voce -; o certamente dea

– la sorella di Febo? o de la stirpe

de le Ninfe una? -, sii propizia e il nostro

affanno allevia, qual tu sia: ne insegna

sotto che cielo e in qual parte del mondo

siam pur fatti vagar; nuovi degli uomini

e de’ luoghi vagando andiam, cacciati

qua da’ venti e da l’impeto de’ flutti.

Molte t’immolerem vittime a l’are”.

Venere allora: “Oh! non mi faccio degna

di tanto. È l’uso a le fanciulle tirie

portar faretra, e il purpureo coturno

alto a’ piedi allacciar. Punico regno,

Tirii e città di Agenore tu vedi;

ma è suol di Libia, gente rotta a guerra.

Tiene Dido l’impero, qui sfuggita

da la tiria città via dal fratello.

È lunga offesa, lunghe trame; e solo

per sommi capi toccherò le cose.

Marito a questa donna era Sicheo

di tra’ Fenici ricchissimo di terre

e ch’ella amò perdutamente, data

vergine a lui dal padre e disposata

co’ primi auspíci. Ma di Tiro al regno

seguiva il fratel suo Pigmalione,

piú malvagio su tutti ed efferato.

E tra i cognati si frappose l’ira.

Quegli empio e cieco da l’amor de l’oro,

nulla pensando al cuor de la sorella,

innanzi a l’are ascosamente investe

con la spada Sicheo che non si guarda;

e celò il fatto a lungo e di fallace

speme ingannò la mesta innamorata.

Ma l’ombra venne a lei de l’insepolto

sposo ne’ sogni, e sollevando il viso

mirabilmente pallido le aperse

l’altar crudele ed il trafitto seno

e tutto il bieco orror de la famiglia.

Prender la fuga, abbandonar la patria

le persuade, e buono al suo viaggio

tesoro antico le rivela in terra,

ignorato valor d’oro e d’argento.

Da tanto indótta preparava Dido

la fuga e i soci: si radunan quelli

che hann’odio fiero del tiranno o vivo

sospetto; navi erano a sorte pronte,

e quelle hanno afferrate e d’oro colme.

Salpa in mar la dovizia de l’avaro

Pigmalion: duce una donna al fatto.

Vennero a’ luoghi ove or l’eccelse mura

vedi e sorger la ròcca de la nova

Cartagine, e comprarono terreno,

Birsa dal nome de la cosa, quanto

con un cuoio taurino avesser cinto.

Ma voi chi siete? e da che terra giunti?

dove avviati?”.

Al dimandar di lei

egli cosí rispose sospirando

con una voce che dal cuor saliva:

“O dea, s’io mi rifaccio dal principio

e i fasti attendi udir de’ nostri mali,

Vespero in ciel chiuderà prima il giorno.

Da Troia antica noi, se a’ vostri orecchi

questo nome sonò, di mare in mare

spinse a’ libici lidi la tempesta.

Sono il pio Enea che meco porto in nave

i Penati sottratti a’ Greci, noto

per fama sino al ciel. Cerco l’Italia

nostra, e dal sommo Giove è la mia schiatta.

Con venti navi il frigio mare io presi,

a me mostrando la dea madre il solco,

dietro ai prescritti fati: or sette sole

restano, guaste da l’onde e dal vento.

Ignoto, ignudo erro le libie lande,

d’Europa e d’Asia reietto”.

Seguire

non gli lasciando sua querela triste,

Venere interrompea: “Qual che tu sia,

non inviso a’ Celesti, io credo, l’aure

spiri vitali, poi che se’ venuto

a la tiria città: sol va’, procedi

a le soglie da qui de la regina.

Per ch’io ti annunzio reduci i compagni,

resa la flotta e da mutati venti

tratti in salvo, se un presagir fallace

non m’insegnaron vani i genitori.

Sei e sei cigni guarda lieti a schiera,

cui l’augello di Giove ruinando

da l’aria avea per l’ampio ciel sgomenti,

or calarsi ordinati e prender terra

o quasi presa già d’alto adocchiarla.

Come quelli tornanti batton l’ale

e radunati insiem destano il canto,

cosí le prore e i prodi tuoi nel porto

già sono o v’entrano a spiegate vele.

Sol va’, prosegui dietro la tua via”.

Disse, e diè nel rivolgersi dal roseo

collo un baleno; sovrumano olezzo

spirarono dal suo capo le ambrosie

chiome, la veste fino al piè le scorse,

e palese a l’andar parve la dea.

Egli, come la madre riconobbe,

con questo dir la perseguí fuggente:

“Tante volte perché, tu pur crudele,

illudi il figlio con sembianze false?

né mi è dato a la man porre la mano,

e parlare e rispondere sincero?”.

Cosí si duole e a la città s’avvia.

Ma Venere d’oscuro aër li cinge

e li riveste d’una nebbia folta,

che vederli niun possa o toccarli,

fermarli o chieder del venir cagione.

Alto essa a Pafo rivolò, si rese

lieta ne la dimora ov’è il suo tempio

e d’incenso sabeo fumano cento

altari e odoran di ghirlande fresche.

Prendon quelli la via com’è segnata,

e già il colle salian che ampio sovrasta

la città e d’alto l’arci ne prospetta.

Ammira Enea le moli, e fur capanne,

e le porte e lo strepito e le strade.

Sudano i Tirii a l’opera: chi stende

i muri e innalza l’aree e volge a forza

macigni; chi, scelto a sua casa il sito,

d’un solco il gira: allogan la giustizia

e i magistrati e l’inclito senato:

altri qui scava i porti, altri là pone

profondi del teatro i fondamenti

e spicca da le rupi alte colonne,

superbo onor de le future scene.

Cosí l’api tra ‘l sol preme il desío

a nova estate per i campi in fiore,

quando gli adulti nati di lor gente

guidano fuori o stipano il fluente

miele e spalman del nettare le celle,

o alleviano dal peso le tornanti,

o schierate respingon da’ presepi

l’ignavo stuol de’ fuchi: ferve l’opra

e dà sentor di timo il miel fragrante.

“Fortunati, la cui città già sorge!”,

esclama Enea guardando alto i fastigi.

E avvolto in nebbia va, prodigio a dire,

per mezzo a tutti né il discerne alcuno.

Nel cuor de la città, beato d’ombra

un bosco fu, dove da prima i Peni

da’ marosi e dal turbine sbattuti

scavarono il segnal che la dea Giuno

predetto avea, la testa d’un destriero:

onde sarà ne’ secoli la gente

possente in guerra ed abbondante in pace.

Ivi un gran tempio la sidonia Dido

fabbricava a Giunone, per i doni

splendido e pel favore de la dea.

Bronzea su’ gradi ne sorgea la soglia,

le travi in bronzo avvinte, a bronzee porte

il cardine stridea. Qui nova cosa

si offerse che lení prima il timore,

qui prima Enea sperare osò salvezza

e consolarsi de l’afflitto stato.

Ché mentre sotto l’ampia volta esplora

ogni cosa, aspettando la regina,

mentre il fiorir de la città contempla

e in gara degli artefici la mano

e l’industria de l’opere, ecco vede

in ordine le iliache battaglie

e la guerra dovunque omai famosa,

gli Atridi e Priamo e fiero a entrambi Achille.

Si fermò lagrimando e disse: “Acate,

qual resta luogo o regïone al mondo

che non sia piena del nostro dolore?

Ecco Priamo! Anche qui virtú si pregia,

e piange la pietà sui casi umani.

Non temer piú: ti recherà tal fama

alcuno scampo”.

Cosí dice, e gode

di quel vano dipinto sospirando

e largamente inumidisce il volto.

Ché guerreggianti a Pergamo d’intorno

qua vedea fuggir Greci avanti al nerbo

troiano, e Frigi là col carro a tergo

di Achille dal chiomato elmo. Non lungi

ravvisa lagrimando i padiglioni

di Reso a bianche vele, che traditi

dal primo sonno devastava rosso

il Tidide di strage, e i bei cavalli

via ne sospinse verso il campo, prima

che avessero gustata erba di Troia

o bevuto lo Xanto. In altra parte

Troilo fuggendo, perse l’armi, infausto

giovinetto e affrontatosi ineguale

ad Achille, portato è dai cavalli

aderente supino al carro vuoto

pur tenendo le briglie; il capo e i crini

gli son per terra trascinati, ed è la

polve da la rovescia asta rigata.

Andavano le Iliadi frattanto

recando il peplo al tempio de l’avversa

Pallade, sciolte il crin, battendo il petto,

supplicemente accorate: la dea

tien fisso a terra in altra parte il guardo.

Achille intorno de l’iliache mura

tre volte tratto a forza Ettore aveva

e a prezzo ne vendea la salma. Oh allora

mette dal cuor profondo un gran sospiro,

quando le spoglie, quando il carro, quando

esso innanzi si vide il morto amico

e Priamo che tendea le palme inermi!

Riconobbe anche sé tra i duci achei,

gli orïentali eserciti e del nero

Mèmnone l’armi. Impetüosa, guida

Pentesilèa con le lunate targhe

le squadre de le Amazzoni e, succinta

di cinghio d’oro la mammella ignuda,

in mezzo a’ mille e mille arde guerriera

né paventa sfidar vergine i prodi.

Mentre al dardanio Enea si scopron queste

maraviglie, mentr’ei si sta rapito

e fiso a contemplarle, al tempio è mossa

la regina bellissima Didone,

da florido corteggio accompagnata.

Quale in riva a l’Eurota o per i gioghi

del Cinto i cori esercita Dïana,

cui cerchian mille Orèadi seguaci;

essa a le spalle ha la faretra e andando

sopravanza le ninfe tuttequante;

tenta il cuor di Latona occulta gioia:

tale era Dido, tale procedea

luminosa tra’ suoi, invigilando

al fondamento de’ futuri regni.

Poi de la Diva su le soglie, sotto

la volta sacra, in mezzo, d’armi cinta

e salita sul trono alto, si assise.

Dettava a’ suoi ragioni e leggi, ed equa

partiva o sorteggiava le fatiche;

quand’ecco Enea tra gran concorso vede

Anteo e Sergesto giungere ed il forte

Cloanto ed altri Teucri che per l’onde

disseminati la procella fosca

e spinti aveva a piú remote prode.

Esso stupí, stupí sorpreso Acate

tra gioia e tema: ardean stringer le destre,

ma li turba nel cuor la cosa ignota.

Se ne stanno, e vestiti de la nube

attendono qual sia de’ loro il caso,

ove approdati, a che vengano: poi che

scelti venian da tutti i legni a chieder

grazia e premevan tra il clamore al tempio.

Entrati e avuta del parlar licenza,

l’annoso Ilïoneo pacatamente

incominciò: “Regina, cui diè Giove

nova città fondare e con giustizia

frenar genti superbe, te preghiamo

noi Troiani infelici al vento vòlti

per ogni mare: lo spietato incendio

da le navi allontana, una pia stirpe

risparmia, in noi piú giusto abbi riguardo.

Già non venimmo a devastar col ferro

i libici Penati e trarre al lido

rapite prede: ché non hanno in cuore

tal vïolenza né superbia i vinti.

È un luogo, Esperia l’usan dire i Grai,

fiera in armi e ferace antica terra:

gli Enotri l’abitarono, ora è fama

che dal nome di un duce i discendenti

nominata la gente abbiano Italia.

Era quella la meta;

allor che gonfio d’improvviso flutto

il nemboso Orïone ci travolse

e in balía de’ protervi austri per l’onde,

sopraffatti dal pelago, e per gli aspri

scogli ci dissipò: pochi di noi

accostar ci potemmo al vostro lido.

Che gente è qui? qual sí barbara patria

tali modi consente? Ributtati

siam da lo scampo de la sabbia: guerra

movono, d’afferrar vietan la sponda.

Se gli uomini e le umane armi sprezzate,

oh pensate agli Dei che son custodi

e del bene e del male! Era il re nostro

Enea, di cui non fu piú giusto alcuno

né di pietà maggiore o di prodezza.

Che se il destino a noi lo serba, s’egli

spira le vivide aure e ancor non giace

ne le crudeli tenebre, siam salvi;

né ti dorrai che gareggiasti prima

tu di benignità. Città pur sono

ne la region sicilïana ed armi

e da sangue troiano inclito Aceste.

Il fiaccato da’ venti a riva trarre

naviglio sia concesso, e dalle selve

le tavole foggiar, sfrondare i remi:

sí che, se lecito è cercar l’Italia

co’ soci e il re ricuperato, lieti

verso l’Italia e il Lazio navighiamo;

ma se persa è salvezza, e te, de’ Teucri

ottimo padre, il mar di Libia tiene,

e piú la speme non riman di Giulo,

ai porti di Sicilia ed a le pronte

dimore almeno, onde qui fummo spinti,

ed al regno di Aceste alziam la vela”.

Ilïoneo cosí: fremeano assenso

i Dardanidi intorno.

Breve Didone allor con gli occhi bassi

parla: “Dal cuor sgombrate ogni sospetto,

posate, o Teucri, da l’affanno. Il duro

stato e la novità del regno questi

modi a tener mi sforzano e di guardie

tutti all’in giro assicurare i lidi.

Chi gli Eneadi, chi può Troia ignorare?

e gli eroi e l’incendio di tal guerra?

Non sí ottusi sensi abbiam noi Peni

né da qui sí remoto il Sol carreggia.

O che l’Esperia grande ed i saturnii

campi cerchiate, o d’Èrice il paese

e Aceste re, vi manderò sicuri

e vi agevolerò per il cammino.

O qui pur vi volete, in questo regno,

con me restare? La città ch’io fondo

è vostra: i legni ritraete a riva;

fra Teucri e Tirii non porrò divario.

Fosse presente anch’esso il re, sospinto

dal medesimo Noto, Enea! Ben io

per ogni spiaggia manderò fedeli

tutta Libia a cercar, se forse ei vada

per selve o per città naufrago errando”.

Cresciuti in cuore a questi detti, il forte

Acate e il padre Enea viepiú che dianzi

ardevano d’erompere la nube.

Per il primo ad Enea volgesi Acate:

“O figlio de la Dea, quale or ti nasce

pensiero in mente? Sicurtà qui vedi,

e racquistati i legni ed i compagni.

Sol quello manca che mirammo noi

esser sommerso in mezzo a la burrasca:

risponde il resto al detto de la madre”.

Parlato appena avea cosí, che pronta

s’apre la nube che tenéali avvolti

ed in aëre libero si solve.

Alto rifulse in chiara luce Enea,

simile il volto e gli omeri a un iddio:

ch’essa al figlio la madre adorne chiome

e purpureo splendor di giovinezza

e novo incanto avea spirato al guardo;

quale a l’avorio aggiunge l’arte fregio,

o se l’argento o se la paria pietra

si fa di biondeggiante oro contorno.

Allor cosí si volge a la regina

e subito imprevisto a tutti parla:

“Presente, quegli che cercate, io sono,

Enea troiano, al libio mar scampato.

O di Troia al dolor sola pietosa,

che noi, avanzo de’ Danai, già corso

de la terra e del mare ogni periglio,

poveri in tutto, di città e di casa

soci ti fai, render le grazie degne

non è in nostro poter, Dido, e di quanta

sparsa pe ‘l mondo va gente dardania.

A te gli Dei, se Dei guardano i buoni,

se vale in terra la giustizia e un cuore

conscio di sua virtú, dian premio degno.

Qual ti portò beata età? di quali

sí gran parenti cosí fatta nasci?

Mentre che i fiumi correranno al mare,

e gireranno l’ombre i seni a’ monti,

mentre il ciel pascerà le stelle, sempre

il tuo nome e la gloria dureranno,

qualunque terra attenda me”. Ciò detto,

porge a l’amico Ilïoneo la destra

e la manca a Seresto, agli altri poi,

ed al forte Cloanto e al forte Gía.

Stupí Dido sidonia a l’apparire

indi a tanta vicenda de l’eroe,

e mosse il labbro: “Qual ventura a tali

cimenti, figlio de la Dea, t’incalza?

qual preme forza a l’inclementi prode?

Tu quell’Enëa che al dardanio Anchise

partorí l’alma Venere lunghesso

il frigio Simoenta? Io, sí, rammento

venir Teucro a Sidone, di sua patria

cacciato, a ricercar novello regno

con l’ausilio di Belo: il padre Belo

iva struggendo allor la ricca Cipro

e trionfante la signoreggiava.

Fin da quel tempo seppi la iattura

de la città troiana e il nome tuo

e i re pelasghi. Quel nemico istesso

i Teucri celebrava e da l’antica

stirpe de’ Teucri si volea disceso.

Entrate or dunque ne le case nostre,

giovani. Me pur simile fortuna

spinse per molte prove, e in questa terra

fece al fine posar: di mali esperta

a soccorrere imparo gl’infelici”.

Cosí parla; ed insieme Enea conduce

a la reggia, insiem fa ne’ templi a’ Numi

sacrificare. E non frattanto oblia

venti tori mandar sul lido a’ soci,

cento di grandi porci irsute schiene

e cento pingui con le madri agnelli,

doni e gioia del dí.

Ma di lusso regal si adorna e splende

la casa dentro, ed il convito in mezzo

v’apparecchiano: drappi lavorati

con arte in prezïoso ostro, dovizia

d’argento su le mense, e in oro incisi,

serie infinita, i gran fatti de’ padri,

di tempo in tempo da l’origin prima.

Enea, poi che il paterno amor non lascia

ch’ei non vi pensi, rapido a le navi

spedisce Acate, che ad Ascanio rechi

le nuove e lui a la città conduca:

tutto in Ascanio è di suo padre il cuore.

I doni ancor sottratti a le ruine

iliache ingiunge di portar, la palla

rigida tutta di figure d’oro

e il vel di giallo acanto attornïato,

fogge che fur d’Elena argiva, ed essa,

movendo a Troia ed al vietato imene,

da Micene con sé le avea portate,

mirabil dono di sua madre Leda;

e lo scettro che un giorno Ilíone resse,

de le figlie di Priamo la prima,

e il monile di perle e la corona

mezza tra gemme e oro. Queste cose

affrettando, a le navi Acate andava.

Ma Citerea nuove arti e pensier novo

volge in cuor, che mutato le sembianze

e venga Cupído per il dolce Ascanio

e follemente accenda la regina

co’ doni e metta a lei per l’ossa il fuoco.

Ch’ella ha in sospetto quella dubbia casa

ed i Tirii bilingui, la tormenta

l’atroce Giuno, e il pensier cresce a sera.

Dunque a l’alato Amor cosí favella:

“Figlio, potenza, onnipotenza mia,

figlio che del gran Padre il dardo spregi

a Tifoèo tremendo, a te ricorro,

supplice imploro il nume tuo. Che in mare

il tuo fratello Enea di riva in riva

sbattuto vien per l’odio di Giunone

inimica, son cose che tu sai

e ti dolesti spesso al mio dolore.

Or la fenicia Dido il tiene e lega

con lusinghiere voci, e temo a che le

giunonie riescano accoglienze:

già non pensa a ritrarsi in sí gran punto.

Però sorprender la regina innanzi

vogl’io con arti e cingerla di fiamma,

che per veruna deità non cangi,

ma sia meco ad Enea stretta d’amore.

Odi, com’abbi a fare, il pensier mio.

Il fanciullo real che ho tanto a cuore

del caro padre al cenno ir si prepara

a la città sidonia, co’ presenti

salvi dal mare e da l’ardor di Troia.

Lui sopito nel sonno sopra l’alta

Citèra o su l’Idalio in sacra sede

io celerò, cosí ch’egli non possa

risaper l’artificio ed interporsi.

Le sembianze di lui sola una notte

simula e del fanciullo tu fanciullo

il noto volto prendi, sí che quando

lietissima t’avrà Didone in grembo

tra le mense regali e i lieti vini,

e amplessi ti darà, teneri baci

t’imprimerà, e tu a lei nascoso

infonda fuoco e tòsco inavvertito”.

A’ detti de la cara genitrice

ubbidïente Amor l’ali si spoglia

e col passo di Giulo allegro move.

Ma Venere ad Ascanio per le membra

sparge quïete placida ed in braccio

su ne’ boschi lo reca alti d’Idalia,

là dove il molle amàraco l’avvolge

di soave ombra e d’olezzanti fiori.

Docile al detto ecco venir, co’ regi

doni pe’ Tirii, e avea compagno Acate,

Cupído. Al giunger suo, tra le pareti

fulgide la regina s’è composta

su l’aurea sponda e collocata in mezzo:

il padre Enea, la gioventú troiana

già convengono e adagiansi al convito

su la distesa porpora. A le mani

danno l’acqua i valletti e da’ canestri

tolgono il pane e lisci d’ogni vello

porgono lini. Son cinquanta ancelle

a disporre la lunga imbandigione

dentro e a’ Penati alimentar la fiamma;

cento altre quivi, e d’una età con loro

altrettanti ministri, a ricolmare

di vivande le mense e a porre i nappi.

Anch’essi i Tirii le festanti soglie

popolano e son fatti su’ dipinti

letti adagiare. Ammirano d’Enea

i doni, ammiran Giulo ed il raggiante

volto del nume e i finti detti, il manto

e il vel trapunto di dorato acanto.

Di tutti piú, sacra al futuro danno,

la Fenicia infelice non si sazia

e piú arde guardando, e del fanciullo

è del pari commossa e de’ presenti.

Esso, poi che d’Enea sospeso al collo

appagò del non vero padre il grande

amore, corre a la regina. Questa

ha le pupille e tutto il cuore in lui,

e in grembo anche il riceve, inconscia Dido

qual grande iddio su lei misera posi.

Memore ei ben de l’acidalia madre

s’accinge e studia a cancellar Sicheo,

e move a vincer con un vivo affetto

i sensi e il cuor da tempo dissueti.

Al posar primo del banchetto, via

tolte le mense, appongono i crateri

grandi e i vini coronano. È un clamore

per le stanze, le voci empion le volte:

pendono i lumi da’ soffitti aurati

e vive torce vincono la notte.

Qui la regina chiese un nappo grave

di gemme e d’oro, e lo colmò di vino,

in uso a Belo e a quanti son da Belo;

e fu silenzio per le stanze allora:

“O Giove, poi che agli ospiti dar legge

dicono te, tu questo dí fa lieto

a’ Tirii e a quei che vennero da Troia,

e che l’abbiano a mente i nostri figli.

Dator di gioia Bacco assista e amica

Giuno: e al banchetto voi deh! convenite,

Tirii, di cuore”. Disse, e su le mense

la primizia del calice spargea;

indi per prima vi posò le labbra,

e a Bitia il diè garrendolo: voglioso

da lo spumante pieno oro egli bevve,

e di poi gli altri príncipi.

Il chiomato

Iopa tocca la dorata cetra,

discepolo che fu del sommo Atlante.

Canta l’errante Luna e le fatiche

del Sol; onde degli uomini la stirpe

ed i bruti; onde sia la pioggia e il lampo,

Arturo e le piovose Iadi e i due

Trioni; e perché tanto gl’invernali

soli s’affrettino a tuffarsi in mare,

e qual le notti lente arresti indugio.

Raddoppian plauso i Tirii e i Teucri insieme.

Essa in vario colloquio l’infelice

Dido la notte protraeva e a lungo

bevea l’amore, molto intorno a Priamo,

molto a Ettore intorno domandando,

e con quali armi il figlio de l’Aurora

fosse venuto, e quali Dïomede

cavalli avea, com’era grande Achille.

“Su via, poi dice, da l’inizio primo,

ospite, a noi de’ Danai l’insidia

narra e de’ tuoi l’offesa e il tuo viaggio;

ché la settima estate or già ti porta

per le terre vagante e le marine”.

LIBRO SECONDO

Tacquero tutti, con gli sguardi a lui.

Allor cosí da l’alto letto il padre

Enea prese a parlar: “Tu vuoi, regina,

che un immenso dolore io rinnovelli,

come i Danai distrusser la potenza

troiana e il lagrimevol regno, atroci

cose ch’io vidi e di che fui gran parte.

A raccontarle, chi terrebbe il pianto

de’ Mirmidoni o Dòlopi o soldato

del duro Ulisse? E già dal ciel declina

l’umida notte, e le cadenti stelle

chiamano al sonno. Pur, se tanto affetto

a conoscere hai tu le nostre pene

e in breve udire l’agonia di Troia,

quantunque il cuor ne sbigottisce e sempre

ne rifugge, dirò.

Vinti a la guerra

e dal fato respinti, i condottieri

de’ Danäi, già tanti anni passati,

con l’arte de la dea Pallade fanno

un cavallo ch’è simile ad un monte,

costruito di tavole d’abete.

Fingon che sia per il ritorno un voto,

e il grido va. Per entro il cieco fianco

tratti a sorte racchiudono di furto

scelti guerrieri, e le caverne e il ventre

tuttoquanto rïempiono d’armati.

Tènedo è in vista, un’isola famosa,

dovizïosa, mentre stava il regno

di Priamo, ora solamente un grembo,

malfido asilo de le navi: quivi

vanno a celarsi nel deserto lido.

Noi li crediam partiti e veleggiare

verso Micene: tutta dunque Troia

sciolta respira dal suo lungo affanno.

S’apron le porte; piace uscir, vedere

il campo greco e i luoghi abbandonati,

libero il lido: i Dolopi eran ivi,

ivi il crudele Achille avea le tende;

la flotta qui; là uscian le schiere in campo.

Al dono pernicioso di Minerva

parte si affisa e ammirano la mole

del cavallo. Fra lor primo Timete

di trarlo esorta entro le mura e porlo

in su la rocca, o per inganno, ovvero

già portavan cosí di Troia i fati.

Ma Capi e gli altri di miglior consiglio

gridano, o si precipiti nel mare

e incenerisca con le fiamme sotto

la greca insidia ed il sospetto dono,

o che si squarci e spii l’ascoso fianco.

Vario in vario pensier si scinde il volgo.

Primo allor tra gran gente che il seguiva

Laocoonte fervido da l’alto

corre giú de la rocca, e di lontano:

– Qual demenza è cotesta, o sventurati

cittadini? credete ito il nemico?

e alcun dono pensate esser de’ Danai

senza inganno? cosí v’è noto Ulisse?

O dentro a questo legno son celati

Achei, o questa macchina è costrutta

de’ nostri muri a danno, ad esplorare

le case e coglier la città da sopra,

od altra insidia vi si cela. Teucri,

non credete al cavallo! qual che sia,

i Danai temo anche se portan doni -.

Cosí detto, con valido vigore

la grande asta avventò contro la belva

nel ventre curvo di commesse travi.

Stette tremula l’asta e, il grembo scosso,

le cupe rintonarono caverne.

E se i fati de’ Numi, e se la mente

nostra non era avversa, ei n’avea spinti

a infrangere col ferro il nascondiglio

argolico, e ancor Troia si ergerebbe

e ancor, arce di Priamo alta, staresti.

Ecco intanto, le mani a tergo avvinte,

un giovine traeano al re fra molte

grida pastori dardani, che ignoto

offerto a lor s’era da sé, pur questo

per macchinare e aprir Troia agli Achivi,

fidente in cuore e a doppia sorte pronto,

compier l’inganno o certa incontrar morte.

D’ogni parte per voglia di vedere

corre e s’affolla gioventú troiana,

e gareggiano a scherno del captivo.

Odi or de’ Danai l’arti e da una

colpa conosci tutti.

Come in vista di tanti incerto, inerme

ristette e lento girò gli occhi intorno

sul popol frigio: – Ahi quale or terra, esclama,

quale accoglier mi può mare? che resta

a l’infelice dunque piú, se luogo

non ho tra’ Danai, e i Dardani pur essi

esigono da me pena di sangue? –

Mutati i cuori a questo grido ed ogni

infierir fu represso: l’esortiamo

a dire di che sangue sia, che rechi,

qual fiducia ebbe a rendersi prigione.

– Certo ogni cosa, o re, che che ne segua,

ti dirò vera, dice; e d’esser greco

non negherò, per prima e se Fortuna

Sinone ha fatto misero, mendace

non lo potrà far mai né ingannatore.

Se per voce agli orecchi ti pervenne

il nome del belíde Palamede

e la chiara sua gloria, cui per falso

tradimento i Pelasgi e infame accusa,

perché la guerra non volea, innocente

trassero a morte, e spento il piangon ora;

a lui compagno, e stretto anche di sangue,

me il mio padre povero mandava

a questa guerra su l’età mia prima.

Mentr’ei saldo nel regno era e fioriva

ne’ consigli dei re, nome ed onore

ebbi alcuno pur io. Ma poi che morto

fu per livore de l’infinto Ulisse

(cose sapute narro), in ombra mesta

avvilito io traeva i dí, del caso

fremendo in cuor de l’innocente amico.

Stolto, e non tacqui! Se si offrisse luogo,

se tornar mai potessi in patria ad Argo,

giurai vendetta e al bieco odio m’esposi.

Quindi il principio del mio male, e Ulisse

sempre a incalzarmi di calunnie nove,

a sparger contro me voci nel volgo

ambigue e a preparar sagace l’armi.

Né si risté, che ad opra di Calcante….

Ma perché mai rinfresco io la spiacente

storia? perché v’indugio? Se per voi

son tutti eguali i Greci, e ciò v’è assai,

or m’uccidete: l’Itaco il vorrebbe

e caro prezzo ne darían gli Atridi –

Di chiedere e saper cresce l’ardore,

ignari noi di scelleraggin tanta

e de l’arte pelasga. Pauroso

prosegue ed infingendosi favella:

– Spesso i Danai bramarono la fuga

prender da Troia e stanchi da la guerra

lunga partire. Deh l’avesser fatto!

Spesso li tenne lo sconvolto verno

del mar e l’austro li atterrí già mossi;

e piú che mai, che già questo cavallo

fatto di travi d’acero sorgea,

per tutto il cielo risonaron nembi.

A interrogar l’oracolo di Febo

mandiamo, incerti, Euripilo, e dal tempio

questo amaro responso ei ne riporta:

– Col sangue d’una vergine immolata

placaste i venti, o Danäi, movendo

prima a le sponde iliache: col sangue

dee cercarsi il ritorno e con l’offerta

d’un’argolica vita -.

Divulgata

che fu tal voce, sbigottí ciascuno

col gelido tremor ne l’ossa, a cui

preparin morte, chi domandi Apollo.

Qui con grande scalpor l’Itaco trae

l’indovino Calcante in fra le turbe,

qual sia quel cenno degli Dei gli chiede:

e molti già mi predicean l’atroce

misfatto de l’artefice o tacendo

prevedevan l’evento. Quegli tace

per cinque e cinque dí; chiuso rifiuta

svelar nessuno e designarlo a morte.

Solo a la fin, dal tempestar d’Ulisse

stretto, d’accordo schiude il labbro e me

designa a l’ara. Consentiron tutti,

paghi, quel che ciascun per sé temea,

d’un sol meschino ricadere in danno.

E già veniva il giorno maledetto,

si preparava il sacrifizio mio,

e il salso orzo e le bende a le mie tempie.

Mi sottrassi, confesso, a morte e ruppi

i legami; tra il limo e le cannucce

del padule acquattato per la notte

mi tenni, fin che dessero, se mai

date al vento le avessero, le vele.

Né speranza era in me piú di vedere

la patria antica né i diletti figli

né il sospirato padre, a’ quali forse

faran pagare il mio scampo, ed il fallo

col sangue de’ meschini emenderanno.

Ond’io te, per i Superi ed i Numi

consci del ver, per l’illibata fede,

se tale alcuna sopravvive al mondo,

imploro, abbi pietà di dolor tanto,

pietà d’un uom senza sua colpa oppresso -.

Doniam la vita a questo pianto e molta

compassïon. Da Priamo è l’esempio

che i ceppi gli fa togliere dai polsi

e gli ragiona con parole amiche:

– Qual che tu sia, dimentica i perduti

Grai da quest’ora; sarai nostro, e a questo

interrogar rispondimi verace.

A che la mole di sí gran cavallo?

chi la pensò? che vogliono? è devota

offerta, o alcuna macchina di guerra? –

Avea detto. Colui, pien degl’inganni

e de l’arte pelasga, alzò le palme

sciolte da’ ceppi al ciel: – Voi, fuochi eterni,

e il vostro chiamo invïolabil nume;

voi, are e spade orrende ch’io fuggii,

e bende pie che vittima portai;

lecito è a me de’ Grai scioglier le sacre

ragioni, lecito odiarli, e tutti

recar davanti al sole i lor segreti,

né di patria mi tien legge nessuna.

Sol che tu resti a le promesse, o Troia,

e da me salva serbi a me la fede,

se dirò il ver, se pagherò gran prezzo.

Ogni speme de’ Greci e la fiducia

sempre posò de l’intrapresa guerra

su gli aiuti di Pallade. Ma quando

empiamente il Tidide e l’inventore

de’ tradimenti Ulisse, accinti a tôrre

il Palladio fatal dal sacro tempio,

le guardie uccise de la rocca eccelsa,

rapirono la santa imagine, osi

con man cruente le virginee bende

de la Diva toccar; da quel momento

rifluire a l’indietro e dileguare

la speranza de’ Grai, le forze infrante,

avverso de la Dea l’animo. E in segno

la Tritonia ne offrí chiari portenti.

Posto nel campo il simulacro appena,

arser ne gli sbarrati occhi bagliori

di fiamme, scorse un sudor salso i membri,

e tre volte dal suolo essa, oh prodigio!,

col clipeo e la vibrante asta diè un balzo.

Subito per fuggir prendere il mare

Calcante intíma, né poter gittarsi

Pergamo a terra per argoliche armi,

se in Argo non riprendano gli auspici

e ne riportin seco amico il nume

ch’ebber portato su le curve chiglie.

Ed or che veleggiarono a Micene,

armi e Dei s’apparecchiano compagni

e, rivarcato il pelago, improvvisi

saranno qui. Cosí svela i presagi

Calcante. Per l’offesa del Palladio

costrussero esortati questa effigie

ad espiare il sacrilegio indegno.

Pur, tanto immensa al cielo aderger mole

di roveri commesse il vate ingiunse,

perché varcar le porte, entrar le mura

ella non possa e il popolo guardare

a l’ombra de l’antica religione.

Che se la vostra mano vïolato

avesse il dono di Minerva, allora

grande rovina (deh! l’augurio in lui

prima tornin gli Dei) ne seguirebbe

a l’impero di Priamo ed a’ Frigi.

Ma se a la città vostra per le vostre

mani ascendesse, essa verrebbe l’Asia

a’ muri pelopei con grande stormo,

e de’ nostri nepoti esser que’ fati -.

Per artificio tal de lo spergiuro

Sinone tutto si credé; coloro

furon presi agl’inganni e a un falso pianto,

cui né il Tidide o il larisseo Achille

né domaron dieci anni e mille navi.

Qui caso altro maggior, viepiú tremendo,

si offre a’ miseri e turba i cuor sorpresi.

Laocoonte, in sorte sacerdote

tratto a Nettuno, un gran toro immolava

a’ consueti altari. Ed ecco due

da Tenedo per l’alte acque tranquille

serpenti (inorridisco a raccontarlo)

sul pelago con mostruosi cerchi

incombono e di par tendono a riva.

Erti tra’ flutti i lor petti e le creste

sanguigne stanno; tutto il resto dietro

spazza l’onda e divíncolasi enorme.

Va un suon pe’ l mar che spuma; e già la riva

tenevano e, gli ardenti occhi iniettati

di sangue e fuoco, con vibrate lingue

lambivansi le bocche sibilanti.

Qua e là fuggiam smorti a tal vista: quelli

dirittamente cercan Laocoonte;

e prima i suoi due pargoli figliuoli

avvinghia e serra l’uno e l’altro drago

e dà di morso a le misere membra,

poi lui che vola in armi a lor soccorso

afferran stretto nelle enormi spire,

e già due volte a mezzo la persona,

due volte ribaditi intorno al collo,

gli sovrastan col capo e la cervice.

Ei con le mani insiem sgroppar que’ nodi

si sforza, per le bende gocciolando

del suo sangue e di reo tossico, insieme

leva le grida orribili a le stelle,

a que’ muggiti simili del toro

quand’è fuggito ferito da l’ara,

scossa dal collo la malferma scure.

Ma i due dragoni via strisciano verso

l’alto delúbro e l’arce de la fiera

Tritonide, e s’acquattan sotto a’ piedi

de la diva ed al cerchio de lo scudo.

Novello allor ne’ tremebondi petti

s’insinüa sgomento a tutti: giusta-

mente punito par Laocoonte,

l’aver con la sua punta il sacro legno

offeso ed avventatagli nel fianco

la sacrilega lancia: il simulacro

gridan che al tempio adducasi, e s’implori

il nume de la Dea.

Apriamo i muri, spalanchiam le mura.

Tutti a l’opera accinti, sotto a’ piedi

gli pongono scorrevoli le ruote

ed al collo accomandano le funi.

Sale i muri la macchina fatale,

gravida d’armi: giovinetti intorno

e vergini fanciulle cantano inni

e il canape toccar godon con mano.

Quella sottentra e minacciosa scorre

nel cuor de la città. O patria! o Ilio

casa de’ Numi, e glorïose in guerra

de’ Dardanidi mura! Quattro volte

urtò lí su la soglia de la porta,

quattro dal grembo risonaron l’armi.

Pure incalziam noi ciechi di follia

e il mostro infausto su la sacra rocca

collochiamo. A’ futuri fati il labbro

apre anche allor Cassandra, da’ Troiani

per volere del Dio non mai creduta.

Noi sciagurati, cui l’ultimo giorno

esser quello dovea, per le contrade

i templi orniamo di festiva fronda.

Girasi intanto il cielo e vien dal mare

la notte ravvolgendo ne la grande

ombra la terra e l’aëre e gl’inganni

de’ Mirmídoni. I Teucri sparsi per la

città si tacquero: occupa il sopore

le membra stanche. E la falange argiva

de le schierate navi al noto lido

da Tenedo moveasi tra l’amico

silenzio de la cheta luna, quando

la regia poppa alzato ebbe le fiamme,

e protetto Sinon da’ fati avvèrsi

de’ Numi schiude i Danäi furtivo

e la chiostra di pino. Spalancato

il cavallo li rende a l’aria, e lieti

da la cava prigione escon Tessandro

e Stenelo guerrieri e il crudo Ulisse

per il calato canape labendo

e Acamante e Toante ed il pelíde

Neottolemo, Macàone per primo,

Menelao e, fabbro de l’insidia, Epeo.

Invadon la città nel sonno immersa

e nel vino; le scolte trucidate,

apron le porte a tuttiquanti i loro,

riunendo le complici masnade.

Era l’ora che il primo sonno scende

agli affranti mortali e, divin dono,

soave si diffonde. Ecco, mi parve

mestissimo vedere Ettore in sogno

con grande pianto, qual già strascinato

fu da la biga e nero di cruenta

polvere e per gli enfiati piè trapunto

da le redini. Ahimè qual era! quanto

cangiato da quell’Ettore che torna

de le spoglie d’Achille rivestito,

o messo il frigio fuoco a’ legni achei!

Fosca la barba, il crin grumi di sangue,

con le tante ferite che d’intorno

a’ muri de la patria ebbe per lei.

E mi parve che primo io lo chiamassi

piangendo e mesto prorompessi: – O luce

de la Dardania, o la piú salda speme

de’ Teucri, quale ti trattenne indugio

sí lungo? da che terra, sospirato

Ettore, vieni? Oh come, dopo molte

morti de’ tuoi e dopo il vario affanno

de la città, te lassi rivediamo!

Qual malvagia cagione ha guasto il tuo

volto sereno? e che ferite vedo? –

Ei nulla, e al vano chieder mio non bada;

ma con un grido e un gemito profondo

– Ah! fuggi, figlio de la Dea, mi dice,

e scampa a queste fiamme. È tra le mura

il nemico; precipita dal sommo

l’alta Troia. Fu fatto per la patria

e per Priamo assai. Se si potesse

or Pergamo difendere col braccio,

era difesa già dal braccio mio.

Troia ti affida le sue sacre cose

e i suoi Penati: prendili compagni

de’ fati e cerca lor novelle mura

che grandi, corso il mare, al fin porrai -.

Cosí dice, e di sua man da’ riposti

penetrali mi porge fuor le bende,

Vesta possente ed il perenne fuoco. –

Sconvolta intanto da diverso lutto

è la città, e piú e piú, quantunque

si apparti dietro gli alberi la casa

del padre Anchise, si fan chiari i suoni

e rinforza lo strepito de l’armi.

Son riscosso dal sonno e salgo in cima

in cima al tetto e quivi sto in ascolto

come quando la fiamma tra le messi

cade al furor de l’austro, o vien dal monte

il rapido torrente e strugge i campi

e i bei maggesi e l’opere de’ buoi

e porta a precipizio le foreste,

ignaro trasalisce udendo il rombo

dal ciglio d’una rupe alta il pastore.

Ben manifesta allor la fede e aperte

son le insidie de’ Danäi. La grande

casa già di Deífobo è caduta

tra l’alte vampe, già il vicino brucia

Ucalegonte: il mar sigeo rispecchia

ampio gl’incendi. Levasi un gridare

d’uomini e uno squillar di trombe. L’armi

fuor di me prendo e ne l’armarmi chiaro

non ho disegno; ma far gente a guerra

e correre con gli altri a l’arce anelo:

un’ira folle vince ogni consiglio

e mi sovvien che in armi è un bel morire.

Ma ecco Panto a’ colpi achei sfuggito,

Panto d’Otri figliuolo, sacerdote

de la rocca e di Febo, esso le sacre

cose via reca in mano e i vinti Dei

e il piccolo nipote, ed a le nostre

soglie correndo fuor di sé s’affretta.

– O Panto, a che ne siam? qual rocca resta? –

Appena chiesi, e mi rispose in pianto:

– Venne l’ultimo giorno e la fatale

ora de la Dardania. Noi Troiani,

fummo; fu Ilio e l’alta gloria nostra.

Tutto traspose il fiero Giove in Argo:

regnan gli Achei ne la città che brucia.

Dritto nel cuore de la cerchia e alto

piove armati il cavallo, e attizza incendi

oltracotato vincitor Sinone.

Entrano da le porte spalancate

quante mai venner da la gran Micene

migliaia; altri l’angustie de le vie

hanno occupate e oppongon l’armi; pronte

a ferire, lampeggiano le punte.

Prime le guardie de le porte a stento

osan la pugna e far cieca difesa -.

A tali detti de l’Otriade, al cenno

de’ Numi volo tra le fiamme e l’armi,

ove la trista Erinni, ove mi chiama

il fremito e il clamor che giunge al cielo.

Rifeo mi s’accompagna e il guerrier sommo

Èpito, apparsi tra la luna, ed Ípani

e Dimante, e si stringono al mio fianco,

e il giovine migdonide Corebo.

Que’ dí per sorte era venuto a Troia

del folle amore di Cassandra acceso

e genero aiutava Priamo e i Frigi;

sventurato, che fu sordo a’ comandi

de la sposa ispirata.

Come stretti li vidi osar battaglia,

soggiungo: – O prodi, inutilmente invitti

cuori, se brame risolute avete

di seguitarmi a l’ardimento estremo,

voi vedete la sorte de le cose:

dai sacrari e da l’are usciron tutti

gli Dei che questo impero avean sorretto;

voi soccorrete una città che brucia:

moriam, corriamo in mezzo a l’armi: ai vinti

sola salvezza è non sperar salvezza -.

Cosí crebbe l’ardore a’ valorosi.

Indi, come per cupa nebbia lupi

predatori, cui ciechi la rabbiosa

voglia del ventre spinse, e i lupicini

aspettan soli con le gole asciutte,

andiam tra l’armi, tra’ nemici verso

la certa morte e ne affrettiamo al mezzo

de la città: nera dintorno vola

con la profonda tenebra la notte.

Di quella notte chi può dir la strage,

chi noverar le morti e pareggiare

con le lagrime i lutti? La vetusta

città rovina che fu già molti anni

dominatrice. Giaccion per le vie

senza numero sparse inerti salme

e per le case e per le sacre soglie

de’ templi. Né già soli il proprio sangue

versano i Teucri: a’ vinti anche talvolta

il valore ne l’animo ritorna,

onde cadono i Danai vincitori.

Ovunque acerbo duol, terrore ovunque,

e facce innumerevoli di morte.

Primo, di Greci tra una gran caterva,

Andrògeo si offre a noi, credendoci armi

amiche, inconscio, e primo amicamente

sí ne chiama: – Affrettatevi, compagni;

e qual sí lunga vi tenea lentezza?

Saccheggiano altri Pergamo ch’è in fiamme,

e voi da l’alte navi ora venite? –

Disse, e súbito (poi che fide assai

risposte non si davano) s’avvide

in mezzo de’ nemici esser caduto.

Gelò, rattenne con la voce il passo.

Qual chi col piè calcò tra gli spinosi

rovi un serpe non visto, e spaurito

rapidamente rifuggí da quello

che rizza l’ire e livido enfia il collo;

non altrimenti trepido e sorpreso

Andrògeo indietreggiava. Densi in armi

gl’investiam sparsi intorno, e ne atterriamo

nuovi del luogo e pieni di spavento.

Ride al primo ardimento la fortuna.

Baldo allor del successo ed animoso

– Soci, – Corebo esclama – la fortuna

che prima insegna a noi via di salute,

per dove favorevole si mostra,

orsú seguiamla: barattiam gli scudi,

adattiamci l’insegne degli Achei:

arte o valor, chi guarda in un nemico?

L’armi ci presteranno essi -. Ciò detto,

il chiomato d’Andrògeo elmo e il bel fregio

del suo clipeo si veste e al fianco cinge

l’argiva spada. Cosí fa Rifeo,

esso Dimante e tutti a gara i prodi:

de le spoglie recenti armasi ognuno.

Frammisti a’ Danai andiam col cielo avverso,

in molti scontri per la buia notte

molti di lor precipitando a l’Orco.

Altri a le navi fuggono, di corsa

volti al lido fedel; risalgono altri

il gran cavallo con paura vile

e s’acquattano dentro al noto grembo.

Ahi nulla speri l’uom se ha contro i Numi!

Ecco veniva coi capelli sciolti

la vergine priàmide Cassandra

dal sacrario del tempio di Minerva

tratta, levando le pupille ardenti

al cielo indarno; le pupille, poi che

ceppi stringean le delicate palme.

Non resse a quella vista furibondo

in cuor Corebo e si gettò a morire

tra ‘l folto: il seguiam tutti, e densi in armi

avanziam.

Da la vetta allor del tempio

su noi principia il dardeggiar de’ nostri,

e nasce miserevole una strage

per l’aspetto de l’armi e per l’errore

de’ grai cimieri. I Danai allor, tra duolo

e ira per la vergine ritolta,

corrono al cozzo d’ogni parte, Aiace

ferocissimo e l’uno e l’altro Atride

e de’ Dolopi il nerbo tuttoquanto:

cosí talor di fronte scatenati

s’urtano i venti insiem, Zefiro e Noto

ed Euro lieto degli eoi cavalli,

stridon le selve, col tridente infuria

Nereo spumoso e move il mar dal fondo.

Tutti ancor quelli che avevam per l’ombre

fugati con l’astuzia ed inseguiti

per tutta la città, tornano, e primi

ravvisan le mentite armi e gli scudi

e notan de le lingue il suon diverso.

Già ci soverchia il numero, e per primo

cade, per man di Penelèo, Corebo

a l’altar de la Dea possente in guerra;

cade anch’esso Rifeo, giusto fra i Teucri

singolarmente e ad equità devoto

(altro parve agli Dei); periscono Ípani

e Dimante trafitti da’ compagni;

né te la tua pietà, Panto, sí grande

né l’infula d’Apolline difese,

che non cadessi. O voi ceneri d’Ilio,

o ultima de’ miei fiamma, vi chiamo

in testimonio ch’io nel cader vostro

arma né assalto non schivai de’ Danai

e che, s’era destin ch’io pur cadessi,

mi meritai con l’opera cadere.

Ci strappiamo di là, Ífito e Pèlia

con me (de’ quali Ífito già provetto

d’anni, Pèlia anche offeso di ferita

d’Ulisse), incontanente dal rumore

al palazzo di Priamo chiamati.

Quivi tal, mischia, qual se altra non fosse,

niuno in tutta la città morisse,

cosí sfrenato vediam Marte e i Danai

accorrenti a la reggia e il limitare

di testuggine stretto. A le pareti

poggian le scale, e lí presso le porte

salgon pe’ gradi e con la manca a’ dardi

oppongono coprendosi gli scudi,

i comignoli afferran con la destra.

Dal canto loro i Dardani le torri

e i pinnacoli svellono (con queste

armi, vistisi a l’ultimo e su l’ora

già de la morte, tentan la difesa),

e le dorate travi, eccelsi fregi

degli avi antichi, gettan giú: con nude

le spade altri occupato hanno le soglie

terrene e guardia fanno in densa schiera.

Mi riarse desio di dar soccorso

a la casa del re, giovar d’aiuto

que’ prodi e vigoria crescere a’ vinti.

V’era un adito ascoso, agevol passo

tra le case di Priamo, una portella

negletta dietro, per la qual solea,

mentre il regno fioriva, l’infelice

Andromaca venir senza compagni

a’ suoceri sovente e accompagnare

il fanciullo Astianatte a l’avo suo.

Riesco al sommo, là, donde gl’infausti

Teucri scagliavano i lor colpi vani.

Ad una torre che si ergeva a filo

su l’estremo del tetto alteramente,

da la quale si usò tutta vedere

Troia e la flotta e il campo degli Achei,

stretti intorno col ferro, ove men salda

offrian l’ultime tavole giuntura,

la dispicchiamo da quell’alta sede

e l’urtiam giú: precipitando a un tratto

trae romorosa una rovina e piomba

su le schiere de’ Danai largamente.

Ma si fanno altri sotto e non intanto

cessano i sassi né altro getto.

Là, davanti al vestibolo e sul primo

limitar Pirro imbaldanzisce, ardente

nel bronzëo fulgor de l’armi: quale

il serpe al dí, di male erbe pasciuto,

che la bruma copria gonfio sotterra,

rinnovellato de le squame e lustro

di gioventú, levando il petto attorce

le flessuose spire eretto al sole

e vibra in bocca la trisulca lingua.

Seco il gran Perifante e Automedonte

de’ cavalli d’Achille armato auriga,

seco tutto lo stuol scirio a la reggia

premono e a’ tetti avventano le fiamme.

Esso tra’ primi con brandita scure

spezza le soglie e scardina le porte

ferme e ferrate, e già, rotta la trave,

squarciati ha i saldi serramenti e fatta

grande con larga aperta una finestra.

La casa interna appare e gli atrii lunghi

dischiusi, appaion le segrete stanze

di Priamo e degli antichi re: gli armati

veggono stanti su la soglia prima.

Ma nel cuor de la casa è tutto pieno

di gemiti e di misero tumulto,

e del donnesco disperar le volte

urlano; giunge a l’auree stelle il grido.

Erran sgomente per le sale vaste

le matrone e s’abbracciano a le porte

e v’imprimono baci. Incalza Pirro

col paterno vigor, e non difesa

né regger possono essi i difensori:

crolla a lo spesso aríete la porta

e piombano da’ cardini le imposte.

Via la forza si fa: vincon l’entrare

i Danai e trucídano irrompendo

que’ primi e intorno intorno empion d’armati.

Non cosí, rotti gli argini spumante

quando uscí ‘l fiume e vorticoso i massi

opposti dissipò, trabocca in piena

ne’ campi a furia e trae per ogni villa

con le stalle gli armenti. Io stesso vidi

fremente Neottolemo di strage

e su la soglia l’uno e l’altro Atride;

vidi Ecuba e le cento nuore e Priamo

che su per l’are insanguinava i fuochi

ch’esso sacrati avea. Cinquanta a lui

talami, di nepoti ampia promessa,

pareti altere di barbaric’oro

e di trofei, cadevano distrutti:

giungono i Greci ove non giunge il fuoco.

Forse anche il fato vuoi saper qual fosse

di Priamo. Come vide egli la sorte

de la presa città, le soglie infrante

de la reggia e il nemico entro le stanze,

l’armi da tempo disusate il vecchio

a’ tremoli dagli anni omeri adatta

invan, la spada inutile si cinge,

e move tra la densa oste a morire.

Era in mezzo a la casa e sotto l’occhio

nudo del ciel una grande ara e a lato

un alloro antichissimo, su l’ara

steso, i Penati ad abbracciar con l’ombra.

Ecuba quivi e le figliuole accorse,

quali colombe a vol pe ‘l tempo nero,

inutilmente degli altari intorno

sedeano e strette a’ simulacri santi.

Ma come in giovenili armi lui vide

– Oh! esclamò, qual mai pensier sí folle

t’ha spinto, infelicissimo consorte,

a cingerti queste armi? e dove corri?

Non tale aiuto né difese tali

chiede il momento; no, se anche presente

or fosse Ettore mio. Deh! qui ne vieni:

ci proteggerà tutti questo altare,

e morirai con noi -. E a sé lo trasse

e ne la sacra sedia il veglio pose.

Ecco, al micidïal Pirro davanti,

un de’ figli di Priamo, Polite,

tra l’armi, tra’ nemici per i lunghi

portici fugge e i vuoti atrii percorre

ferito. Lui col mortal colpo insegue

Pirro a furia, già già con man lo afferra,

con l’asta il tocca. Come alfin davanti

agli occhi e a’ volti riuscí de’ suoi,

cadde e la vita con gran sangue effuse.

Priamo allor, quantunque in braccio a morte,

sé non contenne né la voce e l’ira:

– Ma te, grida, per tanta infamia audace

gli Dei, s’è in ciel pietà che di ciò curi,

ripaghin degnamente e ti dian premio

debito, che veder morire un figlio

m’hai fatto e di morte hai contaminato

la paterna presenza. Oh non già quello,

di cui figliuolo ti mentisci, Achille

verso il nemico Priamo fu tale:

ma i diritti del supplice e la fede

riverí, rese a seppellir la salma

d’Ettore e rimandò me nel mio regno -.

Ciò disse e imbelle senza colpo un dardo

il veglio trasse, dal ronzante bronzo

subito rintuzzato e penzolante

in van da l’alto centro de lo scudo.

Pirro a lui: – Ciò riferirai tu dunque

e n’andrai nunzio al genitor Pelide:

rammenta di narrargli i miei sinistri

fatti e che Neottolemo traligna:

or muori -. In questo dir proprio su l’are

lo strascinò tremante e sdrucciolante

nel molto sangue del figliuol, la manca

ne la chioma gli avvolse, e con la destra

levò lucente e gl’immerse nel fianco

sino a l’elsa la spada.

Ecco la fine

di Priamo; quest’esito di fati

si portò lui, vedendo Troia in fiamme,

Pergamo in terra, re superbo un giorno

d’Asia per tanti popoli e paesi.

Giace sul lido un gran tronco e spiccato

dal busto un capo e senza nome un corpo.

Allora cinse me crudele orrore.

Rabbrividii, l’imagine mi sorse

del caro padre, quando il re coevo

vidi spirare di brutal ferita;

abbandonata imaginai Creusa,

guasta la casa, a rischio il piccol Giulo.

Mi volgo e miro quanti siano intorno:

m’hanno lasciato per lassezza tutti

o si gettâr sfiniti a terra o in fuoco.

E omai solo uno io rimaneva, quando

la Tindaride vedo entro le soglie

starsi di Vesta e tacita occultarsi

ne la sede segreta. Il grande incendio

fa luce a me vagante che gli sguardi

giro per tutto tra l’andar. Colei,

per la distrutta Pergamo nemici

presentendo a sé i Teucri, e le vendette

de’ Danai e l’ire del deserto sposo,

comune d’Ilio e de la patria Erinni,

si celava e sedea malvisa a l’are.

M’arde un foco nel cuor; ira mi prende

di vendicare la cadente patria

e d’eseguir la scellerata pena.

– Sí veramente! incolume costei

potrà Sparta vedere e la paterna

Micene ed in trionfo andar regina.

Nozze e case vedrà, padri e figliuoli,

fra un corteo di Troiane e fra ministri

Frigi. Di ferro sarà morto Priamo!

e Troia in fiamme! la dardania sponda

avrà sudato tante volte sangue!

Ah no! Quantunque memorabil vanto

del punire una femmina non sia,

né abbia lode tal vittoria, lode

pur mi sarà d’aver spenta l’infamia

e giuste pene inflitte, e sarò pago

sazio avendo il mio ardore e soddisfatto

d’ultrice fama il cenere de’ miei -.

Ciò in me volgendo fuor di me correa,

quando, agli occhi non mai prima sí chiara,

mi si offerse a veder l’alma parente

e in puro raggio mi brillò tra l’ombre,

dea manifesta e cosí bella e grande

qual si mostra a’ Celesti; e con la destra

mi tenne e aggiunse da la rosea bocca:

– Figlio, qual gran dolor sí sfrena l’ire?

perché folleggi? ed il pensier di noi

dove t’è ito? Non vedrai da prima

ove stanco dagli anni il padre Anchise

abbi lasciato e se la donna tua

Creusa sopravviva e il figlio Ascanio?

A’ quali tutti tutto intorno vanno

greche schiere e, se oppormi io non curassi,

li avrian le fiamme avvolti e la nemica

spada finiti. Non l’a te odïoso

volto de la Tindaride spartana

né Paride che incolpi: degli Dei,

degli Dei l’inclemenza abbatte il regno

e dal culmine suo rovescia Troia.

Guarda; ch’io tutta leverò la nube

che ora ti offusca la mortal pupilla

e d’umida caligine la copre:

non temer tu di alcun cenno materno

né ricusare indocile i precetti.

Là, dove rotte moli e massi vedi

spicchi da massi e ondeggiar polve e fumo,

Nettuno i muri e i fondamenti crolla

smossi col gran tridente e da radice

rovina la città. Là Giuno ingombra

le porte Scee spietata innanzi a tutti

e da le navi le compagne schiere

fiera in armi pur chiama.

Già l’alte rocche, volgiti, occupate

ha la tritonia Pallade, fulgente

d’un nimbo e de la Gòrgone crudele.

Esso il Padre fervore e amiche forze

a’ Danai somministra, esso gli Dei

anima contro la dardania gente.

Scampa, scampa, figliuolo, e poni un fine

al travaglio: sarò con te per tutto,

ti addurrò salvo a le paterne soglie -.

Disse, e in seno a la tenebra si ascose.

Mi appaiono i terribili fantasmi

ed i nemici a noi possenti numi

degli Dei.

Tutta conobbi allor solversi in brage

Ilio e giacere la nettunia Troia:

e come quando in vetta a’ monti un orno

annoso a gara abbattono i coloni

co’ tagli intorno di percosse scuri;

quello sempre minaccia e sempre accenna

con la chiomata tremolante cima,

fin che da le ferite vinto a poco

a poco geme anche una volta e trae

per i gioghi schiantato una rovina.

Discendo, e vo, duce l’iddio, spedito

tra la fiamma e i nemici; mi fan luogo

l’armi, e la vampa si ritrae.

Le soglie

come toccai de la paterna sede

e la casa vetusta, il padre, a cui

prima mi volsi per portarlo a’ monti,

nega di viver piú, caduta Troia,

e l’esiglio soffrir. – Voi, dice, freschi

di sangue e saldi del vigor nativo,

voi pensate a esulare.

Me se i Superi ancor volevan vivo,

m’avrebber salva questa patria. Assai

e troppo fu che una rovina vidi

sopravvivendo a la città disfatta.

Ditemi vale come a morto e andate.

Saprò trovar con l’opera la morte:

m’avrà pietà il nemico e le mie spoglie

vorrà: piccola perdita il sepolcro.

In odio a’ Numi e inutile da tempo

aspetto gli anni, poi che degli Dei

il padre e re degli uomini col soffio

mi rasentò del fulmine e col fuoco -.

Questo a dir persisteva e non cedea.

Noi a scioglierci in lagrime, e la moglie

Creusa e Ascanio e la famiglia tutta,

che ogni altra cosa con sé morta ei padre

non volesse e incalzar l’urgente fato.

Nega, e luogo e proposito non muta.

Son risospinto a l’armi e disperato

bramo la morte: e qual disegno omai

o quale a me si concedea fortuna?

– E tu pensasti ch’io potessi, o padre,

partire abbandonandoti e consiglio

uscí sí reo da le paterne labbra?

Se di tanta città nulla gli Dei

voglion che resti, e il tuo proposto è tale

che te co’ tuoi aggiunger brami a Troia

che muor, la porta a cotal morte è schiusa.

Or or sopravverrà dal molto sangue

di Priamo Pirro che il figliuol davanti

gli occhi del padre e il padre a l’are uccide.

Per ciò mi salvi, o alma genitrice,

a traverso armi e fiamme, perch’io veda

il nemico nel mezzo de la casa

ed Ascanio e mio padre e insiem Creusa

l’un de l’altro nel sangue trucidati?

L’armi, o prodi, qua l’armi; il giorno estremo

i vinti vuole; a’ Danai mi rendete;

la pugna rinnovar lasciatemi: oggi,

no, non morremo invendicati tutti -.

Mi ricingo la spada, e mi adattavo,

la sinistra passandovi, lo scudo,

avvïato ad uscir. Ma su la soglia

ecco Creusa ad abbracciarmi i piedi

ferma e porgendo al padre il piccol Giulo:

– Se a morir vai, con te prendi anche noi

ad ogni rischio: ma se ancor, tu esperto,

serbi ne l’armi una speranza, prima

questa casa difendi. A chi tu lasci

il tuo piccolo Giulo, a chi tuo padre

e me che moglie tua fui detta un giorno? –

Tutte empiva le stanze il suo lamento,

quando improvviso e a dir meraviglioso

nasce prodigio. Tra le braccia e gli occhi

de’ mesti suoi, sul capo ecco di Giulo

parve un sottil brillare eretto raggio

ed una fiamma innocüa lambire

le sue morbide chiome e le sue tempie.

Noi di tema tremar, scoter gli accesi

capelli e portar acqua al santo ardore.

Ma il padre Anchise levò gli occhi lieto

e tese al ciel con questo dir le palme:

– O Giove onnipotente, se ti move

preghiera, guarda noi! ciò basta; e poi,

se pietà ci fa degni, un segno invia,

padre, e conferma a noi questi presagi -.

Appena il vecchio detto avea, di schianto

tonò da manca e per il cielo ombroso

con vivido chiaror corse una stella.

La vediamo sfiorando il nostro tetto

bianca sparire ne la selva Idea

e segnare il cammin; per lunga traccia

riluce un solco e fuman solfo i luoghi.

Allora vinto il genitor si leva

alto, invoca gli Dei, la stella adora:

– Nessuno indugio piú; vi seguo e sono

con voi per tutto. O Dei patrii, salvate

la mia casa, salvate il mio nipote.

Vostro è l’augurio, e ne la grazia vostra

è Troia. Ecco ch’io cedo e non ricuso

di venirti compagno, o figlio mio -.

Avea detto, e cresceva entro le mura

l’incendio e vampe ne volgea vicine.

– Su! padre mio, su le mie spalle vieni;

ti porterò, né mi sarà fatica.

Qualunque i casi volgano, il periglio

avrem comune entrambi e la salvezza.

Venga il piccolo Giulo a me per mano;

segua discosta il nostro andar Creusa.

E voi, servi, attendete a quel ch’io dico.

A l’uscir di città v’è un monticello

e un tempio antico de l’abbandonata

Cerere, e a canto v’è un cipresso annoso

da la pietà de’ padri conservato:

là converremo da diverse parti.

Tu, genitor, le sacre cose prendi

ed i patrii Penati: a me che vengo

da guerra cosí fiera e strage fresca

toccarli è fallo, fin che a una sorgente

viva sia terso -.

Detto cosí, su’ larghi omeri e al collo

stendo una fulva pelle di leone

e mi fo sotto al carico: mi prese

stretto il piccolo Giulo per la destra,

e vien col padre a passi diseguali:

dietro segue la moglie.

Andiam per l’ombra:

ed io, cui dianzi né avventati strali

né impaurivan greci assalitori,

ad ogni alito d’aura or trasalisco,

balzo ad ogni rumor, ansio e pensoso

per il compagno e per il peso insieme.

Ed a le porte già mi avvicinava

ed esser mi parea fuor d’ogni stretta,

quando fitto appressarsi un calpestio

parvemi, e il padre che guatava innanzi

per l’ombre, grida: – Figlio, figlio, fuggi!

vengono. Vedo splendere gli scudi

e l’armi scintillar -.

Non so qual dio

poco amico la mente allor mi tolse

trepidante confusa: mentre a corsa

prendo fuor de le vie note a traverso,

ahimè! Creusa, dal destin rapita,

ristette? uscí di via? stanca si assise?

è incerto; e piú non parve agli occhi nostri.

Né prima a la smarrita riguardai

e rivolsi il pensier, che fummo giunti

al poggio e al tempio de l’abbandonata

Cerere: quivi alfin tutti raccolti,

ella ci mancò sola, ella deluse

i compagni, il figliuolo ed il marito.

Qual fuor di me non accusai degli uomini

e degli Dei? qual piú reo strazio vidi

ne la città distrutta?

Ascanio e Anchise

padre e i teucri Penati raccomando

a’ soci e in grembo de la valle celo.

Io torno a la città, mi cingo l’armi

fulgenti. Ho fermo ripassar per ogni

vicenda, tutta ripercorrer Troia

e di nuovo a’ pericoli offerirmi.

Da prima a’ muri ed a l’oscure soglie

de la porta, onde uscito era, ritorno,

e l’orme che segnai seguo a l’indietro

per la notte, e col guardo esploro. Intorno

tutto mi serra il cuor, fino il silenzio.

Poi a la casa mia, se mai, se mai

là fosse andata, mi rivolgo. Invasa

l’aveano i Danai e l’occupavan tutta

Rapido il fuoco divorante al tetto

dal vento è volto; sormontan le fiamme,

infuria la fornace a l’aure. Inoltro,

e la reggia di Priamo e la rocca

ritrovo. Omai di Giuno entro l’asilo

per i portici vuoti a guardia scelti

Fenice e il crudo Ulisse su la preda

vigilavano. Quivi da ogni parte

la troiana dovizia si riversa

a mucchi, da’ sacrari arsi rapita,

e le mense de’ Numi ed i crateri

massicci d’oro ed i predati drappi.

Fanciulli e in lunga fila paurose

donne a l’intorno.

Anche mettere osai voci per l’ombra,

di grida empir le vie: triste piú volte

inutilmente richiamai Creusa.

Mentr’io cercava senza fine a furia

di casa in casa, il pallido fantasma

e di lei stessa l’ombra agli occhi miei

parve, in figura de la sua maggiore.

Rabbrividii, ritti i capelli e in gola

si fe’ muta la voce. E allora quella

a parlarmi cosí per mio conforto:

– Che giova abbandonarsi a un dolor folle,

dolce marito? Non senza il volere

degli Dei questo avvien; di qui compagna

portar Creusa non ti è dato, il vieta

quegli che regna nel superno Olimpo.

Lontani esigli tu, larga distesa

di mar devi solcare, ed a la terra

esperia giungerai, là dove il lidio

Tebro scorre con placida corrente

tra campi opimi d’uomini. T’aspetta

ivi italico regno e regia sposa:

il pianto lascia de la tua Creusa.

Non vedrò de’ Mirmidoni le case

o de’ Dòlopi altere; a greche donne

non andrò serva, io dardana e a la diva

Venere nuora.

Me la gran genitrice degli Dei

trattiene in questi lidi. Or dunque addio,

e del nostro figliuol serba l’amore -.

Detto ch’ebbe cosí, me che piangeva

e molto volea dir lasciò deserto

e ne l’äere vano si ritrasse.

Tre volte allor cercai de le mie braccia

cingerle il collo, tre l’ombra invan cinta

sfuggí le mani lieve come un vento

e similissima a un alato sogno.

Cosí ritorno, ita la notte, a’ miei.

E qui maravigliando esser concorsa

trovo una folla di compagni novi,

donne e uomini, un popolo adunato

per l’esiglio, compassionevol turba.

Da ogni parte vennero, disposti

coi cuori e con lor posse a seguitarmi

in qual ch’io voglia suol pe ‘l mare addurli.

E già su l’alto vertice de l’Ida

Lucifero sorgea portando il giorno:

i Danài le soglie de le porte

tenean guardate, né speranza alcuna

di dar soccorso rimanea: mi mossi,

e m’avviai, col padre in collo, a’ monti.

LIBRO TERZO

Poi che piacque a’ Celesti rovesciare

d’Asia il regno e di Priamo la gente

incolpevole, e cadde il superbo Ilio

e a terra fuma la nettunia Troia,

siam da’ cenni divini a cercar mossi

lontani esigli e abbandonate rive,

e navi fabbrichiam lí sotto Antandro

e le vette del frigio Ida, dubbiosi

ove il fato ci porti, ove ci posi;

e la gente aduniam. Entrata appena

era l’estate e il padre Anchise a’ fati

dar le vele ingiungeva, allor ch’io lascio

i lidi de la patria lagrimando

e il porto e i campi ove fu Troia. Salpo

esule verso l’alto coi compagni

e il figlio, coi Penati e i grandi Iddii.

Ampia in disparte marzia terra giace,

l’arano i Traci, un dí dal fier Licurgo

regnata, ospite antica ed alleati

Penati a Troia, al tempo di fortuna.

Portato là, sul curvo lido imprendo

le mura prime con destino avverso;

Eneadi dal mio ne formo il nome.

A la dionëa madre un rito e a’ Dei

àuspici de l’impresa io celebrava

e immolava sul lido al re de’ Numi

candido un toro. Era ivi presso un poggio,

a sommo il poggio un folto di cornioli,

ed ispido di spesse punte un mirto.

M’accostai, e da terra un verde cespo

sveller volendo per coprir di rami

frondosi l’are, orribile un portento

vedo e maraviglioso a dir: quel primo

arbusto che strappai da le radici,

gli scorron giú gocce di sangue bruno

a macchiare il terren. Freddo ribrezzo

mi scote e per timor gela ogni vena.

Pur d’un secondo sterpo un lento vinco

a sveller seguo e l’intime a cercare

cagioni ascose, e del secondo ancora

nero da la corteccia usciva sangue.

Tutto turbato in cuor, le Ninfe agresti

supplicava e Gradivo padre, sire

de le getiche terre, a secondare

miti il portento e allevïar l’augurio.

Ma quando con piú sforzo al terzo pruno

vengo e contro il terren punto i ginocchi,

(debbo dire o tacer?) di sotto il poggio

s’ode un piangente gemito e una voce

viene agli orecchi: – Perché strazi, Enea,

l’infelice? risparmia deh! un sepolto,

risparmia di bruttar le pure mani.

Estranio a te non mi fe’ Troia, e questo

sangue non vien da un legno. Ahi! fuggi, fuggi

queste crudeli terre e il seno avaro.

Perch’io son Polidoro: qui trafitto

ferrea messe di dardi mi coperse

e crebbe in punte acute -. Allor da incerta

paura stretto il cuor, rabbrividii,

ritti i capelli e la parola in gola.

Quel Polidoro con tesoro grande

nascostamente avea Priamo infelice

fidato al Tracio re che il preservasse,

quando omai disperato era de l’armi

dardanie e assedïar vedea le mura.

Colui, vinto che fu de’ Teucri il nerbo

e la fortuna volta, seguitando

l’agamennonia vincitrice insegna,

rompe ogni legge; Polidoro uccide,

e vïolento sue ricchezze usurpa.

A che non sforzi i petti umani, o fame

esecrata de l’oro? In me cessato

lo sgomento, agli scelti de la gente

principi e prima al padre mio propongo

i portenti de’ Numi, e il loro avviso

chiedo qual sia. Di tutti un solo: uscire

da la rea terra, abbandonar l’impuro

asilo e dare a’ legni il vento. Dunque

prepariamo l’esequie a Polidoro,

e molta terra al tumulo s’ammonta:

sorgono ai Mani l’are, luttuose

di brune bende e di cupo cipresso,

e intorno son le iliache donne sciolte

giusta il rito i capelli. Per inferie

tepido latte in ciotole spumose

e calici porgiam di sangue sacro:

l’anima ricovriamo nel sepolcro,

e a gran voce il chiamiam l’ultima volta.

Poi non appena il mare affida e in calma

lo lascia il vento, e un lieve garrir d’austro

chiama al largo, i miei traggon giú le navi

e gremiscon la riva. Usciam dal porto;

le terre e le città si fanno indietro.

Sacra e devota in mezzo a la marina

è un’isola carissima a la madre

de le Nereidi e a Nettuno Egeo,

che un tempo vaga per le prode intorno

il Nume arciero piamente avvinse

a Mícono alta e a Gíaro e la fece

venerar salda e non curare il vento.

Son tratto là; gli stanchi ella raccoglie

placida tutti nel tranquillo porto.

Scesi onoriamo la città d’Apollo.

Re Ànio, re degli uomini ed insieme

sacerdote di Febo, incoronato

di bende e sacro alloro, incontro viene

e riconosce, antico amico, Anchise:

ospiti uniam le destre e accolti siamo.

Il tempio, fatto di vetusto sasso,

adorava io del Dio: – Timbreo, concedi

una casa, concedi a questi stanchi

mura e famiglia, e una città che duri;

salva la nuova Pergamo di Troia,

de’ Danai avanzo e del feroce Achille.

Chi seguitare? dove andar c’imponi

e collocar la nostra stanza? Padre,

fa cenno e ne le nostre anime scendi -.

Appena io detto avea, che tutto intorno

parve tremar, le soglie e i lauri sacri,

scotersi intero il monte, e la cortina

muggire da’ dischiusi aditi. A terra

ci prosterniamo e vien voce agli orecchi:

– Dardani forti, quella terra stessa

che vi produsse fin dal ceppo avito,

nel verde sen v’accoglierà tornanti:

ritrovate l’antica madre. Quivi

d’Enea la casa regnerà sul mondo,

ed i figli de’ figli e i figli loro -.

Cosí Febo, e una gran letizia sorse

mista di turbamento; e chiedon tutti

quali sian quelle mura e dove Febo

chiami gli erranti e ritornare imponga.

Il padre allor, volgendo le memorie

de’ vecchi tempi, – Udite, o prodi, esclama,

ed imparate le speranze vostre.

Creta del sommo Giove isola giace

nel mezzo al mare; quivi il monte ideo

e la culla di nostra gente. Cento

abitan gran città, florido regno.

Di là, se bene quel che udii rammento,

Teucro progenitor mosse a le prode

retèe da prima e scelse al regno il luogo.

Ilio ancor non sorgeva e la pergàmea

rocca: abitavan ne le valli fonde.

Indi è la madre che sul Cíbelo erra

e i coribàntii bronzi e l’idèa selva;

indi il fedel silenzio de’ misteri,

e i leoni, che traggono aggiogati

il carro de la diva. Animo dunque,

e dietro il cenno degli Dei moviamo;

plachiamo i venti e veleggiamo a Cnoso.

Non è gran corso: pur che Giove assista,

ancoreremo tra due giorni a Creta -.

Disse e a l’are immolò debite offerte:

uno a Nettuno e un toro a te, fulgente

Apollo; un’agna nera a la Tempesta

ed una bianca a’ Zefiri benigni.

La fama vola, da’ paterni regni

essere il duce Idomeneo sbandito

e il suol cretese abbandonato, e senza

nemico offrirsi libere dimore.

Lasciam d’Ortigia i porti e per il mare

voliam: Nasso pe’ suoi clivi baccante

e la verde Donusa, Olèaro e Paro

nivea e le sparse Cicladi per l’acque

ed i seni radiam tra le frequenti

terre agitati. Il nautico clamore

levasi in varia gara, e la canzone

de’ nostri è navigare a Creta e agli avi.

Sorto il vento ne agevola da poppa,

e approdiam de’ Cureti al suolo antico.

Alacre a’ muri de la desïata

città mi accingo e Pergamo la chiamo,

la gente esorto, che del nome gode,

amare i focolari e alzar la rocca.

Erano omai tutte le poppe in secco,

a’ connubi ed a’ campi novi attesa

la gioventú, leggi e dimore io dava;

quando ad un tratto, l’aëre corrotto,

una morbida a’ membri e miseranda

sopravvenne e a le piante e a’ seminati

pestilenza e mortifera stagione.

Perdean le dolci vite, o i corpi smunti

traëano: e Sirio ad infocar le terre

sterili; inaridivan l’erbe, e pane

non concedevan le malate spighe.

A l’oracolo ancor di Ortigia e a Febo

rimisurando il mar consiglia il padre

ire in grazia e implorar, qual fine assegni

a le miserie, onde cercare ingiunga

aiuto a’ mali, ove drizzare il corso.

Era la notte, e il sonno per la terra

gli animali tenea: le imagin sante

degli Dei e i Penati frigi, ch’io

da Troia mi portai fuor de l’incendio,

parver nel sogno innanzi a me giacente

starsi in gran luce chiari, ove la piena

luna per gli spiragli penetrava,

e cosí favellare a mio conforto:

– Quel ch’è per dirti, se ad Ortigia vai,

Apollo, qui ti presagisce, ed ecco

spontaneo noi a le tue soglie invia.

Noi che te, arsa la Dardania, e i tuoi

segni seguimmo, e il gonfio mar passammo

sotto di te per nave, innalzeremo

noi i venturi tuoi nipoti al cielo,

e darem regno a la città. Tu mura

grandi a’ grandi prepara, e il dïuturno

non isfuggire affanno de l’esiglio.

La stanza è da mutar: non a te questi

lidi suase, né posarti in Creta

il delio Apollo ti prescrisse.

È un luogo,

lo chiama Esperia il Greco, antica terra,

possente in armi e in ubertà di suolo;

gli Enotri l’abitarono; ora è fama

che dal nome di un duce i discendenti

nominato il paese abbiano Italia.

Quella è sede per noi: Dardano quindi

nacque e Iàsïo padre, il ceppo primo

di nostra stirpe. Sorgi, e lieto questi

detti a l’annoso genitor non dubbi

riporta: Còrito e le terre ausonie

trovi; i campi dittèi Giove ti vieta -.

Preso a la visïone ed a la voce

divina (né sopore era già quello,

sí mi parea conoscere presenti

i volti e le velate chiome e i Numi;

freddo sudore mi scorrea le membra),

di subito mi levo, al ciel supine

tendo le palme con la prece, e spargo

su’ braceri l’intatta libagione.

Lieto, compiuto il rito, avverto Anchise

e la cosa per ordine gli svelo.

Riconobbe i confusi rami e i due

progenitori, e che ingannato egli era

da nuovo error de’ vecchi luoghi. E dice:

– Figlio da’ fati d’Ilio esercitato,

sola mi predicea tali vicende

Cassandra; or la rammento nunzïare

tanto aspettarsi al nostro sangue, e spesso

l’Esperia e nominar gl’itali regni.

Ma chi creder poteva essere i Teucri

d’Esperia a’ lidi per andar? chi fede

prestato avrebbe allora a vaticinio

di Cassandra? Su via, cediamo a Febo,

e fatti accorti ne volgiamo al meglio -.

Dice, e al detto obbediam gioiosi tutti.

Abbandoniamo quella sede ancora

e, lasciativi pochi, apriam la vela

per la vasta marina in cavo legno.

Dopo che l’alto tennero le navi

e già nessuna piú terra si vede,

tutto cielo d’intorno e tutto mare,

ecco sul capo livida mi stette

di notte e verno nuvola foriera,

e si fe’ l’onda abbrividendo buia.

Subito i venti volgono marosi

che s’alzan grandi: siam gettati e sparsi

pe ‘l gorgo vasto. Hanno fasciato il giorno

i nembi, umida notte ha tolto il cielo,

frequenti fuochi fendono le nubi.

Disviati vaghiam per l’acqua cieca:

esso scerner non sa s’è il dí o la notte

Palinuro e trovar tra l’onde il solco.

Ben tre soli in caligine ravvolti

ed altrettante notti senza stelle

erriamo per il pelago: spuntare

solo al quarto mattin terra fu vista

e scoprir lunge i monti e alzare il fumo.

Cadon le vele, ci drizziam sui remi;

nessuno indugio, a forza i naviganti

torcon le spume e tagliano l’azzurro.

Scampato a l’onde mi riceve il lito

de le Strofadi: Strofadi chiamate

in greco nome, ne l’Ionio vasto

isole stanno, e la crudel Celeno

v’abita e l’altre Arpie, poi che la casa

di Fíneo chiusa ed elle fur cacciate

da le mense di prima con paura.

Mostro odïoso piú di lor, piú rea

maledizion del cielo non emerse

da l’onde stige. Faccia di fanciulle

hanno gli alati, nauseoso effluvio

di ventre, unghiate mani, e i visi sempre

pallidi per la fame.

Come quivi sospinti entrammo in porto,

ecco belle di buoi mandre vediamo

vaganti a la campagna ed una greggia

di capre senza guardïan per l’erbe.

Con l’armi le assaltiam, gli Dei chiamando

e Giove stesso a parte della preda:

sul curvo lido disponiamo i deschi

e banchettiam de le vivande laute.

Ma improvvise terribili calando

ecco le Arpie dai monti e squassan l’ali

rombanti, strappan le vivande, e tutto

del tocco lercio imbrattano: selvaggia

è la lor voce tra l’orribil puzzo.

Di nuovo in parte piú riposta e sotto

il cavo ciglio d’una rupe, cinti

dagli stormenti intorno alberi ombrosi,

poniam le mense e ravviviamo l’are:

di nuovo da diversa plaga e ignoti

covi il sonoro stormo intorno vola

co’ piè adunchi a la preda e con le bocche

insozza i cibi. Allor bandisco a’ miei

prendano l’armi e che bisogna guerra

a l’iniqua genía. Fanno il comando,

e nascose preparano tra l’erba

e le spade e gli scudi. Or come dunque

precipitose strepitaron quelle

pe ‘l curvo lido, dà Miseno il segno

col bronzo cavo da la specola alta.

Balzano a nuova pugna i miei, col ferro

i sinistri ferir marini uccelli:

ma non offesa a le lor penne, al dosso

non risenton ferite, e in presta fuga

lasciano sollevandosi la preda

mezzomangiata e i luridi vestigi.

Sola posò nel sommo de la rupe

Celeno e infausta profetessa avventa

queste voci dal petto: – Anche la guerra

per ammenda de’ bovi divorati,

o Laömedontiadi, la guerra

mover volete e l’innocenti Arpie

cacciar dal patrio regno? Udite or dunque

e figgetevi in cuor la mia parola:

quello che a Febo il Padre onnipotente,

che Febo Apollo a me predisse, ed io

massima de le Furie a voi rivelo.

Voi col vento a l’Italia veleggiate,

a l’Italia e nel porto arriverete:

non però murerete la fatale

città, prima che squallida la fame

e la micidïale offesa nostra

vi faccia a morsi consumar le mense -.

Disse, e a vol rifuggí dentro la selva.

Gelido a’ miei di subito spavento

ristette il sangue; cadde il cuor: con l’armi

non piú, ma voglion con preghiere e voti

pace implorare, o le sian dive, o dire

malaugurose alate. E il padre Anchise

a tese palme da la riva invoca

i Numi santi e indice il giusto rito:

– Dèi, le minacce allontanate! Dèi,

stornate tal miseria e preservate

benigni i buoni! – Poi strappar la fune

dal lido, scotere e snodar le gómene

ingiunge. I Noti stendono le vele;

fuggiam su le spumanti onde, per dove

il corso dirigean vento e piloto.

Già nel mezzo de’ flutti la selvosa

Zacinto appar, Dulichio e Same ed alta

sopra i dirupi Nèrito; gli scogli,

laerzio regno, d’Itaca schiviamo,

maledicendo del crudele Ulisse

la terra madre. I vertici nebbiosi

scopronsi poi del monte di Leucàte

e il paventato da’ nocchieri Apollo.

A lui ci volgiam stanchi e sottentriamo

la piccola città: l’àncora cade

da la prora, le poppe a riva stanno.

Dunque alfin presa la insperata terra,

ci rifacciamo a Giove mondi e l’are

avvampiamo coi voti: l’azia sponda

ferve festante degl’iliaci ludi.

Trattano nudi le palestre patrie

lubrici d’olio i miei compagni: è gioia

tante argoliche aver città sfuggite

e tra la schiera ostil trovato scampo.

Intanto il sol per l’ampio anno si volge

ed il gelido verno arruffa l’onde

con gli aquiloni. Un bel concavo bronzo,

usbergo già del grande Abante, appendo

agli stipiti, e al dono il detto inscrivo:

ENEA DAL GRECO VINCITOR QUEST’ARME.

Quindi comando di lasciar la spiaggia

e di seder su’ banchi: a gara i miei

battono il mare e tagliano le spume.

Presto facciam le cime alte sparire

de’ Feaci, la costa de l’Epiro

radiam, entriamo nel caonio porto

ed a l’alta città siam di Butroto.

Inopinata quivi udiam novella,

come il priàmide Èleno su graie

città vi regna e tien talamo e trono

de l’eàcide Pirro, e novamente

a patrio sposo Andromaca è congiunta.

Stupii, e m’arse gran desio nel cuore

di favellargli e udir tanta vicenda.

Lasciando i legni e il lido esco dal porto,

che le usate vivande e i mesti doni,

tra un bosco avanti la città, su l’onda

d’un falso Simoenta, essa libava

Andromaca a le ceneri, ed i Mani

presso il sepolcro d’Ettore invocava,

cui con due are in verdi zolle vuoto,

causa del pianto, consacrato avea.

Come venir mi vide e troiane armi

a l’intorno mirò, scossa e smarrita

del gran portento, vacillò guardando;

ogni calor l’ossa fuggí; vien meno,

e solo a stento finalmente dice:

– Vero corpo a me giungi e nunzio vero,

o figlio de la Dea? Sei vivo ancora?

o se ti abbandonò la dolce luce,

Ettore ov’è? –

Disse, e si sciolse in pianto

e tutto empiva di lamento intorno.

Poco soggiunger posso a la delira,

e a rari accenti apro turbato il labbro:

– Sí, vivo, e rischi estremi è la mia vita.

Non dubitar, ché vedi il vero.

Ahi! te scaduta da sí gran consorte

quale accoglie sventura? o degna assai

è ritornata la fortuna a starsi

con Andromaca d’Ettore? le nozze

di Pirro serbi? –

Chinò gli occhi a terra,

e mormorò sommessa: – Oh sopra tutte

fortunata la vergin prïamèa,

che su la tomba del nemico, avanti

l’alte mura di Troia ebbe a morire,

né sorteggi patí, né prigioniera

toccò di vincitor padrone il talamo!

Arsa la patria, noi, via per i mari

tratte, de l’achillèa stirpe gli orgogli

ed il protervo giovine, feconde

in servitú, soffrimmo. Il qual poi, volto

a vagheggiare Ermíone ledea

e gl’imenei lacedemonii, cesse

me, schiava a schiavo, ad Eleno.

Ma lui, Oreste arso d’amor per la rapita

sposa e incalzato da le Furie ultrici

inavveduto lo sorprende e uccide

presso i paterni altari. Per la morte

di Neottolemo una parte scadde

a Eleno de’ regni, ed ei caonii

campi e tutta da Càone troiano

fe’, di nome Caonia, e su le vette

Pergamo pose, questa iliaca rocca.

Ma quali venti a te, qual fato diede

la via? qual nume ti sospinse novo

a’ nostri lidi? E il giovinetto Ascanio?

viv’egli ancora e l’aëre respira,

che a te quando già Troia….?

Qualche pensier de la perduta madre

serba il fanciullo pur? sproni gli sono

a l’antico valore e a cuor virile

Enea suo padre ed Ettore suo zio? –

Cosí diceva lagrimando e lunghi

metteva in van sospiri, allor che viene

da le mura l’eroe priàmide Eleno

in mezzo a molti, e riconosce i suoi

e lieto li conduce a le sue soglie

di pianto accompagnando le parole.

M’avanzo, ed una Troia piccoletta,

una Pergamo che imita la grande

ed un magro ruscel che ha nome Xanto

ravviso, e la Scea porta rïabbraccio.

Insiem del pari la città congiunta

godono i Teucri: il re li riceveva

ne’ portici ampli; de la corte in mezzo

spargean libando il vin su le vivande

apposte in oro e in mano avean le coppe.

Già il primo se n’andava e il dí secondo,

l’aure chiaman le vele e il sen si gonfia

tutto da l’austro; mi rivolgo al vate

a chiedere e pregar: – Di Troia figlio,

interprete de’ Numi, che i voleri

di Febo intendi e i tripodi e di Claro

i lauri, gli astri, degli uccelli il canto

e il presagir de la volante penna,

dimmi deh! (ché ogni pio rito propizio

mi promise il vïaggio, e di lor cenno

tutti gli Dei mi volsero a l’Italia

e il paese riposto a ricercare;

sola un nuovo e a ridir tremendo intona

l’arpia Celeno vaticinio e fiere

ire m’annunzia e orribil fame); quali

schivo prima pericoli? per quale

via superar potrei prove sí dure? –

Eleno allor, sacrificati avanti

i giovenchi di rito, umile implora

la grazia degli Dei, si scioglie al sacro

capo le bende, a le tue soglie, Febo,

per mano adduce me vinto a quel raggio

divino che l’avvolge, e sacerdote

cosí dischiude l’ispirato labbro:

– O figlio de la Dea (ché manifesto

navighi il mare per superni auspicii;

cosí de’ Numi il re sorteggia e volge

le vicende fatali, e il corso è questo),

poco di molto io ti dirò, per fare

che meno inospitali affronti l’onde

e posar possa ne l’ausonio porto:

piú non lasciano ad Eleno le Parche

saper, piú dire la saturnia Giuno.

In prima, quell’Italia che già presso

ti credi e t’apparecchi, o ignaro, in porti

vicini entrar, lungo l’apparta e tiene

di lunghe terre invalicabil varco.

Torcere il remo nel trinacrio flutto

e rader con le navi il lido ausonio

ed il lago d’Averno e de l’eèa

Circe l’isola tu prima dovrai

che possa in certo suol mura fondare.

I segni ti dirò, scrivili a mente.

Quando pensoso a solitario fiume,

ben grande sotto l’elci de la riva

una scrofa giacersi troverai

sgravatasi di trenta capi, bianca,

per terra, bianchi a le sue poppe i nati,

quivi la tua città, quivi il riposo.

Né di un futuro mordere le mense

tremare: i fati troveran la via,

e sarà presso agl’invocanti Apollo.

Ma queste terre, questa itala proda

cui piú prossima batte il nostro mare,

schivala: è tutto pien d’infesti Grai.

Ivi e i naricii Locri han fabbricato

e accampò suoi guerrier nel salentino

paese il littio Idomenèo: del duce

melibeo Filottéte ivi s’appoggia

la piccola Petelia a la sua cerchia.

Poi, tragittata oltre quel mar la flotta,

come sul lido già posti gli altari

i voti scioglierai, copriti il capo

di vel purpureo, che nemico aspetto

tra i sacri fuochi nel devoto rito

non t’apparisca e il buono augurio turbi.

Questa norma solenne i tuoi compagni,

questa tu serba e in cerimonia tale

illibati perdurino i nepoti.

Indi partito, come t’abbia il vento

a la Sicilia fatto presso e il varco

de l’angusto Peloro ti traluca,

tieni i lidi a sinistra e l’onda in ampio

giro; da destra sfuggi terra e mare.

Que’ luoghi un dí per vïolenta e vasta

rovina (cosí grande mutamento

può far la lunga vetustà degli anni),

è fama, si staccarono; tutt’una

erano le due terre; il mare a forza

s’insinüò, dal siculo l’esperio

lato spiccando, e tra i disgiunti campi

e le città con breve gorgo scorse.

Il destro lato Scilla tien, spietata

il sinistro Cariddi e vorticosa

trae giú tre volte e inghiotte i vasti flutti

ed a vicenda poi fuor li rimanda

flagellandone il ciel. Una spelonca

ne le tenebre sue racchiude Scilla

che s’affaccia agli scogli e i legni attira.

Ha volto umano e bel virgineo busto

fino all’alvo: gran mostro è il resto, e code

ha di delfini ad un ventre di lupi.

Meglio indugiarsi a radere le mete

del trinacrio Pachino in solco largo

che una volta mirar sotto il grande antro

la mostruosa Scilla e la scogliera

latrante intorno di cerulee cagne.

Inoltre, se ha saggezza Eleno alcuna,

s’egli è credibil vate e il ver gl’incuora

Apollo, questo, o figlio de la Dea,

ti predirò, questo per tutto solo

tornerò senza fine ad inculcarti:

il nume innanzi de la gran Giunone

pregando adora, a lei di cuor ti vota,

e con supplici offerte la possente

signora piega: cosí alfin vincente

di Trinacria in Italia salperai.

Là giunto, quando a la città cumèa

sarai vicino ed agli arcani laghi

e a l’Averno di selve risonante,

visita l’invasata profetessa

che de la rupe a piè dice i destini

e a foglie affida sillabe e sentenze.

Quanti scrisse la vergine responsi

su le foglie, li novera e dispone

e ne l’antro abbandonali raccolti.

Immoti quelli restano e fedeli

a’ luoghi lor, ma poi, se un sottil vento,

il cardine girato, li sospinse

e la porta turbò le lievi fronde,

già non piú, volitanti per la grotta,

prenderli ha cura e l’ordine rifare

degli oracoli. Partono i delusi

l’antro maledicendo e la Sibilla.

Ivi sí non pregiar spesa d’indugio,

benché i compagni premano, e la via

voglia al largo le vele, ed a buon vento

si possano gonfiar, che la veggente

tu non ricerchi e istantemente preghi

di responsi che dessa proferisca

e indulgente la voce e il labbro sciolga.

Ella d’Italia i popoli e le guerre

ti svelerà venture e di che guisa

ogni cimento tu sfugga o sopporti,

e venerata ti aprirà secure

le vie. Tanto saper da la mia bocca

è conceduto a te. Su, vanne e grande

innalza al cielo con le imprese Troia -.

Dopo ch’ebbe cosí con labbro amico

parlato il vate, doni d’oro gravi

fa recare e di lamine d’avorio

a le navi e vi addensa ne le chiglie

argento molto e dodonèi lebèti,

una lorica a triplice aurea maglia

e un cono di bell’elmo e ben chiomato,

armi di Neottolemo. Suoi doni

anche riceve il genitor. Cavalli

aggiunge, aggiunge aurighi:

colma il remeggio, i miei pur d’armi veste.

Porre a la vela intanto comandava

Anchise, per non fare indugio al vento

propizio. Dice a lui con grande onore

l’interprete di Febo: – O fatto degno

del connubio di Venere superbo,

Anchise, cura degli Dei, due volte

di Pergamo sottratto a la rovina,

eccoti il suol d’Ausonia, a quel veleggia.

E quello pure oltrepassar per l’acque

t’è necessario: de l’Ausonia lungi

è quella parte che ti schiude Apollo.

Felice o tu per la pietà del figlio,

vanne -, dice -: piú oltre a che trascorro

e trattengo col dir l’austro che spira? –

Andromaca non men, triste a l’addio,

offre vaghi ricami a trama d’oro

ed una frigia clamide ad Ascanio,

belle offerte del pari; de’ tessuti

doni tutto l’adorna e cosí dice:

– Prendi anche questi che ti sien ricordo

da le mie mani, o giovinetto, e a lungo

ti attestino d’Andromaca l’amore,

donna d’Ettore. Gli ultimi presenti

abbi de’ tuoi, o sola che mi resti

del mio Astianatte imagine! Cosí

gli occhi egli avea, cosí le mani e il volto,

ed or con te sarebbe adolescente -.

A loro sul partir non senza pianto

io diceva: – Viveteci felici,

a cui già piena è la fortuna sua;

incalzati siam noi di fato in fato.

Voi vi posaste né a solcar marina

vi rimane o a cercare ausonie rive

sempre indietro fuggenti. Una sembianza

de lo Xanto vedete ed una Troia

fatta di vostra mano, con migliori

destini, prego, e meno esposti a’ Grai.

Se il Tebro mai ed i vicini al Tebro

campi entrerò, se mirerò le mura

date a mia gente, le città sorelle

ne l’avvenire e i popoli propinqui,

a l’Epiro l’Esperia, a cui comune

Dardano è padre e son comuni i casi,

una farem le due Troie col cuore:

sia de’ nostri nepoti un tal pensiero -.

Avanziamo sul mar lungo i vicini

Cerauni, donde è il navigar piú breve

verso l’Italia. Cade intanto il sole

e s’ingombrano opachi i monti. In grembo

ci gettiam de la desïata terra

al mar, sortiti i remi, e ne l’asciutto

ci disperdiamo per ristoro intorno:

irriga il sonno gli spossati corpi.

Né a mezzo il giro ancor tratta da l’Ore

salía la Notte, levasi solerte

Palinuro ed esplora tutti i venti

fermo in orecchi a coglier l’aure. Osserva

tutte volger le stelle in ciel tranquillo;

Arturo e le piovose Iadi in giro

contempla e i due Trioni ed Orïone

armato d’oro. Come tutto vide

calmo in sereno ciel, chiaro il segnale

di su la poppa dà: moviamo il campo

e avvïati apriam l’ali de le vele.

E già fugati gli astri rosseggiava

l’Aurora, quando discerniam lontano

oscuri i colli ed umile l’Italia:

Italia primo grida Acate, Italia

lietamente salutano i compagni.

Allora il padre Anchise, incoronato

un gran cratere, lo colmò di vino

e pregò, ritto su la poppa:

– Dèi, signori del mare e de la terra

e de l’aëre, agevole a buon vento

fate la via, spirateci a seconda -.

Soffiano le invocate aure, e già s’apre

piú presso il porto e il tempio appar su l’arce

di Minerva. I miei calano le vele

ed al lido dirigono le prore.

Il porto de l’euròo flutto a riparo

curvasi in arco; spumano del salso

spruzzo le opposte rocce, esso si addentra;

in doppio muro abbassano i turriti

scogli le braccia e si fa indietro il tempio.

Quattro cavalli là, presagio primo,

liberi vidi a pascolar per l’erba,

di bianchezza di neve. E il padre Anchise

– Guerra tu porti, o terra ospite – dice: –

a guerra s’armano i cavalli, guerra

questa mandra minaccia. Ed essi pure

sottentrano i quadrupedi al timone,

apparigliati e ubbidïenti al freno;

speranza anche di pace -. Il nume pio

preghiamo allor di Pallade guerriera

che per prima ne accolse trionfanti,

ricoprendoci avanti l’are il capo

di frigio velo, e d’Eleno al precetto

massimo che ci diè, destiam devoti

a Giuno argiva le prescritte fiamme.

Senza indugiar, di seguito compiuto

ogni rito, le punte rivolgiamo

de le velate antenne e abbandoniamo

quelle case di Greci e il suol sospetto.

Indi si scorge il grembo di Tarento,

se vera è fama, erculea: la diva

Lacinia s’erge incontro e di Caulone

l’arci e pien di naufragi Scilacèo.

Remoto poi dal mare il siculo Etna

si scerne, e udiamo di lontan l’ingente

gemer de l’onda ed i percossi sassi

e l’urlo a riva de’ frangenti: i gorghi

ribollono mischiandosi di rena.

E il padre Anchise: – Ben quella Cariddi

è questa; questi scogli Eleno, questi

tremendi sassi predicea. Compagni,

schivateli e v’alzate insiem su’ remi -.

Obbediscono al cenno, Palinuro

per il primo sviò verso sinistra

cigolante la prora, e fanno forza

tutti a sinistra co’ remi e col vento.

Siam sollevati al ciel su’ curvi dorsi

e inabissiamo al rifuggir de l’onda.

Tre volte strepitarono gli scogli

fra i cavi sassi, tre franger le spume

vedemmo e inumidirsene le stelle.

Intanto lassi ci lasciò col sole

il vento, ed inesperti de la via

approdiamo a le spiagge de’ Ciclopi.

Esso il porto da l’impeto de’ venti

è immoto e vasto, ma vicin gli romba

l’Etna con spaventevoli rovine

e talor lancia al ciel nube fumosa

di nera pece e di faville vive,

alza globi di fiamme e gli astri sfiora,

rocce erutta talor fuori e spiccate

le viscere del monte e addensa in aria

e dal fondo piú intimo ribolle.

È fama che dal fulmine mezz’arso

Encelado stia sotto la montagna,

e che su lui gravando ingente l’Etna

da le bocche l’incendio ne respiri,

e quante volte lasso ei muta lato,

tutta Trinacria fremebonda tremi

e stenda sotto al ciel nube di fumo.

Per quella notte ne le selve ascosi

tolleriamo il terribile portento

senza vedere la cagion del rombo:

ché non v’era splendor d’astri né il polo

de la plaga stellata rilucea,

ma v’eran nubi ne l’oscuro cielo

e notte cupa ravvolgea la luna.

Il domani spuntava in orïente

e rimossa dal cielo avea l’Aurora

l’umid’ombra; improvviso da le selve

strana figura, di magrezza estrema,

d’uom sconosciuto e squallido s’avanza,

tese le mani supplicando al lido.

Lo riguardiamo: sordida miseria,

lunga la barba, un mantello cucito

insiem da spine, ma nel resto un greco

e mosso un dí ne l’armi patrie a Troia.

Ei, come di lontan dardani aspetti

conobbe e troiane armi, un poco stette,

a la vista atterrito, e tenne il passo;

indi precipitoso al lido corse

con lagrime e preghiere: – Per le stelle

v’invoco, per i Superi e per queste

spirabili aure luminose, o Teucri,

prendetemi, portatemi dovunque;

basterà. Mi so uno de le dànae

navi e confesso esser venuto in armi

contro i Penati iliaci. Per questo,

se de la colpa mia tanta è l’offesa,

spargetemi per l’acque a brani, in fondo

m’immergete del pelago: se muoio,

morir per mano d’uomini m’è assai -.

Avea detto e abbracciava le ginocchia

in ginocchio implorando. A dir chi sia

e di che sangue nato l’esortiamo

e rivelar qual poi vicenda il prema.

Esso, senza esitar, il padre Anchise

gli dà la destra e del parlante pegno

lo rassicura.

Quegli, finalmente,

deposta la paura, cosí dice:

– D’Itaca io son, de l’infelice Ulisse

un compagno, Achemenide di nome,

ito a Troia, Adamasto avendo a padre

povero (oh fosse povertà durata!).

Me qui, mentre s’affannan le crudeli

soglie a fuggir, dimentichi i compagni

lasciarono ne l’antro del Ciclope.

Tutta grumi è la stanza e atroci resti,

oscura dentro e vasta. Esso è gigante

che tocca gli astri (sterminate, o Dei,

tale dal mondo orror), in vista o al detto

non tollerabile ad un uom. Dei miseri

le viscere divora e il sangue bruno.

Io stesso vidi quando due de’ nostri

presi con la gran mano, in mezzo a l’antro

sdraiato, percoteali a la parete,

e la strage inondava intorno intorno;

morder lo vidi le grondanti membra

che sotto a’ denti gli tremavan calde.

Non senza pena pur, ché non sofferse

Ulisse tanto né obliò sé stesso

l’Itaco in tal frangente. Non appena,

sazio del pasto e sepolto nel vino,

giú pose il capo e per la grotta giacque

immenso, grumi e frustoli tra ‘l sonno

misti eruttando a vin sanguinolento,

noi, invocati i sommi Dei, sortite

le parti, tutti stretti intorno a lui

con aguzzo troncon gli trivelliamo

l’occhio che grande e solo s’appiattava

sotto la torva fronte, quasi scudo

argolico o la lampada febea,

e lieti vendichiam l’ombre de’ nostri.

Ma su, fuggite, o miseri, fuggite

e strappate la fune:

ché com’è Polifemo, e quale e quanto

chiude la greggia e munge entro lo speco,

cento altri tali popolano il lido

esecrati Ciclopi e per le cime

errano. Già la luna empí di luce

le terze corna, da ch’io traggo in selve

tra i solinghi covili de le fiere

la vita e i Ciclopi alti su le rupi

spio trasalendo al suon de’ passi e a l’urlo.

Bacche e corniole dure in cibo amaro

mi danno i rami e strappo le radici.

Tutto sempre esplorando, io vidi prima

questa flotta arrivar; m’addissi a questa,

qual che si fosse, sol che da la razza

scampi brutal. Piuttosto questa vita

voi mi togliete per qualunque morte -.

Appena detto avea che a sommo il monte

lui vediam tra le pecore, il pastore

Polifemo, in sua gran mole avanzare

ed avviarsi al consueto lido.

Orrendo informe enorme mostro, e cieco;

strappato un pino in man regge i suoi passi:

gli va compagna la lanuta greggia;

quella la sola gioia ed il sollievo

del danno.

Poi che l’onde toccò de la marina,

l’umor de lo scavato occhio sanguigno

deterse digrignando gemebondo,

e nel mezzo de l’acque omai cammina

né a la cintola ancor gli sale il flutto.

Noi quindi lungi trepidi affrettare

la fuga, accolto il supplice sí degno,

e in silenzio tagliar la fune: e curvi

fendiamo il mar con gareggianti remi.

Senti, l’andar verso la voce volse;

ma poi che già non ne può dar di piglio

né uguagliare inseguendoci l’Ionio,

grido immenso levò, che le marine

ne tremarono e addentro sbigottita

fin la terra d’Italia e muggí l’Etna

da le curve caverne. A quel richiamo

fuor da le selve, giú da le montagne

la razza de’ Ciclopi si ruina

verso il porto ed i lidi empie. Vediamo

con l’occhio torvo inutilmente starsi

gli etnei fratelli e alzar le teste al cielo,

concilio orrendo; quali in vetta a l’alpe

querci aerie o coniferi cipressi

soglion superbi sorgere, di Giove

alta selva o recinto di Diana.

Precipitosi il gran timor ci spinge

a scuotere le sarte per dovunque

e dar le vele a lo spirar de’ venti.

D’Eleno l’ammonir contrario suona,

se tra Scilla e Cariddi, entrambe via

rasente a morte, non serbino il solco;

vale il pensier di veleggiare indietro.

Ed ecco da la stretta di Peloro

Borea ne spira: valico la foce

tra vivo sasso del Pantagia e il seno

mégaro e la giacente Tapso. I luoghi

novamente radendoli a ritroso

ci veniva Achemenide mostrando,

socio che fu de l’infelice Ulisse.

Una al sicano golfo innanzi stesa

contro il Plemirio ondoso isola giace;

Ortigia la chiamarono i maggiori.

È fama che l’Alfeo d’Elide fiume

per cieca via di sotto al mar qui corse

ed ora per la tua bocca, Aretusa,

a le sicule linfe si confonde.

Docili veneriamo i numi santi

di quella terra, ed oltrepasso poi

il pingue suol de lo stagnante Eloro.

Indi l’eccelse punte e i procorrenti

sassi radiamo di Pachino, e appare

Camarina lontan, cui vieta il fato

mutarsi mai, e i geloi campi e Gela

denominata dal rubesto fiume.

Alta Agrigento poi da lungi ostenta

sue gran mura, di nobili cavalli

un dí ferace; e te varco a buon vento,

palmosa Selinunte, e i lilibei

gorghi costeggio aspri di scogli ascosi.

Il porto alfin di Drepano e la riva

infausta mi riceve: ivi io, passate

di mar tante fortune, il padre mio,

de’ pensieri conforto e de’ perigli,

Anchise ahi! perdo; ivi me stanco ahi! lasci,

ottimo genitor, inutilmente

a rischi innumerevoli sottratto.

Né sí gran duolo a me tra i molti eventi

predisse Eleno vate e non la cruda

Celeno. Questo l’ultimo travaglio,

questa la meta de le lunghe vie.

Indi partito, un dio mi spinse a voi”.

Ascoltandolo tutti, il padre Enea

cosí de’ fati ritessé la tela

e il vïaggio narrava. E qui si tacque,

giunto a la fine, e fu sua voce cheta.

LIBRO QUARTO

Ma la regina, di profondo affanno

pur dianzi vinta, la ferita in cuore

nutre e si strugge di nascosta fiamma.

Sempre il valore de l’eroe, l’onore

de la gente ritorna al suo pensiero;

ha fitti in seno il volto e le parole,

né dà la passïon pace a le membra.

Il domani schiariva col febeo

lume le terre e avea di ciel l’Aurora

l’umid’ombra cacciata; ella si volge

fuor di sé quasi a la fedel sorella:

“Anna sorella mia, quali mai sogni

mi turbano e mi affannano? Che novo

ospite è questo che ci giunse in casa?

quale aspetto! che forte cuor! che braccio!

Credo ben io, né credo invan, che stirpe

è degli Dei: i tralignanti accusa

lor viltà. Da che fati ahimè sospinto!

quali narrava superate guerre!

Se nel mio cuore immobilmente ferma

non fossi a ricusar nodo di nozze,

poi che morendo il primo amor m’illuse;

se preso in odio il talamo e le tede

già non avessi, fors’ell’era questa

l’unica colpa cui ceduto avrei.

Anna, il confesserò, sí, dopo il fato

del misero Sicheo mio sposo e il sangue

di che il fratello empí la casa, solo

questi m’ha scosso i sensi e il cuor che trema:

conosco i segni de l’antica fiamma.

Ma prima s’apra a me la terra cupa

e mi fulmini il gran Padre tra l’ombre,

le pallide ombre e l’infinita notte,

ch’io te, Pudore, o le tue leggi offenda.

Quegli che primo a sé mi strinse, il mio

amor se ne portò; quegli se l’abbia

sepolto insieme”.

Cosí disse, e in seno

il pianto le proruppe. Anna risponde:

“O piú cara del giorno a la sorella,

e tutta sfiorirai la giovinezza

da sola, senza i dolci figli, senza

di Venere le gioie? E di ciò pensi

che si curi la cenere de’ morti?

Sia, nel tuo lutto un dí non ti piegava

sposo di Libia, e non di Tiro prima;

Iarba disprezzasti e gli altri duci

che ricca di trionfi Africa nutre:

resisterai anche a un gradito amore?

Né ti sovviene in qual terren tu vivi?

hai da una parte le città getúle,

stirpe guerriera, e i Númidi sbrigliati

e l’inospita Sirti; le assetate

lande hai da l’altra ed il furor barcèo

che largo inonda. E debbo dir le guerre

imminenti da Tiro e la minaccia

del germano?

Auspici inver gli Dei, penso, e arridente

Giunone, questo solco hanno tenuto

veleggiando l’iliache carene.

Quale vedrai questa città, sorella,

qual sorger regno per connubio tale!

de’ Teucri amiche l’armi, ne l’imprese

quanta grandeggerà punica gloria!

La grazia sol de’ Numi implora e, i riti

compiuti, a l’ospitalità ti dona;

trova cagioni a l’indugiar, nel mentre

che il verno infuria ed Orïon nemboso

sul mar, né sani sono i legni; mentre

male i nembi si affrontano”.

Con questi

detti d’immenso amor l’animo accese,

diè speme al dubbio cuor, vinse il ritegno.

Vanno da prima a’ templi, e ad ogni altare

e chiedon grazia: le scelte agne di rito

a Cerere leggifera ed a Febo

immolano e a Lieo padre, su tutti

a Giuno ch’è de’ nodi coniugali

protettrice. Bellissima Didone

versa una tazza con la propria destra

fra le corna di candida giovenca,

o davanti agli Dei ed a le pingui

are si spazia; con le offerte inizia

il giorno, e china sopra l’ostie scisse

le palpitanti viscere consulta.

Oh misero pensier degl’indovini!

che fanno i voti e i templi a la furente?

Fiamma divora l’intime midolle

intanto e muta in sen vive la piaga.

Arde Dido infelice, e forsennata

scorre per tutta la città, qual cerva

cui lunge incauta tra le macchie in Creta

un pastore, incalzandola di strali,

con un la colse e in lei lasciò l’alato

dardo senza saperlo; e quella in fuga

per le fratte e i dittèi balzi dilegua,

ma la punta mortal fitta è nel fianco.

Or seco Enea per mezzo a’ suoi conduce,

gli mostra la sidonia floridezza

e pronta la città; prende a parlare

ed a mezzo il parlar s’arresta: or torna

col dí cadente a’ soliti conviti

e chiede ancora udir le iliache pene

e pende ancor del narrator dal labbro.

Come poi son partiti e l’ora viene

che vela il lume suo scura la luna

e il sonno chiaman le cadenti stelle,

sola si strugge ne le stanze vuote

e resta sui tappeti abbandonati.

Lontana lui lontano ascolta e vede,

o vinta a la paterna somiglianza

gode di trattenersi Ascanio in grembo,

se illuder possa il tormentoso amore.

Non salgon piú le torri incominciate;

non trattan l’arme i giovani, né a’ porti

sudano e a’ forti arnesi de la guerra:

pendon l’opre interrotte e le minacce

vaste de’ muri e i palchi alzati al cielo.

Appena vide lei dal mal sí presa,

né ritegno, la fama a la follia,

la Saturnia di Giove amata sposa

con questo ragionar Venere assale:

“Splendida lode in ver, trofei superbi

tu col figliuolo tuo ne riportate:

meraviglioso e memorabil vanto,

per l’arte di due Dei vinta una donna!

Già non mi sfugge che le nostre mura

tu paventando, per sospette avevi

le case di Cartagine alta. E quando

porrai fine? a che piú tanto armeggiare?

Perché piuttosto non esercitiamo

eterna pace e nuzïali patti?

Già quello hai tu che avidamente ambivi:

arde amorosa Dido e fino a l’ossa

bevve la frenesia. Dunque comune

questo popol reggiamo àuspici eguali:

io non vieto obbedir frigio marito

e dare i Tirii a la tua destra in dote”.

A lei (ché falso favellar la intese,

per istornare a’ lidi de la Libia

d’Italia il regno) Venere rispose:

“Chi a ciò darebbe folle una ripulsa

eleggendo di far con te la guerra?

sol che fortuna prosperi l’evento

qual tu dici – son io dubbia de’ fati –

e un’unica città Giove consenta

avere i Tirii e i profughi da Troia

e mescolarsi ed allearsi in patto.

La moglie sei, e puoi tentar pregando

il suo talento. Va’, ti terrò dietro”.

Soggiunse allora la regal Giunone

“Mia sarà questa cura. Or di che guisa

quello si possa adempiere che preme,

ti mostrerò, m’ascolta, in breve. Enea

e con lui l’amantissima Didone

si preparano andar ne’ boschi a caccia,

non appena domani il sol nascente

co’ suoi raggi riveli l’universo.

Io di grandine misto un nero nembo,

mentre le schiere a collocar le reti

s’affannano, rovescerò su loro

e moverò tutto tonante il cielo.

Qua e là fuggiran gli altri, ne la cupa

notte ravvolti: Dido e il teucro duce

ripareranno a la spelonca stessa.

Quivi sarò: se il tuo piacer m’è chiaro,

glie la unirò di stabile connubio

per sempre sua. Sarà quivi Imeneo”.

Annuí senza opporsi a la chiedente

e sorrise a le trame Citerèa.

L’Aurora intanto da l’Oceano è sorta.

Vien da le porte col novello raggio

la eletta gioventú. Là reti rade

e lacci e giavellotti a larga lama

e accorrono massíli cavalieri

e de’ cani il sottil fiuto. A le soglie

stanno i primi de’ Peni ad aspettare

la regina nel talamo indugiata:

e d’ostro e d’oro splendido un destriero

impazïente morde il fren schiumoso.

Ella si avanza alfin tra un gran corteggio

in clamide sidonia ricamata

a’ lembi: d’oro ha la faretra, in oro

annodati i capelli, ed un fermaglio

d’oro raccoglie la purpurea veste.

Ecco i frigi compagni anch’essi e lieto

Giulo apparir: bellissimo su tutti

Enea procede e le due squadre unisce.

Qual è Apollo allor che l’invernale

Licia lasciando e i corsi de lo Xanto

riede a veder la sua materna Delo

e desta i cori; misti a l’are intorno

Cretesi e Dríopi fremono e dipinti

Agatirsi; pe’ gioghi va del Cinto

esso e il fluente crin preme composto

di pieghevole fronda e d’aureo cerchio,

romba il turcasso agli omeri: non meno

animoso di lui veniva Enea;

tanta è beltà nel nobile sembiante.

Poi che si giunse agli alti monti e a’ covi

riposti, giú da’ vertici sbalzate

corser pe’ clivi le selvagge capre;

e d’altra parte i cervi le radure

trasvolano e s’agglomerano in frotte

polverose fuggendosi da’ monti.

Il giovinetto Ascanio del suo vivo

polledro gode in grembo a le vallate

ed ora questi in corsa or passa quelli,

e agogna pur che tra l’imbelle armento

o spumoso cinghial gli si offerisca

o discenda nel pian fulvo leone.

Comincia intanto a conturbarsi il cielo

d’immenso mormorar; grandine e nembo

scoppiano quindi. I tirii cacciatori

trepidi a caso e i giovani troiani

e il dardanio di Venere nipote

cercaron qua e là pe’ campi asilo:

da’ monti scrosciano i torrenti.

Dido

e il teucro duce a la spelonca stessa

riparano. La Terra prima e Giuno

pronuba danno il segno: arsero lampi

nel cielo consapevole al connubio;

su le rupi ulularono le Ninfe.

Quello il dí primo fu di morte, il primo

forier de’ mali: ché non ha pensiero

Dido di ciò ch’altri ne vegga e dica,

e piú non serba quell’amor nel cuore

nascostamente, ma nozze lo chiama

e fa del nome a la sua colpa velo.

Subito per le gran città di Libia

la Fama va, la Fama, il piú veloce

che sia malanno; vigoreggia per la

mobilità e forze acquista andando.

Piccola prima e pavida, si leva

poi alto a l’aure; sul terren cammina

e il capo tra le nuvole nasconde.

Lei, narrano, la Terra genitrice

irritata de l’ira degli Dei,

lei di Ceo e d’Encelado sorella

ultima partorí, di piedi celere,

agile d’ali, orribil mostro e grande;

che quante ha penne per il corpo, tanti,

prodigio a dir, sott’esse ha vigili occhi,

lingue e bocche le parlano altrettante,

tanti dirizza orecchi. A notte vola

tra terra e cielo stridula per l’ombra,

né chiude al dolce sonno le pupille;

il giorno o su’ comignoli de’ tetti

siede spiando o de le torri in cima,

ed assorda le gran città, tenace

del falso e reo, come del ver, foriera.

Questa allora esultante rïempiva

le genti di molteplice ridire

e il fatto e il finto insieme ricantava:

di teucra stirpe esser venuto Enea,

e a lui non isdegnar la bella Dido

congiungersi; or concordi il verno in gioia

quanto è lungo passar, dimenticando

i regni, al vil talento abbandonati.

Per le bocche la dea questa vergogna

sparge: ad Iarba re dirige il volo

e gli desta co’ detti incendio d’ira.

Questi, nato ad Ammon da la rapita

Garamantide ninfa, ha posti a Giove

cento per l’ampio regno eccelsi templi,

cento are, e avea sacrato il vigil fuoco,

scolte de’ Numi eterne; ed il suol pingue

del sangue de le vittime e le soglie

de’ svarïati serti floride. Egli,

sconvolto il cuore e acceso al triste grido,

davanti a l’are, in mezzo a’ Numi santi,

supplice a Giove con le palme tese

dicono alzasse instante la preghiera:

“Onnipotente Giove, a cui la maura

gente su’ pinti letti convitata

liba l’onor lenèo, vedi tu questo?

ovver te fulminante, o genitore,

senza ragion temiamo e del terrore

son causa fuochi tra le nubi occulti

e via con bruto murmure striscianti?

Una donna, che profuga nel nostro

suolo esigua città fondò per oro,

e le diemmo ad arar terra e a dettarvi

la legge, ricusò le nozze mie

e per signore accolse al regno Enea.

Quel Paride, col suo non maschio gregge,

sorretto il mento da meonia mitra

e il crin stillante, or la rapina gode

e noi portiamo a’ templi tuoi le offerte

alimentando una credenza inane!”.

Lui che cosí pregava a l’are stretto

udí l’Onnipotente e torse gli occhi

a le mura regali ed agli amanti

de la fama migliore ismemorati.

Poi si volge a Mercurio e sí gl’ingiunge:

“Figlio, chiana gli zefiri e volando

scendi: al dardanio duce che or s’indugia

ne la tiria Cartagine e non guarda

piú le città concessegli dal fato,

parla e reca per l’aëre il mio cenno.

Lui la madre bellissima non tale

ci promise – né due volte di mano

lo strappa a’ Grai per questo -, sí ben ch’egli

pregna di signorie, guerra spirante

reggerebbe l’Italia, la prosapia

rivelerebbe che da Teucro scende

e darebbe la legge a l’universo.

Se non l’infiamma gloria di sí grandi

cose né vuole accingersi a fatiche

per propria lode, Ascanio ei padre froda

de le romane rocche? E che disegna?

o per qual mai speranza tra nemica

gente dimora ed a l’ausonia prole

piú non riguarda né al lavinio suolo?

Navighi! questo è tutto, e tu l’annunzia”.

Aveva detto. Quei si preparava

obbedir del gran Padre il cenno, e prima

s’allaccia a’ piè gli aurei talari: a volo

questi su le marine e i continenti

il portano alto a par con l’aure lievi.

Prende la verga poi: con questa fuori

ei chiama l’ombre pallide da l’Orco,

altre nel triste Tartaro sommerge,

dà il sonno e leva, e chiude gli occhi in morte.

Rompe or con essa i venti e tra le nubi

torbide varca. E già tra ‘l volo scorge

il picco e i fianchi eccelsi del rubesto

Atlante che sostenta il ciel col capo,

d’Atlante che i pineti de la vetta

perennemente ha in nuvole ravvolti

e dal vento è battuto e da la pioggia:

vien la neve a coprir gli omeri; allora

scorron dal mento del vegliardo i fiumi

e irrigidisce l’irta barba al gelo.

Quivi stette librandosi su l’ali;

poi s’abbandonò tutto verso l’onde,

simile a quell’augel che basso vola

intorno a’ lidi ed a’ pescosi scogli

radendo il mar: non altrimenti a volo

tra terra e ciel verso il sabbioso lido

de la Libia fendea l’aër, venendo

dal materno avo, la cillenia prole.

Toccati appena con le alate piante

i tuguri, discerne Enea che attende

a fondar torri e foggiar tetti. Aveva

stellata spada di dïaspro biondo

e breve manto gli fulgea di tirio

murice da le spalle, opera e dono

che fatti aveva l’opulenta Dido

e divisati a fila d’oro i drappi.

Di subito l’assale: “Or tu lavori

a’ fondamenti di Cartagine alta

e tutto moglie la città fai bella,

oh immemore del regno e di tue cose!

Esso dal chiaro Olimpo a te mi manda

il Re de’ Numi che ad arbitrio suo

volge il cielo e la terra, esso m’ingiunge

che per l’aëre il suo cenno ti rechi.

Tu che disegni? per qual mai speranza

stai neghittoso in libico paese?

Se non ti punge gloria di sí grandi

cose né ordisci a lode tua fatiche,

guarda Ascanio crescente e le speranze

di Giulo erede, cui dovuto il regno

è de l’Italia e la romana terra”.

Detto che in tal sentenza ebbe Cillenio,

sfuggí tra il dir cosí gli occhi mortali

e dileguò ne l’aëre lontano.

Ammutí di sé fuori a quell’aspetto

Enea; rabbrividí, ritti i capelli,

ne le fauci la voce. Via fuggire

anela e abbandonar le dolci terre,

percosso a l’alto ammonimento e al cenno.

Ahi! che farà? con che parole osare

mettersi intorno a la regina ardente?

qual principio trovar? E il suo pensiero

or qua or là rapido ei volge e in ogni

parte l’invia per tutte le vicende.

Ondeggiando cosí, migliore avviso

questo gli parve: Mnèstëo e Sergesto

chiama e il forte Seresto; armino cheti

la flotta, e i soci adunino a la riva,

preparin tutto, e de la cosa nova

la ragione dissimulino; ed esso,

da che l’ottima Dido è ignara e rotto

non teme un tanto amor, vedrà le vie

e la piú facile ora a favellarle,

e ogni destro che paia. Alacri e lieti

tutti ascoltano e adempiono i comandi.

Ma la regina presentí le trame

(e chi potrebbe eludere un amante?)

e le mosse a venir prima sorprese,

già inquïeta a’ bei giorni. E l’empia Fama

riferí parimente a l’amorosa

la flotta pronta e prossimo il salpare.

Smania, e le cadde il cuor; in furia e in foco

erra per tutta la città, qual tíade

che balza, mossi appena i sacri arredi,

quando al grido di Bacco ogni terz’anno

stimolan l’orgie e clamoroso a notte

il Citerone chiama a sé.

Con queste

voci in fine ad Enea parla la prima:

“Anche dissimular sí nero eccesso,

o perfido, speravi e da la mia

terra occulto partir? Né l’amor nostro

né la destra un dí porta e non ti arresta

Dido che ne morrà di crudel morte?

Sotto gli astri invernali armi la flotta

e al soffio aquilonar levi le antenne,

crudele! E che? se tu or fossi volto

non a terre d’altrui né a case ignote,

ma stesse ancor l’antica Troia, a Troia

veleggeresti per l’ondoso mare?

E fuggi me? Per questo pianto e per la

tua destra (poi che nulla altro lasciai

a me misera io stessa), per il nostro

connubio, pe’ cominciati imenei,

se qualche bene ti fec’io, se nulla

ti fu caro di me, pietà di questa

casa crollante! e un tal pensier, ti prego,

se luogo resta di pregar, deponi.

M’odian per cagion tua le genti libie

e i tiranni de’ Nomadi, ho nemici

i Tirii; ancor per te spento è il pudore

e la fama di un dí, sola per cui

ero a le stelle. A chi me moribonda,

ospite, lasci? nome unico omai

che riman del consorte. A che vivrei?

fin che la mia città strugga il fratello

Pigmalïon? fin che il getúlo Iarba

schiava mi tragga? Avessi avuta almeno

di te pria de la fuga alcuna prole,

ed uno mi scherzasse ne la reggia

pargolo Enea, che pure a le sembianze

ti richiamasse, non del tutto allora

mi sentirei delusa e abbandonata”.

Avea detto. Pe’ moniti di Giove

immobili teneva ei le pupille

ed a forza nel cuor premea l’affanno.

Breve risponde alfine: “Io te, regina,

sempre confesserò meriti avere

quanti a parole noverarne puoi,

e caro avrò di ricordarmi Elisa

fin ch’io ricordi me, fin che mi regge

l’anima queste membra. Per la causa

poco dirò. Già non sperai di furto,

non te lo figurar, prender la fuga,

né mai proffersi maritali tede

o venni per tal nodo. Io, se a me il fato

viver co’ miei auspici consentisse

e secondar spontanëo l’affetto,

prima vorrei ne la città troiana

e co’ dolci restar resti de’ miei:

durerebbero i tetti alti di Priamo

ed io rifatta avrei Pergamo a’ vinti.

Ora Apollo grinèo m’addita invece

l’Italia grande, Italia a me le licie

sorti: questo l’amor, questa è la patria.

Se l’arce di Cartagine e la vista

d’afra città sorride a te fenicia,

ne l’ausonio terreno e perché vieti

posare i Teucri? è lecito anche a noi

cercar stranieri regni. Quante volte

cinge la notte in velo umido il mondo,

quante volte si accendono le stelle,

m’avverte in sogno e m’atterrisce offesa

l’ombra del padre, Anchise; e Ascanio mio

e la iattura del diletto capo

cui del regno fatal d’Esperia privo.

Or anche il messaggero degli Dei

invïato da Giove stesso, il giuro

per le nostre due vite, m’ha recato

rapido giú per l’aëre il comando:

ben io lo vidi in chiara luce il dio

entrar le mura e bevvi la sua voce

con questi orecchi. Lascia di turbare

me fieramente e te col tuo lamento:

non spontaneo l’Italia cerco”.

Lui che cosí dicea guardava obliqua

inquïete rotando le pupille

e lo percorre con lo sguardo muto

tuttoquanto, e cosí prorompe accesa:

“Né tua madre una dea né de la stirpe

Dardano è autore, o perfido: il selvaggio

Caucaso ti creò da l’aspre rupi

e ti dieder la poppa ircane tigri.

Perché dissimular? peggio che attendo?

Sospirò forse o al pianto mio si volse?

Lagrimò vinto o compatí l’amante?

Quale eccesso è maggior? Ah che oramai

né la massima Giuno né il Saturnio

padre riguarda a ciò con occhi giusti.

Morta al mondo è la fé. Naufrago, nudo

lo raccolsi e del regno il posi a parte,

folle!; strappai da morte la dispersa

flotta, i compagni. Ah che il furor m’invade!

Ora l’augure Apollo, ora le licie

sorti, da Giove stesso ora invïato

il messaggero degli Dei gli reca

per l’aure abominevole comando!

Hanno i Superi inver questo pensiero,

questo zelo li affanna in lor quïete!

Te non trattengo né il tuo dir confondo.

Va’, segui Italia al vento e cerca il regno

per l’onde. Oh spero, se i pietosi Numi

possono ancor, che degli scogli in mezzo

troverai tuo supplizio e a nome Dido

sovente chiamerai. Con faci infauste

ti seguirò lontana e, quando sole

la fredda morte lascerà le membra,

ombra ti sarò presso in ogni luogo.

Darai, empio, la pena: udrò l’annunzio,

l’udrò venire a me giú tra i sepolti”.

Rompe il colloquio in questo dire e affranta

fugge il dí, si rivolge e toglie al guardo,

lasciandolo tra pavido e sospeso

che molto volea dir. Venuta meno

le ancelle la riportano al marmoreo

talamo, ivi l’adagian su le coltri.

Ma il pio Enea, benché la dolorosa

brami di consolar con sue parole,

afflitto e il cuor d’amore intenerito,

pure ubbidisce al cenno degli Dei

e torna a’ suoi che piú volonterosi

traggon per tutto il lido in mar le navi.

Galleggia l’unta chiglia, e da le selve

portan remi frascosi e legni grezzi

per fretta de la fuga.

Migrar li vedi e da le vie fluire;

e come allor che un gran mucchio di farro

saccheggiano pensose de l’inverno

le formiche e ripongon ne la casa,

va per le terre il bruno stuol, la preda

convogliano in sottil solco tra l’erba,

altre per forza d’omeri sospingono

i grossi grani, altre a tener le file

strette e vive; tutt’opera è il sentiero.

Quale a tal vista era il tuo cuore, o Dido,

quali i sospiri, mentre l’ampia riva

contemplavi gremir da l’alta rocca

e tutto sotto a te fervere il mare

d’immensa alacrità? Spietato Amore,

a che non sforzi tu gli umani petti?

Ella è sforzata di tornare a’ pianti,

di tornare a tentar con le preghiere

e l’orgoglio sommettere a l’amore,

supplice, sí che nulla d’intentato

inutilmente moritura ometta.

“Anna, la fretta vedi in tutto il lido:

sono concorsi d’ogni parte; omai

chiama la vela l’aure, e i naviganti

ilari coronarono le poppe.

Se aspettarmi potei sí gran dolore,

e soffrirlo potrò, sorella. Pure

di ciò compiaci, o Anna, l’infelice;

ché te sola quel perfido onorava,

ti confidava i sentimenti arcani,

sola le vie sapevi ed i momenti

d’avvicinarlo. Va’, sorella, e parla

al nemico superbo supplicando.

Non io co’ Greci in Aulide giurai

strugger la teucra gente e non mandai

a Pergamo la flotta, né d’Anchise

il cenere turbai e l’ombra. Al mio

pregar perché dure l’orecchie serra?

dove corre? Quest’ultimo conceda

dono a la mesta amante: aspetti l’ora

buona al viaggio ed i propizi venti.

Le antiche nozze ch’ei tradí non chiedo

piú, né che privo ei sia del Lazio bello

e lasci il regno: un tempo vano io chiedo,

una tregua al furor, fin che la mia

fortuna insegni a me vinta soffrire.

Quest’ultima (oh pietà de la sorella!)

grazia domando; e s’ei me la concede,

la renderò cresciuta de la morte”.

Cosí pregava, e tal pianto recando

va e vien l’infelicissima sorella.

Ma né per pianti ei movesi né voce

è che lo pieghi: stanno contro i fati

e un dio gli serra placidi gli orecchi.

Come qualor nel secolar vigore

salda una querce a gara i soffi alpini

or di qua or di là tentan scalzare,

giú dal tronco che cigola agitato

l’alte fronde cospargono il terreno,

essa a la rupe sta, le vette al cielo

stendendo, quanto le radici a l’Orco:

l’eroe cosí percosso e ripercosso

è da le voci e stretto il cuor d’affanno;

ferma è la mente e vano scorre il pianto.

Vinta da’ fati allor Dido infelice

morte chiama, la vista odia del cielo.

A far che nel proposito s’accenda

e fugga il dí, mentre poneva offerte

su gl’incensati altari, orrendo a dire!

vide il liquor sacrato farsi nero

e il vin che si mescea torbido sangue.

Vide, e a nïun, né a la sorella stessa,

lo rivelò. Fu ne la reggia inoltre

marmoreo tempio del marito antico,

cui venerava con devoto culto,

di velli nivei e vaghi serti cinto.

Indi parvero udirsi voci e come

un chiamar del consorte, mentre scura

tenea il mondo la notte, e solitario

spesso col grido lúgubre lagnarsi

il gufo da’ comignoli allungando

le note in pianto. Molti ancor presagi

di prischi vati colmano d’orrore.

Esso ne’ sogni Enea fiero persegue

la folle; e sempre esser lasciata sola,

sempre le par senza compagni andare

per lunga via, e nel deserto suolo

cercare i Tirii. Tal demente Pènteo

rimira de l’Eumenidi la turba

e due soli apparire e doppia Tebe;

o per le scene Oreste agamennonio

quando incalzato fugge da la madre

di faci armata e d’atre serpi, e ultrici

sul limitare seggono le Furie.

Dunque per troppo duol volta in furore

e ferma di morire, il tempo e il modo

tra sé divisa e, a la mesta sorella

volgendosi, il pensier col volto cela

e rasserena la speranza in fronte.

“Ho trovata la via, – germana, godi

con la sorella, – che mi renda lui

ovver che da lui me liberi amante.

Tra ‘l confin de l’Oceano e il sol cadente

degli Etiopi è l’ultimo paese,

ove il massimo Atlante in su le spalle

gira la volta d’astri ardenti fitta.

Sacerdotessa di massíla gente

indi mostra mi fu, custode al tempio

de l’Esperidi, che il suo pasto dava

al drago e sacri su la pianta i rami

serbava, insiem col rugiadoso miele

sonnifero papavero spargendo.

Ella si vanta liberare i cuori

con gli incanti a sua voglia ed altri invece

stringer d’amore, fermar l’acque a’ fiumi

e far tornar le stelle indietro. L’ombre

a notte sveglia: sotto i piè mugghiare

vedrai la terra e scendere da’ monti

gli orni. Giuro agli Dei, cara germana,

a te e al dolce capo tuo, che accinta

di mal cuore mi sono a magiche arti.

Or tu segreta ne le interne stanze

innalza a l’aure un rogo, e l’armi sue

che lasciò l’empio al talamo sospese,

e l’altre cose e il letto coniugale

che mi perdé, si gettin sopra: vuole

incenerito la sacerdotessa

ogni ricordo del crudel guerriero”.

Cosí detto si tace ed il pallore

le invade il volto. Non per questo crede

Anna che la germana con le nuove

cerimonie pensier veli ferale,

né tutto abbraccia in mente quell’incendio

o teme piú che in morte di Sicheo.

Dunque gli ordini adempie.

Ma ne l’intima reggia la regina,

gran rogo eretto al ciel di pino e d’elce,

stende il luogo di serti e l’incorona

di fronda funeral: sopravi, vesti

e la spada lasciatale e l’effigie

sul letto pone, conscia del futuro.

Sorgono l’are intorno, e sciolti i crini

tonante invoca la sacerdotessa

trecento dèi, e l’Erebo ed il Caos

e la trigemina Ecate, tre visi

de la vergin Dïana; e sparse avea

l’acque del fonte Averno simulate,

e adopra le mietute erbe a la luna

con falce bronzea, rigogliose e piene

d’atro veleno, adopera l’amore

spicco di fronte al polledrin che nasce

e pretolto a la madre.

Essa, il farro; e con pie mani, agli altari

presso, l’un piè senza legami, in veste

succinta, chiama moritura i Numi

e gli astri consci del destino, e prega

se v’ha dio protettor memore e giusto

degli amanti cui mal risponde amore.

Era notte, e godean stanchi il tranquillo

sopore i vivi per la terra; cheti

eran fatti le selve e il fiero mare,

ne l’ora che si volgono le stelle

a mezzo il corso, che ogni campo tace;

le greggi e i pinti uccelli, e quanti han vita

tra le belle acque chiare e gli aspri dumi,

ne l’amplesso del sonno e del silenzio

[lenían gli affanni ed obliosi i cuori].

Ma non, piena d’angoscia, la Fenicia,

e mai non piega al sonno e non accoglie

negli occhi o in sen la notte: il dolor cresce

ed imperversa risorgendo amore

ondeggiante negl’impeti de l’ira.

Cosí sta, cosí volge ella in sé stessa

“Ed or che fo? Schernita, i pretendenti

ritenterò di prima ed il connubio

de’ Nomadi ambirò supplice, quelli

che tante volte già sprezzai mariti?

Seguirò dunque i legni iliaci ed ogni

cenno de’ Teucri? perché inver godere

debbo d’averli salvi e viva è in loro

la ricordanza del ben far ch’io feci!

E, poni ch’io volessi, e chi mi lascia

odïata salir le prore altere?

Non sai, meschina, oh ancor non sai le frodi

de la progenie laömedontèa?

Che dunque? mi unirei sola fuggiasca

a’ marinari glorïanti, o tutte

trarrei con me de’ Tirii miei le schiere,

e, staccatili appena da Sidone,

li spingerei sul pelago di nuovo,

farei le vele al vento aprir? Su, muori,

ché il meritasti, e il duol caccia col ferro.

Tu dal mio pianto vinta, tu la prima

fai cader su la forsennata questi

mali, germana, e l’offri a l’inimico.

Non mi fu dato senza nozze e colpa

viver la vita, a guisa d’una fiera,

e star lontana da sí fatte pene;

non tenni fede al cener di Sicheo”.

Sí grandi ella dal cuor mettea lamenti.

Su l’alta poppa, fermo di salpare

e già preste le cose, Enea dormiva.

Nel sonno a lui l’imagine si offerse

del dio tornante ne l’aspetto istesso

e di nuovo cosí parve ammonire,

Mercurio in tutto, a la voce, al candore,

al biondo crine, al fior di giovinezza:

“O figlio de la Dea, puoi darti al sonno

in tal frangente? folle, e non t’accorgi

che pericoli poi ti sono intorno,

né i zefiri spirare odi propizi?

Ella atroci nel cuor volge disegni,

deliberata di morir, e ondeggia

in vario impeto d’ire. E tu non fuggi

precipitoso mentre n’hai potere?

Or or di navi pullulare il mare

e fiere scintillar faci vedrai,

vedrai la riva in un baglior di fiamme,

se te lento l’aurora in questo lido

ritroverà. Su via, rompi gl’indugi.

Femmina è varia cosa e mobil sempre”.

Cosí detto, a la notte si confuse.

Scosso da l’improvvisa visïone

Enea dal sonno balza e sprona i suoi

“Precipitosi vi levate, o prodi,

a remigare, a inalberar le vele.

Di nuovo ecco ci esorta un dio, mandato

da l’aër sommo, ad affrettar la fuga

ed a tagliar le attorte funi. O santo

degli Dei, qual tu sia, ti seguitiamo

ed al cenno obbediam festanti ancora.

Ci assisti e aiuta placido, e le stelle

volgine in cielo amiche”. E disse e snuda

la fulminëa spada percotendo

i legami. Un ardore insieme è in tutti:

afferrano ed accorrono; han lasciato

la riva, sotto a’ legni il mar dispare,

torcon le spume e radono l’azzurro.

E già spargea di nova luce il mondo

la prima Aurora fuor del croceo letto

di Titon. La regina appena vide

da le vedette imbiancar l’aria e a piene

vele la flotta allontanar, né a riva

né piú restarsi remigante in porto,

tre volte e quattro il bel seno percosse

e il biondo crin strappandosi “Deh Giove!

se n’andrà dunque, grida, e preso a scherno

il nostro regno avrà questo straniero?

Non brandiranno l’armi ad inseguirlo

da tutta la città? non strapperanno

le navi agli arsenali? Oh qua le fiamme

presto, gli strali qua! date ne’ remi!….

Che dico? e dove son? qual follia nova?

Dido infelice, or te l’empiezza offende?

Allor dovea, quando gli scettri offrivi.

Oh qual braccio, qual cuor l’uom che si vanta

portar seco i Penati de la patria

e su le spalle il vecchio padre stanco!

No ‘l poteva io mettere in brani, e in mare

gittarlo? e trucidar sua gente, il suo

Ascanio stesso ed imbandirlo al padre?

Ma dubbia de la lotta era la sorte:

fosse; di chi temere io moritura?

Portato avrei nel campo i tizzi, empiti

di bragia i banchi, il figlio e il padre e il seme

spento, e gittata sopra lor me stessa.

Sole che tutte l’opere del mondo

fiammante scorri, e tu di queste angosce,

Giuno, fomite e conscia; Ecate, a notte

per la città ne’ trivii ululata,

e Furie ultrici e Dei de la morente

Elisa, date ascolto, contro gli empi

deh! rivolgete il provocato nume

ed esaudite le nostre preghiere.

Se necessario è ch’entri in porto e approdi

lo scellerato, e questo chiede il fato

di Giove, questo è termin fisso, almeno

dal guerreggiar d’una animosa gente

stremato, in bando dal paese, lungi

da l’amplesso di Giulo, aiuto implori

e vegga morti misere de’ suoi;

e poi che a leggi di gravosa pace

reso si sia, non goda il regno e non la

dolce luce, ma cada anzi il suo giorno

e senza sepoltura in un deserto.

Questo io domando, questa voce estrema

spargo col sangue. Voi la razza poi,

o Tirii, tutta la razza futura

con l’odio perseguitela, e sí degno

mandate al nostro cenere tributo.

Nessuno amor tra i popoli né patto

sorgi un da l’ossa mie vendicatore,

incalzando i dardanidi coloni

con foco e ferro, adesso, un giorno, in ogni

tempo che forza assista. I lidi a’ lidi

avversi, il mare al mare e l’armi a l’armi

impreco: pugnino i presenti e i posteri”.

In questo dir, tutta agitata in cuore,

cerca il piú presto romper l’odïosa

luce. Però breve si volge a Barce

nutrice di Sicheo (ché ne l’antica

patria cenere bruna era la sua):

“Fammi, buona nutrice, la sorella

Anna venir: di’ che si terga a l’acqua

corrente e qui con sé súbito porti

l’agne e l’espïazioni ch’io le dissi;

cosí venga, e tu pur mettiti in capo

devote bende. Voglio a Giove Stigio

l’olocausto compir che ben disposi

segnando un fine a questi affanni, e dare

al fuoco il rogo del troiano”. Dice;

e quella con senil fretta s’è mossa.

Trepida allor e ne l’impresa atroce

Dido ardente, rotando occhi sanguigni,

sparsa di macchie le frementi gote,

pallida già de la futura morte,

nel cuore irrompe de la casa, in cima

al rogo sale furibonda e snuda,

dono non chiesto a ciò, la teucra spada.

Poi che le iliache vesti e il noto letto

mirò, sospesa in pianto ed in pensiero

un istante, piegò su quella coltre

e disse le novissime parole:

“O dolci spoglie mentre a’ fati e a Dio

piaceva, ricevete questa vita

e da tanto dolor mi liberate.

Vissi, e il cammino che mi diè fortuna

percorsi; or grande l’ombra mia sotterra

andrà: superba una città fondai,

mie mura vidi; vendicai lo sposo

e al nemico fratello inflissi pena.

Avventurata, ahi troppo avventurata,

sol che mai tocco non avesser prore

dardanie il nostro lido!” Indi premendo

il suo viso a la coltrice “Morremo

invendicate, dice, e pur moriamo.

Cosí, cosí voglio ire a l’ombre. Miri

questa vampa dal mar l’empio troiano;

l’augurio abbia con sé de la mia morte”.

Avea detto, e tra il dire abbandonata

su la punta la vedono le ancelle

con la spada e le mani sanguinose.

Sale il grido a le volte alte; la Fama

per la città commossa si propaga:

pianti, sospiri e femminili strida

scuoton la reggia, e l’aëre risuona

d’un immenso dolor, non altrimenti

che se rovini da’ nemici invasa

tutta Cartagine o l’antica Tiro

e furenti sormontino le fiamme

degli uomini le case e degli Dei.

Udí gelando la sorella e a corsa,

con l’ugne in faccia e fieri pugni al seno,

rompe la folla e chiama la morente:

“Era questo, germana? e m’ingannavi?

m’apparecchiavan questo il rogo e i fuochi

e l’are? Di che pria deserta piango?

Non mi volesti per compagna in morte?

m’avessi tu chiamata al fato istesso;

uno stesso dolore, una stessa ora

trafitte entrambe avrebbe. E con le mie

mani operai, chiamai con la mia voce

i patrii Dei, per poi crudel lasciarti

cosí sola a morir! Te e me, sorella,

hai spento e tutto il popolo e i sidonii

padri e la tua città. Fate ch’io lavi

con l’acque la ferita, e se un estremo

alito spira, con le labbra il colga”.

Cosí dicendo avea saliti i gradi

tutti ed al sen tra le braccia stringea

la moribonda sorella piangendo

e tergea con la veste il bruno fiotto.

Quella, tentando sollevare i gravi

occhi, ricade giú; profonda in petto

geme e stride la piaga. Per tre volte

sul gomito a fatica si levò,

per tre volte ricadde su la coltre,

e verso il ciel con le pupille erranti

cercò la luce e sospirò a vederla.

Allor pietosa Giuno onnipotente

del lungo duol, de la difficil morte,

Iri mandò giú da l’Olimpo a sciorre

l’alma lottante e l’avvincenti membra.

Ché, non per fato o meritata fine

quella morendo, ma per troppo amore

súbito forsennata anzi il suo giorno,

Prosèrpina non anche il biondo crine

svelto le aveva e lei data a l’Averno.

Dunque Iride pe ‘l ciel con fulve penne

rorida, mille contro al sol colori

svarïati traendo, a terra vola

e sul suo capo si ristette: “Questo

io comandata porto a Dite sacro

e te disciolgo da coteste membra”.

Cosí dice, ed il crine con la destra

svelle: ad un punto andò tutto il calore

sperso e tra i venti rifuggí la vita.

LIBRO QUINTO

Intanto Enea nel mezzo al marin corso

procedea risoluto con l’armata

e i flutti cupi a l’aquilon solcava,

riguardando le mura che de’ fuochi

splendono già de l’infelice Elisa.

Di tanto incendio è la cagione ignota;

ma il fiero duol d’un grande amore offeso,

e il saper ciò che può donna furente,

movono a triste augurio il cuor de’ Teucri.

Come ne l’alto giunsero le navi

e già nessuna piú terra si mostra,

tutto mare a l’intorno e tutto cielo,

a lui sul capo livida una nube

sorse di notte e verno apportatrice

e si fe’ l’onda abbrividendo buia.

Palinuro il nocchier da l’alta poppa

anch’esso: “Deh! perché tal cerchio in aria

di nembi? o che, padre Nettuno, arrechi?”.

Poi bene armarsi ingiunge e dar ne’ remi,

oblique a’ venti offre le vele, e dice:

“O magnanimo Enea, se Giove stesso

mallevasse, non io con questo cielo

avrei fiducia di toccar l’Italia.

Fremon mutate di traverso l’aure

e soffiano da l’occidente fosco,

il ciel s’addensa in nuvoli, né noi

a regger contro, od a schermirci solo,

bastiam. Poi che soverchia la fortuna,

seguiamola, pieghiam dov’ella vuole.

E non lontano penso esser le fide

sponde fraterne d’Èrice co’ porti

sicani, se pur bene io mi rammento

gli astri seguiti che a l’indietro or segua”.

Allor il pio Enea: “Già me n’avvidi

che i venti cosí chiedono e che invano

ti schermisci. La via volgi a le vele.

Esser potrebbe a me terra piú cara,

e ch’io piú brami per le stanche navi,

di quella che mi serba il teucro Aceste

e copre l’ossa di mio padre Anchise?”.

Dopo questo parlar tendono al porto,

che i zefiri propensi empion le vele:

rapida va pe’ vortici la flotta

e afferran lieti alfin la nota sponda.

Lungi di su la vetta alta del monte

fiso al venire de le amiche navi

move a l’incontro Aceste, aspro ne’ dardi

e in una pelle di libistide orsa;

cui, dal fiume Criníso concepito,

troiana madre partorí. De’ vecchi

parenti ei non immemore, si allegra

de’ tornanti, festoso li riceve

tra dovizia campestre e la stanchezza

con le amabili offerte ne ristora.

Come fugate al balzo d’oriente

chiaro il domani ebbe le stelle, Enea

tutti da tutto il lido aduna i suoi

e a lor da un alto ciglio parla: “O grandi

Dardani, sangue dagli Dei disceso,

l’annuo co’ mesi suoi giro si compie

da che del divin padre i resti e l’ossa

ponemmo in terra e meste are sacrammo.

Già, se non erro, il giorno viene, il giorno

che sempre acerbo avrò, sempre onorato

– cosí vi piacque, o Dei -. Se in giorno tale

ne le getúle Sirti esule io fossi,

stretto nel mare argolico o ne’ muri

micenei, gli annuali voti e i giusti

riti pur sempre adempirei fedele

e colmerei de’ suoi doni l’altare.

Or proprio a le sue ceneri ed a l’ossa

paterne siamo – né per fermo io credo

senza pensier, senza voler de’ Numi –

portati ad ancorare in porto amico.

Su dunque, e largo gli rendiam tributo

tutti: imploriamo i venti, e che gli piaccia

ch’io questo rito gli rinnovi ogni anno

ne la nostra città, ne’ templi suoi.

A voi da Troia generato Aceste

due bovi dà per ogni nave: i patrii

Penati e quei che Aceste ospite onora

chiamate a parte del convito. Inoltre,

se l’almo dí la nona aurora porti

a’ mortali e co’ raggi il mondo scopra,

a’ Teucri proporrò prima una gara

de le celeri navi: indi, chi vale

correndo a piedi, e chi fiero di forze

meglio scocca da l’arco agili dardi

o fiducioso stringesi a le prese

col duro cesto, sian tutti presenti

e aspettin premio de le giuste palme.

In devoto silenzio ora ciascuno

s’incoroni di fronde”.

A sé le tempie,

ciò detto, vela del materno mirto;

e questo Èlimo fa, questo il provetto

negli anni Aceste e il giovinetto Ascanio,

ed i restanti prodi al loro esempio.

Esso da l’adunanza se n’andava

con le migliaia al tumulo, nel mezzo

del gran corteo. Libando ivi di rito

due tazze di vin pretto, due di fresco

latte al suol versa, due di sangue sacro,

e sparge fior purpurei e cosí dice:

“Salve, mio santo genitor; di nuovo

salvete, invano preservate ceneri,

anima, ombra paterna. Conceduto

non mi fu ricercar con te le rive

italiche e il terren predestinato

né, qualunque si sia, l’ausonio Tebro”.

Detto avea ciò, quando da l’imo ascoso

sdrucciolevole svolse un gran serpente

le settemplici spire in sette giri,

placidamente il tumulo abbracciando

e guizzando per l’are. Avea sul tergo

cerulee chiazze, e un fulgor sparso d’oro

le squame gli accendea, come arco in nube

che mille in faccia al sol getta colori.

Stette a la vista Enea stupito: quello,

lungo snodato, alfine tra le coppe

e i levigati calici serpendo

le vivande gustò, poi senza danno

di nuovo sotto il tumulo disparve

abbandonando i delibati altari.

Quindi ei viepiú rinfresca gl’intrapresi

onori al genitor, dubbio se quello

del luogo un genio o un servo sia del padre:

immola giusta l’uso due bidenti,

due porci e due di nero pel giovenchi,

e il vino da le pàtere spargendo

del grande Anchise l’anima invocava

e i Mani ritornanti d’Acheronte.

I compagni non men volonterosi

recano, quali n’ha ciascuno, offerte,

colmano l’are e uccidono giovenchi:

ordinano altri i bronzei vasi e, sparsi

per l’erba, sottopongono le brage

agli spiedi e arrostiscono le carni.

Era il giorno aspettato, e con serena

luce ecco portavano l’aurora

nona i cavalli di Fetonte; e avea

la fama e il nome de l’illustre Aceste

i confinanti richiamati: il lido

empiean di moltitudine festosa,

per vedere gli Eneadi, e parte pronti

a cimentarsi. Prima innanzi agli occhi

nel mezzo al circo vengon posti i premi,

tripodi sacri e floride corone,

e palme fregio di vittoria ed armi

e drappi d’ostro vivi ed un talento

d’argento e d’oro. Poi da l’alto mezzo

la tromba squilla il cominciar de’ giochi.

Entran di pari ne la prima gara

con grevi remi quattro chiglie, fiore

de la flotta: di valido remeggio

Mnèsteo sospinge la veloce Pristi

– tra breve italo Mnèsteo, dal cui nome

la Memmia gente -, e Gía la gran Chimera

quasi città, che in sua gran mole avanti

premono i teucri giovani con urto

triplice, in tre sorgendo ordini i remi;

e Sergesto, da cui la casa Sergia

si noma, vien su la Centauro vasta,

e su la Scilla cerula Cloanto,

onde la stirpe tua, roman Cluenzio.

È discosto nel mare a lo spumoso

lido di contro un sasso che sommerso

e battuto è talor dal gonfio flutto,

quando i Cori invernali ascondon gli astri:

ne la bonaccia tace e a fior de l’onda

piace agli smerghi che vi stanno al sole.

Verde una meta là da frondosa elce

pose per segno a’ naviganti il padre

Enea, donde sapessero il ritorno

e dove con largo àmbito dar volta.

Traggono a sorte i luoghi e su le poppe

splendono lunge in oro e in ostro i duci:

tutti gli altri coronansi di pioppo,

riluccicanti i nudi òmeri d’olio.

Siedono a’ banchi, con le braccia a’ remi:

fisi aspettano il segno, e gli agognanti

cuori pervade un palpito d’affanno

e de la gloria la ridesta smania.

Poi come diè la chiara tromba il suono,

proruppero ciascun dal suo confine

immantinente: il nautico clamore

giunge al ciel; spuman da’ ritratti polsi

attorte l’acque. Affondan solchi a prova,

e tuttoquanto schiudesi da’ remi

rotto e da’ rostri tridentati il mare.

Non sí precipitosi entrano in campo

i carri ne la gara de le bighe

avventandosi fuori de’ cancelli,

e non cosí gli aurighi a le sfrenate

coppie scoton le redini ondeggianti

chinandosi protesi su la sferza.

D’un fremito di plausi allor, del grido

de’ parteggianti tutto il bosco suona

e per il chiuso lido erra la voce,

l’eco rimbalza da’ percossi colli.

Sfugge su le prime onde avanti agli altri

tra quella furia fremebonda Gía,

e lui Cloanto séguita, di remi

miglior, ma il legno lento per il peso

il tiene: dopo lor Pristi e Centauro

ad intervallo egual studian rapirsi

il luogo innanzi, ed or Pristi l’ottiene,

ora sorpassa lei l’ampia Centauro,

or procedono insieme a fronti pari,

lunghe chiglie solcanti i salsi guadi.

E omai s’avvicinavano a lo scoglio

e toccavan la meta, quando Gía

che primo in mezzo al gorgo trionfava

cosí rampogna il suo nocchier Menète:

“O dove tanto a destra mi ti svii?

in qua volgi, ama il lido e fa’ che a manca

il piatto remo rada i picchi. Il largo

prendano gli altri”. Disse, ma temendo

Menète i ciechi scogli pur la prora

torce a l’ampia marina. “Ove devíi?

Menète, sèrrati a la roccia”, ancora

Gía gli gridava, ed ecco ch’ei si vede

Cloanto a tergo che stringea rasente.

Tra la nave di Gía quegli e i sonanti

scogli fende il mancino interno calle

e improvviso sorpassa il primo e tiene

oltre la meta il mar libero. Allora

arse gran duolo al giovine ne l’ossa

e gli corsero lagrime le gote;

e del decoro suo, de la salute

oblïoso de’ suoi, da l’alta poppa

precipita nel mar Menète pigro:

esso per timonier sottentra e duce,

gli altri esorta e il timone al lido volge.

Menète, quando alfin lento da l’imo

fondo riapparí, vecchio com’era

omai e da le vesti tutte intrise

gocciolante, s’arrampica a lo scoglio

e su la cima asciutta vi si assise.

Di lui risero i Teucri al suo cadere

e al suo nuotare, ridono di lui

rivomitante le salate spume.

Qui negli ultimi due, Sergesto e Mnèsteo,

lieta speme brillò, di sorpassare

Gía ritardato. Occupa il luogo avanti

Sergesto avvicinandosi a lo scoglio,

né ancora pur di tutta la carena

precede, in parte sí, ma l’altra parte

l’emula Pristi col suo rostro preme.

E per la tolda in mezzo a’ suoi correndo

Mnèsteo li esorta: “Or sí forza sui remi,

ettorei soci, che nel fato estremo

di Troia mi prescelsi per compagni;

or quel nerbo mostrate, ora quel cuore

che a le getúle Sirti e ne l’Ionio

e tra l’urgenti usaste onde di Màlea.

Piú non domando io Mnèsteo il luogo primo

né m’affatico a vincere: quantunque,

oh!…. Ma vincano quei che tu volesti,

Nettuno. Tornare ultimi ci spiaccia:

tanto vincete, o cittadini, e l’onta

impedite”. In supremo sforzo quei si

curvano: trema de’ possenti colpi

la bronzea poppa e sotto sfugge il suolo;

un frequente ansimar scote le membra

e le bocche riarse; il sudor gronda.

Fu caso che lor diè l’onor bramato.

Mentre con ebbro cuor Sergesto spinge

in dentro il legno sotto sotto il sasso

ne lo spazio sí scarso, ebbe sventura

che s’impigliò ne le sporgenti punte.

Tremò la rupe, ne l’aguzze conche

i remi crepitarono percossi

ed urtata la prua restò sospesa.

Balzano i naviganti e con grand’urlo

s’arrestano, le pertiche ferrate

brandiscono ed i pali acuminati

e raccolgon per l’acqua i remi infranti.

Ma lieto Mnèsteo e dal successo stesso

animato, con rapido remeggio

e co’ venti invocati a la marina

libera giunge e per l’aperto scorre.

Qual colomba di subito sturbata

da la spelonca ove ha la casa e il dolce

nido in occulta pomice, volando

volgesi a’ campi e dà in levarsi un rombo

di penne alto nel chiuso, indi venuta

in seno del tranquillo aëre sfiora

la lieve via su l’agili ali aperte;

cosí Mnèsteo, cosí solca la Pristi

fuggente l’ultime acque, cosí lei

l’impeto stesso se ne porta a volo.

E prima ne lo scoglio erto a lottare

lascia Sergesto e negli angusti guadi

ed a chiamare inutilmente aiuto

e ad imparar la corsa senza remi;

poi Gía raggiunge e quella gran Chimera:

cede, ché priva fu del suo piloto.

Solo rimane e già presso a la meta

Cloanto: dietro a lui quegli si caccia

a tutta forza. Or sí che addoppia il grido,

tutti l’inseguitor premon co’ plausi

e di fragori l’aëre risuona.

Sdegnano quelli perdere lor vanto

già conquistato e mettono la vita

per l’onore, questi anima il successo;

possono, perché veggonsi potere.

E forse aveano a rostri pareggiati

il premio, se tendendo al mar le palme

Cloanto non piegava i Numi al prego:

“Dèi che avete del pelago l’impero,

de’ quali corro i regni, a voi lieto io

trarrò su questo lido un bianco toro

davanti a l’are, ne fo voto, e a’ salsi

flutti offrirò col chiaro vin le fibre”.

Disse, e l’udí negl’imi gorghi il coro

tutto de le Nerëidi e di Forco

e Panopèa fanciulla: esso Portuno

padre con la gran man pinse l’andante

chiglia, ch’agile piú di vento o strale

fugge a la riva e s’addentrò nel porto.

D’Anchise il figlio allor, tutti adunati

giusta l’uso, per gran voce d’araldo

proclama vincitor Cloanto e al crine

cerchio gli fa di verde alloro. Ad ogni

nave tre buoi consente in dono, e vini

portare e un grave argentëo talento.

Viepiú onora de’ duci le persone:

una a chi vinse clamide dorata,

cui ricca scorre in duplice meandro

porpora melibea; quivi intessuto,

sul frondoso Ida il giovinetto regio

i cervi stanca dardeggiando in corsa

acceso e trafelato, e lui tra l’ugne

rapí l’alato armigero di Giove

su da l’Ida pe ‘l ciel: alzan le palme

i canuti custodi inutilmente

ed abbaiano irosi i cani a l’aria.

Chi luogo ottenne per valor secondo,

una lorica a lui fatta di lisce

squame e a tre fili d’oro: esso l’aveva

vincitore a Demòleo spogliata

presso il rapido Símoï sotto Ilio

alta; e al guerrier la dà fregio e difesa.

I servi Fègeo e Sàgari a fatica

la portavan con forza de le spalle,

sí complessa, ed in quella un dí Demòleo

seguía correndo i dissipati Teucri.

Fa terzo dono due bronzei lebèti

e scabri di figure argentei nappi.

E già tutti donati e tutti adorni

andavan con vermiglie bende in fronte,

quando da l’aspro scoglio con molt’arte

a fatica spiccata, persi i remi

e monca ad un solo ordine, Sergesto

traea l’irrisa inonorata nave.

Qual sorpreso sul colmo de la via

sovente un serpe, cui passò traverso

ferrea ruota o con greve man d’un sasso

il passegger lasciò malvivo e scisso,

indarno lunghi dà fuggendo guizzi,

in parte fiero e con pupille accese

ed alto alzando il sibilante collo,

ma la parte ferita lo ritiene

che s’appoggia su’ nodi e in sé si attorce;

con tal remeggio tardo si moveva

la nave, pur fa vela e a vela piena

la foce imbocca. Enea porge il promesso

dono a Sergesto, pago che salvata

gli abbia la nave e riaddotti i prodi.

Una schiava gli è data, usa a’ lavori

di Minerva, per nascita cretese,

Fòloe, che aveva due gemelli al seno.

Da questa gara il pio Enea si move

a un verde prato che abbracciavan selve

con un arco di colli intorno, e in mezzo

de la valle era un circo di teatro;

ove l’eroe tra le migliaia giunto

si assise in mezzo del costrutto poggio.

Indi, a quanti talenta gareggiare

ne la rapida corsa, il loro ardire

tenta col pregio e i premi offerti. D’ogni

parte s’affollan Teucri e insiem Sicani:

Niso ed Eurialo primi,

Eurialo insigne di bellezza in fiore,

Niso d’amor gentile al giovinetto;

poi a lor seguitò de la sovrana

stirpe di Prïamo il regal Dïore

ed a lui Salio in un con lor Patrone;

questi acarnane e quegli era del sangue

arcadico di gente tegeèa;

Èlimo quindi e Pànope, trinacrii

giovani, consueti a le foreste,

seguitatori del vegliardo Aceste;

e molti piú che oscura fama asconde.

In mezzo a quelli cosí disse Enea:

“Questo accogliete in cuore e lietamente

ascoltate. Nessuno di tra voi

mi se n’andrà senza presenti: due

dardi darò di Cnoso in liscio ferro

lustranti e cesellata una bipenne

d’argento: questo egual tributo a tutti.

I primi tre riceveranno i premi

e le corone de la bionda oliva.

Un destrier gualdrappato avrà chi vince;

amazzonia il secondo una faretra

piena di traci dardi, cui s’aggira

una cintura in largo oro, e un fermaglio

l’appunta di pulita gemma; il terzo

pago ne andrà di questo argolico elmo”.

Detto ch’ebbe cosí, prendono il luogo

ed al segnale ne prorompon via,

pari a nembo che scoppia, ne lo stadio,

e già miran la meta. Primo vola

e balza Niso molto innanzi a tutti,

vento e ala di fulmine vincendo:

prossimo a lui, ma prossimo a distanza

grande, vien Salio, e dopo altro intervallo

per terzo Eurialo:

ad Eurialo segue Èlimo, e a lui

ecco a le spalle, e il piè col piè già preme,

Dïore: e via, se piú spazio restasse,

passerebbe lasciandolo smarrito.

Erano omai nel tratto ultimo e stanchi

precipitavano a la fine, quando

Niso infelice sdrucciola sul sangue

d’immolati giovenchi a terra sparso

e che avea l’erba verde inumidita.

Già trionfante vincitor, non resse

il giovin le turbate orme, ma cadde

bocconi in quella lurida sanguigna

mota del sacrifizio, e non per questo

Eurïalo obliando e l’amicizia;

ché, tra quel guazzo ergendosi, fe’ intoppo

a Salio che sul suol giacque disteso.

Eurialo balza e vincitor per dono

de l’amico si accampa il primo e vola

tra il favorevol fremito de’ plausi.

Èlimo viene appresso e, terza palma

omai, Dïore.

Allor d’alto scalpore

empie Salio le folte gradinate

ed i prossimi padri, e vuol che a lui

il tolto per inganno onor sia reso.

Copre Eurialo il favore e il vago pianto

e il valor ch’è piú grato in belle membra.

L’aiuta e asseverando urla Dïore,

che seguí nel successo e inutilmente

al premio ultimo giunse, ove sian dati

a Salio i primi onori. Allor pronunzia

il padre Enea: “Son fermi i vostri premi,

o giovani, né alcun l’ordine muta;

a me si lasci compatir la sorte

d’un amico incolpevole”. Ciò detto,

l’enorme spoglia di leon getùlo

a Salio dà, vellosa e aurata l’ugne.

Qui Niso esclama: “Se di tali premi

hanno i vinti e tu senti de’ caduti

pietà, che doni darai degni a Niso?

Io meritai col fatto il primo serto,

se me con Salio non cogliea sventura”.

Cosí dicendo il volto e la persona

mostrava umidi e lordi. Gli sorrise

l’ottimo padre e fe’ recar l’usbergo,

opra di Didimàone, che i Danai

sconficcaron dal tempio di Nettuno.

Porge il nobil presente al giovin prode.

Poi finita la corsa e dati i premi:

“Or, chi ha vigore e saldo cuor, si avanzi

e con le palme armate alzi le braccia”;

dice, e due de la gara offre compensi,

un toro al vincitor con auree bende

ed una spada per conforto al vinto

con un bell’elmo. Incontanente fiero

di suo gran nerbo accampasi Darete

e tra un diffuso mormorio si leva;

l’unico che uso fu combatter contro

Paride e, presso al tumulo ove il sommo

Ettore posa, a Bute invitto e immane

de la persona, che il bebricio ceppo

d’Àmico millantava, il colpo diede

e moribondo sul terren lo stese.

Tale è Darete che solleva il capo

per primo a la tenzone e mostra i larghi

òmeri e or l’uno or l’altro braccio innanzi

scaglia e flagella de’ suoi colpi il vento.

Cercasi un altro a questo, e non è uno

di sí gran turba che accostarlo ardisca

e mettersi a le mani i cesti. Altero

dunque, che tutti rifuggir li crede,

fermo a’ piedi d’Enea, senza piú, prende

con la sinistra per un corno il toro

e dice: “Figlio de la Dea, se alcuno

non s’arrischia a la pugna, a che staremo?

perché debbo aspettar? Dammi il mio premio”.

E tutti ad una i Dardani fremeano

che sia tenuta la promessa al forte.

Qui con grave rampogna Aceste parla

ad Entello, sedutosi com’era

ivi presso sul verde letto: “Entello,

invano un dí fortissimo de’ forti,

e sí gran posta lascerai sí cheto

senza lotta portar? Dove or ci è ito

quel dio maestro rammentato indarno

Èrice? e la tua fama per l’intiera

Sicilia e que’ trofei che a le tue case

pendono affissi?”. L’altro a tal rimbrotto:

“Non l’amor de l’impresa e non il vanto

rifuggí per paura; bensí freddo

tardato da vecchiezza il sangue torpe

e il vigor langue nel corpo stremato.

Se quella avessi ch’ebbi un giorno, e in cui

gonfia e fida cosí quest’indiscreto,

se quella avessi giovinezza ancora,

oh non mosso dal premio e dal torello

sarei venuto, ché non guardo a’ doni”.

Detto cosí, gettò nel mezzo due

pesantissimi cesti, con cui fu

uso a le prese uscir Èrice fiero

e ravvolger le braccia in duro cuoio.

Sbigottirono tutti: di sí grandi

buoi sette vaste pelli turgean piene

di piombo inserto e ferro. Esso Darete

piú sbigottisce e tutto si ricusa:

ed il magnanimo Anchisíade al peso

riguarda e smove que’ viluppi enormi.

Il vecchio allor tali rendea parole:

“E che sarebbe, se uno avesse visto

quelli d’Ercole stesso e qui su questo

lido l’atroce pugna? Un dí queste armi

Èrice tuo germano avea; le vedi

di sangue e di cervello ancor macchiate:

stette con queste contro il grande Alcide;

ed io le usai, mentre migliore il sangue

forza mi dava e non per anche in capo

mi biancheggiava l’invida vecchiezza.

Ma se ricusa questi nostri arnesi

Dares troiano, e al pio Enea ciò piace,

l’approva Aceste animator, le parti

pareggiamo: a te d’Èrice condono,

fa’ cuore, i cuoi; tu i teucri cesti spoglia”.

Cosí detto, gettò la doppia veste

da le spalle, e le membra come travi,

l’ossa grandi ed i muscoli scoperse,

e immenso in mezzo si piantò del circo.

D’Anchise il figlio allor fe’ portar fuori

ragionevoli cesti e a l’uno e a l’altro

ebbe armate d’eguali armi le palme.

Stettero eretti su le punte entrambi

subitamente, sollevando al cielo

impavidi le braccia, e le teste alte

molto indietro ritrassero dal colpo,

e intrecciano le mani al fiero gioco.

Piú mobile su’ piedi è quegli e forte

di gioventú, di sua gran mole questi,

ma títubano al tremulo i ginocchi

e gli scote le gran membra l’affanno.

Molti indarno tra lor si avventan colpi,

ne addensan molti al cavo fianco, i petti

si fanno risonar, spessa la mano

guizza agli orecchi ed a le tempie intorno,

crosciano a le percosse le mascelle.

Entello grave sta dove s’è fitto,

solo con la persona e i vigili occhi

sfugge le offese: l’altro, qual chi serra

alta città con macchine ed assedia

montani baluardi, or questo or quello

accesso ed ogni parte accorto spia

e invan si stringe a differenti assalti.

Mostra ergendosi Entello alto levata

la destra: quegli il colpo che piombava

veloce vide e lo cansò d’un salto;

Entello sparse quello sforzo al vento,

e pesante esso pur pesantemente

a terra cadde, qual se sradicato

su l’Erimanto o l’Ida un cavo pino.

Balzano ardenti i Teucri ed i Trinacrii:

va il grido al ciel, e primo accorre Aceste

a sollevar commosso il coetaneo

amico. Ma l’eroe non attardato

da la caduta né atterrito torna

piú fiero a l’urto, forze aggiunge l’ira,

l’onta e il valor-conscio di sé lo infiammano

ed incalza Darete a precipizio

per tutto il campo, e ben raddoppia i colpi

or con la destra or con la manca, senza

posa né tregua: con quanta gragnuola

si rovescia sui tetti l’uragano,

di cosí fitte con due man percosse

l’eroe picchia e perseguita Darete.

Allora il padre Enea piú non sofferse

trascorrer l’ire e incrudelire Entello

in suo furor, ma diè fine al duello

e ne strappò Darete stanco, in questa

maniera lusingandolo: “Infelice,

qual ti venne in pensier follia sí grande?

altre forze non senti e fatti avversi

i numi? cedi al dio”. Disse e dicendo

la lotta separò. Ma i fidi amici

lui strascicante a fatica i ginocchi

e ciondolante il capo, e da la bocca

sangue gettando e misti al sangue i denti,

conducono a le navi, ed invitati

ricevono quell’elmo e quella spada,

la palma e il toro lasciano ad Entello.

Vittorïoso questi, altero in cuore,

fiero del toro, “O figlio de la Dea,

dice, e voi Teucri, or apprendete quali

ebb’io le forze giovani, e da quale

morte Darete richiamaste”. Disse,

e in faccia al toro, premio suo, si pose,

poi dritto con la destra indietro tratta

gli vibrò tra le corna i duri cesti

ed il cervello misto a l’ossa infranse:

tremebondo stramazza il bue morente.

Indi l’eroe soggiunse ancora: “Questa

piú confacente vita, Èrice, t’offro

in luogo de la morte di Darete:

qui vincitor depongo i cesti e l’arte”.

Enea subito poi chiama chi voglia

gareggiar con la rapida saetta,

ponendo i premi, e con possente mano

trattolo da la nave di Seresto

l’albero drizza e vi sospende in vetta

implicata di fune agil colomba,

segno a’ colpi. Avanzarono i campioni,

ed un elmo di bronzo in sé raccolse

le sorti. Uscí prima tra plausi quella

d’Ippocoonte d’Irtaco figliuolo;

Mnèsteo gli segue, vincitor pur ora

nel certame naval, Mnèsteo col verde

serto d’olivo; e terzo Euritïone,

il tuo fratello, o Pàndaro famoso,

che un dí sospinto a vïolare il patto

primo traesti un dardo tra gli Achei.

Ultimo in fondo a l’elmo si rimase

Aceste, oso sfidare anch’ei cimento

di braccio giovanil. Ecco que’ prodi

con fiero sforzo ognun piegano gli archi

e versan fuor de la faretra i dardi.

Stride il nervo e per prima la saetta

de l’irtàcide sferza l’aure lievi

e va, si ficca a l’albero davanti.

L’albero ne tremò, temé l’alato

e fu rumor de le agitate penne.

Poi fiero Mnèsteo s’accampò con l’arco

teso e la mira in su, lanciando insieme

e lo sguardo e lo stral, ma sventurato

coglier giusto non seppe la colomba,

e solo i nodi e i vincoli di lino

ruppe, onde avvinta il piè pendea da l’alto

albero: quella spiccò via tra i venti

e le nuvole. Allor rapido, avendo

già la freccia incoccata e pronto l’arco,

Euritïon fe’ voto al suo fratello;

lieta in libero ciel battendo l’ali

mirata la colomba, la trafigge

sotto una nera nube: cade giú,

spersa tra gli astri eterëi la vita,

e fitta porta cadendo la freccia.

Solo senza piú premio rimaneva

Aceste padre e verso l’alto cielo

scagliò pure il suo dardo, dimostrando

l’arte e l’arco sonante. Ed ecco agli occhi

improvviso miracolo si offerse,

di gran presagio; l’alto effetto poi

il chiarí, palesarono il portento

dopo molti anni i paventati vati.

Per le limpide nuvole volando

arse lo strale, fe’ di fiamma un solco,

poi si confuse e dileguò nel vento;

cosí spesso nel ciel cadenti stelle

trascorrono chiomate di splendore.

Stetter sospesi in cuor Siculi e Teucri

a’ Celesti volgendo la preghiera

né respinse l’augurio il sommo Enea,

anzi abbraccia il sereno Aceste, il dona

con gran magnificenza e cosí dice:

“A te, padre; ché il gran Re de l’Olimpo

ben volle te per cosí fatto segno

a l’in fuor de la sorte avere onori:

abbiti questo, che fu già d’Anchise,

cratere cesellato di figure;

un dí Císseo di Tracia al padre Anchise

l’avea donato qual presente insigne,

ricordo e pegno de l’affetto suo”.

Detto cosí, di verdeggiante alloro

gli corona la fronte e vincitore

primo proclama sopra tutti Aceste.

Né s’adontò de la preposta lode

il buono Euritïon, quantunque solo

avea fatto cadere la colomba.

Segue ne’ doni quei che ruppe il laccio,

ultimo quegli che trafisse il palo.

Ma il padre Enea durante ancor la gara,

a sé chiamato Epítide, il custode

e compagno di Giulo adolescente,

“Or va, gli dice a le fidate orecchie,

e ad Ascanio, se ha già la giovinetta

squadra disposta e in ordine la corsa

de’ cavalli, dirai che guidi a l’avo

la cavalcata e sé mostri ne l’armi”.

Dice, e l’onda del popolo ritrarre

esso fa dal gran circo e dare il campo.

I giovinetti avanzano e di pari su’

frenati destrieri innanzi agli occhi

splendon de’ padri: fremono al passaggio

la teucra gente e sicula, ammirando.

Tutti, a l’usanza, premono la chioma

di tosata ghirlanda: due di corno

hanno lanciotti con in punta il ferro,

lisce taluni a l’òmero faretre;

a sommo il petto va flessibil cerchio

de l’oro che li avvolge intorno al collo.

Cavalcano tre squadre con tre duci,

ed a ciascuno sei e sei garzoni

in due file risplendono seguaci

con due maestri.

Un alacre squadrone

guida il piccolo Priamo, che rende

de l’avo il nome, tuo gentil germoglio,

Políte, a crescer gl’Itali: lo porta

tracio destrier di due colori, bianco

l’un piè davanti e l’alta fronte bianca.

Ati segue, onde trassero la schiatta

gli Azii latini, Ati fanciullo a Giulo

fanciullo caro. Ultimo Giulo, e bello

su tutti, vien sopra corsier sidonio

che donato gli avea fidente Dido

ricordo e pegno de l’affetto suo.

Su cavalli son gli altri del trinacrio

annoso Aceste.

I Troiani ricevono con plauso

i peritosi e godono a guardarli

ravvisando a’ sembianti i padri loro.

Poi che lieti passarono a cavallo

avanti a tutto il popolo e a lor gente,

Epítide lontano agli aspettanti

alto diè segno ed ischioccò la frusta.

Quelli eguali discorsero e le file

suddivise a tre sciolsero, e al richiamo

fecer fronte portando armi contr’armi.

Indi altre corse ed altre volte danno

da opposte parti e intrecciano alternanti

cerchi a cerchi e un’imagin di battaglia

rendono in giostra, e or mostrano fuggendo

le spalle, ostili or voltano le punte,

or di pari cavalcano pacati.

Qual si narra che un dí ne l’alta Creta

il Labirinto tra pareti cieche

ebbe un avvolto andar e il dubbio inganno

di mille vie, dove di via traea

impreveduto e inestricato errore:

non altrimenti i figli de’ Troiani

intrecciano lor corse e fughe e pugne

per gioco, simili a’ delfini quando

tra l’acque a nuoto solcano il carpazio

o il libio mare e giocano per l’onde.

Questa foggia di corsa e queste gare

primo Ascanio riprese, allor che cinse

Alba Lunga di mura, e fu maestro

degli antichi Latini a praticarle

ne la maniera ch’esso da fanciullo

e la troiana gioventú con lui.

Le insegnaron gli Albani ai loro, e quindi

le ricevé Roma sovrana, il patrio

rito serbando: Troia i giovinetti

ancor, Troiano il loro stuol si dice.

Fin qui le gare a onor del padre santo.

Poi cominciò Fortuna a mutar fede.

Mentre al sepolcro co’ diversi ludi

rendon l’omaggio, la Saturnia Giuno

mandò Iri dal cielo a’ teucri legni

e spira l’aure al vol, piena d’intenti

e ancor non sazia del dolore antico.

Giú discese la vergine per l’arco

di color mille rapida e non vista.

Mira il grande concorso e passa i lidi,

deserti vede i porti e abbandonata

la flotta.

Ma le Troadi in disparte

raccolte su la riva solitaria

piangevano il perduto Anchise e tutte

l’alto mare guardavano piangendo.

Ahi tanto ancor vïaggio a lor sí stanche

e tant’acqua restar! voce è di tutte.

Vogliono una città, non piú patire

i disagi del pelago.

Tra loro

dunque si mette, destra in recar danno,

e si spoglia di diva e volto e veste,

Bèroe si fa, l’annosa di Doríclo

tmario consorte, tal che illustre sangue

e aveva avuto un dí fama e figliuoli.

E cosí vien tra le dardanie donne.

“Voi misere, dicea, cui l’armi achee

non ridussero a morte sotto i muri

de la patria! a che strazio la fortuna,

o gente sventurata, ti riserba?

Sette estati son già da la rovina

di Troia, che per l’acque e per le terre

tutte siam tratte, superando asprezze

di scogli e di stagioni, in preda a l’onde

sempre cercando una fuggente Italia.

Questo è fraterno suol d’Èrice, è nostro

ospite Aceste: chi fondar ci vieta

le mura e farne cittadini? Oh patria

e Penati al nemico invan sottratti!

Dunque nessune piú si udranno dire

mura di Troia? non vedrò piú al mondo

gli ettorei fiumi, Xanto e Simoenta?

Su! bruciate con me le infauste prore.

Ché l’ombra di Cassandra profetessa

porgere in sogno io vidi accese faci:

– Qui cercatevi Troia, è qui la casa

vostra – diceva. L’ora è già di farlo

senza esitare, a simili portenti.

Ecco quattro are per Nettuno: è il dio

a prestarci le fiaccole e l’ardire”.

Cosí dicendo dà di piglio prima

al triste fuoco, e con la destra lungi

levata forte l’agita e l’avventa.

Sorprese fur le Iliadi e sgomente;

quando una tra le molte, la piú vecchia,

Pirgo, regia nutrice a’ tanti nati

di Priamo: “Ella non è Beröe, donne,

non la retèa di Dòriclo consorte.

Vedete i segni di beltà divina

e gli occhi fiammeggianti, e com’è altera,

e il suo volto e la voce e il portamento.

Beröe dianzi io stessa l’ho lasciata

inferma, addolorata di mancare

sola agli onori debiti d’Anchise”.

Cosí disse.

Le donne da principio dubitose

e con occhi sfuggenti a riguardare

i legni, combattute tra l’intenso

amore del presente suolo e i regni

per destino aspettanti: quando in aria

si levò su le aperte ali la dea,

sotto a le nubi un grande arco segnando.

Scosse al portento allor, vinte al furore,

urlano e dagl’interni focolari

strappan tizzoni; parte spoglian l’are,

frasche e virgulti e fiaccole scagliando.

Sbrigliato per le tolde erra Vulcano,

tra i remi e le dipinte assi d’abete.

Al sepolcro d’Anchise e al gran teatro

va nunzio Eumélo de le navi in fiamme,

ed essi stessi volgonsi a guardare

fosche tra globi scintillar faville.

E primo Ascanio, come reggea lieto

la giostra, cosí fervido a cavallo

accorre a la rivolta, e trafelati

rattenerlo non possono i maestri.

“Che furia nova è cotesta? che fate

deh!, sciagurate cittadine? grida:

non a’ nemici o al campo degli Achivi,

voi date fuoco a le speranze vostre.

Guardate il vostro Ascanio!” Innanzi a’ piedi

via si gittò dal capo l’elmo, in cui

quella animava finzïon di guerra.

Insieme Enea s’affretta, insieme i Teucri.

Ma quelle qua e là per varie parti

smarrite si disperdono, a le selve

traggono quatte e dove faccian grembo

le rupi, incresce lor l’atto e la luce,

i loro riconoscono cangiate

e dal seno si scossero Giunone.

Ma non però le fiamme de l’incendio

perser la foga indomita: sott’esso

l’umido legno ancor la stoppa viva

fumiga pigra e lento il calor strugge

le chiglie e a tutto si propaga il danno,

né val zelo di prodi o versar d’acque.

Stracciasi allora il pio Enea le vesti

agli òmeri e implorò gli Dei clementi

a palme tese: “O Giove onnipotente,

se tutti fino a l’ultimo non prendi

i Teucri in odio, se riguardo alcuno

ha l’antica pietà de’ casi umani,

fa’ che il naviglio, o padre, al fuoco scampi

e de’ Troiani il poco aver preserva;

o, s’io lo meritai, questo che avanza

tu col nemico fulmine sprofonda

ed annichila qui con la tua destra”.

Aveva detto appena, e rompe il nembo

con un rovescio inusitato; al tuono

tremano le terrestri vette, e viene

da tutto il ciel ne’ campi acqua a torrenti,

scura piova al soffiar de la bufera:

i legni ne riboccano, mezzo arse

ne grondan l’assi, fin che il caldo muore

e, tranne quattro, scampano le navi.

Ma il padre Enea scosso dal caso acerbo

or qua or là mutava in cuor l’ingente

pensiero, o se nel siculo paese

dimenticando i fati si posasse

o a l’italiche prode ancor tendesse.

Il vecchio Naute allor, che la tritonia

Pallade ammaestrò su tutti e insigne

di molt’arte lo fe’, tali responsi

dava, o che la minace ira de’ Numi

o richiedesse l’ordine de’ fati;

ei riconforta Enea con questo dire:

“O figlio de la Dea, dove il destino

chiama o richiama andiam; che che si sia,

la pazïenza vinca la fortuna.

Qui di stirpe divina è il teucro Aceste:

abbilo per compagno ne’ disegni

volonteroso, e a lui cedi chi sopra-

vanza, perse le navi, e omai rifugge

da l’alta impresa e da le tue vicende.

I vecchi stanchi e le donne spossate

togli dal mare, e quanto con te viene

di fiacco e pauroso de’ perigli:

abbiano qui la lor città gli stanchi

e lor sia dato nominarla Acesta”.

Tocco a tal dire de l’annoso amico,

viepiú tra’ suoi pensieri è combattuto.

E bruna su la biga in ciel saliva

la Notte, ecco da l’alto a l’improvviso

parve la visïon del padre Anchise

scendere e favellargli in queste voci:

“O figlio, a me piú caro de la vita

nel tempo che la vita mi durava,

o travagliato dagl’iliaci fati,

vengo al cenno di Giove che la fiamma

stornò da’ legni e alfin ti si fe’ pio.

Odi i consigli che ti dà sí buoni

Naute longevo: gioventú prescelta,

validissimi cuor, porta in Italia;

dura una gente e ruvida dovrai

nel Lazio debellar. Ma prima pure

cerca di Dite l’ime case e vieni

per l’alto Averno, o figlio, al mio colloquio.

Me non tien l’empio Tartaro, dolenti

ombre, ma sono tra gli ameni cori

de’ buoni ne l’Elisio. Ivi la casta

Sibilla ti addurrà, per molto sangue

di nere agnelle. Allor tutta saprai

tua prole e qual città ti si conceda.

Intanto addio: la Notte umida piega

da mezzo il corso e già crudel mi sfiora

col soffio de’ cavalli l’orïente”.

Avea detto e svaní simile a fumo

tra l’aure lievi. Enea “Dove t’affretti?

dove t’involi? esclama; oh chi tu fuggi?

chi t’allontana da l’abbraccio mio?”

Scote tra ‘l dire le sopite brage,

ed il Lare di Pergamo e il sacrario

de la canuta Vesta con devoto

farro e pieno incensier supplice adora.

Subito chiama i suoi e primo Aceste:

narra il cenno di Giove ed i comandi

del caro padre e quel ch’esso disegni.

Senza indugio è il partito e Aceste assente.

Scrivon le donne a la cittadinanza

e abbandonano il popolo voglioso,

cuori non vaghi d’un’eccelsa gloria.

I banchi essi ristorano, rifanno

le abbrustolate tavole al naviglio,

preparan remi e gòmene; a contarli

pochi, ma fiamme di virtú guerriera.

Intanto con l’aratro Enea disegna

le mura e a sorte trae le case: vuole

questo esser Ilio e questi luoghi Troia.

Regna il troiano Aceste e assegna il fòro

e dà le leggi a’ padri convocati.

Vicino agli astri poi su l’ericina

vetta a Venere idalia un tempio è posto,

e un sacerdote aggiungesi e un ombroso

largo recinto al sepolcro anchiseo.

Già nove giorni banchettò la gente

e compiuto agli altari era ogni rito;

i venti cheti hanno disteso il mare,

e l’austro risusurra e a l’alto invita.

Nasce gran pianto per le curve rive

abbracciati tra lor dí e notte stanno.

Esse oramai le donne, essi cui dianzi

del mar la faccia orrida parve e il nome

intollerabile, or vogliono andare

e patire ogni stento de l’esiglio.

Ma il buono Enea benigno li consola

e lagrimando al consanguineo Aceste

li affida. Quindi a Irice immolare

fa tre vitelli e un’agna a le Tempeste

e tutti quanti sciogliere gli ormeggi:

esso, diritto là su la sua prora,

col capo cinto di tosata oliva,

ha la pàtera in mano e a’ salsi flutti

porge visceri e vin limpido versa.

Sorge da poppa e li accompagna il vento:

battono a gara i remi e solcan l’onde.

Venere intanto con l’affanno in cuore

a Nettuno si volge e si querela:

“La fiera di Giunone ira e gli sdegni

non sazi mai mi sforzano, Nettuno,

a discendere a tutte le preghiere.

Tempo non è, non è che l’addolcisca

pietà nessuna: dal voler di Giove

indomita e da’ fati ella non posa.

Dal cuore de la Frigia aver schiantata

co’ nefandi odi una città non basta

e trascinate per ogni tormento

le reliquie di Troia: cenere e ossa

de la morta perséguita. Le cause

di sí cieco infierire essa le vegga.

Testimonio mi sei, quanta pur ora

levò minaccia ne le libiche onde:

tutto mischiò col cielo il mare, indarno

ne l’eolie procelle confidata,

osando ciò ne’ regni tuoi.

Ecco anche spinte le troiane donne

al delitto, arse indegnamente i legni

e fu cagion che noi, persa la flotta,

lasciam de’ nostri a una straniera terra.

Quel che avanza, t’imploro, oh veleggiarti

possa securo e il laürente possa

Tebro toccar, se giuste cose io chiedo,

se quelle mura assegnano le Parche”.

Il Saturnio signor del mar profondo

allor cosí parlò: “Bene a ragione,

o Citerèa, ne’ miei regni confidi,

onde hai tu nascimento. E il meritai.

Spesso compressi l’ire e la ruina

e del cielo e del mar. Né in terra meno,

ne attesto Xanto e Simoenta, il tuo

Enea m’è a cuor. Quando Achille inseguiva

verso le mura i trafelati Teucri

e spargea morti a mille, e colmi i fiumi

muggivano né piú sapea lo Xanto

trovar la via di correre nel mare,

allora Enea ch’era del gran Pelide

a fronte, disegual di Numi e nerbo,

sottrassi entro una nube io, pur bramando

le fabbricate con le mani mie

mura atterrar de la spergiura Troia.

Ho quell’animo ancor: lascia i timori.

Securo i porti toccherà d’Averno,

che brami; un solo smarrirai ne’ gorghi,

un per i molti si darà”.

Poi che blandí con questi detti il lieto

cuor de la diva, agli aggiogati in oro

corsieri adatta gli spumosi freni

e fluenti le redini abbandona.

Sul cerulëo carro a fior de l’acque

lieve vola: s’abbassan l’onde, e sotto

l’asse tonante ogni bollor si spiana;

fuggon pe ‘l vasto etere i nembi. Ed ecco

il corteggio molteplice, gli enormi

mostri, di Glauco il séguito vetusto

e Palèmone d’Ino ed i Tritoni

solleciti e l’esercito di Forco

tuttoquanto; ecco tengon la sinistra

Teti e Mèlite e Pànope fanciulla,

Nisèa e Spío, Cimòdoce e Talía.

Gioioso senso a la sua volta vince

il sospeso pensier del padre Enea:

presto tutti alzar gli alberi, le vele

ordina inalberar. Le scotte ad una

tesero tutti e parimenti a manca

or disciolsero e a destra i seni, ad una

drizzan le antenne e volgono. Buon vento

porta la flotta.

Primo avanti a tutti

guidava Palinuro il denso stuolo;

agli altri era dover di seguitarlo.

E già l’umida Notte avea toccato

circa il mezzo del ciel; sottesso i remi

stesi pe’ duri scanni i naviganti

allentavano placidi le membra:

quando lieve dagli astri eterei sceso

il Sonno ruppe l’aër tenebroso

e scosse l’ombre, verso te movendo,

o Palinuro, e infauste visïoni

a te non meritevole recando.

Su l’alta poppa iddio sedé, col volto

di Forbante, e cosí schiuse le labbra:

“O Palinuro iàside, le navi

da sé le porta il mar; son l’aure amiche:

or si può riposare; adagia il capo

e gli occhi stanchi togli a la fatica.

Io per poco terrò le veci tue”.

E Palinuro a lui levando appena

gli occhi dice: “E vuoi tu ch’io non conosca

del cheto sale il volto e la bonaccia?

ch’io creda a questo mostro? Enea, sí certo,

gli affiderò, da’ zefiri fallaci

tante volte io deluso e da l’insidia

del ciel sereno”. Questo rispondendo,

fermo e stretto il timon mai non lasciava

con lo sguardo a le stelle. Ed ecco il dio

un ramo intriso di letèa rugiada

e soporoso per influsso stigio

su le tempie gli scote e a l’esitante

le natanti pupille allenta. Appena

il sopor primo invase avea le membra,

che premendo su lui, con parte svelta

di poppa e col timone, a capo giú

in mezzo a l’acque lo gittò, piú volte

vanamente chiamante i suoi compagni.

Esso su l’ali si levò ne l’aria.

Corre non men sicuro solco in mare

la flotta ed imperterrita veleggia

a la promessa di Nettuno padre.

E già veniva a radere gli scogli

de le Sirene, perigliosi un giorno

e de l’ossa di molti biancheggianti,

allor rochi sonavan lunge i sassi

al battere del flutto, quando Enea

si accorse incerta fiotteggiar la nave

senza piloto e ne’ notturni guadi

esso la resse, molto sospirando

per dolor de l’amico: “Ahi! Palinuro

troppo fidato al cielo e al mar sereno,

nudo su ignote arene giacerai”.

LIBRO SESTO

Cosí dice piangendo e dà le briglie

a la flotta, ed alfin tocca l’euboiche

spiagge di Cuma. Voltano le prore

a l’alto mar, poi l’ancora col dente

tenace assicurava al fondo i legni;

le curve poppe fanno siepe a riva.

Balzano ardenti i giovani sul lido

esperio; e chi sprizzar fa la scintilla

ascosa entro la selce, e chi percorre,

folte dimore de le fiere, i boschi

e i corsi addita de’ trovati fiumi.

Ma il pio Enea le vette, cui presiede

l’alto Apollo, ricerca ed il riposto

asilo, immensa grotta, de l’augusta

Sibilla, a la qual dona il Delio vate

larghezza e fiamma d’ispirata mente

e le apre l’avvenir. Quelli già sono

sotto il bosco di Trivia e a l’aureo tetto.

Dedalo, è fama, Minos re fuggendo,

oso fidarsi al ciel su preste penne,

nuotò per novo solco a le fredde Orse

e su l’arce calcidica leggiero

a la fin si librò. Qui reso a terra,

a te de l’ali consacrò il remeggio,

o Febo, e vasto ti costrusse il tempio.

Su la porta è d’Andrògëo la morte,

i Cecròpidi poi sforzati a darne

in pena ohimè! sette figliuoli ogni anno:

ecco l’urna onde uscirono le sorti.

Di contro alta sul mar la cnosia terra

risponde: ivi ……………………………….

………………………………………………….

mista biforme prole il Minotauro,……..

…………………………………………………….1

ivi quel faticoso avvolgimento

di casa; unico Dedalo risolse,

pietoso al grande amor de la regina,

gl’inganni inestricabili, d’un filo

le cieche orme reggendo. E tu gran parte

in cosí gran lavoro, Icaro, avresti,

se il dolor permetteva: i casi tuoi

tentò due volte effigïar ne l’oro,

due volte cadder le paterne mani.

A tutto seguitando avrebbe volti

gli sguardi suoi, se, già mandato innanzi,

Acate non mostravasi e con lui

di Febo e Trivia la sacerdotessa,

Deífobe di Glauco. Ella al re dice:

“Non vuol tali spettacoli quest’ora.

Meglio sarà sette giovenchi offrire

da intatto armento, e tante giusta il rito

scelte bidenti”. Cosí detto a Enea,

(né tardano essi al sacro cenno) i Teucri

chiama al gran tempio la sacerdotessa.

È l’ampio fianco de l’euboica rupe

cavato in antro, e cento larghe entrate

v’adducon, cento porte, escono a cento,

de la Sibilla oracoli, le voci.

S’era giunti a le soglie, ed essa esclama

la vergine: “Tempo è di domandare

i fati; ecco, ecco il dio!”.

Tra questo dire,

sul limitar, d’un tratto, non eguale

né il volto né il color né le rimase

composto il crin, ma di furor si gonfia

il petto ansante ed il selvaggio cuore:

par piú grande né voce ha di mortale,

tocca dal soffio già del dio che viene.

“Sei lento a’ voti ed a le preci, esclama,

o teucro Enea, sei lento? E pur non prima

si schiuderan de l’ispirata casa

le grandi bocche”. Cosí detto, tacque.

Freddo un brivido corse a’ Teucri per le

dure ossa, e il re cosí prega dal cuore:

“Febo, pio sempre al gran dolor di Troia,

che il dardano di Paride reggesti

strale contro l’Eacide e la mano,

per tanti mari a grandi terre opposti

entrai, te duce, e ne’ profondi seni

de’ Massíli e al suol cinto da le Sirti:

pure una volta raggiungiam le sponde

de l’Italia fuggente, oh fin qui noi

la troiana fortuna abbia seguiti!

Voi pure omai a la pergàmea gente

vi potete placar, Dei tutti e Dee

cui dispiacque Ilio e la superba gloria

de la Troade. E tu, divina vate,

presaga d’avvenir, dammi (non chiedo

regno indebito a’ fati miei) che i Teucri

si posino nel Lazio e le vaganti

perseguitate deità di Troia.

A Febo e a Trivia allor tutto di marmo

un tempio e feste ordinerò dal nome

di Febo. Ampio te pur sacrario aspetta

ne’ regni nostri: ivi porrò tue sorti

e gli arcani destini a la mia gente

svelati; e scelti avrai ministri, o santa.

Sol non fidare a foglie i tuoi presagi,

che non volin confusi in preda al vento:

prego che parli tu”.

Qui chiuse il labbro.

Ma non di Febo tollerante ancora

la profetessa erra per l’antro a furia,

se possa il grande iddio scoter dal seno:

quello viepiú, l’acerbo cuor domando,

preme la indocil bocca e al fren la piega.

E de la casa omai le cento grandi

porte si spalancarono spontanee

e diffusero a l’aure il vaticinio:

“O uscito alfin dai gran rischi del mare

– ma restano piú gravi in terra -, i Teucri

al regno di Lavinio giungeranno,

– sgombra il dubbio dal cuor, – ma vorranno anche

non esser giunti. Guerre, orrende guerre

vedo e il Tebro spumar di molto sangue.

Non Símoï né Xanto a te né l’oste

dorica verrà meno: un altro Achille

già nato è al Lazio, anch’ei figliuol di dea,

né contro a’ Teucri mancherà mai Giuno,

mentre supplice tu ne la strettezza

quali non genti implorerai d’Italia,

quali città? Causa di tanto danno

una sposa di nuovo ospite a’ Teucri,

di nuovo uno stranier talamo.

Tu non cedere a’ mali, anzi piú fiero

li affronta, per la via che tua fortuna

ti darà. Primo t’apparecchia scampo

una città, certo nol pensi, greca”.

Con tali detti la cumèa Sibilla

da l’antro sacro fiere ambagi intuona

e rugge, d’ombre ravvolgendo il vero:

cosí scote le briglie a la fremente

e con gli sproni entro la punge Apollo.

Quando allentò il furore e la schiumosa

bocca fu cheta, prende a dir l’eroe:

“Nuova, o vergine, a me né inaspettata

faccia non è di mali alcuna: tutti

li pregustai, li consumai nel cuore.

Prego sol: poi che qui dicon la porta

del rege inferno e la palude buia

cui riversa Acheronte, a me sia dato

a la presenza andar del padre mio:

la via m’insegna, il sacro adito m’apri.

Lui tra le fiamme e l’incalzar de l’armi

sottrassi su questi omeri e salvai

da la mischia: compagno al mio viaggio

tutti i mari con me, tutte durava

le minacce del pelago e del cielo,

pur lasso, oltre le forze e la fortuna

de la vecchiezza. E ben fu desso a farmi

prego e cenno che a te, che a le tue soglie

supplice mi rendessi. Or del figliuolo

e del padre pietà deh! abbi, o alma,

ché tutto puoi, e non inutilmente

Ecate ti prepose a’ boschi averni.

Se Orfeo col suono de le tracie corde

richiamar poté l’ombra de la sposa,

se Polluce il fratel con morte alterna

redense e va e vien per quella via

– debbo il gran Téseo ricordarti o Alcide? -,

sono disceso anch’io dal sommo Giove”.

Con tali detti orava e stringea l’are,

quando riprese a dir la profetessa:

“Divin sangue, Anchisíade troiano,

facile è la discesa de l’Averno;

dí e notte il fosco Dite ha porta schiusa:

ma il piè ritrarre e risalire al sole,

questa è l’impresa e la fatica. Pochi,

cui benigno amò Giove e acceso ardire

a le stelle levò, nati da numi,

il poterono. In mezzo è tutto selve,

e Cocíto fluendo le circonda

del grembo cupo. Ma se tanto affetto,

se hai tanto ardore di nuotar due volte

lo stigio lago, di veder due volte

il Tartaro, e a la folle opera inclini,

odi le cose da compirsi avanti.

Si cela in un ombroso albero un ramo,

d’oro le foglie e la flessibil fronda,

a la Giunone inferna consacrato:

tutta la selva gli fa velo e l’ombre

l’avvolgono nel rezzo de le valli.

Ma vietati i segreti di sotterra

sono a chiunque non ha colto prima

da l’albero l’aurícomo germoglio.

Questo come tributo suo la bella

Prosèrpina ordinò che le si rechi.

Spiccato l’un, non manca l’altro, d’oro,

e di metallo egual nasce virgulto.

Dunque in alto ricercalo con gli occhi

e ritrovato con la man lo spicca:

la seguirà da sé docile e pronto

se i destini ti chiamano, altrimenti

vincerlo non potrai per forza alcuna

né schiantarlo col duro ferro.

Inoltre

ti giace (ah tu nol sai!) morto un amico

e di morte contamina la flotta

intiera, mentre tu sospeso chiedi

responsi a queste soglie. Al suo riposo

lui rendi avanti e lo raccogli in tomba.

Nere pecore adduci a prima offerta.

Solo allora vedrai di Stige i boschi

e il regno inaccessibile a’ viventi”.

Disse, e le labbra taciturna chiuse.

Enea col volto mesto e fisso il guardo

si parte da la grotta e volge in cuore

gli ascosi eventi. Il fido Acate è seco

tra simili pensier l’orme segnando.

Di tante cose discorrean tra loro:

qual dicesse la vate amico estinto

ed insepolto. E videro Miseno,

come fûr presso, su l’asciutto lido,

di morte immeritevole finito,

l’eolide Miseno, onde non altri

piú valse a scoter con la tromba i prodi

e ad infiammar squillando la battaglia.

Era stato al grand’Ettore compagno

e ad Ettore vicino entrava in guerra

segnalato pel litüo e la lancia.

Poscia che Achille vincitor spogliava

quello di vita, del dardanio Enea

il fortissimo eroe si pose a fianco,

seguace a non minor virtú. Ma intanto

che con sua cava conca introna il mare,

folle, e squillando chiama in gara i divi,

un rivale Triton che gli fu sopra,

se credere si vuol, tra le scogliere

l’avea ne la spumosa onda sommerso.

Dunque tutti fremevano d’intorno

in gran compianto, e il pio Enea su tutti.

Nessuno indugio, affrettano piangendo

de la Sibilla gli ordini, e di tronchi

formano a prova l’ara del sepolcro

eretto al ciel. Si va ne la foresta

annosa, antri profondi de le fiere:

precipitan le picëe, percosse

suonan da scuri l’elci; ficcan cunei

ne’ frassini alti e ne le scisse roveri

e rotolano grandi orni da’ monti.

Anch’esso Enea tra tali opere primo

esorta i suoi d’eguali armi fornito.

E col triste cuor suo ragiona intanto,

guardando la foresta immensa, e viene

augurando cosí: “Se ora quell’aureo

ramo da l’albero apparisse a noi

in tanta selva! Poi che ver purtroppo

di te parlò, Miseno, la veggente!”.

Appena detto avea, che due colombe

sotto gli occhi di lui venian volando

dal cielo e sceser giú sul verde suolo.

Riconosce il sovrano eroe gli alati

materni e lieto prega: “Oh siate guide,

se via c’è; dirigetemi per l’aria

ne’ boschi ove fa ombra il ricco ramo

al suol ferace. E tu ne l’ora incerta

non mi mancar, divina madre”. E stette,

mirando qual dien segno, ove sien volte.

E quelle ad avanzarsi pascolando

a voli che seguir potesse il guardo.

Giunte a la bocca fetida d’Averno,

si sollevano rapide e, calando

per l’aër lieve, al desïato luogo

posan sul duplice albero, dal quale

varia fulse tra’ rami un’aura d’oro.

Qual suole ne le selve al freddo tempo

il vischio verdeggiar di fronda nova,

cui non la pianta germina, e de’ flavi

germogli circuir gli agili tronchi;

era tale a veder su l’elce bruna

quell’oro frondeggiar, tale il virgulto

al molle vento susurrava. Enea

l’afferra avido e spicca dal suo nodo

e a la veggente vergine lo reca.

Non meno intanto su la riva i Teucri

piangevano Miseno ed a l’infausta

salma rendean l’esequie. Una gran pira

di pingue pino e rovere segata

costrusser prima; d’atre fronde i lati

le intrecciano, le pongono davanti

il cipresso funerëo, e di sopra

la fregiano de l’armi luminose.

Parte i caldi lavacri appresta e i rami

gorgoglianti a la vampa, e lui gelato

lavano ed ungono. Il compianto sorge:

adagian poi le membra piante e sopra

gettano le purpuree vesti note.

S’accostarono al gran feretro alcuni,

mesto ufficio, e le faci a mo’ de’ padri

vi tenner sotto con la faccia volta.

Insiem s’ardono i doni de l’incenso,

le vivande e pioventi olio i crateri.

Cadute poi le ceneri, la fiamma

finita, i resti e le suggenti brage

aspersero di vino e l’ossa accolte

Corinèo chiuse in una urna di bronzo.

Esso tre volte va con l’acqua pura

intorno per gli astanti leggermente

rorandoli d’un ramo del benigno

ulivo e cosí tutti ebbe lustrati

e disse le novissime parole.

Ma il pio Enea di gran mole un sepolcro

sovrappone a quel prode e l’armi sue

e remo e tromba ne l’aërio monte,

che Miseno da quello oggi si chiama

e il nome per i secoli propaga.

Appresso poi sollecito i precetti

compie de la Sibilla. Una spelonca

profonda fu che spaventosa s’apre,

scogliosa; la difendono il padule

nero e la tenebría de le foreste,

su la qual non potevano gli uccelli

stendere il volo impunemente, tale

fiato si esala da la tetra gola

[onde dissero il luogo Aorno i Grai].

Quattro giovenchi da le terga nere

prima vi trae la sacerdote, in fronte

lor versa il vino, tra le corna a sommo

un ciuffo strappa e, ritüal primizia,

getta a’ bracieri, alto Ècate, invocando

e nel cielo e ne l’Erebo possente.

Altri i coltelli sottopone e il caldo

sangue riceve ne le tazze. Enea

con la spada un’agnella d’atro vello

immola de l’Eumenidi a la madre

e a la sua gran sorella, ed una vacca

sterile a te, Prosèrpina. I notturni

riti a lo stigio re quindi principia

e intere ammucchia viscere di tori

sopra le fiamme, le ferventi fibre

di pingue olio spargendo.

Ed ecco, presso

al nascente chiaror del primo sole,

muggir la terra sotto i piè, le vette

cominciare a crollarsi de le selve,

e per l’ombra ulular parver le cagne

appressando la dea. “Lungi, profani!

lungi di qui!” la profetessa grida,

“e tenetevi fuor da tutto il bosco.

E tu invadi la via, snuda la spada:

qui si vuol cuore, Enea, qui petto saldo”.

Detto cosí, si mise furïosa

per l’antro aperto, e a la sua duce mossa

quei con securo piè move di pari.

Dèi che avete de l’anime l’impero,

e ombre mute e Caos e Flegetonte,

luoghi per la notte ampia taciturni,

dir mi sia dato quel che udii, sia dato

col voler vostro rivelar le cose

sotterra ne la tenebra sepolte.

Andavan sotto la solinga notte

scuri per l’ombra e per le case vacue

di Dite e i vani regni: era un andare

qual per l’incerta luna a luce scarsa

ne’ boschi, quando Giove ha chiuso il cielo

nel buio e l’atra notte ha il color tolto

a le cose.

Al vestibolo davanti,

su la bocca de l’Orco prima prima,

l’Affanno e le vendicatrici Angosce

posero lor covil, v’hanno dimora

pallidi i Morbi e infausta la Vecchiezza

e la Paura e mala consigliera

la Fame e l’Indigenza ontosa, orrori

a vedere, e la Morte e la Miseria,

e, fratel de la Morte, evvi il Sopore

ed i Piaceri de la mente falsi;

e su la soglia la Guerra omicida

e i ferrei de l’Eumenidi giacigli

e la Discordia pazza avvolta in bende

sanguinose le chiome viperine.

Nel mezzo i rami e le vetuste braccia

un olmo stende fosco, grande, e in quello

esser si dice a torme i Sogni vani,

sí che piú d’un ve n’ha sott’ogni foglia.

Molti altri mostri di diverse fiere,

i Centauri s’installano a le porte

e le Scille biformi e Briareo

centímano e la belva sibilante

di Lerna e la Chimera irta di fiamme,

le Górgoni, le Arpie, l’uom dai tre corpi.

Sobbalzando di subito spavento,

qui stringe Enea la spada ed a’ vegnenti

drizza la punta: e se la savia duce

non l’ammonisse che le sono esíli

incorporee vite vagolanti

che paiono persona, irromperebbe

a percotere invan l’ombre col ferro.

Di qui la via che mena a le tartaree

acque de l’Acheronte. Pien di melma

bolle con vasto vortice quel flutto

e la molta in Cocito arena erutta.

Spaventoso nocchier tien la riviera

Caronte, d’un’orrenda squallidezza,

cui larga invade irta canizie il mento,

s’apron gli occhi di fiamma, e da le spalle

pende annodato lurido mantello.

Esso regge a la barca e remo e vela;

su la ferrigna chiglia i corpi porta,

vecchio, ma cruda ha il dio verde vecchiezza.

Quivi a riva una gran folla correva,

donne e uomini, e corpi senza vita

di magnanimi eroi, e giovinetti

e vergini, e recati sotto gli occhi

de’ genitori adolescenti al rogo;

quante col primo freddo de l’autunno

si spiccano ne’ boschi e cadon foglie,

o quanta da l’oceano a le spiagge

va nuvola d’uccelli, allor che il gelo

oltre il mare li caccia a terre apriche.

Stavan, pregando di passare i primi,

e tendevan le mani per amore

de l’altra sponda, ma il nocchiero arcigno

ora questi ora quei riceve e gli altri

allontana e ricaccia da la riva.

Enea, sospeso e scosso a quel tumulto,

“Dimmi, o vergine, dice, onde tal ressa

al fiume? quale han l’anime desio?

per che divario queste son respinte,

quelle solcan la livida palude?”.

E breve a lui l’annosa profetessa:

“Nato d’Anchise, manifesta prole

degli Dei, l’alto stagno di Cocito

tu vedi e la palude stigia, il cui

nume temon gli Dei giurare invano.

Tutta questa che miri è la meschina

turba insepolta, quel nocchier Caronte,

quelli i sepolti che trasporta l’onda.

Né prima è dato il buio greto e il roco

flutto passar che abbian riposo l’ossa.

Erran cento anni volitando intorno

a questi lidi, e finalmente ammessi

rivedono gli stagni desïati”.

Stette il figliuol d’Anchise e tenne il passo,

tutto pensoso e in cuor commosso a quella

gravosa sorte.

Quivi scorge mesti

e privi de l’estremo onor Leucaspi

e Oronte duce de la licia flotta,

che insiem da Troia pe’ ventosi mari

portati l’austro sopraffece, d’acqua

avvolgendo la nave e i naviganti.

Ed ecco che il piloto Palinuro

veniva, il qual nel libico passaggio

pur ora, mentre guarda gli astri, in mezzo

a l’onde da la poppa era caduto.

Come a stento tra tanta ombra lui mesto

vide, primo gli parla: “O Palinuro,

qual degli Dei ti tolse a noi e in mezzo

a la marina ti sommerse? Dimmi,

ché, non trovato mai fallace innanzi,

solo in questo responso mi deluse

Apollo, il qual te presagiva immune

dal pelago dover giungere a’ lidi

d’Ausonia. Or questa è la promessa fede?”

E quegli: “Né di Febo la cortina

t’ingannò, Anchisíade condottiero,

né mi sommerse un dio ne la marina:

ché per sorte il timon schiantato a forza,

ch’io stringeva custode e regolava,

precipitando trascinai con me.

Per le tempeste giuro ch’io non ebbi

di me timor, ma che la nave tua,

spoglia de l’armi sue, scossa del duce,

venisse meno in quel gonfiar de l’onde.

Tre tempestose notti per l’immenso

mar mi spinse tra’ flutti un fiero vento:

solo al quarto mattin vidi lontano,

su la cresta di un’onda alto, l’Italia.

Io mi traea nuotando verso lei,

e già terra toccavo, se una gente

crudel me grave con le vesti pregne,

e che i ronchi ghermía con mani adunche,

non assaliva armata, in me pensando,

stolta! una preda. Ora mi tiene il flutto

e i venti mi percotono sul lido.

Dunque pel ciel ti prego e l’aure azzurre,

per il tuo genitor, per le speranze

del tuo fiorente Giulo, a questo danno

strappami, o invitto: o coprimi di terra,

ché il puoi, ed il Velín porto ritrova;

ovvero, se via v’è, se te ne mostra

la diva madre (senza numi, credo,

già non prendi a varcar tal fiume e Stige),

porgi la destra al misero e mi porta

oltre l’acqua con te, sí che in tranquilla

sede almeno da morto io mi riposi”.

Avea detto cosí, cosí riprese

la profetessa: “Donde, o Palinuro,

cotesta in te sí folle brama? l’acque

stigie vedrai tu non sepolto e il fiume

severo de l’Eumenidi e a la riva

senza cenno verrai? Non isperare

che i fati degli Dei pieghino a prego.

Ma odi e nota, per conforto al danno:

mossi i vicini da celesti segni

per le città tutto a l’intorno, l’ossa

tue placheranno, le porranno in tomba,

a la tomba faranno i riti, e il luogo

eterno avrà di Palinuro il nome”.

A questi detti si temprò l’angoscia

e il duolo un tratto uscí dal mesto cuore

di quella terra col suo nome gode.

Seguono dunque l’intrapresa via

accostandosi a l’acqua. Onde il nocchiero

infernal non appena li ebbe scorti

movere verso il greto per la muta

selva il piede, si volge ad assalirli

ed a rimproverar cosí: “Chiunque

sia tu che armato scendi al nostro fiume,

dimmi di costí, dimmi a che ne vieni,

e t’arresta. De l’ombre il luogo è questo,

del sonno e de la notte soporosa:

non può vivi portar la stigia barca.

Né davver mi allegrai d’avere accolto

Alcíde al passo, e non Tèseo e Pirítoo,

benché figli di numi e forti eroi:

gettò quegli il guinzaglio al guardïano

tartareo, il trasse tremante dal soglio

stesso del re; rapir tentaron questi

dal talamo di Dite la regina”.

Breve rispose a ciò l’anfrisia vate:

“Non tali insidie qui, lascia gli sdegni,

né fanno forza l’armi. Il gran portiere

latri eterno da l’antro ed atterrisca

l’ombre esangui; Proserpina le soglie

invïolata de lo zio possegga.

Enea troiano, il valoroso e pio,

scende a veder tra l’ombre ultime il padre.

Se di simil pietà poco è la vista,

e tu conosci questo ramo!” E il trae

da la veste. Quel cuor gonfio da l’ira

si posa allor; non piú parole: ei guata

il sacro dono del fatal virgulto,

qual gli apparia dopo gran tempo, e volge

verso la riva la sua bruna prora.

Poi l’altre anime caccia che sedeano

pe’ lunghi banchi, libera la tolda,

e ne la chiglia il grande Enea riceve:

cigolò sotto il peso la contesta

carena e molto bevve del padule

per gli spiragli: al fin di là dal fiume

sicuri espone la veggente e il prode

su lo squallido fango e l’ulva bigia.

Cerbero immane questi regni introna

con latrato trifauce, in un covile

là di faccia sdraiato. A lui, che vede

tutto arruffar già di serpenti il collo,

getta la vate un’offa soporosa

di miele e lavorate farine. Esso

tre gole aprendo con rabbiosa fame

l’acceffa in aria e l’ampio dorso allenta

distendendosi enorme in tutto l’antro.

Sepolto il guardïano, occupa Enea

le soglie e passa rapido la sponda

di quell’acqua che piú non si rivarca.

Quivi si udiron voci e un gran vagire

e degl’infanti l’anime piangenti

su l’entrar primo, cui nuovi a la dolce

vita strappò da la mammella il nero

giorno ed in morte acerba li sommerse.

Presso a loro i dannati per ingiusta

accusa e spenti. Né già sono i luoghi

senza sorteggio e giudice assegnati:

indagator Minosse l’urna move,

esso la turba de’ tacenti aduna

e vite e colpe apprende. Indi vicine

i mesti hanno lor sedi che illibati

si diedero la morte e fecer getto

de l’anima per odio de la luce.

Come or vorrian ne l’aëre superno

la povertà soffrire ed i travagli!

I decreti si oppongono e con l’onda

li lega l’inamabile palude

e nove volte li ravvolge Stige.

Né lontano di lí s’aprono in ogni

parte i campi del pianto: han questo nome.

I riposti sentieri accolgono ivi

quei che struggea miseramente amore

e una selva di mirti li protegge:

li accompagna l’affanno ancora in morte.

Quivi discerne Fedra e Procri e mesta

Erífile che mostra le ferite

del crudel figlio ed Evadne e Pasifae;

e va con lor Laödamía, va Cèneo,

un dí garzone, or femmina e di nuovo

resa per fato ne la forma prima.

Fresca de la ferita in mezzo a quelle

la fenicia Didone errava per la

gran selva. Come prima il teucro eroe

le fu presso e per l’ombre la conobbe

oscura, quale alcun vede la luna

o si crede vederla al novo mese

sorger tra nubi, non contenne il pianto

e con tenero amor le si rivolse:

“Infelice Didone, annunzio vero

dunque mi giunse ch’eri morta e corsa

di tua mano a la fine! Ah fui cagione

de la tua morte! Per le stelle giuro,

per i Celesti, o se altro giuramento

nel cupo mondo vale, io di mal cuore,

o regina, dal tuo lido partii.

Ma i voleri de’ Numi ed i lor cenni

mi sospinsero, come or per quest’ombre

e lo squallore de la notte immensa:

né credere io potea col mio partire

darti tanto dolore. Arresta il passo,

e non sottrarti al guardo mio. Chi fuggi?

l’ultima volta che ti parlo è questa”.

Con tali detti Enea l’ardente cuore

leniva e bieco riguardante, e al pianto

l’inteneriva: quella a terra fissi

gli occhi teneva in altra parte volta,

né piú si muta a quel parlar nel viso

che se aspra selce o sia marpesia punta.

Alfin via si spiccò, sparve nemica

tra l’ombrifera selva ove lo sposo

primo a l’affetto suo Sicheo risponde

e la eguaglia d’amor.

Ma pur pensoso

del duro caso Enea lungi la segue

col pianto e la commisera fuggente.

Indi segue il fatal vïaggio. E omai

ne’ campi erano estremi ove appartati

gl’incliti in guerra si radunano. Ivi

Tídeo gli viene incontro e il prode in armi

Partenopeo, la pallida sembianza

di Adrasto insiem, ivi i compianti al mondo

Dardanidi caduti ne la guerra.

Sospirò nel guardarli in lunga schiera

tutti, Glauco e Tersíloco e Medonte,

d’Antènore i tre figli e Polibéte

sacro a Cerere, e Idèo che ancora il carro,

ancora l’armi ritenea. Frequenti

gli son l’anime intorno a destra e a manca,

né averlo visto è assai, piace indugiare

e andar di pari e chiedere a che venga.

Ma i principi de’ Danai e le falangi

agamennonie come vider prima

l’eroe per l’ombra e l’armi luminose,

a smarrirsi di subita paura,

chi volto in fuga come un dí a le navi

e chi levando una voce sottile,

ma il grido manca tra le labbra schiuse.

E vide là con la persona a brani

Deífobo di Priamo, crudelmente

mutilo il viso, il viso e le due mani,

devastate le tempie senza orecchi,

e tronco il naso con deforme piaga.

Sí che a stento il conobbe vergognoso

che tentava celar suo reo supplizio,

e gli si volse con la nota voce:

“Valoroso Deífobo, progenie

del gran sangue di Teucro, e chi mai volle,

chi poté far di te simile strazio?

La fama mi recò che ne l’estrema

notte tu stanco de’ Pelasghi uccisi

cadevi in mucchio di confusa strage.

Su la proda retèa tumulo vuoto

allor ti eressi ed a gran voce i Mani

chiamai tre volte; là son l’armi e il nome:

ma te, amico, non potei vedere

né in terren patrio sul partir comporre”.

Il Priàmide a ciò: “Tu non lasciasti,

amico, nulla, tu rendesti tutto

a Deífobo e a l’ombra del suo frale.

Ma i fati miei ed il delitto atroce

de la Spartana m’han ridotto a questo

orrore, questi segni ella m’impresse.

Come l’ultima notte in falsa gioia

passammo, sai; ben ricordarlo è forza.

Quando il fatal cavallo col suo salto

fu di Pergamo in vetta e pregno espose

gli armati fanti, ella fingendo un coro

chiamò le frigie a l’evoè de l’orgia;

teneva essa nel mezzo una gran fiamma

e i Danäi da l’arce alta chiamava.

Da le fatiche me vinto e dal sonno

ebbe l’infausto talamo, e m’avvolse

abbandonato una dolce quïete,

a la placida morte somigliante.

L’egregia moglie tutte l’armi intanto

leva di casa, e avea dal capezzale

sottratta la fedel mia spada; e chiama

Menelao spalancandogli l’entrare,

sicura già che ciò sarebbe pegno

prezïoso a l’amante e avrebbe forse

spento il ricordo de l’oltraggio antico.

A che m’indugio? Invadono la stanza;

gli vien compagno, consiglier d’infamia,

l’Eolide. Innovate, o Dei, lo scempio

pei Greci! se con pia bocca il richiedo.

Ma quali casi te, dimmi a vicenda,

qui vivo abbiano addotto. Per errori

vieni del mar o per divin consiglio?

e in quale angustia sei, da visitare

le tristi senza sol pallide case?”.

Tra gli alterni parlari avea l’Aurora

de l’etereo sentier varcato il mezzo

con le rosee quadrighe, e forse tutta

spendevano cosí l’ora concessa,

ma la duce ammoní, ma la Sibilla

breve parlò: “La notte appressa, Enea,

e noi passiamo lagrimando il tempo.

Il luogo è qui che in due la via si parte:

la destra che del gran Dite s’affretta

a la città, per questa è il nostro elisio

vïaggio; la sinistra de’ malvagi

le pene adempie e al reo Tartaro adduce”.

Deífobo a l’incontro: “Sii pietosa,

o gran sacerdotessa; andrò, la schiera

rifarò piena e tornerò nel buio.

Va’, gloria nostra, va’, con miglior fato”.

Tanto disse, e tra ‘l dir si volse indietro.

Enea riguarda e d’improvviso vede

gran città sotto una rupe a sinistra,

cerchiata di tre mura, e intorno fiume

fiammeggiante il tartareo Flegetonte

e travolgente romorosi massi.

In faccia è una gran porta e tutto acciaio

colonne cui schiantar non forza d’uomo

né potrebbe de’ Superi la guerra.

Ferrea una torre sorge in alto, e assisa

Tisífone con manto sanguinoso

al vestibolo veglia e notte e giorno.

Indi sospiri e suon d’aspre percosse

e strider ferro e strascicar catene

s’udia. Ristette sbigottito Enea

in orecchi a lo strepito. “Che colpe

sono? o vergine, parla: e di che pene

soffrono? qual tumulto è che si leva?”.

E cosí prese a dir la profetessa:

“Duce inclito de’ Teucri, a nessun pio

dato è calcar la scellerata soglia:

pur, quando mi prepose a’ boschi averni,

Ecate stessa mi mostrò le pene

divine e le mi fe’ percorrer tutte.

Radamanto di Cnoso ha questi regni

durissimi: ei condanna, ode le colpe,

e sforza a quelle rivelar che, lieto

altri d’un vano eludere, produsse

a l’ora de la morte inespïate.

Subitamente armata di flagello

balza a ghermire i rei la punitrice

Tisífone e, protesi con la manca

i torvi serpi, chiama le sorelle.

Allor su l’aspro cardine stridenti

s’apron le porte maledette. Vedi

qual guardia è su l’entrare e in quale aspetto?

Dentro dimora piú crudele, enorme

con le cinquanta nere gole, l’Idra.

Viene il Tartaro alfin che si sprofonda

tanto due volte, quanto sale il guardo

fino a la faccia del celeste Olimpo.

Là, de la Terra antico parto, a l’imo

son gettati i Titani fulminati;

i due Aloídi là vidi giganti

che alzâr le mani a lacerare il cielo,

a cacciar Giove da’ superni regni.

Anche Salmonèo vidi che l’acerba

pena pagò, mentre di Giove i fuochi

iva imitando e i fremiti d’Olimpo.

Ei con quattro cavalli ed isquassando

una fiaccola via pe ‘l suol de’ Grai

e la città ch’è a l’Elide nel mezzo

trïonfava e adorato esser voleva:

stolto, che i nembi contraffare e il fulmine

osò non imitabile co ‘l bronzo

e lo sfrenato scalpito sonante.

Ma il Padre onnipotente di tra i folti

nuvoli il dardo gli avventò, non faci

già né baglior di fumiganti tede,

e lo travolse vorticoso a l’imo.

Tizio del pari si vedeva, figlio

de la Terra comun madre, disteso

per nove interi iugeri le membra:

grande avvoltoio con l’adunco rostro

morsecchiandogli il fegato immortale

e le viscere fertili a le pene

adocchia il pasto e gli abita entro il petto,

né a le fibre rinate è tregua mai.

A che parlar de’ Làpiti, d’Issíone

e di Pirítoo, sopra i quali penzola

un macigno caduco e par che cada?

Risplendono aurei piè di genïali

alti letti e imbandite avanti agli occhi

vivande con regal magnificenza,

ma la Furia maggior s’acquatta presso

e le mani accostar vieta a le mense

e con la face levasi e con l’urlo.

Quivi color che in vita ebbero in odio

i lor fratelli o percossero il padre

o frode ordirono al cliente o soli

il tesoro abbracciarono adunato

senza a’ suoi farne parte (e piú son questi)

o furon morti in adulterio od armi

seguitarono ingiuste e de’ signori

la fede vïolarono, prigioni

aspettano la pena. Oh! non cercare

saper qual pena, o qual norma e fortuna

sommerse in pianto le misere genti.

Voltano altri un gran sasso, o stretti a’ raggi

pendon di ruote: siede l’infelice

Teseo e in eterno sederà; per l’ombre

Flegia sventuratissimo a gran voce

grida a tutti: – Imparate da l’esempio

seguir giustizia e non spregiar gli Dei -.

Vendé per oro altri la patria e fiero

signor le impose, fe’ leggi e disfece

a prezzo; assalse de la figlia il talamo

altri e vietate nozze; ardiron tutti

nefanda colpa e fu l’ardir compiuto.

Se cento lingue in cento bocche avessi

e ferrea voce, non potrei le forme

tutte abbracciare de’ misfatti, tutte

ad una ad una nominar le pene”.

Poi che di Febo la ministra annosa

ebbe detto cosí, “Su via, soggiunge,

il cammino e il proposito compisci.

Affrettiam. Fatte a’ fuochi de’ Ciclòpi

veggo le mura e l’arco de la porta

ov’è prescritto a noi di porre il dono”.

Aveva detto e pe’ sentieri opachi

superano di pari l’intervallo

fino a la soglia. Vi s’accosta Enea,

ad un’acqua corrente si deterge

e davanti a la porta il ramo affigge.

Ciò fatto alfin, resa a la Dea l’offerta,

giunsero a’ luoghi lieti ed agli ameni

verzieri de le selve fortunate

e a le sedi felici. Un ciel piú largo

qui veste i campi di purpurea luce;

mirano un loro sole e loro stelle.

Ne l’erbose palestre esercitarsi

parte gode e lottare in fulva arena,

parte co’ piè batte le danze e canta.

Anch’esso il Tracio sacerdote in lunga

veste a la melodia tempera il vario

suon de le sette voci, or con le dita

toccandole or col pettine d’avorio.

Quivi è di Teucro la progenie antica,

splendidi figli, generosi eroi,

a miglior tempo nati, e Ilo e Assàraco

e Dardano progenitor di Troia.

L’arme in disparte e i vuoti carri mira;

l’arme son fitte a terra, e sciolti e vaghi

pascolano i cavalli per il prato.

L’amor ch’ebbero vivi a’ carri e a l’armi,

l’uso di pascer fulgidi cavalli,

li accompagna cosí dopo il sepolcro.

Ecco a destra e a sinistra ne discerne

a banchettar tra ‘l verde altri o cantare

in coro giocondissimo peana

tra l’odorosa selva degli allori,

onde di sopra immenso in mezzo a selve

il fiume de l’Erídano si volve.

Ivi la schiera che patí ferite

pugnando per la patria, e i sacerdoti

che vissero illibati, e i vati buoni

che parole dicean degne di Febo,

o quelli che abbellirono la vita

trovando l’arti, e quei che per ben fare

lasciarono di sé memori gli altri;

tutti una nivea benda hanno a la fronte.

A lor dintorno sparsi la Sibilla

cosí si volse ed a Museo su tutti

(ché intorno a lui è un popolo e il sogguarda

emergente con gli alti òmeri): “Dite,

felici anime, dinne, ottimo vate:

Anchise ov’è? Qual regïon l’accoglie?

Per lui venimmo e traversammo i fiumi

paurosi de l’Erebo”. L’eroe

breve cosí le rese la risposta:

“Nessuno ha luogo certo; abitiam l’ombre

de’ boschi e per i grembi de le rive

andiamo e i prati freschi di ruscelli.

Ma voi, se cosí porta in cuor l’affetto,

questo giogo varcate, e dopo questo

vi porrò per agevole sentiero”.

Disse e davanti mosse il piede, e i campi

luminosi da l’alto addita: quindi

abbandonano i vertici del colle.

Ma il padre Anchise in seno a la convalle

verde le raccolte anime, che al sole

dovean salire, con attenta cura

mirava e tutte andava rassegnando

de’ suoi le schiere ed i nipoti cari,

lor fati e lor fortune, indoli e imprese.

Com’egli vide per i prati Enea

venirgli incontro, coralmente stese

le due palme e gli corser per le guance

le lagrime e dal labbro le parole:

“Venisti alfin, e la pietà che il padre

da te si attese vinse il cammin duro:

m’è concesso veder, figlio, il tuo viso

e rinnovare i soliti colloqui.

Questo io credeva, questo ebbi per certo

contando l’ore, né il mio cuor m’illuse.

Per quante io terre te, per quanti mari

corso ricevo! tra perigli quanti

sbattuto, o figlio! come fui sgomento

che ti nocesse il regno de la Libia!”.

E quegli: “O padre, l’ombra tua, la tua

ombra dolente col mostrarsi spesso

mi sforzò di venire a queste sedi.

Nel Tirreno è su l’ancore la flotta.

Porgi deh padre, porgimi la mano

e non sottrarti da l’amplesso mio”.

Cosí diceva e l’inondava il pianto.

Tre volte allor tentò de le sue braccia

cingergli il collo, tre l’ombra invan cinta

sfuggí le mani, pari a lievi venti

e similissima a un alato sogno.

Intanto Enea ne la riposta valle

vede in disparte un bosco e susurranti

selvatici virgulti e il letèo fiume

nuotare avanti a le placide case.

Volavano ivi intorno ombre infinite:

e come quando a la serena estate

ne’ prati in varii fior posano l’api

od a candidi gigli errano intorno,

sembra tutto un ronzio quella campagna.

A la súbita vista trasalisce

e le cose ricerca inconscio Enea,

quale fiume sia dunque e quali genti

colmino sí molteplici le rive.

Il padre Anchise allor: “L’anime a

cui novelli corpi spettano per fato

a la corrente bevono di Lete

tranquille linfe e lunghe oblivïoni.

Ben queste a te narrar e offrirti al guardo,

questa de’ miei progenie annoverarti

da gran tempo desio, sí che tu meglio

goda con me de la raggiunta Italia”.

“O padre, e si dee credere che alcuna

anima su da qui risalga a l’aure

e torni a’ lenti corpi? oh le infelici

qual provano del dí sí fiera brama?”

“Io tel dirò, né ti terrò sospeso,

o figlio mio”.

Cosí riprende Anchise

e rivela per ordine le cose.

“Primieramente il ciel, le terre, i campi

fluidi e il lucente globo de la luna

e il titanio astro entro uno spirto nutre

e una mente pe’ membri sparsa avviva

tutta la mole e al gran corpo si mesce.

La stirpe indi è degli uomini e de’ bruti,

le vite degli alati, e quanti mostri

sotto il marmoreo piano il mar produce.

Vivida una scintilla, una celeste

origine que’ germi hanno, per quanto

nocivo non li grava il corpo e ottunde

terreno frale e moriture membra.

Di qui tema e desio, dolore e gioia

in lor, né sanno piú scernere il cielo

chiusi ne l’ombra di carcere cieco.

E allora pur che con l’estremo raggio

la vita li lasciò, non tutto il male

per i miseri e non dileguan tutti

i corporëi vizi, ché profonda-

mente in copia ed a lungo concresciuti

forza è che abbian mirabile rigoglio.

Dunque sono da pene esercitati

e soddisfanno de’ peccati antichi.

Sospese a la balía de’ lievi venti

s’espongono talune anime, ad altre

sotto ad un vasto vortice l’impressa

colpa si lava o la si brucia al fuoco:

soffriam ciascuno l’ombra sua.

Siam quindi

avvïati per l’ampio Elisio, e pochi

ne’ lieti campi dimoriam, se prima

un lungo dí, pieno del tempo il giro,

non tolse la contratta macchia e puro

lascia il senso celeste e la favilla

di quel semplice soffio. Tutte queste,

poi che volser di mille anni la ruota,

presso al fiume di Lete èvoca Iddio,

cosí che, fatte immemori, di nuovo

escan del cielo a riveder la volta

e rientrar s’invoglino ne’ corpi”.

Poi ch’ebbe detto, Anchise il suo figliuolo

e la Sibilla insiem conduce in mezzo

de l’adunata risonante turba,

e sale un balzo, onde potesse tutte

vedersi avanti quelle folte schiere

e de’ vegnenti ravvisare i volti.

“Su via, qual gloria a la dardania stirpe

s’aspetti in avvenir, quali nepoti

da l’italico ceppo, anime chiare

che fioriranno un dí nel nostro nome,

dirò, te de’ tuoi fati ammaestrando.

Quegli, il vedi, che giovine si appoggia

a l’asta pura, tien per sorte il luogo

piú prossimo a la luce e primo a l’aure

misto uscirà d’italo sangue, Silvio,

albano nome e tua tardiva prole,

che in selve a te longevo la consorte

Lavinia produrrà, re di re padre,

onde la nostra schiatta su la Lunga

Alba dominerà. Quel suo vicino

è Proca fregio de la teucra gente,

e Capi e Numitor e Silvio Enea

che nel nome ed insiem pietoso e prode

rinnovellerà te, come riceva

lo scettro d’Alba. Quali giovinezze!

e quanto, guarda, raggiano di forza!

ombrati di civil quercia le tempie.

Questi Nomento e Gabi e di Fidene

la città, questi l’arci collatine

ti porranno su’ vertici e Pomezio

ed il Castello d’Inuo e Bola e Cora,

allora nomi, or terre senza nome.

Indi si aggiungerà compagno a l’avo

Romolo di Mavorte, e a lui del sangue

di Assàraco Ilia sarà madre. Vedi

come sul capo eretti ha due cimieri

e il padre già di deïtà lo impronta?

Ecco, figliuol, che per gli auspíci suoi

adeguerà quella famosa Roma

l’impero al mondo e l’animo a l’Olimpo,

unica sette colli in sé cerchiando,

fiera di forti genitrice: quale

innanzi vien la berecinta madre

per le frigie città turrita in cocchio,

lieta del parto degli Dei, ben cento

abbracciando nepoti e tuttiquanti

dominatori eterni de le sfere.

Or qua piega gli sguardi, a questa gente

de’ tuoi Romani. È qui Cesare e tutta

la prosapia di Giulo, destinata

sotto l’ampia ad uscir volta del cielo.

È questi, è l’uom che a te promettere odi

sí spesso, Augusto Cesare, germoglio

del Divo, che l’età de l’oro al Lazio

rifarà per le terre un dí regnate

da Saturno, e dilaterà l’impero

sui Garamanti e gl’Indi: oltre le stelle

giace la terra, oltre le vie de l’anno

e del sol, ove regge aërio Atlante

su gli òmeri il girar degli astri ardenti.

Per l’avvento di lui fin d’ora il caspio

regno trema e il meotico paese

di responsi divini, e perturbate

del settemplice Nilo erran le bocche.

Né Alcide in vero tanto mondo corse,

benché ferí la cerva piè-di-bronzo

e tranquillò le selve d’Erimanto

e fe’ tutta tremar Lerna con l’arco,

né il trionfante Libero che volge

le redini di pampino guidando

da Nisa giú le apparigliate tigri.

E dubitiamo ancor di propagare

il valor con le imprese, o v’è paura

che ci vieti posare in suol d’Ausonia?

Ma là presso chi è, cinto de’ rami

de l’olivo, che porta i sacri arredi?

Conosco il crine ed il canuto mento

del re romano che la città prima

con leggi fermerà, mandato al soglio

da la piccola sua povera Curi.

Gli sottentrerà Tullo, e la quïete

scoterà de la patria, gli allentati

cuori a l’armi movendo e le falangi

già da’ trionfi disavvezze. Il segue

Anco piú baldanzoso e che già troppo

mostra goder de l’aure popolari.

I re Tarquini e l’anima superba

vuoi pur vedere e del vendicatore

Bruto i recuperati fasci? Ei primo

di console l’impero e le severe

scuri riceverà; padre i figliuoli,

a nuova guerra intesi, per la bella

libertà chiamerà sotto la pena.

Infelice! per quanto i discendenti

l’ammireranno: vincerà l’amore

di patria e l’infinito ardor di gloria.

I Deci e i Drusi ancor discosto guarda

e Torquato severo per la scure

e Camillo tornante co’ vessilli.

Quelle due poi che in eguali arme vedi

splendere ora concordi anime a l’ombra,

oh qual tra loro dolorosa guerra,

sórte che siano al lume de la vita,

quante susciteranno e schiere e stragi,

da’ varchi alpini il suocero e da l’arci

di Monèco scendendo, e fatto forte

il genero d’opposti orïentali!

No, figli, il cuor non avvezzate a guerre

sí fiere, e non volgete il bel vigore

contro il sen de la patria. E tu deh! primo

cessa, che da l’Olimpo origin prendi,

tu getta l’armi, sangue mio!

Quei spingerà su l’alto Campidoglio

vincitor di Corinto la quadriga,

insigne per gli spenti Achivi. Quegli

Argo e Micene agamennonia e anch’esso

abbatterà l’Eacide disceso

dal fortissimo Achille, vendicando

gli avi di Troia e il tempio di Minerva.

E in silenzio chi te, grande Catone,

o lascerebbe te, Cosso? o di Gracco

la prole, o i due, due fulmini di guerra,

Scipíadi, strage de la Libia, o il forte

in povertà Fabrizio, o te, Serrano,

che semini il tuo solco? Ove me stanco,

Fabii, traete? Il Massimo tu sei,

solo che a noi tardando salvi Roma.

Foggeranno altri gli spiranti bronzi

con piú mollezza, il credo, trarran vivi

dal marmo i volti; a perorar le cause

migliori, a disegnar con verga il corso

degli astri, a dire il sorger de le stelle:

tu con l’impero i popoli governa,

Romano, queste saran l’arti tue,

ed a la pace norma dà, clemenza

ai sommessi e sterminio dei superbi”.

Cosí diceva Anchise, e agli ammiranti

soggiunge: “Vedi come vien Marcello

superbo de le spoglie opime e a tutti

vincitore sovrasta. In gran fortuna

ei terrà salde le romane cose,

prostrerà cavalcando i Peni e il Gallo

ribelle, ed a Quirino padre il terzo

da’ suoi nemici appenderà trofeo”.

Allora Enea (ché gli vedeva insieme

un giovin bello di sembianza e d’armi,

ma con la fronte scura e gli occhi bassi)

“Padre, e quegli chi è che sí accompagna

l’eroe? suo figlio o alcun de l’alta gesta

de’ nipoti? Qual premer di seguaci

intorno gli è! quanta grandezza in lui!

Ma triste notte gli ravvolge il capo”.

Il padre Anchise allor con lagrimose

ciglia “Oh, dice, figliuol, non domandare

un cordoglio acerbissimo de’ tuoi.

I fati al mondo il mostreranno solo

e piú nol patiranno vivo. Troppo

forte a voi parve la romana stirpe,

o Celesti, se fermo avea tal dono.

Quanti sospiri d’uomini quel Campo

spargerà ne la gran città di Marte!

e quale funeral, Tebro, vedrai

oltrescorrendo al tumulo recente!

Non giovinetto de l’iliaca gente

a sí alto sperar leverà gli avi

latini, né già mai d’altro germoglio

avrà tal vanto la romulea terra.

Oh sua pietà! sua fede antica! e invitta

destra a la guerra! Impunemente a lui

non si sarebbe offerto in armi alcuno,

sia che pedone entrasse in campo, o sia

che a spumoso destrier pungesse i fianchi.

Ahi! misero fanciullo, ove tu possa

sforzare i fati, tu sarai Marcello.

Lasciatemi che gigli a piene mani,

purpurei fiori, sparga, e almen di questo

nembo l’anima avvolga del nipote,

con inane tributo”.

Cosí vanno

per quella intorno regïon ne’ vasti

campi de l’aria e passano ogni cosa.

Poi che Anchise per tutto addusse il figlio

e l’animo gli accese de l’amore

de la sorgente fama, indi le guerre

che avrà gli narra, il popolo laurente

e la città gli mostra di Latino,

e come ogni cimento o sfugga o sfidi.

Sono del Sonno due le porte, l’una

è, dicono, di corno, onde si dona

agevole a le vere ombre l’uscita,

lucida l’altra e candida di avorio,

ma falsi al ciel ne invia sogni l’Averno.

Poi ch’ebbe allor tali discorsi Anchise

al figlio vòlti e a la Sibilla, e fuori

messili per l’eburnea porta, quegli

a le navi s’affretta e a’ suoi si rende.

Poi, costeggiando, al porto di Gaeta

dirige il solco: l’àncora da prora

si getta in mar; stanno le poppe a riva.

LIBRO SETTIMO

Tu pure a’ lidi nostri eterna fama,

o nutrice d’Enea, desti morendo,

Gaeta: l’onor tuo tien quella spiaggia

ancora, e l’ossa, se v’è gloria in questo,

segnano un nome ne la grande Esperia.

Ma il pio Enea, fatte le giuste esequie

ed innalzato il tumulo, che l’onda

posava, apre le vele e lascia il porto.

Spirano l’aure al veleggiar notturno,

bianca la luna lo seconda, e splende

sotto il tremolo lume la marina.

Radono prima il litoral circeo,

ove del Sol la ricca figlia i boschi

inaccessi sonar fa de l’assiduo

canto ed accende a rischiarar la notte

ne le stanze superbe l’odoroso

cedro, mentr’ella le sottili tele

col risonante pettine percorre.

Indi un iroso fremer di leoni

ribelli a’ ceppi e tra ‘l buio ruggenti

de l’alta notte, un furïar ne’ chiusi

di setolosi porci e d’orsi, e lungo

di spaventosi lupi un ululare:

cui da l’aspetto d’uomini la dea

Circe crudele co’ possenti succhi

in ceffi e terghi tramutò di belve.

Perché non offendesse i pii Troiani

simil portento ivi approdando, ed essi

non toccasser la rea terra, Nettuno

le vele empí d’amico vento e lievi

oltre le addusse i ribollenti guadi.

E già s’imporporava il mar di raggi

e da l’alto fulgea bionda l’Aurora

su la biga di rose, allor che l’aure

posarono ed ogni alito ad un tratto

diè giú, stentando in lento marmo i remi.

Ed ecco Enea dal mare un’ampia selva

discerne. Ameno in mezzo a quella il Tebro

biondo di sabbia co’ rapaci gorghi

in mar prorompe. Molti intorno e sopra

uccelli, usi del fiume al greto e al letto,

l’aer di canti e i rami empiean di voli.

Egli comanda a’ suoi di piegar via

e a la terra voltar le prore, e lieto

entra nel fiume sotto il verde rezzo.

Orsú ch’io narri de l’antico Lazio

i regi, Èrato, i tempi ed il suo stato,

come prima l’esercito straniero

approdò con la flotta a’ lidi ausonii

e quel primo richiami ardor di guerra.

Tu, dea, tu ispira il vate. Orride guerre

dirò, dirò le schiere e gli animati

principi a strage e la falange etrusca

e tutta accolta sotto l’armi Esperia.

Maggior di cose un ordine mi nasce,

maggiore opera avvio.

Placide in lunga

pace le terre e le città reggea

grave omai d’anni il re Latino. Nato

lui di Fauno sappiamo e di Marica

laurente ninfa; Pico a Fauno padre,

ed ei te vanta genitor, Saturno;

l’ultimo autor tu de la gente sei.

Per divin fato non avea Latino

prole virile, in sul primo fiorire

mancatagli. Restava a sí gran casa

sola una figlia, già matura a nozze,

in piena età di sposa. Molti a lei

dal gran Lazio aspiravano e da tutta

l’Ausonia: ma davanti a tutti gli altri

il bellissimo Turno, illustre d’avi;

e lui genero farsi la regina

sollecitava con ardente amore.

Ma contro è il ciel con paurosi segni.

Era nel mezzo a l’alta reggia un lauro,

di santa fronda, e molti anni con tema

serbato, cui dicean Latino padre

aver trovato e sacro a Febo, in porre

fondamento a la rocca, e aver da quello

dato agli abitator nome Laurenti.

La vetta de l’alloro, oh meraviglia!,

per il sereno stridule giungendo

cinsero l’api e, i piè tra lor connessi,

lo sciame si fe’ grappolo ad un ramo.

Subito l’indovino “Uno straniero,

grida, vediam venir, da quelle parti

a questa parte, e dominar la rocca”.

Inoltre, in quella che con pure faci

ravviva l’are e al genitor da canto

sta la vergin Lavinia, ecco, ella parve

a’ lunghi crini, orror!, prendersi fuoco,

e bruciar crepitando ogni ornamento,

accesa le regali chiome, accesa

la corona di perle prezïosa;

poi fumigante e avvolta in fulva luce

sparger l’incendio per la reggia tutta.

Ciò valse a gran miracolo e terrore,

come presagio che verrebbe insigne

e di fama e di fati essa, ma grande

apparecchiava al popolo una guerra.

Mosso a’ portenti il re cerca e consulta

di Fauno genitor profeta i detti

e i selvosi recinti sotto l’alta

Albúnea, che ne’ boschi piú risuona

con la sua sacra fonte e intorno spira

tutta ombrosa mefitici vapori.

Di qui l’Itale genti e tutta Enotria

ne le dubbiezze lor chiedon responsi;

qui poi che addusse offerte il sacerdote

e su le pelli de l’uccise agnelle

per la notte silente si distese

desïando dormir, mirabilmente

a torme vede vagolar fantasmi

e varie voci ascolta e del colloquio

degli Dei gode e volge la parola

a l’Acheronte del profondo Averno.

E quivi allor esso Latino padre

cento per un responso offria di rito

lanigere bidenti e si giacea

su’ velli de le lor terga. Ad un tratto

dal cuor del bosco voce gli rispose:

“Non voler la figliuola ad uom latino

sposare, o mia progenie, e non fidarti

a’ talami di qui: da fuor verranno

generi, che per nozze il nostro nome

portino in cielo, e di tal ceppo scesi

i nepoti, per quanto stende il corso

tra i due Oceani il Sol, sotto i lor piedi

tutto volgersi e reggersi vedranno”.

Questo responso ammonitor che il padre

Fauno gli diè per la silente notte

segreto in sé no ‘l chiude esso Latino,

ma intorno intorno la volante Fama

per l’ausonie città l’avea diffuso,

quando la gente laömedontèa

al verde littoral legò sue navi.

Enea co’ primi duci e il vago Giulo

postisi sotto un verde albero grande

dan mano a le vivande, a cui su l’erba

sottopongon focacce di frumento

(Giove ciò suggeriva) ed hanno colmo

il desco cereal di frutti agresti.

Or quando, consumate l’altre cose,

li fece la penuria del mangiare

volgere a la sottil cerere i denti

e con la mano e le mascelle audaci

il rotondo spezzar pane fatale

e non ne risparmiare i larghi quarti,

“Oh! mangiam fin le mense” esclama Giulo

scherzando, e nulla piú. Quella parola

fu la fin de’ travagli; in su le labbra

il padre glie la colse e nel suo cuore,

tutto compreso de l’iddio, la chiuse.

“Oh! Salve, a me predestinata terra,

subito esclama, e voi fidi salvete

o Penati di Troia: è qui la casa,

questa è la patria. Or lo rammento: il padre

Anchise mi lasciò tal detto arcano:

– Quando te, figlio, a ignoto suol portato

la fame sforzerà, senza piú cibi,

a divorar le mense, allora spera

ivi stanco le case, ivi pon mano

a fabbricare ed a guernir la cerchia -.

Questa era quella fame; era l’estremo

che terminasse i nostri danni.

Alacri dunque col novello sole,

per varie vie dal porto, investighiamo

quali i luoghi e la gente, ove le mura.

Or libate le tazze a Giove, il padre

Anchise supplichevoli invocate,

e riponete su le mense il vino”.

Detto ch’egli ebbe, d’un frondente ramo

si corona le tempie e prega il genio

del luogo e, prima tra gli Dei, la Terra,

le Ninfe, i fiumi non per anche noti,

poi la Notte e i suoi segni omai nascenti,

e l’idèo Giove in ordine e la Frigia

madre invoca ed entrambi i genitori

suoi nel Cielo e ne l’Erebo. Tre volte

allora il Padre onnipotente chiaro

tuonò da l’alto e fe’ vedere un nimbo

scosso per l’aria di sua mano acceso

tutto di raggi luminosi e d’oro.

La voce va per le troiane schiere

che venne il giorno di fondar le mura

destinate. Gareggiano a riporre

le mense e lieti de l’eccelso augurio

collocano e coronano le tazze.

Quando l’altra mattina illuminava

del primo sole il mondo, in varie parti

a esplorar vanno la città, il paese,

il popolo: quest’è il ruscel Numíco

e quello il fiume Tevere, qui stanza

hanno i forti Latini. Allora il figlio

d’Anchise, da ciascun ordine scelti

cento oratori, a la città regale

li manda ad offerir, tutti de’ rami

di Pallade velati, al re presenti

e per i Teucri chiedere alleanza.

Senza indugio si partono al suo cenno

e camminano rapidi. Esso in terra

segna un solco di mura, e fonda e innalza,

ed a le prime fabbriche sul lido,

come ad un campo, merli e vallo cinge.

Già, percorsa la via, quelli scorgevano

alte le torri de’ Latini e i tetti

e a le mura appressavano – là fuori

fanciulli e gioventú nel primo fiore

s’addestrano a domar cavalli e carri

nel campo, tendon con le braccia i forti

archi e vibran le flessili saette,

gareggiando nel correre e nel colpo -,

quando a cavallo un messagger precorre

a riportare al vecchio re l’arrivo

d’uomini in veste sconosciuta grandi.

Egli comanda entro le soglie addurli

e in mezzo si sedé sul trono avito.

Sopra cento colonne augusto ed ampio

sorse, già reggia del laurente Pico,

a sommo la città cinto il palagio

di selva e de la sacra ombra degli avi.

Quivi assumer lo scettro e alzare i fasci

inizio era de’ re, fu quel recinto

la loro curia, qui la sede a’ sacri

banchetti, ove, l’aríete immolato,

solean sedersi a lunghe mense i padri.

V’erano ancor d’antico cedro sculti

in ordine i prischi avi, in piè ne l’atrio,

Italo e Sabin padre, de la vigna

cultor, che anco in figura ha la sua ronca,

Saturno vecchio ed il bifronte Giano,

e gli altri originari re che in guerra

per la patria soffersero ferite.

Molte inoltre pendeano armi da’ sacri

stipiti, cocchi in campo presi ed azze,

pennacchi d’elmi, ben sbarrate porte,

e frecce e scudi e rostri svelti a navi.

Esso, col quirinal lituo, di breve

tràbëa mantellato, e con l’ancíle

ne la sinistra, si sedeva Pico,

domator di cavalli. Lui la sposa

arsa di voglia Circe con la verga

d’oro percosse e il tramutò con l’erbe,

uccello il fe’ di colorite piume.

Nel cuor di tale degli Dei recinto

Latino assiso e nel paterno seggio

chiama i Troiani entro le soglie e a loro

cosí si volge con benigno labbro:

“Dardani, dite (già non siamo ignari

de la città né de la stirpe e udimmo

del vostro navigar), che domandate?

Qual cagion, qual bisogno al lido ausonio

portò per tanto azzurro i vostri legni?

Se per error di via, se per burrasche,

soliti casi a chi veleggia in alto,

entraste il fiume e vi posate in porto,

vi piaccia esser qui ospiti e i Latini

conoscere, la gente di Saturno,

non per leggi ma giusta per amore,

e fida a l’uso de l’antico iddio.

Oh! mi rammento (oscuran gli anni il fatto)

narrar cosí gli Aurunci vecchi: nato

in questa terra Dardano si spinse

insino a le città frigie de l’Ida

ed a la tracia Samo, or Samotracia.

Di qui partito, da l’etrusca sede

di Còrito, ora lui l’aurata reggia

accoglie e bea de lo stellato cielo

e sugli altari un nume a’ numi aggiunge”.

Aveva detto; Ilïoneo rispose:

“O re, di Fauno egregia stirpe, avverso

nembo per mar non ci sospinse a’ vostri

lidi né stella ci sviò né sponda:

pensier, desio tutti ci porta a questa

città, da un regno espulsi onde il piú grande

già non si offriva a l’orïente sole.

Da Giove è il ceppo, lui progenitore

vantano i Dardani, ed il re, che anch’esso

da la schiatta suprema esce di Giove,

Enea troiano a’ lari tuoi ne invia.

Quanta tempesta la crudel Micene

rovesciasse a infierir ne’ campi idèi,

per che fati cozzassero i due mondi

d’Europa e d’Asia insiem, il sa fin quegli

cui sul cerchiante Oceano la terra

ultima apparta o a l’altre quattro in mezzo

la plaga tiene del soverchio sole.

Tratti da tal diluvio a tanto mare,

una piccola sede agli Dei patrii

imploriamo ed un lido senza danno

con libera per tutti e l’acqua e l’aria.

Disdoro al regno non sarem, né poco

avrete onor, né breve del gran fatto

riconoscenza; mai dolersi Ausonia

dovrà che accolse Troia in grembo: il giuro

per i fati d’Enea, per la sua destra

luminosa di fede e di prodezza.

Molti popoli già, molte noi genti

(non ispregiarne, se rechiam spontanei

bende tra mano e supplici parole)

chiedean, voleano unire a sé; ma noi

spinse a cercar le vostre terre il cielo.

Di qui Dardano nacque e qui ritorna;

e col cenno sovrano Apollo il preme

verso il tirreno Tevere e la sacra

sorgente del Numíco. Inoltre queste

poche reliquie del primiero stato

t’offre, sottratte da l’ardente Troia.

In quest’oro libava il padre Anchise

a l’are; la real pompa di Priamo

questa era, quando a’ popoli adunati

dava legge, e lo scettro e la tïara

ed opra de le Ilíadi il manto”.

Tra questo dir d’Ilïoneo, Latino

tien fisso il volto immobilmente al suolo

gl’intenti occhi girando, e non lo tocca

la ricamata porpora e lo scettro

cosí di Priamo, come il fa pensoso

la sorte marital de la figliuola;

e medita in suo cuor del vecchio Fauno

i presagi: questo essere il promesso

dai fati, di stranier suolo partito,

genero e al regno con eguali auspíci

chiamato; a questo nascitura prole

esser concessa, di valore egregia,

che si assoggetti vigorosa il mondo.

Lieto prorompe al fin: “Compian gli Dei

la vostra impresa ed i responsi loro:

avrai, Troiano, quel che brami. E i doni

ho in pregio. Non a voi, Latin regnante,

l’ubertà de la florida campagna

né l’opulenza mancherà di Troia.

Sol ch’esso Enea, se ha tal desío di noi,

se ospite nostro e socio esser gli tarda,

venga né sfugga la presenza amica;

segno avrò d’amistà toccar sua destra.

Or voi tornate al re co’ miei mandati.

Una figliuola ho io, che ad uom di nostra

gente sposare non consenton voci

fuor dal paterno santuario uscite

e portenti moltissimi dal cielo.

Di suol straniero generi verranno

– tanto predicono aspettarsi al Lazio -,

per il cui sangue il nostro nome agli astri

voli. Or questo l’atteso esser de’ fati

penso e, se vero il cuor favella, bramo”.

Sí dice il padre, e tra i cavalli sceglie:

splendidi eretti stavano trecento

ne’ gran presepi: per ciascun de’ Teucri

súbito vuol si adducano i corsieri

di porpora guerniti e di ricami;

aurei collari pendono sui petti;

coperti d’oro, e fulgid’oro in bocca

mordono; e per Enea ch’è lungi un cocchio

e d’eterëo sangue una pariglia

che soffia fuoco da le nari, scesi

di quella razza che, di furto al padre,

spuria si procurò la scaltra Circe

sottoponendo una mortal polledra.

Con tali doni e detti di Latino

fanno ritorno eccelsi su’ cavalli

gli Eneadi e con pacifico messaggio.

Ed ecco da l’inachia Argo tornando

l’aspra Donna di Giove il ciel col carro

teneva, e lieto Enea, lieta la flotta

de’ Dardani per l’etere lontano

distinse fin dal siculo Pachino.

Già case edificare, assicurarsi

fuor de le navi già li vede a terra;

e s’arrestò trafitta di dolore.

Poi prorompe cosí scotendo il capo:

“Razza odïosa! e a’ fati miei contrario

fato de’ Frigi! Del Sigeo ne’ campi

caddero? o presi fur quando fur presi?

o Troia in fiamme seco li consunse?

Per mezzo de’ nemici e degl’incendi

trovarono la via. Certo il mio nume

stanco d’odio si giace ed io posai

ben soddisfatta! Anzi implacata volli

seguitarli per l’onde anche in esiglio

e i fuggiaschi sfidar per tutte l’acque.

Vane le forze in lor del ciel, del mare.

Le Sirti o Scilla che mi valse e il gorgo

di Cariddi? Entro al desïato letto

già del Tebro s’acquattano, incuranti

del pelago e di me.

Ben poté Marte

de’ Làpiti stremar la gente fiera,

esso il Dio padre di Diana a l’ire

concesse la vetusta Calidone;

qual tanto orrore i Làpiti mertando

o Calidone? Ma di Giove io l’alta

consorte, che già nulla d’intentato

seppi lasciar, ch’ebbi ricorso a tutto,

sono vinta da Enea.

Che se il mio nume

assai grande non è, senza esitare

implorerò qual sia dovunque nume:

se il Ciel non posso, moverò l’Inferno.

Non sarà dato, e sia, dal latin regno

respingerlo, e gli è fissa per destino

Lavinia moglie: ma protrarre in lente

dimore ben si può sí grandi eventi,

ma ben si può de’ due re logorare

i popoli. A cotal prezzo de’ suoi

siano genero e suocero congiunti.

Sangue troiano e rutulo per dote,

vergine, avrai, e a pronuba Bellona.

Non, d’una face la Cisseide incinta,

partorí sola fiamme nuzïali:

tale è il suo nato a Venere, novello

Paride anch’esso e nova infausta teda

al rinascente Pergamo”.

Ciò detto,

terribile calò verso la terra.

Da la dimora de le crude iddie

tenebrosa d’Averno Alletto chiama

contristante, che l’aspre guerre ha care,

l’ire, l’insidie e le nocenti accuse.

Fin Pluto padre l’odia, odiano il mostro

le tartaree sorelle: in tante ree

forme si cangia, tanti in suo squallore

porta serpenti. Or a costei Giunone

aggiunge sprone di parole tali:

“O vergin figlia de la Notte, dona

una fatica a me, sí che non cada

il nome e l’onor mio, né per connubii

possan gli Eneadi circuir Latino

né si usurpare italo suol. Tu puoi

unanimi fratelli armare in guerra,

e le case turbar d’astio; flagelli

a’ tetti e faci funebri avventare;

hai mille nomi, mille arti a rovina.

Scuoti il fecondo sen: la pattuita

rompi amistà, cause di guerra intreccia;

arme la gioventú gridi e le afferri”.

De’ gorgònei veleni Alletto pregna

al Lazio prima e a l’alte case è volta

del sir laurente e invade le silenti

soglie d’Amata, che il venir de’ Teucri

e gl’imenei di Turno agitano, arsa

di femminile affanno e di rancore.

Da’ cerulei capelli a lei la dea

un angue scocca per il seno al cuore,

onde la casa ella in furor sconvolga.

Quel tra le vesti e i molli seni lieve

guizza e non tocca, e inavvertito infonde

il viperino spirito a la folle.

Al collo le si fa monile d’oro

il gran serpe, si fa prolissa benda

e lega il crine e per le membra scorre.

Mentre il primo contagio insinuato

del viscido veleno i sensi tenta

e reca a l’ossa l’ardor suo, ma tutta

non anche in petto divampò la fiamma,

ella parlò rimessa e come donna

con molto lagrimar sopra il connubio

frigio de la figliuola. “E si dà sposa

agli esuli Troiani, o re, Lavinia?

né pietà de la figlia e di te stesso,

né de la madre hai tu, che al primo vento

qui lascierà quel perfido ladrone

prendendo il mar con la fanciulla? A Sparta

non entra in questo modo il pastor frigio

ed Elena ledèa portasi a Troia?

Ove la pia tua fede? ov’è l’antica

cura de’ tuoi? a che fu tante volte

data tua destra al consanguineo Turno?

Se un genero a’ Latini si richiede

straniero, e questo hai fermo e t’urge il cenno

di Fauno padre, qual città non serve,

libera, a’ nostri scettri, io quella estimo

straniera e che cosí dican gli Dei.

Anche Turno, chi cerchi la radice

prima, fu nato da’ progenitori

Inaco e Acrisio in grembo di Micene”.

Come con tali detti invan tentando

vede Latino immobile, e il serpente

furïal penetrato a le midolle

tutta omai la possiede, oh! l’infelice

allor, a orrende visïoni in preda,

per l’immensa città corre invasata.

Qual va sotto a la sferza la fugace

trottola, cui pe’ vuoti atrî in gran giro

volonterosi cacciano i fanciulli,

via la trottola va sotto a la sferza

in curve scorse; i giovinetti visi

le pendon sopra curïosi, il bosso

ammirando volubile, e la frusta

ne ravviva il vigor: impetuosa

non men per mezzo le città è rapita

e i popoli feroci. Indi a le selve

fuor, somigliando una baccante invasa,

a piú d’eccesso tratta e di follia,

vola, e la figlia tra i frondosi monti

cela, per impedir, per indugiare

il talamo e le tede a’ Teucri. Freme:

“Evoé, Bacco!”, solo te gridando

de la vergine degno, e per te quella

stringere i molli tirsi, a te danzare

in coro, sacre a te pascer le chiome.

La fama vola, e di furore accese

eguale ardor tutte le madri spinge

a nova stanza: lasciano le case;

dànno le chiome su le spalle al vento,

empiono altre di tremuli ululati

l’aria, cinte di pelli, in man le verghe

pampinose. Essa in mezzo a tutte ardente

regge un brancon di pino in fiamme e canta

di Lavinia e di Turno l’imeneo,

sguardando con sanguigni occhi, e ad un tratto

rauca prorompe: “Udite olà, dovunque,

madri latine; se nel cuor vi resta

affetto pio de l’infelice Amata,

se amor vi punge del materno dritto,

sciogliete al crin le bende, e con me fate

l’orgia”. Cosí via per le selve e gli ermi

luoghi ferini Alletto la regina

con gli stimoli bacchici travolge.

Poi che le parve il furor primo assai

aver desto ed il senno sovvertito

e di Latin tutta la casa, tosto

indi la triste dea su l’ali fosche

va de l’audace Rutulo a le mura,

città ch’è fama Danäe fondasse

per acrisïonèi coloni, addotta

da impetüoso Noto. Àrdea fu detto

il luogo un dí dagli avi, ed Àrdea serba

ora il gran nome, ma la sua fortuna

fu. Ne la reggia per la nera notte

allor Turno posava a mezzo il sonno.

Spogliasi Alletto l’orror suo di Furia

e in sembianze senili si trasforma;

solca di rughe la rea fronte, e assume

una canizie con la benda e il ramo

d’olivo; divien Càlibe, l’annosa

sacerdotessa al tempio di Giunone,

ed apparisce al giovine dicendo:

“Turno, tante fatiche sparse al vento

sopporterai, e che il tuo scettro sia

trasferito ne’ Dardani coloni?

Le nozze il re, la dote a sangue compra

ti nega; stranio successor si chiede.

Or va, t’offri, deriso, a steril rischio;

va, vinci le falangi etrusche, e copri

de la pace i Latini. Essa ciò dirti

chiaro, che in sonno placido giacevi,

m’ingiunse la Saturnia onnipotente.

Fiero comanda or tu s’armino i prodi

e prorompano a guerra, e i frigi duci,

che son posati lungo il fiume bello,

e le dipinte chiglie incendia. Il vuole

la forza grande de’ Celesti. Ed esso

il re Latino, dove non prometta

di conceder le nozze e stare al detto,

impari e al fine assaggi in campo Turno”.

A la sua volta, cosí, deridendo

la profetessa, il giovine ripiglia:

“Che una flotta le foci entrò del Tebro,

non m’è, come tu pensi, annunzio novo.

Non crearmi spaventi: e la dia Giuno

ha memoria di noi.

Ma la vecchiezza squallida e insensata

te di vani pensieri, o madre, affanna

e tra l’armi de’ re con falsa tema

te vate illude. È cura tua guardare

le statue sacre e il tempio; in man de’ prodi

stian guerra e pace, ché la guerra è loro”.

A tali detti Alletto arse in furore;

e al giovine tra ‘l dir prese improvviso

tremito i membri e si sbarraron gli occhi,

di tante serpi sibila l’Erinni,

e tal si manifesta in sua figura.

Poi con fiammanti obliqui sguardi lui

cosí perplesso e che volea piú dire

respinse, due rizzò serpi sul crine,

squassò il flagello e fremebonda aggiunse:

“La squallida son io che l’insensata

vecchiezza tra l’armi de’ re di falsa

tema illude. Qui guarda: da la casa

de le crude sorelle io vengo, e in mano

ho guerra e morte”.

Scagliò, ciò detto, al giovine una face

e in cuor gli fisse la fumosa fiamma.

Rompe il suo sonno gran timor, profuso

gli va sudor per l’ossa e la persona.

Armi freme furente, armi ricerca

presso il letto e per casa; si disfrena

l’amor del ferro e la demenza atroce

de la guerra, insiem l’ira: cosí quando

con romoroso strepito s’accosta

vampa di stecchi al gorgogliante rame

e sussultano l’acque, entro è un furore

fumante e sopra un ridondar di spume,

né l’umor si contien; vapora e vola.

Dunque, la pace perturbata, ei manda

i precipui de’ prodi al re Latino

volendo l’armi apparecchiarsi, Italia

difendere, il nemico ricacciarne:

lui a’ Teucri venir buono e a’ Latini.

Poi che sí disse ed invocò gli Dei

a’ voti suoi, s’esortano a vicenda

i Rutuli a la guerra, insiem commossi

da quel fulgor di giovenil bellezza,

dagli avi re, dal ben provato braccio.

Mentre i Rutuli Turno empie d’ardire,

lo stigio vol dirizza Alletto a’ Teucri.

Spiato il luogo con malizia nova

dove sul lido il vago Giulo in caccia

le fiere urgea, la vergin di Cocito

súbita bramosia mette a le cagne

recando loro al fiuto un noto odore,

che d’un cervo balzassero su l’orme;

prima cagion che fu de l’aspre pugne

ed a guerra infiammò gli animi agresti.

Bellissimo era e di gran corna un cervo,

cui di Tirro i figliuoli avean rapito

da la poppa materna e il nutrian essi

e Tirro pur, ch’è degli armenti regi

e di largo terren capo e custode.

Mansüefatto Silvia la sorella

con ogni cura ornavalo tessendo

a le corna ghirlande e il pettinava

e lavava a la limpida sorgente.

Quello, dolce a la mano e de’ padroni

uso a la mensa, errava per le selve,

poi da sé stesso a la sua nota casa,

quantunque a tarda notte, ritornava.

Lui lungi errante le agognanti cagne

di Giulo impaurirono, nel mentre

che giú fluía secondo la corrente

a temperar sul verde greto il caldo.

Desso Ascanio, allettato a sí bel colpo,

gli dirizzò dal curvo arco uno strale;

né il dio non l’assisté, sí che fallisse,

ma sibilando la saetta venne

per il ventre a passarlo e per i fianchi.

Ferito rifuggí dentro il recinto

il silvestro ed entrò gemendo al chiuso,

e sanguinando tutte di lamento

le case riempía com’un che implora.

Prima Silvia sorella, percotendo

a le braccia le palme, aiuto chiede

ed alto chiama i duri agricoltori.

Quelli (ché la pestifera nemica

cova ne’ boschi) accorrono improvvisi;

chi d’uno spiedo armato arso a la cima,

chi di mazza nodosa; arme fa l’ira

di ciò che ognun nel primo impeto afferra.

Tirro le torme aduna, come in quattro

una quercia co’ cunei allor spaccava,

con piglio atroce la bipenne alzando.

La fiera dea, da le vedette il tempo

al nuocer còlto, in vetta a le capanne

balzata, dal comignolo piú alto

squilla il segnale pastoral, nel curvo

corno sforzando la tartarea voce;

onde tosto tremò quant’era il bosco

e le valli echeggiarono dal fondo:

udí lontan di Trivia il lago, bianca

la Nera udí de la sulfurea vena

e i fonti del Velino, e paurose

strinsero al seno i pargoli le madri.

Pronti a la voce allor, dovunque il fiero

a segno squillò, concorrono i rubesti

agricoli con l’armi d’ogni parte;

e la troiana gioventú non meno

vien d’aiuto ad Ascanio in campo aperto.

Steser le file. Non agreste mischia

è piú di baston duri e pali aguzzi:

col bitagliente ferro è la tenzone,

e atra e ampia e ispida la mèsse

de le spade; rifulgono i metalli

dal sol percossi e sprizzan lampi in aria:

cosí quando a imbiancar principia il mare,

a poco a poco si solleva e ondeggia,

e sconvolgesi poi dal fondo al cielo.

Qui su la prima schiera Almone, il figlio

maggior di Tirro, di stridente dardo

cade; lo colse la ferita in gola

e col sangue gli chiuse de la voce

l’umida strada ed il sottil respiro.

Molti intorno con lui caddero, e il vecchio

Galéso, mentre s’offre a trattar pace,

giusto che fu per eccellenza e un tempo

ricchissimo d’ausonie terre; cinque

gli ritornavan greggi e cinque armenti,

e lavorava il suo con cento aratri.

Mentre ne’ campi la battaglia pende,

la dea che piena ha sua promessa, intrisa

già di sangue la guerra e cosí strette

le uccisïoni de la prima pugna,

lascia l’Esperia e su per l’aure volta

dice con grido di trionfo a Giuno:

“Eccoti scatenata una discordia

a guerra grande: or di’ che in amicizia

si leghino e patteggino alleanze,

poi che bagnai d’ausonio sangue i Teucri.

Altro farò se il tuo voler m’è chiaro:

trarrò nel foco le città vicine

co’ parlari, attizzando il folle amore

di Marte; spargerò l’armi per l’agro”.

Ma Giuno a lei: “Già di spaventi e inganni

è assai. Di guerra le cagioni stanno:

e si combatte da vicin con l’armi:

un caso le forní, le intrise il sangue.

Cosí fatti festeggino sponsali

di Venere il gran figlio e il re Latino.

Che tu piú vada per il ciel vagando,

no ‘l vorrebbe quel Padre che in Olimpo

regna sovrano. Ti diparti: io stessa

vedrò, se alcuna a provveder vicenda

resti”. Sí detto la Saturnia avea.

Quella su l’ali stridule di serpi

librasi e lungi dal superno azzurro

volge a’ recessi di Cocíto. È un luogo

nel mezzo a Italia sotto ad alti monti

per larga fama celebre, le valli

d’Amsanto: ai lati il serrano le falde

d’un bosco bruno, e il solca e romoreggia

un torrente tra’ sassi vorticoso.

Si mostrano ivi una spelonca orrenda

e i pertugi del fiero Dite, e vasta

voragine scoscesa a l’Acheronte

le sue fauci pestifere spalanca;

per esse sprofondando, inviso nume,

l’Erinni terra e cielo allevïava.

L’ultima intanto dà mano a la guerra

la Saturnia regina. Da la pugna

premono a la città tutti i pastori

e ne riportan morti il giovinetto

Almone e di Galéso il guasto volto,

e implorano gli Dei, chiaman Latino.

V’è Turno e, in mezzo al rinfacciar focoso

di quella strage, lo sgomento accresce:

Teucri chiamarsi al regno, mescolarsi

la stirpe frigia, ributtarsi lui.

Quelli poi, le cui madri in preda a Bacco

batton le selve inospite ne l’orgia,

(ché non lieve d’Amata il nome pesa)

vengono d’ogni parte e incalzan marte.

Universale è il chiedere l’indegna

guerra, contro gli augúri, contro i fati

degli Dei, rovesciando il voler sommo.

Stringon la reggia di Latino a prova.

Ei sta, come del mare immota rupe,

come rupe del mar che tra l’assalto

d’innumerevoli onde fragoroso

emerge salda; indarno gl’irti scogli

fremono intorno e spumano, e sbattuta

contro i suoi fianchi ne ripiove l’alga.

Ma poi che alcuna facoltà non resta

a vincere quel cieco impeto e al cenno

de la cruda Giunon vanno le cose,

alto implorando in testimonio i Numi

e l’aure valle esclama il padre:

“Infranti

ahi! siam dal fato e preda a la procella.

Ben questa pena voi con l’empio sangue

pagherete, o infelici. E a te si serba,

a te, Turno, purtroppo, aspro castigo,

e i Numi implorerai con tarda prece.

Ché a me pronto è il riposo, e tutto omai

entrando in porto, sol mi veggo privo

d’una fine felice”.

Ei cosí disse,

né disse piú: si chiuse ne le stanze,

e abbandonò le redini del regno.

Era un costume ne l’esperio Lazio,

che le albane città retaggio sacro

tennero, il tiene la superba Roma,

quando movono Marte a nuove pugne,

sia che portar la lagrimevol guerra

vogliano a’ Geti o agli Arabi o agl’Ircani,

sia che tender agl’Indi ed a l’aurora

e a ridomandar le insegne ai Parti.

Sono due porte de la guerra (è il nome)

sacre per il devoto onor di Marte:

cento le chiudon bronzee sbarre e tempre

di ferro eterne; de le soglie è assiduo

custode Giano. Queste, quando i padri

hanno fermo il proposito de l’armi,

esso il console, della quirinale

trabea fregiato e del gabino cinto,

cigolanti disserra, e guerra indíce:

il seguono gli eserciti, ed i corni

rispondono metallici consensi.

In questa forma si chiedeva allora

che sfidasse gli Eneadi Latino

e dischiudesse le dolenti porte.

Toccarle il padre non volea, si tolse

il triste peso e si celò ne l’ombra.

Ma la Saturnia degli Dei regina

scesa dal cielo di sua man le porte

spinse indugianti, e da’ cardini loro

le ferree imposte de la guerra infranse.

Arde l’Ausonia, cheta e immota avanti.

V’è chi s’addestra a ir pedone, in sella

chi tra la polve alto volteggia; tutti

cercano l’armi. I levigati usberghi

lustra taluno e le quadrella ardenti

con pingue grasso e affilano le scuri:

piace i vessilli alzare e udir le trombe.

Ben cinque gran città sopra le incudini

armi foggiano nuove, la possente

Atína e la superba Tivoli, Àrdea

e Crustumerio ed Antenna turrita.

Gli schermi altri arrotondano del capo,

piegano il salce a intessere gli usberghi;

martellano altri bronzëe corazze,

lisci schinieri di duttile argento:

ogni onore di vomere e di falce,

ogni amore d’aratri or qui s’è vòlto;

fanno a’ fuochi le spade de la patria.

E già le trombe squillano, va intorno

la tessera a conoscersi tra l’armi.

Questi trepido spicca a la parete

l’elmo; costringe i frementi cavalli

al giogo quegli, e il clipeo e la lorica

a fili d’oro triplici si veste

e la spada fedel cingesi al fianco.

Aprite or l’Elicona, o Dive, e i canti

dettate: quali re sorsero in guerra,

quali a ciascun seguaci schiere in campo

stettero, e di che prodi fin d’allora

fiori l’Italia, quale incendio l’arse.

Ben voi lo ricordate, o Dive, e voi

mentovarlo potete: a noi soltanto

una lieve discende aura di fama.

Primo entra in guerra da l’Etruria fiero

lo sprezzatore degli Dei Mezenzio

e le schiere arma. A lui daccanto il figlio

Lauso, di cui tranne il laurente Turno

piú bello altri non era, di cavalli

domator, cacciator di belve Lauso

mille adducea da la città di Agilla

guerrieri inutilmente a lui seguaci,

degno di assai miglior paterno impero

e di avere altro padre che Mezenzio.

Dopo questi, figliuol d’Ercole bello,

bello Aventino via per l’erba un cocchio

di palma adorno ostenta e trionfali

cavalli e porta su lo scudo l’idra,

paterna insegna, di cento angui cinta.

Lui del colle Aventino entro la selva

furtivo in luce diè Rea sacerdote,

donna a dio mista, poi che vincitore

de l’estinto Geríone il Tirintio

ebbe tocchi i laurenzi campi e immerse

nel tosco fiume le giovenche ibére.

Pili portano in guerra e stili acerbi,

tornito stocco e schidïon sabello.

Esso a piedi, in gran pelle leonina

ravvolto la persona, e tratto in capo

l’orribil vello da le zanne bianche,

cosí veniva a’ regi tetti, fiero,

con quel mantello erculeo su le spalle.

Fratelli, lascian le tiburti mura,

dal fratello Tiburto nominate,

Catillo e l’aspro Cora, argivo sangue,

che in prima fila corrono a la mischia:

come due nubigeniti Centauri

quando da’ monti calano, lasciando

Otri nevoso e Òmole di corsa;

fa luogo la foresta a’ ruinanti

e si ritrae frusciando ogni virgulto.

Fondator de le mura prenestine

Cèculo non mancò, re che a Vulcano

ogni età tra gli armenti credé nato

e ritrovato sopra il focolare.

Rustica legïone è con lui molta:

quei che l’alta Preneste e il suol gabino

tengon di Giuno e il gelido Anïene

e le fresche di rivi Erniche vette;

quelli cui pasce l’ubertosa Anagni,

quei che tu, Amasén padre. Non han tutti

armatura, non suon di scudo o carro:

gettano ghiande di livido piombo

i piú, parte hanno due lanciotti in mano,

fulvi galéri di lupina pelle

in capo, e nuda del sinistro piede

l’orma, l’altra ricopre un rozzo cuoio.

Ma di cavalli domator Messàpo,

nettunia prole, cui con fuoco o ferro

niuno si vanta di prostrar, le genti

da tempo lente e a guerra i disusati

ordini a un tratto schiera e il ferro snuda.

Son fescennine squadre e sono questi

gli Equi Falisci, questi abitan l’alto

Soratte e i campi di Flavinia e il lago

di Cimino col monte e di Capena

i boschi. Andavano in eguali file

e il loro re cantavano tra via;

come talor tra ‘l chiaro äere i bianchi

cigni che al ritornar da la pastura

rendon concenti per i lunghi colli:

il fiume ne risuona e largamente

l’asia palude.

Né penserebbe alcun che armate schiere

fosser formate di cotanta turba,

ma che da l’alto mar spinta venisse

una nube di rochi uccelli al lido.

Ecco dal vecchio sangue de’ Sabini

Clauso con grande schiera, ed una grande

schiera esso val, dal quale or si propaga

nel Lazio la tribú Claudia e la gente,

poi che fu Roma de’ Sabini in parte.

Amiterna coorte numerosa

v’era e i prischi Curíti e tuttaquanta

Erèto e l’olivifera Mutusca;

v’eran quei che Nomento abitan, quelli

che Rosea del Velino, e che i dirupi

di Tètrica aspri ed il monte Severo,

Casperia, Fòruli e d’Imella il fiume,

quei che il Tevere e il Fàbari disseta,

quei che inviò la fredda Norcia e Orte

e i popoli Latini, quei che bagna

interfluendo l’Allia, infausto nome:

quante son l’onde libiche, calando

fiero Orïon nel pelago invernale,

o dense al novo sole ardono spiche

lunghesso l’Ermo o ne la Licia bionda.

Suonan gli scudi e il suol calpesto trema.

Quindi, nemico del troiano nome,

l’agamennonio Aléso il carro aggioga

e mille a Turno popoli feroci

trae: quelli son che il massico terreno

arano lieto de la vigna, quelli

che i padri Aurunci invian dagli alti colli,

che la pianura Sidicina invia,

quei che lasciano Cale, e il nato in riva

del Volturno guadoso, e di par l’aspro

Satículo e i manipoli degli Osci.

Àclidi ben tornite hanno a lanciare,

e le usano allacciare a obbedïente

briglia: cetra protegge le sinistre,

pugnano da vicin spade falcate.

Né passerai taciuto nel mio canto,

Èbalo, tu, cui procreò, si dice,

a da la ninfa Sebètide già vecchio

Telone, mentre de’ Telèboi regno

Capri tenea; ma del tenér paterno

non piú contento il figlio in suo dominio

ampio abbracciava i popoli Sarrasti

e il pian che Sarno riga e gli abitanti

e di Rufra e di Batulo ed i campi

di Celemna e color cui d’alto mira

la pomifera Abella, usi lanciare

a la guisa teutonica cateie:

spiccano per difesa de la testa

la corteccia del sughero; di bronzo

brillan le targhe, brillano le spade.

E te mandò la montuosa Nersa,

Ufente, chiaro e fortunato in armi.

Ben selvaggia è sua gente e avvezza a molto

cacciar boschivo, Equicoli dal duro

suolo. Armati lavorano la terra,

e fresche sempre convogliar le prede

è lor piacere e viver di rapina.

E di Marruvia gente sacerdote,

col ramo a l’elmo del benigno ulivo,

per cenno di re Archippo, Umbrone venne

fortissimo. La razza viperina

e l’idre attossicanti egli soleva

cantando e carezzando addormentare,

blandirne l’ire e medicarne il morso.

Pure guarir de la dardania punta

non seppe il colpo, e per la sua ferita

il sonnifero canto non gli valse

e le pe’ marsi clivi erbe raccolte.

Te la selva d’Angizia, te gli specchi

pianser molli del Fúcino.

Bellissimo a la guerra anche movea

d’Ippolito figliuol Virbio che Aricia

madre inclito mandò, cresciuto a l’ombre

di Egeria lungo le fluenti rive,

ove ha Diana altar florido e pio.

Ché d’Ippolito è fama, poi che morto

per l’arti fu de la matrigna e al padre

diede il suo sangue in pena, dagli ombrati

cavalli strascinato, un’altra volta

rivedesse le stelle e il cielo azzurro

per l’erbe di Peone e il cuor di Trivia.

Allora il Padre onnipotente, in ira

avendo che mortale alcun risorga

da l’ombre inferne al raggio de la vita,

il trovator di tale medicina

e maestria benché figliuol di Febo

col fulmine a la stigia onda sospinse.

Ma l’alma Trivia ne’ recessi asconde

Ippolito, e a la ninfa Egeria e al bosco

il relega, dov’ei solingo in selva

ignorato dagl’Itali vivesse

e Virbio fosse con mutato nome.

Onde ancora da quel tempio di Trivia

e da l’ombre devote si tien lungi

de’ cavalli lo scalpito, ché il cocchio

sul lido riversarono ed il sire

dal portento marino impauriti.

Non meno il figlio esercitava al piano

corsieri ardenti e li spronava in guerra.

Esso tra i primi vigoroso Turno

vibrasi in armi e tutto il capo ha sopra.

Il suo di tre criniere elmo crinito

una Chimera inalbera che soffia

fuochi etnei da le fauci e allor piú freme

e piú lampeggia furïosa quando

aspre le pugne piú corrono sangue.

D’oro il suo liscio scudo adornava Io

cornuta e già di peli irta giovenca

(argomento preclaro) e custode Argo

de la fanciulla ed Inaco suo padre

versando acque da l’urna cesellata.

Di fanti un nembo il segue e in ogni campo

si addensan clipeate file, Argivi

giovani e Aurunci, Rutuli e vetusti

Sicani, de’ Sacrani insiem lo stuolo

e de’ Labíci dal dipinto scudo,

quei che aran, Tiberino, i boschi tuoi

e del Numíco il terren sacro, o il solco

guidano per le rutule pendici

e pel capo Circeo; le terre che ama

proteggere Giove Ànxuro e Feronia

lieta del verde bosco, e dove imbruna

di Sàtura il padule, e il fresco Ufente

cerca la via per lime valli al mare.

Giunse oltre questi da la Volsca gente

Camilla che uno stuol di cavalieri

conduceva ne l’arme luminosi;

guerriera, né avvezzò le femminili

mani a’ cestelli e al fuso di Minerva,

ma fanciulla sfidar le maschie prove

e superare ne la corsa il vento.

Ben passerebbe a fiore de le messi

senza offesa lasciar pure una spiga;

alta per mezzo il mar su l’onde gonfie

sorvolerebbe con le piante asciutte.

Lei da le case, lei da’ campi accorsa

tutta la gioventú mira e le madri

la guardano passar, tra sé stupiti

de la porpora regia che le spalle

morbide vela, de la fibbia d’oro

che le annoda i capelli, e come venga

essa portando la faretra licia

e il mirto pastoral ferrato in punta.

LIBRO OTTAVO

Poi che da la laurente rocca il segno

levò Turno di guerra e in rauco suono

strepitarono i corni, e poi che scosse

de gli animosi cavalli e spinse l’armi,

subito i cuori s’agitano, tutto

congiura il Lazio impazïente, e freme

fiera la gioventú. Messapo e Ufente

e sprezzatore degli Dei Mezenzio

son duci primi a radunar le forze

desolando di braccia i campi intorno.

Vènulo inoltre a la città s’invia

del grande Dïomede, per ausilio

chiedere ed annunciargli esser nel Lazio

i Troiani; che giunto Enea dal mare

porta i Penati vinti, e sé dai fati

dice richiesto a re; che al sir dardanio

molte genti s’accostano e il suo nome

frequente per le lazie aure si spande.

A che si accinga, qual successo a l’armi,

se la fortuna lo secondi, agogni,

piú manifesto deve a Dïomede

che a Turno re parere o a re Latino.

Ciò per il Lazio.

E il laömedontèo

eroe, tutto vedendo, in gran tempesta

ondeggia di pensieri, or qua la mente

e or là rapida volge, e in ogni parte

le dà l’ali per tutte le vicende:

qual tremulo brillar d’acque ne’ bronzei

vasi, dal sol percosso o da la luna

specchiata, lieve si riflette intorno

e balza e il sommo de le stanze irraggia.

Era notte, e per ogni terra stanchi

gli animali che volano e che vanno

alto sonno teneva: il padre Enea

su la riva e sottesso il freddo cielo,

afflitto in cuore da la triste guerra,

diede a le membra sue tardo riposo.

Ed ecco gli sembrò che si levasse

dal fiume ameno tra i frondosi pioppi,

nume antico del luogo, Tiberino;

tenue lino il cingea di glauco velo,

le canne gli ombreggiavano i capelli;

e cosí gli dicesse a suo conforto:

“O stirpe degli Dei, che ne riporti

di tra’ nemici Troia e fai perenne

Pergamo, o sospirato ne la terra

laurente e ne’ latini campi, è questa

la casa tua, son qui, non ne partire,

i tuoi Penati, né temer minacce

di guerra: tutto si posò il bollore

de l’ire degli Dei.

Eccoti già – che tu non creda un vano

sogno vedere – sotto l’elci a riva

grande giacer la scrofa troverai

che si sgravò de’ trenta capi, bianca,

per terra, bianchi a le sue poppe i nati.

Di qui tre volte i dieci anni volgendo,

Ascanio fonderà dal chiaro nome

Alba. Non presagisco incerte cose.

Or breve, ascolta, ti dirò la via

che vincitor tu quel che preme adempia.

Gli Arcadi, scesi da Pallante, in queste

spiagge, seguendo Evandro e i suoi vessilli,

elessero lor sede e sopra il monte

posero la città che dal loro avo

Pallante nominaron Pallanteo.

Questi hanno guerra co’ Latini assidua;

te li associa a l’impresa in alleanza:

io stesso indietro t’addurrò pel fiume

a vincere co’ remi la corrente.

Su, figliuol de la Dea, col declinare

primo degli astri porgi le sue preci

a Giunone e ne supera co’ voti

supplichevoli l’ira e le minacce.

A me l’onor farai dopo il successo:

qual tu mi vedi radere le sponde

in piena tra le terre coltivate,

il cerulèo Tevere son io,

fiume al ciel prediletto. Qui la grande

mia casa, il capo a città eccelse nasce”.

Disse, indi il fiume si calò ne l’imo

letto: lasciano Enea la notte e il sonno.

Si leva, e vòlto dove sorge il sole

devoto tra le palme acqua dal fiume

attinge e verso il ciel move la voce:

“Ninfe, laurenti Ninfe, onde hanno i rivi

origine, e tu, Tebro genitore

col fiume santo, ricevete Enea

e traetelo alfine da’ perigli.

Qualunque il gorgo sia che te raccoglie

che pietà senti de’ travagli nostri,

qualunque il suolo onde bellissimo esci,

sempre l’onor, sempre i miei doni avrai,

lunato fiume re de l’acque esperie.

Solo m’assisti e mi conferma il cenno”.

Ei cosí parla, e da la flotta due

biremi sceglie col remeggio loro,

insieme dà l’armi a’ compagni. Ed ecco,

improvviso mirabile portento,

candida tra le piante e concolore

co’ bianchi nati su la verde riva

una scrofa giacersi. A te l’immola

il pio Enea, a te, massima Giuno,

e la fa star con la sua turba a l’ara.

Il Tevere abboní, per quanto è lunga

quella notte la sua gonfia corrente

e sí la rese tacita che, a modo

di cheto stagno e placida palude,

piana si stende e senza intoppo al remo.

Dunque l’impresa via con rumor lieto

tengono; scorre lo spalmato abete;

e ammiran l’onde, ammira la foresta

sorpresa lungi lampeggiar gli scudi

e nuotando venir le pinte prore.

Quei sudano al remeggio e notte e giorno

e seguono le lunghe curve; sotto

agli alberi scompaiono, solcando

per il placido pian le verdi selve.

Salito in mezzo al cielo il sole ardea,

quando i muri e la rocca di lontano

vedono e rari de le case i tetti:

la romana grandezza or tutto quivi

fece divino, allor tenealo Evandro

povero regno. Volgono le prore

rapide e a la città si fanno presso.

Giusto quel dí rendea solenne rito

a l’Anfitrïonïade e agli Dei

l’arcade re fuor la città nel bosco.

Con lui Pallante suo figliuol, con lui

i principali e il povero senato

incensi offrian: fumava il sangue a l’are.

Come vider le navi alte e tra ‘l folto

quelli appressar curvi su’ remi e muti,

sgomenti al subito apparir, da mensa

balzano tutti. Ma Pallante audace

vieta che il rito s’interrompa, e solo,

afferrato uno stral, vola a l’incontro,

e da un’altura lungi grida: “Oh voi,

qual vi spinse cagion pe ‘l nuovo solco?

chi siete? onde venite? a pace o guerra?”

Da l’alta poppa il padre Enea risponde

porgendo il ramo de la mite oliva:

“Teucri tu vedi ed a’ Latini avverse

armi, che quelli con superba guerra

cacciano a ramingar. Veniamo a Evandro.

Tornate e riferitegli esser giunti

eletti di Dardania condottieri

a domandare un’alleanza d’armi”.

Stupí Pallante al suon di tanto nome:

“Approda, qual tu sia, parla a mio padre;

entra a’ nostri Penati ospite” disse:

e l’accolse e si strinse a la sua destra.

Sotto le piante avanzano dal fiume.

Enea si volge al re con voce amica:

“Ottimo tu de’ Greci, a cui Fortuna

volle ch’io porga preci e stenda i rami

tra le bende, non io certo temei

perché duce d’Argivi arcade fossi

e consanguineo de’ fratelli Atridi;

anzi la fede mia, del cielo i santi

oracoli, i comuni avi, la tua

fama pe ‘l mondo, a te sí m’hanno stretto,

da venir lieto per la via de’ fati.

Dardano, d’Ilio padre e fondatore,

nato di Elettra atlantide, al narrare

de’ Grai, ne viene a’ Teucri: il sommo Atlante

Elettra procreò, che su le spalle

del ciel regge le volte. A voi Mercurio

è padre, cui la bella Maia espose

su la gelida vetta di Cillene:

or, se al narrar diam fede, Atlante Maia,

lo stesso Atlante genera che regge

gli astri del ciel. Cosí d’ambo la schiatta

scende d’un sangue e si dirama in due.

Fidato in questo, te provar non volli

prima per arte di legati: io stesso

venni, io mi t’offerisco, io ti scongiuro.

Quella stessa, che te, gente di Dauno

noi guerreggia crudel: cacciati noi,

nulla pensa mancar, che al giogo suo

tutta l’Esperia non sommetta e regni

quel mar che sopra e quel che sotto ondeggia.

Prendi e rendi la fede: in guerra forti,

e cuore abbiamo e ben provata gente”.

Questo avea detto Enea. Mentr’ei parlava,

pur gli veniva l’altro esaminando

il viso e gli occhi e tutta la persona.

Poi breve esclama: “Oh di che cuor t’accolgo,

fortissimo de’ Teucri, e ti ravviso!

come la voce e le parole e il volto

del grande Anchise padre tuo rammento!

Sí, mi sovvien che Priamo sovrano,

per visitar de la sorella Esíone

il regno, mosso a Salamina, al freddo

si sospinse paese de l’Arcadia.

Allora fresca mi fioría la gota:

guardavo i teucri duci, esso guardavo

il Laömedontïade, ma sopra

tutti era Anchise. Oh giovanil vaghezza

di favellargli e di toccar sua mano!

M’accostai, giubilai con me d’averlo

a Fènëo. Partendo egli mi diede

una bella faretra e licie frecce,

una clamide in oro ricamata,

d’oro due freni che usa il mio Pallante.

Dunque è già stretta, qual chiedete, al patto

la mia destra, e domani a’ primi raggi

vi lascierò partir lieti d’aiuto

e giovati di forza. Intanto a l’annuo

rito, che è colpa differire, amici

poi che giungeste, unitevi di cuore

e a le mense de’ soci or già v’usate”.

Detto cosí, fa le vivande apporre

di nuovo e i nappi già levati; alloga

esso i guerrieri in seggio erboso, e a onore

sopra un gran vello leonino Enea

accoglie e al soglio d’acero l’invita.

Recano a prova allor scelti garzoni

e il ministro de l’ara abbrustolate

carni di tori, colmano canestri

di lavorati cereali doni

e versan bacco. Insiem si ciba Enea

e la troiana gioventú del tergo

d’un gran bove e di viscere lustrali.

Doma la fame ed il desio de’ cibi,

soggiunge Evandro: “Questo sacro rito,

questo solenne desco, quest’altare

di sí gran nume, non l’impose a noi

vana e obliosa degli antichi Dei

superstizione: salvi da crudeli

rischi, ospite troian, cosí facciamo

e meritato rinnoviam l’omaggio.

Or vedi prima questa rupe in alto

sospesa, e come, dissipati i massi,

vuota del monte sia la casa e vasto

scoscendimento intorno. Una spelonca

qui fu che immensa s’internava addentro,

e il crudo ceffo la tenea di Caco

mezzo bestia, del sol negata ai raggi:

sempre fumava il suol di fresco sangue,

e sempre affissi a le feroci porte

erano volti pallidi e stillanti.

Padre del mostro era Vulcano; e i foschi

fuochi di lui di bocca vomitando

enorme esso incedeva. Il tempo alfine

anche al nostro desio portò soccorso

col giungere di un dio. Vendicatore

massimo, de la morte e de le spoglie

del triplice Geríone superbo,

giungeva Alcide e trionfante i grandi

tori davanti a sé per qua spingeva;

tutta la valle e il greto empía l’armento.

Ma in sua follía la mente empia di Caco,

per non lasciar colpa o malizia senza

osar tentarla, quattro da le stalle

splendidi tori trasse ed altrettante

segnalate giovenche; e perché niuna

diretta orma apparisse, per la coda

strascinandoli a l’antro, ed in contrario

volta la spia de la rapina, dentro

la rupe cieca li ascondea: chi cerchi,

no ‘l portava vestigio a la spelonca.

Intanto, come riposati e sazi

già l’Anfitrïonïade gli armenti

movea presto a partir, su la partita

muggirono le mandre e del muggito

fu piena la foresta e la collina.

Rese de le giovenche una la voce

e mugolò sotto il vasto antro e, chiusa,

cosí di Caco il confidar deluse.

Ecco in Alcide pien d’ira e di bile

si fu desto il dolor: rapidamente

porse la mano a la nodosa clava

e prese a corsa su pe ‘l monte. Allora

videro i nostri per la prima volta

Caco allibir tutto smarrito: fugge

subito via piú rapido del vento

verso l’antro; ali a’ piè diè la paura.

Chiuso che fu, fatto piombar, schiantando

la catena, il gran sasso che pendea

per ferro opra paterna, e di tal mole

rafforzata la porta, ecco furente,

ecco il Tirintio sopraggiunger che ogni

adito tenta e qua e là si volge

stringendo i denti. In suo furor tre volte

tutto il monte Aventin gira, tre volte

crolla i massi a le soglie indarno, e lasso

tre volte ne la valle ebbe a fermarsi.

Sul dorso a la spelonca, in mezzo agli altri

mozzi pietroni, altissima spiccava

a lo sguardo una punta, acconcio luogo

a’ nidi degli uccelli di rapina.

Questa, com’era pel declivio prona

a sinistra sul fiume, ei verso destra

sforzò, la svelse fin da le radici,

poi d’un tratto la spinse, e tal fu spinta,

che ne rimbomba l’alto ciel, le rive

sobbalzano e atterrito arretra il fiume.

La spelonca, la gran reggia di Caco

scoperchiata apparí con le profonde

tenebrose caverne; e fu sí come

se a forza spalancandosi la terra

mostrasse i luoghi inferni e i regni bui,

odïosi agli Dei, e quel da l’alto

si discoprisse baratro infinito,

tremando l’ombre a l’inondar del giorno.

Dunque sorpreso lui da l’inatteso

lume nel covo e piú che mai ruggente

di su l’investe con gli strali Alcide,

e gli vien buona ogni arma, e di tronconi

e di macigni smisurati il copre.

Colui (ché piú non è fuga nessuna)

di bocca spira un incredibil fumo

e tutto fa caliginoso intorno,

toglie il vedere e ne lo speco addensa

nebbiosa notte cui lingueggia il fuoco.

Non lo sofferse Alcide e per la vampa

si gittò d’un gran salto, ove piú denso

ondeggia il fumo e il fiotto atro de l’antro.

Là Caco ne le tenebre che vani

vomita incendi d’un gran nodo serra;

scoppian gli occhi e la gola senza sangue.

Rotte le porte or la rea casa s’apre,

e i buoi nascosti e i furti spergiurati

mostransi al cielo, e per i piè si trae

fuor l’orrendo cadavere. Non sanno

sazïarsi a guardar gli occhi feroci,

il ceffo e tutto setoloso il petto

de l’uom selvaggio e le smorzate fauci.

Da quel tempo la festa è celebrata,

e osservarono il dí lieti i figliuoli,

Potizio il primo de l’erculea sagra

ordinator e la Pinaria casa

che n’è custode. Quest’Ara nel bosco

egli innalzò, che noi Massima sempre

diremo e che sarà Massima sempre.

Or, per sí glorïoso beneficio,

v’inghirlandate, o giovani; le tazze

levate ne la destra, e il dio comune

invocate libando il vin devoti”.

Disse, ed il pioppo bicolor d’erculea

ombra velò le chiome intesto e lieve

e il sacro scifo empí la destra. Tutti

libano su la mensa orando i Numi.

Ma declinando il ciel Vespro s’accosta,

e i sacerdoti già, Potizio il primo,

venian, cinti le pelli rituali,

con le fiamme. Rinnovano il convito,

recan de la seconda mensa i grati

doni, di colme lanci empiono l’are.

Indi a l’intorno degli accesi altari

s’avanzano a’ lor canti i Salii, cinti

de le frondi populëe le tempie,

l’un di giovani coro e l’un di vecchi;

e inneggiano l’erculëe fatiche:

come de la matrigna i mostri primi

e i due draghi strozzò con la sua mano;

come abbatté città famose in guerra,

Troia ed Ecalia; come aspri infiniti

sofferse sotto Eurísteo re travagli

pe ‘l mal volere di Giunone. “O invitto,

tu i figli de la nuvola bimembri,

Ilèo e Folo, uccidi, tu il portento

cresio e sotto la rupe il gran leone

di Nèmea. Te tremaron l’acque stigie,

te il guardïan de l’Orco accovacciato

sopra le rosicchiate ossa cruente.

Né mai te mostro impaurí, non esso

Tifoèo torreggiante in armi; l’idra

lernèa smarrito non ti fe’, d’intorno

rigermogliando gl’infiniti capi.

Salve, vero figliuol di Giove, aggiunto

decoro a’ Divi, e a noi ed al tuo rito

con piede favorevole discendi”.

Questo ne l’inno celebrano, e sopra

tutto di Caco aggiungon la spelonca

e lui spirante da le fauci il fuoco.

Empie il canto la selva e l’eco i poggi.

Cosí compiute le divine cose,

tornan tutti a città. Grave il re d’anni

andava e a lato avea compagno Enea

e il proprio figlio, e piú facea gradito

col varïato favellar l’andare.

Mira e per tutto i facili occhi move

Enea, de’ luoghi preso, e chiede e ode

a una a una le memorie antiche.

Il fondator de la romana rocca

Evandro re dicea: “Nativi Fauni

teneano e Ninfe questi boschi, e gente

da’ tronchi uscita e da la dura quercia,

senza legge né modo: aggiogar tori,

adunar frutti e provvidi riporre

non sapeano; ma gli alberi e la dura

caccia li alimentava. Primo venne

da l’Olimpo Saturno che fuggía

l’armi di Giove ed esule dal regno.

Questi la gente indomita e dispersa

pe’ monti alti raccolse e a lor diè legge,

e Lazio volle nominar la terra

ove latente in sicurezza stette.

Il secol d’oro che si narra, lui

regnante fu: de’ popoli gran pace:

fin che un’età scaduta e scolorata

a grado a grado ed il furor di guerra

e l’ingordigia de l’aver successe.

Ausonia schiera poi, genti Sicane

vennero, e spesso la Saturnia terra

depose il nome: i re fur quindi e il fiero

Tebro di gran persona, ond’ebbe nome

da noi Itali Tebro il nostro fiume,

e il suo vero la vecchia Albula perse.

Me di patria sbandito e corsi i rischi

del mar in questi luoghi la fortuna

onnipotente e l’invincibil fato

posero, e de la mia madre la ninfa

Carmente mi v’indussero i solenni

responsi e il dio che l’inspirava Apollo”.

Appena detto avea, s’avanza e mostra

l’ara e la porta che il Romano chiama

Carmental, prisco vanto de la ninfa

Carmente, la veridica veggente

che per la prima presagí futuri

gli Eneadi grandi e il nobil Pallanteo.

Indi ampio bosco addita, ch’esser volle

l’acre Romolo Asilo, e sotto il ciglio

di fredda rupe il Lupercal, che il nome

trae dal parrasio culto a Pan liceo.

E del sacro Argileto addita inoltre

la boscaglia e designa il luogo e narra

quella de l’ospite Argo uccisïone.

Quindi al Tarpeo l’adduce e al Campidoglio,

che d’oro è oggi, allor fu selva e spine.

Allora già un terror sacro del luogo

comprendeva gli agresti abitatori,

venerabondi del selvoso sasso.

“Questo bosco” il re dice “e questa vetta

frondosa, non si sa qual dio, ma un dio

l’abita. Credon gli Arcadi aver visto

esso Giove talor che con la destra

la bruna egida scuote e aduna i nembi.

Qui due dírute moli altresí vedi

resti e ricordi de’ progenitori:

Giano padre quest’arce, e questa pose

Saturno, onde Gianicolo era quella

e quest’altra Saturnia nominata”.

Cosí tra lor parlando a la dimora

già del semplice Evandro eran vicini,

e vedean sparsi mugolare armenti

per il Romano Foro e le Carine

splendide. Come furono a le soglie,

“Qui” disse “entrò vittorïoso Alcide;

questa reggia il contenne. Osa spregiare,

ospite, le dovizie, e te pur degno

fa del dio; vieni, e a povertà sorridi”.

Cosí nel tetto angusto il grande Enea

mise e gli diè foglie per letto ed una

pelle d’un’orsa libica.

La notte

cade e abbraccia con fosche ali la terra.

Ma Venere, sgomenta non indarno

nel cuor materno a le minacce e a’ moti

de’ Laurenti, rivolgesi a Vulcano

entro il talamo d’oro, ed incomincia,

divino amor spirando a le parole:

“Mentre gli argivi re Pergamo a loro

dovuta desolavano di guerra

e con incendio ostil l’arci caduche,

non aita pe’ miseri, non chiesi

armi di tua maestra man, né volli

te, diletto marito, esercitare

inutilmente a l’opera, quantunque

fossi di Priamo a’ figli debitrice

e d’Enea mi accorasse il duro affanno.

Or per voler di Giove egli s’è fermo

ne la terra de’ Rutuli: quell’io

dunque supplice vengo e l’armi chiedo

madre pe ‘l figlio al nume che m’è sacro.

Te di Nereo la figlia e te col pianto

piegar seppe la donna di Titono.

Mira che genti adunansi, ed il ferro

quali affilan città, chiuse le porte,

a offesa mia, per distruzion de’ miei”.

Avea detto, e le bianche braccia aprendo

cinge di molle amplesso il dubitoso.

Súbito ei risentí l’usata fiamma,

ed il noto calor fino al midollo

per le trepide corse ossa struggenti;

come qualor tra l’abbagliante schianto

per le nuvole guizza un’ignea lista.

S’accorse, lieta di lusinghe e conscia

di sua beltà la moglie; esso, conquiso

da l’eterno amor suo, cosí rispose:

“E perché movi da sí alto? e come

la fede in me smarristi, o dea? Se tale

avevi brama, ben potemmo i Teucri

anche allora afforzar, né già vietava

il Padre onnipotente né il destino

Troia e Priamo durare altri dieci anni.

Ed or se a guerra t’apparecchi e intendi,

quanto prometter so ne l’arte mia

di zelo, quanto si può far con ferro

e con liquido elettro, o per vigore

di mantici e di fiamme, oh! non pregare,

quasi dubbiosa de la tua potenza”.

Le diè, ciò detto, il desïato amplesso,

e abbandonato a la consorte in grembo

si riposò di placido sopore.

Poi che il primo riposo a mezzo il corso

già de l’ombra che fugge avea cacciato

il sonno, ed in quell’ora che la donna

che dee col fuso e i piccoli lavori

campar la vita, le sopite brage

riscote da la cenere, aggiungendo

la notte a la fatica, e in opra lunga

a la fiaccola esercita le fanti,

per serbare del talamo l’onore

ed allevare i piccoli figliuoli;

non altrimenti quel signor del foco,

né ad ora men sollecita, si leva

dal molle letto a l’opere di fabbro.

Sta lungo il fianco siculo e l’eolia

Lipari un’alta isola che fuma

sotto quella riarsi da’ camini

de’ Ciclopi rimbombano antri etnèi,

i fieri colpi su l’incudini hanno

echi ululanti, rugghiano le rudi

masse de’ Càlibi entro le caverne,

ne le fornaci il fuoco anela; è casa

di Vulcano e Vulcania terra il nome.

Quivi scese dal cielo il dio del fuoco.

Ferro battean nel vasto antro i Ciclopi,

Bronte e Sterope e nudo Piracmone.

Da lor foggiato e già brunito in parte

era un fulmine, quali avventa il Padre

da tutto il cielo in su la terra tanti,

ed una parte rimaneva a fare.

Tre di grandine raggi e tre di piova

intrusi v’hanno, tre di roggio fuoco

e d’alato austro: ora l’orribil lampo

vi mescono e il fragore e lo spavento

e secondata da le fiamme l’ira.

In altro lato un carro e le correnti

rote per Marte affrettano, su cui

esso i guerrieri e le città commuove;

ed un’egida orribile, armatura

de la turbata Pallade, di scaglie

serpentine finíano a gara e d’oro,

e serpi a gruppi, e sul divino seno

il capo de la Górgone, che torce,

dispiccato dal busto, le pupille.

“Lasciate, grida, interrompete tutto,

Etnei Ciclopi, e m’ascoltate intenti:

l’armatura dee farsi ad un eroe.

Or bisognano forze, or mani pronte,

tutta or l’arte maestra. E senza indugio”.

Non disse piú; ma quei s’accinser tutti

subito e sorteggiaron la fatica.

Fluisce a rivi il bronzo e l’oro, il ferro

micidïale in gran forno si squaglia.

Foggiano immenso scudo, un contro tutte

l’armi latine, e sette cerchi insieme

commettono. Ne’ mantici ventosi

l’aure altri aduna e le respinge, attuffa

altri ne l’acque lo stridente ferro.

L’antro rintrona de le incudini. Essi,

a tempo, di gran forza alzan le braccia,

voltan la massa con tenace morsa.

Mentre il dio lemnio ne l’eolie sponde

l’opre affretta cosí, da l’umil tetto

svegliano Evandro l’alma luce e il canto

mattutino sul tetto degli uccelli.

Sorge il vecchio, la tunica si veste,

i tirreni calzari a’ piè s’allaccia,

poi al fianco ed a l’omero sospende

la spada tegeèa, da manca il vello

pendulo di pantera ritorcendo.

E due guardie precedono da l’alta

soglia l’andare del signor, due cani.

Va de l’ospite Enea verso la stanza

appartata l’eroe, de’ lor discorsi

memore e del promesso aiuto; Enea

non meno usciva mattiniero: il figlio

Pallante a l’un, compagno a l’altro Acate.

Incontrati congiungono le destre

e assidendosi al mezzo de la casa

godono alfin di libero colloquio.

Fu primo il re:

“Sommo duce troian, che mentre vivi,

non mai vinta dirò Troia e il suo regno,

a sovvenir la tua grandezza in guerra

scarse abbiam forze: da una parte il tosco

fiume ci chiude, i Rutuli da l’altra

fin sotto a’ muri romoreggian d’armi.

Pure a te grandi popoli e falangi

di possenti reami unire intendo,

salvezza offerta da impensata sorte:

a domanda de’ fati or tu se’ giunto.

Di qui non lungi su vetusto sasso

fondata una città s’abita, Agilla,

dove un dí lidia gente in guerra illustre

si collocò su’ vertici d’Etruria.

Florida per molt’anni, indi la tenne

con grave imperio e con armi crudeli

Mezenzio re. Perché narrar le stragi

spietate e gli atti del tiranno infami?

In capo a lui e a’ suoi le torni il cielo.

Fin per tormento a’ morti corpi i vivi

congiungea, mani a mani e bocca a bocca

e, colanti putredine nel triste

abbraccio, li uccidea di lunga morte.

Stanchi a la fine i cittadini il mostro

accerchiano con l’armi e la sua casa,

trucídano i seguaci e gettan fuoco

a’ tetti. Tra l’eccidio egli sfuggito,

a riparar de’ Rutuli nel regno

e da l’ospite Turno esser difeso.

Dunque tutta levò ne l’ira giusta

l’Etruria, ed a la pena, offrendo guerra,

ridomandano il re.

Te capitano

io voglio dare a questi mille e mille.

Ché in tutto il lido premono le navi

dense e chiedon battaglia; le trattiene

vaticinando aruspice longevo:

– O scelta gioventú de la Meonia,

fiore e valor de’ vecchi padri, mossi

da sdegno pio contro il nemico, e accesi

da Mezenzio in legittimo furore,

non è concesso a un Italo imperarvi:

stranieri duci v’augurate -. Stette

nel campo allor l’etrusca forza, al cenno

atterrita del ciel. Esso Tarcone

legati a me inviò con la regale

corona, con lo scettro e con le insegne,

che al campo io vada e il regno etrusco assuma.

Ma vieta a me l’imperio la vecchiezza

fredda e stremata e le mie forze tarde

a fieri gesti. Esorterei mio figlio,

se, di madre sabina, ei non traesse

da qui la patria in parte. Enea, che i fati

per gli anni favoriscono e pe ‘l sangue,

che chiamano gli Dei, muovi tu, duce

fortissimo degl’Itali e de’ Teucri.

Questo a te pur, speme e conforto mio,

Pallante aggiungerò: che la milizia

s’avvezzi e il peso a tollerar di Marte

avendo te maestro e l’alto esempio,

e te dagli anni giovinetti ammiri.

Arcadi cavalieri a lui dugento

darò, fior di valore, ed altrettanti

in nome suo te ne darà Pallante”.

Questo avea detto appena, e fiso il guardo

teneano Enea d’Anchise e il fido Acate,

molti volgendo in cuor tristi pensieri,

se dato non avesse a ciel sereno

un segno Citerea. Ché d’improvviso

d’alto vibrato un fulmine sonoro

viene, e sembrò precipitare il mondo

e ne l’aria sonar tirrena tromba.

Guardano in su; piú volte il suon rintona.

Armi tra un nimbo in un’azzurra plaga

veggon raggiare e urtate insiem tinnire.

Sbigottirono gli altri, ma il troiano

eroe conobbe il suono e de la diva

sua madre le promesse, e cosí parla:

“Ospite, no, non domandar qual caso

rechi il portento: me l’Olimpo chiede.

Mi presagí la diva genitrice

tal segno, se la guerra s’addensasse,

e di Vulcan recarmi un’armatura

in aiuto dal ciel.

Oh quali stragi a’ miseri Laurenti

sovrastano! qual fio mi pagherai,

Turno! quanti elmi e scudi sotto l’onde

e prodi avvolgerai, Tevere padre!

Gridino a l’armi e rompano alleanze!”.

Detto ch’ebbe cosí, da l’alto seggio

si leva, e prima con l’erculeo fuoco

desta i sopiti altari, e al focolare,

come il dí avanti, e a’ piccoli Penati

sereno appressa: due pecore scelte

offrono, com’è il rito, Evandro insieme

e la troiana gioventú. Poi move

quindi a le navi e a rivedere i suoi.

Tra loro elegge a seguitarlo in guerra

i segnalati di valore; gli altri

si lasciano portare a la corrente

del fiume in giú, per essere ad Ascanio

degli eventi e del padre messaggeri.

A’ Teucri che son mossi al suol tirreno

si assegnano cavalli: uno prescelto

per Enea ne conducono, guernito

d’un vello di leon con l’unghie d’oro.

La Fama vola e subito riempie

la piccola città, che i cavalieri

vanno a la volta de l’etrusco sire.

Trepide i voti addoppiano le madri,

ché l’affanno al pericolo si adegua

e l’imagin di Marte appar maggiore.

Allora Evandro del figliuol che parte

la destra tien con infinito pianto

e dice: “Oh se a me Giove i trascorsi anni

rendesse, quale io era allor che sotto

essa Preneste urtai la prima schiera

e bruciai vincitor monti di scudi

e di mia mano Erulo re mandai

al Tartaro, cui dato avea tre vite

(mostruoso a narrar) Feronia madre

– tre armi si volean, tre volte a morte

prostrarlo, e pur tutte quel dí le vite

questa destra gli tolse e d’altrettante

armature il spogliò -, non or sarei

dal dolce amplesso tuo, figlio, strappato,

né con insulto a me vicino avrebbe

Mezenzio mai tante di ferro morti

commesse né di tanti cittadini

vedova fattala città. Ma voi,

deh! voi Celesti e tu nume de’ numi

Giove, a l’arcade re, supplico, abbiate

pietà, ne udite la paterna prece.

Se il voler vostro, se mi serba il fato

incolume Pallante, e se avrò vita

per rivederlo ed essere con lui,

viver chiedo, a patire ogni travaglio

son presto. Ma se caso alcuno atroce,

o Fortuna, minacci, or mi sia dato,

deh! or troncare la vita crudele,

mentre vago è il pensier, la speme incerta

de l’avvenir, e te, caro fanciullo,

mia unica, mia ultima dolcezza,

ho tra le braccia; né un dolor gli orecchi

ferisca…”.

Queste nel congedo estremo

voci spargeva il genitor, poi venne

meno, ed i servi lo rendeano a casa.

E da le aperte porte i cavalieri

prorompevano già, tra i primi Enea

e il fido Acate, poi di Troia gli altri

duci, e in mezzo a la schiera esso Pallante

ne la clamide bello e l’armi adorne;

Lucifero è cosí, cui predilige

Venere a tutti i fuochi de le stelle,

quando de le marine onde stillante

si leva in cielo e dissipa la notte.

Stanno su’ muri pavide le madri,

seguon con gli occhi il polveroso nembo

e gli squadroni fulgidi di bronzo.

Quelli prendono armati per le fratte

che van prime a la meta; il grido sale,

e in fitto stuolo l’unghia il suol che fuma

di quadruplice scalpito percote.

Grande, presso di Cere al freddo fiume,

è un bosco, per devozïon de’ padri

tutto scuro; lo serrano colline,

bruni abeti lo cingono. A Silvano,

dio de’ campi e del gregge, il bosco e un giorno

è fama dedicassero gli antichi

Pelasghi che già tennero per primi

il paese latino. Indi non lunge

Tarcone ed i Tirreni aveano il campo

in sicurezza, e si potea già tutta

la legïon veder da l’alto clivo

largamente attendata a la campagna.

Ivi presso si fanno il padre Enea

ed i suoi scelti prodi, e affaticati

de’ cavalli e di sé prendono cura.

Ma tra i veli del ciel Venere bella

venía co’ doni, e al figlio in una valle

riposta, appena che appartato il vide

dal freddo fiume, con parole tali

si offerse: “Ecco i promessi doni a l’arte

del mio sposo dovuti, onde potrai

senz’altro, figliuol mio, chiamare a prova

i Laurenti superbi e il fiero Turno”.

Disse, e a l’abbraccio ella volò del figlio,

e dinanzi a una quercia le raggianti

armi depose.

Ei del divino dono

senza fine godendo il guardo volge

per ciascun’arme e mira, e tra le mani

e le braccia il terribile piumato

elmo agita e la spada ond’esce fiamma

e morte, la lorica in saldo bronzo

vasta, sanguigna, come glauca nube

che si accende del sole e lungi splende;

indi i lisci schinieri di purgato

oro e d’elettro, e l’asta e de lo scudo

l’ultima inenarrabil meraviglia.

Ivi l’itala storia ed i trionfi

romani fatti avea, conscio de’ vati,

de l’avvenir presago, il Dio del fuoco;

la lunga ivi d’Ascanio discendenza

e in ordine le guerre combattute.

Posta anche avea nel verde antro di Marte

china a l’innanzi una sgravata lupa,

e a le poppe due pargoli gemelli

erti scherzare e suggere la madre

impavidi; ella, molle la cervice

ripiegando, a vicenda tutti e due

li lambía con la lingua e li lisciava.

Aggiunta avea quindi non lungi Roma

e rapite ad arbitrio le Sabine

dal teatro gremito a’ gran Circensi;

onde nova a’ Romulidi era guerra

col vecchio Tazio e la severa Curi.

Ma poi gli stessi re, poste le offese,

diritti in armi con le tazze in mano

stavan di Giove avanti l’ara e, uccisa

una scrofa, stringevano alleanza.

Quivi presso le rapide quadrighe

tratto in due parti avean Metto (e tu fede

dovevi, Albano, a la parola!), e Tullo

lacerava le viscere del falso;

roridi sanguinavano i virgulti.

E Porsenna ricevere ingiungeva

lo scacciato Tarquinio e d’aspro assedio

stringeva la città; ma pronti a l’armi

gli Eneadi per la libertà correano.

Irato lui vedevi e minaccioso

perché il ponte tagliar Coclite osasse

e, rotti i ceppi, nuotar Clelia il fiume.

A sommo stava de la tarpèa rocca

Manlio custode avanti al tempio e l’alto

Campidoglio tenea; parea la reggia

ruvida ancor de la romulea paglia.

Pur quivi argentea starnazzando l’oca

per i portici aurati denunciava

i Galli apparsi al limitare: i Galli

su per i pruni afferravan la rocca,

tra l’ombre e il dono de la notte opaca.

Oro i capelli ed oro eran le vesti,

screzïati lucevano i mantelli,

auree cingean collane i bianchi colli;

vibrava ognun due giavellotti alpini,

di lunghi scudi la persona ombrando.

Saltanti i Salii e nudi ivi i Luperci

aveva sculti ed i lanosi pilei

e gli ancíli che piovono dal cielo:

le pie matrone su gli agiati cocchi

movean per la città devoti riti.

Anche aggiunge da un lato le tartaree

sedi, cupi vestiboli di Dite,

ed i castighi de le colpe e te,

Catilina, pendente a ruinoso

scoglio e tremante i ceffi de le Furie:

in parte i buoni, e sopra lor Catone.

Ampia in mezzo l’imagine correa

del gonfio mare in oro, ma l’azzurro

ispumeggiava di canuto flutto:

a cerchio intorno nitidi d’argento

con le code radevano l’ampiezza

i delfini e solcavano i marosi.

Visto avresti in quel mar flotte di bronzo,

l’aziaca guerra, e tutto di battaglia

ferver Leucàte e lustrar d’oro i flutti.

Da l’una parte Augusto Cesare, alto

su l’alta poppa, gl’Itali a le pugne

guida, co’ padri e il popolo e i Penati

e i grandi Iddii: da le superbe tempie

gli raggiano due fiamme e sul suo capo

brilla a lo sguardo la paterna stella.

Discosto Agrippa col favor de’ venti

e degli Dei che guida eccelso i suoi:

rostrata a lui, di guerra altera insegna,

splende la fronte di naval corona.

Da l’altra parte Antonio con la possa

barbarica e le varie armi, tornante

vincitor da l’Aurora e il Rosso lido,

porta con sé l’Egitto e d’orïente

lo sforzo e la remota Battra; lui

l’onta accompagna de l’egizia moglie.

Tutti a l’urto precipitano, tutto

solcato spuma da’ ritratti al petto

remi e da’ rostri tridentati il mare.

Tendono a l’alto, e ben nuotar per l’alto

crederesti le Cicladi divelte

e contro monti urtar gran monti, tanta

mole si avanza di turrite prore.

Gl’infiammati malleoli con mano

e con le frombole il volante ferro

spargesi: già la faccia di Nettuno

vien rossa. In mezzo la regina appare

che le torme col patrio sistro chiama

né ancor si vede i due serpenti a tergo.

E gli dei d’ogni gente mostruosi

ed il latrante Anubi in armi stanno

contro a Nettuno a Venere a Minerva.

Nel cuore infuria de la mischia Marte

sbalzato in ferro, e le sinistre Dire

per l’aria e gavazzante la Discordia

con lo squarciato manto erra, e la segue

col sanguinoso suo flagel Bellona.

Fiso a guardar tendeva l’azio Apollo

l’arco da l’alto: tutto a tal terrore

l’Egitto e gl’Indi, ogni Arabo, i Sabei

tuttiquanti voltavano le spalle.

Essa vedeasi la regina a’ venti

invocati distendere le vele

e le gómene lente abbandonare.

Pallida lei de la futura morte

tra le stragi avea fatto il dio del fuoco

da l’onde e da l’Iàpige portata,

e gigantesco di rincontro il Nilo

addolorato tutti aprire i seni

de l’ampia veste, con quella chiamando

nel glauco grembo inesplorato i vinti.

Ma Cesare, con triplice trionfo

entrando le romane mura, a’ Numi

italici, immortal voto, sacrava

grandi per la città trecento templi.

Di tripudio le vie, di festa e plauso

fremevano: le madri a schiera in ogni

tempio, ed are in ognuno, avanti a l’are

d’immolati giovenchi il suol coperto.

Esso, sedendo su la nivea soglia

del biondo Febo, i doni de le genti

rassegna e appende a le superbe porte:

vanno i popoli vinti in lunga fila,

come di lingue, sí di vesti e d’arme

diversi. Qui de’ Númidi la stirpe

e i discinti Afri il divo fabbro pose,

quivi i Lèlegi e i Cari e i saettanti

Geloni: omai con piú sommesso flutto

iva l’Eufrate, e i Mòrini remoti

ed il Reno bicorne e gl’indomati

Dài e l’Arasse ch’ebbe a sdegno il ponte.

Questo sul clipeo di Vulcan, materno

dono, ei contempla e, de le cose ignaro,

de l’imagine gode, in su la spalla

la fama e il fato de’ nepoti alzando.

LIBRO NONO

E mentre questo in altra parte avviene,

mandò dal cielo la saturnia Giuno

Iri a l’audace Turno. Allor nel bosco

de l’avo suo Pilumno in sacra valle

si stava assiso; e a lui col roseo labbro

disse la figlia di Taumante: “Turno,

quel che non oserebbe al tuo desio

prometter nume, ecco per sé t’offerse

l’ora che volge. La città, i compagni,

la flotta abbandonando, Enea s’è mosso

a la reggia d’Evandro palatino:

né basta; s’addentrò fino a le mura

di Còrito riposte, e aduna ed arma

lide schiere di villici. Che stai?

or di cavalli, ora di carri è il tempo;

schierali orsú, rompi ogn’indugio, e piomba

sopra il turbato accampamento”.

Disse,

ed al ciel si levò con l’ali tese,

sotto le nubi un grande arco segnando.

La riconobbe il giovine, le palme

alzò, seguí con queste voci il volo:

“Iri, fregio del ciel, chi ti mandava

da le nuvole a me? Donde ad un tratto

questa chiara meteora? dischiuso

il ciel nel mezzo, errar vedo le stelle.

Chiunque sei che chiami a l’armi, seguo

sí gran presagio”.

S’appressò, ciò detto,

al fiume, e l’acqua a fior ne attinse, molto

gli Dei pregando, e il ciel colmò di voti.

E già tutto l’esercito era mosso

via per l’aperto, ricco di cavalli,

ricco di vesti screzïate e d’oro;

le prime file regola Messapo,

di Tirro i figli l’ultime, nel mezzo

è Turno duce: qual di sette fiumi

in sé pacati il Gange va profondo

e taciturno o con pingui acque il Nilo

quando da’ campi si raccoglie al letto.

Ecco addensar di nera polve un nembo

lontano i Teucri mirano e salire

l’ombra dal suol. Primo Caíco grida

da l’eccelsa vedetta: “Cittadini,

qual sorge nube di caligin fosca?

A l’armi! a l’armi! ed occupate i muri:

presto! Il nemico è qui”.

Per tutte quante

le porte con rumor grande i Troiani

rientrano e gremiscono gli spaldi.

Perché cosí prescritto avea partendo

il guerrier sommo Enea: se alcun cimento

frattanto si offerisse, non rischiare

di schierarsi né uscir, ma solamente

tenere il campo e i ben cerchiati muri.

Dunque, benché l’onore e l’ira invogli

la mischia, ubbidïenti tuttavia

fanno barriera de le porte e armati

entro le torri aspettano il nemico.

Turno, che a volo la piú tarda schiera

con venti scelti cavalier precorre,

giunge improvviso a la città: lo porta

tracio destriero a macchie bianche; in capo

ha l’elmo d’oro col cimier vermiglio.

“Chi sarà mero, o giovani, chi primo

contro il nemico?, grida. Ecco!” e uno strale

vibra e scaglia per l’aere, principio

di battaglia, ed eccelso avanza in campo.

Risponde l’alto fremito al suo grido

de’ suoi, stupiti a la viltà de’ Teucri,

non accamparsi e fronteggiarli in armi,

ma pur covar gli attendamenti. Ei torvo

or qua cavalca or là dintorno a’ muri,

la via, per dove non è via, cercando.

Come quando appostato a un pieno ovile

mugola il lupo agli steccati, dopo

la mezzanotte, al vento ed a la pioggia;

sotto le madri belano gli agnelli

securi, e quello impazïente e iroso

già li divora con la lunga rabbia

del pasto e le fauci aride di sangue:

non altrimenti al Rutulo che scruta

i muri e il campo accendesi il furore

e penetra le dura ossa il tormento,

in che guisa l’accesso tenti, e quale

arte i Troiani rinserrati sforzi

a uscir del vallo e spargersi nel piano.

La flotta, ch’era presso al campo in ombra,

d’aggere cinta e dal corrente fiume,

investe, ed a’ compagni trionfanti

incendio chiede ed esso furibondo

d’un avvampato pino empie la destra.

Allor tutti s’affannano (gl’incalza

la presenza di Turno), s’arman tutti

di nereggianti faci: han saccheggiato

i focolari; le fumose tede

luce di pece spandono, e Vulcano

miste di fumo al ciel sprizza scintille.

Muse, qual dio da sí crudele incendio

i Troiani salvò? qual da le navi

sí grandi fuochi allontanò? Narrate.

Antico è il fatto ma la fama eterna.

Nel primo tempo che foggiava Enea

sul frigio Ida la flotta, apparecchiato

a veleggiar per l’alto, è voce ch’essa

la berecintia madre degli Dei

cosí parlasse al sommo Giove: “Figlio,

concedi a’ preghi suoi quel che la tua

genitrice desia, domo l’Olimpo.

Una pineta per molti anni cara

ebbi, recinto in vetta al monte, dove

traea la gente a’ sacrifizi, oscuro

di brune picee e d’aceri solenni.

Questo al dardano eroe lieta donai

necessitoso d’una flotta, ed ora

di quelle navi gran pensier m’affanna.

Liberami da pena, e fa’ che tanto

valga il pregar materno: non sien rotte

da’ viaggi né vinte a le bufere;

giovi esser nate a lor su’ nostri monti”.

E il figlio a lei, che volge gli astri in cielo:

“Madre, a che sforzi il fato? e che domandi

per quelle? Chiglie di mortal fattura

avranno sorte d’immortali, e certo

gl’incerti rischi passerebbe Enea?

quale ha tra i Numi potestà sí grande?

Ma pure, giunte al fin del corso e presi

gl’itali porti un dí, qual sia scampata

da le burrasche ed a’ laurenzi lidi

abbia recato il teucro duce, tutte,

spogliatele di lor caduca forma,

le farò viver dive oceanine,

qual è Doto di Nèreo e Galatea

che rompono col petto il mar spumoso”.

Disse, e pel fiume del fratello stigio,

da’ tetri gorghi torridi di pece,

ratificò cennando le parole

e tutto al cenno fe’ tremar l’Olimpo.

Era il promesso dí, compiuto il tempo

debito avean le Parche, allor che mosse

quell’assalto di Turno la gran Madre

a stornar da le navi sacre il fuoco.

Nova una luce balenò da prima

agli occhi e vasto parve da l’aurora

correr per l’aria un nimbo e i cori idei;

indi piovve da l’alto una gran voce

ch’empie de’ Teucri e Rutuli le schiere:

“Non v’affannate, o Teucri, a la difesa

de le mie navi, e non v’armate: Turno

brucerà prima il mar che i sacri pini.

E voi, itene sciolte, itene dee

del mar; cosí la genitrice impone”.

Ruppero allor le navi ad una ad una

da la sponda i legami, e giú co’ rostri

s’attuffarono a modo di delfini;

poi dal fondo, mirabile prodigio,

in altrettanti visi di fanciulle

tornano fuori ed errano sul mare.

Colpito è il cuor de’ Rutuli, Messapo

anch’esso adombra come i suoi cavalli,

ed il corso del Tevere muggendo

par che s’arresti e si rivolga al fonte.

Ma Turno ardito non perdé fiducia,

anzi co’ detti i cuori eccita e sprona:

“Contro a’ Troiani son questi portenti;

Giove stesso rapí loro l’usato

scampo, senza che attendano le nostre

saette e fiamme. Cosí chiuso è a’ Teucri

il mar, di fuga non è piú speranza.

L’una parte hanno persa, ed è la terra

in nostre mani, tante son migliaia

d’itale genti in arme. Io non pavento

i responsi fatali degli Dei,

di che vantansi i Frigi. A’ fati assai

si concesse ed a Venere, che i Teucri

han tocco il suol de la ferace Ausonia.

Bene ho i miei fati anch’io, la scellerata

gente col ferro sterminar che venne

la mia sposa a rapir: questo dolore

non punge sol gli Atridi, e il prender l’armi

solo a Micene non si dà. – Ma basta

sian periti una volta -: oh dovea prima

il peccare bastar, per poco in odio

non tutto avendo il ceto femminile,

costor cui fa coraggio l’interposto

vallo e gl’indugi de le fosse, breve

intervallo da morte! O non le han viste

fabbricate per mano di Nettuno

le mura d’Ilio ruinare in brage?

Ma voi, o eletti, chi squarciar si attenta

il vallo e meco invade il trepidante

accampamento? L’armi di Vulcano

non ho mestieri né le mille navi

contro a’ Troiani, e a lor s’aggiungan pure

tutti gli Etruschi. L’ombre e il furto imbelle

del Palladio, uccidendo i guardïani

de la rocca, non temano, né in grembo

ci acquatteremo del cavallo: al sole

vogliam le mura circondar di fiamma.

Farò che non si credano a le prese

con Danai o con Pelasghi, che aspettare

Ettore fece fino al decim’anno.

Ma or ch’è ito il piú del dí, nel resto

pensate, o prodi, a voi, del buon principio

lieti, e attendete la battaglia pronti”.

A Messàpo il pensier si affida intanto

di assicurar con le notturne scolte

le porte e accender tutto intorno i fuochi.

Sette Rutuli e sette a guernir d’armi

i muri si trascelgono, e a ciascuno

di quelli cento giovani van dietro,

rossi, il cimiero e lustreggianti d’oro.

Si spargono e avvicendano ne’ posti,

o adagiati su l’erba da’ crateri

di bronzo mescono a diletto il vino.

Brillano i fuochi, e trae la guardia in gioco

la notte insonne.

Ciò dal vallo rimirano i Troiani

che armati tengon l’alto: tuttavia

sospettosi non men guardan le porte

e con ponti collegano le torri

avanzate ed arrecano armi. Mnèsteo

e l’ardente Seresto instano, i due

cui volle il padre Enea, se rischio stringa,

duci de’ prodi e arbitri de’ fatti.

Tutta la legïon veglia pe’ muri,

tratti a sorte i cimenti, e fa sue parti,

giusta quel che a ciascuno è dato in cura.

Era a la guardia d’una porta Niso

d’Irtaco figlio, acerrimo guerriero

e destro gittator d’alati strali

– lui mandò con Enea la cacciatrice

Ida -; ed Eurialo gli era presso, bello

che niun piú tra gli Eneadi o tra quanti

cinsero armi troiane; gli fioriva

la prima gioventú le intonse gote.

Eran uno d’affetto, uniti insieme

volavano a la guerra, ed anche allora

in custodia comune avean la porta.

“Eurialo – disse Niso -, e son gli Dei

che questo incendio spirano ne’ cuori?

o a ciascun si fa dio sua fiera brama?

Una battaglia, o non so che di grande,

da tempo agogno, né lo star mi appaga.

Vedi quale hanno i Rutuli fidanza!

Rari splendono i lumi: il sonno e il vino

tutti li ha stesi al suol; tutto è silenzio.

Odi ora dunque tu quel che mi affanna,

odi pensiero che m’è nato in mente.

Che si richiami Enea, popolo e padri

chieggon tutti, e che a lui vadan messaggi

degli eventi. Se quel che per te chiedo

mi promettono (a me la fama è assai

del fatto), io credo sotto a quell’altura

la via trovare a’ muri pallantei”.

Stette, pervaso da un ardor di gloria,

Eurialo, e dice a l’animoso amico:

“Me dunque teco a le piú belle imprese,

Niso, non vuoi? e a tal periglio ir solo

ti lascierò? Non m’istruí né crebbe

cosí mio padre, Ofelte uso a le guerre,

tra lo spavento argolico e il travaglio

di Troia; né cosí parvi al tuo fianco,

Enea seguendo agli ultimi cimenti:

ho cuore, ho cuor che tien la vita a vile,

e sa che ben si compra con la vita

l’onor cui tendi”. Gli soggiunse Niso:

“Certo non temeva io simili cose

di te, che nol potrei, no; trionfante

cosí mi ti riporti il sommo Padre

e qualunque a ciò volge amico sguardo.

Ma se – tu vedi la rischiosa impresa -,

se mi tragga in rovina un caso o un dio,

io ti vorrei superstite; per gli anni

sei piú degno di vivere. Vi sia

chi mi raccolga o mi ricompri, a pormi

sotto la terra solita, o, se mai

questo fortuna vieterà, mi renda,

anche disperso, inferie e onor di tomba.

E ch’io non sia di sí gran duol cagione

a la tua madre misera, che, sola

di tante madri, è ardita seguitarti

e sdegna la città del grande Aceste”.

Ma l’altro: “Invano scuse vane intessi,

ché già piú non si muta il mio pensiero.

Affrettiamoci” dice. E cosí, deste

le scolte che sottentrino, dal posto

move compagno a Niso, e al re ne vanno.

Gli altri animali per le terre tutte

allentavan nel sonno le fatiche,

obliavan gli affanni: i primi duci

de’ Teucri, eletta gioventú, consiglio

de le somme tenean cose del regno:

che fare, e chi mandar nunzio ad Enea.

Poggiati a le lunghe aste e con gli scudi

son ritti in mezzo degli accampamenti.

Ecco Niso, ecco Eurialo con lui

premurosi domandano udïenza:

esser gran fatto, e prezzo de l’indugio.

Primo gl’impazïenti accolse Giulo

e disse a Niso che parlasse. E Niso:

“Benignamente, Eneadi, ascoltate,

né si guardi da’ nostri anni l’offerta.

Vinti dal sonno i Rutuli e dal vino

tacquero: un luogo per l’insidie buono

noi esplorammo, al bivio de la porta

ch’è presso al mar: son interrotti i fuochi,

e nereggiano al ciel buffi di fumo.

Se ci lasciate usar de la fortuna,

Enea cercando e i muri pallantei,

qui ci vedrete reduci tra breve

con le spoglie di molta uccisïone.

La via non ignoriamo de l’andare:

dal cupo de le valli ne le cacce

assidue la città già travedemmo

e tutto quanto percorremmo il greto”.

Qui grave d’anni e di consiglio Alete:

“O patrii Dei sotto il cui nume è sempre

Troia, non dunque sperdere i Troiani

volete al tutto, quando anime tali

di generosi giovani creaste”.

Cosí dicendo gli omeri e le mani

stringea d’entrambi e sparso era di pianto.

“Che premi a voi degni di voi per questa

gloria, o prodi, trovar? Prima il piú bello

gli Dei vi renderanno e i cuori vostri,

e gli altri poi ve li darà tra breve

il pio Enea ed il fiorente Ascanio

non immemore mai di si gran merto”.

“Anzi, Ascanio soggiunge, io che ho salvezza

solo se torni il genitor, vi giuro,

Niso, pei gran Penati e per il Lare

di Assàraco e il sacrario de la bianca

Vesta: ogni mia fortuna, ogni fiducia

è in voi; fate ch’ei torni e ch’io lo veda,

nulla m’è triste riavuto il padre.

Due vi darò nappi d’argento a fregi

ch’esso ebbe presi da la vinta Arisba,

e due tripodi, due talenti d’oro

gravi, e un cratere antico che mi dona

Dido Sidonia. Che se poi m’avvenga

di prendere l’Italia e vincitore

tener lo scettro aggiudicando a sorte

le prede, hai tu veduto quel cavallo

sul quale andava Turno aureo ne l’armi?

quello e lo scudo ed il cimier vermiglio

non sorteggerò, Niso, e sono tuoi.

Dodici inoltre vi darà mio padre

trascelte donne e dodici captivi

con l’armi sue ciascuno, in fine i campi

ch’esso per qui possiede il re Latino.

Te poi, ch’io seguo piú vicino d’anni,

venerabil fanciullo, accolgo in cuore

e t’abbraccio compagno ad ogni evento.

Gloria per me non cercherò nessuna

senza di te: che in pace o in guerra io viva,

mi sarai primo a’ fatti ed a’ consigli”.

Eurialo gli risponde: “Nessun giorno

me diverso vedrà da questo ardire;

solo non torni la fortuna lieta

in luttuosa. Ma su tutti i doni

d’una cosa ti prego: ho la madre io,

de la gente di Priamo vetusta,

cui non fermò che non partisse meco

né d’Ilio il suol né la città di Aceste.

Or lascio io lei, che nulla sa di questo

qualsiasi rischio, e senza dirle addio

(testimonio la notte e la tua destra),

perché non saprei reggere al suo pianto.

Deh! tu consola quella poveretta,

assisti la deserta. Fa’ ch’io porti

questa speme di te: n’andrò piú fiero

ad ogni evento”.

Piansero commossi

i Teucri, piú che tutti il vago Giulo

e del paterno amor sentí la stretta.

Poi cosí dice:

“Pari a l’impresa, cui ti accingi, tutto

ti riprometti: avrò per madre lei,

le mancherà sol di Creusa il nome;

poco non merta chi di te s’incinse.

Segua vicenda qual vorrà, ti giuro

pel capo mio per cui giurava il padre,

tutto che a te prometto e al tuo ritorno

avventuroso, a la tua madre tutto

sarà serbato ed a la vostra gente”.

Sí dice lagrimando, e da le spalle

toglie l’aurata spada che Licàone

di Cnoso fe’ mirabilmente e pose

agevole in un fodero d’avorio.

A Niso l’irto vello d’un leone

Mnèsteo dà, gli muta elmo il fido Alete.

Armati già si avviano: a le porte

i precipui de’ giovani e de’ vecchi

a schiera li accompagnano co’ voti.

Ed esso il vago Giulo che ha pensiero

avanti gli anni e cuor d’uomo, commette

assai cose pel padre suo, ma il vento

le dissipa tra il volo de le nubi.

Escono e i fossi varcano, avviati

tra la notte agl’infausti alloggiamenti,

ma per essere prima a molti morte.

E dal sonno e dal vin gettati a terra

veggon molti qua e là, veggono carri

co’ lor timoni a l’aria, e tra le briglie

e le ruote giacer guerrieri ed armi

e vino insiem. L’Irtacide per primo,

“Eurialo, dice, or deve il braccio osare;

essa la cosa invita, il varco è questo.

Tu, che non ci si levi alcuno a tergo,

guarda e specula lungi; io darò il guasto

e spazïosa ti farò la strada”.

Cosí detto si tace, e con la spada

al superbo Ramnete insiem s’avventa

che, alto sopra un monte di tappeti,

soffiava il sonno dal profondo petto,

re ed a Turno re caro profeta,

ma pur lui non campò sua profezia.

Sorprende accanto, stesi a la ventura

in mezzo l’armi, tre servi di Remo

e l’armigero giú sotto i cavalli

auriga, e taglia quelle gole prone:

poi mozza il capo al sire, e lascia il busto

singhiozzante di sangue; il suolo e il letto

s’impregnan bruni de la calda vena.

Làmiro e Lamo ancor e il giovinetto

Serrano che giocato quella notte

aveva tanto, bello di sembianze,

e che domo giacea dal molto iddio;

felice, se traea lungo il suo gioco

quanto la notte insino a’ primi raggi!

Tal digiuno leone a’ pieni ovili

spaventoso (crudel fame lo spinge)

il molle armento muto di paura

trae, sbrana e arrossa la fremente bocca.

Né minore d’Eurialo è la strage:

acceso anch’esso infuria, e molta plebe

senza nome nel mezzo, e Fado, Erbeso,

Reto ed Àbari assale, incoscïenti,

ma Reto sveglio e che vedeva tutto

e dopo un gran cratere si celava:

s’accosta, e in petto a lui mentre si leva

tutta immerse la spada e la ritrasse

piena di morte. L’anima purpurea

rende quegli ed il vin mischiato al sangue:

questi imperversa negli assalti.

E omai

tendeva a’ soci di Messapo; quivi

mancar vedeva i fuochi e a l’uso sciolti

pascolare i cavalli; allor che Niso,

che troppo il vide inebriar di strage,

disse: “Cessiamo, ché il nemico raggio

s’avvicina; infliggemmo assai di pene

ed aperto il passaggio è tra’ nemici”.

Lasciano molte di massiccio argento

armi e crateri e fulgidi tappeti.

Eurialo la gualdrappa di Ramnete

prende e la bandoliera a borchie d’oro,

che a Remolo di Tivoli una volta

il ricchissimo Cèdico, stringendo

lungi ospitalità, mandava in dono;

ei l’assegna morendo al suo nipote,

e morto lui signori guerreggiando

se ne fecero i Rutuli: la prende

ed agli omeri forti invan l’appende.

Poi la celata di Messàpo lieve

e di pennacchi splendida si adatta.

Escon dal campo a piú sicura via.

Intanto cavalier mandati avanti

da la città latina, mentre indugia

la legïone armata a la campagna,

al re Turno recavano un messaggio;

trecento, tutti con lo scudo, duce

Volcente: e già si facean presso e sotto

a la cerchia campale, ecco in disparte

scorgono i due che piegano a sinistra,

e per l’ombra chiarita de la notte

l’elmo Eurialo tradí che non pensava

illuminato dal diretto raggio.

Non fu vano veder. Grida Volcente:

“Fermi! chi siete? qual cagion vi mosse?

e dove andate?”. Quelli invece muti,

dileguando tra gli alberi e la notte.

Pigliano i cavalieri i noti sbocchi

e tutti li coronano di guardia.

Irto di pruni il bosco e d’elci nere

s’allargava selvatico e sterposo:

raro lucea sentier pe’ calli ascosi.

L’ombra de’ rami e il peso de la preda

impediscono Eurialo, e lo trae

lo sgomento di via. Niso precorre:

e già, senza pensare, oltre i nemici

passava e i luoghi che dal monte d’Alba

furono poi chiamati Albani, allora

li possedea selvaggi il re Latino;

quando ristette a riguardare invano

l’amico che non v’era. “Ah dove, o mio

povero Eurialo, ti lasciai? per dove

ti cercherò, tra le sue spire indietro

ripercorrendo la fallace selva?”

E s’è rivolto già su l’orme sue

e tra’ pruneti taciti s’aggira.

Lo scalpito e lo strepito ed i segni

ode de l’inseguir: né molto indugia

che a l’orecchio gli giungono le grida

e vede Eurialo cui la torma intiera

impetuosa dal notturno agguato

ha sopraffatto ed ei rilutta indarno.

Che far? quale a salvarlo ardire o forza?

o deve tra’ nemici esso gettarsi

affrettando per l’armi un bel morire?

Di súbito incoccato un giavellotto,

riguarda l’alta Luna e cosí prega:

“Tu dea, deh! tu benigna ci soccorri

nel bisogno, ornamento de le stelle

e de’ boschi latonia protettrice.

Se mai doni per me ti offerse a l’are

Irtaco padre, e s’io da le mie cacce

pur te li accrebbi ed a la volta e a’ sacri

pinnacoli ne appesi, or fa’ ch’io sperda

questa masnada e il dardo in aria reggi”.

Ciò detto, scaglia a tutta forza il ferro:

trasvola l’asta l’ombre de la notte;

coglie in petto Sulmone, e passa al dorso,

infranto il legno ma passato il cuore.

Trabocca quegli vomitando un fiume

caldo dal seno, e batte i fianchi in lunghi

singulti freddo. D’ogni parte intorno

riguardano. Piú fiero esso vibrava

di su l’orecchio la seconda freccia.

Tra gli affannati per le tempie a Tago

passa la sibilante asta e si stette

nel trafitto cervello intepidita.

Furïoso Volcente non iscopre

l’autor del colpo, in cui possa avventarsi.

“Ma pure intanto tu col caldo sangue

mi pagherai per ambedue”, prorompe,

e con la spada sguainata andava

contro Eurialo. Allora esterrefatto,

folle Niso dà un urlo, e ascoso in ombra

piú star non sa né sí gran duol patire.

“Me, me! qui sono, io fui: contro me l’armi,

Rutuli! tutta questa trama è mia:

nulla osò questi e nol potea, lo giuro

a questo cielo e a le veggenti stelle;

sol che amò troppo l’infelice amico”.

Cosí diceva; ma il fendente sceso

passò le coste e il bianco petto ruppe.

Cade Eurialo morente, e per le belle

membra va il sangue, e su l’omero cade

abbandonata la cervice: come

purpureo fior ch’è raso da l’aratro

languido smuore, o sopra il collo stanco

i papaveri piegano la testa,

quando li preme il peso de la pioggia.

Ma Niso balza in mezzo a tutti, e solo

vuol fra tutti Volcente e in lui s’appunta.

D’ogn’intorno lo serrano i nemici

intesi a ributtarlo. Egli non meno

incalza e ruota la fulminea spada,

fin che in bocca del Rutulo gridante

la mise ed a lui diè morendo morte.

Poi pien di colpi si lasciò cadere

su l’esanime amico, e finalmente

ne la mortal quïete ivi si posa.

Felici entrambi! se il mio canto vale,

nessun tempo farà da le memorie

voi tramontar, fin che d’Enea la stirpe

terrà del Campidoglio il sasso immoto

ed il romano padre avrà l’impero.

Con la preda e le spoglie vincitori

i Rutuli portavano piangendo

Volcente morto ne l’accampamento.

Né minor lutto è quivi, di Ramnete

trovato esangue e tanti in una strage

principi spenti, e di Serrano e Numa.

Gran calca è presso a’ morti e a’ morïenti

ne’ luoghi caldi del recente eccidio

tra ‘l sangue che tuttor gorgoglia e geme.

Vanno le spoglie insiem riconoscendo

e l’elmo luminoso di Messàpo

e i fregi a gran sudor ricuperati.

E già spargea di nova luce il mondo

la prima aurora fuor del croceo letto

di Titone; balzate già dal buio

nel sol si coloravano le cose:

Turno a l’arme i guerrieri, anch’esso in arme,

chiama; ordina ciascuno a schiera i suoi,

e co’ varii racconti attizzan l’ire.

Inoltre in punta a le diritte lance

configgono, e accompagnano gridando,

spettacol miserabile, le teste

d’Eurialo e di Niso.

Gli Eneadi fieri a la sinistra parte

de le mura fronteggiano accampati

(ché la destra dal fiume è cinta), e l’ampie

fosse difendono, o su l’alte torri

si stanno mesti: i capi degli eroi

confitti crescon la mestizia, ahi! troppo

noti, e stillanti di grommato sangue.

Intanto a vol per la città sgomenta

messaggera la Fama erra e agli orecchi

de la madre d’Eurialo perviene.

Gelo improvviso fino a l’ossa corse

de l’infelice: le cadder di mano

la spola ed i gomitoli correnti:

esce fuor, con femmineo ululato

stracciandosi le chiome; forsennata

corre su’ muri e ne le file prime,

immemore degli uomini e del rischio

de l’armi, ed empie il ciel del suo lamento.

“Tal ti rivedo, Eurialo? conforto

de la vecchiezza mia, lasciarmi sola,

crudel, potesti? A l’ultimo cimento

movevi, e favellarti anche una volta

non fu dato a la povera tua madre?

Ahi! su straniera terra in preda giaci

a le cagne latine ed agli uccelli,

né a te, a la salma tua, madre fui presso,

né chiusi gli occhi o tersi le tue piaghe,

de la veste coprendoti che il giorno

e la notte io sollecita tessea

a consolar la tenerezza estrema.

Dove seguirti? in qual mai terra sono

le membra sparse de la tua persona?

Di te sol questo mi riporti, o figlio?

questo io seguiva per la terra e il mare?

Me trafiggete, se pietà vi resta;

tutte, o Rutuli, mie sian le saette;

per prima annichilatemi con l’armi.

Ovvero tu, gran Padre degli Dei,

m’abbi misericordia e col tuo lampo

sprofondami a l’Averno, se altrimenti

romper non posso questa orribil vita”.

Son tocchi i cuori da quel pianto, e il triste

gemito a tutti si propaga: torpe

illanguidito ogni vigor di guerra.

Àttore e Ideo lei che movea dolore

raccolgono per cenno d’Ilioneo

e insiem di Giulo che piangea dirotto,

e riportano a casa in su le braccia.

Ma la tromba col suo bronzo canoro

lungi squillò terribilmente: segue

clamor e il ciel rimugghia. I Volsci ad una,

serrata la testuggine, s’avventano

a empir le fosse ed a schiantare il vallo.

Parte un’entrata cercano e salire

scalando i muri, ove la guardia è meno

e la corona de’ guerrier traluce

d’intervalli. I Troiani di rincontro

a grandinar d’ogni maniera strali

e a ributtar con pertiche robuste,

avvezzi a tal difesa in lunga guerra.

Sassi ancor travolgevan ponderosi,

per pur tentare la coperta schiera

d’infrangere, mentr’ella pur sopporta

sotto lo schermo suo tutto che cade.

Ma non reggono piú. Ché dove preme

denso lo sforzo, i Teucri un masso immane

rotolano e ruinano, che molti

fiaccò nemici e il tetto insiem de l’armi.

Né omai gli audaci Rutuli han pensiero

d’oprar coperti, ma sguernir gli spaldi

saettando si studiano.

Altrove, orribile a veder, Mezenzio

squassava etrusco pino e con fumosa

vampa ne vien: Messàpo, di cavalli

domator, prole di Nettuno, scrolla

gli steccati e a salir domanda scale.

Voi m’ispirate, deh! Calliope, il canto,

quale ivi alter col ferro strage, quali

morti Turno spargesse, e che guerrieri

ciascun precipitasse a l’Orco; e meco

il gran libro spiegate de la guerra.

V’era una torre a riguardar superba,

con alti ponti, in opportuno luogo:

ogni forza, ogni sforzo ad espugnarla

tutti volgevan gl’Itali, e i Troiani

con le pietre a difenderla e coi dardi

fitti scagliati per le feritoie.

Turno primo gittò fiaccola e fiamma

che da un lato si apprese e crebbe al vento

e corse per le tavole e le porte.

Dentro sgomenti trepidar, cercare

invan lo scampo dal periglio. E in quella

che addensati s’arretrano a la parte

dal danno immune, a l’improvviso peso

giú ruina la torre e scroscia un rombo.

Semivivi al terren vengono, sotto

la gran caduta, infitti ne le loro

armi o passati il sen da duro legno.

Solo Elènore e Lico furon salvi:

de’ quali il fresco Elenore, che al lidio

re di furto allevò Licimnia schiava

ed il mandò con vietate armi a Troia,

ha nuda spada e scudo senza fregio.

Quand’egli vide sé tra i mille e mille

di Turno e d’ogni parte armi latine,

come la fiera che, da un cerchio stretta

di cacciatori, le minacce affronta

e non ignara gittasi a la morte

spiccando sopra de le picche il salto,

non altrimenti il giovine si scaglia

tra i nemici a morir, dove piú densi.

Ben piú ratto di piè Lico fuggendo

tra gli uomini e tra l’armi a’ muri giunge,

e già si studia d’afferrare i merli

e de’ compagni suoi prender le destre.

Ma Turno, insiem di corsa e di saetta

seguendolo, urla trionfante: “Pazzo!

e sperasti campar da le mie mani?”;

e il ghermisce a mezz’aria e via lo svelle

con gran parte di muro: qual di Giove

l’augello allor che tra gli artigli al cielo

si porta un lepre od un bel cigno bianco,

o il marzio lupo che rapí l’agnello,

e la madre lo cerca e a lungo bela.

Levasi intorno il grido: innanzi vanno

ed i fossati colmano, mentre altri

scagliano ardenti fiaccole a la cima.

Ilioneo d’un gran pezzo di monte

Lucezio atterra che col foco in mano

a la porta venía; Lígere prostra

Ematïone, Asíla Corineo,

quei buono al getto, questi a l’improvviso

da lungi saettar: Cèneo ad Ortigio,

a Ceneo vincitor dà morte Turno,

Turno a Iti ed a Clonio, a Diossippo

e a Promolo, ed a Sàgari e a quell’Ida

che difendea le torri alte; a Priverno,

Capi. Costui sfiorato avea da prima

lieve la lancia di Temilla: ei folle,

avanzando lo scudo, a la ferita

pose la mano, ed ecco una saetta

che la man gli confisse al manco lato

e penetrata addentro di mortale

piaga le vie gli ruppe del respiro.

D’Arcente il figlio in belle armi si stava,

ricamato la clamide e lucente

d’ostro iberico, nobile d’aspetto,

che il genitore Arcente avea mandato,

cresciutolo nel bosco di Cibéle

in riva del Simeto, ove fiorisce

incruento l’altare di Palíco:

ecco Mezenzio, una stridente fionda,

lasciate l’aste, si girò tre volte

intorno al capo e a lui che gli era in faccia

col liquefatto piombo aprí le tempie

e lungo lo distese in su l’arena.

Fama è che allor la prima volta in guerra

vibrasse Ascanio l’agile saetta,

uso innanzi atterrir fiere fugaci,

e del colpo prostrò Numano forte,

soprannomato Remolo, pur dianzi

sposo di Turno a la minor sorella.

Questi avanti le file a dritto e a torto

vociferando, e tumido nel cuore

de la regalità nova, perverso

si pompeggiava rumorosamente.

“Non v’è rossor, due volte presi Frigi,

un altro assedio? e opporre a morte un muro?

Ecco chi a forza vuol le nostre spose!

Quale Iddio, qual follía spinse in Italia

voi? qui non son gli Atridi e non Ulisse

maestro a dire. Fin dal ceppo forti

noi giú portiamo i nostri figli a’ fiumi;

al gelo e a l’onde li tempriam: fanciulli

vegliano in caccia e battono le selve,

domar cavalli e scoccar dardi è gioco.

Pazïente de l’opra e al poco avvezza,

la gioventú rompe co’ rastri il suolo,

crolla con l’armi le città. Tra ‘l ferro

si consuma ogni età: l’asta rovescia

è pungolo a le terga de’ giovenchi.

Né la tarda vecchiezza indebolisce

i vigorosi spiriti o li muta:

l’elmo calchiam su la canizie, e sempre

fresche amiam prede e viver di rapina.

A voi le vesti piacciono di croco

e di fulgida porpora dipinte,

e l’ozio molle e i dilettosi balli,

le maniche e le mitre co’ fermagli.

O Frigie veramente, e non già Frigi,

ite per l’alto Dindimo, ove il flauto

canta sua nota duplice a’ devoti;

i tamburelli e il bosso berecinzio

de l’idèa Madre chiaman voi: lasciate

a’ guerrieri la guerra e fate largo”.

Non sofferí l’insultator protervo

Ascanio, e vòlto a lui pose la freccia

sul nervo equino e con distratte braccia

stette, invocando pria Giove co’ voti:

“L’ardire, o Giove onnipotente, aiuta.

E porterò solenni doni a’ templi;

davanti a l’are con dorate corna

bianco torello ti addurrò, che ormai

erga la testa al pari de la madre,

e già cozzi e co’ piè sparga l’arena”.

L’udí, tonò dal ciel sereno a manca

il Padre, fischia insieme il fatale arco:

vola stridendo l’avventato strale

e le tempie di Remolo trafigge.

“Va’, motteggia il valor co’ detti impronti!

Questa i due volte presi Frigi fanno

a’ Rutuli risposta”. E tacque a tanto.

Il grido segue de’ Troiani e un fremito

di gioia e un vampo di cresciuto ardire.

Stavasi allora da un’eteria plaga

Apolline chiomato a riguardare

l’ausonie schiere e la città, sopra una

nuvola assiso, e tal saluto volge

a Giulo vincitor: “Viva, o fanciullo,

il valor novo! Cosí al ciel si sale,

figlio e futuro genitor di numi.

A ragion, quante ha l’avvenir fatali

guerre, sotto d’Assaraco la gente

poseranno, né te Troia contiene”.

Cosí dicendo giú dal ciel si cala

e vien per le lievi aure verso Ascanio.

Allor muta l’aspetto in quel del vecchio

Bute: fu questi del dardanio Anchise

scudiero prima e famigliar fedele,

poi diello il padre a compagnia d’Ascanio.

Apollo in tutto simile al vegliardo,

a la voce a le carni al bianco crine

e a l’armi fieramente risonanti,

cosí favella a l’animoso Giulo:

“Or basti, Eníde, che Numano cadde

del colpo tuo senza tuo danno: prima

ti assente il grande Apollo questa lode

e non invidia a l’armi uguali; omai

astienti, o figlio, da la guerra”. Disse,

e a mezzo il dir lasciò l’uman sembiante

e dal guardo disparve in sottil aura.

Riconobbero i dardani guerrieri

il dio, le divine armi, e ben fuggente

sentirono sonar la sua faretra.

Dunque pe’ detti e pel voler di Febo

frenano Ascanio di pugnar bramoso,

e fanno essi ritorno alla battaglia

e agli aperti cimenti offron la vita.

Va per tutte le mura e per le torri

il clamor; tendono i fieri archi, a l’aste

scoton la briglia; tutto il suolo è strali;

gli scudi e gli elmi cavi a le percosse

rimbombano; la mischia aspra si leva:

tal da ponente vien sotto i piovosi

Capretti su la terra un gran rovescio,

e cosí fitto grandina sul mare,

qualor con gli austri Giove tenebroso

rotola l’uragano e squarcia i nembi.

Pandaro e Bizia, figli de l’idèo

Alcànore, che in quel bosco di Giove

allevò la silvestre Ièra, giovani

alti come gli abeti a’ patrii monti,

la porta che dal duce è a lor commessa

spalancano fidandosi ne l’armi

ed invitano dentro essi il nemico.

Essi di dentro come torri stanno

a destra e a manca tutti aspri di ferro

e col cimier su’ capi alti fremente:

cosí lunghesso i fiumi, o sian le rive

del Po, sian de l’ameno Adige, due

quercie si vedon sorgere chiomate

ed accennare con le somme vette.

Vi s’avventano i Rutuli, veduto

schiuso l’entrar: ma súbito Quercente,

Aquicolo di belle armi, il focoso

Tmaro e il bèllico Emon con tutti i loro,

o percossi voltarono le spalle

o là sul varco resero la vita.

Piú cresce allor ne’ cuori avversi l’ira:

e già quivi s’addensano i Troiani

d’azzuffarsi e avanzare inanimati.

A Turno re che altrove infuria e incalza

l’annunzio va che l’avversario è sorto

a strage nova e dà le porte aperte.

Lascia l’impresa e pien d’ira feroce

vola a la porta e a’ due portier superbi.

Primo Antífate (primo egli venía),

spurio del gran Sarpèdone di madre

tebana, atterra d’uno stral: ne l’aria

fugge l’itala penna e per la gola

si profonda nel petto, una caverna

v’apre che sgorga fuor spumoso fiotto,

e ferve il ferro nel polmon trafitto.

Indi Merope atterra ed Erimante,

indi Afidno; indi Bizia igneo negli occhi

e fremebondo in cuor, ma non di freccia

(ché certo ei non cadea per una freccia),

sí venne come un fulmine fischiando

una falàrica: i due cuoi taurini

non ressero né resse la lorica

fedel a doppia lastra d’oro; piomba

il gran corpo sul suol che ne risuona,

e romba sul caduto il grande scudo.

Tale di Baia su l’euboico lido

cade talor pilone di macigno,

che su gran massi preparato avanti

gettano in mare; cosí giú rovina

e percosso ristà ne l’imo fondo:

s’agitan l’acque e bruna si solleva

la sabbia; al tonfo Procida alta trema

e ne trema Ischia per voler di Giove

imposta a Tifoèo duro giaciglio.

Qui Marte armipotente animo e forza

crebbe a’ Latini e li toccò di sprone,

mandò la Fuga e il reo Timor fra’ Teucri.

Concorron quelli, poi che il campo è dato

e il dio pugnace move i cuori.

Pandaro, a terra il suo fratel veduto

e il volger de le cose e la vicenda,

la porta a tutta forza risospinge

puntando con le larghe spalle, e molti

chiude fuori de’ suoi tra la battaglia,

ma seco altri rinserra e li rattiene

precipitanti; folle, che non vide

esso il rutulo Re tra la sua schiera

prorompere, ma dentro lo rinchiuse,

come tra imbelle armento atroce tigre.

Nova una luce balenò dagli occhi

e orribilmente gli sonaron l’armi:

fremon le punte del cimier sanguigno

ed è guizzi di folgori lo scudo.

Ben riconoscon l’odïata faccia

e il gran corpo gli Encadi d’un tratto

sgomenti.

Balza allor Pandaro enorme

e grida, iroso del fraterno scempio:

“Non questa è la dotal reggia di Amata,

non Àrdea già tra le native mura

abbraccia Turno: quel che vedi è il campo

avverso; uscir di qui non è potere”.

E con un riso a lui placido Turno:

“Comincia, se hai virtú: vieni. Dirai

a Priamo che anche qui s’è visto Achille”.

Avea detto. Colui rozza e nodosa,

di cruda scorza, a tutta possa un’asta

caglia: fu al vento; la saturnia Giuno

sviò la piaga che veniva, e l’asta

piantasi ne la porta. “Ma non questa

arme, che tratta la mia destra forte,

tu sfuggirai; ch’è il feritor diverso”.

Disse, e si eresse con la spada in alto

e di ferita orribile gli aperse

la fronte in mezzo e le mascelle imberbi.

Fu fracasso e tremor di sí gran peso:

batte a terra le membra ei moribondo

e del cervello sparse l’armi: il capo

penzola dimezzato a le due spalle.

Costernati si sbandano i Troiani:

e se in pensiero al vincitor veniva

franger le sbarre e chiamar dentro i suoi,

ultimo de la guerra e de la gente

era quel dí: ma cieco amor di strage

via lo rapí contro a’ nemici.

Primo s’abbatte a Fàleri ed a Gige

recidendogli il pòplite; ritratte

l’aste le scaglia de’ fuggenti a tergo

(animo e forza gli ministra Giuno);

Ali compagno aggiunge a Fègeo, cui

passò la parma; ignari su le mura

appresso e provocanti Alcandro e Alio

e Noèmone e Prítani. Poi Línceo,

che gli si spinge contro e chiama i soci,

col vivo brando da lo spaldo a destra

sopraffà (lí spiccatogli d’un colpo

giacque con l’elmo il capo suo lontano),

Àmico poscia distruttor di belve,

che a unger dardi e avvelenar la punta

ben sapea far meglio che tutti, e Clizio

eolide, e a le Muse amico Crèteo,

Creteo compagno de le Muse, ch’ebbe

sempre i carmi e la cetra a cuore e il canto

a le corde sposato, e cantò sempre

cavalli ed armi e battagliar d’eroi.

I teucri duci alfine, udito il danno,

convengon, Mnèsteo e il fier Seresto, e in rotta

veggono i loro ed il nemico in casa.

E Mnèsteo grida: “A che fuggire? e dove?

qual città piú, quali altre mura avete?

Un uomo solo, o cittadini, e stretto

entro i vostri steccati, impunemente

la città riempita avrà di stragi

e i piú forti guerrier piombati a l’ombre?

Non de la patria sventurata, o lenti,

de’ vecchi Dei, del grande Enea vi tocca

pietà, riguardo?” Rincorati a questo

serransi tutti e fanno fronte.

Turno

a grado a grado uscía da la battaglia

verso il fiume e la parte che n’è cinta.

Però piú aspri con immenso grido

s’agglomerano i Teucri ad incalzarlo.

Come quando una turba saettante

caccia un crudo leon, che sopraffatto,

truce, con torve occhiate, si ritrae;

né per l’ira e il valor soffre fuggire,

e non può pur bramoso in mezzo a l’armi

e la gente balzar: non altrimenti

dubbioso arretra Turno, e non s’affretta,

con l’incendio nel cuor. Anzi due volte

tornò a scagliarsi tra’ nemici, e due

empí gli spalti di confusa fuga:

ma tutto il campo contro lui si accoglie;

né forze ardisce la saturnia Giuno

prestargli, ché d’Olimpo a la sorella

Giove spedita aveva Iri celeste

con sua non lieve ingiunzïon, se Turno

la troiana città non abbandoni.

Dunque sol con lo scudo e con la mano

regger non può, tra il nembo che l’opprime

de le saette. È un crepitío continuo

l’elmo intorno a le tempie, il buon metallo

si fende a’ sassi, volan via dal capo

le creste, a’ colpi smagliasi lo scudo.

I Troiani imperversano con l’aste

e anch’esso Mnèsteo fulminante. Tutta

il sudore gli corre la persona

in rivoli nerastri, e respirare

non può; scote l’affanno il corpo stanco.

Alfine allor d’un salto giú nel fiume

con tutte l’armi si lanciò l’accolse

al suo venire la corrente bionda,

mansueta lo resse, e trionfante

deterso da la strage a’ suoi lo rese.

LIBRO DECIMO

S’apre intanto la casa de l’Olimpo

onnipotente, e il Padre degli Dei

e degli uomini Re concilio aduna

ne la stellata sede, onde alto mira

le terre tutte e il campo de’ Troiani

e i popoli Latini. Ne la stanza

siedono bipatente; esso incomincia:

“Grandi Celesti, ond’è che vi mutate

e sí lottate con avversi cuori?

Vietai che Italia guerreggiasse i Teucri.

Contro il divieto qual discordia? quale

trepidanza suase o questi o quelli

a cercar l’armi e rompere in battaglia?

Verrà, non l’affrettate, il giusto tempo

di guerra, quando un dí l’aspra Cartago

moverà contro a le romane rocche

un esterminio grande e l’Alpi aperte.

Allor gareggiar d’odii, allor fia bello

sovvertire ogni cosa: ora lasciate

e riposate in un concorde patto”.

Giove in breve cosí, ma non già breve

risponde l’aurea Venere:

“Padre, eterno signor d’uomini e cose

(e a chi potremmo avere omai ricorso?),

vedi tu come i Rutuli son baldi

e Turno corre tra la mischia e vola

alto sul carro e gonfio de’ successi?

Non bastano a difendere i Troiani

le chiuse mura: entro le porte, in cima

agli spaldi già vengono a le prese,

e le fosse ridondano di sangue.

È lungi e ignaro Enea.

Non mai d’assedio

li francherai? De la nascente Troia

stringe il nemico un’altra volta i muri

e un esercito novo; un’altra volta

sorgerà contro a’ Teucri da l’etòla

Arpi il Tidide. Piú non manca, credo,

che le ferite mie: la tua figliuola

attendendo si sta dardi mortali.

Se contro il suo piacer, senza l’assenso

i Troiani salparono a l’Italia,

paghin la colpa e privali d’aiuto:

ma se dietro gli oracoli fur mossi

che sí spessi rendean Superi e Mani,

perché v’ha chi rimuta oggi il tuo cenno

e presume crear novi destini?

Dirò le navi al lido d’Èrice arse?

o il re de le tempeste suscitato

e da l’Eolia i venti furibondi?

o da le nuvole Iride mandata?

Ora move fin l’ombre (l’universo

serbava intatta quella parte), e Alletto

eruppe d’improvviso sotto il sole,

per l’itale città pazza scorrendo.

Non m’affanno d’impero: io lo sperai

a’ lieti giorni: vinca, chi tu vuoi.

Se non è regïon che la tua dura

consorte a’ Teucri dia, padre, ti prego

per le fumanti ceneri di Troia,

che si possa campar da l’armi Ascanio

incolume, superstite nipote.

Vada per l’onde ignote Enea sbattuto;

qual via Fortuna assegnerà, la corra:

ma questo, ch’io lo salvi e lo sottragga

a l’empia guerra. Ho Amatunta, ho l’alta

Pafo e Citéra con l’idalie case:

quivi senz’armi viva e senza gloria.

Fa’ che in fiero dominio signoreggi

Cartagine l’Ausonia: indi nessuna

a le tirie città verrà molestia.

Che valse uscir dal vortice di guerra

e per mezzo sfuggir le argive fiamme

e tanti in terra e in mar rischi patire,

cercando i Teucri il Lazio e una risorta

Pergamo? Deh, non era meglio stare

su le reliquie de la patria estreme,

là dove Troia fu? Padre, oh! tu rendi

agl’infelici Xanto e Simoenta

e fa’ che la vicenda si rinnovi

d’Ilio a’ Troiani”.

La regal Giunone

allor, accesa di furor profondo:

“L’alto silenzio a che romper mi sforzi

e in parole svelar l’intimo sdegno?

Enea qual uom, qual dio l’astrinse a guerra

e lo mosse nemico al re Latino?

Venne in Italia per i fati, e sia,

stimolato dagli estri di Cassandra:

forse che a uscir dal campo l’esortammo

e commettersi a’ venti? a dare in mano

e le mura e la guerra ad un fanciullo?

l’etrusca fede e i popoli quïeti

turbar? Qual dio lo spinse al mal, qual nostra

mai prepotenza? dov’è qui Giunone

o da le nuvole Iride mandata?

Indegna cosa a la nascente Troia

gl’Itali porre intorno il fuoco, indegna

stanziar Turno ne la patria terra,

cui fu avo Pilumno e cui fu madre

la dea Venilia: ed i Troiani contro

a’ Latini venir con tetra face?

campi altrui soggiogar, portarne prede?

i suoceri trascegliersi e rapire

lor di grembo le spose? con la mano

pace implorare, armar le poppe a guerra?

Tu Enea puoi trarre da le man de’ Grai

e porre in luogo suo la nebbia e il vento,

puoi de le navi tu far tante ninfe:

s’io giovo in nulla i Rutuli, è delitto?

È lungi e ignaro Enea. Sia lungi e ignaro.

Hai Pafo e Idalio, hai tu l’alta Citera:

una città ch’è gravida di guerre

e fieri cuori perché tenti? Forse

ci sforziam noi di rovesciarti il frale

stato de’ Frigi? noi, o chi di fronte

pose agli Achivi i poveri Troiani?

Qual fu cagione a sollevarsi in armi

l’Europa e l’Asia e dissipar la pace

con un ratto? L’adultero troiano

forse da me condotto espugnò Sparta?

il dardo io diedi e in voluttà la guerra

scaldai? Dovevi allor pe’ tuoi temere:

tarda or ti levi a lamentele ingiuste

e vai spargendo inutili corrucci”.

Cosí Giunone perorava, e tutti

i Celesti fremean con vario assenso,

come quando i primi aliti nascosi

metton tra ‘l bosco un murmure indistinto,

indizio al marinar che viene il vento.

Allora il Padre onnipotente, primo

de le cose signor, parla (al suo dire

ammutisce la casa alta de’ Numi

e giú la terra trepida, si tace

il sommo ciel, gli zefiri son cheti,

e l’oceano placido si spiana):

“M’udite dunque e in cuor figgete il detto.

Poi che stringere accordo Ausonii e Teucri

non fu concesso, e la discordia vostra

dura infinita, qual che abbia ciascuno

oggi fortuna, qual solchi speranza,

Teucro o Rutulo, io non farò divario,

o per fati degl’Itali sia stretto

d’assedio il campo o per infausto errore

di Troia e per oracoli sinistri.

Né i Rutuli prosciolgo. Avrà ciascuno

il danno e la fortuna de la propria

impresa. Giove è re per tutti eguale.

I fati troveran la via”.

Pel fiume

indi accennò del suo fratello stigio

dai tetri gorghi torridi di pece,

e tutto al cenno fe’ tremar l’Olimpo.

Qui finîr le parole. Allor si leva

Giove da l’aureo trono, ed i Celesti

in cerchio l’accompagnano a le soglie.

I Rutuli frattanto ad ogni porta

premono a studio di atterrar guerrieri

e le mura cerchiar d’incendio. Stretta

ne’ valli sta la legïon d’Enea,

né speranza è di fuga. Su le torri

alte i miseri stanno inutilmente,

e rari coronarono gli spaldi.

Asio Imbràside appar, l’Icetaonio

Timete ne la prima schiera, e i due

Assàraci e con Castore il provetto

Timbri: compagni vengono di questi

entrambi di Sarpèdone i germani

Claro e Temone da l’alpestre Licia.

Con isforzo di tutta la persona

un gran sasso, una falda anzi di monte,

porta il lirnesio Acmon, né a Clizio padre

né al fratello Menèsteo inferïore.

Questi col getto, quei volgendo pietre

studiano a la difesa e avventar fuoco

ed incoccare le saette al nervo.

Esso nel mezzo, degno amor di Venere,

è il dardanio fanciullo a capo ignudo;

quale brilla tra ‘l biondo oro una gemma

di fregio al collo o al crine, e qual per arte

commesso avorio luccica tra ‘l bosso

o il terebinto d’Òrico: i capelli

gli piovon su la candida cervice,

li annoda un cerchio di pieghevol oro.

Te pur l’inclita gente, Ismaro, vide

diriger colpi e attossiccar saette,

di nobil casa di Meonia, dove

esercitano gli uomini le zolle

feraci, dal Pattòlo aureo irrigate.

Anche Mnèsteo vi fu, cui leva a cielo

la prima gloria del cacciato Turno

da la cerchia de’ muri, e vi fu Capi,

onde ha suo nome la città campana.

Quelli tra lor le gare aspre di guerra

mesceano: Enea nel cuore de la notte

solcava il mar. Poiché, come da Evandro

entrato al campo etrusco al re ne viene

e al re dice il suo nome e la sua gente,

quel che domanda e quel che apporta, e narra

quali Mezenzio si procacci aiuti,

quanta di Turno sia la vïolenza,

e gli rammenta le vicende umane

pregandolo; Tarcone senza indugio

le forze unisce e stringe l’alleanza.

Libera allor dal fato, i legni sale

la lidia gente, per divin volere

commessa al cenno di straniero duce.

D’Enea la nave innanzi va, con due

frigi leoni sotto al rostro, e l’Ida

sopra, diletto a’ profughi Troiani.

Qui siede il grande Enea tra sé volgendo

gli eventi varii de la guerra, e a manca

gli si stringe Pallante, ora chiedendo

degli astri, guide de l’opaca notte,

or di quanto ei sofferse in terra e in mare.

Aprite or l’Elicona, o Dive, e il canto

dettate, quale da le tosche prode

stuolo accompagni intanto Enea, venendo

per la marina su le armate navi.

Primo il mar solca su la bronzea Tigre

Massico, sotto a cui mille da Chiusi

e da Cosa si mossero: saette

son l’armi loro e a l’omero leggieri

goríti ed infallibile arco.

Insieme

dal fiero piglio Abante: i suoi drappelli

tutti in bello fulgean guerresco arnese

e di dorato Apolline la poppa.

Seicento gli avea dati Populonia

di suoi figli agguerriti, Elba trecento,

isola inesauribile miniera

de’ Càlibi.

Veniva terzo Asíla,

quel degli uomini interprete e de’ numi,

cui le fibre del gregge, cui son chiari

gli astri del ciel, le lingue degli uccelli

e i guizzi de la folgore presaghi,

con mille in campo densi orridi astati.

Glie li sommette alfea d’origin Pisa,

città etrusca di suol.

Bellissimo Àstir

séguita, Àstir fidente nel destriero

e ne le variegate armi. Trecento,

con un unico cuor di seguitarlo,

gli aggiungon quei di Cere e quei che sono

del Minïon ne’ campi e Pirgo antica

e da le non leggiere aure Gravisca.

Non io già te, de’ Liguri sí prode

condottier, leggermente passerei,

da pochi accompagnato Cupavone,

cui penne in fronte sorgono di cigno:

amore è vostra colpa ed è l’insegna

de la forma paterna. Il grido narra

che nel rimpianto di Fetonte amato,

tra le pioppe e l’ombria de le sorelle,

mentre canta e cantando si consola,

incanutí di molle piuma Cigno,

con la voce dal suol mosso a le stelle.

Il figlio, in nave il coetaneo stuolo

accompagnando, avanti fa co’ remi

un gran Centauro: quel sovrasta a l’acqua

e ingente sasso a l’onde alto minaccia,

fendendo i flutti con la lunga chiglia.

Quell’Ocno ancor dal terren patrio a l’armi

guerrieri trae, de l’indovina Manto

figlio e del tosco fiume, ei che co’ muri

de la madre ti diè, Mantova, il nome;

Mantova, ricca d’avi, ma non d’una

radice tutti: tre le genti, quattro

sott’ogni gente i popoli; essa capo

de’ popoli, dal tosco sangue il nerbo.

Mezenzio n’arma contro sé pur quindi

cinquecento: figliuolo del Benaco,

velato il Mincio de le canne verdi

traeali al mare su l’infesto abete.

Va grave Auleste ed al maneggio insorge

di cento remi che percoton l’onde.

Gran Tritone lo porta e i flutti azzurri

con la conchiglia assorda: insino a’ fianchi

nuotando offre sembianza ispida d’uomo,

termina il ventre in mostro; spumeggiante

sotto al selvaggio sen mormora il mare.

Tanti scelti guerrier su trenta navi

in aiuto movevano di Troia

e solcavan co’ rostri i campi salsi.

E già dal cielo il dí s’era partito,

e l’alma Febe col notturno carro

batteva il mezzo de l’Olimpo: Enea,

cui non lascia il pensier posar le membra,

esso siede al timone, esso a le vele.

Ed ecco tra il viaggio in lui s’incontra

il coro de le sue compagne. Quelle

che di navi esser ninfe in mar divine

l’alma Cibele avea voluto, a schiera

nuotavano ivi, quante erano state

rigide un giorno bronzee prore a riva.

Riconoscono il re da lungi, e intorno

gli danzano. E di lor la piú faconda,

Cimodocèa, dietro seguendo, pone

a la poppa la destra e, fuori emersa

col dorso, cheta remiga sott’acqua

con la sinistra e a lui ignaro dice:

“Sei sveglio, Enea, figlio di numi? Veglia,

ed a le vele libera le sarte.

Siam noi, i pini siam del sacro monte

Ida, or ninfe del mar, siam la tua flotta.

Come il perfido Rutulo voleva

con ferro e fiamma a furia inabissarci,

rompemmo contro voglia i tuoi legami

e per il mare ti cerchiam. La madre

ci diè pietosa queste nove forme

e in grembo a l’acque viver come dee.

Ma il giovinetto Ascanio in muri e fossi

è costretto da l’armi e da’ Latini

spiranti guerra. A’ comandati luoghi

già sono insiem col valoroso Etrusco

l’Arcade cavalier: frapporre a quelli

le torme sue, che al campo riunirsi

non possano, è il proposito di Turno.

Or sorgi e primo su l’aurora i tuoi

fa’ si chiamino a l’armi e prendi il clipeo

che invitto esso ti diede il Dio del fuoco

e il cinse d’oro. Il sole di domani,

se vane non terrai le mie parole,

de’ Rutuli vedrà sanguigno mucchio”.

Avea detto, e spiccandosi sospinse,

dotta del modo, con la man la poppa:

questa va piú che stral che va col vento;

e cosí l’altre affrettano la corsa.

Il troiano Anchisiade stupisce

ignaro, pur si esalta del presagio

e breve prega riguardando in alto:

“Alma de’ Numi genitrice Idèa,

che Dindimo ami e le città turrite

e i leoni a pariglia, or tu m’avvii

a la battaglia, e tu l’augurio adempi

e i Frigi, o dea, benignamente assisti”.

Cosí detto, che già tornando in volta

il dí chiariva e avea cacciate l’ombre,

da prima ordina a’ suoi che dietro a’ segni

s’animino e preparino a la pugna.

Esso diritto poi su l’alta poppa,

già in vista avendo i Teucri ed il suo campo,

con la sinistra sollevò lo scudo

fiammante.

Un grido alzano al ciel da’ muri

i Teucri, nova speme attizza l’ire,

e lancian dardi: quali sotto al nembo

si fanno le strimonie gru sentire

che l’aëre traversano rombando

e con lieto clamor fuggono i Noti.

Quella al rutulo re fu maraviglia

e a’ duci ausonii, insin che riguardando

vedon le poppe al lido volte e tutto

venire a riva con la flotta il mare.

Arde l’elmo a la cima, e da le piume

fiamma si sparge, e il rilevato centro

de l’aureo scudo un vasto incendio spira;

non altrimenti se per chiara notte

luttuose rosseggiano comete,

o il Sirio ardore, quel forier di sete

e di morbi a’ mortali egri, si leva

e del sinistro lume il ciel contrista.

Non però la fidanza a Turno audace

venne men di preoccupare il lido

e i venïenti ributtar da terra;

anzi co’ detti i cuori eccita e sprona:

“Quel che bramaste, già fiaccar con mano

potete; in pugno de’ guerrieri è Marte.

Or la sua donna ognuno e la sua casa

rammenti, or si rinnovino le glorie

de’ padri. Riceviamoli a la sponda,

trepidi ancor ne’ primi incerti passi.

Ride agli arditi la fortuna”.

Dice, e divisa chi a lo scontro meni,

a chi confidi l’accerchiate mura.

Intanto Enea da l’alte poppe i suoi

coi ponti sbarca. Colgono l’istante

molti che si ritrae languida l’onda

e balzan su l’arena, altri pe’ remi.

Esplorando Tarcone ov’è profondo,

ove non frange mormorando il flutto

ma gonfio arriva e senz’intoppo il mare,

là dirige la prora e i soci esorta:

“Ora, miei prodi, date forte a’ remi,

via levate in un volo i legni, e in questa

sponda nemica a noi piantate i rostri,

che la chiglia da sé si faccia il solco.

Presa terra una volta, a me non cale

romper la nave ne l’approdo”.

Tanto

disse Tarcone, e sul remeggio ritti

lancian quei tra le schiume in suol latino

le navi. I rostri mordono l’asciutto,

e posaron le chiglie; illese tutte,

non, Tarcone, la tua, che urtata, mentre

sopra la secca disegual vacilla

aiutandosi a lungo e dibattendo,

sfasciasi ed i guerrieri in acqua versa.

Impaccio sono a lor le galleggianti

tavole e gli spezzati remi, insieme

l’onda nel rifluir ne porta il piede.

Né Turno inerte si ristà, ma fiero

tutti trascina contro i Teucri e pianta

in su la riva i suoi. Squillano i segni.

Primo assalí le torme agresti Enea,

e, augurio de la pugna, in terra mise

i Latini uccidendo il gran Terone

che contro Enea volenteroso move:

per le maglie di bronzo e per le scaglie

de la tunica d’oro il fianco nudo

gli colpí con la spada. Indi colpisce

Lica, spiccato un dí da la già morta

madre e a te, Febo, consacrato: i rischi

del ferro ei seppe vincer da piccino.

Lí presso, a morte diè Cissèo feroce

e il vasto Gía da l’omicida clava:

d’Ercole l’arma né il possente polso

non li salvò né il genitor Melampo,

compagno fido ognor d’Alcide, mentre

gravi la terra gli offerí fatiche.

Ecco, a Farone che sclamava al vento,

gli configge mentre urla un dardo in bocca.

Tu pur, Cidone, che mal segui Clizio,

nova delizia con la gota bionda

del primo pelo, per la man troiana,

guarito de l’amor che sempre avevi

di giovinetti, misero cadresti,

se incontro non venían stretti a coorte

sette fratelli, a Forco figli, e sette

scoccano strali, che una parte vani

rimbalzano da l’elmo e da lo scudo,

una parte radenti la persona

li sviò l’alma Venere.

Si volge

al fido Acate Enea: “Dammi de l’armi,

né sia che a vuoto io n’abbia una scagliata

contro i Rutuli, quando a’ campi d’Ilio

cosí bene colpivano ne’ Greci”.

Afferra allor una grande asta e avventa,

che a vol trapassa il bronzo de l’usbergo

di Mèone e squarcia la corazza e il petto.

Alcànore sottentra al suo fratello

che trabocca, e lo regge con la destra:

un’asta vien che gli trafigge il braccio,

indi continua sanguinosa il volo;

e penzolò da l’omero la destra

co’ morti nervi. Dal fraterno corpo

tratta la lancia, Numitor si volse

contro ad Enea; né già poté ferirlo

e la coscia sfiorò del grande Acate.

Clauso da Curi del suo fresco fiore

baldo sen viene e con la rigid’asta

coglie di lunge Dríope, affondata

di sotto al mento, e per la rotta gola

parola e vita insiem gli toglie: quello

dà de la fronte al suol e denso versa

di bocca il sangue. Con diverse morti

prostra altri tre de la suprema gente

del tracio Borea, e ancora tre che invia

Ida padre e la patria Ìsmara. Accorre

Aléso con l’aurunco stuol, sottentra

nettunia prole il cavalier Messàpo.

Di ricacciarsi tentano a vicenda:

su le soglie d’Italia è la tenzone.

Come per l’ampio ciel discordi venti

s’azzuffano con furia e forze uguali;

non cedon essi, non le nubi e il mare,

de’ cozzanti elementi è lunga lotta:

non altrimenti le troiane schiere

e le schiere latine a fronte stanno;

piede a piede si serra ed uomo ad uomo.

Ma in altra parte, che il torrente aveva

ingombra tutta di travolti sassi

e d’alberi a le sponde sradicati,

come Pallante gli Arcadi, non usi

pugnar pedoni, dar vide le spalle

al Lazio inseguitor (li avea l’asprezza

del luogo fatti scendere di sella),

solo rimedio al misero momento,

or con prece li avviva or con rampogne:

“Compagni, ove fuggite? Per voi stessi

e i vostri vanti, per il regio nome

d’Evandro e i suoi trionfi, per me novo

emulatore del valor paterno,

non fidate ne’ piè. La via col ferro

s’ha da far tra’ nemici. Ove minaccia

quel piú denso manipolo guerriero,

là voi con me la nobil patria chiama.

Non ci assalgon già Dei; siam combattuti

mortali da mortali, ed abbiam noi

una vita e due mani al par di loro.

Ecco, una gran barriera il mar ci oppone;

manca terra al fuggir: ci volgeremo

al mare o a Troia?”.

Cosí dice, e in mezzo

al folto de l’avversa oste prorompe.

Primo gli si offre per suo triste fato

Lago: lui, mentre spicca un ponderoso

sasso, trafigge d’aggiustato dardo,

ove in mezzo a le costole è la spina,

e ritrae l’asta penetrata a l’ossa.

Né lo sorprende, e lo sperava, Isbone;

anzi, precipitante forsennato

per l’aspra morte del compagno, lui

Pallante accoglie pronto e la sua spada

gli profonda nel tumido polmone.

Poi Stènio assale e Anchèmolo, di Reto

da la gente vetusta, oso incestare

de la matrigna il talamo. Gemelli,

voi pur ne’ campi rutuli cadeste,

Laríde e Timbro, figli a Dauco; tanto

simiglianti tra lor, che a’ lor parenti

eran cagione di gradito errore:

or fece in voi Pallante aspro divario,

che a te spiccò l’evandria spada, o Timbro,

il capo; e te, Laríde, la tua destra,

te tronca cerca, e palpitano in terra

le moribonde dita a stringer l’elsa.

Gli Arcadi, accesi a le parole e a l’alta

vista di sue prodezze, a la battaglia

arma un misto di sdegno e di rossore.

Or Pallante trapassa Rèteo, via

su la biga fuggente. E fu per Ilo

quel breve attimo assai; ché di lontano

contro Ilo la grande asta avea diretta,

e a riceverla Rèteo si frappose,

mentre da te scampava, ottimo Teutra,

e da Tire fratel. Giú da la biga,

dà su rutulo suol gli ultimi tratti.

Come d’estate al desïato vento

mette il pastor d’intorno al bosco il fuoco,

ma corre al mezzo rapida e tutt’una

si fa la veemenza di Vulcano;

quei pago siede e guarda giú le fiamme

che trionfano: in simil guisa tutto

de’ compagni il valore in un s’accoglie;

e tu godi, Pallante. Ma il pugnace

Aléso vien, stretto ne l’armi sue,

e uccide di tra lor Ladon, Ferete,

Demodoco; a Strimonio d’un fendente

de la fulgida spada via la destra

spicca levata a la sua gola; un masso

gitta in viso a Toante, e gli sfragella

l’ossa e il cervello in misero miscuglio.

Vate de’ fati, il padre avea nascosto

ne’ boschi Aléso; ma com’ebbe il vecchio

ne la morte i canuti occhi sopiti,

l’afferraron le Parche e lo dier segno

agli strali d’Evandro. A lui Pallante

mira, prima pregando: “Or tu concedi,

Tebro padre, a lo stral che ho qui su l’ale

felice volo al duro cuor di Aléso.

Tua querce avrà quest’arma e le sue spoglie”.

Il dio l’udí: mentre fa scudo Aléso

a Imàone, offerisce l’infelice

a l’arcadica freccia il petto inerme.

Ma dal cader di sí grand’uom sgomenti

Lauso, cuor de la guerra, i suoi non lascia:

previene e prostra, che il fronteggia, Abante,

de la battaglia groppo e indugio.

Cade

Arcade gioventú, cadono Etruschi:

e voi da’ Greci invïolati Teucri.

Cozzan pari le parti in duci e in forze.

Gli ultimi urgon le file, né la ressa

lascia l’armi e le man libere.

Incalza

di qua Pallante e là di contro Lauso.

Poco diversa è loro età; son belli:

ma la Fortuna a entrambi avea negato

tornare in patria. Il Re del grande Olimpo

pur non vuol che si affrontino: li attende

il fato lor sotto maggior nemico.

L’alma sorella intanto anima Turno,

che per le file va con l’agil carro,

di sottentrare a Lauso. I suoi veduti,

“È tempo di lasciar la pugna; io solo

Pallante assalgo, solo a me Pallante

si dee; vorrei qui spettatore il padre”;

disse, e cessero i suoi dal pian vietato.

Al ritrarsi de’ Rutuli, al comando

superbo il giovinetto è fiso in Turno

e move gli occhi per la gran persona,

osa fiero guardar tanta minaccia

e questo rende al grido del tiranno:

“Ora o il vanto avrò io di tue rapite

opime spoglie o d’una morte degna:

a questo e a quel mio padre è pronto; lascia

di minacciar”. E in mezzo al campo avanza.

Freddo agli Arcadi in cuor s’accoglie il sangue.

Turno balzò giú da la biga, e a piedi

si fa vicino: qual vola il leone,

se da l’alta vedetta un toro ha scorto

lungi nel campo meditar battaglia,

non dissimile appar Turno che viene.

Come al tiro de l’asta il credé giunto,

ecco primo ir Pallante, se a l’ardito

oltre sue forze arrider voglia sorte,

e riguardando l’ampio cielo esclama:

“Per l’ospitalità nostra e la mensa

cui venisti tra via ti prego, Alcide,

aiuta l’alta impresa. Moribondo

le sue strappar mi vegga armi cruente,

e vincitor me specchino languenti

le pupille di Turno”.

Udí la prece

Alcide; immenso in fondo al cuor si preme

un rammarico e versa inutil pianto.

Allor benigno il Padre al figlio dice:

“Fisso a ognuno è il suo dí; breve è la vita

per tutti e irrevocabile, ma il nome

è opra di virtú rendere eterno.

Tanti di Troia sotto l’alte mura

cadder figli di Dei; cadde con gli altri

Sarpèdone mia prole. Ed anche Turno

chiama il suo fato, e omai tocca la meta”.

Disse, e gli occhi ritorce dal paese

de’ Rutuli.

Pallante a tutta forza

scaglia l’asta e dal fodero la spada

strappa fuori fulgente. A volo quella

coglie ove il pettoral tocca le spalle

e per gli orli del clipeo insinüata

giunge a sfiorar le gran membra di Turno.

Turno allor, bilanciatala buon tratto,

lancia la trave sua ferrata in punta

contro Pallante e cosí dice: “Or vedi

se l’arme mia piú penetrabil fosse”.

Avea detto, e lo scudo a tante piastre

e di ferro e di bronzo, e cui rafforza

cuoio taurino tante volte in giro,

la cuspide col suo terribil colpo

l’attraversa per mezzo, e le difese

fora de la lorica e il petto grande.

Quegli si strappa indarno il caldo ferro:

escon per una via la vita e il sangue.

Cade su la ferita; sopra lui

sonaron l’armi, ei la nemica terra

batte morente con bocca sanguigna.

Turno standogli sopra:

“Arcadi, a Evandro riportate fidi:

Pallante, qual si meritò, gli rendo.

Ogni fregio di tomba, ogni conforto

di sepoltura, lo concedo. Poco

a lui non costerà l’ospite Enea”.

Disse, e calcò del piè sinistro il morto,

il gran peso strappandogli del balteo

e l’impresso delitto: in una stessa

nuzïal notte indegnamente spenta

una schiera di giovani e cruenti

i talami, che in molt’oro avea sculto

Clono Eurítide; e Turno de la spoglia

gode e d’impadronirsene trionfa.

O mente umana del destino inconscia

e del futuro, e di serbar misura,

inorgoglita de l’evento lieto!

Tempo a Turno verrà che ad ogni prezzo

vorrebbe non aver tocco Pallante,

queste spoglie odïando e questo giorno.

Ma i compagni con lagrime e lamento

su lo scudo riportano Pallante

numerosi. Oh dolore ed onor grande

che al padre tornerai! Questo dí primo

a la guerra ti diè, questo ti toglie,

pur gran mucchio di Rutuli lasciando.

Né solo il grido omai di sí gran danno,

ma piú certo messaggio accorre a Enea,

essere a un filo da la morte i suoi,

stringer l’aiuto agli sconvolti Teucri.

Miete davanti a sé con la sua spada

impetüoso e si fa larga via,

te de la fresca uccisïon superbo,

Turno, cercando. Egli ha Pallante, Evandro,

ogni cosa negli occhi, e le lor mense

cui prima venne e le congiunte destre.

Quattro giovani usciti di Sulmona,

altrettanti cresciuti su l’Ufente

viventi afferra, da immolare inferie

a l’ombra e sparger del captivo sangue

l’accesa pira. Avea poi tratta a Mago

l’infensa asta lontan: quel si fa sotto

accorto, l’asta il ventilò passando,

e supplice gli abbraccia le ginocchia:

“Per l’anima paterna e le speranze

io ti scongiuro del crescente Giulo,

che tu vivo mi lasci al figlio e al padre.

Ho un’alta casa, v’è talenti ascosi

di cesellato argento e pesi d’oro

scolpito e grezzo. Non di qui dipende

la vittoria de’ Teucri ed una vita

peserà poco a tanto”. Aveva detto.

Enea gli fa questa risposta: “I molti

che tu dici d’argento e d’or talenti

serbali a’ figli tuoi. Fu Turno il primo

a toglier via tali commerci in guerra,

quando uccise Pallante. Cosí l’ombra

d’Anchise padre, cosí sente Giulo”.

Indi gli pone la sinistra a l’elmo

e, la cervice al supplice piegando,

v’immerge il ferro fino a l’elsa.

Presso

l’Emònide si stava, sacerdote

di Febo e Trivia, cui cingea di sacre

bende le tempie l’infula, e lustrava

tutto a le vesti e a le belle armi. Lui

assalisce e persegue e sul caduto

soprastando l’immola e de la grande

ombra il copre: le scelte armi Seresto

si accolla, a te, Gradivo re, trofeo.

Cèculo da Vulcano generato

e da’ monti de’ Marsi Umbron disceso

ristorano le file. Le sbaraglia

il Dardanide. Ad Ànxure recisa

la manca aveva d’un fendente e tutto

il cerchio de lo scudo: avea costui

fatto qualche bravata e la parola

s’era creduto riuscir possente,

e s’esaltava forse promettendo

la canizie a sé stesso ed anni lunghi.

Tàrquito baldo e luminoso in armi,

cui al silvestre Fauno procreava

Dríope ninfa, si fe’ contro al fiero:

ei ritrae l’asta e avventa, e gli conficca

la lorica e l’usbergo ponderoso;

poi, mentre prega indarno e vuol pur dire,

gli getta il capo per le terre e, il tronco

tepido rotolando, anche soggiunge

con inimico cuore: “Or costí giaci,

o tremendo. Non te l’ottima madre

porrà sotterra e nel sepolcro avito:

rimarrai preda de’ rapaci uccelli,

o in mar gittato, andrai con l’onda, e i pesci

ti lambiranno ingordi le ferite”.

Senza respiro Antèo persegue e Luca,

prime file di Turno, e il forte Numa

e il nato dal magnanimo Volcente

fulvo Camerte, tra la gente ausonia

ricchissimo che fu di campi e tenne

il regno de la taciturna Amicla.

Quale Egeon, cui cento braccia e cento

mani, e in cinquanta bocche e petti il fuoco

narran che ardesse, allor che contro a Giove

fulminante altrettanti fragorosi

scudi squassava e tante stringea spade;

cosí per tutto il piano infuria Enea

invitto, da che prima il ferro tinse.

Or la quadriga affronta di Nifeo:

come i cavalli videro i gran passi

e il piglio orrendo, paurosi indietro

precipitando rovesciano il duce

ed il carro strascinano a la riva.

Frattanto in bianca biga entra nel mezzo

Lúcago col fratel Lígere: questi

regge le briglie, quei ruota la spada.

Spiacque ad Enea lor fervido furore,

e grande si attraversa a lancia tesa.

Lígere a lui:

“Non i cavalli di Diomede o il carro

vedi d’Achille o de la Frigia i campi:

or qui per te avran fine e l’armi e gli anni”.

Volan del folle Lígere gli accenti:

ma non rende parole il teucro eroe,

sí scaglia il colpo a l’avversario. Chino

Lúcago avanti a stimolar col brando

la pariglia, ne l’attimo che avanza

il piè sinistro e s’apparecchia a l’urto,

per gl’imi bordi del fulgente clipeo

sottentra l’asta e il manco inguine fora.

Scosso dal carro ei moribondo rotola

al suol, e amaro il pio Enea gli dice:

“Lúcago, lento correr di cavalli

non tradiva il tuo carro, né lo volse

vano adombrare dai nemici; sei

tu a balzar via da la biga”. Detto,

dà di piglio a’ corsier. Le palme inerti

sdrucciolato dal carro anche il fratello

triste porgea: “Per te, per i parenti

che tal ti generarono, o Troiano,

odi la prece e lasciami la vita”.

E ancor prega, ma Enea: “Tu non parlavi

dianzi cosí. Muori, né abbandonare

fratello il tuo fratel”. Poi d’un fendente

gli schiude, covo de la vita, il petto.

Tale il dardanio condottier menava

strage pe’ campi, col furor d’un’acqua

torrente o d’atro turbine.

A la fine

prorompon da l’accampamento Ascanio

giovinetto e i suoi prodi invan cerchiati.

Intanto Giove volgesi a Giunone:

“O mia sorella e insiem dolce consorte,

come pensavi, e il tuo pensier non erra,

è Venere a sorreggere i Troiani,

non la lor destra vivida a la guerra

e il fiero cuore de’ perigli amico”.

Sommessa Giuno a lui: “Fulgido sposo,

perché pungi l’afflitta e timorosa

de’ severi tuoi detti? Oh! se in amore

la forza avessi ch’ebbi e aver dovrei,

ciò non mi vieteresti, Onnipotente,

ch’io sottraessi a la battaglia Turno

e incolume il serbassi a Dauno padre.

Or muoia e paghi del buon sangue i Teucri.

Ei tuttavia da noi deriva il nome,

Pilumno è suo bisavolo, e d’offerte

larghe e frequenti a te colmò gli altari”.

E breve a lei il Re de l’alto Olimpo:

“Se un indugio s’implora de la morte

per il caduco giovine e tu intendi

ch’io questo intenda, fa’ che Turno fugga

e lo rapisci agl’incalzanti fati.

Tanto posso assentir. Che se piú alta

grazia in cotesto supplicar si cela,

se muovere e mutar pensi la somma

de la guerra, speranze nutri vane”.

E Giuno lagrimosa: “Or se in tuo cuore

gli concedessi quel ch’esiti a voce?

e salda rimanesse a lui la vita?

Senza colpa or l’attende un triste fine,

se ombra di vero io so. Deh m’illudessi

io di falsa paura e, tu che il puoi,

piegassi a miglior sorte il tuo pensiero!”.

Detto ch’ebbe cosí, da l’alto cielo

subito si calò cinta e precorsa

dal nembo, a ritrovar le schiere d’Ilio

e de’ Laurenti il campo. Ivi la dea

di vana nebbia una lieve ombra imbelle

in sembianza d’Enea, mirabil vista,

riveste di dardanie armi, e lo scudo

finge e il pennacchio del divino capo;

voci vane le dà, suon senza mente,

ed un andare che somiglia il suo:

tali de’ morti è fama errar fantasmi,

o illudon sogni gli assopiti sensi.

L’ombra innanzi a le file imbaldanzisce

e sfida Turno pur con dardi e detti.

Turno la insegue e di lontan le avventa

l’asta fischiante: quella in fuga è volta.

E Turno che credeva Enea fuggire,

nel turbato pensier quella accogliendo

speranza inane: “Dove fuggi, Enea?

non disertare il talamo promesso:

per questa man ti si darà la terra

che cercasti per mar”. Cosí l’insegue

urlando e vibra la snudata spada,

e non vede ch’è vento il suo trionfo.

Fermata al piede d’un eretto scoglio

con le scale calate e il ponte pronto

trovavasi una nave, in che venuto

Osinio re da’ lidi era di Chiusi.

L’ombra d’Enea fuggente paurosa

vi salí, sparve giú ne’ fondi: Turno

non però meno incalza e sorvolando

gl’impedimenti l’alto ponte varca.

Appena tocca avea la prora, e Giuno

rompe il canape e via spicca la nave

indietro per il mar.

Intanto Enea

va chiamando l’assente a la battaglia

e molti in che s’affronta a morte invia.

Già la lieve ombra piú non cerca i fondi,

ma vola in aria e mescesi a le nubi,

mentre naviga Turno al vento buono.

De’ fatti ignaro, ingrato de lo scampo,

egli si guarda dietro ed alza al cielo

con la voce le palme: “Onnipotente

Padre, e di macchia tal degno mi credi

e tal castigo m’infliggesti? Dove

vo, donde mossi? quale ontosa fuga

cosí m’apparta? Ancor vedrò le mura

de’ Laurenti e le tende? E quelle schiere

a me seguaci ed a’ miei segni, e quanti,

oh vergogna! lasciai preda di morte,

e già vedo i dispersi e de’ caduti

odo il lamento? Che farò? qual basta

voragine profonda ad inghiottirmi?

Almen deh! voi pietà m’abbiate, o venti:

contro le rupi, il cuor di Turno implora,

contro gli scogli e ne le secche sirti

sbattete il legno, ove a’ Rutuli io sfugga

e al grido de l’infamia”. In cosí dire

ondeggia vario il suo pensier, se debba

per cosí gran disdoro forsennato

col ferro punitor passarsi il petto,

o gettarsi nel mar, nuotare a riva

e contro l’armi ritornar de’ Teucri.

Tentò tre volte l’una e l’altra via,

tre lo ritenne e lo frenò la somma

Giuno di lui tutta pietosa. Ei scorre

per l’alto, e addotto vien dal flutto amico

a l’antica città del padre Dauno.

Intanto per i moniti di Giove

fiero ne la battaglia entra Mezenzio

ed urta i Teucri trionfanti. Fanno

testa i Tirreni e tutti contro ad uno

tutte appuntano in lui l’ire e le frecce.

Ei, come scoglio che s’avanza in mare

a fronteggiare le bufere e i flutti

e de l’aria e de l’acque al furor dura

immobilmente, atterra Ebro figliuolo

di Dolicàone, e Làtago con lui

e Palmo fuggitivo, ma la faccia

a Làtago d’un gran pezzo di monte

coglie in pieno, col poplite reciso

ir lascia Palmo e strascinarsi lento,

l’armi dà in dono a Lauso, che sen voglia

guernir le spalle ed impennar la fronte.

Evante frigio insiem prostra e Mimante

coetaneo di Paride e compagno:

diè questo figlio ad Àmico Teano

la stessa notte che, di face incinta,

la regina cissèa Paride espone;

dorme costui ne la città paterna,

copre il laurente suol Mimante oscuro.

E come quel cinghial giú da le vette

cacciato da’ canini ceffi, dopo

molti anni che il pinifero Monviso

e la palude laurentina il cinse,

ne’ canneti pasciuto, or tra le reti

s’arresta fremebondo e tutto irsuto;

né osando alcuno d’appressar, di lungi

mandano i colpi e le sicure grida;

cosí quelli che in giusta ira Mezenzio

hanno, hanno orrore di venirgli a fronte;

l’investono lontan di strali e d’urli;

impavido esso e in ogni parte vòlto

digrigna, e scrolla da le schiene i dardi.

Era venuto da l’antica terra

di Còrito Acron greco, interrompendo

profugo gli sponsali. Il vide lungi

le schiere in mezzo scombuiar, vermiglio

di piume e d’ostro che gli diè la sposa.

Qual digiuno leon spesso tra’ cupi

covili errando (cruda fame il preme),

se rapida camozza o un cervo scorge

da le corna ramose, a spalancate

fauci balza e arruffando la criniera

su le viscere è chino, il sangue imbruna

l’ingorda bocca;

tal ne’ folti nemici urta Mezenzio.

Cade il misero Acron, co’ piè percote

ne’ moti estremi l’atra terra e arrossa

le infrante armi. Sdegnò colpire invece

Orode in fuga e di scagliata punta

fargli cieca ferita, anzi l’affronta

e a petto a petto con lui sta, vincendo

non di sorpresa ma in duello acerbo.

Poi, posto sul caduto il piede, e a l’asta

poggiando: “In terra è l’alto Orode, o prodi,

non ispregevol parte de la guerra”.

Levano quelli allor lieto peana.

Ma quel morente: “O tu, chiunque sei,

vittoria non godrai senza vendetta,

né a lungo: te pur mira un fato eguale

e su la terra stessa giacerai”.

A ciò Mezenzio tra il sogghigno e l’ira:

“Or muori. Di me poi vegga il gran Padre

de’ Numi e re degli uomini”. Ritrasse

in cosí dir la lama da la piaga:

cade l’ombra su quello e il ferreo sonno,

si chiudon gli occhi ne la eterna notte.

Cèdico uccide Alcàtoo, Sacràtore

Idaspe; ha morte da Rapon Partenio

e il robustissim’Orse, da Messàpo

e Clonio ed Erichète di Licàone,

quegli atterrato per lo stramazzare

del focoso destrier, questi pedone.

Pedone Agide licio anche avanzava;

de l’avito valor Vàlero erede

l’abbatte: Salio abbatte Tronio, e lui

Nealce con l’insidie e la saetta

che vien di lunge ed improvvisa coglie.

Già ragguagliava il fiero Marte i lutti

di alterne morti: vincitori e vinti

uccidevan, cadevano del pari;

ignota a questi e a quelli era la fuga.

Quel vano vicendevole furore

e il tanto travagliarsi de’ mortali

in Olimpo commiserano i Numi.

Venere mira e la saturnia Giuno

da opposta parte: in mezzo a le migliaia

la pallida Tisifone imperversa.

Ma crollando la enorme asta Mezenzio

torvo pel campo va. Quale Orïone,

quand’a piè fa la via per l’alto mare,

grande a l’onde con l’omero sovrasta,

o da’ monti recando un orno annoso

cammina in terra e tra le nubi ha il capo:

tal move con le vaste armi Mezenzio.

Enea che lo spiò tra schiera e schiera

s’appresta ad incontrarlo: e quegli attende

impavido il magnanimo nemico,

e gigantesco sta; poi misurato

con gli occhi il tratto al gitto de la lancia:

“La destra ch’è il mio dio, l’asta che vibro

or m’assistano. Cinto de le spoglie

de l’ucciso predone, o Lauso, io voto

te ad Enea trofeo”. Disse, e da lungi

scagliò la sibilante asta, ma il volo

ne ribatté lo scudo, e quella viene

a trapassar tra il fianco e il ventre Antore,

l’ottimo Antore d’Ercole compagno

che partitosi d’Argo appresso Evandro

in itala città s’era posato.

Di ferita non sua quell’infelice

or cade e cerca con lo sguardo il cielo

e tra il morir la dolce Argo rammenta.

Allor l’asta il pio Enea scaglia: pel curvo

cerchio di bronzo triplice, pe’ densi

lini ed i tre taurini cuoi trascorse,

e l’inguine ferí senz’altra forza.

Lieto al vedere de l’etrusco il sangue

rapido Enea la spada trae dal fianco

e al vacillante avventasi. Profondo

gemé Lauso a tal vista e per l’amore

del padre suo rigò di pianto il volto.

Qui di tua dura morte e del valore,

se alcuna età remota a l’alto fatto

fede darà, non tacerò già io

né di te, memorando adolescente.

Quegli arretrando inerte ed impedito

da lo scudo traea l’asta nemica.

Balzò tra l’arme il giovine; ad Enea

che già levava il braccio a novo colpo

si fe’ sotto e la spada e lui rattenne.

Gridando l’assecondano i compagni,

mentre che sotto l’egida del figlio

il genitor partisse, e di lontano

saettando respingon l’avversario.

Enea ne freme ma si tien coperto.

E come, allor che grandinando i nembi

scoppiano, ogni arator fugge da’ campi,

ogni colono, e il viator ripara

lungo il greto del fiume o sotto il ciglio

d’un’alta rupe, mentre intorno è scroscio,

per tornar poi tornando il sole a l’opre;

cosí sotto quel turbine di dardi,

fin che a pien si scateni, Enea resiste,

e a Lauso sgrida e Lauso pur minaccia:

“Dove corri a morir con ardimento

oltre le forze? Il tuo bel cuor t’inganna”.

Persiste quei ne la baldanza folle,

e omai piú fiera nel dardanio duce

levasi l’ira, omai l’ultimo stame

filan le Parche a Lauso: Enea la forte

spada in lui attraversa e tutta immerge.

Passò quella e la targa, armi leggiere

de l’audace, e la tunica che a lui

tessuta avea di fine oro la madre,

e sangue il grembo empí: mesta la vita

discese a l’ombre e abbandonò le membra.

Come il figliuol d’Anchise il volto vide,

vide il volto che tutto scolorava,

alta n’ebbe pietà, stese la destra,

e del paterno duol sentí la stretta.

“Per valor tanto, o povero fanciullo,

che ti può dare il pio Enea, de l’alta

indole degno? Sieno tue quell’armi

di che godevi, e al cenere ed a’ Mani

de’ padri tuoi, se a grado l’hai, ti rendo.

Pur ti consoli de l’infausta morte

che per la man del grande Enea tu cadi”.

Gli esitanti compagni esso ammonisce,

e dal suol lo solleva che nel sangue

lorda i capelli al modo usato adorni.

Intanto il genitore al Tebro in riva

tergea con l’acqua le ferite, e al piede

respirava d’un albero. In disparte

l’elmo di bronzo sta sospeso a’ rami,

e posan le pesanti armi sul prato.

Giovani eletti lo circondano: esso

egro anelante appoggia la cervice,

piovendogli la gran barba sul petto.

Molto chiede di Lauso, e manda e manda

a richiamarlo ed a recargli il cenno

de l’affannato padre.

Ma i compagni

Lauso portavan sopra l’armi morto,

piangendo, grande con la grande piaga.

Ben riconobbe i gemiti da lunge

il cuor presago di sventura: ei tutta

sparge di polve sua canizie, e leva

alto le palme, e su lui s’abbandona.

“O figlio, e tanto amor posi a la vita

che offrir soffersi a la nemica destra

l’unigenito mio per me? Son vivo

ancora io dunque, perché tu sei morto?

Or sí, misero me, duro m’è il fato,

or sí m’è scesa la ferita addentro!

O figlio, e son pur io che il nome tuo

macchiai di colpa, e venni in ira e privo

del soglio e de lo scettro avito. Pena

a la patria ed al popolo che m’odia

io doveva: oh l’avessi a lor pagata

per qual sia morte questa vita rea!

Pur vivo, e ancora gli uomini e la luce

non lascio. Ma li lascierò”.

Dicendo

cosí si leva su l’infermo fianco

e, affranto pur da la ferita acerba,

non avvilito, vuol che gli si adduca

il suo cavallo. Era sua gloria e gioia,

e con quello vincea sempre a la guerra.

Or cosí parla a quel malinconioso:

“O Rebo, a lungo, se v’è cosa lunga

per i mortali, siam vissuti. O in oggi

riporterai trofeo cruento il capo

d’Enea, con me vendicando lo strazio

di Lauso, o, se non è forza che basti,

cadrai con me, ché a sdegno hai tu, mio bravo,

cenno straniero e dardani padroni”.

Disse, ed accolto su l’usato dorso

ambe le mani si gravò di dardi,

con l’elmo in capo fulgido e chiomato,

e cosí corse verso la battaglia

– alto rimorso in cuor gli ferve e insieme

una demenza nata di dolore -,

e là Enea a gran voce tre volte

chiamò.

Enea che lo conobbe, lieto

esclama: “Cosí voglia il Re de’ Numi,

l’alto Apollo cosí, che tu incominci

ad offrirti al cimento”.

Ciò solo disse e l’affrontò con l’asta.

E l’altro: “Perché me tenti, o spietato,

impaurir, poi che m’hai tolto il figlio?

Unica via d’uccidermi fu quella.

Morte non temo né ho riguardo a iddio.

Cessa, ch’io vengo per morire e prima

questi doni ti porto”. In cosí dire

gli avventa un dardo e un altro ancora e un altro,

e in larga ruota gli cavalca intorno

saettando, ma saldo è l’aureo scudo.

Tre volte quei cinse il nemico in cerchi

verso manca e traea dardi; tre volte

il teucro eroe girò con sé la densa

selva crescente sul ferrato arnese.

Ma poi che il piú tardar gli pesa e tante

punte spiccare e l’inegual certame

lo stringe, pieno di pensier la mente

al fin prorompe e tra le cave tempie

del pugnace destrier scaglia la lancia.

Dritto s’alza il quadrupede agitando

i piè nell’aria e sul guerrier caduto

poi anch’esso trabocca in mucchio, prono

sopra il riverso con la spalla. Un grido

divampa al ciel de’ Teucri e de’ Latini.

Accorre Enea traendo fuor la spada.

“Or dov’è, dice, quel Mezenzio fiero

e quell’anima impavida?”. L’etrusco,

poi che con gli occhi al ciel bevve la luce

e risentito fu, gli dà risposta:

“Nemico amaro, a che sgridi e minacci?

Non è orror ne la morte e con tal cuore

al duello non venni, né il mio Lauso

mi pattuí con te simili accordi.

Ti chiedo sol, se co’ nemici vinti

usa indulgenza, lascia questa salma

coprir di terra. So che acerbo intorno

mi sta l’odio de’ miei: tu quel furore

allontana, ti prego, e mi concedi

una col figlio mio la sepoltura”.

Cosí detto, riceve ne la gola

non inconscio la spada e sopra l’armi

con tutto il sangue suo versa la vita.

LIBRO UNDECIMO

Su da l’Oceano intanto uscí l’Aurora:

Enea, quantunque seppellir gli tarda

i compagni e da morte ha il cuor turbato,

scioglieva vincitore i voti a’ Numi

in sul primo mattino. Una gran quercia

potata d’ogni ramo in un’altura

piantò ritta e vestille armi fulgenti,

le spoglie di Mezenzio re, trofeo

a te, gran Sire de la guerra: innesta

quivi i pennacchi roridi di sangue

e l’aste infrante e la corazza in sei

e sei punti percossa e perforata;

lega sotto la manca il bronzeo scudo

e la spada d’avorio al collo appende.

Indi a’ soci ch’esultano, e già tutti

si stringevano a lui, cosí favella:

“Molto è fatto; lontana ogni paura,

o prodi, omai: queste le spoglie sono

e dal superbo re còlte primizie,

e per la mano mia Mezenzio è questo.

Ora è il nostro cammino a le regali

mura latine: apparecchiate in cuore

e ne l’attesa pregustate l’armi,

sí che indugio non sia, come il ciel prima

mover conceda i segni e uscir dal campo,

a trattenervi ignari, e non pensiero

che men vi renda per temenza pronti.

Or de’ compagni le insepolte salme,

ch’è ne l’imo Acheronte unico onore,

poniam sotterra. Andate, dice, e i forti

che questa patria a noi fecer col sangue

loro, onorate del tributo estremo;

e primo a la città mesta d’Evandro

s’accompagni Pallante, il valoroso

cui rapí l’atro giorno e lo sommerse

in morte acerba”.

Cosí dice in pianto

e a le stanze rientra, ove a la salma

composta di Pallante il vecchio Acete

vegliava, che al parrasïo Evandro

scudier fu prima, or con men fausti auspizi

era dato compagno al dolce alunno.

Tutta la schiera de’ famigli intorno

era e turba di Teucri e giusta il rito

le Iliadi sciolte luttuoso il crine.

Come apparí su l’alta soglia Enea,

grande il compianto levano a le stelle

percotendosi il petto, ed è la reggia

tutta un singulto. Esso, mirando il capo

giacere e il viso di Pallante bianco

e vasta nel gentil petto la piaga

de la cuspide ausonia, con le ciglia

molli “E te, dice, povero fanciullo,

Fortuna, che venía lieta, mi tolse,

che non vedessi i regni nostri e fossi

trionfante portato al suol paterno?

Non io questo di te promesso aveva

a Evandro padre nel partir, quand’egli

m’abbracciava invïato a grande impero

e pensoso ammonía ch’eran guerrieri

forti e con duro popolo la guerra.

E forse ch’egli in braccio a la speranza

vana fa voti ancor, d’offerte colma

gli altari: noi il giovinetto estinto

e che nulla piú deve a nessun dio

mesti seguiamo con inane onore.

Infelice! la misera vedrai

morte del figlio tuo. Questo il ritorno

e gli aspettati son trionfi nostri!

questa la mia gran lealtà! Ma pure

no, Evandro, non vedrai ferite vili

o sí scampato il tuo figliuol che debba

desiargli tu padre un’aspra morte.

Ahimè, qual mai grande presidio perdi,

Ausonia! qual presidio perdi, o Giulo!”

Poi che cosí compianse, fa levare

la miserevol salma, e mille scelti

tra tutti vuol che seguano l’estremo

corteo fino a le lagrime paterne,

lieve conforto di cordoglio immenso

ma ben dovuto a l’infelice padre.

Subito gli altri intrecciano una molle

bara con rami d’àlbatro e traversi

di quercia e fanno al letticciuolo intorno

velo e ombra di fronde. Ivi si pone

su l’agreste giaciglio il giovinetto,

qual da virginea man spiccato fiore,

gentil viola o languido giacinto,

che ancor non perse il raggio e la bellezza

ma non lo nutre piú la terra madre.

Allor due drappi d’oro e d’ostro spessi

Enea recò, che lieta operatrice

gli fe’ già di sua man Dido sidonia

d’auree fila le tele screziando.

D’uno di questi per supremo fregio

l’adolescente avvolge e quelle chiome

vela che il rogo attende. E molti aduna

premi altresí de la laurente pugna

e fa trarre in lungo ordine le prede,

i destrier, l’armi ch’ei strappò al nemico.

Avea le mani dietro il tergo avvinte

a quei che destinava inferie a l’ombra

spargendo i fuochi d’immolato sangue,

e fa portare a’ duci stessi i tronchi

con l’arme de’ nemici e inscritti i nomi.

Sfinito d’anni e di dolor si adduce

Acete che si offende ora co’ pugni

il petto ed or con l’unghie il viso, e a terra

tuttoquanto si accascia. Menano anche

carri di sangue rutulo bagnati.

Viene il destrier di guerra Etone dietro,

sguernito, lagrimante a gocce grandi.

L’asta e l’elmo altri portano, ché il resto

ha Turno vincitor. Falange triste

seguono i Teucri ed i Tirreni tutti

e gli Arcadi con l’armi rovesciate.

Poi che tutta era mossa lontanando

la compagnia seguace, Enea ristette

e con profondo gemito soggiunse:

“Di qui ad altre lagrime noi chiama

lo stesso orrido fato de la guerra:

per sempre ti saluto, o gran Pallante;

e addio per sempre!”.

Senza piú si volse

a l’alte mura ed a tornar nel campo.

Già, velati de’ rami de l’ulivo,

implorando eran quivi ambasciatori

de la città latina: i corpi renda

che il ferro ha seminati a la campagna

e lor consenta il tumulo sotterra;

co’ vinti non è lotta e con gli estinti;

sia propizio a color che ospiti un giorno

e suoceri chiamò. Benigno Enea

corrispondeva a la domanda onesta

e soggiungeva simili parole:

“Qual rea fortuna in tal guerra v’involse,

Latini, da fuggir noi per amici?

Pace pe’ morti e pe’ caduti in guerra

mi chiedete? anche a’ vivi io volea darla.

E non venni se non dandomi i fati

sede prescritta; e guerra non ho io

col popolo: ma il re via ci respinse

ospiti e a l’armi si affidò di Turno.

Piú giusto era che Turno si offerisse

a questa morte. Se finir la guerra

in campo, se cacciar medita i Teucri,

con queste armi dovea meco affrontarsi.

Sarebbe visso, cui la vita Iddio

avesse data o il suo valore. Andate,

fate a’ compianti cittadini il rogo”.

Aveva detto Enea. Stupiti e muti

quelli si riguardavano tra loro.

Poi Drance, il maggior d’anni e sempre acerbo

d’odi e d’accuse contro il giovin Turno,

a vicenda gli fa questa risposta:

“Grande di fama e di virtú piú grande

Troiano, con che lodi alzarti a cielo?

Per la giustizia ch’io t’ammiri prima

o pe ‘l vanto guerrier? Grati codesto

a la patria città riferiremo

e, se una via ci mostri la fortuna,

ti accorderemo a re Latino. Turno

alleanze si cerchi. A noi fia bello

d’innalzare le tue mura fatali

e in ispalla recar troiane pietre”.

Avea detto cosí; tutti concordi

fremevano cosí. Dodici giorni

pattuirono, e misti impunemente,

per l’interposta pace, in selve e in monti

i Troiani si sparsero e i Latini.

Scroscia sotto la scure il frassino alto;

schiantano i pini eretti al ciel, ficcare

i cunei ne le roveri e ne’ cedri

odorosi non cessano e portare

carchi su’ plaustri cigolanti gli orni.

E già la Fama a vol di sí gran lutto

apportatrice Evandro e la sua casa

e la città riempie, essa che dianzi

narrò nel Lazio vincitor Pallante.

Gli Arcadi premono a le porte, e al modo

antico han preso funerali faci:

splende la via di fiamme in lunga fila

e riga lontanando la campagna.

Incontro arriva il popolo de’ Frigi

congiungendo sua schiera dolorosa.

Come entrati li videro le donne,

fanno de la città tutta un lamento.

Ma Evandro non è forza che il trattenga

e in mezzo viene. Posta giú la bara,

cadde sopra Pallante e gli si stringe

con lagrime e con gemiti: sol tardi

a la voce la via diede il dolore.

“O Pallante, non questa è la promessa

che avevi data al padre, d’esser cauto

ne’ crudeli cimenti. Io lo sapeva

quanto potesse la novella gloria

e la vaghezza de le prime prove.

Oh tue primizie infauste e duro saggio

de la guerra vicina! oh inesaudite

in ciel preghiere e voti miei! Felice

te, benedetta donna mia, che sei

morta e non riserbata a questo pianto!

Invece io vinsi il fato mio vivendo,

sí da restar superstite a la prole.

Seguendo le alleate armi troiane

mi coprissero i Rutuli di dardi!

data avrei io la vita, e me il corteo

riporterebbe a casa e non Pallante.

Non di voi mi dorrei, Teucri, o del patto

e de le destre ospitalmente unite:

sorte era giusta per la mia vecchiezza.

Pur se attendea morte precoce il figlio,

gloria sarà ch’ei cadde, uccisi prima

de’ Volsci a mille, conducendo i Teucri

nel Lazio. Non piú degno funerale,

Pallante, io ti farei che il pio Enea

e i grandi Frigi e i duci Etruschi e tutto

degli Etruschi l’esercito, i trofei

di quei recando che tu metti a morte.

Sorgeresti tu pur gran tronco in armi,

se pari era l’età, pari con gli anni

la forza, o Turno. Ma perché trattengo,

misero, lungi da la pugna i Teucri?

Andate e riferite al re fedeli:

che questa vita io reggo, sí odïosa,

morto Pallante, n’è cagion tua destra

che al figlio e al padre, il vedi, è debitrice

di Turno. A le tue lodi e a la fortuna

manca ciò solo. Né già chiedo questa

gioia per la mia vita (oh! non potrei),

ma ch’io la rechi giú tra l’ombre al figlio”.

L’Aurora intanto a’ miseri mortali

l’opere riportando e le fatiche

avea chiarito il ciel: già il padre Enea

e già Tarcone per il curvo lido

le pire costruirono. Ciascuno

quivi i corpi de’ suoi nel modo avito

venne recando, e sotto accesi i fuochi,

l’aere di caligine si vela.

Tre volte intorno agli avvampanti roghi

scorsero ne le fulgide armature,

tre volte il mesto funerale incendio

plorando circuirono a cavallo.

Gronda pianto sul suol, gronda su l’armi;

va di genti clamor, clangor di trombe.

Altri qui getta ne la fiamma spoglie

tratte a’ Latini uccisi, e caschi e spade

adorne, freni e turbinose rote;

altri i doni ben noti, e quei che furono

i loro scudi e l’armi sfortunate.

Molti bovi s’immolano a la Morte

intorno; e setolosi porci e greggi

rapinate da tutta la campagna

sgozzano su la vampa. In tutto il lido

mirano poi bruciare i lor compagni

e assistono devoti a quell’ardore

né si sanno spiccar fin che la notte

umida volge il ciel vivo di stelle.

Mesti da l’altro canto anche i Latini

innumere costrusser pire, e in parte

molte salme sotterrano, ed in parte

via le trasportano a’ vicini campi

o a la città rimandano; gran mucchio

d’incerta strage, innumerati e misti

ardono gli altri. D’ogn’intorno è un vasto

lampeggiamento di frequenti fuochi.

Il terzo dí dal cielo avea la fredda

ombra cacciata: il cenere alto e l’ossa

confuse mesti riscotean da’ roghi

e li coprian de le tepenti zolle.

La città del ricchissimo Latino

ebbe allor per le case il maggior tuono

e la parte maggior del lungo lutto.

Quivi le madri e le deserte nuore,

quivi i soavi cuor de le sorelle

addolorate e gli orfani fanciulli,

a la rea guerra e agl’imenei di Turno

imprecano: esso si armi, esso guerreggi,

che vuol d’Italia il regno e i primi onori.

Ciò il fiero Drance aggrava e solo, ei giura,

solo sfidato e atteso in campo Turno.

Molti a l’incontro avvisi in vario suono

per Turno stanno, e gli fa schermo il nome

grande de la regina, e lo sorregge

la giusta fama di trionfi egregi.

Tra questi moti e il fervido tumulto

mesti inoltre i legati ecco da l’alta

città dïomedea con la risposta:

nulla ottenuto per sí calda istanza,

nulla i doni né l’oro né le molte

preci esser valse: cerchino i Latini

altre armi, o al teucro re pace si chieda.

S’affanna per gran duolo esso Latino:

che vien fatale Enea per manifesto

nume, ammonisce l’ira degli Dei

e sotto gli occhi i tumuli recenti:

dunque un concilio grande a l’alte soglie

ed i primi de’ suoi per cenno aduna.

Quelli a la reggia per le vie gremite

affluiscono insiem.

Siede nel mezzo,

massimo d’anni e per lo scettro il primo,

Latino in fronte mesta. Ai ritornati

da l’etòla città narrare ingiunge

l’ambasciata e per ordin la risposta.

Allor tacquero tutti, e ubbidïente

Vènulo a favellar cosí principia:

“Vedemmo, o cittadini, Dïomede

e il campo argivo, e dopo misurato

tutto il vïaggio e corse sue vicende,

la man toccammo per cui giacque Troia.

Quei la città di Argíripa dal nome

de la sua gente vincitor fondava

nel terren de l’ïàpige Gargàno.

Entrati e avuta del parlar licenza,

i presenti offeriam, diciamo il nome

e la città, chi n’abbia mosso guerra

e qual cagione ci conduca in Arpi.

A’ detti nostri con pacato volto

cosí rispose: – O fortunata gente

del regno di Saturno antichi Ausonii,

qual destino voi placidi inquïeta

e v’anima a tentar ignote guerre?

Quanti mettemmo il ferro a’ campi d’Ilio

(e lascio ciò che si sofferse in armi

sotto quell’alte mura, e che guerrieri

il Simoï travolga), per il mondo

ogni pena tocchiamo, ogni castigo,

che ci avrebbe a pietà Prïamo istesso.

Di Minerva lo sa l’avversa stella,

l’euboico sasso e il vindice Cafèreo.

Sbattuti da quel campo a varie sponde,

esula fin di Proteo a le colonne

l’Atride Menelao, gli etnei Ciclopi

Ulisse vide. E debbo dire il regno

di Nëottòlemo e i distrutti lari

d’Idomenèo? posati in Libia i Locri?

Lo stesso miceneo de’ grandi Achivi

condottiero per man de la nefanda

moglie si giacque nel varcar la soglia:

l’adultero appostò l’Asia sconfitta.

E avversi a me gli Dei, che non vedessi

a l’are patrie reso la consorte

desïata e la bella Calidone?

E tuttora mi seguono portenti

spaventosi: i compagni miei perduti

dileguarono in aria e sono uccelli

vaghi su l’acque (oh ree pene de’ miei!)

ch’empiono le scogliere di lamento.

Oh bene io tanto ebbi a temer, da quando

volsi folle la spada in un celeste,

colpevole di Venere ferita!

Non m’invitate a simili battaglie:

guerra non ho co’ Teucri, Ilio distrutta,

né memoria o piacer de’ vecchi affanni.

I doni che di patria m’arrecate

trasferiteli a Enea.

Stemmo di fronte

l’aspre lance a gittar, fummo a le prese:

credete a chi ‘l provò, come alto ei s’erga

imbracciando lo scudo e come avventi

impetuoso. Se la terra idèa

tali portava un altri due guerrieri,

esso a le città d’Inaco veniva

Dardano, e Grecia per opposti fati

or piangerebbe. A la difficil Troia

quanto fu indugio, la vittoria greca

stette per virtú d’Ettore e di Enea

e si ritrasse fino al decim’anno.

Ambo di cuor, di braccio ambo preclari;

di pietà questi primo. In alleanza,

comunque è dato, stringansi le destre,

ma di alzar vi guardate armi contr’armi -.

E la risposta insiem del re qual sia,

o re ottimo, udisti e il suo pensiero

su la difficil guerra”.

Appena detto

i legati cosí, vario trascorse

per gli agitati Ausonidi un susurro,

come quando trattengono macigni

l’acque correnti, che dal chiuso gorgo

un murmure si leva e le vicine

fremono rive al fremito de l’onda.

Chetati alquanto gli animi e le labbra,

il Re dal trono invoca i Numi e parla:

“Già fermo aver sul capitale oggetto

ben io vorrei, Latini, ed era il meglio,

né radunar consiglio in tal frangente,

col nemico a le mura. Inopportuna

guerra facciamo con divina stirpe,

o cittadini, e con guerrieri invitti

cui non stanca battaglia su battaglia,

e non sanno posar pur vinti l’arme.

Se chiamando gli Etòli ad alleati

qualche speranza fu, la deponete

speranza è ognuno a sé. Ma qui l’angustie

vedete; e fiacca e franta ogni altra cosa

sott’occhio, sotto man chiaro vi appare.

Nessuno accuso: fu il valore grande,

quanto essere potea; tutto lo sforzo

lottò del regno. Or qual nel turbamento

faccia pensier, dirò, m’udite, in breve.

È mia sul tosco fiume antica terra

che si stende a l’occaso oltre i Sicani:

la seminano Rutuli ed Aurunci,

solcano con l’aratro i duri colli,

dov’è piú aspro pascolano. Tutto

quel tratto con la plaga alta de’ pini

ceda de’ Teucri a l’amicizia; giusti

patti facciamo d’alleanza, e a parte

chiamiamoli del regno. Abbian qui sede,

se han tanto affetto, e fabbrichino mura.

Che se ad altro paese e ad altra gente

è loro animo volgersi, se sanno

staccarsi da la nostra terra, dieci

e dieci lavoriam d’italo legno

navi; e se piú n’hanno ad empire (tutta

al lido pronta è la materia), dessi

ci prescrivano numero e misura,

diam noi metallo e braccia ed arsenali.

Inoltre, i detti a riferire, i patti

a fermar, cento de la prima gente

Latini invïar penso ambasciatori

co’ rami in mano de la pace, e in dono

d’oro e d’avorio portino talenti,

e la sedia e la trabëa che sono

le insegne mie di re. Deliberate

pe ‘l ben comune e ristorate i danni”.

Allora Drance sempre avverso, a cui

è di Turno la gloria amaro morso

di bieca invidia, ricco di dovizie

e piú di lingua, ma disutil braccio

ne la guerra, ascoltato ne’ consigli,

forte a le fazïoni (altera schiatta

di madre avea, paterno sangue oscuro),

sorge con foga di parole e d’ire.

“Cosa che a tutti è chiara e non bisogna

del mio parlar, buon re, poni a consulta:

ognun sa di saper quel che si chiede

al ben comune, ma la voce muore.

Renda del dir la libertà, l’altura

spogli colui per cui nefasto auspicio

e protervo costume (io lo vo’ dire,

s’ei mi minacci pur d’offesa e morte)

fior di duci vediamo esser caduti

e tutta in lutto la città sommersa,

mentr’ei provoca i Teucri confidato

ne la fuga e bravando assorda il cielo.

Un dono ancora, ottimo re, sui molti

che pensi a’ Teucri offrire, un dono aggiungi,

né vïolenza d’uom sia che ti vinca,

che tu padre la figlia a degne nozze

non dia d’eccelso genero e con patto

eterno ci raffermi questa pace.

Che se un tanto terror le menti e i cuori

lega, lui stesso supplichiam, da lui

grazia chiediamo: ceda, e il lor diritto

al re rassegni ed a la patria.

Al rischio

perché sí spesso i cittadini avventi,

fonte che sei di questi mali al Lazio?

Non è salvezza ne la guerra: pace

tutti da te chiediam, Turno, e di pace

l’unico insieme invïolabil pegno.

Primo io, che tu ti fingi avverso (ed io

non me ne scuso), a supplicarti vengo.

Pietà de’ tuoi, giú l’albagia; cacciato

fosti, e va. Sbaragliati, assai vedemmo

gran funerali e desolammo i campi.

Che se ami gloria, se tal nerbo aduni,

se la reggia dotale hai tanto a cuore,

osa, esci a fronte del nemico. Oh certo,

perché donna regale a Turno tocchi,

stiamo in campo a morir, noi vite vili,

turba senza sepolcro e senza pianto!

Anche tu, se hai qualche virtú, se nulla

senti il patrio valor, guardalo in viso

lui che ti sfida”.

Arse a questo parlar la violenza

di Turno e con un fremito prorompe:

“Ben larga sempre hai di parlar la vena,

Drance, mentre la guerra il braccio chiede

e a’ consigli adunati arrivi il primo.

Non giova empir la curia di parole

che ti sgorgan sonore in sicurezza,

fin che le mura reggono il nemico

e di sangue non corrono le fosse.

Tuona dunque facondo a tua maniera

e di paura accusa me tu, Drance,

poi che la destra tua ne ha fatto mucchi

di Teucri e tutto è pien de’ tuoi trofei.

Ciò che il vivo valor possa, ti è dato

mostrar: poco di strada, ed i nemici

troviam, che tutte accerchiano le mura.

Andiam lor contro? Indugi? O tu la guerra

con la ventosa lingua e i piè fugaci

sempre farai?

Cacciato io? chi a ragion dirmi cacciato

potrebbe, o impudentissimo, se gonfio

il Tevere vedrà d’iliaco sangue

e la casa d’Evandro ruinata

con la sua stirpe e gli Arcadi senz’armi?

Non tale Bizia e Pandaro giganti

sperimentaron me né gli altri molti

che alacre a l’Orco in un sol dí mandai,

ne la città tra il vallo ostil rinchiuso.

Non è salvezza ne la guerra. Folle!

cantalo a l’uom troiano e a casa tua.

Séguita, or via, di metter lo spavento,

leva le forze a ciel di un popol vinto

due volte, e abbassa l’armi di Latino.

Ora anche i duci de’ Mirmídoni hanno

paura de le frigie armi, paura

hanno il Tidide e il larisseo Achille;

l’Ofanto arretra da l’adriaco mare!

Cosí quando si finge timoroso

d’impeti miei, malizia è d’impostore

che tremando avvalora la calunnia.

No, t’assicura, un’animuccia tale

non perderai per questa destra mai:

teco dimori ed in cotesto cuore.

Ora, o padre, a te riedo e al grande oggetto.

Se piú non hai ne l’armi nostre speme,

se siam sí soli e, rintuzzati appena

una volta, siam già precipitati

né può ritrarre il piede la fortuna,

imploriamo la pace a mani tese.

Quantunque, oh!… se vivesse una favilla

de l’usato valor! quegli su tutti

fortunato per me ne la distretta

ed egregio di cuor che, non volendo

nulla veder di simile, morente

cadde in campo e il terren morse una volta.

Ma se forze abbiam noi con fior di prodi

ancor non tocchi e ci riman l’ausilio

de le città e de’ popoli d’Italia,

se anche a’ Troiani questa gloria venne

con molto sangue (hanno i lor morti, e il nembo

corse su tutti), inglorïosamente

perché manchiamo su la soglia prima?

perché tremiamo prima de la tromba?

Molte cose ridusse in meglio il tempo

e l’inquïeto volger degli eventi:

varia tornando a molti la Fortuna,

pria li tradí, poi li rimise in sella.

Non avremo con noi l’Etòlo ed Arpi;

Messàpo avrem, Tolumnio fausto, i prodi

da tante genti accorsi, e attende gloria

gli scelti dal laurente agro e dal Lazio:

abbiamo insiem di volsca illustre stirpe

Camilla che uno stuol di cavalieri

ci conduce ne l’arme luminosi.

Che se me solo sfidano a le prove

i Teucri, e ciò vi piace, ed a tal segno

io sono al ben di tutti impedimento,

non la Vittoria è a questa man sí avversa

ch’io nïente ricusi a tanto effetto.

Fiero l’affronterò, s’ei pur valesse

il grande Achille e simili si vesta

armi per mano di Vulcano. A voi

e al suocero Latin la vita io Turno,

non secondo in valore a niun degli avi,

ho sacra. Enea te chiama sol. Mi chiami,

sí; né Drance piuttosto, se v’è un’ira

qui degli Dei, la plachi con la morte,

o se v’è gloria pe ‘l valor, la usurpi”.

Quelli tra lor cosí del grave istante

trattavano discordi: Enea moveva

dal campo a la battaglia. Ecco che il grido

corre a rumore per la reggia ed empie

d’alto terrore la città: schierati

dal Tebro i Teucri e la falange etrusca

rovesciarsi da tutta la campagna.

È sconvolto il pensier, gli animi scossi

subito de le turbe e sorgon l’ire

cosí spronate. Cercan l’armi a furia,

armi fremono i giovani; sgomenti

lagrime danno e rotti accenti i padri.

Grande allor d’ogni parte al ciel si leva

de’ pareri molteplici il clamore;

non altrimenti che se in seno al bosco

si posi moltitudine d’alati

o rauchi pe’ loquaci gorghi i cigni

del pescoso Padusa alzin la voce.

“Su, fate parlamento, o cittadini”,

Turno gridò, còlto l’istante, “e assisi

esaltate la pace: in arme quelli

corron rapidi al regno”. Senza piú

precipitoso uscí da l’alte stanze.

“Tu, Vòluso, i manipoli de’ Volsci

fa’ che s’armino e Rutuli anche mena”

dice: “Messàpo la cavalleria

e Cora col fratel sfrenate intorno.

Gli aditi a la città guardi una parte

ed occupi le torri, e con me l’altra

dove comanderò venga a l’assalto”.

Già è per la città tutta un diffuso

correre a’ muri. Esso Latino padre

il concilio e il proposito suo grande

lascia e rinvia, turbato in tal frangente,

e ben s’accusa che il dardanio Enea

non ricevé volonteroso e strinse

a la città qual genero. Altri scava

anzi le porte, o massi e travi arreca.

Aspra la tromba dà il segnal del sangue.

Ecco che cinti di corona nova

le matrone e i fanciulli ebbero i muri:

tutti a sé vuole l’ultimo cimento.

Al tempio insiem di Pallade su l’arce

tra il grande stuolo de le madri è tratta

la Regina co’ doni, e a lato a lei

va compagna la vergine Lavinia,

causa del danno, co’ begli occhi bassi.

Entrano, e il tempio odorano d’incenso,

e il mesto grido matronal si leva:

“Donna de l’armi, duce de la guerra,

vergin Tritonia, di tua mano infrangi

tu del frigio ladron la spada, e lui

atterra e stendi sotto l’alte porte”.

Arde in armarsi piú che tutti Turno.

Già cinto de la rutula corazza

squamosa, stretti gli schinieri d’oro,

nudo la fronte ancor, s’avea sospesa

la spada al fianco, e rifulgea correndo

aureo da l’alto de la rocca, baldo

e pregustando col desio l’assalto:

tale qualor fuggí, rotti i legami,

da le stalle il destrier libero al fine

e signor de la libera campagna,

o a’ pascoli ne va de le cavalle

o a la nota riviera ove si bagna,

e freme con cervice alta superbo,

scherzan sul collo e per le spalle i crini.

Incontro venne a lui tra stuol di Volsci

Camilla e proprio in su le porte lieve

balzò giú dal cavallo, e la coorte

tutta a l’esempio de la sua regina

da le selle fluí. Poi cosí dice:

“Turno, se in sé può confidare il prode,

oso e prometto fronteggiar da sola

gli Eneadi ed i Tirreni cavalieri.

Lascia cogliere a me questa primizia

del guerresco pericolo: pedone

tu resta a’ muri e la città preserva”.

Fissando la terribile fanciulla,

“Vergine, onor d’Italia”, esclama Turno,

“quali dirti potrò, qual render grazia?

Ma poi che va il tuo cuor piú su che tutto,

or dividi con me l’opera. Enea,

come la fama e i nostri esploratori

attestano, mandò maligno avanti

equestri squadre a scalpitare i campi;

ed esso varca per le abbandonate

alture a la città. Bellica insidia

gli tendo al curvo passo de la selva,

chiudendogli d’armati le due bocche.

Tu i tirreni cavalli in campo affronta:

sarà con te Messàpo forte e l’ali

latine e la tiburte schiera: tuo

sia di duce il pensier”. Disse, ed esorta

similmente Messàpo e gli altri duci,

e va verso il nemico.

Tortuosa

è una valle, agl’inganni atta de l’armi,

cui i due lati suoi serrano bruni

di densa frasca, ed un sentier vi mena,

vi danno brevi aperte adito scarso.

Sopra questa, in vedetta a sommo il monte,

giace un ignoto pian, fido ridotto,

se a destra o a manca ami affrontar nemico

o tener l’alto e rotolar macigni.

Là si dirige per le note vie

il giovine e veloce il luogo prese

posando ne la selva insidïosa.

Ne le superne sedi intanto ad Opi,

agil fanciulla de le sue compagne

e de la sacra schiera, mestamente

favellava la figlia di Latona:

“O vergine, a crudel guerra si avvia

Camilla, cinta invan de l’armi nostre,

prediletta da me. Né già novello

venne a Dïana questo amor né il cuore

le toccò d’improvvisa tenerezza.

Dal regno espulso, in odio de l’altera

sua potenza, a l’uscir Mètabo fuori

de la città vetusta di Priverno,

pargoletta tra i moti de la guerra

se la portò compagna de l’esiglio

e lei dal nome di Casmilla madre

cangiato in parte nominò Camilla.

Recandosela in grembo camminava

i dorsi lunghi di solinghe selve;

premevan l’armi, ed ogn’intorno i Volsci

a volanti drappelli erano sparsi.

Ecco che, a mezzo de la fuga, in piena

ispumeggiava l’Amaséno, tanta

era caduta furïosa pioggia.

Sta per gittarsi a nuoto; amor lo tiene

de l’infante, timor pe ‘l caro peso.

Tra l’affollarsi de’ pensieri, in uno

d’un tratto a forza si posò. Un lanciotto

grande che aveva ne la man guerriera,

saldo di nocchi e di riarso legno,

a questo, avvolta in buccia di silvestre

sughero, la figliuola raccomanda,

legata in mezzo a la manevole asta;

poi l’asta in alto libra e invoca il cielo:

– Santa de’ boschi amica, o vergin figlia

di Latona, a te questa per ancella

io suo padre consacro. A l’armi tue

stretta la prima volta supplicando,

pe ‘l ciel fugge il nemico; oh! la ricevi

questa tua che a l’incerte aure si affida -.

Disse ed, il braccio ritraendo, avventa

il giavellotto. Risonaron l’onde:

misera vola sul rapido fiume

ne lo strale che sibila Camilla.

E Mètabo, cui piú stringea da presso

lo stormo, entra ne l’onda e trionfante

spicca la lancia e insiem la creatura,

dono di Trivia, da un cespuglio verde.

Non casa lui, non tra le mura accolse

città, né arreso si sarebbe il fiero:

visse pastore e ne’ solinghi monti.

Quivi tra rovi e ruvidi covili

nutricava la pargola col latte

d’una cavalla de la mandra indoma,

su la boccuccia gli úveri mungendo.

E come prima ella si resse e l’orme

ebbe preso a segnar, a la bambina

armò le mani di quadrello acuto

e le appese a le spalle i dardi e l’arco.

In vece d’oro ne’ capelli, in vece

di ricche vesti, le pendea di testa

per il dosso la pelle d’una tigre.

Con la tenera mano infin d’allora

fe’ puerili tratti e intorno al capo

girò con agil redine la fionda;

gru strimonia colpí, candido cigno.

Lei molte invan per la città tirrene

madri a nuora bramarono: contenta

a la sola Dïana e intemerata,

ella conserva vivido de l’armi

e de la sua verginità l’amore.

Ben vorrei non si fosse a questo incendio

presa e arrischiata d’assalire i Teucri:

a me cara e sarebbe or del mio coro.

Ma poi che la sospinge il fato acerbo,

cala, o ninfa, dal cielo a le latine

terre, ove triste con sinistro augurio

si fa battaglia. Tieni, punitrice

fuor del turcasso una saetta leva,

onde, chiunque offenda di ferita,

teucro o italo, quella che m’è sacra,

parimenti col suo sangue mi paghi.

Io poi dentro una nube il corpo e l’armi

de l’infelice recherò non tocche

al sepolcro rendendole e a la patria”.

Disse, e quella di turbine ravvolta

scorse sonora giú per l’aure lievi.

Ma la forza troiana intanto a’ muri

s’appressa e i toschi duci e i cavalieri

tutti quanti, partiti in giuste squadre.

Freme per tutto il pian lo scalpitante

corsiero e tira le tirate briglie

caracollando: orror di ferro è intorno,

la campagna de l’armi alte lampeggia.

Ma di fronte a incontrarli ecco Messàpo

e rapidi i Latini e col fratello

Cora e co’ suoi la vergine Camilla:

ritraggono e protendono le lance,

appuntano gli strali: è un infiammato

premer di prodi e fremer di destrieri.

De l’armi al tiro gli uni e gli altri giunti,

s’eran fermi: poi gridano e s’avventano

improvvisi co’ fervidi cavalli:

spargono insieme d’ogni parte i dardi

qual bufera di neve, e il ciel si oscura.

Cozzano pronti con le lance in resta

Tirreno e il fiero Acònteo e danno primi

suon d’un gran tonfo, ché a l’urtar de’ petti

i destrier si sfragellano: sbalzato

Acònteo a mo’ di fulmine o di globo

uscito di balestra va lontano

a cader e la vita in aria sperde.

A ciò sorprese le latine squadre

gettan le targhe e voltano i cavalli

a la città: gl’incalzano i Troiani,

Asíla è duce de la caccia. E omai

eran presso a le porte, ecco i Latini

rinnovellano il grido ed agilmente

rifanno testa: or fuggon quelli e indietro

si ritraggono a briglie abbandonate.

Cosí fa il mar, che con alterno flutto

or corre a riva e supera gli scogli

spumoso e su le sabbie si dispiega,

or si ritira e riassorbe l’onda

rapido e via da le scogliere indietro

lascia con l’acque languide l’arena.

Due volte i Toschi cacciano a le mura

i Rutuli fuggenti, e due respinti

sogguardano coprendosi le spalle.

Al terzo assalto poi, quando a le prese

immischiarono tutti gli squadroni

e stette uom contro a uom, allor le strida

de’ morenti, e nuotare armi ed armati

nel sangue, e tra la strage semivivi

cader cavalli; aspra la pugna sorge.

Orsíloco di Remolo al cavallo,

ché assalir lui temea, scaglia e configge

sotto l’orecchio l’asta. Impenna al colpo

il corridore e indocile al dolore

diritto guizza con le zampe in aria:

quei precipita al suol. Catillo abbatte

Iolla e, grande di cuor, d’armi e di membra,

Erminio; flavo la capellatura,

nudi ha la testa e gli omeri, e non teme,

vasto bersaglio a’ dardi. Per le larghe

scapole un’asta vibrasi e trafitto

il fa piegar di spasimo. Per tutto

è sangue, è gara di ferir col ferro:

bella tra l’armi sfidano la morte.

Ma ne la strage, Amazzone scoperta

l’un de’ seni a la pugna, imbaldanzisce

Camilla faretrata, ed ora a nembi

spande i flessili strali, or con la destra

la robusta bipenne alza indefessa:

tinnisce l’arco d’òr caro a Dïana.

Che s’ella pur talora ebbe a dar volta,

drizza con l’arco indietro le saette

fuggenti. Attornian lei le predilette

sue compagne, la vergine Larina

e Tulla e de la scure agitatrice

Tarpeia: italïane che a suo fregio

essa la dia Camilla avea prescelte,

in pace buone aiutatrici e in guerra:

quali le tracie Amazzoni sui ghiacci

del Termodonte battono pugnando

con le pinte armi, a Ippolita o a la marzia

Pentesilea d’intorno che sul carro

riede, e animoso quel donnesco stuolo

ulula e ondeggia co’ lunati scudi.

Qual primo tu, quale ultimo col dardo,

fiera vergine, abbatti e quanti a terra

moribondi? Per primo Eneo di Clizio

figliuolo, a cui con un troncon d’abete

apre il petto e trapassa, e quegli cade

gettando sangue e morde il suol sanguigno

e si contorce ne la sua ferita.

Liri e Pàgaso poi: l’un, mentre stringe

la briglia scosso dal destrier squarciato,

l’altro che soccorrendo a quel cadente

porge la destra inerme, a precipizio

vanno del pari. Aggiunge a loro Amastro

Ippòtade, e lontan mira con l’asta

e Tèreo e Arpàlico e Deraofoonte

e Cromi: quante la virginea mano

gettò saette, e tanti cadder Frigi.

Con armi strane ed apulo cavallo

Òrnito cacciator move in disparte:

le larghe spalle a lui copre una pelle

di torello pugnace, gli è cappello

la gran bocca d’un lupo spalancata

con le mascelle e i bianchi denti, in mano

ha uno schidione villereccio: a tanti

vibrasi in mezzo e tutto il capo ha sopra.

Còlto ella lui (né fu fatica, andando

le schiere in volta), lo trafigge e grida

con cuore ostil: “Or tu pensavi, o tosco,

cacciar le fiere? Venne il dí che i vostri

vanti con femminili armi confonde.

Pur con l’ombre de’ padri hai buona scusa,

per mano di Camilla esser caduto”.

Indi Orsíloco e Bute, de’ piú grandi

Teucri; ma Bute lo trafisse a fronte

tra la lorica e l’elmo, ove biancheggia

il collo al cavalier e scende al manco

braccio lo scudo; Orsíloco lo illude

sfuggendogli in gran giro e poi ristretto

sí che l’inseguitore ella persegue:

per l’armi allor, per l’ossa del guerriero

che molto prega e supplica, alto eretta

cala e ricala la robusta scure;

fuma il cervello e gronda giú pe ‘l viso.

S’abbatte a lei; vedutala, s’arresta

atterrito il belligero figliuolo

d’Auno de l’Apennino, non postremo

de’ Liguri, finché lasciava il fato

luogo a ingannar. Costui, quando si vede

non potere per corsa evitar l’urto

né l’impeto stornar de la regina,

pensa agli accorgimenti e con malizia

principia a dir: “E’ non è poi gran vanto!

donna, ma confidata a un buon cavallo.

Lascia la fuga; in terra piana e presso

scendi con me, vieni al duello a piedi:

saprai cui noccia la nomea ventosa”.

Disse: irritata e di dolor trafitta

ella cede il cavallo a una compagna

e gli si pianta in armi eguali a fronte,

con non piú che la spada e la rotella.

Ma quei, che si pensò vincer d’inganno,

or esso fugge subito e di sprone

piú sollecita il rapido galoppo.

“Ligure vano e invano inorgoglito,

inutilmente subdolo tentasti

l’arti paterne: la fallacia tua

non ti renderà salvo al fallace Auno”.

Cosí dice la vergine e sfavilla

su’ piedi via, passa il cavallo in corsa,

afferra il fren, stringe l’assalto a fronte

e fa vendetta del nemico sangue:

non cosí pronto spiccasi sparviero,

sacro uccel, da la rupe ad inseguire

un’alta tra le nuvole colomba;

la raggiunge, l’artiglia, la dilania,

e stilla il sangue e piovono le penne.

Ma non senza riguardo a questi eventi

degli uomini il gran Padre e degli Dei

siede a sommo l’Olimpo. Ei move il tosco

Tarcone a la battaglia fiera e il punge

a fervid’ira. Tra le stragi adunque

Tarcon cavalca e le cadenti squadre

e le raccende con diverse voci

chiamando a nome ognuno, e i rintuzzati

rifà guerrieri. “Che viltà vi prese,

o non mai risentiti, o sempre inerti

Etruschi? Ed una femmina vi sbanda

sí numerosi? A che vestiam di ferro

e maneggiamo inutili le spade?

Ben solleciti a Venere voi siete

e a le notturne pugne, o quando chiama

il curvo flauto bacchico a tripudio.

Le vivande attendete e a piena mensa

i calici (questo è zelo e delizia),

mentre l’augure fausto indíce i riti

e la vittima pingue invita a’ boschi”.

Cosí detto, a morir disposto anch’esso,

sprona nel folto e tutto annuvolato

con Vènulo s’affronta, da l’arcione

strappandolo l’abbranca, e a forza e a furia

via se lo porta in grembo. Al ciel va il grido

e son vòlti a guardar tutti i Latini.

Va, vola, guizza per il pian Tarcone

con l’armi e l’uom, e da la stessa lancia

tronca la ferrea punta e cerca il luogo

libero a dargli la mortal ferita:

quei da la strozza a ricacciar la mano

pur si dibatte e oppone forza a forza.

E come alto volando aquila fulva

stringe il rapito drago entro gli artigli

e glieli ficca, ma il serpente attorce

le sinüose spire, irto le squame,

sibilante la bocca, erto levato;

quella il ribelle con l’adunco rostro

pur doma e sferza insiem l’aure con l’ali:

non altrimenti dal tiburte stuolo

trionfante Tarcon porta sua preda.

Dietro del duce al fortunato esempio

fanno impeto i Meònidi.

Ed Arrunte,

segnato dal destin, con l’arco e l’arte

primo si mette a circuir Camilla,

spiando ove offra il destro la fortuna.

Dovunque s’avanzò quell’animosa,

ecco su l’orme sue tacito Arrunte;

e donde quella da un nemico vinto

retrocede, ei di là volge la briglia.

Or questo accesso tenta, or quell’accesso,

e tutto intorno esamina guardingo,

stretta con bramosia l’asta sicura.

Clòreo al Cíbelo sacro, e sacerdote

un dí, lungi splendea ne l’armatura

frigia sopra un magnanimo destriero

copertato d’un vello a bronzee squame

foggiate a penne e co’ fermagli d’oro.

Di forestiera porpora ferrigna

esso lustrante dal suo licio nervo

iscoccava gortinïe quadrella.

D’oro avea l’arco agli omeri, avea d’oro

il vate l’elmo, e in fulvo aureo legame

il croceo manto raccoglieva e i seni

di lin fruscianti, ricamato tutto

la tunica e le barbare gambiere.

Lui la fanciulla cacciatrice, o a’ templi

appendere volesse armi troiane

o sé stessa vestir d’oro captivo,

lui seguitava a tutto il resto cieca

e a traverso la mischia ardeva incauta

d’un femminile amor di quelle spoglie;

quando, l’istante alfin còlto, una freccia

scaglia da l’ombra Arrunte e cosí prega:

“Sommo de’ Numi, protettor del santo

Soratte Apollo, che adoriam noi primi,

e fiamme al rito ti ammucchiam di pino,

e in mezzo al fuoco fermi ne la fede

passiam co’ piè sul letto de le brage,

deh! concedimi, padre onnipotente,

che sperda il colpo mio questa vergogna.

Non armi, non trofeo de la cacciata

vergine io chiedo né veruna spoglia;

onoreranno me gli altri miei fatti:

per me si cacci e cada il reo flagello,

e ch’io non ne abbia gloria al mio ritorno”.

L’ascoltò, gli annuí parte del voto

il cuor di Febo, e parte lo disperse.

Che di subita morte egli colpisse

la stornata Camilla, accolse il prego;

che l’alta patria reduce il vedesse,

negò: fu preda quella voce a’ venti.

Come dunque diè suon scagliata l’asta

per l’aure, il pensier vigile e gli sguardi

volsero tutti a la regina i Volsci.

Né d’aure né di suon né sa di strale

essa, fino che a vol l’asta giungendo

la coglie sotto la mammella ignuda

e beve addentro del virgineo sangue.

Corrono trepidanti le compagne

e la signora sorreggon cadente.

Fugge atterrito piú che tutti Arrunte

tra gioia e tema, né già piú si affida

a l’asta o contro l’armi di Camilla.

Quale, prima d’aver la caccia dietro,

subito fuor di via ripara ai monti,

poi che il pastore uccise o un bel giovenco,

conscio del fatto temerario, il lupo,

e, con la coda sotto paurosa

lambendo il ventre, torna a la foresta;

tal si tolse confuso dagli sguardi

Arrunte e, assai contento de la fuga,

si mescolò tra l’armi.

Moribonda

essa l’asta si trae, ma fino a l’ossa

nel fianco fitta s’è la ferrea punta.

Languisce esangue, rigide di morte

languono le pupille, e da le gote

il rosëo svaní color d’un giorno.

Cosí spirante allor si volge ad Acca,

la coetanea sua piú fida, addentro

nel pensier di Camilla, e sí le dice:

“Son durata fin qui, Acca sorella;

or la ferita acerba mi consuma

e tutto intorno mi diventa nero.

Scampa, e questo messaggio ultimo reca

a Turno: mi sottentri a la battaglia

e i Troiani respinga da le mura.

E addio”.

Tra il dir le briglie abbandonava

fluendo a terra involontaria. Allora

fredda e languida venne a poco a poco

per ogni membro, reclinò il morente

capo, l’armi le sfuggono, e la vita

con un sospir fugge sdegnosa a l’ombre.

Immenso il grido fino a l’auree stelle

s’alza: piú cruda, or che Camilla giace,

si fa la pugna: accorron densi in una

ogni nerbo de’ Teucri ed i Tirreni

duci e d’Evandro gli arcadi squadroni.

Ma la scolta di Trivia Opi da tempo

siede su’ monti e senza batter ciglio

guarda le pugne. Come lungi vide

tra il clamore de’ giovani pugnaci

colpita di crudel morte Camilla,

mise un sospiro ed esclamò dal cuore:

“Troppo, fanciulla, oh troppo hai grave pena

de l’ardimento d’assalire i Teucri!

Poco ti valse che solinga in selve

adorasti Dïana e de le nostre

faretre armasti gli omeri. Ma pure

inonorata te la tua regina

non lasciò su la morte, e un tal morire

non andrà senza gloria per il mondo

né fama patirai d’invendicata.

Chi si sia che ferí la tua persona,

darà col sangue giusta pena”.

Grande,

sotto alto monte, in ammucchiata terra

di re Dercennio era il sepolcro, antico

laurente, a l’ombra d’elci opache. Quivi

posò la dea bellissima d’un balzo,

alta Arrunte a spiar. Come lo vide

festante in cuore e in van tumido, “Oh, grida,

perché altrove ten vai? qui vieni, vieni

qui morituro, ché t’aspetta il premio

di Camilla. E ancor tu morrai del dardo

di Dïana?”.

Cosí disse, e da l’aurea

faretra fuor cavò la trace un dardo

alato e irosa l’incoccò, traendo

poi l’arco sí da combaciar curvati

i capi e toccar essa a mani pari

la punta de lo stral con la sinistra,

con la destra e col nervo la mammella.

Udí strider la freccia e fischiar l’aure

Arrunte, e insieme gli si fisse il telo.

Lui spirante negli ultimi singulti

incurïosi lasciano i compagni

sopra l’ignota polvere de’ campi.

Opi rivolge a l’alto Olimpo il volo.

Prima a fuggir, perduta la signora,

di Camilla è la lieve ala, sgomenti

fuggono i Rutuli, insiem l’aspro Atina,

e dissipati i condottieri e soli

i manipoli affrettano al sicuro

e a la città rivoltano i cavalli.

Né alcun regger con l’armi o fronteggiare

i Teucri sa prementi e minacciosi:

ma lenti gli archi su le spalle basse

riportano, e di corsa batte l’unghia

de’ quadrupedi il suol che trema e fuma.

Un vortice sinistro e polveroso

s’appressa a la città: su le vedette,

il petto percotendosi, le donne

levano al cielo le femminee strida.

Quelli che a furia per le porte schiuse

irrupper primi, gli urge a tergo mista

l’onda nemica, e non scampano a morte

misera: là sul limitare, dentro

le mura patrie, tra le fide case

son còlti e morti. Altri a serrar le porte,

né osa dar la via ch’entrino i loro,

supplici, e nasce miserevol strage

de’ divietanti l’adito con l’armi

e de’ precipitanti contro l’armi.

Innanzi a’ lacrimosi occhi materni

gli esclusi, parte son da la gran ressa

sospinti e ne’ precipiti fossati,

e parte fuor di sé si sbriglia e sprona

a cozzar ne le porte asserragliate.

Esse le madri a l’ultimo cimento

(il vero amor di patria insegna, han visto

Camilla) da gli spaldi a gittar colpi

si affannano, per ferro il duro legno

usando e ceppi acuminati al fuoco,

e si offron per le mura a morir prime.

Intanto ne le selve orribil nuova

investe Turno, dove il gran conflitto

Acca gli reca: annichilati i Volsci,

atterrata Camilla, soverchianti

i nemici e per tutto col furore

di Marte imperversanti, ed essa omai

la città minacciata. Ei furïoso

(e cosí vuol di Giove il nume avverso)

lascia i preoccupati colli, lascia

le difficili selve. Fuor di vista

uscito appena procedea nel piano,

allor che il padre Enea pe’ varchi aperti

sale l’altura ed attraversa il folto.

Cosí rapidi entrambi e con lor nerbo

tendono a la città, né v’è tra loro

lungo intervallo. Quando Enea scoperse

pe’ campi polverosi andarsi avanti

l’oste laurente, insiem Turno conobbe

il fiero Enea seguirlo e il calpestio

udí de’ fanti e il fremer de’ cavalli.

Verrebbero a le prese incontanente,

se rosso già ne’ flutti ibéri Febo

non immergesse i corridori stanchi

e riportasse dileguando notte.

Fanno e afforzano il campo innanzi a’ muri.

LIBRO DODICESIMO

Turno che affranti da l’avversa pugna

ceder vede i Latini, e sue promesse

ora invocarsi e in sé fissi gli sguardi,

implacato piú ferve e baldanzoso.

Qual ne le sabbie puniche il leone

che da la caccia ebbe ferito il petto

ben s’arma allora e il forte squassar gode

chiomato capo, la confitta freccia

frange e ruggisce con bocca cruenta;

tale riarde vïolenza in Turno.

Al Re si volge e torbido favella:

“Turno è pronto: non v’è ragion che il patto

disdicano gli Eneadi codardi.

I riti adempi e le parole, o padre.

O manderò quel dardano a l’Averno,

fuggiasco d’Asia, con la mano mia

(seggano a lo spettacolo i Latini),

vindice io sol de la comune offesa;

o vinti egli ci domini, gli vada

sposa Lavinia”.

Placido risponde

a lui Latino: “Giovin d’alto cuore,

quanto primeggi tu di generoso

valor, con tanta piú premura è giusto

ch’io vegga e pesi trepido gli eventi.

Possiedi tu del padre Dauno il regno,

prese da te molte città possiedi,

e non manca a Latino oro e larghezza:

altre fanciulle v’è nel Lazio e in terra

laurentina, e non d’umile radice.

Lascia ch’io dica non piacevol cosa

senz’ombra o velo, e la ricevi in cuore.

Io la figliuola non dovea sposare

a veruno de’ vecchi pretendenti,

e l’ammonivan tutti uomini e Dei.

Per amor tuo, per il congiunto sangue,

e per i pianti di mia donna mesta,

vinto ruppi ogni vincolo, la sposa

al genero ritolsi, empie armi strinsi.

Che vicende di poi, che guerre, o Turno,

mi perseguano, il vedi, e che travagli

tu per primo ne soffra. In gran battaglia

vinti due volte, ripariamo appena

ne la città le italiche speranze:

tepido ancor del nostro sangue scorre

il Tebro, d’ossa il vasto pian biancheggia.

A che, per qual follia sí mi rimuto?

S’io son disposto a farli soci, spento

Turno, ché, lui incolume, piuttosto

non levo le contese? E che diranno

i consanguinei Rutuli e l’Italia

tutta, se a morte offerto avrò (Fortuna

disperda il detto) te che mi chiedevi

la mia figliuola? A le vicende guarda

varie di guerra: abbi pietà del padre

vecchio; cui mesto Àrdea natia lontano

or tien da te”.

Non per suo dir di Turno

la vïolenza piegasi, ma cresce

e a medicarla s’inasprisce. Quando

poté prima parlar, cosí proruppe:

“Lo zelo che hai per me, per me il deponi,

ottimo, ti scongiuro, e mi consenti

di pattuire per l’onor la morte.

Dardi di ferro, o padre, avvento anch’io

non fiacchi, e gronda sangue ov’io colpisco.

La madre accanto ei non avrà, che avvolga

di femminëa nuvola il fuggente

e si dilegui non veduta insieme”.

Ma la Regina, scossa al novo rischio

del duello, piangeva ed al focoso

genero si stringea disposta a morte.

“Turno, per queste lagrime, pel nome,

se ti preme, d’Amata (or la speranza

unica tu, de la vecchiezza infausta

sei la pace, in te il regno e di Latino

tutta s’appoggia sopra te la casa),

questo ti chiedo: lascia di scontrarti

co’ Teucri. Qual sia caso che t’aspetti

in questa lotta, anche me, Turno, aspetta:

lascierò insiem quest’odïosa luce,

né captiva vedrò genero Enea”.

Accolse le parole de la madre

Lavinia con le lagrime sul viso,

e un gran rossore l’assalí di fuoco

e sí le corse per le guance accese,

qual se alcun di sanguigno ostro dipinga

l’indo avorio, o se misti i bianchi gigli

rosseggino di molte rose: tali

la vergine sul volto avea colori.

Lui turba amore, e la riguarda fiso;

viepiú s’infiamma a l’armi, e breve dice

ad Amata: “Non far, madre, non fare

che tal di pianto m’accompagni augurio,

mentre del duro Marte esco a le prove

né in arbitrio è di Turno indugiar morte.

Idmone, al frigio re questo messaggio

reca per me, che gli saprà d’amaro:

Come prima l’aurora di domani

su le purpuree ruote in ciel s’accenda,

contro i Rutuli già non mova i Teucri,

posino Teucri e Rutuli senz’armi;

col nostro sangue decidiam la guerra,

cerchisi in quel terren sposa Lavinia”.

Detto cosí, ricorso a casa, chiede

i suoi cavalli e a riguardarli gode

frementi: essa Oritía dielli a Pilumno

per suo decoro, tali da passare

in bianchezza le nevi, al corso l’aure.

Intorno a lor s’adoprano gli aurighi:

picchiano i petti con le palme, i colli

pettinano chiomati. Esso di poi

ruvida d’oro e di bianco oricalco

agli omeri si cinge una lorica:

insiem s’adatta agevole la spada

e lo scudo e il cimier da le vermiglie

creste, la spada che avea fatta il dio

del fuoco a Dauno genitore e rossa

ne l’acque de lo Stige avea tuffata.

Poi la forte asta che a la casa in mezzo

stava, poggiata ad una gran colonna,

spoglia ch’è de l’aurunco Àttore, afferra

e la palleggia tremola gridando:

“Tu che sempre rispondi al mio chiamare,

o asta, è il tempo: te il sommo Àttore, ora

te la destra ha di Turno. Or fa’ ch’io prostri

l’imbelle Frige, con la man possente

gli strappi e squarci la lorica, e lordi

ne la polvere il suo crine arricciato

col caldo ferro e madido di mirra”.

Cosí s’agita in ira, e da la faccia

sprizzan scintille, ne’ vivi occhi è fuoco:

come vicino ad avventarsi il toro

mette muggiti orribili ed arrota

contro il tronco d’un albero le corna,

dà di cozzo nel vento, e scalza e sparge,

a la lotta apprestandosi, l’arena.

Non meno intanto fiero a la battaglia

Enea ne le materne armi si accende,

lieto che un patto termini la guerra.

I compagni rianima e il pensoso

cuore di Giulo, rammentando i fati;

poi sua ferma risposta a re Latino

fa che si rechi e de l’accordo i modi.

Appena l’altro dí spargea di lume

le vette a’ monti, quando su dal mare

i cavalli del Sol nascono e luce

soffiano da le alzate nari, il campo

sotto la gran città Rutuli e Teucri

già misuravano al duello, e in mezzo

ponean bracieri ed agli Dei comuni

altari erbosi. Acqua di fonte e fuoco

portavano altri, cinti di grembiule

e coronati di verbena il capo.

La legïone degli Ausonii a onde

coi pili avanza fuori de le porte;

indi il troiano esercito e il tirreno

con le varie armi tutto quanto accorre,

non altrimenti armati che al chiamare

aspro di Marte. A’ mille e mille in mezzo

passano i duci, d’oro e d’ostro adorni,

Mnèsteo di Assàraco ed il forte Asíla

e di cavalli domator Messàpo

nettunia prole. E come dato il segno

a’ luoghi suoi ciascun si trasse, a terra

piantano l’aste e inclinano gli scudi.

Le donne desïose e il volgo insieme

escono, i vecchi stanchi a torri e tetti

s’addensano, altri a sommo de le porte.

Ma Giunone dal monte, oggi d’Albano,

– nome allor non avea né feste o fama –

lungi davanti a sé guardava il campo,

de’ Laurenti e de’ Teucri ambe le schiere,

e di Latino la città. D’un tratto,

diva a diva, di Turno a la sorella

disse cosí, preposta a’ fonti e a’ fiumi

sonanti (a lei diè questo culto il sommo

Giove per sua verginità rapita):

“Ninfa, onore de’ fiumi ed amor mio,

sai com’io te, tra quante mai latine

vennero del gran Giove al letto ingrato,

dilessi e amica in ciel posi: Giuturna,

sappi – che non mi accusi – il tuo dolore.

Fin che il sembrò patire la Fortuna

e le Parche assentian successi al Lazio,

Turno difesi e le tue mura: or veggo

il giovine affrontar fati ineguali,

e de le Parche il giorno e la nemica

forza s’appressa. Questa pugna, questo

patto io mirar non so. Tu pe ‘l fratello

se cosa utile ardisci, ecco, è l’istante.

Forse verrà conforto agl’infelici”.

Disse appena, che in lagrime rompendo

tre volte e quattro si percosse il petto

bello Giuturna. E la saturnia Giuno:

“Tempo non è di pianto: affretta, a morte

se modo v’è, strappa il fratello, o guerre

fa’ nascer tu contro il composto patto.

Consigliera son io de l’ardimento”.

Con tal consiglio la lasciò perplessa,

agitata ne l’animo e ferita.

Intanto i re, con gran pompa Latino

viene su carro a quattro, e reca in fronte

dodici raggi luminosi d’oro

segno de l’avo Sole; in bianca biga,

due ferrate quadrella in man recando

vien Turno: il padre Enea da l’altra parte,

progenitor de la romana stirpe,

per lo stellato scudo e le celesti

armi smagliante, e Ascanio presso lui,

speme seconda de l’augusta Roma,

avanzano dal campo. In veste schietta

il sacerdote addusse il parto d’una

ispida scrofa ed un’intonsa agnella

e li fe’ presso a l’are accese. Quelli,

rivolti a l’orïente, il salso farro

spargono e il ciuffo radono a le fronti

de l’ostie con la spada, e da le tazze

liban gli altari.

Quivi cosí giura,

con la spada impugnata, il padre Enea:

“Sia testimonio a la mia voce il Sole

e questa terra per la qual potei

sí grandi prove tollerare, e il Padre

onnipotente e tu, Saturnia sposa

(piú mite alfin, piú mite, o Dea, ti prego),

e tu, Mavorte glorïoso padre,

che sotto il cenno tuo volgi ogni guerra;

e i fonti e i fiumi invoco, e quante sono

religïoni nel superno cielo

e quanti numi nel ceruleo mare:

se la vittoria mai tocchi a l’ausonio

Turno, è l’accordo ritornare i vinti

a la città d’Evandro, e Giulo i campi

sgombrerà, né mai piú ribelli Eneadi

con l’armi questi regni assaliranno.

Ma se Vittoria a l’armi nostre arrida

(che meglio credo e meglio piaccia a’ Numi),

non io vorrò che sian soggetti a’ Teucri

gl’Itali né per me domando il regno:

con eque leggi le due genti invitte

vadan di eterno vincolo congiunte.

Riti e Dei darò io: l’armi Latino

suocero regga, il suocero Latino

serbi l’impero, a me faranno i Teucri

una città, darà Lavinia il nome”.

Cosí per primo Enea. Segue Latino,

con gli occhi al cielo, con la destra al cielo:

“Giuro a la terra al mare ed a le stelle,

o Enea, lo stesso giuramento, e a’ due

latònii figli ed al bifronte Giano

e a la divina inferna possa e al cerchio

del duro Dite: il Genitor lo ascolti,

che i patti col suo fulmine sancisce.

Tocco l’altare, e gl’interposti fuochi

e i Numi attesto: non sarà mai giorno

che per gl’Itali rompa questa pace

e questo patto, qual che segua evento,

né forza alcuna mi farà volere

diverso, no, s’ella confonda in uno

la terra e d’acque ed inabissi il cielo.

Questo scettro cosí – ch’ei lo stringea –

mai non darà con vaga fronda fiori

né ombra, poi che da la pianta svelto

ne la selva una volta è senza madre

e fu schiomato sotto la bipenne:

albero un dí, d’artefice l’ingegno

or lo legò di fulgido metallo

e in man lo pose a’ principi latini”.

Fermavano con tali alterni detti

l’accordo in mezzo de’ guerrieri astanti:

poi svenano le vittime devote

sul fuoco e a quelle strappano pur vive

i visceri e ne accumulano l’are.

Ma già da prima a’ Rutuli era parso

quel duello inegual, e un vario moto

turbava i cuori allora piú che in vista

le forze differenti ebber vicine.

Turno a ciò conferisce che s’avanza

muto e adora l’altar con gli occhi bassi,

e le fiorite guance e quel pallore

in giovinezza. Non appena vide

la sorella Giuturna a farsi spesso

il dir e i sensi fluttuar del volgo,

tra le schiere in sembianza di Camerte

(grandi avi avea, fu di valor famoso

il padre, era esso acerrimo guerriero),

tra le schiere s’insinüa sagace

e piú parlari intreccia e cosí dice:

“Non vergognate, o Rutuli, per tutti

e tali di arrischiar sola una vita?

Pari non siam di numero e di forze?

Ecco i Troiani e gli Arcadi qui tutti,

e fatal forza a Turno ostil l’Etruria:

ed a fatica un uom di fronte avremo,

se un sí e un no scendiamo in campo. Quegli

ai Superi, a le cui are si vota,

andrà sublime e per le bocche vivo;

noi, perduta la patria, noi per forza

a padroni superbi obbediremo,

che ora sedemmo al suolo inerti”. Ai detti

piú e piú arse il giovenil pensiero,

e un mormorio serpeggia per le file;

cangiano anche i Laurenti, anche i Latini.

Chi già sperò da l’armi esso posare

e rïuscir le cose, or l’armi vuole,

vuol non fatto l’accordo, e per iniqua

la vicenda commisera di Turno.

Aggiunge altra maggior cosa Giuturna

e da l’alto del ciel mostra un portento

di cui nessuno piú possente mai

turbò l’itale menti e le confuse.

Per l’aria rossa il fulvo uccel di Giove

spaventava i pennuti de le rive

e lo stormo sonoro, col suo volo:

poi subito calatosi su l’acque

avido artiglia via cigno preclaro.

Sospesi fur gl’itali cuori; e tutti

gli alati si rivoltan clamorosi

da la fuga (miracolo a vedere)

e d’ali oscuran l’aria e via per l’aria,

stretta la nube, incalzano il nemico

che alfin vinto a la forza e insiem dal peso

mancò, cader lasciò la preda al fiume,

e tra l’ultime nuvole disparve.

Allor d’un grido i Rutuli l’augurio

salutano e preparano le mani,

e primo dice l’augure Tolumnio:

“Ecco, ecco ciò che desïai sí spesso!

Ricevo e riconosco i numi: or l’arme,

duce me, duce me, stringete, o infausti,

cui avido stranier turba di guerra

come imbelli pennuti e a furia guasta

le vostre rive: ei fuggirà levando

via per l’ultimo pelago le vele.

Voi concordi stringetevi a battaglia,

a difendere il re che v’è rapito”.

Disse, e a’ nemici ch’erano di fronte

lanciò correndo innanzi una saetta

che solcò l’aure stridula e sicura.

Levasi a questo un alto grido, e tutte

son scompiglio le file e fiamma i cuori.

Come nove bellissimi fratelli

stavan contro, che a l’arcade Gilippo

tutti una fida diè donna tirrena,

di questi a vol quell’asta uno per mezzo,

splendido di persona e d’armatura,

dove a’ fianchi la fibbia i giunti capi

de la contesta cintola addentella,

il passa e abbatte su la fulva arena.

Fiera falange e di dolor trafitta

balzan ciechi i fratelli e con le spade

e con le lance subito brandite.

Corron lor contro le laurenti schiere,

e a lor volta i Troiani e gli Agillini

dilagano e le pinte arcadi squadre:

uno in tutti è l’ardor di lotta estrema.

Travolser l’are; va per tutto il cielo

fosca bufera di saette, il ferro

piove e scroscia: crateri e focolari

via riportano; fugge esso Latino

co’ Numi offesi de l’infranto patto.

Chi carri aggioga, chi si lancia in groppa

a’ destrieri, e son pronti a spada nuda.

Messàpo, ardendo di turbar l’accordo,

sprona il cavallo nel tirreno Auleste

re con le regie insegne: indietreggiando

questi giú piomba con le spalle e il capo

miseramente tra gli altari a tergo.

Fervido vien Messàpo e con la trave

de l’asta da l’arcione alto tempesta

lui supplicante e grida forte: “Ei l’ebbe.

Miglior vittima è questa a’ grandi Iddii”.

Gl’Itali corrono a spogliarlo caldo.

Da l’ara un tizzo Corineo brandisce

e ad Èbuso che vien col colpo in aria

dà nel viso le fiamme: la gran barba

gli risplendette e sparse sito ardendo.

Quegli incalzante con la manca afferra

il turbato nemico pe’ capelli

e calcandolo a terra col ginocchio

la dura spada gli configge al fianco.

Podalirio al pastore Also che armeggia

in prima fila attergasi col brando

e già lo stringe; ma rivolto quegli

con l’azza il fende da la fronte al mento,

e gl’inonda di sangue l’armatura.

Cade l’ombra su quello e il ferreo sonno,

si chiudon gli occhi ne la eterna notte.

Ma il pio Enea, stesa la destra inerme,

ignudo il capo, a’ suoi gridava: “Dove,

dove correte? qual discordia è questa

sí repentina? Deh frenate l’ira!

Stretto è l’accordo ed ogni legge è ferma:

solo diritto di battaglia è il mio,

e lasciatelo a me senza paura:

i patti sancirò con la mia mano;

dovuto a me già per il rito è Turno”.

Tra queste voci, a mezzo le parole,

ecco stridulo a vol strale lo colse,

non si sa da qual man teso e avventato,

né se tal vanto a’ Rutuli recasse

o caso o dio: fu muta l’alta gloria,

né alcuno si vantò di Enea ferito.

Come Turno mirò ritrarsi Enea

da la battaglia e i príncipi sgomenti,

sfavilla d’una subita speranza;

chiede i cavalli, l’arme vuol, d’un salto

è già sul carro con in man le briglie.

Molti guerrieri volteggiando uccide,

molti trascina moribondi; intorno

urta le schiere e trae l’aste a’ fuggenti.

Qual balzando talor lungo il freddo Ebro

batte lo scudo il sanguinoso Marte

e a guerra sfrena i fervidi corsieri

che per l’aperto a Zefiro ed a’ Noti

volano avanti; a l’alto scalpitare

rimbomba fin l’ultima Tracia; intorno

corron le facce ree de lo Spavento,

l’Ire e le Insidie: tal per mezzo l’armi

spinge i cavalli di sudor fumanti

Turno passando sui caduti a furia;

spruzza la rapid’unghia atre rugiade,

e il sangue e il fango son calpesti insieme.

Già Stènelo, già Tàmiro, già Folo

a morte diè; gli ultimi due di fronte,

quello lontan; gl’Imbràsidi lontano

entrambi, Glauco e Lade, che allevati

in Licia aveva esso Imbraso e forniti

d’armi opportune, a stringersi alle prese

ed a sfidare cavalcando i venti.

Da un altro canto in mezzo a la battaglia

spingesi Euméde, chiara prole in guerra

de l’antico Dolone: al nome l’avo

ei rinnovava, al cuore e al braccio il padre,

che un dí, mosso a spiar nel campo acheo,

per sua mercede osò chiedere il carro

del Pelíde; il Tidíde altra moneta

gli ripagò per simile ardimento,

e ai cavalli d’Achille ei non aspira.

Come lunge il mirò Turno nel piano,

bersagliatolo pria di alato dardo,

ferma la biga, giú ne balza, piomba

sul caduto morente e, un piè sul collo,

di man gli strappa il brando e lampeggiante

glie lo conficca in gola e pur soggiunge:

“Ecco, Troiano, i campi e quell’Esperia

che cercasti con l’armi, or la misura.

Questi, color che m’osano assaltare,

hanno premi; cosí fondan le mura”.

Invia compagni a lui d’un colpo d’asta

Asbíte, Clòreo e Sibari e Darete.

e Tersíloco e, giú per la cervice

del traboccato corridor, Timete.

E come quando su per l’alto Egeo

sibila il soffio de l’edonio Borea

ed accompagna i cavalloni a riva,

fuggono al vento i nuvoli del cielo;

cosí cedono a Turno, ovunque è volto,

le schiere e si ripiegano confuse:

lui porta la sua foga, e a l’incontrario

il flottante cimier vibrano l’aure.

Non sopportò quell’impeto feroce

Fègeo, il carro affrontò, piegò di forza

con la man destra le spumose bocche

de’ lanciati corsieri. Strascinato

e pendulo dai freni, a lo scoperto

fianco la larga lancia il giunse e, rotto

de la lorica il duplice tessuto,

gli sfiora la persona e gusta il sangue.

Pur lo scudo opponendo egli e rivolto

a l’inimico stava e in sua difesa

tratto la spada avea, quando la ruota

de l’asse rapidissimo a rovina

giú lo distende, e Turno secondando,

ove si tocca l’elmo e la corazza,

gli spicca il capo e lascia il tronco a terra.

Mentre va Turno seminando morti

trionfante cosí, Mnèsteo e il fedele

Acate e Ascanio insiem dentro la tenda

avean condotto sanguinante Enea

che aiutava l’un piè con l’asta lunga.

Freme e s’ingegna di strappar la punta

del rotto strale e la piú pronta chiede

via di rimedio: squarcino la piaga,

scoprano i ripostigli de la freccia

profondamente, e il rendano a la guerra.

Già l’assisteva il prediletto a Febo

Iàpige ïàside, cui volle

spontaneo un dí per molto amore Apollo

donar suoi privilegi, il vaticinio

e la cetra e le celeri saette:

esso, per differir l’ora del padre

agonizzante, preferí sapere

de l’erbe la virtú, l’arte salubre,

e senza gloria usar muta scïenza.

Stava, poggiato a la grande asta, tutto

fremente Enea tra il premere de’ prodi

e del piangente Giulo, invitto al pianto.

Il vecchio, a la peonia guisa, cinto

di attorta veste, con l’esperta mano

e con quelle efficaci erbe febee

invan si affanna e con la destra preme

lo strale e il prende con tenace morsa.

Non dà via la fortuna, non soccorre

Apollo di consiglio. E viepiú cresce

il fiero orror nel campo e stringe il danno.

Già tutto è il cielo un polveroso nembo,

i cavalli s’accostano, è una pioggia

fitta di dardi ne l’accampamento.

Sinistro sale grido di pugnanti,

di soggíacenti a l’implacato Marte.

Venere allor, dal duolo indegno mossa

del figlio suo, maternamente coglie

da l’Ida in Creta un dittamo, chiomato

di pregne foglie e porporino fiore;

cognito stelo a le silvestri capre,

cui siensi fitti al fianco agili strali.

Questo, velata d’una opaca nube,

Venere giú portò; di questo intride,

nascosa medicandole, le linfe

entro le conche lucide, e salubre

mesce ambrosia e odorosa panacea.

Lení l’annoso Iàpige con questi

succhi senza saper la piaga, ed ecco

ogni dolore abbandonò le membra

e l’ima fonte si stagnò del sangue;

senza fatica omai dietro la mano

cade la freccia e tornano le forze.

“Dategli l’arme, orsú! perché tardate?”

grida Iàpige e gli animi raccende

primo contro al nemico. “Non vien questo

da forza umana o umano magistero,

né te risana, Enea, la destra mia:

maggior dio ti ridona a maggiore opra”.

Esso avido di pugna aveasi stretti

gli aurei schinieri e già vibrava l’asta.

Lo scudo al petto e la lorica indosso,

con tutte quante l’armi abbraccia Ascanio

e per l’elmo sfiorandolo d’un bacio

dice: “Apprendi da me, figlio, il valore

e il vero ardir, dagli altri la fortuna.

Or la mia destra ti farà difeso

e ti addurrà tra fulgide conquiste;

ma come prima sian maturi gli anni,

tu gli esempi ramméntati de’ tuoi;

Enea tuo padre, Ettore zio ti sproni”.

Detto ch’egli ebbe, da le porte usciva

grande, scotendo un’asta enorme in mano:

in densa schiera insiem e Anteo e Mnèsteo

prorompono e la turba tutta fuori

dal vallo: abbuia polveroso il campo

e al fitto calpestio la terra trema.

Vide i vegnenti da un opposto balzo

Turno, li vider gl’Itali ed un freddo

brivido a lor per le midolla corse.

La prima fra’ Latini udí, conobbe

Giuturna il suono e rifuggí smarrita.

Egli vola e con lui quel nero globo.

Quale il nembo talor squarciando il cielo

va per il mare (oh che i presaghi cuori

lunge ne inorridiscon dei coloni!

esterminio sarà d’alberi e solchi,

gran rovina ogn’intorno); avanti volano

i venti e l’urlo portano a le rive:

tale il duce reteo contro i nemici

preme sua schiera, e tutti a cunei folti

s’agglomerano. Al grave Osiri cala

un fendente Timbreo, Mnèsteo ad Arcèzio,

Acate ad Epulon, a Ufente Gía;

anch’esso cade l’augure Tolumnio

che saettato avea primo i nemici.

Va il grido al ciel, e a la lor volta vòlti

danno i Rutuli i dorsi polverosi.

Esso non degna di atterrar fuggenti

e né pur bada a chi fermo l’affronti

in armi: solo per quell’aria fosca

di Turno indaga, sfida Turno solo.

Scossa da questa tema il cuor, Giuturna

vïolenta urta tra le briglie a terra

Metisco, il guidator di Turno, e lungi

caduto il lascia dal timon: sottentra

essa e le ondanti redini governa,

tutta Metisco, al grido a’ membri a l’arme.

Come una bruna rondine volando

va d’un ricco signor per l’ampia casa

e l’alte volte, in busca d’alimento

esiguo e grato al susurrante nido,

ed or pe’ vuoti portici ed or presso

fruscia a’ freschi laghetti; in simil guisa

erra per mezzo l’oste coi cavalli

Giuturna e spinge l’agil carro in volta,

or qua or là mostrando il suo fratello

trionfale, ma ch’ei venga a le prese

non soffre e fuor di mano si dilunga.

Non meno Enea per incontrarlo segna

obliqui giri e pur l’esplora e a grande

voce per i turbati ordini il chiama.

Quante volte ficcò lo sguardo in lui

e s’avventò correndo a la sua biga,

tante Giuturna la ritorse via.

Oh che dee far? inutilmente ondeggia

e da pensier diversi è combattuto.

A lui Messàpo, che scorrendo lieve

due si trovava aver ne la mancina

pronti lanciotti con in punta il ferro,

uno ne indrizza con sicuro impulso.

Ristette Enea raccoltosi ne l’armi

in sul ginocchio; pur gli rase l’asta

l’alto cimiero e ne portò le piume.

Allor l’ira soverchia, e a tali insidie,

come s’avvide che cavalli e carro

sempre sfuggian, chiamando in testimonio

Giove e l’altar del vïolato patto,

balza a la fine in mezzo e, Marte amico,

senza divario mena orrenda strage

e abbandona le redini al furore.

Qual dio mi direbbe ora i tanti orrori,

quale ne’ versi la sanguigna guerra

e de’ prodi il cader, che in tutto il campo

sparge Turno a vicenda e il teucro eroe?

Stringer ti piacque, o Giove, a simil cozzo

due genti nate a una concordia eterna?

Al rutulo Sucrone (e questo incontro

valse a fermare i trasvolanti Teucri)

che fe’ breve difesa Enea colpisce

il fianco e per le costole del petto,

presta di morte via, passa la spada.

Turno, a piè fronteggiandoli, ferisce

gettato da cavallo Àmico e il suo

fratel Dïore, l’uno con la lunga

lancia al venir e l’altro d’un fendente:

le due recise teste al carro appende

e se le porta che piovevan sangue.

Quegli, tre in uno scontro, a morte invia

Talone e Tànai e il valido Cetégo,

e il mesto Oníte poi, nome echïonio,

che partorito fu da Peridía;

questi, fratelli che venian di Licia

dagli apollinei campi, e il giovinetto

invan di guerra odïator Menete

arcade, che avea l’arte lungo i rami

de la pescosa Lerna ed umil tetto

né conosceva lo splendor de’ grandi;

seminava suo padre in solchi altrui.

Come fuochi scagliati da diverse

parti tra secca selva e crepitanti

fronde di lauro, o giú da le montagne

spumeggianti torrenti ruinosi

romoreggiano e corrono nel mare,

menando strage ognun per la sua china;

Enea non altrimenti e Turno entrambi

danno per mezzo: or ben dentro ribolle

l’ira e ne scoppian gl’indomati cuori,

ora si fa di tutta forza strage.

Quegli a Murrano, che vantava gli avi

e de’ padri gli antichi nomi e il sangue

tutto disteso per i re latini,

con la massiccia frombola d’un sasso

sbatte le tempie al suol: tra i freni e il giogo

l’urtan le rote e lo calpesta il fitto

scalpito degl’immemori cavalli.

Questi a Ilio che infuria e tutto freme

si fa contro e gl’indrizza a la dorata

fronte la lancia che a traverso l’elmo

gli stiè fissa al cervel. Né te la tua

destra, o Crèteo fortissimo de’ Greci,

sottrasse a Turno, né al venir d’Enea

i numi suoi protessero Cupenco:

offerse il petto al colpo e non gli valse

l’impedimento del ferrato scudo.

Te pur videro, o Eolo, i laurenti

campi cader, per molta terra steso

il dorso; cadi, e non t’avean potuto

le achee falangi abbattere né Achille

de l’impero di Priamo eversore:

quivi per te la meta era di morte;

sotto l’Ida la gran casa, a Lirneso

la gran casa, in laurente suol la tomba.

Tutte quante impegnate eran le schiere:

Latini e Teucri, Mnesteo e il fier Seresto

e di cavalli domator Messàpo

e il forte Asíla e la falange etrusca

e l’arcadi d’Evandro squadre, tutti

s’adoprano ciascun di tutta lena:

senza posa o respiro è l’ampia lotta.

Qui la madre bellissima ad Enea

mandò pensier d’ire a le mura e stretto

volger lo sforzo a la città turbando

col subito pericolo i Latini.

Ei, come intorno gli occhi ebbe girati

investigando per le file Turno,

la città mira fuor de l’onde ancora

di tal tempesta e senza danno cheta.

Arde al fantasma di maggior battaglia

Mnesteo e Sergesto chiama ed il gagliardo

Seresto duci e prende un balzo, al quale

l’altra de’ Teucri legïon concorre

densa non deponendo usberghi ed armi.

Sale nel mezzo su l’altura e dice:

“Non indugiate al cenno mio, sta Giove

con noi, né alcun per l’opera improvvisa

mi si allenti. Oggi la città cagione

de la guerra, oggi il regno di Latino,

se non si porgan docili a obbedire

vinti, distruggerò, fumanti al suolo

adeguerò le torri. Oh sí ch’io debba

aspettar fin che piaccia a Turno starmi

di fronte e vinto rinnovar gli assalti!

Qui, cittadini, il fonte e qui la foce

de l’empia guerra: su, mano a le faci!

rivendicate con le fiamme il patto”.

Avea detto, e già tutti àlacri fanno

cuneo e ruinan densa massa a’ muri.

Improvvise appariscono le scale

e guizza il fuoco. Corrono a le porte

alcuni e uccidon chi rincontran prima,

saettano altri e l’aria ombran di dardi.

Esso tra’ primi Enea leva a le mura

la destra e accusa a gran voce Latino,

e protesta agli Dei che un’altra volta

è sforzato a le pugne, e già due volte

gli son nemici gl’Itali, e il secondo

patto questo è che infrangesi. Discordia

nasce fra’ trepidanti cittadini:

si schiuda la città, s’apran le porte

a’ Dardani, alcun vuole; ed il Re stesso

traggono su gli spaldi; altri con l’armi

s’affrettano a difesa de le mura:

come se in perforato sasso spia

l’api il pastore e il sasso empie di fumo

spiacente, quelle trepide e smarrite

scorrono per i campi de la cera

e con alti stridori attizzan l’ire;

l’acre odor va per casa, entro un susurro

cieco ronza, vapora il fumo in aria.

Giunge ai lassi Latini altra sventura

e che tutta la città scosse di pianto.

La Regina, vedendo da la reggia

il nemico venir, le mura invase,

volar le faci a’ tetti, e niuna contro

rutula schiera né squadron di Turno,

misera pensa ne la prova spento

il giovine, e in dolor súbito grida

sé causa e colpa e capo d’ogni male:

folle tra le parole disperate

si strappa, per morir, via le purpuree

vesti e da l’alto de le travi un nodo

intreccia a sé di sfigurata morte.

Come risepper quest’orror le infauste

Latine, prima di sua man la figlia

Lavinia lacerandosi i fioriti

capelli e le rosate guance, poi

l’altre a l’intorno smaniano di duolo:

tutta è la casa un luttuoso strido.

E rïempie la via l’annunzio triste:

cadono i cuori. Con squarciate vesti

Latino va, dal fin de la sua donna,

dal rovinar di sua città stordito,

e si cosparge di lurida polve

la canizie e s’accusa senza fine

che non accolse prima il teucro Enea

né spontanéo a genero lo strinse.

Turno pugnace intanto ne l’estrema

pianura segue i rari dissipati

con minor foga, e rispondente meno

sente via via l’ardor de’ suoi cavalli.

Ecco che l’aura gli recò quel grido

d’arcano duol; ferí le tese orecchie

un indistinto murmure sinistro.

“Ahimè! qual sí gran lutto empie le mura?

qual crudele clamor da tutta viene

la città?”.

Cosí dice e trae le briglie

fuor di sé soffermandosi. Risponde

pronta, qual era di Metisco auriga

in figura a guidar carro e cavalli,

la sorella cosí: “Per qua seguiamo,

Turno, i Troiani, ove la prima si offre

via di vittoria: altri vi son guerrieri

che bastano a difendere le case.

Gl’Itali stringe ne la mischia Enea;

ed infliggiamo noi con fiero braccio

morti a’ Teucri. Uscirai da la battaglia

non minore di vittime e di vanto”.

Ma Turno allora:

“O sorella,…. e ben prima io ti conobbi

quando turbasti con ingegno il patto

e qui venisti ne la guerra, ed ora

invan dea mi ti celi. Ma chi volle

che scendessi d’Olimpo a tal travaglio?

forse a mirar del misero fratello

la fine acerba?…. Oh che far debbo? e quale

fortuna omai promette scampo? Io vidi,

vidi sotto a’ miei occhi e me chiamando

Murrano, onde piú caro un non mi resta,

grande cadere d’una gran ferita.

Cadde Ufente infelice, a non vedere

il nostro scorno; e son padroni i Teucri

del suo corpo e de l’armi. Ora ch’io lasci

distruggere le case (questo estremo

mancava sol) senza mostrar mia destra

Drance bugiardo? volterò le spalle

e vedrà questo suol Turno fuggire?

Fino a tal segno è morte una sventura?

Deh! ombre, a me siate benigne voi,

poi che la voglia de’ Celesti è avversa.

Altera anima e schietta di tal macchia

a voi discenderò, de’ grandi padri

mai non indegno”.

Egli avea detto appena:

e per mezzo i nemici ecco che a volo

sul cavallo schiumoso si ruina,

ferito di saetta in volto, Sace,

Turno a nome implorando: “La salvezza

ultima, o Turno, è in te; pietà de’ tuoi.

Fulmina in armi Enea, radere al suolo

l’alte rocche degl’Itali minaccia;

a’ tetti già volan le faci. Gli occhi

hanno i Latini a cercar te; lo stesso

re Latino vacilla, quali accolga

generi e a qual patto si pieghi. Inoltre

la regina, la tua sempre fedele,

di sua mano finí fuggendo il sole

disperata. Messàpo e il fiero Atina

unici reggon su le porte l’urto.

Dense d’intorno a lor sono falangi,

irta messe di ferree ignude punte.

E tu volteggi per solingo piano?”.

Stette al fantasma di vicende tante

in muta fissità Turno confuso.

Gli ferve in cuore alto rimorso e insieme

frenesia dolorosa e furïoso

amore e consapevole prodezza.

Come diradò l’ombra e al suo pensiero

luce fu resa, a la città le ardenti

ruote degli occhi volge torvo, ed alto

riguardò da la biga a la gran cerchia.

Ecco saliva un vortice di fiamme

di palco in palco e ravvolgea la torre,

la torre ch’esso di compatte travi

aveva eretta, con le ruote sotto

e gli alti ponti su. “Vincono i fati,

sorella, omai: cessa di opporti; andiamo

dove il dio chiama e la dura fortuna.

Vo’ pugnar con Enea, patir vo’ in morte

quanto è d’acerbo: indegno piú, germana,

non mi vedrai. Deh! lasciami, ti prego,

infurïar de l’ultimo furore”.

Disse e dal carro diè ne’ campi un salto,

e via per i nemici e via per l’armi,

desolata lasciando la sorella

e rompendo le file impetuoso.

E come allor che da un’alpestre vetta

spicco per vento un sasso si ruina,

cui penetrato avean le torbe piove

o sotto sotto la vecchiezza roso,

a precipizio va la falda enorme

ed urtata sobbalza per la china

alberi e armenti e uomini traendo;

Turno cosí tra le sgomente schiere

si difila a le mura, ove piú sangue

inonda e piú stridon di strali l’aure,

e con man cenna ed a gran voce ingiunge:

“Fermi, Rutuli, olà; frenate l’armi,

Latini. Sia qualunque la fortuna,

è mia. Meglio è che per voi tutti io solo

il patto ammendi e termini la guerra”.

Uscí di mezzo ognuno e fecer luogo.

Ma il padre Enea, di Turno il nome udito,

lascia le mura e lascia l’alta rocca,

rompe ogn’indugio, ogni opera interrompe

trionfante, ed in armi orrendo suona:

sí grande l’Ato, l’Erice sí grande,

esso il padre Apennin sí grande freme

de l’agitate roveri e superbo

co’ vertici nevosi al ciel si leva.

Or bene a prova Rutuli e Troiani

e tutti volser gl’Itali lo sguardo

e quei che in alto difendean le mura

e quei che percotevanle da l’imo,

e deposero l’armi. Esso Latino

si affisa in que’ due grandi che, in lontane

parti del mondo nati, or sono a fronte

a definir col ferro.

Essi, sgombrato

che fu loro il terren, presti avanzando,

avventate di lungi l’aste, a l’urto

vengono con fragor de’ ferrei scudi.

Mette la terra un gemito, e già spesse

piovono le percosse de le spade:

la fortuna e il valor son misti in uno.

E come quando ne la vasta Sila

o in vetta del Taburno a fronti basse

corrono al cozzo orribile due tori;

pavidi si ritraggono i custodi;

tutta la mandra sta muta di tema,

e dubbian le giovenche, quale il sire

sarà de’ paschi e il duce de l’armento;

quelli tra lor feriscon di gran forza,

puntan, piantan le corna e di copioso

sangue i colli si lavano e le spalle;

tutta gemendo la foresta echeggia:

non altrimenti il teucro e il daunio eroe

urtan gli scudi e tutto rombi è il cielo.

Giove stesso solleva una bilancia

librata e il fato di que’ due vi pesa,

qual condanni la lotta ed in qual parte

traboccar faccia morte.

Ecco fidente

balza Turno e di tutta la persona

levasi eretto con la spada in alto

e ferisce: urlano i Troiani e trepidi

i Latini: sospesi sono i cuori

ne’ due campi. Ma perfida la spada

s’infrange e lascia a mezzo colpo il prode,

se col fuggir non s’aiutasse. Fugge

piú rapido del vento appena vide

un’elsa ignota e il braccio disarmato.

È fama che precipitoso, al primo

salir la biga pronta a la battaglia,

egli lasciando la paterna spada

tra tanta furia diè di piglio a quella

de l’auriga Metisco, e lungamente

gli bastò, fin che davano i Troiani

frettolose le spalle, ma poi quando

s’avvenne a le vulcanie armi divine,

il mortal brando come ghiaccio frale

si ruppe, e ne riluccican le schegge

sul fulvo suol. Dunque folle fuggendo

Turno via si rivolge incerti e obliqui

giri intrecciando, ché il chiudeano i Teucri

intorno intorno di corona densa,

e da una parte vasta la palude,

lo serrano da l’altra alte le mura.

Non meno Enea, benché spesso il ginocchio

dal dardo offeso mal risponde al corso,

persegue il trepidante ed animoso

gl’incalza il piè col piè. Cosí talora

il cane cacciator a un cervo chiuso

dal fiume e cinto da lo spauracchio

di rosse penne dà dietro abbaiando;

e quello tra le insidie e l’alta riva

trepido in mille vie fugge e rifugge;

ma preme il vivace umbro a bocca aperta

e omai l’addenta e come già lo addenti

fa sonar la mascella e il morso è vano.

S’alza allora un clamor: il greto e il fiume

echeggiano d’intorno e tutta l’aria

ne rumoreggia. Quegli tra la fuga

tutti stimola i Rutuli chiamando

a nome ognuno e chiede la sua spada.

Enea per contro immedïata morte

promette a chi s’accosti e i già tementi,

de la città giurando lo sterminio,

atterrisce e ancorché ferito incalza.

Cinque giri misurano correndo

e tanti ne ritessono in contrario,

ché non è lieve né da gioco il premio

ma del viver di Turno è la tenzone.

Sacro a Fauno fu quivi un olivastro

d’amara foglia, venerabil tronco

a’ marinari un dí che aveano in uso

dal mar campati appendervi le offerte

al dio laurente e le votate vesti;

ma il fusto sacro avean levato i Teucri

indifferenti, per far netto il campo

agli assalti. Colà stava d’Enea,

venuta a conficcarsi impetüosa,

l’asta e s’abbarbicava a le radici.

Si curvò, con la man volle spiccarla

il dardanide e coglier con la lancia

quello cui non potea giungere a corsa.

Allora Turno a lo sgomento in preda

“Deh pietà, grida, Fauno! e tu tien forte,

ottima Terra, il ferro, s’io fui sempre

devoto a’ vostri onori, che al contrario

gli Eneadi con la guerra han profanati”.

Disse, e non invocò l’aiuto indarno

del dio, ché in lunghi sforzi atteso Enea

a quel tenace legno per nessuna

forza non valse a disserrarne il morso.

Mentre piú vi s’industria, in forma sempre

de l’auriga Metisco accorre e rende

la daunia diva al fratel suo la spada.

Venere, irata che a l’audace ninfa

tanto sia dato, s’accostò, la lancia

da la profonda radica divelse.

Ritti, d’animo e d’armi ristorati,

l’uno fidente ne la spada e l’altro

per l’asta ardito e altero, stetter quelli

a fronte in gara di affannoso marte.

Intanto il Sire de l’onnipotente

Olimpo dice a Giuno che guardava

da una cerula nuvola le pugne:

“E quando sarà il fin, consorte? ancora

che resta? Il sai, e di saper confessi

tu pur, che al ciel si deve e dal destino

è l’indigete Enea portato agli astri.

Or che ardisci? per qual ti stai speranza

tra i freddi nembi? E bello fu che un dio

fosse dal colpo di un mortal ferito,

a Turno resa la rapita spada

(che mai poteva senza te Giuturna?)

e cresciute le forze a’ vinti? Oh! alfine

desisti e piega a la preghiera nostra:

né taciturna un tal cruccio ti roda

né amari a me da la tua dolce bocca

suonin sí spesso affanni. È l’ora, è l’ora.

Potesti travagliar per terre e mari

i Troiani, attizzar nefanda guerra,

sfigurare una casa e gl’imenei

sparger di lutto: osar di piú ti vieto”.

Cosí Giove per primo, e cosí a lui

la Dea saturnia con sommesso volto:

“Poi ch’io cotesto tuo piacer sapeva,

di mal cuore, gran Giove, e pur lasciai

Turno e la terra: oh! già non mi vedresti

solinga in aria degne e indegne cose

ora patir: sarei giú tra le file

cinta di fiamme a trarre ne l’infauste

pugne i Troiani. Al misero fratello

persuasi soccorrere Giuturna,

il confesso, e a suo scampo arrischiar tutto;

non che i dardi però, non che tendesse

l’arco, lo giuro per l’inesorato

fonte del fiume stigio, ch’è rimasto

solo ritegno de’ celesti numi.

Or mi ritraggo, sí, lascio le pugne

e le detesto. Ma da te richiedo,

né vieta ciò legge del fato alcuna,

per il Lazio e la maestà de’ tuoi:

quando per un connubio fausto (e sia)

pace faranno alfin, quando alfin patti

stringeran d’alleanza, oh! non imporre

che il vecchio nome cangino i Latini

indigeni, non far che Teucri o Troi

divengano, né mutino linguaggio

né scambin veste. Il Lazio sia, gli Albani

re per secoli siano, fiorisca

la romana prosapia poderosa

d’italico valor; ma cadde, e lascia

che sia caduta col suo nome Troia”.

Ed a lei sorridendo il Creatore

degli uomini e del mondo: “Sei sorella

di Giove e minor figlia di Saturno,

sí grandi agiti in cuor tempeste d’ira.

Ma pure or cessa dal furor tuo vano:

do quel che vuoi, vinto e volente cedo.

Serberanno i costumi e la loquela

patria gli Ausonii, il nome che hanno, avranno:

sol che misti in un corpo entrino i Teucri,

e aggiungerò religïone e riti,

e tutti a un detto li farò Latini.

Quella che ne uscirà d’ausonio sangue

temprata stirpe, di pietà vedrai

sopravanzare gli uomini e gli Dei,

né sarà gente che te meglio adori”.

Annuí Giuno e in cuor mutata e lieta

si ritirò da la celeste nube.

Altro il gran Padre dopo questo in cuore

volge e si accinge a rinvïar Giuturna

da l’armi del fratello. Son due mostri,

che si chiamano Dire, e le produsse

insiem con la tartarëa Megera

a un parto solo la profonda Notte,

e di simili spire di serpenti

le recinse e le armò d’ali ventose.

Queste di Giove al soglio e ne la sede

del sire irato appaiono, e negli egri

mortali crescon lo spavento, ognora

che il Re de’ Numi morte orrenda e morbi

destina o turba ree città di guerra.

Una di loro giú da l’aër sommo

presta Giove invïò che qual presagio

si mostrasse a Giuturna: e quella vola

in un rapido turbine a la terra.

Non altrimenti che da nervo freccia

via per le nebbie, cui del fiele intrisa

di crudele velen lanciava un Parto,

Parto o Cidone, immedicabil colpo,

stridula e ascosa l’agili ombre varca;

tale la figlia de la Notte scese.

Poi che l’iliaco esercito e le schiere

di Turno vede, subito raccolta

ne la piccola forma de l’uccello

che su le tombe o le torri deserte

posandosi talora a tarda notte

ulula per le tenebre lugúbre;

tramutata cosí vola e rivola

strepitando la Furia avanti al volto

di Turno e il clipeo sferzagli con l’ale.

A lui strano un torpore allenta i membri

di smarrimento, il crin d’orror si rizza,

e si serra la voce entro le fauci.

Appena lo stridor di lungi e il volo

de la Dira conobbe, l’infelice

Giuturna strappa i suoi capelli sciolti,

con l’ugne e il volto e con le palme il seno

si offende. “Or che ti può la tua sorella,

Turno, giovare? a me crudel che resta?

quale arte ho io per allungarti il giorno?

e come posso a simil mostro oppormi?

Esco dal campo omai. Non m’atterrite

tremante, orridi uccelli: io ben conosco

de l’ale il rombo luttuoso e intendo

del magnanimo Giove il fiero cenno.

Per la verginità questo mi rende?

Perché immortal mi fa? perché mi tolse

poter morire? almen sí gran dolore

or finirei scendendo a l’ombre insieme

col misero fratello. Immortale io?

che de le cose mia mi sarà caro

senza, o fratello, te? quale sí cupa

terra mi s’apre ad inghiottir la dea?”.

Detto cosí, de la cerulea veste

il capo si coperse, e gemebonda

sparve la diva nel profondo gorgo.

Enea preme di contro e l’asta vibra

grande qual tronco ed aspramente dice:

“Or quale indugio? Turno, a che piú stai?

Non al corso, con fiere armi e da presso

è il gioco. Mútati in qual vuoi figura

e aduna quanto hai di coraggio e d’arte;

brama volar sublime in fino agli astri

o acquattarti nel grembo de la terra…”

L’altro scotendo il capo: “Non la tua

fervida lingua m’atterrisce, o fiero;

m’atterriscono i Numi e Giove avverso”.

Senza piú, gira gli occhi e scorge un sasso

antico, immane, che giacea nel campo,

termine posto a dissipar contese.

Dodici l’alzerebbero a fatica,

scelti tra quei che oggi la terra crea:

l’eroe lo prese con la man convulsa

e lo scagliava a l’avversario, eretto

levandosi e correndo innanzi. E pure

correndo, andando sé non riconosce

né levando o lanciando la gran pietra:

tremano le ginocchia e il sangue gela.

Anche il masso per l’aëre scagliato

non percorse la via né tenne il colpo.

E come in sogno, quando a notte gli occhi

languida la quïete ha chiusi, invano

ci sembra voler correre, ché a mezzo

de lo sforzo precipitiam sfiniti;

e la lingua non può, le usate forze

falliscono, né vien voce o parola:

cosí, qualunque via col valor tenti,

nega la dira dea successo a Turno.

Gli entrano allora in cuor diversi moti:

i Rutuli riguarda e la città,

esita e trema l’imminente fato,

né come sfugga o l’avversario assalga

né il carro vede o la sorella auriga.

Contro il perplesso l’asta Enea brandisce

fatale e, colto d’un’occhiata il destro,

le dà con tutta la persona il volo.

Non mai da mural macchina percossi

cosí crosciano i massi né sí forte

rimbalzano del fulmine i fragori.

Vola qual nero turbine portando

scempio crudele l’asta e rompe i lembi

de la corazza e fin gli ultimi cerchi

de lo scudo settemplice: stridendo

gli trafigge la coscia. Al colpo cade

grande al terren su le ginocchia Turno.

Trasaliscono i Rutuli gemendo,

tutto rimugghia il monte intorno, e larga-

mente d’entro le selve eco risponde.

Quegli da terra supplice, con gli occhi

e con la destra ad implorar protesa

“L’ho meritato e non mi dolgo, dice:

usa la sorte tua.

Se alcun pensiero

ti può toccar d’un infelice padre,

ti prego (anche per te fu tale Anchise),

a la vecchiezza abbi pietà di Dauno,

e me rendi o, se vuoi, le morte membra

a’ miei. Vincesti, e gl’Itali m’han visto

vinto tender le palme; è tua consorte

Lavinia: non mandar piú oltre l’odio”.

Stette fiero ne l’armi Enea, volgendo

gli occhi, e frenò la destra: e dubitoso

già già il venian piegando le parole,

quando gli apparve sul nemico il triste

balteo, rifulse con le note borchie

la cintura del giovine Pallante,

che Turno di ferita avea prostrato

e ne portava agli omeri il trofeo.

Ei, quel ricordo di crudel dolore

come abbracciò col guardo e quelle spoglie,

infiammato e terribile ne l’ira:

“Che tu m’esca di man, cosí vestito

de le spoglie de’ miei? Desso Pallante,

con questo colpo te Pallante immola

e in pena vuol lo scellerato sangue”.

Cosí dicendo, in mezzo al cuor gl’immerge

la spada impetüoso. Allor di Turno

fredde le membra allentano, e la vita

con un sospir fugge sdegnosa a l’ombre.

1 Nell’edizione Zanichelli 1982 (collana “I poeti di Roma”) si legge:

risponde: ivi il crudele amor del toro;

Pasifäe suppostasi di furto;

mista biforme prole il Minotauro,

ricordo de la venere nefanda:

[Nota per l’edizione elettronica Manuzio]

da: www.liberliber.it

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