Remigio Zena – L’apostolo

I.

Novembre ’87

Mancava un quarto a mezzanotte. Appena sceso di vettura sotto l’atrio della stazione di Genova e avviato il servitore a spedirgli il bagaglio, nell’andirivieni dei viaggiatori in partenza Marco Cybo si trovò faccia a faccia col senatore Tommaseo.

– Senatore, che buon vento? anche lei sulle mosse?

– Per Roma. Sono arrivato stamattina da Parigi. Anche lei a Roma? bravo, faremo viaggio insieme. – Ha notizie della marchesa?

– Scusi….

– Ha notizie della marchesa?

– Eccellenti: è sempre a Beaumesnil con mia sorella; quest’anno pare che ci si trovino assai bene e non c’è verso che vogliano muoversi; andrò a raggiungerle tra quindici o venti giorni per portarle via. – Ma la prego, senatore, non si stanchi, dia a me quella valigia, senza complimenti.

Barcollante sulle gambe, e in mezzo alla folla che gli si stringeva addosso, impacciato da una parte a svincolare le falde eterne del pastrano, dall’altra un’enorme bisaccia di cuoio storicamente famosa, il senatore Tommaseo complimenti non ne fece o se ebbe l’idea di provarsi li brontolò così brevi da significare piuttosto un’accettazione altrettanto sollecita quanto grata. Giunto in cima allo scalone delle sale d’aspetto, nel mentre Cybo faceva vidimare dall’impiegato una larga tessera verde sulla quale spiccavano in nero due braccia ignude che sostenevano la Croce, ripigliò il discorso:

– Dunque anche lei a Roma: bene, bene. Spero che ci vedremo qualche volta. Sino alla fine del mese non mi muovo; il giorno 16 avremo l’apertura del Parlamento…. poi, più tardi, non so se farò una corsa a Napoli. A che albergo va, lei?

– Perdoni….

– A che albergo va?

– Alla Minerva.

– Si capisce, l’albergo dei ben pensanti. Io, come buzzurro, vado al Milano in piazza di Montecitorio. Qualunque cosa le occorra, sono a sua disposizione; si lasci vedere, oppure mi scriva un biglietto al Senato…. al Senato, dopo le due, mi troverà sempre; ma già, ora che ci penso, ci vedremo in casa Marescalchi e dalla duchessa d’Olevano.

In quel momento, avviandosi verso l’intorno della stazione, passava un gruppo numeroso d’operai tutti in abiti da festa, tutti seri, senza clamori, quasi militarmente; taluni di essi salutarono Marco Cybo togliendosi il cappello con molto rispetto e accompagnando l’atto con un cenno o un gesto di riconoscimento, quasi massonico.

– Non capisco come questa sera ci sia tanta gente che parte – continuò il senatore, preoccupato dall’insolita comitiva di passeggeri – e non capisco che questa gente abbia scelto il treno diretto che non ha terza classe. Purchè ci riesca di trovar posto! Venga con me dal capo-stazione; cercherò d’ottenere per noi due soli uno scompartimento riservato. In genere, favori non ne domando mai di nessuna specie e quando viaggio mi contento del primo posto che capita, ma per una volta tanto, non cadrà il mondo. Venga con me, ci penso io.

E senz’altro, prima di attendere la risposta, si incamminò nel laberinto alla ricerca del capo-stazione, secondo il suo solito traballando, tutto sconquassato, sulla punta dei piedi. Il treno diretto d’Alessandria per Roma era in ritardo, ritardo notevole, e del tempo ne avanzava fin troppo.

Un po’ a cagione dei denti disertori o latitanti, assai più per l’abitudine settantenaria di masticare le frasi come pastiglie di gomma non senza l’accompagnamento d’un perpetuo gargarismo cavernoso, il senatore Tommaseo chiacchierava per proprio uso o consumo e tirava avanti un pezzo, il più delle volte colla soddisfazione di non essere capito; se rivolgeva una domanda, era cosa passata in giudicato, novantanove su cento, che bisognava rassegnarsi a comparir sordi e con mille scuse pregarlo di ripeterla. Fu dunque soltanto dopo essergli trottato su e già sotto la tettoia cinque minuti buoni, lui o la bisaccia, urtando, attraversando, scavalcando, che Marco comprese la ragione di quella corsa, e fu soltanto dopo la concessione dello scompartimento riservato, che finalmente potè scusarsi: era proprio spiacentissimo di non godere della compagnia del senatore, durante il viaggio; sarebbe stata per lui una vera fortuna approfittare dell’offerta, ma essendo pellegrino doveva rimanere coi pellegrini….

Il senatore lo guardò fisso, trasecolato.

….doveva rimanere coi pellegrini per solidarietà, prima di tutto, e d’altra parte coi suoi colleghi del Comitato regionale aveva ancora un mondo di provvedimenti sulle braccia, tante minuzie dell’ultim’ora, alle quali per mancanza di tempo si erano ridotti a dover pensare strada facendo in ferrovia, perchè tutto a Roma andasse appuntino e non nascessero inconvenienti.

Questo disse in tono semplice e naturale, certo senza arrossire e senza mendicare pretesti suggeriti da un goffo rispetto umano, ma neppure assumendo aria d’importanza o di bravata. Aveva le sue idee, militava sotto quella tale bandiera, e militava volontariamente, con zelo e impeto giovanile, più coll’opera che colla parola, non per ambizione nè per interesse nè per sfidare chi avesse avuto l’ardimento di non pensarla come lui.

Coteste idee il senatore Tommaseo le conosceva benissimo come conosceva il suo uomo, e non si era mai sognato di combatterle perchè in fondo, sotto una vernice di liberalismo spregiudicato, erano pure le sue, e ad ogni modo sarebbe stato lo stesso che voler rovesciare colla scopa una torre di ferro.

Pellegrinaggio!? e pellegrinaggio sia; ecco i suoi piani scombussolati: amen; dal momento che c’erano delle ragioni, diremo così, d’ordine e d’obbedienza, non aveva il coraggio d’insistere, ma, parola d’onore, questa di dover rinunciare alla buona compagnia d’un amico, questa non se l’aspettava.

– Perde poco – si scusò Marco Cybo, liberandosi della bisaccia e con grande tenerezza posandola sopra un divano del buffet dove avevano finito per rifugiarsi – perde assai poco, se pure non ci guadagna, poichè, dicono i miei amici che oramai io non so più parlare che di confraternite e di giubilei.

– Ragione di più: anche questo è un discorso istruttivo e avrebbe illuminato la mia ignoranza circa molti punti essenziali, che purtroppo nessuno si diede mai la pena di spiegarmi. – Del resto, vedrà certamente il Papa?

– …?

– Dico che a Roma vedrà certamente il Papa.

– Senza dubbio, e forse più d’una volta; andiamo apposta per questo.

– Si capisce: non ci sarebbe mezzo di farmi entrare con lei di straforo, insieme agli altri, camuffato da pellegrino? già lei, come uno dei promotori, avrà carta bianca, libera entrata in Vaticano di giorno o di notte, a tutte le ore…. – Prende con me qualche cosa? una tazza di caffè? – Pellegrinaggio numeroso, mi figuro; non per nulla siamo alla vigilia del Giubileo sacerdotale.

– Abbastanza numeroso, non possiamo lagnarci, però non tanto come si sperava e come sarebbe stato se ci fosse riuscito d’organizzarlo prima d’ora. Il primo gennaio avremo in San Pietro la messa giubilare, poi il giorno dall’Epifania sarà inaugurata l’Esposizione vaticana dei doni, ma in questa ricorrenza i grandi pellegrinaggi da tutte le parti del mondo dovranno durare tutto l’anno venturo e per la primavera si vedrà anche noi di farci onore. Questa volta, a titolo d’esperimento, non si volle uscire dalla cerchia operaia.

– Tutti operai?

– Più o meno…. tutti; intendiamoci, operai e contadini. L’udienza generale in Vaticano è fissata per lunedì o martedì, ancora non lo sappiamo bene, ma questo posso dirlo senza vanità di campanile noi della Liguria saremo i più numerosi, chè tra lombardi e piemontesi, per un cumulo di circostanze impreviste e massime pel lavorio delle sètte, i comitati stentarono a raggranellare poche dozzine.

– Senza vanità di campanile, benissimo! E dica un po’: saranno della comitiva i Grandi Orienti: Maurizio Bouvier, Agostino Torre…. ossia, il conte Della Torre, Marcenaro, l’avvocato Visdomini….

– Visdomini è già a Roma ad aspettarci da qualche giorno e a disporre sul luogo gli ultimi provvedimenti, Bouvier per ora non si muove da Genova, occupatissimo con Rodolfo Spinola nell’osposizione in Santa Marta dei doni che la Liguria offre al Papa e che a suo tempo dovranno figurare in un riparto della mostra vaticana….

– Se potremo vederla!

– ….Marcenaro ha la direzione del Quotidiano e la sua fabbrica di frutti canditi che lo trattengono. Del resto, sì: Torre, Cantabruna, De Michelis…. i soliti, insomma, che lei conosce almeno di nome. – Ed ora, mi permetta d’augurarle buon viaggio….

– Mi parli di Carbonara: Paolino Carbonara; credo d’aver intravisto poco fa da lontano la sua barba in mezzo alla folla, nell’atrio della stazione; sarebbe anche lui del pellegrinaggio?

– Sicuro. Perchè ride?

– Mi hanno detto – non so più chi me l’abbia detto, forse a Vichy la marchesa Orietta Doria – che Sua Santità l’ha scelto ultimamente nel mazzo, proprio lui, per nominarlo cameriere segreto di cappa e spada. Possibile?

– Viene a Roma con noi apposta per entrare in funzioni e assumere la prima volta servizio il giorno dell’udienza.

– Lo tengano d’occhio, mi raccomando, chè le fiamme della sua barba non abbiano da incendiare il Vaticano. Fuori burla, lei conosce Carbonara come lo conosco io: il Papa ha voluto ricompensare i suoi meriti e faccio riverenza; sfido! la più bella barba del mondo cattolico bisognava premiarla! ma se gliela radono, la barba, cosa gli rimane, a quest’uomo?

– Infatti deve avere anche lui qualche sospetto ed è per questo che ci tiene e non c’è pericolo che se la lasci radere finchè vive. – Senatore, io scappo: le auguro buon viaggio; ci vedremo a Roma.

– Venga a trovarmi al Senato e domandi a Sua Beatitudine una benedizione speciale pure per me.

Rimasto solo, il senatore Tommaseo si guardò intorno per vedere se c’era gente di conoscenza: nessuno; due preti francesi, una signora o una signorina, tutta sola, che aveva finito di cenare e stava rimettendosi i guanti con molta calma, un ufficiale di fanteria, l’arca di Noè di un povero impiegato traslocato chi sa dove nell’Italia meridionale, altre poche figure ignote ed insipide. Per esempio, quella signora o signorina che fosse – signorina certo, e di quelle che viaggiando sole non hanno paura d’essere rubate come un sacco da notte – stuzzicava la sua curiosità; non era più stoffa da avventure galanti il senatore, per lui non solo i vespri erano suonati ma anche le compiete, pure, certe gonnelle capricciose avevano ancora potenza di farlo voltare per la strada, così balenante com’era sulle gambe, e quella figurina smilza e sottile, nascosto il viso sotto il mistero d’un velo impenetrabile o quasi, avviluppata in un’ampia mantellina con cappuccio, color di foglia autunnale, non lo lasciava tranquillo; curiosità e nient’altro, nessuna tentazione, nessun pericolo prossimo o remoto, Dio guardi, ma a buon conto uscì dal buffet. Lungo il marciapiede interno sotto la tettoia, mischiati coi pellegrini, correndo avanti e indietro nel chiarore bianco della luce elettrica, i viaggiatori erano quasi tutti fuori ad aspettare il treno, ma guarda di qua, guarda di là, a destra, a sinistra, fra tanti neppur uno che almeno da lontano somigliasse all’ombra d’un amico o d’una persona qualunque che gli fosse capitato di vedere una volta in vita sua dopo averla data a balia. Cosa ne faceva ora del suo scompartimento riservato il senatore, se non poteva farsene un merito e offrirlo a due sposi, per esempio, oppure a una signora, oppure a una famiglia d’amici? era uomo, lui, da permettersi di queste delicatezze, approfittando a suo benefizio esclusivo d’un favore che in linea di diritto non gli spettava? Aveva delle relazioni dappertutto, in Italia e fuori d’Italia, nelle case dei Bianchi e nelle case dei Neri, dappertutto lo tempestavano di cortesie, il meno che potesse fare era di contraccambiarle, valendosi a tempo e luogo del suo grado, chè non per nulla il governo gliel’aveva conferito e lui l’aveva accettato con riconoscenza, ma quando l’occasione sfumava, preferiva restare nell’ombra insieme agli altri mortali che pagano il loro bravo biglietto e non tirare in ballo nè titoli nè dignità, e il godimento dei privilegi lasciarlo a chi aveva meno scrupoli di lui e meno discrezione.

Il treno! ecco il treno d’Alessandria che arrivava. Era tempo: ventinove minuti precisi di ritardo. Impossibile che da Milano o da Torino non portasse qualche conoscente, se non altro, del mondo politico. Scesero infatti, di passaggio per Roma, alcuni deputati matricolini, un illustre onorevole della scuola classica, uno di quelli che a Montecitorio da parecchie legislature comandava al sole e alla pioggia e all’arcobaleno, e salutarono il loro collega di palazzo Madama, fermandosi a scambiare quattro chiacchiere; scese un direttore o ispettore generale di qualche cosa in qualche Ministero, e anche lui tanti complimenti cerimoniosi, ma tutti avevano saputo premunirsi in tempo e si trovavano troppo bene installati nei loro nidi per ridursi ad accettare da altri l’elemosina d’un posticino. Il meglio dunque era di mettersi il cuore in pace, e poichè lo scompartimento era pronto col suo cartellino appeso alla maniglia, che incuteva ai poveri Pantaloni un sacro rispetto, accomodarcisi dentro senza tanti discorsi.

Aveva appena finito il senatore Tommaseo i suoi preparativi per la nottata sulle ruote, chiusi i vetri ermeticamente, steso il velabro sulla coppa affumicata della fiammella agonizzante fin dalla nascita, e acceso un sigaro aspettava seduto nel primo angolo a sinistra il segnale della partenza, avviluppate le ginocchia in uno scialle scozzese suo compagno indivisibile pure nel mese di luglio, quando all’improvviso lo sportello si aperse e nello stretto corridoio tra i due divani un facchino non si peritò d’introdurre lesto lesto qualche cosa di voluminoso che somigliava alla valigia delle Indie, e come non bastasse, posargliela anche sui calli.

Oh corpo di Bacco! questa ora nuova; non contava più niente il suo scompartimento riservato? Via, via dai piedi quel negozio, subito! Riservato! non aveva letto il facchino che fuori c’era scritto: riservato?

Che cos’abbia risposto il diavolaccio per giustificarsi non c’importa saperlo, ma dietro a lui che stava ritto sul predellino occupando l’apertura dello sportello, una fresca voce femminile protestò colla più deliziosa intonazione d’impazienza:

– Pardon, monsieur; d’un bout à l’autre du train il n’y a plus de place, il faut bien que je m’arrange quelque part, n’importe où!

Anima bella, n’importe où: questo si chiamava parlar chiaro. Tommaseo tirò in fretta due boccate di fumo denso e spesso, gittò via il sigaro, si sbarazzò della coperta: la signora che potesse dire di avergli chiesto ospitalità e di non averla ottenuta, aveva ancora da nascere! Senonchè quella maledetta valigia gli impediva d’alzarsi in piedi, quel paravento d’uomo, che non sapeva a chi obbedire e non andava nè su nè giù, pareva che fosse pagato per togliergli la vista della postulante.

– Partenza! Spezia, Pisa, Civitavecchia, Roma, Napoli, partenza! – bandivano le guardie percorrendo tutta la lunghezza del treno, e già cominciavano a chiudere gli sportelli.

– Dépêchez-vous donc! – fatta più dispettosa, insistette dal basso la voce femminile contro la inerzia del facchino – est-ce que vous allez à Rome à ma place, peut-être?

Senz’altro indugiare, il facchino si arrischiò, sollevò la valigia per collocarla a posto sulla reticella, e fu allora che agli occhi lustri del senatore la mantellina color di foglia autunnale apparve per la seconda volta, e questa volta proprio essa in attitudine risoluta di accingersi a tenergli compagnia per l’intera durata del viaggio. Momento critico: la soddisfazione di ritrovarsela davanti dopo averci almanaccato sopra due minuti e le grottesche velleità d’un’estate di San Martino si bilanciavano dentro di lui collo scrupolo reale dei suoi sessant’anni, che potevano magari essere settanta, o colla tremarella d’una sorpresa in flagrante contrabbando, perchè certe mantelline esotiche, quando viaggiano sole con tanta disinvoltura, si indovina a occhio e croce quale merce nascondono, ma dopo tutto, era andato lui a pescarla? Dio provvederà: tirarsi indietro, no; fingere di dormire e non svegliarsi che a Roma, senza aver fatto almeno gli onori di casa, lui che era il padrone; la sua cavalleria non glielo consentiva; dunque, porgere bravamente la mano alla forestiera per aiutarla a salire e in via provvisoria annaspare quattro interiezioni di complimento buone per tutte le lingue, snaturando un fervorino francese, stile Pompadour, che era il suo forte.

Impermalita per non essere stata ricevuta colle fiaccole in mezzo a due file d’alabardieri, oppure quella notte le giuocassero i nervi un brutto tiro, l’incognita, entrata addirittura come padrona in casa sua, non rispose che un merci freddo freddo alla premurosa accoglienza del senatore. Niuna meraviglia; però si vedeva di primo acchito la persona di mondo, svelta, elegantissima, abituata a viaggiare, solo dal modo con cui disponeva in ordine l’arsenale delle sue robe. Giudicandola dall’insieme, così nel chiaroscuro, certo doveva essere un fiore mattutino di giovinezza, ma attraverso quel velo fitto che sembrava una maschera e non c’era apparenza che fosse prossimo a sgombrare, l’occhio aveva bello ingegnarsi, discerneva soltanto un vago pallore senz’ombra di lineamenti. Pensava Tommaseo, ripiombato in aspettativa nel suo angolo: per far più presto, scartiamo subito la modestia: capriccio d’eleganza? artifizio vecchio per nascondere le magagne? ipocrisia di sgualdrina consumata? e a furia di pensarci sopra, l’ultima supposizione, la più cruda, da uomo pratico e pieno d’esperienza, era quella che più lo suffragava.

Intese una voce domandare allo scompartimento vicino:

– Principessa Brancovenu…. sarebbe qui la signora principessa Brancovenu?

Brancovenu!? Un istante dopo apparve allo sportello il berretto rosso gallonato del capo stazione in persona.

– Senatore, scusi se la disturbo: per combinazione, quella signora…. scusi tanto, non vorrei essere indiscreto…. da mezz’ora vado cercando per mare e per terra la principessa Brancovenu.

– C’est moi! – scattò la viaggiatrice voltandosi prontamente e sollevando il velo quasi per farsi riconoscere.

Il berretto rosso gallonato transitò dalla testa nelle mani del funzionario. Tommaseo cascò dalle nuvole: principessa Brancovenu!

Un telegramma da Ventimiglia. Il capo stazione era dolentissimo…. i bagagli della signora principessa….

– Sont encore à Vintimille, n’est-ce pas? je m’en doutais. Et bien?

La dogana li aveva trattenuti. Forse nel trasbordo da un treno all’altro, non pensando alle formalità di confine, la signora non si era occupata della visita doganale….

Al suo arrivo a Ventimiglia i bagagli non erano giunti: come poteva occuparsi della visita? Prima di ripartire aveva lasciato il suo indirizzo, da Savona aveva spedito un telegramma… – Bisognava viaggiare in Italia per avere di queste sorprese. – Ed ora? doveva tornare a Ventimiglia? doveva tornar lei indietro per far aprire i bauli in sua presenza? niente da stupirsi.

Uomo di governo e pezzo grosso nelle faccende pubbliche, il senatore intervenne colla sua autorità e consigliò il capo stazione:

– Telegrafi a Ventimiglia di spedire direttamente a Roma i bagagli della principessa. Non si possono sdoganare a Roma? Telegrafi in questo senso, e metta pure il mio nome. Stia tranquillo, metta pure il mio nome, chè rispondo io.

Così sciolta la difficoltà grazie più o meno al suo intervento, poichè anche senza di lui ci si sarebbe arrivati, era rotto il ghiaccio, e Tommaseo ne avrebbe subito approfittato per entrare in conversazione colla sua debitrice, anzi presentarsi in tutta forma d’etichetta, se la reviviscenza d’un antico ricordo non l’avesse per poco assorbito.

Una principessa Brancovenu – non Brancovan che era altra famiglia – Brancovenu, ungherese di nascita, moglie dell’ambasciatore di Rumenia alla Corte austriaca, egli l’aveva conosciuta a Bukarest e poi a Vienna in illo tempore, nel ’67. Era stato appunto il padre di Marco Cybo, il marchese Ademaro, a presentarlo. Gran bella donna, allora, la più bella di tutta la cristianità, da far girar come trottole le teste degli ospodari e degli arciduchi, e se ne dicevano sul suo conto…. e forse non era la malignità sola che metteva in giro certe voci…. – Stupenda donna! bisognava vederla in sella per comprendere cos’è la perfezione, e cavalcava come non cavalcano gli angeli sulle nuvole: al galoppo, cogli occhi bendati, avrebbe traversato il Danubio sopra un filo di ferro. Bisognava vederla ai balli in gran pompa di perle, seta e brillanti, una perfezione…. sotto un altro punto di vista. – Taciturna: questo era il suo difetto palese; troppo taciturna; accoglieva gli omaggi degli spasimanti e dei semplici ammiratori come una statua di marmo l’incenso dei turiboli: impassibile. – Da quell’epoca, ossia da vent’anni, il senatore non l’aveva più vista nè quasi intesa rammentare, non essendo più passato per Vienna tranne nel ’73, quando la meteora era scomparsa dopo la morte del principe e dimenticata da un pezzo. – Ora si trattava di sapere chi fosse quest’altra Brancovenu, piovuta dalla luna: parente di quella? sua nuora o sua figlia piuttosto, chè appena tolto via il velo dalla faccia, come nel guizzo d’un lampo gli era sembrato al senatore di veder l’imagine d’una risuscitata?

Il capo stazione aveva lasciato lo sportello aperto, nessuno era venuto a rinchiuderlo, indizio che la partenza tardava.

– Quelle attente! Qu’en pensez-vous, monsieur? nous allons passer ici toute la nuit, a ce qu’ il parait? – E levatasi con una mossa impagabile di dispetto, la viaggiatrice venne a collocarsi, ritta, dinanzi all’usciolo.

– En effet, je ne sais pas comment… – Guardia…. ehi! guardia, cosa si fa? si parte o non si parte? – Non capisce. – Siete sordo? domando a che giuoco giuochiamo: si parte o non si parte?

Invece della guardia, fedele alle tradizioni di sordità, che tirò via per la sua strada, fu il barbuto Paolino Carbonara, il neo-cameriere segreto di S. S. che avendo udito, mentre passava, la voce del senatore Tommaseo e adocchiata la figurina capricciosa d’un’incognita, si avvicinò sorridente, e senza saperle spiegò le ragioni del ritardo.

II.

Marco Cybo intanto aveva raggiunto nel bugigattolo destinato a ufficio telegrafico e convertito in quartiere generale, lo stato maggiore del pellegrinaggio: quelli che a Genova e anche fuori erano sempre alla testa d’ogni opera cattolica, dei giornali cattolici, dei circoli cattolici. Non tutti erano sulle mosse, alcuni erano venuti a salutare i partenti, ma tutti occupati a prendere gli ultimi accordi, spedire telegrammi, dare disposizioni, nell’attesa del treno speciale che doveva arrivare a momenti coi pellegrini lombardi e piemontesi e ripartire alla coda del diretto ordinario, appena imbarcati i liguri. Di nome c’era il presidente, ma nella febbre dello zelo facevano un po’ tutti da presidente, massime i più giovani, ciascuno pigliandosi volentieri le attribuzioni degli altri, andando, tornando, provvedendo a questo, provvedendo a quello, non senza qualche piccolo alterco e magari qualche disguido.

Si trattava dell’imbarco, i pellegrini obbedivano a tutti, umili e pazienti. Non molta gente in complesso, ma tanti capi li facevano manovrare e in tante diverse evoluzioni d’andata e ritorno sotto la tettoia, che un estraneo spettatore avrebbe creduto di vedere sfilare sei dozzine di battaglioni.

– Prima squadra…. seconda squadra…. presto, tutti quanti dall’altra parte dei binari, laggiù in fondo, a sinistra, dove sono pronti i vagoni. – San Francesco, San Martino…. seconda squadra…. dove s’è cacciata la seconda squadra? Varazze avanti! quei di Varazze insieme a quei di Sestri e di Nervi.

– Nossignore: Nervi è con Rapallo; ecco la lista: Nervi, Bogliasco e Rapallo.

– Ma che lista d’Egitto! la lista non conta niente; chi l’ha fatta la lista? il signor Rossi? il signor Rossi doveva prima intendersi con Cantabruna: una squadra d’otto uomini e un’altra di ventisei?

Ma i vagoni si trovavano a destra sul secondo binario; bisognava tornare indietro o rifare tutto il giro. Chi erano quei là che attraversavano la linea? che giudizio! a rischio di farsi stritolare sotto una macchina!

– Quanti vagoni sono pronti, insomma? tre? non bastano! ecco cosa vuol dire lasciarsi ridurre all’ ultimo! San Martino avanti, San Francesco, Sturla, Cornigliano….

– In un vagone solo le squadre di De Michelis non ci stanno….

– Un momento: tutti giù! non sono quelli i vagoni, quello è il primo treno del mattino per Chiavari. Tutti giù: a sinistra, a sinistra!

Daccapo il giro.

– Un momento: prima d’imbarcare la gente si deve aspettare che sia partito il diretto.

– Nient’affatto, il capo-stazione ha dato ordine d’imbarcarla subito.

– Dov’è il capo-stazione? e gli impiegati? porchè si nascondono, gli impiegati?

Discorrendo con Marco Cybo e pochissimi del sinedrio, tra cui Marcenaro, detto il consigliere dei consiglieri, proprietario-direttore del Quotidiano, e monsignor Brasile, superiore ecclesiastico della Gioventù cattolica genovese, persone di spiriti calmi e di troppa autorità per correr su e giù a guidar le squadre come caporali, il presidente Torre lasciava fare paternamente. Cristoforo Torre, a Genova nient’altro che Cristoforo Torre puro e semplice, ma fuori di Genova, non si sa come, diventato da qualche anno, in barba alla Consulta araldica, conte Della Torre dei principi di Valsassina, e sui giornali e nelle circolari e nelle adunanze designato invariabilmente quale uno dei venerandi capi del partito cattolico italiano. Lasciava fare per più ragioni: prima di tutto, la sua carica, sebbene indegno, gli imponeva degli obblighi speciali, più o meno difficili, più o meno delicati e pericolosi, insomma degli obblighi e delle attribuzioni affatto speciali; in secondo luogo, cosa dice san Paolo? ubi spiritus Domini, ibi libertas; era bene non intralciare i giovani nella loro zelante operosità, aver fiducia in essi, abbandonarli, per così dire, e fino a un certo punto, alla loro foga nelle incombenze di minor rilievo, quelle, intendiamoci, d’una importanza puramente tecnica. Per esempio, se ci fosse stato quella sera l’avvocato Visdomini, Dio liberi! non avrebbe dato carta bianca a nessuno, avrebbe voluto far tutto lui, ammazzarsi lui e disgustare gli altri, e le cose, poco più poco meno, sarebbero andate allo stesso modo.

– Come l’avvocato Visdomini non se ne trovano molti al giorno d’oggi, anzi si possono contare sulle cinque dita – sentenziò il superiore ecclesiastico, credutosi in dovere di rendere giustizia all’assente e prenderne le difese – un vero apostolo, l’anima di tutte le nostre associazioni, della buona stampa, d’ogni opera di carità…. e non per niente gode la stima dei cattolici italiani, e quello che più importa, la considerazione e la benevolenza specialissima, del Santo Padre.

Il presidente si sentì punto, ma una sua vecchia politica gli consigliò di rincarare le lodi:

– A chi lo dice? a me che ho i capelli bianchi e l’avvocato Visdomini l’ho conosciuto che andava a scuola? l’uomo missus a Deo, chi ne dubita? nella sua sfera io lo chiamerei l’uomo necessario; non conosce ostacoli, non bada a sacrifizi, si ammazza a furia di lavoro, e questo è appunto quello che noi non si vorrebbe. Ecco da che punto di vista io parlavo.

E voltatosi verso Cybo:

– Oggi – seguitò mutando registro – deve aver avuto udienza dal cardinale Schiaffino. Sentiremo domani a Roma il risultato della pratica in corso per appianare la dolorosa vertenza dell’Arcivescovo colle monache di Sant’Agnese. Voi, Marco, cosa ne pensate? credete che riusciranno a levarla di mezzo una buona volta senza altri scandali?

Marco fu esplicito: per lui la vertenza sarebbe stata appianata sul nascere e gli scandali si sarebbero evitati, se Roma avesse immediatamente dato torto alle monache o meglio ancora se le monache avessero subito fatto atto d’obbedienza e di sottomissione all’autorità, invece Roma, ossia il cardinale Schiaffino, fin da principio si era mostrata tentennante, per un verso non osando colpire un istituto religioso, per l’altro, e con ragione, non volendo fare sfregio all’Arcivescovo, e così, trascinata per le lunghe, la lite minacciava di durare un pezzo, forse convertirsi in un piccolo scisma, e tutto per non aver saputo in origine mettere a dovere una visionaria allucinata e le sue compagne più allucinate di lei.

Il superiore ecclesiastico della Gioventù cattolica, che durante il discorso di Marco Cybo aveva tentato parecchie volte d’interrompere, all’ultimo scattò come un fiammifero:

– Allucinata!? visionaria!? In questo caso anche santa Caterina da Siena era un’allucinata, anche la beata Margherita Alacocque era una visionaria! Le prove, mi dia le prove di ciò che asserisce e allora chinerò la testa, ma finchè lei e l’Arcivescovo, con tutto il dovuto rispetto, o tanti altri che sembra abbiano paura dei miracoli, non sapranno darmi che il certificato d’una mezza dozzina di medici notoriamente frammassoni, io, e con me la grande maggioranza cattolica, avremo sempre il diritto di credere che i colloqui della monaca estatica di Sant’Agnese con Gesù crocifisso sieno rivelazioni soprannaturali….

– Ma scusi, Monsignor Arcivescovo…. – interruppero diverse voci concordi.

– Monsignor Arcivescovo, mi dispiace doverlo dire, fu mal consigliato da certi prudenti paurosi, zelanti più degli interessi mondani che del bene delle anime. Si fa presto a sentenziare che Roma avrebbe dovuto dar torto alle monache! Roma va con piede di piombo, Roma non si lascia abbagliare da documenti massonici e si pronunzia con maturità d’esame; stiamo a vedere che per non urtare i nervi dei falsi prudenti, Roma dovrà proibire a Domineddio da oggi in poi di rivelarsi con miracoli, anzi dovrà far meglio, tirare una pennata sui milioni e milioni dei miracoli passati, cominciando da quelli del Vangelo!

Intavolare una discussione seria col canonico Brasile, Protonotario apostolico, Abate mitrato di Santa Maria Segreta, Superiore provinciale perpetuo della Gioventù cattolica, era lo stesso che volersi mettere al rischio d’uscirne il giorno dopo stritolati, con una scomunica tra capo e collo, ma per fortuna aveva scelto il momento meno propizio e mentre seguitava a fulminare i sepolcri imbiancati e le concessioni dei timorosi alle idee moderne, i suoi contradditori, che sapevano per esperienza dove si sarebbe andati a finire, occupavano meglio il loro tempo. Era venuto il signor Rossi, gettando fuoco e fiamme contro il capo-stazione che non aveva preparato vagoni sufficienti e si rifiutava d’aggiungerne dei nuovi, tanto che quaranta o cinquanta pellegrini rimasti a terra non si sapeva dove ficcarli; era venuto Paolino Carbonara ad annunziare che lui aveva pensato bene di partire subito col diretto per arrivare a Roma qualche ora prima e assumere più presto in Vaticano il suo nuovo servizio di cameriere segreto; era venuto in persona il capo-stazione a giustificarsi col presidente e invitarlo a verificare coi suoi occhi che dei posti ce n’era per tutti a bizzeffe e i vagoni crescevano anzi, non mancavano, solo che i pellegrini avessero avuto la compiacenza di stringersi un poco; poi la rappresentanza della società operaia di Manassola, su tutte le furie, perchè i signori del Comitato, Manassola l’avevano di punto in bianco levata via dalla carta geografica incorporandola con Varazze come se non esistesse neppure, e questo era un affronto, e piuttosto d’imbarcarsi per andare a Roma dal Papa sotto la bandiera d’un altro paese e d’un’altra società e il Papa non potesse riconoscerli, gli operai cattolici di Manassola preferivano tornarsene a casa.

– Padronissimi, nessuno li tiene e nessuno piangerà – strepitava Luigi Cantabruna, che come scolaro dell’avvocato Visdomini non tollerava lagnanze e tanto meno minacce di colpi di testa – vogliono andarsene? vadano pure e staremo più comodi, ma le squadre sono formate, adesso non si cambiano! – E siccome uno dei presenti saltò su a rimbeccarlo, l’abate Brasile volle intromettersi anche lui:

– Il signor Cantabruna ha ragione, le squadre, come sono, sono, e non si cambiano. Dove andiamo se uno vuole, l’altro non vuole, e tutti si mettono al posto del comando? la prima virtù è l’obbedienza, obbedienza cieca ai superiori, obbedienza perfetta….

– Insomma, questa gente non pretende niente affatto di mettersi al posto del comando; questa gente ha il diritto….

– Davanti ai superiori il vero cattolico non ha altro diritto che di obbedire!

Uomo scettico in fondo, che per diplomazia fingeva di lavarsi sempre le mani nell’acqua di Pilato, Marcenaro uscì questa volta dal suo sistema:

– Perdoni, monsignore, ma un momento fa lei non parlava così, a proposito delle monache di Sant’Agnese in urto col nostro Arcivescovo! – disse furbescamente mitigando la botta giusta con una larga risata.

Il protonotario apostolico diventò più violaceo della sua cappa magna nelle grandi solennità:

– Lasciamo stare le monache…. qui non si tratta di monache, si tratta di pellegrini laici e la cosa è diversa…. ha letto san Tommaso? legga san Tommaso: l’obbedienza non è una sola, ce n’è di tante specie, bisogna distinguerla ratione voluntatis, ratione….

– Fatemi il piacere, caro Marco – supplicò intronato il povero presidente Torre, raccomandandosi a Marco Cybo, il quale non partecipava alla nuova discussione, contentandosi di sorridere d’un sorriso non lieto – fatemi il piacere, occupatevi voi di questo negozio…. io ho troppa roba sulle braccia…. e poi, capirete…. il presidente…. non so se mi spiego: è come un generale il presidente, non può mettersi a tu per tu coi soldati, il suo decoro, la sua dignità…. non parlo per me, io son l’ultimo degli ultimi, il servo dei servi, parlo…. avete capito? oh bravo: andate voi e persuadeteli con buona maniera quei di…. quei di….

– ….di Manassola.

– ….l’avete mai sentito nominare questo paese? io no; probabilmente una tana lassù nelle gole dell’Apennino…. – Basta, persuadeteli a lasciarsi dirigere da chi ne sa più di essi o a non farci venir matti proprio sul punto di partire, chè quando saremo a Roma si vedrà se c’è modo di contentarli.

Marco andò lui. Le buone maniere concilianti non gli mancavano, sapeva accaparrarsi non solo la stima ma l’affetto dei popolani, e senza strepiti, senza minacciare interdetti e fulmini come Cantabruna, fece presto a calmar la burrasca. Si sarebbe evitata e altri spiacevoli incidenti curiosi non sarebbero avvenuti, se Paolino Carbonara, prima, appena arrivato sul sito, non ci si fosse mischiato, chè all’infuori della sua barba rossa, celeberrima, rossa da dar fuoco al Vaticano, come diceva Tommaseo, aveva l’abilità di guastare dove metteva le mani, e voleva metterle dappertutto, e se Luigi Cantabruna più tardi, invece di menar sciabolate al suo solito, spaventando anitre e passeri, avesse avuto la degnazione d’usare quel tatto che il catechismo annovera tra le virtù cardinali.

Sebbene in novembre, la notte non era punto fredda, una notte ligure, intiepidita dei primi aliti dell’estate di San Martino, ma sia che ricamassero l’asfalto sotto la tettoia, sia che battessero i tacchi stando fermi in circolo, sembrava anche ai più pazienti che l’aspettazione cominciasse a farsi lunga oltre i limiti dell’onesto. Già da un pezzo installate le squadre nelle vetture, quando a Dio piacendo il treno speciale coi pellegrini del Piemonte e della Lombardia giunse in stazione, il sonno e la noia avevano del tutto sbollito i primi fervori, e l’accoglienza ai nuovi arrivati non fu così fraternamente clamorosa come Cantabruna aveva disposto. Grandi saluti tra i magnati, non se ne parla, presentazioni, inchini, complimenti reciproci, nondimeno, dei piemontesi e lombardi pochissimi furono quelli che vollero scomodarsi per scendere e sembrò barocca l’idea del presidente Torre d’improvvisare su due piedi una specie d’adunanza sommaria d’affiatamento tra i più anziani, durante la sosta concessa dalla manovra per l’aggiunta dei nuovi vagoni. Coll’argento vivo addosso, invaso da una smania di voler conoscere e abbracciare quella stessa notte l’uomo del suo cuore, ossia don Davide Albertario, monsignor Brasile correva di sportello in sportello cercandolo, chiamandolo ad alta voce, rifiutandosi di prestar fede a quanti ambrosiani gli rispondevano e l’assicuravano che don Davide non si era mosso da Milano.

L’ora affrettava. I tre Comitati regionali avevano ciascuno a loro disposizione uno scompartimento di seconda classe; seconda: niente più d’un gradino per segnare il distacco voluto in via gerarchica tra lo stato maggiore e la truppa, per conciliare il decoro di superiori coll’umiltà di pellegrini. I genovesi naturalmente presero posto insieme, terminate coi loro colleghi d’oltre apennino le formule di prammatica, alla loro volta salutati fino al momento ultimo dagli altri colleghi che non partivano, tra i quali Marcenaro, troppo devoto della saggia economia perchè gli bastasse una sola raccomandazioni a Cantabruna di regolarsi da buon padre di famiglia nel redigere o spedire telegrammi pel Quotidiano.

In mancanza d’un vescovo toccava a monsignor Brasile la direzione spirituale, e appena furono in moto si affrettò a intonare le preghiere liturgiche dell’Itinerario:

In viam pacis et prosperitatis dirigat nos omnipotens et misericors Dominus, et angelus Raphael comitetur nobiscum.

Kyrie eleison.. Christe eleison. Kyrie eleison.

Pater noster.

III.

Diario.

“Roma! è la patria o piuttosto il simbolo della patria? è il suo fascino che ci incanta, o la speranza d’un’altra Roma, città eterna e vera del sole, quella che ci infonde nell’anima una tristezza soave di nostalgia quando ne siamo lontani, e ci sorride imperialmente man mano che i nostri occhi vedono sorgere nella nebbia e risplendere sempre più vicina la cupola della santa Basilica? Non saprei contare le volte che venni a Roma, vi soggiornai lunghi mesi, m’addentrai nelle sue viscere, ne conobbi la miseria e lo sfarzo, le rovine e le risurrezioni, il peccato degli uomini e la santità delle memorie, e ogni volta nel partire vi lasciavo un pezzo di cuore, e ogni volta, tornando, la rivedevo coll’ansia di un novizio. Ditemi il mistero di Roma, il mistero della sua luce spirituale! Se i vandali tornassero e distruggessero nell’incendio gli ultimi ruderi del Foro e gli archi gloriosi e tutte quante le chiese e il Vaticano, e i sette colli rimanessero nudi e deserti come sette calvari, Roma trionferebbe ancora, risorta e sfolgorante nella sua luce. Cristiani, ditemi voi il miracolo di questa luce!

“Non m’importa di non saperla descrivere sulla carta – a che gioverebbe, signor mio Gesù Cristo, se per voi ho rinunciato volentieri alle mie vanità e l’opera della mia mente e delle mie mani nulla aspetta dagli uomini, ma tutto da voi? – questo io so: è la luce di Roma, di Roma soltanto; la vedo cogli occhi corporei, la percepisco cogli occhi dell’anima, la riconosco, sempre quella, sempre la stessa, gloriosa e cristiana, nelle piazze intorno alle fontane e agli obelischi, nelle ville dei principi, nei rioni della plebe, nel deserto foraneo sotto le arcate fuggenti degli acquedotti; la riconosco, sempre quella, sempre la stessa, taumaturga e cristiana, dalle alture di Monte Mario, quando in lontananza illumina l’Urbe e l’avvolge come in un conopeo, scintillante sulla stola d’oro del Tevere.

“Ecco il miracolo. Nel silenzio delle Catacombe, davanti a un altare ignudo, eretto tra i santi sepolcri sul sepolcro d’un martire e rischiarato appena da qualche lampada, ho assistito ai riti che mi rammentavano quelli della Chiesa primitiva, e una grande soavità si trasfuse nel mio spirito e un desiderio ineffabile di morire, quando il sacerdote impartì la comunione dell’ostia ai pochi fedeli genuflessi con me nelle tenebre, ma quella evocazione non era il miracolo; nella gloria ardente della Cappella Sistina, in mezzo a una folla che parlava tutte le lingue, ho visto tra le alabarde e i cerei, salutata dal canto gregoriano, la processione delle porpore, e in alto apparire tra i flabelli la figura bianca del Pastore, e mi sembrò di raggiungere i termini della beatitudine, ma quella visione non era il miracolo. Il miracolo si manifesta non per l’intervento degli uomini e senza il soccorso suggestivo dell’artificio, anche santo, bensì quando per sè stesso alle forme ideali dell’anima rispondono le forme esteriori con segno sensibile del pensiero di Dio, confermando le fedi e vivificando le speranze.

“Da ieri i nostri pellegrini sono in giro per Roma. Stamane, dopo la messa al Gesù, ho guidato anch’io il mio piccolo drappello. Una giornata piamente serena, itinerario assai lungo e faticoso da Aracœli e dal Campidoglio, passando pel Foro, a San Pietro in Vincoli, poi al Colosseo, a San Giovanni Laterano, a Santa Croce di Gerusalemme, a Santa Maria Maggiore. Durante il tragitto i buoni operai mi attorniavano famigliarmente, interrogandomi spesso ma poco ascoltando, ogni momento distratti da cose nuove e forse non sempre dalle più meritevoli d’attenzione. Uno solo era compreso di sincera meraviglia: un apprendista nella tipografia del Quotidiano; assorto, contemplava lungamente, come se avesse voluto carpire un segreto e scrutare la ragione intima dei prodigi che gli passavano davanti agli occhi. Mi disse, strada facendo: io penso che se Gesù Cristo tornasse ancora sulla terra, non più per essere crocifisso dagli uomini ma per regnare, la sua città sarebbe Roma. E disse pure: guardo il cielo, nient’altro, e come m’accorgo dal cielo quand’è domenica, così m’accorgo dal cielo d’essere a Roma.

“Non ho trovato alla vigna Sabina, come speravo, il padre Albis; è partito ieri l’altro per Pisa dove predica gli esercizi spirituali, passerà a Lucca e non sarà di ritorno se non dopo la Concezione, fra un mese circa, quando io sarò in Francia. Gli scriverò domani.

“No, non gli scriverò, è inutile. Ciò che gli direi a viva voce in uno slancio filiale di verità, soccorso dalle sue parole, incoraggiato dalle sue domande, non saprei metterlo sulla carta; rispetto o vergogna, mi perderei in un laberinto di frasi, tormentandomi il cervello perchè egli indovinasse solo col leggere tra le linee e non otterrei di spiegarmi come voglio. Poco o tanto, nella preoccupazione di ciò che si scrive, anche in momenti commossi, la sincerità è tradita dalla penna, si esagera o si smorza pensando all’intento cui miriamo, all’effetto che i nostri periodi produrranno sull’animo di colui che leggerà, e lo stato vero di coscienza rimane come offuscato da una nebbia; le parole che si pronuncerebbero in uno sfogo di pianto e di confessione, gettate sulla carta mutano colore e forma, ci fanno ribrezzo o spavento, e io me ne accorgo, io che scrivendo queste pagine per me solo, vado tergiversando, in cerca di pretesti, timoroso di toccare la bragia. E se, vinto l’ostacolo, riuscissi nella mia lettera non soltanto a farmi intendere, chè il mio padre Albis non penerebbe di molto, ma a persuaderlo che io dico la verità e non si tratta di scrupoli vani e di fisime, il conforto immediato mi mancherebbe, unico compenso alla mia schiettezza dolorosa.

“Inutile scrivere; pure sollecitandola quanto so e posso, non avrei la risposta che fra quattro o cinque giorni, e dopo domani invece, tornando via da Roma, mi fermerò a Pisa dalla mattina alla sera.

“Un confessore mi disse: la vita sulla terra è milizia, il ferro è provato dal fuoco e l’uomo dalle tentazioni, pregate e combattete; un altro più pratico: sceglietevi una compagna secondo il vostro cuore. – O Signore, le mie preghiere insistenti, diurne e notturne, non giungono fino a voi? vi siete ritirato da me ancor prima della caduta, che sarà immancabile e irreparabile se non v’affrettate a venire in mio soccorso, mentre sto combattendo? Non rifiuto la lotta, non voglio fuggire nè arrendermi, ma è lo sgomento, oso dire il presentimento della disfatta, che mio malgrado mi soggioga, allorchè basterebbe tanta fiducia in me stesso quanta ne ha nelle sue forze un atomo vivente, per affrontare l’esercito delle tentazioni e sentirmi invincibile. Perchè, Signore, io che credo, che spero, io che vi amo e non amo che voi, perchè son ridotto in tanto travaglio a guardare con misera compiacenza – invidiando quasi! – coloro che non credono in voi, nulla sperano al di là, non amano se non le cose e le creature, e da voi son lasciati nella pace serena del loro peccato? – Scegliere una compagna! non questo mi avrebbe detto e non questo mi dirà a Pisa tra due giorni l’uomo che non m’inganna e per cui consiglio paterno esercito nel secolo i miei anni di probazione prima di rifugiarmi nell’arca. Scegliere una compagna secondo il mio cuore! Dunque dichiararmi vinto, pur lusingandomi di conservare l’ipocrito onore delle armi, venire a patti col nemico: do ut des; io ti abbandono le mie promesse segrete, le letizie spirituali e rinuncio in perpetuo alla vocazione della grazia, tu mi butti nelle braccia una femmina e in apparenza, finchè a te piacerà, mi concedi qualche ora di tregua; così l’istinto della carne è mansuefatto in giuste nozze e la coscienza tranquilla. – Ma della donna, che i prudenti vorrebbero farmi scegliere per compagna, basteranno i tesori di bellezza, d’amore e di verecondia, a compensarmi del bene perduto, a esorcizzare per sempre l’ossessione delle turpitudini? Il mio cuore è morto, o meglio non fu mai vivo, non saprebbe scegliere, come non saprebbe amare: la compagna che vorreste darmi, l’abborrisco fin d’ora, l’abborrisco senza conoscerla, qualunque ella sia, e intanto mi dibatto, flagellato il corpo da fiamme d’acciaio che non perdonano.

“Basta!

“Cogli occhi fatti chiaroveggenti dalla morte, che purtroppo non tarderà, tu me l’hai letto nell’anima il segreto, mio povero Voltagisio, e fissandomi, il tuo sguardo ebbe un lampo di tristezza. Hai divinato la mia caduta prossima, imminente forse? Hai visto Dio ritirarsi da me e chiudermi in faccia la porta della sua chiesa?

“Eccoti presso a morire, beato di morire. Io non ho ancora salito il primo gradino e son qui genuflesso nello sgomento, ignoro se i miei gemiti mi otterranno la perseveranza, facendomi degno della milizia di Gesù Cristo, e tu, benedetto, sei già al sommo della scala, e tu, giovine come me, mio compagno e fratello, hai scritto sul tuo libro le tue eterne vittorie. La malattia lenta che ti consuma, terrore di chi ne vede lo spettro affacciarglisi incontro sulla soglia della vita o si abbranca ai fili d’erba, fra tutte ha il privilegio d’essere implacabile; la cella d’elezione dove stai morendo giocondamente, illuminata dal sole di Roma, è un giardino chiuso al nemico, che oramai vinto, non tenta nemmeno più di penetrarvi.

“Contemplando l’infermo nell’umiltà della sua tonaca, scarno e cereo, abbandonato senza mollezza sopra una poltrona, udendolo parlare con voce tutta nuova, che non rammentava più la voce d’altri tempi, non venivano i ricordi a stornartisi dall’amarissima soavità ond’ero compreso. Quel Gabriele Voltagisio della mia adolescenza, condiscepolo nel collegio di Monaco, restava laggiù insieme agli altri, dimenticato come in una pace lontana; il Voltagisio che mi guardava sorridente e del quale udivo la voce sorridente anch’essa, era un altro, un altro fratello conosciuto non so dove nè quando, sempre visto così, pallido, disfatto nel suo abito religioso, tra le quattro mura d’una cella. Fu lui il primo ad evocare le nostre memorie: ti ricordi? ti ricordi? e senza attendere che gli rispondessi, incalzavano le domande, i piccoli aneddoti si succedevano e le parole fluivano continue, cristalline, non interrotte da affanno e da colpi di tosse, e le guance a poco a poco si tingevano purpuree e una luce fresca gli trillava nello sguardo.

“Tremando ero salito sulle alture di Monte Mario, avevo bussato all’uscio, persuaso di trovare un agonizzante che appena avesse la forza di rispondere al mio saluto e, già straniero sulla terra, estatico nella visione suprema, non mormorasse a fior di labbra che la litania degli angeli; stavo invece al cospetto d’un sereno cui l’idea dell’urgente morte non occupava se non per letificarsi dentro sè medesimo, e puro e disposto ma non ancora segregato da ogni consorzio, partecipava alla vita negli armistizi che il male gli concedeva.

“Volle che io assistessi al suo pranzo e pure assaggiassi un bicchierino di Bordeaux: il bicchiere della staffa, diceva sorridendo, magnificando per chiasso la cantina dei padri gesuiti, i quali andavano soggetti a distrazioni involontarie oppure avevano poca memoria, scambiavano qualche volta il Chateau-Laffitte col vinetto feriale dei novizi, e bisognava essere condannati irremissibilmente perchè si ricordassero di possedere in fresco delle vecchie bottiglie giacenti. Il bicchiere della staffa! E seguitava, lasciando quasi intatta quella misera ala di pollo che il fratello laico gli aveva messo davanti, e dopo avermi parlato di suo fratello, anche lui mio antico compagno, ora officiale di cavalleria, mi chiedeva delle nostre opere di propaganda, dei miei confratelli, dei miei studi, dei miei articoli sul Quotidiano, entrava in politica, discorreva di letteratura, ed io infervorato nel tema prediletto, invece di attutirlo perchè si riposasse, gli davo maggiore impulso con nuovi argomenti. Lo assalì un impeto subitaneo di tosse, poi un secondo più violento e più lungo, si alternarono sul suo volto le fiamme scarlatte e le pallidezze cadaveriche. Voleva ancora trattenermi; lo lasciai, supplicato da un gesto dell’infermiere. Nell’abbracciarmi, come abbracciano i frati, posando ambe le mani sulle spalle, mi domandò piano con voce divenuta affannosa, guardandomi fisso: e la vocazione? c’è sempre la vocazione? e fu in quel momento che una tristezza balenò dai suoi occhi, immersi nei miei, un lampo di pietà indefinibile, nel quale riconobbi i segni della seconda vista. Un lampo: mi sorrise di nuovo e mi strinse la mano lungamente, ma uscii dalla casa di vigna Sabina, vacillante come un ubbriaco.

“Il bicchiere della staffa! Beati i viaggiatori che lo bevono senza rimpianto e senza rimorso!!”

IV.

Nella sede dell’Unione cattolica promotrice, in via della Scrofa, l’adunanza era stata piuttosto burrascosa e aveva durato fino a notte assai tarda. Erano convenuti i generalissimi e i centurioni e i decurioni, aventi voce in capitolo, dei vari comitati settentrionali, e i presidenti o i membri più autorevoli delle associazioni romane, per discutere e approvare l’indirizzo da leggersi il giorno dopo a Sua Santità nell’udienza solenne concessa ai pellegrini, laici in grande maggioranza, patrizi, uomini d’affari, giornalisti, e come sempre e come dappertutto, buon numero d’avvocati, ma altresì molti ecclesiastici, insigniti per la maggior parte del titolo di monsignore; e in quella miscellanea i tipi più spiccati e caratteristici, le più curiose inflessioni dei dialetti dell’alta Italia, le opinioni più arrischiate, combattute e difese a spada tratta, tutte le sfumature del partito militante, dai così detti conciliatori ai pii accaniti intransigenti.

Di ritorno all’albergo, Marco Cybo s’era messo a scrivere e aveva scritto quasi fino all’alba, solo interrompendosi ogni tanto per passeggiare in lungo e in largo nella stanza, preoccupato da altri pensieri e lontano le cento miglia dalla discussione accademica o poco meno, alla quale aveva assistito senza prendere la parola. A che pro? questioni bizantine, vaniloqui, vaniloqui! A suo talento, l’indirizzo non avrebbe dovuto essere che un omaggio puro e schietto di devozione alla Santa Sede, spoglio d’arzigogoli, bianco d’ogni politica, senza livori, senza sarcasmi, umile e risoluto, risoluto fino all’effusione del sangue, il gemito dei figli diseredati dalla società al loro padre; invece si era voluto farne un articolo ampolloso di giornale, una protesta belligera contro i governanti, cattolica forse ma non cristianamente evangelica, scritta in nome degli operai pellegrini e dimentica affatto degli operai, all’unico scopo di appagare la vanità di chi doveva leggerla e dei grandi promotori che, soli, avrebbero potuto accostarsi al trono.

Questo pensava Marco Cybo durante l’assemblea, nel mentre la voce dell’avvocato Visdomini signoreggiava fra tutte, prepotente, impaziente, e questo avrebbe detto in pubblica seduta, senza umani rispetti, quei rispetti che non conosceva, se non l’avesse trattenuto lo scrupolo di errare nel suo giudizio. Chi era lui, temerario, che presumeva di giudicare gli altri? lui solo era l’infallibile o per quale miracolo i suoi occhi vedevano chiara la verità, ottenebrata agli occhi di tanti più degni di lui? ecco che in suo cuore accusando gli altri di essere vani nel loro zelo e poco evangelici perchè opinavano altrimenti da lui, cedeva egli stesso a un sentimento d’orgoglio e non si peritava d’offendere la carità del Vangelo.

Poichè nell’indirizzo si voleva a qualunque costo intromettere la politica, obbedendo a un impulso repentino della sua coscienza era scattato in piedi per appoggiare un’ardita proposta manifestata dal conte Appiani di Castelborgo presidente del Comitato subalpino, ma i clamori d’indegnazione tosto sollevatisi da ogni parte, non gliel’avevano consentito. Tutti, salvo pochissimi piemontesi e lombardi, s’erano levati protestando, dall’uno all’altro scambiando a voce forte i loro commenti di biasimo.

– No, no! – tuonava in mezzo al tumulto l’avvocato Visdomini, più pallido e più gigante che mai nella maestà del suo sdegno – non siamo venuti a Roma per mire politiche! siamo venuti a Roma col bordone del pellegrino per inginocchiarci sulla tomba degli Apostoli o per offrire al Santo Padre l’espressione della nostra obbedienza cieca, della nostra immutabile fedeltà, non per dargli dei consigli! Il Vicario di Cristo non accetta consigli dai falsi sapienti, come Cristo non ne accettava dai Farisei!

E al tumulto degli indegnati era succeduto un silenzio ecclesiale d’attenzione intorno al nuovo missionario, la cui parola nemmeno le approvazioni osavano turbare, nemmeno quelle, sempre intempestive, di monsignor Brasile. Seguitava l’oratore:

– Dei Farisei, mi si permetta il vocabolo amaro, ed è con profondo cordoglio che insisto e lo ripeto, deplorando che purtroppo non manchi tra costoro, illuso o colpevole, taluno a cui lo vieterebbe il rispetto dell’abito che porta. Rinnoveremo le dolorose scissure del congresso di Bergamo? Quanti qui siamo, tutti c’inchiniamo con riverenza al venerando patrizio, del quale troppo ci è nota l’opera indefessa e feconda, ma nella mia coscienza di cattolico, io ultimo gregario, parlando a lui veterano illustre, sento il dovere di metterlo in guardia contro i lupi in veste d’agnello, sieno pure monaci, filosofi, uomini di Stato, che ebbero l’arte di circuirlo e d’ingannare la sua buona fede. Non ignari che la voce delle loro effemeridi, dei loro opuscoli, dei loro conciliaboli, ormai è un grido d’arundine nel deserto e i loro maneggi non ottengono altro effetto che di stringerci maggiormente alla Sede Apostolica, provarono d’introdursi fra noi mediante lo stratagemma, abusando d’un nome preclaro per virtù e per zelo, nella fiducia insensata che quel nome venerabile, altamente rispettato anche nel campo dei nostri nemici come il nome d’un glorioso avanzo della Destra subalpina, quando in Parlamento la Destra significava ancora difesa acerrima della religione e della moralità, quel nome, dico, avrebbe servito di facile salvacondotto alla loro malizia!

Uno scoppio d’applausi aveva salutato l’allusione dei Farisei, dei lupi in veste d’agnello, quantunque non abbastanza chiara nè intesa da tutti, e senza guardar tanto pel sottile in fatto d’encomi più o meno lusinghieri, i torinesi in ispecie avevano con lunghi battimani accolto l’omaggio diretto al loro presidente, che per pochi mesi, verso il ’54 o il ’55, era stato deputato a palazzo Carignano e avversario di Cavour, al fianco di Federico Menabrea, del conte Camburzano e del conte della Margherita. Ed ora l’avvocato entrava nel cuore della questione, e dopo essersi accinto a dimostrare con preziosi argomenti che la proposta Appiani sarebbe stata inopportuna, irriverente, temeraria, perniciosa, dopo aver enumerato i danni che ne sarebbero derivati, fulminava di nuovo, esplicito questa volta, i cattolici liberali che per mezzo dei veri cattolici tentavano insinuare stolti o perfidi suggerimenti al Romano Pontefice e consigliarlo a mutare ex novo quella sapiente linea di condotta tenuta da lui e dal suo immortale predecessore, di fronte alle usurpazioni del potere civile.

– Vadano essi alle urne, vadano essi se così loro piace, fautori d’una impossibile conciliazione e non s’ingegnino di trascinare anche noi a compiere un atto di figli ribelli agli ammonimenti del padre! Vadano essi alle urne, predicando come Lutero l’inobbedienza e la rivolta, e poichè le loro prediche non sono ascoltate, non dicano a noi di tradurle al cospetto del Papa! Da quando in qua i discoli alunni presumono di insegnare al maestro e le tenebre di dar la luce a prestito al sole? Il Papa è dalla sua cattedra il maestro unico, il Papa è dal suo trono il solo che illumina le nostre tenebre e mentre essi, indocili, vogliono ostinarsi a sorreggere un edificio d’iniquità che già traballa sulle fondamenta, noi stiamo col Papa, nel Vaticano che è il nostro monte Aventino, a piangere o a pregare con lui, aspettando l’ultimo crollo!

A varie riprese il conte di Castelborgo s’era attentato di interrompere per ritirare la sua proposta e spiegare come l’idea d’un cenno rispettoso nell’indirizzo al possibile concorso dei cattolici alle elezioni politiche fosse un’idea tutta sua, non suggerita da alcuna combriccola faziosa o farisaica, ma ogni volta l’atteggiamento dell’adunanza l’aveva ridotto al silenzio. Non badando a lui nè a due o tre altri, fra i quali Marco Cybo, che domandavano la parola per chiarire un equivoco forse non involontario, scaldato dalle crescenti approvazioni, l’oratore si era messo sulla via del trionfo, risoluto di giovarsi d’un nemico che non esisteva e proseguire fino all’ultimo, senza dar tempo alla discussione di scemargli l’effetto. E il trionfo era stato intero e se prima d’allora il nome di Severino Visdomini era già conosciuto nel partito militante, da quel momento si era accaparrato la fama e l’autorità d’un generale di battaglia. Tra i plausi dell’assemblea in visibilio e le ammirazioni e le congratulazioni, quando il principe Romoli, presidente, stentava col campanello a calmare l’entusiasmo per imbastire un fervorino di chiusura, e monsignor Brasile e Luigi Cantabruna e i giornalisti della Voce e dell’Osservatore e dell’Araldo romano continuando a spolmonarsi, non volevano saperne di mettersi a sedere, avrebbero potuto insistere i rari oppositori e combattere punto per punto quel discorso, secondo essi aggressivo senza ragione, vano rimbombo di frasi timballesche alle orecchie d’un’assemblea tumultuosa, che in senso opposto emulava altre intemperanze giacobine?

Irritati e mortificati, quei due o tre se n’erano usciti alla chetichella subito dopo la seduta, evitando per prudenza inutili spiegazioni che avrebbero suscitato nuovi diverbi, non mascherati questa volta dall’ipocrisia parlamentare. Nell’intento di far recedere il Castelborgo dalla determinazione presa lì per lì di non assistere all’udienza pontificia e partirsene da Roma appena pubblicata sui giornali una lettera di protesta, Marco l’aveva accompagnato a casa, in una pensione piemontese presso Sant’Andrea delle Fratte, cercando, quanto meglio sapeva e poteva, di persuaderlo. Inutilmente: il conte, al quale, fra le righe, l’avvocato Visdomini aveva rinfacciato l’antica amicizia che lo legava a parecchi tra i principali e più noti fautori della conciliazione, l’abate Tosti, l’abate Stoppani, Augusto Conti, il marchese Alfieri di Sostegno, e che non ignorava il motivo segreto d’un attacco meditato e preparato sotto mano da un pezzo in attesa che lo giustificasse un’occasione favorevole, si era creduto ferito nella sua dignità, non tanto dalla violenza delle parole come dall’insinuazione melliflua e cerimoniosa che egli per dabbenaggine senile si fosse fatto portavoce d’un manipolo farisaico. Se era rimbambito, se il suo nome, se l’opera sua che durava da quarant’anni nel giornalismo, nel Parlamento, nelle amministrazioni comunali, nei sodalizi cattolici, diretta sempre alla difesa del Papato e della religione, non erano una guarentigia sufficiente e non lo salvavano dal sospetto d’essere divenuto un vecchio zimbello incapace di ragionare colla sua testa, tanto valeva finirla subito e che questo zimbello si levasse una buona volta dall’ingombrare la strada ai nuovi venuti!

Dopo una lunga discussione, Marco l’aveva lasciato sulla soglia. Nel tornare tutto solo verso la Minerva, risalendo il Corso già quasi deserto a quell’ora, dapprima si era imbattuto con Paolino Carbonara, in lieta compagnia, che all’adunanza non era intervenuto, aveva fatto le viste di non riconoscerlo e si disponeva a tutt’altra adunanza meno burrascosa, poi in piazza Sciarra una donna l’aveva fermato, impudente, piantandoglisi davanti per sbarrargli il cammino:

– Non ha paura d’annoiarsi così solo solo? venga con me, lo terrò allegro.

Era la stessa che usando lo stesso frasario aveva tentato d’accalappiarlo la sera prima sull’angolo di via della Vite: facile riconoscerla dal tabarrino amaranto e da un acre profumo avvelenato che la sua persona esalava.

– Venga con me, – insisteva, accostandosi fino a toccarlo, resa audace non saprei se dall’assenza di guardie e di curiosi o da una certa perplessità che le era parso di ravvisare nell’attitudine del suo prigioniero – …. qui a due passi….

D’un balzo egli si era liberato, fuggendo via, fuggendo via, timoroso di non affrettare abbastanza il passo, nel mentre quella creatura gli scagliava dietro un improperio.

Era scappato davvero come un povero seminarista a cui fosse apparso Satanasso, con tutta la sua gran corte infernale, sopra un trono di serpenti o di bragia viva, e appena nella stanza dell’albergo, s’era buttato ginocchioni, supplicante, implorante alla sua debolezza quell’ausilio dall’alto che si sentiva mancare, o poichè, nemmeno la preghiera l’affrancava dalla tentazione e le turpi imagini gli passavano scellerate davanti agli occhi, attraverso le lagrime, e il suo corpo, se non l’anima sua, stava in balìa del maligno, s’era messo a tavolino per distrarre la mente dall’assedio, costringendola al lavoro, senza requie, senza misericordia, fino a tanto che fosse tornata la pace.

Tregua forse, non pace. Nell’angoscia che l’opprimeva, domandava a Dio perchè dopo averlo tenuto immune dagli assalti del peccato pessimo fino alle porte della virilità, ora, compiacendosi di vederlo in una lotta tanto più accanita quanto più era stata ritardata, non gli perdonava la prova terribile del fuoco.

Da parecchio tempo le occasioni spontanee si moltiplicavano intorno a lui; ciò che prima lo lasciava freddo, indifferente, e di cui non pensava ad occuparsi nemmeno per involontaria distrazione, ora l’abbruciava di desiderio: una forma bastava, una forma muliebre che passasse per via, una pittura blanda, una musica, un mazzolino di fiori, bastava un’ombra perchè il guizzo d’un pensiero immondo gli attraversasse la mente. Anche in chiesa i quadri e le statue assumevano davanti a lui parvenze nuove, dalle loro cornici, dalle loro nicchie, perfino dall’altare gli sorridevano trasfigurandosi, come per invitarlo al peccato; anche tra lo pareti domestiche l’imagine di sua sorella! E lui che cento volte, in cento città, aveva proseguito impassibile la sua strada, massime a Vienna e a Parigi, senza curarsi del lenocinio sfoggiato pubblicamente, senza quasi avvedersene, e con un gesto si era sbarazzato delle male femmine che gli venivano giorno o notte tra i piedi e si attentavano a lusingarlo o invitarlo cogli sguardi e colla voce, ecco che oggi, a Roma, quegli sguardi, quella voce, quelle stesse parole udite le cento volte, l’avevano percosso, e un momento, lui, lui che oramai si credeva tetragono, era stato in procinto di lasciarsi trascinare da una vagabonda!

V

Brancovenu?

In suffragio dell’anima di Pio IX, la mattina successiva, prestissimo, i pellegrini ascoltavano la messa nella chiesa di San Lorenzo fuori delle mura.

A un altare posticcio, improvvisato per la circostanza davanti all’altar papale della Confessione, celebrava monsignor Brasile, che per ottenere tanto onore a preferenza d’altri sacerdoti venuti col pellegrinaggio – quelli, s’intende, che erano come lui monsignori di mantelletta in abito paonazzo – aveva strepitato nelle riunioni, minacciato, scongiurato, messo sulla croce il presidente Torre, il principe Romoli e ad uno ad uno quanti potevano avere un’ingerenza, subissato tre quarti del Vaticano, dagli svizzeri di guardia e dagli scopatori segreti al suo grande protettore il cardinale Schiaffino.

Celebrava lui – una messa bassa con comunione generale – in pompa magna di strascico e di bugia, assistito dai chierici del collegio Capranica, e dopo l’ultimo vangelo improvvisò dall’altare “sulla tomba lagrimata del più glorioso Pontefice che mai abbiano visto i secoli sfolgorare tra le catene e i flabelli, più glorioso d’Ildebrando” un discorso di commemorazione scritto un mese prima o studiato a memoria, declamato con enfasi tribunizia, ora patetico, ora veementemente guerriero. Mirabile discorso, lunghissimo, che dopo la passeggiata mattutina fin là, a stomaco digiuno, il grosso dell’uditorio avrebbe molto volentieri protratto ad altre calende, specie in quei giorni che di consimili castighi di Dio gliene toccava una pioggia.

Conforme i precetti, il minuto popolo sopportava rassegnato, ma alla lunga, nel sinedrio dei maggiorenti disposti in alto di qua e di là della Confessione, serpeggiava un’impazienza poco edificante, i sospiri non erano repressi nè le occhiate significative, lo scambio di qualche parola all’orecchio si faceva frequente: e l’udienza in Vaticano? quel sant’uomo d’un monsignore non pensava più che a mezzogiorno era fissata l’udienza del Papa e che per esser pronti con tutte le squadre riunite nella sala Clementina a mezzogiorno, bisognava sbrigarsi?

Ci fu tra gli uditori un movimento di curiosità, allungarono tutti il collo verso la destra navata dove da qualche istante ronzava un cicaleccio irriverente, quando ad un tratto, interrotto il filo del sermone, il predicatore apostrofò una brigatella mattiniera di touristes, che se ne veniva come in casa propria, colle guide scarlatte Bædeker aperte fra le mani, senza prendersi suggezione d’alzar la voce quanto bastava per disturbare i fedeli, più intesa a conversare e a ridere, anzichè a leggere le notizie illustrative e ad ammirar la Basilica. Certe licenze l’abate Brasile non era in vena di tollerarle, segnatamente quando predicava lui, certe prudenze non le conosceva o non le capiva o gli sembravano paurose transazioni, ed essendosi pure accorto dell’irrequietudine nelle due file laterali, con parole di fuoco intimò il rispetto alla casa di Dio.

Sebbene in lingua volgare, i forestieri compresero il latino, tanto lo compresero, che mortificati, in mezzo al silenzio e sotto gli sguardi unanimi d’un’assemblea sconosciuta, non ardirono più muoversi, nemmeno per tornare indietro, e rimasero fermi a breve distanza l’uno dall’altro, nell’attitudine incerta di chi non trova la via d’uscire dall’impiccio in cui s’è messo. Il celebrante tornò in carreggiata. Per segregarsi quanto poteva dal solito gruppo degli arciconsoli che in ogni funzione sacra o profana spiccava sempre nel Sancta sanctorum, Marco Cybo aveva scelto abbasso il suo posto, cogli umili; un poco in disparte e quasi nell’ombra, a destra, una signora della comitiva gli stava ritta daccanto; pensò che ella non avrebbe tardato ad allontanarsi, ma poichè rimaneva e più volte aveva girato gli occhi verso di lui, credette d’interpretare una tacita richiesta levandosi da sedere e offrendole il proprio sgabello. La signora accettò.

Scostatosi d’alcuni passi, egli non la vide pochi momenti dopo dilungarsi e scendere nel sottoposto cunicolo, dov’è il sepolcro di Pio IX. Terminata la predica, anzi la commemorazione Piana quasi compiuta, gli fece segno un pellegrino che sullo sgabello era rimasta dimenticata una borsetta da viaggio, sononchè l’idea prima di mandar subito il pellegrino o di correre lui stesso in traccia della proprietaria, tanto volle maturarla che finì per perderla di mente, e all’uscita, nel trambusto della folla, quando una giovinetta voce femminile gli domandò con grazia “si par hasard il n’avait pas vu à la place où elle était tout à l’heure une petite bourse en cuir de Russie” stentò parecchio prima di raccapezzarsi. – Ah! – tornò di galoppo al posto occupato: cerca di qua, cerca di là, lui e la forestiera, fruga, interroga: – avete visto una borsa così e così? – niente borsa.

Nessuno l’aveva rubata, ringraziamo il cielo, e si trovò in sacristia, ma frattanto un quarto d’ora perduto tra le ricerche e i convenevoli e le spiegazioni che colei non cessava di chiedere con inutile curiosità circa il pellegrinaggio e la funzione alla quale aveva in parte assistito, tutte domande bambinesche, tinte d’ironia; questa fra le altre, assai lusinghiera per monsignor Brasile: avrebbero giubilato i cattolici se un bel giorno fosse stato eletto Papa quel cardinale predicatore, così terribile? – Pure indicandola non francese, l’accento non ne manifestava la terra d’origine, però, solo a guardarla, si capiva che era ragazza, non ostante la sua perfetta indipendenza da coloro che l’accompagnavano e che ella non si curò punto di raggiungere, come Dio volle salita finalmente in una botte per conto suo.

Sotto l’atrio, a Cybo gli aveva stretto la mano, ringraziandolo, cogli occhi nerissimi fissandolo negli occhi e costringendolo ad abbassarli.

– Non abbiamo tempo da buttar via nè da aspettare chi non vuol venire – disse impaziente l’avvocato Visdomini col venerando Torre già installato nella carrozza padronale offerta dal principe Romoli, nel mentre questi non sapeva decidersi a pigliar posto, in attesa di Marco Cybo – se vogliamo andare all’albergo a vestirci per l’udienza.

– E a far due righe di colazione! – si affrettò ad aggiungere Cantabruna, appiccicato allo sportello, per sollecitare la partenza ed essere lui il quarto in carrozza.

– ….anche due righe di colazione, siamo uomini di carne; poi al Sant’Uffizio, radunar la gente, formar le squadre, condurle in Vaticano, metterle a posto, e tutto ciò prima di mezzogiorno, non possiamo star qui sotto la colonna di San Lorenzo a prendere il fresco….

– ….in omaggio al signor marchese, principe di Massa! — coronò Cantabruna la frase da Visdomini lasciata sospesa, nella cortezza che avrebbe avuto dall’aiutante di bandiera il desiderato complemento.

Essendo ancora ingombra la piazza, don Fausto Romoli, un piede sul predellino e l’altro in aria, si stiracchiava allungando il collo per discernere se spuntasse l’assente; Cristoforo Torre, tra l’autorevole e il conciliativo, propose a Cantabruna d’andar lui in due salti a cercarlo, ma era buffa l’autorità del presidente Torre, tanto più buffa di fronte all’avvocato Visdomini, il quale per tutta risposta fece salir Cantabruna.

– Poichè il nostro marchese non si vede, bisogna credere che gravi ragioni lo trattengano. Principe, la prego, abbia la gentilezza d’accomodarsi. Non è più un ragazzo da voler essere tenuto per mano dalla balia e neppure dal pedagogo.

E Cantabruna:

– Il pedagogo c’è, purtroppo, e lo conosciamo tutti. A proposito, io scommetto che se ne sono andati via insieme, essi due soli, all’inglese, lui e Castelborgo.

Partirono. I primi minuti trascorsero in silenzio.

– È vero che lo perdiamo, il marchese Cybo, o presto lo vedremo gesuita? – chiese don Fausto, sempre col pensiero fisso rivolto per simpatia all’amico.

Torre aperse la bocca, ma fu prevenuto da Visdomini:

– Le vie del Signore son tante e non tocca a noi giudicare se quella o quell’altra sia la preferibile per un nostro confratello; umanamente parlando, nell’interesse del laicato cattolico, io mi auguro che il nostro buon Marco rimanga con noi sulla breccia, quantunque, secondo me, l’indole sua, il suo temperamento, le sue stesse attitudini lo chiamino piuttosto alla vita religiosa, anzi alla vita contemplativa d’un ordine monastico, per così dire, fuori del secolo, estraneo a ogni sorta di lotte, dedito soltanto agli studi e alla meditazione.

– Vorrebbe relegarlo in una Trappa o in un chiostro di Cistercensi? osservò il principe Romoli, sorridendo.

– Vorrei averlo sempre con noi, ripeto, o se è volontà di Dio che egli ci abbandoni per seguir la strada migliore e la più sicura, non ci sarà così facile trovare chi lo sostituisca; tutto possiede: ingegno, operosità instancabile…. beni di fortuna! non esiste contributo di cui non sia largo, dalla fatica meccanica in tutte le nostre istituzioni e dal lavoro intellettuale nella stampa cattolica alla borsa sempre aperta, sempre generosa.

– I suoi articoli sul Quotidiano io non li capisco – si fece Luigi Cantabruna un dovere d’interrompere, pronto sempre collo spegnitoio a moderare gli effetti di luce – e nessuno li capisce: che stile è? tutto arzigogoli, parole bisbetiche, fuochi artificiali, salti nelle nuvole; domando io, che stile è? versi o prosa?

Gravemente, Visdomini si giovò dell’interruzione: – Stile moderno, alla francese, e nel mentre dimostra il talento di Cybo e la sua cultura, rivela benissimo la sua educazione completata a Parigi; questo è il neo, so può dirsi un neo, di cui certo non ha colpa: attinenze di famiglia, relazioni d’università…. purtroppo si trovò affigliato alla scuola che in Francia vive ancora, di Montalembert, del padre Lacordaire, di Federico Ozanam, ne succhiò il veleno liberale sotto la scorza del cattolicismo, e questa è la ragione perchè io temo che la Compagnia di Gesù non sia adatta per lui. Non son domande da farsi, ma se avessi tanta confidenza da chiedergli come va che finora la sua accettazione si fa sospirare….

Eloquente fermata in aria, e Torre moderò l’impressione del sottinteso spiegando che era stato il padre Albis a consigliar Marco Cybo di differire il suo ingresso nella Compagnia finchè non avesse avuto la certezza della vocazione, dopo una specie di noviziato laico, tutto consecrato alle molteplici opere di propaganda cattolica, attraverso le battaglie e le tentazioni e le esperienze del mondo. Si venne a discutere: fandonie! se la recluta è giudicata davvero un buon acquisto per la Compagnia, i gesuiti non corrono l’alea di vedersela scappare, basta leggere le regole di sant’Ignazio. Il padre Albis aveva intimato al marchese un tirocinio laico? ammettiamolo, ma il padre Albis, tuttochè originale nelle sue idee e in certe sue fisime arieggiante un po’ il padre Curci, da quel profondo conoscitore che era degli uomini, aveva addolcito la pillola per sbarazzarsi del postulante.

All’esedra di Termini, dove la carrozza insieme ad altre si era fermata per lasciar libero il passo a un battaglione di bersaglieri, furono raggiunti dal conte di Castelborgo in vettura con Marco Cybo, e stettero qualche momento fermi i due legni fianco a fianco. Scambio di saluti. Gridò forte a Cybo il principe Romoli:

– Marchese, mi scuserà; l’abbiamo aspettato un pezzo e poichè non veniva….

Fu il Castelborgo a rispondere:

– ….ci ho guadagnato io, in premio d’essere stato più paziente.

Ne avrebbe fatto a meno Visdomini di quell’incontro, chè nell’uscire di chiesa, sotto il peristilio, avvicinatosi al Castelborgo, si era visto voltare sdegnosamente le spalle; diventò più pallido, più terreo del consueto, o forse assaporando l’imminente soddisfazione d’una rivincita clamorosa, non parlò più pel momento.

I legni al Fontanone di Mosè si separarono, l’uno verso il Quirinale, dritto alla Minerva, l’altro giù per Santa Susanna e il Tritone a Sant’Andrea delle Fratte. Cantabruna mormorò non so cosa all’orecchio di Visdomini, poi a voce alta:

– Guai a noi! il principe di Massa si è addirittura schierato nel campo avversario – disse.

Era la seconda volta che, proferito con manifesto accento d’ironia, il nome del principe di Massa veniva in ballo. A che proposito? scrutava don Fausto sul volto dei tre compagni, collo sguardo interrogativo: chi era questo principe di Massa?

– Cantabruna, avete torto – redarguì la paterna severità del presidente, non tanto per l’altrui difesa come per la propria in materia di titoli araldici – avete torto di scagliare la freccia contro una persona che noi tutti stimiamo; se a Marco Cybo si può fare un appunto, sarebbe quello d’essere troppo democratico, di non tenere abbastanza alla sua nobiltà gentilizia, come del resto non ci tengo neppur io e lascio che mi chiamino Torre, Torre nudo e crudo, quando invece il mio nome autentico, provato coi nostri documenti di famiglia, con documenti dell’archivio di Milano e di Genova, col famoso Turrianae propaginis arbor del Lampugnani e colle tavole genealogiche del Litta….

– Ah! sarebbe dunque Marco Cybo il principe di Massa? – per troncare la filza minacciosa dello prove, interruppe don Fausto.

– Nè più nè meno, tale e quale come io sono Della Torre dei principi di Chiaravalle e Valsassina, con questa differenza: Della Torre di Chiaravalle e Valsassina non sono io solo, esistono altre famiglie in varie parti d’Italia, ce n’è in Tirolo e in Isvizzera, ce n’è in Germania, perfino in Danimarca, mentre Cybo è lui unico erede e discendente in linea retta….

– Non c’è più altri che lui della famiglia Cybo? Ora mi rammento: non so da quale imperatore i Cybo che erano potentissimi in Liguria, ottennero l’investitura del principato di Massa con diritto di battere moneta; famiglia storica; ebbero anche un papa…. Innocenzo settimo? Innocenzo ottavo?

– Non c’è più che lui, dopo la morte del marchese Ademaro suo padre, e parlando secondo le umane viste, sarebbe una rovina che egli abbracciasse lo stato religioso, perchè con lui la famiglia si estinguerebbe.

– Vanità temporali! Revertatur pulvis in terram suam – sentenziò Visdomini, uscito dal suo mutismo.

E Cantabruna, sull’esempio del maestro:

– Anche san Giuseppe Calasanzio era nobile e figlio unico.

Ma il principe Romoli domandò a Torre altre notizie:

– Cavaliere, lei ha conosciuto a Genova il padre di Marco? non era stabilito a Parigi e non sposò una francese?

– L’ho appena conosciuto da ragazzo; figlio unico lui pure e rimasto orfano, assai giovane entrò in diplomazia….

– Creatura di Cavour! – non si tenne Visdomini dal far notare.

– Era del partito liberale, come Lorenzo Pareto e Vincenzo Ricci, come i fratelli Balbi-Piovera, Orso Serra…. – Nel ’54 o nel ’55 andò a Parigi, segretario particolare di Cavour, e a Genova non tornò più, o almeno non fece più che rare e brevissime apparizioni, fu inviato dal governo a Costantinopoli, a Vienna…. fatto sta che di residenza fissa non tornò più.

– Avrà avuto le sue brave ragioni – malignò ancora Visdomini col plauso ripetuto di Cantabruna.

– Io, confesso, credevo che fosse morto; un giorno intesi dire vagamente che a Parigi, scioltosi dalla carriera diplomatica, si era ammogliato con una signorina milionaria, della più alta nobiltà.

– Volevo ben dire: è lui che ha sposato una Chateau-Ponsac, sorella della Fitz-James – confermò il principe – non può esser che lui, quantunque l’almanacco di Gotha nello stato di famiglia dei Chateau-Ponsac aggiunga al nome di Cybo il titolo d’un feudo tedesco o ungherese.

– Non saprei. Dopo tanti anni, saranno tre anni, ecco un Cybo che risuscita, capita a Genova con sua madre e sua sorella, riapre il palazzo abbandonato di San Francesco d’Albaro, l’antico palazzo dei Cybo, magnifico, costrutto da Galeazzo Alessi e dipinto da Luca Cambiaso, molto somigliante a quello che possedevano i Della Torre sulla collina di Granarolo….

– Era Marco, che tornava in patria?

– Il nostro Marco, uscito dal collegio dei gesuiti di Monaco, fiero della sua illustre origine genovese, che dopo la morte del padre aveva indotto la marchesa vedova a lasciar Parigi. Da allora in poi l’abbiamo sempre avuto con noi: homo missus a Deo; nostro fedele compagno e nostro esempio in tutte le opere cattoliche. E la marchesa? baciamo in terra dove mette i piedi: palmas suas extendit ad pauperem, è detto tutto.

In piazza della Minerva, Visdomini si contentò di esclamare:

– Siamo arrivati, finalmente!

Arrivato all’albergo prima di loro e vestitosi in punto e virgola, Marco stava per scendere abbasso, quando dal cameriere gli fu annunciata una visita, e subito, dietro al cameriere, si affacciò, col suo sorriso bonariamente arguto, il sonatore Tommaseo.

– Beato chi può trovarlo e vederlo, il marchese Cybo! – disse, fermo sulla soglia e ripigliando fiato dopo l’ascensione asmatica delle scale – dove passa la giornata? sempre in conferenza con Sua Santità e col cardinale segretario di Stato?

In quel momento, premuroso di raggiungere i compagni e, sbrigato un asciolvere sommario, correre al palazzo del Sant’Uffizio dove i pellegrini liguri stavano d’alloggio, Marco, ad onta dei suoi scrupoli, avrebbe assolto e benedetto il cameriere se si fosse permessa una bugia e, risparmiando al senatore la fatica di salire le scale, a lui avesse risparmiato il fastidio di doverlo ricevere, ma oramai non gli restava che mostrarsi lietissimo della visita inattesa.

– Si potrebbe sapere perchè non è venuto al Senato? Non si è lasciato vedere dai Marescalchi, neppure una volta dalla duchessa d’Olevano…. mi ha chiesto di lei la duchessa d’Olevano: così buona quella duchessa! e si è lagnata con me, anzi so che le ha scritto….

– È vero, un biglietto per invitarmi oggi a pranzo, ma come si fa? questa sera, alle otto in punto, addio Roma.

– Lo so da Carbonara, i romei questa sera ci abbandonano, e lei, manco a dirlo, fa vela con essi: guai al mondo se mancasse uno dei piloti principali. A proposito: Paolino Carbonara ci si trova bene a Roma e lascia partire gli altri; l’ho visto tutti questi giorni, senza contare che a Genova si è imbarcato con me e abbiamo fatto viaggio insieme, noi due e un’altra persona; appena si accorse che mi trovavo in compagnia d’una signora, niente pellegrinaggio! e il bordone e il sanrocchino colle relative conchiglie restarono appesi a un lampione come per incanto.

Marco si guardava bene dall’intromettere una sillaba nel discorso, conoscendo il suo uomo che ne avrebbe tirato pretesto per attaccare un pezzo sinfonico interminabile.

– ….Ma lei, vedo, è in armi e bagaglio o non ha tempo da perdere. Stamattina son già venuto due volte e questa è la terza: deve rendermi un servizio; si o no? pochi discorsi: sì o no?’ – Capisco, lei non risponde per non compromettersi e forse ha già indovinato…. non ha indovinato? ha torto: in certi casi i servizi che noi, reprobi, veniamo a implorare dalle anime elette, si dovrebbero capire a volo.

– Sfortunatamente non ho capito e per quel poco che posso sono ai suoi comandi – si affrettò Marco Cybo a dichiarare, con un leggero pizzico d’impazienza nella voce, appena un accesso provvidenziale di tosse interruppe l’inutile cantafera.

– Il ricevimento dei pellegrini in Vaticano avrà luogo quest’oggi a mezzogiorno? – E siccome la domanda barbugliata tra le vedove gengive, a tutta prima non era stata intesa, il senatore la ripetè elevando il diapason, nella solita persuasione che fosse l’altrui sordità quella che così spesso lo costringeva al bis, e proseguì, dopo ottenuto un cenno affermativo:

– Abbiamo anche noi la nostra polizia segreta e siamo sempre informati di tutto, appuntino; non credano loro signori di farla franca, e glielo dica ai suoi amici….

Per tagliar corto e coll’efficacia della mimica esprimere che volentieri avrebbe differito lo scherzo ad altro giorno da determinarsi, Cybo infilò il soprabito, cavò di tasca un paio di guanti:

– La prego, senatore, se non le dispiace….

– Ha ragione, lei è sulle spine ed io abuso del suo tempo, e faccio male, perchè tra le altre cose, io pure ho i minuti cantati. – Insomma, si tratta di questo: mi occorrono due biglietti per l’udienza papale, non mi dica di no, li ho promessi e ci tengo.

– Ma non ci sono biglietti per l’udienza d’oggi: è un ricevimento affatto speciale pei pellegrini e noi ci facciamo riconoscere mostrando le nostre tessere personali, numerate, specificate col relativo nome e cognome.

– Allora mi favorisca due tessere; tessere o biglietti, per me c’è poca differenza; l’importante è d’avere due segni di riconoscimento da presentare alla Porta di bronzo; e in quanto al nome e cognome, se non c’è altra difficoltà, scriva pure sotto dettatura: principessa Bran….

– Ce ne sono parecchie difficoltà, caro senatore – insisteva Marco, strettamente assediato e non certo per suo capriccio nella condizione di non poter aderire alla richiesta – prima di tutto, non posseggo tessere in bianco e nessuno di noi ne possiede perchè non ne esistono: tutto quante numerate e già distribuite dalla prima all’ultima; seconda difficoltà, e questa taglia la testa al toro: lei ha detto, se non erro, principessa….

– Brancovenu, con l’u finale, non o, – u, si ricordi: Brancovenu.

– Fa lo stesso; sia con o, sia con u, il nome è sempre quello d’una signora, e oggi, in Vaticano, alla presenza del Papa, le signore non sono ammesse; sono ammessi soltanto gli uomini, e noti bene, gli uomini che fanno parte del pellegrinaggio operaio.

– Errore! errore! – replicò trionfalmente l’avversario – errore grandissimo. Questa non me l’aspettavo, d’essere io meglio informato di lei; vede se ha buon naso la nostra polizia? ne sappiamo più noi di tutti loro signori, che credono d’avere le mani in pasta. Sul serio, le donne sono ammesse, glielo dico io e so di non sbagliarmi: signore, serve, operaie, figlie di Maria, le donne insomma, e non le avrei chiesto i biglietti se non ne fossi stato certo. – È inutile che lei crolli il capo; vuole una prova? è sempre la mia polizia segreta che m’informa: interverrà la Società delle operaie cattoliche, presieduta da donna Agnese d’Alcantara, interverrà la Società protettrice delle serve, presieduta dalla marchesa Campitelli che lei conosce, e infine la Società romana delle donne cattoliche, presieduta dalla principessa Romoli. È contento?

– Contentissimo, ma temo forte che le sue informazioni non sieno esatte. Se non le dispiace discendere con me, abbasso c’è l’avvocato Visdomini che potrà illuminarci meglio d’ogni altro; conviene andar subito, se vogliamo ancora trovarlo. – E preso il cappello, Marco si avviò giù per le scale, non senza applaudirsi d’avere escogitato la maniera d’accorciare l’assedio e forse liberarsene del tutto, persuaso che a momenti la parola d’uno degli arconti avrebbe tolto via ogni questione.

– E poi? – continuò sul primo pianerottolo, in attesa del senatore che calava i gradini a uno per uno, traballante e impedito dal pancione di vedere dove metteva i piedi – E poi? fosse anche vero, non capisco troppo come potrei esserle utile: qui a Roma io sono forestiero, ho imparato adesso, da lei, l’esistenza di coteste associazioni romane femminili.

– Tanto meglio, vuol dire che le mie notizie le gioveranno. – Si fermi un minuto, non scenda così in fretta: crede che io abbia le sue gambe di ferro? – Lei, voglia o non voglia, nel mondo nero è un pezzo grosso…. anche Carbonara è un pezzo grosso, massime ora che il Papa l’ha fatto suo ciambellano; a sentirlo, chi comanda è lui, le undicimila stanze del Vaticano le apre lui a piacimento…. ebbene, l’altro giorno promesse a rotta di collo: “senatore, non dubiti, lasci fare a me…. vedrò, m’incarico io….” e poi….

– ….Niente?

– Me lo domanda? – Senza tanti discorsi: lei quando vuole, ottiene: salta in una botte, corre qui a quattro passi alle Tartarughe, dalla marchesa Campitelli presidentessa delle serve, e in meno di mezz’ora mi fa avere i biglietti.

– Solo a titolo di curiosità: la principessa…. Bran…. come ha detto, sonatore?

– Brancovenu, una delle primarie famiglie di Rumenia; certo l’avrà intesa nominare; per lo meno l’avrà vista sull’almanacco di Gotha….

– La principessa Brancovenu sarebbe disposta ad aggregarsi alle serve?

– Disposta a tutto, pure di vedere il Papa; essa e sua figlia non hanno altro desiderio, specie sua figlia. Lei crede che in Vaticano oggi ci saranno proprio le serve? di serve, proprio serve, neppur una; ci saranno quindici o venti dame dell’Olimpo nero, tutte serve di Dio, chi ne dubita? ma tutte presidentesse, segretarie, tesoriere, patronesse, e per ficcarcisi in mezzo non occorrono sentimenti democratici nè di umiltà. – Dunque, si ricordi bene il nome per scriverlo come va scritto, chè all’ultimo momento non abbia da nascere qualche intoppo.

– Sentiamo prima Visdomini – obbiettò ancora una volta Marco Cybo, giunto, a Dio piacendo, in fondo alla scala dopo trentasei tappe.

E il responso di Visdomini fu quale il senatore l’aspettava: per dare al ricevimento maggiore solennità e maggiore imponenza agli occhi dei Pontefice, si era stabilito nel supremo consiglio che vi avrebbero partecipato le numerose associazioni romane, non escluse le femminili. Nella sua prudenza circospetta, l’avvocato si tenne sulle generali, ma non riusciva difficile capir tra le righe il vero perchè d’una deliberazione nuova, presa soltanto la vigilia, dopo che si era fatto il computo matematico di tutti quelli che sarebbero intervenuti. Non solo: chiacchierino più del dovere, Cantabruna accennò al discorso che il Papa avrebbe pronunciato – non si sapeva su quale argomento d’attualità – discorso d’importanza specialissima o troppo sublime per essere ascoltato quasi in famiglia da un semplice uditorio d’operai.

Le ultime riluttanze furono vinte, Marco si rassegnò, comunque assai grave gli pesasse il fastidio di concedere un tempo prezioso al desiderio vano di gente sconosciuta. Neppur chiese al senatore chi fosse e donde venisse cotesta signora principessa Brancovenu, della quale si mostrava così sollecito, nè dove e come l’avesse incontrata: sempre in giro pel mondo, accolto nei salotti aurei di mezza Europa, non per nulla Tommaseo si era meritato a Parigi dal marchese Do Noailles l’appellativo d’almanach perpetuel et universel des dames, tante erano le signore sulla superficie del globo, alle quali offriva l’omaggio della sua servitù, e poichè una principessa Brancovenu esisteva e dippiù si trovava a Roma, sarebbe stata l’anomalia delle anomalie se egli non avesse avuto mezzo d’aggiungerla all’interminabile lista.

Disse a Cybo nel separarsi da lui sotto il portone dell’albergo:

– Restiamo intesi così: io scappo in via Gregoriana ad avvisare la principessa e sua figlia e le imbarco con me, lei al palazzo Campitelli, e a volta di corriere, ci troviamo sotto il colonnato davanti al portone degli Svizzeri; chi primo arriva aspetta; le affido le signore….

– A me le affida!? – fu il grido di Marco, spaventato dal pensiero di doversi accollare la compagnia di due signore ignote, delle quali, per convenienza, non avrebbe più potuto sbarazzarsi sino all’ultimo.

– Lei le presenterà alla marchesa Campitelli. Non sarebbe decoroso che si introducessero per la via storta, mischiandosi alle serve, senza farsi conoscere dalla loro presidentessa e senza ringraziarla. Vada là, non ci perderà niente – aggiunse strizzando gli occhi in aria furbesca l’egregio sonatore, tormento d’una metà del genere umano per cavalleria verso l’altra metà – di certe cose con lei non si può discorrere, ma se invece d’essere quel che è, fosse uomo della mia pasta…. non dico altro; siamo intesi: fra un’ora al più tardi, sotto il colonnato.

E coll’aiuto di Marco arrampicatosi nella botte che l’attendeva in piazza, masticò dietro la schiena del vetturino:

– Via Gregoriana, numero 31.

Troppo bravo d’orecchio sarebbe stato il vetturino se avesse capito, e fu Marco che dovette ripetergli l’indirizzo, gridandogli forte e chiaro il numero 31 che era pure quello della sua camera d’albergo. Salito a sua volta in un altro legno, aveva appena girato l’angolo di via del Gesù, quand’ebbe l’ispirazione, per economia di tempo, di lasciare in pace la marchesa Campitelli, occupata certo a quell’ora a raggranellare le sue corifee, o invece filar dritto al Vaticano da monsignor Della Stanga, Maestro di camera; nel mentre era la via più sicura d’ottenere i famosi biglietti, era anche la più spiccia, e sbrigatosi in due parole, avrebbe avuto agio d’assistere all’ingresso dei pellegrini e collocare a posto le squadre.

Educato nelle cancellerie delle Nunziature alla scuola della gentilezza perfetta, e più tardi, nelle anticamere pontificie, a quella del periodare verboso, monsignor Della Stanga accolse subito la richiesta.

– Principessa Brancovenu e figlia. – disse, ripetendo il nome udito da Marco e scrivendolo egli stesso sopra un largo cartoncino – so che si trova a Roma e ne intesi parlare l’altra sera in casa Salviati. Buona famiglia rumena; ma non di ospodari e il titolo principesco fu una concessione recente dell’imperatore d’Austria. Ho conosciuto il principe alla nunziatura di Vienna: gran gentiluomo, letterato, statista, diplomatico…. ero appunto a Vienna, quando morì sul colpo per una caduta da cavallo; e credo d’aver conosciuto anche la principessa, un’ungherese, se non erro, che cantava mirabilmente, bellissima allora e molto in voga nella più alta società, quantunque non nobile, anzi d’origine piuttosto…. modesta.

Cenni biografici che per monsignore avranno avuto la loro importanza, ma lasciavano Marco Cybo del tutto indifferente e gli facevano presagire una lunga conversazione inutile, alla quale per rispetto, o a scapito dei suoi brevi minuti, sarebbe stato giuocoforza rassegnarsi. Poich’ebbe rinchiuso il biglietto dentro una busta col timbro dei Palazzi apostolici, il prelato volle spingere la cortesia fino a farlo recapitare immediatamente da un suo famiglio.

— Abita la signora principessa Brancovenu?… chiese a Marco senza dargli retta, ancorchè questi tentasse d’insistere nella formalità dei soliti complimenti, e scritto di suo pugno l’indirizzo o spedito il piego, mutò discorso, trattenendosi sullo spiacevole malinteso che la sera prima, tra i clamori dell’assemblea, aveva dato origine alle parole vivaci, forse troppo, non certo intenzionalmente offensive, dell’avvocato Visdomini. Per buona sorte Sua Eminenza il cardinale Schiaffino appunto in quel momento stava adoperandosi presso il conte di Castelborgo e senza dubbio colla sua autorità l’avrebbe persuaso a non suscitare altro scandalo con una protesta sui pubblici fogli, ma non era men vero che siffatti screzi tra i cattolici rivelavano le arti subdole e inique di chi sapeva giovarsene per disgustare i buoni nella loro operosità così proficua e allontanarli dall’azione, Dio sa con quanto gaudio degli avversari e peggio ancora con quanta amarezza all’animo del Santo Padre!

Queste cose, e molte altre anche meno peregrine, monsignor Della Stanga le diceva per dar aria ai denti, non di sicuro coll’idea d’aprire a Marco nuovi orizzonti, e per simulare un pretesto di conversazione le ripeteva sul tono d’un’antifona del breviario imparata a memoria, non risolvendosi mai ad accomiatare il suo visitatore, anzi serrandolo nel laberinto delle frasi come per impedirgli l’uscita ogni volta ch’egli faceva le prove d’alzarsi. Di chiacchiera in chiacchiera, da una persona all’altra, tornò sul primo argomento; i nomi si richiamano tra di essi e quello della Brancovenu cadde di nuovo sul tappeto, per caso. Ora si rammentava benissimo, monsignore: sicuro, si era trovato colla principessa a un pranzo del ministro Apponyi, nientemeno che la vigilia o l’antivigilia del funesto avvenimento in cui il principe perdeva la vita così tragicamente a Mödling…. anzi no, a Laxenburg…. insomma nei dintorni di Vienna…

– Cadendo da cavallo – -impazientito, aiutò Marco Cybo, nella speranza d’affrettare il racconto.

– ….Cadendo da cavallo – ribattè monsignore, fissi gli occhi in quelli di Marco – almeno secondo la versione ufficiale delle gazzette.

– Ah! c’era un’altra, versione?

– Non ne sa nulla, marchese? – E più che le labbra erano gli occhietti grigi e furbeschi del prete che interrogavano – non ne sa nulla? Capisco che la principessa per molte ragioni non le abbia mai parlato d’un episodio così luttuoso e tanto meno sia entrata in certi particolari, ma supponevo che da altra fonte…. anche in famiglia…

– In famiglia!?

– Ossia…. in famiglia, come dappertutto; ne menarono tanto chiasso i giornali a quell’epoca…. è vero che lei era ancora bambino, ma fatti di questo genere, discorrendo, ritornano a galla. Si buccinava sottovoce, e non soltanto sottovoce, d’un duello misterioso…. un duello, come purtroppo se ne hanno altri esempi, massime in Germania, che ad ogni costo si voleva nascondere…. ripeto, la principessa, naturalmente, non parlandogliene mai…

– Non poteva parlarmene la principessa, anche se avesse voluto – esclamò Cybo con una punta di stizza – io non la conosco, non l’ho mai vista al mondo; forse ne avrò inteso il nome un paio di volte in vita mia, niente più.

Monsignor Della Stanga trasecolò:

– Lei, marchese, non conosce la principessa Brancovenu?

– Neppur per ombra. Se ha la bontà di rammentarsi, glielo dissi entrando, monsignore: mi permettevo d’importunarla dietro le vive istanze d’un amico della mia famiglia, il senatore Tommaseo, che aveva escogitato, in mancanza d’altra vittima, di mettere a contributo l’opera mia e non darmi requie e non lasciarmi respirare, purchè alla principessa e a sua figlia ottenessi di poter assistere, oggi, al ricevimento dei pellegrini.

– Ah! il senatore….

– ….Tommaseo. Corto non le riuscirà nuovo il nome, sebbene non sia tra quelli che compariscono più spesso nei rendiconti parlamentari: una volta all’anno…. e non tutti gli anni.

— Nipote forse o cugino del celebre Tommaseo?

— Non credo, anzi no, assolutamente: lo scrittore era dalmata e il senatore invece è siciliano, di Trapani, e tiene a Genova il suo quartiere generale. Del resto, un gentiluomo dell’antico stampo, a prova di bomba.

– Tanto meglio, tanto meglio – ripetè due volte il Maestro di camera, tutto ilare, alzandosi in piedi, finalmente, e con voce che palesava una intima soddisfazione – in questo caso son molto lieto d’avere io pure contribuito in qualche modo ad appagare i desideri del senatore.

E accompagnato Marco Cybo sulla soglia, nel licenziarlo parve che un ultimo dubbio gli travagliasse ancora il pensiero. Soggiunse, alquanto sardonico:

– M’imagino che in benemerenza del servizio reso, il nostro senatore Tommaseo, così devoto alle signore e così faccendiere, non avrà altra premura che di condurre lei, marchese, ad ossequiare la principessa.

– Speriamo di no; in ogni caso, se ne avesse l’idea, mi sarebbe impossibile contentarlo, poichè parto questa sera.

– Per Genova?

– Per Genova col pellegrinaggio ligure che torna a casa, e poi, sui primi di dicembre, per la Francia, dove andrò a raggiungere mia madre e mia sorella.

– Allora…. tanto meglio – per la terza volta replicò monsignore sempre più gioviale, ma si corresse subito – volevo dire tanto peggio…. sicuro, tanto peggio per noi, che abbiamo la sfortuna di perderla così presto.

VI.

Marco Cybo si recò difilato nella sala Clementina in Vaticano dove il ricevimento doveva aver luogo e dove, man mano che giungevano i pellegrini a piccoli gruppi, le squadre si stavano formando. Di trovarsi all’appuntamento fissato da Tommaseo, non si diede più pensiero: era inutile, dappoichè alla principessa era stato recapitato il biglietto a casa con tanta sollecitudine, e d’altra parte non gli sembrava vero d’essersi tolto dalle spalle così a buon mercato e così alla svelta il fastidio d’una presentazione alla quale non teneva niente affatto, in ispecie ora, dopo le parole di monsignor della Stanga: parole scure che egli non aveva capito nè gli importava di capire, ma che lasciavano trapelare qualche cosa di losco e di misterioso.

Gridando forte le sue istruzioni come se fosse stato in una piazza d’armi, saltando di qua, correndo di là, scendendo abbasso, tornando di sopra, Luigi Cantabruna faceva da generale e da caporale. Lombardi, liguri, romani, piemontesi, uomini e donne, giacchette e marsine, zimarre nere e mantellette paonazze, per amore o per forza dovevano obbedirgli; non si udiva che la sua voce acuta e sibilante, non si vedeva che la sua persona rachitica sguisciare nella folla, tra le alabarde degli svizzeri e le lucerne dei gendarmi. Rosso, sudante, col nodo della cravatta di traverso sotto l’orecchio e la camicia pietosamente sgualcita nello sparato ampio del panciotto, appena ravvisò Marco gli venne incontro, che pareva l’ira dell’Apocalisse: ecco: dove s’era nascosto fino allora? una Babilonia, una Babilonia! ordini, contrordini, tutti volevano comandare, tutti volevano dirigere, tutti pretendevano il posto d’onore in prima riga per potere veder bene il Papa e sentire il discorso! Fortuna che Marco Cybo era capitato, così lui piantava la baracca e se ne andava a prendere il fresco! I peggio erano i romani, i più intrattabili e i più prepotenti; voleva sentirne una? i capi della federazione Piana strepitavano per le coccarde bianche e rosse dei genovesi e non c’era verso di persuaderli; il più accanito era il duca…. il principe…. come si chiamava? tutti principi e duchi a Roma…. come si chiamava il presidente dal Circolo di San Pietro?

– Don Giulio Bentivoglio. Ebbene? bianco e rosso, i colori di Genova, che male c’e? – rispose Cybo meravigliato.

Questo, questo domandava anche Cantabruna: che male c’era? i colori di Genova, croce rossa in campo bianco; nossignore: i colori sabaudi, croce bianca in campo rosso, guai al mondo, scomunica, fulmini, ira di Dio! e intanto una gran discussione e spreco di tempo; intanto metà dei pellegrini mancava, s’era persa per la strada, e a momenti suonavano le dodici! Bisognava trovarsi pronti almeno due ore prima e non ridursi a tirare coi denti gli ultimi minuti; l’aveva predicato, sì o no, subito arrivato a Roma? stabilire quella stessa mattina per la funzione in San Lorenzo e pel ricevimento del Papa, era un solenne sproposito, ma già, lui, Cantabruna, era fatto giusto per cantare nel deserto e pigliarsi tutti i fastidi! E mentre lui sgobbava per gli altri e ci rimetteva i polmoni, dov’erano i pezzi grossi, i direttori generali, queste cime di talento? di là, nelle anticamere, a sprofondarsi in inchini coi monsignori, a gonfiarsi, a ricevere le congratulazioni!

Per molti rispetti, Cybo si guardò bene dal contraddire. Dopo aver dato prova della maggiore pazienza ascoltandolo, si diede attorno, poichè l’ora precipitava, a collegare in fila i ritardatari. Di sfuriate simili, valanghe di parole e di lamenti, Luigi Cantabruna aveva la privativa e in grazia dell’abitudine niuno più ne faceva caso. Fra le tante, innumerevoli, una delle sue principali fissazioni era quella di doversi sempre adattare alla volontà degli altri, d’avere sulle spalle il peso improbo di tutto il lavoro, lui ch’era la prepotenza incarnata e manco sotto una pioggia di bombe avrebbe acconsentito a cedere un pezzetto del suo bastone di comando; ogni volta, senza fallo, era l’ultima che si lasciava pescare, ma questo che sarebbe stato il miracolo più strepitoso dell’epoca, aspettato da tutti come una manna del cielo, purtroppo, a causa dei nostri peccati, la misericordia divina lo teneva in serbo pei secoli di là da venire.

Frattanto, come Cantabruna aveva detto, le alte dignità e i capi promotori attendevano nella sala degli Arazzi che il Santo Padre uscisse dai suoi appartamenti, per rendergli omaggio in precedenza e fargli corteo al suo ingresso nella sala Clementina. Solenne aspettativa: quando Marco, privilegiato anche lui, li raggiunse, tutti erano al loro posto, gravi e compunti, penetrati dalla maestà dell’ora imminente. Se più familiari del luogo e meno facili alle emozioni d’uno spettacolo per essi abituale, i romani e i giornalisti di Roma non si prendevano soggezione, considerandosi padroni di casa, e chiacchieravano tra loro e andavano e venivano a beneplacito, gli altri, raccolti in vari gruppi, tra i quali spiccavano i capelli bianchi del conte di Castelborgo e la parrucca bianca di Cristoforo Torre, gli altri, compreso l’avvocato Visdomini, osavano appena muoversi, discorrevano a voce bassa con intervalli di lunghi silenzi, trepidando ogni volta che l’uscio si schiudeva per dar passaggio a un sediaro o a un prelato domestico partecipante oppure tintinnivano gli speroni d’una Guardia nobile; lo stesso monsignor Brasile, nella pompa violacea della sua cappa magna di protonotario apostolico, perduta la facondia irascibile, se ne stava in disparte taciturno e mansueto.

Qualcuno pretendeva che facesse il broncio perchè a malgrado dei suoi intrighi gli era stato negato di leggere l’indirizzo al Pontefice, onore che secondo lui gli spettava di pien diritto non solo sui laici ma pure sugli ecclesiastici, nessun vescovo trovandosi a Roma delle diocesi a cui appartenevano i pellegrini, o che invece, come decano dei vari presidenti, Cristoforo Torre si era tenuto bravamente per sè.

I maligni susurravano che monsignor abate era uomo da legarsela al dito e colle protezioni cardinalizie di cui godeva l’avrebbe fatta scontare, e sembrava che Cristoforo Torre lo presentisse, tanto si affannava in un crocchio e nell’altro a latineggiare per giustificarsi: cosa dicevano le sacre Scritture appunto a proposito del decano? major natu loquator, e non facevano distinzione tra ecclesiastici e laici; era lui o non era il major natu? E con gesto abituale si accarezzava sul cranio la neve di stoppa, ripetendo una dello sue burlette favorite, che per lui era sempre fresca, quantunque se ne smarrisse l’origine nelle nebbie di trent’anni addietro: bastava guardarlo: la torre era in rovina, quasi sepolta sotto la neve di tanti inverni, e non gli occorreva mostrar la fede di battesimo per far valere il suo jus senectutis; torre d’oro in campo rosso, era lo stemma della sua famiglia, lo stemma antichissimo dei Torriani di Milano e di Valsassina, inquartato per via di donne, con quello dei principi di Chiaravalle, ma la torre a poco a poco sotto gli inverni era diventata d’argento. E san Paolo? lo diceva anche san Paolo ai Corinzi: non gloria, necessitas mihi incumbit; ecco il busillis: necessitas! e al fumo e agli onori avrebbe rinunciato molto volentieri, a patto di tornare indietro sul lunario e indorare di nuovo quella benedetta torre!

Ripetuta sillaba per sillaba parecchie volte e in diversi gruppi, cotesta palinodia Marco aveva finito per impararla a memoria e si era rifugiato in un angolo insieme al Castelborgo, che di nuovo gli veniva spiegando come le esortazioni del cardinale Schiaffino l’avessero indotto, per quanto gli fosse amaro, a transigere sulla sua dignità vilipesa e a fare atto di presenza.

– Potevo ostinarmi – conchiuse rassegnato – dar l’esempio dello scandalo e della ribellione, per un miserabile orgoglio? Sua Eminenza, apprezzando le mie ragioni, promise d’esporle al Santo Padre prima, che da altri la cosa gli venga all’orecchio; il Santo Padre giudicherà tra me e coloro che mi hanno offeso: non domando altro. Ed eccomi qui per dovere e per obbedienza, sotto gli occhi sospettosi di questi signori, che quasi tutti mi credono scismatico o imbecillito!

Mezzogiorno e tre quarti. Le porte si spalancarono. Il susurro che man mano, col prolungarsi dell’aspettazione, era andato crescendo tra i congregati e dissipando il raccoglimento dei primi dieci minuti, cessò immantinente. Comparvero le guardie svizzere, le guardie palatine, le guardie nobili, e ritta sulla soglia, bianca sullo sfondo delle porpore e delle cappe violacee che l’accompagnavano, tutta bianca, senza stola, la figura di Leone XIII.

I congregati si prostrarono.

Venne avanti, lenta, benedicendo.

Venne avanti, lenta, benedicendo i genuflessi nella luce che irradiava la sua candidezza marmorea, benedicendo a destra e a sinistra, non sorridente, rigida nel gesto liturgico. Quando si arrestò in faccia ad una delle invetriate, gli occhi, immobili fino allora, guardarono attorno benigni, sul volto d’asceta parve che un filo di sangue serpeggiasse nel gran pallore tra i margini delle rughe, ma le labbra non sorrisero e non sorrisero gli occhi benigni, velati da una mestizia, il capo si curvò e cadde stanca la mano che impartiva.

Poi che tutti furono in piedi e si disposero in semicerchio al cospetto della Santità Sua circondata dalla corte palatina e assistita dagli eminentissimi Mertel, Ledochowski, Parrocchi e Schiaffino, quest’ultimo come ligure e protettore del pellegrinaggio, la porpora sulla tonaca bianca d’olivetano, presentò ad uno per uno i membri dei tre comitati, dopo l’esordio d’un breve discorso.

Molti di essi il Santo Padre li conosceva nè la memoria gli faceva difetto. Via via che dal cardinale gli venivano presentati, ad ognuno rivolgeva la parola benevola, interrogando i nuovi, rammentando agli anziani in quale circostanza fossero già stati ammessi al bacio del piede. Col presidente si compiacque di vederlo tuttora vegeto e florido, d’ascoltarne un lungo sproloquio latineggiante e la memoranda narrazione della neve fioccatagli sullo stemma dal giorno della sua prima venuta a Roma, nel ’43, ai tempi di papa Gregorio, quando segretario di Stato era il cardinale Lambruschini, felice memoria.

– L’Eminentissimo, dal quale fummo consacrati arcivescovo di Damietta, appunto nel ’43, prima della nostra partenza per la nunziatura del Belgio – rammentò Sua Beatitudine, quasi con tristezza, assorta un istante nel lontano ricordo, e per moderare la facondia soverchia del presidente, non a lui, ma a Cantabruna e poi all’avvocato Visdomini chiese notizie sulle opere cattoliche di Genova “la nostra buona Genova, mazziniana e divota”. Fosse per la commozione, fosse per l’equivoco del cardinale Schiaffino che l’aveva presentato come marchese Carbonara, Luigi Cantabruna rimase goffo e balbettante a trangugiar la saliva, rosso di confusione, incapace d’azzeccare una risposta, mentre nel gruppo dei camerieri segreti e d’onore la barba del vero marchese Carbonara non finiva d’agitarsi, ma coll’avvocato Visdomini il Santo Padre s’intrattenne volentieri, prolungando il colloquio assai più che con ogni altro, degnandosi d’addimostrargli tutto il tempo e in faccia a tutti una singolare predilezione.

Quando fu il turno del conte Appiani di Castelborgo, senza rammentarsi d’averne altre volte gradito gli omaggi in Vaticano, con un semplice accenno del capo ne accolse il nome e la presentazione, brevi parole gli bastarono, brevissime, gelide, e riconosciuto Marco Cybo che stava a fianco del conte, si volse a lui, prima ancora che il cardinale pronunciasse la formula di prammatica; lo chiamò a sè e nel curvarsi per sollevarlo con ambe le braccia dalla genuflessione, lo strinse in una tenerezza paterna.

Procedendo insieme al corteo per recarsi nella sala destinata al ricevimento, Marco si sentì battere sulla spalla e interrogare a bassa voce:

– E così? perchè hai mancato all’appuntamento?

Si voltò. Era Paolino Carbonara, sempre magnifico nelle fiamme imperiali della sua barba che gli scendevano ondeggianti sul petto a lambire la collana d’oro, ineffabilmente glorioso nelle sue funzioni nuovissime di cameriere segreto di cappa e spada.

– Perchè hai mancato all’appuntamento?

La replica della domanda somigliava a un rimprovero, se i rimproveri di Carbonara si fossero potuti pigliar sul serio, tanto più incomprensibile quanto più grottesco il sussiego che l’accompagnava, e la verità era che Marco, lontano mille miglia, non sapeva affatto d’aver dato a Paolino Carbonara alcun appuntamento, e prima di tutto, per poter rispondere, avrebbe voluto capire.

Qui stava il difficile: non era il momento nè il luogo, camminando a piccoli passi in mezzo ai prelati e ai dignitari della famiglia pontificia al seguito del Papa, d’ottenere che Carbonara in due parole riuscisse a spiegarsi, d’altronde doveva essere cosa di poca importanza o nessuna, perchè egli, non curandosi della risposta, attaccò subito un altro argomento che gli bruciava il cuore: aveva sentito, Marco, lo sproposito del cardinale Schiaffino? pazienza, se fosse stata la prima volta e in un’altra circostanza, ma nossignore, davanti al Papa! e sempre così: o lui lo presentavano come Cantabruna, o Cantabruna lo presentavano come Carbonara; sempre così! che somiglianza c’era tra il suo nome, marchese Paolo Carbonara, e quello di Cantabruna, per confonderli insieme? lo domandava a Marco Cybo: che somiglianza c’era? eppure, sempre così! Pazienza, se fosse stato un altro, ma un cardinale! un cardinale prendere di questi granchi e non ricordarsi più che il marchese Paolo Carbonara era stato nominato da Sua Santità cameriere segreto e per lui non c’era più bisogno di presentazione? se non le sanno i cardinali queste cose, chi ha da saperle?

– Non so spiegarmi neppur io l’equivoco, – osservò Cybo con leggera ironia, troppo spontanea per potersi pentire a tempo, – Cantabruna non ha barba!

– E nota questo: non solo non ha barba, ma non ha neppure…. sai cosa voglio dire…. – anche tu sei senza barba – non ha quel certo esteriore che ho io e che hai anche tu…. mi spiego? quella distinzione…. guarda un po’ Bentivoglio, per esempio, qui a dritta, guarda Pippo Campitelli, il marchese Ottoneschi, t’accorgi subito che sono persone della nostra…. del nostro…. sai cosa voglio dire, ma Cantabruna…. via, dal cardinale Schiaffino questa non me la sarei aspettata; e mi conosce il cardinale, mi ha visto qui ieri, mi ha visto stamattina….

Cose dell’altro mondo!

VII.

Surge, quæ dormis.

Altissima e unanime irruppe l’acclamazione dei pellegrini all’apparire del Sommo Pontefice, una lunga acclamazione di evviva, un agitarsi di braccia, uno sventolare di fazzoletti. Vero tumulto che andò crescendo, propagandosi dalle prime alle ultime file e divenne frenesia. Nel metallo delle voci che si fondevano insieme, robuste, squillanti, argentine, in un clangore d’urli irriverenti, vibrava l’anima della folla, sempre la stessa indomabile – cattolica o giacobina – fatta ubbriaca dalle sue ire e dai suoi entusiasmi.

In fondo alla sala Clementina una semplice poltrona era stata collocata sul rialzo di parecchi gradini. Nel mentre durava l’ovazione e a stento la moltitudine dei devoti ricomponeva le file, più obbediente all’invito degli svizzeri e dei gendarmi anzichè al comando dei suoi capi, la Santità di Nostro Signore, dopo avere dall’alto contemplato lo spettacolo, lentamente si assise, non sorretta, rimanendo immobile tra i quattro cardinali, le palme adagiate, o, meglio, con qualche stanchezza abbandonate sui bracciuoli di velluto, e aspettò.

L’attesa non fu breve. Dopo un inno già altre volte cantato alla presenza del Papa dai giovani componenti il Circolo romano dell’Immacolata, ma più efficace d’ogni comando a ristabilire la calma, il presidente Torre uscì dal gruppo laico, al quale la nobile anticamera pontificia aveva ceduto il posto d’onore a fianco del trono, e fatta la genuflessione di rito, cominciò colla sua voce in falsetto la lettura dell’indirizzo:

“Beatissimo Padre.

“Prostrati ai piedi della Santità vostra in questo giorno solenne, venuti dall’estrema Italia non già nella nuova Roma pagana, ma nella Roma del Beato Apostolo Pietro, gli operai lombardi, liguri e subalpini, recando al Padre comune dei cattolici il loro omaggio d’amore e di devozione filiale, ancora una volta ripetono esultanti le loro proteste d’inviolabile fedeltà.”

Lunga lettura monotona, tramezzata per difetto della vista e della lingua da frequenti inciampi o ripetizioni non chieste di vocaboli o di periodi, troppo lunga pei lontani che non potevano udirla e pei vicini che ne avvertivano lo stento e nel faticato armeggio dell’interprete raccapezzavano a mala pena il concetto; troppo lunga ed oziosa per tutti quelli che da gran tempo in occasioni simili erano abituati nella medesima forma tassativa ad ascoltare l’espressione dei medesimi sentimenti. Ciò non ostante, giunta la fine, con un cenno benigno del capo e mormorando poche parole d’elogio, il Santo Padre si compiacque manifestare la propria soddisfazione, e gradita l’offerta dell’obolo di San Pietro che dai presidenti gli venne umiliata in tre borse ricamate d’oro, non senza fatica si levò da sedere. I prelati domestici si avvicinarono e apparve coperto del mantello scarlatto. Prima di scendere i gradini rimase un istante, volgendo lo sguardo attorno a sè, come in forse d’eleggere chi gli servisse di sostegno: dei più prossimi era Cybo; appoggiata sulla sua spalla la mano venerabile, scese dal trono, e nell’appoggiarsi a lui, pareva fatto curvo dal peso del mantello, e si avviò verso la folla dei pellegrini, disposti lungo le pareti in doppia riga nella sala e anche nelle seconde logge.

Per abbreviare il giro quant’era possibile, monsignor Della Stanga che precedeva d’alcuni passi, lasciò in disparte le associazioni romane, e cominciò dai piemontesi. Via via raccoglieva i nomi e li ripeteva al Papa, il quale procedendo con paterna lentezza, ad ognuno dispensava una parola soave, e troppo spesso o troppo longanime consentiva d’ascoltare le suppliche, le miserie, le laudi verbose degli indiscreti e abbandonava la mano con visibile compiacenza alla ressa di cento mani che se la disputavano, al fervore dei baci e delle lagrime; taluni, strisciando sul marmo, volevano baciare il piede ad ogni costo, altri restavano intontiti, gli occhi gonfi di pianto, assorti nel miracolo della loro visione. Due monsignori del seguito distribuivano in memoria una medaglietta d’argento.

Compiuto il giro faticoso, sempre reggendosi al braccio di Marco, Sua Santità stava per risalire i gradini, quando dal gruppo romano delle signore una voce ardita squillò come un richiamo:

– Et nous autres? on nous oublie?

Era in quella voce di donna lo scatto dell’aspettazione delusa. Il Papa si voltò, e nel medesimo tempo, uscita dalla fila e traversato il breve spazio, la temeraria venne a inginocchiarglisi davanti: temeraria, in tutta la sua grazia serpentina di fanciulla, non udì, o non volle udirlo, il susurro che l’aveva accompagnata e durava ancora, e gli occhi alti e sereni, non umile nè tracotante, rimase nell’atteggiamento d’una bimba, sicura dell’indulgenza. Marco la riconobbe: il gran velo nero di pizzo non le scendeva sul volto; la riconobbe e fu riconosciuto anche lui, e suo primo pensiero fu questo: perchè mi perseguita?

Benignamente, Sua Santità interrogò:

– Ebbene, figliuola, che cosa volete dirgli al Papa?

Che cosa voleva dirgli? l’ignorava; nulla. Alla domanda, il suo coraggio si smarrì; la domanda più semplice, e non era quella che si aspettava. Forse, più che uno slancio d’affetto e di venerazione, l’aveva spinta un impulso d’orgoglio, si era mossa dal suo posto, sfidando le convenienze, per pretendere la sua parte di colloquio e ottenerla come tutti quei miserabili l’avevano ottenuta, tutti, dal primo all’ultimo, ed ecco che si sentiva scrutata nell’abisso dell’anima, incapace di mendicare un pretesto.

– Parlate – si degnò d’insistere Sua Santità con maggiore dolcezza – se il Signore Iddio vi ha condotto ai nostri piedi, benedirà al vostro desiderio.

Gli occhi di lei si fissarono in quelli di Marco, dubbiosi, quasi per impetrare un consiglio, poi, abbassandoli verso terra, mormorò l’invocazione di Samuele:

– Parlez-moi vous même, Saint-Père, votre servante vous écoute.

In atto di meraviglia, poichè credeva che quel giorno non assistessero che italiani, il Santo Padre richiese monsignor Della Stanga che gli era vicino, ma la risposta fu vaga e incerta, e si volse di nuovo all’ubbidiente, la quale, rinfrancata dal turbamento, a un suo cenno si levò in piedi, nascosta dal cerchio degli eletti alla curiosità della folla.

– Dites-moi: de quel pays êtes-vous? quel est votre nom?

– Je suis hongroise de naissance comme ma mère, mais ma famille est valaque; je m’appelle Nicolette Brancovenu.

Questo nome, Brancovenu, al Papa non riusciva nuovo: socchiuse gli occhi un istante, pensando nei suoi ricordi dove l’avesse imparato.

– Le prince Brancovenu…. – pronunciò come se parlasse a sè medesimo, e nei lenti intervalli tra una parola e l’altra soggiogava la memoria ribelle, e ogni sillaba accompagnava con un lieve ondulamento del capo in avanti – autrefois, a Pérouse, nous avons reçu la visite d’un prince Brancovenu, très-jeune, alors exilé de Roumanie et en tournée d’artiste avec monseigneur Strossmayer déjà évêque de Diakovar; ce fut ce même Brancovenu – Constantin, nous croyons – que longtemps après le nouveau prince de Roumanie nomma ambassadeur à la cour de Vienne.

– C’était mon père. Je l’ai à peine connu, car je n’avais que cinq ans le jour qu’ il tomba si malheureusement…. tué! – rispose la fanciulla, e Marco – che ne sfuggiva gli sguardi sebbene attratto da un istinto di desiderio e dalle pupille di lei, che quella mattina lo perseguitava coll’incessante ripetizione del suo nome e delle sue comparse improvvise – rammentando quanto il Maestro di camera gli aveva narrato poco prima circa la morte del principe, si avvide dall’intonazione e dalla reticenza com’ella non ignorasse la verità. E la verità triste, adombrata dalla figlia dell’ucciso, tornò senza dubbio negli echi di voci remote e clandestine alla memoria del Santo Padre e ai suoi occhi repentinamente si riaffacciarono le cause di quella morte, e un’immensa compassione gli si diffuse sul volto, quando colei ebbe a manifestarsi fuori della comunione cattolica.

– Et bien, chère enfant, puisque vous n’avez domandé tout à l’houre, en toute confiance, autre grâce que celle d’écouter, ce sera un mot de l’Apôtre dont vous emporterez le souvenir: reveillez-vous et notre Seigneur Jesus Christ repandra la lumiére sur vos pas et dans votre coeur: surge, quae dormis, et illuminabit te Christus.

La benedisse, e senza appoggio ascese i gradini del trono.

Sedette, e lasciato cadere il mantello sullo schienale, si riposò alquanto. Assunse la stola da monsignor Maggiordomo. Un bisbiglio corse nelle file dei romei, quel bisbiglio ansioso che procede un grande avvenimento imminente. Si sapeva che il Papa avrebbe risposto con un discorso all’indirizzo del presidente Torre, e cupidi d’ascoltare, tutti volevano farsi avanti, e i lontanissimi e anche i meno lontani, scomposte le righe, non si peritavano a furia di gomiti d’aprirsi un varco attraverso la calca, urtando, spingendo, litigando, o più d’una voce stizzosa di protesta pervenne al collegio dei capi e dei monsignori e più d’un alterco irriverente; pure un tafferuglio nacque laggiù in fondo tra liguri e piemontesi, ma appena il tempo d’avvertirlo, tanto presto fu soffocato.

Bastò l’atto che fece Sua Santità di assorgere protendendo la mano verso la moltitudine in segno di benevola autorità, perchè da un capo all’altro si propagasse un lungo zittio che imponeva silenzio e il perfetto silenzio e la calma perfetta gli succedessero, come un’obbedienza monastica.

Il discorso papale cominciò in questi termini:

“Già parecchie volte durante il nostro Pontificato potemmo conoscere e apprezzare i sentimenti d’amore o di devozione che le popolazioni di Lombardia, Piemonte e Liguria professano alla Santa Sede e alla nostra persona, ma in modo speciale oggi ci è dato conoscere tali sentimenti, vedendovi in sì gran numero qui raccolti e ascoltando le vostre proteste di fedeltà incrollabile a questa Sede apostolica e di vera unione con Noi.”

Fioca e velata, dapprima la voce del Pontefice pareva che annegasse in quel silenzio; quantunque lenti, proferiti con intenzione manifesta di solennità, i periodi giungevano soltanto a chi era più vicino e svanivano in un soffio di stanchezza le ultime sillabe. Così durò tutto l’esordio e così la breve allocuzione, specialmente diretta agli operai sulle parole dell’Ecclesiastico: deprecatio vestra in operatione artis…. animae vestrae sitiunt…. operamini ante tempus et dabit vobis mercedem vestram in tempore suo; senonchè di grado in grado la voce acquistava vigore, e meno lenta, meno solenne, ecco che si fece più sonora e più limpida, non più oppressa dalla maestà del silenzio, trionfante degli anni e della fatica, intesa da tutti. Ma non tanto dai meschini operai importava a Leone XIII di farsi intendere, quanto da altri, presenti e lontani: pigliando occasione d’ammonire i semplici contro le insidie di chi mentiva la patria e la libertà come mentiva la dottrina della Chiesa e la fede di Gesù Cristo, passò d’un tratto dalle esortazioni catechistiche d’umiltà e di pazienza alla rivendicazione dei suoi atti. Era l’ora sua: memorò l’enciclica Inscrutabili e la lettera del febbraio ’82 all’episcopato d’Italia, l’allocuzione del 23 maggio precedente e la lettera del 15 giugno al cardinale Rampolla segretario di Stato, più memoranda quest’ultima per la pubblica adesione spontanea di tutti i vescovi d’Europa e d’America; respinse ancora una volta ogni velleità di conciliare la Chiesa colla rivoluzione, e con fermo accento che palesava una suprema amarezza, sfolgorò chi ardiva rizzarsi a censore, a maestro, ad oracolo del Papa e dei vescovi, discutendo i dogmi, conculcando le discipline, raccogliendo le calunnie e i vituperi: chi erano costoro? più temibili, perchè più astuti, dei nemici dichiarati, avevano l’audacia di proclamarsi figli ossequenti della Chiesa Romana, e a tanto giungeva la loro malizia da far credere agli ingenui che combattessero le buone battaglie per la religione e per la patria, così riducendo taluni illusi a strumenti inconsapevoli dei loro disegni.

Fiera sanzione, esplicita sanzione all’arringa pronunciata dall’avvocato Visdomini la sera antecedente. Chi poteva dubitarne? Gli sguardi di tutti quelli che circondavano più da vicino Sua Beatitudine si conversero sul conte di Castelborgo, tutti o quasi tutti, trionfalmente crudeli.

E così chiuse il discorso Sua Beatitudine:

“Ed ora, dilettissimi figli, imploriamo sopra di voi e sulle vostre famiglie le più elette grazie celesti e ve ne sia pegno la benedizione apostolica che di tutto cuore v’impartiamo: essa vi accompagni nel ritorno, nelle vostre case, nelle vostre opere, nei vostri travagli e nelle vostre gioie. Pellegrini alla città di Dio militante sulla terra e nel tempo, col ricordo di questa grande Roma viva nelle anime vostre la speranza d’un’altra Roma, la città di Dio gloriosa in cielo e nell’eternità, la vera patria, l’unica meta, l’eterna Roma intangibile; qui, per la tristizia degli uomini, trovaste prigioniera la persona del Vicario di Cristo, ma troverete lassù Cristo Giudice, vittorioso, regnante d’un regno che non avrà mai fine.

“Benedictio Dei omnipotentis….”

Caddero tutti in ginocchio.

“….descendat super vos et maneat semper.”

E appena proferite le parole sacramentali, una seconda acclamazione rintronò per tutta la sala, irrompente da tutti i petti, più fragorosa, se era possibile, della prima; di nuovo un agitarsi di braccia e uno sventolare di fazzoletti, una letizia d’osanna, un’onda di turbe deliranti che incalzava, non trattenuta dallo alabarde: senza saper dove e perchè, spinta, trascinata, ossessa da una furia d’entusiasmo.

Ancora benedicendo, il Santo Padre disparve.

Ma la folla irruente aveva interrotto il corteggio: impediti dalla calca, alcuni prelati, lo stesso eminentissimo Ledochowski, avevano rinunciato a raggiungerlo, e tra questi monsignor Della Stanga, il quale, non essendosi accorto d’avere a fianco Marco Cybo, si rammaricava, quasi scusandosi, col cardinale e col principe Romoli, che a sua insaputa madre e figlia Brancovenu fossero riuscite a introdursi, probabilmente di straforo, eludendo la vigilanza o abusando d’altri biglietti.

Nel clamore plaudente di tante grida che assordavano, Marco aveva frainteso senza dubbio, così almeno cercava di persuadersi, ma lo scrupolo d’origliare i discorsi altrui lo allontanò sul momento, tormentato tuttavia da un pensiero molesto che non cessava di pungerlo. Cacciatosi in mezzo alla folla, poco dopo insieme al Castelborgo scendeva nel cortile di San Damaso.

Non intendeva ragioni il conte di Castelborgo, non ascoltava suggerimenti pietosi, non voleva rassegnarsi. Rassegnarsi! e il suo nome? e il suo decoro? e la sua dignità? e tutta la sua vita consacrata al servizio della Chiesa? Finchè l’umiliazione gli era venuta da un semplice cristiano come lui, dopo il primo risentimento aveva potuto soffocare l’orgoglio e tacere, ma il Papa, il Papa ora l’aveva colpito in pieno petto, e poichè il biasimo era stato pubblico, ex cathedra, senza ch’egli avesse addotto le sue giustificazioni, non poteva tacere, non poteva! il silenzio sarebbe stato una viltà e una colpa!

Intanto i pellegrini scendevano a frotte, tutti colla loro medaglietta all’occhiello, e si sparpagliavano pel cortile, rumorosi, festanti, come scolari in vacanza.

Non intendeva ragioni il conte di Castelborgo, non ascoltava suggerimenti di calma, non voleva consigli. Alcuni piemontesi erano sopraggiunti, fra essi l’avvocato Sala direttore della Crociata, unendosi a Marco per mitigare con inganno pietoso la durezza delle parole pronunciate da Sua Santità. No: Sua Santità aveva parlato chiaro, colpito nel mezzo del cuore chi voleva colpire, ma piuttosto, perchè lui, il conte, l’avevano ingannato? perchè avevano tradito la sua buona fede coloro che quella stessa mattina gli avevano fatto una promessa sacrosanta? di quali maneggi sotterranei era stato vittima perchè il Papa, ingannato anche lui, scegliesse un pretesto non più nuovo per umiliarlo pubblicamente nella solennità dell’udienza, dopo essersi negato di riconoscerlo tra i colleghi? – Alle corte: qual era il suo peccato, insomma? la proposta della vigilia? manco per idea; il suo peccato era questo: d’aver avuto a Torino, come consigliere comunale e assessore, l’ardimento di non ammettere nelle scuole un libro di testo che non aveva altro merito se non quello d’essere stato abborracciato da un factotum delle Società cattoliche, libro molto ortodosso, ma, più che ortodosso, grottesco e puerile. – Gli scandali sono necessari, e oramai, al punto in cui si trovava, non si sarebbe arrestato davanti alla paura d’uno scandalo, pronto a tutto, a qualunque conseguenza, a qualunque sacrifizio, vecchio com’era e con un piede nella fossa!

E poi? – avrebbe voluto gridargli Marco Cybo, sopraffatto da grandissima pietà per quel vecchio intemerato che gli altri, insistenti, si adoperavano a consolare — lui che non voleva essere consolato e nell’esasperazione del suo dolore non temeva di affermarsi ribelle e rinnegava in un momento quarant’anni di fede e di fedeltà – e poi? suscitato e morto lo scandalo, cessate da una cronaca all’altra di giornale le lodi avventizie dei nemici, a chi l’amarezza della solitudine, l’angoscia del rimorso? a chi il danno ultimo, il castigo ultimo, irreparabile? Povero illuso, che vagheggiava con una protesta sulle gazzette e rivelando un pettegolezzo, di trarre i cattolici a prendere le sue difese contro un’ingiustizia, forse imaginaria! Se fosse stato solo con lui, solo, tra quattro mura, l’avrebbe scongiurato appunto pel suo nome, pel suo decoro, per la sua canizie, in ginocchio l’avrebbe scongiurato per l’anima sua, di rammentarsi ciò che aveva detto poc’anzi e tra lui e gli uomini lasciare in silenzio che Dio solo giudicasse l’affronto!

E mentre l’avvocato Visdomini tra il principe Romoli da una parte e don Giulio Bentivoglio dall’altra, diacono e suddiacono, e monsignor Brasile per cerimoniere e Cantabruna per turiferario, passava pontificalmente, seguito da una caterva d’accoliti, un gaudio sacro raggiante sul volto presbiteriano – Cristoforo Torre, staccatosi dalla processione, si avvicinò. Giubilava anche lui.

– E al telegrafo? chi è che va al telegrafo? con tanti giornalisti che abbiamo, nessuno ci pensa?

I suoi occhi trillavamo, sul collo di giraffa la piccola testa di faina si agitava per tutti i versi e la barbetta bianca di capra disegnava mirabili geroglifici, accompagnando l’impazienza e la commozione della voce.

L’avvocato Sala, di Torino, con un foglietto d’appunti tra le dita, lo rassicurò:

– Non dubiti, cavaliere, per conto mio ci ho pensato: Torino, Milano e Bologna; quanto a Genova, Cantabruna e Visdomini non se ne dimenticano certo.

– Intendiamoci: un telegramma ricco, abbondante, che soddisfi il lettore, non uno dei soliti, a stecchetto, colle parole contate, che lasciano la curiosità; impariamo dai liberali; già, il discorso del Santo Padre, d’un’importanza così eccezionale, bisogna darlo senza economia; se fosse possibile, anche un breve sunto dell’indirizzo non guasterebbe. Ne parla lei dell’indirizzo nei suoi telegrammi?

– L’accenno: “….letto l’indirizzo dal presidente anziano cavalier Torre….”

– Se lasciassimo nella penna l’anzianità? non le pare? io lascerei anche il cavalierato…. – e con un sorriso d’arguta beatitudine, rimpicciolendo gli occhi lustri, guardava in faccia il giornalista torinese e ad uno per uno quanti si trovavano nel crocchio.

– Come vuol lei: mettiamo soltanto “il presidente…”

– A stretto rigore…. non è che io ci tenga, ma a stretto rigore, quel Torre nudo e crudo non rappresenta niente affatto il mio nome; lei, che è stato tanto tempo a Genova, segue l’abitudine dei miei concittadini che al solito risparmiano su tutto, anche sulle parole, e per economia alla mia povera torre hanno levato il puntello, così un giorno o l’altro la vedremo precipitare; ma questo non c’entra; il mio nome vero tutti sanno che è Della Torre….

– Giustissimo: mettiamo dunque….

– Oppure…. ripeto che non ci tengo, ma, per essere esatti, giacchè Sua Santità…. – ora non è più un segreto e la notizia ufficiale mi fu comunicata adesso da monsignor Della Stanga – giacchè Sua Santità, contro ogni mio merito, si è degnata nominarmi, o per dir meglio, promuovermi….

– Commendatore!? – esclamarono parecchie voci ad un tempo, indovinando.

– ….commendatore dell’Ordine di San Gregorio Magno…. ma questo è niente: ebbi assicurazione formale che nel diploma pontificio il mio titolo di conte….

I rallegramenti degli amici non gli lasciarono terminare la frase, e occupato a distribuire a dritta e a sinistra una gioia abbondante di grazie e di sorrisi, non pensò più al pretesto con cui era entrato in materia. Il conte di Castelborgo, come Marco e come tutti gli altri, gli strinse la mano lui pure, sincero, senz’ombra di ostentazione e d’ironia, se non del tutto senza un’invincibile amarezza.

VIII.

Jek, ta dui, ta trin, ta stâr.

Quella sera nella palazzina della duchessa d’Olevano, al Macao, le ore di Marco Cybo trascinavano un piombo con lentezza infinita.

Mutata idea, deliberato di non partire da Roma finchè i buoni uffici del padre Cornoldi , già suo maestro di filosofia e ora consigliere aulico segreto in Vaticano, non avessero intercesso al conte di Castelborgo, per giustificarsi, la grazia d’un’udienza particolare, di ritorno all’albergo aveva trovato un secondo biglietto della duchessa, più insistente e più caloroso del primo, che gli rinnovava l’invito a pranzo per la sera, tale da non potersene esimere senza manifesto sgarbo. E una volta tanto si era rassegnato, quantunque si sentisse del tutto estraneo alla società della quale la vecchia duchessa si compiaceva per una stravagante scissura coll’aristocrazia romana fin da quando era rimasta vedova, società esotica in gran parte, raccolta ogni anno su per gli alberghi di piazza di Spagna e rinnovata ogni anno. Tra gli altri commensali, il sonatore Tommaseo e la principessa Brancovenu con sua figlia.

Dopo il thè, dalla sala attigua al salottino dove destramente Marco aveva potuto rifugiarsi, eludendo il senatore che gli era sempre alle calcagna e togliendosi ai colloqui vani delle signore, veniva il ritmo d’una Danza ungherese di Brahms. Era solo: gittate via le sigarette, due o tre personaggi sconosciuti si erano alzati ai primi accenni del pianoforte, impazienti d’applaudire alla suonatrice; ritto sull’uscio, le mani dietro il dorso, Paolino Carbonara seguiva, approvando, il movimento melodico, approvando con vera compunzione, finissimo intelligente di musica, come d’ogni altra cosa.

E la musica si svolgeva tarda e timida dapprima, sonnolenta, coll’accidia d’una biscia intorpidita che si risveglia.

Ben venga Brahms e la sua Danza, ma Cybo non si era mosso dal divano sul quale riposava, affranto dalla notte procedente passata in bianco, dalle fatiche della giornata, dal lungo digiuno forzato. Attendeva che la padrona di casa si risolvesse a dare il segnale del coprifuoco, ma purtroppo non sembravano disposti a gradirlo così presto i cavalieri e le dame e le damigelle che durante la serata avevano popolato l’appartamento.

Una miscellanea di tipi e di linguaggi, accomunati per poche ore dall’ambiente e da un francese grottesco, uomini e donne a cui egli era stato presentato senza intendere altro del loro nome se non la pompa del titolo e un accozzamento ostrogoto di sillabe, e che anche tra essi, nella rigida osservanza esteriore delle forme, trapelavano la diffidenza, commedia delle tavole rotonde d’albergo. Pellegrini essi pure, ma tratti a Roma dalla fantasia o dalla curiosità, cristiani forse, ma ignoranti della vera Roma cristiana.

E la musica si svolgeva allegretta e vivace, flessuosa, colle ondulazioni d’una biscia risorta che si arrischia al sole nel mezzo della strada.

L’aveva rubato a una banda di zingari, Brahms, cotesto tema bizzarro? Tema bizzarro, incostante nei toni e nella misura, tutto lubrichezza e zigzag, rettile ed errabondo. Ma le palpebre di Cybo si chiudevano suo malgrado e in un dormiveglia cosciente i pensieri gli attraversavano il cervello come imagini sotto una carta velina, errabondi anch’essi a zigzag, suggestionati dal ritmo.

Era Nicoletta Brancovenu la suonatrice. Nicoletta: sua madre non la chiamava Nicoletta, la chiamava Friscka. Per quale capriccio del caso o quale insidia del demonio, dopo averlo perseguitato durante il giorno, costei gli era tornata dinanzi, quando meno se l’aspettava? Pure non vedendola, nell’ascoltarne sul pianoforte il sapiente armeggio, agilissimo, egli indovinava quella grazia serpentina onde era rimasto colpito in San Lorenzo e poi nella sala vaticana al cospetto del Papa. Friscka! che nome era Friscka? Non voleva pensare a lei; non certo per lei, Friscka o Nicoletta, si era indotto a differire la partenza; piuttosto tentava di richiamare alla memoria il colloquio preliminare avuto col padre Cornoldi negli uffici della Civiltà Cattolica a Ripetta, troncato a mezzo dall’arrivo di monsignor Della Stanga. Appunto monsignor Della Stanga, perchè quella mattina, colle sue parole misteriose, gli aveva propinato nell’anima un sospetto sul conto della principessa Brancovenu, persuaso che la conoscesse?

E la Brancovenu madre e Nicoletta non volevano credere che monsignore si fosse dato premura di spedire un suo famiglio al loro indirizzo in via Gregoriana col biglietto per la cerimonia papale, e Tommaseo da principio stava sul burbero. Gran tempo del pranzo non si era parlato d’altro: il biglietto esse non l’avevano ricevuto mai, nè prima nè dopo, e aspetta aspetta alla Porta di bronzo il marchese Cybo, avrebbero dovuto tornarsene a casa mortificate e a bocca asciutta, se incontrandole come anime erranti sotto il colonnato, quel buon Carbonara non le avesse fatte salire per una scaletta secondaria, forse quella della Segreteria di Stato, scendere, risalire, e smarritosi anche lui nel viluppo dei corridoi, finalmente un gendarme poco scrupoloso non si fosse preso l’arbitrio, mediante il solito argomento persuasivo, d’introdurle di soppiatto. Eppure coi suoi occhi Marco aveva visto scrivere l’invito o spedire il piego, nè poteva supporre uno sbaglio: troppo bene si rammentava d’aver dettato il recapito preciso a monsignor Maestro di camera: via Gregoriana, numero 31 – giusto il suo numero dell’albergo – e il disguido non era altrimenti esplicabile se non riversandone la colpa sul messaggero. Ad onta delle sue proteste, Nicoletta e Tommaseo si mantenevano increduli, l’accusavano lui di dimenticanza volontaria per liberarsi da ogni impiccio con signore che non aveva mai visto, anzi Nicoletta….

Ma non voleva pensarci a Nicoletta. Lo turbava il pensiero d’essere stato troppo familiare con lei. Dopo pranzo, nell’ascoltarla lungamente, a poco a poco non si era lasciato sedurre dalla sua vivacità e dalla sua grazia chiacchierina? A sentire Tommaseo ella parlava tutte le lingue del cielo e della terra, s’intendeva di scienze sociali, era pittrice e scultrice, musicista e letterata. Parlava di tutto, questo sì. Non era a Roma che da due giorni, prima d’allora non vi era stata che una volta, alcuni anni addietro, quasi bambina, rimanendovi poche settimane, e discorreva di Roma come se l’avesse sempre abitata: Roma latina nelle sue rovine, Roma cristiana nelle catacombe e nello basiliche, Roma papale del Rinascimento nei monumenti e nelle chiese, nei palazzi, nelle fontane, nelle gallerie e nei musei. Avventava giudizi, lanciava in fatto d’arte i più bizzarri paradossi e le critiche più spropositate, ma con tanto scoppiettio di grazia, ed ella stessa ne rideva con tale allegria, che per poco, ridendone con lei, non veniva voglia di darle ragione; dell’arte vera cristiana ignorava lo spirito come la formula, ma nel proposito di ricredersi o di imparare, quello due mattine, appena arrivata, si era messa in moto e in giro avanti l’alba, tirandosi dietro nella scorribanda di chiesa in chiesa una famiglia d’americani, conosciuta lì per lì, a tavola, nel miscuglio della pensione Cook in via Gregoriana. – Aveva viaggiato mezzo mondo, l’istinto nomade la conduceva da un paese all’altro per mare e per terra: ultimamente, in yacht, sola, con una pazza baronessa svedese che pretendeva a capitano di lungo corso, partita da Salonicco era andata a naufragare sulle coste della Spagna presso il Grao, e scampata in virtù d’un miracolo, sola, per via di terra, se n’era venuta a Roma da Valenza, a raggiungere sua madre.

Non madre e figlia, due sorelle piuttosto, libere e indipendenti l’una dall’altra, o due straniere, se la somiglianza visibile dei lineamenti e della carnagione, i medesimi capelli d’ebano e i medesimi occhi notturni non le avessero rivelate. La principessa parlava meno e con minor brio: chiusa in un sussiego d’alterigia, o forse di tristezza, le sillabe aspre e i dittonghi gutturali davano alla sua voce un’inflessione selvatica, come duramente selvatico aveva un bagliore nello sguardo, ma tra lei e sua figlia l’apparenza prodigiosa della gioventù dissipava la differenza degli anni, e se una bellezza scapitava nel confronto era certo quella della figlia. – E l’anima? pensava Marco: c’era affinità d’anima tra queste due donne, che così manifesti recavano i segni d’una razza obliqua, diversa da tutte le altre? Se non cattoliche, erano cristiane? e nel turbinio dei loro viaggi e delle loro avventure, oggi riunite per caso, domani a mille miglia l’una dall’ultra, l’una noncurante della sacra custodia che le incombeva, l’altra desiderosa di non essere custodita, sospettavano l’eternità?

La musica si era fatta carezzevole, quasi lasciva di soavità, agonizzante e vivibonda in un lungo sospiro di tentazione.

Ecco: alle poche frasi che la principessa Brancovenu madre gli aveva rivolto, interrogandolo sempre, e alle sue occhiate scrutatrici non abbastanza caute nè rapide a divergere altrove per non essere avvertito, Marco si era sentito ribelle, ma quando Nicoletta gli parlava, suo malgrado si compiaceva d’ascoltarla e d’armeggiare con lei in botte e risposte. – Gli stava di fronte a tavola, ignuda il collo e le braccia, nella luce piena dei candelabri. – Non sapeva conciliare l’ironia delle sue parole colla dolcezza della voce e tanto meno dello sguardo, ironia persistente, indolente talvolta, che non lui mirava a pungere, bensì le cose sante venerate da lui, le cose sante di Dio; non voleva persuadersi, vedendola e tremando nel vederla, che fosso lei – l’immodesta! – quella che poche ore prima, non cattolica, si prostrava ai piedi del Padre dei cattolici, umile e composta nel suo velo, le mani giunte, e non ardiva palesare altro desiderio se non quello di Samuele: parlate, Signore, la vostra serva vi ascolta! Così presto aveva dunque dimenticato l’evocazione dal sonno, la promessa spirituale che Cristo l’avrebbe illuminata e fatta risorgere?

Bugiarda! bugiarda senza motivo, senza la parvenza d’un pretesto: chi l’aveva costretta a uscire dall’ombra, a farsi avanti, a inginocchiarsi? mentiva al vicario di Cristo per schernirlo, come avrebbe mentito a Cristo sulla croce.

O Signore, l’infanzia di quell’anima non vi conosceva. Una bimba: non conosceva il veleno delle sue parole nè le lusinghe della sua carne. Avventizia a Roma come lui, Marco non l’avrebbe vista mai più: creature che giungono, passano, spariscono; ma se trovandola ancora sulla sua via, invece di fuggire per paura di sè medesimo, si fosse sentito così saldo da affrontarla, e come a una sorella bambina prenderle le mani e sfiorarle le mani colle labbra, e dirle tante cose che nessuno le aveva mai detto, quanta pietà per quell’anima! O Signore, l’infanzia di quell’anima, l’infanzia di quelle mani così bianche!

Ed ora, divenuta selvaggia ad un tratto e più rapida, precipitando il movimento come se descrivesse nella sua celerità i giri crescenti d’una ruota, la musica turbinava sempre più rapida.

La Nicoletta soave era sparita, un’altra Nicoletta pareva a Marco che gli turbinasse davanti, selvaggia, in uno strepito di sonagli e di cimbali. Non più Nicoletta, Friscka, travestita bizzarramente, tale quale come dianzi l’aveva riconosciuta in una fotografia tra le mille del salotto, memoria certo di qualche ballo, una torque e un diadema di zecchini al collo e sulla fronte, i capelli notturni sciolti e diffusi per le spalle. Turbinava sulla punta dei piedi, vertiginosa, in un barbaglio di colori, in uno strepito di sonagli e di cimbali, guizzando lampi dai carboni degli occhi, descrivendo in aria coi cerchi delle braccia un mistero di segni cabalistici, colle mani frenetiche tempestando sui cimbali.

La musica si arrestò, netta. La sensazione che ebbe Marco, allucinato dal suono e dal silenzio improvviso, fu quella d’un colpo di scure che a Friscka le avesse mozzato le mani.

Lo scossero gli applausi che venivano dall’altra stanza, udì un trambusto di sedie e di voci, e nella fiducia che da quello si potessero arguire i preliminari della partenza, balzato in piedi, si affacciò sulla soglia. Niun indizio. Ad ogni modo era risoluto: accomiatarsi subito dalla duchessa, e quanto agli altri, svignarsela: ma da una parte volendo schivare il senatore, dall’altra timidamente perplesso d’attraversare un gruppetto di signorine che nella larga coppa giapponese pescavano e sparpagliavano le fotografie, non fu pronto a cogliere il momento opportuno e solo si decise quando un nuovo preludio cominciava. Nicoletta era ancora al pianoforte, sua madre, vicino a lei, ritta, in attitudine di cantare.

L’avevano tanto pregata, la principessa Brancovenu, e di buon grado ella aveva finito per accondiscendere, senonchè, invece d’uno di quei pezzi classici, magistrali, cui tutti si aspettavano, richiamò per capriccio dalle lontananze transilvane dei suoi paesi una monotona cantilena, barbara per la musica e per le parole, eppure stranamente caratteristica nella povertà del ritmo. Nicoletta l’accompagnava sfiorando i tasti a lenti intervalli, col secco martellio sviscerando dall’istrumento la voce d’un istrumento nuovo, barbaro come la canzone.

Non sapeva dove nè quando, ma un’idea confusa d’averlo già udito altre volte quel motivo, si svegliò nell’animo di Marco, una vaga reminiscenza di quel ritornello e di quelle parole incomprensibili:

Jek, ta dui, ta trin, ta stâr;

Tirno muj me ciumidâv!

Ad ogni strofa la principessa le ripeteva, tinte di mestizia e d’ironia, nella loro languida cadenza, ed egli ora sorpreso di saperle a memoria, imparate, gli sembrava, in mezzo alle nebbie d’un dolore remoto, e nel volerne rintracciare il filo si smarriva in un laberinto.

Jek, ta dui, ta trin, ta stâr;

Tirno muj me ciumidâv!

Jekvar gudro ani tut

Mi pirani ta trin sciut.

E quando infine congedatosi dalla padrona di casa, si trovò all’aria aperta, quella cantilena gli ronzava sempre nelle orecchie con accanita persistenza o l’asprezza rimata di quei vocaboli veniva incessante a lacerargli le labbra.

Per vie solitarie camminando verso Termini in cerca d’una botte, si rallegrava d’essere stato pronto a scusarsi e irremovibile nel diniego di partecipare cogli altri a una gita che le Brancovenu avevano divisato pel giorno dopo alla villa Adriana e alle cascatelle di Tivoli. Si rallegrava e nel fondo del cuore sentiva il rammarico doloroso della sua fermezza come se avesse troncato per sempre una speranza, fuggiva vincitore da quella casa di vanità dove avrebbe voluto non essere entrato mai, e rimbombando nella notte sul marciapiede sonoro, i suoi passi affrettati gli pareva che lo conducessero verso l’esiglio.

Jek, ta dui, ta trin….

Anima vana, non ti basta d’aver pagato al mondo per un’ora il tuo tributo e rimpiangi d’esserti fatta libera dai lacci delle creature? alla grazia di Dio devi la tua liberazione, la grazia di Dio è con te, ti assiste, e rimpiangi il pericolo, e rimpiangi le misere creature che te l’avrebbero tolta?

Non le giudicava, ma era tempo di accelerare la fuga senza volgersi indietro: il fantasma di colei che era la tentatrice, gli correva alle spalle per raggiungerlo. Miseria dell’anima sua! egli fuggiva da colei, impetrando sinceramente che anche l’ombra del ricordo si dileguasse, e un sentimento d’ira e d’invidia gli travagliava lo spirito, vedeva sè medesimo sciocco, impacciato nel rispondere come un collegiale, quando invece Carbonara, colla sicurezza arrogante degli idioti, stabiliva il suo regno tra le signore, gran maestro di complimenti, e le damigelle se lo disputavano e la stessa Nicoletta ne accettava volentieri l’assiduità e gli omaggi. Lo vedeva, Paolino Carbonara, appoggiati i gomiti sullo schienale della poltroncina, chinarsi verso Nicoletta seduta, con familiarità inaudita chinarsi sempre più fino a sfiorarle la spalla coi pungiglioni della barba e susurrarle piano all’orecchio qualche cosa di curiosamente gaio, poichè ridendo ella si serviva d’un suo guanto come di flagello per farlo tacere; lo vedeva, durante la musica, cogliere il momento in cui pensava di non essere osservato e con una destrezza da mariuolo trafugare un ritratto dalla coppa giapponese!

Jekvar gudro ani tut

Mi pirani….

Il ritratto di Friscka, forse? il ritratto di Friscka!

Un impeto di collera lo assalì e interruppe l’ostinata cantilena che lui nolente gli veniva alle labbra, ma fu istantaneo.

Frizzava un’arietta gelida d’inverno. Per buon tratto di strada Marco non si accorse delle gocce minute che piovevano attraverso le tenebre, come piovevano nel suo cuore le lagrime di un rimpianto.

IX.

Se il presidente Torre, ossia, volendo essere esatti, il conte della Torre, era partito giubilante per l’effimero trionfo della sua vanità che non dava ombra ad alcuno, ubbriaco degli incensi romanescamente canzonatori che gli avevano bruciato sotto il naso nelle sale dei loro circoli gli ottimati della Confederazione Piana e, nei loro ricevimenti e alla loro mensa, principi e cardinali, agli occhi d’ognuno il trionfo ottenuto dall’avvocato Visdomini si manifestava ben altrimenti serio e di ben altra importanza. L’avesse o no preparato da lunga mano la sapienza d’un lento lavorìo, il successo teatrale della filippica contro i conciliatori non sarebbe stato che un fuoco di paglia, se in pubblico non avesse avuto dalla parola del Santo Padre una solenne conferma, divulgata ai quattro venti dagli organi ufficiosi del Vaticano, e se, ammettendo uno solo fra i promotori del pellegrinaggio a un lungo colloquio segreto, escluso lo stesso marchese Cybo che ne aveva fatta domanda, Sua Santità non avesse prescelto appunto l’avvocato Visdomini. Insigne favore, prima e dopo tenuto gelosamente nascosto per evitare tra i capi malumori e puntigli, consigliato da ragioni assai più gravi d’un sentimento di simpatia, e del quale una volpe, come Visdomini conosceva troppo bene il privilegio per non saperne disporre le conseguenze.

Niuna meraviglia che al momento d’imbarcarsi, quando la notizia del colloquio era già diffusa e l’avvocato partito un’ora prima per Bologna, tutti volessero argomentare a loro modo che cosa gli aveva detto il Papa e quale missione speciale gli aveva affidato; massime Cantabruna e monsignor Brasile pretendevano spiattellare il segreto dei muri, imaginando scomuniche e ira di Dio, almanaccando moniti severissimi a questo o a quel vescovo dell’alta Italia in voce di rosminiano o di conciliante, sulla proposizione, nientemeno, della nuova eminenza laica. Le fantasie galoppavano a rotta di collo fuori del credibile, ma se non altro, l’opera di Visdomini era stata tanto efficace da precludere al conte ogni mezzo di farsi intendere da chi poteva rendergli giustizia; tutte le porte erano chiuse, tutte le orecchie sorde; lo stesso padre Cornoldi, che sulle prime si era lasciato indurre dal suo vecchio discepolo Marco Cybo e pareva risoluto a tentare direttamente col Papa di chiarire l’equivoco, trascinava alle calende greche l’adempimento della sua promessa.

E mentre il Castelborgo, aspettando l’esito, abbandonata ogni idea di scandalo e di rivolta dopo i primi impeti d’ira, quasi rassegnato si accasciava nel suo dolore, Marco Cybo, rimasto a Roma per lui e per aiutarlo, non voleva darsi vinto. Sebbene la riverenza e l’obbedienza passiva all’autorità superiore non gli consentissero d’attribuire il dissidio ad altro che a un malinteso, non pertanto, nella sincerità candida dell’anima sua, gli sembrava che l’ingiuria patente di cui il conte era vittima, gettasse un’ombra sulla bandiera, una macchia che i nemici non avrebbero tardato a rivelare, e più gli ostacoli si moltiplicavano e più pertinace tornava all’assalto, deliberato di superarli.

Pertinace. Ogni pensiero che non fosse rivolto al suo scopo, gli era svanito dalla mente. Se l’imagine d’una creatura, accarezzata un istante e certo non per consenso della volontà, gli sorrideva ancora nella memoria o di tratto in tratto gli svegliava nell’anima l’amarescenza d’un sogno perduto, non aveva neppure da lottare colla tentazione: si dileguava da sè, l’imagine esigliata, come l’alito sul cristallo. E da Pisa una lettera del padre Albis l’infervorava a rimanere e a patrocinare con ogni suo sforzo l’onesta causa, e nei corti e calmi intervalli, quando la morte già penetrata dentro la cella di vigna Sabina, pareva che giuocasse a rimpiattino col condannato, nascondendosi dietro l’uscio, il novizio Voltagisio lo stimolava dal suo letto d’agonia.

Non aveva più visto Carbonara nè il senatore Tommaseo. Una mattina, assai presto, passando in via delle Convertite per recarsi al telegrafo, lo chiamarono alcuni colpi ripetuti nei vetri del caffè Aragno e i gesti semaforici d’un redattore dell’Araldo romano. Entrò. Quel giorno si riapriva il Parlamento, inaugurandosi col discorso reale la nuova sessione; da San Lorenzo in Lucina a piazza Venezia era un andirivieni festaiuolo di gente che due ore prima si accalcava pel Corso sotto le bandiere sventolanti alle finestre, in attesa delle truppe che dovevano schierarsi lungo il passaggio del Re e della Regina, un transito continuo di vetture affrettate, un gridìo lacerante di strilloni. Appena entrato nel caffè, zeppo, insolitamente clamoroso a quell’ora di voci politiche, Marco si vide venire incontro il giornalista come se non aspettasse che lui nell’ansietà di dargli o di averne una notizia: era vero ciò che diceva il Messaggero del marchese Carbonara? una turpitudine, una calunnia senza dubbio; non aveva letto il Messaggero?

No, Marco non l’aveva letto e non lo leggeva mai. – Dunque non sapeva niente? non sapeva della cagnara successa da Morteo? Bottiglie in aria, schiaffi, la collana di cameriere segreto perduta nel tafferuglio e depositata in questura, una fuga a precipizio senza cappello…. roba da chiodi! ammettiamo pure le frange del cronista, ma purtroppo qualche cosa di vero doveva esserci per stampare in lungo e in largo…. pazienza tra uomini, ma c’erano pure delle donne, di quelle donne…. c’intendiamo, anzi una donna era stata la causa…. almeno secondo il giornale, la famosa Angiolina dei Quattro Venti…. roba da chiodi, insomma! Ecco: “la notte sopra ieri un’allegra comitiva di giovinotti, tra i quali il marchese P. C. appartenente alla più alta aristocrazia ligure e cameriere segreto di cappa e spada di S. S….” – cameriere segreto, s’intende; la testa si sarebbero lasciati tagliare piuttosto di scordarsi il cameriere segreto! – “….in compagnia di alcune notissime e allegrissime frequentatrici….”

Marco afferrò la gazzetta e uscito fuori sul marciapiede per levarsi di mezzo agli indiscreti che se la godevano un mondo, voltò dapprima verso San Silvestro, con avidità dolorosa leggendo il fatto di cronaca. Nel venirgli dietro piano piano, il giornalista scandalizzato seguitava i commenti:

– Speriamo che ci sia dell’esagerazione, ma ad ogni modo è sempre una vergogna. Sentiremo ora il baccano e il trionfo dei giornali liberali, vedremo le vignette del Fracassa; quindici giorni di baldoria, e questa volta avranno centomila ragioni e noi dovremo bravamente inghiottire e ritirare le corna. Siamo tutti uomini, un giramento può capitare a tutti, ma costa così poco aver prudenza! Non sarà vera, io non ci credo e più ci penso meno ci credo, ma se fosse vera, la storiella della collana…. domando io: che necessità di portarsi la collana in saccoccia? per farla vedere ai vassalli e alle sgualdrine? Lei ci crede, marchese?

Ci credesse o no, le variazioni sul tema erano inutili e le palinodie c’era tempo a farle più tardi; il giornale parlava chiaro, troppo chiaro e troppo sicuro di sè per lasciar dubitare che almeno in parte le cose narrate non fossero vere: terminava l’articoletto preannunziando un duello come conseguenza indiscutibile, e la più spiccia e la più semplice era di correre subito all’albergo Milano dove Carbonara stava d’alloggio.

– Debbo accompagnarla, marchese? – ripeteva a Cybo il giornalista, accompagnandolo già di fatto pel Corso tra gli spintoni della folla, reporter impenitente, quantunque elevato al grado di redattore, e punto disposto a lasciarsi scappare la buona occasione – mi metto ai suoi comandi in tutto e per tutto, pronto anche a rinunziare alla seduta reale.

Forse l’ingannò la cortesia d’un grazie a fior di labbra, risposto distrattamente nella preoccupazione d’altro pensiero, ma giunti che furono alla porta dell’albergo ed ebbero notizia positiva che il marchese Carbonara quella mattina non era ancora uscito, un nuovo grazie altrettanto cortese l’inchiodò in fondo alla scala, mentre si accingeva – diritti della stampa – a salir sopra anche lui.

– È vero? – interrogò Marco Cybo, appena, venutogli incontro sull’uscio, si trovò faccia a faccia con Paolino Carbonara e dentro la stanza vide una farragine di roba sparpagliata sulle sedie e sul letto e le valigie aperte riempite a metà. – È vero quel che si dice? – E la voce gli tremava peritante, come se l’atto che egli veniva a compiere, quasi d’inquisitore, gli facesse ribrezzo.

Colto all’improvviso, Carbonara rimase un istante senza verbo, gli occhi grigiastri spalancati, fissi in quelli di Marco; poi, balbettando, volle provare la simulazione:

– Vero?… che cosa?

– Quello che si dice per Roma, quello che stampano i giornali sul tuo conto.

– Non so niente, sto per partire, come vedi; i giornali dicano quel che vogliono, non so niente, io non mi occupo dei giornali.

Marco entrò risoluto e chiuse la porta:

– Non negare, è inutile. Hai paura di me? – gli domandò con dolcezza, piantandoglisi davanti e sforzandosi di vincere il tremito della sua voce – hai vergogna di me? non sono nè giudice nè confessore, sono qui per aiutarti; qualunque cosa sia avvenuta, riguarda la tua coscienza; posso aiutarti? eccomi: vediamo insieme, con calma, se ancora sono giunto a tempo.

– Non c’è bisogno d’aiuto – rispose Carbonara coll’acredine d’una finta rassegnazione – te l’ho già detto e del resto lo vedi, a momenti parto.

Era in maniche di camicia; sul volto sparuto e più bianco del solito le lentiggini apparivano più frequenti e più larghe come macchie livide, specie sotto gli occhi gonfi dall’insonnia; la barba, tanto accarezzata, la stupenda barba color di fuoco, aveva perso la lucentezza consueta. Andò davanti allo specchio per rifarsi il nodo della cravatta, in realtà per non sostenere lo scrutinio d’uno sguardo che l’umiliava, ma le dita si ribellavano in un moto febbrile e convulso; fece due o tre giravolte per la stanza come un ubbriaco che cerca qualche cosa e tornò all’operazione interrotta d’affastellare la roba sua dentro le valigie.

Scintillante nell’astuccio di velluto che conosceva assai bene e rimasto aperto sul camino, Marco aveva visto, entrando, la collana d’oro a dischi di smalto rosso tra un anello e l’altro, e almeno su questo punto era sicuro che il giornale o avesse mentito o fosse stato male informato.

– Hai proprio deciso di partire? pensaci, sei in tempo; non ti do un consiglio, ti supplico di pensarci; se, come spero, c’è dell’esagerazione, e molta, in quello che si racconta, la tua partenza improvvisa potrebbe somigliare a una fuga e la fuga non sarebbe altro che un’implicita confessione….

– Vorrei vederti nei miei panni! – saltò su Carbonara, però senza accostarsi e più che mai premuroso di dar sesto al bagaglio per nascondere il proprio imbarazzo – sai cosa c’è di nuovo? la confessione eccola qui, in due parole: l’altra notte mi sentivo appetito; vado da Morteo a mangiare un boccone; non ho più diritto d’avere appetito? A un tavolino vicino al mio c’erano diversi signori che non conosco e non ho mai visto sotto la cappa del cielo, persone per bene, persone di mondo, almeno a giudicarle dall’apparenza, invece…. basta, si attacca discorso; dovevo cucirmi la bocca? si attacca discorso…. i discorsi soliti; da una parola all’altra, non so come, viene in ballo il Papa, il Vaticano…. puoi imaginarti , spropositi da sessanta! cosa avresti fatto, tu? avresti rettificato, e così feci io, e per mostrare che sapevo il mio conto non ebbi vergogna di dire che sono cameriere segreto; essi cominciano a punzecchiarmi, io, naturale, rispondo, essi rispondono e si scaldano…. il sangue mi monta alla testa…. cos’abbia detto, non lo so; per evitare un alterco, pensai che il meglio era d’aver prudenza e andarmene; difatti presi il cappello e filai via tranquillamente; ieri dormii fino a. mezzogiorno…. sai, ero molto stanco…. non pensavo neppure per ombra a quello ch’era successo, perchè in definitiva non era successo niente, quando, mentre facevo colazione, due altri signori che non conosco e non ho mai visto sotto la cappa del cielo, anzi due ufficiali, vennero a sfidarmi! capisci? ecco i loro biglietti di visita: sai chi sono? io no: due tenenti. Sissignore, a sfidarmi!

– E tu?

– Io?… ho risposto prima di tutto ch’ero ammalato, e lo sono, se mi tasti il polso ho la febbre; in secondo luogo che io non sapevo d’aver mancato di rispetto a chicchessia; in terzo luogo che i miei principî religiosi non mi permettono d’accettare un duello. Si son messi a ridere, naturale. Non me ne importa un’acca, ridano pure quanto vogliono, coi miei principi io non transigo! – E ora che sai tutto, mettiti nei miei panni: debbo restare a Roma perchè questi spadaccini mi facciano per la strada, di notte, e anche di giorno, qualche brutto tiro? Sarei partito ieri sera, se la Questura non ci si fosse mischiata e non mi avesse pregato di differire.

Bene o male, a precipizio, l’insalata nei bauli era finita. Paolino suonò il campanello e si fece portare il conto.

– E a nome di chi vennero i padrini?

– Chi lo conosce? pare d’un altro ufficiale che si trovava anche lui da Morteo, nella combriccola, vestito in borghese. Un certo Giannino Monte Vergine, tenente di cavalleria: dev’essere un napoletano.

– Il conte di Monte Vergine?

– Io non lo so. Pretendevano nientemeno che io pure nominassi i miei padrini, e siccome, fra le altre cose, essendo forestiero non avrei saputo dove pescarmeli, furono molto condiscendenti e mi diedero tempo fino alle dieci di stamane. Hai capito? oggi, alle dieci, saranno qui, all’albergo; saranno qui, cascasse il mondo, e questo è quello che non mi comoda: se non trovano i padrini, mi fanno una scenata? capacissimi. Fuga o non fuga, me ne vado, e subito! mancano non so quanto ore alla partenza del diretto per Genova, non importa niente, avrò tempo a far colazione al buffet, e se sarò stanco d’aspettare prenderò il treno omnibus fino a Civitavecchia, purchè io possa levarmi di qui. – In coscienza, non faresti lo stesso anche tu?

Marco non avrebbe fatto lo stesso: eppure non sapeva rispondergli nè opporgli una ragione. Intuiva nello strano racconto inverosimile un cumulo di bugie, capiva che quest’uomo non era dominato che da un sentimento solo, dalla paura, e nell’eterno timore del giudizio temerario si faceva violenza per crederlo sincero quest’uomo e compatirlo e giustificarlo. Dalla piazza sottostante di Montecitorio veniva per la finestra aperta il clamore dell’impazienza popolare; si affacciò un minuto e vide la folla cacciata indietro dai soldati che si allineavano al di là dell’obelisco, facendo fronte al Parlamento.

– Ecco Tommaseo in gran gala, che non riesce a farsi largo – disse astrattamente.

Paolino Carbonara aveva finito di vestirsi e, inalberato un cappello nuovo fiammante, sfasciato allora allora dalla sua scorza velina, stava chiudendo le valigie; la curiosità non lo punse, bensì il nome del senatore:

– Bravo, giusto lui! sapevo che non ha i nostri principi, ma non avrei mai creduto…. alla sua età, con un piede nella fossa!… mi capita ieri sera nella stanza, quand’ero già a letto con una febbre da cavallo, mi tempesta di domande, vuol sapere cos’è successo; gli racconto il fatto come l’ho raccontato a te, tale e quale, e mi spiffera una predica coi fiocchi, e pel mio onore e pel mio decoro e pel nome della mia famiglia vuol persuadermi che a qualunque costo bisogna che io mi batta. Anche lui, sicuro! E la religione che proibisce il duello!? e il rischio di pigliarmi una sciabolata sul cranio o nello stomaco e andarmene dritto a casa del diavolo!? Quando c’è di mezzo la pelle degli altri, questi vecchi liberali hanno un coraggio da leone. Ma il Delegato invece, il Delegato di pubblica sicurezza, che venne a restituirmi…. ossia, che venne a informarsi…. basta, il Delegato, invece, una persona molto seria e molto compita, mi disse che facevo benissimo a cambiar aria e a non aver vergogna delle mie convinzioni cattoliche. Un Delegato di pubblica sicurezza, sissignore!

Venne il cameriere col conto. Domandò Carbonara:

– Sono comprese anche le undici lire del cappello?

Nell’accennare di sì, il cameriere che senza dubbio quella mattina era stato uno dei primi a leggere nel giornale la narrazione piccante dell’avventura e forse per altre sue vie particolari conosceva la storia vera e genuina assai meglio di quanto la conoscessero gli stessi cronisti, domandò a sua volta colla più rispettosa malignità:

– Se per caso…. ci riportassero l’altro, dobbiamo spedirglielo a Genova, signor marchese?

Borbottata fra i denti, nella premura simulata di far discendere abbasso le valigie e il plaid e le canne e l’ombrello, la risposta, se pure ci fu, si perdette come un soffio nel ceduo della barca.

– Avete pensate a chiamare una carrozza? – soggiunse subito Carbonara alzando la voce – una carrozza coperta, mi raccomando; non ci mancherebbe altro che mi buscassi un malanno! – E pel corridoio avviatosi con Marco Cybo verso la scala:

– Ti do la mia parola d’onore che ho la febbre; non saprei dire dove me l’abbia presa, ma ho addosso una febbre da cavallo; già, col clima di Rorna non si scherza…. e poi…. non vorrei incontrarmi con certa gente…. con quei due signori, per esempio, che saranno qui intorno a girandolare, aspettando l’ora. Quanto manca alle dieci? sarebbe bella che avessero avuto l’ispirazione diabolica d’anticipare e me li trovassi nei piedi in fondo alla scala! Come me l’aggiusto?

Si attaccò al braccio di Marco, quasi per sentirsi più forte e sicuro.

– ….Prima che mi mettano le mani addosso…. vorrei vedere anche questa! con tanta gente che c’è sulla piazza, ci penseranno due volte. Tu vai all’apertura della Camera? Dovevo andare colle Brancovenu nella tribuna dei senatori…. Vuoi il biglietto? Me l’ha dato Tommaseo; avevo promesso a Nicoletta e a sua madre d’accompagnarle, dopo la seduta eravamo intesi di andare a far colezione fuori porta da Bonitatibus…. se hai occasione di vederla, Nicoletta Brancovenu, dille…. non dirle niente, già tu non la vedi e Tommaseo a quest’ora si sarà preso il disturbo di spifferare a lei e alla principessa….

Gli parve d’udire appiedi della scala un rumore di sciabole. Trasalì.

– L’ho detto? sono essi! – mormorò con un tremito di voce, appoggiandosi alla ringhiera.

Marco non perdette la pazienza:

– Scendo io prima. Intendiamoci bene: non vado come tuo rappresentante, vado come tuo…. amico. Non muoverti. Se essi son giù, al loro preteso appuntamento, farò in modo che non ti vedano uscire e verrò subito a chiamarti.

Con mirabile costanza il redattore dell’Araldo romano nel frattempo era rimasto abbasso in sentinella, risoluto di non abbandonare il campo senza precise informazioni. Dai discorsi col portinaio aveva saputo che a momenti il suo uomo sarebbe partito, e, svelto e audace, tentò un colpo da maestro per assicurarsi l’intervista.

– Venga presto, marchese – già installato bravamente in carrozza, gridò forte a Paolino Carbonara appena lo vide comparire nell’atrio al braccio di Marco – ho un incarico per lei, urgentissimo; se mi permette l’accompagno alla stazione; salga subito, discorreremo strada facendo.

Un’ora dopo, Marco usciva molto edificato da una lunga conferenza coi due ufficiali dentro la sala di lettura dell’albergo. Il maggiordomo, in vedetta, gli si fece incontro tutto riverenze e lo fermò sulla soglia: voleva incomodarsi di salir sopra un momento nella stanza già occupata dal marchese Carbonara? in un tiretto erano rimaste delle carte che il marchese aveva certamente dimenticato; potevano essere carte d’affari, lettere di famiglia…. nessuno le aveva toccate; c’erano pure altri oggetti minuti…. ad ogni buon fine, se come amico intimo del marchese credeva bene di ritirar tutto o prendersi il fastidio d’incaricarsi della spedizione….

Non erano carte d’affari nè lettere di famiglia.

La piazza di Montecitorio tumultuava nell’imminenza del corteggio reale.

– Ora scendo, andate pure – disse Marco Cybo al cameriere che l’aveva accompagnato.

In una mescolanza di lettere spiegazzate e d’immonde reliquie esalanti l’odore acre della tentazione e della nausea, mazzolini avvizziti, nastri di seta, guanti sparigliati, giarrettiere senza fibbia, alcune fotografie saltavano agli occhi, imagini ignote di femmine, quasi tutte arabescate dallo sgorbio d’una dedica più o meno amatoria. Immnonde, se non oscene.

Essere scherno o ludibrio del mondo, Signore, è il pane quotidiano di chi professa la vostra fede, ma perchè permettete che taluno di noi meriti l’ignominia che gli è gettata addosso a piene mani? Quei signori avevano ragione: quando si accampa la bandiera sotto la quale si milita, per sottrarsi alle conseguenze della propria stoltezza, occorre non averla macchiata quella bandiera; rammentarsi d’essere cattolici solo nelle feste pontificali per aspirare l’incenso del turibolo o davanti ai pericoli per non rischiare la pelle, non è altro che una vigliaccheria verso Dio che si vuole ingannare senza temerlo e verso gli uomini che si temono e si vogliono ingannare lo stesso.

Avevano ragione quei signori; tirate in ballo i vostri principi religiosi ora che noi vi abbiamo portato una sfida, e cotesti principi che impongono il sacrificio dell’onore in faccia al mondo, non erano gli stessi che imponevano in faccia a Domineddio il sacrificio dei vostri appetiti? Non dite d’essere credente e praticante, voi che l’altra notte – dal venerdì al sabato, notte d’astinenza precettuale – eravate a crapula in compagnia di baldracche e insieme ad esse facevate scempio delle insegne del vostro grado nella gerarchia vaticana. Ci fate ridere; se come a noi altri di manica larga, anche a voi danno nel genio le brune e le bionde, finite di stracciarlo del tutto quel pezzo di catechismo che vi serve soltanto per mascherare la vostra paura; siete vile e bugiardo, e vi disprezziamo e vi faremo disprezzare in pubblico da tutti gli onesti!

E siffatti vituperi Marco Cybo sentirli scagliare a un suo fratello! per quanto larvata dalle forme glaciali d’una cortesia perfetta, sentirsi coinvolto nella stessa ignominia! lo capiva bene: agli occhi di quei signori, egli pure era un sacristano coll’aspersorio alla cintola, coniglio come tutti gli altri, meglio o peggio camuffato da volpe.

Sì? Non si smentisco il buon sangue. Che direste se a sua volta il sacristano vi chiedesse ragione dei vostri sarcasmi, del vostro disprezzo così malamente coperto? Il buon sangue non si smentisce: credete davvero che l’andare a messa conferisca il privilegio della paura? Lasciate che fugga quel disgraziato, c’è chi risponde per lui: io rispondo, rispondo per lui e per me, io, marchese Cybo, che vado a messa e non vado a cena da Morteo in compagnia di male femmine. Vi basta il mio nome? eccomi: se finora non ho dato prove di me se non in chiesa o coll’aspersorio, giudicatemi sopra un altro terreno!

Miserabile! la tentazione dell’orgoglio, la tentazione della razza e del sangue era venuta repentina ad assalirlo, senza dargli il tempo di difendersi o di resistere, era venuta a tradimento, potentissima, gli aveva messo la benda sugli occhi, l’aveva atterrato. Un gesto, forse involontario, un frizzo vagamente allusivo di quei signori, erano bastati perchè dalla pianta dei piedi alla radice dei capelli si fosse sentito un brivido di fiamma guizzargli per tutto il corpo, e da un impeto irresistibile abbattuto in un attimo l’altare di mansuetudine, d’umiltà, d’abnegazione eretto con tanta fatica nell’anima sua. Quali parole avesse proferito non si rammentava; si rammentava d’aver visto i due ufficiali sbalorditi da quelle parole che suonavano così diverse dalle prime con cui era entrato in materia, tentennante, desideroso d’ottenere per grazia che il nome di Carbonara non fosse esposto alla berlina in un verbale di diserzione; si rammentava d’essere rimasto sorpreso egli stesso dell’improvviso mutamento a suo riguardo e delle dichiarazioni che gli vennero fatte, cortesissime, dappoichè non c’era motivo tra gentiluomini di suscitare una nuova questione cavalleresca.

Rammentati d’essere in peccato mortale, miserabile! È il buon sangue che non si smentisce o piuttosto la viltà della tua carne? Guai a te: ti giovano assai le compiacenze e le strette di mano di cui ti furono prodighi quei due, attoniti delle tue spacconate da rodomonte, ora che un soffio di orgoglio ha distrutta l’opera intera della tua vita! Gran merito resistere agli inviti notturni d’una vagabonda e piegare come un fuscello davanti alla parvenza di un’ironia! E sei tu quello che accusa gli altri e li giudica, tu che hai dato scandalo anzichè essere tenuto in concetto di sacristano! Sei meno vile di Carbonara? non hai avuto paura come lui, non sei fuggito come lui? peggio di Carbonara, sei fuggito dalla Chiesa, vergognandoti di appartenerle; non hai diritto alle scuse ch’egli può invocare: se non altro, sia pure per sottrarsi a un pericolo, si è dichiarato cristiano, e tu invece, miserabile, hai rinnegato Gesù Cristo!

Squillarono le fanfare annunzianti l’arrivo della Regina.

Dacchè in quel momento l’uscita sarebbe stata disagevole per la folla agglomerata in piazza davanti alla porta e nessuno dell’albergo si faceva vivo, tanto valeva rimanere finchè la cerimonia fosse compiuta. Lettere, fotografie, cianfruscole, Marco aveva raccolto e legato in fascio ogni cosa, premuroso di nasconderne l’obbrobrio anche alla vista dell’aria; il fuoco doveva farne giustizia. Unico, il ritratto di Nicoletta Brancovenu vestita di zingara, lo stesso involato alcune sere prima nel salotto della duchessa d’Olevano, aveva trovato mercede, e tolto all’impuro consorzio degli altri, sorrideva sul marmo del caminetto.

Di tempo in tempo, affacciandosi alla finestra senza curiosità e senza astio nel cuore per lo spettacolo della Roma italiana, Marco guardava sotto di sè la folla stipata intorno al quadrato delle truppe e più in là, nello spazio ampio tenuto sgombro dinanzi al padiglione rosso frangiato d’oro che copriva l’ingresso del Parlamento, i gruppi d’ufficiali d’ogni arma, i magnifici corazzieri statuari, i carabinieri irrequieti, gli staffieri scarlatti. Precedendo il Re d’alcuni minuti, la Regina era giunta nella benedizione del suo sorriso, accolta da un lungo fremito popolare di benedizione e da un protendersi di braccia, poi il Re era giunto, in berlina di gala, accompagnato dal Duca d’Aosta e dal Duca di Genova, il Re, canuto e giovine sotto il volo araldico delle piume di cigno che adombravano l’elmo, nella maestà del suo nome, accolto da un immenso saluto di voci e di musiche esultanti gli evviva e l’inno reale tra i rintocchi del campanone di Montecitorio e il rimbombo delle artiglierie di Castel Sant’Angelo – il Re!

Pure a Roma, a due passi dal Vaticano, la gloria dinastica sfolgorava meravigliosa agli occhi di colui che in ogni ora dell’infanzia e dell’adolescenza aveva appreso dalla madre fervente la religione dei gigli cristianissimi: italiano di razza e di nascita, davanti al Re – che era il suo Re – si sentiva fluire nelle vene il sangue vandeista della fedeltà, e quasi inconsapevole, anche lui, il cattolico pellegrino, se non col gesto, se non colla voce, partecipava coll’anima alle acclamazioni d’un popolo.

E ogni volta che Cybo si scostava dalla finestra, involontari i suoi occhi tornavano subito all’imagine di Nicoletta, la quale, dolcissima, lo richiamava collo sguardo fatto vivo dalla gratitudine d’essere stata riconosciuta e d’aver trovato mercede; fuggivano e tornavano i suoi occhi, come fuggiva l’anima sua dalla tentazione e come il suo cuore tornava verso l’incanto. Il perpetuo dubbio gli rodeva la coscienza: l’aveva salvato quel ritratto per tenerlo presso di sè, forse, e per avere dinanzi, continua, un’occasione di peccato? voleva restituirlo? come avrebbe potuto restituirlo senza palesare il nome del vero ladro o senza accusare, a torto, sè medesimo? era in tempo: condannato, condannato esso pure insieme agli altri ma al momento d’afferrare quel pezzo di cartone per unirlo al fascio, un desiderio l’assaliva, invincibile, di attendere ancora fino all’ultimo minuto prima di partire, sopraffatto da una grande pietà che l’astuzia del demonio e la miseria della carne gli travestivano in un nuovo scrupolo di non ricacciare l’innocente nell’esiglio inverecondo. Tornava indietro, rimaneva qualche istante appoggiato al davanzale, e vincitrice, Nicoletta continuava a sorridere.

Friscka piuttosto. Egli la chiamava Nicoletta nel suo cuore, rievocando la spensierata visitatrice di San Lorenzo e la pellegrina ubbidiente ai piedi di Papa Leone, giacchè non riusciva a dissiparla, ma come in effigie così la rivedeva suo malgrado in carne ed ossa immodestamente denudata, una torque e un diadema di zecchini al collo e sulla fronte, i capelli sciolti giù per le spalle, altrettanto rea di seduzione quanto le notturne dionisiache, e nella confusa reviviscenza della danza zingaresca di Brahms e nel ritorno ostinato di quella cantilena

Jek, ta dui ta trin, ta stâr….

già imparata da lui, non sapeva più dove nè quando, sparita tra le nebbie d’un dolore remoto – gli sembrava che il fantasma di Friscka lo avviluppasse in un sortilegio.

X.

È pur troppo necessario che gli scandali avvengano, ma non sta scritto nel Vangelo che degli scandali debbano rallegrarsi le anime pie e divote, e il buon giornalista dell’Araldo si sarebbe mostrato più cristiano ed anche più accorto, se strappata a Carbonara la confessione piena dell’eroica avventura, si fosse astenuto più tardi dall’insistervi sopra, deliziandosi di rammentarne ad uno per uno tutti i particolari più scabrosi. Tornato a Montecitorio in furia e in fretta col suo tesoro d’informazioni, dalla piazza aveva visto il marchese Cybo alla finestra dell’albergo ed era salito al galoppo.

Seduta reale? discorso della Corona? ma che discorso, che seduta d’Egitto! il mille per cento egli ci aveva guadagnato nel cambio! un poema tragico-buffo sul gusto di quello del marchese Carbonara, e così ameno e così piccante non l’avrebbe mai più udito nè letto in vita sua. Da principio, si capisce, reticenze, contraddizioni, tentativi di scapolarsela tra l’uscio e il muro, poi, adagino adagino, a forza di tenaglie, la verità aveva cominciato a mostrare la punta delle corna, e dalla punta al resto, in uno slancio d’abbandono era saltata fuori dal pozzo, tutta intera. Inutile farci sopra delle discussioni bizantine, il marchese Cybo oramai la conosceva anche lui la verità dall’alfa all’omega e capiva benissimo che a parlare d’una smentita sui giornali cattolici sarebbe stato lo stesso come dar fuoco al pagliaio; non restava che battersi il petto pei peccati degli altri in mezzo al susurro della stampa liberale, ma quella notte, chi avesse potuto assistere dal buco della serratura…. – lasciamo da banda un momento la cosa scandalosa in sè stessa, l’offesa a Dio e il dolore che ne avrebbe provato Sua Santità, ma giacchè si era a quattr’occhi, via, diciamolo pure, chi avesse assistito a quella scena di gelosia da parte di Carbonara a onore e gloria dell’Angiolina e al successivo pugilato, una libbra di buon sangue se la sarebbe fatta.

Marco taceva.

– Alle corte – proseguiva il giornalista dopo essersi sbizzarrito con gran lusso di tinte a ricostrurre il quadretto fiammingo della baruffa – era lecita una domanda? tra il giorno e la notte, quanti pretendeva coltivarne di giardinetti, il marchese Carbonara? beato lui che trovava tempo a tutto, al suo servizio in Vaticano, a perdere la testa e il cappello per le sgualdrine, a catechizzare le scismatiche belle e ricche dei dintorni di piazza di Spagna. Forse, tra un’Angiolina e l’altra, non lo spaventava l’idea d’un matrimonio a suon di rubli con una neofita russa. Catechizzarle! voleva ridere il marchese Cybo? Sul predellino del treno, al punto di lasciarsi, Carbonara l’aveva incaricato lui il giornalista, di passare da Desclée e Lefébvre alla Minerva, e caso mai fosse giunto un libro che aveva fatto venire apposta da Parigi, una splendida edizione francese, ritirarlo e portarlo in via Gregoriana, pensione Cook, all’indirizzo della signora principessa Brancovenu: le Confessioni di Sant’Agostino!

Taceva sempre, Marco.

Ma la seduta era finita e il corteggio reale stava per rimettersi in marcia. Le livree rosse si agitavano, le truppe si mettevano sull’attenti, i curiosi tutti in punta di piedi. – L’aveva indovinata il marchese Cybo ad approfittare dell’eredità di Carbonara: uno splendido palco di prospetto come meglio non si poteva scegliere per godere lo spettacolo, il vero spettacolo, perchè il bello a vedersi era lo sfilare dei legni e non l’inaugurazione per sè stessa, una cerimonia di pura formalità, fredda, compassata, monotona…. chè all’infuori del discorso – cinque o sei minuti, orologio in mano – si riassumeva nell’appello e nel giuramento dei deputati di nuova nomina. – I ministri, gli alti dignitari, le rappresentanze della Camera e del Senato erano già nel vestibolo e sotto il padiglione esteriore ad attendere l’uscita delle Loro Maestà. Riconoscerli tutti e indicarli uno per uno al signor marchese non era fattibile, sia per la distanza sia perchè avevano addosso l’argento vivo come scolari finiti gli esami, s’intrecciavano, si mischiavano insieme, sparivano, uno copriva l’altro…. ci sarebbe voluto un cannocchiale! Chi l’avesse domandato per favore al padrone dell’albergo? – Troppo buono il signor marchese: per un giornalista che da tanti anni frequentava la tribuna della stampa non c’era proprio nessun merito a conoscere i pezzi grossi di Montecitorio e di Palazzo Madama: anzi, la tribuna della stampa era un dippiù, bastava il caffè Aragno o la trattoria delle Venete per impararli a memoria, corpo e anima, vita e miracoli, saperne gli intrighi, le magagne e gli altarini segreti. Non si parla dei ministri, neppure dei deputati più in voga, i celebri, quelli che battono la gran cassa alla luce del sole, Nicotera, Cavallotti, Bonghi, Rocco De Zerbi…. si parla degli altri, di quei pezzi grossi onnipotenti, che il pubblico conosce appena di nome, e da una parte tirano i fili, dall’altra tirano l’acqua al mulino, stando sempre nascosti nelle quinte. Avvicinarli, questo era un altro paio di maniche: per esempio, i redattori e i corrispondenti dei giornali liberali colle buone o le brusche ottenevano per mezzo loro l’impossibile, ma i giornalisti cattolici…. diavolo! noblesse oblige, quantunque, sia detto tra di noi, anche parecchi cattolici se ne fossero serviti più d’una volta.

Al cronista dell’Araldo romano il Padre eterno non domandava consigli, ma umanamente parlando, se invece di inondar Roma con quella gioia di sole, Dominedio avesse spalancato le sue famose cateratte, lui, il cronista, un paio di lire per una messa bassa di ringraziamento le avrebbe spese volentieri. Dovevano sempre imbroccarle tutte, questi signori? pareva che dicessero, trionfando: vedete? anche il cielo è con noi e spande sulla nuova Italia i suoi sorrisi e le sue benedizioni. Oh per cristallina! un lavabo a tante marsine, a tanti galloni e a tanti ciondoli, un buon lavabo in forma di doccia refrigerante da sbarazzar la piazza in quattro e quattr’otto, ecco la benedizione del cielo che sarebbe caduta a proposito!

Benissimo, un poco di marcia reale, tanto per divagarci e non suonar sempre la medesima cosa. Daccapo le cannonate? – Signori sonatori, sinistr’ riga! signori deputati, destr’ riga! – Quando si dice l’abitudine: veder comparire il Re sotto il baldacchino rosso di Montecitorio e cercare subito cogli occhi la barba bianca del povero Depretis, era tutt’uno; non mancava che lui, requiescat; gli altri, i soliti gerofanti e i soliti corifei, tutti al loro posto, nella stessa attitudine stereotipata, in eguale ordinanza, rinnovando gli stessi movimenti meccanici a tempo di musica, inchini, strisciatine, salamelecchi, dell’inaugurazione precedente. – Peccato non essere al piano superiore per dominar meglio la scena; magnifica quella berlina di gala, tiro a sei, tutta cristalli e dorature, magnifica e necessaria come apparato decorativo dello spettacolo, ma era venuta a piantarsi davanti all’ingresso nel vero momento topico e a coprire i personaggi principali. – Aveva mai notato il signor marchese che nelle grandi cerimonie pubbliche, così gallonati e incipriati, i cocchieri hanno tutti la stessa faccia impagabile? non solamente lo stesso sussiego d’alterigia pel posto elevato che occupano, ma la stessa faccia rubiconda, con identici lineamenti, da non distinguerli l’uno dall’altro; passano gli anni, mutano i tempi, mutano i padroni, i cocchieri son sempre quelli, nè più vecchi nè più giovani, sempre quelli, anzi, è sempre lo stesso cocchiere, che se cambia qualche cosa, non cambia altro che la livrea. – Ah! Sua Maestà saliva in carrozza. Volere o no, sono funzioni che ammazzano; tre o quattro giorni fa a villa Borghese aveva l’aspetto molto più florido. Il principe Amedeo…. il duca di Genova…. – Applausi timidi, battimani fiacchi, sparpagliati qua e là per la piazza. Coraggio, italianissimi, l’Europa vi guarda; scaldate i ferri, scaldate i ferri! siete sordi? non sapete più obbedire al segnale dei vostri direttori? Meno male: pareva che l’entusiasmo cominciasse a propagarsi nella folla e gli evviva si facessero più nutriti e compatti. Bravissimi, spolmonatevi a gridare…. più forte, più forte ancora, ancora più forte…. tutti insieme, tutti insieme come una bomba, possiate tutti quanti scoppiare dall’allegria!

Nel mentre la berlina del Re piano piano discendeva verso piazza Colonna tra le lunghe acclamazioni, preceduta da un drappello di corazzieri, scortata da ufficiali generali a cavallo, seguita dalle carrozze degli aiutanti di campo e dei ciambellani, e a poca distanza, collo stesso cerimoniale, da quelle della Regina, Marco Cybo, ritto alla finestra, guardava la sfilata solenne, talvolta assorto da un pensiero molesto, talvolta quasi per distrarsi, partecipando alla curiosità della folla: di mano in mano che il pettegolo scribaccino, facendone il nome, indicava gli alti dignitari della casa militare, i gentiluomini e le dame di corte, egli accennava appena col capo, ovvero rispondeva con monosillabi a fior di labbro per non parere scortese; nè altrimenti che con rari monosillabi aveva risposto a quell’interminabile cicalata di cui era stato vittima fino allora e che sotto una scorza d’ironia umoristica mal celava il dispetto dell’uomo di parte. Un momento solo, quando dal suo silenzio interpretato a rovescio sembrò che il ciarliero pigliasse argomento di sbrigliare un po’ troppo la fantasia e quindi arrischiasse certe velenose frecciate sul conto d’una dama del seguito, non volle lasciar correre e l’interruppe a bruciapelo.

Partiti i Sovrani, la folla che senza lagnarsi era rimasta tanto a lungo pigiata, pur di attendere il gran momento, e non si sarebbe mossa fino a notte se tanto avesse dovuto durare nell’attesa, ad un tratto fu invasa dall’impazienza frenetica d’andarsene via. Massime agli sbocchi, la piazza rigurgitante si agitava nel flusso e riflusso d’un mare in burrasca; all’occhio però di chi stava in alto nulla di più gaio d’un trambusto pacifico come quello, dove gli urti e gli spintoni e il premere della ressa non suscitavano che lepidi battibecchi, e dal quale partivano tra sonore risate e strilli di ragazze le più pittoresche esclamazioni dei dialetti d’Italia. Uscire dall’albergo, anche coll’idea di voltar subito a sinistra verso Santa Maria in Aquiro, era lo stesso che volersi cacciar là dentro a giuocar di gomiti per un buon quarto d’ora, senonchè Marco Cybo si sarebbe volentieri arrischiato, pure di sbarazzarsi del suo compagno, se questi avesse lasciato trapelare una lontanissima probabilità di levarglisi dalle costole.

– Osservi, marchese: è a lei che quella signora fa tanti segni col fazzoletto?

– A me? dove?

– Conti le finestre di Montecitorio, una, due, tre…. la quinta dalla parte di piazza Colonna, al piano della bandiera….

Marco alzò gli occhi verso la finestra indicata.

– ….al piano della bandiera, proprio di fronte a noi: quella signora ritta in piedi, vestita di chiaro, colla veletta bianca sulla faccia e un certo cappello bisbetico, grandissimo…. come li chiamano quei cappelli? alla Rubens? Son due signore e diversi uomini…. padroni di casa, s’intende: uno mi pare l’onorevole Rizzabarba…. – ecco, sventola di nuovo il fazzoletto con maggiore entusiasmo…. non c’è dubbio: risponda, signor marchese, quei segnali sono tutti per lei, guardi: sembra che voglia farle capir qualche cosa d’importante, si aiuta gesticolando coll’altra mano, sporgendosi fuori del davanzale…. via, le risponda, altrimenti la vediamo precipitare sulle baionette del quarantunesimo reggimento fanteria.

Lontana com’era e larvata dall’incerta trasparenza del velo, Marco non ravvisò colei che si sbracciava a comporre un alfabeto di gesti per richiamar l’attenzione di qualcuno, ma ad ogni modo, non potendo dubitare che i gesti fossero diretti ad altri che a lui, fece per creanza un lieve inchino col capo.

– Già da un poco m’ero accorto dell’impianto lassù d’un ufficio semaforico – proseguiva l’esperto osservatore, non senza una tintura d’epigramma nell’intonazione – ma sulle prime non ci avevo badato, ossia ero a cento miglia dal supporre che fossimo noi quelli chiamati a rispondere – dico noi per modo di dire – e non mi balenò il sospetto se non quando notai che la gente abbasso si voltava verso la nostra finestra con un’insistenza curiosissima. Siano in vetrina, esposti io e lei alla pubblica ammirazione; dia un’occhiata: vede quanti ci guardano?

Staccatosi dal davanzale, Marco si trasse indietro bruscamente e all’occhio del giornalista non isfuggì la vampa di rossore che gli era salita al volto improvvisa.

– Non scappi per così poco: avrebbe soggezione di quattro sfaccendati che ci guardano, ora che non c’è altro da guardare, senza conoscerci e senza sapere perchè? – Oh! questa è bella: vuole proprio scapparsene via, signor marchese?

Evitando d’accostarsi, già col cappello in testa e il soprabito da mezza stagione sul braccio, con un grosso pacco tra le mani che sembrava fasciato e legato alla carlona, il marchese Cybo aveva visto Satanasso o la moglie di Satanasso per prendere così repentina la determinazione di battere in ritirata, senza neppur masticare un pretesto, e non abbastanza pronto nè accorto per dissimulare l’agitazione interna che lo travagliava? Colla sua praticaccia delle cose di questo mondo, il giornalista sarebbe stato troppo ingenuamente candido se nei segnali semaforici d’un minuto prima, con sua grande meraviglia, non avesse letto o creduto di leggere, le cifre d’un dispaccio molto tenero, e anche molto strano, data la persona al cui indirizzo era spedito. Un fariseo si sarebbe scandalizzato, lui no; altro è scandalizzarsi, altro è pigliare una doccia fredda tra capo e collo.

Tutti figli d’Adamo, veniva meditando in cuor suo nello scendere le scale, tutti figli d’Adamo e il nostro bravo romanzetto con una figlia d’Eva o prima o poi dobbiamo imbastirlo tutti e non c’è clericalismo o cattolicismo che tenga; vada per Carbonara, ma del marchese Cybo così serio e squadrato in punta di compasso, così zelante operaio nella buona vigna quando non frustava colle due ginocchia il lastrico delle chiese, chi l’avrebbe mai detto? chi si sarebbe arrischiato solamente a trovargli addosso la lenticchia d’un neo? eppure c’era cascato anche lui! eravamo appena ai primissimi capitoli, s’indovinava dal suo imbarazzo e dal suo turbamento, ma appunto questo faceva dubitare che ci fosse del losco: signora o signorina alle finestre di Montecitorio aristocrazia nera, niente; signorina esotica di manica larga, come ne piovono tante a Roma, o signora maritata, di manica ancor più larga? Qui stava il nocciolo, e senza scandalizzarsi, perchè volpe vecchia, specie vivendo a Roma, il giornalista non si scandalizzava più di nulla, le sue indagini non voleva trascurarle; da buon cristiano compativa negli altri le fragilità della carne, però, come osservatore, voleva vederci chiaro.

Per ora l’importante era questo: sapere se il marchese andava o fuggiva; in altri termini, se la sua ritirata precipitosa si traduceva in un atto d’obbedienza al comando di raggiungere subito quella tal persona, oppure in un atto energico di ribellione per sottrarsi al pericolo. A scanso di domande suggestive che l’avrebbero messo in sospetto, conveniva fin da principio serrarlo tra l’uscio e il muro. Abbasso, nell’angusto atrio ingombro di gente, si apriva a sinistra la sala da pranzo, già per due terzi occupata dagli affamati clienti.

– Marchese, vuol sentire una mia proposta? A vivere di Spirito Santo non siamo nati nè lei nè io; se facessimo colezione qui? l’ora canonica è suonata da un pezzo e vedo laggiù in fondo un tavolino vuoto, che ci chiama e ci aspetta.

Un momento dubbioso, quasi sul punto d’accettare la proposta, il marchese si risolvette pel no. Strinse la mano all’egregio amico, forte stretta significativa, come per ammonirlo che non voleva altre seccature d’accompagnamento, e via col suo pacco sotto il braccio, sguisciando presto presto tra la folla che già cominciava a diradarsi.

Seguirlo, pedinarlo a qualunque costo, tenerlo in agguato, magari a rischio di perderci quel giorno l’asciolvere e il desinare. Capriccio di curiosità: per un indizio da nulla, così vago, così bambinesco che potrebbe anche essere un innocente scherzo del caso, il demonio vi ficca una maledetta pulce nell’orecchio. In ultima analisi, quando sarete riusciti ad appagarla questa curiosità, non avrete ottenuto che un’assai magra soddisfazione, eppure l’idea di cogliere in fallo flagrante uno dei nostri, l’uomo riputato perfetto dai nostri sodalizi cattolici, diventa una febbre. Seguirlo, con politica, a quattro passi, mascherandosi dietro la schiena dell’uno o dell’altro, e perderlo di vista nei meandri della gente che si riversa in piazza Capranica; qui dove siamo più al largo tenersi a una certa distanza, lasciarlo pure andare avanti, chè fino alla Rotonda oramai deve arrivarci per forza e se riesce a squagliarsi è bravo. – Abbia detto la verità e sia proprio diretto alla Minerva?

Un intoppo!? o perchè giunto in piazza del Pantheon si ferma su due piedi? Pare indeciso se debba proseguire o cambiare itinerario; si volta; per cristallina! appena il tempo di svignarsela tra una botte che passa e il casotto dell’acquaiuolo; un miracolo se non ci ha visto! Torna indietro, o dove si va adesso? rifà la strada già fatta e corre via, come un bersagliere; piazza Capranica, di nuovo Montecitorio…. ritorna all’albergo!

L’angelo custode del marchese Cybo non entrò, rimase fuori in sentinella a montar la guardia, con un occhio vigilando la porta, coll’altro fingendo d’interessarsi allo sfilar delle truppe, ma non ebbe molto da aspettare, chè presto il marchese Cybo ricomparve: non era solo! accompagnava una donnetta, quella, manco dubitarne, dei segnali telegrafici, chè a farla riconoscere bastava senz’altro l’eteroclito cappello alla Rubens, sotto il quale, vista ora più da vicino, sfolgoravano due carboni incandescenti, accesi di peccato mortale nella fucina di Belzebù. Questo sia detto per chi crede alle apparenze, in quanto alla realtà poteva essere una delle undicimila vergini di sant’Orsola, ma a buon conto, la donnetta c’era in carne ed ossa e al braccio del marchese si appoggiava coll’abbandono di una sposina. Siamo giusti però: a salvaguardia delle convenienze e insieme a guastare il duetto della tenerezza veniva per terzo incomodo, traballante sulle gambe, la figura grottesca e sconquassata d’un ippopotamo da museo preistorico, che il cronista, oltre conoscerlo da anni senza sapere chi fosse, si rammentava d’aver veduto per Roma la vigilia o l’antivigilia con quella stessa creatura dal cappello favoloso e che a completar l’opera secondo i dettami della odierna prammatica non ci sarebbe mancato altro fosse stato lui il marito! Così, facendosi largo tra gli ultimi curiosi sparpagliati, si avviarono tutti e tre verso piazza Colonna, dove sotto il porticato raggiunsero il resto della comitiva che li aspettava reduce dell’inaugurazione, ossia un’altra signora formosa e pomposa, matronale, tipo classico di prima donna da tragedia come ai suoi tempi doveva essere la Ristori, il deputato Rizzabarba arcinotissimo pel suo navigare a mezz’aria tra le due politiche, quella che si fa alla Carriera e nei Ministeri e alla Banca romana, e quell’altra delle Ninfe Egerie d’ogni risma, dall’Hôtel Bristol al Quirino, più tre farfallini di diversa età e diverso pelo, le cui facce, a furia di specchiarcisi dentro giorno e notte, erano in sempiterno stampate nelle vetrine d’Aragno. L’onorevole bastava lui a dare il colore alla compagnia, ma ad esuberanza veniva di rinforzo l’amico e collega Priol, Claudio Priol, del quale non si sapeva se fossero più gli intrugli economici o le conquiste nel mondo galante.

Evidentemente la tentatrice, per paura che il nostro Luigi Gonzaga le sfuggisse ad onta dei suoi richiami, staccatasi un momento dalla banda coll’idea fissa di beccarlo, si era fatta accompagnare all’albergo, sorpresa ella stessa di vederlo tornare quando cominciava a disperarsi di essere arrivata troppo tardi.

Breve conciliabolo sotto i portici per le relative presentazioni e scappellate e strette di mano. La goduta più deliziosa era vedere il marchese, sempre col suo enorme pacco sotto il braccio, tirarsi indietro e in mezzo a quelle facce d’uomini sconosciuti non saper che pesci pigliare. Ma non si accorgeva, con tutto il suo talento e tutta la sua prosopopea, che era lui un pesce fuori d’acqua, già avviluppato nella rete? – Bravi: alla democratica, partenza in tre botti cittadine una di fila all’altra, scarrozzando pel Corso, verso la Ripresa dei barberi.

Dove andavano? Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei: domani a quest’ora ti dirò pure quanti gloriapatri avete recitato tutti insieme. Dove andavano? a una bella merenda in campagna? Buon appetito e buon divertimento. – Per quel giorno il segugio ne sapeva abbastanza.

XI.

Quo Vadis?

Sulle prime, giorni innanzi, quando si parlò di una colezione campagnesca da farsi insieme alla principessa Brancovenu e a sua figlia dopo la seduta reale, d’accordo era stata scelta l’osteria del famoso Bonitatibus fuori porta San Giovanni, poi, più che altro per ridere, il pittore abruzzese De Martino aveva tirato in ballo la gargotta dei Tre Ladroni, una bettolaccia sul Gianicolo molto al di là di porta San Pancrazio, o per la sua stranezza come per l’originalità del nome, la proposta era piaciuta.

– Andiamo ai Tre Ladroni – disse subito Nicoletta, infiammata dall’idea peregrina.

Roba da matti! Condurre due signore da Bonitatibus era già sembrata al senatore Tommaseo una confidenza soverchia: transeat: stravaganze d’artisti; ma i Tre Ladroni!? una bicocca fetida, affumicata, aperta alla rosa dei venti, dove non bazzicavano che i carrettieri, e la domenica tutte le peggio schiume di Trastevere!?

– Andiamo ai Tre Ladroni! – insistè Nicoletta, battendo le mani e anche pestando i piedi come una bimba nell’ostinazione del capriccio, e il senatore che non voleva darsi vinto, pertinace a sua volta nell’ostinazione dei vecchi, diventava rosso come una cresta di gallo, ma le sue ragioni volavano in Emaus o più spesso si perdevano tra i denti secondo il solito.

L’oracolo, che era il deputato Venceslao Rizzabarba, parlò lui:

– Una bicocca? che male ci sarà in fin dei conti se due signore forestiere, protette e difese da cavalieri come noi, visiteranno una bicocca romanesca? Siamo artisti alla ricerca d’un motivo: tanto di guadagnato per l’arte, se ognuno di noi questo motivo avrà l’abilità di rubarlo ai Tre Ladroni.

– C’est cela, pas autre chose – esclamò la ragazza approvando, come per giustificarsi cogli astanti della sua bizzarra insistenza.

– La signorina Friscka ha espresso il suo voto; contentiamola: perchè no? posdomani non è domenica, le schiume trasteverine non vorranno scomodarsi per noi, e quanto ai carrettieri, al giorno d’oggi siamo tutti fratelli. Il mio voto è pel sì.

– Anche il mio, anche il mio – gridò forte il coro ad eccezione di Tommaseo, che tentava le ultime resistenze.

– Non rammento bene, perchè l’unica volta che fui ospite dei Tre Ladroni non avevo tempo nè voglia di godere il paesaggio, ma mi pare, così in nube, che il sito sia pittoresco….

– Un vinetto bianco eccellente – interruppe De Martino.

E Claudio Priol:

– La moglie dell’oste, una moretta simpaticona!… vi raccomando la moglie dell’oste….

Rizzabarba proseguì:

– Vada pel vinetto e la moglie dell’oste, però c’è una difficoltà: che si mangia lassù? non crediate di trovare tavola messa, figliuoli miei; siamo più o meno alle porte di Roma, ma facciamo conto d’essere sul picco di Teneriffa; sarà grazia se troveremo quattro rame secche da poter accendere il fuoco.

– Lasciate fare a me – disse il pittore De Martino – penso io a tutto: mi date carta bianca? va bene, ci penso io, e voi altri preparatemi un monumento.

Fuori porta, passato il Vascello, tra le Cave di creta e Villa Pamphili corre per un bel pezzo la strada detta Tiradiavoli, scende a Torre Troili dove si congiunge allo stradale grande, e come Dio vuole, per alti e bassi, lunga, triste, deserta, arriva a Palo, finalmente. Quando la comitiva smontò dinanzi ai Tre Ladroni, verso il Fosso della Galera, in piena campagna, un applauso di gioia salutò la mensa, imbandita alla rustica nel cortiletto. Quella tavola ben disposta sotto il pergolato, tutta linda e gaia, colle sue stoviglie di maiolica a larghi fiorami strillanti, colle sue fogliette alternate in simmetria, una bianca una rossa, una bianca una rossa, tutte con un ciuffo di foglie per turacciolo e una foglia per sottocoppa, fece il miracolo di rasserenare Tommaseo; ancora la vigilia egli protestava che non si sarebbe lasciato tirare a nessun patto, la mattina era stato il primo al convegno, e in carrozza non avea fatto che borbottare.

– Vi ravviso, o luoghi ameni – canticchiò Rizzabarba che dava il braccio alla principessa, entrando nel cortile, ma tosto si riprese – ….ameni, quando ci si torna in compagnia di belle signore e in una giornata splendida come questa che vi rovescia il lunario dal novembre al maggio – e qui battendo familiarmente sulla spalla di Marco Cybo – lei è ancora giovane, ma dovrà passarci anche lei; ….non tanto ameni, quando ai Tre Ladroni ci si capita in una mattina di gennaio, come ci son capitato io, umida, fredda, nebbiosa, scortato da un chirurgo che non parla e da due amici vestiti di nero, che per farvi coraggio dicono delle sciocchezze mortuarie.

Nel frattempo Claudio Priol e i suoi compagni, e mettiamoci pure Tommaseo, si erano ficcati in cucina alla ricerca del motivo artistico, vale a dire della moglie dell’oste; De Martino, che era lassù fin dall’alba, col grembiale bianco e il berretto da cuoco, faceva gli onori di casa a Nicoletta; il marito dell’ostessa s’impegnava a tirare una logora bandiera a guisa di tenda sul pergolato senza foglie e riparar la mensa dal sole.

Seguitando il discorso, Marco Cybo domandò a Rizzabarba:

– Lei si è battuto in questo luogo?

– Uno dei miei duelli avvenne precisamente qui dove siamo adesso, il più serio dei miei duelli per le condizioni gravissime e il più buffo per l’origine e per le conseguenze.

– Nessuna ferita?

– Tre colpi di pistola a quindici passi, avanzando: mi par di vedermi, ero qui piantato, proprio in questo punto, avevo in faccia quel fienile e riconosco sul cocuzzolo quel ramo secco, storto, legato a guisa d’insegna: vede? dunque, tre colpi di pistola: niente; un primo assalto di sciabola, furibondo: niente; un secondo, un terzo…. all’ultimo, per uscirne, una graffiatura da ridere al mio avversario. Ma il bello fu questo: lo scontro non si era potuto evitare per l’equivoco e la testardaggine d’un marito imbecille che credeva…. a torto, ma insomma era persuaso…. ebbene, ciò che prima era una sua fisima, ventiquattr’ore dopo il duello, divenne una realtà sacrosanta. Predestinazione! i mariti che si battono, o prima o dopo hanno sempre torto.

– Mauvais sujet! – disse la principessa con quel tono di severità e d’indulgenza faceta che spesso assumono le signore, fingendo di scandalizzarsi.

– Pourquoi, madame? pas plus mauvais qu’un autre. Est-ce que vouz prenez la défense des maris? Au moins, attendez le jour de mon mariage.

A tavola, fin dal principio, l’avventura di Paolino Carbonara fece in gran parte, non se ne dubita, le spese della conversazione, ma i commensali non sospettavano ch’egli quella mattina fosse partito da Roma a gambe levate, e Marco Cybo si guardò bene dal dirlo, per carità di fratello tenendosi nel riserbo forzato di chi non sa nulla, varie volte cercando invano il destro di sviare il discorso. Non tanto era stupito dei particolari scabrosi nei quali l’onorevole Rizzabarba si addentrava con insigne disinvoltura non ostante la presenza della principessa Brancovenu e più specialmente della figlia di lei, quanto della tolleranza di Nicoletta nell’ascoltarli e nel compiacersene.

Educato e vissuto in tutt’altro clima, dove la rigidezza delle forme esteriori era precetto, dove l’esistenza d’un’Angiolina dei Quattro Venti non sarebbe stata adombrata che in caso estremo e in nebulosa metafora, se il necessario consorzio nella vita con persone d’ogni stampo l’aveva per forza reso indulgente tra uomini a certe petulanze di linguaggio, chiedeva ora a sè medesimo quale triste privilegio suffragasse queste signore perchè i cavalieri in loro presenza si concedessero il diritto di mascherare le turpitudini appena quanto i limiti della creanza lo consentivano.

Guarentigia che la principessa e sua figlia non fossero due avventuriere, l’assiduità del senatore Tommaseo; tuttavia con un sotterfugio si era tentato escluderle dal ricevimento pontificio; questo era indubitato. Durante il tragitto in carrozza, Nicoletta aveva spiegato l’enigma: il biglietto d’invito, quello appunto che Marco aveva visto scrivere da monsignor della Stanga sotto i suoi occhi e consegnare al famiglio, era giunto per posta due giorni dopo l’udienza, senonchè l’indirizzo portava via Merulana invece di via Gregoriana; corso fin laggiù, non trovata naturalmente la principessa Brancovenu destinataria, il famiglio, a scanso di altre noie, si era affrettato a gettar l’invito alla posta. Semplice errore di scrittura o non piuttosto pensata astuzia del Maestro di camera per non scontentare il richiedente e in pari tempo tener lontane due forestiere, la cui fama non era immune d’ogni sospetto?

Senza dubbio Marco Cybo esagerava; nella sua volontaria ingenuità e nel suo perpetuo terrore del male, gli apparivano come espressioni oltraggiose alle orecchie d’una donna che voglia essere rispettata e ne sia degna, quei fioretti di letteratura parlata che se non crescono nell’orto dei certosini o dei trappisti, più o meno sono coltivati in quasi tutti i ritrovi mondani, anche i più austeri: letteratura a bassa o ad alta voce secondo l’aria o il colore del luogo, in forma di amene storielle o di romanze al cembalo, in forma di dialogo a botte e risposte, oppure di lieve susurro dietro i ventagli, frivola, maldicente, lasciva, insidiosa, ma troppo addentro penetrata e radicata nelle consuetudini per non poter forse pretendere il più delle volte alla scriminante dell’incoscienza, e per l’abuso stesso d’ammanire a tutto pasto i suoi veleni in dosi enormi, non così micidiale come dal pulpito la dipinge per altrui referto il rigorismo dei nostri padri Segneri; se non si fosse esigliato da tutti i salotti dove d’altro si parla che di opere pie e di tridui, Marco nel giudicare quelle signore sarebbe stato più benigno e più equo, l’esperienza gli avrebbe appreso a non incolparle esse solo nè a scandalizzarsi tanto per esse, quando non troverebbe pietre sufficienti chi volesse lapidare tutte le oneste donne, di null’altro ree che del peccato medesimo dello Brancovenu.

Ne aveva ancora degli altri sofismi il demonio per tentare Marco Cybo, indurlo alla plenaria giustificazione di quel trionfo dell’impudenza sulla verecondia femminile? Già altra volta in casa della duchessa d’Olevano un eguale sentimento di pietà l’aveva dominato, un eguale desiderio inesplicabile gli si era acceso nell’anima di trovare a qualunque costo almeno la parvenza d’una ragione scusante per poter intercedere misericordia, la sera che Nicoletta, audace nell’immodestia come nel linguaggio, non risparmiava dei suoi frizzi irriverenti le devozioni e i misteri della Chiesa cattolica; e quella stessa mattina perchè una grande compassione gli aveva impedito di gettare a fascio il ritratto di Nicoletta insieme alle altre brutture lasciate da Paolino Carbonara? nè sapeva spiegarsi, se non attribuendone la causa a uno spirito maligno di tentazione, perchè dopo esser fuggito quando fu certo che era Nicoletta colei che dalle finestre di Montecitorio lo chiamava gesticolando, il pensiero subitaneo d’aver dimenticato nella stanza dell’albergo il ritratto lo fece tornare indietro a ripigliarlo e così si trovò nel vestibolo faccia a faccia con Nicoletta e col senatore Tommaseo. Troppo tardi: a nulla gli giovava rammaricarsi della sua debolezza, pentirsi d’aver ceduto dopo breve contrasto alle loro insistenze; appiedi della scala, nel vedersi davanti, improvvisa, la fanciulla sbarrargli il passo tutta sorridente facendogli festa, il primo impeto al cuore non ora stato quello d’un’onda d’allegrezza?

L’onorevole Rizzabarba, maestro di cappella, dava l’intonazione all’orchestra rumorosa. Parlatore facile, quasi elegante, affettando non senza grazia una pronuncia toscana che non era la sua, usando temperatamente il gergo vivo dei giornalisti, dei comici, della così detta farmacia di Montecitorio nel raccontare aneddoti rischiatissimi, si guadagnava pel suo brio e per la sua versatilità una specie di corte nel cerchio degli ascoltatori. Non è a dire che non traesse profitto dalla fama di letterato e dalla posizione politica; ma assai più degli articoli estetici che veniva pubblicando di tempo in tempo su pei giornali e riuniti non sommavano a venticinque sebbene rappresentassero almeno dieci anni di vita letteraria, assai più dei suoi discorsi alla Camera non troppo frequenti e della sua conquista a un seggio di capo gruppo, gli giovava in società l’arte stupenda d’un finto cameratismo, pel quale, invece di pontificare dalla cattedra, pareva che egli non fosse là, in mezzo agli amici, se non per dar l’imbeccata alle barzellette. Le Brancovenu da oltre una settimana ne avevano gradito gli omaggi a una serata intima della duchessa d’Olevano, e fattosi subito loro cavaliere, masticando qualche parola d’ungherese, rivaleggiava per esse in galanteria con Tommaseo, le accompagnava a spasso ogni giorno; più specialmente, poichè la figlia pizzicava di donna superiore, con aspirazioni d’arte tutte moderne, egli si era prefisso d’introdurla sotto il suo patrocinio nel movimento politico, artistico, letterario, dalla Consulta a Palazzo Braschi, dalla Minerva alla Camera, alla Sapienza, alle Accademie dei Lincei e di Santa Cecilia, negli studi dei pittori più in voga, negli uffici dei principali giornali, scuoterle di dosso quel po’ di polvere archeologica e papale che a Roma ci infarina tutti appena arrivati, addomesticarla alla vita organica della Roma nuova. In ognuna di coteste visite fioccavano le presentazioni, secondo i momenti e secondo il capriccio di Nicoletta altre puramente cerimoniose e passeggere, altre su due piedi cordialissime, di punto in bianco preconizzate a tramutarsi in oneste amicizie per poco che un aspirante volesse giuocar la carta; e gli aspiranti di buona volontà era troppo naturale che venissero come fringuelli al richiamo.

– Insomma – domandò Claudio Priol, corrispondente di quaranta gazzette e a tempo perso segretario al Ministero non so se dei Lavori pubblici o dell’Agricoltura, volgendosi direttamente a Marco Cybo come quello che più d’ogni altro poteva rispondergli con cognizione di causa – insomma, questo signor marchese Carbonara si batterà con Giannino?

– Non si batterà — gridarono due voci ad un tempo dai capi opposti della tavola.

– C’è la scomunica.

– Un cameriere segreto del Papa sarebbe nuova che incorresse nella scomunica!

– La Chiesa mette il duello tra i peccati mortali, ma non lo fulmina di scomunica – sentenziò Claudio Priol, – la scomunica è riservata ai delitti contro la fede, contro le persone del clero, e agli attentati ai beni temporali del clero.

– Leggete il Sillabo: tra le duecento o trecento proposizioni condannate dal Sillabo è compreso il duello: anathema sit….

– Il Sillabo non ci ha che fare, non si occupa che di politica e di politica ecclesiastica. Del resto, me ne appello al marchese Cybo che ne sa più di noi in questa materia: c’è o non c’è la scomunica per chi si batte in duello? dica lei.

– C’è, c’è! – strepitarono i contradditori.

– Lasciate parlare il marchese.

Era la seconda volta che Claudio, nell’intento probabile di stuzzicarlo, tirava in ballo Marco Cybo come alla tavola di don Rodrigo costui voleva appellarsi al giudizio del padre Cristoforo, senonchè l’onorevole Rizzabarba, il quale aveva letto Pascal, stava discutendo con Tommaseo, e fu la sua voce quella che dominò:

– Non dico d’intendermi molto di teologia, appena quel tanto che è sufficiente per sapermi rassegnare alle cinque o sei scomuniche vaticane che mi piombarono addosso come uomo politico e non mi tolgono nè l’appetito nè i sonni tranquilli, ma affermo che se il Carbonara per puro scrupolo di coscienza rifiuta di battersi col Monte Vergine, ignora la dottrina dei gesuiti sul duello, e i gesuiti, lei me lo insegna, senatore, i gesuiti sono infallibili più del Papa.

– Purtroppo! – sospirò Tommaseo, giansenista senza saperlo.

– La dottrina è la seguente: tutto sta nell’intenzione; sottolineate bene questa parola, intenzione; il duello è proibito dalle leggi canoniche, ma se io accetto la sfida coll’intenzione di non battermi, accettando non commetto neppur l’ombra d’un peccato veniale; vado sul terreno a quella data ora, ma se ci vado coll’intenzione non di battermi bensì di difendermi se sono aggredito e mi metto in guardia e mi difendo e nel difendermi ammazzo il mio avversario, dov’è il male? in che modo contravvengo a una proibizione della Chiesa? esiste forse una legge la quale mi vieti o m’imponga d’andare a passeggio in un sito piuttosto che in un altro o possa negarmi il diritto di legittima difesa?

A questo punto uno stenografo della Camera avrebbe annotato sul suo taccuino, fra parentesi: ilarità prolungata e vivaci commenti. Ridendo anche lui, e più forte degli altri, l’onorevole teologo conchiuse:

– Altra teoria gesuitica: levar dal mondo un miscredente è un’opera meritoria. Ciò posto, se il Carbonara, d’una meticolosità capillare in fatto di obbedienza a tutti i precetti ecclesiastici, avrà avuto o avrà l’ispirazione d’andare a confessarsi da un padre gesuita, non solo si batterà, ma, trattandosi di difendere la propria vita e insieme liberare il genere umano dalla presenza d’un empio, farà il possibile per infilzare il povero Monte Vergine, l’anima sua rimarrà bianca come il giglio delle convalli!

Tutti applaudirono, ad eccezione di Marco; il senatore aveva preso sul serio la burletta e si scalmanava a protestare, ma la sua voce rimaneva soffocata dallo schiamazzo:

– Adagio…. non corriamo troppo; io sono liberale e pel mio liberalismo fui esiliato dai Borboni, ma sono credente, e fatta astrazione dalla politica, la morale dei gesuiti….

– È la bugia!

– È il furto!

– È il regicidio! – interrompevano con grande clamore i commensali allegri, e gli scoppiettii s’incrocicchiavano da un’estremità all’altra della tavola.

Tommaseo agitava le braccia per farsi ascoltare.

Pure Nicoletta volle scagliar la sua pietra:

– A Kolocsa, in Ungheria, una delle mie amiche, la figlia del generale Zarka, andava a confessarsi nella chiesa dei gesuiti; era orfana, molto ricca, tre volte ricca; il suo confessore l’obbligò a entrare in convento….

– E fece in modo di beccarsi l’eredità: è il santo sistema.

– La mia amica morì dopo un anno….

– Requiem aeternam. – Vorrei essere io nelle pantofole di papa Leone – dichiarò Claudio Priol – già, sarei infallibile, impeccabile, e nessuno troverebbe a ridire. Vedreste la mia prima enciclica: riconoscimento del regno d’Italia e accettazione della legge delle guarentigie….

– Coi relativi milioni!

– Poi soppressione di tutti gli ordini monastici, cominciando dai gesuiti.

– E la mattina dopo, l’arsenico nella cioccolata come a papa Ganganelli.

– Verissimo: il cardinale Franchi non fu avvelenato dal padre Beckx perchè sospetto di liberalismo?

A sinistra della principessa Brancovenu, Marco ascoltava e avrebbe voluto esser sordo. Alzati, alzati da questo luogo d’ignoranza, d’iniquità, di bestemmia! Troppo tardi pentirsi dopo che il male è fatto; dovevi prevederlo e non lasciarti trascinare; adesso che ti giova pentirti, se colla tua presenza partecipi al peccato, se gli umani riguardi t’inchiodano fermo alla scranna, se ti manca il coraggio della tua fede e l’audacia d’una parola di protesta? Hai vergogna: di chi hai vergogna? forse di Nicoletta?

Nicoletta, accortasi in principio che Marco aveva schivato di sederle accanto, lasciandosi pensatamente pigliare il posto da Priol, gli teneva il broncio e non lo guardava. Sua madre invece, poichè lo strepito delle voci non era più così assordante da impedire ogni altro dialogo, conversava piano con lui, gli chiedeva notizie della sua famiglia e dei suoi viaggi; domande recise, a lunghe pause, in apparenza per cortesia di circostanza, ma in fondo curiosamente scrutatrici, e Marco rammentò che su per giù le stesse domande ella gli aveva rivolto la prima sera della presentazione, tenendosi vago nelle risposte, intento a spiare il chiacchiericcio affettato di Nicoletta coll’onorevole Rizzabarba e più ancora con Priol, suoi vicini di sinistra o di destra.

Un senatore, un deputato, un giornalista, altri Tizi e Semproni occupati da un’alba all’altra a crear ministeri e a disfarli nella loro fantasia, rotti a tutti gli intrighi del dietroscena politico, ce n’era d’avanzo perchè un giorno speciale come quello, gravido d’auguste promesse, non passasse liscio, neppure in campagna, e non ostante il visibile tedio delle signore, senza doppia zavorra di politica: l’eredità del ministero Depretis da liquidare, il programma di Crispi, nuovo capo del governo, la spedizione San Marzano in Africa contro Re Johannes per vendicare l’eccidio di Dogali, altrettanti temi, indicati nel discorso della Corona, da ricamarci sopra le più sbrigliate variazioni, e non ultimo il ritorno all’età dell’oro, inaugurato dal ministro Magliani. Di gridar forte come se disputassero e si abbaruffassero, l’avevano nel sangue, pure essendo tutti d’accordo; Claudio Priol, al diapason che segnava sempre l’ottava alta, aggiungeva il metallo ingrato e stridente della sua voce, rauca, tartarea come una tromba di mail-coach un giorno di corse, ma questa volta in aperta opposizione nientemeno che con Venceslao Rizzabarba, suo amico e patrono, si permetteva d’uscir fuori addirittura dalla grazia di Dio: dopo che le nostre truppe erano partite piene d’entusiasmo per infliggere a Ras Alula una stangata coi fiocchi e conquistar l’Abissinia, quell’accenno nel discorso della Corona a una probabile mediazione inglese, lui non poteva mandarlo giù.

– Sono ministeriale – urlava – e me ne vanto, e lo provano i miei articoli quotidiani e le mie corrispondenze a tredici giornali di provincia – tredici, il mio numero sacro! – ma fargli dire, al Re, che speriamo nell’intervento dell’Inghilterra per conchiudere la pace, è un fargli dire che abbiamo paura….

– Nient’affatto! Crispi, a proposito dell’Africa, al banchetto di Torino, fu esplicito, ebbe delle frasi fin troppo ardite…. c’eri anche tu e devi convenirne. Il linguaggio della prudenza….

– ….Abbiamo paura!

– ….il linguaggio della prudenza, nella nostra posizione, dopo un disastro….

– Non fu un disastro, fu un agguato!

– ….ci mette al coperto in faccia all’Europa e se ricusassimo la mediazione che l’Inghilterra ci offre….

– Ti dico che abbiamo addosso una tremarella maledetta di buscarne delle altre, dopo quelle toccate a Dogali dai famosi quattro predoni di Robilant, ecco!

Nicoletta si seccava.

– Il generale Robilant era l’ambasciatore d’Italia a Vienna – accennò come per variazione interlocutoria, usando un suo italiano di fantasia – nei suoi saloni dell’ambasciata dava dei balli ravissanti. Io l’ho conosciuto giustamente ad una delle sue grandi feste: tutta la corte, l’imperatore, gli arciduchi…. – Era…. era…. come si dice “manchot?”

Non le diedero retta.

– La prudenza, quando si tratta di popoli barbari, io non la capisco – proseguiva Claudio Priol, sempre più riscaldato – e non la capisce neppure il paese. Con quel discorso il ministero mancò di tatto: vedrai domani la stampa!

— Me ne rido io della stampa! dal ’76 – non parlo dei tempi preistorici di Cavour – dal ’76 la Corona non pronunciò un discorso più abile e più leale!

– L’avresti scritto tu?

– Non so nulla. Ripeto e sostengo….

– La prendi troppo calda: l’hai scritto tu! o se non l’hai scritto, l’hai riveduto e corretto…. almeno per la parte stilistica.

– Non so nulla.

– Confessa, l’hai scritto tu.

– Non so nulla.

Avesse Priol imbroccata la verità, era chiaro che Rizzabarba, pigliando a cuore la difesa di Crispi e del ministero, egli, scettico, che sul serio non parlava mai, aveva le sue ragioni ed ora si schermiva a bella posta colla debolezza d’un fanciullo.

Secondo tentativo di Nicoletta:

– Chi era la dama abbigliata di rosso, nella loggia del corpo diplomatico?

Ma Claudio martellava più forte il suo chiodo:

– Sia pure farina del tuo sacco, non mi disdico: colla vostra prudenza avete voluto far credere che il paese abbia paura; siete voi altri che avete paura, non è il paese: è Crispi!

– La parola “paura” nel dizionario di Crispi non c’è!

– Si vede che aspiri a un sottosegretariato di Stato: l’avrai, non dubitare, e io te l’auguro – se non altro sarò uno dei tuoi moretti e mi farai ottenere una promozione per merito – ma se prima della fine dell’anno San Marzano non ci manda giù Ras Alula impagliato, mi rincresce di dirtelo, al potere non farai ossa lunghe nè tu nè il tuo principale.

– Vedremo!

– Vedremo, anzi non vedremo niente, perchè San Marzano avrà più giudizio di voi e senza aspettare i comodi dell’Inghilterra, in quattro salti e con quattro cannonate farà tabula rasa dell’Etiopia. Tabula rasa! e allora si parlerà di mediazione, avete capito? solamente allora!

Tanta era l’enfasi squillante del capitano Terremoto, che, turandosi le orecchie con un gesto comico di spavento, Nicoletta si alzò e, approfittando del posto vuoto lasciato da De Martino ogni cinque minuti per accudire ai fornelli, venne a rifugiarsi a sinistra di Marco Cybo.

– Facciamo la pace? – gli disse, sorridente – facciamo la pace? – ripetè una seconda volta, più piano, sorridente e tentatrice.

– Signorina Friscka – gridarono a un tempo, allargando le braccia supplichevoli, il deputato e il suo vittorioso contradditore nel vederla staccarsi da loro e percorrere il giro della mensa – signorina Friscka, che cosa fa? non ci abbandoni!

– È un tradimento! – soggiunse il deputato.

E Claudio declamò in tono melodrammatico, levatosi in piedi e colto da una reminiscenza della Cronaca Bizantina:

– O madonna Isaotta Guttadauro, palpiti il vostro sen con più veloce ansia ai richiami della nostra voce….

Ma la signorina Friscka sedette vicino a Marco:

– La vostra voce è terribile – rispose a Claudio, colla gaiezza cristallina d’una bella risata tramutando in celia la verità – ….è più che terribile! perdono…. non vorrei offendervi, può essere che l’espressione vi sembri un poco forte: come direste voi in italiano…. comment diriez-vous, monsieur Priol, que votre voix est assommante comme votre politique?

A Friscka – poichè nel suo piccolo cenacolo di esser chiamata Friscka, come in famiglia, ella ci teneva – tutto era concesso; le sue stranezze, i suoi capricci, le sue impertinenze, i suoi scatti, lungi dal farle torto, erano miracoli di grazia e di bizzarria per tutti quelli che l’avvicinavano, forse perchè davvero nella freschezza del riso, dello sguardo e della voce, nella spontaneità impreveduta dei gesti e delle parole rivelava quasi un’innocenza selvaggia, o fors’anche in ossequio all’aura propizia della moda. Non pertanto, fattosi verde nel visibilio generale d’ilarità onde fu accolta la stoccata, Claudio Priol osò rimbeccare – galantemente – ma osò.

Diciamo meglio: in salsa agrodolce, fu abbastanza galante l’esordio, una specie di madrigale a denti stretti; quanto alla rimbeccata, andò confusa in un immenso fracasso di stoviglie fracassato dietro le spalle del senatore Tommaseo, una pila di piatti, altissima, che l’ostessa aveva sulle braccia e, non si sa come, d’improvviso abbandonò.

All’urlo dell’ostessa si aggiunsero gli strilli delle signore e il gridar degli uomini; taluni, i più lontani, si alzarono per veder cosa fosse successo, e quel breve scompiglio d’allegria fece divergere la conversazione.

– Poco male, non si è persa che la fattura – esclamò il pittore De Martino nel recare egli stesso in tavola, superbo e glorioso a vedersi, il gallinaccio garofonato alla romanesca.

– La colpa è del senatore – saltò su Rizzabarba – l’ho visto io coi miei occhi dare un pizzicotto a Brigidina, e Brigidina, manco male, che se non l’aspettava, lasciò andar tutto per le terre. Senatore, non protesti, è inutile; conosciamo le sue prodezze. Dillo tu, Brigidina, invece di raccogliere i cocci, chè tanto la macchina per riattaccarli insieme, ai Tre Ladroni non c’è; dillo tu: non è vero che quel signore, il più giovine di quanti siamo qui, ti ha dato un pizzicotto, e forte, mentre gli cambiavi il piatto?

Il senatore no certo, a malgrado delle sue chimere intermittenti, ma qualcun altro della comitiva, forse più d’uno, si era preso il facile arbitrio di non tenere a posto nè la lingua nè le mani, e Brigidina non aveva punto la coscienza fulgida, almeno a giudicarla dal colore scarlatto delle sue guance e più di tutto dal suo sorriso vergognoso e malizioso ad un tempo. Fu una gara a chi le rivolgeva la barzelletta, a chi, senza riguardo per la dignità senatoriale, qualche volta passando i limiti della burla, meglio colpiva il bersaglio in persona dell’esilarante Tommaseo, fin troppo ringalluzzito.

– Parlatemi – disse sottovoce Nicoletta a Marco Cybo – perchè non mi dite nulla? vi faccio paura o non sapete cosa dirmi?

Volgendo a Marco il discorso, tanto la principessa Brancovenu come sua figlia non gli parlavano che in francese.

– Vi faccio paura o non sapete cosa dirmi?

Egli avrebbe potuto rispondere: son vere le due supposizioni, e una dipende dall’altra; non trovo nulla da dirvi perchè mi fate paura! Ma dal cuore la verità non gli giunse alle labbra e si contentò di eludere la domanda:

– Ascolto questi signori.

– Sempre in silenzio?

– Mi conosco e so di non avere abbastanza spirito per potermi mischiare alla loro conversazione. Ascolto e imparo – soggiunse dopo un momento coll’amarezza profonda e dolorosa d’un sarcasmo che sapeva di rimprovero e il cui significato era questo: perchè mi avete condotto tra questa gente?

Il suo sguardo s’incontrò collo sguardo di lei: e anche voi, anche voi, perchè siete degna di questa gente che bestemmia e non vi rispetta?

Certo ella gli lesse negli occhi il rimprovero muto:

– Sul punto di metterci a tavola vi chiamai accanto a me; se mi aveste obbedito, invece d’allontanarvi, avremmo conversato noi due, piano come facciamo adesso, come due vecchi amici, e io non mi sarei trovata in obbligo d’ascoltare tante sciocchezze, e quel che è peggio, per non parere un’oca, di ripeterne anch’io altrettante.

Marco mendicò una scusa, pur sapendo ch’era una mezza bugia:

– Più fortunato di me, fu il signor Priol che mi prese il posto.

– Il signor Priol fu più svelto! – ribattè Nicoletta, e i suoi occhi balenarono.

– Non nominare il nome di Priol invano! – si mise a gridare Claudio Priol, che aveva udito proferire il suo nome e non gli sembrava vero di cogliere la palla al balzo per pigliarsi la rivincita dello scacco – signorina Friscka, non le basta avermi abbandonato, coperto d’ignominia e di vituperio? Ho buone orecchie, d’accordo col mio rivale lei sta macchinando una congiura contro di me.

Aspra, molto aspra:

– Sì, la congiura di non più rispondere nè a voi nè a tutti quelli che mi annoiano – fece Nicoletta senza darsi briga di celare il suo malumore per essere stata interrotta nel colloquio con Marco, e verso Marco si volse nuovamente, dopo che con manifesta scortesia deliberata spostò la scranna in guisa da voltare il dorso all’interruttore.

Claudio non fiatò, seguì per tutta la tavolata un silenzio più d’imbarazzo che di stupore; in un linguaggio ignoto, le Brancovenu si scambiarono poche parole, agre e sommesse, dalle quali però tutti quanti compresero che la madre rimproverava alla figlia la scorrettezza del contegno. Fu Rizzabarba il primo a rompere il ghiaccio:

– Chi di voi ha visto questa mattina nella tribuna diplomatica la baronessa Naim?

– La baronessa?…

– Naim. Se non erro, lei, signorina Priscka, l’ha osservata; del resto, impossibile non osservarla: vestita di rosso, nient’altro che di rosso da capo a piedi, era la calamita di tutti gli sguardi e somigliava a una Proserpina d’operetta. Nessuno sapeva chi fosse; neanche lei, senatore Tommaseo, e neanche tu, Priol, ci scommetto.

Ripreso il dialogo con Marco, senza badare alla narrazione della dama vestita di rosso, gli domandò Nicoletta:

– Restate ancora qualche tempo a Roma?

Marco non ebbe un attimo d’incertezza:

– Fino a domani – rispose immediatamente, quasi che la partenza potesse essere più pronta quanto più pronta era la risposta – domani debbo partire senza fallo.

Intravide bensì il conte di Castelborgo che attendeva da lui gli fosse resa giustizia, il cardinale Schiattino e il padre Cornoldi che per ripetute istanze si erano lasciati indurre a nuove promesse in favore del conte e forse, se egli rimaneva ancora qualche giorno, erano sul punto di mantenerle; intravide il novizio di vigna Sabina che un’ultima volta lo chiamava vicino al suo letto, ma la risoluzione ora irrevocabile: nel brevissimo tempo dacchè quella creatura gli stava a fianco e non gli aveva detto che poche parole assai semplici, si era sentito come travolto in una spira di stregoneccio; rapidamente gli passavano davanti la commemorazione funebre di Pio IX, l’udienza papale, il pranzo e la serata della duchessa d’Olevano, l’apparizione del ritratto di Friscka tra le oscene reliquie di Paolino Carbonara, i gesti e l’invito di Nicoletta, altrettante volute della medesima spira, e se ora tanta forza gli rimaneva per non abbandonarsi, questa trovava nel deliberato proposito della fuga.

Intanto Venceslao Rizzabarba compiacevasi di raccontare i portenti della sua dama rossa:

– Astraudi e Santa Luce, i soli che la conoscano tra quelli che a Montecitorio me ne parlavano, pretendono che ella tocchi, anzi non tocchi più, la cinquantina; Santa Luce le fu presentato a Londra nel ’67, dice lui, e non solo era divorziata dal primo marito – nel ’67! – ma già vedova del secondo, con figli abbastanza grandicelli. Voi altri l’avete vista: vi è sembrata una donna di cinquant’anni? a occhio e croce io gliene avrei dato ventotto o trenta, proprio volendo essere generoso nella malignità!

– Un’altra Ninon de Lenclos!

– Con questa differenza: Ninon de Lenclos era sapientissima e abilissima in acque e unguenti superlativi, invece la baronessa Naim pare che non si giovi affatto di mezzi materiali; Cagliostro femmina, il dono della gioventù, prorogata non sappiamo fino a quale scadenza, l’avrebbe ricevuto con diploma autentico di potenze invisibili, domiciliate al di là, fuori della nostra provincia terrestre; in altri termini, dagli spiriti.

– Nientemeno!?

– Nientemeno.

– Sarebbe spiritista la tua baronessa?

– Spiritista, magnetizzatrice, teosofa, taumaturga. Santa Luce l’ha definita il Budda d’Occidente. Nell’America del Nord, in Inghilterra, nel Belgio, ha una riputazione gigantesca e perfino degli adoratori. Intendiamoci, relata refero. Noi in Italia facciamo gran caso di Donato: che Donato! Donato è uno scolaretto, al confronto della Naim. La Naim opera i prodigi più strani e meravigliosi, come noi accendere una sigaretta, sul gusto di quelli dei fakiri dell’India: non vi parlo d’ipnotismo nè di trasmissione del pensiero nè di tavole giranti che ballano la furlana per la stanza o rispondono alle vostre interrogazioni mediante un linguaggio convenzionale di scricchiolii o di colpi….

– Roba vecchia!

– ….non vi parlo d’armonie vagabonde per l’aria nè di pianoforti che vi strimpellano il valzer My Queen, sebbene chiusi ermeticamente: scherzi da bimbi; ma per esempio, sviluppo in pochi minuti d’un seme che germoglia, diventa pianta sotto i vostri occhi, mette le foglie, e fiorisce; fenomeni d’ubiquità e di chiaroveggenza, apparizioni visibili o tangibili di persone lontane o morte, traslazione degli individui in tutt’altra parte del globo….

– Ci credi, tu?

La domanda era superflua e Rizzabarba crollò le spalle, non degnandosi nemmeno di rispondere.

Breve pausa. Quando in una conversazione accade che si venga a discorrere di spiritismo, dapprima la grande maggioranza dei presenti sghignazza e non ha parole che bastino per proclamarsi incredula, ma a poco a poco le voci si affievoliscono intorno all’oratore e tutti spalancano le orecchie con un senso di curiosità perplessa, molto simile alla paura che qualche cosa di vero ci sia. Nicoletta che non aveva replicato a Marco una sillaba per indurlo a non partir da Roma così presto e saltando di palo in frasca gli cinguettava le più adorabili fanfaluche non senza un lontano sapore d’acrimonia, s’interruppe per ascoltare anche lei la filastrocca dei portenti.

– Trattandosi di spiriti, è troppo naturale che oltre queste meraviglie la baronessa possa pure ottenere l’elisir di gioventù o di lunga vita – esclamò qualcuno.

– O magari l’elisir d’amore – soggiunse un altro.

– Bisticcio per bisticcio, vi dirò che Santa Luce al suo solito, mi lasciò nelle tenebre circa diversi punti che avrei voluto fossero illuminati – seguitò Rizzabarba – e dai suoi prolegomeni, interrotti sul più bello, non ho ben capito quali relazioni d’affinità corrano tra il Budda indiano e lo spiritismo di Allan Kardec; la parte teosofica bisognerà che me la faccia spiegar domani, durante l’elezione del Presidente.

– Ora mi ricordo – gorgogliò nelle caverne dello stomaco la voce del senatore Tommaseo, e pareva che svegliato di soprassalto da una profonda meditazione taciturna, il baleno d’un lampo gli avesse riacceso la memoria – Santa Luce ne fa sempre delle sue: ha confuso insieme madame Blavatzki e la baronessa Naim; già, prima di tutto, la Naim è morta.

– Morta!? – fu l’esclamazione unanime del coro.

– Almeno quella di cui intendo parlare.

– Lei l’ha conosciuta, senatore? – chiese l’onorevole, alquanto impermalito che un altro ne sapesse più di lui.

– Ho conosciuto madame Blavatzki e la Naim, che allora si chiamava, mi pare, Annie Morgan, anzi le ho conosciute insieme sul piroscafo, tornando dall’esposizione di Filadelfia; a quei tempi erano come sorelle, però, la Morgan molto più giovane, e appunto predicavano una nuova religione inventata dalla Blavatzki, un miscuglio stravagante di otto o dieci religioni, raggruppate intorno alla metafisica di Budda. Volevano convertire anche me, figuratevi! Di miracoli io non ne vidi; se ne parlava a bordo, ma io non ne vidi.

– Sempre così, tutti ne parlano, tutti ne hanno inteso parlare, ma quanto a vederne è un altro discorso.

– Più tardi, in Inghilterra si separarono, nemiche acerrime; il perchè non lo so. La Morgan, o la Naim se vi fa piacere, che si era già convertita una dozzina di volte, ebrea di nascita, poi cattolica ardente, poi protestante di non so quante sêtte, atea, feniana, buddista, tornò in Irlanda nel partito dei feniani, pubblicò contro la sua maestra vari opuscoli violentissimi che fecero chiasso, accusandola apertamente di ciurmeria, e fu allora che cambiò nome e prese quello di Naim; il titolo venne molto più tardi; forse l’ebbe da uno dei due mariti.

– Senatore, lei è il dizionario ambulante del Larousse.

– Notizie che mi diede la stessa madame Blavatzki, quand’ebbi occasiono di rivederla a Palermo in casa Scalea, sarà un paio d’anni, e creda che quella sera in casa Scalea ci fosse pure Santa Luce. Del resto, l’equivoco non sarebbe in tutto spropositato, perchè, come mi diceva la vecchia Blavatzki, quasi subito dopo il ripudio la sua antica neofita era tornata alla propaganda, se non della religione, almeno della scienza occulta.

– Questo significa che fu toccata nuovamente dalla grazia e si convertì per la tredicesima volta. Ma lei non ci ha annunciato poco fa che era passata a miglior vita?

– Così mi disse la Blavatzki.

– Allora, signori miei, un portento di più da registrare col carbon bianco della fede: una morta risuscitata, nè più nè meno! Vedere per credere! o tutti possiamo vederla, chè questa sera, in carne ed ossa, nei salotti di mistress Pears al Babuino….

– Son vecchio amico di mistress Pears.

– Tanto meglio, vada a trovarla questa sera e avrà il gaudio di assistere a una seduta monstre….

– Andiamoci, andiamoci – interruppe Nicoletta, sempre pronta alle novità.

– ….a un’accademia spettacolosa di occultismo e spiritismo trascendentale, offerta dalla signora baronessa Naim, con morti risuscitati, lei per la prima, incarnazioni e fuochi di Bengala, e relativa pelle d’oca.

– Tutte imposture; io non ci credo.

– Si convincerà; la signorina Friscka pare già convinta fin d’ora. Ad ogni modo, nessuno mi leva dalla testa che a bordo, durante la traversata da Filadelfia in Europa, lei non abbia avuto il suo bravo romanzetto. Non le sorride l’idea di rivedere dopo tanti anni, sempre giovine, sempre bella e affascinante, risorta dalla tomba, la sua compagna di viaggio?

Sorridesse o no al senatore questa idea, io che scrivo non potrei affermarlo, per quanto più d’una volta egli m’abbia onorato di certe piccole confidenze; il fatto è che non rispose, stringendo gli occhi già abbastanza forati in cruna e con un gesto impagabile di malizia arricciandosi gli ultimi residui delle sue appariscenze giovanili. Tuttavia ritengo che, non ostante l’attrattiva di rileggere colla rossa Proserpina un capitolo o due del loro presunto romanzetto marittimo, la sua vecchia amicizia con mistress Pears non fosse tale da consentirgli d’intervenire al sabba degli spiriti senza essere stato invitato, poichè non valsero a determinarlo pel sì le replicate preghiere e nemmeno i capricci di Nicoletta.

Oramai sappiamo che quando Nicoletta si era fitta un chiodo in tosta, non c’erano tenaglie al mondo che potessero strapparglielo.

XII.

Ma per breve tempo esautorato da un simulacro d’estate, novembre aveva corretto l’anacronismo e ripresi i suoi diritti: all’effimera caldura maggiaiuola era successo un frescolino acuto che dapprima le signore affrontarono bravamente meglio degli uomini, e ben presto, se vollero rimanere a tavola, le costrinse ad avvilupparsi nelle loro mantiglie. Sparito il sole dietro la marea di cenere che saliva larga e densa e uniforme, levatosi d’improvviso un vento su tutte le furie, addio poesia della campagna e della colezione all’aria aperta! nugoli di polvere che acciecavano, bruscoli nei bicchieri e nei piatti, un roteare di foglie secche, un irrequieto svolazzare dei tovagliuoli, la tenda sbattuta e lacerata, flagellanti le rame del pergolato, e sebbene la colezione non fosse finita, chè De Martino aveva fatto le cose troppo splendide e anche troppo lunghe, più che in fretta i commensali abbandonarono il campo, rifugiandosi nell’interno dell’osteria.

Una stanzaccia a pian terreno, unica e sola, bassa, affumicata, che serviva pure da cucina, una spelonca dove la famiglia dei venti, soffiando, fischiando, urlando, entrava come in casa sua pei vetri rotti delle finestre, senz’altri arredi che due tavole unte e bisunte e quattro panche sgangherate. Dov’era l’oste per portare le seggiole, almeno alle signore? e Brigidina non l’aveva uno straccio qualunque da tappare i buchi?

A tapparli tutti i buchi della stamberga, col rischio poi di rimanere asfissiati dal fumo, ci sarebbe voluto un quintale di stoppa, e Brigidina in quel trambusto si affannava a rimediare alla meglio, e di fuori suo marito, lottando corpo a corpo, non aveva tante bestemmie in bocca nè tanta forza nelle braccia da tenere indietro lui solo una frotta di contadini, grandi e piccoli, tratti dal rumore delle forchette, e, appena dopo la fuga, precipitati all’assalto, piglia chi piglia, su tutto quel ben di Dio rimasto in tavola.

Tingeva l’aria il colore della fuliggine. Da una finestra volta verso ponente, segregato in un angolo e quasi nascosto dall’immensa cappa del focolare, Marco Cybo guardava al di là dei vetri, sotto il cielo basso, lungo le colline declinanti al mare in un chiuso orizzonte di negredine, lo storcersi degli alberi nella campagna e laggiù in fondo, sempre a ponente, dove a un dipresso dovevano essere Maccarese o Palo, un taglio di luce, unica luce. Le braccia levate, come atterrita dall’uragano, una donna correva a precipizio per un sentiero tra le vigne.

Dentro, il vocìo era altissimo. Taluni proponevano, e con essi Tommaseo, di fare attaccar subito i cavalli e partire prima che fosse cessato il vento: giornate corte, un diluvio alle viste, e che diluvio! era mancanza assoluta di criterio lasciarsi sequestrare lassù dalla pioggia e dalla notte, in quella baracca! pazienza la pioggia, ma la notte!? – Altri, per spirito di contraddizione, giudicavano che era meglio aspettare e intanto prendere il caffè: minuto più, minuto meno, non sarebbe cascato l’universo; bene o male, erano al riparo, se l’acquazzone voleva scatenarsi, ragione di più per non muoversi, conveniva lasciarlo sfogare e starsene all’asciutto, piuttosto che essere acchiappati per via, senza ombrelli, senza mantelli, pigiati sotto la cuffia d’una vetturaccia da nolo. Nicoletta era di quest’avviso, niente partenza: secondo lei, quattro gocce d’acqua non potevano far paura, anzi pretendeva che il tempo cominciasse già a rischiararsi, e macinando nella sua testolina un’idea barocca alla quale avrebbe dovuto rinunciare se si partiva immediatamente, contava molto sulla preponderanza del suo voto.

– Discussioni inutili – mormorò Claudio Priol accostatosi a Marco, fingendo d’osservare per la finestra e di borbottare tra sè per suo uso e consumo – cosa serve discutere, se sappiamo come andrà a finire? non toccate la regina, fuori della sua non c’è altra volontà; la regina comanda e noi si obbedisce, umilissimi servitori!

E per timore che Marco non avesse capito l’antifona, si volse a lui, provocante, quasi in aria di sfida:

– Non le pare, marchese?

Non soltanto l’aveva punto il rabbuffo di Nicoletta, ma si era persuaso d’avere nel marchese Cybo un fortunato rivale; col sussidio in corpo di qualche bicchiere di più oltre l’onesto, celava a stento l’intenzione d’attaccar briga.

La fronte contro i vetri, sembrava che Marco enumerasse ad una ad una le rade gocce di pioggia, le prime, cadenti pochi passi lontano sopra un macigno grigio e liscio, in forma di larghi patacconi.

Replicò Claudio Priol:

– Non le pare, marchese, che noi ci mostriamo troppo condiscendenti e la signorina abusi un po’ troppo della nostra…. debolezza?

– In queste partite di piacere, secondo le norme di cavalleria, il piacere più grande è di lasciar comandare le signore – rispose Marco Cybo, con innocente politica divenuto galante tutto ad un tratto per rispondere più o meno a proposito senza rispondere.

– Massime le signore a cui facciamo la corte!

– Dove andrebbe la logica? queste a preferenza delle altre.

– E le signore e le signorine alle quali, noi uomini, permettiamo nella nostra cristiana indulgenza che ci facciano la corte! — incalzò l’aggressore coll’ironia brutale di chi scaglia un vituperio.

Marco impallidì:

– Anzichè cristiane, simili indulgenze da pascià sarebbero turche – disse, e la voce calma e il tono sempre scherzoso non accusavano l’interno combattimento.

– Da pascià! Non le è mai occorso, lei che è uomo navigato, d’incontrarsi con certe sedicenti principesse…. di Bagdad, che girano il mondo alla questua d’un pascià? Io ne ho trovato più d’una. Ottengono l’onore del fazzoletto, ci campano sopra un mese, un anno…. finchè possono; un bel giorno spariscono, s’imbattono in un altro pascià, e così di seguito, e ogni volta, non se ne parla nemmeno, il fazzoletto ottenuto è sempre il primo! Ne ho trovato più d’una, di queste vergini…. principesse!

L’atto che Claudio intravide fu quello d’uno schiaffo, poichè per istinto mise innanzi le mani come per ripararsi il viso. Appena padrone di sè, Marco Cybo si trattenne in tempo dal colpirlo, non fece altro che scostarlo leggermente, spingendolo contro la finestra per aver libero il passo:

– Lei è ubbriaco, mi si tolga dai piedi!

E attraversato l’intero spazio della cucina, andò all’estremità opposta, dove tutta la comitiva erasi radunata sulla soglia a vedere nell’aia il curioso spettacolo dei contadini in fuga sotto la pioggia torrenziale, carichi di vivande, inseguiti dall’oste e dal suo cagnaccio terribile; i più svelti si erano arrampicati nel fienile.

– Dopo questo bagno, tuo marito non si lava più fino a Pasqua – diceva a Brigidina l’onorevole Rizzabarba.

E Brigidina, che cominciava a prendere confidenza e a rivelarsi:

– Possa morì annegato! ma che ve pare? San Pietro a me sta grazia non me la fa!

Lo scroscio delle acque si era fatto assordante, l’occhio non distingueva più che una selva fitta e obliqua di verghe metalliche.

– Voi non fumate? Volete una sigaretta?

Marco s’inchinò, accettando la sigaretta che gli veniva offerta. Si erano tutti raccolti intorno al pittore De Martino e alla sua chitarra, ne ascoltavano le canzonette napoletane di Piedigrotta e gli facevano coro nei ritornelli.

– Sedete, qui vicino a me. – Ohé Carulì…. ohé Carulì…. – Perchè non cantate? cantate anche voi – ….no me fá chiagnere acussì….- sareste di cattivo umore perchè non siamo partiti? anche Tommaseo è arrabbiato e non parla, anche mia madre…. ebbene, avete torto: sono i piccoli incerti che rompono la monotonia, adoro i piccoli incerti, segnatamente quando ci sono di quelli, come voi, che non hanno lo spirito di saperli pigliare con disinvoltura. – Ohé Carulì…. cantate con me – ohé Carulì… ohé Carulì, no me fá chiagnere acussì!

Nicoletta Brancovenu aveva fatto posto a Marco sulla sua panca, tra lei e Tommaseo, ma il posto era stretto, e per quanto egli cercasse impicciolirsi e senza alcun riguardo si appoggiasse contro il suo vicino di destra, più che gomito a gomito se la sentiva addosso, carne a carne, dal piede alla spalla, e ogni movimento di lei – e lei era l’irrequietudine perpetua – coll’impressione del peso, del calore e delle forme, coll’emanazione del profumo, coll’evidenza immediata della pelle, gli cagionava per tutto il corpo tanti sussulti quante volte i singoli sensi erano colpiti da una vibrazione diversa.

Una dopo l’altra, De Martino sgomitolava la filza delle sue canzonette, e più il diluvio veniva tempestando, più lui o i coristi a piena gola rispondevano per le rime. Canzonette ilari, le solite, quasi tutto a doppio senso nelle parole e quasi tutte senza senso comune, petulanti nella povertà triviale della musica.

– Perchè chiudete gli occhi e vi tirate così in là? è il fumo della mia sigaretta che vi dà noia? Spiegatemi la canzone che canta adesso De Martino: spingole francese…. spingole francese…. non capisco niente; tutti ridono, ci dev’essere sotto qualche cosa di molto piccante…. pure l’altra canzone, quella prima di questa, vi ricordate? quella che diceva…. come diceva? aiutatemi: sissignore… nossignore…. cacciatore…. era una delle più belle….

– Domani t’ó dico – suggerì Tommaseo, poichè Marco non sapeva o non voleva rammentarsi.

– Appunto, domani t’ó dico: bellissima! – Per le birichinate, Tommaseo ha miglior memoria di voi. – È una birichinata, non è vero? l’ho indovinato subito, senza averne capito una parola; sapete, più che altro, da che cosa l’ho indovinato? dalla vostra faccia: leggevo sulla vostra faccia come in un libro aperto il profondo disgusto che vi inspirano nell’anima queste scempiaggini buffe. Voi siete un giovinotto serio; certe licenze vi sembrano troppo allegre, ma dopo tutto, se non ci mettiamo malizia, dov’è il male? Tommaseo ride sotto i baffi: lui sì che ce la mette la malizia! avete sentito come cantava forte spingole francese? D’accompagnarmi questa sera in casa di mistress Pears alla seduta spiritica della baronessa, non vuol saperne, manco a pregarlo in ginocchio: ha paura del diavolo; ma se si tratta di fare lo scapestrato – in musica! – allora il diavolo ha perso le unghie, non si ha più paura del diavolo. – Che c’è adesso? avete ciarlato tanto che sento il bisogno di riposarmi. Stiamo un po’ zitti: il maestro ha voltato la pagina del suo repertorio e attacca il genere patetico delle romanze al chiaro di luna, in minore. Fate silenzio, ve ne prego: lasciate che io mi commova per cinque minuti.

Registro nuovo. Gli occhi languidi al soffitto o un tremolìo appassionato nella voce, De Martino intonò:

– Quanno spunta la luna a Marechiare….

Caduto nel flebile, non poteva lasciar da parte il pezzo classico di Geremia profeta, e dopo alquante variazioni sul tema sospirò in chiave di salice piangente:

– Fenesta che lucivi e mò non luci….

E così tutta la litanìa dei deprofundis che si cantano in barchetta nel golfo, tra una dozzina d’ostriche e un bicchiere di Capri.

Ho idea d’aver già notato di volo che sebbene Nicoletta si studiasse d’annaspare alla meglio con gli altri un italiano barbaresco, nel discorrere con Marco Cybo in particolare usava la lingua francese, e lui, figlio di madre parigina, educato nei collegi di Francia, vissuto in Francia più che in Italia fino a pochi anni addietro, non poteva esimersi dal ricambio. Che ella del gergo di Gyp e della Vie parisienne possedesse, ciaramellando di palo in frasca a similitudine d’un passero, tutte le finezze e tutte le malizie, non saprei dirlo; certo, ne possedeva quella volubilité impossibile a tradursi, quel brio saltellante, capriccioso, caustico, femminino, che negli echi delle desinenze francesi, forse per nostra stessa suggestione, ci pare che acquisti un fascino irresistibile di grazia e di insidia, avvezzi come siamo nella vita fittizia della letteratura drammatica e narrativa a veder riprodotta in francese l’eterna scena del porno.

Eccoti paladino di costei con un duello sulle braccia! – Marco, avresti ancora la temerità di lanciargli addosso la pietra, a Paolo Carbonara, perchè fu travolto a causa d’una donna in un tafferuglio d’ubbriachi? Dio è giusto: la pena del taglione ti colpisce: nella tua superbia non hai saputo scusarlo tuo fratello, hai arrossito per lui invece di difenderlo, l’hai giudicato indegno di servire sotto la tua bandiera, e lo stesso giorno, lo stesso giorno che lo condannavi, tu pure in compagnia di gente che vitupera il nome di Dio, la legge di Dio, i ministri di Dio, tu pure, per una donna, come lui ti lasciasti soverchiare da una violenza di collera, smarristi come lui la misura degli atti e delle parole. Non ti manca più altro che giuocare di pusillanimità e domani mattina fuggire come lui col primo treno! Sei cristiano o sei vile? che risponderai a momenti all’onorevole Rizzabarba, quando senza fallo, in nome di Priol offeso da te, verrà a portarti la sfida? Ti sei fatto giustizia? hai voluto punire l’oltraggio recato a una donna? Chi rompe paga. Rassegnati, dinanzi alle leggi del mondo non c’è scappatoia: o apostata o vile!

Tra la viltà dell’apostasia accettando il duello e la viltà della fuga, Marco sapeva bene che a qualunque costo non avrebbe ceduto d’un palmo nè gli sarebbe mancato il coraggio leale della sua fede per affrontare ben altra battaglia di quella sul terreno; ma intanto provava un godimento d’espiazione nel torturarsi la coscienza, nel fingere a sè medesimo quasi certo il pericolo d’una debolezza. E a cotesta tortura volontaria si aggiungeva lo strazio delle parole di Claudio: se egli non avesse mentito? chi era dunque, ma chi era dunque, Nicoletta Brancovenu?

In una cadenza liturgica da settimana santa la voce di De Martino si spegneva:

….Zì parrocchiano mio, abbice cura…. la lampa sempre tiennece allumata!…

– Brigidina, dove ti sei nascosta? ne sa niente, senatore? Brigidina, l’idea non è cattiva e il consiglio merita plauso – saltò su una voce nella semi oscurità – la lampa sempre tiennece allumata! Hai inteso, Brigidina? Non ti domandiamo nè gas nè luce elettrica, appena una lampada a olio, sepolcrale; in queste tenebre crescenti servirà più a noi vivi, che alla morta della canzone.

Chi parlava così non parlava a casaccio, chè durante la nenia, intenerito profondamente, piano piano si era messo con Claudio Priol a giuocare a macao, in due, e gli occorreva distinguere i suoi nove e i suoi otto dalle ciste dell’avversario.

– Giuochiamo anche noi – gridò Nicoletta affrettandosi a pigliar posto, esilarata da quella nuova ricreazione, non dubitando che tutti, Marco Cybo compreso, ne avrebbero seguito lo slancio; e chiusi i rigagnoli delle canzonette, il chemin de fer fu presto intavolato. Soli, il senatore Tommaseo e la principessa madre si astennero.

Partita di famiglia, una lira di banco, due lire al massimo, tanto per non cacciarsi in rovina, prescriveva l’amico Rizzabarba, e sopra tutto, luce, luce, luce, figliuoli miei!

– Sapete cosa voglio dire, è la regola della casa e non si transige. Priol, ricordatelo bene: tu hai la brutta abitudine di voler giuocare all’oscuro, e qui, senza luce non si fa nulla.

Per gli iniziati, “luce” era una parola simbolica, la quale non significava altro se non “pronti contanti.”

Sulle prime giuoco piccolo, rapido, abbastanza monotono. Nel mentre il mazzo transitava di mano in mano e per ognuno la perdita di sinistra era press’a poco compensata dalla vincita di destra, Rizzabarba raccontava alla signorina la passione dei suoi amici pel fatidico nove:

– Lo crederebbe? hanno l’abilità di pigliarsi i quattrini a macao, anche senza carte. Mi spiego: passeggiano in compagnia su e giù pel Corso: lei pensa che discorrano se non di politica, almeno di belle lettere o di belle signore? nient’affatto: giuocano! Il sistema è ingegnoso: ogni carrozza padronale che passa, cioè senza numero, rappresenta una figura; le altre, quelle numerate, hanno il valore d’una carta qualunque, secondo la somma complessiva delle singole cifre, e così… – tocca a lei, marchese.

Da alquanti giri tutte le volte che veniva a Marco il turno del banco, egli, che non aveva giuocato mai in vita sua e, digiuno dei rudimenti, non faceva che attenersi ai consigli di Nicoletta per abbattere un nove o chieder carte su due figure, sembrava favorito dalla fortuna; le poste gli si raddoppiavano dinanzi a vista d’occhio.

– Passate la mano – gli suggeriva Nicoletta, dopo il quarto o il quinto colpo vittorioso.

Senonchè, mal pratico, finiva sempre per concedere un ultimo colpo che gli portava via l’intero guadagno, e perdurandogli ostinata la fortuna, accadde che quando finalmente imparò a ritirarsi in tempo, gli avversari, prudentissimi, non puntavano più che “all’oscuro”.

– Luce, luce! – aveva un bel gridare il mentore Rizzabarba per vecchia consuetudine, ma era lui, peggio degli altri, che dava il cattivo esempio, e col riscaldarsi del giuoco tutto il denaro era sparito dalla tavola.

Per non esser tacciato d’un puritanismo, che in quella contingenza sarebbe stato fuor di luogo, Marco si era indotto a prender posto anche lui nella partita. I suoi crediti si moltiplicavano, egli stesso ne ignorava la somma e come fossero divisi, pronto a dar la pace a tutti con un colpo solo, se Nicoletta non si fosse incaricata di tenere il registro per lui del conto corrente, sotto la sua vigilanza, tenendo altresì in soggezione quelli che per avventura avessero abusato del novizio inesperto. Unico, non figurava sul registro Claudio Priol: niuno più accanito di lui nel tentar la sorte e niuno più maltrattato, perdeva quel giorno le Indie, pure, per dimostrargli con dignità che dopo la scena del minacciato schiaffo e prima d’una soluzione onorevole non poteva esserci tra loro due alcuna comunanza, col marchese Cybo non aveva rischiato l’ombra d’un baiocco.

Era da mezz’ora che tiravano le orecchie alla dama di picche o da un paio d’ore? Pioveva sempre a dirotto. Tommaseo russava forte sulla panca, a intermittenze, la sinfonia dei sette dormienti, pigliando di tratto in tratto certi soprassalti d’un uomo scosso dal terremoto, ogni volta sfoderando con voce monca un’esclamazione diversa; la principessa Brancovenu, immobile e taciturna, rassegnata per forza e triste della sua tristezza abituale, senza dormire, senza occuparsi dei giuocatori, stava seduta vicino al fuoco, sul pagliericcio arrotolato di Brigidina.

Se a Dio piaceva, la furia delle acque si era calmata; forse non si trattava che d’una sosta e conveniva approfittarne subito.

Dentro la stalla, dove i vetturini erano rimasti in allegria buona parte del giorno, serviti da principi, a mangiare e bere, le botti erano già pronte alla partenza, coi cavalli attaccati e i fanali accesi: quattro splendidi legni come non se ne trovano che a Roma per dare ai forestieri un’idea retrospettiva della romana grandezza, tre venuti sul tardi col grosso della comitiva, l’altro, giunto fin dal mattino, portando il pittore insieme a un suo aiutante di campo e alle ceste delle provviste. Fu lui appunto, De Martino, che accortosi del momentaneo armistizio, non indugiò a dare il segnale, e in un attimo tutti furono in piedi, nel trambusto d’una specie di fuga precipitosa.

Trambusto d’un minuto e fuga abortita, chè nel cortile diventato un lago navigabile non potevano le vetture avvicinarsi alla porta se non ad una ad una per caricare i viaggiatori, e questi si persuasero d’attendere il loro turno in pace e pazienza. Nicoletta disse a Marco, sottovoce:

– Non v’affrettate a salire; aspettatemi; salirete con me e col senatore Tommaseo.

Andò dal senatore, incerto se doveva star su o riaddormentarsi, e gli ripetè le stesse parole.

C’erano i conti del macao da aggiustare, ma la liquidazione sarebbe stata troppo lunga e il dittatore Rizzabarba ebbe l’idea d’appioppare a uno solo i debiti dei singoli giuocatori verso il marchese Cybo:

– Verso il marchese Cybo risponde Priol per noi dalla somma totale. A quanto monta? è presto fatto il computo: duecento ottantacinque; bene; Priol dove dunque duecento ottantacinque lire al marchese. Noi altri poi, in complesso, quanto avanziamo da Priol? trecento sessanta due; benissimo; vuol dire che il bilancio porta una differenza a nostro credito…. dodici meno cinque…. quindici meno otto…. settantasette; una differenza di settantasette lire, delle quali….

Marco tirò fuori il portafogli:

– Tocca a me pagare questa differenza?

– Tanto meglio; se lei crede, la cosa è semplificata e ridotta ai minimi termini. A questo modo noi siamo in pace con Priol, lei, marchese, è in pace con noi, e solamente rimane in credito con Priol di trecento sessantadue lire.

Un biglietto rosso fiammante passò nelle mani dell’onorevole.

– Dovrei darle ventitre lire di resto e non so se posseggo abbastanza spiccioli…. vogliamo giuocarle in un colpo, marchese?

– Come le aggrada.

– Faccio male, perchè non ho mai avuto una disdetta peggio di questa sera e lei invece trionfa. Basta, vediamo. All right!

– Anime viziose, non avete ancora finito di pigliarvi la pelle? C’ è un posto libero nella botte numero uno, avanti, la principessa aspetta!

Era De Martino, che dopo avere accompagnato la principessa e averla installata in carrozza, si affacciava sulla soglia dell’osteria nel momento in cui cadevano le quattro carte.

– Nove! – abbattè Rizzabarba – ha nove anche lei? no? allora è inutile che lei abbatta il suo giuoco. Marchese, la ringrazio – mise il biglietto rosso in saccoccia – e mi rallegro delle sue odierne vittorie. Non abbia rimorsi, possiamo vantarci d’aver fatto un giuochetto onesto da asilo infantile: tra morti e feriti….

– Ci siete inchiodati? – strepitava il pittore, tutto compreso delle sue funzioni di cerimoniere – vi dico che la signora aspetta! marchese, salga lei colla principessa, oppure tu, Venceslao.

Posto d’onore. Seguito da Claudio Priol, del quale non aveva badato ai gesti nè agli occhiacci significativi durante la liquidazione, Rizzabarba si avviò verso l’uscita, dove in attesa d’imbarcarsi stavano raggruppati i suoi satelliti. Alla compagnia della madre Brancovenu preferiva senza dubbio quella della figlia, la sua grande paura era di trovarsi terzo con Tommaseo, e nel mentre cercava colla coda dell’occhio la signorina Friscka, si attardava a salutar Brigidina con galanteria di barzellette, apposta perchè il marchese Cybo fosse costretto a passargli innanzi.

Fuori, nell’oscurità della notte, a cinque o sei passi dalla porta, l’oste teneva alto il solito cartoccio unto d’olio, con entro la fiamma d’un moccoletto; lanterna da carrettieri, che abbagliava la vista invece di illuminare e i cui riflessi gialli, ad ogni movimento, guizzavano in forma di biscie sullo specchio delle pozzanghere.

A intervalli non brevi l’una dall’altra, in un frastuono di vociferazioni, le quattro sconquassate botticelle erano partite col loro carico.

Strano a dirsi, Marco Cybo non era con Nicoletta e non c’era Tommaseo. Ella aveva almanaccato di pigliarli seco entrambi, il giovine perchè già sappiamo che non ne sgradiva la compagnia, il vecchio perchè le servisse da chaperon, abbindolarlo di prima sera aspettando l’ora canonica delle dieci, poi, a tradimento, farlo smontare davanti al portone di casa Pears e colle dolci e le brusche condurlo sopra, ma il suo programma era fallito: tra il chiasso e l’oscurità, nello scompiglio di chi voleva affrettarsi a salire, erano rimasti divisi non ostante il convegno, Tommaseo nella prima carrozza, Marco nell’ultima – per timidità o fors’anco per ottime ragioni di prudenza tutte sue peculiari – e Nicoletta nella penultima.

– Gesù, Giuseppe, Maria, vi dono il cuore e l’anima mia! – brontolò ridendo il pittore, rannicchiato accanto a Cybo sotto la cuffia del mantice – raccomandiamoci alla divina misericordia e speriamo che i cavalli abbiano più giudizio dei vetturini. La colpa è mia, ho lasciato correre troppi fiaschi. Tanto e tanto il nostro automedonte si regge ancora a cassetto, ma quello che partì poco fa prima di noi, oltre vedere la luna e le stelle in firmamento, traballava come uno svizzero del Papa; non mancai di dirglielo a Rizzabarba: ragazzo mio, sta bene attento, non dormire o non lasciarti svagare dalla signorina Frischa, chè l’amico ha una voglia matta di portarvi a perdizione in qualche fosso.

Piccola pausa, offerta di sigari virginia, fiammiferi smorzati dal vento, accidenti al vento, accidenti al virginia che non tirava.

– Marchese, perchè vuol tenere quel grosso involto sulle ginocchia? le darà fastidio; lo metta qui in mezzo, qui, sotto la mia chitarra. L’ho portata stamattina, la chitarra, per obbedire al desiderio della “donzella”. Giusto, cosa ne pensa, lei, della donzella? c’è chi si scandalizza perchè ha più d’un granellino di zenzero nel sangue, perchè discorrendo con noi altri uomini, alle nostre scappate non abbassa gli occhi e lascia nel vasetto la pomata della porpora. Lei che la conosce meglio di me, cosa ne pensa?

Un vento che tagliava la faccia, e Marco sempre più ostinato a sciupar fiammiferi per accendere il sigaro, lui che non fumava quasi mai.

– È davvero artista di polso, come protende Claudio? pittrice, suonatrice….

– Suona assai bene il pianoforte; non so se dipinga pure: forse.

– Vedo di qui in lontananza la sempiterna rosa nel bicchier d’acqua, le sempiterne rose svenute sulla balaustra…. ma lei potrebbe credere che io parli per gelosia di mestiere. Piuttosto vorrei domandare a questi signori se uno solo di essi a madamigella Friscka è mai riuscito a toccarle la punta d’un capello. – Ohè! vetturino, che facciamo? ti pigli un accidente! siamo fermi adesso? dormi?

– Managgia sta bestia! mi s’indormenta come na creatura!

– Vi sveglio io tutt’e due, te e la tua bestia, se mi ci metto! vuoi che mi ci metta, managgia chi t’ha muorto!? – Del resto – riprese pacifico De Martino quando il povero cavallo buscò lui le legnate che sarebbero toccate al padrone – del resto, oggi è un conto, domani un altro, e impegni per l’avvenire non ne prendo: se Friscka è figlia di sua madre…. – la madre non mi piace, glielo canto in musica; le piace a lei? ancora oggi stupenda donna, ma che roba è? tutta ieratica, una figura d’imperatrice bizantina che non parla e non ride…. certi occhi tenebriferi…. marchese, ha notato la sua maniera di guardare? Io ne ho fatto l’osservazione appunto sopra di lei: a tavola, guardando lei, sembrava negli occhi un’imagine satanica uscita dalle acque-forti di Feliciano Rops. Cosa le ha fatto alla principessa? E ha notato che non sa ridere? sogghigna invece di ridere.

– Non me ne sono accorto.

– Me ne sono accorto io. Eppure c’è chi pretende che in altri tempi abbia saputo lanciarne dei sorrisi fascinatori, a destra e a sinistra, per esempio, quando suonava il violino su pei caffè nelle orchestrine ungheresi, o boeme, o rumene di Costantinopoli e di Salonicco, e più tardi cavallerizza di cartello in un circo equestre , dove pare che la magnanimità del principe Brancovenu sia andata a pescarla.

Ogni momento le ruote s’impuntavano contro un sasso, ad ogni sbalzo la chitarra mandava un gemito rauco. Il vetturino che s’era rimesso a dormicchiare e a lasciarsi guidar lui dal cavallo, d’improvviso si svegliò, accese un paio di moccoli all’indirizzo dei suoi santi patroni, attaccò la sequenza delle bestemmie, e già di nuovo frustate da orbo. Per cristoforo! per cristallo!!..

Avanti si andava e anche d’un buon trotto, ma era ricominciata la pioggia.

– Siamo da capo! Marchese bello, se ci piglia qui sulla strada, con questo buio, un diluvio torrenziale come quello d’oggi, stiamo freschi! non domando che dieci minuti, il tempo d’arrivare a porta San Pancrazio, e poi venga giù l’universo, magari tutta quanta la notte: alla meglio potremmo rifugiarci sotto l’arco…. – Cosa c’è? chi è che grida? ha sentito, marchese? una disgrazia di sicuro; l’avrei giurato! Vetturino! vetturino! chi è che grida? vetturino, sei sordo? managgia l’anima tua! chi è che grida?

– Ferma! ferma!

– Vetturino, ferma, per la Madonna!

– Ferma! ferma!

La carrozza si arrestò. Prima che De Martino e il suo compagno, riconosciuta la voce che aveva dato il fermo, fossero stati in tempo a saltar giù uno da una parte l’altro dall’altra, un’ombra si era interposta davanti al chiarore del fanale di sinistra e chiudeva l’apertura.

– Siete voi altri? sei tu, De Martino? – gridò sotto il mantice la stessa voce, agitatissima.

– Rizzabarba!! ebbene? che è successo? ma che è successo?

– Scendete. Siamo ribaltati. Il cocchiere…. ubbriaco….

– Te l’avevo detto!

– ….ubbriaco…. rasentando l’orlo della strada…. suppongo! come sia successo, non lo so; ci siamo trovati nel fosso!

– Sei ferito? chi si è fatto male? la signorina Friscka è ferita?

– È ferita?… – interrogò Marco Cybo anche lui, con lo spasimo nel cuore d’un’angoscia ineffabile.

– No…. no…. per fortuna; nessun ferito…. cioè…. non sappiamo nulla del cocchiere: non risponde e in questa oscurità d’inferno non si trova nè vivo nè morto. – Tu vieni avanti, adagio, adagio – comandò Rizzabarba al vetturino numero due, ma costui pareva sordo e lassù dal suo posto, in piedi, accennava colla mano tesa a qualche spauracchio che vedeva lui solo, nel buio.

– L’anima di Scorpione! – balbettava – l’anima di Scorpione!

C’era in quella località, e penso che esista tutt’ora, una casupola quasi diroccata, già un tempo osteria e ritrovo di malandrini, e dopo che il fulmine l’aveva battuta uccidendo sul colpo l’oste detto Scorpione, i carrettieri pretendevano, giuravano o spergiuravano che certe male notti l’anima di Scorpione comparisse sulla soglia ad aspettare gli amici.

L’anima! che anima d’Egitto? andate a discutere con un uomo in cimbali! Per far presto, De Martino agguantò le briglie e trasse a mano il cavallo. L’accidente era avvenuto una trentina di passi più innanzi, al di là dell’osteria abbandonata.

– Vite! Vite! Dépéchez-vous donc! – strillava Nicoletta, e a quella di Nicoletta si univa la voce di Priol per affrettare l’aiuto.

Sotto una pioggerella mite ma insistente e ghiacciata, Marco precedeva di corsa quella poca luce ambulante che i fanali venivano riverberando lungo la strada:

– Eccoci, eccoci. Signorina, venga a mettersi al riparo in carrozza. Si è fatta male? per carità, si metta al riparo dall’acqua.

Ma udendo Marco, Nicoletta gli era venuta subito incontro, o prima d’averla scorta, egli si sentì afferrato da lei che tremava tutta e batteva i denti, in una stretta tenace, convulsa:

– Andiamo a piedi, andiamo noi due soli, togliamoci di qui; conducetemi via, presto, conducetemi via!

Dolcemente, Marco si svincolò. Le parlò dolcemente, volle calmarla, farle animo, indurla a non rimanere più oltre esposta al freddo e alla pioggia. Vani consigli. Poichè c’era un cristiano da soccorrere, un uomo ferito, moribondo forse, tentò da lei qualche notizia, ma ella non seppe che avvinghiarglisi ancora una volta al braccio, risoluta d’allontanarsi con lui. De Martino intanto e Rizzabarba erano giunti dove, sotto il ciglio della strada, carrozza e cavallo giacevano rovesciati e dove Claudio Priol, non saprei se più taroccando o piagnucolando, non finiva di brancicare a tentoni in cerca del suo cappello; nel passarle accosto raccomandarono pur essi alla signorina di ricoverarsi, e prestamente si diedero attorno per trovare il caduto, vivo o morto, al barlume dei lampioni che li accompagnava, senonchè d’un tratto la pioggerella si mutò addirittura in un rovescio furibondo tale, che smessa ogni idea del salvataggio altrui, non pensarono più che a salvar sè medesimi, balzando nella vettura, raggiunti da Claudio in un attimo. E il vetturino, sotto le sferze del diluvio, chi l’avrebbe tenuto? l’anima di Scorpione l’inseguiva; giù botte al rozzinante colla frusta dalla parte del manico e via di galoppo.

Soli, in un luogo deserto, soli, nelle tenebre e nel turbine d’acqua che li avvolgeva, Marco e Nicoletta per primo impulso istintivo si slanciarono dietro i lumi fuggenti, ma tosto i lumi sparirono. Soli! Fradici fino allo ossa, intronati dallo scrosciare dell’acqua, mozzato il respiro, rimasero stretti l’una all’altro, immobili, senza voce, come se avessero perduto il sentimento di quanto accadeva intorno ad essi. Non fu che un istante. Se del defunto Scorpione l’anima aveva altro da fare che aggirarsi in quei siti, per fortuna la bicocca non era allucinazione d’un ubbriaco; in buon punto Marco si sovvenne d’averla intravista quasi allora, a pochi passi, rifugio benedetto per lui e per la sua compagna.

XIII.

Al P. Albis.

“….ed ora che dall’alfa all’omega le ho raccontato la storia della mia vita a Roma in questi giorni e le vicissitudini alterne della mia coscienza, ora che i fatti non si distruggono, e non è certo da Lei che potrà mai venirmi l’accusa d’averli preparati io con volontaria intenzione, eccomi a svelarle il segreto dell’anima mia.

“Padre, padre mio, il segreto Lei l’ha già divinato. Non l’angoscia voglia risparmiarmi, bensì l’onta di confessare la mia indegnità. L’angoscia che provo in questo momento la benedico come un segno di grazia: guai a me se le lagrime non mi facessero nube agli occhi e queste righe non fossero scritte col sangue, se pronte e ardite o ipocritamente melliflue le parole mi sgorgassero dalla penna

per annunciarmi contumace, senza rossore e senza rimpianto; Dio mi avrebbe abbandonato nè si sovverrebbe mai più d’usarmi misericordia.

“Troppo volli presumere di me e sono punito. Ero certo che spirati i termini di probazione nel mondo impostimi da Lei, la chiamata alle bandiere sarebbe avvenuta di pien diritto e nella sacra milizia avrei fatto il mio ingresso trionfale, come ricompensa necessaria a battaglie non combattute o a finte battaglie, ingigantite dalla mia superbia. Somma grazia, Dio non mi ha abbandonato e perciò mi ha punito: quando credevo d’esser più forte dei pericoli e delle tentazioni, allora cominciarono gli assalti e dovetti accorgermi che io pure come ogni altro ero un impasto d’argilla; cominciarono diuturni gli assalti della febbre sensuale, tanto più feroci e implacabili quanto erano stati tardivi, nè valsero a liberarmene le preghiere nè i digiuni nè le fatiche raddoppiate d’una vita laboriosa; altre tentazioni si aggiunsero e non a tutte seppi resistere: offeso, invece di dissimulare e lasciar cadere l’affronto, con un gesto di minaccia levai la mano per colpire sul volto l’offensore; in altra circostanza, sospettando un sarcasmo nelle parole di due signori che vedevo allora per la prima volta, non dubitai che insieme alla commiserazione d’essere io cattolico militante quei gentiluomini volessero scagliarmi addosso l’obbrobrio della pusillanimità, e fui così pusillanime da arrossire della mia fede, anteporre l’onore di gentiluomo a quello di cristiano, vantarmi d’avere anch’io ereditato una spada, pronto a sguainarla sul terreno. Padre, ecco la punizione e con essa il terribile ammonimento che non ero degno delle mie speranze.

“Dio perdona, ma se continua la grazia, arresta i privilegi: è la prova sensibile del castigo. Per altre vie, per altri porti da quelli cui m’attendevo son chiamato a render conto di me all’eterno Giudice; nei fatti che le ho narrato, poichè non esiste la volontà del caso, la volontà di Dio appare manifesta. Chi mi trattenne a Roma? in tante diverse circostanze chi gettò sui miei passi colei che non ardisco nominare, e il cui nome incessantemente mi viene alle labbra e la cui imagine non si stacca dai miei occhi, assidua nella veglia e nel sogno?

“Potrebb’essere una tentazione: anima illusa, chi ti è garante che non lo sia? A varie riprese incontri una donna, forse la prima che abbia attratto i tuoi sguardi dacchè lo spirito immondo ti perseguita, questa donna ha tutti gli incanti, tutte le astuzie del serpe, comincia dal turbarti la coscienza, ti ruba la pace del cuore, poi ti atterrisce, vorresti fuggire ed essa ti affascina, è sul punto d’avvelenarti, ti ucciderà, e pretendi che la volontà di Dio l’abbia mandata perchè tu infranga le tue promesse di consacrazione? Non esiste il caso, ma esiste il demonio.

“Ebbene, no: crede Lei che prima d’ora, vegliando le notti, supplicando e gemendo, cotesto dubbio, oso dire cotesta certezza d’una tentazione diabolica, non sia stata la mia tortura? Fu per bocca della presunta tentatrice che ebbi l’intuito repentino della verità: parlatemi di Dio, voglio conoscere Dio! – Può essersi fatto anacoreta, il diavolo, anche la donna può aver mentito per farsi beffe di me o lusingarmi alla sua perfidia, ma operando il miracolo della luce, quelle parole bastarono a rivelarmi un mandato: sta in te di evangelizzare quest’anima; si è rivolta a te, come Agar: sitio; tu solo fra quanti la circondano, nel deserto del mondo in cui vive, tu solo puoi comprenderla e farti comprendere; si è rivolta a te: avesse pure mentito, fosse pure bugiarda la sua sete, perchè negli eterni disegni l’opera tua non sarebbe destinata a tramutare in preghiera il mendacio e a farla esaudire? Surge quae dormis et illuminabit te Christus: non per nulla Dio ti chiamò, ti volle presente quando il Pontefice preferiva sulla genuflessa il vaticinio della risurrezione spirituale.

“Ma la donna non ha mentito, le sue labbra erano sincere come il suo cuore, le sue lagrime come il suo desiderio. Qualunque attrattiva possegga d’una figlia d’Eva, non la chiede all’artificio e tanto meno alla simulazione, ignora l’astuzia fino all’ingenuità, l’ipocrisia fino all’audacia; se non altro, le sue stesse improntitudini, delle quali, padre mio, non feci mistero con Lei, la salvano dal sospetto.

Padre, le dissi che sul versante del Gianicolo, di nottetempo, forzati dalla pioggia irruente, ci convenne riparare in una spelonca e attendere l’alba: fu allora, mentre fuori imperversava il diluvio minacciandoci nel nostro asilo, che la mia compagna si rivelò tutt’altra da quella che avevo giudicato sulle apparenze, tra i corteggiamenti e le vanità delle assemblee mondane, frivola, bizzarra, ostinata, incapace d’un pensiero che non fosse di vanità. Dopo alquanto tempo che eravamo rinchiusi, senza mezzo probabile di uscire per l’intera notte, come facevo le meraviglie di non udirla ridere del suo schietto riso consueto e più ancora che, avvezza in tanti viaggi a simili e ben peggiori peripezie, questa volta si mostrasse quasi sbigottita, mi rispose amaramente: un altro capriccio dei miei soliti, non è vero? chi li capisce? rido quando sarebbe meglio che io piangessi e quando potrei ridere piango, e parlo e divento muta a sproposito; adesso, per esempio, che ho scampato la pelle, adesso che l’avventura tragica si è voltata al comico, vi sembra strano che io rimanga taciturna; che direste se vi raccontassi tutte le mie tristezze o piuttosto la mia tristezza infinita? non lo sapete che sono orfana?

“Dentro una nuvola di fumo che ingombrava la stamberga, stavamo rannicchiati per terra a goderci la fiamma e a far asciugare i nostri panni. Uno dei due cocchieri, quello che si temeva fosse rimasto sul colpo, vittima della caduta, e invece si era eroicamente dato alla fuga nascondendosi nella casipola dove fu poi raggiunto da noi, aveva messo volentieri a contributo la sua attività per esserci utile, trasportato i fanali dalla carrozza, di sotto le macerie dell’impalcatura staccato pezzi di trave e fascine da ardere.

“Non sapete che sono orfana? parrà a voi e agli altri che troppo spesso me ne dimentichi, credo io stessa di dimenticarmene quando cerco d’affogare nella vertigine il pensiero della mia disgrazia oppure durante settimane e mesi sparisco da ogni consorzio per vivere in solitudine le illusioni dell’arte, ma un nulla mi richiama alla realtà. Voi lo vedete, son libera, padrona assoluta di me, forse nel vostro cuore il vostro giudizio non si astiene dal condannarmi, lo so: mi credereste se vi dicessi che la schiavitù d’un’operaia inchiodata alla macchina dal levar del sole al tramonto, mi sarebbe più cara di questa libertà? non chiamatela libertà, chiamatela abbandono!

“Padre, altro è colla penna trascrivere a un dipresso le parole udite, altro è saper rendere al vivo tutta l’ironia, tutta l’amarezza che le accompagnava. Orfana! non altrimenti avrebbe potuto riassumere la propria esistenza nè svelarne l’enigma con maggiore sincerità colei che uno slancio irresistibile d’effondere l’anima sua aveva forzato a scegliermi per confidente. Orfana: suo padre ucciso in duello quand’era bambina, sua madre distratta da altre cure, l’infanzia e l’adolescenza trascorse in mani avventizie d’educatrici, i primi tempi della giovinezza in un continuo succedersi di viaggi e di stazioni mondane; sua madre non vigilante, non amorevole e nemmeno avversa, non superba della figlia e non invidiosa, freddamente benigna come un’estranea.

“Quand’è che una voce di verità avrebbe trovato la via di giungere fino a quest’anima? Respinta dalla carezza materna che non invoca più e nauseata delle cupidigie che le ringhiano intorno, stanca dell’ora presente e atterrita dall’avvenire, le faremmo una colpa di non volgersi a Dio, se non ha mai imparato a conoscerlo?

“Il momento è venuto, non già di ravvivare una fede agonizzante nè di convertire in catecumena romana una scismatica, bensì di accendere ex novo la fiamma nella lucerna del suo cuore senza teologizzare sui dogmi, farle balenare una speranza al di là delle cose terrene, non fosse che appiedi del Dio ignoto insegnarle a prostrarsi e chiedere quel conforto di pace che le nega il mondo; la grazia taumaturga di Gesù Cristo non tarderà a conquistarla.

“Da ogni banda i lupi la circuiscono. Tremo nello scrivere: mentiva o era ancora ubbriaco il cocchiere, quando mi affermava d’avere inteso durante il tragitto verso San Pancrazio, pochi istanti prima che la vettura precipitasse, le grida di lei soffocate, come di donna brutalmente aggredita da violenza, che si difende e chiama soccorso? se non rammentassi lo stato d’agitazione in cui la trovai allorchè udì la mia voce e mi venne incontro e afferratomi il braccio impiegava tutte le sue forze per trascinarmi via o non ascoltava ragioni, quasi esterrefatta – ardirei persuadermi che non gentiluomini ma piuttosto fossero osceni malfattori coloro che l’accompagnavano. Miserabili! miserabili! Il dubbio solo che contro di lei abbiano tentato simile abominio, più della loro viltà mi rivela quale abisso d’infamia potrebbe spalancarsi da un momento all’altro sotto i suoi piedi. Signore Iddio, salvate la vostra creatura, voi l’avete redenta, salvatela! eccomi: il mio sangue e la mia vita per la sua vita, salvatela!

“Così da un attacco terrestre fosse sciolto il mio spirito, come quest’ultimo grido è sincero! così non obbedissi che all’impulso della carità, nell’offerta sincera della mia vita! Che giova illudersi? mi sono aggirato fin qui in una selva di frasi, cercando il sole di mezzanotte. Padre, dimentichi tutto: la parola giusta, l’unica che avrei dovuto balbettare in ginocchio fin da principio, l’ho taciuta per vergogna, l’ho taciuta per orgoglio, non so perchè l’ho taciuta, forse in buona fede d’essere io il più forte, mentre sono il vinto e il ferito. Padre, preghi per me. Se l’amore è una tentazione, Dio mi usi misericordia.”

XIV.

De imit. Chr. Cap XLVI

A cotesta lettera di Marco Cybo il padre Albis non rispose.

Partito da Roma esasperato il conte di Castelborgo senza aver ottenuto udienza dal Santo Padre, Marco, che era solito pranzar con lui tutte le sere da Corradetti in via della Croce e poi per un paio d’ore tenergli compagnia passeggiando o nel caffè deserto di San Luigi dei Francesi, sentì come infranta l’illusione dell’opera di carità per la quale non si era più mosso da Roma, si sentì solo, estraneo dentro Roma al movimento cattolico che preparava le feste giubilari.

Già si sarebbero dette iniziate, sebbene mancasse più d’un mese: ambasciatori straordinari giungevano dalle corti d’Europa recando i doni sovrani dei Sovrani, recando doni giungevano pellegrini da ogni parte d’Europa, vescovi e patriarchi li conducevano; i circoli e le associazioni romane non quietavano dall’apparecchiare ricevimenti sontuosi nei palazzi e funzioni sacre nelle chiese, le accademie pontificie raccoglievano ghirlande da appendere nei loro boschetti Tiberini e d’Arcadia, il lavoro per l’Esposizione vaticana ferveva nel cortile della Pigna, nei corridoi delle Carte geografiche e degli Arazzi, dove le casse di doni venivano ammonticchiandosi di giorno in giorno; ieri Concistoro segreto, oggi il pellegrinaggio ungherese guidato da monsignor Simor, domani i decreti di canonizzazione dei sette Beati, fondatori dell’Ordine dei Servi di Maria; una pioggia d’opuscoletti inneggianti, un moltiplicarsi di fervorini sulle porte delle chiese, un eterno argomento nei salotti e nelle anticamere e nelle sacristie o su pei giornali di tutte le tinte, e lui, Marco, a Roma, in mezzo a questo fermento di vita cattolica, era incatenato a Roma da un pensiero solo, dal pensiero profano di una donna!

Il coraggio gli era venuto meno di tornare come prima alla casa di Monte Mario a visitare il povero novizio infermo senza speranza, il suo amico, il suo compagno d’adolescenza e di studi, Voltagisio. Quante mattine, come un’ispirazione, una voce interna l’aveva svegliato di soprassalto, altrettante volte si era ribellato a quella voce che gli suggeriva di confidarsi nel morente: domani, domani, non oggi! e tutti i pretesti bastavano e tutte le scuse e tutti i sofismi per differire da un giorno all’altro; in realtà, aveva paura del morente.

Sua madre e sua sorella gli scrivevano da Beaumesnil, insistendo perchè si affrettasse a raggiungerlo e tornare insieme a Genova nella loro villa invernale d’Albaro; da Genova lo sollecitavano Rodolfo Spinola, Cristoforo Torre e anche l’avvocato Visdomini; a tutti rispondeva coll’annuncio di prossima partenza e per cavarsi d’impiccio divagava sui prolegomeni delle feste. Senonchè tratto tratto ce n’erano delle altre lettere, alle quali purtroppo non poteva rispondere, lettere anonime, ora minacciose e insultanti, ora piene d’unzione e di paterni ammonimenti spirituali, tutte, s’intende, sul medesimo tema, che gli gettavano la morte nell’anima.

Qualcuno si prendeva il gusto maligno, chi sa se per suo uso e consumo o per mandato altrui, di spiarlo, seguirlo a passo a passo: gli rinfacciava, senza omettere i particolari più piccanti, la gita fuori porta all’osteria dei Tre Ladroni, versando sulla comitiva gran lepidezza di sarcasmi; sapeva dirgli per filo e per segno con mirabile precisione quella tal mattina come si fosse recato alla Scala Santa e a Santa Croce di Gerusalemme, quell’altra al Carcere Mamertino, quell’altra alle Catacombe di San Calisto, sempre apostolicamente facendo sia da cicerone sia da buon pastore “a una pecorella smarrita”. Ma per la pecorella erano le frecciate più acute e più velenose: donde veniva? chi l’aveva vista la sua fede di battesimo per poter credere all’autenticità dei suoi augusti natali, del suo nome e del suo titolo? quella cima d’uomo ch’era il senatore Tommaseo, forse? e l’autenticità matematica d’un altro titolo, quello, diremmo così, che sui biglietti da visita non si stampa, chi la garantiva? Beatissima lei, la pecorella! Tra il farsi condurre all’ovile di santa romana chiesa da un padre gesuita assaettato o da un cappuccino colla barba bianca e lo scegliersi per buon pastore un giovinotto milionario che se la caricava sulle spalle senza cercare il pelo nell’uovo dei tempi passati, c’era una bella differenza.

Claudio Priol! un bimbo l’avrebbe indovinato: per astio di gelosia e a sfogo di rabbia, simili infamie non potevano essere state scritte che da lui, assai probabilmente con intenzione d’aprirsi la via a un ricatto, da lui che posto tra l’uscio e il muro di sborsare al marchese Cybo quelle tre miserabili centinaia di lire che l’onorevole Rizzabarba gli aveva appioppato con destrezza o di rinunciare a mandargli i padrini, aveva eletto il partito più semplice di fare il morto. Claudio Priol: argomentando dalla scena avvenuta tra loro due, Marco non conosceva altri all’infuori di lui che gli nutrisse rancore. Certo, la sera della scampagnata, dopo l’avventura quasi comica del rovesciamento per le terre, Priol e Rizzabarba avevano trovato in carrozza il pacco contenente gli oggetti di Paolino Carbonara, dimenticato da Marco nella furia di scendere per dar soccorso ai caduti, l’avevano aperto, rovistato, portato via; apparentemente non c’era alcun nesso tra questo fatto e le lettere scellerate, ma, forse ad insaputa di Rizzabarba, non senza il suo perchè e con un secondo fine, Priol si era guardato bene dalla restituzione.

Più Marco Cybo tentava sforzarsi alla noncuranza e più lo stesso pensiero, sempre quello, gli si inchiodava nel cranio, l’atroce dubbio era il tormento assiduo dei suoi giorni e delle sue notti: e se fosse vero!? Ecco il castigo terribile di Dio. Se cotesta donna mentisse ora come può aver mentito pel passato e non fosse che un’avventuriera simulatrice? Le mezze parole di monsignor della Stanga sul conto della madre e quelle più esplicite del pittore De Martino, il tentativo non riuscito d’escludere madre e figlia dal ricevimento pontificio, confermavano il dubbio. Se fosse vero! Talvolta in camera sua Marco afferrava il ritratto di Nicoletta Brancovenu, e immerso in una contemplazione dolorosa, lo fissava a lungo, quasi avesse voluto penetrare il mistero della sfinge, e assalito da un tremito, le mani scuotevano iraconde il cartoncino: la verità! voglio la verità, la voglio da te! ma parlami, in nome di Dio! – L’imagine sorrideva. – Talvolta, trovandosi solo con Nicoletta, improvvisamente ammutoliva, suo malgrado assorto nello scrutinio.

– Perchè mi guardate così, con quegli occhi? – gli domandava Nicoletta.

La voleva da lei la verità, Marco Cybo, voleva leggerla nel suo sguardo, voleva sentirla confessare dalla sua bocca. – Scrivete a Vienna, dove il mezzo non vi manca d’assumere informazioni certe, gli avrebbe suggerito qualunque persona a cui si fosse confidato, andate da monsignor della Stanga e carte in tavola, senza tante restrizioni, spifferi le cose come stanno, oppure, voi che avete porta aperta in casa dei gesuiti, raccomandatevi ad essi, hanno la loro polizia segreta eccellente, sparsa nelle cinque parti del globo, e subito vi toglieranno questa spina dal cuore. Ma se col padre Albis egli si era confessato, senza tuttavia svelargli il nome dell’orfana, a nessuno mai si sarebbe rivolto per attinger notizie: titoli e beni di fortuna poco gli importavano, quanto al resto, toccava a lui indagarlo e non servirsi dello spionaggio di alcun mediatore, laico o religioso, gettando in pascolo alla curiosità e alla maldicenza, all’invidia di molte madri, il nome d’una fanciulla, necessariamente rivelando a terze persone un segreto che con ogni cura si studiava di nascondere a tutti e più di tutti alla stessa Nicoletta.

Suvvia, ragioniamo: o non era piuttosto l’ansietà che lo tratteneva, il presentimento che una voce irreparabile venisse a confermargli il sospetto, e così a un gran dolore immediato che avrebbe potuto essere la liberazione, preferiva un supplizio lento, per aggrapparsi a un filo di speranza? E sieno pure ingenui gli innamorati e anche lui, secondo la legge, avesse la sua buona parte di semplicità credula e cieca, tanto si sarebbe illuso da pensare sul serio che come in uno scrigno il suo segreto fosse rimasto custodito ermeticamente? bastava uno solo che l’avesse trapelato, Claudio Priol o qualunque altro, perchè diventasse il segreto di Pulcinella. Si era imposto l’osservanza del più scrupoloso riserbo, non metteva piede in casa Brancovenu, mai, non ostante gli inviti ripetuti, nè di giorno nè di sera, arrischiandosi a raggiungere Nicoletta nelle sue escursioni suburbane solo dopo essersi accertato che poteva dissimularsi nella compagnia d’altre persone, e ciò malgrado, quando entrava nel salotto della duchessa d’Olevano tutti gli sguardi gli si appuntavano addosso, pieni d’una curiosità quasi impertinente, e il sorriso furbesco di Tommaseo e le premure maliziosette della padrona di casa non possedevano tanta furberia nè tanta malizia da celare un secondo pensiero. E Nicoletta? vogliamo dire che ella non avesse compreso, solo perchè non gli era mai sfuggita una parolina dolce e una tenera occhiata durante i loro colloqui e di notte egli non passeggiava su e giù in sentinella per via Gregoriana sotto le sue finestre? Oh anima sciocca! che ella si adattasse a certe elucubrazioni archeologico-cristiane e a certe conferenze ascetiche pel ghiribizzo d’uno sport alquanto diverso dai soliti in cui era maestra, nulla di più verosimile, ma che non si fosse accorta della ferita di lui e nel cuore non gliel’avesse esplorata sanguinante e viva come a vederla dipinta in un cuor di Gesù, nemmeno a stamparlo su pei lunari! Intanto le apparenze erano tali che avrebbero fatto saltar di gioia tutti i Romei spasimanti; ella lo cercava, non acconsentiva a staccarsene finchè non era lui il primo a dare il segnale e avrebbe voluto ancora trattenerlo; umile e sottomessa, non perdeva sillaba dei suoi catechismi; ogni volta, come se non l’avesse visto da cento anni, lo accoglieva con un sorriso di luce nello sguardo salutandolo e venendogli incontro con un gesto giulivo di bambina; la sua stretta di mano, nel dargli il benvenuto e il comiato, rinnovava ogni volta la soavità d’una lunga carezza, la fede misteriosa d’una promessa inviolabile.

Taci, sei la voce della carne e del povero raziocinio umano, non sei la voce della coscienza. Taci. – Quando pareva che a poco a poco l’animo di Marco si adagiasse volentieri, come per riposarsi, in una fiducia indulgente e rassegnata, se non erano le torture del sospetto che venivano ad assalirlo, erano quelle dello scrupolo, o, peggio ancora, del rimorso. Così presto era dunque svanita la sua vocazione? per convertirla in fumo era bastato l’alito d’una donna. Il castigo di Dio non si faceva aspettare: forse era un ammonimento, forse l’ultimo, prima dell’abbandono. – La lettera al padre Albis, il suo maestro d’un tempo e oggi il suo pilota spirituale, egli l’aveva scritta lealmente, con tutto l’ardore dei suoi entusiasmi sinceri di missionario, ma non era che un cumulo di sofismi e ingannando sè non si era accorto che mirava a ingannare il confessore; sotto la scorza, che colava i meschini arzigogoli d’uno zelo apostolico molto opportuno, all’uomo esperto non era certo sfuggito da quale sentimento umano fossero inspirati, e non aveva risposto. Il rimprovero del silenzio! – E così, larvato da questa nuova ipocrisia d’evangelizzare le anime, senza misurare le sue forze nè l’imminenza del pericolo, arrogandosi di sua autorità un mandato che nessuno gli aveva conferito e interpretando secondo la propria passione il volere di Dio, l’uomo non aveva esitato a pronunciare egli stesso la sua contumacia dall’arca santa, a spezzare d’un colpo i voti maturati dalla adolescenza. Ecco il rimorso! Oh Signore, Signore non altrimenti fu il rimorso del giovinetto di Galilea che la grazia condusse a Gesù Cristo fin sulle rive del Giordano e udita la vocazione: sequere me, pianse invece di rispondere e non seppe staccarsi dalle vanità della terra! Oh Signore, che gli giovarono le sue lagrime?

Rare volte nelle passeggiate mattutine la principessa Brancovenu era della partita: d’arte non le piaceva intendersi, mettersi in giro col levar del sole per visitare ruderi e chiese o poi altri ruderi e poi altre chiese, usciva troppo dalle sue abitudini di rimanere a letto fino a mezzogiorno; se una o due volte, per compiacenza, si era lasciata indurre, non se ne rammentava se non lagnandosi, con visibile ostentazione, alle serate della duchessa d’Olevano d’averci guadagnato una scalmana di noia e di fatica. Certo voleva in qualche modo giustificarsi agli occhi dei puritani – se ce n’erano – d’acconsentire che sua figlia si aggregasse liberamente alla società promiscua della pensione Cook per andare a zonzo l’intera mattinata, tuttavia Marco Cybo temeva forte di ravvisare in cotesta astensione della principessa il partito preso d’essergli avversa: sempre fredda con lui, d’un contegno tra l’impacciato e l’altezzoso, oramai, dopo la critica avventura della spelonca di Scorpione, abbondantissimo tema pel circolo solito ad arguzie più o meno felici, pareva che ella gli leggesse nel cuore e volesse fargli comprendere che era lontana le mille miglia dal dare il suo assenso.

Tommaseo, anche l’amico Tommaseo, un giorno, di punto in bianco, mutò registro. Non era più lui: non si capiva perchè, ma non era più lui; prima, tutto sorrisi, strizzamenti d’occhi, fregatine di mani come d’un uomo giubilante d’aver fatto lui pure qualche cosa di bello che non si azzardava a spiattellare ma che voleva lasciar intendere a colpetti di tosse diplomatica, ora per contro, all’improvviso, un sussiego artefatto, dal quale traspariva in certi momenti, discorrendo con Marco e vedendolo sempre al fianco di Nicoletta, una tristezza paterna. Nicoletta lo pigliava in giro, al solito, birichina e graziosa. Varie volte egli si studiò di trarre Marco in disparte oppure uscì a bella posta con lui di casa Olevano per fare insieme la strada, e chiacchierando del sole e della pioggia, tirare il discorso, come per incidente, sulle Brancovenu.

Giuoco fino se vogliamo, dire e non dire, masticare tra i denti e inghiottir saliva più del consueto, aggiungere nuova dose all’asma e alle reticenze abituali; giuoco sicuro, comunque inesplicabile nel senatore Tommaseo, qualora Marco Cybo si fosse tradito. Nulla: se il vecchio non cercava che un’occasione propizia per fare ammenda del suo concorso a soffiar nella fiamma, se ora non chiedeva, un po’ tardi veramente, che di gettare acqua sul fuoco, l’occasione gli sfuggiva ogni volta e il coraggio gli mancava d’entrare pel primo nell’argomento scabroso.

Il peggio era questo: nel mentre l’onorevole Rizzabarba, trovandosi spesso la sera con Marco Cybo, si permetteva una familiarità di linguaggio assai disinvolta e certe enigmatiche allusioni a questa o a quella donna galante più in voga, come di prodezze e conquiste nel mondo delle gonnelle benigne avrebbe potuto discorrere con un don Giovanni, d’altra parte se gli capitava a Marco d’imbattersi per via con taluno dei suoi amici della Unione romana, per esempio il principe Romoli presidente o Aldobrandino o Giulio Bentivoglio o Pippo Campitelli, costoro giravano di lungo manifestamente, ovvero nelle sale dei diversi Circoli, non potendo scansarlo, si tenevano abbottonati in una cortesia fredda e sostenuta, troppo dissimile dalle espansioni dei primi tempi. C’eran di quelli, più maligni, a cui la gioia traluceva negli occhi di saperne delle belle sul conto d’uno dei loro perfettissimi e gli bazzicavano intorno sardonici, ora l’uno ora l’altro, d’un’aria tutta compunta richiamando l’avventura del povero Carbonara.

Mutate il nome: Carbonara non era che un pretesto; mutate il nome, farisei: Carbonara avea già servito fin troppo di zimbello ai vostri frizzi, ai pungiglioni di certi gazzettieri! – Si vorrebbe sapere una cosa: perchè certe allusioni a un pacco misterioso, trovato di notte tempo, non si sa da chi, in una carrozza? e all’adunanza solenne degli Arcadi per la festa dell’Immacolata Concezione, durante l’interminabile lettura dei panegirici e dei carmi latini e delle canzoni petrarchesche, quale motivo aveva il cronista dell’Araldo di venire a sedersi accanto a Cybo che era col padre Cornoldi, e sottovoce, ma in guisa d’essere udito dal padre, protestarglisi amico fedelissimo, devotissimo, pronto sempre a difenderlo a spada tratta contro certa gente che lo calunniava?

Et aperti sunt oculi ejus. Accade talvolta, quando meno ci si pensa che un guizzo di luce vi attraversi lo spirito: bastò una frase, sfuggita allo scriba, un accenno a certe confidenze avute da Priol, perchè immantinente ciò che era prima enigma inesplicabile, divenisse chiaro agli occhi di Marco: era lui, era lui stesso, Marco Cybo, che accusavano di aver ottenuto in dono da male femmine le turpi reliquie di Paolo Carbonara dimenticate nella vettura, e i suoi amici da una parte e Rizzabarba, dall’altra, ognuno con diverso intendimento, facevano strazio del suo nome e del suo decoro! chi aveva sparso la calunnia? non parliamo di Rizzabarba, ma nei cenacoli degli amici che ora ripudiavano il confratello, come si sarebbe propagata tanta infamia, senza i susurri del giornalista?

Leggiamo nel terzo libro dell’Imitazione di Cristo:

“Che altro sono le parole, se non parole? volan per l’aere, ma non offendono la pietra. Se tu sei colpevole, pensa all’emendazione; se nulla hai da rimproverarti, rassegnati a sostener volentieri la calunnia per amor di Dio. Come mai così piccole parole ti trafiggono l’anima, se non perchè sei tuttavia carnale e ti occupi degli uomini più di quanto è necessario? Guarda meglio in te stesso e ti accorgerai che il mondo vive ancora dentro di te e il vano amore di piacere agli uomini. Se rifuggi dall’essere vilipeso e avvilito a cagione dei tuoi difetti, questa è la prova che non sei veramente umile nè veramente sei morto al mondo nè il mondo è per te crocifisso. – Ma io sono il giudice e conosco tutti i segreti, io so come le cose si passarono, io discerno l’offensore dall’offeso, io giudicherò il colpevole e l’innocente.”

XV.

L’inverno era mite, il tempo quasi sempre sereno.

Una delle astuzie più semplici e più frequenti di Nicoletta per liberarsi dall’importuna compagnia dei suoi esotici ombrelliferi e rimaner sola con Cybo, era quella, trovandosi a piedi in carovana, di fermarsi ogni tanto e fingere di abbozzare uno schizzo sul suo album con estrema diligenza, così, alla lunga, quei tre o quattro custodi inconsapevoli delle forme, dopo tre o quattro inutili colpi di tosse e tre o quattro battute d’ombrello sul selciato, piano piano tiravano oltre. Con siffatto sistema più d’una volta le era accaduto, separata a poco a poco dal resto della comitiva, di non rintracciarla più o di non lasciarsi più rintracciare o tornarsene poi sola a casa, e Marco stesso che dapprima non aveva avvertito l’artifizio, volta per volta con interno gaudio si rassegnava tacitamente, per pentirsene più tardi in ginocchio: il mondo che si erige a guardiano senza saper custodire e vuol veder tutto e non vede se non le apparenze, povera anima, come vuoi che giudichi la rettitudine delle tue intenzioni?

Sotto il peristilio rotondo di Santa Maria del Sole – il piccolo edificio pagano sulla sponda sinistra del Tevere, rimpetto alla Bocca della Verità, chiamato comunemente il Tempio di Vesta – in piedi tra una colonnetta e l’altra tutta una famiglia americana aspettava impaziente che Nicoletta avesse terminato non so quale disegno; Marco Cybo discorreva col custode, alcuni muratori lavoravano a scrostare lo strato di calce, spesso e indurito, che fino all’altro ieri copriva i bei lastroni di marino onde le pareti del tempio fin dall’origine sono rivestite al di fuori. Narra il custode che la deturpazione della calce sul marmo rimonti al medio evo, quando già trasformato l’edificio in chiesa cristiana, dedicata allora al protomartire santo Stefano, si volle decorarne l’esterno di pitture cristiane.

Assorta nel suo lavoro di riprodurre certi curiosi geroglifici appena visibili sul muro dove poco prima esisteva l’intonaco della calce, la Brancovenu non accennava punto d’aver finito o quasi, anzi, per meglio dipingere a suo agio, si era accomodata sopra una carriola dei manovali. Disturbarla? non l’avrebbe mai osato il reverendo pastore metodista, colle sue tre pecorelle – moglie e figliuole – venuto dalle riviere dell’Ohio a latinizzare la sua semplicità mercantile, non l’avrebbe osato, tanto era profondo il suo rispetto verso la donna e verso l’artista, ma by Gingo! ormai le ragazze l’avevano imparato a memoria il tempio di Vesta, e anche lui e anche mistress Samsöe! D’altronde quella mattina non soltanto il tempio di Vesta era compreso nel programma: per esempio, c’erano le Terme di Caracalla nel programma di quella mattina, e le Terme di Caracalla, monumento importantissimo della romana grandezza e della magnificenza dei Cesari….

– It is nearly ten ò clock we shall not have the necessary time…. – disse il pastore ad alta voce, tirando fuori l’orologio, dopo avere lungamente esaminato il suo volume rosso del Baedeker.

Mistress Samsöe e le ragazze replicarono in coro, non meno che in falsetto:

– We shall not have the necessary time!

Questo voleva essere un indiretto ammonimento alla pittrice di far presto, e tutti quattro la sbirciavano colla coda dell’occhio, sempre più impazienti, susurrando tra loro una piccola litania di esclamazioni quasi inintelligibili, ma d’allontanarsi d’un palmo neanche per ombra, chè mister Samsöe, formalista rigidissimo, aveva studiato troppo bene i canoni della perfetta osservanza dovuta alle signore che l’onoravano d’averlo in loro compagnia e non capiva come a tempo e luogo la disinvoltura abituale degli yankees potesse tornar più gradita in certi casi.

Finalmente miss Friscka parve rammentarsi di non esser sola a questo mondo, levò gli occhi dal suo album verso la buona famiglia irrequieta:

– Reverend, you can go with your family at Caracala’s Termes – senza inutili preliminari disse al babbo nel tono semplicissimo di chi ha un negozio per le mani e non può muoversi prima d’averlo sbrigato, e poichè l’ingenuo clergyman, non intendendo l’antifona, credeva obbligo suo di stemperarsi in cerimonie, soggiunse quasi irritata:

– I shall follon yon after; do not be frightened man would tatee me of from here!

Nessun pericolo che alcuno volesse rubarsela? via, questo lo diceva lei per modestia e aveva torto. Ad ogni modo, se non parlava l’inglese a perfezione, sapeva farsi capire a meraviglia.

Marco intanto col custode aveva fatto lentamente tutto il giro del peristilio e si era avvicinato. Diede un’occhiata alla pagina aperta dell’album.

– Che disegno è questo? – chiese a Nicoletta.

– Non lo so: uno scarabocchio qualunque che ebbi il capriccio di copiare qui dal muro; eccolo, guardate: potete farvi un’idea di ciò che significa? pare che si tratti d’una specie d’anfora oppure d’un calice sormontato da una stella, anzi la medesima stella a sei punte, come vedete, è ripetuta due volte a sinistra. Uno scarabocchio vero; lasciate, non val la pena d’occuparsene.

Nient’affatto. Con grande attenzione Marco Cybo osservava sulla parete il disegno originale, ne studiava i contorni, tentava coll’unghia di raschiare gli ultimi avanzi di calce e far meglio apparire le linee. In piedi accanto a lui, Nicoletta stava guardando senza comprendere quale interesse o curiosità potesse suscitare quello schizzo di rebus grossolano: altro era copiarlo per ridere, in mancanza di meglio e per mandare a spasso certa gente troppo attaccaticcia, altro era perderci gli occhi sopra per decifrarlo.

– Si direbbe l’opera d’un ragazzaccio di strada – soggiunse, anch’ella passando leggera sopra i solchi la punta delle dita – l’impresa d’un vagabondo venuto a ripararsi sotto il portico e che abbia ucciso il tempo baloccandosi, solo pel gusto di sfregiare una bella lastra liscia di marmo, niente altro; il lavoro non potrebb’essere più rozzo nè eseguito da mano più inesperta, evidentemente con un chiodo: non vi pare?

Affettuosa compiacenza da parte sua di fingere lì per lì un interessamento molto maggiore di quello che provava in realtà. Rivolto al custode, Marco gli domandò da quanti giorni la lastra era stata liberata dell’intonaco e se alcuno aveva già visto e osservato il disegno.

– Ieri si terminò lo scrostamento del muro da questa parte, sul tardi; stamattina sono loro signori i primi visitatori: chi vuole che abbia potuto vedere e osservare quest’iniquità? per me tutto ciò che guasta un monumento antico romano è un’iniquità e i Pontefici ebbero il torto gravissimo…. imperdonabile….

– Lasciamo stare i Pontefici, chè non c’entrano. – Chi dirige i restauri?

– Il professore…. mezzo minuto e glielo dico…. ho qui il nome sulla punta della lingua…. comparisce ad ogni morte di papa e allora è un finimondo, urla, strepita, ma non fa nemmeno intero il giro rotondo del portico. Un professore celebre!

– Il commendatore De Rossi?

– Eh via! col commendatore De Rossi siamo amici. Un’altra stoffa di celebrità. Lei deve conoscerlo…. un nome…. un none bisbetico…. mi aiuti lei.

L’aiuto più spiccio fu quello di mettergli in mano al custode la solita regalia dei ciceroni e levarselo dai piedi per non defraudare certi nuovi clienti che sopraggiungevano.

– Andiamo? – disse Nicoletta, annoiata della lunga stazione, con familiarità tutta sua attaccandosi al braccio di Marco, e fece per scendere con lui i pochi gradini del portichetto.

Il gesto di svincolarsi dolcemente dalla stretta, senza la più piccola ostentazione pudica o brusca, era divenuto a Marco abituale.

– Signorina, fermiamoci ancora un momento, ve ne prego. Non sapete che abbiamo fatto – o piuttosto, voi avete fatto – un’importante scoperta archeologica?

– Io!?

– Voi, nè più nè meno, e vi sarò riconoscente se vorrete strappare dal vostro album e consegnarmi la pagina sulla quale avete copiato lo scarabocchio del monello di strada; prima di condurlo sul sito, voglio farne vedere la riproduzione al commendatore De Rossi e sentir da lui se ho imbroccato giusto.

Nicoletta stracciò subito la pagina, ma nel porgerla a Cybo sorrideva d’un’aria diffidente, come di chi voglia premunirsi da uno scherzo.

– A mio avviso si tratta d’un graffito che non rimonta al medio evo, bensì ai primitivi tempi cristiani: rozzo, grossolano, eseguito magari con un chiodo, senza veruna regola d’arte, da un ragazzaccio o da un vagabondo, che importa, se in esso scorgiamo ancor viva dopo tanti secoli l’affermazione della fede cristiana? l’inesperto incisore sulla pietra di queste figure simboliche è il testimonio che vi afferma l’esistenza del sacramento eucaristico fin dai primordi e la popolarità di venerazione che lo circondava nel volgo quando forse non era ancora apparso Costantino.

– Di figure press’a poco consimili è piena Roma – osservò tenace la ragazza, non sempre perfettamente docile ai catechismi del maestro – ne abbiamo visto insieme nelle Catacombe, nella Cappella greca di Santa Priscilla…. dico bene Santa Priscilla?

– Argomento di più a mio favore, ma vi prego, lasciamo stare tutti gli altri e teniamoci a questo, al graffito scoperto da voi: sia una coppa, sia un’anfora, sia un calice, converrete che non per ghiribizzo dell’autore questa figura è sormontata dalla croce: eccola: potreste mettere in dubbio che sia una croce, sebbene alquanto irregolare? Dunque, data la croce dominante, circa il significato cristiano del soggetto siamo abbastanza illuminati, non essendo presumibile che in un tempio pagano i pagani si divertissero a incidere delle croci; rimane da spiegare il simbolo mistico: osservate questo calice dalle grandi anse voi vedete che mediante un’asta uscente dalla bocca, la stessa asta che termina in alto col segno della redenzione, sostiene pochi centimetri sotto la croce un disco quasi perfettamente rotondo, nel cui cerchio è effigiata una stella a sei raggi; tutto l’insieme non vi rammenta in embrione l’ostensorio liturgico e quindi potete negare d’aver sotto gli occhi una rappresentazione primitiva del sacramento dell’eucaristia?

– Facciamo anche quest’atto di fede, per contentarvi – esclamò Nicoletta, tra il sarcasmo e la celia.

E Marco di rimbalzo, così poco disposto a lasciarsi ferire da un motto come a rinunciare al suo assunto:

– Io non pretendo che facciate un atto di fede secondo la mia intenzione, desidero che rimaniate persuasa dall’evidenza. Salta agli occhi l’evidenza: la specie del vino è significata dal calice, quella del pane dal disco raggiato a forma di stella, in linea verticale posto nel mezzo tra il calice e la croce e qui ripetuto due volte, come vedete, dalla medesima mano, a sinistra della figura principale; dovete concedermi che questi dischi non si possono intendere altrimenti se non come pani, simili a molti che abbiamo veduto sulle lapidi dei martiri nelle Catacombe.

– Pubblicherete una memoria illustrata a proposito di questa famosa scoperta, suppongo; terrete anche una serie di conferenze?

– No: mi basta che la sfida lanciata ai persecutori del cristianesimo da un cristianello ignoto sul marmo d’un edificio pagano che essi venerano, a tanti anni di distanza sia stata risuscitata da voi.

– Ci ho così poco merito!… vi assicuro che l’ho fatto per distrazione.

– Potrebb’essere il primo indizio della grazia. Rimpiangereste di trovarvi sulla via di Damasco?

Una fresca risata fu la risposta di Nicoletta, la quale seguitando a ridere del suo squillo argentino e saltellando come una bambinella, scappò via lungo la sponda del Tevere. Cybo la raggiunse e non le diede quartiere:

– Rammentate quella tale iscrizione, anch’essa malamente graffiata sul muro, che io vi ho tradotto nelle Catacombe di San Sebastiano? eravamo all’ingresso d’una cripta. Come mai nel buio che ci avviluppava, appena rotto da una fiammella agonizzante, i vostri occhi e la vostra attenzione furono suggestionati da quei caratteri? tu qui legis, soror mea dulcis, revertere ad Christum et vives; soror mea, vives. Rammentate? o rammentate la traduzione? tu che leggi, sorella mia dolce, torna a Cristo e vivrai; sorella mia, vivrai. Tant’è, non giungo umanamente a spiegarmi come mai nell’oscurità che ci avviluppava, rotta appena da un barlume, il vostro sguardo abbia saputo discernere quelle due linee incise sul grigio uniforme della pietra. Senza dubbio fu un guizzo di luce che le rischiarò d’improvviso, ma non bastava intravvederle alla sfuggita per sentirvi subito tratta da una curiosità non mai provata a fermarvi e decifrarle parola per parola, bisognava che un baleno di luce immateriale, mistica, le avesse illuminate agli occhi dell’anima. Chiamatelo ispirazione cotesto baleno e sarete nel giusto, chiamatelo ispirazione venuta da chi vi protegge nel mondo di là. Dovevate leggere, era impossibile che non leggeste! e avete letto: mia dolce sorella, perchè hai abbandonato il tuo signore Gesù Cristo? sei nata cristiana come me, sei scesa con me nei sotterranei a visitare le tombe dei martiri e a venerarne le reliquie, avresti com’essi confessata la tua fede se tu fossi vissuta non sotto il nostro imperatore Teodosio, ma ai giorni sanguinosi di Massimiano? accanto a me vieni ora seguitando coll’occhio le povere lettere che mi studio d’incidere sul tufo impietrito, forse ti aspetti una dedica profana o un distico d’amore: non voglio, non saprei parlarti d’amore; ascolta: che hai fatto del tuo battesimo? pel tuo battesimo e pel sangue di Cristo, sorella, ti scongiuro di rompere le catene che ti trascinano alla morte, pel tuo battesimo e pel sangue di Cristo ti prometto la vita vera d’amore! – Non mi domandate chi è l’uomo che parla così, quasi certo nella sua speranza, chi è la donna che ascolta e non risponde…. anime d’oltre tomba.

Un tempo di silenzio. La Brancovenu fissava laggiù sull’opposta riva le case basse di Trastevere raggruppate sotto le pendici del Gianicolo. Erano arrivati, passeggiando, di fronte all’ospizio di San Michele.

– Non ridete più? – riprese Marco dopo un istante – soggiogata da una volontà misteriosa, più forte di voi, dovevate leggere, era impossibile che non leggeste attraverso quelle due semplici righe la soavità dell’invito d’un’anima, la promessa ineffabile e sacrosanta della ricompensa. Voglio farvi ridere ancora una volta: se fosse una predizione la scritta? se foste voi, se foste voi la dolce sorella?…

Nicoletta non rise, come del resto nel pronunciare le ultime frasi a voce bassissima, con una lentezza spiccata che aveva qualche cosa di sibillino o di grandemente affettuoso, neppure Marco rideva. Avendo calato il velo di garza cenerognolo, Nicoletta poco lasciava scorgere del suo volto, ma ora sembrava che tutta la sua attenzione l’avesse trasferita sopra una barcaccia carica di botti, che stentava a risalire il fiume per approdare a Ripagrande.

Interrogò:

– Son botti di vino? da dove lo portano quel vino? – ma la voce ora semispenta, mille miglia distante il pensiero.

La risposta si fece attendere un poco:

– Suppongo che sia vino di Sicilia o di Sardegna.

Tacquero. Nicoletta si mosse per la prima, sempre in silenzio; passo passo, uno a fianco dell’altra si avviarono a porta San Paolo, uscirono fuori porta, sempre in silenzio. Inutile discorrere, se dopo tanta archeologia cristiana erano cascati a piombo sulle botti di vino che navigano a Ripagrande nè erano capaci d’escogitare argomento migliore.

Secondo gli accordi in forma piuttosto brusca di Nicoletta con l’eccellente mister Samsöe, non avrebbero dovuto tardare a raggiungerlo lui e la sua famiglia alle Terme di Caracalla, senonchè, per tacito consenso non curando d’essere aspettati, fors’anco non pensandoci più e attratti dalla nostalgia della solitudine, s’inoltrarono per la via Ostiense. A intervalli lo scambio di qualche frase smozzata: la piramide di Caio Cestio, il Testaccio, San Paolo, le Tre Fontane, il deserto romano, insomma tutti gli spunti sui quali è di prammatica ricamare un motivetto più o meno dottorale ogni volta che ci si avvia da quella parte; sarebbe imperdonabile una persona grave se lasciasse da banda i padri Trappisti e le piantagioni degli eucalipti, come un uomo di mondo se non spifferasse una dissertazione sulla caccia alla volpe. Nel mentre pel predicozzo del suo nuovo direttore spirituale tutto ad un tratto la nostra figliuola era divenuta taciturna sotto l’oppressura d’un pensiero molesto, l’altro non sapeva se dovesse ciò attribuire alla volubilità di lei o all’avventatezza d’una parola che gli fosse sfuggita o andava rifacendo l’esame di coscienza. Ma se la coscienza non lo rampognava verso Nicoletta d’essere uscito per troppo zelo oltre i termini del maggiore rispetto, si sentiva in fallo verso sè medesimo e anche verso Nicoletta di quel trovarsi insieme, essi due soli, in quella remota località, a sfidare e a legittimare le maldicenze.

Una carrozza veniva al trotto da San Paolo alla volta di Roma, un’altra galoppava da Roma verso San Paolo; non erano le prime, ma l’incontro avvenne all’altezza dei due pedoni che si erano tratti sul margine della strada, divisi a destra e a sinistra. Il perchè di cotesta opportuna separazione al momento in cui stavano per giungere i legni, facciamo presto a indovinarlo noi, se abbiamo ben capito fin qui gli scrupoli di Marco Cybo.

– Avete visto? – chiese Nicoletta dall’altra parte della strada, quando le carrozze furono passate, ognuna al suo destino – avete visto?

Una botte e una carrozza chiusa di rimessa transitanti ad un tempo sotto i suoi occhi, Marco non avea visto altro; nella prima, diretta a San Paolo e che per esser dalla sua parte gli aveva tolto di scorgere chi fosse nella seconda, si trovavano due preti francesi.

– Non avete visto la baronessa Naim? Avvicinatevi. Era con un’altra signora e con Rizzabarba. Mi salutarono molto gentilmente. La Naim l’avete conosciuta anche voi, una sera, in casa della duchessa.

– Semplice presentazione – guardando di sbieco il legno che si allontanava verso Roma, disse Marco o piuttosto brontolò a fior di labbra, impensierito pel timore d’essere stato visto dall’onorevole.

E ripresero la passeggiata.

– Durante tutta la sera non avete parlato alla baronessa?

– Sapete che in casa Olevano non discorro quasi mai con alcuno, specie colle signore.

– Per dedicare a me sola tutto il vostro tempo? ditelo, ditelo pure e non arrossite, soprattutto; siete diventato rosso: avreste paura di far peccato volgendomi un complimento? non vi succede troppo spesso. Del resto, colla Naim avreste avuto una conversazione piacevolissima di teologia e di scienze occulte; ha una fama mondiale; non ignorate che nei suoi viaggi ha studiato a fondo le varie religioni dell’India, è riuscita a scoprire i segreti dei fakiri…. si pretende che operi prodigi strepitosi di spiritismo.

A bella posta essendosi astenuto dal rispondere o approfittando d’una pausa abbastanza lunga, Marco credette di poter impunemente mutar discorso, fermo nella sua idea:

– Siete proprio sicura che fosse Rizzabarba?…

Nicoletta crollò le spalle in atto di dispetto:

– V’importa assai di Rizzabarba? un imbecille! vi ho cantato in musica che era lui colle due signore; non ho più occhi, adesso? per salutarmi non cessava di sbracciarsi a tutt’andare fuori dello sportello. – Acconsentirà una di queste sere a darci un piccolo esperimento in casa Olevano.

– Chi?

– La baronessa.

– Per conto mio dichiaro che non assisterò. Verrete con me.

– Dichiaro che non verrò, a costo di disobbedirvi.

– Perchè? non volete dirmi perchè?

– La mattinata è burrascosa, non avreste pazienza d’ascoltarmi.

– Torniamo indietro, mi pare che sia tempo. Presto è ora di colazione; avete appetito? voi no, probabilmente; io sì, moltissimo; e non vorrei giungere in ritardo; sarebbe orribile se non trovassi una botte a porta San Paolo.

E tornarono sui loro passi, di nuovo in silenzio com’erano venuti, ma sempre a fianco, e per giunta una preziosa sfumatura di musoneria. Litigi o bronci metastasiani, che finivano secondo l’uso nell’allegro tenero della cabaletta.

Fu lei la prima, quasi subito, a riattaccare:

– Vi dà tanto sui nervi la baronessa Naim? dite voi se non è una bella donna, ancora giovine e fresca; Tommaseo, dopo averla dichiarata morta, proclama che ha più di cinquant’anni; sarà; è un fatto che non ne dimostra trenta; ebbene, se ha rubato ai fakiri dell’India e l’ha portato in Europa, il segreto dell’eau de jouvence, non capisco perchè ciò debba turbare i vostri sonni; è in comunicazione cogli spiriti, e così? tanto meglio, una di queste sere ci aprirà lo scrigno dei suoi grandi miracoli.

– Ve l’ho già detto: io non interverrò.

– È proibito dalla Chiesa intervenire?

– È proibito dalla Chiesa.

– Non lo credo, siete spiritista anche voi; negatelo, se potete!

Anche lui! Marco trasalì. Era vero: certe letture gli avevano lasciato nel fondo del cuore una specie di dubbio, più ancora, quasi la dolcezza d’una reminiscenza e d’una speranza; quel potersi mettere in diretta comunicazione colle anime dei trapassati, segnatamente di coloro che ci furono cari e forse rivederne per un istante le sembianze corporee, quella successione infinita di esistenze oltretomba, ascensione infinita nell’eternità dello spazio, di pianeta in pianeta, di stella in stella, sempre verso il Sole eterno, infinito, gli sembrava una dottrina consolante, forse adombrata in alcuni passi dei Profeti e degli Evangelisti. – Illusione diabolica anch’essa, perfido miraggio del tentatore simulante la luce.

Di botto, rialzato il velo e guardando in faccia il suo compagno, Nicoletta si era fermata:

– Come dice quell’iscrizione latina delle Catacombe, di cui mi parlavate poco fa? non so il latino e non posso ripeterla; non importa: l’inflessione della vostra voce, le vostre parole, il vostro sguardo, la storia inventata da voi dei due amanti romani – l’uomo cristiano fervente e la donna peccatrice – palesavano fin troppo ciò che voi non avevate il coraggio di dirmi, ossia il mistero di quei caratteri che in verità parlavano a me ed erano stati scritti per me, l’intervento soprannaturale d’uno spirito protettore che mi costrinse quasi nel buio a rintracciarli senza che io ne sospettassi l’esistenza, a tentare di leggerli, suggestionata – l’avete detto voi – da una forza invincibile o invisibile. Sono superstiziosa: non sapete che le vostre parole, dette a quel modo, mi fecero correre un brivido per le ossa?

Sgomitolava così in fretta i suoi periodi, in un francese così serrato, che Marco Cybo stentava a tenerle dietro e non aveva mezzo d’inframmettere una parola.

– Sono superstiziosa, non so se debbo credere in Dio e credo nel diavolo; certi momenti mi ribello contro la mia stupidità, faccio lo spirito forte e in compagnia ho un ardimento da leone; ma più tardi, di notte, quando son sola nella mia camera, vatti a far benedire! Noblesse oblige: non sarei della mia razza se non credessi nel diavolo, nell’occhio maligno, nei coltelli in croce, nel sale rovesciato…. nel destino scritto sulla palma della mano…. io so leggere le linee della mano e so predir l’avvenire: volete provare? datemi la vostra mano!

Afferrò svelta la mano sinistra di Marco.

– Lasciate, tolgo io il guanto. È inutile far resistenza; perché fate resistenza? state fermo; vi dico che il guanto lo tolgo io. Insomma, volete star fermo? ecco, non vi domando che un minuto; voltate bene la palma: non ne dubitavo, le linee son disegnate a pennello e si leggono assai meglio dei vostri graffiti. Suvvia, per gentilezza, fatemi il piacere di star fermo o vado in collera sul serio.

Per gentilezza, con un senso indefinibile di beatitudine dolorosa, fu necessità rassegnarsi; sotto le dita carezzanti della zingarella si ripercotevano febbrili nella mano tesa del paziente tutte le pulsazioni del cuore. Ma l’esame chiromantico non segui, chè con uno scatto mal represso, data appena un’occhiata, l’indovina abbandonò l’oroscopo dopo brevi secondi.

– Finita già la commedia?

– Rimettete il guanto – disse Nicoletta – ho fatto per ridere.

XVI.

Qualcuno, alla Minerva, bussò pianamente contro la porta della camera dove Cybo stava scrivendo. Da oltre un mese non erano più le pagine del suo diario che una volta, salvo poche interruzioni imposte da forza maggiore, riempiva giorno per giorno con tanta schiettezza e con tanto affetto, disponendosi a registrare tutti i piccoli avvenimenti della sua vita come a far l’esame di coscienza, versando in esso tutta l’anima sua; di tempo in tempo si era ancora provato a pezzetti e bocconi a riprendere la buona abitudine, antica raccomandazione del padre Albis, ma la mente era troppo in altro modo occupata, non reggeva a fatica di studio e di penna; sedersi a tavolino gli rappresentava la tortura del cavalletto, non scriveva più che le lettere di dovere a sua madre, brevi, insipide, quando non erano un affastellio di giri viziosi per nascondere la verità.

Appunto quel giorno, collo schianto in cuore, stava armeggiando tra il non voler mentire e non voler confessare. Come se avesse indovinato la vera ragione della permanenza di lui in Roma o qualche anima zelante si fosse presa la briga di renderle conto dei diportamenti del figlio e atterrirla nella pacifica solitudine in cui viveva, sua madre gli aveva scritto da Beaumesnil la lettera più dolorosa ch’egli avesse mai ricevuto, piena di lagrime e di preghiere; maternamente dolorosa, senza rimproveri, senz’ombra d’accenno a fatti o a persone, ma trepidante di sgomento, implorante il ritorno del figliuolo.

Qualcuno bussò.

– Avanti! – disse forte Marco Cybo.

Comparve sulla soglia il senatore Tommaseo nella sua storica palandrana d’inverno, ilare come sempre, travagliato dall’asma come ogni volta che saliva le scale, massime con quella montagna addosso. Cybo gli andò incontro premuroso.

Fermo lì, fermo lì! non valeva la pena d’alzarsi: cos’erano tante cerimonie? una visita di cinque minuti. Il senatore tornava da Genova, dov’era rimasto una settimana. Grazie, non aveva tempo di sedersi, figuriamoci se si sbarazzava del soprabito: cinque minuti, orologio in mano. – Prima di tutto, la marchesa? sempre bene? sempre a Beaumesnil? le signore a Genova l’aspettavano: l’avevano nominata presidentessa dei Tabernacoli per le chiese povere. Notizie di Genova? eccellenti: era stato una sera dalla marchesa Orietta Doria, un’altra dalla marchesa Carrega, era stato al Club…. la vita solita, niente di nuovo…. cioè, si annunziava il matrimonio d’Albertina Durazzo, la figlia di Brancaleone, con un conte Melzi, milanese; un’altra: Augusto e Alberto Figoli partivano a giorni per l’Australia; erano appena tornati da un’escursione in lungo e in largo nell’America del Sud, da Venezuela alla Terra del Fuoco, ed eccoli di nuovo in barca; avevano l’argento vivo nelle ossa.

Marco pigliava gusto alle notizie genovesi, ne chiedeva delle nuove, stuzzicava con garbo la parlantina del senatore, non senza sospettare in lontananza un secondo fine. Venne in ballo Carbonara.

Carbonara? infandum regina jubes…. ossia niente infandum, perchè Carbonara passeggiava a testa alta come prima, lui e la sua barba ardente, convinto che nessuno a Genova potesse aver trapelato la sua avventura da Morteo: nientemeno! invece la fama era giunta con lui a suon di tromba, ventiquattr’ore dopo si raccontava la storia tanto al Club come nelle sacristie, da chi portata o spedita non si sapeva, ma storia autentica, precisa, con tutti gli amenicoli dell’Angiolina, della collana, della sfida, eccetera, eccetera! figurarsi lo scandalo dei ben pensanti, Rodolfo Spinola, Torre, Visdomini, eccetera, eccetera, le risate dei liberali, i sottintesi malignotti delle signore…. questo era niente: una sera, tranquillo come Battista, capita Paolino in casa Giustiniani: non si trova faccia a faccia con Monte Vergine? l’ombra di Banco! Monte Vergine era stato trasferito a Genova per dare il cambio all’ufficiale d’ordinanza del generale comandante la divisione e Mimmo Cebà, suo antico compagno di reggimento, l’aveva presentato subito in casa Giustiniani.

– Tutto passò liscio? – fu la domanda di Cybo, che più della curiosità esprimeva il desiderio.

Viceversa, viceversa! era strano che il marchese potesse illudersi, conoscendo quel bascibuzuk di Mimmo Cebá, che ne faceva sempre delle sue. Non basta voler aver dello spirito, bisogna averlo, e Mimmo non era ricco che di pio desiderio. Un bel momento si accorge che Paolino, quatto quatto, sta per svignarsela: cosa gli salta in mente? se lo piglia sotto braccio, lo conduce dritto da Monte Vergine e fa una presentazione stenterellesca: il marchese Carbonara, tenente di cavalleria, il conte di Monte Vergine, cameriere segreto di Sua Santità! Più tardi, quando fu a un pelo di doversi tagliar lui la gola con Monte Vergine, disse per scusarsi che aveva imaginato quell’uscita nell’intenzione di rappattumare con uno scherzo due suoi amici, ma a buon conto ci volle tutta l’abilità d’altri amici per impedire l’andata sul terreno, chè Monte Vergine uno scherzo così peregrino l’aveva gradito come una boccata di fumo negli occhi.

Il senatore Tommaseo era in vena, tanto in vena che, nonostante il perpetuo gargarismo della gola e la diserzione dei denti, procurava di masticar le parole il meno possibile e salvarne più di metà dalla perdizione. I prefissi cinque minuti avevano raggiunto i quaranta secoli delle Piramidi.

Ma, a proposito, Visdomini e Cantabruna, che erano a Roma con poteri assoluti per collocare a posto nell’Esposizione vaticana i doni della Liguria, non avevano parlato al marchese Cybo di tutto questo pettegolezzo rumoroso, venuto in coda all’altro scandalo Carbonara? Stiamo a vedere che il marchese Cybo non sapeva neppure della presenza in Roma di Cantabruna e Visdomini!

Infatti Marco l’ignorava.

Cattivo sintomo! novità sull’orizzonte. In altri tempi, solo un mese addietro, venendo a Roma gli sarebbero piombati addosso con tutte le valigie, gli si sarebbero appiccicati ai fianchi, non l’avrebbero più lasciato dalla mattina alla sera. Novità in aria: questo non lasciarsi vedere, non farsi vivi nè in salsa dolce nè in salsa brusca, significava un partito preso.

– Lo dice lei, senatore! – proruppe Marco, appoggiandosi con abbandono allo schienale della seggiola – per qual ragione avrebbero un partito preso contro di me? lei sa qualche cosa?

Nulla, il senatore non sapeva nulla: argomentava. In fondo c’era da pigliarsela tanto a cuore se due personaggi, come l’avvocato Visdomini e il ragioniere Cantabruna, usavano una scortesia? Confratelli! va bene, confratelli; ce n’erano degli altri a questo mondo; galantuomini, cattolici, apostolici, va benissimo; ma il monopolio di tante belle virtù l’avevano essi?

Marco Cybo si era alzato in piedi e su e giù, dall’uscio alla finestra, tormentava a gran passi il tappeto della stanza, di quando in quando fermandosi per ascoltare meglio o per guardare in faccia Tommaseo.

Fino a un certo punto, e dal loro punto di vista, potevano aver ragione essi e i loro signori soci; quando, per esempio, in tono di compunzione deploravano certe umane fragilità, quando dicevano tra loro, come se recitassero il De profundis: peccato che il nostro povero Cybo, un giovane di tanto ingegno e di così belle promesse….

– Ah! dunque lei sa qualche cosa!

Nulla, il senatore non sapeva nulla: argomentava. Cosa poteva sapere lui, che non aveva mai messo piede negli uffici del Quotidiano e sarebbe stato accolto nei cenacoli della Gioventù cattolica peggio del professor Sbarbaro al Circolo della caccia? Era informato d’un fatto, questo sì: Monte Vergine, arrivato a Genova e parlando al Club della sua scena con Carbonara e dei suoi padrini che avevano portato la sfida, si era creduto in dovere di aggiungere che il marchese Cybo, rappresentante di Carbonara, durante il colloquio coi padrini si era messo a loro disposizione, pronto a battersi lui per quel povero ragazzo barbuto, e i padrini, che sul principio beffeggiavano credendo di trattare con un chierico, erano rimasti di stucco nel vedersi alla presenza d’un gentiluomo.

Nell’anima di Marco l’orgoglio del buon sangue che non si smentisce combatteva col rimorso d’un fallo irreparabile; nell’umano compiacimento delle lodi che gli venivano dai figli del secolo, un’amarezza di sdegno contro sè stesso gli montava alla gola! Tommaseo proseguiva il discorso, calmo, senza perdere il filo; era chiaro che ogni parola sua mirava a uno scopo unico, e se ancora egli non aveva affrontato apertamente il castello, oramai, dopo tanti approcci mascherati, eravamo vicini all’assalto.

Gentiluomo stupendo il marchese Cybo nel regolarsi come si era regolato, gentiluomo il conte di Monte Vergine per aver reso onore al merito e alla verità, ma chi ci libera dalle esagerazioni dei zelanti? di bocca in bocca, da un semplice elogio si era tirata fuori un’avventura cavalleresca da paladino di Francia, il marchese era sceso sul terreno, si era battuto magnificamente, aveva inflitto una brava stoccata all’avversario. Niente da stupirsi che questa versione fosse giunta alle orecchie purissime di Tizio e Sempronio, i quali Tizio e Sempronio, pel grave scandalo, inaudito, d’un loro confratello così poco ossequente alle leggi di santa madre Chiesa, si sarebbero affrettati a pronunciare la scomunica.

– Hanno fatto bene a condannarmi – esclamò Cybo nello scatto d’un’ira angosciosa che da parecchio veniva maturando – non avrebbero potuto non escludermi per indegnità dal loro consorzio! La colpa è mia, ho peccato e il castigo era necessario; quando un ramo è guasto, si tronca senza pietà!

Dato il carattere di chi le proferiva, se c’era dell’ironia in queste parole, non mancava ad un tempo la perfetta sincerità della confessione.

– Avrebbero potuto scrivermi, domandarmi quante spiegazioni volevano…. – continuava, sempre più esacerbato, ritto in piedi dinanzi a Tommaseo, con un gesto frequente della mano sinistra nascondendosi gli occhi – Rodolfo che è mio amico, perchè non mi ha scritto? ha parlato lei con Rodolfo? Appena qualche lettera nei primi giorni che mi ero fermato a Roma per un’opera di carità verso un povero vecchio…. poi più niente, silenzio assoluto; e ora me lo spiego questo silenzio, come mi spiego Visdomini che sapendomi a Roma, alla Minerva, qui alla Minerva dove lui mi ha lasciato un mese fa, non si degna di venirmi a trovare; come mi spiego il vuoto che anche qui si è fatto intorno a me…. Pippo Campitelli, mio amicissimo, l’altro giorno m’incontra in via dei Condotti, sullo stesso marciapiedi, e per schivarmi si ficca nel caffè Greco! don Fausto Romoli che andai a salutare durante un intermezzo dell’accademia degli Arcadi, a don Ildebrando suo fratello presentò diversi forestieri, anche un cronista dell’Araldo romano che era con me, e di me si scordò….

D’un sorriso d’assenzio sorridevano tremando le labbra bianche di Marco Cybo nel rammemorare gli affronti, la pallidezza del volto sparì sotto una vampa scarlatta, ma subito ricomparve.

Se il terreno era abbastanza ben preparato per giuocare l’ultima carta, l’onorevole Tommaseo, mosso da un sentimento di pietà, non sapeva risolversi a buttarla giù crudelmente, lì per lì, senza nuove scappatoie, e intanto, tra un affettuoso consiglio alla calma e una faceta ramanzina di conforto, apparecchiava la scena finale. Fosse dipeso dalla sua volontà, certo non si sarebbe imbarcato nella tribolazione di quell’impresa, ma c’era di mezzo la coscienza, la sua coscienza d’onest’uomo, c’era di mezzo il pungiglione acuto d’aver contribuito anche lui la parte sua, per quella avventatezza senile degli uomini troppo vissuti nei salotti, a spingere Marco Cybo nella burrasca d’amore, di lotte, di perfidie, in cui navigava.

La scranna viennese sulla quale era rimasto a disagio fino allora, gli sembrava irta di chiodi, cambiò posto, scelse la poltroncina appiedi del letto, poi si alzò, tornò a sedersi, e levatosi una terza volta coll’irrequietudine nervosa di chi abbia un reggimento di formiche su per le gambe, sempre traballante, sempre fasciato nella fedeltà della sua palandrana, finì per adottare anche lui, come Marco, il sistema peripatetico.

– Figliuolo mio…. – disse a Marco in forma di prefazio, camminandogli a lato e rompendo uno di quei lunghi silenzi che sogliono succedere ai dialoghi penosi – figliuolo mio – ripetè, e si fermò, e l’intonazione paternamente grave mostrava il proposito di venire ad altro tasto forse più penoso – non fermiamoci alla prima osteria; parlo ad un uomo serio: vediamo con calma se da parte nostra…. senza volerlo, s’intende, senz’ombra di male, anzi a fin di bene, se da parte nostra non abbiamo dato motivo a sospetti quasi legittimi, a questa specie d’ostracismo….

– Non gliel’ho detto che mi riconosco colpevole e i miei occhi non piangeranno mai tante lagrime che bastino a redimere l’aberrazione d’un momento? – con tutto l’impeto della sua natura irruente e cristiana interruppe il ferito.

– ….Perdoni…. lei si ferma alla prima osteria…. mi lasci parlare: capisco benissimo, nella sfera dei clericali intransigenti che conoscono il mondo attraverso l’Unità cattolica o l’Osservatore cattolico, la bugia ridicola del duello accettato da uno di loro, anzi da uno dei loro capi militanti, così nuda e cruda, a prima giunta è un fulmine in chiesa, poi, dopo un paio di giorni la verità vera è impossibile che non si venga a conoscere, la bugia cade da sè e tutto resta accomodato; ma nella sfera delle persone…. anche cattoliche, anche clericali accanite…. però di buon senso e che hanno uso di mondo, se domani mi dicono: signor Tommaseo, d’ora in poi lei vada dritto per la sua strada, che noi si va dritti per la nostra…. caspita! che cosa faccio, io? mi gratto l’occipite; penso subito: devo averne commesso una di quelle…. mi spiego? e cerco di rimediare, se sono in tempo; e se non sono più in tempo…. – Ora, ecco quello che volevo dirle: pochi discorsi: lei che è ancora in tempo, perchè, magari a costo d’un sacrifizio, a costo d’un dolore profondo che potrebbe anche non guarire così presto, perchè non piglia una risoluzione energica, degna di lei, tanto da poter convincere i suoi confratelli, e più di tutto i suoi pari, d’aver avuto torto nel giudicarlo? Capisco: sarebbe una risoluzione da chirurgo, ma quando si ha la fortuna, come lei, di portare un nome illustre, quando si occupa sotto la cappa del sole un posto invidiato per ogni rispetto, prima di avventurarsi a un passo che potrebbe magari essere un passo falso, ci si pensa due volte e se occorre si taglia la gamba, perchè è meglio rimanere con una gamba sola e non scendere neppure di mezzo gradino dalla scala dove Dio ci ha messo, piuttosto di rotolare in fondo e trovarsi con tutte due le gambe rotte e la testa spaccata.

A mano a mano che il sermone tirava via, tentennante nel chiaroscuro del dire e non dire, un po’ zoppicante dalla parte della perfetta logica, ma insomma non senza malizia diretto a quel dato punto scabroso, Cybo, con un spasimo in cuore d’un bieco presentimento, si faceva violenza per non voler comprendere. Non voleva! Dopo le titubanze dell’esordio, Tommaseo veniva incalzando a tutta forza, battendo sul tasto di non lasciarsi sedurre per troppo zelo apostolico dall’apparenza del buono – decipimur specie recti – nè per tenerezza di cuore dalle fantasmagorie elettriche del bello, e saper che pesci si piglia prima di salire in barca a pescare, sia pure colla rete di San Pietro. E via via che si accalorava, pertinace nella fissazione dell’astratto, e più insisteva con forza quanto più debole gli sembrava la difesa, Marco rispondeva a monosillabi per convenienza d’obbligo, arrischiava il tentativo d’una diversione tutte le volte che le frequenti pause gliene offrivano il destro; un istante ebbe l’idea d’esser villano e interrompere la filastrocca senza tanti riguardi.

Meglio sarebbe stato! quel sospetto che ora lo rode si sarebbe convertito in certezza; ebbene meglio la certezza del dubbio, del dubbio atroce, implacabile, che vi si annida come un verme alla bocca dello stomaco, a volte sembra sopito, lo credete morto per sempre, e si risveglia costante, implacabile! Ah! la rivelazione d’un passato che adombravano le scellerate lettere scritte da Claudio Priol! Ecco il perchè della visita di Tommaseo: egli aveva saputo; tardi, ma aveva saputo; timido e discreto, sperava di scongiurare il pericolo, di farsi comprendere a volo, senza la rivelazione brutale dell’ignominia.

Invece l’onorevole senatore per quell’improvvisa freddezza alla quale non si attendeva, rimase corto, senza bussola e senza alfabeto, quasi contento di non aver assistito allo scoppio che riteneva inevitabile, mortificato per altro verso di non aver condotto a buon termine l’impresa. Pensò probabilmente: cattiva speculazione tirare i mantici dell’organo quando l’organista s’incoccia a non voler suonare.

Punto e basta. Cercava il cappello e non lo trovava, i guanti, il bastone, e non trovava più niente. Sullo scrittoio, tra i libri e le carte sparpagliate rovistando alla ricerca dei guanti, scoprì sotto un quaderno della Civiltà Cattolica il ritratto da zingara della signorina Nicoletta Brancovenu: Friscka! ma si affrettò con destrezza a ricoprirlo.

– Marchese mio, la saluto tanto. Cospetto! il mio orologio è fermo. Scappo a rotta di collo. Non si disturbi, non si disturbi, conosco la strada. Ci vediamo questa sera in casa Olevano? Ah! il meglio mi scordavo, il meglio mi scordavo – in tremulo falsetto stonò sull’aria d’Almaviva, quand’era già sul passo dell’uscio – la principessa Brancovenu desidera d’avere con lei un colloquio; faccio l’ambasciata; l’aspetta domani, senza fallo, in casa sua, via Gregoriana, dopo il tocco, all’ora che lei vorrà. Siamo intesi. Non si disturbi, conosco la strada.

Per incanto, la premura d’andarsene gli era venuta tutta ad un tratto; e se ne andò colla sveltezza d’un elefante che scappa, senza attendere dal marchese una possibile obbiezione o una domanda di schiarimento circa la strana ambasciata. Facile capire che per evitare appunto qualunque difficoltà e non essere obbligato a rispondere, cotesto incarico della principessa l’aveva custodito in pectore fino all’ultimo momento.

Le congetture più stravaganti, le fantasticherie più bizzarre si affollavano in lotta nella mento di Cybo: un colloquio richiesto dalla principessa madre? certo, dopo la predica nebulosa di Tommaseo, per quanto nebulosa e aggrovigliata, non poteva significare che un congedo in tutta forma; certo, fosse anche venuto di moto proprio, Tommaseo era d’accordo colla principessa; d’altra parte quali ragioni così potenti per dirgli a lui non vi vogliamo? la differenza di religione? ah! proprio a lei toccava mostrarsi schizzinosa in fatto di religione, a lei così lontana da Dio, così ignara degli eterni misteri, o dell’eterna verità, così non curante della figliuola, da non averle saputo insegnare, mai, neppure l’inizio d’un credo! – Forse miravano giusto le allusioni di Claudio Priol a un titolo sonoro, fabbricato laggiù nei paesi slavi per onestare una vita avventurosa tra le orchestre ambulanti e i circhi, coprirne le miserie e le frodi? non sarebbe stato il primo esempio d’eroine da commedia in giro pel mondo, madre e figlia, camuffate sotto le apparenze d’un nome rimbombante, alla ricerca del pane e del companatico; ma ragione di più per tentare il colpo massimo, accalappiando nella rete chi possedeva tutte quante le attitudini e la miglior volontà di lasciarsi prendere. Un ultimo scrupolo o un ultimo pudore? – Pazzie! nella migliore società Tommaseo aveva conosciuto a Bukarest la principessa, e a Vienna, alla corte imperiale, monsignor Della Stanga l’aveva conosciuta, moglie dell’ambasciatore di Rumenia. Veniamo alla congettura più semplice: pur non volendo pigliar subito di fronte il figlio nè rinfacciargli di non averle sinceramente confidato i suoi progetti, la marchesa Cybo, informata d’ogni cosa, ne aveva scritto al senatore con buon inchiostro, e persuase dal senatore che la marchesa non avrebbe mai acconsentito al matrimonio di suo figlio con una scismatica, le Brancovenu mettevano il piede innanzi, rifiutavano esse per l’orgoglio di non subire l’affronto d’un rifiuto. Quanto a Nicoletta, impossibile che non si trovasse pienamente concorde con sua madre, sia per fierezza, sia perchè forse già stanca d’un breve capriccio troppo spirituale, e punto disposta a tuffarsi in un bagno di divozione romana; non a caso, ripensandoci bene, Tommaseo si era permesso una frecciata contro gli ingenui pescatori d’anime.

Aveva dunque mentito, Nicoletta, l’altra mattina che nella chiesuola di Santa Maria della Luce in Trastevere si era buttata ginocchioni a pregare, il volto nascosto tra le palme, e così ora rimasta tutto il tempo della Benedizione, e nell’uscire aveva dato a Marco per la prima volta la parola di promessa e di fede? ancora ieri, ancora stamane aveva mentito?

Sulla via Ostiense, una mattina, dopo l’incontro della baronessa Naim, ella gli aveva detto: non sarei della mia razza se non fossi superstiziosa…. – la sua razza! quale razza? avrebbe potuto soggiungere: non sarei della mia razza se non fossi incostante o bugiarda!

Bravo missionario, altra barba della tua si richiede per operare il prodigio della conversione d’un’anima, altra lanterna illumina i sepolcri, altra voce risuscita i cadaveri: occorre essere sordo e cieco, non ascoltare affetti nè istinti, non discernere un lebbroso dalla Samaritana. Ma quando troppo bene si appuntano gli occhi in quelli della Samaritana e come acqua viva se ne bevono con delizia gli sguardi e i sorrisi e le parole, e non si fa che seguirla o attenderla al pozzo e in lunghi ragionamenti le si va predicando Gesù Gesù, nella fallacia di tranquillare la propria coscienza in tempesta, allora Dio si burla del missionario, se ne annoia la catecumena, o fugge via.

Subitaneo gli attraversò la mente a Marco Cybo il pensiero dell’amico suo Voltagisio, di cui dal padre Cornoldi aveva avuto quel giorno stesso per via, poche ore prima, le più sconfortanti notizie non galoppava, precipitava verso la fine e tranne un miracolo non avrebbe più visto sulla terra la festa di Natale.

– Venga a trovarlo – gli aveva detto il padre Cornoldi – sarà una grande consolazione per lui e per lei d’abbracciarsi ancora una volta sulle porte dell’eternità; parla sempre di lei; venga alla villa Sabina e si fermi durante l’intera muta degli esercizi che comincia domani, l’ultima dell’anno; io pure ci sarò per lo conferenze; assisteremo a una morte religiosa, vedremo come partono già distaccate dal mondo e dalle creature le anime benedette da Dio.

XVII.

Yek, ta dui, ta trin, ta stâr.

Quando tra le nove e le dieci nel salotto della duchessa d’Olevano fu annunciato il marchese Cybo, gli intimissimi d’ogni sera e la duchessa che giuocavano a pocker in un angolo della gran sala vuota, appena levarono il capo, abituati com’erano a vederlo giungere sempre alla stessa ora e sempre solo, andar dritto a inchinare la padrona di casa, fermarsi non più d’un minuto a guardare il giuoco distrattamente e sparire di là nelle altre stanze, dove sapeva di trovare la signorina Brancovenu.

Un quarto d’ora buono era già trascorso, allorchè, tutta stupita, la duchessa si avvide ch’egli stava ancora in piedi al suo fianco. Eppure dal salottino attiguo veniva a ondate, garrula e fresca, la voce di Nicoletta in mezzo a un lieto rumore d’altre voci e la sua risata dai trilli d’argento.

– Marchese, vogliamo imparare il pocker questa sera? – domandò la signora coll’intonazione permalosetta di chi non sa spiegarsi un’enigma.

Come gli suonò mordace la domanda, forse senza ragione, così parve a Cybo di sorprendere un sogghigno sul volto dei giuocatori e si fece scarlatto.

– Aspettavo il senatore Tommaseo – balbettò.

Paolino Carbonara se la sarebbe cavata meglio nè avrebbe avuto l’aria di mendicare una scusa, ma sono gli uomini di talento che spesso in società rimangono corti. Per fortuna la partita era d’impegno e l’attenzione dei giuocatori fu presto richiamata al tappeto verde da un magnifico flosh-sequence vittorioso.

Disse la duchessa, tanto per dire, fingendosi capacitata:

– Tommaseo non si è visto finora e temo che non verrà più; conosciamo le sue abitudini, dopo le dieci raro è che comparisca. – Tocca a voi, Lauretani. – Colonel Diamantopoulos, prenez garde: Lauretani vous porte malheur: chaque fois que c’est à lui à donner les cartes, vous vous emballez.

E colla coda dell’occhio non perdeva di vista Marco, il quale, piano piano allontanandosi dalla tavola da giuoco, si avvicinò all’uscio del salottino, rimase perplesso un momento, poi tornò indietro, fece qualche passo nella discreta penombra e finì per lasciarsi sequestrare in un cantuccio dal molto reverendo Samsöe.

Anzi il sequestro fu reciproco, l’uno e l’altro beati di togliersi a vicenda dal far la figura peripatetica del solitario che non trova tra venticinque persone, in questo o in quel gruppo nei diversi salotti, con chi farsela buona, il timido pastore venuto per obbedienza in accompagnamento di miss Brancovenu e cascato tra gente a lui ignota in un mondo nuovo, Marco respinto da una specie di ribrezzo o di terrore superstizioso, quando nel crocchio dov’era Nicoletta ebbe ravvisata la baronessa Naim. Seduti accanto in disparte nella medesima sala dei giuocatori, non turbavano di sicuro col loro chiacchiericcio le elucubrazioni del colonnello greco Diamantopoulos e degli altri immersi nelle cabale del pocker, chè se l’americano si mostrava propenso, dopo i calorosi convenevoli, a uscire dalle frasi d’abitudine sul tempo e sulla serata per avviare un discorso, il suo compagno, oltre una certa ruggine colla lingua inglese, in ispecie gorgogliata e frantumata dagli yankees, aveva la mente a tutt’altre cantilene.

– Ah! vous voila! – disse Nicoletta a Marco Cybo, giungendogli dinanzi inaspettata, al braccio della Naim – se non erro, la compagnia di mister Samsöe è molto piacevole e deve avere per voi delle attrattive speciali, poichè non vi degnaste neppure di venirmi a salutare.

Quantunque esplicite abbastanza, meglio delle parole rivelavano un rancore l’acredine della voce e il sorriso sardonico. Anche la Naim sorrideva durante il rabbuffo, ma come persona provata a simili controversie di innamorati, e a Cybo ch’era balzato da sedere, stese la mano, affabile, in segno di riconoscimento.

– Avete commissioni da darmi? domani mattina parto per Firenze – soggiunse Nicoletta alquanto rabbonita dal pietoso imbarazzo di lui, e replicò dopo una pausa, durante la quale dovette accorgersi del pallore che l’improvvisa notizia gli aveva gittato sul volto:

– Vado a Firenze; non mi darete un messaggio per l’Arcivescovo?

Marco ebbe la prontezza insolita d’una scempiaggine:

– Troverete a Firenze molti forestieri…. più che a Roma, e maggiori attrattive – disse freddamente, poi domandò – partirete sola o vi accompagnerà la principessa?

– Non inquietatevi per me – rispose Nicoletta – non sarà mister Samsöe il mio compagno di viaggio, ma se anche partissi sola, saprei guardarmi dai lupi! – e passò oltre verso la sala della table à thè, sempre al braccio della baronessa.

Ed ora cosa diceva col ronzio d’una vespa il reverendo Samsöe nel suo inglese bisbetico? lasciamolo dire. – A Firenze! Nicoletta andava a Firenze!? perchè questa risoluzione repentina? con chi andava? quanto tempo si sarebbe fermata? – Poco importava sapere che un anno prima la Sybil aveva percorso gli Stati d’America in mezzo alla frenesia universale, predicando e mistificando; non si trattava della Sybil. – Cade una tegola sul cranio d’un viandante; invece di rimanere tramortito dallo spasimo, costui non sente dolore, e a botta calda, rovesciato com’è nel suo sangue, fabbrica almanacchi, divaga, ascolta da un orecchio quei che gli parlano intorno. — Tante manovre, tanti sotterfugi si richiedevano per addivenire a una rottura? avvisaglie preliminari di Tommaseo, convegno pel giorno dopo in casa della principessa Brancovenu, partenza subitanea di Nicoletta…. – Tra le donne, specie tra le ragazze, mirava la Naim di reclutare i suoi proseliti; l’attuale intimità sua con miss Friscka ne era una prova. Su questo punto batteva forte il pastore, scandalizzato: in fondo, coll’attirare la donna alle dottrine teurgiche, la vergine se le riusciva, e staccarla da ogni affetto di famiglia per trascinarsela dietro negli abissi del mistero, ella che in Irlanda aveva predicato al popolo le teorie di Malthus, non si proponeva che di distruggere il matrimonio. Dovunque si recava a tener conferenze, un corteggio di diaconesse imbizzarrite la seguiva e l’assisteva; parevano ossesse; a Cincinnati dovette mischiarsene la polizia: moltissime, ragazze e maritate, avevano abbandonato le loro case, alcune erano impazzite. – Ma non si trattava ora della Naim; inutile acuire con nuovi ragguagli il senso di ribrezzo, di paura, che la demoniaca aveva prodotto, l’angoscia di vederla col simulacro dell’amicizia femminile avvolgere l’incauta nei suoi stregonecci. Nella sala da pranzo contigua Nicoletta era là seduta in un cerchio d’uomini, intorno alla tavola; anche i giuocatori avevano smesso, il greco Diamantopoulos, lievemente sugli orli di cinque o sei bicchieri allineati passando le dita e traendone vibrazioni cromatiche, rifaceva un’arietta che ella gli canterellava sotto voce. – Partire? sarebbe stato il meglio; insalutato hospite; ma la duchessa guardava vigilante coll’ostinazione delle vecchie e certo doveva nutrire un sospetto curioso nell’animo suo; dippiù l’onorevole Rizzabarba si era accostato.

Da un po’ di giorni tutte le volte che egli s’incontrava con Marco Cybo pareva che fosse suo proposito di rivelarsi tutt’altr’uomo da quello che fino allora si era fatto conoscere. Nella fertilità piacevole del suo discorso l’idea scettica o antireligiosa che ne formava l’essenza non solo si era modificata, ma era sparita per incanto; il ragionamento serio, nella misura d’un linguaggio nuovo o insospettato, riscattava l’intemperante abbondanza degli epigrammi e delle arguzie, dei paradossi e degli aneddoti, dove colla frivolezza e la maldicenza era perpetuo condimento la salacità.

– Ah! marchese – in tono minore l’onorevole Venceslao ripeteva di frequente colle dovute variazioni, e i mantici del cuore gemevano la cadenza lunga d’un profondo sospiro – mi crederebbe lei se io le affermassi in parola di galantuomo che talvolta, assalito da uno sconforto ineffabile, vado chiedendo a me stesso: quare tristis es, anima mea? e allora non è Schopenhauer che mi risponde, o nemmeno Leopardi, ma una voce remota della mia fanciullezza, quella voce materna che m’insegnava a giunger le mani e a balbettare il Pater noster, e dimenticata per tanti anni attraverso gli appetiti, le vanità, le ribellioni, quando l’avvenire prometteva la conquista d’un reame a dir poco, torna timidamente a farsi viva, ora che coi capelli cadono ad una per una le illusioni, e le promesse si son ridotte in un mucchio di foglie secche. Non parla più, è vero, nè di pater nè di ave, nè dei volanti cherubini d’oro, ma nella tristezza che mi opprime dell’ora presente risveglia la nostalgia consolatrice e la speranza d’un ideale infinito.

Cose vecchie. Sarebbe stato troppo candido il “beato marchese” come Rizzabarba soleva chiamarlo, se di primo acchito, superando le antipatie, si fosse lasciato intenerire da coteste effusioni laiche d’un misticismo vespertino; nondimeno, appunto perchè rifritture già cucinate le centomila volte nella medesima salsa e quindi non recavano sfoggio di preparazione, potevano essere sincere. Quando un uomo di Montecitorio, un Venceslao Rizzabarba che ieri avrebbe tripudiato nel sacrilegio, non ride più e spontaneamente professa la sua ammirazione al Pontefice e nell’aspettativa della Mostra vaticana e della Messa papale in San Pietro quasi partecipa allo slancio di tutto il mondo cattolico, il sintomo è caratteristico.

Diceva tra le altre cose:

– C’è questo di buono: la massoneria, per quanto abbia fatto, non m’ebbe mai nelle unghie; dapprima per un certo istinto spavaldo d’indipendenza, più tardi perchè avevo imparato a conoscere i miei polli, tenni duro e non mi lasciai beccare. Lo dico a fronte alta: non me ne pento! e questo è il bello, non me ne pento a malgrado della guerra iniqua che mi si fa nel campo parlamentare e peggio sul terreno economico dei miei interessi privati; guerra di coltello, capisce? e io non transigo. Non una volta, ma due, tre volte avrei già potuto essere sottosegretario di Stato, potrei esserlo domani se acconsentissi a inscrivermi nella confraternita; per mia parte, come socio d’una modesta fabbrica di cemento e mattonelle idrauliche e colla frenesia spaventosa che abbiamo a Roma da alcuni anni d’improvvisare una nuova Londra, per mia parte, e non esagero, avrei mezzo milione in saccoccia, so certi potenti venerabili, i più loschi della camarilla, per dispetto settario non mi avessero sempre tagliato l’erba sotto i piedi. E io duro, dovessi finire sullo sterquilinio di Giobbe! Sarà un puntiglio: sia; magari potrebb’essere questione di coscienza o non ci son che le donne le quali possano vantarsi d’avermi visto scendere a transazioni colla mia coscienza; questo sì, purtroppo!

E l’intonazione mutata, soggiungeva dopo l’artifizio d’una profonda tristezza:

– Bisognerebbe che io domani mattina mi svegliassi militante nel partito dell’azione cattolica per farle capire fino a qual punto spingerei la mia intransigenza clericale, ma un’intransigenza nuova, a modo mio, con ben altre vedute, mi perdoni, da quella dei suoi molto reverendi avvocati Acquaderni e Paganuzzi. Non si formalizzi delle parole d’un reprobo; diciamo per dire. Guerra ad oltranza al governo e a qualunque idea di conciliazione e al triangolo e al giudaismo, va benissimo, ma i congressi, i tridui, i giubilei, i pellegrinaggi lasciarli sbrigare in provincia tanto per tener vivo il fuoco nel popolo minuto, e la polemica da strapazzo abbandonarla alla farragine dei giornaletti locali, che ce n’è d’avanzo, Osservatori, Cittadini, Api, Vessilli, Echi del purgatorio e Trombe celesti; qui a Roma altre imprese ci vogliono! qui a Roma stabilire l’azione vera ed occulta, propagarne i tentacoli, approfittare del momento attuale di febbre delirante che ha invaso buzzurri e romani, per addivenire alla conquista finanziaria di Roma. I mezzi? quattro principi dell’aristocrazia vera mi bastano, monsignor Folchi alla testa – monsignor Folchi, l’amministratore delle finanze del Papa – Bernardo Tanlongo alla coda, e c’è da far tremar l’universo. Apro il portafoglio: ai miei piedi, ai miei piedi gli impresari, gli speculatori, le piccole Banche di sovvenzione pullulate come funghi, i capitalisti, i mercanti di campagna, i grandi istituti di credito; pronta cassa a chi mi offre buone guarentigie e a chi mi garba, sottomettendosi alle mie condizioni; porta di ferro a chi non mi piace; da potenza a potenza tratto col governo o non cedo d’un palmo e ho tanto in mano da costringerlo a venire a Canossa tutte le volte che sul terreno politico o religioso si provasse a resistermi!

In casa Olevano quella sera il deputato Rizzabarba, lasciata per Marco la compagnia delle signore, seguitava nella sua professione di fede e nei suoi sconforti e accennava nientemeno che a volersi ritirare dalla bolgia politica non solo ma pure da ogni mondano consorzio e dalle sue mattonelle idrauliche per darsi agli studi biblici e dogmatici comparati colla moderna teosofia a cui la baronessa Naim voleva iniziarlo, allorchè appunto la Naim si avvicinò. In inglese scambiò alcune parole con mister Samsöe e gradì subito la poltroncina che Rizzabarba le offerse, nel mentre attorniata dai suoi cavalieri, la signorina Friscka, cedendo alle istanze, era venuta a sedersi al pianoforte.

Marco rimase prigioniero.

– Signor deputato – volgendosi al deputato come più familiare con lei, però verso Marco drizzando l’intenzione suggestiva, disse nel suo francese alquanto ricalcitrante, la baronessa – faccio assegnamento su di voi per avere un biglietto d’ingresso in San Pietro la mattina del capo d’anno alla gran messa del Giubileo!

– Ahimè! – rispose Venceslao con galante costernazione – voi pure alla caccia d’un miserabile biglietto, e a me vi rivolgete? vi piace sentirvi ripetere ancora una volta che tutte le barriere si spalancheranno sul vostro passaggio?

– Vale a dire, signor deputato, che la vostra onnipotenza si arresta alle colonne d’Ercole del Vaticano.

– Baronessa, sorgono a migliaia intorno a me le colonne d’Ercole, altro che vantarmi della mia onnipotenza! In ogni caso, se queste sole fossero le porte di ferro che io non riuscissi a superare, per voi mi riprometterei di spezzarle, mediante l’aiuto del mio buon amico qui presente, il marchese Cybo.

Nicoletta preludiava uno dei suoi pezzi magistrali di battaglia.

– Parliamo piano – mormorò pianissimo la signora – se non per Saint-Saëns, che mi è antipatico, almeno per riguardo alla suonatrice – e un sorriso la illuminò e una bella occhiata significante molte cose s’incrocicchiò prima collo sguardo dell’onorevole, poi con quello di Marco.

Soggiunse:

– Non avrei ardito chieder tanto al marchese Cybo, sapendo ciò che egli pensa di me, ma poichè pare disposto a non escludermi dalla sua lista…. sentiamo, marchese: sarò anch’io sulla vostra lista delle anime elette a ricevere la benedizione del Santo Padre, insieme alla signorina Brancovenu?

In verità, navigando Marco Cybo nelle acque più torbide rispetto ai suoi confratelli, siffatta richiesta gli giungeva peggio d’una sassata tra capo e collo; facilmente avrebbe potuto liberarsi, promettendo come si suol promettere, per cortesia, senza animo di mantenere, ma un’obbiezione gli venne spontanea alle labbra:

– La signorina Brancovenu parte domani per Firenze – fu la sua risposta, non tanto ruvida nell’espressione, quanto nella segreta volontà di non lasciarsi soverchiare da colei.

– Ebbene? ella parte con me. Vado a tenere una conferenza e mi accompagna. Non saremo di ritorno insieme, fra tre o quattro giorni?

Rizzabarba sottolineò:

– Speriamo anche prima.

– Forse anche prima. Firenze, ch’io sappia, non è al polo Nord e avremo sempre una settimana per tenerci pronte a cominciare in Roma l’anno nuovo da buone papiste. Non credo che il marchese Cybo voglia fare a sè stesso l’augurio di rimaner lontano dalla signorina Friscka al di là del primo gennaio.

– A chi lo dite, baronessa? il marchese sarebbe capace di raggiungervi, a costo d’assistere alla vostra conferenza! -esclamò l’onorevole ridendo e scordandosi di smorzare la voce col pedale.

I musicomani veri o finti, raccolti intorno al piano, zittirono per imporre silenzio. Un breve silenzio l’ottennero, durante il quale la Naim, col capo arrovesciato, gli occhi aperti ed immobili verso il soffitto, pareva che sognasse ad occhi aperti nelle trasparenze ipnotiche della musica.

Era vestita di nero; non un gioiello addosso nè un fiore; tutta di nero, senza guanti; dalla piccola scollatura e dalle mezze maniche la bianchezza delle carni emergeva; d’un biondo spirituale, i capelli biondi cumulati in alto sulla nuca a guisa d’elmo di gioventù, scoprivano la fronte e le tempia per farne spiccare la inviolata purezza.

Sembrava bella: forse non era, nè sarebbe sfuggita a un occhio critico la linea caprina del volto; tuttavia, nel vederla come una bimba in quell’attitudine d’estatica e nel rammentare di quanti venerdì taluni volessero gratificarla, bisognava pur concedere che se l’apparenza era fraudolenta, artifizio di femmina o di demonio non aveva mai operato prodigio simile.

Susurrò Rizzabarba all’orecchio di Marco Cybo:

– The blessed damozel!

Ella udì, si riscosse, e come avesse letto il pensiero dei suoi due vicini, proferì parlando a sè stessa, scandendo le sillabe

– To one, it is ten years of years.

“Per uno furono dieci anni di anni”. Certo voleva dare questo significato al verso cabalistico di Dante Gabriele: maligni, non riuscirete a fare il computo dell’età mia; diceste bene: sono la fanciulla beata; passo nel tempo, e appena lo sfioro; ogni cento anni, per me è un anno trascorso, ogni anno mio calcola tanti anni quanti giorni compongono il vostro anno.

Torna malagevole in somiglianti bisticci seguire il filo dell’ermeneutica preraffaellita e sarebbe rischioso garantirne l’esattezza; comunque sia, quella semplice frase vaporosa, d’una sfumatura così indeterminata da risolversi in nulla, che Rizzabarba e Cybo non afferrarono punto, nemmeno nella materialità dei vocaboli, parve a mister Samsöe il responso dello spirito di Pitone. Cos’abbia capito, lo ignoro. È bensì vero che dei tre ascoltanti essendo l’unico pel quale non possedesse segreti l’idioma anglo-sassone, egli solo aveva il diritto di fraintendere. Si alzò, dagli occhi schizzando fiamme, lui la compostezza esemplare, e col braccio levato fulminando un segno d’esorcismo contro i malefizi diabolici, se non ardì pronunciare la formula dell’anatema, borbottò fra i denti la sua indegnazione.

Nuovi zittii più feroci. Sparve: dove sia andato a rintanarsi fino all’ora d’accompagnare a casa Nicoletta, non c’importa saperlo; Rizzabarba, attonito, si domandava se al pastore avesse dato volta il cervello; Marco, che già ne conosceva il santo sdegno per le eretiche dottrine della Sybil e con lui divideva nel suo intimo la credenza che ella fosse davvero in comunione con le virtù tenebrifere, ebbe un impulso di raggiungerlo.

– Dove andate? – gli chiese la pitonessa, dai limbi dell’estasi tornata placidamente all’umana conversazione, e rivolta verso di lui, lo sguardo quasi buono – dove andate? fermatevi!

Sottovoce, e Marco obbedì; tanto sottovoce, che l’aria non fu percossa dal metallo del suono, e anzichè dal comando espresso, Marco fu soggiogato dalla volontà.

– Sedetevi e discorriamo – continuò la signora, movendo appena le labbra nella carezza d’un sorriso – non tanto lontano, avvicinatevi; avete forse paura di me? vi faccio ribrezzo? non sono così empia come pretendono certuni che non mi conoscono: credo in Dio, credo nell’anima nostra immortale; Friscka potrebbe rendermi giustizia. Rendetemi giustizia, signor deputato: nei nostri colloqui, e non solo con voi, quante volte non mi avete inteso affermare in Dio la mia fede? ha forse altro scopo la mia propaganda nel vecchio e nel nuovo mondo, se non quello di battere in breccia l’ateismo? abbiate il coraggio di confessarlo: è anche un po’ per opera mia se voi stesso in questi ultimi tempi siete sulla via del ritorno.

Il signor deputato colse al balzo la palla per rinnovare le sue mistiche affermazioni, ma lo interruppe Marco Cybo:

– Non basta credere in Dio; anche Satana crede in Dio! – esclamò nella rigida autorità del catechismo cattolico.

E la Naim, velenosa:

– Vorreste dire che io sono un’emanazione di Satana?

Marco ne sostenne il baleno sinistro della pupilla, ma non rispose.

Ella proseguì:

– Chi è Satana? lo sapete voi? l’avete visto colle corna e gli artigli, in un lago di bitume e di solfo? Ammiro il genio inventivo di voi cattolici e il vostro rispetto per la barba bianca del Padre Eterno nel contrapporgli un altro Dio, potente come lui, scimia, caprone, uccello di rapina e pipistrello!

– Iconografia simbolica – con evidente fervore propenso alla disciplina ortodossa, non si trattenne Rizzabarba dal ribattere.

Ma la correzione passò via.

– Fra i due che vi siete fabbricati, qual è il vero Dio del male? Siate logici almeno. Chi è che ci abbevera di fiele durante l’intera vita e gode di prepararci un’eternità nello spasimo? chi è che dispensa invece sulla terra l’unico refrigerio? o voi lo chiamate peccato questo refrigerio! Se il vostro Satana esistesse, io terrei per lui; se fosse vera la sua lotta con l’altro e uno dei due dovesse un giorno riuscir vittorioso, leverei al cielo le braccia per la sua vittoria finale, e anche vinto per sempre, ai suoi piedi vorrei inginocchiarmi e adorarlo nel fondo delle tenebre, non ai piedi dell’altro, in mezzo alla sua gloria, mai!

Si era tradita. Ti sei tradita, bestemmiatrice! Signore, nella sua bocca vi siete rivelato: scagliandovi l’insulto dell’odio, fu costretta a proclamarvi, si tolse la maschera nell’atto d’adorazione a Satana.

Non avevano posto mente che da qualche minuto il tedioso pezzo classico di Saint-Saëns era terminato. Venuta ad unirsi al gruppo, Nicoletta stava dietro la poltroncina della Naim, in piedi, alla Naim posando familiarmente le due mani sulle spalle.

– Del resto – ribattè ancora l’onorevole paladino, o noi tutti saremmo curiosi di sapere se per nuova convinzione egli spezzasse la sua lancia o per far la corte a Marco Cybo – fin dai primi secoli cristiani la dottrina dei Manichei sul Dio del male e sul Dio del bene, l’uno o l’altro coeterni ed eguali in potenza, fu condannata dalla Chiesa come eresia; Sant’Agostino, che era manicheo nella sua gioventù….

– Ho tentato di leggere le Confessioni di Sant’Agostino – senza sapere di che cosa si parlasse, saltò su Nicoletta – e non ne ho capito niente; giudicando dal titolo, credevo che si trattasse d’una specie di romanzo…. piccante, invece non ho trovato che una grandissima noia di preghiere e meditazioni filosofiche.

Domandò la baronessa con mordace intenzione:

– Senza dubbio, un regalo del marchese Cybo?

– No, del marchese Carbonara: stupenda edizione; la ricevetti pochi giorni dopo la sua fuga da Roma. – Tu non l’hai conosciuto Carbonara: è un peccato.

– Voleva convertirti anche lui?

Anche lui! Nicoletta volse sorridente a Marco un’occhiata furfantina:

– Non ci sarebbe riuscito – rispose.

Era il momento buono per Rizzabarba di battere sul complimento:

— Dipende dal missionario: c’è quello che in cento prediche non toglie un ragno dal buco, c’è quell’altro, più fortunato, che batte le palpebre e vibra nel cuore d’una donna il colpo della grazia come un colpo di fulmine.

La Naim, arrovesciato una seconda volta il capo all’indietro per cercare con gli occhi avidi gli occhi di Nicoletta, prendendole le mani e intrecciandosele sul petto quasi per tema che le sfuggisse, mormorò:

– Friscka!

Nicoletta la baciò sui capelli.

– Cosa c’è nell’aria? – tirò innanzi Rizzabarba, pel quale la pantomima delle due donne non era passata inavvertita e aveva pure notato il sussulto di Marco – più o meno in questo tempo attraversiamo tutti una fase di misticismo nevrastenico; è un carattere del secolo agonizzante. Non parlo di me; Claudio Priol, per esempio, che si è ecclissato press’a poco da ogni civile consorzio, non dico che ora logori in ginocchio il lastrico delle chiese, ma a furia d’andar sempre a braccetto con un cronista dell’Araldo romano o di frequentare solamente gli arcifanfani delle società clericali, presto presto lo vedremo arcifanfano anche lui, in San Pietro con tanto di candela.

Nicoletta non gli badava, intenta a moineggiare coll’amica. Quando venne ambasciatore il greco Diamantopoulos a pregarla di tornare al piano e cantare una canzoncina, una sola e poi l’avrebbero lasciata tranquilla, tanto per chiudere la serata, si rifiutò; pure gli altri la chiamavano insistenti, pure la duchessa venne a supplicarla; non acconsentì, di malagrazia, se non dopo il ripetuto invito di quell’altra:

– Va, canta,

Non bastavano l’angoscia d’una speranza inafferrabile e il tormento d’un dubbio, le calunnie di ignoti, il disdegno e l’abbandono dei confratelli: anche lo smacco in pubblico ci voleva! Guardatelo il cavaliere dalla triste figura, inchiodato sopra una scranna da un paio d’ore, fiacco e imbecille, senza il coraggio eroico di muoversi nè di parlare, coll’amarezza nell’anima, più amara di qualunque amarezza. Che gli serve a lui il suo ingegno, il suo studio, quando non trova argomenti per rimbeccare le bestemmie atroci e insulse d’una femmina e levandosi in atto di protesta non è nemmeno capace d’imitare l’esempio del povero pastore metodista? lo suffraga assai la gloria d’avere nell’albero genealogico una lunga filza di crociati, ammiragli, cardinali e su tutti dominante un famoso Papa, nell’archivio le pergamene d’investitura e di signoria del ducato di Massa, e per sangue materno contare un parente almeno in ogni battaglia, tra i fedeli del Re, da Verneuil alla Vandea! – Che gli giova d’essersi accinto con purezza d’intenzione – e Dio ne è testimonio – al riscatto d’una creatura, quando costei, in pubblico, dinanzi a lui e alla gente che ride, non sa far altro che buttarsi nelle braccia d’un’adoratrice del demonio?

– Va, canta!

Disse l’onorevole Venceslao, nel mentre Nicoletta si accompagnava sul pianoforte:

– Questa canzone io la conosco…. non le parole, ma il ritmo bizzarro…. non è bizzarro questo ritmo? non le sembra, marchese, che abbia come le parole qualche cosa di selvaggio? Certo l’ho udita quando fui in Ungheria e nei paesi slavi. Dev’essere una canzone serba o montenegrina.

Era la stessa, nello stesso salotto già cantata un mese prima dalla Brancovenu madre.

Jek, ta dui, ta trin, ta stâr,

Tirno muy me ciumidâv,

Jekvvar gudro ani tut,

Mi pirani, ta trin sciut.

Ma dove, ma quando nelle remote lontananze della memoria si era assopita per lungo intervallo di tempo cotesta cantilena che un mese fa impensatamente si svegliava colle sue cadenze barbare e le sue aspre sillabe, richiamando in confuso una tristezza di giornate lente, associandosi allo spasimo di un dolore supremo?

– A che cosa pensate? – domandò la Naim a Marco Cybo.

Per curiosità letteraria delle strambe strofette, Rizzabarba era andato a mischiarsi all’altro gruppo.

Yakti dui kalè iakkai

Muklion mara guglia dai,

Kehez gulè ta kalè,

Oda manghe kampilè.

Ed ora, a poco più d’un mese di distanza, colla ripetizione del canto la stessa reminiscenza che torna, e sempre più fitta la nebbia, e una smania addosso, irresistibile, di riandare il passato, giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto, fnchè non comparisca un barlume. Si direbbe questa reminiscenza, così lontana, così scura, il vaticinio dell’avvenire. Superstizioni! da quando in qua è lecito a un cristiano collocare le sue credenze in simili stoltezze? eppure Dio si serve d’ogni voce: anche questa potrebb’essere ammonimento…. o annuncio di castigo.

Terza strofa ed ultima, grazie al cielo:

Matchin puta mi parnò

Kalion dusta ta djavò,

Kehez parnò ta gulò,

Oda manghe kampilò.

Gli ascoltatori applaudivano, gridava forte Rizzabarba:

– Marchese, si unisca a noi, preghi la signorina di non rifiutarci il bis, almeno d’una strofetta: a tanto intercessor nulla si nega.

– Ebbene, marchese, a che cosa pensate? – ripetè la Naim per impedirgli a Cybo di muoversi e tornata affabile come in principio – mi sembrate triste: volete scommettere che io indovino?

– Siete la Sibilla – egli replicò rassegnato, le labbra tinte d’un pallido sorriso d’ironia, poi tosto si riprese – no, baronessa, ve ne scongiuro, non vi occupate di me. Pensavo alla povertà della mia memoria; una sciocchezza; mi son fitto in testa d’averla già ascoltata questa canzoncina bislacca, e non so rammentarmi dove nè quando. Una sciocchezza, vi dico.

Erano palesi nella sua voce, nei suoi gesti, lo sforzo della disinvoltura simulata e il desiderio di togliersi al supplizio di quel colloquio.

– All’alba vi rammenterete – profetizzò la pitonessa – voglio che vi rammentiate! – soggiunse con voce forma di domatrice, e un istante dopo, tutta compunta d’indulgenza – siete geloso…. non so di chi, ma la gelosia vi tormenta; se amate Friscka, perchè non verreste con noi a Firenze? guardatemi bene in faccia: perchè non verreste?

Egli la guardava, gli occhi di lei lo travolgevano, acuti, penetranti nell’anima.

Il momento fu breve, chè nell’imminenza di prendere comiato i pochi ospiti rimasti si scostarono dal pianoforte, taluno venne a salutar la signora, e Marco ne approfittò per liberarsi, sbalordito. Nicoletta si era rifiutata di concedere il bis: non ne valeva la pena, ostinavasi a dire, uno strambotto amoroso, senz’altro merito all’infuori di quello d’essere perfettamente sconosciuto; era poco probabile che Rizzabarba l’avesse udito nelle piazze o nei caffè d’Ungheria: parole e musica appartenevano a una tribù di zingari che non usciva mai dalle montagne della Transilvania e parlava un linguaggio tutto suo, barbarissimo, anche incomprensibile alle altre tribù di zingari, slavi: yek, ta dui, la trin, ta stâr…. uno, due, tre, quattro, tre volte ti ho baciato la bocca, bella mia, una volta dolce come il latte, e tre volte amara: yekvar gudro ani tùt, mi pirani, la trin sciùt.

– Mi pirani, ta trin sciùt! – replicò, profondamente convinto, l’Ecclesiaste Venceslao.

Nel discender le scale Nicoletta si era attaccata al braccio di Marco e gli aveva susurrato a mezza voce:

– Perdonatemi!

Marco la supplicò:

– Non andate a Firenze…. non andate insieme alla Naim!

Desolata preghiera, umile preghiera tra i singulti del cuore, più generosa d’un perdono. Ella subito non rispose, strinse forte in segno di gratitudine il braccio di lui contro il suo, appoggiandosi come assalita da improvvisa stanchezza di innamorata, e le guizzava un tremito lungo il braccio. Se avesse accondisceso!

– ….non andate insieme alla Naim!

Disse, quand’erano già in fondo sotto il portone e bisognò separarsi:

– Ho promesso d’accompagnarla.

– Trovate una scusa…. un pretesto qualunque….

– Ho promesso d’accompagnarla.

Inflessibile. Si separarono.

– Rimarrò a Firenze appena due giorni o tre – ella aggiunse per mitigare con altra promessa la crudeltà del diniego.

Parecchie vetture aspettavano. Nello scambio cerimoniale dei saluti, la Naim ebbe per Cybo una preferenza:

– Buona notte, marchese. Ci vedremo domani? rinnovo la proposta: volete esser nostro cavaliere nel viaggio? anche Friscka vi desidera, siate compiacente…. almeno per Friscka.

E siccome era lui il più vicino, fu lui che allo sportello, mendicando non so se un ringraziamento o una scusa, le offerse il braccio per aiutarla a salire e ne ebbe l’ultima stretta di mano. Rimasti soli, Cybo e Rizzabarba si avviarono verso piazza dell’Indipendenza, anch’essi in cerca d’una vettura che li conducesse a casa.

Opposta strada, l’onorevole abitava nei quartieri alti dell’Esquilino, ma tanto si era appiccicato ai panni di Marco da non volere staccarsene a niun patto se non sulla porta della Minerva. Lasciamo i complimenti da banda; prima delle tre o le quattro non si ritirava mai, vizio cardiaco, inguaribile, faceva venir le ore piccole da Aragno o in qualche redazione di giornale, e così tutte le notti gli fosse toccata in sorte la compagnia d’un gentiluomo come il marchese Cybo, invece dei soliti giornalisti, cantanti, mecenati o dilettanti.

È perfettissima usanza, allorchè in parecchi si esce da una serata, istruire processo ai padroni di casa e agli intervenuti, e nella stitica lode e nell’abbondante biasimo proferir giudizi, i quali in fondo son sempre di mormorazione. Manco a dirlo, non uscì Rizzabarba quella notte dalla consuetudine, però, bontà sua, lasciati i minimi che il pretore non cura, tra i massimi aveva le sue buone ragioni d’opportunismo per dare alla baronessa Naim la palma del privilegio. Durante quarantott’ore averle fatto la corte non significava esserne incapricciato; l’aveva studiata e conosciuta: una febbricitante di vizio, in perpetua questua d’un giocatolo nuovo da rompere; conferenze religiose? miracoli? polvere negli occhi; se leviamo qualche fenomeno spiritico dei più volgari, non c’era in tutta Roma un cane che avesse assistito alle meraviglie tanto strombazzate da certi satelliti. Ma veniva adesso il bello: non era lei la baronessa Naim, l’autentica, la celebre Naim, la missionaria fanatica dei due mondi, la taumaturga, quella di cui parlavano da trent’anni i giornali inglesi e americani, in un viaggio di ritorno da Filadelfia conosciuta sul battello dal nostro senatore Tommaseo; era la figlia di quella; il famoso miracolo inesplicabile della gioventù imperitura diventava una ciurmeria da saltimbanco; morta la madre alle Indie, la figlia, approfittando della rassomiglianza meravigliosa, ne aveva assunto la personalità ed era comparsa in Europa, spacciandosi come ringiovanita per virtù magica, favorita del dono di non essere molestata dal precipitare degli almanacchi.

Se ne sarà poi confessato, ma scrupoli o non scrupoli, questi non impedivano a Marco di metter bocca nel discorso e aggiungere la sua approvazione. Rammentava assai bene quanto aveva detto Tommaseo circa la morte della Naim, sapeva pure che lo stesso Tommaseo nel trovarsi faccia a faccia con la sua pretesa compagna di viaggio, era rimasto perplesso, dubitante se fosse lei o non fosse, e nel salutarla, avendole rammemorato il loro primo incontro a bordo e la traversata e le lunghe discussioni metafisiche insieme a un’altra matta del medesimo stampo, con tutta la sua onniscienza ella era caduta dalle nuvole. Ma finchè si trattava d’un’impudente mistificazione, peggio per chi ci credeva; molto più grave era il fatto asserito da Rizzabarba e in confuso dal pastore Samsöe, cioè che cotesta avventuriera, pellegrinante per mandato d’una sètta femminista americana, celasse istinti innominabili sotto la scorza ciarlatanesca dell’occultismo. E purtroppo, per certe equivoche attinenze, Rizzabarba era sicurissimo di ciò che affermava.

Tanto sicuro, diceva lui, che se fosse stato nei panni del questore l’avrebbe sfrattata su due piedi, anzi voleva parlarne subito al questore; e siccome siamo tutti uomini, Marco Cybo compiacevasi d’udirlo, ora segnatamente che nutriva la fiducia di vederlo tornare all’ovile, e passati a poco a poco in tutt’altro argomento, si sforzava d’ascoltarne le querimonie sulla crisi edilizia minacciante: non era il caso d’allarmarsi, una città come Roma avrebbe scongiurato il pericolo, ma frattanto, in grazia d’alcuni farabutti che avevano abusato del credito aperto, costruttori e industriali stentavano ogni settimana a raggranellare quei pochi soldi da pagar gli operai. Per esempio, lui, Rizzabarba, deputato da tre legislature, socio in una fabbrica di laterizi benissimo avviata, possessore d’un capitaletto discreto e di brave terre negli Abruzzi, se domani avesse avuto bisogno d’una somma, mettiamo d’otto o diecimila lire, gli sarebbe toccato ricorrere alla firma d’un amico.

In piazza della Minerva, sul punto di separarsi:

– Marchese mio, dovrebbe farmi un piacere: conosce lei il commendatore Tanlongo, direttore della Banca romana? non importa, lo conosco io, siamo amici; egli sarebbe disposto a togliermi da un piccolo imbarazzo momentaneo…. se lei mi fissa per domani un appuntamento, andiamo insieme alla Banca…. non si tratta che d’una pura formalità burocratica, senz’ombra di rischio….

Marco esitava.

– ….lo stesso commendatore Tanlongo mi ha manifestato il desiderio di fare la sua conoscenza…. ha letto tante volte sui giornali cattolici il nome del marchese Cybo…. e lei troverà una persona…. una persona veramente…. già, in politica e in religione la pensa come lei, e poi d’una tale squisitezza di modi…. e in materia d’affari d’una tale….

– Quanto le occorre? – generoso e fiero nella sua debolezza, interruppe il marchese Cybo.

XVIII.

Il sogno e la vita.

Una carrozza nel parco. Senza dubbio il medico che deve arrivar da Parigi. La carrozza si avvicina, corre sulla sabbia del viale grande, si ferma dinanzi al portone d’onore del castello. Come tutte le mattine, l’abate entra nella stanza, in punta di piedi. Dev’esser più presto del solito; si direbbe che egli non sappia risolversi a svegliare chi dorme. Non dormo, non dormo! Finalmente apre le imposte. È l’alba. Piove? il cielo è color di ferro, la luce triste non vuole entrare nella stanza. Piove.

Scendiamo in cappella. Ho freddo, batto i denti dal freddo nel venir giù per la scaletta a chiocciola di servizio dai mezzanini al piano nobile e da questo al piano terreno. L’abate ha fretta, corre innanzi col lume e mi tocca seguirlo a tentone. Anticipa la celebrazione della messa quotidiana perchè mia madre possa assistervi, nel mentre il medico di Parigi, che ha viaggiato l’intera notte, è andato a riposare, prima di recarsi al letto dell’infermo. Chi sa da quanto tempo mia madre è già al suo solito posto, presso la balaustra dell’altare, in ginocchio, aspettando e pregando.

Anch’ io, nel servire la messa, faccio ogni sforzo per pregare con fervore, ma le distrazioni mi assalgono; ho il cuore stretto da un’angoscia come di paura. Ho freddo. L’oscurità della cappella non mi è mai sembrata così tetra, nè così lugubre come questa mattina la voce bassa del sacerdote; rispondo, e la mia voce non mi sembra più la mia voce solita. Quattro candele all’altare, due sulla mensa, due rischiaranti la statuetta di Nostra Signora di Lourdes: ma se volgo gli occhi alla Vergine con intenzione ferma di supplicarla, l’imagine bianca si nasconde, sparisce dietro una nuvola giallastra, e non vedo più se non le due fiamme vacillanti che si alzano, si abbassano, s’incrocicchiano. Forse son le lagrime che mi offuscano la vista.

Ma non piango; prima di cadere, le lagrime sono già secche, bruciate. Tra il Sanctus e l’Elevazione il rumore di passi dei domestici e dei contadini che entrano alla spicciolata e si raggruppano in fondo nelle ultime panche, è cessato; tutti pregano; sento che un sol pensiero ci unisce tutti in una sola preghiera e tutti quanti pensiamo all’uomo venuto da Parigi: è lui che deve dare la sentenza di vita o di morte, dentr’oggi, tra un’ora!

Recito il Confiteor. Mia madre, sotto il velo amplissimo, si accosta per la comunione, insieme a due cameriere. Non so se è inavvertenza mia o un tremito della mano: volendo accendere la torcia alla lampada del Sacramento, questa si spegne d’improvviso; piombiamo nelle tenebre; una delle cameriere, la più giovine, inginocchiata sui gradini della balaustra, manda un urlo, stramazza.

Dopo tanti anni, dai primi dell’adolescenza ad oggi – tanti, per chi non ha celebrato ancora il giubileo del suo battesimo – come mai, non evocati da uno sforzo di volontà e di memoria, sorgono spontanei dal passato siffatti particolari e nella loro successione si riaffacciano alla mente, limpidi, precisi, con tutta la loro crudeltà ripigliando dall’inizio una litania di giornate dolorose? Subitamente scomparsa fin da allora ogni traccia delle impressioni momentanee, ora pure svanito il ricordo delle circostanze, pochi mesi l’avevano cancellato, ed oggi, tornate vive le impressioni, tutte le minime circostanze tornate presenti come in uno specchio, l’anima è di nuovo fanciulla.

Se sognasse? non sogna. Le due coscienze si alternano, quella del passato e quelle del presente, ma la visione lucida della realtà non si arresta; il corpo dorme, ma l’anima è vigilante.

Penosa vigilanza dormire e saper di dormire; sapersi lungo e disteso, inerte, e non aver potenza nè volontà di muovere un dito o d’aprir gli occhi; pensare dormendo, invece di sognare.

Siamo a tavola. Il celebre dottore parigino, dell’Istituto, come mi ha detto l’abate, e medico dell’Imperatore e dell’Imperatrice, è seduto a destra di mia madre: un uomo piuttosto vecchio, alto, sbarbato, molto meno rebarbativo di quanto m’immaginavo, tutto cerimonie e complimenti. Somiglia a un ritratto di Lamartine, che ho sempre visto appeso al muro nella biblioteca, in riga con Giuseppe De Maistre, Chateaubriand, Montalembert. Quantunque sia medico dell’Imperatore, mi piace e gli voglio bene, dopo aver saputo in gran confidenza dal maestro di casa che diede non solo buone speranze, e avevamo torto d’essere quasi atterriti per la sua venuta, ma assicurò la guarigione e precrisse assolutamente un viaggio in Italia. Anch’io andrò in Italia, vedrò l’Italia, il nostro palazzo di Genova…. in fin dei conti, sono anch’io italiano e voglio conoscere la mia patria.

C’è pure a tavola il medico curante, che viene ogni giorno da Tourouvre a Beaumesnil, spesso due volte al giorno, e non ha saputo far altro che metterci addosso la paura d’un pericolo imminente. Non posso soffrirlo: un imperialista! alla presenza di mia madre si guarda bene dall’aprir bocca, ma se si trova un momento solo coll’abate, è una discussione continua, e siccome ha la voce più forte dell’abate, caricando d’improperi Pio IX e il conte di Chambord, finisce per aver sempre ragione lui. L’altro giorno, davanti a me, credeva che io non ascoltassi perchè fingevo di leggere la mia grammatica latina, ebbe l’impudenza di dire: se il marchese Ademaro, italiano com’è e buon liberale, amico dell’Imperatore, non passasse più di sei mesi dell’anno lontano dalla Francia e segnatamente non fosse ridotto di salute com’è ridotto, voi altri in castello non alzereste tanto la cresta contro le libertà nazionali, non fareste tanti tridui e tante novene per la caduta dell’Impero e il ritorno dei vostri stupidi gigli.

Fossi stato due dita più alto di quel che sono! I ragazzi non hanno voce in capitolo. Mi convenne tacere, buttai con impeto il libro sulla tavola e uscii dalla stanza, irritato, senza neppur rispondere all’abate che mi richiamava. Con quale diritto questo signore manca di rispetto, in faccia a me, alle opinioni della mia famiglia? mio padre non è francese, ma se lo fosse, anche lui sarebbe realista, e lui pel primo è glorioso delle nostre memorie tinte di sangue fedele. Dalla sua bocca ho imparato la storia del conte de Limoëlan, avolo di mia madre, implicato in una congiura ai tempi del Terrore, e che insieme alla contessa De la Fonchais, nostra zia, salì il patibolo, come Maria Antonietta rifiutando l’assistenza d’un prete rivoluzionario; fu lui, mio padre, che magnificò cento volte la fedeltà di mio avolo Chateau-Ponsac, comandante delle Guardie del Corpo, che accompagnò a Cherburg il re Carlo X e al momento dell’imbarco per l’esiglio gli consegnò, in ginocchio, lo stendardo bianco del reggimento.

Ma a colezione stamattina mi piglio la rivincita: il professore, che aveva osservato nella sala rossa il ritratto grande a olio del conte di Chambord, espresse a mia madre la sua ammirazione per l’opera d’arte, e il suo collega di Tourouvre, voltatosi verso di me, in aria sardonica mi domandò se sapevo chi era Chambord; gli dissi: è il re di Francia, ma non è il mio re, perchè io sono legittimista italiano, come mio padre.

Tutti quanti risero della battuta, applaudirono, mi portarono ai sette cieli. Mia madre sola non rise; non son più avvezzo a vederla ridere.

Ah! le sue lettere di questi giorni, così piene di tristezza! l’ultima sua lettera così dolorosa, nella quale indovina che per la prima volta suo figlio non è sincero con lei! Trascorse il tempo e l’ha ricondotta alle giornate di spasimo. Se credeva d’aver pianto in cappella tutte le sue lagrime, tutte ai piedi della statuetta di Nostra Signora di Lourdes, suo figlio si è affrettato a disingannarla.

Perdona a tuo figlio, povera madre: ritornerà; anche lui ha sofferto: ritornerà. Nella visione dei tuoi occhi dolci che non hanno mutato mai, dei tuoi capelli bianchi e delle tue mani bianche di giovinetta, della tua persona esile e stanca che si consuma nell’adorazione come una lampada si consuma dinanzi al Santissimo Sacramento, svanisce dalla memoria l’imagine d’ogni altra donna.

L’eterna sigaretta accesa tra le labbra, una montagna accanto a lui di giornali francesi, italiani, tedeschi, altri spiegazzati per terra, altri sparpagliati sulle seggiole, mio padre non abbandona più la sua camera nè la sua poltrona a sdraio, se non per scendere una mezz’ora in giardino quando c’è un po’ di sole, portato a braccia da due servitori e trascinato in carrozzella.

Mia madre ed io quasi sempre l’accompagniamo nella breve passeggiata. È taciturno; se parla, non si lagna dei suoi patimenti e non discorre volentieri che del nostro prossimo viaggio in Italia, fisso nell’idea di voler restaurare da capo a fondo il nostro palazzo abbandonato di Genova, ma spesso, tutto ad un tratto, gli si intorbida la memoria, confonde i nomi e i luoghi o non riesce a trovare quello che cerca; allora diviene pensoso, non ci ascolta più, ammutolisce.

A stento possiede l’uso delle braccia. Colla sua barba bionda che gli incornicia il volto, accurata, profumata, la bella testa conserva l’aspetto giovanile. Sia abitudine, sia tenace proposito di voler resistere, egli non tralascia le sue raffinatezze d’eleganza nella persona; il suo crucio è di non lavarsi mai abbastanza le mani e non fa che lavarle continuamente; gli accade talora a metà d’un discorso d’interrompersi per contemplarle, esaminarle a lungo in tutti i sensi, come se una macchia o molte macchie improvvise gli fossero apparse sulla pelle, inasprito se non gli si reca subito l’acqua appena la richiede.

Da anni i sei mesi di campagna che soggiorniamo a Beaumesnil preferisce ripartirli tra Vienna e i nostri possedimenti d’Ungheria. L’ultima volta giunse inaspettato, dopo un solo mese d’assenza; nè lettere nè telegrammi. Un tempo, ad ogni suo arrivo, una festa di regali per mia madre, per mia sorella, per me, questa volta nulla; era agitato, cupo; ripartì per Parigi il secondo o il terzo giorno; durante tre settimane non ci scrisse una riga; mio zio Armando lo ricondusse, già agguantato dal male; sembra che una notte la pattuglia dei gendarmi l’abbia arrestato vagabondo nel bosco di Vincennes, delirante.

Ha bel dire il famoso professore dell’Istituto che quanti medici furono chiamati a consulto dal principio ad oggi non capirono nulla della malattia o ci spaventarono senza motivo. Giunge ogni sabato e riparte la domenica sera. Ha bell’assicurarci che si tratta d’un attacco nervoso passeggero, garantir prossima la guarigione: ahimè! nessun indizio di guarigione, purtroppo! il tempo passa, nessun indizio. Nasce il dubbio che, per una stolida pietà egli voglia ingannarci, oppure egli solo non abbia occhi, accecato da Dio.

La cameriera giovine, quella che una mattina in cappella, al momento della comunione, stramazzò svenuta, assalita da convulsioni, è la sola persona da cui mio padre acconsenta d’essere servito e è lei tra i domestici quella che gli sta attorno indefessa, lo assiste con maggiore sollecitudine. Per disgrazia, ebbe ieri un secondo accesso, terribile, nel mentre gli porgeva da bere. Il dottore la dichiarò epilettica; si dovrà licenziarla; ma fu atroce l’impressione di spavento che mio padre risentì, per qualche minuto trovatosi lui solo, faccia a faccia con quella creatura che si contorceva, si dibatteva sul pavimento, la schiuma alla bocca e le pupille stralunate.

Il delirio non tardò a sopraggiungere. Parole tronche, lo sguardo atterrito; vedeva nel delirio qualcuno che avrebbe voluto soccorrere; gridava nel delirio: è morto?… è morto?… agitava lo braccia per svincolarsi da chi lo teneva; quali altre parole proferiva? tedesche? so che io non le comprendevo: tremavo e battevo i denti, esterrefatto. L’abate volle condurmi via; mi ribellai.

È morto, l’abate. Ero in collegio quand’è morto a Orléans d’una tisi galoppante. Un bravo prete, raccomandato a mia madre dal suo vescovo, monsignor Dupanloup; figlio di campagnuoli, non certo un’arca di scienza, ma alieno da qualunque intrigo, semplice ed umile nella sua pietà. Professava per mia madre e pei Chateau-Ponsac una devozione estatica che avrebbe raggiunto il sacrifizio della vita e nel mentre, forse fin troppo, compativa alle mie birichinate, non sapeva ammettere che io mi dicessi italiano. Leggeva assiduamente l’Univers, il suo profeta ed oracolo era Luigi Veuillot e ne divideva gli sdegni e i preconcetti non soltanto contro la rivoluzione italiana, ma in genere contro l’Italia, contro tutto ciò che era italiano, al punto che da un viaggio a Roma tornò scandalizzato dei prelati romani, e ne scrisse a Veuillot, senza conoscerlo affatto, una lettera di desolazione.

Non si dava pace della loro elasticità nel saltare a piedi giunti ostacoli che egli riteneva insormontabili per precetto divino: non rubare…. non dir falso testimonio…. – Lo spirito gallicano, che pizzica più o meno di giansenismo, intacca ancora oggidì il prete francese e assai facilmente suscita in lui lo scandalo del peccato dove peccato non esiste, pure, in questo momento, mi lascio anch’io tentare da un impulso che ha qualche cosa di iracondia o di astio: ho torto, ho torto, ma perchè volle ingannarmi monsignor della Stanga, lui, coll’abito che porta, usando un volgare sotterfugio? da quali conseguenze mi avrebbe preservato se fosse stato sincero! non mi rassegno: da nessuno, tanto meno da un sacerdote rivestito d’un’alta dignità, non meritavo di esser preso a zimbello. E quelle reticenze sulla tragica morte del principe Brancovenu? caduto da cavallo o ucciso in duello, che ne importava a me, che allora venivo come messo mandato e fino a pochi momenti prima ignoravo l’esistenza d’una famiglia Brancovenu? poichè dalla bocca di lui non ero degno d’apprendere la versione autentica, inutile farmela sospettare, a me che non c’entravo per nulla, a furia di mezzi termini o con un’aria lugubre da catafalco.

Inutile!?… monsignor Della Stanga non è uomo da parlare a caso nè da sciupare il tempo in

discorsi inutili: certo aveva in mente il suo scopo determinato nell’usarmi una specie di violenza per trattenermi oltre i limiti della consuetudine ad ascoltare un triste capitolo di romanzo.

Non so perchè, il ricordo di quell’ostinazione è un chiodo rovente nell’anima mia; il pensiero di quella morte misteriosa d’uno straniero che non ho mai conosciuto nè visto, mi fa rabbrividire come se fossi coinvolto nell’assassinio.

Lo vedo, l’assassinato! voglio svegliarmi! so che è illusione del sogno, eppure lo vedo a terra…. boccheggiante in una pozza di sangue…. voglio svegliarmi!

Non basta la mia volontà; lo sento: ce n’è un’altra volontà, c’è una forza invincibile che mi mantiene cadavere in questo stato. Fino a quando? sarei morto? pensano i morti e rammentano, come io penso e rammento, nella plenitudine della loro coscienza? aspettano così il giudizio di Dio e dopo il giudizio di Dio l’assunzione o la caduta nell’eternità?

Quanta gente in castello! mio zio Armando e sua moglie, mio zio Stanis, la vecchia duchessa di Montmorency coi suoi due nipoti i fratelli De Maistre che arrivano da Roma, i miei cugini Pietro de Limoëlan e Alberto de la Chevalerie, mia zia la Fitz-James…. tutti venuti per la festa di mia madre: Santa Giuliana. Al mattino gran funzione in cappella: un vescovo missionario del Tonchino, colla barba bianca, di passaggio al castello dei Montmorency, poco discosto da noi, m’impartisce la cresima. Infiammato dal suo discorso, nel quale rammenta dall’altare i suoi venticinque anni di vita apostolica tra gli infedeli, i pericoli corsi, le immense fatiche, il martirio di parecchi suoi compagni, prometto a Gesù Cristo, ora che da pochi istanti son suo soldato, di dedicarmi a lui nell’apostolato della fede.

Non ho visto da un pezzo mio padre così raggiante. Del malessere che l’aveva colpito quando eravamo ancora tutti a Parigi e lo rendeva d’un umore tetro, non esiste più traccia. Per diversi giorni di seguito rende con magnifica cordialità gli onori di casa ai suoi ospiti: dispone il lunch nel boschetto dei tigli e l’illuminazione fantastica nel parco, dirige il giorno dopo le corse dei cavalli con ostacoli e corre anche lui, organizza la caccia al cervo nella foresta di Saint-Luc.

Riesce stupenda la caccia: tutti a cavallo, uomini e signore. È la prima a cui piglio parte: sul mio poney, la giubba rossa, il berretto di velluto e il fucile ad armacollo. Galoppo a fianco di mio zio Stanis, che mi ha preso sotto la sua vigilanza. Abbaiano i cani, squillano i corni da ogni parte. Si galoppa a precipizio in mezzo al frastuono senza veder nulla, si galoppa come ubbriachi nella vertigine. Il cervo! chi sa dov’è il cervo? chi l’ha visto? La foresta trema, le fanfare dei corni son più fragorose, l’urlo dei cani incessante. Mi fermo per prender fiato: Stanis non è più con me, son solo.

Scorgo a breve distanza tra gli alberi un uomo coricato; impossibile che dorma; smonto, mi accosto: un uomo ancor giovane, vestito in modo curioso da pellegrino…. è svenuto. Non so far altro che fargli inghiottire un sorso di cognac dalla borraccia che ho in tracolla. Si rianima a poco a poco: fu buttato a terra e calpestato dai nostri cavalieri; ha il volto pieno di lividure, si scopre il petto e le braccia sanguinolenti. Mi racconta che viene dalla Brettagna; era paralitico; gli apparve la Beata Vergine, lo guarì istantaneamente, ingiungendogli di recarsi a Roma a piedi elemosinando, visitare i principali santuari di Francia e d’Italia, e giunto a Roma, manifestare al Santo Padre un gran segreto. Io gli domando: quale segreto? e lui: non lo so; quando sarò in presenza del Santo Padre la Buona Vergine me ne farà ella stessa la rivelazione e mi inspirerà ciò che dovrò dire. – Rimango attonito, compreso di riverenza per un uomo così privilegiato da Dio nella sua povera santità; lo tempesto d’interrogazioni, e Lourdes e la Salette, e in ragionamenti divoti conversiamo d’altri esempi miracolosi avvenuti in tutte le parti del mondo, tanto che mi scordo della comitiva. – Fattosi lontano, lontanissimo, ora ogni strepito è cessato. Uno dopo l’altro, di qua e di là, giungono a spron battuto, trafelanti, vari cacciatori mandati sulle mie tracce; al rendez-vous de chasse tutti sono inquieti per me, tutti quanti per cercarmi si son dispersi nella foresta. Voglio far accompagnare in castello il pellegrino, dove sarà medicato delle sue ferite e troverà asilo per questa notte, ma egli si rifiuta. Mi dice con mestizia nel lasciarmi, e veramente non capisco cosa intenda di dire: povero fanciullo, vi hanno già coperto di rosso perchè non si veda il sangue?

Pare che sia un pazzo. Verso sera, venendo la cavalcata nella festa clamorosa del ritorno, mia madre e la Montmorency in mail-coach, all’uscire dal bosco lo scontriamo, attorniato da una folla inferocita, urlante, che lo spinge e lo percuote. Si vocifera che abbia predicato in paese il castigo di Dio imminente, la guerra e l’esterminio, la Francia sconfitta, invasa dai prussiani, a ferro e a fuoco. Stentiamo a liberarlo, sotto la nostra protezione lo conduciamo fino alla porta del castello, ma non vuol saperne d’entrare; dichiara che ha fatto voto di non metter piede, durante il pellegrinaggio, in niuna casa signorile, e poichè alcuno tenta di trascinarlo a forza, si afferra alle briglie dei cavalli, dibattendosi, chiama in soccorso l’arcangelo San Michele. Sembra che riconosca mio padre: nel trambusto gli si pianta dinanzi per intimargli quasi minaccioso: lasciatemi libero! poi s’inginocchia e lo supplica: pregherò per voi, pregherò la Buona Vergine Maria che vi tenga e vi protegga nella vostra famiglia; non ascoltate chi vi chiama in paesi lontani, è la voce della morte! le spade son cieche, rompete la vostra spada! – Che linguaggio è questo? pretendono tutti che si tratti d’un pazzo o d’un allucinato e si discorre di farlo rinchiudere in un manicomio; l’abate va più in là: non solo non vuol credere alle apparizioni della Vergine, di cui il pellegrino si vanta, nè alle sue fosche predizioni, ma lo giudica volentieri un farabutto che trova il suo tornaconto a trafficare sull’umana credulità, a costo di qualche sassata.

Eppure se al farabutto o al pazzo gli avesse dato ascolto il mio povero padre, ho fede che tutt’altra sarebbe stata la sorte. Venendo con noi da Parigi sulla fine d’aprile, era fermamente deciso di non muoversi quest’anno da Beaumesnil, vagheggiava per l’estate e l’autunno i più lieti progetti d’ospitalità, aveva cominciato a metterli in atto nei festeggiamenti per mia madre, ed ecco l’improvvisa risoluzione di partire. Ignoro se lo chiamassero i continui telegrammi che riceveva da Vienna: forse. Era addolorato nel lasciarci, d’una tristezza affettuosa e rassegnata, come se obbedisse a un destino. Lo accompagnammo in carrozza alla stazione di Tourouvre; tutto il tempo tenne sulle ginocchia mia sorella, che l’abbracciava stretto e gli diceva: papà…. papà, non partire! Anche noi avevamo il cuore soffocato da un presentimento di sciagura; per consolarci egli ripeteva che sarebbe tornato presto…. e tornò dopo un mese, in quello stato!

Appena ci conosce, non sempre; quando gli conducono mia sorella ed ella vorrebbe arrampicarglisi in braccio, il più delle volte, accarezzandola, chiede se è la figliuola d’Armando. Rari sono gli intervalli di coscienza perfetta o quasi, dal giorno che lo spettacolo dell’epilettica, avvenuto sotto i suoi occhi, lo atterrì; le fughe istantanee della memoria e le assenze dell’intelletto si moltiplicarono, divennero più lunghe, finchè ormai aspettiamo con ansia quotidiana e troppo presto vediamo di nuovo svanire i brevi momenti di lucidità. Non fuma più, non legge più, o se dà di tempo in tempo un’occhiata a qualche giornale, non si raccapezza nella politica e medita sugli annunzi della quarta pagina. Parla con molto sforzo e gli mancano i vocaboli. Spesso mi racconta, nelle sue ore buone, d’aver preso parte alla rivoluzione d’Italia, d’aver combattuto contro gli Austriaci in Lombardia e a Venezia; più tardi, quand’era a Pietroburgo al servizio del governo piemontese, d’esserne stato pagato d’ingratitudine da un ministro e averne ricevuto nell’amor proprio un torto così crudele, che non volle rassegnarsi nè rimpatriare mai più. Discorre con me come se io fossi una persona grande e molte cose non le capisco e ad un tratto cambia il francese in un linguaggio che dev’esser tedesco; parla tristamente, evitando ogni allusione al suo male, salvo nell’affrettare, coll’ardente desiderio, il giorno della partenza per l’Italia. Ma nelle ore tetre, quando non ci riconosce, quando tace e mormora frasi inconscenti, tedesche per lo più, o canticchia sottovoce, è uno schianto vederlo senza pensiero, cogli occhi immobili dove la luce dell’anima non traspare…. e noi implorare uno sguardo e non ottenerlo, chiedere invano la carità d’una parola che ci risponda….

L’abate non fa che ripetermi: figliuolo mio, volgetevi al Sacro Cuore di Gesù….

Dio è sordo. Non c’è più speranza. Il medico di Parigi non vien più, altri medici famosi si son chiamati da Parigi e da Londra, ne giungono sempre di nuovi, tutti crollano il capo e finiscono per dir tutti lo stesso: non c’è più speranza.

Un andirivieni continuo di parenti, d’amici: corte bandita, se non fosse la costernazione della casa; per quanta gente abbiamo a tavola, il mattino e la sera, i pasti sono silenziosi, brevissimi. Armando e Stanis si danno la muta di settimana in settimana; la duchessa di Montmorency, vecchia e zoppa com’è, non tralascia un giorno di visitar mia madre, soventi si ferma fino a notte tarda, con grande giubilo dell’abate che è sempre il primo ad andarle incontro, glorioso d’offrirle il braccio e lungo le scale servir d’appoggio alla figlia di Giuseppe De Maistre, rimanere con lei in salotto a ragionare d’alta politica.

A me non lo dicono, ma indovino che l’importante politica della duchessa è quella d’adempiere all’ufficio di cui volle assumersi il peso per zelo di carità cristiana, ossia predisporre adagio adagio l’infermo alle cose dell’anima, senza che egli lo sospetti: nel momento propizio va a sederglisi accanto, lo intrattiene e lo svaga coll’abbondanza inesauribile dei suoi ricordi, non lo stanca e non lo tedia, ha l’accortezza di farsi desiderare.

È un suo segreto com’abbia saputo cogliere destramente l’opportunità d’avviare il colloquio sull’argomento scabroso. Si attende per domani il padre Dechaux, gesuita, chiamato per telegrafo; segno che il confessore fu accettato o per lo meno, poichè il nostro abate non conta, siamo certi che l’apparizione del prete nella stanza non porterà il terrore con sè. Ascolto la duchessa che dice a Stanis: è uomo di mondo il padre Dechaux: sapete che fu ai suoi tempi segretario d’ambasciata prima di farsi gesuita; era intimo amico a Pietroburgo del marchese Ademaro, poi varie volte si sono incontrati a Parigi non so dove e l’uno e l’altro rinnovarono sempre con piacere la vecchia amicizia.

Il gesuita è arrivato con Armando il giorno successivo a quello in cui era aspettato, con nostra meraviglia vestito in abiti signorili da borghese, senza dubbio per delicato sentimento d’ammorzare la prima impressione. Troppo tardi: mio padre lo riconobbe, si abbracciarono, ma ravvisandolo, per uno scompiglio di idee lo tramutò nel suo cervello con un altro dei suoi amici di gioventù, ostinandosi a parlargli in tedesco e irremovibile nella fissazione di voler essere compreso a qualunque costo. Non valsero i ragionamenti a persuaderlo dell’errore, nè l’offerta delle prove nè il rammentargli i preliminari che ebbe con lui la duchessa circa la venuta del padre Dechaux.

Da allora in poi il francese è sparito del tutto dalla sua memoria. Apposta per lui si è fatto venire un servitore alsaziano che parla tedesco e serve da interprete. Quante volte gli entra nella stanza il gesuita, rimasto qui fiducioso in un repentino risveglio, se mio padre è soccorso da un barlume di ragione lo accoglie benevolmente, però non è punto dissuaso dalla sua prima idea, tenace a vedere in lui tutt’altri che il padre Dechaux, e questi per compiacenza non tenta nemmeno più di contraddirlo. Racconta l’alsaziano sotto il sigillo del segreto al maestro di casa, che viene subito a riferirmelo, che facendo da dragomanno ne impara delle belle: secondo l’infermo, quel bravo sacerdote che dice tutti i giorni la sua brava messa in cappella, non sarebbe che un chirurgo esimio di Vienna; il signor marchese gli canta in musica: perchè ostinarvi così a non volermi parlar tedesco? e batte e ribatte lo stesso chiodo: le spade son cieche, vanno quasi sempre a ferire chi non ha colpa, ma voi perchè non salvarlo quell’uomo? la colpa è mia, io sono lo scellerato, ma voi perchè non salvarlo?… dovevate salvarlo a qualunque costo!…

Il padre Dechaux è partito, la Montmorency è partita.

E così le settimane passano, lente, dolorose. Nevica. Sotto l’oppressura del cielo plumbeo si allarga intorno a noi la malinconia bianca della neve.

E così a poco a poco, ridotto in una solitudine che il nostro affetto non consola, mio padre ha perduto l’ultimo raggio dell’intelletto. L’ultimo! Le desiderate intermittenze, per quanto rare e brevi, non si affacciano più, mai una domanda nè una risposta nè uno sguardo o un segno di volontà; canticchia, inerte, gli occhi di vetro rivolti sempre al di là delle vetrate, fissando la campagna bianca nel suo squallore, senza accorgersi di noi che lo assistiamo trepidanti; per ore ed ore canticchia sotto voce, sempre la stessa, una cantilena ignota…. sempre la stessa…. iek, ta dui, ta trin, ta stâr….

Mi rammento! ma dove l’aveva imparata il mio povero padre cotesta canzone di Nicoletta Brancovenu?

XIX.

Marco Cybo si svegliò, balzò a sedere sul letto, afferrandosi alle coltri, non ben sicuro d’aver riacquistato il possesso di sè medesimo. La cantilena selvaggia gli ronzava nelle orecchie, ma non cesellata dall’arte e dalla grazia d’una voce fresca femminile, bensì errabonda sulle labbra d’un paralitico idiota. A lunghe strisce penetravano da alcune fessure nelle imposte i chiarori dell’alba.

Suo primo pensiero: il vaticinio della Naim si era avverato: “domattina all’alba vi rammenterete!” E poi questo, subito: sarà partita Nicoletta? partita colla Naim?

C’era tempo: il treno diretto del mattino per Firenze non partiva che alle 9,35. Nel separarsi gli aveva detto a Marco, quasi mostrandosi afflitta di non poterne secondare il desiderio che ella rimanesse: “ho promesso di accompagnarla” e Marco si contristava di non averla supplicata abbastanza. Colla Naim! Quale stretto legame l’univa a cotesta, donna di nequizia, tanto da non sapersi sciogliere da una promessa inavveduta? E le loro moine, quel nauseabondo tenerume tra donna e donna, sorto da un giorno all’altro, cresciuto repentinamente, viscida manifestazione carnale d’una familiarità non consentita da niuna amicizia?

Avrebbe dovuto insistere, Marco. Forse era ancora in tempo. Un’onda d’amarezza gli saliva alla gola e nella sua ignoranza dei peccati non si rendeva ragione che era amarezza di gelosia, che gli bruciava il sangue il sospetto confuso d’una turpitudine. Se davvero per non umana ispirazione si era prefisso la cura d’un’anima, tutti i rispetti umani avrebbe dovuto vincere, affrontare qualunque rischio, ma quest’anima pericolante non lasciarla cadere nell’agguato. Non tanto a lui volevano strapparla, come impedirle di avvicinarsi a Dio: in buona fede, certo, anche Tommaseo era del complotto, e chi sa per quali nemiche suggestioni unendosi alla principessa madre per muovergli guerra, forse favoreggiando l’andata a Firenze, non supponeva di partecipare a un delitto.

Colla Naim! – Se non avessero avuto in mente che di rompere il capriccio amoroso, non sarebbe stata così scempia la baronessa da proporgli a Marco Cybo, o non per formalità lepida o vana, d’esser terzo nel viaggio o nel soggiorno a Firenze; tale dominio aveva conquistato sulla vacillante creatura, che della presenza di lui si sarebbe giovata pei suoi fini, invece di temerla; voleva fargli assaporare tutte le torture e goderne e schernirlo, gloriosa di abbattere coll’amore terreno la fede incipiente nell’anima della vittima, e godere e schernirlo, lui, l’apostolo! – Vi siete ritirato, Signore, per suo castigo da questo ludibrio d’apostolo!

E se egli tentasse ancora e ardisse sfidare il sortilegio della strega? vediamo: se egli accettasse la proposta temeraria? Concordi, le voci intorno lo stimolano: l’orgoglio del buon sangue: va, incede per ignes; avresti paura? lo zelo dell’apostolato: va, c’è un’anima da proteggere e da salvare; il cuore, il povero cuore ferito: va, ella ti abbandona, raggiungila, sei ancora in tempo, non la vedrai più se la lasci partire senza di te! – Ma più forte di queste voci, un terrore nuovo lo agguanta, più desolato della sua stessa sfiducia: le impure tentazioni che da un pezzo si erano assopite nel verecondo supplizio tutto spirituale, si son risvegliate; quante volte gli passa davanti agli occhi l’imagine della Naim, altrettante si rinnova l’assalto formidabile; rammenta le parole di Rizzabarba, rammenta e crede d’indovinare le parole di lei, la fiamma del suo sguardo, l’audacia e il sussulto delle sue strette di mano; l’abborrisce e la desidera d’un desiderio iniquo, ribelle alla volontà, si sente impregnato del suo odore; la scaccia e ritorna; prega, e sacrilega gli interrompe l’orazione mattutina; vorrebbe rifugiarsi nel pensiero casto di Nicoletta, e Friscka si fa innanzi, sfrontata come una sgualdrina, a braccetto dell’altra, cantarellando: yek, ta dui, ta trin, ta stâr….

Entrò il cameriere con due lettere pel signor marchese: una lasciata abbasso ieri sera, pochi minuti dopo che il signor marchese era uscito; l’altra giunta in quel momento…. forse c’era risposta, il groom della pensione Cook aspettava.

— Vada pure, non c’è risposta – disse Marco Cybo appena lacerata la busta – che ora abbiamo? – domandò.

– Le otto e quaranta. Comanda niente il signor marchese?

– No, grazie.

Aveva già disuggellato l’altra lettera: di ritorno a Roma la vigilia, il padre Albis gli rammemorava semplicemente, come a voce già aveva fatto il padre Cornoldi, la muta degli esercizi spirituali che si sarebbe iniziata quel giorno alla villa Sabina nelle ore pomeridiane; poche righe, non calde esortazioni nè severi ammonimenti, quasi un avviso sacro da diramarsi tra i fedeli prescelti; soltanto in ultimo un versetto suggestivo e consolatore: ibi est locus refugii a facie inimici, abluitur quidquid aliunde contractum est et inquinatum.

Marco rilesse il biglietto di Nicoletta, o meglio la frase unica scritta in furia col lapis, forse di nascosto, manifestamente sotto l’impulso d’un’ispirazione o il terrore d’un pericolo: “pour l’amour de Dieu, trouvez-vous ce matin à la gare, avant le départ du train”. Senza firma. Un grido supremo implorante soccorso.

Non c’era da esitare. Ogni controversia acquetata, scomparsa ogni paura, fu pronto in un attimo, uscì e in carrozza, per la via più sollecita, alla stazione. Il tragitto non gli parve mai tanto lungo. Cocchiere, sferza! E più il cocchiere accelerava, più era lenta la salita di Magnanapoli e via Nazionale interminabile. L’idea di non giungere in tempo gli toglieva, flagellandolo, la percezione dell’opera sua imminente, quando si fosse trovato al cospetto delle due donne: quali ostacoli gli si sarebbero parati dinanzi e come sarebbe riuscito a superarli, quale novità e quale resipiscenza avessero determinato il pentimento improvviso di Nicoletta e il suo messaggio in questua d’aiuto e perchè si recasse alla stazione se aveva mutato consiglio, tutti pensieri che balenavano e sparivano a guisa di lampi; essere là, lui, essere là, non vedeva altro, non si cruciava d’altro, come se fosse bastata la sua presenza a scongiurare il crollo dell’universo.

Ma appena sceso e posto piede nell’atrio si sentì barcollare, la sua timidità lo riprese, tutta la sua debolezza gli si rivelò. Eccolo giunto: ed ora?… o se la Naim gli fosse venuta incontro lei per la prima? – Poca folla nell’atrio; immobile sotto una delle porte d’ingresso, abbracciando agevolmente coll’occhio l’intera sala e fatto certo che le due viaggiatrici non erano peranco arrivate, provò come un brivido d’allegrezza: buon segno: piacendo a Dio, si poteva argomentare da cotesto indugio che avessero deciso altrimenti; senonchè, neppure a farlo apposta, l’orologio lassù in alto, sempre inesorabile nella sua corsa vertiginosa, questa volta aveva una pazienza da santo e camminava a passi di tartaruga; circa venti minuti mancavano all’ora della partenza, esuberante margine d’aspettativa e d’ansietà.

Non lasciarsi scorgere a tutta prima, rimpiattarsi nell’ombra e tra un gruppo di soldati, in appostamento dalla parte dove il casotto dei giornali forma angolo col Comando militare di stazione, sembrò a Marco Cybo la tattica da preferirsi, dopo essersi munito d’un biglietto d’ingresso. – Verranno? non verranno? Più celere si faceva il martellio del cuore e più forte, quante carrozze si fermavano sul piazzale, quante signore smontavano con borse e sacchi da viaggio: eccole! Non erano esse. – Voi lo sapete, giovani innamorati, com’è tormentosa la trepidazione impaziente d’aspettare chi si desidera, ma l’ansia d’aspettare chi si vorrebbe che non venisse? – Minuti eterni: gli orologi pare che sfidino il precipizio del tempo.

Eccole!

Sono esse questa volta. Aperto lo sportello della vettura, Marco non le ravvisa bene quando scendono attorniate dai facchini che si caricano delle valigie, degli ombrelli e dei scialli: le intuisce, non pensa a togliersi dal suo nascondiglio per andar loro incontro, anzi un istinto lo fa meglio riparare nell’andito del Comando. È finita, sono esse. Nel venire avanti frettolose, Nicoletta ammantata d’una cappa verde scozzese, la Naim d’una pelliccia lunga di martora, volgono il capo di qua e di là in cerca di qualcuno tra la gente, a metà dell’atrio si fermano, poi proseguono insieme a sinistra, un momento spariscono, tornano, sempre esplorando, verso l’ingresso delle sale; qui le attende il groom coi biglietti, la Naim si distacca, è inquieta, entra seguita dai facchini, e Nicoletta rimane sola, in sentinella.

Animo! titubante o no, era tempo per Marco Cybo d’accostarsi. La fanciulla gli aveva scritto implorando aiuto per amor di Dio; quale aiuto? non importa, vedremo: eccomi, avete pensato a me nell’imminenza del pericolo, soltanto all’ultimo vi siete ricordata della mia preghiera e vi cadde la benda dagli occhi; dite, che debbo fare? son pronto!

Questo press’a poco avrebbe esplicato su due piedi a Nicoletta Brancovenu, nella certezza di comparirle dinanzi come l’atteso liberatore, ma quando lo vide, ella gli mozzò le parole:

– Siete qui, finalmente!? vi abbiamo cercato per mare e per terra; dove vi siete nascosto? – gli disse tranquilla e sorridente, e gli porse la mano.

Tranquillissima, quale un paladino non si sarebbe mai sognato di trovar la sua dama, accorso in nome di Dio a liberarla dal basilisco. Egli balbettò stupefatto:

– ….Ho ricevuto il vostro biglietto….

– Appunto, non vedendovi, si temeva che non vi fosse stato recapitato, e la baronessa voleva farmene a me una colpa e quasi se la pigliava con me, non per ridere, sul serio, ve lo dico io!

Che c’entrava la baronessa? – Nicoletta proseguì:

– Invece la colpa era vostra. Siate franco: rimaneste in dubbio prima di decidervi, non è vero? Basta, poichè siete qui, tanto meglio…. – e riconoscente, volse a Cybo un’occhiata indefinibile di soavità, come se gli chiedesse perdono — ma non abbiamo tempo da buttar via, il treno non aspetta – ripigliò, avviandosi verso l’interno – accompagnatemi.

Cybo la trattenne, palpitante, la trattenne colle due mani:

– Proprio…. siete risoluta di partire?

L’ingenuità favolosa della domanda ne superava la tristezza…. Nicoletta fu crudele:

– Attendo che voi me lo permettiate! – rispose con uno dei suoi soliti scatti d’impazienza, forse non sempre volontari, e troppo presto in contraddizione col pentimento fuggitivo di quello stesso minuto.

A bassa voce egli la scongiurò, affrettando le parole, nell’espressione della voce e dello sguardo raccogliendo tutti i singhiozzi, tutte le amarezze, tutte le energie:

– Ascoltatemi…. non andate colla baronessa Naim…. siate buona, ascoltatemi… venite via! mi avete chiamato, son venuto…. son venuto, sicuro che già vi fosse apparsa l’idea del pericolo…. chi è questa donna? sapete chi è questa donna?… non ho diritto nemmeno di consigliarvi, lo so, non posso far altro che pregarvi come vi ho pregato ieri sera…. lasciatemelo dire, pregarvi per quel po’ di bene che forse mi volete…. non andate a Firenze, non andate con la Naim, la promessa fatta poco importa, dimenticatela…. venite via, venite via!

Se avesse accondisceso, Nicoletta!

Ma Nicoletta, sorda, nel frattempo si era incamminata verso il treno e Marco l’aveva seguita supplicando, e sotto la tettoia s’imbatterono nella Naim, che correva alla loro volta da lontano, gesticolante perchè sollecitassero il passo. Tra l’agro e il dolce, ma il dolce vinse quasi subito:

– Tortorelle del paradiso – esclamò – vi faccio i miei complimenti, l’amore non vi ha dato le ali, a quanto sembra; fortuna che in Italia i treni non partono mai all’ora stabilita. Andiamo, ho trovato uno scompartimento tutto per noi e potrete continuar l’idillio, purchè non vi disturbi la mia presenza. – Marchese, mi rallegro di vedervi; buon giorno; vi siete deciso? bravo, ne ero sicura. – E la vostra valigia? – Non ve ne pentirete d’aver accettato il mio consiglio: faremo un viaggio delizioso, noi tre, e a Firenze, siate tranquillo, non vi lasceremo annoiare. – Eccoci: dov’è la vostra valigia?

Erano arrivati dinanzi allo scompartimento, l’ultimo rimasto aperto, sui sedili tutto ingombro di plaids e di borse per incutere ad altri passeggeri un sacro rispetto. Il controllore attendeva:

– Favoriscano i biglietti e prendano posto, si parte.

– Non avete biglietto? – dopo aver fatto salire la Brancovenu, in piedi sul predellino chiese a Cybo la baronessa, meravigliata di vederlo sprovvisto non della sola valigia, e divenuta a un tratto sospettosa più ancora per l’imbarazzo di lui, pallidissimo, che rimaneva fermo sull’asfalto, nell’attitudine grottesca d’un uomo colto in flagrante – non fa nulla, il signore aggiusterà i suoi conti lungo il viaggio – disse all’impiegato.

Costui teneva la maniglia, pronto a chiudere lo sportello, aspettando che il signore si risolvesse.

– Orsù! – gridava la Naim al signore – cosa fate? salite dunque! – e come una pertica al naufrago gli tendeva la mano, colla mimica dello sguardo acceso rincalzando l’invito, nel mentre Nicoletta, nella furia d’affacciarsi anche lei, stentava ad abbassare il cristallo del finestrino.

– Favorisca accomodarsi. Partenza! – più che impaziente, meravigliato, interloquiva il controllore.

– Partenza! – le voci dei guardiafreni annunziavano, vicine e lontane.

(Miseria dello scrivere: ci s’impiega un secolo a raccontar ciò che avviene in mezzo minuto: non erano passati trenta secondi dalla richiesta dei biglietti.)

– Salite!

Fu l’intimazione ultima, vibrante di collera. Marco non obbedì: se un momento vacillò perplesso nella tentazione contro la quale si dibatteva fino dall’alba, il pensiero del proprio avvilimento, qualora egli avesse ceduto, lo soccorse; non si smentisce il buon sangue: la nequizia della donna che lo chiamava, e un recondito abominio negli occhi di lei e la pertinacia crudele di Nicoletta, di Nicoletta gelida e sorda alla sua preghiera, di Nicoletta volubile e bugiarda, non avrebbero avuto potenza di trattenerlo, se l’eredità del santo orgoglio gentilizio gli fosse mancata. Non obbedì, simulando alla meglio, con stentata disinvoltura per salvar le forme, d’aver capito che la baronessa Naim voleva solamente scherzare.

Era già in moto il treno quando lo sportello fu chiuso, e Marco Cybo, a capo scoperto, rimase a salutar le partenti, fermo, finchè non le ebbe perdute di vista.

Non subito, lontano più d’una diecina di metri, il fazzoletto della Brancovenu biancheggiò un istante fuori del finestrino, sventolante in segno d’addio o di promessa. – Troppo tardi!

Crollate, abbattetevi, castelli d’illusione, seppellite nei vostri rottami la promessa di fedeltà, l’addio che annunzia il ritorno. Meglio così: la promessa sarebbe ancora un inganno, il ritorno l’atto secondo della commedia con scioglimento tragico. – Singhiozza pel distacco il cuore lacerato, lo spirito non rimpiange. Fu un’ignoranza l’aver presunto d’interpretare la volontà di Dio alla stregua del desiderio, l’aver confidato in sè stesso e nelle creature, l’essersi camuffato da missionario, disertando altra vocazione, l’essersi illuso di riparare dietro il Vangelo aperto la viltà della carne; ostinarsi, ora che dopo l’allucinazione è venuto il risveglio atroce e benedetto, non sarebbe più l’ignoranza, bensì la volontà del peccato….

Ah! questo spasimo che vi agguanta alla bocca dello stomaco! Camminando storditi come pel colpo d’una martellata sul cranio, ronza nelle orecchie e v’insegue il ritmo della canzone di Friscka, lugubre reminiscenza, pronostico misterioso; a volte pare che si offuschi la vista e traballi il selciato sotto i piedi. L’umanità vile non rinuncia ai suoi diritti, geme per l’abbandono irrevocabile, freme per l’ingratitudine nera e ostinata. Non giova persuadersi che il distacco avvenuto è la liberazione dal maleficio e nella prima chiesa buttarsi sui marmi e ringraziar Dio del miracolo e tutta l’anima offendere in una litania di penitenza, di preghiera e di promessa; non giova; irrompono i fremiti della collera tra un versetto e l’altro del Miserere, gemono i sussulti della passione. – Questo spasimo non mai provato che vi rode, vi soffoca il respiro! negli occhi aridi un bruciore e una sete di lagrime. Pare che unico sollievo sarebbe di rotolarsi per terra, implorando: lasciatemi piangere il mio dolore!

Pioveva a dirotto quando nel pomeriggio, reduce dalla Banca Romana dov’era stato coll’onorevole Venceslao per l’imprudente servizio d’un paio di firme per cortesia, Marco Cybo smontò al cancello della vigna Sabina. Niuno che gli portasse le robe sue; dovette lui, sotto la pioggia, caricarsele umilmente lungo il sentiero che conduce alle falde della collina, poi su pel viale ripido fino in porteria. Almeno un buon quarto d’ora di strada sotto la pioggia battente.

Giunse trafelato, inzuppato da torcere. Non scese il padre Albis ad incontrarlo; un padrino giovine, tutto cerimonioso non ostante la parsimonia d’inutili chiacchiere, gli fece gli onori di casa accogliendolo e accompagnandolo al piano superiore nell’ala nuova dell’Osservatorio ultimamente aggiunta, l’introdusse nella stanza già designata.

Unica richiesta, Cybo domandò notizie di Voltagisio.

– Vive nel giubilo e nel desiderio della prossima morte – levando gli occhi e le mani al cielo, rispose il confratello di Voltagisio.

Un sentimento d’onta, se non piuttosto un terrore superstizioso, trattenne Marco dall’intercedere per grazia d’esser condotto al letto dell’infermo: non sapete certe chiaroveggenze d’agonizzante, che penetrano fino al fondo nel gorgo dell’anima e ne scandagliano tutte le pusillanimità e tutti i rimorsi? Nè chiese di vedere il padre Albis; lasciato solo, trasaliva ad ogni rumore di passi nel corridoio, credendo e temendo d’indovinare chi sarebbe venuto, stava in ascolto se batteva al suo uscio la discrezione conventuale dei due soliti colpi, nell’ansia d’un reo che attende il giudice inquisitore.

Stanco di misurare i mattoni per lungo o per largo, di tempo in tempo si avvicinava alla finestra, appoggiava la fronte contro i vetri e immoto rimaneva, lo sguardo esigliato, la mente gemebonda, in una quasi evanescenza. Pioveva sempre; meno torrenziale, ma ancora tenace l’acquazzone; attraverso le verghette metalliche, fitte fitte, obliquamente flagellanti, null’altro se non una cortina di tristezza plumbea: sparito l’orizzonte romano, sparite le belle lontananze, tante volte ammirate dalle alture di Monte Mario.

E tornando a percorrere su e giù il breve spazio della cella, in quell’ora grigia che la compieta di dicembre e il tempo fosco gareggiavano a rendere più dubbiosa, non finiva d’annaspare nuovi pretesti di discussione colla propria fantasia irrequieta. La mattina, nello scender da Termini, il senatore Tommaseo l’aveva raggiunto presso il Tritone e accompagnato all’albergo, sempre misterioso come il giorno prima, guardingo nella sua studiata loquacità, ma con evidente proposito d’esser capito a volo tra i puntini e i colpi di tosse e mal celando l’insistenza circa la visita alla principessa Brancovenu; sapeva che Nicoletta era partita o piuttosto che la Naim si era trascinata seco Nicoletta, irresoluta fino all’ultimo momento, e spiattellava i torti della figlia verso la madre, le ire reciproche, le scene violentissime tra madre o figlia, e lo spediente preso da questa di fuggirsene via. – Pensava Marco: Nicoletta non aveva dunque obbedito a una suggestione altrui prepotente, bensì a un puntiglio, a un capriccio domestico? in rotta con sua madre! da quando? perchè? Destro a non rivelare il capo d’accusa specifico, Tommaseo le gettava addosso tutta la colpa, severissimo, solo denunciandone gli istinti nomadi e ribelli e la cupidigia della paterna eredità, ma era equanime Tommaseo o non parlava per deliberato progetto, forse a fin di bene? senza forse: egli sapeva, e la corta politica consumava in un’improba fatica di salvamento, da uomo onesto.

Sapeva! e tu, Marco? tentennante dapprima, hai rifiutato il colloquio a cui la principessa Brancovenu ti chiamava, più franca, più leale di te, eppure da gran tempo ciò che ella ti avrebbe detto una voce dei limbi te lo viene susurrando; inafferrabile; non lo sai ciò che ella ti avrebbe detto e ti pare di saperlo, d’averlo già inteso, d’esserne penetrato come da un tossico, e ne senti in bocca l’amarezza acre e il fuoco nelle midolla.

Prorompeva Marco, subitamente invaso dall’ansia d’afferrare il verbo di quella voce che gli sfuggiva: ho tempo ancora!

Ma la notte precipitava.

Conferenza d’introduzione del padre Albis per la prima sera, sul tema rigoroso, stabilito da sant’Ignazio: quanto importi il salvarsi e come forse da questi esercizi spirituali dipenda la mia eterna salute.

Anche fosse stato proclive a stornar la mente e a guardarsi intorno durante la predica, se non altro per dare un’occhiata ai visi nuovi dei suoi compagni di disciplina, dal suo banco Marco Cybo non avrebbe potuto raccapezzarsi nè distinguere i due che gli sedevano allato: giaceva la cappella nell’oscurità, fatta più densa dall’estenuata lampada sacramentale davanti al Tabernacolo, così l’ambiente assorbiva lo spirito, così al di là dello tenebre transitorie brillava lontana come un faro la promessa della luce perpetua. E in quel silenzio e in quelle tenebre la voce grave e ferma dell’invisibile: unde venis? ubi es? quo vadis?

Non ai congregati, a Marco Cybo, a lui solo parlava l’invisibile: non era più il maestro nè il confessore nè il padre; non gli diceva per misericordia: povera anima, tu vieni dal naufragio, ma sei giunta in porto e ti avvii verso la patria; era un trasumanato, veggente nei cuori anche i fenomeni inconsapevoli, rivelatori alle stesse coscienze dei loro segreti laberinti. Diceva in parabola a Marco Cybo: unde venis? dalle torre dei Filistei; Dio ti aveva prediletto costituendoti in Israello suo servo e suo milite, attendeva che tu combattessi per lui, e invece di combattere ti lasciasti sedurre dalle lusinghe dei pochi avversari che per provarti aveva lanciato sul tuo cammino, e, con essi disertasti lo stendardo e la patria; ubi es? in contumacia di Dio e dei tuoi fratelli; sei qui, avvilito, di ritorno perchè i Filistei non vollero più saperne di te; quo vadis? non lo sai; quella prima tentazione che doveva essere nella tua gioventù la prova del fuoco, non l’hai superata, come il pentimento d’oggi non varrebbe a farti vincere la seconda ove l’occasione si offrisse, e il tuo non è pentimento ma rimpianto, e il desiderio ti chiama ancora laggiù, vivo sempre come la speranza d’appagarlo….

Prese le mosse dal capo XIV del libro dei Giudici dove è detto che non ostante gli ammonimenti del padre e della madre, Sansone si invaghì d’una donna filistea e costei dopo il convito di nozze andò sposa a un altro, il predicatore volgeva la parabola a dimostrare l’ingratitudine degli eletti e la loro cecità volontaria nell’abbandono di Dio per le creature; non tanto si indugiava sulla fallacia delle terrestri promesse quanto sulle conseguenze d’una prima ribellione, anche sopraggiunta la grazia: versano sangue le ferite della memoria – diceva crudamente – il disinganno le inasprisce e la penitenza non le rimargina. – Che l’episodio di Sansone fosse stato scelto dal catechista con qualche malizia, non oserei negarlo: spostati ad arte e modificati i termini del confronto, la filistea appena accennata in senso allegorico, emblema di tutte le tentazioni, ma se dai vari stati d’animo dipende l’intelligenza dei simboli, certo ora Marco Cybo che doveva avere tra gli ascoltanti, lui solo, il privilegio squisito d’interpretare la similitudine ad personam.

Padre Albis, da voi cotesto castigo? dalla vostra bocca? l’avete prediletto questo figliuolo, l’avete rigenerato con un secondo battesimo di carità, soccorso in ogni tempo con assiduo patrocinio, ed oggi, perchè infermo è venuto a distendersi ai vostri piedi, vi talenta d’esporre in pubblico la sua miseria al ribrezzo se non al sogghigno di gente estranea?

E uscito dalla cappella e pochi momenti dopo in refettorio seduto a mensa per la cena, tra un vecchio prete minuscolo e un ragazzotto lanternone, Marco era tanto persuaso d’essere stato messo a nudo, che si sentiva zimbello a tutte le frecce della curiosità; non levava gli occhi nella sua umiliazione, non uno fra i commensali che trasgredisse con un soffio l’osservanza del silenzio, e indovinava le loro occhiate, i loro pensieri, il loro silenzio. Quando per l’improvviso spalancarsi d’una finestra sotto un colpo di vento, il suo sguardo s’incrocicchiò con quello dell’avvocato Visdomini che gli sedeva di fronte dall’altra parte del refettorio e rispose chinando il capo a un gran saluto espansivo, lesse sul volto di lui stampata la canzonatura.

Doloroso preludio, non tale da rendergli quella calma nè quell’oblio in Gesù Cristo che la fede gli assicurava, che era venuto a cercare, ubbidiente, e penitente e sperante, nel rifugio delle anime disilluse. – La prima notte fu atroce: l’implacabile insonnia; da ogni parte, sotto tutte le forme, le tentazioni: di collera, d’orgoglio, d’astio, di rivolta, d’abbattimento, di concupiscenza; nelle tenebre l’apparizione dei fantasmi; nel silenzio il ritornello di Friscka; in lontananza quasi un suono spettrale, non modulato da voci o da istrumenti corporei, e piano all’orecchio, il bisbiglio perfido della Naim.

Pregare? sì, pregare, unica arma, unica difesa, ma il salmeggìo latino, errante sulle labbra, si affievoliva di minuto in minuto senza il soccorso della mente, agonizzava, si spegneva; fiducia nell’alba? gran rimedio: in paese nemico, dopo i notturni assalti del diavolo, domani riprenderà da capo la guerra degli uomini, tanto più crudele quanto più clandestina; passerà la giornata, rinnovandosi i tormenti di ieri sera, tra gli attacchi simbolici del maestro e gli scherni dei confratelli, passerà, e da capo la notte, l’orribile notte come questa, come la precedente, interminabile!

Fuggire!? Scacciata, dapprima per rispetto umano degli altri e di sè stesso, molto più per uno scrupolo di coscienza, l’idea, d’affrettare lo spuntar del giorno soltanto per dichiararsi vinto o abbandonare quella casa dove la sconfitta sarebbe stata ignominiosa, si tramutò a poco a poco nell’animo di Marco in un desiderio consolatore. La fuga può essere una codardia, può essere uno stratagemma, qualche volta è un’obbedienza; Dio non pretende l’impossibile: moltiplicando i nemici attorno a un uomo e negandogli le armi per combattere, gli significa palesemente che lo chiama altrove, qui lo abbandona e lo lascia soccombere, sopra un altro terreno lo assisterà.

Il sofisma trionfava dello scrupolo, il desiderio divenne risoluzione: appena l’alba, uscire di sotterfugio dal carcere per evitare ogni intoppo e inutili controversie, partire da Roma subito, quello stesso giorno per Beaumesnil. Annuente, l’imagine della madre tendeva le braccia, sorridevano le lagrime dei suoi occhi. – Mi aspetti? povera madre, eccomi; da tanto tempo mi chiami e finora non ho saputo risponderti; eccomi dopo la burrasca; non temere: vedi? non è nulla, son salvo; un po’ stanco, vicino a te mi riposerò, il capo sulle tue ginocchia. – Oramai niuna forza d’argomento avrebbe scosso il proposito audace, nel quale attinse Marco Cybo tutta l’energia per difendersi dalla moltitudine che lo assaliva, così che il sentirsi rinvigorito fu l’inizio della calma, e la tregenda parve acquetarsi intorno a lui.

Non sempre il dormire porta consiglio: pure avendo finito per assopirsi, Marco era tuttavia fermo nella presa risoluzione quando la campana lo fece balzare. Di già? Tremava e batteva i denti, forse di freddo; forse pel sonno interrotto bruscamente, i suoi occhi vedevano, come un fuoco fatuo, saltare di qua e di là la fiamma della candela. Più presto si fosse sbrigato a scendere in porteria, meno rischio avrebbe corso d’intoppar qualche padre, o peggio di tutti, Visdomini. Affastellò le robe sue, che più tardi un famiglio dell’albergo sarebbe venuto a ritirare, uscì nel corridoio, in punta di piedi. Tremava e batteva i denti, ma non di freddo, piuttosto a guisa d’un uomo che sta per compiere un’iniquità voluta, meditata, e la paura lo invade. Buio pesto. Qui ti voglio: mal pratico del luogo, trovar la strada a tentoni, giungere alla porta senza suscitare l’allarme.

Ascoltò: dal pian terreno, indubbiamente dalla cappella, veniva un susurro di molte voci salmodianti. Non usano i gesuiti la recita in coro delle ore canoniche. Pareva che le voci si approssimassero. Un’altra allucinazione anche questa? Davvero salivano frettolose su per le scale con un crescendo uniforme, gravi e spiccate nell’alternarsi dei versetti. Un chiarore subitaneo riverberò là in fondo, comparvero tosto due lumi, poi due altri, una litania di lumi che precedeva un grande ombrello scarlatto. Era il Viatico.

Quam dilecta tabernacula tua, Domine virtutum!* Concupiscit et deficit anima mea in atria Domini.

Cor meum et caro mea * exultaverunt in Deum vivum.

Marco s’inginocchiò sul passaggio. Non lo vide il padre Albis che sotto l’ombrello recava la santa Pisside nè alcuno dei concomitanti fece attenzione a lui nascosto nell’ombra e curvo.

Quia melior est dies una in atriis tuis * super millia.

Elegi abiectus esse in domo Dei mei * magis quam habitare in tabernacula peccatorum.

E recitando anche lui il salmo che nell’esaltazione della casa di Dio gli rinfacciava l’imminente fuga, austero osservante dell’abitudine di seguire il Viatico allorchè spesso lo incontrava per le vie di Genova, Marco si unì all’accompagnamento. Non sapeva dov’era diretto, il pensiero di Voltagisio non gli balenò se non quando fu al terzo piano, quando fermatosi il corteo, facendo ala, davanti a un uscio spalancato, riconobbe la cella dell’amico.

Sebbene taluni fossero entrati col sacerdote, insieme ai più egli era rimasto sulla soglia. Un padrino in cotta, quello stesso del giorno prima, ora funzionante da accolito, gli fece segno di venire avanti, replicò il gesto e lo sguardo benevolmente imperativi, come ad uno che fosse della famiglia.

– Confiteor Deo omnipotenti…. beatæ Mariæ semper virgini….

Era l’infermo, sorretto da una montagna di guanciali, che con voce estenuata ma limpida e articolando sillaba per sillaba, nel gran silenzio pronunciava la formula della confessione:

– ….mea culpa….. mea maxima culpa….

Le labbra sole, pallide, col lento movimento manifestavano su quel volto pallido la presenza dell’anima, gli occhi erano sigillati, volontaria clausura da qualunque visione che non fosse quella di Dio; non ansante il petto, le mani pallide adagiate sul lenzuolo di qua e di là, in un morto abbandono.

Poichè dall’altarino provvisorio il padre Albis ebbe impartita l’assoluzione e l’indulgenza, si voltò di nuovo, tenendo sollevata l’Ostia sacramentale:

– Ecce Agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi.

Sembrò a Marco che fra le dita del sacerdote l’Ostia si illuminasse d’un’aureola fiammeggiante e d’improvviso dal miracolo dell’eucaristia partisse verso di lui il miracolo della grazia; sentì d’un tratto abbattersi fulminato l’orgoglio che lo teneva dalla vigilia in sua potestà. Era genuflesso al capezzale di Voltagisio: vide – non gli parve – vide, quando il sacerdote si accostò a Voltagisio, staccarsi dall’Ostia ardente una scintilla e venirgli incontro, la sentì sulle labbra, penetrargli nel corpo e nel sangue, trasfondersi nell’anima sua, purificarla, redimerla.

Da una specie di deliquio spirituale non lo scosse il riprendere della salmodia, nel mentre il corteo si allontanava; rannicchiato presso la sponda del letto, schiacciato il viso sulle materasse, lunghi minuti restò in quell’attitudine d’un trappista sopraffatto dall’estasi accanto al proprio giaciglio.

Dolcemente, Voltagisio gli posò la mano sul capo.

XX.

Tra preti e laici, non so troppo se gli esercitandi della vigna Sabina superassero in numero i candelabri ardenti o al più le beatitudini evangeliche. Tutti o quasi, da varie regioni d’Italia erano venuti a Roma per le feste del giubileo di Sua Santità, massime per l’esposizione vaticana alla quale avevano portato il loro contributo come rappresentanti di sodalizi cattolici, e nell’attesa, dopo tanto zelo a profitto altrui per le cose visibili, si riposavano contemplando le invisibili, a profitto dell’anima loro.

Ma se pochi erano e così modesti che la scarsezza non si avvantaggiava, tolto Visdomini, dall’autorità dei personaggi, quest’ultimo aveva più largo campo di mostrar la sua forza e d’estendere il suo dominio – a orecchio portava il nome con sè – pure nella casa delle anime semplici.

Schietta vita monastica, secondo le regole di sant’Ignazio: quattro prediche al giorno, ossia due meditazioni del padre Cornoldi e due istruzioni del padre Albis, messa, ufficio della Madonna, rosario e altre preghiere in comune, formavano, per così dire, la materia esterna e suggestiva degli esercizi, la parte schematica, disciplinata a suon di campana; il vero lavorìo spirituale doveva compiersi durante gli intervalli dai singoli reclusi, nella perfetta solitudine della cella; vietata qualunque lettura anche pia, qualunque occupazione anche a scopo religioso, che non fossero puramente ascetiche; in ogni ora prescritta l’osservanza del silenzio.

Senonchè l’avvocato Visdomini, troppo superiore a simili comandamenti fatti per gli esercitandi novizi, con magnifica disinvoltura si appropriava il detto di san Paolo nell’epistola ai Corinti: omnia mihi licent. Per esempio: usciva e tornava a suo beneplacito, quando gli interessi della Cristianità lo chiamavano a Roma, specie in Vaticano per collocare e disporre i doni della Liguria e accapigliarsi con quella testa barocca di Cantabruna; un’altra: dopo pranzo, fatta la visita al SS. Sacramento, l’obbligo del silenzio mantenuto immutabile, veniva concessa dal programma giornaliero mezz’ora di passeggio nell’orto o sotto il porticato, e lui, con quella gravità taciturna che sapeva d’oracolo, era stato il primo a trasgredire il divieto dei colloqui, sia scegliendo Tizio o Sempronio come uditori privilegiati, sia, più soventi, impiantando cattedra.

Diritti acquisiti d’anzianità: erano oramai vent’anni dacchè frequentava assiduo gli esercizi, a Genova nei conventi di San Giuliano e di Fassolo, a Roma nella casa dei gesuiti di Sant’Eusebio sull’Esquilino, dove ora è la piazza Vittorio Emanuele e prima del ’70 era deserta campagna. Colà appunto, giovinetto, aveva conosciuto rettore il padre Curci famoso, vice rettore il padre Pellico, fratello di Silvio Pellico, si era trovato nè più nè meno con Don Alfonso di Borbone, fratello di Don Carlos, col conte di Trapani, zio del re di Napoli, con Margotti dell’Unità cattolica, col marchese Baviera dell’Osservatore romano, e poi con vescovi e arcivescovi e patriarchi orientali….

Questo diceva una sera, capitato in camera di Marco Cybo dopo l’estinzione dei lumi. Del resto, se al padre Albis non accomodava di vederlo uscire nella mattinata tra la messa e il pranzo, nemmeno a lui nè ai ben pensanti – sia detto a quattr’occhi – accomodavano certe nuove fantasie del padre Albis, che da qualche tempo, predicando in varie città, oltre un rigorismo schietto da giansenista si era messo in vena di sfoderare una dottrina tutta sua circa l’interpretazione del Sillabo. Ortodosso, chi ne dubita? ma i superiori stavano in guardia, anzi – sia detto a quattr’occhi – il padre Cornoldi stava lì apposta per sorvegliarlo.

I trenta minuti sulla digestione meridiana avevano fatto un salto a sessanta, pure dopo cena si era introdotto un piccolo strappo alla regola, così i catechismi laici si moltiplicavano, sotto forma di conferenze a domande e risposte, ricreazioni politico-religiose di palo in frasca. Anzichè tollerare semplicemente, pareva che i superiori approvassero l’abuso; il padrino giovine che fungeva da ministro della casa, si trovava presente ogni volta, però Visdomini colla sua astuzia non era giunto a indovinare se assisteva come refendario del padre Albis o del padre Cornoldi.

Un bravo giovinotto napoletano, ancora studente all’Università, principe o duca di tutti i santi del calendario e perpetuo vassallo dell’interrogazione perpetua, senza accorgersene rappresentava nel gruppo la parte che i francesi chiamano del compère de revue ed è quella di dar lo spunto al maestro:

– Avvocato, che ne pensa della conversione di Léo Taxil? – Avvocato, crede che il Papa finirà per autorizzare i cattolici a recarsi alle urne? – Dove si terrà il prossimo congresso cattolico dell’88?

Questo dei congressi cattolici era il tema favorito sul quale Visdomini ricamava le sue più belle variazioni, dal primo di Venezia nel ’74 al settimo di Lucca nell’87, esponendone le origini, lo sviluppo e gli intendimenti, decantandone i frutti, magnificandone lo guarentigie. Gli trillavano sulle labbra i nomi del conte Acquaderni, del duca Salviati, del barone D’Ondes Reggio, dell’avvocato Paganuzzi, esimi promotori, insieme ai quali, disprezzando l’ipocrisia delle false modestie, si vantava non a torto d’essere stato l’operaio più tenace; alla formula famosa, detta di D’Ondes Reggio, che in ogni congresso è ripetuta solennissimamente il giorno dell’apertura come professione di fede, era stato lui a voler aggiungere l’esplicita dedizione plenaria al Sommo Pontefice, perinde ac cadaver, secondo la legge d’obbedienza della Compagnia di Gesù.

– Molto abbiamo lavorato e ottenuto molto – diceva con quell’aria sua nè modesta nè orgogliosa d’uomo troppo esperto per lasciar trapelare la vanità fatua – abbiamo ottenuto mediante l’opera dei comitati regionali, diocesani e parrocchiali istituiti da noi, il movimento delle masse verso Roma papale e in tre quinti dei comuni d’Italia la maggioranza amministrativa; fondando circoli per la gioventù, asili d’infanzia, società di mutuo soccorso tra gli operai, dei ritrovati moderni e settari ci siamo serviti per combattere colle loro stesse armi i nostri nemici, per opporre all’educazione atea la religiosa e lo spirito vero di carità alla beneficenza massonica. Molto ci resta ancora da fare, forse il più arduo, nel campo della propaganda attiva e dell’economia sociale, ma gli enormi ostacoli non ci incutono paura: vi do tempo dieci anni, quando avremo sovra altre basi disciplinata la nostra stampa politica con criteri moderni e provvisto alla creazione di banche tutte nostre per venire in aiuto delle classi agricole, industriali, manifatturiere; qui vi aspetto!

E soggiungeva, dopo breve respiro concesso non a lui, che non ne bisognava, ma agli ascoltanti perchè esprimessero unanimi la loro approvazione:

– Ho detto dieci anni? dovevo dir cinque, l’esempio del Belgio insegna e offre sicurtà, ma fossero anche quindici o venti, l’avvenire è con noi e non è lontano. Fin dai suoi primordi, vedremo il secolo nuovo sotto nuovi auspici pel trionfo della Chiesa, anche dal lato politico: non sarà Bismark che potrà impedirlo nè il vecchio Guglielmo nè il principe ereditario di Germania, ora agonizzante a San Remo, nè Crispi, nè la massoneria dei due mondi….

– È frammassone Crispi? – interruppe lo studente.

Un abbozzo d’uomo di tre palmi, scarno e giallastro, pelato, d’età indecifrabile, con una calotta unta in testa e sulle spalle una miserrima palandrana verdognola che era stata nera ai tempi del re Bomba, ebbe l’ardimento di rispondere, lui siciliano come Crispi, per l’onore cattolico d’un suo patriota:

– Crispi non è frammassone!

E Visdomini:

– Tanto meglio per lui, ma ch’io sappia, non è neppure avvocato di San Pietro!

Fu una risata tra i presenti, i quali se avevano capito dal tono più che dalla frase l’ironia della botta, nel partecipare allo scherno immeritato non capirono l’esempio di mansuetudine che dava ad essi il ferito, chinando la testa e tacendo.

Visdomini lo conosceva: un illuso, che nella illusione d’un sodalizio creato da lui regnante Pio IX, quello degli Avvocati di San Pietro a tutela dei diritti della Santa Sede, aveva speso la vita e consumato intero il già magro patrimonio; un umile, che nell’umiltà del suo cuore trovava la costanza di soffrire con rassegnazione indefessa quante miserie gli procacciavano tra i suoi contubernali politici la bruttezza della persona e la povertà degli abiti. Signori e monsignori alla lunga erano arcistufi di vederselo capitare nei piedi ad ogni congresso, doverne udire le palinodie sempiterne circa i suoi inutilissimi avvocati di San Pietro, nonchè le più strabilianti proposte; dal canto suo Visdomini aveva con lui una ruggine di vecchia data, non sapeva perdonargli lo scacco subito dieci anni prima nel congresso di Bergamo d’essergli stato posposto per la carica nientemeno di segretario generale, e a chi si meravigliava della scelta:

– Siamo tutti d’una pasta – diceva, in atteggiamento di compunzione levando le mani e le pupille – era presidente a quell’epoca il povero barone D’Ondes, siciliano anche lui, e tra siciliani….

Alle corte, lapidiamolo pure Visdomini, se vi fa piacere, giacchè ogni volta che ci è comparso davanti l’abbiamo visto sempre in una luce così farisaica da meritargli le sassate, tuttavia non traetene scandalo per gongolarne, voi gli impeccabili dell’opportunismo spregiudicato: Visdomini è cugino germano dell’onorevole Rizzabarba e degno d’aver imparato con voi altri alla medesima scuola, certo – non so di voi altri – con maggior profitto di lui, temporalmente parlando.

Genti pie, non traetene scandalo per fulminarmi addosso le saette dell’ira. – Un ambizioso speculatore si introdusse nelle vostre file militanti recando la volpe sotto l’ascella, carpì tutti i suffragi di stima, di simpatia, d’ammirazione, è uno dei vostri marescialli; voi dite: fosse anche vero, la carità e la prudenza avrebbero consigliato a un cristiano di nascondere certe macchie, invece d’esporle allo scherno dei nemici, alle scempie chiose dei pusilli. – Potrei difendermi, protestando la rettitudine delle mie intenzioni: non mi credereste, e vi applaudo: aria vecchia sopra una chitarra sdrucita; piuttosto, a titolo d’ammenda, voglio scongiurarvi: siate intelligenti, voi che leggete questo libro; essere intelligente significa saper leggere addentro, oltre la vernice dei fatti: non è il libro delle battaglie d’un’anima in tentazione?

E comprenderete il perchè di certi personaggi.

Un telegramma da Firenze a Marco Cybo giunse il domani della partenza di Nicoletta Brancovenu. Gliel’aveva recato il padre Cornoldi che andando tutte le mattine agli uffici della Civiltà cattolica, volentieri si era offerto di ritirare per lui alla Minerva la posta quotidiana.

“Hôtel Pfauen, Lungarno. Ne vous dis que ça: dove sei, dove sei quando t’aspetto? Souvenez-vouz.”

Pensiero di gentilezza, affettuoso richiamo d’un verso di stornello, udito sulla via Appia da due mattutini erranti verso le Catacombe, in bocca d’un carrettiere.

Non interveniva Marco Cybo ai geniali catechismi. Una specie di resipiscenza l’aveva persuaso come la prima sera fosse stato ingannato dall’imaginazione quando nei suoi compagni aveva creduto di ravvisare altrettanti inquisitori del Sant’Uffizio che non si occupassero che di lui e scorgere le beffe nel sorriso dell’avvocato, pure, dopo i pasti preferiva svignarsela e tornare alla solitudine della cella o recarsi al capezzale di Voltagisio.

Troppo spesso e con troppo dolce mestizia lo ammoniva Tomaso da Kempis di guardarsi dalla superfluità delle chiacchiere.

Soltanto una volta, all’uscita dalla cappella essendo stato preso sotto braccio da Visdomini che voleva in faccia agli altri più della cortesia esagerare con lui la familiarità, quasi senza avvedersene si era trovato nel crocchio. Burrasca in aria, quel giorno: non lo studente solo, press’a poco tutta la compagnia, effervescente di scandalo, teneva pronta la stessa domanda:

– Avvocato, ha sentito stamattina il padre Albis?

Queste le parole unanimi; in sostanza il tono voleva dire: siamo noi pazzi o è diventato pazzo il predicatore?

Nell’istruzione del mattino, ragionando sulla Fede, a un dato punto il padre Albis era uscito in una filippica delle sue contro il falso cattolicismo puramente politico di certuni, zelantissimi nell’esercizio d’opere esteriori e pompose, grandi alfieri del Papa come del Sillabo, in realtà non credenti nel Sillabo e non credenti nel Simbolo, non devoti al Papa nè a Gesù Cristo. E aveva soggiunto: in bocca di costoro tale oltraggio riceve l’appellativo di cattolico, la cui santa nobiltà è sfruttata per mire d’ambizione o d’avarizia, che nasce il dubbio se non sia opportuno tornare a quello primitivo di cristiano, fatto glorioso dal sangue dei martiri.

– Ebbene, avvocato, ha sentito stamattina il padre Albis?

Invece di dolersi delle stangate, giovava molto a Visdomini fingere in pubblico d’approvarle sulle spalle altrui, magnificando la rude franchezza del gesuita, solo permettendosi di non dividerne in tutto gli apprezzamenti così pessimisti nè la conclusione, certo un poco troppo arrischiata:

– ….del resto, signori miei, quel luminare dell’episcopato francese che fu monsignor Dupanloup potè trascendere quando a torto stimmatizzò Luigi Veuillot in quella polemica dolorosa che tutti sappiamo, ma trascendere nello zelo per desiderio di luce e di verità, come oggi appunto il nostro padre, costituisce un errore meritevole di rispetto, per non dirlo magnanimo.

Domanda obbligata in chiave:

– Chi era Luigi Veuillot?

Benissimo, quella che Visdomini aspettava per aver mezzo d’incamminare il discorso sopra altra via meno scabrosa; così dal vescovo d’Orléans e dal direttore dell’Univers gli era stato facile il salto a un capitolo d’erudizione sulle origini in Francia del cattolicismo liberale:

– Ecco, ecco la vera forma d’ipocrisia che bisogna combattere, la piaga da estirpare anche in Italia, dove molti laici e alcuni del clero e purtroppo alcuni vescovi si lasciano abbindolare dalle dottrine francesi. Che Montalembert e Lacordaire abbiano indietreggiato davanti al precipizio d’uno scisma, nel mentre il loro ispiratore Lamennais si dichiarava ribelle a Roma e sacerdote apostata, maturando l’impenitenza di Tertulliano, nessuna meraviglia per uomini di talento del loro stampo; che da Federico Ozanam sia stata fondata la Società di San Vincenzo de Paoli e Montalembert nei suoi scritti e Lacordaire dal pulpito abbiano strenuamente propugnato la causa della Fede contro lo scetticismo, ragione di più per deplorare nella loro eloquenza tanto sfoggio di libertà e di progresso non secondo la dottrina della Chiesa, e nell’opera loro l’intento nefasto di conciliare la Chiesa colla rivoluzione.

Fatti e nomi se non del tutto sconosciuti all’uditorio, per lo meno assai vagamente imparati e dal maestro esposti ad arte sotto le tinte che gli sembravano più opportune per travisare la verità. Rompendo tardi il silenzio, Cybo si era provato a discutere, a difendere con calore di neofita i suoi apostoli, ma ci aveva guadagnato la commiserazione dei presenti, e appena solo, tutta la vanità gli era apparsa di coteste accademie, inquinanti il suo rifugio.

Lasciatelo solo; è un orso; la vostra compagnia, i vostri colloqui gli danno fastidio. Non è venuto quassù a godere cinque o sei giorni di vacanza in una lieta illusione della vita monastica, è venuto coll’aria deprofundizzata d’un trappista a metterci addosso la pelle d’oca. Superbia? malinconia di scrupoli? il suo caro padre Albis dovrebbe lui levarglieli dalla testa, gli scrupoli! Appunto: Visdomini, l’uomo prudenziale fin troppo, non vuol che si dica, ma, sottovoce, che differenza fate tra il padre Albis e il padre Curci? la stessa audacia, le stesse eresie; anzi: a vergognarsi dal pulpito d’essere cattolico il padre Curci non è mai arrivato, eppure ai primi fumi i superiori l’hanno messo alla porta, senza complimenti.

Lasciatemi solo. Non vedo Roma dalla mia finestra a settentrione; dinanzi a me, in alto, la macchia dei cipressi di Monte Mario, tetra; in basso, parodia d’obelisco, il fumaiolo eruttante d’una fornace. Chiuso l’orizzonte, le alture scomparse, non vedo che la campagna grigia verso Ponte Molle, in questi giorni, dacchè siamo arrivati, sepolta sotto una cappa di nebbia e di tristezza. Il freddo mi assidera. Credete che io mi ci goda in questa solitudine?

Voi posdomani uscirete di qui nella letizia del Natale, nell’impazienza ilare d’una settimana di aspettativa tra i pellegrini venuti dai due mondi ad assistere in San Pietro il primo giorno dell’anno nuovo alla messa di Papa Leone, del quale annunzieranno le trombe d’argento il giubileo; io, se uscirò con voi al mattino, prima di notte sarò già lontano da Roma.

Lasciatemi solo. Beati voi che negli intermezzi vi fate visita l’un l’altro per ammazzare il tempo! Scarse e fuggitive queste ore che decidono la sorte della mia eternità, col desiderio le moltiplico, le trattengo, le voglio per me, tutte. Non è Voltagisio che me le usurpa, non è il padre Albis, se anch’io mi concedo lo svago di qualche visita e batto alle loro porte perchè la mia cella è sconsolata.

Da Firenze nuovi telegrammi erano giunti; tra gli altri:

“Friscka très-malade. Arrivez donc.”

Al solito, niente firma. Questo, successivo, fu l’ultimo:

“In nome mio ministero scongiuro carità cristiana vostra signoria partire subito soccorso creatura inferma anima e corpo. – Dante Cavalcanti, sacerdote.”

Diceva Marco al padre Albis, singhiozzando i gemiti della sua viltà:

– ….e se fosse vero?…

E inginocchiato presso la sponda del letto, a Voltagisio, quand’erano soli, protendendo le mani:

– Tu sei forte, porgimi le tue mani, chè io le baci e mi afferri a te e mi trasfondano un poco della tua fortezza. La prima mattina pensavo di fuggire, tu mi hai trattenuto con uno sguardo; ero quasi sicuro di me stesso, credevo d’averla vinta la prova del fuoco ed eccomi ripiombato nell’ansia e nel dubbio. Non lasciarmi; gli ultimi carboni accesi da superare, mi atterriscono; Gabriele, non lasciarmi, perchè io sono in procinto di fuga se non mi fai prigioniero colle tue mani!

Povere mani, che non avrebbero sollevato un fuscello, giacenti e bianche sulla bianchezza del lenzuolo, come due vittime svenate! Consentivano, abbandonandosi, al desiderio febbrile, s’intrecciavano piamente con quelle dell’amico, forte catena di soavità, più forte d’ogni violenza, più soave d’ogni lusinga.

– Taci, non faticarti, intendo ciò che vuoi dirmi, dal moto delle labbra l’ho già indovinato – Marco si affannava supplichevole, allorchè gli squarciavano il petto a Voltagisio, durante il colloquio della consolazione, sanguigni impeti di tosse e gli mozzavano in gola le parole – è mia la colpa; riposati adesso; vedi? vedi, Gabriele? io son calmo; per te, nel tuo abbraccio tutte le mie paure si dissiparono…. – e Voltagisio affranto, in abbandono sulla catasta dei guanciali, qualche minuto rimaneva senza voce tra un attacco e l’altro, ma nel sorriso indefettibile degli occhi l’anima forte e placida vigilava; parlavano gli occhi: non angustiarti per me; attendo ancora una speranza che non sia immortale? invoco da Dio un miracolo che perdoni alla mia giovinezza e scampi queste mie ossa?

Invocare un miracolo! Signore, poichè la morte scherniva tutti i giorni l’infermo o no aveva compassione, si affacciava sulla soglia e nascondevasi dietro l’uscio, poichè i ripetuti vaticini del medico “non arriverà a domani!” erano smentiti ogni giorno, Signore, sarebbe stata la temerità delle temerità arguire contro l’umana certezza un pronostico di speranza e invocarlo noi quel miracolo, invocarlo, pretenderlo, come a Lourdes la folla pei suoi moribondi, come pel loro moribondo, le tre femminucce singhiozzanti abbasso in cappella ai vostri piedi?

Erano a Roma la madre e le sorelle di Voltagisio – Voltagisio l’ignorava; a suo fratello, tenente di cavalleria, che le aveva precedute e fino all’alba rimaneva a vegliarlo tutte le notti, perentoria proibizione dei medici e dei padri gesuiti di fargliene cenno. Erano accorse da Belluno, sapendo che la clausura inflessibile non le avrebbe lasciate penetrare mai al di là del portico e della cappella fino a Gabriele nè vivo nè morto, ma rassegnate, ma più che da una speranza assistite dalla fede certa nel miracolo, dalla fede nella loro fede.

Pochi mesi prima erano state a Lourdes in pellegrinaggio, quando da Roma le notizie dell’amato, sempre più scure di settimana in settimana, trapelavano già il veleno d’un lugubre annunzio, e colà il rinnovarsi di guarigioni istantanee sotto i loro occhi, tutti i giorni, tra i clamori, le lagrime, le litanie della moltitudine prosternata davanti alla grotta, le aveva accese d’entusiasmo, convertito in ebbrezza d’aspettazione lo schianto dei loro cuori. Tante volte, come un osanna irrompente da mille petti, le aveva percosse il grido: “miracolo! miracolo!” e in piena luce il miracolo era apparso così sfolgorante, che la credenza in esso non solo proclamava semplicemente la verità, ma per poco non costituiva il diritto d’ottenerlo.

A Lourdes o altrove, che importa? Gesù Cristo non fallisce alla sua promessa: chiedete e vi esaudirò. Parla di Lourdes il Vangelo? non c’è più che la grotta di Bernadette al mondo per testimoniare il regno delle divine misericordie?

E venute a Roma, parecchie volte al giorno facendo e rifacendo il cammino tra Monte Mario e una delle estreme vie dei Prati di Castello, la più prossima, dove si erano installate presso una famiglia operaia nell’unico caseggiato allora esistente, occorreva l’autorità del padre Albis per indurle a non rimanere alla vigna in preghiera anche la notte. Umili e calme: nè strepiti nè atti di desolazione tragica, non verbose discussioni se qualche padre, o più spesso l’avvocato Visdomini, accostandole nell’atrio, tentava esortarle cristianamente, prepararle al risveglio dalla loro vertigine.

Tutte tre in fila passavano come ombre, cancellate contro il muro, sparivano dietro la cortina della cappella. Raro che il tenente le accompagnasse. Un gran velo sulla faccia, tutte tre somiglianti nella forma dimessa e nel colore umiliato degli abiti, anche nella statura piuttosto alta; pure il portinaio, che le vedeva entrare e uscire a varie riprese e in qualunque ora della giornata, a discernere la madre dalle figlie sarebbe stato dubbioso.

Una volta che Marco Cybo si trovò per caso sul loro passaggio, il tenente Filippo, che era con esse, volle presentarlo:

– ….un mio vecchio compagno di collegio a Monaco; tu, mamma, devi rammentartene del marchese Cybo: più che compagno, l’amico e il fratello di Gabriele….

Rigida accoglienza a tutta prima, forse pel timore d’aver che fare con un secondo Visdomini, il quale si fosse creduto in obbligo di ripetere per cerimonia le fredde esortazioni e i magri conforti, imbalsamati d’arroganza cattedratica; ma quando intesero un assai diverso linguaggio, timido, schiettamente commosso, che alimentava la loro fiducia invece d’abbatterla, le signore Voltagisio si rabbonirono; a poco a poco diffusero una gentilezza squisita nelle loro parole dall’accento veneto spiccatissimo, gentilezza di riconoscenza e di simpatia, quando furono persuase d’aver trovato l’affinità d’un’anima mistica.

Da allora bastò che vedessero Marco Cybo per corrergli incontro, attorniarlo, trattenerlo, se all’uscita dall’oratorio non era lesto a sparire. Volevano da lui i crudeli ragguagli che Filippo dimenticava o taceva per proposito, le parole, i desideri, i sospiri, gli strazi dell’infermo, ansiose le poverette donne d’esser presenti almeno in ispirito all’agonia e numerarne i minuti, gaudenti come d’un santo diritto di soffrirne anch’esse le torture.

– Glielo dica a Gabriele – supplicavano – glielo dica che siamo a Roma. Filippo non vuol saperne, non capisce, come non lo capiscono i medici nè i superiori, che di vederci nella sua stessa casa con gli occhi del cuore, a due passi da lui, venute apposta per lui, sarebbe per l’ammalato una grande consolazione.

E la madre:

– Ne ho fatto sacrificio di quel mio figliuolo quando volle lasciarci a tutti i costi, ero pronta a vederlo partire missionario per l’India, per l’America, a non vederlo più…. ma mi sono rassegnata non perchè il Signore se lo pigliasse così presto; sbaglierebbe il Signore se volesse pigliarselo! un santo di più in Paradiso: grazie! in Paradiso ne ha già un subisso di santi!

Inutile contraddirla.

– Me ne appello a lei – soggiungeva la madre, incoraggiata dal silenzio – non è vero che pei tempi che corrono, i santi rendono più gloria a Dio sulla terra, in carne e ossa, predicatori, professori, confessori, facendo opere di carità, che a passeggiare in cielo sulle nuvole? ed è per questo che noi abbiamo fede nel miracolo…. ma che miracolo! lei m’insegna che per Dio miracoli non ce n’è, a lui tanto costa lasciar morire una creatura d’accidente o dopo quarant’anni di paralisia, come farla guarire in un attimo. Lei è stato a Lourdes?

Marco accennò di sì col capo.

– Ha visto quante guarigioni? tutta gente spedita, malattie terribili d’ogni specie; il padre Albis, se gliene parlo, cambia discorso, non so se sia come Filippo che vuol vedere per credere – cambia discorso; pazienza! io e lo mie figlie, che abbiamo visto, non diciamo altro al Signore: Signore, figuratevi d’essere a Lourdes!

Una delle sorelle mordeva il freno, la più giovine; parlava poco, ma una collera aspra contro chi le vietava d’approssimarsi al letto di suo fratello moribondo, le veniva sulle labbra. Era lei che insisteva di non lasciar Gabriele nell’ignoranza della famiglia presente a Roma, e due o tre volte tirando Marco in disparte, lei sola, a quattr’occhi, sembrava dalla convulsione dei gesti che volesse commuoverlo.

Visdomini se n’era accorto di siffatti duetti e bontà sua l’aveva presa pel verso di dar la baia a Marco in metafora:

– Abbiamo meditato un capitolo del Cantico dei cantici, stamattina?

Oppure:

– San Benedetto e santa Scolastica, san Francesco d’Assisi e santa Chiara, san Francesco di Sales e santa Giovanna di Chantal…. questi sono esempi da imitarsi, massimo durante gli esercizi! non è vero, marchese?

E altre simili. Senonchè la vigilia di Natale, tornato quasi a notte dalle sue corse in città, grondante acqua e imbrattato dalle calcagna ai capelli, piombò d’un salto nella stanza di Cybo. Non più in vena d’umor faceto, quantunque un momento prima, entrando, la signorina Voltagisio l’avesse pregato di dire al marchese che essa l’attendeva nel vestibolo.

Fatta subito l’ambasciata senz’ombra d’ironia:

– Le reco i saluti del cardinale Schiaffino; abbiamo discorso a lungo di lei, anzi da parte di Sua Eminenza le comunico ufficialmente il desiderio che voglia lei incaricarsi dell’indirizzo pel ricevimento papale della rappresentanza ligure; io avevo espresso il dubbio che essendo sulle mosse per la Francia….

– Infatti ho intenzione di partire domani.

– Vuol proprio lasciarci? nell’imminenza della solennità che si prepara? – anche gli occhi interrogavano ma in altra guisa dalla voce, fissi, penetranti il segreto negli occhi di Marco – certo non si piglia una determinazione così grave senza averla prima ponderata, tuttavia il cardinale non dispera…. se le istanze del cardinale fossero tanto efficaci….

– Ringrazio Sua Eminenza! ho già scritto a mia madre e domani parto – affermò l’ingenuo, brusco per tagliar corto, credendo di liberarsi.

– Non parliamone più; solamente le assicuro che sarà un gran dispiacere per noi tutti il giorno dell’udienza non vedere con noi in Vaticano il nostro marchese.

Fervorino d’obbligo che sarebbe stato di chiusa molto bene, se Visdomini non avesse avuto in testa un suo certo chiodo:

– Procurando io stesso di lusingarmi – continuò dopo la solita pausa inseparabile da ogni fervorino – sapevo benissimo purtroppo che lei non si sarebbe lasciato smuovere; lei non è mica una banderuola; stabilisce: quel dato giorno partirò, e quel dato giorno s’imbarca, andasse a rotoli il mondo! A Sua Eminenza glielo dissi, e non voleva credermi; lo dissi al principe Romoli, al conte Bentivoglio…. perfino a una signora forestiera, che non so chi sia.

Due battute d’aspetto.

-Pensi: ricorda monsignor Emanuelian, vescovo armeno di Cesarea, che abbiano conosciuto al congresso di Lucca? mi dicono che è alla Minerva; vado oggi a ossequiarlo, non lo trovo; discorrendone col portiere dell’albergo, capita una signora – o una signorina, chi lo sa? – parla francese, potrebb’essere una russa, una boema…. chi lo sa? domanda: il marchese Cybo?

Per quanto naturale fosse l’intonazione che Visdomini si sforzava di dare al suo racconto, c’erano dei chiaroscuri nella voce.

– In materia di donne io ho preso l’abitudine d’essere così distratto che non mi accorgo mai se sono belle o non belle, vecchie o giovani, ma in questa circostanza, nell’udire il nome d’un amico, l’esame fu involontario, sfido! e se non m’intendo di bellezza, notai che quella persona, oltre esser giovanissima e fin troppo disinvolta, doveva avere i nervi un po’ sconquassati; pensi: prima una gran fatica a capacitarla che lei, marchese, era fuori di Roma, poi un’irrequietudine addosso, una tempesta di domande, e non finiva più di mettere sulla croce il portiere; allora, proprio per compassione, entrai nel dialogo anch’io; il francese lo so! siccome non si trattava d’un segreto – ho fatto male? me lo dica se ho fatto male – per terminarla scelsi l’espediente più semplice: cara signora, il marchese Cybo pel momento si trova nella casa dei gesuiti a Monte Mario….

Guardalo in faccia Visdomini, non abbassare gli occhi, non impallidire davanti a lui come uno scolaretto! basterebbe un’occhiata per domandargli con quale diritto s’intriga delle cose tue e chi gli ha dato l’incarico di venirti a spiare. Vera o falsa – fosse anche vera – la storiella è un pretesto: torturandoti, egli vuol leggerti nell’anima a che punto siamo, strapparti un indizio che tutto non è finito.

Ma i ragionamenti erano vani, erano vani gli sforzi, vana la volontà: dal primo accenno a una signora – o signorina – forestiera, che all’albergo aveva chiesto di lui, Marco Cybo si era sentito un freddo nelle ossa; via via che l’intrigrante coloriva la scena e la persona, più delle parole usando l’astuzia delle reticenze o delle inflessioni di voce, e si dilungava nel narrare la gratitudine della sconosciuta, gli pareva a Marco d’avere il cuore serrato tra le morse d’una tanaglia. Sì, datevi l’aria di chi subisce per cortesia una cantafavola insulsa che non lo riguarda o provatevi a ribellarvi! Cento volte si era già tradito, allorchè piacque a Visdomini, ormai illuminato, di lanciargli la frecciata ultima:

– Curiosa! lei non arriva a figurarsi chi possa essere…. la colpa è mia, dovevo pensare a domandarglielo; anzi, ci ho pensato, me ne astenni per un sentimento di delicatezza…. capirà…. e poi….

– Poco male — abbastanza franco dissipò Cybo l’insinuazione che si preparava., riuscito a rimettersi in carreggiata – varie volte ho fatto per Roma da Cicerone a qualche signora forestiera, conosciuta in casa della principessa d’Olevano; tipi stravaganti; suppongo che una di queste, non vedendomi più, abbia mandato all’albergo la cameriera per aver mie notizie, nient’altro.

Andò verso l’uscio e l’aperse:

– Non ha detto che la signorina Voltagisio m’aspetta?

Era la chiusura.

– Si raccomanderà a lei perchè interceda presso il padre Albis di lasciarla assistere questa notte all’ufficio e alla messa di Natale – disse Visdomini.

Nel corridoio si separarono, l’uno a dritta, l’altro a sinistra. Erano già accesi i lumi. Allontanatosi appena d’alcuni passi, Visdomini si fermò:

– Se permette, domani verrò a salutarla alla stazione – aggiunse, e rimase un momento in attesa della risposta, ma l’altro non pensò neppure a voltarsi.

XXI

In nativitate Domini.

L’invitatorio era finito, cominciava l’inno

Jesu Redemptor omnium,

quando, entrato in cappella ultimo di tutti, Marco andò a pigliar posto nelle panche in prima fila, che servivano di balaustra all’altare.

L’aveva trattenuto il tenente Filippo, solito ogni sera a passar da lui, qualunque ora fosse, colla familiarità d’un antico compagno e deporre il pastrano e la sciabola e la rivoltella, prima di recarsi da Gabriele.

– Vuoi sentirne una? non mi crederai: sole, esse tre, sole come tre anime del purgatorio, con questo tempo da cani, con questa oscurità, in questo deserto, mia madre e le mie sorelle, esse tre sole, circa un’ora fa se ne vennero fin quassù, frenetiche d’arrivare alla messa di mezzanotte…. e non sono ancora le undici

– Dovevi accompagnarlo – disse Marco, semplicemente.

– Bravo! dopo pranzo mi ero buttato sul letto, cinque minuti: sai che questa è la decima notte in bianco? eravamo d’accordo: svegliatemi a tempo debito; invece, con quella benedetta febbre addosso che le tormenta, per la paura che io le facessi aspettare, piano piano filarono via.

– Sapendoti stanco, per compassione non avranno voluto ammazzarti il benefizio d’un’ora di sonno.

– Capisco, ma c’è dell’altro, e qui non capisco più: fossero venute insieme! viceversa, una delle mie sorelle fu così imprudente da venirsene sola.

– Non è possibile!

– Lo dici tu. – Appena in porteria, figurati, domandai subito se le avevano viste; ero corso a rotta di collo, certissimo di raggiungerle, ero ansante, in quello stato d’inquietudine che ti pare presentimento d’una disgrazia; per fortuna erano arrivate sane e salve, il portinaio mi rassicurò, ma cascai dalle nuvole nel sentire che erano arrivate, diciamo così, in due edizioni, a un intervallo bell’e buono l’una dall’altra….

– E vuoi che tua madre, di nottetempo, in piena campagna solitaria, abbia lasciato la figliuola?

– Cose che non succedono che a Giorgina! Metterei la mano sul fuoco: uscendo di casa, mia madre le avrà detto d’aspettarmi per venire con me e lei invece, dopo un quarto d’ora…. uno dei suoi soliti estri; ne ha tutti i giorni; e le fissazioni più strambe? sono la sua prerogativa, ne devi sapere qualche cosa anche tu; parla: ogni volta che le riesce di sequestrarti, non batto lo stesso chiodo, sempre lo stesso chiodo?

Un breve sorriso di consenso fu la risposta, non lieta ad esuberanza.

– E ho torto – proseguì Filippo, levatosi da sedere con impeto e i passi agitati facendo tintinnire sul lastrico gli speroni – ho torto marcio di parlare così, perchè insomma non c’è clausura che tenga e se Giorgina supplica e insiste di poter vedere almeno dallo spiraglio della porta suo fratello che muore, rivendica fermamente un diritto sacrosanto! Sai dov’è il guaio? nel cervello, purtroppo! Lourdes le ha dato il colpo di grazia; prima la chiamavamo visionaria, per ridere, e ne rideva anche lei, adesso, invasa dalla mania religiosa, la sua vita è un’allucinazione perpetua e non devi stupirti che mia madre e l’altra mia sorella ne sieno rimaste…. come si dice?

– Suggestionate?

– Suggestionate.

Squillavano allegri i secondi rintocchi della campanella, annuncianti il mattutino in nativitate Domini.

– Tu hai fretta e io scappo. – Se Gabriele dorme o sonnecchia, come spero, scenderò io pure a una delle tre messe. Ti ricordi, a Monaco, l’ultim’anno che ci trovammo insieme, la messa di Natale a mezzanotte? io non ero tra i beniamini del padre Tornabuoi e avrei dovuto andarmene a letto cogli altri, ma tu e Gabriele, ti ricordi? intercedeste per me e fui ammesso tra i privilegiati. La prima e l’ultima! Non parliamo di Modena: dacchè ho le spalline, sarei molto imbarazzato se dovessi specificare ad una ad una dove le ho passato le mie notti di Natale: in chiesa, no; di picchetto in quartiere, agli arresti, in ferrovia…. a cena varie volte, cene clamorose con amici e dame…. d’alto bordo….

– Speriamo che questa notte Gabriele dorma tranquillo – tagliò Marco Cybo, non dissimulando il doppio senso dell’interruzione.

– Speriamo! – dal fondo del cuore il tenente Voltagisio replicò all’uno e all’altro pensiero.

– Se continua così…. senza febbre, diminuita la tosse…. non ti pare che in realtà un poco di miglioramento ci sia?

– Dici bene: se continua così; continuerà? malattie che non perdonano; troppo frequenti sono questi alti e bassi per potersi fidare d’un’apparenza. Tu pure credi nel miracolo?

Un istante – vacillasse la fede o fosse una miserabile concessione al rispetto umano – Marco esitò:

– Quanto posso, l’invoco – rispose.

– Invochiamolo, ma altro è invocarlo, altro è attenderlo colla sicurezza fanatica dei napoletani che giuocano un terno al lotto; per esempio, la sicurezza di mia sorella! e il sabato dell’estrazione!? mi si drizzano i capelli; cosa ne faccio io di queste tre povere donne, il sabato dell’estrazione?

Amara richiesta. Consigliatelo; se sapete: cosa ne farà di queste creature, oggi o domani, quando avranno aperto gli occhi?

Soggiunse Filippo, rimessosi a passeggiare dopo una corta fermata interrogativa:

– Mi dimenticavo di parlartene: ti ha detto nulla Giorgina? stanotte ne prepara una delle sue, rischiatissima. Con me, in casa, i sotterfugi sono d’ordinanza, questa volta però la cospirazione sarebbe andata a monte senza il mio aiuto…. sfido! e tale e quale mi vedi, eccomi in procinto di guadagnarmi una scomunica.

– Nientemeno!?

– Intendiamoci: la mia coscienza è tranquilla, dal momento che Giorgina, religiosa e scrupolosa com’è, non si perita di saltare il fosso. Ecco: terminata la funzione della notte, spenti i lumi, andrete tutti a dormire, m’imagino: quando sia perfetta la calma, piano piano Giorgina, Tecla e mia madre saliranno sopra da Gabriele….

O non venne o quasi impercettibile fu l’esclamazione di meraviglia che Filippo s’aspettava.

– A Gabriele – continuò – cioè a prepararlo per benino, penso io: gli darò ad intendere che le nostre istanze e le lagrime delle donne per somma grazia ottennero dal padre Generale una breve sospensione della clausura; più difficile sarà sbarazzarsi del fratello infermiere e vado mulinando un mio piccolo stratagemma per allontanarlo senza dargli sospetto; alla disperata, fra tante bottigline che ci sono, mi raccomanderò a quella del cloroformio.

Ma lungi dal solleticare la curiosità di Cybo, pareva che tali confidenze non meritassero neppure la sua indignazione, tanto guardingo si mostrava nell’accettarle. Voltagisio scattò:

– Non dici nulla? – proruppe, subitamente illuminato dal lampo d’un’idea – e io mi spolmono a raccontarti ciò che tu sai meglio di me! È inutile, non negare: sarebbe morta Giorgina piuttosto di nasconderti il suo progetto. E se tu fossi d’accordo con lei e col padre Albis di tenerle mano in segreto?…

Sino dai tempi di Monaco, Filippo sapeva per prova che all’occorrenza il padre Albis avrebbe scavalcato imperterrito il rigorismo di certe discipline conventuali, se la carità o il bene d’un’anima l’avessero chiesto.

– È troppo sicura mia sorella, troppo disinvolta nel macchinare la sua strategia, perchè non abbia in saccoccia l’assoluzione preventiva e se Dio vuole una brava promessa d’assistenza. Scommetto che sei tu incaricato di farle da guida per le scale…. al buio….

Tempo perso combattere, o peggio ancora mentire e averne le beffe. Dalla cappella salivano tra le voci dell’armonium i canti gregoriani, in lontananza.

– Sarebbe una scommessa già vinta – capitolò Marco Cybo, e uscì.

L’inno terminato, le cui strofe settenarie, balbettanti un rozzo metro latino ora aspro ora mellifluo, affermano il dogma dell’Incarnazione, lenta e piana cominciò da coro a coro la recita dei tre salmi del primo notturno: i re e i popoli in conciliabolo di rivolta contro Dio, spezzati come argille; la gloria del creatore che ha posto nel sole il suo tabernacolo, narrata dalle armonie dei cieli; per le nozze del Re l’epitalamio mistico allo Sposo che ha debellato in guerra tutti i nemici, alla Sposa che si avanza, diademata d’oro, tra il corteo delle vergini. Poi, dal libro di Isaia, le lezioni, ognuna detta a voce alta da un assistente, profetiche apostrofi che la voce nel deserto invia a Gerusalemme per l’avvento d’un Figlio.

Durante il secondo notturno si accostò a Marco il padre ministro:

– Tocca a lei la terza lezione – gli disse piano.

E venuto il momento, dopo che Visdomini e l’avvocato di San Pietro recitarono ognuno il suo squarcio della predica di Leone Papa sulla Natività, Marco lesse forte il tratto che gli spettava e finisce così: “agnosce, o christiane, dignitatem tuam et noli in veterem vilitatem degeneri conversatione redire; reminiscere quia exutus de potestate tenebrarum, translatus es in Dei lumen et regnum.”

Erano scritte per lui queste parole di pace e di redenzione: tornato in grazia lo ammonivano, ancora oscillante lo raffermavano. Ricordati! Nel pronunciarle dinanzi all’altare, al cospetto d’un’assemblea che sarebbe stata chiamata come testimonio, gli pareva di deferire a sè medesimo un giuramento di perseveranza.

Col Te Deum che chiude il terzo notturno dopo la lettura di brani d’omelie apostoliche sui Vangeli della festività, il canto venne ripreso, e durante le Lodi mantenuto sino alla fine. Lodi veramente, litanie gaudiose di tutte le creature al Re dell’universo: posseggono un’anima tutte le creature dalle immensità agli abissi, tutte all’invito di David e dei tre fanciulli si accordano in una voce frenetica d’esultazione, o coi vivi e coi morti e coi giacenti nelle tenebre Zaccaria conchiude l’eterno patto di misericordia, in nome dell’eterno Oriente che ci ha visitato.

L’altare sfolgorava. Mezzanotte.

Comparve il padre Albis, vestito d’una pianeta di tela d’argento, preceduto dagli accoliti, o più che il suono, quasi in una penombra musicale, accompagnandone i riti il pensiero dell’armonium, la messa bassa ebbe principio.

Cristiani, è l’ora vostra.

Non era sciolto il vincolo d’unità, pel quale tutti insieme i fedeli partecipavano alla notturna commemorazione, ma la forma sensibile interrotta, le voci ammutolite, restava libero ognuno di segregarsi nella solitudine del suo spirito.

Colloqui senza parole, suppliche, proponimenti, costrizioni, è l’ora vostra: accendetevi, desideri; speranze, illuminatevi!

Quanti siamo? ciascuno di noi ha un desiderio diverso da esporre, una speranza differente da conseguire, ma tutti in una sola allegrezza, fiduciosi come bambini.

O Emanuel! Emanuel!

Sul ritmo pastorale ascoltando appena appena modulate dall’istrumento le egloghe del presepio, ciascuno di noi rivive la sua infanzia: l’infanzia non è il passato, è un sogno; il passato è morto nel perdono e spunta l’avvenire nella promessa d’Emanuel.

Tre volte rinnovatosi il mistero dell’Ostia e del Calice, aggiunto in ultimo per chiusura l’inno ambrosiano solennissimo, la funzione era durata assai oltre il tocco.

Pensò Marco Cybo che all’uscita le Voltagisio l’avrebbero atteso in foresteria e gli conveniva rimaner fermo al suo posto, lasciando che i presenti a poco a poco si disperdessero, finchè non fosse stato certo che niuno si aggirava pei corridoi. Le istruzioni del padre Albis erano formali: se egli, sotto la sua responsabilità in faccia a Dio e ai suoi superiori, aveva creduto di derogare alla legge, intendeva che si usasse tutta quanta la necessaria prudenza, massimo per gli estranei, troppo facili a scandalizzarsi.

Sgraziatamente, agli estranei il sonno era fuggito dalle palpebre e arzilli e gai ciaramellavano nell’atrio in conferenza, la voce di Visdomini predominante, nient’affatto sulle mosse d’andarsene a letto. Marco aspettava.

L’oratorio, poco dianzi una reggia da abbarbagliare la vista, era piombato in quell’oscurità misteriosa, propizia ai pertinaci, onde lo ultime eloquenze si fanno più fervide e irrompono tutti gli ardimenti della preghiera. Non è il buio; unica fiamma la lampada vivibonda e perpetua nell’adorazione sfavilla come un simbolo davanti all’altare, impregna le ombre, attorno attorno nel recinto, d’un pulviscolo luminoso.

Marco aspettava; credeva d’esser rimasto solo, ma non andò guari che un tenue scalpiccio o fruscìo ripetuto l’avvertì della presenza in cappella d’altra persona, anche gli parve di sentire un alito dietro di sè, dal fondo, che fiatava il suo nome. Guardandosi intorno colla coda dell’occhio, non gli venne fatto di discernere anima viva, salvo laggiù contro il muro, nell’ultima panca dove sul principio, entrando, aveva visto in gruppo le signore, una macchia nera che si agitava, irriconoscibile nel tremolìo dei barlumi: senza fallo Giorgina Voltagisio.

Subito indovinata: Giorgina, alla quale non bastavano gli affidamenti avuti e vigilava in sentinella, temendo forse una scappatoia nel momento buono; Giorgina, colla sua irrequietudine addosso e la smania impaziente di far presto.

Accorciamo l’indugio, fu il pensiero di Marco, non appena lo soccorse un’ispirazione che per la sua semplicità avrebbe dovuto balenargli assai prima; e levatosi immediatamente, si avvicinò d’alcuni passi a Giorgina, tanto da essere inteso senza pericolo d’uno dei soliti colloqui spiritati che quella benedetta creatura gli infliggeva, e proferì a mezza voce:

– Chiami sua madre e sua sorella, subito; passiamo per la scaletta della sacristia.

Non attese risposta, tornò verso l’altare, dal sancta sanctorum sguisciò nella sacristia, e recando il lume che doveva esser guida e rischiarare la strada, per avarizia di cerimonie volle precedere le signore a qualche distanza.

Ma con meraviglia si accorse, quando fu in cima alla scala, che delle tre donne una sola gli veniva dietro. Levò in alto il lume, domandò:

– Lei sola? – e rimase ad aspettarla.

– Io sola – disse una voce conosciuta, ma non quella della Voltagisio.

In pieno chiarore, colei che saliva era giunta a un passo da Marco Cybo.

Nicoletta!

Le umane sorprese hanno talora la magia del sogno, quasi sempre lo spavento della realtà: un attimo: la realtà ci si rivela indistruttibile, più forte di noi; non c’è scampo: così dormissimo! il silenzio lungo che succede è già di rassegnazione.

Faccia a faccia, assaporando la vittoria della sua comparsa, colei sorrideva, ma il primo moto represso di crudeltà femminile, il sorriso e gli occhi offrivano pace.

– Sono io – disse finalmente; quel c’est moi, che in bocca d’una donna è l’espressione del trionfo – e così? non mi date la mano?

Cybo non afferrò la mano che ella gli porgeva e si trasse indietro:

– Come siete venuta? con chi siete venuta?

Di tutte le domande che avrebbe potuto rivolgerle, se questa era la più naturale, era anche la più atta a fargli perder tempo nell’ardua necessità di trovare senza indugio una via d’uscita, eppure non sapeva che ostinarsi:

– Come vi hanno lasciato penetrare, non conoscendovi? abbasso, chi vi ha aperto? non vi disse nulla il custode? – e mozzava subito la risposta per l’impazienza d’altra domanda – eravate in cappella? avete assistito con noi a tutta la funzione? – e si accalorava, e gli si snodava la lingua nel crescendo spasmodico dei punti interrogativi – che volete da me? quando siete arrivata? chi vi ha messo sulle mie tracce?

Erano al primo piano, dove a metà del corridoio egli aveva la sua stanza. Il susurro di molta gente che saliva la scala grande lo richiamò all’imminenza del pericolo: i suoi compagni! tornavano alle loro celle, e passandogli davanti, per forza l’avrebbero visto lui e l’intrusa. Appena il tempo d’arrivare all’uscio:

— Leviamoci di qui…. venite con me, per amor del cielo!

Nicoletta si guardò intorno: le quattro pareti, bianche, nude, albergavano lo squallore d’una prigione: il letto miserabile, il tavolino, due seggiole di paglia; sontuoso arredo in più, un genuflessorio fratesco, sormontato dal Crocifisso.

– È tutto qui il vostro appartamento? – chiese a sua volta, tra l’ironia e la compassione – i reverendi padri non vi guastano! E quella sciabola? là, nell’angolo, è vostra quella sciabola d’ufficiale?

Posò l’ombrello, e raggiunta la finestra, spalancati i vetri un momento, non tacque la sua meraviglia di vedere il cielo stellato come per prodigio; invano chiamò Marco, lo chiamò accanto a sè, lui che avrebbe dovuto farle gli onori di casa e non si muoveva dalla porta e origliava il transito dei passi e delle voci nel corridoio. Tornò: uno dopo l’altro aperse i pochi libri ascetici che erano sul tavolino, mormorando il titolo con voluta affettazione, prese tra le mani e l’esaminò a lungo, la rivoltella deposta da Filippo

– È carica? non sapevo che per salvarsi l’anima in questo tabernacolo del Signore ci fosse l’obbligo d’armarsi fino ai denti! Si vede che tra gli altri esercizi, tra un rosario e una predica, i gesuiti vi insegnano pure il tiro al bersaglio; non si sa mai: domani potrebbe occorrere per obbedienza di dovere sbarazzare la cristianità d’un nemico della Santa Chiesa….

Ogni rumore esterno dileguatosi, Marco si era avvicinato, non così attratto dal risveglio nel suo cuore d’un sentimento che egli credeva d’aver soffocato, come ripugnante all’idea ingenerosa d’una fuga.

Stavano in piedi, lui e Nicoletta Brancovenu, di fronte, separati dal tavolino; tra loro la fiamma della candela. Subitamente, scontratisi gli sguardi, ella cessò dal sarcasmo, convertì l’acrimonia in un flutto d’amarezza:

– Quando penso che per non muovervi di qui, da questa povertà desolata, per non staccarvi dai vostri padri o non dimezzare le vostre preghiere, a chi muore di sete non dareste un bicchier d’acqua se fosse necessario attingerlo venti passi lontano, quando ci penso, nel vedermi accolta da voi con una specie di terrore e chiusa qua dentro come si nasconde un’ignominia, mi domando se non ebbi torto poco fa di lasciarmi illudere a sperare dai vostri canti che annunciavano la pace e il perdono, di piangere anch’io colle donne che mi erano vicine, nell’allegrezza della mia speranza. Ebbi torto, ebbi torto! Non so chi fossero quelle donne, ma vorrei conoscerle per sentire da esse che le loro lagrime furono sprecate come le mie!

Immobile, Marco Cybo la vedeva strapparsi i guanti, e le mani di lei tormentose stringerli nel pugno, stiracchiarli, attortigliarli senza pietà – le pallide mani infantili, non ancora dimenticate! Lo sapeva purtroppo: inutile sarebbe stato qualunque sforzo di volgere altrove gli occhi da quelle mani: crudeli o benigne, mansuete o iraconde, iettavano il sortilegio.

– Ebbene – ella seguitò, dopo una prima luna d’esacerbazione, facendo violenza agli istinti – se ho potuto ingannarmi, se può farvi piacere che adesso io debba pentirmi di aver avuto in un momento di commozione tanta sciocca audacia da ripromettermi tutt’altra accoglienza, ciò non toglie che io sia riuscita a scovarvi e a penetrare nell’arca santa, dove credevate d’essere al sicuro delle mie persecuzioni. Il miracolo di Maometto: la montagna non è venuta, vado io alla montagna; chiamato, supplicato, voi non siete venuto a Firenze, vengo io a Roma, niente di più logico; i telegrammi non ebbero virtù di farvi muovere – neppure gli ultimi! – vediamo se saranno più fortunati…. aiutatemi a dire…. non vorrei offendere la vostra pruderie…. saranno più fortunate le parole a viva voce e anche….

Si arrestò, ma il sorriso o l’espressione del volto e le pupille ardenti di malizia, balenanti tutte le lusinghe della femmina, terminarono la frase.

Disse Marco Cybo – però gli tremavano le labbra e fu soltanto pel pudore di non darle segno, a lei, d’aver compreso, che ruppe il proposito di lasciarla sfogare a sua posta:

– Ve ne prego, non parliamo degli ultimi telegrammi: ormai mi conoscete troppo bene per non esser certa che sarei accorso all’istante…. – non parliamone, ve ne prego!

– Bravo! sareste accorso, ma vi trattenne….

– Voi stessa lo confessate?

– ….il timore di dover perdere alcuna delle tante prediche, oppure il suggerimento dei vostri direttori spirituali…. ammesso che qua dentro, ad ogni buon fine, i loro paterni consigli non abbiano il sussidio più energico d’un chiavistello che v’impedisca di muovervi.

– Sentite, Nicoletta – calmo in apparenza, Marco si rivoltò contro la perpetua beffa poichè vi piace d’insistere, lasciate che io sia franco e schietto con voi…. – non m’interrompete – lasciatemi dire che una bugia così avventata come quella di fingervi morente per sorprendere la mia credulità assai facile, non era degna di voi e mi applaudo di non esserne rimasto vittima.

– Applauditevi! – scattò, ferita al cuore e lanciando terribile un gesto d’imprecazione, la Braucovenu – perchè siete ancor qui? perchè non andate a chiamare in vostro soccorso i vostri padri gesuiti? svegliateli, mettete a soqquadro tutto intero il convento, chiamateli tutti chè vi sbarazzino di me, mi caccino fuori della porta e vi applaudano anch’essi!

Afferrò i guanti, scontrò colle dita la rivoltella del tenente Filippo e con un moto smanioso la tolse di sopra i libri, a caso, per rimetterla in mostra dove il tavolino era sgombro; fece qualche passo, trascinò per la spalliera una delle due seggiole:

– Vengano i vostri liberatori! non vi muovete? io aspetto!

Ma tosto, invece di sedersi, tornò verso Marco le sue pupille non guizzavano già più il fuoco dell’ira, le sue mani pendevano lungo la veste, inerti, quasi avvilite d’avere scagliato un maleficio:

– Voi mi accusate d’essere stata bugiarda – e nella sua voce, ancora spezzata dai tremiti, pareva che vibrasse un altro metallo – siete ben sicuro che sia stata io quella che ha mentito?

E chi, se non lei?

– Non importa, mi accusate e rendo omaggio alla vostra penetrazione: di botto avete indovinato la frode, vi ha fatto ridere la firma d’un sacerdote che non è mai esistito…. eppure…. vorreste persuadermi che l’ombra d’un dubbio non vi si sia affacciata alla mente? risoluto d’abbandonarmi, non vi siete chiesto: e se fosse vero!?

Marco non osava guardarla nè contraddirla.

– ….son così pronti gli apostoli come voi a subodorare un tranello per esimersi dalla loro missione?

Dubitava di sè stesso per la logica inflessibile del raziocinio religioso voleva convincersi d’essere stato l’uomo forte nel superare la tentazione d’accorrere dove lo chiamavano i gridi della tentatrice e gli aneliti del suo cuore, o il medesimo raziocinio gli sobillava il rimorso d’essere stato pusillanime; non osava guardarla: man mano che ella si faceva più buona raccontandogli la sua fuga da Firenze e le sue ricerche per Roma e l’odissea a Monte Mario, com’era entrata a qualche minuto d’intervallo dopo tre signore e il portinaio l’aveva subito introdotta nell’oratorio, e l’aspettativa lunghissima e le tristezze dell’oscurità e le ansie e i pianti gaudiosi, egli sentiva dalla voce di lei che in quel momento l’incontro degli sguardi l’avrebbe atterrato.

Nel rammemorare Visdomini che le aveva fornito le notizie sul conto del marchese Cybo, Nicoletta si pentiva d’essere stata troppo asciutta con lui, tanto le era sembrato cortese:

– In cappella, riconoscendolo e non vedendovi giungere quando tutti erano già radunati da un pezzo, fui sul punto d’avvicinarlo e chiedergli…. non l’ho fatto per timore che di primo acchito non mi riconoscesse; ignoro chi egli sia – è amico vostro? – ma vi assicuro che se ci fossimo imbattuti io e lui nel vestibolo, così affranta com’ero dalla stanchezza, dall’inquietudine, da una specie di paura, gli sarei corsa incontro come ad un alleato in paese nemico.

Visdomini!

– Dovreste darmi una sigaretta. Son lunghe le notti: che ore abbiamo?

– Le tre a momenti.

– Le tre a momenti. – Non avete sigarette? è vero, voi non fumate se non nelle grandi occasioni dopo grandi stravizi, mi ricordo. – Le tre! senza fallo siamo prigionieri, il custode ci ha chiuso dentro e dorme col suo mazzo di chiavi sotto il capezzale; se ci tocca attendere l’alba per uscire, vi consiglio di rinnovare l’illuminazione: questa povera candela è agli ultimi.

Scuotersi dall’oppressura di quel fascino che gli inchiodava le membra e goccia a goccia gli trasfondeva nel sangue la dolcezza d’altre ore non dimenticate, più che un’obbedienza fu per Cybo un risveglio: andò all’armadietto dissimulato presso la finestra nello spessore del muro, tornò con una lampadina a petrolio che depose sulla tavola, in mezzo, tra i libri sparpagliati fatto un po’ di largo:

– Volete accenderla subito? – domandò.

Ma Nicoletta non rispose; era in casa sua: toltosi e buttato sul letto il cappello – un cappelluccio scuro come il vestito, la cui spiccata umiltà, degnissima delle Voltagisio, aveva tratto in inganno il portinaio – su e giù percorreva la stanza a piccoli passi, battendo forte sul lastrico i piedi intirizziti. Egli soggiunse, dopo avere acceso la lampada:

– Il portone abbasso vien sempre aperto prima di giorno, molto prima; spero di farvi uscire inosservata e vi accompagnerò in via Gregoriana, da vostra madre.

– Ho freddo – per tutta risposta disse Nicoletta, la quale si era fermata dal misurare i mattoni e curva come una vecchierella dava dolcemente alla sua lagnanza l’intonazione d’un piagnisteo bambinesco.

Precipitatosi, Marco mise il letto sossopra:

– Non ho che il plaid…. posso offrirvi il mio plaid?

Quando fu seduta e bene avviluppata e imbacuccata, parve disposta a lasciarsi vincere dal sonno, chiuse gli occhi, reclinò la testa.

Dorme.

In punta di piedi sei nel corridoio, affrettati all’uscio del padre Albis, chiama il padre Albis, che venga lui e provveda, se pure, attraverso le pareti, i due vicini di stanza a destra e a sinistra non hanno già avvertito presso di te lo scandalo d’una donna.

Sei ancora qui? – È inutile: il lieve rumore dei tuoi passi e lo scricchiolio della porta la sveglierebbero subito: dormendo, vigila e ti fa la guardia.

E ad ogni modo, avresti cuore di tradirla? è venuta a cercarti, questa creatura, sempre lei, capricciosa, beffarda, ma è venuta per te, soccorsa da una fiducia che le ha spalancato tutte le porte e fatto sormontare tutti gli ostacoli, in preda a un’esaltazione indomabile, come se uscisse da una visione tragica; fin quassù, condotta dal presentimento della tua fuga, è venuta per te, intendi bene, per amor tuo, intendi bene, calpestando gli usi e le convenienze, risoluta a qualunque costo di stornare il pericolo.

Non sai nemmeno pregare, non rivolgi a Dio il grido dello sgomento: liberatemi! castigo o prova che sia, quest’ultima prova la subisci coll’inerzia estatica d’un idiota, senza forza, senza volontà di combatterla: non ne sei degno: bisogna saperle meritare le tentazioni. Per poco, aspettando ansiosamente i primi accenni del giorno, allorchè ti sarà dato d’uscire con costei e sottrarti ad ogni rischio e ad ogni vergogna, per poco non ti compiaci d’essere sul punto di soccombere. E le tue promesse davanti all’altare e i tuoi proponimenti che parevano di ferro?

Davanti all’altare Marco Cybo si vedeva in ginocchio, lui solo, nell’oscurità orfana delle ore mattutine e vespertine; a tutte le ore diurne e notturne, tra i respiri d’un esercizio e l’altro, si vedeva in ginocchio nella sua cella, presso la sponda del letto si vedeva in ginocchio ai piedi del padre Albis durante i lunghi colloqui di penitenza, quando il giudice prima di riandarlo assolto gli rinfacciava le illusioni sataniche del preteso apostolato e da quel chirurgo ch’egli era, frugandolo dentro le viscere dell’anima, gli scopriva il rimorso d’un sacrilegio.

Due giorni interi, dacchè si era nascosto sulla montagna, Marco Cybo aveva custodito il ritratto di Nicoletta Brancovenu; finalmente, superata la battaglia, non l’aveva lacerato nè arso, bensì perchè il sacrifizio fosse più cristiano e ancora più irreparabile il distacco dalla sua unica reliquia, l’aveva rassegnato nelle mani del confessore.

Questa la ricompensa?

Ma negli occhi turbinandogli l’imagine di Friscka travestita da zingara, i capelli sciolti, le spalle e il seno offerenti lussuria, coi cerchi delle braccia descrivendo in aria un mistero di segni cabalistici, pareva a Marco di sentirsi ronzare persistente nelle orecchie la cantilena selvaggia

Jek, ta dui, ta trin, ta stâr….

e con esso le domande ambigue di monsignor Della Stanga, le mozze parole tentennanti del senatore Tommaseo che volevano dire e non dicevano, i rimproveri o gli ammonimenti del padre Albis, sotto i quali non si celava abbastanza un veleno clandestino, perchè l’ineffabile compassione che li suggeriva non rivelasse il desiderio e insieme la paura di manifestare un segreto.

E per quell’affinità tenebrosa, inesplicata, tra l’angoscia d’oggi e un dolore remoto già sperso nello brume dalla fanciullezza, il pensiero di Marco risaliva all’agonia lenta di suo padre; per quella rimembranza viva e vera, dopo tanti anni svegliata non dalla bizzarria del caso, errava sulle labbra del paralitico la cantilena di Friscka….

– Dove andate? fermatevi! – intimò Nicoletta a lui che stava sulla soglia per allontanarsi, e balzatagli accanto lo afferrò e rinchiuse la porta.

Era tempo: non così egli aveva ceduto al monito roditore di mettersi in salvo, come si era sentito sopraffatto da un impeto di collera e di desiderio: parlate, voi che sapete! provvidenza o minaccia, castigo o misericordia, c’è un enigma che avviluppa la mia infanzia e l’infanzia di questa creatura e rappresenta un ostacolo d’oltretomba: parlate, voi che sapete, squarciatelo, in nome di Dio!

Allorchè si vide colto in flagrante, prigioniero, gli cadde l’animo:

– Pareva che dormiste…. volevo lasciarvi riposare.

Ella gli chiese con miscredente amarezza:

– Sareste tornato? – e occhi contro occhi, tenendogli i polsi – giuratemi che sareste tornato!

– Prometto di condurvi da vostra madre, in via Gregoriana – rispose Marco per eludere la richiesta senza bugia e ormai rassegnato, poichè non vedeva altro scampo, a quest’ultimo cimento d’uscire con lei.

Ripetè la Brancovenu, imperiosa:

– Giuratemi….

Ma egli si era sciolto dalla stretta e scostato di qualche passo.

– Vi faccio paura? – sempre più lo costringeva a indietreggiare, lo ridusse contro il muro. – È vero che domani…. ossia oggi, partirete da Roma? è vero?

– ….Sì.

– Per la Francia?

– Per la Francia.

Momento di lotta in silenzio: entrambi furono vinti, abbassarono gli occhi.

– ….Nemmeno se io ardissi…. -una crescente dolcezza nell’intonazione si accoppiava al tremito della voce – se ardissi pregarvi…. son venuta apposta, non l’ignorate…. il pensiero di non vedervi più, il rimorso d’aver scelto a confidente delle mie superstizioni una donna che mi pose il piede sul collo e s’impadronì di me corpo e anima…. – sapete di chi voglio parlare?

Lo sapeva purtroppo, Marco Cybo, e affermò con un cenno delle palpebre.

– Vivevo in continua ansia di perdervi, dai suoi scongiuri imploravo che mi ottenesse la malia d’incatenarvi, io, l’incatenata!… e fu lei che mi trascinò, come unico mezzo per trascinare anche voi, cento volte promettendomi, lusingandomi che ci avreste accompagnato nel viaggio o almeno raggiunto senza fallo a Firenze poche ore dopo; lei stessa non ne dubitava; guai a voi se per l’amicizia vostra verso di me vi foste lasciato indurre a seguirci o i suoi telegrammi avessero sorpresa la vostra buona fede; guai a voi! era all’abominio dell’abominio che voleva iniziarvi con tutte le seduzioni di cui è capace quella donna, spinta dalla perfidia raffinata di possedere schiavo un fervente cattolico e prostrarlo ai riti di Satana…. non so dirvi altro, Dio vi ha salvato!

Marco ascoltava, istupidito, senza comprendere.

D’improvviso, a tradimento, ella gli si buttò al collo, in uno slancio d’abbandono irresistibile; gli parlava a voce più bassa, quasi all’orecchio, l’alito caldo e micidiale della sua bocca sfiorandogli la guancia, il suo sguardo fattosi vivido, stranamente:

– Non partite…. Marco, non mi abbandonate, ve ne supplico, ditemi che non partirete!… siate buono, Marco, come lo foste sempre, vi domando perdono se ho avuto dei torti verso di voi…. ne ho avuto, ne ho avuto, lo riconosco, lo confesso…. perdonatemi…. perdonatemi!

E nel susurrargli piano tutti gli aneliti d’una preghiera da tante ore maturata, più strette gli avviticchiava al collo le braccia, quanto maggiori e violenti erano gli sforzi di lui per liberarsi, violenti fino alla crudeltà:

– ….volevo essere amata da voi, amata per la vita presente, amata in carne ed ossa d’amore vero, non per limosina di carità cristiana; mi irritava darvi la soddisfazione di cantar vittoria sull’anima mia per la vita avvenire…. ebbene, siete voi il più forte…. mi volete cattolica? rinnego da questo momento…. non ho nulla da rinnegare, l’anima mia è un deserto! sarò cattolica, unita con voi, nella vostra fede, nelle vostre speranze, nelle vostre preghiere, imploro il battesimo, lo voglio…. fosse il battesimo di sangue, lo accetto dalle vostre mani!

Potevano essere bugiarde le parole, fittizie le lagrime che l’inondavano, ma contro il suo petto Marco sentiva battere ansante il cuore di Nicoletta, corpo a corpo sentiva le pulsazioni delle arterie, i sussulti delle membra; più di tutto si sentiva bruciare dal respiro, nella cui fiamma, come in quella degli occhi, parlavano altre promesse inaudite. Non rispondeva a Nicoletta, pensava che nove giorni prima lui pure, lui pure l’aveva scongiurata di non partire e gli era toccata la più acerba delle ripulse, ma le sue resistenze divenivano fiacche.

L’assalto invece raddoppiava nell’abbraccio corporeo, nella sequela ripetuta dei singhiozzi, delle proteste d’amore, delle contrizioni, dei giuramenti, delle suppliche:

– Non è da mia madre che dovete accompagnarmi…. l’ho abbandonata; non voglio più saperne di mia madre! In qualunque luogo vorrete condurmi, vi seguirò: chiudetemi in un monastero, vi aspetterò ubbidiente e paziente fino a tanto che io non sia meritevole del battesimo, finchè non piaccia a voi di chiamarmi; domatemi come si doma una belva collo scudiscio, vi benedirò amandovi sempre, amandovi sempre! è questa razza, sono gli istinti di questa razza alla quale appartengo che mi fanno vagabonda, ribelle, selvaggia…. è il sangue di mia madre l’obbrobrio della mia esistenza…. purificatela, come foste così generoso di intraprendere per carità la purificazione della mia anima; non mi chiamo Friscka, dimenticate d’avere inteso questo nome…. Friscka è morta, Nicoletta…. ma che serve? Nicoletta non ha più lagrime per impetrare da voi la clemenza d’una parola!

Strana cosa, sul punto d’ottenere assai più d’una parola e d’abbatterlo ai suoi piedi il quasi vinto, ella si accasciò, inconsapevole dell’imminente dedizione, presa d’un tratto dallo sconforto; le tenaci braccia rallentarono, caddero.

– Mi avete fatto male…. senza volerlo – dopo un istante mormorò, avvicinatasi alla lampada e scoperti i polsi – guardate.

Con un gesto mansueto, com’era mansueto il lagno, tese i polsi, intorno ai quali illividiva un cerchio paonazzo:

– Non vi ho detto che siete voi il più forte?

Sononchè, nel mentre la resipiscenza e il desiderio lo spingevano, lui Marco, a buttarsi in ginocchio per baciarle quelle povere mani e cancellare le impronte della sua brutalità, Friscka a poco a poco si risvegliava. – Non era morta Friscka.

– Ebbene? vi ho promesso tutto, anche l’entusiasmo d’essere d’ora in avanti cristiana con voi e per voi…. tutto vi ho confessato, anche l’abbiezione della mia razza; parlandovi di mia madre, quella notte, lassù nella spelonca del Gianicolo, fin troppo non mi feci intendere, quando vi dissi che sono orfana? Rammentate quella notte, uscivo salva per miracolo da ben altro rischio di fracassarmi le braccia o la testa nel precipitare della carrozza!

Con ambo le mani, ferita dal guizzo d’una memoria, si fece visiera agli occhi.

– ….foste inesauribile di consolazioni e di promesse – giacchè partirono da voi le prime promesse…. puramente spirituali, secondo le vostre intenzioni di missionario, ma per me d’un significato molto più terra terra! – ebbene, sarà pel senatore Tommaseo o per l’onorevole Rizzabarba o pel signor Priol la mia gratitudine, oppure per questi reverendi padri, d’avervi illuminato, d’avervi indotto a raffreddare il vostro zelo…. apostolico, e poi, qua dentro, nel baluardo della santità, ad accogliermi come mi avete accolta, a respingermi come mi avete respinta? vi ho supplicato e ho pianto, vi ho chiesto perdono o ho pianto…. non mi avete ascoltato, voi, già sicuro nel baluardo della santità, non avete voluto vederle le mie lagrime, sordo, cieco, impassibile…. – e se ad uno di noi due tocca perdonare all’altro…. ricordatevi bene: non a voi, a me, a me spetta il diritto di perdonare, non a voi, ricordatevi bene!

Friscka non era morta, si ubbriacava nel crescendo febbrile dell’esasperazione, ma anzichè uno sfogo di rappresaglia verbosa e innocua, le ultime parole e l’accento sibillino e lo sguardo tracotante rivelavano il diritto d’una minaccia:

– ….Tocca a me perdonarvi!

Una sfida. – Il pensiero di lei mirava più lontano della recente offesa all’orgoglio, vedeva nell’oscurità qualche cosa di tragicamente memorando – marchese Cybo, ricordatevi! – a cui non era estraneo il marchese Cybo, qualche cosa di irreparabile, di cui non soltanto adesso Marco Cybo sentiva tutta l’angoscia e tutto lo sgomento, ma adesso per la prima volta minacciato, chiamato a rispondere sotto la legge del taglione.

Parecchi colpi affrettati contro l’uscio, di fuori la voce del tenente Filippo:

– Marco…. Marco!…

L’uscio si spalancò, il tenente apparve sulla soglia:

– Marco!

Vide la donna e sebbene la sua improvvisa comparsa, a quell’ora, e il suo aspetto stravolto annunciassero una causa che non ammetteva indugio, restò corto per la meraviglia, senza parola, inchiodato sul limitare.

– Monsieur, qui êtes vous? que voulez vous? – gli chiese iraconda la Brancovenu, facendo un passo verso di lui.

Egli era avviluppato fino alle orecchie nel suo ferraiuolo grigio: per istinto di rispetto e di abitudine, davanti a una signora, fece l’atto militare di smantellarsi, ma Cybo gli era già addosso, lo agguantava, lo scuoteva per le braccia:

– Cosa vuoi qui? cosa vuoi?

– Son venuto a chiamarti…. vieni sopra subito…. il padre Cornoldi mi ha mandato….

– Il padre Cornoldi!?

– ….Gabriele si è aggravato tutto ad un tratto, quando meno ce l’aspettavamo…. c’era mia madre, c’erano le mie sorelle…. insomma, tutto ad un tratto….

– È morto? morto?

– ….è agli ultimi, un’ora di vita non l’ha più; se vuoi ancora vederlo…. vivo…. forse essere riconosciuto, non c’è tempo da perdere, vieni subito….

– Andiamo! – disse Marco, superato immantinente l’assalto delle titubanze.

Era finita, senza remissione era finita per Nicoletta, se Marco si staccava da lei: non tornava più. Ella comprese in un lampo, giuocò tutto per tutto:

– Vengo io pure, andiamo! – e si buttò sulle spalle il plaid, risoluta.

Ma in quella che s’affrettava a passare dinanzi ai due e uscire la prima nel corridoio, ecco sorgere dall’oscurità, dove forse si era tenuta nascosta, la figura ascetica d’un gesuita, calma, e venirle incontro, benigna, e a lei, che non conosceva, rivolgere la parola – il padre Albis.

Era ben certa Nicoletta Brancovenu che il padre Albis non la conoscesse?

Calma la sua voce, benigne le sue parole d’esortazione a rimanersene chiusa in quella stanza e attendere finchè lui non fosse tornato; nè censure nè accuse; i suoi occhi volevano essere pietosi, le sue mani protendevano un gesto sacerdotale d’indulgenza, eppure dal giudice inesorabile Nicoletta si sentiva intimare l’ammonimento della condanna, uccidere nel cuore tutte le speranze.

Non era un minuto e le sembrava l’eternità, i primi tocchi erano bastati e non percepiva più che un mormorio. Nel suo pensiero cadeva ai piedi del padre Albis e ai piedi di Marco, si trascinava dall’uno all’altro, si rotolava per terra supplicando e imprecando, umile e temeraria, giurando nella sua desolazione tutte le promesse e tutte le minacce, ma era fatta di pietra, al desiderio e alla volontà le energie del corpo non obbedivano: rimaneva immota, già in balìa del destino.

Immota, senza fare un passo nè un tentativo, quando persuaso di lasciarla rassegnata e tranquilla, il padre si allontanò, con lui l’estraneo, e anche Marco Cybo con lui; non le irruppe dalla gola secca un urlo di richiamo, allorchè lo vide, Marco, sparire nel buio, per sempre.

Accelerando, salivano tutti e tre al piano superiore: in silenzio; Marco precedeva, quasi di corsa; a metà della scala, dove sul ballatoio una lampadetta rischiarava lo svolto, egli si era già dilungato verso la stanza di Gabriele che moriva. – Improvvisamente, percosso da un breve rimbombo, cupo, tragico nel silenzio della notte, Filippo si arrestò: pure il padre Albis aveva udito; fermi entrambi un momento, s’interrogarono collo sguardo: negli occhi l’uno dell’altro lessero il medesimo sospetto, quasi la vertigine d’un terrore; scesero insieme a precipizio.

Tutte le campane di Roma annunciavano l’alba.

FINE.