Ruggieri Apuliese, Tant’aggio ardire e conoscenza

Tant’aggio ardire e conoscenza
ched ò agli amici benvoglienza
e i nimici tegno in temenza;
ad ogni cosa do sentenza
et ag[g]io senno e provedenza
in ciascun mestiere:
k’eo so bene esser cavaliere
e donzello e bo[n] scudiere,
mercatante andare a fiere,
cambiatore ed usuriere,
e so pensare.
So piatare et avocare,
cherico so’ e so cantare,
fisica saccio e medicare,
so di rampogne e so’ zollare
e bo[n] sartore.
Orfo so’ e dipintore,
di veggi e d’arke facitore,
mastro di petre e muratore,
bifolco so’ e lavoratore
e calzolaio.
So’ barbiere e pillic[c]iaio,
pescatore so’ e mullaio,
rigattiere e tavernaio,
so’ pistore e so’ fornaio
buono e bello.
So più ke fabro di martello,
so far calcina cun fornello,
ben so’ biscazziere d’anello
e ruffiano di bordello
e bon sensale.
Vendo biada e feno e sale
e so’ buono ispezïale,
misuro terra e faccio scale;
modonatore e manovale,
lignimaestro.
Molto fo ben un canestro,
selle e cinghie ed un capestro,
so trare d’arco e di balestro,
tignere in verde et in cilestro,
e so di scacchi.
Conciare uccelli, af[a]itar bracchi,
so far reti e gabbie e giacchi,
cordon, stamigne e bon fresac[c]hi,
cacciar so e prender volpac[c]hi
e far monete.
Di storlomia so e di pianete,
indovinar cose segrete;
fodri meno di grande abete;
ancora so’, se voi volete,
bel barattiere.
A taule giuoco et a zariere,
asberghi faccio e panziere,
so’ scarano e berroviere,
marscalcire ben so un destriere;
so’ marinaio
e talfïata buon notaio;
faccio scudi e so’ coreggiaio,
agugliere e pergamenaio;
faccio guaine e so’ cospaio
e lanaiuolo.
Conche faccio e ben orciuolo;
so’ scudellaio e fo paiuolo;
so legger libro e libricciuolo
et ensegnar ciascun figliuolo
di me’ vicini.
So far campane e bon bacini,
navi e gualke e bon mulini,
tappeti e stuoie e pannilini,
ed a vettura do ronzini
e so torniare.
So cavagli ben ferrare,
stormenti faccio e so sonare,
oro et argento so afinare
e da l’acqua fuoco trare;
fo strali e lance.
Doppie so fare e bilance,
concio denti, af[a]ito guance,
so’ buferi et uso ciance,
cedro vendo e mele arance
e fo cassette.
Vesciche vendo per mulette
e piglio uccelli a le civette
e so fare dardi e berrette;
sommi guardar quando mi mette
e’ dubbio in forse.
So far trecciuoli e guanti e borse;
beri adomestico, lupi ed orse;
torno indrieto le cose corse;
so ben fare e torselli e torse
e ben cappella.
Molto so di guormenella,
tragittar, pallare coltella;
de cappe faccio ben mantella,
trabocchi e bride e manganella;
e far panieri,
boccali e nappi e bon bicchieri,
pettini e fusa e cusilieri;
più vo tosto ke corrieri;
pecore e boy, porci e somieri
so ben guardare.
So’ leale e so furtare,
spender saccio e guadagnare,
per arïento istagno dare;
e so i maconi incantare
e la tempesta.
So far drappi della resta
e sommi solazzare a festa,
ben adornar capelli in testa;
di codico saccio e di diesta
e naturale.
La legge tutta per iguale,
dicreto saccio e dicretale;
coreggo ben quel ke sta male;
intendo tutta e so ke vale
la dïaletica.
Gëometria et arismetrica,
rethorica saccio e non m’impedica,
gramatica e musica no m’aretica;
ben faria sermone e predica
in ogni parte.
Maestro so’ de tutte l’arte;
cui ne volesse scriver carte,
trattar vi sapria di Marte,
di altre pianete ke so’ ‘n parte
ne’ firmamenti.
Dire vi sapria di venti
e come stanno gli alimenti,
troni cun baleni ripenti,
et onde venno li tormenti
intor lo mare,
e cui la terra fa tremare;
e so invisibilmente andare;
ben me so trasfigurare
e guerra saccio ben menare
quando mi piace.
Buon capitano so’ di pace;
del mio cuore so’ molto audace;
sì come fa lo hom k’à verace
intendimento.
Di buone cose aggio talento,
delle rie sì mi spavento,
ben le conosco e sì le sento;
al ben vo con ardimento
e lascio ‘l male.
Amo molto uomo k’è leale:
li fraudelenti sieno a tale
ke sentenza i vegna mortale
da la Maestà celestïale
alta e superna,
Quel ke tutto ‘l mondo governa!
Cui de Lui fa beff’ o scherna
com’ a puttana di taverna,
siali amorta la lucerna
de l[o] vedere!
Ai valenti faccio asapere,
quegli ke volno honor tenere,
ke deg[g]iano misura avere
in dire, in fare et in volere
tuttora mai,
così in poco come in assai:
so ke monta, k’eo lo provai,
k’eo chesi honore e sì ‘l trovai,
abbi’l quando l’addimandai,
ancor lo truovo.
In ben far molto mi pruovo;
spessamente mi rinuovo;
el cattivo uom non vale un uovo,
et eo da me ‘l caccio e rimuovo
cun malezone.
Tanto so’ pien di ragione
k’i’ conosco le persone,
tutte le rie dalle buone;
di femmine più ke Salamone,
e d’esto mondo
ben so perké fu ritondo,
e ben so cui sosten lo fondo
e là ‘nd’ el ferma tutto ‘l pondo;
a tutte cose ben rispondo
perk’io le saccio.
Gli dïavoli prendo al laccio;
so far malie e sì le disfaccio;
per nigromanzia li caccio,
li demoni, molto vïaccio,
quando il vo’ fare.
Ancora vi sapria insegnare,
le provincie nominare
e l’acque ke intrano in lo mare,
perké le lingue in suo parlare
fonno divise;
perké pianse uom prima che rise,
perké Caino Abel uccise
e cui l’errore imprima mise
e come Ispagna si conquise
pei paladini.
So chi ‘ngannò i Saracini
e là ove falla i patarini,
com’ se nudriga li assasini
e com’ lo ‘mperio Constantini
fu do[mi]nato;
e come ‘l papa fue ordinato
e dall’imperio fu dotato,
Costantinopil fu fondato;
e col mio senno ò consigliato
molte persone.
Di Troia so la destruzione,
ke si perdeo per tradigione;
e com’ lo ‘mperio per tencione
fu in Alamagna alla stagione
k’uscìo di Francia;
perké la Chiesa li fe’ orancia.
Al mio amico so far mancia;
per ragione ag[g]iusto bilancia
e so ben dove andò la lancia
e lo gradale.
Di Merlin sapria trattare,
quando fece bene e male;
com’ nacque Artuso al temporale:
la mia materia è cutale
ke senno abonda.
So della Taula Ritonda,
Tristano ed Isotta la bionda;
e come l’uom tutto si monda:
e ke ‘l peccato no’l confonda,
si dé mondare.
Or no·mmi vogl[i]o nominare
né per nome ricordare:
troppo si converria cercare
anzi ke ‘l potessi trovare,
tant’e serrato.
Lo mio nome e dimezzato;
per metade so’ chiamato;
l’altra metade è, dal suo lato,
lo leone incoronato
con fresca cera;
cui di me vuol, paraul’ à intera.