Rinaldo d’Aquino, In gioi mi tegno tutta la mia pena

In gioi mi tegno tut[t]a la mia pena
e contolami in gran bonaventura;
come Parisi quando amav’ Alena,
così fac[c]io, membrando per ogn’ura.
Non cura – lo meo cor s’à pene,
membrando gioi che vene,
quanto più dole ed ell’a[ve] più dura.
Null’omo credo c’ami lealmente
che tema pene inver sua donna c’ama:
amante è che ama falsamente
quandunque vede un poco e che più brama,
e chiama – tut[t]avia mercede,
e già mai non si crede
c’Amor conosca il male c’altrui inflama.
Però la tegno grande scanoscenza
chi rimprocc[i]a a l’Amore i suo’ tormenti,
chè non è gioi che si venda in credenza
nè per forza di pene c’altrui senti.
Non menti – a quelli che son suoi,
anti li dona gioi,
come fa buon segnore a suo serventi.
Dunque, madonna, ben facc[i]o ragione
s’io vi conto le pene ch’io patia.
Ancora chi agia avuto guiderdone
de la più ric[c]a gioia che ‘n voi sia,
vor[r]ia, – bella, a poco a poco
con voi rintrare in gioco,
com’io son vostro e voi, madonna mia.
Or ti rimembri, bella, a quello punto
ched io ti presi ad amare [a] coragio:
da poi che gravemente m’agie punto,
tut[t]a la pena ben mi pare chi agio.
Ben agio, – amore, e vo’ serviri,
e tragendo martiri,
e non cangio per nulla gioia c’agio.