Remigio Zena – La bocca del lupo

I

Il meglio, nelle cose proibite dal governo, è di non mischiarcisi mai; per esempio, a forza di suppliche e di raccomandazioni, una mattina finalmente il re fece alla Bricicca la grazia dei tre o quattro mesi che le restavano ancora, ed è uscita in libertà dopo un anno di prigionia per l’affare del lotto clandestino, ossia del seminario, come diciamo noi a Genova, ma intanto col suo volersi imbarazzare in certi negozi, fu essa che finí per uscirne colla testa rotta.

Quando si nomina la Bricicca, s’intende la bisagnina che sta sulla piazzetta della Pece Greca, di fianco all’Angelo Custode, quella che aveva tre figlie, perché a Genova ce n’è un’altra chiamata Bricicca, che vende farinata a Prè, e le due non sono neppure parenti e neppure si conoscono, anzi questa di Prè figlie non ne ha mai avuto e dopo che il più grande dei maschi ha trovato un buon impiego nel tramvai, se la passa bene e non ha più bisogno di nessuno. Invece la Bricicca della Pece Greca, povera diavola, se l’ha quasi sempre passata malissimo fino da quando stava ancora a Manassola e il marito partí per l’America lasciandole sulle braccia una corba di figliuoli tutti piccoli.

Dalle nostre parti è cosa solita: i giovani pigliano moglie appena tornano a casa dal servizio militare, e dopo che alla moglie le hanno fatto fare i tre primi figli e il quarto è per cammino, s’imbarcano e che la moglie s’aggiusti; appena arrivati, danno segno di vita e mandano giú mezz’oncia d’oro, poi, i piú bravi, si contentano di scrivere ogni sei mesi, lamentandosi d’essere stati ingannati, e che in America, o per la febbre gialla o per la guerra o per la pace, ci si muore di fame peggio che da noi.

Ora che è fuori, la Bricicca tira avanti, perché a questo mondo, finché non arriva la morte a tagliarvi l’erba sotto i piedi, avanti si tira sempre, ma quei pochi cavoli e quella poca frutta che vende in un portichetto, non le mettono caldo nemmeno sotto la lingua e dice che per morire così tutti i giorni, tanto vale morire una buona volta sul serio, massime adesso che gli anni per lei bisogna cominciare a contarli dai cinquanta in su. In coscienza, se non avesse vergogna, rimpiangerebbe il tempo che passò in Sant’Andrea; vedeva il sole a quadretti, ma almeno mangiare, mangiava.

E ora che è rimasta sola da un pezzo, dice che vorrebbe avere le figlie che potrebbero aiutarla, e quando invece le figlie le aveva con sé, si raccomandava a tutti i santi del paradiso, perché non sapeva come mantenerle. A quei tempi, dieci o quindici anni fa, subito dopo la morte del suo unico maschio, erano in quattro a mangiare, lei, due figlie che avrebbero digerito i mattoni del lastrico, e il fitto di casa che mangiava più di tutti e capitava puntuale come Pasqua dopo sabato santo. Dodici franchi al mese un buco sotto i tetti, che per arrivarci bisognava fare come i gatti e rimetterci un palmo di fiato, dove d’inverno ci si ballava per tutto fuori che per l’allegria, e d’estate la minestra bolliva da sé senza fuoco. Il padrone cantava che lassú in cima l’aria era buona e si godeva la vista del porto e della Lanterna, ma la Bricicca, della Lanterna non sapeva cosa farsene, e dodici franchi al mese erano tanto sangue che si levava.

Una rovina era stata la morte del Gigio, il suo figlio maschio, da non consolarsene più notte e giorno. Avevano bel dirle le donne della Pece Greca che tanto e tanto, disperandosi, il figliuolo non l’avrebbe fatto risuscitare e che ci voleva pazienza; nossignore, lei non poteva avere pazienza! Era troppo cruda vedersi portar via un ragazzo venuto su buono come il pane di Natale, affezionato, rispettoso, e vederselo portar via sul più bullo, quando cominciava a dare una buona spalla alla famiglia. Non ce n’erano state abbastanza delle disgrazie? non ci contava per nulla quella del marito, che tornato finalmente dall’America più sprovvisto di quando era andato via, e venuto a Genova, dove lavorava in porto nello scarico dei vapori, aveva fatto la morte del topo sotto la catena d’una mancina?

E dopo il padre, il figlio, alla distanza di dieci mesi. Pareva impossibile il giudizio di quel ragazzo, che appena uscito dalle scuole, un bravo impiego aveva saputo trovarselo, e al telegrafo si guadagnava i suoi cinquanta franchi al mese, piuttosto più che meno. Salute da buttar via non ne aveva, eppure i passi non se li faceva rincrescere, lasciava che i compagni pigliassero l’omnibus o si divertissero a camminare dietro la musica dei soldati, e lui a piedi tutto il giorno a portare i dispacci senza perdere dieci minuti, corri di qua, corri di là, da San Teodoro alla Pila, tanto che quasi sempre tornava a casa stanco frusto e si gettava sul letto come un sacco vuoto, senza voglia di mangiare.

I superiori gli volevano bene tutti, si buscava qualche mancia e non domandava altro. La vigilia di Natale, siccome di mancie ne aveva messo insieme discretamente e gli sembrava d’essere un milionario, aveva voluto comprare lui, del suo, il torrone, il pan dolce dai fratelli Klainguti e una bottiglia di moscatello, per fare tutti insieme il Natale allegro; era andato alla messa di mezzanotte, e sia il freddo o l’umidità pigliata giusto quella notte, ché le strade erano bianche di neve, la mattina della seconda festa non aveva potuto star su: dolori nelle gambe e nei reni, male in gola da non potere inghiottire nemmeno la saliva. Sul principio si era detto: non sarà niente, un po’ di costipazione, poi la costipazione era diventata un gran riscaldamento, e il medico fin dalla prima visita aveva fatto una certa faccia, che quando i medici fanno di quelle faccie, la morte, se non è alla porta di casa, è già per le scale di sicuro. Ventose tagliate, mignatte, vescicanti, tutto inutile; di male in peggio, il povero ragazzo aveva capito che per lui non c’era più rimedio, e mentre sua madre si strappava i capelli, lui, fatte le sue divozioni come un san Luigi, cercava di consolarla, che si facesse coraggio, che si sarebbero visti in paradiso. Perfino il parroco piangeva. A un tratto era parso che stesse un po’ meglio, ma la mattina di Pasquetta, intanto che le figlie erano uscite con dei vicini di casa per andare a vedere i Re Magi nel presepio dei Cappuccini, il meglio era diventato peggio in un momento e la morte era venuta.

Questo si chiamava cominciarlo bene l’anno! Restare sul lastrico è una disgrazia in tutte le stagioni, ma nel cuore dell’inverno è tanta roba da perdere la testa, e alla Bricicca le pareva d’essere come Bellinda e il mostro, senza sapere da che parte voltarsi per scappare. Dopo avere ben pianto, e portati al Monte quei quattro stracci ammucchiati in casa a poco a poco dal ritorno del marito, si trovò nuda e cruda, lei e le figlie. Bisognava mangiare, e lei colle sue mani era giusto buona a mangiare, ché di mestieri non ne aveva mai imparato nessuno, nemmeno a far calzette, e tutto il guadagno si riduceva a quello di Angela, che orlava scarpe da donna per un calzolaio di via Assarotti, quello di rimpetto alla chiesa nuova della Concezione, e quando pigliava molto, arrivava a quattro franchi la settimana. Se di tanto in tanto, ad ogni morte di vescovo, non ci fosse stato qualche piccolo soccorso, ora da un benefattore, ora da un altro – roba di centesimi, non mica biglietti da mille o da cento – tutte tre insieme avrebbero potuto andarsene a Staglieno e distendersi nella fossa, per levare il fastidio agli altri di portarle sulle spalle.

Quand’era a Manassola, col marito in America, la Bricicca s’era trovata a dei brutti punti, ma cosí agli ultimi, mai, e là almeno, tra l’aiuto dei suoceri e il buon prezzo della roba, ingegnandosi col vendere frutta ai maestri d’ascia del cantiere, la pignatta al fuoco l’aveva sempre potuta mettere. Anche qui, se le fosse riuscito d’impiantare nella Pece Greca, sulla piazzetta o nel vicolo, un barchino di verdura, la pigione e la minestra le avrebbe fatte sortire, ma i primi denari chi glieli dava?

I vicini non le avrebbero neanche sputato in bocca se l’avessero vista morire di sete. Il parroco una volta le aveva messo in mano un cavurrino e arrivederci in paradiso, fu il primo e l’ultimo, perché a sentirlo lui, dei poveri ne aveva tanti in parrocchia, che per soccorrerli tutti ci sarebbe voluto un pozzo pieno di marenghi. La signora della Misericordia, alla quale s’era raccomandata, una signora ricca del suo, che i denari glieli portavano a carrate e amministrava nel sestiere del Molo un lascito grosso, detto giusto appunto della Misericordia, una palanca che è una palanca non l’aveva tirata fuori, dicendo che per quell’anno dei fondi disponibili dell’opera pia non ce n’erano piú. Non ce n’erano piú dei fondi, e come va allora che per tante e tante che non ne avevano bisogno, che la festa marciavano vestite di seta, con degli ori al collo, i fondi li aveva trovati? Tutte le settimane venivano i signori della Società di San Vincenzo, che portavano delle cartelline, ma si poteva stare allegri! un chilo di pane e un chilo di polenta, tanto appena da non morire di fame per un giorno – e gli altri sei giorni? e vestirsi? e le scarpe? Dei lussi pel capo Angela non ne aveva certamente e Marinetta era ancora troppo giovine, non si trattava d’andare a far le belle nelle Strade Nuove, ma a rendere il lavoro in via Assarotti e alla maestra non si potevano mandare vestite come ladre e senza scarpe nei piedi.

II

Angela era da marito. Tutta suo fratello, di casa e di giudizio, si adattava a sgobbare e un lamento dalla sua bocca non si sentiva mai, fuori che per compatire sua madre così carica di tribolazioni. Pigliato l’ago al mattino, cuci cuci, pareva una macchinetta, non lo posava piú fino alla sera, assai tardi, quando nella Pece Greca i vicini russavano come tromboni. E ne assaggiava del freddo, e il sonno se lo levava dagli occhi ch’erano sempre rossi come se avessero versato lagrime di sangue, eppure, siccome sapeva bene che la casa l’aveva lei sulle spalle, diceva che il freddo e il sonno non erano pane pei suoi denti e non aveva tempo di sentirli ed era troppo brutta per darsi delle delicatezze. Brutta veramente non si poteva dire, ma come lei e meglio di lei a Genova ce n’era un subisso, anche nella Pece Greca, dove le belle figliuole non mancavano, e le faceva torto il naso troppo lungo, voltato in giú verso il mento, come il becco delle civette.

Chi prometteva di diventare col tempo e colla paglia una giovinotta da darle la parte dritta, era Marinetta. Un pellame bianco come la calcina vergine e liscio come il raso, due occhietti furbi con del fuoco dentro, un bocchino piccolo, che quando era chiuso somigliava a una ciliegia, e aperto, a una scatoletta di grani di riso. E del tempo e della paglia non ne occorrevano mica delle tonnellate, che in quanto a corporatura non solo dimostrava più degli anni che aveva, ma a momenti dava dei punti a sua sorella.

Marinetta era la figlia della gallina bianca; sua madre e Angela la tenevano in adorazione nel tabernacolo, si sacrificavano e si toglievano il pane dai denti perché lei tutte le mattine potesse comprarsi a colazione la sua brava farinata e i suoi pesci fritti. Andava dalla maestra se ne aveva voglia, ma la voglia veniva di rado, e si fermava sulla piazzetta a far carnevale colle compagne del vicinato o a raccontare delle favole, ché nessuna sapeva raccontarle come lei, e perfino le donne anziane stavano a sentirla a bocca aperta. In quanto a discorrere, discorreva meglio di tante grandi e tirava fuori delle ragioni speciose da mettere la pancia in terra pel ridere, anzi certe volte ne aveva di quelle alle quali, per bacco, non si sapeva cosa rispondere. Sciocchezze, ma intanto le monache Dorotee giusto per queste mezze parole si erano scandalizzate e l’avevano mandata via dalla loro scuola, dove, se avesse saputo restarci, avrebbe imparato, come in nessun altro luogo, a lavorare nella biancheria fina e a guadagnarsi a poco a poco la sua giornata. È vero che lei diceva di non essere fatta per pungersi i diti con l’ago e voleva mettersi a fare la pettinatrice, e infatti, quando cosí per ridere, tirava su i capelli a sua sorella, aveva una grazietta particolare come se per quell’arte fosse nata apposta.

L’anno stesso della morte del povero Gigio, avrebbe dovuto a Pasqua prendere la comunione, anzi per la sua età era già in ritardo. Se ne parlava da un pezzo, Angela s’era ingegnata tanto da fare qualche risparmio, e la Bricicca anch’essa aveva nascosto in una calza dei soldi, che crescendo tutte le settimane, dovevano servire per il velo e gli stivalini di raso bianco, ma ora, dopo la disgrazia, i progetti erano andati in fumo. La comunione si piglia o non si piglia, e quando si piglia, le cose si fanno in regola, perché davanti alla gente non si deve scomparire, e se non si può spendere, piuttosto di mandare la figliuola in chiesa senza almeno una veste nuova, non si fa nulla.

Ragionava cosí la Bricicca, e questa della comunione di Marinetta, in mezzo a tante spine era la piú grossa, e non riusciva a levarsela dal cuore, anche perché Marinetta, mortificata di non poter più fare la sua figura, si rodeva tutto il giorno ed era diventata per la rabbia un demonio in carne e ossa. Oh! lei la comunione se la pigliava quell’anno, bene – se no, niente, non ci pensava più e si faceva turca! Sua madre, sentendo di queste eresie, cominciava a piangere, chè le lagrime in quei giorni le aveva sempre in tasca, massime quando tornava a casa da battere la cattolica senza aver buscato un soldo dai benefattori e nella pignatta non sapeva cosa metterci; cominciava a piangere, lamentandosi che insomma per far piacere a sua figlia, lei la pelle dai denti non se la poteva levare.

Marinetta mangiava l’aglio e faceva il muso lungo anche per un’altra ragione. Qualche compagna della Pece Greca e ancora di più la Rapallina, una pettinatrice che spesso se la tirava dietro nelle case, le avevano montato la testa dicendole che avrebbe dovuto andare a farsi iscrivere al teatro Doria, dove quei dei giuochi dei cavalli cercavano ragazzi da tutte le parti per la pantomina della Cendrillon. Non si trattava d’altro che di comparire in pubblico per otto o dieci sere, vestita da gran signora, colla parrucca incipriata e mezzo metro di coda, far tante belle riverenze di qua e di là, sentirsi battere forte le mani e divertirsi.

Pigliato fuoco subito, essa non parlava d’altro, ma la Bricicca che non capiva niente, figurandosi che sua figlia dovesse andare sul cavallo e rischiasse di rompersi le gambe, diceva di no e di no, che piuttosto si sarebbe lasciata bruciare viva, e Angela diceva di no anche lei, perché al teatro, ai salti dei cavalli, c’era da rovinarsi il corpo e l’anima, e Marinetta intanto, che vedeva passare il tempo, grugniva e picchiava i piedi per terra. Ecco! una cosa che le avrebbe fatto piacere, doveva restarle nella gola! Quando si nasce disgraziati, tutto bisogna che vada male fino all’ultimo, e lei era nata apposta per le disgrazie! Sua madre e sua sorella non potevano vedersela davanti! avrebbero fatto meglio a lasciarla coi nonni a Manassola come Battistina, che Battistina almeno laggiù fame non ne soffriva e nessuno la tormentava.

Battistina era un’altra figliuola della Bricicca, in mezzo tra Angela e Marinetta, ma la Bricicca non ne parlava mai e non si ricordava neppure d’averla. Sua suocera se n’era incaricata e la teneva con sé al paese, dove la mandava due volte al giorno sulla spiaggia a tirare la rete, col sole, col vento, colla pioggia. Che Battistina fame non ne soffrisse, era verissimo, ma era anche vero che, poveretta, soffriva per un altro verso, non potendo mandar giù di vedersi cosa dimenticata da sua madre, lei che non aveva mai fatto altro che volerle bene e scriverle più spesso che poteva senza ricevere risposta, tanto che la morte del padre l’aveva saputa dopo un mese e da una terza persona. Guadagnava poco, quasi niente, perché in un paese come Manassola si sa, cosa può guadagnarsi una donna che va a pescare, eppure da quel poco faceva sortire qualche risparmio che mandava sempre a Genova, invece di comprarsi uno straccio di veste per sé o un paio di scarpe, ché di scarpe in tutto e per tutto ne possedeva un paio solo e le metteva la domenica per andare in chiesa e se le levava subito, e la veste d’indiana che portava era tutta a pezzi come quella della giustizia.

Ma questo non c’entra; l’importante è che a forza di lamenti e di pianti, spalleggiata dalla Rapallina, Marinetta fini per fare quello che le piaceva e prendere l’iscrizione al teatro Doria. Quando si presentò insieme alla Linda, figlia della Bardiglia, un signore francese che l’esaminò da capo a piedi, non voleva accettarla perché era già troppo grande e in mezzo agli altri bambini avrebbe stonato, e ci volle il direttore stesso della compagnia, che vedendola tutta mortificata, innamoratosi dei suoi occhi e della sua grazietta, la fece passare.

Erano già cominciate le prove. Da quel giorno, in casa e in tutta la Pece Greca non si visse piú: Marinetta, col becco in aria, gonfiandosi come un pallone, non raccontava che meraviglie di principi e principesse, carrozze e cavalli, balli e festini. Avrebbero visto la vecchia d’ottant’anni che chiedeva l’elemosina e poi invece era una fata colla bacchetta magica, tutta vestita di tela d’argento; Cendrillon che da povera stracciona accanto al fuoco, dove l’avevano messa le sue sorelle cattive, diventava ad un tratto una gran signora e andava al palazzo del re in tiro da quattro; Vittorio Emanuele, Garibaldi, tante cose avrebbero visto! Lei, Marinetta, ch’era una dama di corte, sarebbe entrata al braccio d’un cavaliere, facendosi aria col ventaglio, avrebbe fatto una bella riverenza, cosí, al re e alla regina, poi avrebbe ballato la contraddanza proprio come le signore vere. E raccontando tutte queste cose s’infiammava, si tirava su la veste come se davvero avesse avuto lo strascico, si storceva in riverenze, e sua madre, guardandola estatica, se la mangiava cogli occhi come una pasta frolla.

Ma ecco che un giorno tornò a casa dalle prove, fuori di sé per la contentezza: la figlia piú piccola del direttore, una bambina di dodici anni che doveva rappresentare la parte della fata, cadendo da cavallo in un esercizio, s’era rotta una gamba, e il direttore l’aveva scelta lei, Marinetta, l’aveva scelta lei per quella parte! Non era piú mischiata nella folla delle altre ragazze, lavorava da sé, era un personaggio importante che spiccava come le artiste vere della compagnia. La Linda moriva dall’invidia, non solo la Linda, tutte quante! Se per Pasqua non le riusciva di prendere la comunione, almeno era contenta, ché la sua comparsa l’avrebbe fatta lo stesso, e anche meglio, senza tanti preparativi di dottrinetta e tanto frustamento di ginocchi. – Angela, ch’era un po’ beghina, queste cose non voleva sentirle dire, e la Bricicca neppure, ma la Bricicca pensava che in fine dei conti non doveva sborsare un centesimo, mentre invece la comunione le avrebbe costato in un giorno il mantenimento d’un anno.

Però quei dei cavalli, per avere i ragazzi, avevano promesso piú salsiccia che pane, e poi all’ultimo s’erano tirati indietro; dopo avere dichiarato e cantato in musica che le spese del vestiario sarebbero state tutte a carico della compagnia, ecco venire fuori l’antifona che ai guanti, alle calze, ai fiori da mettere in testa sulla parrucca, dovevano pensarci le famiglie. Un inganno, un vero inganno! Marinetta, buttata via la palandrana grigia e il cappuccio con cui entrava, vecchia decrepita, appoggiandosi sopra un bastone e tutta barcollante, ad un tratto compariva vestita da fata, in maglia color di carne, e non le occorrevano né guanti né fiori, ma in compenso bisognava che avesse un bel paio di orecchini d’oro, braccialetti ai polsi, e le dita cariche di anelli; impossibile farne senza. Questa, la Bricicca, non se l’aspettava davvero; orecchini e braccialetti!? ma dove se li pescava lei, povera donna? Eppure, impossibile farne senza, piuttosto ogni cosa a monte e non pensarci piú, strepitava Marinetta battendo i piedi; il signor Davide in persona, il direttore della compagnia, aveva ordinato cosí e cosí doveva essere! Il signor Davide non aveva ordinato niente, erano state le compagne a suggerire questi lussi, regatando a chi aumentava la dose, un po’ per capriccio di teste vuote, un po’ per invidia contro Marinetta, e naturale che ai loro occhi essa non voleva farsi rossa, dopo che si era vantata di possederne degli ori a casa sua, da sprofondarle tutte.

Le sarebbe toccato a lei sprofondarsi per la vergogna venti metri sotto terra, se la Rapallina non le avesse promesso di aiutarla imprestandole i suoi orecchini piú belli non solo, ch’erano belli davvero, ma anche qualche mezzo scudo per comprarsi al Bazar Universale, sulla piazza di San Domenico, gli anelli ed i braccialetti d’oro finto, come una ventina circa di franchi gliel’aveva già imprestata per gli stivaletti e un casacchino nuovo, tanto da non andare alle prove colle scarpe in ciabatta e i gomiti che ridevano. Una donna la Rapallina, che i denari non le mancavano e se aveva dei difetti, per esempio, d’essere molto di manica larga, aveva pure delle buone qualità, e se si affezionava ad una persona, come s’era affezionata a Marinetta, per essa avrebbe battuto moneta falsa.

III

Il giorno, ch’era un sabato, della prima rappresentazione, Marinetta pareva che avesse degli spilli sotto i piedi e l’argento vivo addosso. Su e giù per le scale, dalle donne del vicinato, dalla Rapallina, nelle botteghe della Pece Greca, a farsi promettere che la sera tutti sarebbero andati a vederla. Tornava a casa un momento, poi subito fuori, poi di nuovo in casa, e metti acqua al fuoco per lavarsi tutta da capo a piedi, e cerca il sapone, e versa in testa, sulle braccia, sullo stomaco delle tonnellate di cipria. Alla prova generale le avevano raccomandato la cipria specialmente, non perché non fosse bianca abbastanza, ma per coprire le lenticchie che aveva sulla pelle, anzi miss Flora, una delle cavallerizze, le aveva regalato il fondo d’un vasetto d’una certa pasta strana, tutta odorosa e bianca come il latte, che invece di distendersela sella faccia, veniva voglia di mangiarla.

Che ora era? non voleva mica arrivare in ritardo e buscarsi una ramanzina dal direttore! Sua madre e sua sorella la servivano di tutto punto, ma intanto avevano il cuore grosso e piú desiderio di piangere che di ridere. Dopo aver creduto per un pezzo che i parenti, come s’era detto, avrebbero avuto il biglietto gratis, nossignore, per quella sera biglietti gratis non ce n’erano, si faceva la beneficiata di miss Ella e chi non poteva pagare doveva starsene a casa.

Bel modo di trattare, quello! promettere e farsi fresco delle promesse! era una ragione, la beneficiata, per ingannare i parenti? e se i parenti si fossero mangiati essi pure la parola, e i figliuoli se li fossero tenuti a casa, non sarebbe stata una vendetta giusta e giustissima? La Bricicca non aveva torto di parlare cosí, lei che giusto in grazia di questa beneficiata, era rimasta al verde, completamente al verde, e le toccava quella sera far crocette: gli ultimi tre franchi che possedeva e che a rigore, per due posti in platea le avrebbero bastato, Marinetta glieli aveva sgraffignati, colla scusa d’un gran mazzo di camelie col suo nastro di seta, che le ragazze della pantomima s’erano messe insieme per regalare a miss Ella; denari bene spesi, che sarebbe stato meglio comprarne tanta regolizia, almeno per sentirci il gusto, ma dalla prima all’ultima, grandi e piccole, le sue compagne si erano tutte sottoscritte, e che figura ci avrebbe fatto Marinetta, a tirarsi indietro? Se si fosse adattata, essa che ci aveva confidenza, a domandare alla Rapallina ancora un piccolo imprestito, nient’altro che il costo dei due biglietti d’entrata, la Rapallina, certamente, di no non avrebbe saputo dirglielo, invece col pretesto della vergogna, si era incaponita a non volerle più domandare un soldo, era andata in furia solo di sentirselo proporre, e non parliamone più.

Che delizia, appena accesi i fanali per le strade, di trottare giù per Ponticello verso le porte dell’Arco, sotto un diluvio d’acqua che veniva come Dio la mandava, in tre sotto un parapioggia solo! che gusto d’andare al teatro, colla certezza di restar fuori a vedere entrare gli altri! Arrivate alla porticina degli artisti, Marinetta si staccò subito, mostrò ad un gobbetto il suo scontrino di riconoscimento, e in un salto sparí senza salutare, lasciando sole in mezzo della piazzetta interna a guardarsi come due sceme, Angela e sua madre; fino allora un barlume di speranza d’essere introdotte di straforo da qualche anima misericordiosa, l’avevano conservato, ma la porticina si chiuse da sé, e rimaste all’oscuro, sempre sotto la pioggia, si rifugiarono nel vestibolo, coll’idea d’aspettare sino alla fine.

Presto detto: lí per lí non pensarono che lo spettacolo non sarebbe finito che a mezzanotte ben passata, e che c’erano cinque ore buone da battere i chiodi sulle lastre di marmo. – Il vestibolo era ancora deserto, illuminato malamente da una fiammetta, il caffè chiuso, nessuno dei portinai al suo posto. Piene di tristezza, si rannicchiarono in un canto, sedute sopra uno scalino, vicino al camerone dove tutto intorno erano appesi degli attaccapanni. Faceva freddo; colle vesti fracide che s’incollavano alle gambe, coi piedi a bagno, coperte da uno straccetto, stando ferme si sentivano intirizzire, e non si arrischiavano a muoversi per paura di essere mandate via dal guardaportone, ch’era venuto insaccato nella sua livrea e passeggiava fiero in lungo e in largo, tenendo dietro le reni il bastone col pomo d’argento.

Per far qualche cosa, Angela si mise a studiare il manifesto di quella sera con un gran CENDRILLON scritto grosso come una casa, e il cartellone generale della compagnia equestre, coi nomi di miss Ella, di Orazio Filippuzzi e dei clo… clo… una parola bisbetica, stampata in tedesco, che non si sapeva come leggere. Intanto la Bricicca borbottava a più non posso: ci mettevano tanto tempo prima di cominciare? e la gente perché non veniva? Sarebbe stata bella che non fosse capitato nessuno, dopo il gonfiamento che quei signori avevano fatto. Quasi, quasi, anzi senza il quasi, ne avrebbe avuto piacere, perché imparassero a loro spese a trattare i poveri e a non metterseli sotto i tacchi. Poveri poveri! per essi tutto buono, anche le legnate!

Ma il piacere di non veder arrivar nessuno, la Bricicca non l’ebbe: si aperse il caffè, si accesero i becchi del gaz, e la gente cominciò a venire, prima tutte persone basse, che s’infilavano presto dentro per scegliersi i posti migliori, poi a poco a poco persone d’alto bordo, signori col cilindro, ufficiali, comitive di giovinotti allegri; la buca dei biglietti era presa d’assalto, l’atrio pieno di uomini e di fumo. Le signore e le signorine, imbacuccate nei loro scialli, colla punta del naso che usciva fuori, rossa pel freddo, passavano in fretta tra la folla e sparivano subito.

Chi sarà stata quella signora bionda, tutta fasciata in un mantello bianco ricamato, a braccetto d’un ufficiale? e quell’altra cosí grassa? il freddo non lo sentiva certo, con quella pelliccia sulle spalle e tanta carne addosso; una nobile di sicuro. Potersi ficcare in una delle sue maniche e entrare cosí, alla barba dei portinai! – E arrivava sempre gente, tutti col portamonete aperto, come tanti milionari.

Ecco la Rapallina, vestita di seta, accompagnata dal cicisbeo, il parrucchiere del Pontetto; ci voleva un bel coraggio, per una donna maritata, mostrarsi in pubblico coll’amico. Ecco la Bardiglia insieme a una baraonda di amiche, zie, cugine e nipoti, venute tutte per battere le mani alla Linda, e passavano facendo un fracasso dell’altro mondo, come se fossero state esse le padrone assolute del teatro. Il meglio per la Bricicca era di nascondersi bene dietro le gambe delle persone, farsi piccole piccole, lei e Angela, per non lasciarsi vedere cosí povere e derelitte. – Ah! anche Pellegra veniva al teatro? e colle figlie e coi ragazzi, che parevano un presepio. Per non pagare i debiti raccontava sempre miserie da torcere il cuore, fame e sete in compagnia tutti i giorni dell’anno, ma per venire a divertirsi e spendere un subisso, i denari aveva saputo trovarli! Non c’era nessuno come lei per tirarne giù alla signora della Misericordia, che aiutava solo le intriganti ciarlone, e le bisognose vere se le toglieva dai piedi con dei buoni consigli! – Minestra che non si mangia, quella dei buoni consigli! – E Angela perché stava zitta? non si sentiva rivoltare lo stomaco dalla rabbia?

Angela rispondeva di sí, ma pensava ad altro; si era visto passare vicino il garzone del calzolaio di via Assarotti, Giacomo, che l’aveva salutata; un bravo figliuolo, piuttosto timido e tutto cuore. Se essa avesse avuto il coraggio di dirgli perché stava lí nascosta in un angolo con sua madre, lui i biglietti li avrebbe presi sul momento senza neppure voler essere ringraziato, prima per il suo buon cuore, poi perché la vedeva di buon occhio e gliel’aveva fatto capire molte volte, ma sul punto di chiamarlo, il coraggio l’era mancato. Come si fa a non avere vergogna, d’essere poveri? quando una persona vi guarda volentieri e anche voi ci discorrete insieme piú volentieri che con un altro, ebbene, non si può, piuttosto vi lascereste tagliare il collo.

Una scampanellata che non finiva piú, mise la folla in movimento, tutti si precipitarono verso la porta della platea, e in un minuto il vestibolo restò di nuovo deserto, allagato dall’acqua degli ombrelli, seminato di cicche. Finalmente si cominciava. – Le due donne non si mossero dal loro canto, per esse c’era clausura, e quasi subito intesero un gran fracasso di musica, poi cic, ciac, dei colpi di frusta che parevano schioppettate, e la voce di una donna: hop, hop! mentre gli applausi facevano venir giú il teatro. Chi le avrebbe tenute? si alzarono e vollero avvicinarsi alzando un poco la tendina della porta per vedere qualche cosa almeno da una fessura, ma l’orso insaccato nella livrea, col bastone sotto l’ascella e il cilindro storto in capo, da un’ora le teneva d’occhio, come se fossero venute per rubare. Toccò la Bricicca sulla spalla: o dentro o fuori; se avevano i biglietti, padrone di accomodarsi, se non li avevano, padrone di filar via. L’avevano preso per loro salotto di conversazione l’atrio del teatro, oppure speravano di farla franca e ficcarsi dentro collo scappellotto?

La Bricicca si senti venir rossa come un papavero. Ah! avrebbe risposto per le rime e gli avrebbe insegnato la creanza a quel villano vestito da marchese di carnovale, se non fosse stata Angela, colle sue paure, a tirarla per la manica, supplicandola di non far scene, per amor di Dio! E scene non ce ne furono, ché la Bricicca era donna che l’educazione non aveva bisogno d’impararla da nessuno e sapeva portare rispetto al luogo dove si trovava; ma se avesse voluto farla una scena, la ragione sarebbe stata dalla parte sua e tutti gliel’avrebbero data. Anche quel – come si chiamava? – quel tracagnotto colla barba nera e il naso piatto, che parlava sempre colla lingua in mezzo ai denti, tsi tsi, e tutti i sabati si vedeva nella Pece Greca e dicevano che veniva a riscuotere dalla Bardiglia i denari del lotto clandestino, le diede ragione lí sulla faccia dell’orso, sostenendogli che l’atrio era pubblico come la piazza dell’Acquaverde, e la gente, purché non disturbasse, poteva starci a suo piacimento. Si vedeva che era un galantuomo, quel barbone; lui e la Bricicca si conoscevano solo di vista, eppure dopo averla difesa, si fermò a discorrere domandandole tante cose, ed anzi volle ad ogni costo invitarla con Angela nel caffè a prendere un poncino.

Lui dei cavalli e dei cavallerizzi non sapeva piú cosa farsene, sempre i medesimi giuochi, visti, rivisti, ed era venuto per la pantomima; se le donne volevano vederla esse pure, a momenti le avrebbe fatte entrare senza spendere un centesimo. Niente paura, ci pensava lui. Un uomo allegro e di mondo, si vedeva subito; nel caffè conosceva tutti, parlava con tutti, e sbirciando Angela, raccontava delle barzellette che la facevano ridere, quantunque essa di ridere ne avesse voglia come di succhiare dei chiodi fritti e più di una volta le toccasse chinare gli occhi, mortificata delle troppe libertà che quel signore si prendeva nel discorrere; avrebbe dovuto ricordarsi ch’era sabato e parlare di grasso era proibito. A sentirlo, cogli artisti principali della compagnia, ossia col signor Davide Guillaume, col signor Natale, con Magrini, con Pinta – tutti i nomi che la Bricicca e Angela li sapevano a memoria a forza di sentirli ripetere continuamente da Marinetta – ci aveva vissuto insieme, mangiato e dormito per degli anni, perché una volta si occupava anche lui di cavalli e ne faceva negozio, e le artiste, miss Ella, miss Ada, miss Ketty, le aveva viste nascere e crescere, e la loro vita e i loro miracoli non aveva bisogno che glieli venissero a raccontare, e nemmeno i difetti e le bellezze del loro corpo. Volendo, avrebbe avuto da scoprirne delle marachelle fino all’indomani mattina a mezzogiorno: miss Ketty, per esempio, che sul cartellone si faceva passare per americana, laggiú del Missipipí, l’aveva vista nascere, non per modo di dire, ma coi suoi propri occhi a Stradella, in una baracca di saltimbanchi, e per combinazione gli era capitato a lui di dover fare da levatrice e il Missipipí misurarlo quanto era largo e lungo; e quell’altra, miss Flora, volevano sapere perché in compagnia la chiamavano “la vergine delle sette trombe?”.

Sul tardi, quando dopo i dieci minuti soliti di riposo, il pubblico rientrava in teatro, raccomandò alle donne faccia franca, e usciti insieme dal caffè, se le spinse davanti, facendole bravamente passare sotto gli occhi dei portinai, confuse nella folla. Esse si trovarono dentro quasi senza accorgersene, ma in fondo e schiacciate dalla calca contro il muro. Dov’era andato a perdersi il barbone, che non lo vedevano più? Gomiti nei fianchi, piedi sui calli, urtoni da tutte le parti, e per giunta sotto il colonnato, da dove si vedevano delle schiene e nient’altro, senza neppure il piccolo conforto di godere il teatro coi palchi e i lumi, figurarsi la pantomima dei ragazzi, che la facevano giù bassa, proprio nel mezzo! Sentirono la musica, le battute di mani, gli oh e gli ah dei vicini, anzi la Bricicca, fra le altre cose, senti un crac nel suo vestito, figlio unico di madre vedova, che le andò dritto al cuore.

In quel momento, al suono della marcia reale, compariva Vittorio Emanuele, un Vittorio Emanuelino, dicevano, piccolo piccolo, coi baffi più lunghi di lui, che veniva alla festa da ballo del principe insieme a Garibaldi, a Napoleone e all’imperatore dei turchi, marciava duro, fiero come un generale, e tutti per vederlo meglio, si alzavano Di punta di piedi, buttandosi addosso, rompendosi le coste. Bravi! c’era più altro da vedere? non ne avevano ancora abbastanza? Intanto il vestito era rovinato, e alla Bricicca Vittorio Emanuele non glielo pagava di sicuro.

IV

Marinetta si capisce, tornò a casa contenta e trionfante, colla testa in processione. La sua figura l’aveva fatta; complimenti, sorrisetti, e siccome lei di novantatré bambini era la piú grande, era stata trattata quasi come una grande. Il direttore, un uomo burbero che non parlava, o se parlava faceva tremare, le aveva detto: brava; e miss Ella, nientemeno, aggiustandole colle sue mani i ricci, dopo essersela condotta sopra nel suo camerino, si era interessata a domandarle perché il talento che aveva non pensava di metterlo a profitto in qualche modo; un altro della compagnia, uno di quelli colla farina sulla faccia e le corna in testa, durante l’intermezzo le si era inginocchiato ai piedi davanti a tutti, mandandole dei baci sulla punta dei diti, con certi gesti burleschi da far diventare scarlatta una statua di gesso.

Il giorno dopo, la Rapallina salí dalla Bricicca: l’aveva dato si o non un buon consiglio? Marinetta non ce n’era che una sola a Genova; gli altri ragazzi della pantomima tutti bravi, tutti bravissimi; anche la Linda la sua parte l’aveva eseguita a perfezione, ma levati quei pochi della compagnia, ch’erano del mestiere, Marinetta se li mangiava in insalata dal primo all’ultimo. La piú svelta, la piú bella senza paragone; vestita da vecchia, una vecchia di novanta anni nata e sputata, e poi da fata, una regina magnifica, piena di grazia e di dignità nei suoi movimenti, e sempre a tempo di musica, senza sbagliarsi d’un ette. Era una figliuola che lasciarla marcire nella Pece Greca come una mummia, non si poteva, e lei, la Rapallina, se fosse stata sua madre avrebbe voluto farla studiare da ballerina o da comica, ché il pane non le sarebbe mai più mancato, e non solo il pane, ma il formaggio e le pernici.

La Bricicca stava lí colla bocca larga a sentire i miracoli di sua figlia, e se interrompeva il discorso, era per approvare e nel tempo stesso per lamentarsi d’essere rimasta a denti asciutti, contro tutti i diritti e tutte le regole, lei ch’era sua madre, insomma! Le comiche e le ballerine non sapeva che minestra fossero, ma per levarsi dalla miseria si sarebbe attaccata agli specchi, ché a quel modo non poteva piú vivere e non le restava che il ponte di Carignano.

La piú contenta era Marinetta, pavoneggiandosi tutto il giorno; eccolo trovato il suo mestiere: comica o ballerina, andar ben vestita, divertirsi e mangiare delle pernici, lei era nata per questo. I cavalli non le sarebbero dispiaciuti, se non ci fosse stato il rischio di fracassarsi le ossa, e nelle prove non avesse visto il signor Davide e il signor Natale che colla frusta non scherzavano; prima d’imparare a star su, solamente come miss Flora ch’era una marmotta, ne avrebbe toccato tante da cambiare la pelle dieci volte. Le sue amiche non si stancavano di domandarle che effetto aveva provato nel vedersi in maglia, senz’ombra di sottana e colle braccia nude e le spalle pure nude, in mezzo del teatro illuminato a giorno, davanti a tanta gente, e se non si era sentita addosso né freddo né vergogna: freddo, no di sicuro, piuttosto un gran caldo, e vergogna nemmeno, perché non c’era da averne, altro che se per disgrazia avesse avuto le gambe storte, o nel collo i segni delle scrofole, come li aveva la Linda.

E venne finalmente la sera sospirata che Angela e la Bricicca se ne andarono al Doria coi loro biglietti gratis e poterono scegliersi un buon posto in prima fila, quando i lumi non erano ancora accesi. Entrando, il guardaportone le aveva squadrate con un’aria di brutto tempo, che pareva venissero a pretendere qualche cosa del suo, ma esse l’avevano squadrato lui. Erano in piena regola? sí; dunque basta.

Con tanto parlare che s’era fatto di cavalli e di Cendrillon, lo spettacolo press’a poco lo sapevano più che se l’avessero veduto, e all’incirca trovarono quello che s’erano aspettate di trovare, però, che spaventi! certi giuochi si ha bello figurarseli, bisogna vederli, e quando si vedono, se non ci siete assuefatti, vi piglia un brivido per le gambe e dovete chiudere gli occhi. Questo è quello che pure diceva il signor Costante, venuto a sedersi vicino alla Bricicca, mentre l’uomo-mosca, colla testa in giú, marciava coi piedi attaccati al soffitto. No, no, il governo non avrebbe dovuto permetterli questi spettacoli, e le compagnie equestri una volta, quando si rispettavano, esercizi da saltimbanchi, sui loro manifesti, non ne mettevano; al teatro ci si va per stare allegri, gli uomini per veder galoppare qualche bel tocco di ragazza che abbia caldo alle spalle e le gambe ben tornite; le ragazze qualche bel tocco di giovanotto tutto muscoli e nervi, e non per morire dalla paura. Dio guardi, ci fosse stata una donna incinta, tanta roba da farle far la frittata in pieno teatro. Cosa ne diceva Angela? ma Angela non diceva niente.

Dopo la sera del poncino, il signor Costante e la Bricicca non s’erano più visti, ma riattaccarono subito come amici vecchi, e di discorso in discorso, si fecero delle confidenze, ossia le confidenze le fece la Bricicca, ché il signor Costante non aveva nulla da confidare a nessuno e ad ogni modo le sue cose preferiva tenersele per sé, chiacchierando molto senza sbottonarsi. Ed essa raccontò le sue croci, che a metterle in riga sarebbero arrivate fino a Sampierdarena; raccontò delle figlie che la mangiavano viva, del Gigio buon’anima, una perla, che se non fosse morto, prima o poi la famiglia l’avrebbe tirata su, e invece era morto, e cosí la famiglia si trovava per terra, in camicia. Al mondo ce ne saranno stati dei disgraziati, ma come lei non ce n’erano, a girarlo da cima a fondo, e si sfogava perché era con una persona di riguardo, che sapeva capirla. Finí per mettersi a piangere in pubblico, mentre i fratelli inglesi campanologhi suonavano il Carnovale di Venezia, tanto che Angela non ne poteva più dalla vergogna e le sembrava che tutti guardassero dalla sua parte, perfino i campanologhi.

Il signor Costante stava a sentire, sbuffando nel barbone; gliele venivano a raccontare a lui queste miserie? e lui cosa poteva farci? La madre, una testa di cavolo senza sale e senz’olio; la figlia, una sciocca tutta santi e madonne, piena di scrupoli, che a momenti si faceva il nomine patri, scandalizzata di vedere le cavallerizze col sottanino corto. Avrebbe cambiato posto volentieri, se non fosse rimasto sequestrato dalla folla, e per interrompere la cantilena, cominciò di nuovo le sue burlette sul terzo e sul quarto, specialmente durante gli esercizi delle donne e quando i pagliacci, applicandosi certi schiaffoni terribili e certi calci nel mappamondo, rotolavano per terra colle gambe all’aria.

Ma piú tardi, in tempo della pantomima, appena la Bricicca, gongolante, gli mostrò Marinetta vestita da vecchia, che capitava in casa di Cendrillon, e gli disse che nella Pece Greca tutti avevano dato il consiglio di metterla agli studi per farne una teatrante, diventò serio. Quella era Marinetta? e le piantò addosso il cannocchiale: aveva molta attitudine alla mimica, sicuro; quanti anni? tredici anni? capperi! lavorava da artista, doveva essere un peperonetto in salsa bianca, un accidente che non si lasciava beccare neanche dal diavolo, si capiva subito dalle sue mosse.

Ma questo è niente: quando la vide spogliata della sua palandrana, dritta come un fuso, in maglie color di rosa e un giacchettino di tela d’argento, che pareva una stella del cielo, rimase estatico: bella, bella figliuola, caramba! fatta al torno! e che occhi! le sere avanti non ci aveva badato; quanti anni aveva? solamente tredici anni? cominciava a formarsi, sicuro, e in quattro e quattr’otto diventava una donnetta di prima classe!

Queste cose la Bricicca non le imparava mica allora, cose vecchie e stravecchie, ma i panegirici non guastano mai, e si leccava i baffi sempre più gongolante, senza accorgersi che Angela soffriva morte e passione di vedere sua sorella quasi come Dio l’aveva fatta, esposta in pubblico, davanti a tanti uomini. Si era scordata delle sue croci: morto un papa, si fa un papa e un cardinale; se il Gigio era morto, Marinetta era viva e sana, e col tempo a tappare i buchi ci avrebbe pensato lei.

Ci avrebbe pensato anche il signor Costante, che non solo approvava l’idea di farla studiare per metterla sul teatro, ma senz’altro voleva spedirla a Milano, alla scuola di ballo. Che comica d’Egitto! ballerina, ballerina. Colle sue disposizioni e con quelle gambette, era nata per Ters… – no – si, per Tersicore.

Lui a Milano, della gente ne conosceva, e dei pezzi alti, e con due righe aggiustava la faccenda. Bella figliuola, corpo di bacco! il Costante la proteggeva, e quando il Costante garantiva una cosa, non c’era pericolo che si sbagliasse, o finita la festa, se ne lavasse le mani; era conosciuto abbastanza a Genova, e fuori di Genova. Intanto aveva pensato a una California per la Bricicca, ma zitti per carità, più tardi se ne sarebbe parlato con comodo in tutta segretezza. Fino dal primo momento la Bricicca gli era piaciuta, e l’aveva indovinata subito, donna di casa, prudente, furba, insomma quella che ci voleva. Si fidavano di lui? benissimo, parola del Costante, parola di re.

Viva la sua faccia. Quindici giorni dopo, in un portichetto della Pece Greca, di fianco all’Angelo Custode, la Bricicca, tornata bisagnina come a Manassola, aveva un banchino di verdura. Da qualche parte i pochi denari dell’impianto erano usciti, e le vicine, sapendo le sue acque basse, domandavano se l’aveva aiutata il parroco oppure la signora della Misericordia, o quei della Società di San Vincenzo, tanto più che essendo terminate le rappresentazioni della Cendrillon, Marinetta andava tutti i giorni in parrocchia a imparare il catechismo, segno che a Pasqua avrebbe finalmente preso la comunione.

Senonché il banchino di verdura non era altro che un coperchio messo sopra la California del signor Costante, e le vicine creparono dall’invidia appena lo seppero, esse che avrebbero digiunato un mese a pane e acqua e lucertole, piuttosto di vedere il prossimo all’onore del mondo. California per modo di dire. Nel lotto pubblico, che noi a Genova, come si è detto, lo chiamiamo seminario, il governo ci si fa ricco; in quello segreto, chi lo tiene ci si fa ricco ancora di piú perché riscuote sempre e tante volte non paga, ma le donne che lo tengono per conto d’altri, con tre palanche di guadagno per ogni lira incassata, non diventano milionarie, e la Bardiglia palazzi nelle Strade Nuove non se n’è comprati mai, sebbene quando teneva il giuoco prima della Bricicca, di palanche ne buscasse quattro. Del resto, meglio poco che niente; nella Pece Greca e nei vicoli intorno, le donne un ambetto la settimana lo giuocavano tutte, e se la Bardiglia non aveva piú voluto saperne, era perché il signor Costante, già d’accordo colla Bricicca e venuto colla volpe sotto l’ascella, una bella mattina, a tradimento, le aveva diminuito il profitto da quattro a due palanche, sotto il pretesto dell’economia.

Fissato il chiodo che Marinetta prendesse quell’anno la comunione a qualunque costo, la Bricicca riusci a farsi anticipare sul giuoco trecento franchi da scontarsi tanto la settimana, e con trecento franchi in saccoccia, che non li aveva mai visti in vita sua nemmeno dipinti, era signora. Finalmente, dopo aver dovuto tribolare anni ed anni, un poco di respiro non se lo meritava? Se la Bardiglia si rosicchiava le unghie per la rabbia, lei non ne poteva niente; superbia no, ma coll’aiuto del Signore voleva far vedere che non aveva più bisogno di nessuno. Troppo mortificazioni le erano toccate, e di tutti i generi e di tutte le qualità, dai preti e dai secolari, per non mettersi in grado di fissare la gente colle mani sui fianchi e dire la sua ragione, ora che l’acqua alla gola non ce l’aveva piú. S’intende che pel signor Costante era un altro paio di maniche: a lui gli avrebbe baciato la suola delle scarpe, ché un galantuomo come quello non c’era bocca per ringraziarlo; Marinetta di qua, Marinetta di là, non parlava che di Marinetta, più che se fosse stato suo padre, e dopo tutto quello che aveva fatto, s’era ancora preso l’impegno di andare a Milano quanto prima a cercarle il posto nel collegio delle ballerine novizie. In cinque o sei anni voleva vederla far furore al Carlo Felice.

Marinetta al Carlo Felice non ci pensava, per essa l’importante era Milano, dove avrebbe trovato una cuccagna, anzi dava ad intendere alle sue compagne che aveva già pronto un baule nuovo pel viaggio, con tanta bella roba nuova dentro, per partire subito dopo Pasqua, presa la comunione. Alla dottrinetta in parrocchia non mancava, ché il parroco era severissimo e a cancellarla dalla lista faceva presto, massime lei che aveva sulla coscienza il peccato della Cendrillon, ma ci andava per divertirsi, e quando il prete era voltato dall’altra parte, tirava fuori un palmo di lingua per fargli le beffe. Rispondeva giusto, meglio di un canonico: “Maria Carbone, quanti sono i misteri principali della nostra santa fede? – Maria Carbone, che cosa vuoi dire esaminar bene la propria coscienza?”. E non c’era pericolo che non rispondesse a tono, solamente, dopo aver risposto, se ne rideva come una matta. All’ultimo però, sul finire della quaresima, mise testa a capitolo; bisognava essere sodi e non dare scandalo, altrimenti, cosa avrebbero detto le persone? E allora si contentò di discorrere sotto voce della veste bianca che la sarta, una sorella della Rapallina, le stava facendo in quei giorni, con tanti falbalà di seta e i bottoni di madreperla, degli stivalini di raso alla polacca, del velo ricamato. Volevano giuocare le sue compagne che, della parrocchia di Santa Dorotea, lei sarebbe stata la meglio vestita di tutte? Agli orecchini ci pensava il signor Costante, e al libro da messa ci pensava la Rapallina, un libro d’avorio o di velluto, precisamente non lo sapeva ancora, di quelli eleganti e pieni d’immagini, chiusi nel loro astuccio perché non si guastino.

V

La mattina della seconda festa di Pasqua, Marinetta si alzò col lume, e in camicia corse alla finestra a vedere com’era il tempo. Parola, se la strada fosse stata bagnata, piuttosto di andare in chiesa alla funzione, si sarebbe lasciata stritolare. Già dalla sera avanti, andando a confessarsi, aveva visto il cielo coperto, e il suo pensiero di tutta la notte era stato quello della pioggia; adesso le lastre erano asciutte, ma il cielo, sempre grigio, seguitava a non promettere nulla di buono. Mentre la Bricicca e Angela giravano per la casa, affaccendate, Marinetta rimaneva in camicia, accanto alla finestra, col muso lungo, apriva la bocca solo per ripetere la stessa domanda: “pioverà?” ed esse rispondevano guardando fuori: “uhm, non pioverà”, sebbene l’acqua la vedessero in aria appesa a un filo. Dopo tante spese e tanti fastidi, Signore benedetto, non se la meritavano l’improvvisata di chiudersi fra quattro mura subito dopo la funzione, invece di andare a spasso, ché oltre Marinetta, la loro veste nuova l’avevano pronta esse pure e se non la mettevano in quell’occasione, non la mettevano piú.

Chi non l’aveva la veste nuova era Battistina, arrivata da Manassola all’improvviso, la sera di sabato santo. Poco pratica della casa, col suo fazzoletto rosso al collo e un paio di scarponi nei piedi, colle braccia incrociate sulla pancia, stava zitta, senza muoversi, guardando Marinetta che alla fine s’era decisa a provarsi le calze. Sua madre bolliva: aveva voluto venire a Genova, la signora, e buttar via i denari del viaggio! perché invece di star li impalata non dava una mano alle sue sorelle? non aveva gli occhi per vedere che Angela non riusciva a stringersi il busto, e che Marinetta cercava il legaccio da un’ora? E Battistina stringi il busto, cerca il legaccio, ma sí, quando per aiutare toccava un oggetto, misericordia! voleva rovinarla la roba colle sue mani che puzzavano di pesci marci e se le lavava collo sputo una volta il mese? Angela però non era così intrattabile; per levarla da quel tormento, la spedí in chiesa ad aspettarle, dove frattanto si sarebbe confessata e comunicata, poi si mise a difenderla: povera figlia, la trattavano come una bastarda, la trattavano! non l’avevano vista colle lagrime agli occhi e il cuore grosso che le scoppiava?

Nel frattempo era venuta la Rapallina a pettinare Marinetta e a fabbricarle in testa una montagna col chicchirichí. Allegre: per tutto il giorno non c’era pericolo di bagnarsi, il cielo si rischiarava. Quella mattina, cominciando alle tre dopo la mezzanotte, ragazze della comunione ne aveva pettinato sei o sette, nella Pece Greca, nel vicolo della Capra, sul Pontetto, in Moresca, ebbene, poteva dirlo senza offenderle, neppur una che Marinetta non se la lasciasse dietro a grande distanza; tutte quante da far compassione. E Marinetta, sotto i ferri, se ne andava in brodo di taglierini: a momenti, sarebbero crepate dall’invidia le sue compagne! e faceva l’occhietto alla veste bianca distesa larga sul letto, gonfia come una schiuma d’uovo, e agli orecchini colle perle, regalati dal signor Costante, che brillavano sul comò.

Una babilonia in quelle due camere. Per guadagnar tempo, la Rapallina s’era condotta sua sorella, che un po’ intorno ad Angela, un po’ intorno alla Bricicca, avrebbe dovuto essere sant’Antonio o avere una dozzina di mani. Non si trovava piú nulla, qua uno strappo, là un bottone in aria, tirare su questo, tirare giú quello, la Bricicca i manichini, Angela il pezzotto, e frattanto Marinetta, quasi vestita, che gridava, domandando se stava bene. Sí, stava bene, ma era tempo di muoversi; non volevano capirla che se tardavano ancora un poco, non avrebbero neppure piú trovato le candele dell’altar maggiore? Tutte cinque si affannavano, dicevano di allestirsi e si allestivano come quello che gli mancava sempre l’ultima cosa.

Arrivarono in chiesa che i ragazzi erano già tutti a posto dentro dello steccato, i maschi da una parte, le femmine dall’altra, e la messa cominciata. Nella sua veste di fai nero, cosí stretta da levarle il respiro, la Bricicca scoppiava, non poteva sentirsi i guanti di pelle che l’obbligavano a tenere le dita larghe, le persone le venivano addosso; voleva recitare dei paternostri perché non era mica ebrea lei e la religione, si sa, è la prima cosa, ma di paternostri ne cominciava una litania e non ne finiva nessuno. Aveva da guardare Marinetta e pasteggiarsela, inginocchiata divotamente cogli occhi fissi sul libro, da contare quante ragazze c’erano nello steccato, esaminarle, squadrarle e fare i confronti, rispondere alle vicine, una nuvola di pezzotti, che si accalcavano e discorrevano lo stesso come in strada; e l’organo e il predicatore, e Pellegra che si era fatta venir male, e l’Arcangela del Pontetto che perdeva le trecce finte. A proposito di Pellegra ne contavano una bella, nientemeno che per vestire sua figlia Carlotta e poterle far prendere la comunione, era andata dai protestanti, quelli che hanno la loro chiesa in cima di via Assarotti, a giurare e spergiurare che si sarebbe fatta protestante anch’essa se le davano cento franchi.

Messa, comunione generale, colloqui, litanie, benedizione, i preti non la finivano piú, e il signor Costante nell’uscire insieme alla Bricicca e alle altre, in mezzo a un’onda di popolo che si affollava sulla porta per vedere sfilare le spose di Gesú, l’aveva coi preti, coi frati, con l’organista. Quello non era il modo d’obbligare a stare in chiesa, in ginocchio, digiuni per tanto tempo, dei poveri ragazzi, lui aveva una fame da orbo, e se l’aveva lui, pensiamo Marinetta col suo stomaco debole! Rispettava tutte le opinioni perché le opinioni bisogna rispettarle tutte, alla religione si levava tanto di cappello, però, francamente, quelle erano buffonate che nemmeno piú i preti le pigliavano sul serio, e nel secolo decimonono, col progresso che s’era fatto, avrebbero dovuto scomparire. Del resto, per lui tanto era il cattolico come il turco, rispettava tutti, ed era venuto in chiesa per mostrare la sua tolleranza.

Né Marinetta né la Bricicca s’incaricavano di rispondergli, erano in vetrina, mangiate vive dalle occhiate di duemila persone, ché sulla piazza di Santa Dorotea la popolazione della parrocchia c’era tutta, e dovevano occuparsi della loro figura, distribuire saluti e sorrisetti a destra e a sinistra. Se non si gonfiavano allora, quando avrebbero potuto gonfiarsi? E dietro le spalle e intorno sentivano bisbigliare “quella è la Bricicca?” con un accompagnamento basso che non si capiva bene. Sissignore, la Bricicca, Francisca Carbone, vestita di fai, colla figlia, che quell’anno, di quante ce n’erano dalla Lanterna alla Pila, era la più di lusso! e così, volevano tagliarle i panni addosso queste signore, gialle dall’invidia? le mandava tutte a farsi cucinare a casa del diavolo e le sembravano poche!

Si andò a far colezione fino in piazza della Posta, al caffè Rossini. Fra grandi e piccoli, la comitiva sarà stata di dieci o dodici, perché oltre il signor Costante, c’era la Rapallina con sua sorella e diverse amiche di Marinetta e il parrucchiere del Pontetto, che la Rapallina l’accompagnava come la sua ombra se si trattava di qualche divertimento. Angela domandò due volte: “e Battistina?” ma nessuno le fece attenzione; chi era Battistina? sua madre borbottò che non l’aveva piú vista né in chiesa né fuori; se si era divertita a nascondersi, dovevano andarla a cercare col campanello?

Piuttosto bisognava stabilire dove si andava a pranzo: chi teneva pel Giunsella a Sampierdarena, chi per la Grotta di Sestri; silenzio tutti, toccava a Marinetta decidere, e Marinetta stabili la Grotta per fare la carrozzata piú lunga, mentre, guardando le figure dipinte nei giornali, domandava chi era quello col cilindro fracassato, e quell’altro colle scarpe così grosse piene di chiodi, e quell’altro coi calzoni corti corti. Ne vide un’altra figura, uno colla barba e il cappello da carabiniere, che teneva in mano un certo ordigno, ma se quest’ordigno il signor Costante non l’avesse nominato e mostrato a tutta la compagnia, lei si sarebbe contentata di ridere da sé, perché il giorno della comunione, di certe cose non stava bene parlarne.

Dunque alle due in punto trovarsi tutti da San Domenico, sotto l’orologio del teatro Carlo Felice. Il signor Costante e il parrucchiere rimasero nel caffè a leggere i fogli, le donne andarono a spasso per far vedere Marinetta nelle case di conoscenza, in quelle, si sa, che valeva la spesa; per esempio, dalle monache Dorotee, dal calzolaio di via Assarotti, da una signora, amica della Rapallina, che stava verso la Consolazione, e segnatamente dal marchese Spinola, quello che ha il palazzo delle Cinque Lampade, e di tempo in tempo qualche soccorso alla Bricicca non lo lesinava. Dappertutto complimenti e regali, dolci, mazzi di fiori, quadretti di divozione, tanto che Marinetta, sebbene aiutata da Angela, i regali non sapeva più dove metterseli.

Sotto il suo velo di tulle ricamato, camminava sul marciapiede avanti e sola, dritta, senza girare mai la testa, guardando colla coda dell’occhio se la gente si voltava per ammirarla; camminava attenta per non scontrare nei muri, colle braccia larghe, un mazzo in una mano, il libro d’avorio nell’altra, i nastri d’una bomboniera infilata nei diti. Le donne la seguivano tutte in una riga come un pelottone di soldati e la strada l’occupavano da esse sole. Ogni volta che incontravano qualche altra ragazza della comunione, e ne incontravano tante, di tutte le parrocchie, che Genova pareva un giardino fiorito, occhiate lunghe e in cagnesco, oppure una risatina di compatimento. Pretendevano di mettersi con lei, quelle marmotte?

Si trovarono sotto l’orologio del teatro che l’ora era passata e il Costante, già stanco di aspettare accendeva dei moccoletti in pieno giorno. Due landò a due cavalli; cavallo piú, cavallo meno, trentanove e trentadieci, in una circostanza come quella non si doveva badare alla spesa. Nel primo, aperto e spalancato, guernito da mazzi di fiori di qua e di là, entrarono Marinetta e la Rapallina, la Bricicca e il signor Costante, circondati da un mucchio di curiosi, nell’altro il resto della comitiva, e via. Angela prima di salire, domandò di nuovo: “e Battistina?”, l’aveva sempre con Battistina; perché non se l’era messa in tasca? Ma Battistina fu presto dimenticata.

Le carrozze volavano e lí sui cuscini belli larghi, con quell’arietta, con tante cose da vedere, ci si stava d’incanto; ci si stava cosí bene, che Marinetta sarebbe arrivata fino in Francia. Poter fare almeno una volta la signora, vedersi la gente a piedi sotto di sé, e intanto correre come il vento, era un gaudio che veniva troppo di rado. Colla sua pratica delle cose di questo mondo, il signor Costante spiegava a che cosa servivano i Magazzini generali sul porto, perché avevano fabbricato la Lanterna cosí alta che chi saliva in cima, e lui c’era salito, i bastimenti del porto gli sembravano barchette di carta, perché a Sampierdarena la strada carrozzabile passava sotto la ferrovia, e i vetturini degli omnibus portavano la blusa turchina. Sul ponte di Cornigliano incontrarono quella faccia di negadebiti della Pellegra, che tornava giú verso Genova, in carrozza anch’essa, ma una carrozza a un cavallo solo, e dentro tante persone da sfondarla, marito, moglie, figli, tutti coi cicchetti in corpo, ubbriachi marci, anche Carlotta, che s’era comunicata la mattina. Vergogna! ecco dove andavano a finire i denari dei protestanti e della signora della Misericordia!

Quando si videro i primi bastimenti in costruzione nel cantiere di Sestri, la Bricicca disse che le pareva d’essere a Manassola, ai tempi che suo marito era in America e lei nell’odore di catrame doveva viverci giorno e notte. Sebbene il signor Costante dichiarasse che il catrame era un rimedio buonissimo pei tisici, tanto la Rapallina come Marinetta, che non erano tisiche, protestarono che con quell’odore nel naso non avrebbero potuto starci manco morte, e la Rapallina gridò al cocchiere di toccare i cavalli, che si sentiva venir male al cuore. Male di stomaco vuoto, e pure gli altri l’avevano, dopo una semplice colezione di cioccolata e latte con micchette al butirro, e le ragazze, affamate, strillavano dalla cittadina dietro per domandare se alla Grotta non ci si arrivava mai.

Quattro minuti: davanti la porta della trattoria saltarono giú tutti in un momento senza farsi pregare, e la prima tavola che videro la presero subito d’assalto per paura che scappasse. Il pranzo fu comandato alla svelta dal signor Costante: taglierini al sugo per cominciare il fuoco, frittura di pesci, stufato, torta pasqualina colle uova, pollo arrosto, latte dolce alla spagnuola, e allegri; frutta e formaggio, questo si sa. Contenti tutti? contenti tutti. Marinetta era in capo di tavola, fasciata in due tovagliuoli grandi per non macchiarsi, tra la Rapallina e il signor Costante, che le empiva il piatto di roba e le versava da bere; le ragazze sedute vicino, s’ingolfavano e ridevano di vedersi servite da un cameriere serio serio, in marsina, che cambiava i piatti e le posate appena avevano finito. Nella Pece Greca di quegli usi non ce n’erano, si mangiava come si poteva, perfino in terra, e Angela ne sapeva qualche cosa, che piú di una volta, da una mattina all’altra, le era toccato di non mangiare niente del tutto.

Sul principio il vino lo mischiavano, anzi la Bricicca, che col suo scialle addosso, moriva dal caldo, beveva acqua pura, ma il signor Costante saltò su: acqua? non lo sapevano che a tavola, in un giorno di solennità, l’acqua era scomunicata? se non lo sapevano glielo diceva lui, sacramenico! pigliava le bottiglie bianche pel collo e le faceva volare dalla finestra a una per una! Il parrucchiere e la Rapallina gli tennero bordone, Marinetta diede il buon esempio. Non era ingrato il vino, un vinetto di Piemonte, sincero, che scaldava la boccia e la cassetta dello stomaco e scendeva giù piano piano come un rosolio. Le ragazze ci presero gusto, diventarono tanti galletti, colla faccia rossa, e la Bricicca gridando: “basta, basta” tutte le volte che le empivano il bicchiere, il bicchiere l’aveva sempre vuoto, anche lei rossa accesa, che sembrava una fornace.

Ma il vino le sortiva dagli occhi in tante lagrime. Se lo pigliava per quel verso, era colpa sua? Cominciò a confessarsi col parrucchiere, poi a piangere, a piangere come una Maddalena, che se avesse pianto così i suoi peccati, il primo posto libero in paradiso sarebbe stato il suo. Gli altri gridavano tutti insieme senza capirsi e per conto loro, e verso l’ultimo, quando il signor Costante fece venire il vino dolce colla schiuma che saltava fuori, e la sorella della Rapallina, non essendo stata attenta, se ne versò più di mezza bottiglia sul vestito di seta, evviva! se ne sentirono delle belle. Marinetta non voleva piú tornarci a casa, voleva partire subito per Milano, in landò; e la Bricicca, non era di carne come le altre? e se suo marito, buon’anima, era morto, degli uomini non se ne trovavano più al mondo? ecco, lei aveva bisogno d’un marito: non domandava mica troppo, una cosa onesta; la Rapallina, lí presente, ne possedeva due mariti, uno fisso, sposato in regola, l’altro posticcio, che lo cambiava secondo le stagioni, e lei povera donna, nessuno? Ma queste parole la Rapallina non le intese perché era andata di là ad allargarsi il busto, altrimenti gliele avrebbe fatte mangiare, e intanto le ragazze, Marinetta per la prima, addosso al signor Costante, gli cercavano nelle tasche del cappotto e dei calzoni, i dolci che aveva comprato dai fratelli Klainguti, e lui non se li lasciava prendere e nel difendersi faceva a tutte il solletico. Un ridere da scoppiare, un’allegria da manicomio, principalmente quando altre comitive si aggiunsero alla loro e preso il caffè, la fratellanza fu battezzata da altre bottiglie e dai bicchierini di rosolio. Angela era ferma al suo posto; cogli occhi piccoli e mezzi chiusi, perché la stanza le girava intorno, beveva dell’acqua fresca, e s’era ficcata nelle corna che sua madre andasse in cerca di Battistina e gliela portasse lí bella calda.

VI

Valla a pescare, Battistina. Esse si empivano la trippa, e Battistina, digiuna, si abbandonava come morta in mezzo di una strada. – L’avevano mandata a confessarsi? almeno dirgliela bene la chiesa, invece niente; vicino alla Pece Greca ce n’erano tre o quattro chiese, e lei, poco pratica, non sapendo che la parrocchia era Santa Dorotea, era entrata nella prima che aveva visto, aspettando sempre che cominciasse la funzione, che non cominciava mai. Tornata a casa dopo tanto pregare e aspettare e dopo aver fatto le sue divozioni, porta chiusa; allora esci di nuovo, perditi in quel laberinto di vicoli, informati nelle botteghe, capita in parrocchia giusto a tempo per non trovare piú un’anima, nemmeno sulla piazza, torna indietro di corsa, monta le scale, sempre porta chiusa. Ah! era impossibile che i suoi l’avessero abbandonata a quel modo, scordandosi di lei come se non fosse mai esistita! Voleva trovarli, ché per qualche cosa era venuta fino da Manassola, ed eccola in giro per Genova, dove non conosceva le strade. Santa fede benedetta, sua madre e le sue sorelle non s’erano mica nascoste sotto terra in una tana, non s’erano mica, e a forza di girare, in un luogo o in un altro le avrebbe trovate.

E con questa idea, che bisognava proprio essere di Manassola per averne di queste, andava dritta al naso, svoltando come le veniva, dai vicoli nelle strade piú larghe, dalle strade piú larghe di nuovo nei vicoli, così invece di trovare gli altri, si perdeva lei. Ogni momento, incontrando o vedendo da lontano delle ragazze della comunione in compagnia di donne col pezzotto, si sentiva una martellata nelle ossa e diceva: “sono là..”, si, pigliale!

Ma dov’erano andate, che dopo tanti passi e tanto guardarsi intorno, davanti, dietro, non le trovava da nessuna parte? E correva piú forte, come se correndo potesse farsele nascere sotto i piedi all’improvviso, senza fermarsi, cogli occhi fuori della testa, che non ci vedevano piú. – Intanto il diavolo la tentava: se esse l’avessero fatto apposta di mandarla a confessarsi per liberarsene, e si fossero nascoste? non lo sapeva ancora ch’era peggio d’un pidocchio o la tenevano sempre a Manassola per non sporcare la loro signoria? Vestite di lusso, che guai a toccarle solo coll’unghia, quel giorno fossero state matte di lasciarsi vedere per Genova insieme a una stracciona della sua specie! già, perché lei aveva la rogna e non era figlia di sua madre come le altre!

Il diavolo la tentava, e per non ascoltarlo il diavolo, correva sempre piú da inspiritata, ma finalmente gliela diede vinta. Era di ferro forse? Le scoppiò il cuore in un gran pianto: no, non dovevano trattarla cosí, non se lo meritava! cosa le aveva fatto a sua madre, altro che rispettarla e volerle bene? – si appiattò sotto un archivolto e ci stette un pezzo a piangere, poi senza sapere né dov’era né da che parte pigliare per tornarsene nella Pece Greca, si mise di nuovo in giro, e questa volta trascinandosi adagio, guardando le carrozze e la gente che passava, fermandosi davanti alle vetrine; guardava cogli occhi spalancati, che pareva si volesse mangiare tutta Genova, ma erano occhi di vetro. Sola, abbandonata in quel va e vieni, senza aver niente fame si sentiva digiuna con un bruciore allo stomaco, e cosí stanca che se non avesse avuto vergogna si sarebbe distesa sul marciapiede. Era risoluta di non tornarci piú a casa di sua madre; andare avanti finché le gambe la sostenevano, poi, in un luogo deserto, che nessuno la vedesse, lasciarsi cadere in terra e morire; morire come un cane e pazienza!

Sempre strade. Bella madonna cara, l’avevano fatta cosí grande Genova, che non finiva mai? Capitata in una via lunga, piena d’omnibus e di carri, dove passava anche il vapore, aveva troppo male; il fischio della macchina se lo sentí freddo, gelato, attraversarle il cuore, non vide piú nulla e si accucciò contro il muro.

Una guardia municipale toccò colla punta del bastone quel mucchio di stracci: via di lí; che idea quella paesana stupida di mettersi a dormire quasi sotto le zampe dei cavalli? Battistina non rispose e non si mosse, i passanti si affollarono intorno. Una donna svenuta! nessuno sapeva chi fosse. Un carrettiere di Manassola, fermatosi come gli altri, la riconobbe. Per bacco, a Manassola stavano di rimpetto, si vedevano tutte le mattine a scuro quando lui attaccava per venire a Genova col carro e lei andava alla rete, altro se la conosceva! Si fece largo, aiutato dalla guardia, la tirò su per levarla presto dal marciapiede, ché in grazia della folla i carri e gli omnibus avevano dovuto fermarsi e il transito bisognava lasciarlo libero, e la portò sulle braccia in un’osteria di Sottoripa.

Quando Battistina, rinvenuta, vide una faccia di conoscenza, le sembrò di vedere lo Spirito Santo, acconsentí a bere del brodo di trippa e mezzo gotto di vino che la fecero risuscitare, ma non seppe dire altro se non che doveva tornarsene al paese e s’era perduta. Accettò subito appena il carrettiere le propose di portarla lui sul carro a Manassola; un giramento di testa, ora stava meglio e voleva imbarcarsi ad ogni costo; se diceva che non aveva piú niente, non aveva piú niente! E s’imbarcò.

Era quasi notte. Passate le porte, una processione continua di cittadine che tornavano a Genova; in tutte grande allegria e canti a piú non posso. Il carrettiere bestemmiava e mandava un sacco d’accidenti all’indirizzo delle cittadine e dei ragazzi della comunione che c’erano dentro, ché tutti i momenti gli toccava di scendere per tirare le bestie da una parte se non voleva essere investito, e piú di due volte e piú di quattro, attaccò lite coi vetturini, che in cimbalis anche loro, guidavano a rompicollo; finí per non salire piú sopra, e tenendo in mano al posto del fanale un cartoccio bagnato d’olio con dentro un pezzetto di candela accesa, si mise a camminare vicino al mulo di punta. – Battistina era coricata sopra un sacco; dopo avere tanto detto di star meglio per la smania di partire, invece stava peggio, e fosse il freddo o la febbre o tutte le due cose insieme, tremava tutta e batteva i denti. Siccome verso Sestri era notte fatta, non vide passare in carrozza né sua madre né gli altri che tornavano trionfanti, solo riconobbe la voce di Marinetta che cantava in coro colle compagne: “bell’augellin, lin lin, bell’augellin, com’è piccin, cin cin, com’è piccin…”. Alzatasi sulle ginocchia, gridò: “ferma, ferma!” ma i due landò tiravano via che nemmeno il diavolo poteva fermarli, e il carrettiere, infuriato, colla frusta alta dalla parte del manico, gridava piú forte di lei. Potessero rompersi il collo e morire senza sacramenti! non avevano occhi? se non stava attento al mulo, gli cacciavano il timone nella pancia, gli cacciavano, quelle sacristie d’Olanda!

Intanto la Bricicca, distesa sul trono come un pascià, tutta sbottonata e col pezzotto che volava via, non s’era accorta di niente. In tanta gloria, avrebbe dovuto essere contenta della sua giornata, invece non apriva bocca, e voltandosi e rivoltandosi da tutte le parti, pareva che i cuscini fossero seminati di spine. Il signor Costante e la Rapallina non facevano altro che domandarle se si sentiva male: no, stava benissimo, solamente un gran caldo alla faccia e una gran voglia di dormire; quanto allo stomaco, stava da angelo, pronta a rimettersi a tavola una seconda volta. – La stessa voglia di dormire, oppure qualche altra voglia, dovevano averla anche le ragazze del landò dove c’era Marinetta; perché a Cornigliano non cantavano. piú, anzi alle porte della Lanterna quando quelli del dazio fermarono le carrozze e misero il naso dentro e vollero toccare nelle vesti delle donne per vedere se c’era niente che dovesse pagare, nessuno parlò fuori del signor Costante: cosa volevano che ci fosse? delle quaglie? c’era quel che c’era, ma tutta roba che dazio non ne pagava.

VII

Dopo il pasto viene il guasto, dopo il canto viene il pianto, diceva quello, e diceva bene. La Bricicca s’era creduta di affondare nei marenghi e per fare il trionfo di Mardocheo aveva dato fuoco al paglione, invece affondava sempre piú negli empiastri e il paglione bruciato bisognava pagarlo.

Aveva voluto andare alla grande e ora se ne accorgeva lei, che si grattava le croste, e i denari non sortivano o se sortivano c’erano delle unghie leste per pigliarseli. Chi è che diceva ch’essa aveva trovato la California? se tutte le Californie fossero state come quella del signor Costante, povero mondo! guadagno scarso, una tremarella continua di vedersi capitare le guardie sulle spalle, e tutti i sabati il signor Costante che puliva lui la cassetta per rifarsi dei trecento franchi imprestati; a questo modo la Bricicca tirava su la pietra e un altro metteva le mani sull’anguilla.

Qualche centesimo si raspava vendendo cavoli, ma se i debiti si mangiavano tutto, ché di debiti, senza contare i trecento franchi, ce n’era una stanza piena, la botteghetta andava a farsi benedire. Gli ori, la veste di fai, che aveva messo la Pece Greca in rivoluzione, lo scialle, perfino gli stivaletti di raso, s’erano già andati a farsi benedire, e dai frati del Monte, sotto il patrocinio di san Gaetano Thiene, il santo che quando ha la roba dei poveri in custodia, potrebbero tagliarlo a pezzi, non la molla piú; tutto, tutto impegnato, e quel che è peggio, dopo una comparsa sola.

Angela diceva ch’era castigo di Dio per aver piantato Battistina invece di portarsela con loro, e la Bricicca cominciava a darle ragione, ché quella sera famosa, appena arrivati nella Pece Greca coi fumi della ribotta, non trovandola in casa Battistina e non vedendola tornare, una voce nelle orecchie l’aveva sentita: “cos’hai fatto?” e il giorno dopo, passati i fumi e le coliche, di nuovo: “cos’hai fatto?”. Si sa, era, sua figlia, insomma, Battistina, e non vederla piú né viva né morta, e non saperne piú niente, era il caso d’immaginarsi chi sa che disgrazia! Angela era come matta, il vicinato sottosopra, chi ne diceva una, chi un’altra; si sarebbe stati in ansietà per una cagnetta, figurarsi per una figlia! Grazie a Dio, il signor Costante aveva fatto toccare il telegrafo dalla polizia e le notizie erano venute subito, ma la Bricicca il rimorso non poteva levarselo dal cuore, sentiva sempre quella voce, specialmente dopo che le avevano scritto da Manassola che Battistina era in letto con una febbre cattiva. Avrebbe potuto starsene al paese, ché nessuno l’aveva chiamata, o almeno, invece di scappare lasciando tutti nell’ansietà, dire alle vicine dove andava e dove non andava; ne sarebbe stata meglio lei e ne sarebbero stati meglio gli altri, ma aveva giurato d’essere il tormento della casa, e tormento doveva essere!

Circa la partenza di Marinetta, affari lunghi: prima il signor Costante non aveva potuto scrivere subito a Milano, poi quella persona che doveva rispondergli, non gli aveva risposto, poi finalmente gli avevano scritto, diceva lui, ch’era troppo tardi e per quell’anno, nel collegio delle ballerine posti non ce n’erano piú; insomma un mondo di difficoltà e anche questa speranza sfumata come le altre. Avrebbero fatto meglio la Rapallina e il signor Costante a non mettere il sonaglio al gatto con questa andata a Milano, ché Marinetta non si adattava cosí presto a rinunziarci ed era nera dalla rabbia, perché dopo aver detto tanto che partiva, che partiva, invece restava sempre lí nella Pece Greca, dove le compagne cominciavano a seccarla chiamandola: la Milanese. Già, dopo la Cendrillon era cambiata da cosí a cosí, non si conosceva piú, l’ambizione le era entrata nelle ossa e niente le bastava; stivalini d’ultima moda, fazzoletti di seta da mettersi al collo, casacchini nuovi, quando addirittura non erano vesti nuove di trinca, e tutti i giorni veniva a casa con qualche miracolo addosso, comprato sui banchini o nei bazar.

La. colpa l’aveva il signor Costante che per Marinetta avrebbe distaccato la luna dal cielo e le stava sempre intorno a leccarla, a darle ad intendere che lei si meritava carrozze e cavalli e servitori, che presto lei avrebbe fatto girare la boccia a tutti i giovinotti di Genova, come se non ci fosse stato abbastanza delle adorazioni d’Angela e di sua madre. Eh! eh! Anche senza fare la ballerina, una ragazza come lei avrebbe potuto non solo guadagnarsi onestamente da vivere e con poca fatica, ma passarsi qualche capriccio, ché anzi le ballerine sgobbavano notte e giorno litigando il pranzo colla cena e morivano quasi tutte tisiche. Voleva morire tisica Marinetta? Pensandoci bene, l’idea della ballerina era proprio meglio abbandonarla, e intanto pensare a diventar grande e non guastarsi la salute, ché all’avvenire in qualche modo ci si sarebbe provvisto.

Ma se il signor Costante voleva abbandonarla questa idea, la Rapallina, che l’aveva avuta lei per la prima, ci teneva ancor piú di Marinetta: era mercanzia reale e cantava chiaro: all’avvenire ci si sarebbe provvisto! e chi lo diceva? il signor Costante; e chi era questo gran signor Costante, alla fine dei conti? un uomo duro, storto e vuoto come un corno di bue, un imbroglione che spacciava palle di fumo e prometteva sempre come se gli avessero dato la regia patente di far tutti ricchi, e la patente invece l’aveva nella camicia. Non era prudenza fidarsi di uno che non si sapeva né chi fosse, né che mestiere facesse per vivere e maneggiare i danari che maneggiava; c’era lui solo al mondo, e non sarebbe stato il caso di raccomandarsi a un altro santo?

Queste ragioni erano buonissime, ma pel momento, a Marinetta la Bricicca non ci pensava piú che tanto; ne aveva delle peggio tribolazioni, ché gli invidiosi c’erano come le mosche nella Pece Greca e le attossicavano quel po’ di pane che si guadagnava a forza di stenti. E non avere un tocco d’uomo che le facesse portar rispetto! dalla Bardiglia, per dirne una, che quando veniva a giuocarsi un terno di due palanche, mentre Angela glielo annotava, non finiva piú di domandare del signor Costante, dov’era, cosa faceva, con un certo ghigno sul muso da farsi dare un paio di schiaffoni, e come se il signor Costante in casa della Bricicca ci avesse avuto il suo domicilio! Avrebbe fatto meglio la Bardiglia a non cercare le pulci addosso agli altri e contentarsi delle sue, ché ne abbiamo tutti, e se suo marito fosse stato vivo gliele avrebbe levate col sugo di frassino, a lei e alla figlia piú grande, Linda, che valeva tanto come la madre, e fra tutte due valevano meno d’un torso di cavolo.

E tutti i giorni ne passava uno. Se era di luna, Marinetta accompagnava la Rapallina nelle case, col patto che la lasciassero pettinare lei e discorrere a piacimento colle signore. Il mestiere l’aveva imparato sulla punta delle dita e se avesse voluto mettercisi d’impegno, in due settimane avrebbe sbancato la maestra; ma sí! erano venute le ciliegie, era venuta Pentecoste, era venuto il caldo, e in quella benedetta testa un po’ di giudizio non era venuto. Le ciliegie, Marinetta si beccava sempre le piú belle appena arrivavano dal mercato, e a sua madre cosa ci restava da vendere? Faceva la figura del droghiere che si mangia lo zucchero.

VIII

Un’altra croce per la Bricicca: Angela aveva trovato il galante nel garzone del calzolaio di via Assarotti. A forza di vedersi da tanto tempo quand’essa andava a restituire il lavoro in bottega, s’erano intesi, e fin qui niente di male, la Bricicca li avrebbe sposati e arcisposati subito per cominciare a levarsi un fastidio dal cuore; il male era nei parenti di lui che non volevano sentirne parlare. Si capisce, gente d’alto bordo di quella specie, si sarebbero sporcati colla figlia d’una bisagnina, e per lo meno si aspettavano una principessa; i denari per combinazione li avevano lasciati sulla finestra e un buffo di vento se li era portati via, bisognava tirare la carretta da lunedí al sabato, il padre facendo da portiere in uno scagno di Banchi, le figlie lavorando in una fabbrica di coralli, ma tant’è, la figlia di una bisagnina non la volevano.

Il giovane protestava che non era per questo, e che la superbia non c’entrava; tutti i giorni verso sera veniva da Angela e in quei momenti, montandosi la testa, gridava che chi doveva prendere moglie era lui e non suo padre, né sua madre, né le sue sorelle, che li mandava tutti a farsi scrivere, e contenti o non contenti, avrebbe sposato Angela e nessun’altra, però il sacco non si stringeva mai. Non era buono lui a far quello che diceva né a levarsi dissotto alle sue sorelle che gli avevano messo il piede sul collo, e che a San Vincenzo dove stavano, erano conosciute come la fame; bastava dire le Testette, perché tutti parlassero del loro naso e della loro prepotenza.

Il giorno di Pentecoste, che, erano andati tutti insieme a passarlo sui terrapieni, verso la porta di San Bernardino, la Bricicca, la Rapallina, le figlie, i galanti, i mariti, un reggimento insomma, lui sul piú bello, mentre si mangiava e si beveva, non aveva piantato la compagnia, solo perché quelle pettegole ch’erano venute anch’esse con un’altra comitiva, lo guardavano da lontano in cagnesco? I giovinotti, il parrucchiere del Pontetto e perfino il marito della Rapallina che era un polentone buono nient’altro che a fare scatole di cartone, erano stati su per insegnargli il modo di trattare; gli uomini dell’altra comitiva s’erano alzati essi pure, e sarebbe successa Dio sa che strage, se colle buone, pregando e supplicando, le donne non si fossero intromesse.

Dopo questo, chi l’avrebbe piú voluto un salame cosí? Ma Angela gli si era affezionata perché in fondo in fondo era un bravo giovine, di lavoro e senza vizi, pianse per due o tre giorni filati e poi riattaccò di nuovo, la Bricicca non ebbe il coraggio di mostrargli il passo della porta, pensando che in giornata i galanti delle figlie è meglio tenerli che lasciarli andare, e tutto finí con un discorsetto del signor Costante.

Se la Bricicca riusciva a impastarlo il matrimonio d’Angela con Giacomino, una messa per le anime la faceva dire, ché con una figlia di meno alle costole, anche lei avrebbe potuto accomodarsi le ossa con un buon partito. Nella Pece Greca uomini non ne mancavano, che l’avrebbero sposata tutte le mattine che si svegliava, e poi non c’era solo la Pece Greca a Genova per trovare degli uomini, ma lei, se si maritava, voleva maritarsi bene, anche per mettere a posto quelle invidiose che le contavano i bocconi in bocca.

Queste erano parole che avrebbe fatto bene a tenersele nella gola invece di lasciarsele scappare col terzo e col quarto, tanto che nella Pece Greca tutti la mettevano alla berlina, le donne come gli uomini, e lei, per non sapere con chi pigliarsela, se la pigliava col galante di Angela che non era buono neppure a tirarsi su i calzoni.

Una volta che Angela le era tornata a casa piangendo e quasi colle convulsioni perché dalle porte dell’Arco aveva incontrato una delle Testette e lí sulla strada, davanti a tanta gente le era toccato di sentirsi dire tutti gli improperii, che si possono dire, la Bricicca usci fuori del seminato. Quando verso sera, secondo il solito, capitò colla giacca sulle spalle e la pipa ai denti quel coso bello di Giacomino, appena lo vide in fondo della salita traversò la piazzetta e gli andò incontro come se avesse voluto mangiarselo, gridando forte da far venir fuori il vicinato. Tutto quello che le venne sulla lingua, glielo sputò in faccia: muso da pugni, pancia da vermi, monaca falsa, ché se non fosse stato una monaca falsa, per prima cosa non avrebbe lasciato che quella sporcacciona della Testetta insultasse le figlie oneste che andavano tranquille pel loro cammino. Che uomo era? di cartapesta? perché veniva da Angela a fare il patito, se non era capace di difenderla dalle sue sorelle? Dargliene tante alle sue sorelle che se ne ricordassero per un pezzo prima di mettere il becco negli affari degli altri, invece niente, e in santa pace aspettava che il Padre eterno gli mandasse la manna in bocca; avrebbe finito per mandargli la gragnuola il Padre eterno, ché se lui, Giacomino, credeva di menarle per il naso lei e Angela, si sbagliava di grosso, e Angela ne avrebbe trovato tanti galanti da sotterrarlo!

Ci sarebbe voluto un tappo di natta per farla tacere la Bricicca quand’era in furia, ma Giacomino tappi di natta non ne aveva, e pigliato cosí a tradimento quando meno se lo aspettava, restò lí in mezzo, sulla riga di mattoni, come una lasagna. Non sapeva nulla lui; perché gli facevano quello scandalo? S’era ammucchiata gente e tutte le finestre erano guernite; la Bricicca, sempre piú scaldata, gridava sempre piú forte, gesticolando e cercando di levarsi d’attorno sua figlia che si affannava per portarla via, e lui, piú giallo d’un limone, voleva rispondere e le parole non gli venivano e non era nemmeno buono a scappare. Tutta la ragione che seppe farsi fu di buttare in terra la pipa, e fracassarla, tirando giù una riga di bestemmie, e allora subito, visto che l’uomo pigliava fuoco, due o tre se lo presero a bracetto e lo levarono di lí, mentre l’altra seguitava a condirlo per le feste. Quella settimana le donne della Pece Greca giuocarono tutte l’89 che è il numero della donna arrabbiata.

Però, se timido com’era, davanti a tante persone e in mezzo della strada, Giacomino non aveva saputo dire le sue ragioni, appena arrivato a casa dovette fare una di quelle scene che fanno epoca, perché il giorno dopo la Bricicca, tornando colla verdura comprata in piazza, si trovò nei piedi il padre di Giacomo insieme all’altro figlio piú grande, che era stato soldato e freddo agli occhi non ne pativa. Quattro parole in croce e ben dette, senza darle il tempo di rispondere: che essi scandali non ne volevano, che se lei si pensava di mettere su quel minchione contro di loro, se lo levasse pure dalla testa, ché se un’altra volta lo vedevano tornare a casa coi vapori e con delle idee di padronanza, ci mettevano rimedio essi, in cinque minuti, e la padronanza spariva subito, e in quanto a quelli che gli soffiavano nelle orecchie era meglio che soffiassero nei loro stracci per levarci la polvere. L’aveva capita sí o no che essi ne avevano le tasche piene, e che non si lasciavano imporre né dalle piazzate, né da altro, e che se la figlia voleva dei galanti, era meglio per tutti che se li cercasse da un’altra parte? Dunque basta! E senza aver gridato, dopo il loro discorso, le voltarono le spalle tranquillamente.

La Rapallina gliel’aveva cantato in musica alla Bricicca che quel colpo di testa le avrebbe fatto piú male che bene, il signor Costante pure, e la Bricicca che s’era creduta, alzando la voce, di mettere l’uomo colle spalle al muro e di tirarselo a sé, barba soffia, restò cucinata in regola. Tutto andò a monte; nella Pece Greca Giacomino non si vide piú né vivo né risorto, e Angela non lo trovò nemmeno piú dal calzolaio dove le dissero che s’era licenziato per cercarsi un altro principale che lo pagasse meglio. Questo fu l’ultimo colpo; ci si vedeva chiaro il maneggio delle Testette, due vere teste d’asino che non si sarebbero rotte manco a batterci sopra con un martello di bronzo, e che col fratello grande dalla loro, un prepotente anche lui, erano riuscite a montare la macchina, a darle fuoco e farla scoppiare.

Cosa aveva da fare Angela, povera creatura? piangere; e la Bricicca? inghiottire amaro e sputar dolce e raccomandarsi per aggiustare la faccenda in qualche modo. Questo è quello che fecero tutte e due, e Angela ne versò tante lagrime che in una settimana era diventata pelle e ossa e pareva un’ombra; non mangiava piú, non sortiva piú, e siccome voleva lavorare lo stesso, dal gran piangere gli occhi le bruciavano appena prendeva l’ago. Tutti suggerivano a sua madre di mandarla al paese a cambiar aria e la Bricicca l’avrebbe spedita senza farsi pregare, ma lei s’era rivoltata fino dal primo momento, colla scusa che a Manassola i nonni non potevano mantenerla avendo già sulle spalle Battistina, e che se andava via non ci restava nessuno per tenere i conti e prendere le giuocate. Una scusa, perché il vero motivo era quello di non lasciare sua madre, che colla fissazione che aveva del matrimonio, sarebbe stata capacissima d’imbarcarsi in qualche brutto pasticcio, appena si fosse girato l’occhio.

Per imbarcarsi, la Bricicca s’imbarcava, questo era sicuro, ché certi sensali dell’agonia le avevano fatto diverse proposte, una peggio dell’altra, e per essere libera e far presto, metteva in moto tutta Genova: dal parroco, dal signor Costante, dalla Rapallina, andava da tutti a pregarli di persuadere i parenti di Giacomino, massime le Testette, ma né il parroco, né gli altri volevano prendersi di queste gatte da legare. Dopo quello che c’era stato, non conveniva mischiarcisi, e una volta il parroco glielo disse chiaro, che lei, alla sua età, avrebbe dovuto aver piú giudizio e levarsi dal capo certi fumi e certe idee bislacche, e capire che quando una famiglia diceva di no, era no. Cosa bella, buona, santa, maritare le figlie e, colla grazia di Dio, maritarle bene, ma quando non si poteva, non si poteva; scappato un giovine, la meglio cosa era di rassegnarsi e aspettare che il Signore ne facesse sortire un altro.

E se quest’altro non fosse sortito? Ecco il punto; e fosse anche sortito, sarebbe stato lo stesso, ché Angela, fuori di Giacomino, non voleva sentir parlare di nessuno. O Giacomino o niente. Senza farsi scorgere, senza spasimare come certe ragazze della Pece Greca che quand’erano innamorate parevano tante gatte, a poco a poco gli si era affezionata a quel bel soggetto e tanto affezionata che piuttosto di pensare a un altro, sarebbe morta. Era fatta cosí, tranquilla, di poche parole, rispettosa, ma fissa come la Lanterna sullo scoglio. Quando la domenica, tornando colla Rapallina da San Cipriano o da Belvedere, Marinetta le raccontava che lassù aveva visto Giacomino in buona compagnia, era una coltellata al cuore che le dava, e sua madre si metteva a sgranare il rosario: che lei nei panni d’Angela avrebbe voluto diventare orba e matta, ma un galante cercarselo subito, anche un lustrascarpe, perché non si potesse dire che non aveva piú trovato un albero da appiccarsi. “L’albero della morte che è il piú forte”, rispondeva Angela, “questo lo troverò sempre”.

Intanto la ruota girava, e gira, gira, dalle ciliegie eravamo arrivati alle castagne, dalle castagne ai broccoli, e Natale era venuto. Ma che Natale, santa Maria Maddalena benedetta! Un mortorio piuttosto, ché per passarlo allegro e contento come lo passano tutti, c’erano troppi fastidi di cuore e di tasca, troppa bile in corpo.

Già da due mesi, giusto dopo i Santi, la Bardiglia non aveva avuto il coraggio di impiantare anche lei nella Pece Greca un banco di verdura, a due passi dalla Bricicca? Malignità e nient’altro, per la faccenda del seminario che le avevano preso, e nella Pece Greca lo capivano perfino le galline che era malignità vera, perché la Bardiglia di fare la bisagnina se ne intendeva tanto come di fare cappelli da prete e la roba la dava giú, quasi regalata, che pareva presa di contrabbando. A vendere in quel modo finiva per lasciarci l’anima, naturale, ma purché il suo punto andasse avanti, alla perdita non ci badava, e le persone compravano da lei ché ci avevano la loro convenienza, e la Bricicca a guardare colle mani sulle ginocchia e col rodimento interno di vedersi marcire nelle ceste quella poca verdura. Prima, nella Pece Greca non ce n’era nessun’altra come lei per gridare tutto il giorno la mercanzia e chiamar la gente che venisse a comprare, ora teneva la bocca cucita, ché tanto sarebbe stato lo stesso. Cosa volete che gridasse, possiate anche voi farvi santi? un arcibecco che vi spacchi?

E al signor Costante, quando veniva, gli diceva che cosí non poteva durare e che pensasse lui a metterci rimedio, ma il signor Costante, rispondendo sempre di sí, rimedi non ne trovava mai, sicché la Bricicca era tentata di dar ragione alla Rapallina quando questa pretendeva che quel brutto barbone non coprisse altro che una faccia falsa.

Fino dall’estate, dopo una grande amicizia, la Rapallina e il signor Costante erano diventati cane e gatto, chi diceva per la sorella di lei che era scappata dal marito, chi diceva per lei stessa in persona che, conosciuto il signor Costante, l’aveva quasi rotta col parrucchiere del Pontetto e poi era rimasta burlata, insomma affari scuri, e le cose erano arrivate al punto che essi non si parlavano piú e dietro la schiena si leggevano la vita continuamente. La Bricicca, per non guastarsi con nessuno dei due usava politica, anzi sarebbe stata contenta di accomodarli di nuovo; al signor Costante i suoi torti glieli dava, ma quando la Rapallina veniva a contarle che era questo, che era quello, che metteva Marinetta sul candelliere per farsi col tempo una vigna, non voleva crederle e gridava scandalizzata che era impossibile. – Impossibile!? e gli occhi dove gli aveva la Bricicca? Date da bere al prete ché il chierico ha sete, e il signor Costante beveva lui, domandando pel chierico, e non c’era uno che non avesse mangiato la foglia; bastava interrogare le persone, Angela per la prima. Fortuna che Marinetta teneva colla Rapallina, ché se avesse tenuto con quell’altro, oppure fosse rimasta lí come sua madre, né di me né di te, addio signori!

Da un Natale all’altro, Marinetta era venuta su come un trionfo. Che avesse solo quattordici anni appena compiti, nessuno voleva crederlo; bianca e rossa, piuttosto grassotta, se non era ancora del tutto quello che si dice una donna da marito, cominciava a dare nell’occhio e vicino a lei che era una mela granata, Angela pareva una castagna secca. I signori delle Strade Nuove e dei Ferri della Posta, vedendola passare, Marinetta, piena di salute, pulita, colla sua veletta aggiustata bene in testa e la frangetta di capelli incollata sul fronte, si mettevano a fare da merli, zt, zt, voltandosi a guardarla dopo che era passata, e se avesse dovuto rispondere a tutti i complimenti che sentiva, sarebbe stata fresca. Nella Pece Greca si vedeva di rado perché da un certo tempo aveva messo giudizio e capito che il meglio era di profittare della sua arte, ma quando compariva, i giovinotti trovavano subito un pretesto per parlarle, e la domenica, mentre giuocavano alla palla nella strada, qualche burletta gliela dicevano volentieri, e lei alla burletta ci stava, e i maligni, ché dei maligni ce n’è sempre, s’erano sognati che ci fossero già dei mezzi innamoramenti per l’aria, sicché il signor Costante veniva dalla Bricicca, invetrato e coll’anima inversa.

Si poteva sapere cosa le aveva fatto lui a Marinetta, che lo schivava come le pistole corte? lui, va bene, aveva promesso di occuparsene e di tirarla su, ma se ora che era venuto il momento buono, non gliela lasciavano produrre, se non poteva mostrarla a quelle persone di riguardo che l’avrebbero messa alla luce del mondo, tanto valeva grattarsi le ginocchia per farne della polvere da schioppo. Lo pigliavano a calci, ecco il pagamento, dopo tutto quello che aveva fatto per pura carità! Volere o non volere, il lotto alla Bricicca gliel’aveva impiantato lui, e senza contare i regali, perché alla roba regalata ci pensava come alla sua prima camicia, se Marinetta aveva potuto prendere la comunione, lui c’era entrato per qualche cosa. C’era entrato o non c’era entrato? E siccome la Bricicca, sulle spine, cercava di persuaderlo e di scusare Marinetta, il signor Costante Marinetta la compativa, sapeva benissimo che essa girava come volevano che girasse e che lí sotto c’era la zampa del gatto, ma allora il meglio era di sposarla subito col primo rompicollo, giacché cominciava a fare il bocchino con tutti, o spedirla a Manassola, da Battistina, cosí tutto era finito. E lui se ne lavava le mani, ché in fondo chi ci perdeva erano gli altri, non lui; però se lo toccavano nel punto debole, anima di legno! al gatto gli tagliava la coda senza tanti discorsi; e gli levava anche la pelliccia per farsene una berretta!

L’imbroglio era che la Bricicca doveva tenerselo caro il signor Costante e dargli delle buone parole, per via del seminario; se gli saltava di pigliarglielo, lei era una donna persa, ché quell’inverno, delle giuocate se ne facevano molte, e raspare, poco o tanto si raspava. Tutto il venerdì e gran parte del sabato fino ad un’ora o alle due dopo il mezzogiorno, veniva gente col terno, coll’ambo, coll’estratto, e Angela che annotava i numeri, il suo da fare ce l’aveva; dippiú bisognava stare bene attenti, ché se per combinazione fosse passata una guardia o una spia, Dio liberi. Il sabato sera il signor Costante ritirava note e denari per portarli al principale, il lunedì mattina tornava col denaro delle vincite, ma era già successo diverse volte che certe vincite non aveva voluto pagarle, colla scusa che i numeri erano stati annotati male, e la Bricicca per non fare scandali e pubblicità, aveva dovuto mettersi le mani in tasca e sborsare del suo. Il signor Costante era al coperto, gettava tutto sulle spalle del principale, però si sapeva che pei pagamenti piccoli aveva carta bianca, e il principale, sebbene nessuno lo conoscesse, per sentir dire era una bravissima persona, ricco come il mare, che a Genova e in riviera aveva piú di cinquanta donne che tenevano il giuoco per conto suo, e non si abbassava a rubare ai poveri quei pochi franchi guadagnati.

IX

Un sabato mattina che Angela, né meglio né peggio di salute, anzi, per dire la verità, piuttosto meglio, era andata a rendere un po’ di lavoro, Pellegra venne di buon’ora dalla Bricicca a giuocarsi un terno secco: 6, 9, 60. Quella settimana tutti giuocavano gli stessi numeri che erano i numeri di quella serva sul piano di Sant’Andrea che la domenica prima era stata strangolata dai ladri, mentre i padroni erano al teatro e lei sola in casa; a Genova non si parlava d’altro. La Bricicca arricciò il naso. Non ci credeva a quei numeri, tutti li giuocavano, ma lei non ci credeva: il 6 – la serva – era già sortito due volte di fila, e gli altri – la corda e i ladri – quando in generale tutti se li aspettavano, giusto per qualche impiccamento di questo genere, insieme non volevano mai venire; l’uno o l’altro, ma insieme no. Numeri buoni erano il 18 e il 48, che glieli aveva dati il frate della Madonnetta, e quel giorno stesso, passando davanti all’Ospedale, lei coi suoi occhi aveva visto entrar dentro una donna con una coltellata nella gola, che versava sangue da tutte le parti come un Gesù Nazzareno. Sangue e coltello, 18 e 48, numeri tanto sicuri che le pareva già di vederli stampati sul listino delle otto ruote.

Per lo piú la Bricicca i consigli se li teneva per sé e pigliava i numeri che le davano, senza metterci la sua salsa, ma con Pellegra era un altro affare. Dopo che in un certo pasticcio di polizze del Monte e di denari imprestati, avevano fatto comunella insieme e una aveva spalleggiato l’altra pèr dare addosso alla Bardiglia, erano diventate amiche, Pellegra portava ai sette cieli la Bricicca, la Bricicca guai toccarle Pellegra, servizi, piaceri, confidenze, insomma un’amicizia tra loro due che non la spartivano neppure i sassi, e Pellegra, che per gli intrighi era quella che Dio fece, giusto allora s’intrigava colle mani e coi piedi per trovare un uomo alla Bricicca, che le tirasse su il cuore. E l’aveva trovato l’uomo, un fornaio, vedovo, ancora di buon’età, senza figli, quello che ci voleva, ma c’erano delle difficoltà: punto primo, era fratello della Bardiglia; punto secondo, se si arrischiava a dire di sí e a sposare la Bricicca che per tante cose gli andava a genio, Angela e Marinetta in casa non se le pigliava; dal momento che lui figli non ne aveva, non voleva nemmeno quelli di sua moglie. E qui ragionava da persona seria, dargli torto non si poteva, e la Bricicca che lo capiva anche lei, domandava colle mani giunte che le dicessero un poco la maniera di levarsele dalle spalle le figlie! I mariti per Angela erano giusto lí che filavano e se la ragazza era riuscita a trovare finalmente la bottega dove Giacomino lavorava e discorreva di nuovo con lui, di nascosto perché le Testette non venissero a saperlo, tanto e tanto al matrimonio era inutile pensarci finché il galante non avesse avuto il coraggio di mostrare i denti ai suoi di casa. E Marinetta? imballarla pel paese; ma già lei non ci sarebbe andata, e ci fosse andata, nessuno l’avrebbe voluta, ché il suocero era in letto dal principio dell’inverno e stentava a mantenere Battistina, figuriamoci Marinetta! Voleva saperlo Pellegra, come sarebbe andata a finire? Sarebbe andata a finire a questo modo: ton, ton; – chi c’è? – io; – e senz’altro, alle due figlie si sarebbe aggiunta anche Battistina, morta di fame, colla notizia che il nonno era partito per l’altro mondo e la nonna non poteva piú darle da mangiare; ecco come sarebbe andata a finire.

Dunque quel sabato mattina, la Bricicca ai numeri della donna strangolata non ci credeva e se fosse stata cosí certa di guadagnare centomila franchi com’era certa che di quei numeri non ne sarebbe sortito neppur uno, avrebbe potuto comprarsi il palazzo del marchese Durazzo e fissarlo subito. Pellegra non era buona a decidersi, e intanto, siccome il tempo era bello e non faceva freddo, aiutava la Bricicca a mettere fuori del portichetto, lí sull’angolo della casa, il banchino colla verdura. Quanto costavano i broccoli? La Bardiglia li dava a otto centesimi l’uno, ma ci perdeva di sicuro, ché sulla piazza di San Domenico li aveva visti lei a due palanche e piú piccoli, magri, magri, piú foglie che polpa. I denari la Bardiglia doveva trovarli in mezzo della strada, oppure c’era qualche anima buona che glieli regalava, perché i maschi non guadagnavano niente, le figlie ancora meno, e le spese che faceva, nella Pece Greca non le faceva nessun’altra, e la casa l’aveva piena di grazia di Dio; bastava guardare i lenzuoli appesi alle finestre, le camicie da uomo e da donna, le sottane, i corpetti di lana, tutta roba nuova e roba fina. “Roba di casa del diavolo”, borbottava la Bricicca guardando lassù i lenzuoli e i corpetti messi fuori ad asciugare, “ce ne accorgererno al friggere se saranno pesci o anguille!” E arrabbiata, buttava la verdura. nelle ceste ammaccandola tutta, e pel gran bisogno di sfogarsi se la prendeva anche con quel povero spazzino civico che intanto puliva la strada, lento come una tartaruga; ché mentre da lei veniva appena qualche donnetta a comprare un soldo di prezzemolo e di basilico, quasi dirimpetto vedeva la Bardiglia affaccendata, che non le bastavano le braccia per servire gli avventori.

Capitò un momento Marinetta, ma tocca e leva, il tempo di tirar giù un franco a sua madre, e via di corsa. Dopo che ci si era messa d’impegno, aveva da andare in tante case, e signore da pettinare ne aveva trovato tante, signore di quelle vere, che stentava a contentarle tutte, e se col guadagno, invece di spenderselo addosso, avesse dato un aiuto alla famiglia, sarebbe stato un bel vantaggio. Fra le altre, dal mese di dicembre pettinava una ballerina del teatro Carlo Felice, capricciosa e matta come una cipolla, ma brava, veramente brava, di buon cuore e piena di religione, ché nella sua stanza, sul comò, un quadretto della Madonna lo teneva sempre; ebbene, questa ballerina a Marinetta ci si era cosí affezionata che non la lasciava piú andar via e non finiva mai di raccontarle le sue disgrazie: che di nascita era nobile e suo padre una volta aveva a Milano una paga grossa dal governo e ora se ne stava in Grecia, e lei l’avevano fatta ballerina per forza, ma era troppo stanca di quella vita infame, e terminata la stagione al Carlo Felice, sarebbe andata a Costantinopoli da suo padre; un poco diceva Grecia, un poco Costantinopoli. Siccome sul principio, profittando dell’occasione, a Marinetta le era venuto in mente di dirle che l’aiutasse a entrare nel collegio di quelle che volevano farsi ballerine, lei prima s’era messa a ridere forte forte, ché a quattordici anni, con tanta carne addosso, il ballo non s’impara piú poi le aveva dato il consiglio da amica di partire piuttosto insieme per Costantinopoli dove esse due avrebbero aperto un negozio di qualche cosa, e l’idea del teatro lasciarla andare perché la vita delle ballerine era la peggio di tutte le vite, inventata dal diavolo apposta per fare le ragazze peggio delle bestie e bisognava esserci dentro per figurarsi quello che toccava soffrire. Cosí, sentendosi tanto intronare la testa, Marinetta al ballo ci aveva rinunciato una volta per sempre, altro che certi momenti, quando le lune giravano a tramontana, pestava i piedi e veniva fuori coll’antifona che voleva andare a Costantinopoli.

La Rapallina, se fosse stata sua madre, l’avrebbe lasciata partire, ché lei alle cose nuove ci stava sempre, ma Pellegra le diceva se era matta, e giusto quel sabato discorrendone colla Bricicca, si meravigliava che una donna come la Rapallina mostrasse cosí poco criterio. Quello che non aveva mai avuto, la Rapallina non poteva mostrarlo, brontolava Angela tornata allora, e poteva darsi la mano col signor Costante, ché fra tutti e due erano stati essi che di Marinetta ne avevano fatto quello che ne avevano fatto, una capricciosa col pepe e le spezie, e senza religione, che era una vergogna.

Quella mattina Angela doveva avere le corna inverse, perché di solito non diceva male di nessuno e di Marinetta meno degli altri, anzi la portava su alta e la compativa sempre, ma quella mattina non era piú lei, se la pigliava con tutti, agra come un limone; non poteva star ferma, un poco nel portico, un poco nella strada, si levava la veletta, se la metteva di nuovo, e dovendo scrivere i numeri delle donne che venivano a giuocare, non aveva in bocca tanta saliva da bagnare la punta del lapis e i numeri li capiva male e li scriveva peggio, oppure voleva per forza cambiarli e scrivere quelli che le piacevano a lei, tanto che attaccò questione colla Linda, la figlia della Bardiglia. La Linda non era farina da far ostie, e dopo che sua madre colla Bricicca non si parlavano piú, veniva apposta per pungere, e la lingua la teneva affilata come una lancetta; ma questa volta il torto era d’Angela, che a Pellegra e alla Bricicca giurava di non aver niente, eppure per essere così diversa dal solito, qualche verme grosso sul cuore doveva averlo.

All’ultimo, dopo che Pellegra se n’era andata, lo cacciò fuori il verme, piangendo come un’anima del purgatorio: sicuro che avea qualche cosa.! aveva che quella mattina Giacomino in bottega non s’era visto, e il principale e gli altri garzoni le avevano detto che era andato a passare la notte in una festa da ballo nel vicolo dritto di Ponticello. Doveva essere contenta e mettersi a ballare anche lei? Se era andato alla festa da ballo voleva dire che s’era trovato una compagnia, e se s’era trovato una compagnia voleva dire che lei non contava piú nulla, e dopo tanti patimenti il galante l’aveva abbandonata per un’altra. Cosa serviva parlarsi di nuovo e vivere di speranza, se poi lui l’ingannava cercandosi delle altre amorose? Ecco perché era diversa dal solito e si sentiva mangiare l’anima dal disgusto.

Le altre amorose non c’erano e non ci potevano essere, e la Bricicca si sforzava di ragionarla, ché insomma per un giovinotto andare nel carnevale a una festa da ballo, non voleva dir niente, ma Angela non si lasciava persuadere a nessun modo; era il tradimento quello che non poteva soffrire; se Giacomo le avesse detto chiaro che aveva cambiato idea, pazienza, ma il tradimento, no! E testarda, batteva sempre la stessa musica, disperandosi. Sua madre non riuscí neppure a mandarla su in casa a far colazione, ché era tosto mezzogiorno e a stomaco vuoto il mal di cuore si sente ancora di piú, e sopra, vicino al fuoco, c’era il caffèlatte nel pignattino che l’aspettava. Un poco prima era arrivata una lettera da Manassola, nella quale Battistina scriveva che un prete l’aveva messa provvisoriamente nell’ospedale come serva delle monache, e Angela sentendo nominare le monache, giurava che voleva farsi monaca, cosí almeno sarebbe finito tutto. Al punto com’era non le restava che prendere il Signore colle buone, e non c’era piú altri che il Signore che potesse aiutarla.

Dopo ch’era legata in oro colla Bricicca, Pellegra andava e veniva tutti i momenti. Tornò sul mezzogiorno, e per non avere rimorsi diede ad Angela, che glieli giuocasse in due biglietti, ambo e terno, i numeri della donna strangolata e quelli del sangue; se i numeri non fossero venuti, la colpa non sarebbe stata sua, ché questa volta, crepi l’avarizia, rischiava mezzo franco per biglietto, e per metterli insieme i denari, nella mattinata ne aveva fatto dei passi, da Ponzio a Pilato, dal parroco alla signora della Misericordia! Mentre la Bricicca le raccontava di Angela, che facesse un po’ lei il piacere di capacitare quella sciocca e di levarle i chitarrini dalla testa, e Angela se ne stava a sentire in fondo del portichetto, seduta sulla scala, senza parlare, cogli occhi fissi sul lastrico a contare i mattoni, ecco una delle figlie di Pellegra, Carlotta, arrivare di corsa, con un palmo di lingua fuori. Sua madre, Angela, la Bricicca, non sapevano niente? brave! non sapevano niente? Giacomo s’era preso cinque o sei coltellate nella pancia, nello stomaco, e l’avevano portato all’ospedale!

Angela, che appena sentito il nome di Giacomo si era alzata in piedi, gridò: “bella Madonna cara!” e cadde in terra, giú come uno straccio: un miracolo se non si spaccò la testa sugli scalini, perché con un colpo cosí avrebbe dovuto spaccarsela e restar secca. Invece di tirarla su, le donne si misero a urlare tutte tre insieme, ma tirarla su era niente, bisognava farla rinvenire e non c’era nemmeno un po’ d’acqua da gettarle sulla faccia, e la Bricicca, vedendola cogli occhi stralunati, dura come un pezzo di legno, gridava che sua figlia era già morta, e uscita fuori in mezzo della strada, che pareva una matta, chiamava gente per amor di Dio! Tutto questo fu l’affare d’un momento, subito ne venne fuori tanta gente dalle botteghe e dalle case, che se fossero piovuti marenghi d’oro nella Pece Greca, non avrebbe fatto cosí presto, e si ammucchiò davanti al portichetto. Cosa succedeva? Si bastonavano? Si ammazzavano? chi era morto? Sempre urlando, la Bricicca faceva un imbroglio di coltellate, d’Angela, di Giacomino, che nessuno la capiva, e Carlotta perdeva il fiato a contare che lei era in via Giulia, lí dalla scaletta dove ci sono le gabbie dei pappagalli, e una cugina delle Testette l’aveva fermata per dirle cosí e cosí, e lei era venuta di fuga a portare la notizia.

Intanto Pellegra e quei pochi, uomini e donne, che avevano potuto entrare nel portichetto, s’erano messi intorno ad Angela per farla tornare in sensi, fregandole le mani e bagnandole la faccia con acqua e aceto che una vicina era andata a prendere. Chi se ne intendeva di piú era Bastiano, il fratello della Bardiglia, venuto uno dei primi, e anche lui tutto in faccende: roba da ridere, mali di donne, che passavano subito; c’era bisogno di gridar tanto per uno svenimento? ci voleva dell’aria e nient’altro; in un luogo cosí stretto, con tante persone addosso che la soffocavano, come faceva la ragazza a respirare? bisognava levarla di lí e portarla su in casa, altrimenti fregavano fino a domani e finivano per ammazzarla. Ecco come si doveva fare: e tiratesi su le maniche, la prese sotto le ascelle, lo spazzino civico pei piedi, e fra essi due l’alzarono come una piuma, facendosi largo in mezzo alla gente.

La Bricicca che s’era calmata un poco, ad un tratto, mentre saliva le scale con Pellegra per accompagnare sua figlia in casa e metterla a letto, si fermò sul primo pianerottolo, colle mani sui fianchi: 18 e 48, sangue e coltello, aveva ragione o non l’aveva di crederci a quei due numeri? Pellegra rispose di sí, che i numeri dovevano sortire per forza dopo quello che era successo e che anzi lei ci avrebbe aggiunto volentieri l’86, l’abbaco dell’uomo ferito e del pane. L’uomo ferito si capiva, in quanto al pane la Bricicca non vedeva cosa ci avesse da fare in quella cabala, ma Pellegra glielo spiegò subito: il pane, sissignora; non era stato il fornaio quello che pel primo era venuto ad aiutare Angela e sulle braccia l’aveva trasportata in casa? 18, 48, 86, terno secco e sicuro, da giuocarlo senza scrupolo. E salendo le scale, che a salire in cima sotto i tetti dove stava la Bricicca era un viaggio in paradiso, cominciò a parlare di Bastiano, sottovoce perché le persone che venivano dietro non sentissero. Era cotto l’uomo, era cotto al suo vero punto e non restava piú che da tirarlo su con politica; se si fosse trattato della figlia d’un’altra, prima di muoversi ci avrebbe pensato due volte, invece era corso subito sul momento a portare aiuto, e questo era segno che aveva paglia in becco e che era pieno di buone intenzioni; no? L’affare si metteva bene, tutto stava a saper prendere, come si dice, il genovese caldo.

Mentre il fornaio e gli altri che l’avevano portata sopra, distendevano Angela sul letto, la Bricicca per prendere il genovese caldo, si mise di nuovo a urlare, appena entrata in casa, peggio che se la spellassero. Il male è che siccome Bastiano quello che doveva fare l’aveva fatto e rompimenti d’anima non ne voleva, invece di compatirla se ne andò via senza manco guardarla, accendendosi la pipa. Sulla scala glielo disse a Pellegra, che la Bricicca era una brava donna e tutto quanto, ma a lui le convulsioni delle donne gli facevano venire il latte ai gomiti e bisognava che scappasse.

Piú tardi, quando Angela già era tornata in sensi e a tutti i conti voleva saltare giù dal letto per andare da Giacomo, venne la Rapallina, venne Marinetta e un poco dopo il signor Costante. La Rapallina sapeva già tutto; non c’era mica da disperarsi tanto, non c’era mica! Si sa, uscendo dalla festa da ballo un po’ di vino in corpo l’avevano tutti, Giacomino come gli altri; due amici della comitiva s’erano presi a parole e avevano tirato fuori i coltelli, lui pel suo buon cuore aveva voluto spartirli, e tra il vino, tra che non ci si vedeva, gli era toccato nel braccio un taglio da ridere; non poteva nemmeno dirsi una coltellata, un taglio sulla pelle, grosso come l’unghia, e dopo due giorni non ci sarebbe rimasto neanche piú il segno. Ma Angela gridava che non era vero niente, che volevano ingannarla per non dirle che Giacomino era morto, e si dava degli schiaffi e faceva dei salti sul letto come una palla di gomma, che se non l’avessero tenuta ferma in cinque o sei, si sarebbe buttata dalla finestra.

Il signor Costante secondo il suo solito sbuffava nel barbone; era venuto per riscuotere le giuocate e invece, lui che era cosí nervoso e le scene non poteva soffrirle, si trovava a dover tenere per le braccia una matta furiosa, che sarebbe stato meglio portarla dritta al manicomio, dal signor Verdona. Per quel sabato, di regolare i conti non se ne parlava, la Briciccaa aveva la testa a caccia piú di sua figlia, e stiamo a vedere che in quel bosco di Baccano s’erano perduti i pezzetti di carta dove Angela segnava i numeri. Se si erano perduti, lui era in un bell’imbroglio! senza denari e senza carte, al principale cosa gli portava? E la brutta figura chi la faceva, per bacco baccone?

Queste cose le borbottava a mezza voce. Del resto, diceva anche lui che era tempo di venire a una conclusione e cantar chiaro alla famiglia di Giacomo che per Angela era questione di vita o di morte. Dal momento che essa voleva Giacomo, Giacomo, Giacomo, e moriva se non glielo davano, colle buone o colle cattive bisognava darglielo, che se lo tenesse stretto e finisse di far venire i vermi alla gente. Non c’era uno capace di prendere le Testette e obbligarle per l’osso del collo a lasciare che un galantuomo sposasse quella che gli comodava? Lui non le conosceva nemmeno di vista, ma se le avesse conosciute!… – Pellegra fece la proposta di parlarne alla signora della Misericordia che aveva delle doti da distribuire alle figlie povere; se Angela riusciva a ottenere una di queste doti, tanto da poter stare all’onore del mondo, se qualche benefattore s’incaricava di ragionare le Testette e ungerle un poco, le Testette diventavano buone come il pane, perché anch’esse, con tutto il loro naso e la loro prepotenza, quando, per combinazione, avevano uno scudo, gli accendevano due candele di qua e di là e diventavano subito morbide. Tutto stava a trovarlo il benefattore disposto a ungere le Testette, ma il signor Costante se ne incaricò lui; in quanto a questo sapeva dove mettere le mani e si provava ancora una volta a far dei piaceri, pel gusto d’essere ringraziato a uso Bricicca, Marinetta e compagnia, che sapevano ringraziarlo cosí bene!

Verso notte Pellegra uscí un momento per sapere che numeri erano venuti: dei suoi neppur uno, né quelli dell’uomo ferito, né quelli della donna strangolata. Quando si dice non aver fortuna! se per la donna strangolata avesse giuocato il 39 e il 41 che erano i due veri numeri da giuocare, l’ambo almeno l’avrebbe preso, invece aveva fatto un’altra cabala e vatti a far leggere. Ma questo era niente; erano sortiti tutti cinque chiari e lampanti i numeri d’una signora di via Caffaro che Marinetta andava a pettinare e che il venerdí aveva partorito due gemelli, maschio e femmina, a mezzogiorno in punto. Anni della signora, venerdì, mezzogiorno, i numeri precisi erano venuti tutti e bastavano tre soli per guadagnarne tanti denari da non sapere piú dove metterseli, ma chi ci aveva pensato a giuocarli? Cosa gli sarebbe costato a quello lassù di guardarla, lei Pellegra, da un buco del Paradiso, e farle nascere l’ispirazione santa di portare quei numeri a un banco del lotto, non alle solite donnette, proprio al banco del governo e arrischiarci sopra magari un marengo? Non ci sarebbe costato niente a quello lassù, ma non aveva voluto farlo, e gratta tu che gratto io, grattamento generale.

X

C’era di buono che Pellegra entrava da un liquorista e i dispiaceri li scrollava come le pulci. D’inverno perché aveva freddo, d’estate perché aveva caldo, il mattino per mettersi qualche cosa nello stomaco vuoto, la sera per digerire quel poco, un bicchierino di acquavite ci stava sempre, e tra lei e suo marito che il petrolio l’aveva in cima di casa anche lui, si condivano per le feste. Se uno era Cicchetta, l’altro era il mio cuore, uno non faceva torto all’altro, tanti ne venivano tanti se ne andavano, e avanti la fame, ché per la sete ci pensavano essi. La signora della Misericordia doveva avere il naso tappato perché non s’era mai accorta di niente, ma gli altri il vizio di Pellegra lo sentivano un miglio da lontano, e quando lei si raccomandava ai benefattori colla sua aria di santificetur non me ne imbarazzo, e prometteva che avrebbe sentito una messa pei loro morti, ce n’era di quelli che glielo dicevano sulla faccia, che lei messe non aveva bisogno di sentirne perché ne celebrava piú di venti al giorno.

Basta, lí dai quattro canti di Portoria, uscendo dal liquorista, vide fermo, sotto un lampione, il signor Costante che studiava a memoria il bollettino delle otto ruote, fresco, fresco. Si misero a discorrere: se era buona a star zitta, a non parlarne con nessuno, veramente con nessuno, lui le diceva una cosa: voleva sapere da chi se l’era presa la coltellata, Giacomo? dal Parrucchiere del Pontetto, l’amico della Rapallina. Il signor Costante lo sapeva in modo positivo e sapeva anche che la questione era venuta giusto per la Rapallina. Le sue informazioni non sbagliavano mai, il Costante parlava poco, ma parlava bene, e quando diceva una cosa, era lo stesso come se l’avesse detta la Gazzetta Ufficiale. Francamente, la Rapallina coi suoi annetti sulle spalle, una bella figura non ce la faceva, e invece di andare a ballare e di dar la corda ai figli di famiglia, come Giacomo, che avevano ancora il latte in bocca, avrebbe dovuto chiudere l’armadio e portare la chiave al Municipio per levarsi le tentazioni. Era uno scandalo; il marito, mezzo scemo, non vedeva niente, non capiva niente fuori delle sue scatole di cartone e stava delle settimane intiere senza sortire di casa, lei e il parrucchiere si attaccavano e si distaccavano tutti i momenti come le mosche di Milano, e fin qui dovevano pensarci essi, ma arrivare al punto di mettere le budella in mano a un povero giovine che non sapeva neppure se il pane gli facesse bene, passava i limiti; a che giuoco si giuocava, Cristoforo!?

Colla bocca aperta, Pellegra stava a sentire il signor Costante e gli dava tutte le ragioni del mondo, e camminando insieme su per Ponticello voleva tirargli fuori da chi le aveva sapute queste cose, ma il signor Costante faceva il prezioso e tornava a battere sulla Rapallina. Era contento che fosse andata cosí; la Bricicca avrebbe visto chi era il vero amico, essa che si lasciava mettere su contro di lui dopo i servizi che le aveva reso, e l’avrebbe visto da lí a pochi giorni quando fosse riuscito con dei buoni argomenti, solidi e persuasivi, a levare lo scoglio delle Testette. L’amica sarà stata la Rapallina, nevvero, vecchia come il cucco, che cercava i bocconi teneri, impipandosi prima del marito, che da un occhio non ci vedeva e dall’altro era guercio, e uccidendo a tradimento una povera creatura mezza tisica? Meglio aver da fare con dei galeotti, ché i galeotti almeno si sa che sono galeotti e le persone oneste stanno sul guardavoi!

Gli faceva piacere al signor Costante d’avere incontrato Pellegra, per potersi un poco sfogare. All’ultimo degli ultimi, gli scappava la pazienza! Lui insomma aiutava tutti senza far figli e figliastri e Pellegra era testimonio che in tasca non gli veniva un soldo. – Voleva mettersi un po’ di caldo nello stomaco, Pellegra? Senza complimenti, un bicchierino, colla tramontana fredda che soffiava, non poteva rifiutarlo. Brava donna, Pellegra; si conoscevano da antico, lei capiva subito le cose, lui aveva il cuore in mano – lo dicevano tutti e lo diceva anche lui perché era la verità – e sarebbero andati insieme d’amore e d’accordo; una donna che le si potevano fare delle confidenze, senza paura di essere compromessi. Quanti anni aveva Carlotta? bella ragazza; peccato che fosse un po’… con un occhio che guardava dalla parte di levante, e peccato che alla sua età non guadagnasse ancora quasi niente; bisognava metterla come cameriera in qualche casa grossa, con un buon salario, e se ne incaricava lui. Che ringraziamenti d’Egitto! Se ne incaricava e basta; parola del Costante, parola di re.

Il giorno dopo, nella Pece Greca fino i gatti sapevano che il parrucchiere aveva dato una coltellata al galante d’Angela per causa della Rapallina. Questo non era vero; la coltellata sí, perché trovandosi sulla festa da ballo, tanto l’uno come l’altro avevano bevuto come spugne e s’erano messi a litigare per uno straccio di serva che faceva l’occhietto a tutti e due, ma la Rapallina c’entrava come lo sbirro a goffo, ché al ballo c’era stata cinque minuti e Giacomino non l’aveva nemmeno visto, e della baruffa sapeva solo quel poco che le aveva detto il parrucchiere la mattina del sabato contando le cose differentemente da come erano successe, sicché quando le portarono la notizia che l’amico era stato impacchettato per Sant’Andrea, fu la prima a cascare dalle nuvole.

Il colpo piú secco toccò alla Bricicca e quello che è peggio, ad Angela, che col suo male non avrebbe avuto bisogno d’altre scosse, appena intesero da Pellegra il come e il perché della coltellata. La Bricicca saltò addirittura fuori della grazia di Dio, e se non fosse stato per la figlia che era lí piú morta che viva, le avrebbe dato lei alla Rapallina la medaglia di ghisa e la patente che si meritava. Lasciamo andare Giacomo che era un asino calzato e vestito e il suo castigo l’aveva avuto, ma la Rapallina, piú vecchia del cane di San Rocco, dopo tanta amicizia e tante belle parole, dopo che lei, Bricicca, le aveva messo la casa in spalla e se ne fidava piú che d’una sorella, farle un tiro cosí nero? Non c’era giustizia al mondo, ché se ci fosse stata giustizia, per una infamità di quel genere ci sarebbe voluto la forca piantata in mezzo della piazza di San Domenico, perché tutti quanti potessero assistere all’operazione! E non serviva a niente che la Rapallina, rossa come una cresta di gallo, protestasse che quello che si diceva nella Pece Greca sul suo conto era un’invenzione chi sa di chi, messa in giro per farle perdere il credito, e giurasse che voleva morire senza sacramenti se c’era tanto cosí di vero; aveva ancora il coraggio di negare il pasto all’oste col maccherone sulla lingua? Non lo perdeva piú di sicuro il credito né dentro della Pece Greca, né fuori, ché l’aveva già perso da cinquant’anni e non si ricordava nemmeno piú come fosse fatto!

Quella domenica, di andare all’ospedale a trovar Giacomino non se ne parlò; Angela era troppo senza forze e capí anche lei che non sarebbe stata in caso di mettere le gambe fuori del letto. Prima di sera venne il signor Costante, tutto allegro: aveva visto Giacomino, aveva, parlato col medico di guardia, colla monaca della sala, perfino colle Testette, e le cose marciavano sul velluto; una bella ferita nel collo, non sul braccio come aveva detto la Rapallina, proprio nel collo, sotto l’orecchia, anzi mezzo dito piú in su o piú in giú, non si ricordava bene, e felicissima notte, ma per fortuna i medici erano riusciti a stagnare il sangue, e siccome il taglio era piú largo che profondo, in quindici o venti giorni all’incirca si sarebbe chiuso, e Giacomino, fasciato stretto che pareva un bambino da latte, se lo pigliava in ridere. Se rideva lui che c’entrava piú di tutti, gli altri dovevano piangere, caramba? A proposito delle Testette, il signor Costante che gli piacevano le cose alla svelta, era entrato subito in argomento e aveva cominciato a cacciar là qualche parola, anche in presenza del fratello piú grande; alla prima botta, si sa, esse avevano fatto come il riccio che si ristringe e non mostra altro che le punte, ma non erano mica cosí intrattabili come si diceva, il fratello grande neppure, e con una corda di pasta reale si sarebbero lasciate tirare fino in California. Lui ne aveva tirato delle peggio. Purché non ci si mischiasse la Rapallina! Ma la Rapallina, dopo la Savoia che l’era toccata, non ci si mischiava e doveva starsene nella cuccia e pensare ai casi suoi e battersi lo stomaco con un mattone: oh mio caro e buon Gesù, non vi posso offender piú. – Ora si pensava ad Angela, poi si sarebbe pensato a Marinetta per metterla in grado di profittare del suo talento e del suo personale, e se prima lui non avesse avuto le braccia legate, già da un pezzo l’avrebbero vista, non si dice con carrozza e cavalli perché lui fin lí non ci arrivava, ma in posizione di farsi onore e di non aver bisogno di nessuno.

Dopo questo, aiutato da Pellegra, il signor Costante era salito di nuovo di due metri nella stima della Bricicca, però Marinetta che se l’intendeva sempre colla Rapallina, seguitava a non poterlo soffrire e ora meno che mai, e una sera che lui le offerse di portarla con Pellegra e Carlotta al Carlo Felice a vedere il Ruy-Blas, sua madre e Pellegra e Angela stessa dovettero pregarla come un santo perché si decidesse.

Quando ci fu al teatro, non avrebbe piú voluto andar via, si capisce, ma la soddisfazione di dire che era contenta, al signor Costante non gliela diede e lassù dal pollaio guardava fissa il palcoscenico, oppure le signore dei palchetti, com’erano pettinate e che vestiti avevano, senza aprire mai bocca né alle meraviglie di Carlotta che andava in estasi, né alle barzellette del signor Costante che spiegava l’opera e faceva ridere i vicini alle spalle di Pellegra carica di sonno. Pellegra era fatta cosí, bastava che sentisse cantare per restare cotta e tanto erano le litanie come la piú bella opera del mondo, che anzi all’opera non ci capiva quel che si dice niente. Dopo il primo atto il signor Costante sparí e non tornò che in tempo del ballo, un ballo con un nome strano, dove certi momenti fra uomini e donne ci saranno state in scena, a dir poco, piú di mille persone.

A Pellegra il sonno le era passato per incanto; di balli ne aveva visto un subisso nei primi anni che era maritata, quando suo marito alzava il telone al Doria, e le sembravano tutti eguali, anzi preferiva i giunchi dei cavalli, ma questo era un ballo speciale che a guardarlo ci si sarebbe stati anche morti. C’era di tutte le bellezze: una fontana d’acqua vera che saltava su all’improvviso in mezzo di un giardino, e reggimenti di soldati colle bandiere, che non finivano piú, e la prima ballerina che usciva dall’acqua senza bagnarsi e tutte le statue di marmo del giardino le faceva diventare donne vive, di carne come noi, e una torre che bruciava proprio sul serio e si vedevano i pezzi di legno infuocato che si distaccavano, e il mare in burrasca con un gran bastimento dove s’era imbarcata la figlia del re vestita da turca, e le ballerine colle ali come le farfalle, e la prima ballerina in cima della torre, che se ne stava ferma lassù colle braccia larghe, col fuoco da tutte le parti. – Marinetta si sentiva male al cuore e una grande malinconia addosso, ché anche lei, se le cose fossero andate alla maniera che dovevano andare, avrebbe potuto essere là, vestita di rosso o di bianco o di giallo, coi fiori in testa, come tutte quelle ballerine che sgambettavano allegramente. Quello che le piaceva di piú era quando di riga venivano avanti tutte insieme dandosi la mano, dondolandosi come se fossero state in barca, e alzavano a tempo la gamba come per misurare un calcio al pubblico. Colla loro faccia di letizia, le pareva impossibile che dovessero fare la vita disgraziata che si diceva; che gran disgrazia andare tutte le sere al teatro, mettersi le maglie e ballare e divertirsi? E stava attenta tenendo il respiro, e invece di rispondere a Carlotta, che era sempre lí con dei gridi e con delle domande senza sugo a tirarla per la manica, cercava di distinguere la ballerina sua amica, ma in mezzo a tante non poteva pescarla e tutte le parevano quella, poi nessuna, e diceva piano a Pellegra che si facesse dare il cannocchiale dal signor Costante, ché lei non voleva domandarglielo.

Il signor Costante esse l’avevano alle spalle, ma troppo lontano per potergli parlare, e se ne stava in piedi dietro le panche, appoggiato al muro, a discorrere con un signore. Pareva che lo facesse apposta; ogni poco Marinetta, che al cannocchiale ci teneva, girava la testa e lui fermo, e tutte le volte ecco che il signore che era con lui la fissava come se avesse voluto impararla a memoria, tanto che Pellegra e perfino Carlotta se ne accorsero. Avrebbero pagato due soldi per sapere chi era quel signore e perché era venuto in compagnia del signor Costante; laggiù in fondo, quasi nell’ombra e senza godere il ballo, si capiva che non voleva affacciarsi per non essere visto in pollaio colla canaglia, e un nobile lo era certo o almeno una persona di rispetto, coi guanti, il cilindro in mano e il cappotto nero tutto abbottonato che gli pareva cucito alla pelle, però le bellezze le aveva solo nella scorza, ché una faccia piú gialla e piú antipatica era impossibile trovarla, con quattro peli rossicci di qua e di là sotto le orecchie e la testa quasi pelata. Aveva i fanali sul naso e se li levava per pulire i vetri col fazzoletto, ma coi fanali o senza, gli occhi li teneva sempre piantati su Marinetta, che all’ultimo non poté tenersi e glielo disse a Pellegra; cos’aveva quel brutto beccamorto da guardarla tanto? E Pellegra, donna furba che sentiva l’erba nascere, non seppe nemmeno lei che risposta darle, quantunque fosse già stata avvisata a quattr’occhi in bella maniera, di non mettere i bastoni nelle ruote, anzi procurare di levarli, ché non ci avrebbe avuto niente da perdere.

Tornando a casa, Marinetta l’aveva ancora col beccamorto, e il signor Costante perdette la pazienza. Voleva finirla? un beccamorto che lei si sarebbe leccata le dita, cinque e cinque dieci, se si fosse degnato di beccarla, un signore di quelli che ai denari ci davano dei calci e non era né conte né marchese, ma tutti i marchesi di Genova e i loro palazzi se li faceva passare sotto gamba; e niente superbo, alla mano come un fanciullo, sempre pronto ad aiutare i poveri, i poveri veri, s’intende. Un po’ paolotto, questo sí, ma senza mischiarsi se gli altri andavano a messa o non ci andavano, se erano cattolici o protestanti o ebrei, e se tutti i paolotti fossero stati come lui, c’era da augurarsi che al mondo non comandassero piú che essi. – Questi elogi il signor Costante da quella sera si mise a ripeterli con molta prosopopea, aiutato da Pellegra che gli faceva il contrabbasso: Marinetta e sua madre avrebbero dovuto parlarne con rispetto di quel signore e baciare in terra dove posava i piedi, che se sapevano prenderlo pel suo verso era disposto a sborsare una somma pel matrimonio d’Angela e poi a far del bene anche agli altri che restavano in casa.

Precisamente il giorno dopo, Marinetta pettinando la sua ballerina, scoprí quel brutto scimmione in un ritratto che aveva sempre visto senza farne caso, piantato insieme agli altri nella cornice dello specchio tra il legno e il cristallo. La ballerina, che era in relazione con tanti signori per averli conosciuti al teatro o in qualche casa particolare, conosceva pure questo qui del ritratto, e incamminato il discorso, Marinetta ne intese una nuova: ch’egli pativa d’un certo male, quello che si chiama mal caduco, e l’aveva nel sangue da non poter piú guarire, e quando gli pigliava, cadeva lungo e disteso, colla bava alla bocca, urlando come una bestia e mordendo le persone che volevano aiutarlo; roba da far venire i capelli dritti, e la ballerina una volta ci si era trovata presente, proprio nella stanza, e se non avesse fatto presto a ritirarsi, coi denti le avrebbe portato via una mano, e un’altra volta le aveva messo tanta paura in corpo ch’era rimasta senza fiato per piú di quindici giorni, colla tremarella d’essersi presa anche lei quel male birbante, che è un male birbante che si attacca solo di vederlo. A queste notizie, Marinetta si sentí venir freddo, e siccome da allora in poi non era piú padrona di mettere il naso fuori senza che quel signore se lo trovasse davanti a ogni canto di strada, certe volte col signor Costante, certe volte solo, che la guardava fissa con due occhi che fulminavano come la sera del teatro, appena lo vedeva da lontano scappava colle gambe in spalla, tremando che gli saltasse il capriccio di correrle dietro per darle la caccia. Era una persecuzione! No, no, lei certi spettacoli non voleva vederli; il signor Costante e Pellegra avevano bel mostrarle il diavolo nell’ampolletta, lei non ci si lasciava pigliare, e al signor Costante, dopo un pezzo che durava quella sinfonia, finí per cantargli chiaro una ragione che le aveva insegnato la Rapallina: che della sua pelle era padrona lei e alla sua pelle ci teneva piú che alle vignette degli altri; se capiva, bene; se non capiva, andasse a farselo spiegare dal vescovo Magnasco!

XI

Altro che capire! oggi una, domani un’altra, il signor Costante capí che l’osso era piú duro di quello che credeva. O prima o dopo avrebbe finito per rosicchiarlo l’osso, in quanto a questo non ci pensava neppure, ma ci voleva tempo e giudizio, e lui invece aveva fretta e Pellegra piú di lui. Essa alla fine dei conti cercava di aiutarsi come poteva e gli scrupoli li lasciava a casa sotto il letto, perché capiva bene che scrupoli o non scrupoli, all’inferno ci sarebbe andata lo stesso, e andarci per un motivo o per un altro, un poco piú su o un poco piú giú, era tutt’uno e tanto valeva non farsi del sangue marcio in questa vita. Cosa diceva il padre Fontanarosa, quello che predicava col mazzo di carte nascoste nella manica, e in convento si dava la disciplina picchiando forte, all’oscuro, sulla schiena degli altri frati? Diceva cosí: “per tribolare di qua e di là, cari fratelli, godiamocela di qua”.

Ma se da una parte la fretta non serviva e si andava al passo delle marcie funebri, dall’altra non si perdeva tempo; mentre Angela in casa e Giacomo all’ospedale, piano piano si tiravano su, Pellegra e il signor Costante, d’accordo come due muse, guadagnavano terreno colle Testette.

Prendendole pel loro verso con buona maniera e interessandoci la Madre Superiora delle monache dell’ospedale, erano già riusciti a cambiarle dal giorno alla notte, però esse addirittura di sí non l’avevano ancora detto, ché dopo averla tenuta ai denti per tanto tempo e aver fatto andare avanti il loro punto, solo per la rabbia di non essersi ancora maritate, gli pareva di disonorarsi in faccia alla gente se avessero ceduto. In quanto al padre e al fratello grande, il signor Costante che li aveva conosciuti al letto di Giacomo e c’era entrato nelle grazie perché, volere o non volere, si vedeva subito la persona di mondo e il galantuomo, li aveva quasi messi nel sacco con qualche bicchiere di vino e colla parola d’onore di fare ammettere all’ospedaletto dei cronici la madre idropica da cinque anni, che tra medici, medicine e operazioni, costava da lei sola piú di tutti gli altri messi insieme. Non lo capivano, minchioni che erano, che se lui ci teneva a quel matrimonio, essi avevano tutto da guadagnare e niente da perdere? Negli affari privati delle persone lui non ci si mischiava, era il suo sistema, ma se ci si mischiava lo faceva pel gran desiderio di rendere dei servizi, e quando un affare gli passava per le mani, prima d’incamminarlo voleva vederci dentro, e se non era con tutti i sacramenti se ne liberava subito, e qui i sacramenti c’erano tutti sette, che li garantiva lui.

La mattina di domenica grassa, la Bricicca che c’era già stata due volte con Pellegra, tornò dalla Madre Superiore dell’ospedale a raccomandarsi, e si portò Angela, che stava in piedi a forza di puntelli, perché la monaca vedesse com’era ridotta. Nel salire lo scalone di marmo, pensando che lí a quattro passi Giacomino era in un letto, colla gola tagliata, e lei non poteva parlargli e nemmeno vederlo, ché le Testette nelle ore di parlatorio non lo lasciavano mai, Angela aveva creduto di rotolar giù fino in fondo, tanto le si era oscurata la vista, sicché appena la Madre Superiora se la vide davanti pallida e tirata che pareva l’imagine della morte, per un momento credette che fosse un’inferma scappata fuori del letto. La Bricicca gliene aveva parlato, ma che fosse ridotta a quel segno non l’avrebbe creduto se non l’avesse vista! E le fece portare una tazza di caffè, che anzi Angela e sua madre erano mortificate di darle tanto disturbo, e stette a sentire i loro sfoghi con pazienza proprio da religiosa com’era, e all’ultimo si alzò risoluta: “bisogna che la finisca io!”. Si vede che in quel momento il Signore le mandò una buona ispirazione perché chiamò subito una monaca e le disse di guardare se nella sala chirurgica Santa Caterina, vicino al numero 15, c’erano le due sorelle Tribuno, e se c’erano, di accompagnarle sopra subito.

Quando dalla porta le Testette videro la Bricicca e Angela, diventarono bianche come la carta da scrivere, ma la Madre Superiora le fece entrare e senz’altro cominciò a ragionarle meglio d’un predicatore: che era, tempo di fare la pace e che lei non le lasciava piú sortire dalla sua stanza se non la facevano. Trovavano qualche cosa da dire sul conto di Angela? parlassero pure; non era brava e timorata di Dio, soda e tutta di casa? volevano per cognata una di quelle come ce n’è tante al mondo, piú del diavolo che della Madonna, che portano la rivoluzione in famiglia? Da una parte la madre della ragazza, dall’altra il padre e la madre del giovine erano contenti, ed esse che appartenevano alla congregazione delle Figlie di Maria, non dovevano resistere alla volontà del Signore e impedire che due anime abbracciassero quello stato al quale il Signore le chiamava in modo cosí chiaro. Vedevano bene la povera Angela a che punto era, un’ombra che camminava, e tutto per la loro ostinazione, suggerita dal demonio, dal mondo e dalla carne; volevano spedirla in paradiso prima del tempo? presto fatto, bastava che tenessero duro, ma il rimorso d’averla ammazzata per un miserabile puntiglio, non lo contavano niente? e l’offesa al Signore? dopo averle già visitate due volte, prima colla disgrazia della madre diventata idropica, poi con quella del fratello, che erano due croci venute dalla sua santa e benedetta mano, Domineddio le avrebbe castigate severamente in questa vita e nell’altra, perché, come dice lo Spirito Santo, chi uccide di spada muore di spada.

Non si fermò mica qui la Madre Superiora, andò avanti per un pezzo e ragioni ne tirò fuori tante che ci vorrebbe un libro cosí grosso per mettercele tutte; la conclusione fu che essa parlava ancora e le quattro donne, una dopo l’altra, piangevano come quattro vitelli. Finita la predica, stette un poco in aspettativa d’una risposta, e siccome nessuno apriva la bocca e si nascondevano tutte il naso nel fazzoletto mandando certi sospiri che erano rimbombi d’organo, cominciò di nuovo essa: insomma, il pianto era bell’e buono, ma non bastava; le sorelle Tribuno promettevano davanti al crocifisso e all’imagine della Madonna Santissima Addolorata, che da parte loro non avrebbero fatto difficoltà al matrimonio d’Angela con Giacomino? lo promettevano come se si fossero trovate al letto di morte davanti al confessore? E le Testette, sempre piangendo, promisero questo e dell’altro, allora la Madre Superiora s’inginocchiò per terra e intonò una Salve Regina di ringraziamento; una sola, per andare subito da Giacomino, dove c’erano il padre e il fratello grande, a portargli la buona notizia.

E cosi, dopo tanto, quest’imbroglio era aggiustato. Fosse il signor Costante che pretendeva d’aver fatto tutto lui colla sua politica e coi denari del benefattore, fosse la Madre Superiora, fosse magari il padre del figlio di Zebedeo, era aggiustato e non parliamone piú. Nella Pece Greca nessuno voleva crederci, ma quando videro Angela in mezzo alle Testette, una per parte, e la Bricicca che dalla contentezza non stava nella pelle, quando seppero di sicuro che il matrimonio era fissato per Pentecoste alla piú lunga, la Bardiglia e la Rapallina mangiarono tutto il veleno che potevano mangiare. E di vederci la rabbia dipinta a fuoco sulla faccia, la Bricicca sempre piú contenta, ché avrebbe voluto sotterrarle vive, specialmente la Rapallina. Per coronare l’opera, la sera di domenica grassa non le aveva portato Marinetta al veglione del teatro Carlo Felice? Essa, Marinetta e la ballerina avevano fatto una combriccola, s’erano mascherate senza dir niente, e via, che per la Bricicca era stata una notte d’ansietà e di tormento da non augurarla nemmeno al vostro nemico piú grande che vi avesse strangolato padre, madre e figliuoli; tutta una notte in piedi, con quel freddo, a battere le suole sul lastrico e a metter la testa fuori della finestra!

Quando il signor Costante lo seppe che Marinetta era andata al veglione, bestemmie ne tirò giú tante che oscuravano l’aria e maltrattò la Bricicca peggio d’una ladra, ché non era buona a far la guardia a sua figlia e a prendere a quattr’occhi in un canto quella galeotta della Rapallina. Se Marinetta avesse voluto divertirsi, bastava dirlo, e lui con Pellegra, s’intende, l’avrebbe accompagnata al teatro, al veglione, dappertutto, ma con quel riguardo che bisognava avere, invece chi sa cos’era successo! La Bricicca lo sapeva chi gliel’aveva pagato il vestito da mascherina a sua figlia, con chi aveva ballato e discorso tutta la notte, se era andata a cenare alla trattoria con qualcheduno? No, e lui neppure, ma lui se ne lavava le mani, ché era stanco di bruciarsi gli occhi colle cipolle degli altri e di trasandare i suoi affari come li trasandava; cosa si credevano? che fuori di Marinetta e della Bricicca non ne avesse altre occupazioni? Volevano regolarsi al loro modo? padronissime; Fatevobis andava vestito da vescovo! se ne lavava le mani e nella Pece Greca non lo vedevano piú né vivo né morto, e quella persona milionaria, che l’aveva stanata lui e sarebbe stata una fortuna magnifica da far parlare tutta Genova, dopo il trattamento che aveva ricevuto si metteva le scarpe di ferro per correre piú lontano e non cedere alla tentazione di far educare Marinetta in un collegio e poi sposarsela.

Questa volta fu di parola, come disse, cosí fece, e il sabato a ritirare le carte e i denari delle giuocate, venne un altro per lui. La Bricicca era nera come il carbone contro Marinetta, e siccome piove sempre sul bagnato, giusto allora ricevette una lettera da Manassola: grazie a Dio, stavano bene tutti, meno il nonno che era morto del suo catarro, e la nonna le faceva dire che venisse subito a pigliarsi Battistina, ché lei non poteva piú tenerla e andava a stare in Borlasca dal figlio secondogenito.

Si, e la Bricicca dove se la metteva Battistina? Ci mancava essa per accomodare lo stoccofisso e ci mancava proprio che il vecchio, che non era mai stato buono a niente, altro che a fumare la pipa e a dire il rosario e farlo dire agli altri, partisse pel mondo di là senza aspettare che in qualche maniera Battistina fosse a posto e si guadagnasse da vivere. E la suocera, che bisogno d’andare in Borlasca? e se voleva andare in Borlasca da quella pigna secca di suo figlio, perché non se la portava con sé sua nipote, che dopo tutto le aveva sempre fatto da serva? Stiamo a vedere che se non ci fosse andato nessuno a prenderla, lei l’avrebbe lasciata morire in mezzo di una strada?

E la Bricicca non si scomodò, e dopo due giorni ne venne un’altra lettera da Manassola peggio della prima, e la Bricicca, fissa nella sua idea di lasciar cantare, non si mosse; se voleva perdere Bastiano che era lí né caldo né freddo, non le restava che caricarsi di un’altra figlia. Avrebbe fatto il sordo ancora un pezzo per vedere come andava a finire, ma quando le scrissero che il suocero aveva lasciato quel poco di mobiglia e un tocco d’orto da dividere coi cognati, partí sul momento, incaricando Pellegra di tenerle il lotto e il banchino di verdura. Angela era come se non ci fosse; aveva da andare all’ospedale di Pammatone a trovar Giacomino e portargli dei pacchi di caramelle, oppure in casa delle Testette a mettere dei vescicanti alla sua futura suocera che colla pancia alla gola, che pareva un tamburo, chiamava Angela tutto il santo giorno e non si lasciava più toccare che da essa. Il bello è che Marinetta s’impuntò e volle partire anche lei per Manassola.

Volle partire perché dopo il veglione del Carlo Felice, a Genova non poteva piú vedercisi e le era saltata addosso una gran malinconia; quando le domandavano cosa aveva, rispondeva: “niente” e tagliava corto. Quel niente era troppo e troppo poco; la Bricicca, dai discorsi di Pellegra, pensava chi sa che roba, ma un colpo al cuore l’ebbe veramente una mattina, nei primi giorni di quaresima, che Marinetta tornò a casa cogli occhi fuor della testa. La ballerina era scappata con un signore e le aveva portato via circa cento franchi; colla scusa di tenerglieli in deposito, di mano in mano i guadagni se li faceva consegnare, che se Marinetta, da brava figlia, li avesse dati a sua madre, non li avrebbe piú visti lo stesso, ma almeno avrebbe fatto un’opera di carità a quella che sudava notte e giorno per mantenerla.

Questa era una disgrazia peggio di tutte le altre, anche di quella che Pellegra imaginava vedendo Marinetta colla testa bassa e di poche parole, ché a tutti i guasti c’è sempre il suo rimedio, fuori che a quelli della borsa; e la colpa principale era della Rapallina, che a Marinetta le aveva detto: “daglieli pure” perché si trattava dei denari degli altri, e cosí teneva il sacco ai ladri in nome dell’amicizia; tanto vero che questa volta finalmente Marinetta, aperti gli occhi, la mandò a farsi benedire, e non le parlò piú.

XII

Da Manassola la Bricicca, tornò dopo una, settimana senza aver conchiuso niente coi cognati riguardo alla divisione dall’orto e dalla mobiglia. Come si faceva a conchiudere se essi volevano tenersi il buono e il meglio e a lei lasciarle tanta roba vecchia, che tutta insieme non bastava nemmeno a pagare le spese del viaggio? Del tocco d’orto che le spettava, pretendevano darle quaranta franchi una volta tanto, e questo era un rubalizio vero, ché tutto l’orto ne valeva piú di mille, con la sua acqua che aveva d’inverno come d’estate, e secondo quello che dicevano le persone intelligenti, a lei per la sua parte avrebbero dovuto toccarne duecento o duecento cinquanta. Quando l’onestà si ha nelle calcagna, non si pensa che ad imbrogliare il prossimo, la brutta figura si fa passare sotto gamba e si ruba con coraggio, davanti a tutti, lo stesso come sorbire un uovo fresco! Ed erano gente divota questi suoi cognati, gente che a forza di messe e di rosari, distaccavano il Signore dalla croce e colle ginocchia frustavano il marmo della chiesa!

Fortuna che un canonico di Manassola, uno di quei preti come ce n’è pochi, s’era incaricato lui di fare le parti della Bricicca perché avesse il suo giusto. Un sant’uomo, tutto carità pei poveri nei loro bisogni d’anima e di corpo, che quando si trattava di rendere un servizio, non diceva mai di no a nessuno; era il confessore di Battistina, le scriveva le lettere ed era stato lui a metterla nell’ospedale di Manassola come serva delle monache, che anzi essa non se ne sarebbe piú andata se il nonno, buon’anima, a tutti i costi non avesse voluto vedersela intorno al letto, nel suo ultimo mese di malattia. La Bricicca, non era come il signor Costante che a nominargli i preti, libera nos domine; i preti li rispettava tutti in generale, ma questo qui poi l’avrebbe messo addirittura in una nicchia, colla lampada accesa davanti, ché uno piú bravo non si trovava nemmeno in paradiso e faceva da medico e ne guariva piú lui delle malattie, con certi suoi ingredienti, che tutti i medici di Genova e di Manassola insieme. Tanto lui come sua sorella, perché aveva una sorella, anch’essa col cuore piú largo di una reggia, s’erano subito impegnati per fare di nuovo prendere Battistina dalle monache, e c’erano riusciti, e siccome Marinetta, appena arrivata al paese s’era sentita mezza guasta, senza voglia di mangiare, e parlando con poco rispetto, collo stomaco rivoltato, avevano voluto portarsela a dormire a casa loro; non era altro che un poco di riscaldamento per la gran bile dei dispiaceri avuti a Genova; ma se essi non l’avessero presa in tempo e curata colle loro pillole che facevano miracoli, la cosa avrebbe potuto farsi seria. E perché si rimettesse del tutto, l’avevano tanto pregata di fermarsi ancora dopo che sua madre fosse partita, che lei non aveva saputo rifiutare, e così era rimasta a Manassola, contenta di non vedere piú per un pezzo la faccia della Rapallina e di respirare una boccata d’aria buona fuori della Pece Greca.

Bisogna sapere che il canonico Marino e sua sorella Cicchina a Marinetta le volevano un bene dell’anima per averla vista nascere, ché allora la Bricicca abitava nella stessa casa al piano di sopra, e si ricordavano che quando la bambina era piccola di due anni, con una febbre verminosa che i medici l’avevano già data persa, erano stati essi a risuscitarla da morte a vita in barba ai medici. A quei tempi le si erano tanto affezionati, che se la tenevano quasi tutto il giorno e la guastavano a forza di contentarla nei suoi capricci, ché anche lei colle sue graziette e i suoi occhietti furbi, per farsi mangiare dai baci era fatta apposta, e dicevano che somigliava a Filomena, una loro nipote morta piccola tanti anni prima, quando Marinetta era ancora nel prato delle oche. Per questo, non le somigliava in niente, ché, per sentir dire, Filomena pativa di convulsioni, era un po’ di terra sopra uno stecco e metteva paura coi segni della morte sulla faccia, e Marinetta invece era un trionfo, ma se essi allora la vedevano cosí, chi glieli cambiava gli occhi? voi?

Sentendo che Marinetta era restata al paese, Pellegra, che i suoi calcoli li aveva fatti a un altro modo, cominciò a brontolare; dopo essere riuscita finalmente a persuadere il signor Costante che per amor del cielo non abbandonasse sul piú bello la Bricicca e le sue figlie e mettesse una pietra sul passato, ecco che Marinetta si fermava in campagna! Questo era proprio un burlarsene del signor Costante, senza contare che regolandosi cosí, essa si giuocava il suo avvenire. Se una sorte simile le fosse toccata a lei, per sua figlia Carlotta, non l’avrebbe lasciata scappare, ma il Signore manda il pane a chi non ha denti, e Carlotta, colla disgrazia di quell’occhio che guardava nella settimana passata, doveva contentarsi di un posto di serva che giusto allora il signor Costante le aveva trovato in una casa di via Nino Bixio dove si affittavano stanze mobigliate. La padrona era un’ebrea, e un’ebrea di manica larga, ma lei il lusso di avere degli scrupoli non poteva pagarselo né per sé né per sua figlia, e nemmeno di sputare sul rognone, come Marinetta! – E il signor Costante tornato un giorno nella Pece Greca, gliela lavò lui la testa alla Bricicca: cosa ci faceva Marinetta in campagna, da questo gran canonico Marmo? gli serviva la messa, oppure l’aiutava a mettere delle lavande? Pochi discorsi: o scriverle di tornare subito, sul momento, e farla tornare davvero, o altrimenti ite misseste e non parlarne piú, ché dopo tanto tempo che lui diceva sempre la stessa cosa senza farla mai, aveva tosto vergogna, e questa volta, cananeo! era risoluto di finirla!

La Bricicca nel signor Costante non ci aveva piú tanta fede, e nel milionario che voleva sposare Marinetta, l’aveva persa del tutto, dopo che a Manassola, avendone parlato di questi affari col canonico e con altre persone, tutti s’erano messi a ridere, e il canonico, a lume di naso, le aveva suggerito di non imbarazzarsi con certa gente cosí alta e di non prendere per evangelio quello che sentiva dire da Tizio o da Sempronio, perché in giornata a quei che dicono di sposare una ragazza nuda e cruda, ci si crede dopo che hanno sposato, ma prima no; senza andare a cercare dei milionari, a Marinetta un bravo giovine col santo timor di Dio e anche ben provvisto, gliel’avrebbe trovato lui, a suo tempo. La Bricicca dunque con questa promessa in saccoccia, aveva la spada dal manico, e il signor Costante poteva inventarne delle minaccie, ché lei non tremava piú, e ora, in due mesi messe a posto le figlie, era certa di conchiudere con Bastiano; promise che avrebbe scritto a Manassola e non scrisse niente.

Ma Bastiano da quell’orecchio ci sentiva poco, ossia tirava le cose in lungo, e a Pellegra, tutte le volte che lo fermava per parlargli della Bricicca, rispondeva che c’era tempo. Invece di tenersi in corpo il segreto, se l’era lasciato scappare, e cosí sua sorella la Bardiglia, la Rapallina e tutti quelli che per un motivo o per l’altro avrebbero voluto vedere la Bricicca all’ultimo punto della miseria, senza un cane che l’aiutasse, gli avevano infarcito la testa di fandonie. Per Pellegra sarebbe stata cruda perdere anche questa senseria, dopo che aveva dovuto fare una croce cosí larga sopra quella di Marinetta quand’era lí lí per mettersela in tasca, e per la Bricicca che sentiva già il dolce sulla lingua sarebbe stata ancora piú cruda, ma tutte due prima di rassegnarsi volevano morire strangolate dal diavolo, e lavoravano colle mani e coi piedi. In mezzo a due fuochi, Bastiano che era un uomo queto e tutto pace, non sapeva da che parte pendere, e di mandare la Bricicca fuori dei piedi non ne aveva il coraggio, ché essa era ancora una bella donna; a dirla schietta, gli avrebbe fatto comodo, e cosí non sapeva fare altro che prender tempo.

Era una bella donna, massime adesso che per pigliare il merlo si faceva pettinare tutti i giorni colla torre in testa e i capelli spartiti sul fronte, lisci lisci, e portava sulle spalle un bel fazzoletto grande di seta gialla, con tanto di frangia. La mattina presto, quando Bastiano, tornando dal forno dove aveva lavorato tutta la notte, passava nella Pece Greca per andarsene a casa a dormire, essa era già in piedi davanti al suo banchino, e pareva che l’aspettasse; gli dava il buon giorno, lui si fermava un poco a discorrere e Pellegra capitava quasi sempre per farsi pagare il suo bicchierino d’acquavite d’anice, poi verso sera, e qualche volta anche di giorno, un’altra fermata, e i discorsi duravano un pezzo, sicché tutti, perfino gli orbi, vedevano chiaro che l’uomo a poco a poco diventava tenero e il salmo andava a finire in gloria. E Angela lo vedeva come gli altri, e dalla vergogna si sentiva bruciare la faccia, quando le Testette, cosí per ridere, la burlavano domandandole notizie del galante di sua madre; e ne aveva tanta vergogna, che a Giacomino, che era uscito in quei giorni dall’ospedale, gli raccomandava di venirla a trovare sempre a un’ora di notte, per paura che s’incontrasse col fornaio.

Una domenica fino dal mattino, la gente che passava nella Pece Greca guardava la Bricicca con una cert’aria e c’erano di quelli che si fermavano a parlarle in un certo modo, che lei non capiva cosa avessero; un momento credette d’avere la faccia tinta e andò a specchiarsi nella conca dell’acqua, oppure che qualche rompiscatole avesse voluto farle una burla a uso primo d’aprile, che sarebbe stata una burla goffa e fuori di luogo, perché al primo d’aprile non ci si era ancora arrivati. Domandò a una serva se nella Pece Greca erano diventati tutti matti, e si senti rispondere che pei matti c’era il castigamatti, senza altre spiegazioni, e la stessa risposta dovette sorbirsela diverse volte, finché all’ultimo le scappò la pazienza. A momenti lo faceva lei da castigamatti, ché l’anima gliel’avevano asciugata abbastanza e fin troppo! La finivano sí o no? se c’era del guasto senza che lei ne sapesse niente, invece di ridere dovevano avvisarla: Francisca, guardate, occorre questo e questo, e si rimediava; se poi del guasto non ce n’era, come diffatti non ce ne poteva essere, perché facevano il carnovale alle sue spalle?

Chi si prese il fastidio di rompere il ghiaccio e dirle alla Bricicca in che acque navigava, fu un brav’uomo, il calzolaio che ha la bottega attaccata alla chiesa dell’Angelo Custode e poi piú tardi glielo disse Angela, tutta spiritata, quando tornò da messa, e poi Pellegra, e poi le Testette: per l’affare di Bastiano l’avevano inchiodata sul Castigamatti, un giornaletto stampato in genovese perché la gente bassa potesse capirlo meglio, che si occupava solo di pettegolezzi per seminare la discordia nelle famiglie. E se lei non fosse stata una benedetta donna che certi momenti non sapeva contare nemmeno fino a cento, avrebbe dovuto indovinarlo prima senza che glielo dicessero, ché quella mattina nella Pece Greca non si sentiva nominare altro che il Castigamatti, e a due passi, sulla porta della bottega, mentre la Bardiglia si apriva dal ridere, la Linda lo leggeva forte a chi voleva sentirlo e a chi non voleva, lo mostrava a tutti e tutti ridevano a piú non posso, guardandola lei, Bricicca, come se si fosse portata via la cupola di Carignano.

Diceva cosí il giornale: che sulla piazzetta della Pece Greca ci stava una Tizia cosí e così, con due figlie da marito cosí e cosí, che invece di pensare ai suoi debiti e agli anni che le pendevano di dietro, voleva ancora fare la giovinotta e si sentiva i bruciori, e ora aveva la cicala sulla canna perché dopo averlo cercato tanto per mare e per terra, finalmente credeva d’aver trovato da infarinarsi con un merlo bianco; insomma, le parole precise adesso è un po’ difficile di potersele ricordare, ma il senso era questo, e la Bricicca ne mangiò tanto veleno da scoppiare. Se a lei le pendevano gli anni di dietro, se li portava lei, se li portava, e quei del giornale cosa c’entravano? Ma già si capiva subito da che parte veniva la sassata, dopo tutto quello ch’era successo: Bardiglia e Rapallina, Rapallina e Bardiglia, non si poteva sbagliare, ché anzi la Rapallina di queste cose se ne intendeva a fondo, e sul Castigamatti ne aveva già fatto mettere delle altre persone, e quando c’era la lite colle Testette, se non fosse stato il signor Costante che aveva detto di no, avrebbe voluto mettercele anch’esse col loro nome e cognome. Tanta roba da farsi pestare come il sale, perché alla fine dei conti, la Bricicca, se aveva trovato un galantuomo disposto a sposarla, non aveva fatto niente né alla Bardiglia nè alla Rapallina, e cattive azioni non ne meritava, specie una cattiva azione degna dei galeotti piú raffinati, come quella di metterla in berlina davanti a tutta Genova! che se sua figlia, le Testette e Pellegra non l’avessero tenuta per le braccia come si tiene un ladro che vuole scappare, e se Giacomino poi non l’avesse levata quasi per forza dalla strada, sarebbe andata sul momento, lei in persona, a battere la faccia a quelle due sporcaccione, con una suola di scarpa.

Per quel giorno la cosa finí senza altri scandali, ma Bastiano, che il Castigamatti gliel’avevano fatto leggere anche a lui e con tutta la sua flemma s’era sentito il caldo alla testa, pigliò la Bricicca in un canto, presente Pellegra, e le disse quello che doveva dirle: indietro non si tirava, ma sui giornali non c’era mai stato e non gli comodava d’esserci adesso per la prima volta in vita sua e senza colpa e peccato, e rompimenti non ne voleva; se essa si liberava subito delle figlie, bene; lui era disposto a fare il matrimonio senza guardare in faccia a nessuno, se ne andava con sua moglie fuori della Pece Greca e magari fuori di Genova, prima che le male lingue si mischiassero ancora nelle sue faccende, e tutto era finito; altrimenti, se si trattava di fargli fare in pubblico la figura del merlo, gli rincresceva tanto, ma se ne lavava le mani.

Cosa gli avreste risposto, voi? che diceva bene, e cosí gli rispose la Bricicca, promettendo e giurando l’impossibile: Marinetta per ora stava al paese, alloggiata e mantenuta in casa del canonico e non la faceva tornare di sicuro, il matrimonio d’Angela era fissato per Pentecoste, ma se si potevano mettere insieme quattro soldi, tanto da comperare un tocco di letto, subito dopo Pasqua si levava anche questa spina dal cuore.

I quattro soldi, parte dal parroco, parte dalla signora della Misericordia, parte dalla Madre Superiora dell’ospedale, erano già sicuri, ché lei con Pellegra e colle Testette non era mica stata lí a dire dei rosari e i passi non li aveva contati, anzi aveva messo in giro nelle case ricche dei nobili una supplica scritta in punto e virgola come doveva essere scritta, con tutti i suoi bravi certificati, e il marchese Spinola le aveva promesso di farle avere un soccorso grosso dall’Opera delle Giovani pericolanti. Sicuro che si sarebbe fatto molto piú presto, senza tanti fastidi e tanto frustamento di scarpe, se quel certo benefattore pescato dal signor Costante e che nessuno sapeva chi fosse, invece di dare i denari alle Testette che non ne avevano bisogno, li avesse dati ad Angela, ma il signor Costante aveva maneggiato tutto lui in gran segreto e non c’era piú da parlarne.

Chi ne parlò fu il Castigamatti in un altro articolo peggio del primo, che questa volta disse le cose chiare, e burlandosi di Bastiano e divertendocisi come in una testa di pesce, menò una botta di staffilate in regola: alla Bricicca che per sbarazzarsi delle figlie e correre davanti al sindaco si sarebbe venduta l’anima, a Marinetta ch’era andata in campagna a cambiar aria per paura d’essere idropica, alle Testette che s’erano lasciate ungere dal protettore di Marinetta, al signor Costante che faceva quello che faceva; staffilate per tutti senza economia, secche e spesse come la gragnuola, senza fare il nome di nessuno, s’intende, però cosí chiare e lampanti, che per capire chi le pigliava sul gobbo, lo capivano anche i bambini da latte. La domenica che capitò il Castigamatti con questa bella tazza di caffè, e la Bricicca non ne seppe niente perché il giorno prima era tornata a Manassola per pigliare i centocinquanta franchi che il canonico Marmo era riuscito a farle dare dai cognati come sua parte dell’eredità del suocero, ma nella Pece Greca ci fu un susurro generale, e il susurro si fece ancora piú grosso quando si venne a sapere che Bastiano questa volta aveva lasciato la sua solita flemma appesa a un chiodo, e senza tanti discorsi s’era messo la Bardiglia sotto i piedi, che se i vicini non gliela levano colla forza, la riduce una polenta. E quello che successe due giorni dopo quando tornò la Bricicca e fu informata di tutto e senti che Bastiano, dopo aver insegnato a sua sorella a far parlare i giornali, se n’era andato via dalla Pece Greca giurando che mandava all’inferno lo sposalizio e nessuno l’avrebbe mai piú visto, possono dirlo solo le persone che ci si trovarono presenti: un finimondo; ma altro che finimondo! state a sentire:

Cogli occhi fuori della testa, che pareva una furia scatenata, la Bricicca andò a piantarsi davanti la bottega della Bardiglia dove aveva visto entrare la Rapallina, e insieme ad Angela e alle Testette, cominciò lí in mezzo della strada una di quelle litanie coi fiocchi come sapeva sgranarle lei, senza suggezione di nessuno, quando le girava l’anima dalla parte di tramontana. Sul principio, le due donne che erano dentro fecero da sorde e la lasciarono sfogare per un pezzo, discorrendo tra di esse e fingendo di non vederla nemmeno, ma intanto s’era ammucchiata gente da tutte le parti, e siccome la Bricicca, inviperita di non sentirsi dare risposta, faceva l’atto di entrare, urlando sempre piú, minacciando d’ammazzarne sette e storpiarne quattordici, all’ultimo perdettero la pazienza. Vennero sulla porta colle mani sui fianchi cosa voleva quella matta? esse erano pronte a soddisfarla subito; cosa voleva? una buona strigliata sotto il portacoda?

Appena le vide farsi avanti con quell’aria insolente di meneimpipo e si senti pungere da quelle parole, la Bricicca diventò un diavolo dell’inferno in carne ed ossa; degli improperi, delle bestemmie ne aveva tirato giù, e come! ma erano zucchero rosato in paragone di tutto quello che disse allora. E Angela, beghina com’era, invece di farla tacere sua madre e cercare di portarla via, o almeno scapparsene a casa per la vergogna, l’aiutava, anch’essa macinando come un organetto la sua filastrocca; le Testette, una specialmente, la piccola, che aveva sette cuori e sette fegati, si drizzavano su come biscie gridando ancora piú della Bricicca, e in quel momento, d’essere nella congregazione delle Figlie di Maria non se ne ricordavano di sicuro, avevano troppo sangue alla testa per la calunnia infame, stampata sul Castigamatti, dei denari avuti dal protettore di Marinetta, ché denari di quella provenienza esse non ne avevano mai visto e manco avrebbero voluto vederne, ed erano decise a rompere la faccia a chi aveva avuto il coraggio di sospettare tanto cosí sul conto loro! Quelle di dentro non si lasciavano mica pigliar la mano da quelle di fuori, rispondevano anch’esse in musica e in rima, ma senza guari scaldarsi, burlandole per far ridere la gente, e la gente ci si divertiva come se fosse stata al teatro delle Vigne a sentire Gianduia litigare con Brighella, e rideva forte a tutte le sporcizie che piovevano da una parte e dall’altra, fabbricate apposta sul momento perché avessero piú forza. Ma presto le parole si cambiarono in fatti, e a un certo punto, per difendersi dalla Bricicca che le veniva a gridare sulla faccia coi diti sotto il naso, la Rapallina s’impossessò d’un paracqua, promettendole in coscienza di romperglielo sul filo della schiena se non si levava di lí.

Credeva di metterle paura alla Bricicca, col suo paracqua? la Bricicca era capace di farglielo mangiare il paracqua; glielo faceva mangiare chiuso e poi glielo tirava fuori aperto, dall’altra parte! voleva vedere? e le saltò addosso per disarmarla. La Bardiglia che stava attenta, l’agguantò subito per le spalle e cosí tutte tre si abbaruffarono insieme, ma erano due contro una, e prima che Angela colle Testette avessero potuto darle mano forte, la Bricicca, essendosi inciampata nello scalino della bottega, che era rotto, cadde in terra, le gambe dentro e la testa fuori sulle lastre. Si alzò in un lampo, e coi denti stretti, la bava alla bocca, gli occhi invetrati, senza dire piú una parola, si avventò sulla Bardiglia, ficcandole le unghie nel collo; Angela e la Testetta piccola, ché l’altra si contentava di urlare in distanza come un’anima dannata, le si cacciarono dietro, e allora, dentro della bottega, stretta da non potercisi quasi muovere, cominciò davvero una battaglia terribile corpo a corpo. Quelle cinque donne non vedevano piú niente, si pigliavano pei capelli e tiravano giù portandosene via delle manate intiere, abbrancate per la vita si sbattevano forte contro i muri e ci si raschiavano al punto di scrostarli, rotolavano in mezzo alle ceste, tra i cavolfiori, le rape, i broccoli e gli spinacci, stracciandosi i vestiti, graffiandosi, mordendosi peggio di cani e gatti la carne viva, mentre fuori c’erano dei cattivi soggetti, col cuore imbottito di scorze di noce, che le aizzavano coi fischi, per non perdere il divertimento. Grazie a Dio, questi erano i meno; quando videro che la cosa si metteva male e sarebbe finita con qualche rottura seria o qualche occhio arrancato di pianta, gli uomini presenti e anche diverse donne, saltarono in mezzo a quelle streghe infuriate, ma non riuscirono a dividerle che a forza di pugni, tocca a chi tocca, anzi la Bricicca era cosa accanita contro la Bardiglia, che per levargliela d’addosso si dovettero pigliare tutte due per le gambe e tirarle fuori come sacchi di carbone, una a ponente, l’altra a levante.

Il brigadiere delle guardie municipali, arrivato pacificamente col suo bastone sotto il braccio quando tutto era finito, se ne burlava di quella battaglia e diceva a un mucchio di curiosi che fra morti e feriti chi stava peggio era lui, che l’avevano disturbato per una cagnara di donne facendolo venire fino da piazza delle Erbe. Diceva cosí perché aveva la lingua in bocca, ché se si fosse degnato di guardarle le donne, avrebbe visto le cinque piaghe: dalla prima all’ultima, colla faccia gonfia, nera, piena di tagli e di sangue, stracciate a pezzetti dalla testa ai piedi, non si conoscevano piú, e lui, il brigadiere, sarebbe andato dritto al Municipio a farsi dare dal sindaco la medaglia del valore se gli fosse toccato d’avere, per esempio, come la Testetta, mezzo naso portato via, che si vedeva l’osso, oppure, come la Bardiglia, un occhio quasi scoppiato e il collo ricamato a giorno, che a guardarlo veniva la pelle d’oca. I medici stessi dell’ospedale, che le medicarono tutte cinque, dissero che un macello come quello l’avevano visto poche volte, e il chirurgo Spallarossa, un buonissimo chirurgo, visitando la Bricicca che si lamentava d’un dolore forte alla parte dritta dello stomaco, le raccomandò d’aversi riguardo e di tornare da lui a farsi vedere, perché aveva paura che le sortisse qualche tumore da doverle fare l’operazione.

Con tante cose che aveva per le mani, riguardi non se n’ebbe di nessuna specie e il tumore non venne, ma Angela, appena fresca di malattia, stette di nuovo in letto altri quindici giorni, compresa la settimana santa, con una grande infiammazione, che oramai il letto era diventato il suo domicilio, e sua madre che aveva perduto la testa, invece d’assisterla, se ne andava in cerca di Bastiano in tutti i forni di Genova, sperando sempre di trovarlo e non trovandolo mai. Per non essere piú preso all’amo come una sardella e messo un’altra volta sul Castigamatti, Bastiano doveva essersi nascosto sotto terra, oppure imbarcato per Calcutta. Il marito della Rapallina disse a Pellegra che l’aveva visto nella Panatteria Viennese in piazza della Posta Vecchia, ma il marito della Rapallina, levato dalle sue scatole di cartone, era capace di prendere un carabiniere per un vescovo.

Anche il signor Costante s’era nascosto, ché per castigare la Bricicca di non far venire Marinetta da Manassola, non si lasciava piú vedere, e il sabato mandava una specie di commesso o di aiutante ad aggiustare i conti del lotto. Il peggio è che questo commesso il giorno di sabato santo avvisò la Bricicca che da allora in poi a tenere il giuoco nella Pece Greca non ci pensasse piú, perché l’incarico era stato dato a un’altra persona. A un’altra persona! la Bricicca si mise le mani nei capelli: se le pigliavano il giuoco, poteva attaccarsi una pietra al collo e buttarsi in mare, ché tutto il suo guadagno, il suo pane, la sua vita erano lí dentro! a un’altra persona! e chi era quest’altra persona? di nuovo la Bardiglia, forse? Il commesso, un coso brutto, antipatico, con due occhi di volpe, che guardava sempre le ragazze, e anche le donne maritate giovani, come se sentisse l’odore della carne fresca da vendere, andò via senza volersi spiegare, ma Giacomino e suo fratello grande, quello che aveva fatto il soldato e freddo agli occhi non ne pativa, quando seppero questa nuova improvvisata, si incaricarono essi di metterci rimedio: conto aperto da regolare ne avevano già uno col signor Costante per la calunnia dei denari sborsati alle Testette, e questo faceva due, non parlando della promessa andata in fumo di fare entrare la madre idropica nell’Ospedaletto dei cronici.

Gli diedero la caccia e una sera, sul tardi, lo trovarono all’imboccatura di via Goito, vicino al Politeama, che quando la gente era già uscita dal teatro, discorreva con una signora o signorina che fosse, carica di piume sul cappello, come un generale. Quello che gli disse il fratello grande delle Testette, lui che nei suoi momenti dispari faceva tremare l’aria solo con quattro parole, potete indovinarlo; era un certo tipo capace anche d’una brutta azione, e il signor Costante, preso cosí all’improvviso, di notte, in una strada solitaria, si trovò addosso tanta di quella paura che se gli avessero comandato di mettersi in camicia, ci si sarebbe messo senza fiatare. Tirandosi il barbone, protestò che il suo aiutante era un asino che non capiva niente, che a levare il seminario alla Bricicca per darlo ad altre persone, nessuno ci aveva mai pensato neppure in sogno, e in quanto alla somma pagata alle Testette dal protettore di Marinetta, imbrogliò un mondo di parole per scusarsi di avere inventato una favola, confessando, negando, mischiandoci Pellegra, lamentandosi d’essere stato calunniato pel suo troppo buon cuore, che se lo lasciavano dire parlerebbe ancora adesso. Il risultato fu che la Bricicca, oltre a non perdere il giuoco, ci guadagnò l’uovo di Pasqua, ossia due scudi, che il signor Costante in occasione delle feste le portò in persona, tutto mansueto che non pareva piú lui, da parte del principale.

XIII

E Marinetta? Marinetta era diventata bella grassa che faceva piacere a vederla. L’aria buona di campagna e il trattamento del canonico Marmo le avevano fatto un gran bene, massime a lei che veniva fuori da quel buco sotto i tetti e da quel laberinto di vicoli sporchi, soffocati, che era la Pece Greca. Nei primi quindici giorni sembrava malinconica come se avesse sul cuore un peso grosso, non aveva voglia di mangiare né di farsi vedere pel paese, poi a poco a poco la malinconia era passata, era venuto l’appetito, e chi voleva pigliarsi la vista d’una ragazza contenta, bastava che guardasse Marinetta a tutte le ore del giorno, in casa, fuori di casa, perfino in chiesa.

Ecco, in chiesa, a messa, bisognava andarci tutte le mattine, ché prete Lazzaro e sua sorella su questo punto non si potevano toccare, e la domenica non si finiva piú di sentire messe cantate, catechismi, benedizioni, ma pel resto era una cuccagna, una vita d’oro, e a Marinetta non le mancava altro che il sole, quando pioveva. Trattata e mantenuta come una principessa, padrona di fare da un’alba all’altra le sue quattro volontà, mangia se vuoi mangiare, dormi se vuoi dormire, senza fastidi, senza i pianti e le lamentazioni continue di sua madre nelle orecchie, le maldicenze delle vicine e le stoccate del signor Costante, nei suoi panni sarebbe diventata grassa una stanga di ferro.

Questo era niente. A Manassola ci stava volentieri perché poteva gonfiarsi a piacimento, tanto era lustrata e indorata, e di potersi gonfiare era tutto il suo gaudio. Aveva fatto subito furore, tutti la portavano in palmo di mano, non solo il canonico e Cicchina, che essa, furba, aveva saputo pigliare pel loro verso vestendosi da monachetta falsa, non solo i giovinotti del paese, signori e non signori, che quando passava nel cantiere sotto i bastimenti o in piazza davanti al Casino, restavano lí incantati a guardarla, ma tutti quelli che la conoscevano, specialmente le signore, la moglie di capitan Ramò, per dirne una.

Se n’erano innamorate queste signore per la sua grazietta e la sua parlantina e piú di tutto pel suo talento, ché oltre quello di pettinare, nei diti ci aveva un vero talento per tanti piccoli lavoretti d’ogni genere, uno piú bello dell’altro; e se la facevano venire in casa e se la mettevano a tavola con loro, e non erano piú capaci di dare un punto se prima non la consultavano. “Marinetta, cosa vi pare? facciamo cosa? – Marinetta, ce la tagliate questa veste? – Voi che avete tanto buon gusto, vi piacerebbe la mantiglia aggiustata a questo modo, oppure a quest’altro?” Insomma consulti in piena regola e lei dava le sue risposte con molto sussiego come un avvocato, e si gonfiava come un pallone, ché di gonfiarsi – se non si è ancora detto, si dice adesso – era proprio tutto il suo gaudio, e per darsi sempre piú dell’importanza, sparava certe bombe d’ottanta chilogrammi, da far traballare le case.

Le aveva insegnato a spararle la famosa ballerina del teatro Carlo Felice, quella che era fuggita da Genova portandole via i suoi poveri cento franchi, che per lei erano cento ossa di santo – e la scolara s’era fatta piú brava della maestra. Le case di Manassola restavano in piedi perché erano solide e ben costrette, ma in quanto alle persone era un altro paio di maniche; che sugo ci sarebbe stato a infilare delle fandonie, se la gente non se le fosse bevute? Prete Lazzaro beveva largo, Cicchina un po’ meno, ma beveva anche lei la sua parte, e fra tutti s’erano persuasi che a Genova, Marinetta andasse a pettinare le signore della primaria nobiltà e nei palazzi delle Strade Nuove ci fosse come in casa sua, amica intima della marchesa tale, tale, tale. La chiamate osso, la polpa?

Dopo questo, sarebbe stato da matti tornare a marcire nella Pece Greca e valeva la spesa di sentire raccontar da Cicchina le storie dei santi e le sue divozioni particolari, che ne aveva una cassa piena per tutti i giorni dell’anno, e dal canonico Marmo i miracoli delle sue pillole e del suo balsamo, e sentirlo predicare contro i medici in generale, che secondo lui, erano tutti ignoranti e birbanti. Una cosa sola le rincresceva a Marinetta: d’averci nei piedi sua sorella Battistina. Chi ha un poco d’amor proprio capisce benissimo che sentirsi dire tutti i momenti da una signora o dall’altra: “come! è vostra sorella la serva delle monache dell’ospedale?” e questa serva a sei franchi al mese vedersela davanti vestita peggio di una povera di strada, senza calzette, spettinata, colle mani rosse e gonfie posate sulla pancia, vedersela davanti che non sapeva né parlare né tacere, era tanta roba da morire dal disonore. Una brava sorella, questo non si mette in dubbio, anzi troppo brava, ma un vescicante!… Nientemeno che se le capitava di avere mezz’ora di libertà, correva subito da Marinetta e spendeva quei pochi soldi per portarle delle mele o dei fichi secchi, che Marinetta non sapeva proprio cosa farsene, credendo di portarle un gran regalo, e si piantava lí a guardarla quasi senza parlare, e se non le riusciva di trovarla in casa restava tutta mortificata, colle lagrime agli occhi. Cicchina diceva ch’era il cuore che la tirava, e va bene, ma tira tira, a forza di tirare, la corda si rompe e una mattina o l’altra si va colle gambe all’aria.

Il giorno di sabato santo, nel momento che le campane suonavano l’alleluia e sulla porta del Casino c’era pieno di signori, non fermò Marinetta in mezzo della piazza? In mezzo della piazza, e col pretesto che aveva fretta voleva caricarla, davanti a tante persone, d’una dozzina d’uova e d’un pane di butirro. Era perfino senza scarpe nei piedi, quel giorno! Marinetta si sentí venire di tutti i colori, scappò via senza rispondere per levarsi piú presto dalla berlina, e siccome quell’altra si mise a correrle dietro, arrivata nelle scale del canonico, non poté tenersi: le pigliò le sue uova e ne fece una frittata sul lastrico, e il butirro lo gettò contro la muraglia, che vi rimase attaccato come un empiastro. Bisognava bene che le insegnasse a non perseguitare il prossimo e sopratutto in pubblico, davanti al Casino, con quei signori che guardavano! Invece di spendere i denari nel butirro e nelle uova da regalare, perché non si comperava un paio di scarpe e un sapone per lavarsi, che sarebbe stato meglio? Battistina, vedendosi cosí maltrattata la sua roba, non disse altro che queste parole: “perché…? perché?…” e diede in uno scoppio di pianto.

Farsi vedere insieme a una serva brutta e sporca, non comoda a nessuno, ma davanti al Casino di Manassola e in pieno giorno, meno che mai. Si sa che quando sulla tavola c’è, per esempio, una bella torta dolce colla marmellata, le mosche ci si buttano sopra a sciami, e lo stesso capitò a Marinetta. Bianca e rossa, col suo nasino capriccioso e i suoi occhi pieni di malizia che li girava di qua e di là in rotondo, larghi come i finestroni della parrocchia, era una torta, dolce da leccarsi i baffi, di quelle che sapeva fare Cicchina nelle grandi solennità, e i mosconi che si misero a girarle intorno, tirati dall’odore della marmellata, non si possono contare. All’infuori della bellezza, aveva qualche altra cosa che le ragazze di Manassola non avevano, neppure le ricche, e che per spiegarla bene bisognerebbe avere studiato, qualche altra cosa, o nel modo di vestirsi e d’accomodarsi la frangia sotto la veletta, o nel modo di camminare o nel modo di ridere, che faceva da calamita; bastava un’occhiata per indovinare subito la cittadina, una di quelle figliuole che hanno il talento di saper prendere la vita pel suo verso e conoscono a fondo l’arte del magnetismo. Abituata da molto tempo a queste imposture, anzi già volpe vecchia, Marinetta si lasciava guardare dai mosconi e lei pure li guardava facendo l’occhietto dolce a tutti quanti, ma è chiaro che quei del Casino avevano l’abilità di farsi guardare piú degli altri e che lei rimpetto ad essi non voleva scomparire.

Fra tanti mosconi ce n’era uno, anzi ce n’erano due, il figlio di capitan Ramò e il figlio di Napoleone Gabitto, l’appaltatore del dazio, che non volevano piú lasciarla vivere e la perseguitavano in tutti i modi, prima per puro divertimento, poi innamorati cotti davvero. In quanto ad essi niente di male, erano giovani, un bel musetto piace a tutti e al cuore non si comanda; quello che non stava bene era che Marinetta tenesse il piede in due scarpe. La sua idea era questa: se ne perdo uno, mi attacco all’altro, ma era una politica sbagliata, perché non capiva che imbarcandosi troppo avrebbe finito per restare in terra, e intanto le toccava inventare continuamente qualche nuova malizia, ricorrere a sotterfugi, perché il Gabitto non si accorgesse del Ramò, e il Ramò del Gabitto. In fondo non era innamorata, quel che si dice innamorata, né di questo né di quello; secondo il suo sistema, ridi oggi un poco con l’uno, domani con l’altro, una mezza parolina qui, una smorfietta lí, s’era trovata senza accorgersene in mezzo a due fuochi, e solo piú tardi, quando nei due fuochi ci aveva soffiato dentro ben bene per passatempo, le era venuta l’idea di profittarne, seguitando a tenerli accesi, colla speranza di combinare qualche cosa per l’avvenire.

Se si guarda alla bellezza del corpo, la parte dritta spettava al figlio di Napoleone, che si chiamava Napoleone anche lui ma gli dicevano Pollino, un giovane di ventidue anni, alto e ben fatto, abbrustolito dal sole, con due baffettini neri e spessi che se li tirava sempre, sempre pieno di barzellette, un giovanotto da vederlo con piacere, però quanti ne avesse in saccoccia non ne sapeva niente, ché suo padre dall’appalto del dazio e dal commercio del legname ricavava solo dei debiti, e lui dopo aver navigato diversi anni, dopo essersi messo a tutti i mestieri, ora non aveva altra occupazione che di fumare dei sigari, passeggiare per il paese, e la domenica suonare il bombardino nella banda municipale. L’altro. Camillo Ramò, una mezza porzione ci sei e non ci sei, giallo, con sette peli in numero tra il biondo e il castagno, piantati sul mento a far la guardia alle pustulette rosse che vi facevano un giardinetto, era impiegato a scrivere in Comune; capitan Ramò non l’aveva messo a navigare come avrebbe voluto perché il ragazzo era di vista corta e soffriva d’asma, ma si sapeva che l’impiego lo teneva per un dippiú, e non gli mancava da star bene, né bastimenti in mare, né terre al sole.

Di questi due galanti, il piú caldo, ossia il piú prepotente, era Camillo. Siccome sopra Marinetta ci aveva masso il cuore proprio sul serio e siccome degli specchi per guardarcisi dentro, in casa non gliene mancava, cosí aveva sempre paura che Marinetta non solo non gli volesse bene, ma si burlasse di lui. A tutte le ore del giorno la cercava per la strada, sulla spiaggia, negli orti, in chiesa, tormentato dall’idea che qualcheduno l’accompagnasse, allegro come un merlo quando la trovava in casa a tagliare dei vestiti e a cucire dei falbalà, insieme a sua madre e alle sue sorelle, oppure a raccontare le meraviglie del teatro Carlo Felice e il gran fracasso ch’essa aveva fatto al Doria nella Cendrillon. Che volesse sposarla non gliel’aveva mai detto, ma tutte le volte ch’era riuscito a parlarle senza testimoni, aveva cercato tutte le maniere di farglielo capire, giurandole che dopo averla vista e conosciuta, s’era sentito nel cuore una fornace vera, che non avrebbe mai potuto in vita sua voler bene a nessun’altra, supplicandola quasi con le lagrime agli occhi di non discorrere coi farfalloni che le giravano intorno.

A Marinetta naturalmente le promesse le costavano poco, aveva promesso carne e spinacci senza tirare, ma un dopopranzo che se la passeggiava piano piano con Pollino sulla strada di Borlasca, lontani dal paese una buona mezz’ora, allo svolto sotto la cappelletta di San Donato ecco saltar fuori Camillo all’improvviso, con una faccia stravolta che metteva spavento e due occhi che parevano quelli del diavolo in persona! Non disse niente, ché se avesse detto una parola o fatto un gesto, Pollino gli avrebbe smontato le ossa tale quale come si smonta una macchina, non disse niente e filò via, ma tornata a casa, Marinetta se lo trovò nelle scale, che l’aspettava.

Erano queste le promesse? era questo il modo di trattarlo? Gliel’avevano detto che lei se l’intendeva con quel perdigiorni spiantato vestito da festa, e lui non aveva voluto crederci e poi s’era dovuto convincere coi suoi occhi! Cosa avevano da dirsi? No, lui dopo che l’aveva pregata tanto, scongiurata, supplicata, non si meritava quel tradimento, non se lo meritava! era pronto a lasciarla, se essa di lui non sapeva piú cosa farsene, prontissimo a non guardarla piú in faccia, ma prima aveva il diritto di sapere i suoi torti, perché se avesse avuto dei torti… ma dei torti lui non ne aveva, era lei che aveva dei torti e gli aveva piantato un coltello nel cuore! che gusto ci provava a farlo soffrire cosí? Addio, era tutto finito tra essi due, uno a levante, l’altra a ponente, lei a ridere con quel pezzo d’assassino infame, lui a piangere per tutta la sua vita oppure a tirarsi una pistolettata nella testa, che era il meglio, ma prima di tirarsela, parola d’onore, avrebbe aggiustato i conti con qualcheduno!

Fino allora di pistole non ne aveva mai visto e non sapeva nemmeno dove trovarne, con tutta la sua rabbia era venuto apposta per avere da Marinetta la consolazione d’una buona parola e la promessa sacrosanta di lasciar perdere il Gabitto, cosí la Marinetta fece presto a calmarlo, a consolarlo e a levarselo dai piedi, risuscitato da morte a vita, promettendogli con quella sua grazietta particolare, piena d’incanto, di non guardare piú in faccia nemmeno il canonico Marmo. Solamente, dopo questa scena bisognava cambiar politica o almeno barcamenarsi con piú prudenza, perché i due giovinotti, ora che avevano la pulce nelle orecchie, stavano attenti con tanto d’occhi, massime Camillo, e incontrandosi per la strada si guardavano in cagnesco, come se avessero voluto mangiarsi.

XIV

Il canonico Marmo e sua sorella Cicchina, senza sospettar niente di male per la ragione che male proprio e vero scandalo non ce n’era, cominciavano a pentirsi d’essersi pigliati in casa Marinetta, e nel loro cuore avrebbero fatto dire una messa alle anime purganti se la Bricicca fosse venuta per portarsela via.

I mosconi che le giravano intorno li avevano visti anch’essi, e qua e là ne avevano sentito mormorare da varie persone; mosconi d’ogni specie, compresi perfino i doganieri, che quando l’incontravano alla marina, invece di seguitare il loro servizio e stare attenti al contrabbando, si mettevano a discorrere, e lei, senza sapere che gente fossero e donde venissero, non solo rispondeva al saluto, ma si fermava a sentire le loro barzellette, che di sicuro non erano ricavate dalla vita di san Luigi Gonzaga. Fra gli altri, il brigadiere, che doveva essere siciliano o napoletano, era troppo conosciuto per la maniera sboccata di parlare e aveva compromesso nella riputazione due o tre giovani del paese, povere sceme che avevano creduto di farsi sposare ed erano rimaste coll’osso nella gola, dopo essersi lasciate tirare dalle mostre gialle e dalla piuma sul cappello. Si faceva torto Marinetta a trattare, anche solo per ridere, con queste schiume e non solo con queste, ma pure con tutte le altre, che a Manassola da un pezzo in qua pur troppo ce n’era abbondanza, Pollino Gabitto in capo di lista, e non voleva persuadersene e agli ammonimenti e alle esortazioni crollava le spalle.

Non era piú quella dei primi giorni: in chiesa non ci stava come avrebbe dovuto starci, girava gli occhi da una parte dall’altra, sbadigliava tutto il tempo della messa, e se poteva svignarsela con un pretesto, se la svignava volentieri; per mandarla a confessarsi ci volevano gli argani, e peccati da dire al confessore, beata lei che non ne aveva, perché in meno di due minuti si sbrigava, e il ringraziamento dopo la comunione lo faceva guardandosi le unghie contro luce e lavandosele colla saliva. E che necessità di correre sempre fuori di casa, dai Ramò, dai Calcagno, da questi e da quelli? non si vedeva quasi piú che all’ora dei pasti, quando si vedeva, e la casa di prete Lazzaro, dove insomma c’era se non per carità almeno per cortesia, la pigliava del tutto per una locanda. E quel che è peggio, certi mezzi discorsi che di tanto in tanto le scappavano contro la religione cattolica e contro le funzioni del mese Mariano, mettendo tutto in ridicolo, anche la parola di Dio in bocca dei suoi ministri, dove li aveva imparati? Ecco, ecco il frutto delle barzellette coi doganieri, che una volta specie a Manassola, una ragazza onesta ne sarebbe scappata lontana come dalla peste, ecco la buona scuola di capitan Ramò, che in quanto a religione non era legno da confessionali neppure lui! E quella povera Battistina, perché la mortificava continuamente, la strapazzava senza carità, sia che parlasse, sia che tacesse, e aveva tanta vergogna di farvisi vedere insieme, peggio che se fosse stata una ladra? era o non era sua sorella, battezzata come lei, capace come lei di vita eterna? Novantanove per cento, se il Signore non le toccava il cuore colla sua santa grazia, quella figliuola andava a finire malamente; era un peccato, ma andava a finire malamente.

Queste osservazioni piú del canonico le faceva Cicchina, anzi al canonico gli sembrava che Cicchina esagerasse, e pel bene che aveva sempre voluto a Marinetta cercava di difenderla, che in fondo essa era di buonissima pasta e bisognava compatirla per la mancanza di educazione e pel carattere troppo vivace, e a poco a poco, venendo grande, le esortazioni, i consigli, i buoni esempi l’avrebbero trasformata, però certe cose gli saltavano agli occhi a lui pure e non sapeva che rimedio metterci, quantunque di rimedi ne avesse un deposito per ogni specie di mali. Purtroppo la sua farmacia era per la salute del corpo e niente per quella dell’anima che è la piú importante.

Tornando a Battistina, le monache dell’ospedale di Manassola, che erano quattro e piuttosto bisbetiche come in generale tutte le monache anziane, non potevano che lodarsene: docile, rispettosa, di lavoro; la cucina non era il suo forte, questo no, un po’ semplice, d’un naturale malinconico, spesso piangeva per giornate intiere senza che se ne sapesse il motivo, ma dal momento che all’obbedienza ci stava e la volontà di far bene ce la metteva tutta e non brontolava e non replicava mai, sul suo pianto non c’era niente da dire, altro che consigliarla di fare un’offerta dei suoi dolori a Gesù Nazzareno. Essa sarebbe stata contenta di levarsi dal mondo per chiudersi in un monastero fino alla morte, in un monastero di quelli dove c’è la clausura e i voti perpetui, e il canonico Marmo, a cui s’era raccomandata colle mani giunte, le aveva promesso di occuparsene, anzi n’era occupato subito, quantunque capisse che la vocazione non sarebbe bastata per farla accettare, ignorante com’era di leggere e scrivere, e peggio ancora, senz’altra dote che una camicia frusta.

Difatti, al canonico gli avevano risposto coppe tutte le persone a cui s’era indirizzato, tanto a Genova come a Savona: coi tempi che corrono, la vocazione di farsi santa dietro i finestroni colla graticola, una figliuola deve pagarsela a pronti contanti, che nemmeno le monache vivono d’aria, e sudano sangue a mantenersi, dopo che il governo ha fatto repulisti su tutto. Quando lo seppe, Battistina chinò la testa, rassegnata; il Signore voleva cosí, e cosí sia; capiva anch’essa che non era degna di servirlo fuori del mondo e d’andare in paradiso in carrozza, ma ecco che capitato don Bosco a Manassola, dove si fermò circa tre settimane alloggiato dall’arciprete, le venne l’idea d’andarsi a confessare da lui.

Fu un’ispirazione dello Spirito Santo, perché don Bosco era di quegli uomini fatti apposta, che indovinano subito a colpo d’occhio se la vocazione c’è o non c’è, e quando c’è, delle difficoltà non si spaventano e sanno trovar la strada per togliere un’anima ai pericoli del mondo, facendola sposa di Gesú benedetto. La ragione della sua venuta non si sapeva bene; chi diceva che l’avesse mandato il papa per levar la scomunica a un prete spretato piemontese che già da molti anni s’era stabilito a Manassola e ora si trovava in procinto di pigliare il passaporto per casa del diavolo dopo aver fatto d’ogni erba un fascio, vivendo insieme a una donna anche lei di manica larga; chi pretendeva che trattasse l’acquisto dell’antico palazzo Piccamiglio per conto dei gesuiti che vi avrebbero messo il loro noviziato oppure una gran raffineria di zuccheri; i soliti frammassoni parlavano di una certa eredità da scroccare alla vedova d’un tesoriere della Banca Nazionale in ritiro, però la voce generale e piú creduta era quella dell’istituzione d’un collegio, sul genere degli altri che don Bosco aveva in Piemonte, nel convento dei Cappuccini.

Qualunque fosse il motivo vero, noi altri adesso non ci riguarda; l’importante è che Battistina, aiutata e appoggiata dalle raccomandazioni del canonico, nuda e cruda com’era, entrò nella simpatia di don Bosco e si senti promettere che non piú tardi d’un mese o due il celeste sposo le avrebbe fatto la grazia di chiamarla tra le sue vergini. Dove? a Genova, a Torino? nelle Francescane, nelle Crocifisse, nelle Adoratrici perpetue del Santissimo Sacramento? Questo non si doveva sapere; l’avrebbe chiamata per quella via che nella sua infallibile sapienza avrebbe giudicato la migliore. Non tocca a noi scegliere o discutere i mezzi, tocca a quello lassù, e a lei intanto spettava di tenersi pronta ad obbedire ciecamente, anche ad incontrare la morte se fosse stato necessario.

Anche la morte, sí, Battistina era disposta a tutto. Abbandonata dalla madre, schivata da sua sorella peggio d’una tignosa, cosa poteva ancora sperare dal mondo, essa, ignorante, brutta, stracciona? tanto, del gran bene che aveva sempre voluto ai suoi, nessuno gliene aveva mai tenuto conto, sua madre meno degli altri! – Il canonico scrisse per lei una bella lettera alla Bricicca, domandandole il permesso di farsi religiosa e raccontandole come stavano le cose, e da Genova venne la risposta, che non mancasse pure, ma col patto di non dovere sborsare un soldo né per la dote né pel corredo, una risposta di quattro righe appena, scritte da Angela che ci si vedeva chiara la voglia di far presto, senza nessuna notizia, senza nemmeno uno straccio di saluto pel canonico e per sua sorella, che se lo sarebbero meritato. Già che aveva la penna in mano, Angela non si sarebbe mica bruciati i diti se avesse detto qualche cosa del suo matrimonio, ma nella Pece Greca i lontani erano scordati dentro il sacco rotto di san Francesco, quello che se non ci pensa il Padre eterno, nessuno ci pensa.

Avuto il permesso di sua madre, Battistina non aveva piú che da montare in vagone, i suoi preparativi essendo terminati prima di cominciarli; solamente non capiva, e prete Lazzaro neppure, perché don Bosco fosse cosí misterioso, ma un santo come lui ci avrà avuto le sue ragioni; forse aveva promesso senza sapere niente di preciso, nella sicurezza che all’occorrenza il Signore avrebbe operato un miracolo, forse invece i monasteri da scegliere non gli mancavano né in Piemonte né in Lombardia e s’era preso del tempo per pensarci bene, scrivere alle diverse superiore, e tutto con quella prudenza che è indispensabile nelle operazioni di questo genere. A buon conto, due mesi al piú, aveva detto, e due mesi passavano presto.

Marinetta avrebbe voluto che fossero già passati, cosí almeno quel cerotto di sua sorella se lo sarebbe distaccato dalle spalle finalmente, senza sentirne piú parlare. Le dava sui nervi solo che gliela nominassero. In tutte le case, dov’era sempre ricevuta a braccia aperte, le domandavano ridendo se si faceva monaca lei pure come Battistina, e non mancava mai quello che diceva: sí, monaca: di sant’Agostino, con due teste sul cuscino; e volevano sapere se c’era andata anch’essa a confessarsi da don Bosco e se l’aveva trovato di manica larga, ché a giudicarla dalla malizia degli occhi, per dar passaggio ai suoi peccati la bocca del porto di Genova sarebbe stata appena sufficiente. Il piú burlone in questi discorsi era capitan Ramò, che con tutta la barba bianca e moglie e figli, in compagnia delle belle ragazze e pure delle maritate giovani si scordava volentieri d’essere burbero e per tenerle allegre non pativa di scrupoli; un nomo spregiudicato, sano e dritto come nuda stanga, che suo figlio Camillo non gli somigliava manco nei legacci delle mutande.

Da qualche anno non navigava piú e s’era messo a costrurre bastimenti che spediva per conto suo. Giusto allora ci aveva sul cantiere un brigantino a palo, l’Emilia mia, pronto ad essere varato da un giorno all’altro, un barco grosso pei viaggi specialmente di Valparaiso e del Callao, e avendolo chiamato col nome della sua figlia piú grande, gli era venuta l’idea d’un invito a bordo pel battesimo, con rinfreschi e colla banda, una funzione che non s’era mai vista dopo che a Manassola si fabbricavano bastimenti. La signora Ramò s’era cacciata in testa d’invitare don Bosco a benedire l’Emilia, perché don Bosco in quei giorni era di moda, ed essa, senza essere troppo divota lo portava ai sette cieli e ancora piú in su; lui sulle prime, Dio guardi, le avrebbe dato fuoco all’Emilia colle sue mani piuttosto che farla benedire da quel caporione dei gesuiti! poi s’era lasciato tirare a dire di sí per levarsi la seccatura; in fondo, liberali e gesuiti li legava tutti insieme collo stesso spago e la digestione non gliela guastavano altro che gli affari quando andavano male. Don Bosco? Ebbene, l’avrebbe un po’ visto da vicino questo gran personaggio celebre e l’avrebbe sentito discorrere; tutto ben pensato, era felicissimo di levarsi una curiosità; o lui, Ramò, avrebbe convertito don Bosco, o don Bosco l’avrebbe convertito lui, Ramò; o non si sarebbero convertiti né l’uno né l’altro, che era la più probabile, e a tutti i modi né di tasca né di salute nessuno ci avrebbe rimesso, ecco l’importante.

La vigilia del varo, Camillo prese Marinetta a quattr’occhi sotto l’archivolto del Piccamiglio, dove non passava mai anima viva. Era mansueto come un agnello, tenero come una tortora. Le disse che egli d’andare avanti cosí, senza sapere di che morte gli sarebbe toccato morire, ne soffriva troppo e aveva deciso di sottomettersi a qualunque sacrificio, perché essa gli volesse sempre bene e gli giurasse come si giura sulle porte dell’eternità che non l’avrebbe mai abbandonato per nessun altro. Di questi giuramenti Marinetta gliene aveva già fatto una dozzina o due dal giorno che si erano conosciuti e non capiva cosa ci fosse di nuovo, tanto piú che Pollino Gabitto non lo vedeva da una settimana, e meno ancora capiva perché ci dovessero entrare i sacrifizi; la chiamava sacrifizio lui la gelosia e la sua prepotenza? C’era questo di nuovo: Camillo, che per timidità fino allora non aveva avuto il coraggio di parlare a suo padre francamente di Marinetta, sapendo che il meno che poteva toccargli sarebbe stata una sedia sulla testa, ora non voleva piú altro aspettare e ad ogni costo metteva le carte in tavola; se suo padre acconsentiva al matrimonio, non si dice subito, ma almeno di lí a un anno, tanto meglio, in caso diverso il rimedio era bello e trovato: fra quindici giorni l’Emilia mia partiva da Genova pel Chilì, lui e Marinetta s’imbarcavano di nascosto, d’accordo col capitano del bastimento, un amico che non li avrebbe traditi nemmeno colla pistola alla gola; appena a Valparaiso si sposavano, e per tirare avanti e per mantenere la moglie lui si sarebbe adattato a far di tutto, anche a lavorare la terra, ché le braccia se le sentiva forti, ma a questi punti non ci sarebbero arrivati, perché a Valparaiso ci aveva dei parenti, e ad ogni modo in America un buon posto da guadagnare venti o venticinque franchi al giorno si trova sempre, quasi senza cercarlo. Marinetta si sentiva per amor suo di scappare con lui, di dargli questa prova di fedeltà, se in famiglia, come temeva, gli contrastavano di sposarla? Una parola, solamente una parola, non domandava altro!

Il progetto di Camillo era dei piú sballati che si possono immaginare, ma quel meschinetto si affannava tanto, supplicando, battendosi lo stomaco, e dall’altra parte Marinetta era cosí facile a innamorarsi delle cose nuove, che l’idea d’un viaggio in America le piacque subito, e dopo essersi fatta pregare pel gusto di farsi pregare, acconsentí, promise, giurò per la centesima volta tutto quello che Camillo le domandava. Voler bene a lui solo? non abbandonarlo mai? partire con lui? ma quante volte doveva dirglielo che non aveva pensato mai a nessun altro e si sarebbe lasciata tagliare il collo prima di dargli mezz’oncia di dispiacere? – Fatti i suoi conti, risoluta a non tornare nella Pece Greca, s’era persuasa che il piede in due scarpe non poteva piú tenerlo e bisognava decidersi o per Tizio o per Sempronio, e fra Tizio coi denti al sole e Sempronio che nel peggio dei casi l’avrebbe portata a far la signora in America, se essa non si decideva per Sempronio una bottiglia di vino bianco spumante la pago io.

Sempronio, ossia Camillo, tanta consolazione si sentí nell’anima dalle parole di Marinetta, che a momenti s’inginocchiava per ringraziarla ed era lí per baciarle la punta dei piedi, quando a Marinetta non le saltò il grillo di stringergli forte la testa fra le sue mani e baciarlo lei invece, e baciarlo sulla bocca? Raramente, ma ogni tanto aveva di questi slanci. – Se gli uomini fossero di marmo e non sentissero niente, certe volte sarebbe meglio; ché quel bacio gli andò fino al fondo del cuore al povero Camillo che non se l’aspettava, e come una bragia sempre accesa ci restò dentro per tutta la vita.

XV

Una bella mattinata dolce, un mare d’olio turchino, pareva che capitan Ramò se li fosse fatti prestare apposta pel varo dell’Emilia. Bandiere, bandiere da tutte le parti, alle finestre delle case che guardano la marina, sui barchi in costruzione, sui pali piantati nella sabbia, bandiere italiane colla croce di Savoia, bandiere inglesi colla croce rossa di San Giorgio, americane, spagnuole, portoghesi, norvegine, bandiere a mille colori e tutte d’un colore, a fiamma, a pennello, a gagliardetto, a stendardo, con figure di santi e madonne, iniziali e cifre d’armatori, nomi di bastimenti, insomma un’allegria d’arcobaleno che sventolava in aria sotto il sole e faceva traballare la vista. Sulla spiaggia e sui balconi e sui terrazzi un mondo di gente, in mare un mondo di barchette.

Manco a dirsi, tutta pavesata anch’essa per ogni verso, da poppa e da prua fino alla punta degli alberi, la chiglia dentro i vasi e tenuta su appena appena dai puntelli necessari, l’Emilia mia era un gaudio vederla sullo scalo nel mezzo del cantiere, bianca latte come una sposa, col violone sotto il bompresso e lo specchio di poppa pieni d’intagli d’oro, svelta, fiammante, che non si sarebbe mai finito di guardarla. Per salire a bordo c’era un grande scalandrone di tavole posticcie, ma i marinai e i ragazzi facevano piú presto degli invitati arrampicandosi su per le biscagline appese di qua e di là al bastingaggio, e di ragazzi ne piovevano tanti in coperta, che Mascabado, il nostromo, le bestemmie non sapeva piú dove andarle a pescare e si sentiva far male il braccio a forza di distribuire scappellotti e gettare berretti in aria giù dal bordo.

Se non si cacciavano indietro quei figli d’accidenti, la funzione si faceva per essi, e le signore e le signorine e le signorone, che ce n’era d’ogni specie e non soffrivano l’odore di catrame fresco, potevano montarsene a riva sul trinchetto e sulla maestra! A momenti, se venivano ancora degli invitati, in coffa o sui pennoni bisognava che ci andassero davvero, ché in coperta, a poppa massimamente, non c’era piú posto e tutta la prua l’occupavano quei della banda, in attesa di suonare la marcia reale all’arrivo di don Bosco e del sindaco.

Capitan Ramò, vestito di nero dalla testa ai piedi, con un cilindro arruffato che se lo levava tutti i minuti per asciugarsi il sudore, sbuffava, correndo su e giù come se avesse perso la borsa, dava ordini e contrordini a Mascabado, ai musicanti, ai maestri d’ascia, gridando forte senza rispetti umani. Impacciato fra tante persone che venivano a congratularsi e a tempestarlo di domande senza sugo e non capivano che di complimenti lui non se ne intendeva e poi quello non era il momento adattato, mezzo faceto e mezzo brusco diceva alle signore qualcuna delle sue burlette o qualche complimento agrodolce, ma cogli uomini tagliava corto, lasciandoli in asso sul piú bello, all’usanza inglese. I salamelecchi toccava a suo figlio di farli; dove s’era nascosto quel lunario male stampato e perché non si muoveva?

Chi sta bene non si muove. Camillo se ne stava con Marinetta, venuta insieme alla signora Ramò e alle sue figlie in pompa magna, e aveva altro da pensare che ai salamelecchi. Di che cosa parlassero, piano per non farsi scorgere, non c’è bisogno di dirlo, ma si capisce pure che Marinetta li sapeva a memoria quei discorsi e certo non s’era messo un vestito nuovo di percallo a quadretti bianchi e rossi, e non era venuta sull’Emilia per restare laggiú in fondo tutto il tempo della festa a sentire la cantilena solita e a ribattere sempre le stessissime cose. Domando io: che colpa ne aveva lei, se il Pollino Gabitto, col suo istrumento sotto il braccio, passeggiava a bordo in aria di fanfarone, sbirciandola da lontano? un musicante come gli altri, venuto coi musicanti; ebbene, Camillo moriva di gelosia e di rabbia, fermo nell’idea che vi fosse un appuntamento, e non bastandogli di soffrire lui, metteva Marinetta sulla graticola.

Per poco che durasse, andava a succedere una scena, o almeno quei che erano vicini si accorgevano della lite. Fortunatamente, la marcia reale annunziò l’arrivo di don Bosco, tutti si agitarono, si fece un gran movimento verso lo sbocco dello scalandrone e Marinetta fu svelta a ficcarsi in mezzo alla folla prima che l’altro avesse avuto il tempo di trattenerla. Pigliata a braccetto la seconda delle figlie Ramò, ché l’Emilia, come madrina del bastimento, era coi pezzi grossi, poté respirare e godersi lo spettacolo, sicura che fino a funzione finita sarebbe rimasta in pace, libera da quel benedetto ragazzo, una vera mosca di Milano senza fargli torto.

Dal suo posto, mentre la marcia reale seguitava allegramente, vedeva benissimo capitan Ramò, il sindaco e gli altri invitati d’importanza; sprofondarsi in riverenze davanti a don Bosco, che accompagnato dall’arciprete e dal suo segretario, un pretino secco e colore di cuoio sporco, veniva adagio verso poppa, tenendo il tricorno appoggiato allo stomaco, salutando col capo a destra e a sinistra. Non era per criticare, ma lei, nei panni dell’armatore, avrebbe chiamato un altro sacerdote a benedire il bastimento, invece di don Bosco! Nei preti, si sa, non è la bellezza quella che si deve cercare, però l’occhio vuole la sua parte, e questo famoso reverendo sembrava uno di quelli che portano in giro casseruole e padelle: occhi piccoli piccoli, una faccia tagliata coll’accetta, era tutto lí quello che dicevano un gran santo e l’amico intimo del papa? altro che riceverlo colla musica! ma neppure sentire una sua messa, bassa, neppure fargli smorzare le candele in sacristia! – Era in vena Marinetta, e avrebbe seguitato ancora, mettendo nell’imbroglio la sua amica che non sapeva troppo se doveva ridere o scandalizzarsi, quando all’improvviso un lampo le tagliò la parola: gli occhi piccoli piccoli del reverendo s’erano fissati nei suoi come se egli avesse inteso, a malgrado della distanza, che si parlava di lui con tanta disinvoltura, s’erano fissati nei suoi, lungamente e pieni di fiamma, le penetravano l’anima acuti come punte di spillo. Paura o vergogna, dovette voltarsi e guardare da un’altra parte.

Intanto la musica era cessata, cinque o sei preti in cotta circondavano don Bosco, gli avevano messo sulle spalle il piviale bianco e dato l’asperges. Silenzio generale come in chiesa, gli uomini tutti col cappello in mano, le signore cosí compunte da non farsi nemmeno piú fresco col ventaglio.

– Dominus vobiscum.

– Et cum spiritu tuo.

– Oremus.

E tra un subisso d’Oremus, d’antifone e di salmi cantati, il bastimento fu benedetto di sopra e di sotto, per lungo e per largo, benedetto di dentro e di fuori, nello scafo, nell’alberatura, negli attrezzi, tanto che se il diavolo, per combinazione, avesse avuto la fantasia di nascondersi a bordo, una goccia d’acquasanta addosso gli sarebbe piovuta di sicuro, in qualunque buco si fosse cacciato. Capitan Ramò, stanco che la funzione andasse cosí per le lunghe, impaziente di vedere l’Emilia galleggiare trionfante nell’acqua, perché un varo ha sempre i suoi rischi e i suoi pericoli e l’armatore è sulle spine fino all’ultimo momento, masticava antifone lui pure, ma non in latino; fu a un pelo d’uscire dalla grazia di Dio quando dopo la benedizione e tornato a poppa, don Bosco, senza levarsi il piviale, improvvisò un discorso. Dell’altro tempo da perdere, adesso! cascava il mondo se non c’era la predica che coronasse l’opera? Aveva una voglia matta di farla lui la predica, contro i predicatori che non hanno niente da dire e rompono i santissimi a chi deve contare i minuti!

Che non ci fosse niente da dire ne era persuaso capitan Ramò, ma don Bosco se parlava ci aveva il suo perché, altrimenti sarebbe stato zitto; e fece un bellissimo discorso, alla buona, quasi in famiglia, senza i soliti gesti e i soliti chiaroscuri: quella nave superba, frutto di tante fatiche, in procinto di essere gettata ai pericoli dell’oceano, gli suggeriva il pensiero dell’anima nostra, uscita dalle mani di Dio e gettata nel gran mare della vita. In balía dei flutti, chi la salverà dai venti e dalle tempeste, dai venti formidabili che scatena l’inferno, dalle tempeste terribili delle passioni? Un valente capitano, pronto e vigilante, un forte equipaggio guidano la nave vittoriosa a salvamento, ora il capitano dell’anima dev’essere il santo timor di Dio, sempre vivo, sempre presente in ogni circostanza, e le buone opere sono i marinai che aiutano potentemente la difficile traversata di questo mondo. E in quella guisa che a un bastimento occorrono tanti diversi attrezzi, senza dei quali riuscirebbe impossibile il navigare, cosí è necessario che a bordo dell’anima nostra ci sia la bussola della fede, l’àncora della speranza, la bandiera della carità, l’albero della fortezza, la vela della prudenza, il timone dell’obbedienza, e provvisti di un cosí ricco patrimonio, spinti dal vento propizio che è la divina grazia, rischiarati dai fari luminosi che sono i sacramenti, giungeremo felicemente al porto dell’eterna salute.

Come dico, un discorso bellissimo che a ricordarselo tutto ci vorrebbe una memoria di ferro non solo, ma anche molta istruzione per poterlo ripetere tale quale, coi suoi testi latini a posto, coi suoi bravi esempi di famosi capitani marittimi, come sarebbe il nostro gran Colombo, per dirne uno, che all’amore della scienza univano lo zelo di spandere la religione cattolica nei paesi ancora sconosciuti. A questo proposito, sull’ultimo, don Bosco aggiunse che l’Emilia mia in partenza per l’America, gli rammentava con giubilo e insieme con tristezza, che appunto in America, nelle barbare foreste della Patagonia, egli ci aveva dei diletti figli, occupati a spargere tra i selvaggi il seme dell’Evangelio; magnanimi sacerdoti e vergini intrepide, partiti per loro spontanea elezione, divisi forse per sempre dai congiunti, a tanta distanza dalla madre patria, da questa bella Italia, che forse non avrebbero mai piú riveduto! Vivevano laggiú, in mezzo a stenti e a privazioni indicibili, poveri e laceri, in preda a crudeli infermità, spesso visitati dalle bestie feroci e dai serpenti, sprovvisti talvolta perfino del pane quotidiano, ma felici nella loro miseria, contenti di soffrire e anche di dar la vita per la missione apostolica a cui s’erano dedicati. Chi mai avrebbe voluto rifiutarsi di implorare per essi dalla divina Provvidenza tutte quelle grazie spirituali e temporali di cui tanto abbisognavano? Preghiere, preghiere soltanto per quei derelitti, martiri della loro carità, e l’Onnipotente non sarebbe stato sordo alle suppliche dei fedeli, e aperti i tesori della sua infinita misericordia, avrebbe spedito un angelo dal cielo in soccorso dei suoi missionari!

Pei tempi che corrono, la gente prima d’intenerirsi ci pensa due volte, ma il predicatore queste poche parole le disse cosí bene, con voce cosí calda e cosí piena di passione, che gli invitati si commossero tutti e le signore si sentirono i brividi nelle ossa, all’idea delle bestie feroci e dei serpenti. Finita la predica, mentre andavano in giro i rinfreschi, ci fu qualcheduno che propose di fare una colletta pei poveri preti e le povere monache della Patagonia, e si sarebbe fatta sul tamburo, se il segretario di don Bosco, quel pretino secco, color di cuoio sporco, che gli correva dietro come la sua ombra, non avesse invece suggerito una piccola sottoscrizione per evitare la seccatura di tirar fuori i denari lí per lí, ché poi a suo tempo o lui o altre persone avrebbero pensato a riscuotere le offerte. Giustissimo: si mandò a prendere carta, penna, calamaio, e tra l’intenerimento e la paura di scomparire, firmarono tutti, capitan Ramò in cima di lista, che quella cavata di sangue non se l’aspettava davvero; col banco sull’abbrivo, giusto lui aveva avuto il tempo e la voglia d’intenerirsi, e taroccava fra i denti contro don Bosco, i missionari di don Bosco, la Patagonia di don Bosco e sua moglie matta per don Bosco, che gliel’aveva cacciato nei piedi!

Mancava poco a mezzogiorno, serviti i rinfreschi, le conversazioni minacciavano di voler durare fino a notte, gli operai erano impazienti e assolutamente l’Emilia si doveva buttarla in mare. Signori illustrissimi, capitan Ramò era dispiacentissimo d’interrompere la seduta, ma era mercanzia reale, i complimenti li lasciava da banda, per cui chi voleva profittare dello scalandrone prima che fosse abbattuto, bisognava che avesse la compiacenza di muoversi; era l’ora, abbasso si cominciava a mettere in moto gli argani e a levare i puntelli. – A levare i puntelli!? non ci sarebbe mancato altro! Don Bosco che aveva ricominciato da capo a discorrere dei suoi preti d’America, le signore che l’ascoltavano a bocca aperta, gli invitati maschi che per rinfrescarsi facevano bravamente colezione con biscottini bagnati nel Marsala, pigliarono il due di coppe senza aspettare il secondo avviso, mentre in furia e in fretta i marinai gettavano nelle ceste bicchieri e bottiglie e i ragazzi si abbaruffavano sui biscotti avanzati.

Come sia successo che una ventina di minuti dopo, quando dello scalandrone non esisteva neminanco piú una tavola e da bordo non c’era piú mezzo di poter scendere, come sia successo che il Gabitto sbucò a prua da un boccaporto e dietro a lui Marinetta, rossa infuocata, coi capelli in rivoluzione e la veletta di traverso, è una cosa che potrebbero dirla solamente essi. Appena terminata la predica, da lontano Camillo aveva fatto segno a Marinetta di non muoversi, che le avrebbe portato lui la limonata e le paste, poi ipotecato per un pezzo da don Bosco, nella confusione non l’aveva piú vista, e venuto il momento d’andar via tutti, era sceso uno dei primi, sicuro di trovarla abbasso sulla spiaggia; in mezzo a tanta gente, affannato, con un palmo di lingua fuori, la cercherebbe ancora adesso, se suo padre che dirigeva l’operazione, non l’avesse preso al volo per mandarlo sotto il dritto di prua, a stare bene attento al segnale e ripetere il fischio della partenza.

Dunque, ora che la frittata era fatta e il bastimento era rimasto quasi vuoto senza che essi se ne fossero accorti stando sotto coperta a discorrere al fresco, Pollino e Marinetta dovevano per forza lasciarsi varare, ché in quanto a scendere oramai era inutile pensarci. Pollino, marinaio consumato, se ne rideva, avvezzo fin da piccolo ad andar sull’abbrivo per suo piacere, ma invece Marinetta, con tutto che avesse sempre mostrato d’essere una figliuola piena di coraggio, tremava e sudava freddo, e non volendo sentir ragioni, pretendeva e supplicava che in un modo o in un altro la calassero giù, con grande meraviglia di Mascabado, persuaso sul serio che si fosse nascosta pel gusto d’una sdrucciarola in mare. Le veniva la tremarella, adesso? doveva pensarci prima: adesso, ridere o piangere, s’era messa in gabbia da lei e ci voleva pazienza, ci voleva! Del resto, agguantarsi bene a un cavo, star ferma e niente paura; venuto il momento buono, le sarebbe sembrato di scivolare sulla seta.

Abbasso, gli argani manovravano in mezzo a un gran silenzio d’aspettativa, interrotto come a tempo di musica dal grido dei maestri d’ascia che li facevano girare, un grido lungo, malinconico, e di quando in quando dalla voce isolata, fortissima, di capitan Ramò. L’Emilia non si muoveva ancora. Un’eternità! Seguendo il consiglio del nostromo, Marinetta s’era agguantata a un cavo, lo teneva stretto colle due mani e si appoggiava col corpo alla batteria per esser piú ferma; e a Paolino che la canzonava della sua paura, non rispondeva niente, anzi sembrava infastidita di sentirselo ai fianchi, da rossa ch’era prima, diventata piú bianca d’una camicia. Per curiosità, alzatasi in punta di piedi, si affacciò qualche momento tra le griselle dell’albero di maestra, vide sotto di sé nel cantiere tutta quella popolazione silenziosa, attenta al lavoro degli operai senza perderli d’occhio, senza respirare, vide da ogni parte, seminati nella folla, dei mazzetti d’ombrellini scintillanti al sole e allegri nei loro colori come le bandiere che sventolavano in aria, ma non vide altro, perché appena affacciata, si tirò subito indietro e nascose la testa, sembrandole che dalla spiaggia tutti quanti non guardassero piú che lei sola. – Signore benedetto! era inchiodata l’Emilia, che non partiva, mai? -Spaccone e fanfarone secondo il suo solito, Pollino Gabitto s’era messo a cavallo sul bastingaggio, col sigaro in bocca, fiero di farsi vedere lassù da tutto il paese, come se fosse lui colle sue palle di fumo quello che varava il barco; marinai e ragazzi stavano tutti a riva, sulle sartie, sui pennoni, fino sulle crocette, sconquassando l’attrezzatura a forza di scuoterla da cima a fondo per cintare l’abbrivo. Intanto gli argani manovravano, manovravano sempre e l’Emilia non si muoveva.

A un tratto, Maria Santissima! un grido: si muove! cento gridi, mille gridi: si muove! si muove! pareva che subissasse l’universo. Marinetta sentí su per le gambe un gran freddo e venirle al cuore. Affacciatasi un’altra volta, vide tutta quella massa di gente che urlava alzando in aria le braccia e battendo le mani, gli uomini agitando i cappelli, le donne sventolando i fazzoletti, e al primo momento le sembrò che l’Emilia fosse sempre ferma al suo posto, ma ecco che la folla mano mano passò adagio verso poppavia, ecco di poppavia passare il barco piú vicino nel cantiere, poi le case in riga sulla spiaggia, poi il campanile dell’Assunta, la torre dei Piccamiglio, Monte Moro… Si andava davvero! e senza scosse, sempre piú in fretta, proprio sulla seta. Si andava; una confusione di gridi, di musica e di battimani, un avvallamento improvviso come se si spalancasse la terra sotto i piedi, e con la puzza di catrame e di pece greca, venne sin da poppa una nuvola di fumo, grandissima, e avviluppò tutto quanto il bastimento, da non vedere piú niente.

Cose da ridere, eppure chi non le ha provate non può figurarsele. Quando il fumo si diradò e l’Emilia in pieno mare correva ancora come una freccia, e la spiaggia era laggiú, nera di popolo, senza che si potessero piú distinguere le persone, Marinetta non capiva bene dove fosse, aggrappandosi sempre forte ai cavi, sentendosi alla bocca dello stomaco uno stringimento che non la lasciava respirare. Se le avessero dato da intendere che era affondata sott’acqua e poi era venuta a galla., lei se lo sarebbe creduto, e se le avessero detto che il bastimento non era ancora partito, se lo sarebbe creduto egualmente, perché tra la paura e la confusione, il suo cervello era uscito per un momento fuori di cassa. Saltò giú Pollino in coperta: ebbene? un varo magnifico, una partenza coi fiocchi; c’era da tremar tanto, prima, e da disperarsi tanto? era morta? se l’avevano mangiata i pesci in un boccone? adesso almeno, passati tutti i rischi, ché già rischi non ce n’erano stati neppure per ombra, sapeva anche lei cosa voleva dire andare sull’abbrivo. Scommettiamo che non si sarebbe fatta pregare per ricominciare da capo. Scommettiamo?

Questo no: tornando a poco a poco a mettersi in carreggiata, e trovato il filo, ripensando ai casi suoi, lei non avrebbe voluto ricominciare niente affatto per centomila ragioni, pentita, e pentitissima d’essersi distaccata, dopo la predica, dalla sorella di Camillo e d’aver acconsentito a scendere con Pollino sotto coperta, dove credeva di restarci un minuto e invece, giù nella stiva, al fresco, aveva finito per restarci due minuti e anche tre e anche quattro, e mettiamo pure cinque. In generale, di pentirsi dopo fatto uno sproposito, era la sua abitudine, ma questa volta, all’infuori del pentimento c’era la rabbia, una rabbia che non sapeva, come sfogare contro il Gabitto, altro che ostinandosi a non volergli rispondere. Si guardava le mani tutte incatramate dal cavo che aveva, tenuto stretto tanto tempo, e piú le fregava col fazzoletto, piú sporcava il fazzoletto e meno riusciva a pulire, guardava in lontananza sulla spiaggia il formicolamento della folla sotto i festoni di bandiere, guardava nell’acqua la scia a zigzag del bastimento e le barchette che si avvicinavano, e la bocca l’aveva cucita a doppia cucitura e gli occhi di Pollino li schivava, peggio che se fossero stati due tizzoni. Un capriccio come un altro, perché sappiamo tutti che non era lei quella che si lasciasse mettere paura dalle occhiate di nessuno, massime d’un giovinotto, e d’un giovinotto con cui era entrata in confidenza come con Pollino Gabitto. Nel passarle davanti, vedendola cosí diversa dal solito, Mascabado le domandò se si sentiva voglia di fare i gattini con quella faccia che aveva d’uffizio dei morti e di limone spremuto.

Gloriosa e trionfante l’Emilia mia finalmente s’era fermata nel mezzo del golfo e aveva dato fondo, subito attorniata da tutti i gozzi e da tutte le barchette che si trovavano in mare. Si vedeva da bordo la gente a terra sparpagliarsi e imboccare i vicoli scuri che dalla marina mettevano nell’interno del paese, ora che lo spettacolo era finito e per diverse ore di seguito il sole l’aveva cotta abbastanza, un sole senza misericordia, piú da estate che da primavera; si sentivano nel cantiere i colpi dei calafati e dei maestri d’ascia, che dopo avere aiutato il varo, erano tornati sui loro barchi in costruzione, ma come diceva Pollino, quel giorno lo consideravano festa e lavoravano colle mani di velluto.

XVI

Siccome prete Lazzaro e sua sorella Cicchina non erano niente portati per queste funzioni di gran fracasso e se n’erano rimasti in casa tranquillissimamente, cosí credevano che Marinetta fosse colla famiglia di capitan Ramò e ci restasse tutta la giornata; la signora Ramò e le sue figlie credevano che scendendo da bordo colla comitiva degli invitati si fosse persa nella folla, persuase di trovarla per la strada o a casa loro da un momento all’altro. Quello che non sapeva piú a che Madonna raccomandarsi, né dove dar della testa, era il povero Camillo: appena partito il bastimento dallo scalo, eccolo di nuovo a cercare quella creatura, senza poter capire dove fosse andata a ficcarsi, a cercarla pieno d’inquietudine, ché l’inquietudine era il suo pane quotidiano, sotto gli archivolti, nei vicoletti deserti, dietro i muricciuoli e le cataste di legname, insomma nelle tane, già che alla luce del sole non riusciva a vederla in nessuna parte. Gli era scappata dalle mani come un’anguilla, si era nascosta di sicuro, e per scappargli così, per nascondersi con tanta malizia, qualche motivo doveva avercelo; quando non si fa niente di male non c’è bisogno di nascondersi.

Il pensiero, che fosse col Gabitto gli bruciava l’anima: col Gabitto, dopo le promesse che gli aveva fatto il giorno avanti di non voler bene che a lui, a lui solo, dopo il patto d’andar via con lui in America se a Manassola non potevano sposarsi, dopo il bacio amoroso ch’essa gli aveva dato sulla bocca, dolce come una manna del cielo, infuocato come una bragia!? Andò in mezzo ai musicanti che suonavano l’ultima marcia, li squadrò tutti, e il Gabitto non c’era. Non c’era! Nessuno seppe dirgli quando fosse sparito né dove si fosse rintanato. Che ragione aveva di non essere cogli altri a suonare nel cantiere quando a bordo aveva avuto il fegato di venirgli a passeggiare sotto il naso, mezz’ora prima, con tanto di trombone?

Ancora una speranza: forse lei era andata a casa; sembrava poco probabile, ma tutto poteva darsi. In due salti, a rompicollo, si trovò alla porta del canonico, entrò col pretesto di farsi dare un vasetto d’unguento, inventando d’essersi sforzato un braccio, nell’abbattere un palo, che anzi il canonico volle visitarglielo il braccio e ungerglielo lui stesso, ma capí subito che Marinetta non s’era vista. Scappò via, tornò sulla spiaggia, senza sapere perché ci tornasse, avvilito, disperato.

Mentre correva su e giù, ricominciando a frugare in tutti i canti e a mischiarsi alle ultime comitive che se ne andavano, non lasciando passare un pezzotto o una veletta senza essere sicuro della donna, s’intoppò in Mascabado ch’era sceso a terra giusto allora. Sulla faccia doveva averci dipinta come in un quadro la burrasca del suo cuore, perché appena lo vide, Mascabado lo fermò su due piedi, domandandogli, quasi spaventato, cosa gli era successo. Niente; cercava una persona, ecco, e non poteva trovarla; non gli era successo altro, e se non riusciva a trovarla, pazienza. Ma la voce gli tremava; l’aveva sulla punta della lingua il nome di quella persona, ma non si sentiva il coraggio di pronunziarlo nemmeno con Mascabado, il suo uomo di confidenza, ch’era stato quello, si può dire, che gli aveva insegnato ad abbottonarsi i calzoni. E intanto le gambe non volevano star ferme e cercavano di portarlo via. A proposito, lui, Mascabado, non l’aveva mica vista, ossia, non l’aveva mica visto… Pollino Gabitto?

La risposta se la fece ripetere due volte, parola per parola, credendo di non aver ben inteso: il Gabitto era a bordo dell’Emilia insieme a quella figliuola genovese che stava col canonico Marmo…

Scappò di corsa verso il mare, come se sull’Emilia avesse voluto andarci a nuoto. Mascabado dietro, i lavoranti del cantiere, i barcaiuoli, i monelli dietro anch’essi. Non ci vedeva piú dagli occhi. Entrò nell’acqua a mezza gamba per saltare in un gozzo, il primo che gli capitava, e mollando la cima, sentí alla distanza d’una sassata debole la voce di Pollino. Era proprio Pollino, in barca, che se ne tornava magnificamente, lui e Marinetta, dritto sulla prua, e gridava che gli facessero largo per potersi accostare agli scogli del molo!

Se qualcheduno si immagina che Camillo, nello stato ch’era di infiammazione e di accecatura, sia corso sul molo ad aspettare il Gabitto e gli si sia buttato addosso come una tigre, risoluto di mangiargli l’anima, e l’altro si sia difeso con quelle braccia che aveva di ferro schietto, e con mille sforzi Mascabado e gli altri li abbiano divisi, e a Marinetta le abbia preso uno svenimento, se qualcheduno si imagina questa roba, e uno scandalo grandissimo nel paese, e forse una coltellata per giunta, buscata da Camillo, s’intende, è meglio che se ne vada a passeggiare, se a queste cose ci tiene, perché non successe niente. Prima di tutto, anche volendo, Camillo non avrebbe potuto arrivare allo sbarco, ché il nostromo gli si era già piantato ai fianchi, insospettito di quella fuga a precipizio cosí strana; ma il punto principale è che quando vide Marinetta insieme a quell’altro – insieme a quell’altro sotto i suoi occhi! – lo pigliò pel corpo una gran tremagione e restò inchiodato, piú morto che vivo, come se gli avessero dato una martellata sulla testa.

Né Pollino né Marinetta non se ne accorsero neppure di lui, smontarono dal gozzo e presero due strade differenti, cosí scenate in pubblico non ce ne furono, e Mascabado, che non aveva capito nulla, si spolmonava con Camillo, a dirgli che facesse presto se voleva parlare al Gabitto prima che sparisse, e colla confidenza che aveva gli domandava perché lo lasciasse andar via, dopo averlo cercato con tanta furia per mare e per terra.

La scenata ci fu piú tardi in casa Ramò, quando verso sera, essendo entrato per combinazione nella sua stanza, ché a quell’ora, dopo pranzo, cinquanta volte sopra cinquantuna, era sempre sulla porta del Casino a tagliare in fette l’Europa, capitan Ramò sorprese suo figlio nell’atto di portargli via il revolver. Nientemeno! e per trovarlo gli aveva sfondato tre o quattro tiretti, uno, fra gli altri, che avrebbe dovuto resistere alle cannonate, con una magnifica serratura inglese d’ultima invenzione, pagata a Londra due sterline giuste, ch’era quello che serviva da cassa forte. Fatto il piú difficile, poteva pure fare il resto e servirsi a piacimento, il suo signor figlio, e pigliarsi quei pochi soldi e vendersi le cedole! Dal momento che in mancanza della chiave a scassinare i mobili e a rovinarli ci si era messo come si sarebbe messo a disfare una cesta di fichi, tanto valeva andare a fondo senza rispetti umani! E cosa intendeva di farne del revolver, lui che lo teneva in mano a uso asperges? bruciar le cervella alle mosche? oppure andare in giro pel paese e spaventare i pipistrelli?

Mortificato d’essersi lasciato prendere col corpo del delitto, Camillo non rispondeva, ma quando suo padre volle farsi dare l’arma, invece di obbedire da quel figlio rispettoso che avrebbe dovuto essere, si provò a resistere. Una resistenza fuori posto e anche inutile, perché capitan Ramò, dato un ordine magari a sproposito, non era di quelli da tornare indietro e se diceva: voglio! la sua parola contava piú di quella del Creatore, e per amore o per forza bisognava chinare la testa. Figuriamoci se a lui che non gli aveva mai imposto nessuno, manco certi pezzi d’uomini, faccie proibite, che guai incontrarli di notte, e volevano fare i prepotenti sul suo bordo, dava ombra quel fico secco di suo figlio! Saltargli addosso e levargli l’arma, sarebbe stato l’affare d’un momento, senza la paura di una disgrazia, specie un’arma da fuoco nelle mani d’un ragazzo che non ci aveva pratica e il primo danno, se partiva il colpo, se lo sarebbe fatto a sé stesso. Alzò la voce com’era solito alzarla ai tempi che comandava il bastimento, ma questa volta il ragazzo, testardo nella sua idea, annaspando le parole e tremando fino alla punta dei capelli, invece di cedere si mosse verso la porta per uscire dalla stanza. Apriti cielo! Un fulmine che vi scoppiasse ai piedi non farebbe piú fracasso e rimbombo di quello che fece allora la voce di capitan Ramò; tutta Manassola deve averla sentita, se i muri non si abbatterono o almeno non si ruppero i vetri, fu un miracolo. Camillo restò pietrificato, accorsero, matte di spavento, la signora Ramò e le figlie, lo videro col revolver in mano, credettero che volesse ammazzare suo padre, e gli strilli e gli urli che cacciarono non si sentono in mezzo a cinquecento gatti scorticati vivi. L’Emilia, la piú coraggiosa, fece un atto da meritarsi la medaglia dalla società di Salvamento, prese suo fratello alle spalle, e il revolver glielo strappò lei in un attimo. Fortuna che non partí nessun colpo, ma già non potevano partirne dei colpi, perché l’arma era scarica.

Che Camillo avesse intenzione di servirsene per levar la pelle a qualcheduno di sua conoscenza, oppure per liberarsi una buona volta dal fastidio di vivere, questo o quello che non si sa e che lui non volle dire, nemmeno nella confessione generale fatta in presenza di suo padre e di sua madre. Naturalmente, la scena della pistola non poteva finire cosí, blanda blanda, senza la confessione, e a botta calda gli toccò mettere in tavola la sua storia con Marinetta dal numero uno al numero novanta., tirata fuori a pezzetti colle tanaglie, gli appuntamenti, le promesse, le gelosie, e via discorrendo. Ricordandosi le sue imprese di gioventú, che ne aveva fatto piú di Carlo in Francia e a contarle non basterebbe una settimana, capitan Ramò rideva sotto i baffi e se manteneva l’aria burbera era per l’onore della firma, sua moglie invece trasecolava mettendosi le mani nei capelli. Di due cose non si poteva dar pace, di non essersi mai accorta di niente, essa che Marinetta la vedeva tutti i giorni, in casa e fuori, e che quella sgualdrina si fosse burlata di suo figlio al punto di rovinarlo nell’anima e nel corpo, una sgualdrina di prima classe, venuta colla volpe sotto l’ascella, che non era degna nemmeno di guardarlo in lontananza suo figlio! Questo era il pagamento di averla ricevuta in casa a braccia aperte, d’averle dato confidenza come se fosse stata della famiglia, d’averla messa all’onore del mondo!

Ma pazienza l’ingratitudine! sul passato ci si metteva una pietra sopra; il peggio fu che Camillo, dopo quello ch’era successo, ebbe l’ardimento di voler persistere nella sua idea di sposare Marinetta. Sapeva il male ch’essa gli aveva fatto, ma le perdonava volentieri e non si sentiva di vivere se non gliela lasciano prendere; le cose erano andate troppo innanzi, ci aveva messo il cuore su e per lui era questione di vita o di morte.

Un attaccamento che a leggerlo nei libri non si crederebbe, e per chi, in definitiva? per una figliuola di strada senza casa né tetto, figlia di miserabili da non toccarli neppure con una canna, coi ragnateli in bocca dalla mattina alla sera e dalla sera alla mattina, senza educazione, piena di fumi e nient’altro. E la povertà, transeat; se era di nascita bassa, se era miserabile, essa non ci aveva colpa, ma dopo aver fatto la civetta, – e fosse solo la civetta! – col terzo e col quarto, dopo essersi divertita per cattivo istinto a ingannarli tutti, e lui, Camillo, piú degli altri, a segno di ridurlo alla disperazione e metterlo in procinto d’andare in galera, si poteva ancora parlarne, almeno per il punto d’onore?

Non ci fu verso di capacitarlo, né colle buone né colle cattive; ripeteva sempre la medesima canzone: non si sentiva di vivere a nessun patto se non gli davano Marinetta! E quando suo padre e sua madre l’avevano ragionato per due ore e le sue sorelle gli si erano appese al collo piangendo, e finalmente sembrava persuaso, tornava a dire che gli rincresceva tanto, che capiva benissimo il suo torto, ma che per lui era questione di vita o di morte!

Al paradiso, capitan Ramò non ci credeva, però questa volta una bella fetta di paradiso se la guadagnò colla sua pazienza. Come non gli abbia rotto la faccia a suo figlio, o almeno come si sia tenuto d’applicargli al fondo dei reni la suola delle scarpe, lui d’un temperamento cosí focoso, è impossibile spiegarselo. Ma se al principio rideva sotto i baffi, e a buon conto dopo essersi cacciato la pistola in tasca, non dava importanza a uno dei soliti amoretti da scolaro colla serva o colla figlia dell’oste di rimpetto, che durano, quando durano, da San Giovanni a San Pietro, di quelli che lui ne aveva avuto delle dozzine nelle cinque parti del mondo, ora non rideva piú: la fissazione del figliuolo era una malattia bell’e buona e ci volevano altri cerotti che le paternali. Chi glielo suggeriva un rimedio pronto?

A sua moglie che l’indomani andò da don Bosco a domandargli consiglio, don Bosco suggerí un triduo a Maria Ausiliatrice e un’offerta pei missionari della Patagonia, ma questi erano rimedi troppo aristocratici, si rischiava di andar per le lunghe, e qui bisognava far presto, ché un giovinotto come Camillo non si poteva tenerlo per dei mesi sotto chiave, guardandolo a vista giorno e notte. Imbarcarlo sull’Emilia e spedirlo al Callao, relegarlo laggiú a domicilio coatto per un paio d’anni finché fosse guarito completamente, sarebbe stata la piú spiccia, anzi l’unica maniera d’uscirne, se la madre pietosa non avesse avuto un’idea ancora piú semplice e sbrigativa, quella di levare la pietra dello scandalo, ossia Marinetta, e intendersi col canonico per impacchettarla in ferrovia.

Succede un fatto tra le quattro mura d’una stanza, delle persone presenti nessuno ne parla con anima viva, e due ore dopo, la notizia di quel fatto allaga tutto il paese e non si discorre d’altro, e ognuno la colorisce a suo piacimento, la gonfia per conto suo, aggiunge piú frangie che può, e cosí nel passare di bocca in bocca, un fiato d’aria finisce per diventare un terremoto. Pensiamo dunque se a Manassola non prese subito lampo e non fu colorita e gonfiata in tutti i modi la questione tra capitan Ramò e suo figlio; basta dire che la mattina dopo, in sacristia, quando al canonico gli raccontarono la cosa, gli diedero da intendere che nel giorno il padre aveva trovato Marinetta nella stanza del figlio, e piú tardi, sempre per causa di Marinetta, tra padre e figlio c’erano state delle revolverate e a Camillo una gli era toccata in un braccio.

Se la notizia, cosí malamente travestita, non fu per prete Lazzaro e per Cicchina un colpo dritto al cuore, si lascia immaginare: a parte la brutta moneta con cui erano ricompensati della loro carità, e che non se la meritavano davvero, a parte l’offesa di Dio, ora, dopo tanto scandalo, cosa ne facevano essi di quella creatura, disgraziata e cattiva, anzi piú cattiva che disgraziata, che si era messo l’onore sotto i piedi, e non contenta di rovinarsi lei, aveva rovinato un povero giovane e tutta una famiglia? Per fortuna, la verità la seppero quasi subito, e la seppero dalla bocca stessa della signora Ramò, che li aveva mandati a chiamare di premura, e si parvero risuscitati dal sepolcro, ma il colpo era stato troppo forte, e ad ogni modo, se non al punto che si diceva, qualche cosa purtroppo c’era stato; la signora aveva ragione e discorreva da vera madre di famiglia, il paese di Manassola non era piú fatto per Marinetta.

Scrivere alla Bricicca che venisse immediatamente a prendersi la figlia, sarebbe stata troppo perdita di tempo, la Bricicca forse avrebbe fatto orecchie da mercante, non solo non sarebbe venuta, ma non avrebbe nemmeno risposto alla lettera, e fosse anche venuta, sarebbero state domande, spiegazioni scabrose, pianti, proteste, insomma seccature e dispiaceri da una parte e dall’altra, senza necessità. La piú spiccia, anche secondo il consiglio della signora Ramò e di capitan Ramò stesso, era che Cicchina si sacrificasse a un’opera santa di carità, come quella di salvare due anime dalla perdizione, e accompagnasse subito Marinetta a Genova da sua madre. Senza dire bugia, qualche pretesto si sarebbe trovato per mascherare la cosa, prima agli occhi della ragazza, che colla sua testa bisbetica, era capace d’impuntarsi e non voler partire se si accorgeva che la mandavano via, in secondo luogo agli occhi della Bricicca: per esempio, a Manassola c’era il vaiuolo, e questa era la pura verità, ché da tutti si sapeva e se ne parlava e la nipote del segretario comunale era morta di vaiuolo il giorno avanti; oppure prete Lazzaro e sua sorella avevano stabilito d’andare la prossima settimana a Roma col gran pellegrinaggio cattolico, e anche questa era una verità, perché se non l’avevano ancora stabilito, avrebbero potuto stabilirlo, e poi in tutti i casi, se non di persona, senza dubbio al pellegrinaggio ci avrebbero partecipato lo stesso, spiritualmente.

Cosí la faccenda fu aggiustata alla meglio con meno strepito possibile, e quella sera Marinetta si trovò di nuovo a dormire nella Pece Greca. Tra i mezzi discorsi sentiti dall’uno e dall’altro circa l’affare della pistola, l’imbarazzo del prete e di Cecchina e piú di tutto la coscienza sporca che aveva addosso, certamente non s’era lasciata infinocchiare dalla scusa del vaiuolo né da quella del pellegrinaggio cattolico, aveva mangiato la foglia subito alle prime parole e capito che almeno per qualche mese l’aria di Manassola non era piú adattata per lei. Alla stazione, prima di montare sul treno, però non poté tenersi dal dirglielo al canonico, la mandavano via e lei partiva senza voler sapere il perché, ma le voci che correvano quel giorno contro di lei erano tutte calunnie, e se Camillo Ramò, a sentir dire, aveva questionato con suo padre, lei non c’entrava, o se per sua disgrazia c’entrava di traverso, non ne aveva colpa e la coscienza se la sentiva netta e tranquilla!… Camillo Ramò in persona, poteva farne fede; essa gliel’aveva detto che la lasciasse stare, che volersi bene non conveniva, e lui niente!… e le scoppiava il cuore di dover partire a quel modo come una ladra, dopo che al paese si era tanto affezionata…

Ancora un poco che tardasse il treno, prete Lazzaro, tutto intenerito, se la portava a casa a braccetto, piangendo e domandandole scusa e Cicchina, già che aveva preso il biglietto d’andata e ritorno, se ne andava a Genova lei sola, a vedere se la Lanterna era sempre al suo posto.

XVII

Manassola!? un bel paese, in coscienza! un buco in mezzo a due montagne, che se non avesse davanti quel po’ di mare, sarebbe una tomba, e che gente! rustica, senza educazione, tagliata altro che all’antica! buona a sentir delle messe e a dire dei rosari, questo sí, e a far venire l’itterizia. Per le strade, quattro gatti la domenica e gli altri giorni nemmeno quelli; nelle case, un gran sussiego, e un bicchier d’acqua che è un bicchier d’acqua, manco a pagarlo di propria tasca; le signore, mummie e pappagalli da dipingersi sui cartelloni dei ciarlatani, i giovinotti, orsi veri, colle scarpe legate col filo di ferro. Stabilircisi a Manassola? ma piuttosto nel fondo d’un pozzo! Frutta e verdura, niente; carne, suola di stivali da caccia; quattro pesci in tutto e per tutto un giorno sí e due giorni no, secondo il buon umore del mare, e grattarsi la pancia con una striglia da cavalli!

Questo era il quadretto di Manassola, che arrivata nella Pece Greca, Marinetta faceva alle sue amiche il giorno dopo. Se non fosse stato pel cambiamento d’aria, invece di fermarcisi tre mesi a rodersi di malinconia, sarebbe scappata subito fino dal secondo giorno, ma il medico laggiú le aveva ordinato il cambiamento d’aria, e siccome in quanto all’aria non c’era niente da dire, aveva dovuto rassegnarsi per forza.

La rassegnazione era cosí fatta che le sue amiche, sua madre, Angela e tutto il vicinato non la riconoscevano piú, tanto era diventata benestante, vivendo in mezzo agli orsi e alle mummie e grattandosi la pancia, per l’appetito, con una striglia da cavalli! Pellegra, appena la vide, le domandò se l’avevano mantenuta a pollastri e a pesci da taglio come una regina. ché questi per lei erano tutto quello al mondo che ci potesse essere di buono e i pesci da taglio anzi non li aveva mai visti altro che in mostra nelle vetrine delle trattorie; e il signor Costante, venuto anche lui a salutarla, quantunque non fosse sabato e per lo piú non capitasse che il sabato, le fece le sue congratulazioni: ci si stava stupendamente, nevvero, in casa dei preti e ci si ingrassava a vista d’occhio!? A dire la verità, una domenica sarebbe andato a farle una visita, dalla mattina alla sera, ma aveva avuto paura di disturbarla, e poi lui coi preti, vescovi, canonici, non se l’intendeva neppure a tavola e preferiva la sua povera pagnotta nera ai capponi dei sacerdoti. Tante volte gliel’aveva detto la Bricicca che facesse una corsa Manassola, che sarebbe stato ben ricevuto, e non si era mai deciso; novità da portare non ce n’erano, meno il parrucchiere del Pontetto, che per quella celebre coltellata a Giacomino, si era preso dal Tribunale sei mesi di carcere, e del resto la Pece Greca era rimasta sempre la stessa, con qualche debito di piú e qualche lenzuolo di meno.

La Bricicca non gli aveva mai detto niente al signor Costante d’andare a Manassola e tutta la sua paura era appunto che un giorno gli saltasse capriccio di prendere il treno, come minacciava, e se ne venisse giù con Marinetta. Chi sta ben tanto che basti, non toccare che non guasti. Ed ecco che la sorella del canonico le faceva tutto ad un tratto l’improvvisata, senza avvisarla prima con due righe di lettera, perché sarebbe morta nella miseria se ci avesse rimesso i venti centesimi del francobollo, di portarle la figlia giusto quando cominciava la stagione dei bagni di mare, ingarbugliando fra i denti la scusa che al paese c’era il vaiuolo e lei e il canonico avevano intenzione d’andare a Roma a trovare il papa. Scuse magre per levarsela dalle spalle dopo tante offerte e tante promesse, che a sentirli loro tre mesi prima, si sarebbero legate le vigne colle salsiccie; scuse magre, perché in quanto al vaiuolo Marinetta era vaccinata e non poteva pigliarlo e che essi andassero o non andassero a Roma, al papa non gliene importava un accidente. Cosí, una bocca di piú in casa nel momento che alla Bricicca ogni franco veniva a costare un marengo, guadagnato a goccie di sangue centesimo per centesimo, e rimettendoci la salute si tirava coi denti fino a non spendere nemmeno il necessario, per completare quella poca dote d’Angela, che aveva la maledizione addosso.

Lo sposalizio, come si sa, era stato fissato per Pentecoste alla piú lunga, Pentecoste era passata e non si discorreva ancora di pubblicare gli sposi in chiesa, né di farli appendere al Municipio, nome e cognome. La famiglia di Giacomino, colle Testette in prima riga, teneva forte nelle sue pretese: stanza ammobigliata di tutto punto, coi suoi letti gemelli, pagliericci elastici, materassi, origlieri, sei paia di lenzuola, coperte imbottite, coperte di cotone; e poi guardaroba, comò di noce col suo specchio, tavola grande, sedie, terraglia, posate, casseruole, insomma la mobiglia d’un palazzo, e come se non ci fosse già abbastanza da spendere, sempre delle domande nuove, ci voleva questo, quest’altro era necessario, che a contentarle tutte, la vincita d’un terno non sarebbe stata sufficiente, senza parlare dei vestiti e della biancheria da dosso. Compresi il parroco, la Madre superiora dell’ospedale e la signora della Misericordia, dai benefattori non si era ancora arrivati a mettere insieme un biglietto rosso, e sí che la supplica, scritta apposta, aveva fatto il giro delle case ricche dei nobili, e quel soccorso che si sperava dall’Opera delle Giovani pericolanti, era sfumato a profitto di chi aveva saputo intrigare piú degli altri, secondo il solito.

Se di questo ritardo continuo Angela ne soffriva senza neppure piú lamentarsi, aspettando rassegnata l’aiuto di qualche santo, la Bricicca non passava giorno che non si sfogasse a bestemmiare il suo destino, tante volte anche colle persone che non conosceva e venivano per caso da lei a comprare due soldi di pomidori. Perduto Bastiano, che dopo l’ultimo articolo del Castigamatti nessuno l’aveva piú visto e si vociferava che fosse andato a stabilirsi fuori di Genova, invece di darsene pace essa si era montata la testa fino a spaccarsela contro le nuvole: Bastiano o non Bastiano, un tocco d’uomo le altre l’avevano tutte e pure lei lo voleva; tormentava Pellegra e il signor Costante, strizzava dell’occhio peggio d’una di quelle che verso sera passeggiano sulle mura delle Grazie, se un paio di calzoni compariva nella Pece Greca, s’informava nelle botteghe sul conto dell’uno e dell’altro, tanto ch’era diventata la favola universale del sestiere e cento Castigamatti non avrebbero piú potuto dir niente di nuovo.

Tutto il male proveniva dall’aver le figlie sempre nelle coste attaccate come le patelle, specialmente Angela sul punto della partenza e sempre ferma, ché in quanto alla piccola non c’era da darsene fastidio, una donnetta sulle ruote d’argento, piú facile a volare nella luna che a far la muffa in casa: bastava vederla. Ma che vederla! toccarla bisognava: un marmo! Se avesse voluto, i primi signori le si buttavano sopra a occhi stretti, ma senza cercare i primi signori, perché l’onestà passa avanti tutto, a maritarla, e bene, era questione di scegliere nel mazzo. – Queste confidenze la Bricicca le faceva a chiunque capitava, sempre colla speranza, d’imbroccare l’uomo per lei. Non s’era messa a lisciarlo lo spazzino civico, un coso storto, che appestava d’acquavite e di sporcizia a cinquanta passi, solo perché aveva saputo ch’era vedovo? e da due giorni non se la faceva buona anche con una specie di brigante, un forestiero mezzo calderaio e mezzo stagnino, che nella Pece Greca prima non era mai comparso e ora, passando, si fermava da lei tutte le volte a ciarlare del piú e del meno?

Colla Rapallina e colla Bardiglia, musi duri, s’intende, e guai a parlarsi, dispetti sottomano, continue letture di vita dietro le spalle, ma per provocarsi e mettersi le unghie nella carne, si ricordavano troppo della baruffa già successa, un giochetto da levarsene il gusto una volta per sempre, coi segni sulla faccia che non se ne andavano piú. Incontrandosi, ognuna tirava dritta per la sua strada o badava alle sue faccende, e la Bricicca non aveva mai respirato tanto, ma ecco che appena tornata, Marinetta, lasciò che sua madre e il signor Costante cantassero a loro piacere e le rinfacciassero, con Pellegra per violino di spalla, che si metteva sotto i piedi l’onore della famiglia, e si riconciliò colla Rapallina.

Dopo i fatti successi, questo era darle uno schiaffo a sua madre, però dall’altra parte Marinetta ne aveva bisogno della Rapallina per potersi aprire di nuovo la strada nelle case, rifarsi la mano e imparare le ultime pettinature di moda, ché lei voleva essere una pettinatrice fina, apposta per le persone fine, in corrente delle novità. Non solo questo: ne aveva bisogno perché la Rapallina conosceva a un dipresso tutti i suoi segreti, massime la faccenda imbrogliata del veglione del Carlo Felice colla coda ancora piú imbrogliata della cena alla trattoria del Genio, e avendola nemica, alla prima occasione non si sarebbe tenuta dal distenderle in pubblico i drappi sporchi sotto il naso. In privato, ora a quattr’occhi con qualche vicina, ora in un gruppetto di persone, l’aveva già fatto diecimila volte, non se ne dubita, questo servizio, ma l’importante per Marinetta era d’impedire la cagnara pubblica, ché dei discorsi privati gliene importava poco e non poteva essere sempre lí a tappar la bocca alla gente con un gomitolo.

Volere o non volere se la Rapallina aveva i suoi difetti, in certe occorrenze era donna di polso e di buon cuore, da saper dare un consiglio sul serio, meglio di tante altre che passavano per infallibili e per colombe immacolate, e se si fosse trovata a Manassola nel pasticcio di Camillo Ramò e di Pollino Gabitto, le cose sarebbero andate diversamente. Inimicarsela per far piacere al signor Costante? per far piacere alle Testette, che lei, Marinetta, la vedevano volentieri come una macchia d’olio sopra un vestito nuovo, e Angela la tormentavano già come una martire? Se Angela, tre volte buona, sopportava tutto con pazienza per via di Giacomino, innamorata all’ultimo segno, e alle future cognate, alla suocera idropica, al suocero idropico anche lui, ma di tutto fuori che d’acqua, gli avrebbe baciato i piedi, lei per queste prepotenti non si scomodava di sicuro. Un bell’albero da appendersi se l’era trovato, Angela! quel pataccone di Giacomino, per non rompersi le dita, non sapeva farla rispettare, e se tanto mi dà tanto, l’indomani del matrimonio la pigliavano a legnate, sotto i suoi occhi, poi gliel’assassinavano in letto.

XVIII

Pigliarla a legnate e assassinarla, erano esagerazioni, ma una buona dose di prepotenza le Testette l’avevano. Pel comodo loro bisognava che tutte le mattine Angela si partisse dalla Pece Greca e andasse fino a San Vincenzo, rimpetto al Manicomio, dove stavano di casa, e facesse da infermiera alla sua futura suocera; così essa, ipotecata nel giorno, non poteva piú guadagnarsi un centesimo né lavorare in quella poca sua biancheria nuova né annotare le giocate del lotto, che la Bricicca il sabato veniva matta a cercarsi un segretario. Non basta: col pretesto di non gettare i denari dalla finestra, non avevano voluto che Giacomo regalasse alla sua sposa i soliti ori, che li regalano i piú disperati e per regalarli fanno dei debiti; niente collana, niente placca, niente altro che un tocco d’anello, uno, per non sbagliarsi, misero misero, che se non era di ferro o di stagno indorato, era di quell’oro col bollo del moro, come si suol dire.

Pitoccate da aver vergogna dell’aria, da farsi tirar dietro le panche! Giacomino, che in fondo era un buon figliuolo, di nascosto le aveva dato ad Angela una paio d’orecchini discreti, ma quando le sue sorelle erano venute a saperlo, ché un regalo come quello non si poteva nascondere, avevano gettato fuoco e fiamme, accusandolo lui di lasciarsi menare per il naso, e Angela di volerlo spogliare da capo a piedi. Nel discorrerne Pellegra non se ne capacitava proprio che la Bricicca sopportasse queste prepotenze e non ci mostrasse i denti alle due Testette, ma si! se si dovessero mostrare i denti a tutte le persone che ci tengono un piede sul collo o si divertono e godono del nostro male, i denti li avremmo sempre scoperti e prenderebbero della polvere.

Giusto quella mattina, la Testetta piccola era capitata a fare con Angela i conti precisi delle somme che la sottoscrizione aveva fruttato fino allora, del denaro già incassato e speso e di quello da incassare, brontolando e lamentandosi che per cosí poco non valeva la spesa d’incomodarsi. Chi gliel’aveva detto di venire? e con che diritto, in definitiva, contava i denari nella tasca degli altri? nella tasca degli altri, perché i benefattori li avevano dati per Angela, non per lei o la sua bella faccia, né per sua sorella né per Giacomino, ché non si sognavano nemmeno che fosse al mondo, Giacomino! e se erano pochi, già si sapeva prima senza tanti calcoli, e non si poteva farli crescere. Ebbene, la Bricicca si era messo il lucchetto alla bocca, a rischio di scoppiare, mandando giù le mortificazioni come se fossero state granatine di riso, fingendo di non capire le frecciate velenose all’indirizzo d’Angela.

Parlandone con Pellegra diverse ore dopo, si meravigliava essa stessa d’aver avuto tanta pazienza, ma quel giorno – miracolo – era piuttosto di buon umore perché si vedeva capitare molta gente pel giuoco, e pensando a quel po’ di guadagno, il cuore l’aveva meno nero del solito. Frate Elia, il celebre frate della Madonnetta che dava i numeri infallibili, era morto la domenica avanti, e tutta la popolazione, manco a dirlo, ci aveva studiato la cabala sopra, tanto che se i suoi numeri uscivano, il 66, il 15 e il 23, miseria a Genova non se ne conosceva piú, e se invece restavano nel sacco, il governo si beccava un tesoro, e anche il principale del signor Costante, con quaranta o cinquanta donne che tenevano il giuoco per lui, una sommetta discreta poteva mettersela a frutto. Ecco, se avesse voluto, ecco chi sarebbe stato in grado d’aiutare la povera Angela senza pericolo di rovinarsi, ma con che coraggio presentarglisi davanti a dirgli: “sono qua io?”. Fra le altre cose, se nella Pece Greca si susurrava il suo nome, se qualche donna pretendeva di conoscerlo di vista, chi fosse questo signore non si era mai riesciti a saperlo in modo certo, dal Costante meno che da tutti gli altri.

E la gente veniva nel portico, ch’era un piacere. In mancanza d’Angela annotava i numeri sopra un libretto unto e bisunto il figlio piú piccolo di Pellegra, mentre la Bricicca che non era buona a fare un O neanche con un bicchiere, ritirava i denari delle giuocate e si serviva d’una cassettina apposta, mascherata nel fondo d’una cesta dalle foglie di cavolo. Sembrava d’essere in uno scagno. Sul 66 – gli anni -e sul 15 – la processione, perché a frate Elia gli era venuto male durante una processione – nessuno discuteva, il punto debole era il 23; i piú lo giuocavano perché la morte era stata il giorno 23 del mese, ma tanti altri giuocavano invece il 26, l’abbaco del frate, e altri l’abbaco del morto che parla, ossia il 50, oppure l’84, quello della chiesa, secondo le giuste regole della cabala. Ogni tanto qualcheduno se ne rideva: nella cabala non ce n’è che una sola, di regole: aver fortuna e giuocare il numero che ha da venire.

Quel tale, mezzo calderaio e mezzo stagnino, che aveva dato nell’occhio alla Bricicca, passando sulla piazzetta si fermò, com’era solito, a comprarsi una libbra di ciliegie e a far quattro ciarle. Era con un altro della sua specie, e fra tutti e due facevano un bel paio di teste di pipa, già affumicate, che consolavano, Quando vide l’amico, la Bricicca diventò gongolante, sempre piú persuasa che venisse da quelle parti solo per lei e i ferri cominciassero a scaldarsi davvero; non capiva perché si fosse tirato dietro quel compagno che fino allora essa non aveva mai visto, e mentre pesava le ciliegie e per una libbra gliene dava due chili, gli domandò se era suo fratello quel giovinotto, ché cosí di profilo si somigliavano un poco. Fratello no, era un suo patriota: la settimana entrante sarebbero andati a lavorare insieme nello stabilimento Ansaldo di Sampierdarena e intanto lo accompagnava a spasso per fargli vedere la città; quando non si ha cliente per le mani, girando di qua e di là faticano le gambe, ma la testa si riposa e almeno si piglia dell’aria.

Combinazione, in quel momento la Bricicca era sola col ragazzetto, che non avendo da far altro, si divertiva dal passo della porta con uno specchio rotto a gettare negli occhi dello donne che cucivano alla finestra, l’imbatto del sole Non le sembrò vero di poterne profittare per discorrere in libertà col suo nuovo cicisbeo, informarsi sul conto suo e tirargli giú i taglierini, usando politica come sapeva usarla lei nelle cose delicate, quantunque un po’ imbarazzata dalla presenza di quel terzo incomodo, un candelliere muto e stecchito, che a fabbricarlo apposta non riusciva cosí preciso. L’individuo bisognava prenderlo alla larga, si sa, per non dargli sospetto, ma negli affari di quel genere non era buona la Bricicca a cominciare colle barche di Voltri per finire coi salami di Chiavari e il discorso, presa subito la piega pel suo verso, cominciava a filare d’incanto, quando venne a interromperlo una voce arrabbiata dalla finestra di rimpetto: “Bricicca, ditegli che la finisca e tirategli un po’ le orecchie a quell’angoscioso che ha giurato di farmi diventare orba, altrimenti scendo giù io!” e nello stesso momento capitò una serva “Bricicca, scusate: 15, 50, 66, mezzo franco, ambo e terno”.

La Bricicca, seccata, soffiò come un mantice tutta l’aria che aveva nella pancia: bastava cominciare una conversazione importante per essere disturbati da qualche rompiscatole! Fece un passo verso il suo segretario coll’idea di menargli uno schiaffone, ma il ragazzo, traversata d’un salto la piazzetta era già a gambe levate giú pel vicolo, allora essa che aveva altro da pensare che corrergli dietro, presi i denari dalla serva, tirò fuori dissotto a un mucchio di foglie il libretto e la cassetta. Un lampo! con uno strappo improvviso, libretto e cassetta il calderaio li aveva già nelle unghie!

Rimase come stupida: era matto? cosa gli saltava, adesso? ma la serva che aveva piú comprendonio di lei, era scappata fuori, gridando per la Pece Greca, da farsi sentire fino in Carignano: “aiuto!… le guardie… le guardie!…” capí tutto essa pure e si mise a urlare ancora piú forte. Il finto calderaio e il suo compagno, tenendola per le braccia, cercavano di tapparle la bocca; giusto! tanto valeva tappare una spingarda. Si affollò subito gente, e intanto che i primi arrivati domandavano se alla Bricicca, per subissare cosí il mondo, le avevano dato fuoco al paglione, ecco un reggimento di guardie travestite, che da dove sieno sbucate non si sa, arrivare al galoppo, invadere il portichetto per impedirne l’entrata. Non ci volle altro: la piazza si riempí come un uovo, di donne specialmente: un susurro generale, un’agitazione burrascosa contro i poliziotti o doganieri che fossero, appena si sparse la voce di che cosa si trattava, e la Bricicca, tutta abbaruffata, cogli occhi fuori della testa, venne a farsi vedere sulla porta, continuando a dibattersi e a strepitare. Col tradimento l’avevano presa, col piú infame tradimento! manco i tedeschi, manco i turchi, un’azione vile come quella! per quattro palanche marcie, che il governo non lo facevano diventare né piú ricco né piú povero, la mandavano in galera e la cacciavano sul lastrico a morire di fame, lei e la sua famiglia! E volevano ancora che tacesse! volevano che tacesse, quegli sbirri, dopo averla ridotta alla disperazione! gridava piú forte, invece, e domandava vendetta a Dio, e solo una cosa le rincresceva, di non aver tanta voce da farsi sentire da tutta Genova e perfino da Vittorio Emanuele, che le avrebbe reso giustizia!

Le piú accanite a prendere le sue parti, le piú infuriate pel tranello dello stagnino, erano le donne; non si contentavano di alzare la voce, ma all’indirizzo delle guardie si lasciavano scappare ogni sorta d’improperi, e ce n’era di quelle, risolute, che venivano fino a mettergli i diti sotto gli occhi, con certe unghie affilate che parevano d’acciaio. Una sola, che per dare l’esempio, avesse cominciato a servirsene delle unghie, tutte quante le altre, giovani e vecchie, avrebbero preso fuoco come la polvere, nessuno sarebbe riuscito a tenerle; altro che rivoluzione! un macello sarebbe successo. Fortuna che le guardie, usando prudenza, stavano zitte e fingevano di non sentire e di non vedere, mentre il maresciallo, ossia il finto stagnino o calderaio, scriveva il verbale della contravvenzione. Quando se ne andarono via, coll’aiuto dei cappelloni municipali che col bastone aprivano il passo in mezzo alla folla, urli e fischi da oscurare l’aria, imprecazioni da far venir freddo, a tutto un reggimento di cavalleria, e appena giù pel vicolo, patate e pomidori e torsi di cavolo nella schiena.

Passato il primo sfogo, se al mondo c’era una donna avvilita, era la Bricicca: avvilita per la contravvenzione, ché si trattava nientemeno d’andare per qualche mese all’ombra di Sant’Andrea a baciare lo staffile, e ancora di piú per essersi lasciata mettere in trappola a quel modo cosí goffo, da un poliziotto travestito, che aveva saputo abbindolarla coi fiocchi, pigliandola pel suo debole. E c’era cascata, essa., che per tener gli occhi aperti, per stare attenta a non ricevere i numeri da chi non conosceva o in presenza di gente estranea e a nascondere il libretto e i denari delle giuocate, non c’era l’eguale, e il signor Costante stesso certe volte l’accusava d’avere troppi scrupoli e troppe paure! Qualche anima buona, di sicuro, le aveva fatto il servizio, perché la macchina era stata preparata e messa su a poco a poco con tutta la malizia e dentro ci si vedeva chiaro lo zampino di persone bene informate, che per sapere chi fossero, bastava salire le scale della Bardiglia o della Rapallina. Dopo averla disonorata sul Castigamatti, dopo aver fatto prendere il volo a Bastiano, la cacciavano a marcire in prigione! perché non venivano a succhiarle il sangue? e il Padre eterno non l’aveva una saetta per quelle spie?

Fu una brutta giornata per la Bricicca. Solo Angela si mise a piangere con lei; prima Marinetta, poi le Testette la maltrattarono senza compassione, anche Pellegra venne a farle una lavata di testa, e le donne del quartiere, che davanti alle guardie l’avevano difesa, ora le davano addosso, mortificandola, pungendola, come se del crepacuore essa non ne avesse avuto abbastanza. Non poteva neppure rispondere, colla gola stretta da una tenaglia e una lastra di piombo alla bocca dello stomaco, cogli occhi asciutti, era strangolata da una convulsione di pianto.

E la sera, quando venne il signor Costante! quando gli raccontarono l’improvvisata dello stagnino! Ah! la signora Bricicca illustrissima l’aveva fatta la frittata? se la mangiasse e buon appetito! lui non se ne mischiava punto né poco; l’aveva trovato il galante? le toccava per questo andarsene in villeggiatura in Sant’Andrea e pagare al governo duemila lire di multa? gli rincresceva tanto, ma non poteva piangere e ancora meno andare lui in prigione al suo posto e sborsare i due biglietti bianchi. Cosa c’entrava, lui? l’avevano preso sul fatto? Ma che fatto d’Egitto! era un onesto cittadino, e grazie a Dio, colla polizia e la pubblica sicurezza non aveva mai avuto niente da spartire. Non ci mancava altro che l’innocente si sacrificasse per il colpevole! Era già sacrificato abbastanza col rimetterci di sua tasca le giuocate della settimana, ché al principale non poteva certamente raccontargli i pasticci della Bricicca e su per giú la somma incassata bisognava che la tirasse fuori lui. Questo era il suo guadagno, il frutto d’aver sempre cercato di fare del bene al prossimo! Grazie! spariva da quella maledetta Pece Greca, e chi s’è visto, s’è visto: parola del Costante, parola di re!

E la sera stessa, quando nella Pece Greca arrivò il listino delle otto ruote con due numeri del frate usciti fuori, il 15 e il 23, sulla ruota di Torino, un ambo guadagnato da mezza Genova, se la Bricicca non si fosse chiusa in casa, le donne ch’erano andate a giuocare da lei e avevano vinto, le avrebbero levato gli occhi. Per causa sua la loro vincita se ne andava in fumo. Giuocare tutte le settimane dell’anno, indovinarla una volta – combinazione da scriverla col carbone bianco – e quella volta restare a bocca asciutta!. Ebbene, no: esse il Costante non lo conoscevano e del sequestro fatto dalle guardie non se ne incaricavano; non conoscevano che la Bricicca: il loro ambo! il loro ambo lo volevano, ci avevano diritto e lo volevano a qualunque patto.

XIX

Volerlo era un conto e pigliarlo era un altro. Con quei chiari di luna, la Bricicca poteva farsi tagliare a pezzi, e le donne, che pretendevano la loro vincita, pagarle a libbre di carne. Eppure, tutta la domenica e i primi giorni della settimana fu un martirio continuo, un venirle a domandare colle mani sui fianchi se intendeva si o no di sborsare le somme guadagnate, minacciandola, insultandola come una ladra, facendosi belle d’aver rischiato per lei d’essere ammanettate. Una processione continua e un vero martirio. Con mille proteste d’amicizia, col suo fare butirroso e agro di limone, anche Pellegra, che aveva vinto un ambetto di pochi franchi, s’era messa della partita: sempre lí, piantata in casa, a battere il chiodo del pagamento, tanto che Angela, allargando le braccia nella stessa maniera che si vede dipinta la Madonna della Misericordia, la supplicò d’un poco di carità, essa almeno ch’era quasi della famiglia! non lo sentiva il rimorso nella coscienza, di tormentare cosí, d’accordo colle altre, una povera infelice, miserabile all’ultimo punto, alla vigilia d’essere chiamata in giustizia e chiusa sotto chiave chi sa per quanto?

La chiamata in giustizia era venuta, ché quella stessa mattina un usciere aveva portato alla Bricicca l’intimazione di presentarsi l’indomani a mezzogiorno davanti al giudice istruttore per essere interrogata, e la Bricicca non sapendo a chi domandare consiglio, lei che in giustizia non c’era mai stata in vita sua, aveva mandato Pellegra colla carta della citazione, a chiamare il signor Costante. Verso sera il signor Costante arrivò, soffiando nel barbone piú del solito: che consigli poteva darle, adesso che lei era nella bagna fino al mento? un consiglio solo, quello di negare, negare tutto fino all’ultimo; confessando d’aver tenuto il giuoco, la condanna le cascava addosso a piombo senza speranza, negando invece, era condannata lo stesso novantanove volte su cento, ma ad ogni buon fine una porta aperta le rimaneva sempre. Lui era pratico di queste cose: davanti ai giudici, solamente i minchioni confessano, hanno un bel mostrarsi pentiti, ne escono colle corna rotte; chi la sa lunga sta fermo sulla negativa, grida che i testimoni sono bugiardi; l’avvocato, s’intende, batte forte sopra questo tasto impiegandoci tutta la sua abilità, l’avvocato Raibetta per nominare uno di quelli piú in voga, e siccome anche in tribunale la fortuna aiuta i furbi, cosí succede che ogni tanto qualche schiuma di canaglia se la passa liscia. Sopratutto, la Bricicca non doveva lasciarsi scappare il nome di lui né in un modo né in un altro, lui non esisteva, se ne ricordasse bene, ed era venuto apposta, senza farsi pregare, per ficcarle nel cervello quest’avvertimento: il Costante lei non doveva sapere chi fosse neppur di nome, e tener duro, qualunque cosa nascesse. Egli s’impegnava a farle versare dal principale la multa a cui sarebbe stata condannata, ma a questa condizione, altrimenti se ne lavava le mani come Pilato. Aveva capito?

Aveva capito benissimo, ma era rimasta poco persuasa, ché il gusto maligno di trascinarsi dietro nella rovina il signor Costante, da una parte la Bricicca avrebbe voluto levarselo. Pena in comune è mezzo gaudio, dice il proverbio, e se c’era uno che se lo meritasse il castigo in comune con lei, uno che aveva sempre speculato alle sue spalle senza mantenere le promesse, cacciandola in un mare di guai, trattandola continuamente peggio di una schiava, era proprio il signor Costante. Se la vedeva brutta, adesso, e per paura d’essere mandato in collegio, l’amico cambiava registro, e diventato quasi umile, si raccomandava a mani giunte. Aspetta, aspetta: la battuta ora l’aveva lei, lo accomodava per le feste.

Però, andato via il signor Costante con cinquanta giuramenti in saccoccia di non essere compromesso e assicurando da parte sua che questa volta avrebbe fatto vedere sul serio di che cosa era capace, Pellegra le diede il consiglio alla Bricicca di sentire un avvocato, prima d’incamminarsi sopra una strada che poteva portarla in perdizione. L’avvocato Raibetta era il meglio, un avvocato celebre per quella specie di cause, che lo stesso signor Costante l’aveva suggerito promettendo di pagarlo lui, quello che aveva difeso il parrucchiere del Pontetto nel suo processo di ferimento. E all’indomani mattina Pellegra e Bricicca andarono insieme sulla piazza della Gatta Mora da questo avvocato Raibetta, titubanti, vergognose, ché non sapevano da dove cominciare per raccontargli il loro caso.

Trovarono invece d’un vecchio come si aspettavano, un giovinotto prosperoso e molto elegante, colla lingua sempre in moto, ma una persona di polso, un uomo istruito, che capí subito la faccenda, appena Pellegra, piú coraggiosa, aperse la bocca. Le fece sedere: lotto clandestino, tre mesi di carcere e duemila lire di multa, affare serio. Com’era andata a lasciarsi prendere? non avevano usato le precauzioni necessarie? Quando sentí la storia del finto calderaio, diede un pugno sulla tavola: affare serio, molto serio, tanto piú per la fla… fra… – disse una parola latina che è qui sulla punta della lingua e non vuol venire – insomma, la contravvenzione improvvisa, ma con tutto ciò non disperava d’uscirne. L’importante era di negare sempre – lo stesso consiglio del signor Costante – senza scrupolo di dire delle bugie: i denari trovati nella cassetta? che domanda! vendendo frutta e verdura, dei denari dovevano essercene per forza; il libretto coi numeri scritti? ma era un libro di conti, oppure il libro d’abbaco delle figlie; una persona non era piú libera di scrivere dei numeri sopra un pezzo di carta, per esercitarsi? Dunque, negare con costanza e sangue freddo, senza lasciarsi imbrogliare dalle interrogazioni del giudice; al resto, l’avvocato ci pensava lui.

La Bricicca si sentiva alleggerire l’anima da un gran peso. Se non si trattava d’altro, era a cavallo: le bugie non l’avevano mai intimorita dacché il mondo è mondo, e per negare con faccia franca il pasto all’oste, poche donne la superavano. Parlando del signor Costante all’avvocato Raibetta, che prendeva degli appunti, e spiegandogli chi era e chi non era e per conto di chi le aveva dato il giuoco da tenere, si provò un momento ad affacciare l’idea di buttargli addosso a lui tutta la colpa, ma l’avvocato le disse subito di guardarsene bene perché prove contro di lui non ce n’erano né grosse né piccole, naturalmente si sarebbe disgustato, poi in caso di condanna non avrebbe fatto pagare la multa dal suo principale e alla… come si chiamava? Francisca Carbone, benissimo – alla Francisca Carbone, per scontarla la multa, le sarebbe toccato ogni tre franchi restare in prigione un giorno di piú!

A proposito, in quanto alle spese, ché delle spese non ne mancavano certo e la giustizia c’ingrassa sopra, poteva la Carbone, oppure la sua compagna, anticipare qualche piccola cosa? un po’ di fondo non guasta mai, ma se non l’avevano, poco male, l’avrebbero portato con comodo, piú tardi o il giorno dopo. – Dunque, era tutto inteso, di quest’affare l’avvocato se ne occupava con impegno come di un affare suo proprio e quasi garantiva il buon esito; tenergliela a’ denti al giudice istruttore, e lasciarsi vedere il piú presto possibile per le spese e la relazione dell’interrogatorio.

Al palazzo Ducale, arrivata un’ora prima di mezzogiorno la Bricicca aspettò fino alle tre nell’anticamera, seduta sopra una panca, in compagnia di ladri e di carabinieri. Quando venne il suo turno, quando si sentí interrogare da un signore burbero, di poche parole, che le cacciava gli occhi al fondo dell’anima, mentre un vecchiotto scriveva a una per una le sue risposte, vatti a far benedire, perse la tramontana, e volendo negare tutto, s’impantanò in un garbuglio di giri e rigiri e di contraddizioni. Ci fosse stata Pellegra ad aiutarla, ma Pellegra non c’era e non ci poteva essere, e quel tomo d’un giudice, senza scaldarsi, colle sue domande precise, insistenti, la chiuse in una botte di ferro. Prima di licenziarla volle darle un ammonimento paterno, ossia di non cercare d’ingannare la giustizia, ché la giustizia non s’inganna, e di confessare il suo fallo, ché sarebbe stato meglio per lei.

Il giudice parlava da giudice, ma la Bricicca tenne duro e non confessò niente; si mise a piangere, strepitò contro quelli che le volevano male e per rovinarla del tutto le avevano fatto a torto la spia, e siccome era già tardi e incamminata sul capitolo dei suoi nemici, non la finiva piú, – tutte cose che al giudice non gli facevano caldo né freddo – il cancelliere con buona maniera; la spinse fuori della porta. -Mai un minuto di respiro; tornata a casa dopo quel supplizio, l’aspettava, al solito, la persecuzione delle vicine.

Il motivo di quella persecuzione, c’era: da dove venuta e da chi, non si potrebbe dire, ma nella Pece Greca si era sparsa la voce che Angela aveva ottenuto dalla duchessa di Galliera, per il suo matrimonio, un sussidio forte, cinque o seicento franchi. Con tanti denari nel comò, la Bricicca si faceva venir male e cantava miseria? commedie per non pagare i debiti; si capisce che le comodava di piú tenerselo nella custodia il gruppetto, e accendergli la lampada, però ad aprire il giuoco nessuno l’aveva obbligata, le vincite erano sacrosante, e dal momento che i denari non le mancavano, o mangia questa minestra o salta questa finestra, bisognava rimborsarle.

Non seicento, non cinquecento franchi, ma duecento ne aveva, avuto Angela in quei giorni per intercessione del parroco e del marchese Spinola, ch’era parente della Duchessa, e li aveva riscossi la domenica mattina, senza dirne niente alle Testette, per paura che volessero metterci il naso dentro come l’avevano messo negli altri. Un tesoro piovuto dal cielo, che né lei né sua madre non se l’aspettavano; dopo tanti patimenti, dovevano spogliarsene e gettarlo nella gola di quelle cagne affamate, che subito ne avevano sentito l’odore? Chi poteva averne parlato, se la cosa era rimasta segreta, all’infuori della Bricicca e di Marinetta, tra Angela e il parroco?

Marinetta giurava di non aver detto una parola; sarà stato vero, ma la sua amicizia colla Rapallina era troppo stretta per poterle credere, si facevano troppe confidenze in tutte le ore del giorno che passavano insieme, e se la Rapallina sapeva del sussidio, felicissima notte: divulgando la notizia ai quattro venti le era sembrato di guadagnarsi l’indulgenza, plenaria. Intanto la persecuzione diventava sempre piú accanita, Angela e sua madre appena comparivano in strada si sentivano salutare dai fischi della ragazzaglia e dai complimenti delle vicine che le trattavano addirittura di ladre matricolate, senza contare le satire a mezz’aria e le occhiate in cagnesco degli uomini. Non veniva piú un cane a comprare tanta roba per due centesimi. Marinetta predicava che l’onore doveva passare davanti a tutto il resto e che essendoci i denari bisognava servirsene per levar via i debiti sporchi e soddisfare chi doveva essere soddisfatto, ché lei di portare la testa bassa per causa degli altri e vedersi segnata come figlia di ladri, non se la sentiva. Il tracollo lo diede Pellegra, annunciando d’aver inteso una voce che sul Castigamatti della prossima domenica qualcheduno che sapeva tenere la penna in mano si sarebbe divertito.

Questo fu l’ultimo colpo. Umiliazioni, fame, prigione, ma sul Castigamatti, no! Spaventata, Angela prese Pellegra per un braccio, la trascinò in casa, le aperse il tiretto sotto gli occhi: non volevano finire di tormentarla lei e la sua povera madre, di farle morire a fuoco lento? ecco i denari della Duchessa, duecento franchi rotondi, in quattro1 biglietti da cinquanta; bastavano a chiudere la bocca alla gente? erano le sue ricchezze, erano i suoi tesori, quelli che l’avrebbero aiutata finalmente a sposare piú presto Giacomino: bastavano? non ne aveva altri, erano tutti lí; Pellegra se li pigliasse pure, li portasse via, li dividesse a suo piacimento tra quelle che pretendevano la vincita dell’ambo e ci avevano diritto, glieli abbandonava, non voleva piú vederli, ma per amor di Dio che fosse finita, che fosse finita, che fosse finita!! A ricompensarle tutte quante, dalla prima all’ultima, della loro carità, il Signore ci avrebbe provvisto lui!

Era pallida in faccia da dare dei punti alla cera vergine, la sua voce secca veniva giú come tanti colpi di martelletto sopra una tavola di marmo, le labbra e le mani le tremavano2, mentre cacciava in tasca a Pellegra i suoi poveri biglietti. Dopo aver gridato cosí forte, ora faceva dei complimenti, Pellegra? dicono che il coccodrillo si mangia gli uomini e poi piange. E sua madre perché si strappava i capelli, perché bestemmiava a quel modo? non aveva paura che il Signore la castigasse? I denari essa non li avrebbe tirati fuori a nessun conto, avrebbe lasciato subissare la Pece Greca piuttosto, scoppiare il Castigamatti e chi ci scriveva sopra, ma lei, Angela, l’intendeva diversamente, e basta; all’ultimo degli ultimi duecento franchi piú, duecento franchi meno…

Ma le venne uno scoppio di pianto anche a lei, si buttò in terra vicino a sua madre, gemendo e singhiozzando; Pellegra, colla tremarella in corpo d’essere richiamata e dovere restituire la somma, infilò la porta, e giú per le scale a rotta di collo, saltando gli scalini a quattro per volta, che pareva un grillo.

Duecento franchi piú, duecento franchi meno, si fa presto a dirlo, ma può dirlo solo chi è sicuro di averli in tasca tutte le mattine che si sveglia, e per noi, poveri infelici, tra il meno e il piú c’è una bella differenza, la stessa differenza che c’è tra il mettersi a tavola e andare in letto a pancia vuota. Dopo essersene spogliata in un momento d’eccitazione di nervi, lasciando che la Bricicca strillasse a perdere il fiato, ecco che Angela ne era già pentita e versava delle secchie di lagrime, eppure se fosse dipeso da lei sola, un minuto prima avrebbe buttato dalla finestra anche il resto dei pochi soldi della sottoscrizione, che teneva sua madre. Ora che il profitto del seminario era sfumato purtroppo senza remissione, e abbasso, in quei giorni, non si vendeva piú niente, come si sarebbe fatto a trovare un boccone di pane? e per quanto piccolo, il fondo che l’avvocato Raibetta domandava per le spese del processo, da dove si sarebbe fatto sortire?

Ad ogni modo, le acque erano molto basse, cosí basse che l’avvocato fece una smorfia quando si vide posare davanti sui fasci di carte bollate, due miserabili straccetti da uno scudo l’uno. Non li toccò nemmeno, domandò alla Bricicca, ch’era venuta con Angela, chi fosse quella giovine, si grattò la testa per un quarto d’ora, masticando e facendosi fresco col fazzoletto. Aveva per le mani tanto di quel lavoro, tanti processi da difendere in Tribunale e alle Assise, che non sapeva davvero se avrebbe avuto tempo d’occuparsi di quel negozio; doveva pure andare a Chiavari, poi a Milano e forse a Roma… basta, si sarebbe provato, non per altro che per un atto di carità, già che la Carbone e sua figlia lo supplicavano di non abbandonarle. Anche il signor Giroffo, che pel passato aveva avuto occasione di conoscerlo in diverse circostanze, il signor Costante Giroffo era stato da lui il giorno prima a raccomandargliele caldamente.

Intanto, per cominciare, si fece dire e annotò di mano in mano il nome e cognome delle persone della Pece Greca che al dibattimento in Tribunale potevano essere citate come testimoni di difesa. Senza dubbio questi testimoni erano importantissimi, ma bisognava parlarsi schietto: occorrevano dei certificati di buona condotta, occorreva la fede di morte del marito e dell’unico figlio maschio, occorrevano, in poche parole, tante carte assolutamente necessarie, non tenendo calcolo delle ruote che si dovevano ungere, e lui, come l’aveva già detto e cantato in musica, le spese non poteva anticiparle; faceva l’avvocato per vivere, non per suo piacere, e se fosse stato ricco, invece di rovinarsi la salute a studiare gli affari degli altri, se ne sarebbe andato in campagna a caccia e a fumare dei sigari. Meno d’una cinquantina di franchi non ci voleva. Capiva che anch’esse le tiravano verdi, lo capiva tanto bene che per sé non domandava nulla, ma senza voler entrare nei loro interessi, qualche collana, qualche catenella d’oro l’avranno posseduta… la giovine, per esempio, aveva alle orecchie un paio di orecchini… perché non li vendevano, o se a lei le rincresceva troppo disfarsene, perché non li impegnavano?

Impegnarli!? Angela si sentí dare una stilettata al cuore e le passò come una nuvola davanti agli occhi.

Senza andar tanto lontani, sullo stesso pianerottolo della scala, a mano destra, forse l’avevano vista c’era un’agenzia di pegni; per far presto, se volevano profittare, l’avvocato si fermava in scagno fino a mezzogiorno – mancavano venti minuti – e le aspettava, se invece pensavano d’accomodarsi diversamente, tanto meglio, ma lui l’indomani mattina partiva per Chiavari e non sapeva quanti giorni si sarebbe fermato. O si o no: dovendo fare i suoi calcoli, prendere le sue misure, non poteva aspettare i comodi degli altri e pregiudicare i suoi interessi, per cui gli occorreva una risposta, sul tamburo.

Il serviente in chiesa cosa risponde al prete che dice la messa? con spirito tuo; così la Bricicca per non provocare degli altri guai e restare abbandonata. Pensando d’essere costretta a spogliarsi degli orecchini di Giacomo, l’unica sua ricchezza e l’unico regalo, meno l’anello, Angela fu presa sul pianerottolo da una specie di convulsione; per persuaderla, sua madre si mise a pregarla come una santa nella nicchia, ch’era questione di un giorno o due, anzi di qualche ora solamente per non disgustare l’avvocato e non fargli perdere del tempo; Giacomo non ne avrebbe saputo niente, e coi denari che avevano ancora in casa, gli orecchini si sarebbero disimpegnati subito, quel giorno stesso. – Se non saliva qualcheduno su per le scale, madre e figlia combattevano fino a notte, piangendo tutte due come fontane; spaventate dai passi, si cacciarono in fretta nell’agenzia, e una volta dentro, gli orecchini sparirono nel pozzo di San Patrizio.

XX

Venne da Manassola una lettera scritta dal canonico Marmo, nella quale, implorando la sua santa benedizione e domandandole perdono di tutti i dispiaceri che poteva averle procurato involontariamente, Battistina annunciava a sua madre che don Bosco non si era scordato di lei e l’aveva chiamata insieme a due altre ragazze del paese, al monastero delle Figlie di Maria Ausiliatrice in una città del Piemonte detta Mondoví. Era sul punto di partire, in obbedienza alla voce di Dio e dei suoi superiori, per cominciare il noviziato. Dopo quindici giorni ne venne un’altra lettera, col bollo di Mondoví, scritta da una mano nuova, con tanti geroglifici sottili e tanti filetti, che Angela stentava a capirla: e Battistina diceva che si trovava in ottimo stato di salute ed era molto felice, sempre piú contenta di avere abbracciato la vita religiosa, e non si meritava certo, povera peccatrice, una grazia cosí insigne, della quale, dopo Dio, ne era riconoscente fino alla morte al molto reverendo Giovanni Bosco, suo secondo padre e fondatore della casa che l’aveva accolta con tanta generosità. Prima di partire da Manassola sarebbe venuta volentieri a Genova ad abbracciare la sua madre amatissima e le sue dilette sorelle, ma sebbene gliene piangesse il cuore, aveva pensato di dover cominciare con un sacrifizio meritorio agli occhi di nostro Signore Gesù Cristo, il suo distacco dal mondo, privandosi di questa consolazione. – Ma il punto piú importante della lettera, eccolo qui: indegnamente, senza alcun merito, lei era stata ricevuta per carità, appena appena col vestito che aveva indosso al momento di partire; si trovava adunque sprovvista di tutto, massime d’oggetti indispensabili di biancheria, pure di scarpe, e per non obbligare fino da principio il monastero a una forte spesa, supplicava che le si mandasse al piú presto possibile o la roba in natura o una somma per procurarsela, tanto almeno da arrivare al giorno della vestizione religiosa. Malgrado le ristrettezze del monastero, la veneratissima Madre Superiora, non domandava cosa alcuna, era lei stessa, Battistina, di sua spontanea volontà, che desiderava non far meno delle due compagne venute con lei da Manassola, ché oltre qualche poco di denaro, esse avevano portato un corredo sufficiente, e quasi aveva rimorso d’essere troppo a carico dell’Istituto. Intanto, essendo in quei giorni vicina la festa della Beata Vergine del Carmine, mandava a sua madre un abitino benedetto, con molte indulgenze concesse dai sommi Pontefici, mandava pure alle sue sorelle diverse imaginette sacre, e si raccomandava alle loro preghiere, promettendo di non dimenticarle mai nelle sue.

La monaca che aveva scritto questa lettera per Battistina, era una monaca piemontese di sicuro, e con tutta la sua istruzione, si figurava che la “signora Carbone Francisca” fosse qualche proprietaria, piena zeppa di denari, oppure Battistina, a vivere in mezzo alle teste fasciate, aveva perso la memoria. Fra tutte due insieme, e la Superiora per giunta, ché il suo zampino doveva avercelo messo, domandavano una cosa da niente: il corredo o la somma necessaria per provvederselo, e avevano giusto scelto il momento buono!

Avevano scelto il momento che a tante disgrazie, una dopo l’altra, infilate in uno spago come le avemarie del rosario, si era aggiunta la rottura completa colle Testette per via degli orecchini di Giacomo impegnati e dei duecento franchi della Duchessa dati a Pellegra per far tacere le donne che avevano vinto quel traditore d’un ambo. Rottura definitiva senza speranza di accomodamento né con promesse né con preghiere né con pianti da intenerire gli scogli, e quel che è peggio rottura del matrimonio d’Angela, ché Giacomino le sue sorelle lo voltavano sempre piú e lo rivoltavano come una pasta, e lui, un giovinotto che a vederlo e sentirlo si sarebbe detto Spaccamontagna, lui taceva e quasi ci diventava grasso. Secondo certe persone bene informate, la macchina era montata già da lungo tempo, non si aspettava che un pretesto, e l’uomo, facendo da scemo per non pagar gabella, col gusto sulla lingua di qualche cosa di meglio che aveva in vista, era d’accordo pienamente colle Testette per voltar casacca e filare al primo momento favorevole. Se non fosse stato cosí, le Testette si sarebbero contentate di gridare al loro solito per un paio d’ore, poi si sarebbero addolcite, e se esse, matte com’erano e maligne, avessero voluto romperla ad ogni costo, quell’altro, per amore d’Angela, questa volta avrebbe tenuto forte, ché quando si vuol bene davvero a una povera giovine e per tanti mesi si è fatta stare in pena sulla lama di un rasoio, di punto in bianco non si abbandona senza ragione e non si fa la marmotta e non si cede ai capricci di due pettegole.

E che ragione aveva d’abbandonarla? perché non mettersi nei suoi panni e compatirla del sacrifizio fatto, che le aveva levato dieci anni di vita? ma avrebbe dovuto piuttosto baciare in terra dove lei metteva i piedi, perché quello era stato un sacrifizio generoso, un’opera di carità bagnata con lagrime di sangue per soccorrere sua madre e difenderne la riputazione. Era un uomo o una banderuola? aveva il cuore di carne, di ghisa o di cartapesta?

Chi non vuol crederlo non lo creda, ma Angela dopo aver pianto e supplicato inutilmente, quando vide ad un tratto volarsene via tutte le sue speranze, quelle che bruciandole il sangue la tenevano in piedi, quando si trovò abbandonata dall’uomo che aveva scelto perché le facesse compagnia tutta la vita, invece di darsi alla disperazione o buttarsi in terra per morta, chinò la testa, rassegnata. Le lagrime le aveva sparse prima, non ne versò piú: pareva che lo sapesse e si fosse preparata a ricevere il colpo. Solo, non volle restituire l’anello, non volle, e basta: Pellegra, sua madre e sua sorella, le donne del vicinato si misero a predicarle che secondo gli usi e secondo le regole non poteva piú tenerlo, anzi le avrebbe portato disgrazia, le Testette glielo fecero domandare diverse volte: niente; piuttosto si sarebbe lasciata tagliare il dito; se veniva lui in persona, Giacomino, se aveva il coraggio di venire a farsi dare l’anello, glielo dava, ma a lui in persona, a lui solo! – Questo dimostra che essa sperava ancora, dimostra principalmente che se aveva saputo sopportare con coraggio la botta terribile, non era riuscita, e forse non ne aveva avuto neppure la tentazione, a levarsi quel figliuolo dal nido del cuore. Nella sua malinconia dolce, gli voleva sempre piú bene e l’aspettava sempre, ma era il caso di recitarle l’antifona del Padre Fontanarosa: “amare e non essere amato, maestro, che tempo è? – tempo perso e filo sprecato!”. Infatti, mentre lei perdeva le ore ad aspettarlo, figurandosi di vederselo un bel momento comparire davanti come prima, e in quest’idea trovava la forza di resistere al male che la rodeva, Giacomino s’era già voltato colla prua da un’altra parte.

Con chi gliene parlava, tanto lui come le Testette alzavano la cresta e di ragioni ne avevano un’abbondanza. Gli orecchini impegnati e il sussidio della Duchessa gettato in perdizione, non erano niente affatto un pretesto, e non lo erano perché una sposa, alla vigilia di dir di sí, non s’è mai visto che porti al Monte un regalo dello sposo, e se non si fa scrupolo di sbarazzarsene per pochi centesimi, vuol dire che il regalo e lo sposo li lega in un fascio, e se dell’uno non sa cosa farsene, dell’altro non gliene importa una pipa di tabacco; non erano un pretesto perché i denari avuti dalla Duchessa, li aveva avuti per il matrimonio non per nasconderli con tanti sotterfugi e poi buttarli in mare, cosí pel semplice capriccio di vederli fare il salto nell’acqua! Era nel suo diritto, forse, di sprecare a questo modo la grazia di Dio, essa che aveva sempre la paura in corpo che le sue future cognate volessero spogliarla? una volta maritata, che donna casalinga, che donna di giudizio e di economia, con questi istinti alla grande! altro che duchessa di Galliera!

Ma mettiamo pure che fossero tutti pretesti, mettiamo che sul processo della Bricicca e sul disonore della sua andata in prigione – ché non c’era barba d’avvocato da poterla salvare – ci si volesse passar sopra, chi si sentiva il coraggio di prendere e attaccarsi alle spalle un cataletto? Non c’era mica remissione, Angela, se non era tisica, poco olio aveva nella lanternetta, bastava guardarla, colore dell’acqua tiepida, sempre stanca, sempre colla tosse che le fracassava il petto, diventata una festuca di zolfanello da non riconoscerla piú da quando Giacomino l’aveva vista le prime volte e gli era piaciuta; addirittura un tracollo. Voler bene a una persona sana coll’intenzione di sposarla, è un conto; sposarla quando è già sulle ventitré e tre quarti, è un altro; colla salute non si scherza, e chi prende moglie la prende per altri motivi che per vivere in un ospedale tra i vescicanti e le inquietudini e tirarsi in casa medici, preti e beccamorti.

Purtroppo, per questo verso, una fetta di ragione l’avevano: Angela tirava davvero la vita coi denti e non sembrava che avesse in corpo lo stesso sangue di sua madre e di Marinetta, sempre di faccia prosperosa da qualunque parte soffiasse il vento. A rigore, dei dispiaceri e delle tribolazioni della famiglia, Marinetta, attaccata colla pece alla Rapallina, se ne dava poco fastidio, ma il contraccolpo bisognava che lo sentisse anche lei per forza, ché oramai cavurrini e franchi da sua madre non ne buscava piú, e se c’era un tempo che ne avesse necessità, era giusto quello; di giorno in giorno, crescendo i lussi e i capricci, crescevano le spese, mentre per la sua andata a Manassola aveva perso quasi tutte le poste e per rifarsele la stagione non era adattata e doveva aspettare ai primi dell’inverno, quando le signore tornano dalla campagna, vengono giù le forestiere, e coi teatri aperti, arrivano le ballerine e le commedianti. Di piccoli imprestiti in via d’amicizia, dalla Rapallina ne aveva avuto piú d’uno, ne aveva avuto perfino dalla Bardiglia e dalla Linda, ma è una fontana che diventa secca in un momento quella degli imprestiti, e amicizia o no, rimane sempre un brutto verme sul cuore di chi ha fatto i debiti e non trova mai l’ora di poterli pagare.

Vedendola ingrugnata un giorno sí e l’altro pure, il signor Costante cominciò a passeggiarle di nuovo intorno, a dirle la barzelletta simpatica per farla ridere, a tastarle il polso come ai fichi per sentire se sono maturi. Un dopopranzo, fosse caso o fosse appuntamento, l’incontrò sul ponte di Carignano, volle pagarle una bottiglia di gazosa nel giardinetto di una birreria, e seduti a tavolino, le parlò da amico, col cuore alla mano: perché non si era mai fidata di lui? perché si era cacciata corpo e anima nelle braccia della gente maligna che a torto e tortissimo lo detestava, invece di mettersi sotto la sua protezione? Valeva poco la sua protezione, ma valeva tanto, che lei a quest’ora avrebbe potuto far fuoco colle sue legna senza dipendere da nessuno, e qualche scudo in saccoccia se lo sarebbe sempre trovato! Lo sapeva bene il signor Costante quello che si diceva di lui nella Pece Greca, ch’era una canaglia, che mangiava a quattro ganascie sull’onore di questa o di quella, eccetera eccetera, ma in coscienza, a Marinetta le aveva mai proposte niente di male? la sera di domenica grassa, al veglione del Carlo Felice, l’aveva accompagnata lui? certamente, metteva una mano sul fuoco, non c’era stato tanto cosí da ridire, aveva ballato, s’era divertita e buon giorno, ma le male lingue che lo denigravano, Rapallina e compagnia, potevano accusarlo lui, anima di legno! se per disgrazia l’angelo custode s’era fatto rosso?

Chi si fece rossa, un peperone cardinale, fu Marinetta, che nascose il naso nel bicchiere senza rispondere, e sentendosi sulla faccia le occhiate calde del signor Costante, avrebbe voluto rintanarsi sotto terra. Questo bastò perché, dopo un piccolo intervallo, il discorso prendesse un altro giro: certi cantini si toccano appena, poi si cambia registro. Il signor Costante parlò ancora per due ore, tutto blando, tutto crema e vainiglia contro il suo solito, trovando la maniera di farsi capire a fondo, senza spiegarsi altro che col movimento degli occhi. Come diceva quello? “la lingua dai miei occhi è assai diversa – intendetela sempre viceversa” e per sapere intendere viceversa, Marinetta non aveva piú bisogno d’andare a scuola a imparare il catechismo della malizia.

Coll’abilità speciale che il signor Costante possedeva di cambiar le carte, mettere sempre in prima riga il suo riverito nome e declamare il proprio panegirico su tutti i tòni, le signorine di Genova passate, presenti e future, quelle che hanno le piume sul cappello e la porta di casa col saliscendi, uccelli di passaggio e di gabbia, le fece passare come in una lanterna magica, tempestando scandalizzato contro il governo e la regia questura che le lasciavano passeggiare invece di metterle al fresco. Non ce n’erano molte a Genova, ma quelle che c’erano pareva che le conoscesse tutte, sapeva a memoria la loro vita, donde venivano, quanto guadagnavano andando la sera a divertirsi negli scanni del Politeama, quanto spendevano e spandevano in vestiti di seta, in guanti fino al gomito, in braccialetti d’oro; o torinesi o milanesi, non si sbagliava, per lo piú figlie di portinai o scolare di modiste, dal niente erano venute a galla pei meriti del loro fusto, trovavano sempre dei ricconi che ci consumavano intorno un capitale, e il bello era questo, che mentre la maggior parte a Milano e a Torino, dove ce ne sono piú che stelle in cielo, tiravano avanti digiunando anche le feste comandate, a Genova si rimpolpavano presto, salivano in grandi pretese e avevano l’abilità di tornarsene a casa con dei risparmi non tanto piccoli, provviste di ogni ben di Dio. – Marinetta, colle orecchie larghe, si sentiva in bocca l’acquolina. – Ecco chi assisteva la fortuna! e pensare che malgrado l’arenamento degli affari, con tanti disastri di Borsa, i signori pronti a rovinarsi per queste creature, nascevano sulla strada come funghi in campagna, e aumentavano sempre, giovani e vecchi, paolotti e liberali! bastava che una ragazza condizionata di corpo secondo le regole, dicesse: presente! perché piú di venti si bastonassero per averla.

Ma queste erano miserie umane e il meglio era lasciarle da parte. Per variare, il Costante raccontò dei fatterelli burleschi, un’insalata di preti, monache, trombettieri, vescovi e donnette allegre, roba dell’altro mondo, che dove se la fosse pescata non si sa, da fare venir rosso non solo l’angelo custode, ma un bosco di cipressi. Che male c’era, insomma? non si poteva piú ridere? stiamo attenti, ché Marinetta, colla sua innocenza, credeva ancora d’essere venuta fuori da un cavolo!

Nell’accompagnarla a casa sull’imbrunire, diventati buoni amici e discorrendo un’altra volta sul serio, le diede parola d’occuparsi subito di lei per trovarle qualche signora che pagasse bene. La stagione era morta, ma non voleva mica dire che signore in città non ce ne fossero o che andassero coi capelli giù per le spalle; cercando si sarebbe trovato, anzi le nominò fra le altre una certa signora Barbara, che di mettere a parte le pettinatrici, purché fossero abili, era la sua partita. Siccome venivano giú per via Fieschi, le fece vedere il numero della porta dove questa signora Barbara stava di casa.

Una porta a mano destra, bassa e stretta, sotto il lampione. – Quella notte, almanaccando nella sua testa i discorsi del signor Costante e molto piú di quello che aveva detto, quello che aveva lasciato capire, Marinetta dormí poco o niente: un gran bruciore di stomaco, una frenesia che le faceva gettare in aria i lenzuoli e rivoltare l’origliere ogni minuto per sentire il fresco, un va e viene davanti agli occhi, di capelli colle piume e ombrellini di seta. Comunque andasse, il signor Costante l’aveva persuasa, era decisa d’abbandonarsi nelle sue mani, se non altro per provare: tanto, fortuna o disgrazia, non aveva piú nulla da perdere, e giuocatosi con poco giudizio il Camillo Ramò, ché in quanto a lui oramai erano messe dette e vespri suonati, a sposare qualche povero diavolo della Pece Greca per tirare la carretta in due, non ci pensava di sicuro. Se un giorno o l’altro le capitava da maritarsi secondo la sua idea, anche con un vecchio decrepito, anche con quel signore antipatico che nell’inverno il Costante aveva voluto metterle alle spalle e si diceva che patisse di mal caduco – bene, ma il matrimonio era un dippiú, e intanto le bolliva nel sangue l’invidia, la smania del lusso e dei divertimenti, e se non poteva sfogarla, ci lasciava le ossa.

XXI

La seconda volta che fu chiamata dal giudice istruttore per sentirsi ripetere all’incirca le stesse domande, la Bricicca andò con Pellegra, ché senza Pellegra non poteva piú muoversi, a consultarsi dall’avvocato Raibetta, ma il giovine di scagno, entrato nello studio, dopo un momento tornò e le disse d’aver pazienza, ché il principale era occupatissimo in un congresso con altri avvocati. Erano già tre o quattro volte che bisognava aver pazienza: ora pel congresso, ora pel Tribunale o la Corte, ora pei clienti, senza contare quando si trovava fuori di Genova, coll’avvocato era impossibile parlarci. Sarà stata una combinazione, però qualcheduno che lo conosceva bene, gliel’aveva detto alla Bricicca, di risparmiare i passi, perché dopo essersi levata il pane dalla bocca per fare il suo dovere e pagare anticipatamente, sarebbe sempre arrivata a sproposito, sicura d’essere messa alla porta.

Sul pianerottolo usciva dall’agenzia di pegni il signor Costante: era un benedetto uomo che aveva degli affari dappertutto. Viste le due donne che se ne andavano brontolando, scese con esse le scale e le accompagnò fino in piazza Nuova, nell’atrio del palazzo di giustizia, cantando in musica alla Bricicca di mantenersi per amor del cielo sulla negativa come nel primo interrogatorio. Anche l’avvocato Raibetta, che per questo genere di cause potevano dargli la privativa, non era stato capace di darle un altro consiglio, e l’avvocato Raibetta quando diceva una cosa… per esempio, la Bricicca aveva torto di lamentarsene: un uomo con tante occupazioni, assediato dalla mattina alla sera, pretendere di trovarlo disponibile a qualunque ora pel gusto di rubargli i minuti, era un pretendere troppo; voleva un avvocato per lei sola? con pace e pazienza, il giorno della trattativa della causa l’avrebbe avuto tutto a sua disposizione, e dopo averlo sentito parlare, non avrebbe rimpianto i suoi denari.

Ma dove uscí fuori dei gangheri il signor Costante, fu quando la Bricicca saltò su a ripetere come un pappagallo una calunnia senza senso, inventata per gelosia di mestiere da qualche furfante d’avvocato dalle cause perse, ossia che l’agenzia di pegni sullo stesso pianerottolo dello scagno, marciava in segreto per conto dello stesso signor Raibetta, che a questo modo guadagnava dal tappo e dalla spina sui poveri clienti, con una mano ritirando il pegno come ebreo e coll’altra ripigliandosi subito gli stessi denari come avvocato. S’infuriò tanto che sembrava ci fosse mischiato lui pure, e per castigo non volle piú salir sopra a parlare di Francisca Carbone al procuratore del re, come aveva promesso; se ne andò via stritolando coi denti un pezzo di sigaro, facendosi accompagnare da Pellegra.

Forse avrà voluto spedirla in via Fieschi, dalla signora Barbara, per qualche commissione sua particolare, oppure da Marinetta, ché Pellegra gli serviva moltissimo al signor Costante, un vero corriere di gabinetto, prudente, ubbidiente, e per la necessità era come lo schioppo di prete Piglia che tirava perfino ai grilli. Ma dove l’abbia spedita, noi non ci riguarda; fatto è che la Bricicca, rimasta sola in quel gran palazzone, in mezzo a tanta gente che saliva per le scale, si trovò imbrogliata a riconoscere il suo cammino, e arrivata al primo piano, ch’era un laberinto, invece di prendere la scaletta a sinistra del corridoio, infilò un vestibolo pieno zeppo di persone d’ogni genere, affaccendate a darsela da intendere, a correre su e giú con dei fasci di carte; signori che fumando e gesticolando passeggiavano con un manto nero sulle spalle e certe lasagnette bianche appese al collo, altri signori che facevano conversazione in circolo, qualche madama unta e bisunta, dei preti, dei tipi sul gusto del Costante, degli individui originali che andavano e venivano colle mani in tasca e si capiva che la loro occupazione era quella di perdere il tempo. Tutti i momenti un usciere si metteva a gridare forte con una voce da cannone, come per farsi sentire a Sampierdarena da un reggimento di sordi, e ogni tanto, a buffate, pareva che ci fossero dei predicatori in lontananza.

Per levarsi di lí, ché non era il suo posto e tutti l’urtavano e le pestavano i piedi, profittò della porta aperta piú vicina, si cacciò in una sala stretta e soffocata, dove al principio non vide quasi niente, tanto era scura, colle tendine verdi abbassate sulle finestre per non lasciar passare il caldo, quantunque lo lasciassero passare lo stesso e ci si crepasse. Là in fondo c’erano tante ombre ammucchiate e in mezzo a un gran silenzio si sentiva chiara e distinta la voce d’uno di quelli che predicavano. Facendosi largo tra il poco pubblico, abituandosi all’oscurità, la Bricicca poté distinguere i giudici, in faccia a loro l’avvocato, e seduta sopra una panca, tra due carabinieri, una donna con un bambino da latte nelle braccia. Una donna! cosa aveva fatto? Si sentí stringere il cuore pensò subito che anche a lei le sarebbe toccata quella figura di doversi sedere lí in mezzo, sulla panca della vergogna.

I giudici, col caldo che faceva, intabarrati nella loro zimarra, coi gomiti sulla tavola, pareva che dormissero d’amore e d’accordo sotto la direzione del presidente, mentre l’avvocato si spolmonava, e la donna, ancora giovane e vestita pulitamente, non gli levava gli occhi d’addosso all’avvocato, pallida come una candela. Cosa aveva fatto? Quando il presidente, aperti gli occhi, le domandò se aveva niente da aggiungere alle parole del difensore, essa si alzò in piedi e con uno stranguglione di pianto nella gola, stentando a parlare, giurò d’essere innocente sul capo di suo figlio, e prese a testimonio il crocifisso appeso al muro in faccia al ritratto del re!

Senza averla mai né vista né conosciuta, la Bricicca si sentí pigliare da una grande compassione per quella disgraziata coi carabinieri al fianco e un bambino al petto; credette subito alle sue proteste d’innocenza, e se fosse stata lei giudice, l’avrebbe mandata a casa, libera, non sapendo neppure di che delitto era accusata, ché certi avvocati, per dire la verità, quando predicano si capiscono poco. Mentre i giudici eran spariti dietro un paravento, s’informò da vicino: era accusata d’aver rubato gli ori alla pigionante che le affittava la stanza, e d’averli venduti, ma lei negava, prove non ce n’erano, e i testimoni, compresa la padrona degli ori, s’erano imbrogliati; il fisco le aveva parlato contro perché il fisco c’è apposta e il suo mestiere è di mandare tutti quanti in galera, gli innocenti ancora piú presto dei colpevoli veri, però aveva battuto la campagna cercando le prove colla lanternetta senza poterle trovare, e c’era da scommettere la mano dritta che con una sentenza di due righe i giudici l’avrebbero messa fuori.

Ebbene, né la mano dritta né la mano sinistra e neppure un’unghia, perché i giudici, invece di metterla fuori, con una sentenza piú lunga del passio la misero bravamente dentro per un paio d’anni. La Bricicca si sentí gelare il sangue: se avevano condannato questa povera donna, e l’avevano condannata senza le prove del delitto e ridendosi dei suoi giuramenti, senza compassione per quel povero figliuolo che teneva in braccio, lei, Bricicca, cosa poteva aspettarsi? A rigore, per essere giusti, lei bisognava che la mandassero sulla forca! Le prove c’erano tutte, cosí non ci fossero state, e ne cresceva da sotterrarla, bambini al petto da mostrare ai giudici non ne aveva; restava la negativa: bella risorsa! avrebbe servito, con quel vento che tirava, a farla condannare piú presto! La chiamavano giustizia l’arte di saper leggere in un libro grosso e di castigare i birbanti! ma che giustizia! ma che giustizia! non ce n’era giustizia, non sapevano manco come fosse fatta né dove abitasse di casa, e nel libro ci leggevano dentro quello che gli piaceva di leggerci, e castigavano o premiavano secondo la luna! – Cosí, esaltata come era, quando un momento dopo si trovò davanti al giudice istruttore, finí per confessargli tutto, raccontando dal principio in che modo erano andate le cose, spifferando nomi e persone. Tacere o parlare, quei signori, facendo finta di dormire nella loro zimarra, la siringavano lo stesso, e almeno si levava un peso dallo stomaco, prima dell’operazione.

A mente fredda, se ci avesse pensato due volte, probabilmente avrebbe aspettato a confessarsi in punto di morte, e dal prete, mai dal giudice, ché in definitiva, il primo danno se lo faceva a sé medesima, anzi tutti quanti i danni erano sua esclusiva beneficiata. E il signor Costante, che alcuni giorni dopo gli era toccato andare in giustizia anche a lui a sentirsi esaminare, non glielo mandò a dire alla Bricicca, glielo disse netto e preciso, senza complimenti: aveva voluto pigliarsela la soddisfazione di raccontare ai superiori la storia del lupo, e far dei nomi, e tirare in ballo chi non c’entrava? lui, poco male; era corazzato a prova di bomba, aveva risposto secondo la sua coscienza onesta, e nel sacco non solo non ci si era lasciato ficcare, ma ci aveva ficcato dentro il giudice colla testa avanti, e se non basta il giudice, anche il segretario, però quando fosse venuta l’ora di sborsare le duemila lire di multa o marcire in prigione, cerca il Costante di qua, cercalo di là, sarebbe partito per una scampagnata sui monti. Se le aspettava ancora da lui o dal principale le duemila lire, osteria! poteva aspettarle per un pezzo, questo era poco ma sicuro; e glielo diceva a quattr’occhi, e glielo cantava su tutti i toni, e glielo stampava sui giornali, e glielo faceva scrivere da un usciere in carta bollata! – Siccome l’avvocato Raibetta a un dipresso avrebbe tenuto lo stesso linguaggio cosí la Bricicca per non dargli questa seccatura, non si lasciò piú vedere nel suo scagno, da una parte, pentita d’aver parlato, dall’altra, di non aver detto abbastanza, restando delle giornate intiere a piangere e bestemmiare con Angela o a consultarsi con Pellegra.

Essa dunque dall’avvocato non ci metteva piú i piedi, ma in compenso, a sua insaputa, ci andava qualche volta Marinetta. Andava a trovarlo per informarsi come stava, nessuno ne dubita, per lei, se non era sempre aperta la porta dello studio, quella del salottino lo era sempre. Fra tanti affari diversi che maneggiava e di tante persone, l’avvocato Raibetta forse trattava pure quelli della signora Barbara di via Fieschi, perché la signora Barbara gli capitava spessissimo nello scagno, e Marinetta l’aveva conosciuto in casa della signora Barbara, dove un bel giorno si era decisa a farsi accompagnare da Pellegra, tornandoci poi sola, dopo che aveva imparato la strada.

Quando si dice che l’aveva conosciuto in via Fieschi, è un modo di dire, perché dopo tanti mesi non si ricordava quasi piú d’una relazione momentanea fatta al teatro durante una festa da ballo, ma la conoscenza vera, la prima, era piú antica, ossia dagli ultimi giorni di carnovale: a quel veglione famoso che il Costante non avrebbe tanto criticato se avesse saputo la fodera del mistero, la ballerina sua amica, ch’era intima di tutto l’universo, gliel’aveva presentato essa l’avvocato, e se si pensa che finito di ballare e di passeggiare su e giú in platea, sul palcoscenico e nel ridotto, ci fu il supplemento d’una magnifica cena nella trattoria del Genio, Marinetta non avrebbe dovuto avere la memoria cosí corta, segnatamente dopo quella gran paura di non poterla digerire la cena, fino al punto di scappare a Manassola. Sarà stata benissimo una relazione momentanea, quasi a vapore, ma non si era perso tempo, l’avvocato non era uomo da scordarsene, e rinnovata la conoscenza, con Marinetta ne discorreva volentieri e sapeva descriverle il costume da bersagliera del Flicche Floc, avuto in prestito dalla ballerina, e quello della ballerina stessa che voleva figurare la luce elettrica e sembrava invece una macchina da caffè allo spirito, e la Rapallina, vestita da serva col mezzaro, che ballava a corpo perso con tutti i turchi e tutti gli spagnuoli del veglione.

La casa della signora Barbara era un porto di mare, e dopo aver conosciuto per primo quel certo tale, che appena tornata da Manassola se l’era visto girare intorno un’altra volta, persuadendosi che il mal caduco può essere un male serio per chi l’ha e non per gli altri, Marinetta aveva avuto occasione di trovarsi con persone molto distinte, abituate a non guardare le somme che spendevano, ma tant’è l’avvocato Raibetta le andava piú a sangue degli altri. Il perché non lo sapeva neppur essa: gli altri, piú o meno, le davano tutti soggezione, con lui invece era entrata subito in confidenza, quasi sul piede d’amicizia, uno di quegli uomini che appena visti s’imbroccano pel loro verso, allegri, senza sussiego, e hanno l’abilità di farsi voler bene per forza. Chi è che diceva ch’era rustico, di brutte maniere? non lo conoscevano; nello scagno, si sa, doveva essere serio e misurare le parole e qualche volta, con certi seccatori, prendere una faccia brusca, ma fuori di scagno, un giovinotto piú affabile di lui era difficile trovarlo; non si ricordava piú d’essere avvocato né di aver degli affari, spendeva e si divertiva. Anche a lui Marinetta gli era entrata nella manica fin da quando l’aveva vista cosí di scappata la prima volta, e rinnovata la conoscenza, s’era messo a proteggerla a spada tratta.

Non ch’essa ne avesse bisogno, ché coi suoi occhi furbi e la sagoma svelta del suo corpo si proteggeva abbastanza da sé, ma da uomo positivo com’era, l’aveva persuasa ad aver giudizio, a barcamenarsi con prudenza, e sopratutto a non fare colpi di testa arrischiati, che se ne sarebbe pentita appena voltato il canto. Un padre non avrebbe potuto consigliarla meglio: non muoversi dalla Pece Greca, lasciare i grilli di lussi e di divertimenti, e giacché aveva un mestiere per le mani, tenerselo buono per ogni evenienza e anche per ripararsi agli occhi del mondo, dietro una specie di paravento; non rovinarsi, questo era l’importante; credeva lei che fosse oro tutta la roba che luce per la strada? divertirsi a tempo e luogo, va benissimo, ma senza scandalo, in modo da non rimetterci mai per nessun verso e guadagnarci sempre.

Cosí, fra tante croci, per la Bricicca era almeno una consolazione quella di vedere di nuovo sua figlia incamminata sulla buona strada, come prima d’andare a Manassola; consolazione di cuore e di tasca, infatti non le toccava piú pensare a vestirla – ed era un bel profitto e quasi neppure a mantenerla. Dove le avesse trovate, in quella stagione deserta, lei non lo sapeva, ma i fatti parlavano chiaro, Marinetta era riuscita a ingegnarsi tanto da stanare delle buonissime poste, e col suo talento e colla sua abilità a farsi benvolere, sicché spesso le capitava, stando alle sue parole, che ora una signora o l’altra per certi lavoretti se la tenevano in casa tutto il giorno e l’obbligavano a sedersi alla loro tavola; dei regali non se ne parla, ogni momento ce n’era dei nuovi, roba fina, non roba da bazar a quarantanove centesimi, e roba utile, se non altro per portarla al Monte in un caso di necessità. Se andava avanti cosí, colla fortuna che le soffiava di poppa, in quattro e quattr’otto si metteva da parte la dote e niente impediva che pensasse a incaricarsi di sua madre e di sua sorella, e a levarle dai patimenti; dopo averla portata esse, piangendo a lagrime di sangue, la croce ora doveva portarla lei, che camminava in mezzo ai garofani.

Questo era un altro discorso: Marinetta aveva da pensare a sé, e solamente il vestito si mangiava piú della metà del guadagno, ché se mettendo in pratica i consigli dell’avvocato Raibetta, non faceva nessun lusso da dare nell’occhio e al fumo ci aveva rinunziato, pure l’obbligo suo era d’essere sempre pulita e provvista, massime nella biancheria e nella calzatura, le due cose a cui teneva di piú fino da bambina, e nei busti che costavano l’incredibile, e non passava giorno che non rompesse una stecca. Se diverse volte la settimana, per accomodarsi lo stomaco guasto dai minestroni di sua madre o perché aveva fatto tardi, profittava dell’invito e si fermava a pranzare dalla signora Barbara, il suo scotto bisognava bene che lo pagasse! che grandi economie le restavano? ad ogni modo, dato che ne avesse, i suoi guadagni voleva tenerseli perché non si sa cosa possa succedere da un momento all’altro; a caricarsi la famiglia sulle spalle, prima non c’era obbligata, poi aveva troppi impegni per sé. – Nel sentire queste ragioni, Pellegra finiva per approvarle, ma in realtà, senza accorgersene, Marinetta era diventata avara come una pigna, e di giorno in giorno, covando il suo mucchietto, gongolava, di vederselo crescere sotto gli occhi.

XXII

Verso gli ultimi d’agosto il solito usciere, ch’era già venuto due volte, portò alla Bricicca un’altra citazione, e in via d’amicizia gliela lesse lui punto per punto, spiegandole bene che si trattava del dibattimento davanti al Tribunale, ripetendole il giorno preciso e l’ora in cui doveva comparire, se le premeva di non essere condannata senza fare le sue difese. Al Tribunale! ed essa che nell’interno del suo cuore si figurava che i giudici si fossero scordati di lei e il suo processo fosse rimasto nel fondo del cassone, perché dopo i due interrogatori non l’avevano piú disturbata! Tempo otto giorni, e come quella povera donna che aveva visto, anche lei seduta su quella maledetta panca in mezzo ai carabinieri, guardata dal pubblico come la biscia all’incanto, avrebbe dovuto rispondere a quelle tre macchie d’inchiostro lassú sul trono, piú nere del tabarro del diavolo, che si chiamavano giudici e prima di venire a sedersi a tavolino, le condanne le avevano già nella manica! Tempo otto giorni, non c’era rimedio, la pigliavano per la gola senza misericordia, senza concederle un minuto per poter pensare con calma ai casi suoi, e la portavano dritta al macello!

Piuttosto che andare dall’avvocato Raibetta la Bricicca avrebbe preferito inghiottire un bicchiere d’olio di noce, ma se non ricorreva a lui, che era stato pagato e conosceva la faccenda, chi le dava aiuto? Il signor Costante, dopo l’ultima intemerata che le aveva fatto? Non serviva a niente, ma tutti gridavano che l’avvocato ci voleva, e cosí, certa e sicura di sorbirsi una ramanzina peggio di quell’altra, si presentò alla porta dello scagno, lei sola, perché Angela era colla solita febbre, e Pellegra probabilmente l’aveva ipotecata il signor Costante.

Nella prima sala si trovò a sedere vicino a una signora che insieme ad altre persone aspettava il suo giro e che vedendola imbarazzata sulla porta, senza conoscerla le aveva fatto un po’ di posto, una signora grassa, con dei baffi da militare e una faccia rossa a fuoco, che solo d’accostarle un zolfanello si sarebbe acceso; vestita di seta nera, con una mantiglia a falbalà seminata di perlette, e al collo un medaglione d’oro largo come il fondo d’un bicchiere con dentro il ritratto d’un tizio, e braccialetti ai polsi e anelli ai diti, doveva essere la moglie d’un impiegato grosso del governo a giudicarla dal modo forestiero di parlare o lombardo o napoletano, uno dei due. Cominciarono a discorrere sottovoce del gran caldo, poi della seccatura d’aspettar tanto prima d’essere ricevute, e una parola tira l’altra, passando il tempo sarebbero venute le confidenze, se sul piú bello non fosse uscito dallo studio l’avvocato, col cappello in testa, dicendo forte a tutti che doveva trovarsi di premura in Tribunale e per quel giorno non poteva piú dare udienza a nessuno fino dopo le quattro, se pure riusciva a sbrigarsi.

Tanti saluti a casa; era un destino di non potergli piú parlare! Rimasta l’ultima ad andarsene per consegnare al giovine di scagno la citazione che la facesse vedere al principale e l’avvisasse del dibattimento, la Bricicca gli domandò al giovine, cosí per pura curiosità, chi era quella signora grassa, che le pareva all’incirca di conoscerla di vista, e non aveva avuto paura di sporcarsi a stare vicino a una povera donna come lei e a intavolare discorso; si vedeva subito una persona di famiglia alta, ma una persona bene educata, senza la superbia dei ricchi… Il giovino di scagno, un burlone se ce n’era uno, alzò la testa dalle sue carte bollate, guardando in faccia la Bricicca, fissandola serio nel bianco degli occhi: non conosceva quella signora? capperi! la vedova d’un ministro, una forestiera di vaglia, principessa o baronessa a dir poco, che se guadagnava la lite difesa dall’avvocato Raibetta, coi suoi milioni faceva la barba a tutti i signori di Genova e d’Italia; era già molto ricca, spendeva somme dell’altro mondo, ma se guadagnava la lite che aveva contro la regina d’Inghilterra…

Nientemeno! press’a poco come lei, Francisca Carbone, ch’era in lite continua coi cavurrini, e quel giorno, finiti di consumare gli avanzi della famosa sottoscrizione, litigava coll’appetito addirittura! non un cane, nemmeno sua figlia Marinetta, che volesse aiutarla, nemmeno il signor Costante, che passava duro e non si voltava piú dalla sua parte. Per giunta, Angela inferma: tornata a casa, la trovò mezzo strangolata dalla tosse, colla bocca sul bacino pieno di sangue schietto.

Non era la prima volta, ma sono improvvisate che spaventano sempre. Corse sulle scale a chiamar le vicine, mise dell’acqua al fuoco non sapendo neppure perché ce la mettesse, tanto per fare qualche cosa. Un medico ci sarebbe voluto! Intorno al letto d’Angela, le donne suggerivano di mandarla all’ospedale di Pammatone; Angela, collo stomaco rotto, la faccia affilata come una lama e gli occhi stralunati, faceva segno di no colla testa: non voleva andarci all’ospedale, non voleva! Le Testette avrebbero dovuto vederla in quello stato, e il loro degno fratello Giacomino, che erano la causa di tutto! Per fortuna, con dei senapismi ai piedi, gli sbocchi di sangue cessarono, e quando il medico venne, ché una vicina era andata a cercarlo in fretta girando tre o quattro spezierie, non trovò piú che una grande debolezza, scrisse due righe di ricetta e scappò via, raccomandando riposo e buoni brodi.

Sicuro, ma per farli i buoni brodi, la Bricicca poteva mettere a bollire nella pignatta un paio di scarpe! Venuta Marinetta a cambiarsi, dopo un battibecco che come quello tra madre e figlia non c’era mai stato, riuscí ad avere qualche franco; ma niente di piú, perché Marinetta protestò di non possedere altro, anzi dopo tutto quello che in casa si era fatto per lei, ebbe l’ardimento di rispondere con arroganza e minacciare che se la seccavano ancora, pigliava la porta e nella Pece Greca non compariva piú manco dipinta; se col suo lavoro guadagnava tanto da vestirsi, adesso si figuravano che camminasse sui marenghi? E non diceva mica bugia protestando d’avere pochi denari in saccoccia: di mano in mano i suoi risparmi li consegnava all’avvocato Raibetta, che non solo si era incaricato di tenerglieli, ma le pagava pure i frutti.

Quantunque sempre debole e martirizzata dalla tosse, Angela questa volta in pochi giorni mise ancora una pezza al suo male, tenuta su da un coraggio da leone e dalla ferma speranza che Giacomino le ritornasse: lei lo conosceva Giacomino, aveva troppo buon cuore e le aveva dimostrato troppo bene per abbandonarla cosí; era impossibile che il Signore vedendola soffrire tanto non glielo restituisse. E si lusingava e aspettava con fede un miracolo, non sapendo nella sua ignoranza e nella sua semplicità che Giacomino non solo si era voltato da un’altra parte, ma le sue sorelle l’avevano deciso a rompere con lei perché era saltata fuori la figlia d’un oste di Portoria e il matrimonio era quasi concluso. Tentò perfino di rimettersi a lavorare per venire in aiuto di sua madre, e nei momenti brutti cercava di consolarla: i giudici non erano cristiani anch’essi? se erano cristiani, se avevano famiglia, almeno per compassione l’avrebbero lasciata libera; ma non per compassione, per giustizia sacrosanta! con tanti assassini e tanti ladri al mondo, il Signore non poteva permettere che mandassero in prigione una madre di famiglia disgraziata, che non aveva ammazzato né rubato.

Certi giorni il Signore chiude gli occhi, oppure tiene altre faccende per le mani; se dovesse pensare alla direzione della giustizia veramente giusta in questo mondo, oltre i fastidi e il cattivo sangue, non gli resterebbe piú tempo per il resto. Con tutto ciò, siccome è meglio averlo amico che nemico, e se vuole, i giudici può illuminarli, la mattina del giorno stabilito pel dibattimento, la Bricicca andò in chiesa con Angela a sentire una messa in suffragio delle anime del purgatorio, e Angela volle confessarsi e comunicarsi all’altare della Madonna della Guardia, restando piú d’un’ora inginocchiata sul marmo a pregare e a piangere: bella Madonna cara della Guardia, essa si metteva piena di confidenza sotto il vostro manto e la sua speranza era tutta riposta in voi sola!

Anche la Bricicca infilò con divozione i suoi paternostri e le sue avemarie, sebbene in fondo fosse molto meno inquieta di quello che si sarebbe creduto, dopo che l’avvocato, essendosi finalmente degnato di riceverla, le aveva promesso la sua assistenza per la trattativa, non perché lei se la meritasse, ma perché non era solito a mangiarsi la parola. Ben lontano dall’assicurarle una felice riuscita, dal momento che essa colla sua confessione a sproposito si era tagliata le gambe, nondimeno le aveva fatto coraggio, spiegandole che alla peggio, dopo la sentenza del Tribunale, ci sarebbe stato l’appello e avrebbe sempre avuto davanti a sé qualche mese, prima di dover entrare in Sant’Andrea. E non solo questo: l’avvocato Raibetta, con bella maniera, aveva pure messo fuori la probabilità d’ottenere a Roma mediante impegni speciali la grazia dal re, tanto pel3 carcere come pel pagamento della multa; ad un patto però, ossia che essa, Francesca Carbone, si rassegnasse a dichiarare all’udienza d’avere accusato a torto nell’interrogatorio del giudice istruttore, il signor Costante Giroffo; non c’era altra strada d’uscirne; doveva dire d’averlo accusato in un momento d’eccitazione, non sapendo cosa si facesse, per certi suoi motivi privati, e nient’altro. – Una vera figura da cioccolattiere che le toccava fare alla Bricicca, ma nella lusinga della grazia, messa alle strette dall’avvocato proprio la vigilia della causa, aveva chinato la testa, che a forza di chinarla per obbedire a dir di sí, a momenti la molla del collo si rompeva in due pezzi, piegata sempre pel medesimo verso.

Al palazzo Ducale l’accompagnarono Angela e Pellegra, dopo un sorso di caffè in casa e un bicchierino d’acquavite d’anici dal liquorista per confortarsi gli spiriti, senonché Pellegra, essendo citata come testimonio, appena si trovò sopra nel vestibolo del Tribunale, dovette andarsene sola in fondo al corridoio, nella stanza che le fu destinata da un usciere. Marinetta aveva dichiarato di non voler venire: col suo temperamento sensibile, non era fatta per assistere ai processi, specie quando si trattava di sua madre, e solamente di vedere i giudici si sarebbe sentita mancare il cuore; tanto, quel giorno era troppo occupata, troppo carica di lavoro per potersi prendere mezza vacanza.

Tutto il tempo d’aspetto prima che la sua causa fosse chiamata, la Bricicca lo passò con Angela in un bugigattolo, pieno di toghe e di cappelli appesi al muro, dove l’usciere della quarta sezione l’aveva accomodata alla meglio, lei e sua figlia, per levarle dal vestibolo che all’ora delle udienze cominciava a popolarsi; in quella babilonia d’ogni sorta di gente, due donne sole, lí ferme, nei piedi degli avvocati e dei procuratori, non ci stavano bene, massime una ragazza, e l’usciere ch’era uomo anziano e padre di famiglia anche lui, queste cose le capiva, e potendo usare una cortesia o un’opera di carità, l’usava volentieri di sua propria idea. Per essere usciere, era una brava persona, Dio gliene renderà merito, ma intanto lí dentro ci si soffocava dal caldo; Angela, colla testa in seno, pregava sottovoce, la Bricicca non poteva star quieta, agitandosi, sbuffando, masticando, ora frenetica pel ritardo, ora sulle spine per la paura d’essere chiamata all’improvviso, ché se la mattina le sembrava d’essere forte e coraggiosa, adesso, venuto il momento, aveva il cuore in mezzo a due pietre. Capitò l’avvocato Raibetta a farle le ultime raccomandazioni: si ricordasse bene di ciò ch’erano rimasti intesi circa il Costante, e non dubitasse di nulla, c’era lui ad assisterla, e al resto ci pensava lui. – Aveva bel dire l’avvocato colla sua faccia fresca da padre guardiano! pensava al resto! e se la condannavano, era lui forse che pensava ad andare in prigione? bella assistenza! l’assistito davvero era il signor Costante, che potesse morire sulla forca!

Quando venne l’usciere a prenderla per accompagnarla in sala d’udienza, con tutto il caldo che faceva si senti un brivido dalla testa ai piedi, come se le avessero gettato sulla pelle nuda un lenzuolo bagnato d’acqua fredda. Angela ebbe la forza d’aggrupparle sotto la gola il fazzoletto di seta, poi le si buttò al collo abbracciandola stretta e baciandola in uno scoppio di pianto; lei non aperse bocca, si lasciò guidare al suo destino, traversò la folla senza vedere nessuno, sedette dove le dissero di sedere. Pareva insensata. Ferma al suo posto, colle braccia in croce, gli occhi fissi sui tre giudici, non pensava che a una cosa sola, a quella donna che aveva visto seduta in mezzo ai carabinieri sulla stessa panca dov’era lei, col figliuolo attaccato al petto, e la sua gran paura era che i carabinieri comparissero da un minuto all’altro per ammanettarla e portarla via. Dietro le sue spalle il pubblico si accalcava contro la balaustra di legno, per quanto piano si sentiva nella sala un susurro generale, mentre i giudici chiacchieravano tra loro e con quello che faceva da fisco, aspettando l’avvocato. La Pece Greca si può dire che c’era tutta quanta, segnatamente le donne; Angela, piena di vergogna, se ne stava in fondo, appoggiata al muro, col fazzoletto contro la bocca, mordendolo forte coi denti per soffocare i singhiozzi che la strangolavano. Quando l’avvocato fu a posto, il presidente suonò il campanello, diede un’occhiata a certi suoi foglietti e disse: “Carbone Francisca, alzatevi; come vi chiamate?” La Bricicca non intese e non si mosse. “Carbone Francisca, alzatevi; come vi chiamate?”. Lei si alzò e rispose “Francisca Carbone”.

In prima riga c’era la Bardiglia, gongolante, con tanto d’occhi larghi e d’orecchie spalancate, sempre lí a tirare per la manica una delle sue vicine o a parlare cosí alto da farsi imporre silenzio dall’usciere. Finalmente, prima di morire, l’aveva avuta la consolazione di vedere in giustizia la Bricicca a combattere coi superiori e sul punto di pagarle tutte! Eccola che adesso le avevano tagliato la lingua e per rispondere alle domande del presidente inghiottiva ogni volta un litro di saliva e arrancava le parole, essa che nella Pece Greca trinciava e squartava a fette l’universo! dov’era andata la sua presunzione?

Un ometto, il presidente, che a soffiarci addosso spariva sotto la tavola, ma si vedeva che la sapeva lunga: senza barba, con una vocina da donna, ma confessava l’amica adagio adagio, e l’amica era obbligata a baciare in terra.

Ci fu nel pubblico un po’ di bisbiglio quando l’avvocato Raibetta si alzò in piedi e fece domandare alla Carbone Francisca, dopo ch’essa aveva pienamente confessato colla scusa di non sapere di far male, se il giuoco lo teneva lei come lei, a suo rischio e pericolo, oppure per conto di terze persone, e la Bricicca, annaspando le parole, s’ingarbugliò in un bosco d’ortiche da non potere piú andare avanti né indietro, voltandosi verso l’avvocato come per supplicarlo di suggerirle lui quello che doveva rispondere. Il pubblico non capiva: ci voleva tanto a distendere le carte in tavola? peggio per chi le aveva sporche, e non c’era nessuno che non sapesse il nome della persona che aveva le carte sporche piú di tutti; e capí ancora meno all’uscita della Bricicca, tirata fuori colle tanaglie parte dal presidente parte dal difensore, cioè che lei il giuoco lo teneva per conto suo, roba da poco, si sa, perché le mancavano i mezzi, e che al giudice istruttore aveva detto una bugia coll’accusare un certo signor Costante Giroffo d’essere il vero provveditore dei fondi. Le donne strabiliavano: che capriccio da matti, di caricarsi sulle spalle tutta la colpa, anche quella che non le spettava? era chiaro che per farla parlare a quel modo il signor Costante le aveva ingrassato con dei bravi biglietti il canale della gola, ma l’avvocato, l’avvocato Raibetta ch’era tutt’altro che una talpa, perché lasciare che essa si cacciasse da sé in bocca al lupo? – La Bricicca, non avendo piú altro da dire, sedette di nuovo, stanca morta come se tornasse a piedi da un viaggio a San Giacomo di Gallizia, e si cominciarono a sentire i testimoni, il maresciallo e le guardie che avevano operato la contravvenzione.

XXIII

Intanto faceva la sua comparsa Marinetta insieme alla Rapallina; si era lasciata tirare un po’ per curiosità, un po’ perché la Rapallina, già mezza impermalita, le aveva rinfacciato d’avere da qualche tempo dei segreti con lei e di non volerla piú accompagnare a spasso come una volta. Appena entrata, quel vedersi in mezzo a tanta gente di conoscenza, mentre sua madre stava laggiú alla berlina, le piacque poco e ancora meno le piacque di trovarsi ai fianchi le Testette, che la guardavano in aria canzonatoria: pure esse erano venute a godere lo spettacolo! dippiú, lei non era un gigante, non vedeva che delle schiene, anche allungando il collo e alzandosi in punta di piedi, e siccome la Rapallina a forza di gomiti si era cacciata in su fino a potersi mettere dietro la Bardiglia, pensò d’uscire da quel forno o almeno ritirarsi verso la porta, dove non sarebbe stata tanto in vista. Nel farsi largo, si senti toccare sopra una spalla: era Pollino Gabitto.

Rimase di stucco, incerta un momento s’era proprio lui e se doveva salutarlo o fingere di non conoscerlo, ma il brigante, sempre lo stesso, non le diede neppure tempo a pensare, le prese subito la mano stringendogliela forte, domandandole come se la passava da tre mesi che non si vedevano. – Il giorno del varo dell’Emilia si erano separati bruschi, ma nei panni di Marinetta cosa avrebbe fatto un’altra, lí nella folla, con le Testette vicine che la squadravano da curiose maleducate? Un’altra avrebbe risposto al saluto, naturale, e cosí fece Marinetta, senonché dal saluto venne il discorso, e non essendo quello il luogo piú adattato per discorrere in libertà, a poco a poco, senza dar troppo nell’occhio, lei e Pollino uscirono dalla sala e andarono a passeggiare nel corridoio grande in cima allo scalone, dove la gente non si fermava, sicuri di non essere disturbati.

Colla sua bella corporatura e i suoi baffetti insolenti, il cappello sull’orza e la cinta rossa che gli davano un’aria buia da marinaio, Pollino Gabitto se li metteva in tasca tutti dal primo all’ultimo certi damerini che andavano in conversazione dalla signora Barbara, e Marinetta, scordandosi di dovergliele battere fredde, ché dal giorno del varo altre acque erano passate sotto il ponte, si sentí rinascere nel cuore la sua specie di capriccio per lui. Almeno un giovinotto sano e robusto, coi capelli veri e i denti bianchi, che a discorrerci insieme pareva di respirare una boccata d’aria fresca in campagna! – Era venuto a Genova a cercarsi un impiego da commesso, da guardia municipale o da portalettere, un impiego qualunque per vivere, ché suo padre, andato a rompicollo l’appalto del dazio di Manassola, era rimasto sopra una strada, e lui di navigare ne aveva perduto la voglia; provvisoriamente viveva a Prè in casa d’una sua sorella maritata con un fuochista della ferrovia, e nell’aspettare l’impiego, girava per la città non sapendo come passare il tempo, accompagnava la musica dei soldati, si fermava sulle mura delle Grazie a vedere entrare in porto i bastimenti, si divertiva alle sedute dei Tribunali e della Corte d’Assise. Non lo negava mica: questa sarebbe stata la vita di suo genio, se avesse avuto in saccoccia, non si dice dei marenghi, ma solo qualche franchetto pei sigari e per pagarsi la sera qualche bicchiere di vino colla compagnia.

Del resto, le novità di Manassola? nessuna novità: il brigadiere delle guardie doganali era disertato in Francia, portandosi via la moglie del capo musica; Marinetta doveva averla conosciuta, quella bella lombarda, grassotta, bianca e rosa, che stava continuamente alla finestra, in faccia al terrazzo di casa Ramò, e fumava come un turco senza prendersi suggezione della gente per la strada. A proposito dei Ramò, Camillo, quel miserere di Camillo, dopo averlo tenuto chiuso sotto chiave per quindici o venti giorni, l’avevano imbarcato e spedito in America a cambiar aria. Inutile negarlo, la colpa era tutta sua, di Marinetta; già ch’erano a quattr’occhi, non si poteva sapere cosa gli aveva fatto lei a quel povero zebedeo, che per sentir dire gli era girata la testa fino a tirare delle pistolettate contro suo padre? Sempre per sentir dire, in famiglia erano stati obbligati a legargli gambe e braccia perché non si buttasse giú dalla finestra, e a mantenerlo da poppavia con del brodo sostanzioso, perché si era impuntato, fosse venuto dal paradiso Gesú Cristo con tutti i suoi santi, a non voler schiavare i denti in nessun modo, fermo e deciso nell’idea di lasciarsi morire di fame.

Da un discorso all’altro, Pollino e Marinetta non si accorgevano del tempo che passava, e intanto nella sala d’udienza, dopo l’interrogatorio delle guardie, compariva come testimone il signor Costante: Giroffo Costantino, fu Benedetto, d’anni quarantasei, nativo di Trumiglio, circondario di Voghera, provincia di Pavia, domiciliato e residente in Genova, di professione mediatore.

I giuramenti falsi per certi individui sono uova fresche da sorbire; la Rapallina e la Bardiglia si toccavano i gomiti una coll’altra ed il pubblico tossiva e strisciava sul lastrico le suole delle scarpe nel sentire con che disinvoltura l’amico ciliegia, dopo aver giurato secondo tutte le regole di dire la verità, protestava scandalizzato, con una mano sulla tasca della coscienza, di non aver mai tenuto in vita sua né fatto tenere per suo conto da terze persone il giuoco clandestino. Rispettava troppo il governo e la sacra persona del re per mischiarsi in questo fango criminale che disonora un cittadino italiano, era talmente occupato dagli affari, che non aveva neppure una lontana idea del macchinismo del lotto proibito! E quando il presidente gli domandò se sapeva d’essere stato accusato dalla stessa Francisca Carbone lí presente, cadde dalle nuvole: conosceva la Carbone, l’aveva sempre conosciuta per una donna onesta, incapace di far male a una pulce, con rispetto parlando al Tribunale eccellentissimo, anzi dovendo per obbligo di testimonio dire tutta la verità, tutta quanta la verità, nei suoi piccoli mezzi egli si era adoperato in varie circostanze… sí, in varie circostanze piú o meno critiche… fra le altre, nelle trattative d’un matrimonio della figlia primogenita… nelle occorrenze della vita, ora per rimediare a una disgrazia, ora per tappare un buco… basta, si era adoperato, per cui, se la Carbone l’aveva compromesso nell’onore, certamente bisognava credere che avesse inteso parlare di qualchedun altro e nella sua ignoranza non fosse riuscita, a spiegarsi, oppure che un colpo di sole improvviso le avesse stravolto il cervello.

Per mantenersi docile alle istruzioni dell’avvocato, la Bricicca si lasciava dare dell’ignorante e della matta non sapendo neppur essa se a momenti non diventava matta davvero sotto quel supplizio che non voleva piú finire, inchiodata lí, crocifissa dalla vergogna, senza il coraggio di voltare la testa. Ma se avevano stabilito di condannarla, ché ci si leggeva scritto sulla faccia, almeno si sbrigassero subito, invece di farla morire a fuoco lento! perché far venire i testimoni, se lei aveva confessato tutto quello che a loro signori faceva comodo? anche Pellegra adesso? avevano anche bisogno di Pellegra per mandare in prigione una povera madre di famiglia, con tutti i sacramenti!

L’avvocato Raibetta parlò lui: la teste, come abitante della località detta Pece Greca o di quei paraggi, sapeva che l’accusata Francisca Carbone defraudasse il pubblico erario mediante l’illecito esercizio del lotto privato? e sapendolo, era notorio, o quanto meno a sua conoscenza, che di cotesto esercizio la Carbone non fosse che gerente subalterna, e amministratore principale, se non proprietario, fosse invece l’altro teste già sentito, Giroffo? – Pellegra, manco a dirlo, di queste cose non ne sapeva niente, non ne aveva mai inteso parlare al mondo da anima viva; era in relazione colla Francisca, andava piuttosto da lei che da un’altra a comperare la verdura per uso di casa, ma buon giorno, buona sera e niente di piú; giuocare, non giuocava, il signor Giroffo lo conosceva appena di saluto, e negli affari degli altri non s’intrometteva, anche per non avere dei fastidi da aggiungere ai suoi, ch’erano già abbastanza. – L’avvocato si alzò di nuovo: pure non intromettendosi nei negozi altrui, non era giunto alle orecchie della teste come da un certo lasso di tempo, tra la Carbone e il Giroffo esistessero dei gravi dissapori per motivi d’indole affatto privata, e la Carbone anzi avesse manifestato dei propositi di vendetta? Prima di rispondere, Pellegra rimase un po’ titubante, come se avesse dovuto inghiottire una medicina amara: in coscienza, anche su questo punto era all’oscuro di tutto, perché negli affari degli altri lei non ci s’intrometteva, solamente… le sembrava d’aver sentito girare una voce nella Pece Greca… ma le voci sono piú delle noci e non ci si può credere… aveva sentito dire che la Bricicca, Francisca Carbone, era andata dal giudice a fare una denunzia contro il signor Costante pel motivo che essendo mezza innamorata del signor Costante, si era cacciata nell’idea di sposarlo, il signor Costante non aveva voluto saperne a nessun patto, e cosí si era vendicata.

A questa bugiarderia, ché una bugiarderia piú infame non poteva darsi e dalla bocca di Pellegra non se l’aspettava certo, la Bricicca credette che le venisse un accidente. Lei innamorata di quel fratello del diavolo? lei volerlo sposare? saltò su in piedi, rossa come un biscione, per protestare che non era vero, ma la lingua le diventò spessa, le si impastarono le parole prima di tirarne fuori solamente una, e tornò a sedersi mortificata, mentre il pubblico s’era messo dalla sua parte con un brontolamento burrascoso, che a farlo finire ci volle una scampanellata terribile del presidente. Quanto aveva avuto Pellegra dal signor Costante per dire ai giudici la falsità che lui le aveva imbeccato, vistosi nel brutto rischio d’andare in villeggiatura con due alabardieri di dietro? quanto glieli pagava alla dozzina i giuramenti falsi, a lei e a quelle tre pidocchiose della Pece Greca, scartate da tutti, che per venti centesimi avrebbero ingannato Gesù Cristo sulla Croce, ed erano venute dopo di lei a ripetere le stesse calunnie?

Non fosse in vena o avesse i dolori di pancia, il fisco, un coso stitico, degno anche pel personale del mestiere che faceva, se la sbrigò in poche parole aggiustate alla meglio, come se masticasse castagne secche, da far venire il latte ai ginocchi, dando però botte da orbo addosso alla Bricicca, questo era in regola, trattandola peggio che se avesse rubato dal suo scoglio la Lanterna di Genova. Gli rispose l’avvocato Raibetta e si mise a parlare per un’ora, poi per un’altra ora, senza fermarsi, senza prendere respiro, tale quale come una ruota a vapore.

Poteva avere le sue magagne l’avvocato Raibetta, ma in quanto a parlare nei dibattimenti, il numero uno era il suo e di sentirlo si restava incantati, massime quando difendeva i poveri contro le prepotenze dei ricchi e del governo, con un rimbombo di voce che i giudici pigliavano dei soprassalti sui loro seggioloni di velluto. E al fisco gli rispose per le rime, quantunque non si meritasse l’onore, e il governo lo staffilò di santa ragione, ché manda tanta gente in galera per un delitto che viceversa per esso non solo non è delitto ma una specie d’opera pia aperta a tutti, ad ogni canto di strada, colla differenza che riscuote, riscuote sempre, invece di distribuire, e cosí ingrassa succhiando il sangue delle famiglie. Cominciasse il governo a dare l’esempio coll’abolire il lotto e allora l’avrebbero abolito pure i particolari! – Dal suo posto il signor Costante approvava pienamente chinando la testa, facendo dei segni al cancelliere che anche lui, malgrado l’impiego, capiva le cose pel loro verso; non c’era santi: se questi dell’avvocato non erano argomenti solidi, senza replica, andava dritto dal procuratore del re a farsi chiudere in prigione lui, al posto della Carbone.

E andando avanti, l’avvocato parlò della miseria del popolo: ecco il gran torto di chi ha le mani in pasta, la miseria del popolo! Ci fu un momento che si scaldò sul serio, e nel nominare l’Italia, dava dei pugni sulla tavola, da sconquassarla. Gridò contro le guardie, che per prendere in contravvenzione una donnetta, ricorrevano a tutti i mezzi, perfino a quello di mascherarsi, e le saltavano addosso in quaranta o cinquanta, come se si trattasse della presa di Sebastopoli. E qui diceva benissimo: le guardie erano sempre pagate per provocare, le prime a usare cattive maniere, fossero di dogana o di pubblica sicurezza, a trattare il popolo peggio che ai tempi di Carlalberto, quando comandavano a bacchetta i preti e gli aguzzini.

Arricciavano il naso i giudici, pareva che avessero i nervi fuori degli ingranaggi, nel mandar giù per forza questa roba da chiodi, ma la verità è la verità. – Se nella Pece Greca, per esempio, il giorno della famosa spedizione, fosse successa una baruffa seria – ci mancò un capello! – fossero capitate delle disgrazie, dei feriti e anche dei morti, la vera colpa, parliamoci schietto, di chi sarebbe stata? della Francisca Carbone, forse, della miserabile Bricicca, che non dava fastidio a nessuno e vendeva tranquillamente i suoi spinassi? – Fra tante cose da dire, tante persone da nominare, quella, di cui parlò meno l’avvocato, fu giusto la Bricicca, una povera donna isterica, come la chiamò lui, mezza abbrutita dalla miseria e dai liquori, che accusava a torto i galantuomini per vendetta di non aver piú trovato un albero da impiccarsi secondo le sue speranze, – ma non importa niente, fu una difesa coi fiocchi, degna d’essere stampata senza cambiarci una virgola, e glielo disse il signor Costante all’avvocato Raibetta stesso, mentre il Tribunale si era ritirato a scrivere la sentenza, e lo ripeté in un crocchio di persone intelligenti: una difesa magnifica, che Priario e Borgonovo non avrebbero potuto farla meglio, e Priario e Borgonovo si sa chi sono!

Potrebbero abolirle le difese, che si andrebbe avanti egualmente e sarebbe tanto tempo di risparmiato: i giudici stanno lí a sentirle e perché ci stieno non si sa, dormono o si rosicchiano le unghie pensando alla barba di Noè, e intanto, se non sulla carta, nella loro testa la sentenza è già fatta da un pezzo. Non si vorrebbe saper altro: cosa le serví alla Bricicca il gran discorso del suo avvocato, se venuta la sentenza, i due mesi di carcere domandati dal fisco e le duemila lire di multa, gliel’applicarono stupendamente, senza ribattere né d’un’ora né d’un centesimo?

Con tutto che se l’aspettasse, la Bricicca restò schiacciata sotto il colpo; la sala le girava intorno, giravano i tavolini, i giudici, il crocifisso, il ritratto del re. Quando l’usciere la toccò sulla spalla e le disse ch’era libera d’andarsene, fece un passo per muoversi, ma ricadde sulla panca: la portassero pure in prigione, lei era pronta, venissero pure i carabinieri ad ammanettarla, non domandava altro! Pellegra le si accostò, e colle buone, pigliandosela sotto il braccio facendosi aiutare dall’usciere, la menò via come una bambina di tre anni. Nell’atrio, in mezzo a un gruppo di donne della Pece Greca, Angela colla veletta caduta sulle spalle e le mani nei capelli, le lagrime grosse e spesse che venivano giú a diluvio, era nella disperazione e non si lasciava consolare; appena vide sua madre da lontano, si svincolò da quelle che cercavano di tenerla per suo bene, le corse incontro colle braccia larghe: voleva andare in prigione, voleva andare in prigione anche lei!

XXIV

Per allora, non dovevano andarci né lei né sua madre in prigione, ché, come aveva detto l’avvocato, promettendo d’occuparsi lui di tutto quanto bisognava fare, c’era ancora l’appello e un buon paio di mesi prima di dover pensare a mettere in ordine il fagotto. Passato il primo momento di crepacuore, la Bricicca, che gridava e brontolava per mestiere da una luce all’altra, in fondo poi, alle tribolazioni ci aveva fatto il callo, se non se ne scordò della condanna, finí per pensarci il meno possibile. Piglia tempo e camperai, diceva quel tale condannato a morte che montando sulla forca cadde dalla scala e si ruppe una gamba; in due mesi ne potevano succedere tante novità da cambiare la faccia del mondo, potevano crepare d’un accidente a secco tutti i giudici, e prima che ne avessero installato degli altri, il suo processo sarebbe rimasto sotto un palmo di muffa, rosicchiato dai topi, e nessuno ci avrebbe piú potuto leggere dentro.

Non si scordò del tiro di Pellegra; i giuramenti che prese di non perdonarglielo mai finché le restava in corpo tanto fiato da dire amen, non si contano; ma cosa volete che facesse lei, senza Pellegra? e Pellegra come avrebbe fatto a vivere senza la Bricicca, dopo l’amicizia che c’era stata fra loro due, che se una voltava il canto per un bisogno qualunque, l’altra le correva dietro, e giorno e notte avevano sempre da cercarsi per combinare insieme la maniera di tirare il diavolo per la coda? Ci fu benissimo una burrasca, e anche piú d’una, con gragnuola, lampi e saette, che se non arrivarono a cacciarsi i diti negli occhi, possono ringraziare Angela d’essersi intromessa, debole come era, a spartirle colla forza delle sue braccia, e santa Lucia d’averle protette tutte tre; poi una mattina tornò il tempo bello, e amiche di nuovo, amiche inseparabili piú di prima, come se niente fosse stato.

Due punti si stabilirono nel patto della riconciliazione: che Pellegra le avrebbe fatto trovare alla Bricicca i pochi soldi necessari per rimettere su nel portichetto il banchino di verdura, e si sarebbe impegnata a persuadere il signor Costante di far la pace e d’aiutarla a tirare avanti, dopo che essa in Tribunale, sopportando quello che aveva sopportato, si era tenuta dal rovinarlo; perfino le bestie lo riconoscono il debito della gratitudine!

Bene o male, la botteghetta si poté impiantare una seconda volta, ma circa il signor Costante, manco per ombra: fece rispondere che alla Francisca le perdonava e non aveva piú niente con lei, solo era di partenza per le vendemmie in Piemonte, e quando fosse tornato, verso i Santi, l’avrebbero visto. Ecco la gratitudine! chi era nella bagna per causa sua, ci restasse con comodo fino ai Santi, lui se ne andava in Piemonte, nei suoi stabili, a tagliar l’uva come un signore. Infatti, il giorno dopo Pellegra disse d’averlo incontrato che marciava in carrozza verso la stazione, carico di sacchi da notte; non pareva niente soddisfatta neppur essa di questa partenza, e non volle spiegarsi, per quanto Angela e sua madre le domandassero, quasi indovinandolo dai suoi gesti, se anche lei col signor Costante l’aveva rotta.

Non sarebbe mica cascato il mondo, in fine dei conti! Da parte sua, Angela ne ringraziava il Signore come d’un benefizio speciale: con certa gente senza timore dì Dio era meglio il rotto dell’intiero per non doverci rimettere la salute dell’anima, prima, poi quella del corpo; ma Angela sempre piú divota e sempre piú attaccata ai buchi del confessionale, faceva da portavoce al parroco di Santa Dorotea, ch’era il suo confessore, e nominargli il Costante Giroffo era nominargli l’Anticristo. Si mischiava un poco troppo negli affari degli altri il parroco reverendo, aveva le sue informazioni, non si sa da chi, e trovava a ridire su tutto, ora per un motivo, ora per un altro, tutte le volte che la Bricicca gli capitava in sacristia a tastargli il polso. Ultimamente, prima di consegnarle mezzo franco, che pareva le consegnasse la reliquia del Santo Sepolcro, l’aveva tirata in un canto, dietro un armadio, per non farsi sentire dagli altri preti, e con un tono di voce da non dare tempo alla risposta, fulminandola cogli occhi, le aveva stappato ben bene le orecchie a proposito di Marinetta, che secondo lui, era sulla strada della perdizione in questa vita e dell’inferno nell’altra.

I preti, già, vedono il diavolo dappertutto, chi non sente una dozzina di messe al giorno e non va a tutte le novene che si fanno, e tridui e rosari e benedizioni, è un’anima persa, per cui l’intemerata di quel sant’uomo non le toccò nemmeno la pelle alla Bricicca. Se l’avesse lasciata parlare, invece d’inspiritarla per piú di un’ora e di affibbiarle tutta la colpa, glieli avrebbe spiegati lei per la prima i torti di Marinetta: non voleva aiutare la famiglia né colle dolci né colle brusche, il guadagno se lo spendeva intorno fino all’ultimo soldo, e se per miracolo faceva a sua madre l’elemosina d’un’inezia da ridere, o piuttosto da piangere, quando si era proprio coll’acqua alla gola, pareva che tirasse fuori l’America dal portamonete, eccoli i suoi torti! chi li negava? Nella circostanza della vestizione di Battistina, laggiù a Mondovì, un regalo alle monache bisognava farglielo – ossia, tutti dicevano che bisognava farlo per non scomparire, ché la Bricicca, dopo le batoste prese, avrebbe regalato i suoi debiti – ebbene, non si sapeva né dove mettere le mani né a che santo raccomandarsi, e lei, la signorina, impassibile, non ci fu maniera di persuaderla, al punto che Angela, si privò della poca biancheria nuova comprata pel matrimonio andato in fumo, e la spedí a sua sorella. Scatole di cipria fina per rovinarsi la faccia, stivaletti alti quasi fino al ginocchio, camicie e calze finissime di prima qualità, ogni tanto un vestito di moda, questo sí, i denari si trovavano sempre, ma per la casa era sempre al verde: eccoli i torti di Marinetta! in quanto al resto, non c’entrava né l’inferno né il paradiso; una figliuola fin troppo di giudizio da un pezzetto a questa parte, ché nella Pece Greca non c’era un giovinotto che piú si arrischiasse di guardarla, anzi l’accusavano d’essere superba, con delle arie da signora, giusto perché non dava confidenza a nessuno.

Dunque il parroco aveva preso un violino per un pulpito, ma sulle mura di Santa Chiara, oppure sulla strada di Circonvallazione o in via Minerva, fuori di porta Pila, Marinetta e Pollino Gabitto se la passeggiavano insieme tutti i giorni e cosa si dicessero lo sapevano essi soli. Non trovando l’impiego, un’occupazione Pollino bisognava bene che l’avesse, già seccato abbastanza di camminare dietro la musica coi barabba e di girare pei Tribunali, e questa di passeggiare con Marinetta era l’occupazione che faceva per lui, tanto piú che essa nel dimostrargli molto bene d’avergli perdonato, un franchetto pei sigari se lo lasciava sgraffignare volentieri, e andando a posarsi in qualche osteria fuori di mano o in campagna, era lei che pagava. Resta a vedersi se dal canto suo non fosse altro che un capriccio provvisorio e per Pollino una piccola speculazione in mancanza di meglio; la verità è che già dai primi appuntamenti, dopo rinnovata l’amicizia ed essersi accorti che a discorrere di Manassola e del Camillo Ramò, alla lunga non c’era sugo, si erano messi sopra un altro paio di ruote, e per burla o per davvero, camminavano a grande velocità, piú del vapore.

L’idea di profittarne per attaccare il cappello al chiodo, anche uno meno furbo di Pollino l’avrebbe avuta subito: prender moglie o non prenderla, gli era indifferente, ma una moglie già bene incamminata, che colla sua professione di pettinatrice nelle case primarie guadagnava quello che voleva, non si scherza, gli avrebbe accomodato le ossa dello stomaco. Difficoltà non dovevano essercene: cosa gli mancava a lui? nient’altro che la borsa piena, sfido! e senza farle torto, chi poteva pretendere di sposare, Marinetta? un milordino delle Strade Nuove coi guanti e l’occhialetto, o addirittura qualche principe? eppure con tante proteste e tante prove di volergli bene, essa cercava delle scuse e si affannava a persuaderlo che c’era tempo a pensarci, almeno finché sua madre non avesse finito di regolare i conti colla giustizia e lui non si fosse trovato un impiego stabile.

Le ragioni vere di Marinetta e del suo voglio e non voglio, Pollino non le capiva e non poteva capirle, come la Bricicca non capiva e non poteva capire chi fosse quel barcaiuolo a spasso, un bel giovinotto quadro come un sacripante, che Pellegra e altre persone venivano a riferirle in aria di mistero d’aver visto a braccetto con sua figlia, qua e là sotto gli alberi, dove non erano disturbati dal troppo transito. Pazienza un signore, ma un barcaiuolo non entrava proprio niente nei suoi calcoli, e pareva che questi zelanti avessero presa l’imbeccata dal parroco per metterle delle pulci nelle orecchie, massimamente Pellegra, che oltre essere diventata intrattabile dopo la partenza del signor Costante, certe frecciate perfide all’indirizzo di Marinetta non le risparmiava, nemmeno se c’era Angela presente e borbottando da sé i gloriapatri della scimmia, spiegazioni non voleva darne di nessuna specie.

Una mattina la Bricicca, nello scendere dall’avvocato Raibetta, la trovò nel portico, Pellegra, ai piedi della scala, in confabulazione segreta con quella signora grassa, la vedova del ministro, che come aveva detto il giovine di scagno, doveva guadagnare la celebre causa contro la regina d’Inghilterra. Vide che discorrevano molto riscaldate tutte due, e tirò via subito, da persona educata, perché non l’accusassero di stare a sentire i fatti degli altri, fermandosi però sulla piazza ad aspettare Pellegra, colla curiosità in corpo di sapere da che santo era stata aiutata per conoscere una signora cosí d’alto bordo4. Le piovevano a lei simili fortune! chi sa che pasticci ingarbugliava, capacissima di prepararsi colla sua politica una vignetta da sfruttare tutte le settimane, se pure non aveva già cominciato a goderne; a buon conto, si era guardata bene dal parlarne, per la paura che gli altri venissero a pescare nella sua cisterna.

La conversazione non finiva piú. E aspetta un quarto d’ora, e aspetta una mezz’ora, finalmente Pellegra uscí fuori dal portico, ma piú nera d’un temporale, e alle prime domande della Bricicca, scoppiò: anche la spia le facevano, adesso? Sarebbe stato assai meglio farla alle signorine che andavano a pettinare i sassi nella strada di Circonvallazione e le teste d’asino in certe camere mobigliate di via Fieschi! si voleva sapere chi era quella signora, grassa? peccato che non ci fosse il Costante, avrebbe potuto dirlo lui chi era! e se la Bricicca ci teneva proprio a saperlo, perché non lo domandava a sua figlia Marinetta?

Taroccando sempre su questo piede, entrò dal liquorista in Piazza Nuova e si fece dare un cicchetto, il terzo o quarto della mattinata. – Nessuno meglio informato di Marinetta, se avesse voluto parlare, ma non importa: Pellegra era pronta a soddisfarla pienamente la Bricicca, tanto il ghiaccio l’aveva già rotto e le magagne dovevano venire a galla, e i miracoli di quella signora glieli diceva lei, anzi no, per essere creduta glieli faceva dire da un’altra persona qualunque: ecco: il padrone del negozio, lí presente, l’aveva mai sentita nominare la signora Barbara di via Fieschi?

Il padrone del negozio non l’aveva mai sentita nominare al mondo e si strinse nelle spalle, ma un cittadiniere, entrato in discorso, domandò se per combinazione si trattava di una signora Barbara famigerata, quella grassa, coi baffi a uso granatiere, che sulla finestra del suo alloggio al primo piano, teneva un pappagallo bianco a cresta gialla, che a Genova non ce n’era altri, fuori che nella gabbia dei giardinetti all’Acquasola, e quando intese che si trattava della stessa, non si fece pregare per applicarle il titolo vero che le spettava; giorno e notte un porto di mare la sua casa, e lo sapeva lui per la gente che le posava davanti. Pellegra si voltò verso la Bricicca in aria di trionfo, ma non aggiunse nulla; buttò sul banco i cinque centesimi del suo cicchetto, e via, senza dire né asino né bestia.

Pigliò un passo cosí svelto e risoluto da far capire che non voleva piú essere seccata e a casa sapeva andarci da sé, altro che invece di voltare da San Donato e su per lo stradone di Sant’Agostino prendere per la Pece Greca, tirò verso i Sellai e la salita del Fondaco. – Spiegare perché era tanto indragata contro il signor Costante, la signora Barbara, e mettiamoci pure Marinetta, è un poco difficile, ma due parole bastano: la possedeva o non la possedeva una figlia anche lei, giovine e fresca come una brocca di gelsomino, che senza la disgrazia di quell’occhio bisbetico, non scompariva rimpetto a tante e tante portate in trionfo?

Questa sua figlia, Carlotta, grande fortuna non l’aveva avuta di sicuro, dal giorno che il signor Costante, promettendo di trovarle piú tardi qualche cosa di meglio, l’aveva impiegata per serva d’una madama ebrea che affittava stanze mobigliate in via Nino Bixio, fino adesso che giusto nella salita del Fondaco, dopo aver cambiato cinquecento padroni e padrone di tutti i generi e di tutte le qualità, si trovava in casa d’un dentista imbroglione, coi denti all’asciutto, lui e la sua famiglia, per mancanza di denti da accomodare. Se essa si lamentava, possiamo immaginarcelo, e anche Pellegra, all’ultimo, nel vedere Marinetta salire su in un lampo, e sua figlia invece scendere sempre piú bassa, quando i numeri li avrebbe avuti tutti per godersi una fetta di sole, aveva perso la pazienza: pregare, supplicare, e non ottenere niente dal signor Costante, nientissimo dalla signora Barbara, che qualche obbligazione gliel’avevano, la pazienza sarebbe scappata a un santo! Si sa che circa gli scrupoli era piú forte d’una torre di ferro, e Carlotta non si ricordava neppure d’averli mai visti da lontano in quella mescolanza di gente dove viveva da mesi e mesi, teatranti, levatrici, fotografi misteriosi, tutta roba che era un’ira di Dio, in certe strade da doverci passare col parapioggia aperto, ché andando in su, una porta sí e l’altra no era bollata e venendo in giù lo erano tutte.

Ma dei motivi che a Pellegra le avevano fatto girare l’anima, la Bricicca non se ne occupava, rimasta peggio d’un cane bastonato dopo quanto aveva inteso sul conto di Marinetta e di quella che chiamavano la signora Barbara; tutte invenzioni, tutte malignità, che a crederle mezzo minuto ci si rimetteva quel poco olio della mente, ma andata in via Fieschi per levarsi la curiosità, il pappagallo bianco sulla finestra lo vide anche lei! Non si scappa: se questa signora era davvero quella che dicevano e Marinetta aveva relazione con essa, altro che frittata! Corse a casa, decisa di prendere sua figlia pel collo appena le capitava nei piedi, obbligarla a confessare e poi tirargli il collo come a una gallina, perché l’onore in commercio non ci si mette né per oro né per argento, massime quando si ha il coraggio di lasciare la propria famiglia nella peste! Questo non poteva perdonarle: il cattivo cuore; a tutto c’è sempre rimedio, il guasto, per guasto che sia, si può sempre riparare o coprirlo alla meglio, ma se il sangue non parla oppure si hanno le orecchie imbottite e gli si fa il sordo, siamo lesti, padre Pero! a cosa serve l’accomodamento? tanto vale un cerotto sopra una gamba di legno!

Tirare il collo a una gallina, purché la gallina ci sia, niente di piú facile, però Marinetta a quell’ora in casa non c’era, naturale, cosí sua madre non poté tirarglielo. Ci fosse anche stata, fino dagli anni delle scarpette rosse era riuscita a imporsi, sapeva tanto bene farsi temere da sua madre, e occorrendo mettersela sotto i piedi, che la Bricicca davanti a lei avrebbe abbassato le ali, umilissima serva, come infatti le abbassò piú tardi, quando la vide tornare, e invece di prenderla pel collo non si arrischiò di dirle una parola per paura di scontrarla. Toccò alla povera Angela, che nel suo stato non aveva certo bisogno di scosse, asciugarsi la burrasca, ossia lamenti e furie, invece di sua sorella, ma per fortuna l’indomani mattina, fatti bene i suoi conti sulle dita, Pellegra venne dalla Bricicca a scusarsi d’aver avuto la lingua troppo lunga in un momento di rabbia, e a giurare sull’anima dei suoi morti che in quanto a Marinetta e al signor Costante li aveva accusati a torto per isbaglio, senza sapere quello che dicesse; tante volte una ora grigia l’imbrocchiamo tutti, si ha la testa a caccia, e non si misurano abbastanza le parole. Circa la signora Barbara di via Fieschi, era un altro affare: di quello che aveva detto non cambiava un ette, ma la signora Barbara alla Bricicca doveva importargliene come del santo della settimana passata, ché non la conosceva neppure o se la conosceva di vista, grazie al cielo aveva con lei niente da spartire né per la pace né per la guerra.

Questa filastrocca la sgomitolava su in casa, mentre Angela era abbasso a vendere nel portichetto gli ultimi fichi e le prime castagne. Un’altra, nei panni della Bricicca, non si sarebbe contentata di così poco, avrebbe preteso da Pellegra qualche spiegazione piú chiara o almeno delle scuse non tanto posticcie, che sembravano foglie di vigna messe lí in fretta sulla tavola per coprire un empiastro; è vero però che il discorso fu interrotto dall’arrivo di Marinetta, capitata all’improvviso: le doleva la testa e voleva buttarsi un momento sul letto.

Già da otto o nove giorni non pareva piú lei, colla faccia piena di lenticchie e la pelle gialla e tirata, cogli occhi infossati nel mezzo di due ruote pavonazze, larghe come le ruote d’un carro, essa ch’era sempre stata il ritratto della salute. A sua madre, che si era subito accorta del cambiamento e tutte le mattine e tutte le sere altro non le raccomandava che d’aversi riguardo, scrollava le spalle; ma intanto aveva addosso una malinconia grande, una specie di paura e di scoraggiamento, che non poteva nascondere per quanti sforzi facesse; se le domandavano cosa si sentiva, rispondeva sempre lo stesso: niente – tale quale come sul finire dell’inverno, quando l’aveva presa la frenesia di scappare a Manassola; con questa piccola differenza, che allora s’era sbagliata in pieno nella sua fissazione, e adesso non c’era piú da dubitarne.

Oggi o domani avrebbe dovuto aspettarsela l’improvvisata e pigliare il vento come veniva, ché quando si è in barca, alle raffiche bisogna prepararcisi e non era essa la prima a trovarsi in quelle acque. Annegava in un bicchiere dopo che di sua volontà s’era cacciata nel mezzo del mare, notte e giorno non aveva piú pace, figurandosi la fine del mondo, essa che il mondo se lo metteva in saccoccia, almanaccando i progetti piú strambi per cercare un riparo. L’avvocato Raibetta, a cui si confidò, piú disperata che se avesse perso tutti i denti che aveva in bocca, da uomo pratico e positivo e pel bene che le voleva, l’unico consiglio veramente da amico glielo diede lui: andarsi a rintanare in campagna per la seconda volta, era lo stesso che appendere alla finestra i drappi sporchi, saltare il fosso e mettersi nel gran commercio addirittura senza rispetti umani, peggio che andar di notte, se le premeva non giuocarsi l’ultima carta, e di giuocarsela non gliel’avrebbe mai consigliato, neppure fosse stata col laccio al collo, per mille ragioni. Ci voleva tanto, una figliuola come lei, a cercarsi un coperchio?

Non ci voleva niente e Marinetta sapeva benissimo dove trovarlo senza lanterna, senonché prima di decidersi bisognò che l’avvocato la ragionasse per delle ore e anche in varie sedute, per levarle dalla testa la fantasia di pigliare il volo e persuaderla che maritandosi, purché scegliesse con criterio, avrebbe guadagnato il cento per cento, libero dalla ricchezza mobile. Non si diceva mica di chiudersi in un monastero dietro un’inferriata e darsi la disciplina! anzi! tutto stava nel saper scegliere l’uomo.

Siamo giusti: quanti ce n’entrava in tasca al signor avvocato Raibetta per accollarsi di queste brighe, che in definitiva non lo riguardavano né da vicino né da lontano? glielo diceva lui stesso a Marinetta, non c’entrava altro che la soddisfazione d’un’opera buona, perché se nel suo scagno era professionista e in materia d’affari non transigeva d’un centesimo, levato di lí, nelle cose tenere il cuore gli si allargava come l’Ospizio dei quattro venti. Oltre l’affezione quasi paterna per lei, da vecchio dilettante aveva toccato con mano che in generale, sieno pure stelle mattutine di bellezza e abbiano la migliore volontà del mondo, le genovesi assolutamente non sono fatte per far carriera né a Genova né fuori, differenti in questo dalle milanesi e dalle piemontesi; non conoscono l’arte, e prima d’un anno precipitano a rompicollo e si perdono in un collegio di quarta classe, col bollo del governo. Lui parlava chiaro, senza giri e rigiri: se hanno la vocazione, e anche da noi ce n’è tantissime che l’hanno, non riescono bene che nel contrabbando onesto, che non dà nell’occhio e aiuta a far camminare la baracca, sotto il coperchio d’un marito che non ci vede o fa mostra di non vederci. Può essere un difetto, può essere un merito, secondo come si piglia, ma è cosí, e da galantuomo e da persona che a Marinetta le voleva bene sinceramente, l’avvocato non poteva darle altro consiglio.

XXV

Nella Pece Greca la chiesetta dell’Angelo Custode, dove una volta era impiantata una confraternita, da anni e anni era chiusa e cadeva a pezzi, diventata un magazzino di legnami. A chi sia venuto in mente pel primo di comprarla, ristorarla e riaprirla, non si saprebbe dire; ma i bottegai della Pece Greca e piú di tutti i tintori, che ce n’è dei grossi, l’avevano già da molto tempo questo chiodo nella testa, per l’ambizione di rimettere in piedi la loro antica confraternita e non scomparire davanti ai materassai del vicolo della Capra, che il loro oratorio l’avevano sempre tenuto aperto; fatto sta che a furia di lotterie, elemosine e sottoscrizioni, malgrado la guerra, accanita del parroco di Santa Dorotea, che a un altro contraltare in parrocchia non sapeva adattarcisi, finalmente un bel giorno ci riuscirono.

Sgombrato l’oratorio, ristorato, dipinto, messo a nuovo, fu un gaudio nella Pece Greca, piú che se il governo avesse fatto il miracolo di levare le tasse o tutti avessero vinto un terno secco di centomila franchi, la sera del primo ottobre, vigilia della festa degli Angeli Custodi e vigilia dell’apertura solenne con messa cantata, musica e panegirico. Nel vicolo principale, quello lungo e dritto che scende giú verso la Capra, tanti archi di lanternette a colori, illuminate le finestre fin sotto i tetti, illuminate le botteghe dentro e fuori, che pareva di giorno; sulla piazzetta, dove suonava la banda della società cattolica di Santa Zita, i muri apparati tutto intorno, fra una torcia e l’altra, con magnifici festoni di tela bianca e rossa. Era venuta mezza Genova, una folla strepitosa che stentava a muoversi in uno spazio cosí piccolo, e accalcandosi sempre piú, certi momenti non poteva andare né avanti né indietro, e gridava e seguitava a spingersi, un poco per necessità, un poco per divertimento.

Marinetta aveva voluto uscire insieme alla Rapallina, e Angela stava sopra a guardare lo spettacolo dalla finestra, dopo aver acceso anch’essa quattro lumini a olio nei cartocci dipinti; la Bricicca e Pellegra erano abbasso nel portico con altre donne a sentire la musica, che per essere dei paolotti suonava veramente bene ed era un peccato che con tanto fracasso non si potesse godere a piacimento, quando in un momento di calma, dopo che la banda aveva già terminato la seconda o terza suonata, all’improvviso intesero una voce nel mezzo della piazza: “l’inno!” poi un’altra, poi altre di qua e di là: “l’inno!” poi cinquanta voci tutte insieme che non finivano piú di gridare “l’inno! l’inno! l’inno!”. Erano i giovinotti delle società liberali, che domandavano l’inno di Garibaldi per fare dispetto ai suonatori della banda paolotta, e la banda paolotta avrebbe potuto suonarglielo per contentarli e farla finita; invece, come se niente fosse, attaccò un altro pezzo. Allora fischi e applausi che subissavano, secondo il gusto di quelli che volevano l’inno e quelli che non lo volevano, fischi, applausi, vituperi, urtoni, una confusione generale un serra-serra di chi voleva scappare o farsi avanti; le donne coi bambini in braccio, che strillavano cercando di levarsi da quel parapiglia, gli uomini che volevano tenerle perché non succedesse peggio e non restassero schiacciate dalla folla. “Abbasso i paolotti! abbasso i paolotti!” non si sentiva piú altro, e laggiù vicino alla musica qualche baruffa dev’esserci stata e delle botte in grande, almeno a giudicarne dalla maniera come si urtavano cattolici e liberali gridando tutti insieme, e qualche disgrazia seria sarebbe capitata, se in fretta non venivano le guardie di pubblica sicurezza e i carabinieri a mettere l’ordine.

Nel suo buco, la Bricicca non aveva nulla da temere, ché a chiudere la porta avrebbe fatto presto e a rifugiarsi in casa, ma la sua paura era per Marinetta mischiata certamente in quel trambusto, lei e la Rapallina che cercavano il male come i medici, sempre pronte a ficcarsi senza giudizio dove c’erano delle novità; e non voleva muoversi per aspettarla, e alle persone di conoscenza che le passavano davanti, domandava se l’avevano vista. In mezzo a tanta confusione si può capire che risposte a sproposito le toccavano: chi l’aveva vista lí a due passi un minuto prima, chi egualmente un minuto prima l’aveva vista in lontananza verso il vicolo della Capra; ma i piú non ne sapevano niente, quand’ecco il tumulto, che sembrava quasi cessato, ricominciare piú forte, non si sa perché. Pare impossibile, non avevano trovato altro posto che la Pece Greca per venire a combattere e levarsi la pelle e spaventare tanta popolazione a motivo dell’inno? E tutt’a un tratto scappa scappa, musicanti e non musicanti, liberali e paolotti, cacciarsi in mezzo alla gente come anime perse, non badando a nessuno, facendosi largo a qualunque costo; fu il momento piú brutto. Cos’era successo, Maria Santissima!? Questa volta, o donne o bambini, qualcuno restava davvero sotto i piedi o colle coste rotte! Era successo che le guardie, stanche d’usare buone maniere, avevano abbrancato parecchi di quelli che si ostinavano dippiú nella cagnara, e siccome esse non facevano distinzione, tocca a chi tocca, per non lasciarsi ammanettare se la davano tutti quanti a gambe, sguisciando tra la calca il meglio che potevano. Fortunato chi poteva imboccare un vicolo o una porta; la Bricicca non ebbe neppure il tempo di vedere nel muso un tocco d’uomo che si precipitò dentro il portichetto dov’era lei con Pellegra, una bomba, una vera bomba, e sparí su per la scala in un attimo.

Com’era salito doveva scendere, ché se aveva l’idea, arrivato in cima, d’andare a passeggiare sui tetti, si sbagliava di grosso, e all’ultimo pianerottolo non trovava né lucernaio né finestrino. Però stette un secolo prima di venir giú, probabilmente colla paura in corpo d’essere aspettato dalle braccia d’una guardia; e quando venne, la Bricicca rimase di cartapesta riconoscendo Pollino Gabitto, che aveva visto tante volte a Manassola e non sapeva neanche che fosse a Genova. Lui pure restò mezzo confuso nel trovarsi nei piedi, cosí all’improvviso, la madre di Marinetta; si salutarono, e siccome non si arrischiava ancora di mettere il naso fuori finché c’erano sulla piazza dei cappelli a due punte, fece quello che avrebbe fatto Orlando, stette dentro, e per non fare la figura del muto, raccontò che un passo dietro l’altro, s’era trovato nella Pece Greca venendo dietro alla banda per pura curiosità, se ne stava a sentire la musica fumando un sigaro, tranquillo come Battista, quando ai primi gridi un maresciallo dei carabinieri cominciò ad apostrofarlo, ch’era lui uno dei caporioni, che aveva delle cattive idee per la testa, e tante altre cose, mentre invece era innocente e innocentissimo; e poi dopo, durante la baruffa, lo stesso maresciallo aveva tentato d’agguantarlo pel colletto, solo perché cercava di spartire i litiganti, e cosí gli era toccato battersela di galoppo e svignarsela, per non andare a dormire sul tavolaccio; si vede che la sua faccia al maresciallo non gli piaceva, e lui, se l’aveva fatta a quel modo, poteva cambiarsela, forse? per fargli piacere, doveva lasciarsi mettere i ferri?

Dal suo discorso non si capiva troppo se l’avevano creduto caporione dei paolotti o dei liberali, ma a tutte le maniere i segni della battaglia li portava addosso, varie graffiature al collo, un occhio gonfio, il cappello Lobbia e la camicia e la giacchetta ridotti a pezzi, indizio che non si era contentato di pacificare e la sua parte nella rissa l’aveva avuta. Appena lo vide in quello stato, ché sul principio, all’oscuro, non se n’era accorta, la Bricicca per compassione l’invitò a salire sopra in casa sua, dove almeno si sarebbe lavato la faccia nell’acqua fresca e lei e Angela gli avrebbero dato due punti alla camicia; senza complimenti: voleva andarsene via tutto insanguinato, stracciato peggio d’un vagabondo?

Il Gabitto non ci pensava manco per ombra a uscire dalla tana e non si fece pregare. Pochi momenti dopo, quando tornò Marinetta, la prima cosa che Pellegra le disse fu della visita che l’aspettava, pigliandosi il gusto di vederla venir pallida alla notizia che quel povero giovane era caduto sul passo della porta, ferito da mettere spavento, e a fargli salire le scale c’erano voluti gli argani, tanta era la debolezza; miracolo che ci si fossero trovate lei e la Bricicca per soccorrerlo e levarlo dalla strada, altrimenti chi sa come sarebbe andata a finire! – Marinetta non volle sentir altro, scappò sopra in un lampo, mentre Pellegra, riprendendo il discorso, raccontava a un crocchio di donne quel poco che sapeva sul conto del Pollino e delle sue passeggiate colla ragazza: andavano a passeggiare insieme per dire il rosario? e chi era lui? da dove era sbucato? Poteva sbagliarsi, ma per quell’individuo la mano sul fuoco non ce l’avrebbe messa e neppure una legna verde; un barcaiuolo, schiena dritta, che se in prigione non c’era stato, l’aveva vista da vicino, e quella sera, lui e la sua combriccola non erano venuti nella Pece Greca altro che per guastare la festa cattolica, una festa – peccato! – da non scordarsela piú, se l’avessero lasciata terminare come doveva terminare; urlava piú forte di tutti e per divertimento menava le mani addosso a tutti quelli che gli capitavano sotto, cattolici e non cattolici, che pareva il gigante Golia; Pellegra l’aveva riconosciuto nel mucchio, e questo bel mobile la Bricicca se lo portava su in casa a ungerlo col balsamo, e per medicarlo meglio, adesso che ci stava pure Marinetta a indorargli e inargentargli le legnate, era capace di cedergli il suo letto o quello di sua figlia!

Avesse torto o ragione, Pellegra parlava cosí a motivo dell’astio che le friggeva sempre nel cuore contro Marinetta, quantunque in faccia la trattasse coi guanti, per non giuocarsi gli incerti del mestiere. Senonché, anche dietro le spalle, era donna prudente da tenere la lingua a posto circa quello che sapeva, non volendo compromettersi, e se delle voci erano trapelate e si pronunziava pure il nome della signora Barbara, la verità è la verità, dalla sua bocca non erano partite. – Dopo una lunga palinodia sui fatti successi, quando andò via, che la piazza era quasi vuota e i lumi cominciavano a spegnersi per mancanza d’olio nei bicchierini, il Gabitto non era ancora uscito, e all’indomani mattina, salita sopra con un pretesto a battere alla porta della Bricicca, indovinò subito che per ogni buon fine aveva passato la notte lí in casa, tanto da dar tempo alle guardie di non ricordarsi piú dei suoi connotati.

Pazienza quella notte, il peggio fu che da allora in poi, se non ci si stabilí addirittura, la casa della Bricicca diventò il suo quartiere generale, e lui e Marinetta si può dire che non si videro piú l’uno senza dell’altro, a segno che nella Pece Greca la gente si scandalizzava, Pellegra in prima riga, per non perdere l’abitudine. Gli era girata la boccia alla Bricicca o aveva perso gli occhi per lasciare quei due ragazzi insieme a tutte le ore del giorno, in pubblico e in privato? A maritarli non poteva pensarci per tanti motivi: prima perché una figlia non si dà a un vagabondo piovuto dai paesi della luna, che non si sa neppure se abbia tanto da comprarsi l’acqua necessaria per lavarsi la domenica e non ha altro mestiere per le mani che di tenerle in saccoccia al caldo; secondo, perché far passare la piccola davanti alla grande, non solo non stava bene, ma per la povera Angela sarebbe stato un affronto che non si meritava dopo la disgrazia dell’abbandono infame di Giacomino; terzo, perché sul punto d’andare in catorbia, non riusciva certamente in quindici o venti giorni a improvvisare la somma che ci voleva pel corredo e per la mobiglia della stanza.

Sottosopra queste cose la Bricicca le capiva da sé, ma sperando sempre che all’ultimo momento un’anima del purgatorio venisse ad aiutarla, alla sua entrata in prigione non ci credeva; da una parte Marinetta era risoluta a sposare Pollino o a scapparsene con lui, Pollino dall’altra assicurava d’aver trovato a Banchi pel primo del mese un buonissimo impiego, senza contare le terre che diceva di possedere a Manassola, e cosí lei, un poco per forza, un poco per amore, bisognava bene che si adattasse. L’avvocato Raibetta, avendola mandata a chiamare, fu quello che la persuase del tutto e le dimostrò che una fortuna piú bella non poteva capitarle nelle acque sporche in cui navigava, che Napoleone Gabitto era un giovane onesto, di buona famiglia, come non avrebbe mai avuto la pretesa di sognarlo, essa, che senza volerla offendere, non era né la duchessa di Galliera, né la moglie di Rotescilde. Marinetta colle sue qualità si meritava il Gabitto e molto meglio del Gabitto, ma aveva tanto talento di non aspirare a nessun trionfo straordinario, e già che si volevano bene, l’unica era di sposarli presto, a vapore, senza tanti discorsi.

A vapore! Marinetta aveva premura, la bragia sotto i piedi, e il perché lo sapeva lei; senza tanti discorsi, e discorsi non se ne fecero, meno poche parole colla sorella di Pollino, la moglie del fuochista, venuta una domenica per figura. Il matrimonio rimase stabilito quasi da sé, alla piú lunga tra un mese, appena il tempo necessario pei preparativi piú urgenti e per mettere insieme a Genova e a Manassola le carte della chiesa e del municipio. La prima cosa, la piú importante, erano i denari, il mucchietto che l’avvocato le teneva in custodia, Marinetta dovette toccarlo e di dieci in dieci franchi vederselo sparire, ma se ora se ne andavano allegramente, piú tardi sarebbero tornati a casa: in quanto a questo essa era tranquilla, e sua madre non si capacitava che, malgrado l’avarizia, avesse potuto risparmiarne tanti. Incamminata a quel modo, seguitando a fare la pettinatrice e guadagnando di quelle somme, in pochi anni si comprava un palazzo! Perché rideva Pellegra? Non c’era niente da ridere: basta nascere fortunati; lei, Bricicca, in quarant’anni d’economie non sarebbe arrivata a comprarsi neppure una cassa da morto di legno bianco! E Pellegra rideva sempre: voleva dire che Marinetta non era nata colla fortuna per camicia? Lasciando da parte tutto il resto, non c’era che da paragonarla con Angela, con quella povera figlia del Signore cosí tribolata per un verso e per l’altro, piantata sul lastrico da un mascalzone, in procinto di vedersi passare avanti sua sorella piú giovane, e adesso deperita di salute, a due palmi dal cataletto! E per dirla a quattr’occhi, senza vantarsi, il Pollino Gabitto, il giorno che l’aveva incontrata, Marinetta, sulla sua strada, non poteva giurare anche lui d’avere incontrato la fortuna a braccia aperte? – Pellegra non rispondeva né sí né no e rideva sempre.

Le sue spese di biancheria e di vestiario Marinetta le faceva in compagnia della Rapallina che non era donna da lasciarsi imbrogliare nei negozi dove metteva i piedi, e per saper scegliere la roba migliore a meno prezzo e tirare il soldo, quand’era di luna sembrava fatta apposta, purché avesse carta bianca. Fu in questa occasione che si rappacificò colla Bricicca, quantunque la Bricicca ne avesse poca voglia dopo le questioni avute, in ispecie dopo l’affare del Castigamatti e la famosa baruffa, andando e venendo tutto il giorno per casa con quell’aria di padronanza ch’era sempre stata la sua specialità, comandando a bacchetta, insegnando alla sarta, e per non perdere tempo mettendosi lei pure a tagliare e cucire. Due mesi prima, pel matrimonio della Linda col figlio d’uno spedizioniere, aveva fatto lo stesso, anzi nella Pece Greca non c’era matrimonio o ragazza della comunione di qualche importanza, senza che lei c’entrasse come direttrice dei preparativi, con grande scandalo delle persone timorate di Dio, Pellegra per esempio, che non capivano come si potesse spalancare la porta a una donna di quella risma, infarinata da capo a piedi nel peccato mortale; dopo il parrucchiere del Pontetto, messo in prigione, s’era aggiustata con un barcaiuolo, un tocco d’uomo di pelo rosso, che la mangiava viva, poi col garzone del macellaio nel vicolo della Capra, un ragazzotto col latte ancora sulle labbra, che questo se lo mangiava lei; poi uscito fuori dagli esercizi spirituali il parrucchiere, di nuovo l’amico vecchio, si sa, e cosí di divertimento in divertimento, alla barba e sotto il naso del marito. Mormoravano le cattive lingue che pel gusto di cambiare, adesso aveva posato gli occhi sul Pollino Gabitto, e il Pollino Gabitto bisogna anche dire che dal giorno che l’aveva conosciuta per mezzo di Marinetta, c’era sempre in casa; ma in quanto a questo è meglio star zitti per non correre il rischio di calunniare le persone, non essendoci niente di positivo e i maligni diventando grassi piú si contano grosse.

XXVI

Una di quelle mattine, verso mezzogiorno, mentre nel portichetto Pellegra, giusto a proposito della Rapallina, scaldava le orecchie alla Bricicca, un prete lungo e secco, che si capiva subito che non era un prete genovese, passò e ripassò sulla piazzetta, col naso in aria, cercando i muri delle porte, consultando un pezzo di carta che teneva in mano. Dopo aver girato in su e giù come se non potesse trovare il numero che cercava, e trovarlo era un po’ difficile perché erano quasi tutti cancellati, finalmente si decise a entrare nella bottega del merciaio di rimpetto all’Angelo Custode, e uscito dopo un momento, venne dritto nel portichetto in compagnia del garzone, che chiamò la Bricicca per avvisarla che una persona la cercava e voleva parlarle. La Bricicca cadde dalle nuvole: parlarle a lei? chi era quel prete? una faccia mai vista né conosciuta in vita sua; e rimase lí incantata, come quella che aspettava a bocca aperta lo scoppio della bomba.

Era lei la signora Francisca Carbone? – Il prete si levò il cappello e lo tenne in mano tutto il tempo che si fermò a discorrere d’un’aria seria e compunta, sotto voce e cogli occhi bassi: due parole solamente. Per quanto egli sapesse che l’imbasciata di cui era incaricato dai suoi superiori sarebbe stata dolorosa al cuore d’una madre, pure non dubitava ch’essa, buona cristiana, si sarebbe rassegnata alla volontà del Signore. – La Bricicca non capiva niente e aspettava sempre lo scoppio della bomba, guardando in faccia quel prete tutto umile, né giovane né vecchio, che parlava adagio come se si divertisse a tenerla sulla corda. – La signora Carbone, facendo il sacrificio di dare a Dio una delle sue figlie, già in gran parte aveva provato l’amarezza del distacco, quindi la nuova separazione le sarebbe riuscita meno penosa, ed era appunto per questo che tanto i superiori quanto la stessa suor Giovanna Maria non avevano esitato ad obbedire immediatamente ai decreti della Provvidenza e scegliere quella strada ch’era tracciata appunto dalla Provvidenza in modo visibilissimo. – Suor Giovanna Maria!? chi era questa reverenda? se moriva un minuto prima, la Bricicca moriva senza sapere che fosse al mondo. – Il tempo stringeva, la cosa era stata decisa su due piedi per ispirazione divina, e con grande rammarico di don Bosco le circostanze avevano impedito di richiedere il consenso materno, però nessuno ne dubitava, e arrivata quella mattina stessa da Mondovi, suor Giovanna Maria si trovava a bordo del vapore Sud-America, di partenza insieme ad altre religiose, aspettando con fiducia quel consenso che una madre cristiana non le avrebbe mai rifiutato, per non doverne poi rispondere al tribunale di Dio.

Un discorsetto in tutta regola. Capí e non capí, a questo punto, la Bricicca; messa sulla strada dal nome di don Bosco, intravvide in una nuvola che si trattava di Battistina, si ricordò che dopo la vestizione le ultime lettere erano firmate suor Giovanna Maria, ma che specie di consenso dovesse dare e perché Battistina fosse venuta improvvisamente da Mondoví a Genova, e aspettasse sopra un vapore in partenza, questo è quello che non riusciva proprio a indovinare se l’abate non si spiegava meglio. Volendo rispondergli per non parere del tutto una goffa insensata, un poco lo fissava lui nel bianco degli occhi, un poco si voltava verso Pellegra per consultarsi, senza trovare le parole. Le trovò le parole quando, dopo aver capito all’ingrosso che sua figlia andava in America nelle missioni cattoliche fondate laggiú da don Bosco in un paese detto Patagonia, credette che l’abate fosse venuto per domandare a lei nientemeno che le spese di viaggio: non ci sarebbe mancato altro! la spediva lei in America, sua figlia? lei non c’entrava; volevano il consenso? se lo pigliassero pure, quantunque la signorina santificetur potesse benissimo restarsene a Mondovì a cantare il Tantumergo invece d’andare in giro pel mondo; ma lei non c’entrava., era una povera donna miserabile, che bastava guardarla anche da un occhio solo per conoscere il suo stato e tutta la Pece Greca poteva farne testimonianza; non lo sapevano don Bosco, la Superiora e compagnia, che lei, altro che signora Carbone! era una povera donna, carica di miseria e di debiti, con altre due figlie da mantenere?

La paura le aveva fatto prendere un equinozio alla Bricicca, e dopo averla lasciata sfogare senza interromperla, conservando sempre sulla faccia tirata la sua aria pacifica d’umiltà e di malizia e sorridendo come di compassione, il prete ebbe la pazienza di ripeterglielo quattro volte, non una volta, quattro volte, che non si crucciasse e si togliesse pure dall’anima quella spina, ché nessuno a lei le domandava niente, manco a supporlo per ridere, e tanto meno don Bosco, troppo conosciuto in ogni parte del mondo per la sua carità inesauribile. All’ultimo dovette credere d’averla persuasa, sebbene, essa, pigliata confidenza., non finisse piú di fargli passare davanti in processione le sue croci e le sue crocette, perché tirato dalla tasca l’orologio, s’incamminò verso la porta: era mezzogiorno e un quarto, alle sei pomeridiane il Sud-America salpava per Buenos Ayres, la signora Carbone aveva dunque diverse ore di tempo per recarsi a bordo del vapore ad abbracciare la figliuola e benedirla, e recandovisi col resto della famiglia, come non c’era da dubitarne, avrebbe procurato alla buona suor Giovanna Maria, che se la meritava, la piú grande delle consolazioni terrestri.

Negargliela? – Circa due ore dopo, erano tutti in barca che navigavano nel porto, la Bricicca, Angela, Marinetta, il Gabitto e la Rapallina; Pellegra no, conosceva i suoi meriti e aveva troppo paura d’andare sott’acqua, tirata al fondo dai peccati mortali. Erano in barca, ma prima d’arrivare a metterci i piedi, lo sa Dio quanti battibecchi ci furono e quanto tempo perso! se non fosse stato per Angela, la Bricicca si sarebbe lasciata persuadere dalla Rapallina e da Marinetta, ferme sul punto d’onore di non dare ai preti e alle monache di don Bosco quella soddisfazione e nemmeno a Battistina, dopo che avevano fatto tutto da loro, senza degnarsi di scrivere una riga, solo mezza riga, alla madre che volere o non volere, era sempre la madre; senonché Angela l’aveva spuntata, piangendo tutte le lagrime dei suoi occhi e del suo cuore, risoluta a qualunque costo di vedere sua sorella, avesse dovuto andarci a nuoto fino sul bastimento, per abbracciarla ancora una volta prima di morire.

In fondo, una piccola barcheggiata non dispiaceva né alla Rapallina né a Marinetta, contente di visitare un bel vapore come il Sud-America, che a sentire Pollino, era uno dei piú grossi del porto di Genova, e della compagnia Lavarello il meglio di tutti.

Anche lui, Pollino, s’era messo dalla parte d’Angela: non ne poteva niente Battistina se non aveva scritto a sua madre, si capiva che i superiori non gliel’avevano permesso per paura che sul piú bello nascessero degli intoppi, e intoppi adesso non ne volevano certamente, dopo che la figliuola l’avevano accettata senza un soldo di dote, mantenuta e vestita per diversi mesi, apposta coll’idea di spedirla a far da serva ai loro preti d’America.

C’erano tante barchette affollate intorno alla scala del vapore, saliva e scendeva tanta gente, che per arrivare a bordo ci voleva una vera manovra; le donne che non sapevano dove mettere i piedi, barcollavano, gridavano, e sarebbe stato da rinunziarci se Pollino, uomo del mestiere, non si fosse fatto largo a forza di braccia e di bestemmie. In coperta un mondo e l’altro: facchini, marinai, passeggeri, bauli nelle gambe, colli di mercanzie appesi alle grue, che a momenti vi cadevano sulla testa, un fracasso di catene e di voci, che vi rompeva le orecchie. Trovarla Battistina in quella confusione! Laggiú c’era un prete seduto sopra una valigia: se si fosse domandato a lui dove potevano essersi cacciate le monache? No: già che c’era libertà d’andare e venire senza che nessuno s’incaricasse di guardarvi, era meglio fare un giro in coperta da poppa a prua, scendere sotto negli alloggi di prima classe, poi in quelli di seconda, cosí intanto si sarebbe visitato il bastimento, e le monache da qualche parte sarebbero uscite fuori, se si trovavano a bordo.

Angela e sua madre, che non avevano mai visto niente, spalancavano tanto d’occhi camminando dietro a Gabitto, che faceva da guida in mezzo a Marinetta e alla Rapallina, Addirittura un paese il Sud-America! Pareva impossibile che non andasse al fondo con tutta quella gente che c’era sopra! Marinetta rideva delle faccie di certi passeggeri piovuti dalla luna sul terrazzino di poppa, faccie da carnovale come per la strada non ne aveva mai incontrato: dovevano essere inglesi o tedeschi: uomini allampanati, con dei cappotti grigi, lunghi fino ai piedi, e dei berrettini in testa che non ci mancava che il manico per farci dentro la salsa di pomidori, signore troppo grasse o troppo magre, coi vetri sul naso, con dei cappelli a forma di fungo, messi lí apposta per far voltare le persone, e tutti quanti pieni di tabarri e di scialli e di mantiglie, da aprire negozio. All’imboccatura della scaletta lucida che scendeva in prima classe, un cameriere si fece avanti con bella maniera: la prima classe senza il permesso del comandante non si poteva visitare, e siccome la Rapallina gli domandò se sapeva dov’erano le monache di don Bosco, sempre con buona maniera spedí la comitiva verso la prua, al di là della macchina, in seconda, chiamando anzi un garzonetto che insegnasse il cammino.

Questa era nuova, di non poter visitare la prima classe; Pollino si sentiva i fumi al cervello: avevano paura che affacciandosi per due minuti, portassero via la vernice dei mobili e col fiato guastassero le indorature? Avrebbe attaccato volentieri questione, ché le prepotenze non era uomo da soffrirle, e questa oltre essere una prepotenza era pure un affronto a lui e alla compagnia, ma le donne lo tirarono per la manica, specialmente che in quel momento passava il comandante o il sotto comandante di sicuro, un ufficiale burbero, con quattro o cinque giri di galloni d’oro sul berretto. Stava discorrendo con un prete, quello stesso che la mattina era venuto nella Pece Greca, e la Bricicca lo riconobbe subito e si mise a tossire e a girargli intorno per farsi guardare, mentre gli altri erano già andati avanti, e lo salutò con una bella riverenza appena l’ufficiale scese abbasso per la scaletta. Adesso non c’era piú pericolo che volessero farle sborsare nessuna somma, Battistina era imbarcata, il biglietto di viaggio qualcheduno l’aveva pagato; dunque, già che non costava niente, tanto valeva mostrare un po’ di buona educazione.

Sempre cogli occhi bassi, che però vedevano benissimo tutto quello che volevano vedere, e colla sua aria d’umiltà, l’abate si avvicinò alla Bricicca, facendole un sorrisetto amichevole: signora Carbone!? ottimamente; non ne dubitava che sarebbe venuta, ma era già tardi, suor Giovanna Maria, poveretta, l’aspettava da un pezzo con impazienza; s’erano già viste? no? Allora non bisognava perdere tempo, e lesto s’incamminò subito tra la folla che cresceva sempre piú, schivando gli urti dei facchini, scavalcando d’un salto le valigie, come persona pratica di quel movimento di bordo. Dietro alla sua sottana, la Bricicca si voltava da ogni parte per cercare le figlie, senonché, passata la macchina e arrivata in una specie di corridoio dove a dritta c’era un casotto lungo, zeppo di buoi, e a sinistra la cucina con un battaglione di cuochi davanti ai fornelli, ad un tratto si sentí come levare il respiro da un gran tuffo di sangue al cuore: pochi passi distante, dentro un bugigattolo, aveva riconosciuto Bastiano, nudo dalla cintola in sú, che impastava il pane tranquillamente.

Senza piú capire né dove andasse né cosa facesse, barcollante sulle gambe e vedendo tutto doppio, come non si sia rotto l’osso sacro giù per la scaletta a zig-zag della seconda classe, è un segreto del suo angelo protettore. Quando si trovò abbasso nella sala grande, quasi all’oscuro, e il reverendo chiamò suor Giovanna Maria e tre o quattro monache si alzarono in piedi, essa, invece di buttarsi subito al collo di sua figlia, rimase ferma a guardare, insensata, non pensando neppure di dire una parola. Effetto della commozione, si sa, e dello schianto per una povera madre di pensare che la sua figliuola andava in un paese cosí lontano, quasi certa, novantanove per cento, di non rivederla mai piú altro che in paradiso; e il prete che naturalmente queste cose le intendeva a volo, non se ne meravigliò affatto, ma anche Battistina da parte sua avrebbe dovuto mostrarsi un poco piú espansiva, perché essa pure, tra la timidità e la modestia religiosa, restò inchiodata al suo posto, col sigillo alla bocca, le mani in croce sullo stomaco ficcate nelle maniche e gli occhi sul pavimento. Avesse avuto la testa a segno, la Bricicca sarebbe stata imbrogliata a distinguere in mezzo agli altri quel fagotto nero; figuriamoci adesso, che la sua testa navigava nelle nuvole! Siccome nessuno parlava, l’abate aprí lui il discorso per rompere il ghiaccio, invitando suor Giovanna Maria a farsi avanti, a dire qualche cosa, essa che un momento prima desiderava sua madre con tanta ansietà e ora che la vedeva non era capace neppure di domandarle se stava bene in salute, quand’ecco finalmente che capitò il resto della processione, e Angela, tutta commossa, gettò le braccia al collo di sua sorella, appena la riconobbe nel mucchio.

Naturale che dopo quello d’Angela vennero gli abbracciamenti della Bricicca, di Marinetta, della Rapallina, vennero pure le lagrime in abbondanza e cosí il ghiaccio si ruppe e fra una lagrima e l’altra s’intavolò la conversazione. Era Angela che ci si scaldava, la Rapallina per curiosità e per mettere in moto la lingua, non si faceva pregare, attaccando il discorso massime col prete e con una delle monache, quella piú anziana, ché a giudicarla dal sussiego, doveva tenere il bastone del comando; ma la Bricicca si contentava di piangere, ossia di fregarsi gli occhi e soffiarsi il naso, e intanto si sentiva addosso un milione di formiche da capo a piedi che la mangiavano. Se avesse potuto parlargli a Bastiano! trovarlo dopo tanto tempo, all’improvviso, quando si era già messa il cuore in pace e i dispiaceri gliel’avevano quasi fatto dimenticare, trovarlo, vederselo lí a due passi e non potergli dire nemmeno buongiorno! lei e Pellegra matte a cercarlo di giorno, di notte, per tutta Genova, e lui intanto era andato a nascondersi in mezzo al mare sulle tavole d’un bastimento! Quante volte l’aveva fatto il viaggio d’America, installato a bordo di quel vapore? ecco che a momenti partiva di nuovo! e anche parlandogli, cosa gli avrebbe detto? non sarebbe mica riuscita tirarselo dietro! Eppure le sembrava che a forza di pregarlo e supplicarlo… ma come faceva a salire sopra, con tanti occhi che la guardavano e quel rompiantifone d’un prete, che ogni mezzo minuto, nemmeno a farlo apposta, trovava una scusa per mettere sul tappeto la signora Carbone?

Tempestata di domande, una dietro l’altra e spesse come la gragnuola, Battistina non aveva tempo a rispondere a tutte, oppure, in presenza delle altre teste fasciate e del direttore spirituale, doveva giuocare di scherma secondo la sua poca levatura, quand’erano domande piuttosto scabrose che toccavano certi argomenti delicati. Era sempre lei, timida e di parole scarse, affezionata ai suoi, rassegnata, sempliciotta, ma si capiva, che in monastero, a Mondoví, aveva imparata la lezione a memoria e la sua paura era di compromettere l’abito che portava. – Non stava male vestita da monaca, anzi non si conosceva piú da quella ch’era una volta; solamente, le sue compagne sapevano aggiustarsi meglio, piú precise, per esempio nel modo d’accomodarsi il velo cogli spilli, e anche piú pulite, ché quel certo bavarino bianco sotto il mento che portano tutte le religiose e viene giú largo sullo stomaco, essa, sempre distratta, l’aveva di tutti i colori pitturato a olio.

Basta, di discorso in discorso, visitando l’appartamento, né Marinetta né la Rapallina e tanto meno la Bricicca avrebbero avuto il fegato d’arrischiarsi a un viaggio di mare cosí lungo; Angela invece, nel suo dolore, avrebbe baciato i piedi a don Bosco se ci fosse stato e le avesse detto di partire anche lei con sua sorella per andare laggiú in America, a morire: almeno sarebbe morta nel servizio del Signore, lontana da chi le aveva fatto del male! – Il peggio era doversi distendere in quelle cuccette, una sopra l’altra come le scansie degli armadi, con un buco rotondo per finestrino; chi ci poteva respirare li dentro? vere casse da morto, che fra le altre cose, per arrivarci bisognava pigliarle d’assalto, arrampicandosi; e vi par niente vivere ventitré o ventiquattro giorni filati in quella scatola della seconda classe, dove appena appena si vedevano le persone, bassa, soffocata, e c’era una puzza d’unto che agguantava la gola? La puzza solita di tutti i bastimenti, specie dei vapori, diceva Pollino Gabitto, roba da non farne caso, ché dopo due giorni d’abitudine non dava piú fastidio e anzi metteva appetito, però Marinetta, nello stato in cui si trovava – e le donne che hanno l’esperienza delle cose di questo mondo, lo capiscono benissimo – da quel tanfo si sentiva prendere l’anima: dopo aver fatto di tutto per resistere, all’ultimo, se non scappava sopra in coperta, l’anima la rendeva davvero.

Fu il segnale della partenza; momento piú momento meno, era l’ora d’andarsene per chi non aveva l’intenzione di fare un salto in America, e il prete ch’era andato a informarsi dal secondo, tornò abbasso coll’orologio in mano: tredici minuti di tempo, anzi dodici e mezzo, prima che si alzasse la scala, non occorreva scalmanarsi troppo, ma era bene cominciare a mettersi in moto. Le lagrime e gli abbracciamenti ripresero da capo: Battistina s’inginocchiò davanti a sua madre, domandandole perdono di tutti i dispiaceri che poteva averle procurato volontariamente e involontariamente, domandandole la sua santa benedizione, raccomandandosi alle sue preghiere, ché ne aveva tanto di bisogno; e siccome restava sempre in ginocchio colle mani giunte, la Bricicca non sapeva da che parte voltarsi per dargliela, la santa benedizione, figurandosi che alle monache si dovesse darla in latino, all’incirca quella dei preti quand’è finita la messa. La piú addolorata, non se ne parla, era Angela, ma anche la Rapallina; piangeva come un vitello, e le monache, comprese quelle due che fino allora non avevano aperto bocca, due catafalchi della malinconia, le tenevano bordone. Che figura ci avrebbe fatto la Bricicca, senza contare che finalmente era madre, e il cuore, grazie a Dio, non l’aveva né di bronzo né di cartone, che figura ci avrebbe fatto a non disperarsi peggio degli altri? Quando tutte insieme salirono sopra, in un gruppo di tante Marie Maddalene, i passeggeri si affollarono per la curiosità di vedere cosa andava a succedere, e Marinetta che si trovò per forza lei pure mischiata nel mazzo, morta dalla vergogna, fu la prima a incamminarsi verso la scala, da una parte tirando sua madre per un braccio, dall’altra la Rapallina pel vestito; il Gabitto, lui, era già in barca, che le aspettava.

E cosí, fra gli ultimi addii e le ultime lagrime, il gruppo si distaccò. Ci fu un momento, prima di scendere che la Bricicca ebbe una specie di giravolta al cervello: svincolatasi improvvisamente, spingendo coi gomiti i vicini, fece l’atto di cacciarsi avanti, come se avesse voluto correre da una persona che aveva visto in lontananza e saltarle addosso per paura che sparisse, ma fu l’affare d’un minuto secondo e si pentí subito; il diavolo, aveva creduto di vedere? Nei momenti di gran dolore, il sangue ne fa spesso di questi scherzi, e a lei, povera donna, era chiaro che il dolore di separarsi da sua figlia le aveva dato alla testa.

Addio! Addio! dalla barca e da bordo un vero telegrafo col fazzoletto, mentre la macchina sbuffava; erano gli ultimi saluti: addio! addio! Quando il vapore cominciò a muoversi e a poco a poco si voltò di fianco girando verso l’imboccatura del porto, Angela montò in piedi sulla panchetta, colle braccia alte addio! addio! ma sia il traballamento della barca, sia la mancanza di forze e la vista che le si oscurò, se Pollino non era pronto come un fulmine ad agguantarla per l’aria, diventava boccone d’un pesce.

XXVII

Con tanti altri pensieri per la testa, alla vigilia del matrimonio di Marinetta, e Angela entrata all’ospedale colla prospettiva di non uscirne piú, della sua causa in appello la Bricicca se n’era scordata completamente, credendo che fosse passata sotto gamba e i giudici non ci pensassero piú nemmeno essi; ma i giudici hanno buona memoria, tanto piú se si tratta di chiudere all’oscuro, non i ladri veri di professione, ma una povera infelice che non ha rubato niente a nessuno. L’avviso di presentarsi il giorno tale all’ora tale pel nuovo dibattimento, le capitò a piombo sulle corna la mattina stessa che il parroco di Santa Dorotea, il suo parroco, gliel’aveva lavate e insaponate a causa del Gabitto, predicandole che secondo le informazioni avute da Manassola, per finire di rompere il collo a sua figlia lei era riuscita a pescare nella confraternita dei cattivi soggetti il numero uno!

Lasciamo stare le informazioni, ché si sa da dove vengono – dai maligni e dagli invidiosi – lei, prima di tutto non aveva pescato niente, poi, quando le carte e le fedi per poter dire di sí erano in regola, chi gli domandava al parroco di intromettersi negli affari degli altri e di venir fuori col numero uno o col numero cento per denigrare il prossimo? lo sposava lui, il Gabitto? Invece delle paternali, che le aveva sempre pronte perché non gli costavano un fico secco, avrebbe fatto meglio a dispensare ai bisognosi della parrocchia qualche cavurrino! – E tornando al processo, il signor avvocato Raibetta non se ne lavò le mani, promise la sua assistenza e tutto il suo impegno, ma forse per cominciare a prepararla, buone speranze alla Bricicca non volle dargliene nessuna.

Diede un impiego a Pollino, questo non si può negare, un discreto impiego nel suo scagno, mezzo di servitore e mezzo di commissionario, fra i certi e gli incerti da guadagnare circa settanta franchi al mese, e per l’anno nuovo gli trovò pure un posto di custode in un circolo, senz’altra occupazione che di aprire la porta tutte le sere fino a un’ora dopo mezzanotte ai soci e alle amiche dei soci. Dal giorno che lo conobbe come promesso di Marinetta, lo pigliò sotto il suo patrocinio, e lo stesso si deve dire del signor Costante, che anche lui, appena tornato a Genova dagli stabili che diceva di avere nel Monferrato, se lo mise nel tabernacolo della sua protezione, con quell’aria solita d’uomo d’importanza ch’era il suo forte. Per godere di queste simpatie cosí in un momento, senza costo di spesa, il Gabitto avrà avuto dei meriti speciali, e alla Bricicca le sembrava una cosa naturalissima, ma Pellegra vedeva troppo bene dove si andava a battere; se non ci vedeva lei, chi doveva vederci? Il merito speciale dell’amico era quello di essere stoffa d’orbetto di prima qualità: orbetto vero o finto, per disgrazia o per malizia, questo è un altro paio di maniche.

Intanto nella Pece Greca, quantunque il signor Costante non ci mettesse piú i piedi per le sue buone ragioni, tutti sapevano che dello sposalizio di Marinetta lui si era nominato da sé direttore generale, dopo essersi in questa circostanza riconciliato finalmente colla Rapallina. Che interesse potesse averci a pigliarsi sempre dei fastidi nuovi per Marinetta, compreso quello d’anticiparle delle somme, oramai, dopo aver visto tanti maneggi, non ci voleva piú nessuna bacchetta magica per indovinarlo, e il Castigamatti una domenica era uscito fuori con una pappardella indirizzata alla Bricicca, domandandole se andava anche lei a installarsi con sua figlia in via Fieschi, nella casa che il Costante aveva fissato per gli sposi, e promettendo di dire un giorno o l’altro da chi erano venuti i denari per pagare la mobiglia nuova. Qualche persona che aveva le braccia lunghe e impegno di coprire gli altarini, colle buone o colle cattive gli tappò presto la bocca al Castigamatti, ma bisognava sentire le ciarle del vicinato, massime che salse piccanti tirava giù la Bardiglia in bottega e fuori a chi le voleva e a chi non le voleva, e quello che a tutti fece piú specie fu di vedere tanto la Bricicca come Pollino Gabitto – il Pollino Gabitto colle arie che si dava! – fare gli indiani, invece di andarle a rompere la faccia.

Forse per suggerimento della Rapallina. o del signor Costante oppure di tutti e due, il Gabitto avrà pensato che rompere la faccia alla Bardiglia non serviva a niente, le cose dette erano dette e non c’era rimedio, e la Bricicca per conto suo, giusto in quei giorni, aveva da digerire un boccone ancora piú amaro, ossia la nuova sentenza: in appello, tale quale la stessa sentenza del Tribunale: due mesi di carcere e duemila5 franchi di multa! E, questa volta, addio speranze; la minestra era cotta ed erano i carabinieri che da un momento all’altro sarebbero venuti a fargliela mangiare! Da una parte, se non fosse stato il caso di strapparsi quei venticinque o trenta cappelli che le restavano, le veniva da ridere: condannarla lei a pagare al governo duemila franchi, voleva dire che i giudici e il governo avevano del tempo da perdere. Ma qui di ridere non era il caso! scontando in prigione tre franchi al giorno, prima d’arrivare a impattarsi dei duemila ci metteva cento anni e il sole poteva calcolare di non vederlo mai piú!

E perché anche questa volta, al dibattimento, non lo tirasse in ballo, il signor Costante era venuto a prometterle per lo meno le montagne della luna, assicurandola che tra lui e l’avvocato Raibetta, appena entrata in prigione, avrebbero tanto fatto da ottenerle la grazia dal re, e se per caso impossibile, la grazia non si fosse ottenuta subito, allora i denari della multa qualcheduno li avrebbe pagati. Chi era questo qualcheduno? lui forse, il signor Costante? il signor Costante, piú bugiardo d’un cavadenti, ch’era sempre stato la sua rovina in cielo, in terra e in ogni luogo, e sotto il manto di volerla soccorrere l’aveva sempre spremuta come un limone? In tutto il mondo altre persone da fidarsi o da contarci sopra, essa non ne aveva, ridotta al punto in cui era ridotta, e adesso, dopo essersi inghiottita la condanna senza fiatare, non le restava che di vedere se almeno una volta in vita sua quel sensale di fumo imbottigliato si scordava d’essere un impostore. Dell’avvocato, inutile parlarne: aveva troppe occupazioni; si era degnato di venire al dibattimento, ma colla scusa d’aver perso la notte in viaggio tornando da Roma, aveva detto appena quattro parole senza sale e senz’olio, cosí per comparsa e nient’altro, e se era riuscita la Bricicca a intercedere dal procuratore del re d’assistere sua figlia moribonda, prima d’entrare in Sant’Andrea, ci era riuscita a forza di passi e di suppliche, ché l’avvocato neppure in questo aveva voluto darle una mano.

Erano stati i primi freddi che dopo tanti alti e bassi, ad Angela le avevano dato il tracollo, oppure la notizia del matrimonio di Giacomino, celebrato l’ultima domenica d’ottobre con una grande funzione in chiesa e una scampagnata solenne al santuario della Guardia in Polcevera? Al procuratore del re la Bricicca gli aveva detto per intenerirlo che sua figlia era moribonda, e gli aveva detto la verità sacrosanta, ché oramai era questione piú di settimane che di mesi e piú di giorni che di settimane, e quella povera vittima, ridotta al punto che a metterle una lanternetta dietro le spalle si sarebbe vista la luce attraverso il corpo, si era lasciata portare all’ospedale di Pammatone senza aver piú la forza né la voce per dire di no. Era la volontà del Signore, bisognava morire, morire a ventidue anni, dopo aver creduto un momento di toccare il cielo col dito e invece, non contando le altre tribolazioni, aver dovuto sopportare la vergogna e lo spasimo del tradimento, che chi non l’ha provato non sa cosa sia, dopo aver pregato tanto, e versato tante lagrime! era venuta l’ora, bisognava morire e ci voleva pazienza!

Meglio cento volte che nella soffitta della Pece Greca aperta a tutti i venti e a tutte le acque, sopra un letto sgangherato e coi lenzuoli ridotti che parevano un ricamo di Parigi; in definitiva, passato quel primo stringimento di cuore che viene a tutti, Angela poteva consolarsi davvero d’essere all’ospedale, dove almeno le monache e le infermiere e i padri cappuccini l’avrebbero assistita fino all’ultimo, dove medicine e buoni brodi sostanziosi non le sarebbero mai mancati e i medici neppure, mentre a casa era quasi tutto il giorno lasciata sola in compagnia della sua tosse che la strangolava, il medico veniva sí e no quando non aveva nient’altro da fare, e tante volte non solo il brodo ma anche un sorso d’acqua calda bisognava sospirarlo per mattinate intiere. La verità è una sola: i buoni brodi, i medici e le medicine sono cose eccellenti per gli infermi che hanno da guarire, ma per quelli che vedono la morte ballare nelle maniche del confessore, non servono a niente; l’assistenza dei suoi, l’attaccamento alla terra e alla gioventú, la speranza di star meglio, e diciamo pure, la memoria di tutto quello che si è sofferto senza colpa, per l’iniquità degli uomini, quando si arriva sulle porte dell’eternità non servono che a far perdere il tempo oramai Angela, rassegnata, voleva essere tutta del Signore, conosceva il suo stato e alle cose di questo mondo non voleva piú pensarci. Lo sentiva bene che per lei non c’era piú rimedio, lo capiva dalla sua gran debolezza, dagli sbocchi di sangue continui e dal dolore fisso che aveva dalla parte del cuore come se il cuore glielo stritolassero in mezzo a due ruote di ferro, lo capiva dalla faccia delle monache piene di compassione e da quella del medico, che due volte al giorno veniva a visitarla, e senza parlare, dopo averle picchiato per mezz’ora sullo stomaco e sulla schiena, e sullo stomaco e sulla schiena averci tenuto l’orecchio per un’altra mezz’ora e averle messo un istrumento di vetro sotto l’ascella, brontolava fra i denti e scrollava la testa. Una volta glielo disse al medico: perché farle inghiottire tanto catrame e tante polveri, se non ci credeva piú nemmeno lui?

Le monache, ora l’una ora l’altra, le tenevano compagnia parlandole del paradiso, raccontandole tante belle vite di santi, qualche volta veniva pure al suo letto la Madre Superiora a suggerirle dei buoni pensieri di virtú e di pazienza e a farle coraggio, a discorrere del celeste Sposo, l’unico che mantenga le sue promesse, l’unico che ami di vero amore le sue creature e meriti veramente d’essere amato. In quanto a coraggio, Angela ne aveva, e le stesse monache l’ammiravano, ringraziandone Dio, nel vederla cosí forte e paziente, ma si sbagliava di grosso quando credeva di aver rotto tutte le catene che ancora la legavano al mondo: senza accorgersene, ogni tanto la sua anima invece di volare verso il cielo, si perdeva in un laberinto, lasciava lo Sposo celeste per un fantasma che le passava davanti agli occhi a braccetto di una giovane carica d’ori, e nel vedere quei due allegri e contenti, che si volevano bene, finiva per mettersi a piangere. Fu giusto in una delle sue visite che la Madre Superiora per combinazione le vide in dito l’anello di Giacomino: dopo essersi data tutta quanta a Gesù, fino a sacrificargli volentieri la stessa vita, era ancora attaccata alle miserie terrene, Angela!? possedere un anello non era peccato, ma guardarselo con compiacenza e bagnarlo di lagrime, baciarlo anche di nascosto, voleva dire non essere perfettamente unita a Gesú Crocifisso nelle sue cinque sacratissime piaghe e mantenere nel fondo del cuore una passione pericolosa, suggerita dal demonio.

Mettersi a combattere colla Madre Superiora dell’ospedale e mettercisi avendo un piede nella fossa, era roba da matti, eppure Angela si provò, ferma nell’idea di volersene andare all’altro mondo coll’anello di Giacomino in dito, dal momento che per Giacomino aveva tanto sofferto e moriva per causa sua: adesso non voleva piú darglielo neppure se fosse venuto lui in persona a inginocchiarsi ai piedi del letto, e se le Testette avessero avuto il coraggio di comparirle davanti, essa, cosí com’era sul punto di rendere l’anima al creatore, avrebbe trovato tanta forza per mandarle a nascondersi venti metri sotto terra! Non si perdonano, non si perdonano certe azioni, è impossibile; il Signore che è giusto, che sapeva tutto, le porte del paradiso gliele avrebbe aperte anche senza che essa avesse perdonato. – Tra i colpi di tosse e la debolezza, stentava a parlare, parlava piú cogli occhi che colla voce, ma era risoluta in questa fissazione diabolica; che in paradiso doveva andarci lo stesso, anche senza perdonare, non volendo sentire né esortazioni né argomenti, e la Madre Superiora, che di regalare un’anima al diavolo, in ispecie quella d’una bravissima figliuola acciecata dal puntiglio, non era nei suoi progetti, all’ultimo ne fece una delle sue, da quella donna energica ch’era sempre stata: con una scusa mandò a chiamare le Testette.

Quando le due sorelle Tribuno videro Angela lunga e distesa in un letto d’ospedale, da capo a piedi distrutta come un pane di butirro messo sul fuoco, colla faccia trasparente e tutta occhi, i capelli incollati, le mani lunghe, pallide, abbandonate, quando la videro e stentarono a riconoscerla, rimasero immobili, che parevano quelle due statue colle braccia larghe nella cappella del Suffragio. Angela, coi suoi occhi spalancati, che di nottetempo avrebbero illuminato una piazza tanto erano accesi, le guardava fisse mostrando i denti, due righe di denti gialli, come se ridesse in uno spasimo, ma non parlò perché la Madre Superiora venne subito a sedersi alla testa del letto e, tirato fuori un libro grosso, con voce lenta e spiccata cominciò a leggere una meditazione. Dire se la meditazione era fatta piú per Angela o per le Testette, sarebbe difficile: ce n’era per tutte, per l’inferma e per le sane, per quelle anime che credono di burlare il Signore pregando e battendosi il petto, ma conservando affezioni carnali e peggio ancora sentimenti d’odio e di vendette, e per quelle altre che dicendosi cristiane, mettono tutto il loro studio a far del male al prossimo e non vivono che per la maldicenza, la malignità e le cattive azioni. – Finito di leggere, la Madre Superiora si alzò senza dir niente, prese dalla sua cintura un crocifisso di legno nero coll’immagine di bronzo e lo diede ad Angela, che lo tenesse dritto nelle mani davanti agli occhi, poi, inginocchiatasi sul marmo, recitò a memoria una preghiera.

Le Testette s’inginocchiarono esse pure. L’ora precisa adesso nessuno se la ricorda, ma doveva essere sul calare del sole, e cosa certa è questa, che dai finestroni veniva una luce tra il giallo e il grigio, una luce di novembre, che si fermava di fuori, arrabbiata contro le nuvole che la soffocavano, e nella corsia cresceva a poco a poco l’ombra tetra, come in una chiesa, verso sera, dopo la benedizione. Le altre ammalate, quelle piú vicine al letto di Angela, guardavano attente, cercando di udire nel gran silenzio le parole della Madre.

Era la preghiera per la Buona Morte, che si legge in quasi tutti i libri di divozione e a recitarla si guadagnano cento giorni d’indulgenza. Deve averla composta qualche santo celebre, oppure una persona di molto talento, perché oltre far drizzare i capelli sulla testa – e ce ne sarebbero tanti al giorno d’oggi che avrebbero bisogno d’un po’ di spaghetto – intenerisce il cuore anche dei piú ostinati, specialmente in quel punto dove dice:

– Quando le mie labbra fredde e tremanti pronuncieranno per l’ultima volta il vostro nome adorabile, misericordioso Gesú, abbiate pietà di me.

– Quando i miei occhi offuscati e stravolti dall’orrore della morte imminente, fisseranno in voi gli sguardi languidi e moribondi, misericordioso Gesú, abbiate pietà di me.

– Quando le mie mani tremole e intorpidite non potranno piú stringervi crocifisso, e mio malgrado lascerovvi cadere sul letto del mio dolore, misericordioso Gesú, abbiate pietà di me.

E non solamente questi punti che commuovono e mettendo freddo fanno venire le lagrime agli occhi, ma pure quelli dove si parla dei fantasmi e dell’angelo delle tenebre che tentano di spaventare il moribondo e ridurlo alla disperazione, degli ultimi sospiri del cuore e dell’ultimo pianto, dei parenti ed amici affollati intorno al letto, e si descrive il corpo rimasto ad un tratto senza vita, immobile e freddo sulle lenzuola, e l’eterno Giudice accompagnato dai cori degli angeli e dei santi, che viene sulle nuvole, in mezzo ai lampi, a pronunciare l’irrevocabile sentenza. Diceva molto bene il Padre Ottaviano, felice memoria, uno dei cappuccini dell’ospedale, che questa preghiera recitata come va recitata, con vera compunzione, fa piú bile al demonio di quello che non gliene faccia una predica solenne, per le anime che gli porta via miracolosamente. Infatti, mano mano che la Superiora andava avanti, le Testette sentivano nel cuore il tormento del rimorso, e Angela il desiderio di perdonare. Bisogna tener calcolo dell’ora, della malinconia grandissima di trovarsi per amore o per forza in quel luogo di tribolazione, dell’oscurità che cominciava a distendersi e pareva che fosse popolata d’ombre, ma non si può negare che le parole della preghiera, dette adagio nel silenzio generale, con voce chiara, certi momenti terribile da stagnare il sangue nelle vene e certi altri piena di dolcezza come una musica d’angeli, penetravano fino al fondo dell’anima, erano punte di spine, lame di coltelli, goccie d’olio bollente, erano tutto quello che potete immaginare che faccia soffrire, e nel tempo stesso rosolio, velluto, goccie di balsamo, tutto quello che potete immaginare che faccia bene.

La Madre Superiora aveva finito da un pezzo, si era alzata, e le sorelle Tribuno erano ancora in ginocchio, una di qua, l’altra di là del letto, che piangevano singhiozzando, colla testa sotterrata nelle coperte; dal fondo della corsia le infermiere venivano, con tutta la loro calma, accendendo i primi lumi. Nessuno aveva ancora detto una parola. Per accomodarle i guanciali, la Madre essendosi chinata sopra di lei, Angela nel restituirle il crocifisso, le lasciò cadere in mano l’anello di Giacomino, ma senza parlare perché si capisce che aveva un gruppo di pianto alla gola. In quel momento l’infermiera accendeva il lume proprio di rimpetto. La Madre Superiora disse: “sia lodato Gesú Cristo” le Testette risposero “sempre sia lodato” e siccome finalmente si erano decise ad alzarsi, però piangendo sempre, attraverso le lagrime videro Angela come trasfigurata nella luce che le batteva addosso, con un cerchio di raggi intorno ai capelli all’usanza dei santi in gloria, la videro quasi seduta sul letto, colle braccia aperte verso di esse, in atto di perdonare.

XXVIII

Da quella sera le Testette, o insieme o una volta l’una e una volta l’altra, non mancarono piú di andare a trovar Angela tutti i giorni, avendo avuto un permesso speciale di portarle degli aranci e fermarsi qualche ora ad aiutarla a passare meno male che fosse possibile il tempo penoso d’una malattia senza rimedio e senza speranza. Era un’opera di carità, quantunque in certo modo ne avessero l’obbligo per riparare i loro torti, ché adesso i loro torti li confessavano, principalmente dopo che avevano potuto conoscere i meriti della nuova cognata, un fico d’India tutto spine, venuta in casa colla testa gonfia di lussi e di divertimenti e di prepotenze, a portare la rivoluzione. Dall’altra parte, se non fosse stato per esse, Angela sarebbe rimasta abbandonata o quasi, ché sua madre aveva troppe occupazioni e Marinetta del tempo da perdere ne aveva ancora meno.

Già, il signor Costante l’aveva cantato in musica fino dal principio che per Marinetta non era prudenza, alla sua età, mettersi a contatto d’una tisica, e questa ragione levava di mezzo tutte le altre; ma se ci fosse passata sopra e non avesse guardato al pericolo d’attaccarsi il male andando a vederla, l’avrebbe fatta guarire sua sorella? La Bricicca poi non l’avrebbe fatta guarire nemmeno lei, pure, perché i maligni della Pece Greca non l’accusassero secondo il solito, due o tre volte un ritaglio di tempo per una corsa all’ospedale l’aveva trovato, non sapeva come, e altre due o tre volte per mandare a sua figlia delle castagne bollite, ch’erano sempre state la sua passione, si era servita di Pellegra. Non si crederebbe: i maligni l’avevano accusata lo stesso!

Se il Signore avesse voluto fare le cose giuste, prima di distendere Angela sui quattro ferri d’un letto, per esempio avrebbe potuto aspettare che gli sposi fossero andati in chiesa e al municipio e la festa fosse finita in santa pace, oppure avrebbe potuto pigliarsela in paradiso con sé qualche mese prima, quella benedetta creatura, ma dal momento che aveva giudicato diversamente, bisognava bene adattarsi! Di tirarla in lungo, tanto Marinetta come Pollino Gabitto non volevano saperne manco per ombra, la Rapallina, il signor Costante, e in generale tutti quelli che per amicizia s’interessavano al matrimonio, compreso perfino l’avvocato Raibetta, la loro opinione non la nascondevano: per una che oggi o domani ha da morire, e non c’è piú medicina a pagarla né a peso d’oro né a peso di sangue, si deve disturbare tutto il genere umano? si dovevano far fermare le ferrovie e i telegrafi e chiudere le botteghe, perché Angela aveva già in tasca il passaporto? – Pellegra non sarebbe stata lei se non avesse criticato, ma le critiche di Pellegra contavano come quelle del frate laico di San Barnaba, brodo lungo e seguitate, e per ammorbidirla bastava una paio di bicchierini d’anice.

Buttar via i denari dalla finestra per fare mezza giornata la figura di principi e principesse e l’indomani trovarsi sulla paglia, no; farsi ridere dietro le spalle e farsi chiamare spilorci o miserabili, neppure; cosí Marinetta, che sapeva il costo dei biglietti da cento e dei biglietti da cinque, si era consultata con chi aveva pratica di mondo, e le cose dello sposalizio le aveva regolate lei, lasciando cantare gli altri. L’alloggietto di via Fieschi piú o meno era pronto, i mobili in ordine, le pubblicazioni fatte, e un sabato, nel dopopranzo, se ne andarono tutti al palazzo Tursi, divisi in due squadre per non dare nell’occhio, prima il Gabitto col signor Costante e il fuochista suo cognato, poi a dieci minuti di distanza, Marinetta, vestita pulitamente con una veste nuova a quadretti scozzesi, ma senza nessuna idea di lusso, accompagnata dalla sua amica indivisibile. La Bricicca l’avevano persuasa di non venire, colla scusa che al municipio il sindaco le avrebbe domandato, per scrivere sul registro, nome, cognome, domicilio, e via discorrendo, e sarebbe stata obbligata a scoprire le sue magagne e a confessare in pubblico che il suo domicilio dalla Pece Greca era sulle ruote per stabilirsi in un palazzo del governo.

Probabilmente il sindaco, un marchese alto e grasso, coi baffi bianchi, la Bricicca non la avrebbe neppure guardata, tutto occupato com’era a sbrigare matrimoni uno dopo l’altro, ché quel giorno ce n’era una processione, anzi diede appena un’occhiata a Marinetta, e piuttosto burbero, la sua filastrocca gliela lesse a vapore, mangiandosela mezza, senza farle né auguri né complimenti. Due parole d’augurio il sindaco dovrebbe essere obbligato a dirgliele alla sposa! Aveva bel predicare il signor Costante, e difendere le leggi del governo! una cerimonia fredda, a rotta di collo, dopo tre ore d’aspettativa sotto le colonne del porticato; che necessità d’una sala colle poltrone di velluto rosso e le tendine di damasco e dell’oro da tutte le parti, se non si faceva altro che traversarla come le figure della lanterna magica? Una cosa che il signor Costante non poteva difendere era il sussiego e la superbia dei servitori nella loro marsina turchina coi bottoni d’argento, che andavano avanti e in dietro, spingevano senza riguardo le persone, comandavano alto e basso, peggio che se fossero stati essi i padroni di casa. L’unico complimento, se si può prendere per un complimento, Marinetta l’ebbe in fondo dello scalone, dove essendole caduto il ventaglio, un pompiere di guardia, che lei non si ricordava d’avere mai visto in vita sua, nel tirarlo su e nel porgerglielo, non le disse altro che questa parola, a mezza voce: “peccato!” senza spiegare se la sua compassione era per il ventaglio rotto o per la santa verginità della sposa.

L’indomani in parrocchia la funzione riuscí benissimo, non come funzione, ché il parroco quella mattina anche lui si era alzato col berrettino storto e non approvando quel matrimonio col Gabitto, non aveva fatto preparare né l’organista né due candele di piú, ma almeno in chiesa e sulla piazza la popolazione della Pece Greca era venuta tutta. Marinetta non domandava altro: farsi vedere! già che aveva speso le sue economie per un vestito di seta, ultimo figurino arrivato da Parigi, d’uno di quei colori di moda che non si sa precisamente che colore sia, tra il grigio, la pulce e il caffè-latte, e possedeva degli orecchini di brillanti, degli anelli, e un braccialetto e una catena coll’orologio, alla sua comparsa ci teneva; bene o male, dalla Pece Greca ne usciva per sempre e si preparava a battere le scarpe per non portarsi via manco la polvere delle strade, però voleva che le invidiose e le cattive lingue se ne ricordassero di lei finché campavano! Sua madre, infagottata alla meglio in una veste antica della Rapallina, che sembrava un casotto dove si vendono i giornali, voltandosi davanti e di dietro e vedendo tanto concorso, pensava a un altro trionfo, a quello della prima comunione di Marinetta, e non poteva capire perché allora si sentisse nel cuore un altro godimento, una contentezza tutta diversa!

Avrebbero potuto dirglielo le Testette il perché, e sotto un altro punto di vista la stessa Marinetta, ma le Testette non c’erano, e Marinetta, in vetrina sull’inginocchiatoio di damasco, s’infilava i guanti bianchi; a rigore, se l’avesse domandato, gliel’avrebbero detto tutti quelli che si trovavano in chiesa, cominciando da Pellegra, e sulla provenienza della veste elegante, degli orecchini e del braccialetto non avevano piú niente da imparare. Sebbene non si suonasse l’organo, se la Bricicca non avesse avuto le orecchie foderate di ghisa, la musica l’avrebbe sentita egualmente, da qualunque parte si fosse voltata, piena orchestra su tutti i toni e su tutte le arie.

Lui pure sui cuscini dell’inginocchiatoio, che non sapeva come starci, Pollino si arricciava i baffi guardando di qua e di là, fingendo d’essere distratto per paura di sembrare troppo religioso, e ci fu un momento che i suoi occhi essendosi incontrati con quelli della Rapallina, rimase distratto per davvero e colla candela accesa che teneva nella mano sinistra diede fuoco al pezzotto di Marinetta. Un lampo e nient’altro, ché della gente per precipitarsi in un attimo a spegnere la fiamma non ne mancava, anzi il movimento successe cosí presto che ci fu pochissimo subbuglio e l’ultima ad accorgersi del pericolo fu la stessa Marinetta. Con questi pezzotti di velo, cosí sottili come si usano a Genova, svolazzanti sulle spalle, se non si sta attenti a tener dritta la candela invece di guardare i begli occhi delle Rapalline, ch’era una marcia vergogna, si corrono dei brutti rischi, e il Gabitto, almeno per rispetto umano, almeno per quel giorno che si trovava davanti al prete, un po’ di giudizio avrebbe dovuto mostrarlo! – Pellegra pensò subito ai numeri del seminario che doveva giuocare: 71 e 63.

Finita la messa, buttata giú alla svelta proprio per obbligo, senza uno straccio di discorso, gli sposi uscirono a braccetto in mezzo a due righe di popolo, lei col suo pezzotto completamente bruciato e il tulle a sbuffi del colletto bruciato per metà, pallida, con una faccia che non era quella né della salute né della contentezza, lui indifferente, tirando fuori la paglia da un sigaro virginia. Tant’è, l’aria della sposa non contentava nessuno; vedendola passare, la gente non capiva dove lei avesse preso tutto in una volta quella cera che non era mai stata la sua e quegli occhi spiritati: cominciava presto a pentirsi, il marito poteva stare allegro, quantunque in fondo non si mostrasse troppo tenero neppur lui, e la Bardiglia e sua figlia la Linda lo cantavano piano e forte senza rispetto al luogo sacro: il tempo delle tenerezze tanto l’uno come l’altra l’avevano fatto passare, condito in tutte le salse.

Sulla piazza, poche congratulazioni e poche ciarle volendo far tappa in un caffè per mettersi qualche cosa di caldo nello stomaco, non c’era tempo da perdere se si teneva a partire per Busalla col diretto. Questa gita a Busalla l’aveva ideata il signor Costante: le solite scampagnate degli sposalizi in cinque o sei landò a Nervi o a Sestri, erano scampagnate per modo di dire, costavano un subisso di denaro, sempre in vista del mare, nella polvere della strada battuta, e la vera campagna non si sapeva cosa fosse; a Busalla invece ci si andava sul treno, si spendeva la metà della metà viaggiando in seconda classe come tutte le persone che si rispettano, e arrivati, non solo si respirava una bella boccata d’aria sana pigliandosi una vista delle colline e del fiume Scrivia, ma si poteva contare d’essere quasi in Piemonte.

Tanto è vero che si era quasi in Piemonte, che pareva d’esserci del tutto, e sotto le gallerie faceva già un freddo diabolico. Gli uomini non lo sentivano o per lo meno pretendevano di non sentirlo, ma le donne, non parlando di Marinetta che a portarsi scialli e casacche per coprire il suo vestito da sposa non ci aveva pensato di sicuro, la Bricicca, la Rapallina, la sorella del Gabitto, gelavano vive e non finivano piú di prendersela col signor Costante: non l’aveva letto il lunario? non lo sapeva d’essere in novembre e che in novembre non è stagione da cacciarsi sui monti? Per esse poco male, il peggio era per Marinetta, vestita come d’estate: tremava e aveva la faccia colore della cenere e le labbra pavonazze; a tirarle una parola dalla bocca ci volevano le tanaglie. Secondo la sua eterna abitudine, a tutte le domande rispondeva di non aver niente, eppure si capiva che non stava bene, e la Rapallina avrebbe scommesso volentieri uno scudo che piú del freddo in ferrovia era lo spavento della mattina, quando in chiesa si era vista avviluppata dalle fiamme, la causa principale di quel malessere; sulle prime pareva che non se ne fosse quasi nemmeno accorta, che tutto fosse finito subito senz’altro danno all’infuori del pezzotto, ma per quanto si sia fatto presto a spegnerlo, il fuoco aveva avuto tempo di vederselo addosso e di sentirlo, ché la frangetta dei capelli sulla fronte l’aveva bruciata, e pretendere che sia rimasta impassibile e il sangue non le abbia dato un tuffo, era pretendere troppo.

Il piú bello è che usciti dalla galleria lunga dei Giovi, trovarono la neve che veniva giú allegramente come Dio la mandava. Questa non se l’aspettavano. A Busalla, appena scesi, dovettero rifugiarsi nella sala dei bagagli, ché con quel velluto per terra e quei fiocchi sbattuti dalla tramontana, non era il caso di portare in giro pel paese gli stivalini inverniciati e le sete leggiere; il capo-stazione diede a Marinetta, che se lo mettesse sulle spalle, il suo cappotto da inverno, una montagna col pelo cosí lungo, che le sembrò un ricovero piovuto dal cielo. Erano queste le delizie di Busalla? Il signor Costante si faceva in quattro per scusarsi: non era profeta né figlio di profeta; a Genova, prima di partire, un tempo grigio, ma non troppo fresco, non troppo caldo; poteva indovinarla la neve al di là dei monti, nel mese di novembre che fino a nuovo ordine era sempre stato un mese d’autunno? Ebbene, ecco una novità, un divertimento fuori del programma: volevano avere un’idea della Svizzera? tale quale: montagne e neve, neve e montagne; tornata a Genova, la sposa poteva giurare in coscienza d’aver fatto il suo bravo viaggio di nozze fino in Svizzera!

Mentre la comitiva batteva le bullette sotto la tettoia, ecco arrivare col treno d’Alessandria l’avvocato Raibetta, armato del fucile da caccia e la carniera in tracolla. Da qualche mezza paroletta del signor Costante, l’aspettavano e non l’aspettavano, ossia, sapendo che possedeva a Busalla una casetta di campagna, Marinetta aveva subito capito ch’era stato lui a suggerire la scelta del luogo, e se essa sperava di vederselo capitare e il Costante rideva nel barbone colla sua aria furbesca, la Bricicca, che ne aveva soggezione, non si sarebbe niente disperata se fosse rimasto a casa, mentre Pollino Gabitto e la Rapallina non volevano concedere a nessun patto che un signore come lui, negli affari fino agli occhi, avrebbe avuto tanta degnazione d’incomodarsi. Invece, eccolo saltar giú, ilare e trionfante: tornava dalla Corte d’Appello di Casale, e profittando della neve per fermarsi due giorni nella sua bicocca a caccia d’uccelletti, era troppo felice d’offrire alla sposa i suoi auguri e passare insieme la giornata, se essa glielo permetteva.

Figurarsi se essa non glielo permetteva; solamente, l’avvocato Raibetta non riusciva a darsi pace di vederla cosí avvilita, presa dal freddo, con tutta la montagna del capostazione sulle spalle. Si mise a darle la berta: mezz’ora prima era gelato un asino carico di polenta calda! Fuori burla, una fatalità essersi intoppati il giorno delle nozze in quel tempo da lupi, ma non l’aveva mai vista la signora Bianchina? lui, cacciatore, dentro la neve ci sgambettava come un grillo nell’erba; questione d’abituarsi; non potendolo cambiare il tempo, o manipolarlo a piacimento, la meglio cosa era d’accettarlo con disinvoltura, senonché l’avvocato non tardò molto ad accorgersi che per Marinetta non era questione d’abituarsi al freddo o di disinvoltura, e bisognava levarla subito di lí se a lui e agli altri premeva che non si buscasse un malanno serio: tremava sempre piú, sempre piú colore della cenere, battendo i denti insieme come se fossero stati martelletti. Non c’era altro da fare che metterla in carrozza, la prima che si trovava, e se non si trovava, fare attaccare apposta, e portarla di corsa davanti a un buon fuoco, nella locanda del Cavallo rosso.

E una bella fiammata in una stanza chiusa e un uovo sbattuto nel marsala furono pel momento la medicina migliore. Sul principio si era parlato di mandare a chiamare il medico, poi, per fortuna, le cose essendosi messe bene e piú presto di quello che si credeva, invece del medico si pensò a chiamare il cuoco della locanda, ch’era un personaggio piú allegro e piú importante, ma su questo capitolo del pasto il signor Costante si era già preso lui carta bianca da una settimana. Nell’aspettativa, Pollino, suo cognato il fuochista e due barabba, amici e conoscenti di Pollino, che non si sapeva da dove fossero usciti e chi li avesse invitati, non erano gente da chiudersi in una stanza a contare le mattonelle del lastrico, se la diedero a gambe per la campagna, rotolandosi nella neve peggio dei ragazzi, facendo battaglia, e andando a finire in un’osteria, dove tra il giuoco delle carte e i litri di vino, insieme a certe altre nuove schiume della medesima risma, ci volle la lanterna per poterli pescare. In quanto alle donne, dire d’esser venute a Busalla senza aver messo il naso fuori per paura della neve, secondo il signor Costante sarebbe un farsi tirare nella schiena tutti i limoni spremuti della Pece Greca: la palazzina dell’avvocato, sopra una montagnola al di là del ponte, bisognava visitarla, solo per vedere le pitture e gli uccelli imbalsamati, che ce n’era piú d’un migliaio in vetrina, di tutti i colori e di tutte le specie. Cosí anche la Bricicca e le altre si adattarono a uscire, sebbene ne avessero poca voglia, e il Costante si prese l’incarico di fare gli onori di casa. Si capisce che per prudenza Marinetta rimase in locanda e l’avvocato si fermò a tenerle compagnia.

Seduta al caldo in una bella poltrona elastica, larga e imbottita, cosa gli abbia detto al suo angelo custode e l’angelo custode cosa le abbia detto a lei, è difficile saperlo, perché nessuno era presente. Attraverso i vetri della finestra di faccia avranno guardato insieme il presepio, le montagne alte in lontananza e le collinette piú vicine tutte bianche, seminate d’alberi intirizziti e ai piedi il fiume Scrivia, grigio come la poca fetta di cielo che si vedeva, oppure dall’altra finestra, a mano dritta, il gruppo delle case cogli abbaini neri sul bianco dei tetti, le palazzine isolate dei villeggianti, verdi, gialle, rosse, nella bambagia perché non si guastassero, e il campanile della chiesa che in mancanza di divoti da chiamare, non aveva da far altro che la guardia ai fumaioli, tutti col berrettino da notte. Probabilmente, dopo aver guardato un pezzo quel quadretto della malinconia e della solitudine, si saranno stancati, Marinetta non avrà potuto tenersi dal raccontare il pericolo in cui si era trovata di bruciar viva e quella specie di male che aveva addosso senza saper dire che male fosse, una grande stanchezza nelle gambe e nelle reni, la testa balorda; avrà anche fatto all’avvocato le sue piccole confidenze, che oltre essere un buon amico, con lui i segreti erano inutili, e cosí tra un discorso e l’altro passando il tempo, tornate a casa le donne, tirati fuori gli uomini dal loro buco, sarà venuta l’ora di pranzo.

Ma, purtroppo, al pranzo la sposa fece poco onore; si vedeva chiaro che non stava ancora bene: dopo i primi bocconi non mangiò piú nulla, malgrado le suppliche e le preghiere, appena appena inghiottí qualche sorso d’un vino di Spagna, accendendosi come una bragia e poi tornando piú pallida di prima, rispondendo sí e no, nient’altro, quando si degnava di rispondere. Un mortorio! e sarebbe stato peggio se neppure gli altri avessero avuto appetito, ché si trattava d’un pranzo veramente di nozze, ordinato dal Costante per conto dell’avvocato Raibetta, con vini imbottigliati e pietanze d’ogni qualità, servito secondo tutte le regole; ma gli altri stavano benone, e se non c’era altra allegria, almeno si sentiva quella dei piatti e delle forchette e la voce del signor Costante. Fino al dolce, Marinetta era riuscita a farsi forza, aggrappandosi agli specchi per resistere, combattendo il male con quella volontà di ferro ch’era una delle sue specialità, poi all’ultimo dovette arrendersi buttò via il tovagliuolo quasi con smania, si alzò, e mentre faceva per incamminarsi nell’altra stanza, subito seguita dalla Rapallina, le traballarono le gambe e cadde in terra svenuta.

Successe quello che succede sempre in questi casi, i soliti strilli delle donne, la solita confusione del primo momento, il pranzo interrotto, acqua di camomilla e di fior d’arancio, piagnistei da una parte, consigli e buone parole dall’altra, la chiamata del medico e il resto dietro. Gli uomini, quasi subito si misero di nuovo a tavola, ma per farla corta, successe pure che venuta l’ora della partenza, Marinetta si divincolava sotto le lenzuola, assistita da sua madre e dalla Rapallina, e piú tardi, nella notte, le toccava una di quelle disgrazie che sogliono capitare alle donne in seguito a uno spavento o a un colpo improvviso qualunque.

Inutile cercare il pelo nell’uovo, voler sapere il come, il dove, il quando, chi era stato e chi non era stato; inutile questionare se il malanno era venuto per lo spavento del fuoco o per certi ingredienti suggeriti da qualche anima pia, tirarsi forte i capelli come faceva la Bricicca, e per coronar l’opera, salir sul pulpito; bisognava farle prima le prediche; bisognava, ché a quei chiari di luna invece di convertire facevano peggio! L’importante, piuttosto, era d’accomodare il guasto senza scandali e senza pubblicità, e se Marinetta ebbe una fortuna vera, fu quella di trovarsi nelle braccia della Rapallina, donna pratica di queste cose meglio d’un chirurgo, attiva, svelta, e quando occorreva, la prudenza personificata. Basta dire che Pollino Gabitto, lo stesso Pollino Gabitto ch’era il marito e in fin dei conti le sue prodezze non poteva averle dimenticate, ancora adesso giura che tutto il male di sua moglie fu una febbre gastrica, prodotta dallo strapazzo dei preparativi pel matrimonio e dal freddo in ferrovia.

XXIX

Dieci o dodici giorni dopo, la Bricicca tornò nella Pece Greca: non le capitavano che a lei certe zizzole! Pellegra aveva un bel dirle che era piú grassa e piú fresca di prima e dalla malattia di sua figlia ci aveva guadagnato di starsene quasi due settimane in villeggiatura; una villeggiatura poco allegra: in casa, il fastidio di Marinetta inferma, fuori, la neve a mezza gamba. Si era mai visto uno sposalizio terminare coll’arrivo del medico, tra gli empiastri e i fomenti caldi? Poteva andar peggio, la febbre gastrica aveva fatto benissimo il suo corso, ma non capitavano che a lei questi regali, e per giunta, appena tornata, l’intimazione del procuratore del re di entrare in un’altra villeggiatura, quella di Sant’Andrea! Ecco il biglietto con tanto di bollo: non aveva da far altro che presentarsi per essere ricevuta a braccia aperte.

Almeno il tempo di vedere Angela ancora una volta! Piú di due gambe la Bricicca non possedeva, non era neppure Sant’Antonio per essere qui e là: se aveva da stare con una figlia, non poteva stare coll’altra, naturale, e se il Padre eterno si era preso il gusto di crocifiggerle in letto tutte due, una a Genova, l’altra a Busalla, le signore della Pece Greca che blateravano tanto, avrebbero preteso che tre o quattro volte al giorno fosse andata e venuta per telegrafo? Con Marinetta c’era suo marito, questo è vero, c’era pure la Rapallina, verissimo; ma il Gabitto aveva altre idee, andava a caccia tutto il giorno e la notte voleva dormire, e la Rapallina, parliamoci schiettamente, abituata ai suoi comodi, le notti non le voleva perdere nemmeno lei.

Marciando insieme verso l’ospedale di Pammatone, Pellegra, con quell’aria sardonica che aveva inalberato da qualche tempo, domandò alla Bricicca notizie dell’avvocato Raibetta, e la Bricicca gliene diede un sacco: lasciamo stare il pranzo di nozze, che senza dir niente a nessuno aveva voluto pagarlo lui e aveva fatto le cose da principe, una persona piú compita era impossibile trovarla, piú alla mano e piú caritatevole: nel suo scagno un orso, guai doverlo trattare, fuori di scagno il re dei signori e dei galantuomini; un’assistenza a Marinetta come non avrebbe saputo fargliela la piú brava monaca della Carità; il mercoledí mattina pei suoi affari era partito per Genova, ma la domenica era tornato, portando bottiglie di vino, amaretti, biscotti, tutta roba sopraffina presa da Romanengo, e assolutamente per levarla dalla locanda, aveva voluto installare Marinetta nella sua palazzina. Aveva torto Pellegra di masticare e ridere sotto i baffi; già, perché non era stata invitata, piuttosto di non criticare si sarebbe fatta rompere in tanti pezzetti! colpa del signor Costante se non l’avevano invitata; ma tornando sul discorso, l’avvocato Raibetta, quello che faceva lo faceva per puro buon cuore, e lei, Bricicca, era in grado di saperlo, anzi, se avesse potuto dir tutto…

Ne aveva una voglia matta di dir tutto, non tanto perché sentisse ancora il rincrescimento della disgrazia toccata a sua figlia, quanto pel bisogno di sfogarsi contro il destino, ché una donna come lei da questi dolori guariva a vista d’occhio, e senza farsi troppo pregare s’era già messa sulla strada, quando nel vestibolo dell’ospedale, ai piedi dello scalone, s’incontrò colle Testette che uscivano. Da dove venissero le importava poco saperlo, da qualche nuovo maneggio probabilmente, e toccando Pellegra nel gomito fece per voltarsi dall’altra parte, ma esse, passando, avevano un’aria così compunta e contrita, le dissero “buon giorno” con una voce così umile e addolorata, dopo essere state lí un momento per fermarla, che pigliata all’improvviso, rispose “buon giorno” sul punto di fermarsi anche lei. Un minuto secondo appena: le Testette erano già filate via, e la Bricicca, nel salire lo scalone con un pacco di dolci in mano salvati dal pranzo di Busalla apposta per Angela, non si capacitava d’aver risposto al saluto di quelle due sgualdrine dopo il tiro scellerato che esse avevano fatto a sua figlia, e si affannava a persuadere Pellegra che quel “buon giorno” cosí strisciato non era altro da parte loro che una canzonatura di piú; a momenti, le veniva il grillo di tornare indietro, arrivarle e prenderle a schiaffi nel mezzo della strada perché imparassero l’educazione!

Siccome era molto concitata e Pellegra faceva finta d’esserlo piú di lei, entrate nella corsia di Sant’Anna, che è una di quelle destinate alle donne, andavano, andavano discorrendo senza guardare, e solo quando furono in fondo, di fronte all’altare, si accorsero d’esser passate davanti al letto d’Angela e non averla veduta, un poco per la loro distrazione, un poco perché essendo giorno di visita, c’era gran transito su e giú di persone. Tornarono verso la porta passando in rivista letto per letto, squadrando a una per una ogni inferma, e Angela, a meno che non si fosse nascosta sotto un pagliericcio elastico, in quella corsia non si trovava; certamente il medico capo o la Madre Superiora l’avevano cambiata di posto, e alla prima monaca che poté fermare, la Bricicca domandò per finezza la sala e il numero d’Angela Carbone.

Angela Carbone stava meglio di noi! Angela di nome e di fatto, il Signore benedetto l’aveva voluta con sé da quattro giorni. Non ne sapevano niente? una morte da santa: era spirata nelle braccia della Madre Superiora e delle sorelle Tribuno, assistita dal confessore, sempre in sensi fino all’ultimo momento. La monaca non sapeva altro. Quando capí che parlava colla madre d’Angela Carbone, e se ne accorse subito, ché le convulsioni e i pianti della Bricicca a quella notizia improvvisa non si possono né dire né scrivere e misero in sollevazione tutta la corsia, si pentí d’averle dato la coltellata lí in pubblico e senza preamboli; ma lo sproposito era fatto, l’unico espediente era di consolarla usando tutte le buone parole che la carità le ispirava, e condurla dalla Superiora.

La Superiora, nel vedersi davanti quella povera donna fuori di sé, stravolta, in lagrime che sembrava la fontana del Ponte Reale, col suo pacco di dolci ancora nelle mani, non ebbe il coraggio di farle la romanzina che aveva sullo stomaco; si contentò di compatirla e sollevarle gli spiriti parlandole della morta, che a quell’ora pregava in paradiso per tutti i suoi, e prima di spirare placidamente com’era spirata, non aveva che un solo dolore in cuore, di dover chiudere gli occhi per sempre senza aver piú visto sua madre da tanto tempo! le sorelle Tribuno potevano testimoniarlo. In agonia, le mancava la forza di reggere il crocifisso e bisognava che lo lasciasse abbattere sul lenzuolo, tale quale come nella preghiera della buona morte che dice: quando le mie mani tremole e intorpidite non potranno piú stringervi… eccetera, ebbene, in agonia trovava ancora la forza e la voce, aprendo a stento gli occhi, per domandare al frate che le raccomandava l’anima, se sua madre era venuta.

No, non era venuta sua madre, sua madre l’aveva lasciata morire scordandosi di lei, mangiando e bevendo, sua madre era una scellerata! E la Bricicca scappò via coi pugni nella testa, scappò via di corsa, ché alla presenza della Madre Superiora non si sentiva piú di starci pel rimorso e per la vergogna. A quattro a quattro, senza neppure vederli, saltò i gradini della scaletta particolare delle monache e della scala grande, traversò come una freccia un gruppo di medici che fumavano nel vestibolo. Arrivata in piazza, s’incamminò verso via Giulia, ma Pellegra fece bene a correrle dietro e cacciarla presto in un portico perché si calmasse, altrimenti coi suoi gesti da matta e i suoi discorsi insensati avrebbe radunato tutto il sestiere di Portoria.

Non voleva calmarsi, era una scellerata e non si meritava che il castigo! A casa non ci tornava piú e nella Pece Greca nemmeno, il biglietto del procuratore del re l’aveva in saccoccia, non voleva altro che andarsene in Sant’Andrea a piangere e scontare i suoi peccati. Avevano fatto un’opera santa a condannarla; in Sant’Andrea, in prigione per tutto il resto di sua vita! Marinetta sapeva guadagnarsi tanto da vivere e buon pro’ le facesse, suo genero un tocco d’impiego l’aveva ottenuto, ma lei di quel pane non voleva mangiarne e al mondo non serviva che a imbarazzare. E non ci fu verso e non ci furono ragioni, senonché, camminando su per Vico dritto Ponticello, sempre con Pellegra al fianco che si sforzava di farla voltare dalla parte di Carignano per allontanarla da Sant’Andrea, a poco a poco si abbonacciò, diventata piú mansueta ma sempre fissa nella sua idea: era inutile, né l’avvocato Raibetta né il signor Costante si erano voluti disturbare per scansarle la prigione, col governo non si combatte, tanto valeva entrare subito, a botta calda, cosí non ci pensava piú.

Sul piano, una donna che vendeva castagne bollite e la conosceva da antico, le domandò se aveva perso il portamonete per correre cosí in fretta; rispose che il portamonete l’aveva trovato e andava a comprarsi un palazzo. Ma quando si vide davanti il cancello chiuso delle carceri, con Pellegra che la tirava per un braccio e seguitava a ragionarla, fu sul punto di cedere: si attaccò forte alle sbarre come alle tavole del suo salvamento. Una guardia aperse; la Bricicca mostrò il biglietto, consegnò a Pellegra la chiave di casa e i dolci portati da Busalla, non volle sentir altro, non si voltò nemmeno, e fece la sua entrata con un coraggio da leone.

Adesso che è uscita, dice al parroco, al marchese Spinola, e alla signora della Misericordia che dopo tanti patimenti e tante croci, finalmente il Signore le ha toccato il cuore, ma deve averglielo toccato con un ferro freddo, perché quando le mancano diciannove soldi per fare una lira e non trova Marinetta in casa sua, va a cercarla dalla signora Barbara, in via Fieschi.

da: www.liberliber.it