Ruggieri Apuliese, L’altro ier fui ‘n parlamento

L’altro ier fui ‘n parlamento
con quella ch’ i’ aggio amata.
Facemi grande lamento
che a forza è maritata;
E dissemi: «Drudo mio,
merzè ti chero, or m’aiuta;
chè tu se’ in terra il mi’ dio;
‘N le tue mani mi so’ arrenduta.
Per te colui non vogl’io.
Certo ben deggio morire,
chè ‘l cor del corpo m’è tratto.
Veggio ‘l mio padre ammannire
per compiere lo mal m’ha fatto.
Sir Iddio, or mi consiglia
e donami lo tuo conforto
de l’om ch’a forza mi piglia.
E guana lo vegg’io morto!
Di farmi dol s’assottiglia.
Drudo mio, da lui mi parte
e tra’mi di questa travaglia;
mandane in altra parte,
chè m’è in piacer san’ faglia.
Chè non m’aggia in balìa
lo padre mio che m’ha morta:
Non pare che pro’ mi dia,
se non di gioi’ mi sconforta
e di ben far mi disvia»
«Donna, del tuo maritare
lo mio cor forte mi duola.
Cosa non è da disfare:
ragion so ben che non vuole.
Chè io t’amo sì lealmente,
non vo’ che faccia fallanza;
che ti biasmasse la gente
ed io ne stesse in dottanza,
dico il vero fermamente.
Assai donne marito hanno
che da lor son forte odiate:
de’ be’ sembianti li danno,
però non son di più amate.
Così voglio che tu faccia;
ed averai molta gioia.
Quando . . . [accia]
tutt’andrà via la tua noia.
Di così far tu procaccia.