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Alfredo Panzini – I tre casi del Signor Avvocato

Il signor Flavio Semilli, di buona famiglia veneziana, dottore in legge e procuratore, ammogliato con prole, libero cittadino e libero elettore, nell’età non più giovane di trentacinque anni si era trovato un giorno completamente sul lastrico.

Tutto ciò può sembrare un assurdo, specie quando si pensi che il signor Semilli avea anche compiuto regolarmente i suoi studi con ottime attestazioni di frequenza e di lode.

Come avvenne?

Non lo avrebbe saputo raccontare nè pure lui.

Era stato prima vicepretore; poi, per la legge X…, quella pretura era stata abolita e lui privato del posto.

Se ne stette un po’ a casa consumando i pochi risparmi e aspettando, come gli avevano promesso, di essere richiamato in servizio. Invece niente! Anche a Roma, esclamava il dottor Semilli, fanno come dice Dante: “lunga promessa con l’attender corto!”

Allora era passato per la trafila di vari impieghi, l’uno più miserabile e precario dell’altro, finchè si era trovato, come abbiamo detto, col vuoto davanti agli occhi e nelle tasche.

Che fare? Cosa semplice: venire a Milano, la città dagli occhi di fata, dove con le grige nebbie autunnali, spinti dal miraggio dell’opulenza lombarda, si trascinano gli affamati del bel dolce paese, nonchè d’altre terre straniere.

Veramente l’avvocato Semilli vi era venuto non con le grige nebbie ma col lieto sole di aprile che faceva scintillare tutta la Madonnina del Duomo: non per ciò la fortuna gli era stata più propizia.

Una barba incolore cresceva oramai troppo lunga su le pallide ed intristite gote; il colletto e la cravatta domandavano al loro signore un ben meritato riposo; le scarpe poi, per il lungo calcare i melmosi e smossi ciottoli della città, aveano subite profonde alterazioni dal loro primo essere, e invano la vernice e le sottoposte pezzette nere di seta cercavano di coprire le ferite mortali. In queste condizioni egli era a pena presentabile; ma lo sostenevano un paio di guanti ancora puliti e riposti ben bene nella tasca interna del soprabito, e poi un bastoncino di ebano vero con la testina d’avorio vero, proprio elegante.

Da due mesi cercava con molta perseveranza se non con eccessivo slancio, e non aveva trovato nulla. La massima evangelica pulsate et aperietur vobis, ottima per le porte dei cieli, era di scarsa efficacia per le porte degli uomini di Milano.

Ben è vero che la natura benigna gli aveva infiacchito un poco il cervello (un gran nervoso alla testa, diceva lui) così che più oramai non si accorgeva e non sentiva la irrisione delle promesse, la ipocrisia della pietà, l’insulto delle dure repulse.

Nel giudicare gli uomini era giunto a quel tal pessimismo, il quale, più tosto che un’evoluzione filosofica, segna l’ultimo grado di una ben esperimentata miseria. Si comincia in questi casi a credere non solo nell’innata malvagità del genere umano, ma nella iettatura, nella persecuzione, nella fatalità del destino etc.: cose assai brutte davvero, le quali forse sono un poco nella realtà, ma un po’ anche in una specie di dolorosa debolezza che ha subito la molla del volere.

Però, nel nostro caso specifico, il pessimismo del signor avvocato era bonario, venezianamente umile e arguto, senza propositi e senza ribellioni tragiche.

Solo pensando alla moglie ed ai figli, gli occhi si inumidivano e, voltando in su lo sguardo verso la Madonnina del Duomo, così placida, così buona, così lontana, gli venivano alle labbra i famosi versi del Filicaia:

E tu ‘l vedi e ‘l comporti,

E la destra di folgori non armi,

O pur gli avventi a gl’insensati marmi?

La Madonnina, lassù in alto, non rispondeva nulla alla fiera apostrofe, anzi, così com’ella si sta, con le mani allargate, pareva dire: «Io non ne ho colpa!» e nel suo dialetto milanese: «mi ghe n’impodi no!» Miglior consiglio era forse di andare nei caffè a recitare tutta d’un fiato quella sfolgorante canzone. Il professore, nei tempi remoti della scuola, gli dava dei bei dieci per la forbita recitazione: possibile che quei forti mangiatori di risotto e di busecchie non si fossero commossi a sentirlo cominciare:

E fino a quanto inulti

Fian, Signore, i tuoi servi? -

Ci pensò due o tre volte, per celia, s’intende, giacchè un dottore in legge, ex impiegato del governo per giunta, non si abbassa così; però gli parve spediente abbastanza originale ed alla americana da tentarsi soltanto nei casi estremi. «Alla fin fine – pensava – cosa ghe xe de mal?» Con la voce e col gesto avrebbe potuto dare un’intonazione rivoluzionaria conforme ai nuovi tempi anche a quella canzone che fu lodata e premiata dal sacro imperatore.

L’invettiva al Dio superbo ed inerte si poteva benissimo adattare anche a questo secolo di rivendicazioni popolari. L’avvocato Semilli si confortava in queste fantasie, quando gli arrivarono due lettere di raccomandazione, da lui lungamente sollecitate.

L’una era dell’on. X…. per l’avv. comm. on. Y…, deputato moderato, liberale-progressista. Conteneva poche righe scritte dal segretario, ma con la firma autentica dell’on. X….

L’altra, più lunga, era del dotto abate Z…, rivolta all’eccellentissimo e molto reverendo padre V…, una delle colonne del partito cattolico lombardo, uomo pieno di relazioni e di affari.

Le due lettere giunsero assieme come care amiche, e l’avvocato Semilli quando le ebbe lette col cuore in sussulto, non potè a meno di esclamare lietamente: «Due piccioni ad una fava! Adesso almeno io avrò da mangiare e il di più lo manderò ai miei piccini!»

Quel giorno la Madonnina gli parve più raggiante che mai nel puro azzurro e come a lui benevoli gli parvero i cittadini della città superba.

Al mattino alle ore dieci l’avvocato Semilli era a fare anticamera dall’onorevole Y…. tenendo, con una mano in tasca, la lettera di raccomandazione ben ravvolta in un foglio di giornale perchè non si sgualcisse: l’altra mano era dentro lo sparato dell’abito sopra i documenti, sopra il cuore che batteva impetuosamente.

Il cameriere, dopo molta attesa, gli domandò la lettera e poco di poi lo introdusse.

Un magnifico e vigoroso signore su la cinquantina lo accolse col più grazioso dei sorrisi e, dopo le prime frasi d’uso, gli indicò una bella poltrona di velluto rosso dove l’avvocato Semilli sprofondò; quindi, deposto il viglietto dell’onorevole suo collega, invitò con bel gesto il visitatore ad esporre le ragioni della sua venuta.

Con la voce in sussulto quegli incominciò e, con le mani guantate, tremanti, apriva i documenti, le nomine governative, i diplomi e comprovava il suo dire.

Il signore lo ascoltava col suo bel sorriso e diceva ogni tanto con un brusco moto di contrarietà: “Ma che disdetta!… oh, poveretto!” Quando vi fu un momento di sosta, levò la mano, una assai bella mano, in atto di volere egli pure parlare e cominciò:

- Il mio caro giovinotto….

- Eh, non lo sono più, signore! – osservò l’altro timidamente.

- Via!! Quando si è pieni di belle speranze si è sempre giovinotti: se lo lasci dire. Il mio caro giovinotto, il caso suo è proprio desolante, tanto più che cospirano delle circostanze di fatto che non si possono oppugnare. Lei è proprio vittima di una legge, lo capisco, anzi una delle vittime più stritolate. Ma che farci? Lo sa bene: dura lex, sed lex! Ad ogni modo quando andrò a Roma, avrò presente il caso suo: vedrò, sentirò, se per vie indirette, per altri uffici, ci fosse modo di rintegrarla nel suo impiego. Perchè è questo che lei vuole, è vero? Dopo tutto è la via maestra, battiamo questa per ora e poi vedremo il da farsi…, insomma stia certo che me ne occuperò: il caso suo è proprio degno di considerazione….

Per essere esatti convien dire che l’umile postulante (è la parola dell’uso) non domandava tant’oltre, chè fra i molti ostacoli si frapponeva il limite dell’età; ma poi che un rappresentante della nazione così autorevole come quello con cui parlava, l’aveva intesa per quel verso, tanto meglio! Non c’era che da supplicarlo di far presto e perciò suggerì timidamente:

- E se ella scrivesse….

- No, no, e pour cause: il guardasigilli è mio buon amico, ma alle lettere non danno che un’evasione convenzionale: hanno già le risposte preparate. Aspetti che vada a Roma, aspetti…. – poi, come cedendo ad un pensiero costante, con fare più sciolto aggiunse: – Del resto, veda, il gran male di noi italiani è quello di mancar di energia, di intraprendenza, di coraggio. Osservi quello che fanno gli inglesi, gli americani! Ma voi non vi volete staccare, Dio mio! dalle gonne della mamma o della moglie: un posticino, un impiego da vivere a miccino e vi basta. Non dico mica di lei, sa? Parlo in generale…. Ma girate il mondo; tentate, esplorate! I confini dell’Italia sono al di là dell’Italia: questo è il mio motto. Avete la colonia eritrea, la spedizione belga nel Congo, le regioni dell’Argentina, le plaghe inesplorate della Patagonia…. Conosce lei quelle regioni?

- -No, signore: non le conosco mica se non di nome.

- Veda? ma sono miniere d’oro quelle! oro! oro! È una nuova vita che sorge mentre questa da noi muore decrepita, o vagheggiante come idealità l’uguaglianza sociale, e per conseguenza la distruzione delle responsabilità umane e di ogni energia potente; ovvero affaticantesi invano a ricondurre il mondo sotto il giogo teocratico di un dogma sfatato, rinnegando secoli di martirio, di progresso, di luce: bizantinismo atonico di vita automatica l’uno: assurdo degno di pietà il secondo se la pecorilità atavica delle plebi non lo alimentasse con la sua codardia. Ne è persuaso, o signore?

- Oh sì, signore…!

- E se io avessi la sua età, avrei già preso il volo. Questa vita di ripicchi, di odi, di meschine contese che si rispecchia dal giornalismo alle aule del Parlamento, dalla piazza all’accademia, ripugna fieramente al mio animo.

Il signore, così dicendo, si era levato in piedi ed appariva maestoso e sonoro davanti al gran tavolo di lucente noce intarsiata, con la mano appoggiata ad un gran fascio di carte sul verde tappeto.

L’avvocato Semilli si credette anche lui in dovere di levarsi dalle molli profondità del velluto della poltrona, dove il cortese signore lo aveva fatto sedere.

- Ella è un animo grande e nobile! – disse non sapendo che altro dire.

- Non creda: è frutto di maturo studio e di riflessione. Mediti su questo che ho detto, e se le fallisce l’impiego, cerchi all’estero: rinnovi la sua vita in regioni più libere e forti!

L’avvocato Semilli, pur intendendo che l’udienza era finita, non potè a meno di osservare:

- Ci avevo anch’io pensato di lasciare l’Italia. Ma come faccio? con la moglie e due bambini piccini?…

Il florido onorevole guardò quell’infelice in cui la tinta della barba benchè diversa da quella del volto, pur tuttavia vi si accordava in una pietosa armonia di squallore; parve commosso tanto che a quell’infelice balzò per un istante il cuore: ma ohimè, l’onorevole disse soltanto queste parole: – Di fatto…. questo è il problema, problema grave che si potrebbe formulare così: «nell’ora presente l’individuo che crea e alleva una famiglia è benemerito della società?» Problema terribile! – E chinò il capo meditando come si fosse trattato di un’inchiesta da risolversi per referendum.

In quella un elegante signore entrò senza punto farsi annunciare. Si udì un doppio – Oh, caro! – detto in un tono di voce che era molto diverso da quello con cui l’onorevole sino allora aveva parlato.

- Scusa, sai, – disse colui, – non credevo che fossi occupato! – e fece atto di ritirarsi.

- Nulla: ora sono da te, – rispose brevemente. Poi ripigliando il tono oratorio e ponendo la mano su le spalle del giovinotto e dolcemente avviandolo verso l’uscio: – Questo – sentenziò – è il consiglio migliore che io, uomo di cuore come sono, possa dare ad un giovane forte come lei: Sursum corda! e avanti oltre i confini degli umili: al di là! verso gli orizzonti della libertà eterna! Per quello poi che riguarda il nostro affare, parlerò di persona al Ministro: non dubiti, non me ne dimenticherò, faccia assegnamento su di me.

Il giovane si senti prendere e scuotere poderosamente la mano e si trovò nella sala degli scribi che facevano scricchiolare le loro penne.

- Per di là, – disse uno di essi senza levar gli occhi.

Spinse l’uscio di stoffa verde. Si trovò nell’anticamera.

- No per di là che si va in cucina! – disse ridendo il cameriere che gli porse il bastone col pomo elegante e il cappello.

«Se non fosse venuto quel signore così male a proposito, io gli avrei domandato un posto da scrivano, per intanto, – pensò giù per le scale grattandosi le orecchie. – Anch’io ho i miei ideali, oh, se ho i miei ideali! ma, per intanto, mi sarei accontentato di trovar da mangiare. Sicuro che lui ha avuto riguardo di offrire ad un suo pari (perchè il mio titolo accademico è poi uguale al suo e siamo avvocati tutti e due) ha avuto riguardo di offrirmi un posto basso….»

Quando fu in istrada si girò a torno come per raccapezzarsi; pensò di rifare ancora le scale, di dire che per ora lui si accontentava anche di poco, bastava che fosse stato subito, quando si risovvenne d’avere in tasca l’altra lettera per il reverendo abate e, come preso da una frenesia di concludere qualche cosa pur che fosse, fu alla casa del detto abate.

Domandò se era in casa: risposero di sì. Allora presentò la lettera e supplicò perchè gli fosse subito data udienza.

Fu lasciato solo su la soglia; e il sudore, per la corsa fatta e per l’emozione patita, gli colava copiosamente e invano il misero fazzoletto valeva a tergerlo e a difendere il povero solino.

Finalmente venne introdotto.

Appena entrato nella stanza sentì un’impressione benefica di frescura e di silenzio e non vide altro che il bagliore rossastro d’una lampada pendente da tre catene di ottone davanti ad un grande Cristo. Poi gli occhi si abituarono; distinse nella penombra grandi scaffali, seggioloni alti di cuoio messi in cerchio e come aspettanti un convegno. Si levò improvvisamente la portiera, e una figura con veste talare, snella, stretta alla vita da alta fascia, scivolò lesta senza rumore fra i mobili. Semilli sentì il contatto di una mano morbida e udì una voce rapida di tale che ha fretta, che disse: «racconti

Egli raccontò, raccontò la lunga storia: l’uomo del Signore avea (seduto come si stava) chinato il capo sull’indice e sul pollice aperti; e se ne vedea solo la fronte larga, forte e il cranio lucido, recinto da pochi capelli ancor neri.

Raccontò: l’altro non interruppe mai. Quando parlò della moglie e dei figli, quando egli ripetè una sua frase solita, cioè che egli non era di quelli che attingono forza dalle sventure o che si adattano a far cattive azioni, un lungo singhiozzo gli montò su dal petto. Le sedie raccolte a convegno non si mossero, la lampada non oscillò, il Cristo gigantesco parve indifferente.

L’uomo del Signore avea sollevato il volto che ora si distingueva benissimo: un volto pallido, dove un naso tagliente divideva due occhi neri e vivaci.

Pronunciò queste parole gravi e come preparate al compianto:

- Triste istoria, povero giovane: e ve ne sono anche di più tristi! A noi piange il cuore di dovere troppo spesso soccorrere quelli che si rivolgono a noi soltanto con sterili parole di pietà. Ma di questo desidero che ella sia persuasa a pieno: la malvagità della setta sparge troppo continuo e sottile veleno di calunnia su di noi perchè un po’ di sospetto non sia rimasto appiccicato anche nell’animo dei buoni, come ho opinione che ella sia! Venga. – E lo prese per mano e lo condusse ad uno scrittoio che sollevò; e scoperse un grosso pacco di carte. Le cominciò prima a sfogliare, poi a leggere qua e là dando rilievo ai passi più notevoli. Era di fatti molta umana miseria cristallizzata, per mo’ di dire come avviene del fossile, e condensata in forma di domande, di sussidi e di impieghi. Il nostro avvocato fu per ragioni di cortesia, cui non poteva sottrarsi, costretto a contemplare la sua vita rispecchiata variamente nella miseria degli altri: tutti ignoti ma tutti proscritti dal consorzio dei felici, e tutti affratellati con molta fame su la via dell’esiglio per questa valle mortale. L’abate noverò le domande di coloro che domandavano un ufficio: consigliò di fare egli pure la sua, promise che ne avrebbe tenuto conto alla prima occasione.

Poi si sedette ancora, e l’avvocato Semilli lo sentì parlare. Parlò o almeno gli parve che parlasse, dei mezzi e delle forze loro, che erano limitate, dell’empie sêtte che hanno distrutto patria, religione, morale, famiglia, che hanno sconvolto gli ordinamenti sociali come furono istituiti dalla natura e da Dio; e disse: – esse sole, le sêtte, si sono rese padrone di quegli uffici che voi oggi a noi domandate; e ne fanno così empio mercimonio che io non so se più sia il danno o la vergogna. Noi non abbiamo più nulla: ci è tolto tutto fuor che la preghiera, il diritto e la speranza!

La voce dell’abate aveva all’orecchio confuso del povero diavolo suono come di sibilo, e gli faceva l’effetto che quelle parole staffilassero pur lui, quasi fatto responsabile di molte colpe degli altri. Di fatto lo apostrofava col voi, al plurale, e un po’ per volta distinse bene queste ultime frasi: – Ah, voi assistete oggi atterriti e impotenti all’implacabile marcia delle masse che vogliono le vostre ricchezze, che invidiano i vostri ozi? Ben vi sta! Voi primi violaste il diritto, voi primi spogliaste noi con violenza dei nostri legittimi averi. Ebbene, altri oggi spoglia voi con uguale violenza. Chi sono essi? I vostri figli, i vostri discepoli, tenetelo a mente. Quale seme gettaste nei solchi della vita? Esso ha germogliato, esso è fiorito! La logica segue il suo cammino: nessuna forza l’arresterà.

- Ma io, dunque, – gemette Semilli, – io…. che colpa ne ho?

- Voi!? anche voi, come gli altri, soffrite per le colpe dei padri: questa è la legge, la punizione tremenda!…

Il prete, placatosi alquanto, offerse infine qualche sussidio in denaro che Semilli rifiutò, e poi fu licenziato e si trovò ancora in mezzo alla via.

In mezzo alla via, ed era mezzogiorno: un bel mezzogiorno scintillante! I caffè si popolavano dei soliti avventori: l’odore dei risotti e degli umidi densi fumigava fuor delle vetrate grandi. Quello era il momento buono di entrare a cantare:

E fino a quanto inulti

Fian, Signore, i tuoi servi?

Ma allora non ebbe a mente queste istorie vane.

Il pensiero di essere proprio solo, senza difesa, senza pane, con degli esserini piccoli, lontani, che egli avrebbe dovuto difendere e mantenere, questo pensiero, dico, gli si attanagliò come una morsa al collo, così forte che gli spalancava le fauci.

Se non un aiuto, almeno un conforto per non restar solo con quella idea orribile di essere abbandonato da tutti come in un deserto! E gli uomini erano tanti, tanti attorno a lui!

Tutti gli dicevano di presentare una domanda e poi di tornare. Tornava e gli dicevano di ripassare ancora.

Ebbene, pazienza; egli era ben venuto per quello; ma ciò che lo angustiava di più era il vedere come tutti rimanessero indifferenti quando raccontava le sue disgrazie. Stavano lì ad ascoltare come se le sapessero di già a memoria; come se fosse stata la storiella della vispa Teresa!

E così tristamente considerando, gli balenò alla mente il nome di un uomo che nei giornali, ne’ comizi, dovunque, aveva inteso a tuonare contro tutte le ingiustizie della società; additare sicuro le vie dell’avvenire; bandire nuova fede di verità, di amore, di luce per tutti i diseredati del mondo.

Non lo conosceva, ma non importa: «Andrò da lui, – pensò, – mi ascolterà pure».

Aspettò sotto un portico che fosse trascorsa l’ora della colazione per non disturbare quel signore, giacchè anche lui presumibilmente doveva far colazione in quell’ora come ogni altro borghese o mortale.

Una buona donna in una edicola di giornali, tutta intenta a vuotare un bel pentolino di zuppa, gli indicò dove stava quel signore.

- Oh, in casa non c’è quasi mai, – gli dissero. – Provi un po’ alla redazione del giornale.

Andò là. C’era, ma avea un gran da fare: tuttavia lo introdussero.

- S’accomodi, s’accomodi, la prego, diamine! – disse una bella voce franca e geniale: la voce proprio di quell’uomo che allora si vedeva appena dietro cumuli di carte, di libri, di lettere. – S’accomodi dunque, – ripetè, e, pur leggendo, indicava una seggiola dove Semilli, esitando, si sedette.

- Ecco il mio nome, – disse poi levandosi in piedi e togliendo dal portafogli il penultimo de’ suoi biglietti; e lo porse.

- Ah, scusi; ora sono da lei, – e prese il biglietto. – Non ho l’onore, – disse dopo aver con un aggrottar di ciglia sbirciato quel povero nome.

- -Oh, io conosco lei, signore! – disse Semilli. – Chi non la conosce, lei? Lei è la nostra speranza, l’avvenire….

Queste parole non sembrarono fare molta impressione sul volto dell’uomo dell’avvenire: il quale volse lo splendore delle lenti cerchiate d’oro sul visitatore, e disse:

- Lei è troppo buono, troppo sensibile! Voglia esporre la causa della sua venuta.

Il dottore Semilli si contorse. Avea forse sperato che quel signore leggesse su la smorta sua faccia il patimento e la causa della sua venuta e dicesse press’a poco così, come si legge nel bel libro de’ Promessi Sposi, dove parla il cardinal Federigo: «o amico, so perchè vieni; eccomi pronto al tuo aiuto; troppo tardasti! dovevo io venire a cercare di te»?

Questo io non so, non avendo fatto studi di psicologia così profondi; ma so di certo che al povero Semilli parve che l’uomo dell’avvenire accogliesse la gente proprio come l’uomo del passato e come l’uomo borghese dell’effimero presente.

- Ella deve perdonare, – cominciò con timida voce, – se ho osato…., senza lettere di presentazione….

- Oh, non fa niente….

- Già, ho detto bene fra me così; «Con gli altri uomini ci vogliono queste formalità, ma da lui si va come si va in chiesa….»

Il paragone, come ognuno vede, oltre la smaccata adulazione, era politicamente improprio, ma il nostro avvocato aveva, come si è detto, da qualche tempo il cervello un po’ indebolito per le sofferenze o, come diceva lui, pativa di un gran nervoso alla testa che gli faceva smarrire l’opportunità delle espressioni proprie ed efficaci a far leva sugli uomini.

- Dica, dica pure! – insistette l’altro garbatamente.

- Dunque lei deve sapere…. – cominciò con un tono di voce da far rabbrividire chiunque avesse avuto fretta.

In quella entrò il domestico con un dispaccio.

Semilli si interruppe.

- Seguiti, seguiti pure, io ascolto bene lo stesso.

Seguitò.

Il signore dell’avvenire aperse il dispaccio, lesse con l’abituale calma e lo infilzò ben bene in un punteruolo che era infisso su di un piedestallo di agata. Poi aveva preso il lapis azzurro e faceva piano piano alcuni segni su dei fogli ammucchiati in un canto, e segnati che essi erano, li deponeva altrove.

Il servo entrò una seconda volta:

- Le bozze del giornale, – disse con voce cadenzata, e depose un grosso plico.

- Ah, finalmente! – sclamò quel signore.

Squarciò la busta: gli stamponi umidi, liberati dalla compressione della busta, si svilupparono e coprirono tutto il tavolo. Allora li sovrapponeva foglio a foglio, poi cominciò a guardare avidamente.

- Seguiti pure, non abbia riguardo, – diceva poi volgendosi ogni tanto all’infelice che si era arrestato per rispetto e anche per esaurimento oratorio.

Quel signore, psicologo di alta scienza e di assai grido, sapeva, anzi lo aveva stampato, come e per quale processo fisiologico del sistema nervoso avvenga che il più valente oratore si faccia balbettante e non trovi più imagini e frasi quando l’uditore o l’uditorio è disattento od ostile.

Egli conosceva questa cosa per scienza fisica, ma allora se ne era dimenticato senza dubbio.

- Il governo!… – diceva ogni tanto Semilli, e quel signore, pur leggendo, spiegava la palma con un atto di vade retro, Satana! e annotava ogni tanto.

Quando ebbe finito, quel signore depose i fogli, si accostò al postulante e disse con voce assai amichevole ed insinuante;

- Io sono non spiacente, ma spiacentissimo, tanto per lei come per molti altri che vengono da me quasi che io avessi l’onore di essere la divina provvidenza, e le confesso che certe cose, a udire, mi turbano, mi sconvolgono…. Ma io non ce ne posso nulla: tutti i posti a cui ella può aspirare sono in mano della coalizione borghese. Io le posso ipotecare l’avvenire fin che vuole, ma per il presente, sono dolentissimo, io non valgo…..

- Ma almeno mi indichi, mi dica quello che posso fare…. – supplicò Semilli.

- Bisogna persistere, non venire a transazioni, nessuna, nessuna, nessuna! Fatta una, è aperta la falla: entrano tutte. Noi non abbiamo odî di classe, come insinuano malignamente i nostri avversari, ma la salute è là, unica: distruzione, abolizione delle proprietà individuali: tutto il resto è un fomento su le gambe di legno, quando non sono artificî subdoli di partiti avversi….; perchè creda che se noi durante il cammino veniamo a delle transazioni, a degli accordi, perdiamo soltanto una piccola parte del bagaglio del nostro programma, è affar finito. Alcuni obbiettano: «Arriveremo più tardi.» E che cosa importa? rispondo io: ma quel giorno la vittoria sarà nostra: ma assoluta, completa. E non bisogna nemmeno che ci illudiamo eccessivamente sui trionfi, certo meravigliosi, insperati di questi ultimi pochi anni. Di terreno ne abbiamo conquistato anche troppo: abbiamo bisogno di conquistare altrettante coscienze, le quali formeranno una nuova forza nel mondo, un nuovo motore, una nuova ala data alla terra. Guardi, questo è proprio l’argomento del presente articolo! – e mostrò le bozze.

Il povero Semilli si sentiva la gola secca e pur domandò:

- Ma io dico per adesso; per il caso mio!

- Ah, già, – rettificò quel signore, temprandosi a malincuore dalla presa corsa, – già, il caso suo…. Eh, se fosse un operaio, qualche cosa potrei fare, anche subito, ma di un avvocato…., cosa vuole che ne faccia di un avvocato? Un avvocato, ben inteso sempre secondo le condizioni odierne, rappresenta un valore sociale quando ha trovato da per sè il mezzo, la facoltà di produrre una data quantità di lavoro e di ricchezza: ma un avvocato che domanda del lavoro è…., è come una locomotiva che domanda di essere trainata. È un linguaggio brutale il mio, lo so. Ma noi siamo uomini nuovi anche nel rendere il nostro pensiero. Certo che nella futura società questi casi deplorevoli non avverranno più, anche per la ragione semplice che la società e il diritto non avranno più bisogno di patrocinio. Le pare?

- La redazione del giornale…. – suggerì timidamente Semilli con un fil di voce che si udì a pena.

Tuttavia quel signore udì, sorrise come un maestro di piano al tasto falso di un principiante.

- Eh, se dovessi dare ascolto a tutti, – disse, – bisognerebbe che avessi non uno ma mille giornali; e, in confidenza, non lo dica a nessuno, uno solo fa fatica a vivere…., fatica!… Del resto, – aggiunse vedendo colui assai triste, – creda, credano tutti che le forme di pietà e di beneficenza individuale sono cose inutili per la collettività: anzi ostacolano, ritardano il fine ultimo. Finchè nella psiche delle masse, – concluse accalorandosi una seconda volta, – non entrerà la coscienza che, con l’atto stesso del nascere, si acquista il diritto di vivere, di godere l’immenso tesoro accumulato da secoli, dalla scienza, dal progresso, ebbene, sino allora avremo sempre una parte grande di uomini che domanderà ad altri pochi come carità ciò che invece viene loro per diritto. Ne è persuaso?

- Oh sì, signore!… – balbettò Semilli.

- Del resto, venendo al fatto individuale, io avrò in mente il caso suo: ripassi ancora senza riguardo, e – concluse, accomiatandolo, a voce bassa e di confidenza – in occasioni estreme, che io non so, si ricordi pur di me, senza riguardo….

Uscì di quella casa come instupidito. La Patagonia si confondeva con la psiche collettiva, l’abolizione della proprietà con le empie sette liberali e con le pene dei figli per le colpe dei padri. Un caos! Brutti pensieri gli passavano ogni tanto per il cervello, e quando si rimise un poco, il sole accennava a tramontare.

Splendenti carrozze, nell’ora del passeggio, traversavano le vie, e tutta la gente, anche elegante, gli faceva il brutto effetto che gli dessero degli spintoni. A lungo andare anzi la folla gli si trasmutò alla vista come in una specie di materia corrente, nera, continua, violenta. E siccome quella folla realmente lo costringeva a scendere dal marciapiede su la strada per far posto, così anche quell’atto gli si trasmutò nel cervello stanco, da reale in simbolico, quasi volesse dire: «Nel mondo siamo in troppi: tu, i tuoi piccini, siete di troppi. Via! Eliminazione!», e invece si accontentavano soltanto di farlo scendere sul marciapiede, qualcuno anzi gli domandava: scusa, pardon! «In fondo – pensò Semilli – date tante necessità, tanti bisogni, tanto numero di uomini, la battaglia si compie con abbastanza civiltà e umanità, e per l’avvenire, chi lo sa? forse anche di più. Per ora, come ora, potrebbe essere peggio!» Meditazioni, come ognuno intende, nobili e degne di essere stampate; ma sappiano i felici che una ben esperimentata miseria è efficacissima ad eccitare in una mente anche mediocre dei pensieri profondi, originali e degni della più alta filosofia. L’esperimento non è per altro consigliabile od augurabile.

Cominciò a sentir fame, e senza nemmeno pensarci, quasi automaticamente, si avviò fuori di porta Volta, dove da un salumaio che gli era cortese di poca carta gessata, era solito comperare dieci centesimi di companatico che, con altri dieci di grosso pane, gli serviva da colazione, e in quel giorno per necessità di cose, anche da pranzo.

Ma quella sera, come giunse dinanzi a quel negozio, un ricco e assai grande fondaco all’ingrosso, lo sorprese il fatto che tutte le imposte erano chiuse all’infuori di una; e davanti ad una porta vicina erano ferme tre belle carrozze chiuse con i cavalli che scalpitavano e mordevano i freni; e sull’alto dei loro stalli erano i cocchieri in gran tenuta con gran fiori alle bottoniere.

- Gli sposi! gli sposi! – diceva la gente accorrendo.

Semilli non vi fece nemmeno caso ed entrò nel negozio tenendo il pezzo di pane in mano, ravvolto pudicamente nella carta.

Il negozio, cosa assai nuova, era deserto.

Però, al rumore de’ suoi passi, uscì, dietro da una piramide di salumi, prosciutti e simili, l’uno de’ due padroni, che era un giovanottone bonario, grosso quanto un vitello.

Ma Semilli non lo conobbe più, tanto egli era mutato.

Era tutto ben vestito di nero, con la sua bella cravatta di raso verde e una catena d’oro molto grossa.

- Caro lei, – fece costui quando riconobbe il solito avventore, – se veniva più tardi un minuto solo trovava chiuso il negozio, senza riguardo per nessuno….

- Perchè?

- Perchè stasera c’è festa, festa grossa: mia sorella, quella che stava al banco – se la ricorda, è vero? – si è fatta oggi la sposa.

- Allora i miei auguri…!

- Grazie, grazie! – fece il bravo giovane. – E…. cosa comanda adesso, bell fiœu?

- Il solito.

- Ecco il solito, ecco il solito! – borbottò: ma mentre affettava, il grosso salumaio squadrava di sottecchi il suo pallido e triste avventore.

- Adesso ci metta sopra un pochino di sale per piacere, – disse Semilli.

Quel giovanottone prese con la punta delle grosse dita un pizzico di sale dalla ciotola, e cospargendolo lentamente, si vedeva che nel suo cervello era nato un pensiero che voleva venir fuori, e che aveva riguardo a metterlo fuori. Certo il confronto tra il magro pasto del povero diavolo e la ricca imbandigione che si preparava per le nozze della sorella avea fatto germogliare quel pensiero in quella testa, vergine di idee peregrine, che in altre occasioni non sarebbe stato possibile. Ma quel pensiero, si vede, era nato e si era fatto grosso grosso e volle venir fuori. Disse dunque con una certa timidezza che faceva un effetto curioso su quel volto rozzo e duro.

- È un mangiare un po’ magro…., un mangiare come fanno da noi i garzoni dei muratori…., ma da colazione.

L’avvocato Semilli sussultò, ma rispose tranquillo:

- Sono caduto in disgrazia; non trovo posto in nessun sito. Azioni cattive non ne ho fatte mai.

- Ah, non dico mica! Nè meno pensarci, basta guardarlo in faccia, anzi mi scusi! Lei è mica operaio?

- No, sono avvocato.

- Cosa dice? Lei è avvocato? – fece il degno salumaio spalancando la bocca e gli occhi per la sorpresa. – So bene che lei scherza, – conchiuse crollando le spalle e ricomponendosi.

- No, no, dico sul serio. Sa fare a leggere?

- Leggere sì, scrivere poco.

- Allora tenga, – e gli aprì sotto il naso i documenti che avea costume di portar sempre seco, e in quel giorno di battaglia più che mai.

Il salumaio non credeva ai suoi occhi; guardava quei diplomi stemmati che allora valevano meno della carta del companatico, quelle nomine, quella laurea di cartapecora, e diceva:

- Lei avvocato? È proprio il suo nome questo qui con tanti fregi? E pensare che il mio povero papà mi voleva fare studiare anche a me da avvocato! È stato perchè nelle scuole non capivo mai quando ci va il segno sull’e e quando non ci va, una cosa maledetta! se non fosse stato quello, a quest’ora ero anch’io avvocato….

Semilli lo lasciò parlare nel suo meneghino sorridendo a pena, poi prese il cartoccio e si avviava verso la porta.

- Ma che senta, – disse il salumaio come persona che ha preso una decisione, – se non trova posto per adesso, che la resti qui da me! Se sa fare l’avvocato, saprà anche fare il ragioniere; dico bene? Ne cercavo uno io perchè la mia sorella, la Rosa, che teneva lei i libri, va fuori di Milano: da mangiare e da bere con noi e un paio di franchi al giorno non gli mancheranno mica!

L’avvocato Semilli non rispose, ma come un singhiozzo gli gonfiò il petto e risuonò lieve, ma penosamente nel silenzio del negozio.

Il ragazzone se ne accorse, saltò giù dal banco e – Che butti via subito quel lardo lì, – disse, e spingendolo a forza nel retro bottega, urlava in su per una scaletta a chiocciola:

- Ehi, Luigi, ehi, Rosa! ho trovato il ragioniere nuovo!

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