Rinaldo d’Aquino, Venuto m’è in talento

Venuto m’è in talento
di gioi mi rinovare,
ch’eo l’avea quasi miso in obrianza;
ben fora fallimento
de lo ‘ntut[t]o lassare,
per perdenza, cantare in allegranza,
poi ch’eo son dato ne la segnoria
d’Amor, che solo di piacere nato,
piacere lo nodrisce e dà crescenza;
o vol che fallenza
non agia l’omo, poi ch’è suo servente,
ma sia piacente
sì che piaccia a li boni e serva a grato;
e piacer vol che l’omo allegro sia.
Sia di tal movimento
che si faccia laudare
chi ‘n fino amor vole avere speranza,
chè per gran valimento
si dovria conquistare
gioia amorosa di bona intendanza;
poi che tal este l’amorosa via,
chi vole presio ed esser honorato,
la via tegna ond’amor si ‘ncomenza,
cioè piacenza,
ca per piacere avene omo valente,
per c’a la gente
deve piacere ed essere inalzato
d’Amore chi si mette in sua bailìa.
In bailìa e in servimento
son stato e voglio stare
tutta mia vita d’Amor co leanza
poi che per uno cento
m’à saputo amendare
lo mal ch’eo agio avuto e la pesanza,
c’a tal m’à dato, che non si por[r]ia
trovare, quando fosse ben tentato,
una sì bella con tanta valenza,
onde m’agenza
per zo ch’i’ l’amo tanto finemente,
c’al mio parvente
i[o] non por[r]ia d’affanno es[s]er gravato
poi di bon cor tal donna serveria.
Serveria a piacimento
la più fina d’amare
ond’io so ric[c]o di gioia d’amanza;
e lo mio alegramento
non si por[r]ia contare,
per zo che la mia donna à perdonanza:
e nullo core no lo penseria
ched i[o] pensando fosse sì penato.
Adunque mi’ tacer è conoscenza.
Mia penitenza
agio compiuta ormai e son gaudente,
sì che neente
ò rimembranza de lo mal passato,
poi c’a madonna piace ch’i’ ‘n gio[i] sia.
Gioia e confortamento
di bon cor deo pigliare
vedendomi in cotanta benenanza,
aver soferimento
e non unque orgogliare
inver l’Amor e con umilianza
piacentemente servir tut[t]avia,
chè nullo bon servente est’ ubriato.
Gran guiderdon framette soferenza
chi per temenza
di troppo dir deve essere tacente
talor si pente.
A voi mi laudo donna, a cui son dato
umile e servente nott’e dia.
sì bella donna nè tanta valenza;
perchè m’agenza
se tuttor l’amo così finamente,
chè m’è parvente
che non pot’om d’affanno esser gravato
perchè tuttora tal donna disia.
Senza ripentimento
ben [mi] de’ meritare
l’Amor che mi disdisse tale amanza
più mi fue a piacimento
che li oc[c]hi per guardare
mi fecero giausire su’ sembranza;
sì è sovrana, non si chereria
sua para, perché in gio[i] m’este adoblato
lo core, ch’è d’essa in sovenenza.
Agio credenza,
poi c’a lei piace ch’eo le sia intendente,
che grandemente
mi faccia bene, poi c’ò sì affan[n]ato.
Valore à in sè [e] presiata cortesia.
Cortese portamento
mi fa di gioia dare
compitamente ferma sicuranza
e lo suo insegnamento
mi difende di fare
ogna cosa che sia contra innoranza.
Fami valere più ch’eo non varria;
pensando in ella più son confortato
d’avere per sua grande caunoscenza
la mia intendenza,
cioè gioia d’amor sì altamente
com’ella sente
per lo suo presio avere sormontato
ogn’altro presio che si trovaria.