Rinaldo d’Aquino, Amorosa donna fina

Amorosa donna fina,
stella che levi la dia
sembran le vostre belleze;
sovrana fior di Messina,
non pare che donna sia
vostra para d’adorneze.
Or dunque no è maraviglia
se fiamma d’amor m’apiglia
guardando lo vostro viso,
chè l’amor mi ‘nfiamma in foco.
Sol ch’i’o vi riguardo un poco,
levatemi gioco e riso.
Gioco e riso mi levate,
membrando tutta stagione
che d’amor vi fui servente
nè de la vostra amistate
non eb[b]’io anche guiderdone
se no un bascio solamente.
E quel bascio mi ‘nfiammao,
chè dal corpo mi levao
lo core e dedilo a vui.
Degiateci provedere:
che vita pò l’omo avere
se lo cor non è con lui?
Lo meo cor non è con mico,
ched eo tut[t]o lo v’ò dato
e ne son rimaso in pene;
di sospiri mi notrico,
membrando da voi so errato
ed io so perché m’avene:
per li sguardi amorosi
che, savete, sono ascosi
quando mi tenete mente;
che li sguardi micidiali
voi facete tanti e tali
che aucidete la gente.
Altru aucidete che meve,
chè m’avete in foco miso
che d’ogne parte m’al[l]uma;
sutto esto manto di neve,
di tal foco so raciso,
che [ mai non ] me ne consuma:
d’uno foco che non pare
che [ ‘n ] la neve fa ‘llumare,
ed incende tra lo ghiaccio;
quell’è lo foco d’amore
c’arde lo fino amadore
quando e[llo] non à sollaccio.
Lo sollazo non avesse
se non di voi lo sembiante
con parlamento isguardare
a gran gioi quando volesse,
perchè pato pene tante,
ch’io non le por[r]ia contare.
Ned a null’omo che sia
la mia voglia non diria,
dovesse morir penando,
se non estu Montellese,
cioè ‘l vostro serventese
a voi lo dica in cantando.