Sí è debile il filo a cui s’attene – Francesco Petrarca

Sí è debile il filo a cui s’attene
la gravosa mia vita
che, s’altri non l’aita,
ella fia tosto di suo corso a riva;
però che dopo l’empia dipartita
che dal dolce mio bene
feci, sol una spene
è stato infin a qui cagion ch’io viva,
dicendo: Perché priva
sia de l’amata vista,
mantienti, anima trista;
che sai s’a miglior tempo ancho ritorni
et a piú lieti giorni,
o se ‘l perduto ben mai si racquista?
Questa speranza mi sostenne un tempo:
or vien mancando, et troppo in lei m’attempo.

Il tempo passa, et l’ore son sí pronte
a fornire il vïaggio,
ch’assai spacio non aggio
pur a pensar com’io corro a la morte:
a pena spunta in orïente un raggio
di sol, ch’a l’altro monte
de l’adverso orizonte
giunto il vedrai per vie lunghe et distorte.
Le vite son sí corte,
sí gravi i corpi et frali
degli uomini mortali,
che quando io mi ritrovo dal bel viso
cotanto esser diviso,
col desio non possendo mover l’ali,
poco m’avanza del conforto usato,
né so quant’io mi viva in questo stato.

Ogni loco m’atrista ov’io non veggio
quei begli occhi soavi
che portaron le chiavi
de’ miei dolci pensier’, mentre a Dio piacque;
et perché ‘l duro exilio piú m’aggravi,
s’io dormo o vado o seggio,
altro già mai non cheggio,
et ciò ch’i’ vidi dopo lor mi spiacque.
Quante montagne et acque,
quanto mar, quanti fiumi
m’ascondon que’ duo lumi,
che quasi un bel sereno a mezzo ‘l die
fer le tenebre mie,
a ciò che ‘l rimembrar piú mi consumi,
et quanto era mia vita allor gioiosa
m’insegni la presente aspra et noiosa!

Lasso, se ragionando si rinfresca
quel’ ardente desio
che nacque il giorno ch’io
lassai di me la miglior parte a dietro,
et s’Amor se ne va per lungo oblio,
chi mi conduce a l’ésca,
onde ‘l mio dolor cresca?
Et perché pria tacendo non m’impetro?
Certo cristallo o vetro
non mostrò mai di fore
nascosto altro colore,
che l’alma sconsolata assai non mostri
piú chiari i pensier’ nostri,
et la fera dolcezza ch’è nel core,
per gli occhi che di sempre pianger vaghi
cercan dí et nocte pur chi glien’appaghi.

Novo piacer che ne gli umani ingegni
spesse volte si trova,
d’amar qual cosa nova
piú folta schiera di sospiri accoglia!
Et io son un di quei che ‘l pianger giova;
et par ben ch’io m’ingegni
che di lagrime pregni
sien gli occhi miei sí come ‘l cor di doglia;
et perché a cciò m’invoglia
ragionar de’ begli occhi,
né cosa è che mi tocchi
o sentir mi si faccia cosí a dentro,
corro spesso, et rïentro,
colà donde piú largo il duol trabocchi,
et sien col cor punite ambe le luci,
ch’a la strada d’Amor mi furon duci.

Le treccie d’òr che devrien fare il sole
d’invidia molta ir pieno,
e ‘l bel guardo sereno,
ove i raggi d’Amor sí caldi sono
che mi fanno anzi tempo venir meno,
et l’accorte parole,
rade nel mondo o sole,
che mi fer già di sé cortese dono,
mi son tolte; et perdono
piú lieve ogni altra offesa,
che l’essermi contesa
quella benigna angelica salute
che ‘l mio cor a vertute
destar solea con una voglia accesa:
tal ch’io non penso udir cosa già mai
che mi conforte ad altro ch’a trar guai.

Et per pianger anchor con piú diletto,
le man’ bianche sottili
et le braccia gentili,
et gli atti suoi soavemente alteri,
e i dolci sdegni alteramente humili,
e ‘l bel giovenil petto,
torre d’alto intellecto,
mi celan questi luoghi alpestri et feri;
et non so s’io mi speri
vederla anzi ch’io mora:
però ch’ad ora ad ora
s’erge la speme, et poi non sa star ferma,
ma ricadendo afferma
di mai non veder lei che ‘l ciel honora,
ov’alberga Honestade et Cortesia,
et dov’io prego che ‘l mio albergo sia.

Canzon, s’al dolce loco
la donna nostra vedi,
credo ben che tu credi
ch’ella ti porgerà la bella mano,
ond’io son sí lontano.
Non la toccar; ma reverente ai piedi
le di’ ch’io sarò là tosto ch’io possa,
o spirto ignudo od uom di carne et d’ossa.

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