Silvio Spaventa Filippi – Jerome

Sono pochi, ma ci sono; son rarissimi, ma tutti qualcuno l’abbiamo pure, di tanto in tanto, incontrato… qualcuno di quegli spiriti faceti, che hanno il potere di spianare tutte le fronti, di portare un sorriso in ogni angolo, una spera di sole a ogni malinconia. Per una loro disposizione naturale a non cogliere che i fiori e a non inciampare nei rovi, a lasciar da parte il grigio, l’incolore e l’informe; per la loro attitudine istintiva a correre dove c’è lume di gaiezza e a ignorare i cantucci oscuri dove s’accumula l’uggiosa polvere del mondo. Gli amici se li disputano, i crocchi pendono dalle loro labbra, le famiglie dei conoscenti, ove càpitano, non vogliono lasciarli andare e insistono perchè rimangano a cena, sebbene di preparato non ci sia nulla; e a un tratto la casa della visita improvvisata assume un’aria di festa: il broncio coniugale del giorno è svanito; i bambini hanno interrotto le loro bizze e son tutti orecchi; perfino la vecchia nonna, sorda e semispenta, seduta da anni nella sua poltrona d’invalida, si sente di nuovo interessata alla vita e si fa ripetere l’ultimo motto, che ha fatto esplodere l’ultima risata; perfino la domestica, con uno straccio e una stoviglia in mano, è ritta sulla soglia della cucina a cogliere i frizzi giocondi e le gaie trovate: la mensa modesta, quella sera, ha il fulgore d’un banchetto in un palazzo incantato.
A uno di quegli uomini così felicemente dotati da sapersi aggirare continuamente in un cerchio di magica giocondità, io rassomiglierei Jerome, lo scrittore e romanziere inglese, oggetto di questo rapido profilo.
Il suo nome per esteso è precisamente Jerome Klapka Jerome; ma quel Klapka lo oscura, più che segnalarlo. Lo chiameremo più correntemente Jerome Jerome, senza l’accento circonflesso, come, qua e là, quasi che fosse francese, l’ho visto erroneamente citare. Egli è nato nel 1859, è stato attore, maestro di scuola, giornalista, ed ha preso parte in qualità di motorista, in Francia, all’ultima guerra contro la Germania. Questi dati della sua biografia – e non ne ha di più vistosi – ci lasciano, quanto all’uomo, nell’oscurità più completa. Come uomo egli può esser come noi e peggio di noi, più sensibile di noi alle punture di spillo di cui è larga ministra la vita quotidiana, più di noi disposto a tener maggior conto del male che del bene, più di noi tratto a rilevar più particolarmente i difetti che le virtù di quelli che lo circondano, più pronto a spremere da ciò che lo riguarda direttamente la goccia di tossico che avvelena e non la stilla di miele che addolcisce; in breve, più amareggiato e più amaro, più aduggiato e più uggioso, più triste e più funebre di quanta gente abbia vagato mai per le penose e scabrose vie del mondo. Ma come scrittore egli regge a qualunque prova per virtù ridanciane; neppure Rabelais – si badi che non faccio paragoni di grandezza – rise mai con più franca e cordiale risata.
Se questa qualità fosse dell’uomo e avesse effetto nel suo traffico quotidiano, nel cerchio vivo della conversazione, vedremmo Jerome Jerome seguito da una turba entusiasta, come nella celebre fiaba il pifferaio di Hamelin. Ma essa ha effetto nella letteratura, e la letteratura è una cosa seria: seria non soltanto per le difficoltà che impone ai suoi cultori ma per l’atteggiamento, con cui è considerata dalla maggioranza dei lettori. Sulla carta scritta e stampata vogliamo passare per gravi, sennati, pieni di profondità; e nella carta scritta e stampata adoriamo la compassatezza, la solennità, la mutria. Forse per contrasto, per un compenso alla leggerezza, all’incoerenza, alla nessuna compattezza del tessuto della vita quotidiana, forse per supplire idealmente all’inconsistenza su cui i nostri principi vacillano, le nostre credenze mal si reggono, il nostro cemento vitale non fa presa. Da questo reciproco atteggiamento di autori e di lettori, dalla smania degli autori di salir sui trampoli della solennità, e dalla ingenuità dei lettori che non distinguono i trampoli e credono che quell’altezza sia vera altezza, è discesa la strana conseguenza che incontri più larga accoglienza un libro grave (qualche volta si potrebbe dire un libro mattone) che un libro gaio; che sian sempre in tutte le letterature più onorati i piagnoni che gli umoristi. Il sorriso ha poca fortuna in letteratura.

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Forse questo non è perfettamente esatto per Jerome che, almeno in patria, ha raggiunto coi suoi volumi una diffusione enorme. Forse perchè piuttosto che all’umorismo in senso stretto egli s’è tenuto al comico, che ne è una dipendenza e ha sentieri più facili alle gambe comuni. Cominciò a segnalarsi con «The Idle Thoughts of an Idle Man» (I pigri pensieri d’un pigro), una varietà di meditazioni sui più vari soggetti e argomenti; e trovò subito la via della gran massa dei lettori con un’agilità di osservazione fantasiosa e scintillante, che non si scostava mai dal vero e lo investiva con una carica di risata scoppiettante, che sembrava provenire non tanto dall’intenzione dell’autore, ma dall’interno del soggetto. È questo l’atteggiamento generale del Jerome, il punto più in rilievo della sua arte garbata: una tranquilla gravità, una compostezza imperturbabile innanzi al ridicolo arruffio delle cose.
Poi vennero «Three Men in a Boat» (in italiano «Tre uomini in una barca») che fissarono la formula artistica del Jerome e gli diedero il modello dal quale non si dipartì più che dopo molti anni, per una crisi spirituale. Una specie di «Reisebilder» della buffoneria. Heine portava in giro un cuore ribelle, metà lirico e metà satirico, acre, mordace, violento, infiammabile ad ogni ombra di bellezza, sdegnoso a ogni contrarietà e a ogni sopruso; il Jerome non ha nient’altro che la voglia d’una tranquilla borghesissima escursione, e gli avvenimenti ne sono colorati non dall’intima disposizione dello scrittore, ma dalla forza automatica delle vicende. Parlino le cose, par ch’egli dica: io non ci sono che per il filo e la coesione; tutto il resto mi è indifferente.
La qual coesione, del resto, è mantenuta a fatica. Il Jerome salta di palo in frasca con una quasi indiscreta disinvoltura. La digressione si può dire sia la sua specialità. Tutti gli umoristi hanno questo difetto di perdersi per i sentieri appartati; ma lui l’ha come un istinto assoluto. Gli altri lasciano qua e là la strada maestra per il viottolo, ma ritornano subito in carreggiata; lui, una volta infilato il viottolo, non sa più dove andrà a cacciarsi: o, per esser più esatti, non lo sappiamo noi. Il viottolo s’incrocia con un secondo, ed ecco che si va per quello; con un terzo, un quarto e un quinto e via anche per quelli. Alla fine la strada maestra è lontana, e si dispera di ritrovarla mai più; ma il Jerome, dopo la sua scorribanda, essendo la strada maestra soltanto metaforica, ci si rimette, fingendo d’ignorare le sue divagazioni, con una faccia franca che gli osservatori delle buone regole non sanno e non possono perdonargli. Ci si rimette per continuare il giuoco, per ripeterlo indefinitamente, sconcertando il novellino, il quale, soltanto quando s’accorge che il giuoco è quello, comincia a dilettarsene immensamente, e a impensierirsi e turbarsi se qualche volta, per eccezione, si va dritto e senza incagli.
Certo il Jerome ha scritto delle novelle, dei saggi e perfino dei romanzi in cui è evidente il proposito di non dipartirsi mai dal perno centrale, e in cui lo scrittore si comporta secondo tutte le tradizioni e le convenzioni; ma bisogna confessare che è più amabile quando è più lui, quando si abbandona senza resistenza al vortice capriccioso della sua fantasia. Infatti sono i suoi lavori «Three Men in a Boat», «Three Men on the Bummel» («Tre uomini a zonzo») e «The Diary of a Pilgrimage» («Il diario d’un pellegrinaggio») che hanno dato la misura della sua arte e illuminato nella letteratura inglese, gloriosa di tanti umoristi, la figura di questo nuovo umorista.
L’argomento di questi tre lavori è si può dire unico: un viaggio. Del primo, un’escursione in barca sul Tamigi; del secondo, una scorribanda nella Foresta Nera e per le città della Germania in bicicletta, a piedi e in treno; del terzo, una gita a Oberammergau, il paese dove i contadini tedeschi, rappresentano, o rappresentavano, ogni dieci anni, la passione di Cristo. Unico l’argomento, ma son cento e mille le figurazioni e le colorazioni che s’avvicendano sotto l’occhio divertito del lettore in un ricamo bizzarro di aneddoti, l’uno più attraente dell’altro, l’uno più comico dell’altro, narrati con quella grazia e quella signorilità, che sono il segno d’un’arte delicata e sapiente.
La loro comicità non è data mai da bisticci, da doppi sensi, dalla distillazione delle parole e delle frasi, ma dall’aspetto insensato delle cose, ed esplode all’improvviso senza che il più delle volte se ne sappia indicare l’origine. A farne l’analisi per conoscerla nei suoi elementi, gli elementi sul punto d’essere identificati sfuggono. Si può credere che sia la maniera pacata della narrazione innanzi ad avvenimenti d’una certa vivacità e nervosità; si può credere che sia l’accorto riavvicinamento e la violenta pressione di due circostanze contrastanti che facciano scattare la scintilla; la finezza di certe omissioni che faccia lampeggiare al lettore come una scena di scorcio e uno sprazzo di ridicolo; il rilievo dato a certi particolari a preferenza che ad altri; la serietà, la compunzione quasi dell’autore che non si sorprende mai di nulla e racconta con perfetta indifferenza senza che sembri di mirar mai all’effetto; l’acume di certe osservazioni, tratte a sommo con destrezza dal patrimonio comune quotidiano, e sulle quali per lo più si passa distratti; che sia, infine, l’abile uso successivo o simultaneo di tutti questi mezzi che concorra alla formazione d’un organismo d’una così potente comicità. Quando s’è cercato d’arrivare al punto donde l’arte s’illumina, bisogna confessare che l’arte non si scompone, e che il meglio è goderla come si gode un profumo, senza ricorrere al chimico che lo separi nei suoi elementi e ci dica ch’è un sottoprodotto ottenuto con la distillazione dei residui dell’antracite; goderla come si gode una musica, senza bisogno di determinare il numero delle vibrazioni occorrenti allo sviluppo dell’armonia.
Analizzare uno dei suoi lavori è altrettanto difficile. È come stappare una bottiglia di sciampagna per berla il giorno dopo: la fragranza non c’è più, il frizzante è svanito… Ma forse il palato del conoscitore può ancora rintracciare le qualità fondamentali del prodotto ed esser guidato al produttore.

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Il Jerome ci narra dei suoi viaggi; ma non sono i viaggi che gl’importano – questa cura la lascia alle guide – sibbene tutto quello che li accompagna, li segue, li precede, uomini o cose, idee o fatti, o meglio, concatenazione bizzarra, e pur rigorosamente veridica, d’idee e di fatti. Vogliamo andare in Germania, nella Foresta Nera, a Oberammergau. Sì; ma la Germania può rimanere dov’è, come anche la Foresta Nera e il resto, ed egli s’indugia a discutere deliziosamente, con gli amici e i compagni, del bagaglio e delle mogli e di come trovare il pretesto di lasciarle sole, e a raccontar come le mogli – quel che si pensa… è reso! – cerchino, dal canto loro, il mezzo di ottener, senza lasciar parere, da quei sornioni di mariti, quel che da lungo tempo esse desiderano: per liberarsi un poco dalla loro continua soggezione familiare. La Germania attende sempre, e lo scrittore vaglia, con gli amici, l’idea d’un viaggio di mare, idea ch’è poi abbandonata, perchè una volta egli noleggiò un battello e s’imbattè in un capitano cui piaceva più l’aria mefitica del caffè «Catena e Ancora» di Harwich, che quella salina e salubre del libero oceano. Sempre col pretesto del vento, che, benedetto vento! non soffiava mai nella direzione giusta. Mette conto di far la conoscenza di questo capitano, con le parole del Jerome: «Quando siete pronto, capitano, – io dissi – partiremo.
Il capitano si tolse il sigaro di bocca.
– Con vostro permesso, signore, – rispose, – oggi non partiremo.
– Perchè, che c’è oggi? – osservai.
So che i marinari sono superstiziosi, e pensai che il lunedì fosse giorno infausto.
– Non si tratta del giorno, – rispose il capitano, – si tratta del vento, invece. Par che non voglia cambiare.
– Ma è necessario che cambi? – domandai. – A me sembra appunto quello che ci vuole, perchè soffia a corpo morto dietro di noi.
– Già, già, – disse il capitano, – morto è la parola giusta, perchè moriremmo tutti, Dio ce ne scampi e liberi, se partissimo ora. Vedete, signore, – egli spiegò in risposta al mio sguardo di sorpresa, – questo è ciò che noi chiamiamo un vento di terra, cioè, che soffia come si potrebbe dire direttamente da terra.
Riflettendoci mi parve che avesse ragione; il vento soffiava da terra. Il capitano riprese il sigaro, e io me ne ritornai a spiegare a Etelberta la ragione dell’indugio. Etelberta, che sembrava meno entusiasta di quando eravamo saliti a bordo, volle sapere perchè non si potesse partire quando il vento soffiava da terra.
– Se non soffiasse da terra, – ella disse, – soffierebbe dal mare, e ci ricaccerebbe di nuovo alla sponda. A me sembra che questo sia proprio il vento che ci occorre.
Io dissi – È la tua inesperienza, amor mio. Un vento di terra è sempre molto più pericoloso.
La sua tendenza a discutere mi dispiacque alquanto; forse mi sentivo un po’ irritato; il monotono movimento di ondulazione d’un piccolo yacht all’àncora deprime uno spirito fervoroso.
– Non saprei dirtelo, – risposi, il che era vero, – ma spiegar le vele con questo vento sarebbe il colmo della temerità, ed io ti voglio troppo bene, cara, per esporti a inutili rischi.
La mattina appresso m’ero levato presto, il vento soffiava verso nord, e lo feci osservare al capitano.
– Già, già, signore, – egli notò; – è una disdetta; ma che farci?
– Non credete che sia possibile partire oggi? – arrischiai.
Non mi si mostrò adirato, soltanto si mise a ridere.
– Ecco, signore – mi disse, – se dovessimo recarci a Ipswich, l’occasione non potrebbe essere migliore; ma dovendo partire, come sapete, per la costa olandese….. mi spiego?
La mattina appresso il vento soffiava verso sud, e questo tenne in ansia il capitano, perchè muoverci o restare dove eravamo, gli sembrava egualmente pericoloso.
– Capitano, – dissi, – che cosa è mai l’oggetto ch’ho preso a nolo, un battello o un villino? se è un batello e si può muovere…..
– Muovere! – interruppe il capitano, – Datemi il vento che occorre dietro il battello….
Dissi: – Qual vento vi occorre?
Il capitano parve impacciato.
– Nel corso di questa settimana, continuai, – abbiamo avuto il vento del nord, del sud, dell’est, dell’ovest….. con variazioni. Se credete che possa soffiare da qualche altro punto della bussola, ditemelo e aspetterò. Se no, e se l’àncora non ha messo le radici in fondo al mare, è bene oggi levarla e andare in nome di Dio.
– Vedete, signore,- egli disse, – questa è una costa d’una natura particolare. Si andrebbe benissimo, se fossimo al largo; ma partirne in un guscio di noce come questo… bene, per esser franco, signore, non è facile.
Lasciai il capitano con l’assicurazione che avrebbe vegliato sul tempo come una mamma sul suo bambino addormentato. Usò lui questa similitudine, esprimendosi con una certa commozione. Lo rividi di nuovo alle dodici: egli lo vegliava dai vetri del caffè «Catena e Àncora».
Questo tipo bizzarro ne richiama altri, e incidenti capitati ad amici, e stranezze e idiosincrasie di amici, e piccole scene ricordate con un tratto che parlano con un linguaggio potente. Come questa per esempio, del fanale brevettato da bicicletta dell’amico Harris, orgoglioso di possederlo, e che esplose mandandolo in aria:
«La scossa mi mandò nel fosso, e non mi esce più di mente la faccia di tua moglie quando le dissi che non era nulla, e che non si doveva impressionare se due persone ti portavano di sopra. Il dottore sarebbe arrivato subito con un’infermiera».
Si stabilisce intanto di fare il viaggio in bicicletta. A proposito… C’era un suo vecchio conoscente che si credeva pratico di biciclette. Una domenica dovevano fare una gita insieme. Prima di partire il conoscente dà un’occhiata alla macchina del compagno. C’è qualcosa che non sta fermo. Obbedendo alla sua smania, il meccanico dilettante vuol riparare il difetto seduta stante, s’impadronisce della bicicletta, prima ne stacca la ruota, perchè, dice, traballa, e deve avere i pallini rotti, e poi…
«Prima che potessi impedirglielo egli aveva svitato qualche cosa in qualche parte, e vidi rotolare sul viale una dozzina di minuscole sfere d’acciaio. – Acchiappateli, gridava, acchiappateli! – Girammo carponi per mezz’ora e ne ritrovammo sedici. Egli disse che s’augurava che fossero tutti, perchè, se no, sarebbe stato un bel guaio per la macchina. Non v’era nulla per cui occorresse tanta attenzione nella scomposizione quanta per la cura dei pallini. Spiegò che bisognava contarli nell’atto di estrarli e badar che fossero rimessi a posto tutti. Promisi, se mai avessi scomposto la bicicletta, di far tesoro dell’avvertenza. E poi disse, che, giacchè ci si trovava, avrebbe esaminato la catena, e subito cominciò a svitare il copricatene. Provai a distogliernelo. Ma in meno di cinque minuti egli strisciava sulle mani e sui piedi cercando le viti. Disse ch’era sempre un mistero il modo come sparivano le viti».
E così di seguito, da un aneddoto all’altro, per arrivar quindi ai libri di conversazione nelle varie lingue per i viaggiatori stranieri.
«Alcuni idioti educati, che fraintendono sette lingue, par vadano scrivendo questi libri per dare a bere delle corbellerie e traviare l’Europa moderna.
– Non puoi negare, – disse Giorgio, – che questi libri hanno un gran smercio. So che si vendono a migliaia. In ogni città d’Europa vi dev’esser gente che gira parlando a questo modo.-
– Può darsi, – risposi, – ma fortunatamente nessuno li capisce. Anch’io ho visto delle persone sulle piattaforme dei tram e alle cantonate occupate a leggere ad alta voce simili libri. Nessuno sa che lingua parlino, nessuno ha la minima idea di ciò che dicono. Forse è un bene. Se fossero compresi, chi sa i pericoli ai quali sarebbero esposti».
E allora si organizza una prova: presentarsi da un cappellaio e da un calzolaio, usando le frasi del libro di conversazione per i tedeschi in Inghilterra. E la prova ha delle conseguenze che sarebbe molto lungo riferire.
E poi assistiamo, come in un intermezzo, alla corsa che fa regolarmente tutti i giorni lo zio Podger fino alla stazione per acchiappare il treno.
«Non che mio zio si alzasse tardi, ma perchè sorgevano un monte d’ostacoli all’ultimo momento. La prima cosa che egli faceva dopo colazione era di assicurarsi il giornale. S’indovinava sempre quando zio Podger aveva perduto qualche cosa, dall’espressione di atterrita indignazione con cui in simili casi egli guardava il mondo in generale. Non gli veniva mai in mente di dirsi: «Sono un vecchio trascurato. Io perdo tutto. Non so mai dove metto un oggetto. Sono incapace di ritrovarlo da me. Per questo riguardo debbo essere un vero malanno per quanti mi stanno d’attorno. Debbo mettermi di proposito a correggermi». Al contrario, per qualche suo strano metodo di ragionamento, si convinceva che quando perdeva un oggetto, la colpa non era sua, ma degli altri.
– Un minuto fa l’avevo in mano! – esclamava. Dal tono si sarebbe immaginato ch’egli fosse circondato da prestidigitatori che gli facevan sparire gli oggetti semplicemente per irritarlo.
– L’avessi lasciato nel giardino? – diceva mia zia.
– Perchè avrei dovuto lasciarlo nel giardino? Non mi occorre il giornale in giardino, mi occorre in treno.
– Guardati in tasca.
– Che Dio ti benedica! Credi che starei qui, alle nove meno cinque, se lo avessi in tasca? Mi credi uno sciocco?
A questo punto qualcuno esclamava: – E questo che è? – e tirava da qualche parte un giornale accuratamente piegato.
– Vorrei che la mia roba non la toccasse nessuno, – ringhiava mio zio, afferrando il giornale con furia selvaggia. Faceva per metterlo nella valigetta, ma poi, dandogli un’occhiata, si arrestava senza parola, con un vivo sentimento di oltraggio dipinto in viso.
– Che c’è? – chiedeva mia zia.
– È dell’altro ieri, – egli rispondeva, scagliandolo lontano.
Se qualche volta fosse stato del giorno prima ci sarebbe stata una variazione. Ma era sempre di due giorni prima; meno il martedì che era del sabato».
E quando finalmente ci affacciamo in Germania, abbiamo parlato di scuole, di collegi, del metodo Ahn per imparare il francese e dei professori francesi che insegnano la loro lingua in Inghilterra, e i quali, sembra «vengano scelti non tanto per istruire quanto per divertire gli scolari». E in Germania invece di descriverci Berlino o le altre città, ci fa assistere a piccoli episodi di vita divertente, come quello, per esempio, dell’innaffiatura stradale ad Hannover troppo lungo per essere citato tutto quanto, ma del quale è bene non perdere la conclusione:
«Ciò che avrebbe dovuto fare, ciò che chiunque avesse conservato un po’ di buon senso avrebbe fatto nell’istante d’essersi impadronito della pompa, sarebbe stato di chiudere il getto. Allora avrebbe potuto cominciare una partita a calci con lo spazzino o a qualunque altro giuoco gli fosse piaciuto; e le venti o trenta persone che s’erano precipitate ad assistere allo spettacolo non avrebbero che applaudito. La sua idea, era di togliere allo spazzino la pompa e di voltarla, per punizione, contro di lui. Pare che l’idea dello spazzino fosse la stessa, cioè di tenersi la pompa come un’arma con cui inaffiare Enrico. E, naturalmente, la conseguenza fu che, fra loro due, inaffiarono ogni cosa morta e viva, tranne sè stessi, nel raggio di cinquanta metri. Un passante infuriato, che grondava acqua, saltò nell’arena e diede anche lui una mano. Fra tutti e tre, con la pompa, si misero a spazzare tutto lo spazio intorno. La diressero al cielo, e l’acqua discese sulle persone in forma di una tempesta equinoziale. La puntarono verso terra e l’acqua scorse in rapidi rivi che fecer saltar tutti cogliendoli alla cintura o anche più su.
Nessuno dei tre voleva lasciar la pompa; nessuno dei tre pensò a chiudere il getto. Si sarebbe potuto concludere che lottassero con qualche forza primeva della natura. In quarantacinque secondi, così disse Giorgio che aveva il cronometro alla mano, avevano sgombrato l’arena d’ogni anima vivente, ad eccezione d’un cane, il quale gocciolando come una ninfa acquatica, era travolto dall’impeto della corrente ora da un lato ora dall’altro, mentre continuava valorosamente a tentar di levarsi ritto per abbaiare tutta la sua resistenza contro ciò che evidentemente riteneva le potenze dell’inferno scatenate.
Tutti i ciclisti gettarono le loro macchine a terra e presero a fuggire per il bosco. Di dietro ogni albero di qualche importanza facevano capolino facce grondanti e irose…..»
Oppure Jerome descriverà il letto tedesco, della cui originalità ci dà un quadro divertentissimo.
«Il viaggiatore stufo di tutto, che va tutte le sere a riposare nello stesso letto del vecchio tipo, si sottopone, tentando di dormire la prima volta in un letto tedesco, a una prova piacevolmente piccante. A prima vista non riconosce il letto. Crede che qualcuno sia andato in giro per la stanza raccogliendo tutti i sacchi, i guanciali, i poggiacapo delle poltrone, tutti gli oggetti che gli sono capitati sotto le mani, e li abbia ammucchiati in una specie di madia per poi, portarseli via. Allora il viaggiatore chiama la cameriera e le spiega ch’essa lo ha condotto in un’altra stanza e non in una camera da letto.
Ella dice: – La camera da letto è questa.
Egli dice: – E dov’è il letto?
– Ecco, – ella dice, indicando quella specie di cassa dove sono ammucchiati quei sacchi e quei guanciali.
Il viaggiatore rimane molto sorpreso. Quello gli sembra il letto che si farebbe chi rincasasse da una orgia.
– Benissimo, – dice, – portatemi un guanciale, e proverò a dormirci.
La cameriera spiega che vi sono già due guanciali sul letto, indicando due cuscini piatti d’un metro di lato messi l’uno sull’altro all’estremità di tutta la miscela.
– Io ho bisogno di qualche cosa su cui poggiare il capo, non d’una roba che m’abbracci la schiena. Non pretenderete ch’io mi metta a dormire su quel coso lì.
Ma la ragazza ha altro da fare che star tutta la notte in piedi a chiacchierar del letto con lui.
– Bene, allora, mostratemi come debbo fare.
Ella gli spiega il segreto, e se ne va; e lui si spoglia ed entra.
I guanciali gli dànno un gran da fare. Non sa dove sedersi o poggiarvi semplicemente il capo. Per sincerarsene, picchia col cranio contro la spalletta superiore. A questo esclama: – Ahi! e va a finire in fondo al letto. Qui tutte le dieci dita dei piedi vengono simultaneamente in aspro contatto col fondo della lettiera.
Nulla irrita più una persona che un colpo alle dita dei piedi, specialmente se sa che non ha fatto nulla per meritarselo. Il viaggiatore grida: maledizione! questa volta, e contrae spasmodicamente le gambe, dando così con le ginocchia un colpo violento contro l’asse laterale. Si tenga presente che la lettiera tedesca ha la figura d’una scatola aperta, e che così la vittima è completamente circondata da solidi pezzi di legno a spigoli aguzzi. Non so che qualità di legno vi s’impieghi: certo è terribilmente duro e risponde con una curiosa nota musicale al vivo urto d’un osso.
Dopo ciò, egli se ne rimane perfettamente quieto, domandandosi dove picchierà la prossima volta. Ma vedendo che non accade nulla, comincia a sentirsi fiducioso, e s’avventura a tastar pian piano con la gamba sinistra, per darsi ragione della positura in cui si trova.
In quanto a coltri non ha che una coperta sottilissima e un lenzuolo, e sotto di essi sente decisamente freddo. Il letto è abbastanza caldo fin dove arriva, ma non ce n’è abbastanza. Se lo tira intorno al mento, e i piedi cominciano a intirizzirgli; lo spinge oltre i piedi, e tutta la parte superiore della persona agghiada.
Tenta di appallottarsi, perchè tutta la persona rimanga coperta, ma non ci riesce: qualche cosa rimane sempre fuori, al fresco. Rimpiange di non essere stato allevato contorsionista, perchè se potesse avvinghiarsi le gambe al collo e ficcar la testa sotto l’ascella, starebbe bene.
Forse è una sciocchezza fra tante afflizioni reali turbarsi per una semplice considerazione estetica; ma mentre se ne sta lì supino a guardarsi, lo spettacolo di sè stesso gli fa veramente uggia. Quel letto rigonfio, che gli grava sull’addome, gli dà l’aspetto d’un ammalato con un mostruoso tumore, o piuttosto d’una rana enormemente gonfia, caduta per disgrazia sul dorso, e che non riesce più a raddrizzarsi.
Un’altra molestia con la quale ha da lottare è la seguente: che ogni volta che muove una gamba o un braccio, o che respira un po’ forte, il letto, ch’è di piume, precipita là sul pavimento. Per la forma a scatola del letto tedesco, egli non può allungarsi per raccoglier ciò che cade in terra: bisogna quindi che lo rincorra e scenda e salga sul letto scorticandosi tutte le volte gli stinchi contro gli spigoli.
Compiute delle imprese simili per una diecina di volte, si conclude che è una vera pazzia creder di poter dominare in così poco tempo una macchina complicata di quella specie. Ci vuol un uomo di grande esperienza, che metta in atto tutta la sua saggezza per dormirci dentro. Non c’è da far altro che uscirne, e accamparsi sul pavimento.»
O ci dirà dell’ordine meticoloso dei tedeschi in tutte le loro cose, con tutte le limitazioni dei regolamenti di polizia, come per esempio il divieto di camminar sull’erba.
«In Germania la maggior parte delle colpe e delle follie umane significano relativamente nulla di fronte all’enormità di camminare sull’erba. L’erba in Germania è una specie di feticcio. Posare un piede sull’erba tedesca sarebbe un sacrilegio più grande che mettersi a vangare su un tappeto musulmano destinato alla preghiera. Persino i cani rispettano l’erba tedesca: nessuno dei cani tedeschi si sognerebbe d’allungarvi mai neppure una zampa. Se vedete un cane scorrazzare sull’erba in Germania, potete sicuramente conchiudere che è il cane di qualche straniero sconsacrato. In Inghilterra, quando vogliamo allontanare i cani, mettiamo una rete di fil di ferro, alta sei piedi, sorretta da pilastri, e difesa superiormente da una fila di lance aguzze. In Germania s’inchioda un cartello nel bel mezzo della località: «Hunden verboten», e un cane che ha sangue tedesco nelle vene guarda li cartello e s’allontana. In un parco tedesco vidi un giardiniere andare delicatamente calzato di scarpe di feltro su un praticello, e rimuovere uno scarabeo per metterlo gravemente se non fermamente sulla ghiaia: e dopo rimase lì curvo a vigilare austeramente lo scarabeo perchè non provasse a ritornare sull’erba; e lo scarabeo, pieno di confusione, s’avviò in fretta giù per il rigagnolo e infilò il viale col cartello Ausgang (uscita).»

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E così di volta in volta, da un soggetto all’altro, con una libertà di movimenti, con una leggerezza di tocco, una curiosità penetrante che sa insinuarsi in tutto e farne scintillare tutta la gaiezza nascosta.
Una delle qualità più cospicue dello stile del Jerome è una concisione quasi spartana. Quel flusso di parole, quelle gocce d’acqua che si gonfiano a bolle iridiscenti, e che formano il fondo di tanti libri, egli non le ha. Si potrebbe dire che il suo periodo sia una foglia scarnita, di cui rimane soltanto la nervatura, con così rigoroso proposito evita quelli che si chiamano abbellimenti letterari.
È noto quell’uso, che fa sorridere noi latini, dei direttori di giornali e di riviste inglesi, d’imporre ai loro collaboratori un certo numero di parole per ogni argomento: cinquecento parole, mille. Sembra che il Jerome s’imponga volontariamente un numero di parole che non oltrepassa mai. Quello che forma l’orgoglio di molti scrittori, l’accendere agli occhi dei lettori abbagliati una gran macchina protecnica, in cui tutti i colori vengono sfoggiati e con una successione e una molteplicità prodigiose, lo lascia indifferente e scettico. Glien’è venuto quindi un orrore dello sforzo verbale, con gran vantaggio della semplicità e della diretta rappresentazione dell’idea. Egli scrive col minimo di colore e di sfumature, mirando soltanto alla semplice ossatura del periodo. È l’autore che scrive con meno epiteti, e a noi, un po’ amici del paludamento e delle vivaci colorazioni, il suo stile ci appare troppo secco e adusto: una semplice punta aguzza, senza neppure il manico istoriato, la quale si limita a incidere il nudo contorno delle cose. Sembra che lo scrittore si contenti di buttar giù alcune note da servirgli per un’elaborazione futura. O sembra che si sia detto: – I miei colleghi in letteratura annebbiano il mondo di chiacchere; io voglio provar se mi riesce di dir qualcosa che abbia valore soltanto per sè, senza quei lustrini, quella porporina, quelle vernici alle quali ricorre la maggior parte.
Riporto una scena familiare, di cui lo zio Podger è l’attore principale: La linea è appena calcata per il rilievo, ed è fedele al vero in tutti i suoi tratti.
«In vita nostra, – scrive il Jerome, – non vedeste mai un trambusto simile a quello che avveniva in casa di mio zio Podger, quand’egli si accingeva a fare qualche cosa. Un quadro, per esempio, era tornato dal fabbricante di cornici, e stava poggiato contro una parete della sala da pranzo, in attesa d’esservi inchiodato. La zia chiedeva che cosa si dovesse farne, e lo zio rispondeva:
– Lascia fare a me. Tu non t’impicciare, Nessuno di voi s’impicci dei fatti miei. Ci penso io.
E allora si cavava la giacca e cominciava. Mandava fuori la fantesca a comprare una lira di chiodi, e poi uno dei ragazzi che la raggiungesse per dirle di che dimensioni dovevano essere, e, dopo di ciò, cominciava gradatamente a mettere in ballo tutta la casa.
– Ora va a pigliarmi il martello, Guglielmo, – gridava, – e tu, Maso, portami la squadra, e mi occorre la scala a piuoli, e poi anche una sedia di cucina, e tu, Giacomino, corri dal signor Goggles e digli: «tanti saluti da parte di papà, che spera vi sentiate meglio con le gambe e vi chiede in prestito il livello a spirito». E tu, Maria, non andartene. Qui mi ci vuole qualcuno che mi tenga la candela; e quando ritorna la donna, bisogna che esca ancora a comprare un pezzo di cordone; e… Maso! dove s’è cacciato Maso?… Maso vieni qui, dà qui quel quadro!
E allora, pigliando nelle mani il quadro, lo lasciava cadere e uscire dalla cornice, e, per cercar di salvare il vetro, si tagliava; e allora si metteva a saltar per la stanza cercando il fazzoletto, il quale era nella giacca che s’era tolta; e non trovava la giacca, e tutta la casa doveva abbandonare la ricerca degli strumenti per mettersi alla caccia della giacca, mentre lui continuava a ballare e impediva che gli altri si movessero.
– In tutta la casa non c’è nessuno che sappia dov’è la mia giacca! Parola, che non ho visti mai dei poltroni simili… mai. Siete in sei, e non siete capaci di trovare una giacca che avevo addosso cinque minuti fa.
Allora s’alzava, e vedendo che s’era seduto sulla giacca, gridava:
– Lasciate stare: l’ho trovata da me.
E, dopo aver messo mezz’ora a legarsi il dito e a incastrare un vetro nuovo, e gli strumenti, la scala, la sedia, la candela, tutto era pronto, cominciava la seconda scena, e tutta la famiglia, compresa la persona di servizio e la fantesca a giornata, si piantava lì in semicerchio a dargli una mano. Due persone dovevano tenergli la sedia, una terza aiutarlo a montare e continuare a sorreggerlo, e una quarta dargli un chiodo e una quinta passargli il martello; e lui pigliava il chiodo e lo lasciava cadere.
– Ecco, – diceva in tono d’offesa, – è caduto il chiodo.
Tutti dovevano inginocchiarsi a cercarlo, mentr’egli se ne stava ritto sulla sedia, brontolando e domandando se doveva star lì tutta la sera.
Il chiodo era finalmente trovato, ma in quel momento egli aveva perduto il martello.
– Dov’è il martello? Che n’ho fatto del martello? Santo Dio! Siete in sette, e non sapete dov’ho messo il martello!».
Sul comune e sul trito si passa come su categorie note e arcinote, e invece rivelano ai più acuti linee insospettate di bellezza.
Sceverarne quel che a tutti potrebbe esser chiaro, e pure non è ben noto, presentarci illuminate le nostre sensazioni, da noi confusamente avvertite e distinte, prospettarcele su uno schermo bianco, in modo che ce ne appaia chiaro il congegno e le molle nascoste che lo fanno scattare, è arte di gran valore a cui arriva soltanto la finezza d’un intelletto delicato.
Naturalmente, nei miei esempi, giacchè tutte le traduzioni sono tradimenti, molta parte dell’efficacia originale va perduta: manca la parola precisa dell’autore, l’aderenza perfetta della frase all’idea. Ma nulla è più gustoso che assaporare questi quadretti nella loro lingua originale: l’impeto della loro forza comica è irresistibile.
Vediamo come si rompe una scatola di frutta conservate, quando non si ha a disposizione il coltello adatto.
«Noi siamo appassionati per gli ananassi tutti e tre. Guardammo l’immagine dell’ananasso dipinta sulla scatola e con l’acquolina in bocca ci sorridemmo a vicenda. Enrico si preparò col cucchiaio.
Cercammo il coltello per aprire la scatola. Frugammo da per tutto nel paniere. Mettemmo sossopra le valige. Sollevammo le tavole del fondo della barca. Rovesciammo ogni oggetto sulla sponda scrollandolo. Il coltello per incidere il coperchio della scatola non si trovò.
Allora Enrico provò ad aprirla con un temperino; ma ne ruppe la lama e si ferì; Giorgio tentò con un paio di forbici, ma le forbici gli sfuggirono, e mancò poco non gli cavassero un occhio. Mentre essi si medicavano le ferite, provai a fare un buco nel barattolo con la punta della gaffa, ma la gaffa mi scivolò di mano, sbalzandomi fra la barca e la sponda in due piedi d’acqua melmosa, e facendo rotolare la scatola che andò a fracassare una tazza.
C’infuriammo tutti. Portammo la scatola sulla sponda, ed Enrico corse in un campo a pigliare un sasso aguzzo, e io tornai nella barca a estrarne l’albero: Giorgio teneva la scatola, Enrico teneva la punta del sasso sul coperchio, e io sollevai l’albero, lo librai in aria, e con tutta la forza di cui ero capace, assestai il colpo.
Fu il cappello di paglia che quel giorno salvò la vita a Giorgio. Quel cappello egli lo conserva ancora (quanto ne rimase) e le sere d’inverno quando gli amici raccolti a fumare e a bere raccontano delle panzane intorno ai loro cimenti, Giorgio lo va a pigliare e gli fa fare il giro di tutte le mani, narrando un’altra volta l’avventura, sempre con nuove esagerazioni.
Enrico se la cavò con una semplice ammaccatura.
Dopo di ciò, presi io la scatola e picchiai con l’albero finchè non fui stanco a morte, e poi fu il turno d’Enrico.
La picchiammo da farla diventar piatta; la picchiammo da farla diventar quadra, la picchiammo da ridurla in tutte le forme note in geometria, senza riuscire a bucarla. Poi ci si provò Giorgio, e la ridusse in una forma così strana, così spettrale, così assurda nella sua selvaggia laidezza, che se ne spaventò e gettò via l’albero. Ci sedemmo tutti e tre sull’erba a contemplarla.
V’era una grande intaccatura sul coperchio che aveva l’aspetto d’un sorriso beffardo, e fu quello che c’inferocì. Enrico si precipitò sul barattolo e lo scaraventò nel fiume».
Come nei romanzi di Dickens, in cui le figurazioni dei personaggi, tanto più solidi della tela su cui son tracciate, possono esser trasferite quasi senza alcun danno dall’uno all’altro, le avventure narrate dal Jerome, che poi son semplicemente le avventure del suo spirito, potrebbero essere trasferite indifferentemente nell’uno o nell’altro suo lavoro. Esse hanno valore in sè e per sè e non per l’argomento al quale si riferiscono. Perciò la costruzione bizzarra dei suoi libri, ai quali si potrebbero aggiungere o togliere nuove ali senza nuocer a tutto il disegno prospettico, senza snervarne le parti singole che contano più sulla loro grazia particolare che sulla dipendenza, la rispondenza e la coordinazione dell’insieme. La fantastica costruzione del Tristram Shandy di Lorenzo Sterne è un modello di architettura ordinatissima in confronto di quella seguita da questo sovvertitore d’ogni norma e d’ogni stile. Il lettore comune può indignarsene; ma egli non sospetta neppure lo sdegno, e se lo sospetta, ha l’aria di riderne immensamente divertito. Credete ch’io attribuisca qualche valore a questa roba, par che dica, credete ch’io voglia cacciar di nido i vostri autori prediletti o che abbia la presunzione di riformare la letteratura inglese? Non vedete che non scrivo una frase che abbia la pretesa dare a spasso per le antologie?
Così non c’è che da pigliarlo com’è e senza chiedergli quel che non vuole o non sa darci, goder che tutta la sua vivezza, tutta la sua arguzia, tutta la sua faceta penetrazione.

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Ma pur nella sua spensieratezza, in quel suo deciso atteggiamento di giullare che fa tintinnare continuamente i campanellini della follia, vive, vigila e trema un senso acuto del patos mondiale. Non sarebbe un umorista. Una corrente occulta di pensiero affannoso circola, come linfa sotterranea, per tutte le vene della sua costruzione letteraria, e affiora qua e là, lasciando una traccia come di lagrime. È proposito dell’autore di rimanere sempre impassibile. Ma chi ben noti, può a volte osservargli un tremito nei muscoli delle labbra, che è tanto più penoso quanto è più contenuto, e ora e poi un improvviso luccichio negli occhi. Ridiamo, ridiamo; ma qualche volta non è possibile ridere, ma qualche volta il mondo si avvolge d’una nera nuvolaglia che ci oscura l’anima. Allora lo scrittore ha la sensazione d’essere un fanciullo smarrito fra tanti altri fanciulli smarriti e unisce il suo pianto a quello di tutti gli altri. Ha perso la persuasione della superiorità del suo riso, ch’è una povera arma impotente come tutte le altre a distruggere il dolore del mondo e a incidervi una parola di salvazione e di gioia.
Più che nei frammenti di pensosa saggezza che adornano qua e là le prode fantasiose delle sue grottesche follie, questo atteggiamento del Jerome è evidente nel suo ultimo romanzo: «Tutte le vie menano al Calvario» che si attacca direttamente alla tradizione dell’umorismo in senso largo e all’ispirazione essenzialmente cristiana dei romanzi del Dickens. Siamo lontano dall’allegro pellegrino che vagava per le città d’Europa in cerca di aneddoti da divertir le brigate: dello scrittore d’una volta non è rimasto che il semplice apparato esterno: uno stile secco semplice, lineare; la parola sobria, la concisione lapidaria: quell’ampia vena burlesca che mormorava e strepitava in cascatelle sonore e spruzzava intorno zampilli di fresche risate s’è inabissata chi sa dove, travolta da un cataclisma che ha sommerso più che rivi e rivoletti dello stesso genere e più che semplici manifestazioni letterarie.
Il mondo era per il Jerome una specie di lanterna magica di figurine comiche e per comprenderlo e ritrarlo bastava avvicendarle in modo da cavarne degli effetti divertenti; ma a un tratto egli si trova innanzi a esseri mossi da molle più profonde, da passioni più forti, da apparati muscolari più complicati di quelli ai quali risponde la nota argentina d’una risata. Partito da una concezione quasi idillica della vita, egli, innanzi alla furia devastatrice di tutti i più pazzi istinti scatenati, alla quale ha assistito tremante e dolorante, deve in qualche modo rifarsi da capo per ritrovare il filo che lo riconduca all’intelligenza del mondo.
Ed ecco la sua nuova incarnazione, ed ecco «Tutte le vie menano al Calvario» che vuol additare la parola della salvezza. Con Giovanna Allways, che ne è la protagonista, noi esploriamo ogni sentiero, picchiamo a tutte le porte, stiamo in ascolto di tutte le teorie. Ma la politica non ci salverà. Da ogni parte riformatori che non sanno riformarsi, credenti nella universale fratellanza che odiano mezzo mondo, denunciatori della tirannia che domandano la forca per i loro avversari, assetati di sangue che predicano la pace, moralisti che giustificano ogni torto con la ragione del fine, molti, sordi a ogni appello di pietà, che predicano giustizia. Lo spirito brancola cieco in un bailamme di voci tumultuose. La salvezza è soltanto in noi. Ci dobbiamo aggrappare – dice il Jerome – unicamente alla vita che possiamo ordinare da noi: quella entro di noi. La verità, la giustizia, la pietà. Queste sono le cose solide, le cose eterne, le cose alle quali dobbiamo sacrificarci e che dobbiamo servir col corpo e con l’anima.
E non teniamo in gran conto il cervello. Il cervello non è tutto.
«Alcuni dei peggiori malfattori che il mondo abbia mai maledetti, uomini e donne, avevano abbastanza cervello. Noi facciamo troppo chiasso intorno al cervello, appunto come un tempo si esaltava la forza bruta, pensando che fosse tutto quello che ci voleva per formare il grand’uomo. Il cervello è soltanto muscolo tradotto in civiltà».
E civiltà non significa umanità. Umanità significa ascoltare la voce di Dio.
Instancabile a traverso i secoli, la voce di Dio ha risonato intorno all’uomo, cercando di penetrarlo. Per la lunga tenebra degl’inizi, quando l’uomo non sapeva altra legge che la propria, la voce ha parlato; finchè qualcuno, qua e là, emergendo dalla bestia, l’ha udita… ha ascoltata la voce dell’amore e della pietà, e in quell’ora, senza saperlo, ha eretto a Dio un tempio nel deserto.
Ancora innominati, sparsi, sconosciuti gli uni agli altri, ancora impotenti contro la legge dell’odio, i lavoratori che lavorano con Dio debbono crescere e moltiplicarsi, finchè un giorno parleranno con la sua stessa voce e saranno uditi. E un nuovo mondo sarà creato.
Dio: l’instancabile spirito dell’eterna creazione, lo spirito dell’amore. Che altro mai ha formato dall’informe le sfere, ha foggiato le orbite dei soli? Noi la chiamiamo la legge della gravità. È un altro nome dell’amore, il desiderio del simile per il simile, la voce con cui si rispondono le stelle. Soltanto l’amore ha fatto i mondi, raccolte insieme le acque, rappresa la terra asciutta. Noi lo spieghiamo come la coesione degli elementi: la fusione del simile col simile, la fratellanza degli atomi.
Rimane il maggior compito: l’universo dello spirito, dell’anima. Dall’uomo si deve creare: dai fratelli lavoratori, che debbono lavorare insieme, che insieme debbono fabbricarlo. Fuor della discordia e della lotta insensata, al di sopra del caos e del tumulto, si deve udire il nuovo precetto: lasciate che regni l’amore.
Sì, Jerome, il più gaio degli ultimi umoristi, ci si presenta inaspettatamente sotto la veste del riformatore religioso. E nulla di più sincero del suo atteggiamento, e nulla di più umano del suo principio ispiratore, ch’è di odio per la politica e di amore esclusivo per i grandi principi morali.
«La politica non riformerà mai il mondo. Essa si rivolge solo alle passioni e agli odi degli uomini. Essa ci divide. È l’arte che deve incivilire l’umanità a allargare le sue simpatie. L’arte le parla il linguaggio comune dei suoi amori, dei suoi sogni e le rivela la parentela universale».
Ho detto ci si presenta inaspettatamente sotto la veste del riformatore religioso; ma forse con qualche precipitazione. A ben cercare nei suoi lavori precedenti, certo misticismo, certo senso profondo del divino, che non è soltanto il raccoglimento casuale dell’umorista, è facilmente da rintracciare. Basterebbe a convincerne, una volta per tutte, l’inno ch’egli eleva al silenzio nella cattedrale di Colonia, che suona come una magnifica sinfonia ed è un sublime volo nelle regioni superiori dello spirito.
Certo al nuovo Jerome, noi preferiamo il vecchio. I lettori sono come gl’innamorati cui turba un mutamento improvviso nelle forme da lungo tempo vagheggiate. La donna che cambia spesso la sua acconciatura – è un tratto di psicologia di cui il mondo femminile non tien sempre conto – non riesce, il più delle volte, che a intepidire l’ardore del suo cavaliere. La novità improvvisa sconvolge il sogno, che dura fatica ad adattarsi alla nuova immagine.
Lo stesso è il caso d’un autore, al quale sono consentiti, sì, mutamenti, ma lievissimi, tali che non turbino la linea con la quale riuscì a conquistare l’ammirazione dei lettori. Il giorno ch’egli esce dal cerchio segnato dai suoi primi sforzi, anche per nobili prove, corre il rischio di perdere tutti i suoi vecchi devoti, senza la sicurezza di farsene dei nuovi.
Noi amiamo il vecchio Jerome, che non si affannava a ricostruire il mondo, ma l’accettava come lo trovava, estraendone tutta la gioia che ne poteva estrarre. Egli aveva lasciato ad altri, poeti, pensatori, filosofi, la cura della costruzione della città ideale, e ci sembrava più saggio. Senza rinunziare all’esaltazione degli sforzi sulla via d’una umanità rinnovellata, sentivamo, in certe ore di stanchezza, dopo la fatica e la tensione dei nervi, una specie di fidata compagnia in questo scettico bonario che nell’aspra selva del mondo riusciva sempre a trovar per noi un cantuccio radioso di sole e sonoro di allegre risate.
Non ci dispiace la sua filosofia; ci dispiace la sua veste di filosofo, che gli fa perdere le qualità per cui lo abbiamo amato. La sua filosofia ci piace d’incontrarla spezzettata nelle sue osservazioni argute, di vederla brillare qua e là nell’impasto della sua materia artistica, e accendersi con un balenio di faville nella sua fucina d’artefice.
Sappiamo ch’egli è filosofo come quel gatto di cui ci ha tratteggiato lo schizzo:
«Lo spirito filosofico – osserva lo scrittore in qualche parte – non dipende affatto dalle circostanze. Voi potete cacciare il filosofo dovunque, e ci si trova bene, perchè porta con sè il fardelletto della sua filosofia. Potete improvvisamente nominarlo imperatore o condannarlo alla galera a vita. Egli continua a esser filosofo, come se nulla fosse. Noi abbiamo in casa un vecchio gatto. I bambini lo sottopongono a terribili prove. Sembra ch’esso non se ne avveda. Lo chiudono nel pianoforte, con l’idea che strepiterà e spaventerà qualcuno. Esso non si muove e si mette a dormire. Quando un’ora dopo qualcuno apre il pianoforte, il poverino è steso a mo’ di sfinge sulla tastiera a ronfare. Lo vestono con gli abiti della bambola e lo portano a spasso nella carrozzina: esso se ne sta perfettamente soddisfatto guardando il paesaggio in giro e beandosi d’una boccata d’aria fresca. Lo tirano per la coda. Si crederebbe, a vederlo abbassare su e giù pian piano la testa, che sia grato ai bambini che gli danno quella sensazione nuova. Par che giudichi tutto ciò che gli avviene di sopportare come una prova utile. Nello scorso inverno lasciò una gamba in una trappola: ora va in giro tranquillamente su tre. Anzi sembra contento di averne perduta una: si risparmia la seccatura di leccarsela e pettinarsela. Ebbene quel gatto è il vero filosofo: non bada a ciò che gli accade, ed è parimenti soddisfatto se nulla gli accade».
È questo il Jerome che ci ha attratti. Soddisfatto di tutto, scontento di nulla: sereno sempre, spesso burlone, deliberato a non vedere indizi di doglia e a non vivere che l’ora rosea della gioia. E se egli un giorno pensa di mutar stile e si presenta nei panni dell’eroe del dramma serio, noi continueremo, nonostante la bellezza della sua nuova manifestazione, a cercare l’irresistibile brillante che faceva sbellicare la platea e il loggione, continueremo ad applaudire l’autore dei «Tre uomini in una barca» e dei «Tre uomini a zonzo».

CURRICULUM VITAE

Jerome Klapka Jerome è nato nel 1859 a Bucks, presso Londra, da un ministro non conformista che coltivava da sè i suoi terreni. Il giovane Jerome uscì maestro dalla scuola filologica di Marylebone; ma dopo qualche anno d’insegnamento s’impiegò presso degli uffici commerciali, per quindi fare l’attore e infine darsi esclusivamente al giornalismo. Intanto aveva sposato la figlia d’un ufficiale dell’esercito spagnolo.
1886-1893. Il suo primo lavoro fu per il teatro: «Barbara», che ebbe molto successo e fu rappresentato al Globe di Londra. Seguirono molti altri e fra essi «The Passing of the Third Floor Back», che è ancora ricordato come la migliore creazione dell’attore Forbes Robertson.Il suo primo volume, una raccolta di viaggi scelti dai migliori pubblicati nelle riviste e nei giornali, fu «Idle Thoughts of an Idle Fellow», che stabilì la sua riputazione d’umorista. Ebbe in Inghilterra centotrentadue edizioni. Seguì «The second Thoughts of an Idle Fellow».
1895-1900. Pubblicazione di «Three Men in a Boat», uno dei migliori lavori usciti dalla sua penna, e quello che gli diede la vera celebrità; di «A Diary of a Pilgrimage», di «Novel Notes», di «Sketches in Lavender, Blue and Green», di «Three Men on the Bummel». Dal 1892 al 1897 fu condirettore con Robert Barr dell’«Idler», mentre nello stesso tempo, dirigeva il «To-day,» l’uno rivista mensile, l’altro settimanale, e viaggiava molto, specialmente in Germania e nel Belgio.
1902-1909. Pubblicazione del romanzo «Paul Kelver». In una lettera riportata recentemente del «John o’ London», settimanale londinese, Jerome affermava di ritenere «Paul Kelver» il suo libro migliore. Seguivano: «Tommy and Co», Idle Ideas in 1905 (volume scritto nello stesso spirito di «Idle Thoughts» and «Second Thoughts»); «The Angel and the Author», «They and I» questi due ultimi lavori più simili a «Thre Men in a Boat» e «Three Men on the Bummel».
1910-1918. Periodo di quasi assoluto riposo fino al 1914. Da quest’anno fino alla fine della guerra, il Jerome servì come volontario in Francia in qualità d’automobilista nell’ambulanza.
1919-1923. Il romanzo «All Roads lead to Calvary», segna la crisi spirituale dell’autore, travolta dallo sconvolgimento generale, e rinnovato da larghe visioni umane. Nell’«Anthony John», altro romanzo in forma autobiografica, il Jerome s’afferma quasi in senso tolstoiano nella predicazione della rinuncia.