Giuseppe Cesare Abba – Prendi moglie!

Adagio, adagio, anche pel dottor Asquini erano arrivati i cinquantacinque, età già così solenne che chi l’ha gli pare di non poter vedere il fondo delle memorie, da tante che sono, sebbene talora le colga tutte con un’occhiata della mente, come se tutto fosse di ieri. E l’Asquini, in quanto a memorie, poteva dire d’aver vissuto per due. Medico da trent’anni, era ormai come un vecchio e buon parroco, perchè nel cimitero del suo grosso borgo giacevano forse cinque migliaia di persone, che l’avevano avuto intorno al loro letto, e tutte se n’erano andate senza ch’egli avesse da rimordersi di nulla: ma se non d’altro si sentiva contento d’aver sempre lavorato, di giorno, di notte, al bel tempo, alla pioggia, alla neve, e saputo adoperar la parola per medicina all’animo degli infermi, avendoli aiutati a patire, a considerar la morte senza repugnanze, e a morire senza rimpianger la vita. Per lui, amarla questa vita, starci alla buona, non aver neppure sentore della paura che fa la morte ai volghi, anzi stimarla il più solenne atto della esistenza passata senza cupidigie e senza collere, voleva dire essere uomo, e tale era lui.
Dunque il dottore aveva finito i cinquantacinque. E una sera se ne stava, con le molle in mano, nella sua vecchia sedia, dinanzi a un focherello di marzo, parlando con sè a mezza voce. Bisogna dire che quella volta era uscito dopo la cena, aveva visitato degli ammalati e ritirata una lettera dalla posta, rincasato assai tardi che già quelli della famiglia se ne erano andati a dormire, l’aveva letta e s’era messo là a meditare. Parlava:
- Eh già! si vuol ammogliare anche lui! legarsi per sempre, e non godere mai più nè libertà, nè amici, nè mondo! A ventun anni marito, a ventidue padre, una, poi due, tre, quattro altre volte così; e figli, figli, che vuol dire pace mai più! Bei tempi da matrimonio e da figli! E cosa direbbe poi suo fratello, che volle mettersi a quella bella vita di marinaio, per salvar lui dal servizio militare? Salvar uno perchè prenda moglie! Se mai ci ha da essere in casa un altro matrimonio, non tocca a Serena che ha diciassett’anni? Le ragazze sì!… queste bisogna maritarle per forza, se no son guai!.,. Ma i maschi! Intanto ecco cosa tocca a un padre e a una madre! Tirar su dei figlioli, per vederseli poi andar via, chi di qua, chi di là, e rimanere lì come due grulli a soffiar nella cenere.
Così ragionando tra sè, il dottore rimestava con le molle nella cenere del focolare, a cui s’erano scaldati gli stinchi suo padre, suo nonno, e forse suo bisnonno; perchè quella dove stava era la casa dei suoi vecchi, sacra per lui come un tempio. E quel camino n’era l’altare. Se altri gli avesse voluto dare tanto da comperare un podere perchè gli vendesse la modesta lastra di ferro fuso, murata nel fondo di quel camino, l’Asquini gli avrebbe detto di tenersi il suo danaro, perchè la figura di quel giovine seduto al pozzo, la bella donna appoggiata l’anca al muricciuolo di questo, con su l’orlo il vaso da attingere, tutta rapita dallo sguardo del giovine; le palme, la campagna, i colli lontani; in tutto quattro o cinque linee di paesaggio, parlavano al suo spirito, da quel bassorilievo di ferro, come tutto un mondo. Da fanciullo, una sera di Natale, aveva sentito dire che quella era la scena della Samaritana; il discorso tra Gesù e la giovine donna se l’era sentito discendere nel core solo più tardi, da giovinetto, leggendo nel Vangelo le pagine dell’idillio divino; ma sempre aveva amato quella povera lastra di ferro, sempre, quand’era stato pel mondo, solo che avesse pensato a casa sua, l’aveva veduta con l’immaginazione prima di ogni altra cosa. Adesso, quasi vecchio, vi si fissava alle volte delle ore, fantasticando l’Oriente, i luoghi del gran poema del Cristo, ch’aveva sempre sperato d’andar a vedere e non aveva mai potuto.
Del resto intorno a quel camino si raccoglieva la più gran parte degli affetti del dottore. Ivi brillava l’alare maggiore, fatto in cima come un canestro, sul quale anticamente il capo di casa, tornando la sera dalla caccia o dal lavoro, doveva aver goduto di metter la scodella per cenare al caldo, circondato dalla famiglia; ivi, certo i suoi nonni avevano ragionato, temendo o sperando nei tempi della rivoluzione francese invadente; ivi, più dolce a pensarsi, suo padre e sua madre dovevano aver parlato di lui chissà quante volte, quando stava per venire al mondo. E ivi da fanciullo aveva veduto sua nonna materna, con le molle in mano, come adesso lui, far delle buche nella cenere, una accosto all’altra come quelle dei cimiteri, e nelle buche metter dei carboni accesi, borbottando e nominando gente morta dei suoi tempi, ch’essa, a quel modo, faceva forse conto di piantar nell’inferno.
Il dottore Asquini sorrise mestamente di quel ricordo, e ancor più mestamente pensò che la povera donna era finita un po’ scema. In quel momento, alzando il capo, come per cacciar via quel pensiero, si vide nello specchio, lì sopra la mensola del camino. Gli passò un brivido per la vita. Non si era mai accorto di somigliare tanto a suo padre, quale lo aveva veduto quarant’anni prima, e se ne rallegrò. La stessa fronte alta e saliente da entusiasta sprezzatore della fortuna; gli stessi occhi grandi, profondi, limpidi, ma pieni di malinconia; le stesse grinze alle tempie, e nelle guancie lo stesso solco. «Fedele e santa donna, mia madre!» fu lì per dire il dottore, ma nel formare questo pensiero, gli rimorse il cuore. Fedele e santa donna! Non era un’offesa il pensarlo?… D’una madre si può creder altro? Lodar il padre, si! questo era lecito. Povero padre! Era stato un lavoratore proprio di quelli della prim’ora. Da giovanissimo, si era trovato chirurgo alla Moscova e alla Beresina; tornato a casa, aveva cavalcato tutta la vita come un Cosacco, a curar i malati per la montagna, popolandone le solitudini e i silenzi, con le sue grandi memorie; quarant’anni di lavoro quasi senza compenso. Ma al suo funerale era corsa la gente di tutto il comune; dei vecchi che da anni e anni non si erano più mossi, neppure per venire alla messa, ci si erano fatti portare sui carri; povera gente, alla quale aveva lasciato lui, figlio, medico valente e pieno di carità. Ebbene, egli avrebbe fatto come suo padre fino all’ultimo della vita.
Senza avvedersene, il dottore s’era lasciato prendere alla ruota dei ricordi di famiglia. Cos’era stata la sua vita? Un’infanzia quasi come quella di tutti, in quei tempi di poche carezze e di meno giocattoli; la scoletta, qualche nerbata, poi il collegio, dei frati buoni svegliatori di ingegni e di cuori, le piccole glorie di scolaro inebrianti e svegliatrici di forze nuove; poi l’università, la patria, una, due, tre guerre, la medaglia al valore, degli amici compagni d’arme, qua, là, per tutta l’Italia, qualche amore ma senza rimorsi, nessuna seduzione. Oh! per codesto, a diciott’anni, aveva sentito di traverso dir da suo padre che s’egli avesse mai fatto parlar male di qualche ragazza, verità di Dio, gliela avrebbe fatta sposare, fosse anche stata la figlia del becchino. Ed era bastato. Del resto poi, nessun marito offeso, nessun figlio lasciato dietro sconosciuto, la laurea, e alla fine la madre e il padre vecchi, da non potersi più lasciar privi di compagnia. Onde la rinuncia al mondo, il borgo nativo per campo di vita, la condotta di medico, e Rosa; Rosa umile, che quando s’era sposata a lui aveva creduto di salire su d’un trono. Ora essa era vecchia, ma gli aveva dato dei figliuoli parecchi, maschi e femmine, e insieme li avevano fatti venir grandi. Il primo, quel Paolo! Che medico anche lui! La scienza gli era proprio venuta come eredità di famiglia; eppure aveva voluto rimanere medico di campagna, mentre avrebbe potuto mettersi in qualche città e farsi onore e guadagnar oro a manate. No! Diceva che nel gran mare c’era già di troppo Vespuccio, suo fratello, ufficiale nella marineria da guerra, che aveva già fatto due volte il giro del mondo. Ma la verità era che Paolo aveva voluto sposarsi con una giovine, figlia unica ma povera, i cui genitori vivevano alle spalle di lui, e lo tenevano come uno schiavo. Il dottor Asquini sapeva tutto, taceva, e se ne rodeva nel cuore. Viviana, la prima figliuola, il ritratto di Rosa, si era maritata bene e stava per divenir madre, cosa che faceva correre un’ondata di dolcezza al cor del dottore. Dolcezza al core, sì; ma, e la testa? Ecco il tormento della vita; la testa! Egli aveva appena finito di pensare per Viviana, avendola collocata bene, ed essa gli dava già da pensare per la creatura che avrebbe messa al mondo. «I padri d’una volta s’impensierivano forse anche poco dei figli – diceva il dottore – fossero pur venuti a due a due: noi d’oggidì, bel progresso! ci arrovelliamo già pei nipoti, e quei che verranno si arrovelleranno pei pronipoti che saranno ancora di là da nascere. E che cosa avverrà di loro, e che faranno in questo mondo, dove non regna più che il danaro? Patiranno, godranno, saranno buoni o cattivi, converrà pregare che riescano più ad un modo che all’altro, pecore o lupi, miti o prepotenti, chi diavolo mai lo sa? Eppoi la salute, i difetti, le morti…». Insomma, al buon dottor Asquini la famiglia pareva un grave e tormentoso pensiero.
Marito, era stato sempre in pace, nei figli non era stato del tutto infelice, eppure non era contento: ora il suo ultimo, Mario, che studiava da scultore a Milano, gli scriveva che voleva prender moglie. Per tribolare? Poteva aspettarlo; egli non avrebbe mai dato il suo consenso.
A un tratto, da una casa in faccia alla sua, scoppiò una tempesta di pianoforte che si svolse in un’aria conosciuta e cara al dottore, un’aria della Forza del Destino. Egli brillò, si illuminò in faccia, come a un improvviso ravvivarsi della fiamma nel focolare; passarono delle memorie, lampeggiando nei suoi occhi. Ed ecco il duetto, quel duetto che deve essere sbocciato dall’anima del Maestro come certi fiori semplici dalle crepe delle rocce, su in alto, nei monti selvaggi: quattro petali, un colore che non si può definire, un profumo che viene non si sa se dal fiore o dal senso di chi lo mira.
O memoria! tu sei come certi cantucci riposti di mare. Non sembra, ma in fondo all’acque c’è tutta una flottiglia di nautili. Soffia un po’ di venticello, ecco che uno viene a galla, alza la vela, si stacca, piglia il largo, naviga, va. Dove?
Quel duetto fu il venticello. Il dottor Asquini si sentì portato via dal pensiero trent’anni indietro; la sua stanza si mutò in un gran teatro, egli non era più solo, quattro giovani, sulla trentina come lui, gli stavano intorno in un palco: e fra tutti avevano dentro tanta vita quanta ce n’era in tutto quel teatro inondato di luce, un paradiso di donne e di uomini felici, dove la Forza del destino trionfava con cantori che empivano il mondo del loro nome, come gli eroi. Ora che cosa voleva dire quel velo di malinconia che calava improvviso sulla fronte del dottore? Ah quei suoi quattro amici! Quella sera già tanto lontana lo avevano amareggiato. Baldi, forti, anche un po’ spensierati, essi lo avevano compianto perchè tornato fra loro, come soleva ogni anno, qualche mese d’inverno, quella volta aveva dichiarato di non potersi trattenere a lungo, e che sarebbe stata l’ultima, perchè a casa lo attendeva la fidanzata per le nozze! Ed essi a sgridarlo: «Ah! cosa aveva mai fatto così giovane; cosa stava mai per fare; pigliarsi le noie d’una famiglia! Ma come mai un uomo come lui s’era potuto lasciar andare per lo sdrucciolo volgare del matrimonio?». Così gli avevano detto quegli amici; e chi da filosofo, chi giocondamente alla mondana, tutti avevano voluto distorlo dal prender moglie. Ora gli tornavano improvvisi, come la musica suonata là vicino, eco di quella sentita tanti anni prima; e tornavano in un momento ch’egli, quasi vecchio, diceva su per giù del suo Mario quel che allora essi avevano detto di lui. Avevano avuto ragione o torto? Ed essi che cosa avevano fatto? Dov’erano, cosa n’era stato? Da molti anni non ne aveva più sentito nulla; erano celibi, ammogliati, padri, o forse erano morti? Tutti no, ma qualcuno forse, o di certo…
- Uno di questi giorni vado a trovarli! – disse il dottore, levandosi e pigliando in mano un candeliere per andare a letto – tanto sono vent’anni che non mi sono goduto un giorno di spasso! Anzi vado domani e così vedo Mario.
Salì nella camera, dove, nel gran letto matrimoniale, Rosa dormiva. Oh com’era lontana e tuttavia sempre viva nel sentimento, la prima sera che quella sua gioia v’era entrata sposa! Allora su quel guanciale aveva posata la sua bella testa bionda, mentre egli era rimasto giù coi parenti e cogli amici. Ora quella testa era già stanca, vi si vedevano dei fili bianchi; ma il cuore che batteva sotto quelle coltri s’era conservato giovane, devoto, pieno di fede come nel primo giorno. L’Asquini la guardò un poco; Rosa aperse gli occhi e sorrise.
- Facevi vista di dormire?
- Eh no…, anzi sognavo…
- Sognavi che domani vado a Milano?
- Mario sta male? – gridò Rosa balzando a seder sul letto, quasi lì per gettarsi giù e vestirsi.
- Eh! furie di donne! Che male! Mario sta meglio di noi!
- Come sai tu? Dimmi tutto, tanto te lo leggo negli occhi…
- E leggi! Hai letto? Ecco che non sai nulla. Allora te lo dico io: Mario si vuol ammogliare.
- Oh Dio! – disse Rosa, dando giù come se le si fosse fermato il cuore – si vuol ammogliare! Te l’ha scritto lui?
- Scritto lui.
- Leggimi la lettera.
- To, leggi da te.
Rosa si mise a leggere la lettera, pigliando un’aria di malinconia che cresceva ad ogni riga. Intanto il dottore si spogliava ed entrava nel letto.
- Non si capisce nulla, nemmeno chi sia la giovine!… E poi, è presto detto prender moglie: ma la madre e il padre non son più nulla?
- Ecco! – ribatteva il dottore – Ora, quasi quasi, preferiresti che Mario fosse ammalato. Sì, sì! Ed è naturale. Voi madri, quando maritate le figliole, godete, vi par d’esser voi, alle nozze, ringiovanite; ma quando i maschi vogliono prender moglie, provate non so che gelosia. Già, gelosia! Sentite che un’altra donna è entrata nel loro cuore, e non dico che la odiate, ma insomma, a prima giunta vi pare una nemica… Non è forse vero?
- Forse… Tu dunque vai. E quando sei a Milano?
- Vado a trovar Mario, vedo che cosa v’è di serio; forse si tratta di una cotta presa per qualche modella… Ma lo metto nelle mani dei miei amici, quelli che mi davano dello sciocco quando dovevo sposarmi con te io stesso… te lo dissi tante volte… Oh saranno ancor vivi!… Bestia, che non accompagnai Mario e non lo raccomandai loro fin dalla prima volta che andò a Milano! Ma saranno ancor vivi, e forse meglio in gambe di me…
- Ti fai de’ bei complimenti! – disse Rosa, rassicurata un poco e sorridendo.
Essa conosceva di nome e di vista tutti gli amici lontani di suo marito, perchè egli ne aveva sempre parlato, e glie ne parlava sempre anche a quell’età, ne animava i ritratti appesi alle pareti qua e là per la casa, li rendeva quasi presenti. E però le parole del dottore le furono di qualche conforto. D’altra parte cosa si poteva dire? Ad ogni modo il matrimonio non era ancor fatto.
- Faccio conto di star fuori tre o quattro giorni e spero di tornar a casa contento. Al resto ci penseremo domani mattina. Svegliamoci alle cinque.
E cosi dicendo il dottore spense il lume.
La mattina dopo, due ore prima della partenza di lui, Rosa era già alzata; gli aveva preparato un po’ di roba, gli dava il caffè, gli contava il danaro, e che ne prendesse perchè pel mondo non si sapeva mai cosa potesse arrivare.
Il dottore la guardava con una gran tenerezza negli occhi, e intanto sorseggiava.
- Sai Rosa, che m’aspettavo di sentirti dire che vuoi venire a Milano anche tu?
- Oh no! questo no. Ti sarei d’impaccio. Ma se Mario vorrà prender moglie a ogni costo, allora sì, ci voglio andare, voglio vederla io la giovine, voglio conoscerla prima, perchè poi quando sarà mia nuora, son io che dovrò volerle bene.
- Buona donna! – disse l’Asquini, e la baciò nella fronte.
Poi passarono in punta di piedi nella cameretta di Serena. La giovinetta dormiva. La guardarono, si guardarono, forse i loro pensieri s’incontrarono, e Rosa disse: Come dorme tranquilla! Le abbiamo messo un nome ch’è proprio il suo. Chi sa di chi sarà moglie un dì?
L’Asquini sentì un’ondata soave al cuore, baciò sui capelli la figliola, poi stringendo Rosa nella vita, venne via con essa, e tutti e due avevano dei lampi di giovinezza e delle lacrime negli occhi.
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*   *
Mezz’ora dopo l’Asquini viaggiava alla volta della Lombardia, pieno di sensi quasi giovanili, nascenti dalla visione delle cose già vedute tanti anni prima: campagne, fiumi, città, borghi che s’indovinavano alle torri solitarie nelle lontananze, e le Alpi che erano sempre state lo spettacolo a lui più gradito. Tutto gli sembrava ancora com’era anticamente, tutto perchè il suo cuore era sempre lo stesso.
E nel pomeriggio, ma ben sul tardi, giungeva a Milano.
Appena uscito dalla stazione, gli parve strano di non trovar lì, tra la gente, il suo Mario, ma sorrise di sè; la lunga vita passata nel borgo nativo non gli aveva tolto del tutto il senso d’una moltitudine che formicola indifferente e va pei fatti suoi. Montò nella prima carrozza, disse al vetturino la via e la casa dove voleva scendere, ed entrò nella grande città guardando di qua e di là mezzo ingrullito. E quando fu un po’ inoltrato cominciò a provare certo scontento per tutte quelle cose nove che trovava passo passo. Tutto quello che della vecchia città esisteva ancora nella sua immaginazione, come lo aveva veduto realmente, ora svaniva via via dinanzi a lui, ed egli smarrita di subito l’immagine, non sapeva neppur più ricostruirla. Gli pareva che tutta quella trasformazione fosse una specie di irriverenza alle generazioni che avevano vissuto, lavorato, acquistata ricchezza nella città vecchia; quasi non si raccapezzava nelle nuove vie, anzi a un certo punto cominciò a sentire una vaga mortificazione, perchè di tanta gente che andava affaccendata di su e di giù, non ravvisava più nessuno. Dunque tutti quelli che aveva conosciuti eran morti o andati a star via? Eh no! Sapeva bene cosa possono fare venticinque o trent’anni. Erano forse passati degli amici e dei conoscenti e l’avevano guardato senza ravvisarlo!
Quando la carrozza si fermò, egli era pieno di malinconia e già quasi pentito d’esser venuto. Ma oramai c’era. Smontò, pagò la corsa, e pensando che per guadagnar tanto come quel vetturino egli medico doveva qualche volta trottar delle miglia per la montagna, entrò in un atrio, vide in fondo al cortile una scritta che diceva: «Scultore»; andò diviato, picchiò all’uscio e stette un momento col cuore sospeso. Forse veniva Mario.
L’uscio si aperse, ma invece di Mario si presentò un bell’uomo che guardò un poco il dottore negli occhi, gli stese la mano e gli disse:
- Lei è il signor Asquini! Là? Vede se lo conosco? E Mario non l’ha incontrato?
- Dove?
- Entri, s’accomodi, sono il maestro di suo figlio… oh guardi che caso! Già, si sono incrociati per via; Mario è andato al suo paese…
- Ah! birichino! So cos’è andato a fare… Era venuto qui per fargliela intendere.
- So tutto… bisogna stringersi nelle spalle e dire: pazienza!
- Dunque, c’è qualche cosa che gli fa torto?
- Torto no… anzi! Bisogna aver pazienza perchè Mario è ancora troppo giovane; ma pel resto è un partito d’oro… bellezza, salute, danari molti, e onore.
- Conosce la giovine lei?
- Eccola qui! Guardi.
E lo scultore menò l’Asquini dinanzi a un busto quasi finito. Era una testina di fanciulla soave, ma con certe trecce che cadevano lunghe e forti come la giovane che s’indovinava dal collo e dalle spalle.
- Ha diciott’anni – continuava lo scultore – venne qui una volta col padre che è un vecchio colonnello, a farsi fare questo busto; venne, si videro con Mario, si amarono, lo sa anche il padre e ora sarebbe una crudeltà non volerli sposare.
- Ed è anche ricca? – diceva il dottore, ammirando quella faccia. – Ma mio figlio è povero.
- Me lo disse Mario. Se mio padre farà delle difficoltà, sarà perchè lei è ricca! Disse proprio così.
- E non è giusto? Che misera cosa un uomo che mangia il pane della moglie! Ma Mario non ha ancora gli anni, e sin che la legge mi assiste dirò di no.
- Speriamo che lei muterà d’avviso! – disse lo scultore non osando andar oltre, per non mettere l’ospite al punto di dir più recisamente la sua avversione: e volto il discorso su altre cose, parlò del valore di Mario, dei suoi lavori, si offerse per quanto al dottore potesse occorrere in Milano. Questi ringraziò di cuore, si accomiatò da lui, lasciandolo impensierito, ed uscì.
Ora che fare? A Milano il dottore c’era venuto anche per veder Terenzi e Giomo; ma più per Terenzi il bello, l’allegro giovane, che aveva amato fin dai primi tempi che s’erano incontrati poco più che ventenni, e pur militando con lui nelle guerre della patria, non aveva osato avvicinarglisi, fin che Terenzi stesso non gli si era dato per amico in un momento d’alta malinconia. E allora erano divenuti uno solo; ma tutti stima altissima l’uno dell’altro, s’erano detti tutta la vita a vicenda. Anche s’erano incontrati in una passione per una stessa donna che avrebbe potuto schiantar i loro cuori, farli divenir nemici, ma avevano vinto.
E ora dove avrebbe cercato l’amico? Si era partito dal suo borgo, come un grullo, senza pensare che Terenzi non sarebbe stato là ad aspettarlo nella via tale al numero tale, dove lo aveva lasciato quasi trent’anni avanti; pure, non sapendo da che parte rifarsi, v’andò. E gli parve d’avere già ritrovato l’amico, vedendo che in quella via non era stato mutato nulla; sperava sin di vederlo affacciarsi alla finestra, spuntar sulla soglia, dove alla fine mise il piede lui, e chiamò il portinaio. Era ancor quello dei tempi ch’egli veniva a trovar Terenzi. Si rallegrò e si dolse insieme, perchè il portinaio non lo riconobbe alle prime, e forse questo voleva dire ch’era molto invecchiato; ma siccome la voglia di saper dell’amico era molta, così non istette a far parole e ne domandò addirittura.
- Il signor Terenzi? Eh! eh! lasciò questa casa vent’anni fa!
- E dove potrei trovarlo?
- Ma! quando se n’andò, tornò in San Vittore grande, al numero tale.
- Grazie, Anselmo.
- Come, Anselmo? Mi conosce? Chi è, perdoni, mi pare, ah!… il signor dottore…
- Sì, l’Asquini…
- Cospettone, non lo vedo da un’eternità!…
E quel buon portinaio che avrebbe voluto attaccare discorso, stette a guardar dietro al dottore; il quale voltò frettoloso la cantonata, alla prima carrozza che trovò vi saltò dentro, e via, in cerca della casa che colui gli aveva indicata.
Anche là di Terenzi non si sapeva nulla da una quindicina d’anni. Se n’era andato per andare a vivere in un villaggio di montagna, e forse non aveva più fatto ritorno a Milano, perchè, buono com’era, certamente sarebbe passato qualche volta a farsi vedere. Diceva così, con certo calore e con sicurezza singolare, una donna della portineria che nella voce e negli occhi mostrava d’aver serbato di Terenzi un ricordo ben più vivo che di un semplice casigliano. «Una delle tante!» disse tra sè il dottore; e si rimise in carrozza, risoluto di andar a domandare dell’amico suo nel Comune. Ma il caso volle che da un marciapiede un uomo alto, dritto, faccia di vecchio soldato, si fissasse in lui, e si piantasse come colto da una grande sorpresa. Non era Giomo colui? Veramente, da giovane, Giomo era biondo. Ma colui, si vedeva, era uno che si tingeva capelli e barba. L’Asquini fece fermar la carrozza.
- Giomo!
- Ma sei tu davvero Asquini? E dove ti sei conservato che sembri ancora quello di vent’anni fa?
- E tu no? sembri più giovane d’allora! non hai un capello bianco!
- Scuola del Tintoretto! – disse Giomo ridendo. – Ti trattieni a Milano?
- Sono venuto per veder te e Terenzi.
- Terenzi? e chi te l’ha scritto?
- Che cosa?
- Ma è ammalato, moribondo all’ospedale dei Fate bene fratelli!
- Ammalato e povero? – esclamò l’Asquini stupito.
- Povero no… ma era in letto da mesi e mesi, solo in un quartierino da scapolo; la servitù gli veniva a noia, parenti non ne ha; si stancò, si fece portare là dentro, e pur troppo non ne uscirà più. Vai a trovarlo?
- Se son venuto apposta! E tu non ci vai?… non vieni con me?
- Ho tanto da fare, abbiam tutti tanto da fare! Va, va, che gli farai passare un’ora meno triste; addio, salutalo, ci vedremo in galleria, ci verrò alle quattro.
- Ai Fate bene fratelli? – domandò il vetturino volgendo un poco la testa: e partì. L’Asquini gli aveva appena fatto un cenno, perchè era rimasto confuso nel sentir quel Giomo parlar in quel modo. Tanto da fare! Ed era uno di quei quattro amici indivisibili di vent’anni prima! Tanto da fare! Così si era mutata la vita? Ma!
Intanto la carrozza arrivava all’Ospedale. Egli licenziò il vetturino, si fece conoscere alla porta, e ottenne di poter andar su, con un frate, a trovar Terenzi.
Ne aveva visti a migliaia dei malati, ma il senso che gli fecero quell’atrio, quello scalone, quella prima sala lunga, quelle due file di letti su di cui pioveva la luce dei finestroni alti come quelli d’una chiesa, fu di patimento. Stavano i malati chi sotto le coltri, chi fuori del letto, con le zimarre turchine indosso, i berretti bianchi in capo, le pantofole ai piedi, quasi come tanti signori in veste da camera. E tutti guardavano lui e forse indovinavano all’aria ch’era un medico. Certo egli veniva per qualche privilegiato.
L’Asquini passò in fretta quella e una e due altre sale; poi all’uscio d’una camera in fondo ad un corridoio, il frate lo fermò.
- Aspetti un momento; preparo il signor Terenzi, e lo chiamo subito. Si trattenga poco; un quarto d’ora, non di più; ordine del medico.
Ed il frate entrò.
Per l’apertura dell’uscio l’Asquini vide il letto di Terenzi dal mezzo in giù. O Dio! Quelli sotto le coltri erano gli stinchi del suo povero amico! Quelle gambe che avevano fatto marcia a marcia il Piemonte, la Lombardia, la Sicilia, la Calabria, quando Terenzi, capitano, camminava alla testa della sua compagnia; ora erano lì, ossa, come se fossero già sotto terra!
- Chi? l’Asquini qui? Lo faccia entrare, lo faccia entrare subito! – diceva la voce di Terenzi velata e terminando in un nodo di tosse.
E allora l’Asquini, senza aspettar il frate, entrò e, gettandosi sul letto, baciò Terenzi sulla bocca, tre o quattro volte.
Terenzi sorrise e si colorò di gioia.
- Ah! tu almeno non t’hai riguardo, tu mi baci! Perchè ti vengono le lagrime?
L’Asquini si scusò, si confuse, ma riuscì a frenarsi.
- Siedi un poco – disse Terenzi – e raccontami. Cosa n’è stato di te, tutti questi anni? Ti sarai fatta una famiglia? Ah! sì, me ne ricordo. Saranno già grandi i tuoi figlioli. Quanti ne hai? Ebbi tante volte una gran voglia di venirti a trovare… ma d’anno in anno, eccomi qui che la febbre mi mangia, sempre con questo termometro sotto l’ascella!… Senti un po’ tu il polso, all’antica… ho febbre?
L’Asquini prese quel polso che una volta durava, per gioco, a fare sin mille mulinelli con la sciabola, e ora non era più che una stecca, rivestita di pelle.
- Poca febbre: – bisbigliò.
- Ma febbre? – disse Terenzi – febbre di tisico! E sorrise.
Era ancora quel suo sorriso di buono, sotto i mustacchi ancor neri, sebbene dei denti glie ne fossero già caduti parecchi, cosa che più di tutto fece male al cuore dell’Asquini. Quei vuoti tra i denti, che orribile cosa!
- Come mi trovi, nevvero? E tu, ai nostri tempi vicino a me, eri uno sparutello. Quante volte dicemmo con gli amici che non sarebbero passati molti anni che avremmo sentito parlare della tua morte! Facevamo voto di venir da qualunque parte al tuo funerale, nel tuo borgo, per mostrar ai tuoi compaesani quanto valevi, quanto eri amato. Invece me ne vado io. So, so che devo morire e ti ringrazio di non cercare d’illudermi. Vivi, bada tu a vivere molti anni, Asquini; la vita è una cosa buona! Come hai fatto a venir così forte e prosperoso?
- Col lavoro, caro Terenzi; a cavallo dal mattino alla sera, e quando il cavallo non ne può più, a piedi… pei monti.
- Santo lavoro, santi monti, santa famiglia! Tu almeno, quando ti ammalerai, non sarai costretto a ricoverarti in un ospedale… avrai intorno i tuoi figlioli… tua moglie…
L’Asquini gli prese la mano, e se la mise sulla fronte, per nascondere il pianto. Terenzi era appunto quello che tanti anni prima, tra i quattro amici l’aveva più sconsigliato quando gli aveva detto che andava ad ammogliarsi.
- Cos’hai? piangi? Oh! guarda cosa mi viene in mente! Quella sera, tanti anni fa, quando mi dicesti che stavi per ammogliarti, soggiungesti che la tua fidanzata somigliava molto a donna Virginia… Te ne ricordi?
- Oh! se me ne ricordo!
- Era vero? Ah! sì? E forse tu la sposavi perchè donna Virginia l’avevi amata anche tu! Non hai risaputo mai nulla di lei? Tormento, desiderio della mia vita! Ne conobbi tante donne, e belle, e colte, e le amai, e mi amarono. Tutte sono dimenticate o ricordate come cose messe là in un canto. Essa sola vive, e sempre giovane, sempre bella; vive qui nella testa e nel cuore, e torna, e la vedo, e la penso, ancora come venticinque anni fa. L’amavo… lo sai…, ed eri geloso di me: ma io lo ero di te, molto più, perchè essa ti guardava e ti parlava come a un amico, puro… superiore; invece a me… mi pareva che in me sentisse il pericolo… e mi temesse. Non ne seppi mai più nulla… Qui, su questo letto, mi è tornata tante volte come un raggio di sole in una giornata d’inverno. Se fosse viva e libera, ed io non fossi un morto…, volerei a trovarla; e se mi volesse, la sposerei, per adorarla. E se venisse qui, per un suo bacio, mi pare che guarirei… Dirai che son matto, ma cosa vuol dire che tutte le altre le ho dimenticate?
- Eh! amico mio, se le donne sapessero come fan presto a cader dal cuore degli uomini, c’intendiamo, certo si guarderebbero di più e allora sarebbero amate più lungamente..!
- Sì, dev’essere così: quella forse per quel che intendi di dire, l’amo più ancora. Però siamo dei gran bricconi, noi uomini, che tentiamo le donne, facciamo loro girar il capo, poi ce ne stanchiamo e dimentichiamo… Bisogna esser più onesti noi… Esse se son quel che sono hanno quasi sempre ragione, e lo sanno. Lui, lui, quello là insegnò il vero, quello là, e nessuno scagliò la prima pietra.
Così dicendo, Terenzi fissò gli occhi in un Cristo appeso alla parete, di faccia al suo letto. L’Asquini si voltò a guardare.
- Non son mica divenuto bigotto, no… – continuò Terenzi – ma quello è ormai il mio amico, e il mio conforto, parlo sempre con lui. Vedi qui sotto il guanciale, che libro?
- Il Vangelo? lo leggo anch’io, sempre…
- Libro che ha le radici nella terra e le frondi nel cielo! – diceva il nostro amico Piovani che aveva letto queste parole in Heine. Te lo ricordi l’amico Piovani? L’ingegnere cannoniere, quello che in Sicilia, sdraiato all’ombra del suo cannone, leggeva sempre il Vangelo? E noi ridevamo. Sai che poi morì frate in un convento di Lovere?
- Frate?
- Sicuro! Saranno dieci anni… Si era fatto frate per andar missionario in Africa. Che carattere! Così religioso e tutto per la libertà! Con Garibaldi in Sicilia a mandar via quel grullo di re di Napoli, e poi francescano per andare in Africa, a un’altra milizia… Povero Piovani! Nella guerra di Francia pensavo sempre a lui quando vedevo la Bibbia nello zaino dei Prussiani morti… È vero, sai! moltissimi ci avevano la Bibbia.
- E chi sa quanto contribuì alle loro vittorie!…
- Io non so… ma quando penso che siamo nel cristianesimo e che se uno c’interroga non ne sappiam quasi nulla, mi par di capire perchè quei popoli valgano tanto più di noi…
In quel momento il frate, spingendo un po’ l’uscio, mise dentro la testa. L’Asquini si alzò.
- O padre, padre, perchè me lo porta via? Te ne vai già?…
- Ma tra pochi giorni son di nuovo qui, torno a trovarti…
- Qui, o al crematoio. Baciami ancora una volta… E se mai tu vedessi donna Virginia… dille… No, non dirle nulla…
Si baciarono ancora, poi l’Asquini se n’andò. Ma di sulla soglia colse un’occhiata di Terenzi, un’occhiata che gli parve di sentirsela entrare nella nuca, e piantarsi nel cervello, per non uscirne mai più.
*
*   *
E se ne venne via per le sale, per lo scalone, come uno che si senta oppresso da improvvise rovine. Rifacendo con l’immaginazione le cose di cui avevano parlato con Terenzi, rivedendo donna Virginia qual’era trent’anni avanti, bella, mesta, con quei grandi occhi che le facevano splendere tutta la persona, gli pareva di sentirsi tale qual’era a quei tempi. Ma passando dinanzi a un negozio, si vide nell’invetriata coi capelli grigi, e pensò umiliato che chi sa come doveva essere imbruttita anche donna Virginia, se pur viveva ancora. Se pur viveva ancora? Viveva sì ad ogni modo, finchè in quel posto da cui si era partito respirava Terenzi. Viveva nell’anima di lui… Oh quante volte moriamo noi… e le cose nostre! Moriamo ogni volta che si spegne qualcuno che ci conobbe, moriamo così, prima di morire davvero, a ogni morte d’amico: rimoriamo quando davvero siam morti, e l’ultimo a spegnersi, dopo di noi, è quello che veramente ci seppellisce nell’oblio.
Con questi pensieri l’Asquini si era allontanato dall’ospedale. Non sentiva nè sonno, nè stanchezza, nè appetito… e di Milano gli pareva già di averne abbastanza. Quasi quasi era meglio andarsene alla stazione, a mettersi nel primo treno che passasse alla volta del grosso borgo dove stava l’Offlaghi, un altro amicissimo suo. Sperava di trovarlo, di confortarsi con lui discorrendo di Terenzi; si proponeva di tornar con lui a Milano a riveder il povero amico, a star vicino a lui fin che morisse. Sì, era meglio andar dall’Offlaghi. Ma no, vi sarebbe arrivato di notte a disturbare. Dunque, la cosa più conveniente era andarsi a sedere in uno di quei sontuosi caffè della Galleria e desinarvi, aspettando quel Giomo, con cui s’eran detto di trovarsi allo Gnocchi. E così fece, voltando le cantonate a caso e carico di malinconia.
E nel caffè inondato di luce, si mise a mangiare fra tavolini popolati di gente allegra, cui il candore delle tovaglie, le stoviglie, i bicchieri scintillanti e le vivande portate con gran pretesa, davano un’aria di godimento grasso e sprezzante del di fuori. Signori e signore mangiando, chiacchierando e ridendo, lanciavano gli occhi attraverso i grandi cristalli, nella folla che andava in su e in giù per la Galleria, e vi faceva un fermento, un brusìo che ricordava all’Asquini i clamori intensi del vento nelle sue foreste, quand’esso le attraversava per andar a vedere i suoi ammalati. Osservava una cosa. A giudicar dalla gente che passava, in Milano non vi dovevano più essere poveri… E gli pareva che chi avesse voluto distinguere all’aspetto la condizione delle persone, non ci si sarebbe raccappezzato. Era un bene, era un male? C’era sincerità di vita in quella folla? Ma anche nel suo borgo le cose s’eran molto cambiate dai tempi della sua fanciullezza. Ivi, allora, una quarantina di mendichi vivevano accattando alle porte; uno dopo l’altro coloro erano morti, ma nessuno aveva preso il loro misero posto.
«Alle volte uno loda il passato, ma se si pensasse bene!», diceva tra sè il dottore, e adesso si distraeva, perchè, guardando, gli avveniva di ravvisare qualche vecchia conoscenza, in questo o in quel signore di quei che passavano; tutti mutati, però, ma più nell’espressione che nei tratti del viso… Pareva che dentro non avessero più nulla del loro passato, e che se egli si fosse alzato per andarne a fermar uno, quello avrebbe fatto le meraviglie d’essere stato un tempo conosciuto da lui, o forse anche gli avrebbe detto di non averlo mai veduto: quindi non si lasciò pigliare dalla tentazione, e continuò a mangiucchiare svogliato, aspettando Giomo.
Ma aspetta che t’aspetto, vennero le quattro e le sei, e Giomo non giunse.
«Ah! già! – cominciò a pensare l’Asquini – egli ha tanto da fare! Capisco. In mezzo a questo mondo che succhia la vita nel godimento, Giomo ha da fare a mantenersi operoso; si tinge, si liscia, ma lavora… Egli non vive che del presente, per lui sono già un’anticaglia… certo non verrà qui per me. Tuttavia voglio ancora aspettarlo».
A un certo punto che entrava una signora, con un fare da regina, accompagnata da un giovane, che, s’indovinava, non era a lei nè fratello, nè marito, l’Asquini pagò, si alzò, e uscì come uno che ha preso il broncio.
E andò diviato nell’antico albergo, dove era solito d’andare con Terenzi nei bei tempi della loro giovinezza. Ivi domandata una camera, volle il caso che gli toccasse proprio quella dove una volta aveva visto entrar con una giovine Lantieri, un altro dei quattro amici, di cui si era proposto di cercare, movendosi dal suo paese. Si spogliò, si coricò pensando a quella sera così lontana, a quella giovine bella di cui si era tanto stupito, e per cui l’indomani aveva fatto dei rimproveri a Lantieri. Lantieri lo aveva canzonato dicendogli che non gli credeva, che tanta ingenua ignoranza delle cose del mondo gli pareva una grulleria, e che mentre sugli orli del sentiero della vita s’incontravano dei fiori come quello, egli era uno sciocco a non coglierne; perchè poi da vecchio, si sarebbe voltato indietro pentito.
L’Asquini si levò da questi ricordi per un agevole e naturale trapasso della mente alla casa che aveva lasciata, a sua moglie, alla sua Serena, agli altri suoi figli; e nella dolce sicurezza di potersi rivedere in mezzo a loro, tra due o tre giorni, si addormentò.
L’indomani, con una certa malinconia nuova, andò a dare un’occhiata al Duomo, un’altra ne andò a dare a Sant’Ambrogio, poi, come fu l’ora, corse alla stazione per prendere il treno di Venezia. E col cuore un po’ più largo partì pel gran borgo dove stava l’Offlaghi, sorridendogli la speranza di trovar l’amico padre di qualche giovinetto o di qualche fanciulla che potessero convenire alla sua Serena o al suo Mario. Con una figlia dell’Offlaghi l’avrebbe volentieri lasciato ammogliarsi. Oh sì!… l’amicizia fraterna che aveva avuto con quello, poteva tornar a un momento di ardore nuovo e mutarsi in parentela.
*
*   *
Da Milano al borgo dell’Offlaghi il viaggio non era lungo, e l’Asquini vi arrivò quasi prima di desiderarlo. Anzi, quando il treno si fermò e fu gridato dalle guardie il nome del borgo, egli ne ebbe dispiacere, e discese malcontento d’essere arrivato. Ma questo sentimento lo aveva provato sempre; sempre sin da giovinetto s’era doluto di giungere, fosse pure stato incamminato alla meta più desiderata; onde non ci badò, ed entrò nel borgo.
Si volle dare una soddisfazione. Non avrebbe domandato dell’Offlaghi a nessuno; avrebbe girato, cercato da sè, trovato l’amico, sperando di riconoscerne la casa a una certa apparenza che gli pareva dovesse avere, somigliante a quella del padrone che era stato così gioviale e signorile. Forse avrebbe incontrato lui stesso, si sarebbero guardati e riconosciuti. E così, gira e torna di su e di giù, perdette più di un’ora per quelle vie di gran villaggio lombardo, senza incontrar nessuno che gli potesse parer l’Offlaghi, o veder una casa un po’ somigliante all’idea che si era fatta di quella di lui. Stanco mutò proposito, e ne domandò a un ometto che gli veniva incontro fissandolo.
- Ah!… l’Offlaghi… quale? il garibaldino?… oh, povero signore! Ecco, sta di casa laggiù; vede quel portone verde? È suo. Batta e forse le verranno ad aprire.
L’Asquini s’avviò. «Povero signore? Forse le verranno ad aprire?». Quel cortese aveva dette due parole spiacenti. Tuttavia l’Asquini non volle star lì a domandar di più. Se l’Offlaghi era caduto in qualche disgrazia, l’avrebbe visto purtroppo da sè.
Arrivò al portone, stette un poco, poi picchiò risoluto.
Il mugolìo d’un grosso cane rispose da lunge, poi si sentì un passo pesante e lento, fu tirato un chiavistello come quello d’un carcere, e l’uscio si aperse appena tanto che chi era dentro potesse vedere, quasi non visto.
- Chi cerca? – domandò un servitore, squadrando da capo a piedi l’Asquini.
- Il maggiore Offlaghi.
- E chi è lei?
- Il dottor Asquini, suo amico.
- Venga pure avanti.
Ora l’Asquini riconosceva tutto. Gli pareva che tutto fosse proprio tal quale aveva sentito dir dall’amico, nelle veglie del campo, quando i loro pensieri tornavano a casa, alle madri, alle sorelle, alla mensa, dove un posto vuoto doveva far pensare mestamente a loro. Il cortile era vasto e tenuto in parte a giardino, un po’ negletto, ma signorile. Quell’abete rigoglioso che sorgeva là in quell’angolo, senza dubbio era quello di cui l’Offlaghi soleva narrare, con tanta passione, che era stato piantato da suo padre il giorno in cui era nato. Aveva più di mezzo secolo anch’esso quell’abete, ma era ancora, per dir così, nell’adolescenza, mentr’egli e l’amico toccavano ormai la vecchiaia. Pensiero fugace che l’Asquini non potè quasi fermare, perchè sulla soglia d’una sala terrena vide scendere una giovine, e fermarsi a guardar lui.
«E questa è sua figlia – pensò egli con allegrezza – è sua figlia, tutta lui, fin nel passo».
E avanzandosi verso la giovine, rifece, con la facilità di un visionario, il suo castello in aria: «M’intendo col padre, porto via il ritratto, vado a mostrarlo a Mario, gli piacerà, faremo un matrimonio che sembrerà un destino».
- Buon giorno, signorina – poi le disse – io faccio conto di averla vista nascere; sono un medico, un vecchio amico del babbo, non ci vediamo da venticinque anni, È in casa? si può salutarlo?
- Si può, s’accomodi, resti servito: – disse la giovine facendosi in disparte per lasciar passare il forestiero, e intanto chinava un po’ la faccia quasi vergognosa.
Egli credendo che fosse per quell’aria di confidenza che si era data:
- Via, via – incalzava – non faccia cerimonie, non abbia soggezione, sono tanto fratello del babbo, che posso anche prenderla a braccetto, e farmi chiamare zio, nonno, suocero, quello che vorrà.
La giovine passò avanti confusa, e il dottore le tenne dietro, guardandola nella vita e nel passo. Ma ora, gli pareva e non gli pareva, quella giovine non poteva avere che una ventina d’anni, eppure si sarebbe detto che non fosse più fanciulla.
Entrarono nella sala terrena. Ivi su d’un seggiolino, in un canto si baloccava un bambino di forse venti mesi, che all’apparire del dottore, tese le manine alla giovine, guardandolo spaurito.
- Oh! oh! – esclamò il dottore – questo sarà l’ultimo fratellino? Anch’esso tutto lui, occhi, bocca, capelli. Quanti siete tra fratelli e sorelle?
- Questo è mio figlio; – disse la giovine arrossendo un tantino.
- Maritata in casa? – pensò il dottore.
Egli si spiegava subito il fatto così, mentre vedeva d’un tratto sfumare il suo bel castello: «Maritata in casa? già! – commentava tra sè – forse egli vedovo non volle rimaner solo e si prese un genero in casa… Arrivo troppo tardi. Dunque il mio Offlaghi è anche nonno?
- Sono sua moglie…
- Oh! Perchè non me l’ha detto subito? – disse l’Asquini chinandosi, confondendosi come un ragazzo a mescolare le scuse coi complimenti…
Per sua fortuna scattò la molla d’un orologio a cuculo appeso lì ad una delle pareti, e la bestiola si affacciò dallo sportellino a cantare le ore con la sua voce cupa e chiusa.
- Oh! già le undici? Dunque potrò vederlo suo marito?
- Bisogna salir di sopra: egli non esce più da un pezzo, non discende nemmeno più qui…
- Ammalato?
- Immobile: lei che è medico vedrà. Dicono che non guarirà più, e che può durar così degli anni, degli anni.
- Allora andiamo a vederlo.
- Prima vado ad avvertirlo.
In quel momento scattò la molla d’un altro orologio del piano di sopra, e una quaglia si mise a cantar l’ore: Qui, qui, qui, qui, qui…
- Sentite? sentite? Trenta secondi di differenza! Maledizione agli orologi e agli orologiai! – tonò di lassù una voce che l’Asquini riconobbe subito, – Maffeo stacca quei due scatoloni, portali subito a Brescia; dì all’orologiaio che li smonti, che li aggiusti, che li metta d’accordo che durino almeno una settimana; se non si può, li pesti, li stritoli, se li tenga, li butti al diavolo, non me li mandi più qui a seccarmi!
- Cos’ha? – disse il dottore quasi mortificato.
La giovine signora crollò il capo.
- Nulla. Il suo tormento son due orologi; tutto il giorno sta seduto nel suo seggiolone e par che conti i secondi, col polso sinistro nella mano destra aspettando. Guai quando la quaglia e il cuculo non cantano insieme. Invece è contento quando vanno d’accordo. Tutta la sua consolazione è lì. Vado a dirgli che c’è lei: scusi, devo dire il dottor…?
- Asquini.
La signora si prese il bambino in braccio e salì. E l’Asquini si mise a guardar intorno i quadri appesi alle pareti. C’era l’incontro di Garibaldi con Vittorio Emanuele a Teano, ventisei ottobre 1860. Trent’anni! Egli con l’Offlaghi erano stati presenti a quella scena, ne aveva ancora vivissima la visione e pieno del sentimento il core. A quei tempi l’amico suo comandava un battaglione di picciotti, tutti del vallo di Mazzara. Dov’era adesso tutta quella gente? Portata dal vento della rivoluzione dell’isola sin sul Volturno, ivi era stata soffiata via da un altro vento che l’Offlaghi chiamava del piemontaccio reale. Malcontento e cruccioso, questi aveva sogghignato quando Vittorio e Garibaldi si eran dati la mano, in mezzo ai loro due eserciti, e aveva bisbigliato: «Se fossi il Dittatore glie la darei io qui la corona d’Italia!». L’Asquini che gli stava a lato a cavallo l’aveva sentito e gli aveva detto sottovoce: «Tu Offlaghi, non capisci nulla». E l’Offlaghi a lui: «Si sa; tu che sei un chinese del Piemonte, capisci tutto!». La parola era amara e piena d’offesa, ma il fatto che si compiva sotto i loro occhi era di tanta grandezza, che avevano taciuto rimanendo poi amicissimi come prima.
L’Asquini un po’ urtato da quel ricordo, passò a guardar un altro quadro: I Cacciatori delle Alpi al passaggio del Ticino, reso da un dipinto del Pagliano. Quelle barche, quei soldati, quante figure d’amici, già morti, chi appena messo il piede in Lombardia del cinquantanove, chi più tardi in Sicilia, chi fino in Polonia. E Nullo? più felice dell’Offlaghi che aveva vissuto!
- O Asquini – si mise a gridar l’Offlaghi – ma vieni, vieni su, perchè non sei venuto addirittura, per Dio? Perchè ti fanno fare anticamera?
- Vengo, vengo, non t’inquietare, vengo…
L’Asquini salì, s’affacciò.
In fondo a una gran sala, presso un gran foco, mezzo sepolto in un seggiolone, un vecchio guardava verso l’uscio. Egli rimase sulla soglia un istante.
Era pur l’Offlaghi colui! Bianco come la neve fin le sopracciglia, smunto in faccia: come poteva in una ventina d’anni esser divenuto così?
L’Offlaghi fece l’atto di volersi alzare, ma rimase coi gomiti appuntati in fuori e le mani sui braccioli del seggiolone, tremando. Salvo l’amicizia e la pietà, pareva un’anfora con due grandi anse.
Allora l’Asquini corse, si chinò su di lui, si baciarono, si guardarono, e all’Offlaghi vennero gli occhi torvi, come se avesse voluto prendersela con qualcuno; poi guardandosi le gambe consunte, nei calzoni che parevano d’un altro più grande di lui, balbettò:
- La paralisi… capisci?
- Paralisi… – ripetè l’Asquini con un filo di voce, sedendosi vicino all’amico.
- Quelle maledette vite del campo, le pioggie, le sudate al vento, il fango, le notti dormite nel fango… Non è vero Asquini? Domandalo un po’ a lui, moglie, che vite! Ecco come mi han ridotto.
La giovine donna se n’andò col bambino in un’altra stanza, tutta confusa, senza sapere il perchè.
- Quella è mia moglie… te l’ha detto?
- Anzi devi scusarmi con lei; l’avevo presa per tua figlia; ti somiglia tanto!
- È mia nipote: – disse l’Offlaghi abbassando gli occhi – l’ho sposata tre anni fa, e abbiamo quel bambino. Peccato aver la salute così malandata: ah! gli strapazzi dei nostri tempi, quelle fatiche…
- Già, già, può essere…
- Come, può essere? Dunque, voi medici, siete tutti uguali, non sapete mai nulla di sicuro? Cosa vuoi che sia stato a rovinar così un uomo com’ero io?
- Certo, è come dici tu, l’umidità, gli strapazzi…
Il dottore parlava e intanto pensava che l’Offlaghi non aveva mai detto una parola di vanto e che ora chiacchierava come un poltrone.
- E quelle marcie in Calabria, bruciati dal sole, mezzo morti di fame; poi quelle notti sotto quelle guazze, quel mese scellerato sotto Capua?
- È proprio vero!… – continuava a dire il dottore, che in quella litania detta dall’Offlaghi perdeva, senza avvedersene, la sua sincerità. – E che cura hai fatto?
- Le ho fatte tutte! Tutti i medici di Lombardia gli ho sentiti; ve ne fossero stati! M’hanno mandato ai fanghi, alle doccie, m’han curato coll’elettricità, mi han fatto soffrire l’inferno… Già, voi medici siete i grandi ingannati che ingannate il mondo, dando dei nomi strani e paurosi alle malattie. Quanto a guarirle…
- Ci pensa la natura!… Del resto non me n’ho a male; di’ pur quello che vuoi di noi medici; nel fondo siamo d’accordo. Io faccio il medico ma mi vanto ben poco d’aver guarito dei malati; se avessi da ricominciare e trovassi la gente disposta a darmi retta, vorrei solo insegnar loro come si fa a non ammalarsi.
- Ah, la pensavi già un po’ così fin da giovane! Quante volte mi dicesti di badar a questo, a quello… T’avessi dato retta! – E così dicendo, l’Offlaghi pareva fissasse gli occhi in una lontananza ideale. – Tu intanto sei quasi ancora come eri in quei tempi. E dove sei stato, come hai fatto a conservarti così?
- Mi fece la stessa domanda anche Terenzi.
- Terenzi! dove l’hai visto?
- A Milano, quasi moribondo…
- Moribondo? anche lui?
E allora il dottor Asquini narrò quel che aveva veduto, quel che aveva sentito dal Terenzi; quel che aveva sperato.
- Avevo fatto conto di condurti a Milano e di assistere con te l’amico nostro, fino all’ultima ora che non sarà lontana.
- E sarei venuto, ma guardami qui in che stato sono!… si può campare cosi?
- Altro! e si può anche guarire! La natura un bel giorno ti fa ricorrere la vita per quelle membra che paiono perdute; tornano le forze, ti senti la voglia di alzarti, andare, partire; ti provi, ti reggi, vai… Cos’è stato? Ma! Il fatto è che sei guarito.
Il dottore gioiva a improvvisare lusinghe, perchè s’accorgeva che l’amico lo seguiva nel suo dire, a lampi d’occhi.
- Se dici il vero, se un giorno mi segue quel che dici, vengo in pellegrinaggio a trovarti… anche se tu stessi di là del mare!
E l’Offlaghi s’animava, pareva già pieno di quell’illusione.
- Ora sento che quasi quasi mi potrei muovere, guarda!…
E fece l’atto di reggersi, ma invano: crollò il capo e si sfogò con un gesto di collera contro l’orologio della quaglia, che questa volta cantò prima di quello del cuculo.
Poi, ricomponendosi, mentre l’Asquini si sentiva intenerire dalla compassione per quella misera vita, soggiunse:
- Ma non mi hai ancor detto cosa sei venuto a fare qui, cosa ci hai da queste parti, in questo paese dove mi son lasciato perdere…
- Vado a Venezia per veder il nostro Lantieri.
- A Venezia? Che Venezia! Lantieri sta qui vicino dieci miglia, in una fattoria che si chiama di San Cassiano. Fa l’agricoltore.
- L’agricoltore?
- Già! Sai che da giovane studiava scienze naturali… A Venezia si ridusse quasi a nulla, godendo e facendo goder la vita a questo e a quell’altro per una diecina d’anni, poi ebbe il suo quarto d’ora di riflessione, pensò all’avvenire, c’era quel buco e ci si rintanò. Fa il fattore e lo fa bene; non viene mai a vedermi, ma mi manda a salutare tutti i giovedì da gente che trova al mercato… Povero Lantieri, con quelle sue manine da donna si è adattato a rimestar la terra, a far l’analisi ai concimi, a palpar la coda alle mucche.
- Vado a trovarlo subito.
- Come? non ti fermi a desinar con noi?
- No, ho fretta… vado e torno domani, te lo prometto.
- Guarda, che sto sicuro; se non torni ti lancio dietro quelle parole! Sai? Te ne ricordi? Chinese del Piemonte! Che sciocchezza ti dissi allora; sono trent’anni, Asquini, e ho avuto tempo d’accorgermi che avevo torto…
Così parlava, animato dalla speranza che l’Asquini aveva saputo fargli nascere in cuore.
- Maria, Maria, vieni, accompagnalo.
Maria comparve.
- Guarda, Asquini, che bel bambino! Io non ero mica ancora così quando nacque!
- E tornerai come eri allora, vedrai! A rivederci, un bacio…
Scambiarono un bacio e un addio.
Giù nel cortile la signora si fece animo.
- Dice davvero, dottore? guarirà lo zio?
- La natura fa dei miracoli, signora; speri anche lei e voglia bene a suo marito.
E allontanandosi in fretta, come se quelle parole «guarirà lo zio» nelle quali capiva tutta una storia, gli avessero soffiato addosso la fuga, uscì nella via incamminandosi a cert’albergo che aveva visto passando e gli aveva messo in cuore un senso quieto d’ospitalità bonaria ed antica. Là ordinò una carrozza per la fattoria di San Cassiano.
Gli pareva di non aver bisogno di nulla; ma, come fu dentro, intanto che preparavano la carrozza, un soave odor di vivande gli destò l’appetito, e chiese da desinare. L’oste lo fece sedere nella più bella stanza, e, apparecchiando, lo sbirciava con una gran voglia di interrogarlo.
Finalmente l’osò.
- Lei è quel dottore che è stato dal signor Offlaghi?
- Sì – rispose l’Asquini, pensando che veramente tutto il mondo è paese, e che lì, come nel suo borgo, come dappertutto nel piccolo, non si muove foglia senza che tutti non lo sappiano; noiosa e pur utile vigilanza che, non per intenzione, e forse per malignità, si fanno a vicenda gli uni sugli altri, i vicini e i lontani.
- Ah, è medico lei? Già, s’indovina all’aria! Eppoi dall’Offlaghi non vengono che dei medici… Com’è divenuto, povero signore! Un uomo che fermava le saette con gli occhi, ora è ridotto un immobile… Come l’ha trovato? Perdoni, sa, la mia curiosità…
- Eh, non molto male…
- Ha voluto goder troppo lui!… Vita allegra e lascia andare! Buon uomo, buon amico, ma dove ci capitava non aveva riguardo, ci lasciava il segno: mi capisce nevvero?… Era bello, ricco, per anni e anni tutte le ragazze non vedevano che lui, tutte si credevano di sposarlo. E poi anche le maritate! Se tutti gli potessero dir babbo, ce n’avrebbe dei figli intorno. Sarebbe una bella serenata! Si affacci, guardi là quel calzolaio di quindici anni in quella bottega, non è lui, lui di quand’era giovinetto? Lo conobbe giovine lei? Ebbene fu anche la rovina di parecchie donne. La madre di quel ragazzo là, finì scacciata dal marito, che se n’andò a vivere in America… Intanto l’Offlaghi venne vecchio, senza famiglia, e allora gli hanno dato moglie, quella bella giovinetta; l’ha vista? È figlia di suo fratello; l’han fatto per far rimanere in casa il patrimonio…
- Già, già – diceva l’Asquini pensieroso.
- A lui non gli parve nemmeno vero. A cinquantasei anni vedersi dare una sposina come quella! L’avesse veduta che fiore, prima del matrimonio! È ancor bella, ma non è più nulla al confronto! Ha quel bambino, par contenta, ma si sa… in casa, l’Offlaghi non la lascia vivere; è geloso come un turco!
- Basta, basta: son tutti chiacchieroni come voi in questo paese?
L’oste si sentì stroncar la lingua e tacque. Portò in fretta da mangiare, in fretta l’Asquini mangiò, pagò il conto di tutto e chiese del cavallo.
- È già attaccato – rispose mogio, mogio.
Il vetturino schioccava la frusta, l’Asquini uscì, montò in carrozza e partì.
- E tre! – diceva tra sè: – Giomo che ha tanto da fare! tanto da fare, e si dipinge e si liscia e ancora ha tanto da fare, che non può neppure andar a trovare un amico come Terenzi!… Terenzi che se ne va morendo in un ospedale; e questo qui che è quel che è, e mi pare il più infelice. Era meglio se non mi fossi mosso da casa… Oh sì meglio se avessi lasciato i miei quattro amici nel ricordo, laggiù… in quella lontananza di tempi! Li immaginavo felici, li vedevo com’erano allora, belli, giovani; non mi passava neppure pel pensiero che anche essi dovevano essere divenuti vecchi. Ed ecco come li trovo… Ora stiamo a veder Lantieri.
Intanto la carrozza andava, e il cavallo trottava allegro come se sapesse che la strada a San Cassiano non era lunga, e che l’acquazzone che si veniva preparando non avrebbe avuto tempo di coglierlo per via. Arrivò che cominciava a imbrunire. Voltando dallo stradone nel viale che metteva alla fattoria, la bestia nitrì soddisfatta. Allora l’Asquini guardò la casa dove stava il suo amico Lantieri e provò un senso di piacere come quando da giovani si torna a casa dopo una lunga assenza e si sa che v’è la madre che aspetta e alla mensa è stata messa una posata di più.
Nel momento che la carrozza si fermò sul piazzale dinanzi alla casa, un uomo apparve sull’uscio, improvviso, con una cert’aria di desiderio, fece un gesto di stizza e brontolò:
- Non è lei!
- Non è lei: dunque aspetta una donna! – pensò l’Asquini, e per una bizzarria dello spirito, deliberò di non darsi a conoscere, di fermarsi con qualche pretesto.
Quello era Lantieri; lo avrebbe ravvisato subito se anche l’avesse trovato a caso in mezzo a qualsiasi moltitudine. Aveva la voglia di gettarglisi al collo, ma si rattenne.
- Chi vuole? – disse Lantieri venendo verso l’Asquini un po’ cruccioso, ma vincendo sè stesso per uso d’antica cortesia.
L’Asquini guardò quella bella testa di doge veneziano. C’erano ancora, e giovanili, i grandi occhi azzurri sotto un arco di sopracciglia orientali; il naso fine e aristocratico piombava giù dalla sua giuntura vigorosa con la fronte, e prendeva un rilievo altero dalla barba piena, quasi ancora nera, come quando Lantieri aveva trent’anni.
L’Asquini si sentì dolere di non essere riconosciuto, ma si fissò ancor più nel proposito di non palesarsi.
- Lei è il signor Lantieri?
- Ai suoi ordini.
- Vengo a portarle dei saluti d’un amico suo carissimo che è molto ammalato. – Notò, dicendo, che Lantieri s’oscurava in faccia. – Molto ammalato, sì, e forse…
- E chi è?
- Terenzi Castiglioni.
- Ammalato Terenzi? E dove? Forse a Milano?
- A Milano.
- Domani vado a trovarlo!
- Anderemo insieme.
- Allora lei si ferma qui da me; un letto c’è, un po’ di cena pure…
- Grazie; accetterò il letto, ma per la cena ho finito appena di desinare…
- Parleremo di Terenzi. Mi rincresce che non le posso fare accoglienze… Non ho qui la mia serva. Dianzi credevo che fosse lei, ma non verrà… sono solo… s’accomodi. E tu – disse al vetturino – va pure. Dico bene, signore?
- Benissimo! – rispose l’Asquini, che in quel fare ritrovava tutto l’amico Lantieri, pronto, spontaneo, un continuo scoppio di cuore.
Il vetturino pagato dal dottore voltò via ed essi entrarono in casa.
Lantieri accese una lucerna, spiegando al forestiero che da solo se ne stava volentieri senza lume, come un romito a fantasticare. E quando la lucerna illuminò intorno, l’Asquini vide una gran semplicità di cose, un non so che di signorile nel campagnuolo, in cui l’animo si doveva riposare ridendo del mondo. Nel camino si consumava un ceppo che Lantieri corse ad attizzare, e accostandovi una sedia fece seder l’ospite, che intanto piantava gli occhi in una fotografia inquadrata in una cornice elegante, certo non fatta per esser messa tra gli arredi di quella stanza. L’Asquini la conosceva quella fotografia, n’aveva a casa una eguale anche lui, nella saletta, e in quella per anni e anni sua moglie e i suoi figlioli eran venuti imparando a conoscere gli amici della sua giovinezza e la storia di ciascuno di essi.
- Questo è un gruppo d’amici, tra i quali c’è anche Terenzi – disse levando il quadro dal muro e mettendolo dinanzi all’Asquini; – ecco lì come era a ventisei anni, il bel capitano della prima compagnia del mio reggimento. Due medaglie al valor militare, una bella mente, una bella persona e ricchezze molte. Non era meglio per lui rimanere morto alle porte di Palermo, su quel mucchio di ghiaia dove lo vidi caduto, con una palla nel fianco e passando lo salutai e mi gridò: «Avanti, avanti, addio…». Povero Terenzi… Oppure, poichè doveva vivere, perchè non si compose una famiglia? Era uno dei più bei partiti di Lombardia. Ma non volle mai prender moglie. Non aveva stima delle donne, diceva che sono impastate d’egoismo anche se virtuose; non capaci di alti pensieri, e pronte a tradir gli affetti… Forse aveva torto perchè, a conti fatti, i birboni siam noi.
- Parlammo anche di questo con Terenzi, ed egli stesso disse quello che dici tu… Oh perdoni! Ora mi pareva di essere con un amico e le davo del tu…
- Niente, niente! Beati i tempi in cui si dava del tu, così alla prima. Ora non si può più! E questi è un avvocato che sta qui nel borgo dove lei ha preso il cavallo. Un infelice! Era già maggiore a ventott’anni… i suoi compagni cavalcano col re, sono tra i grandi della terra… ed egli perdette la gioventù e il meglio della vita a oziare nelle sue ricchezze, nel suo borgo. Ora è vecchio franto… non ne parliamo. Quest’altro qui… oh!… quest’altro poi era un giovine che credo sia rimasto un desiderio per quanti lo conobbero, e tutti gli abbian voluto bene, ma un bene non di sola amicizia, un bene… come faccio a esprimermi? qualche cosa che somigliava al primo sentimento che una fanciulla prova per colui che amerà. Almeno così gli volevo bene io. Era bello, buono, mi pare che non fosse infelice, eppure portava la vita come una croce, e pareva andasse in giro per piantarla su qualche greppo e morirvi su confitto. Un asceta, ma sempre allegro, grande amico di Terenzi… Ah! che storia tra loro due! Un tempo nel nostro reggimento v’era un ufficiale che aveva per moglie una delle più belle donne che m’abbia mai visto: nobile lei e nobile il marito, ma questo soltanto di nascita, d’animo no; donna Virginia meritava d’essere sposa al migliore tra gli uomini. Terenzi e quell’amico lì, che si chiamava Asquini, un medico, se n’erano innamorati ed erano gelosi uno dell’altro. Ma Terenzi, se donna Virginia gli fosse venuta a tiro, povera lei; mentre con l’Asquini avrebbe potuto viaggiare sola tutto il mondo, che egli non avrebbe mai osato tentar di baciarle neppur le treccie. Noi per certe sue idee sulle donne e sull’amore, gli davamo del bimbo; ma credo ora che avesse ragione lui. Dunque erano gelosi tra loro, e noi lo sapevamo e si temeva che una volta o l’altra rompessero… Guai se quei due venivano a scoppiare: altro che due nuvole temporalesche! Una notte il marito di donna Virginia perde tutto al gioco; tutto fin l’orologio, fin l’anello e rimane con due migliaia di lire da dare ai vincitori, sul suo onore, l’indomani. Le domanda a Terenzi, che era ricco, e aveva sempre con se delle somme forti. Terenzi si confuse, si scusò, ricusò… Amava donna Virginia, e perciò gli pareva una viltà legare così a sè l’anima del marito… Basta! L’indomani donna Virginia, a testa bassa, camminando rasente il muro, passò dinanzi a un caffè dov’era l’Asquini tutto melanconico, e scivolò nell’uscio dell’albergo dove stava Terenzi. Terenzi la vide dalla finestra e si tirò dentro… Guardai l’Asquini; era divenuto pallido come un dissotterrato… Poi pigliò quasi la corsa verso l’albergo ed entrò anche lui. «Adesso sta a vedere che li trova insieme, e succede una tragedia» pensai, e mi avviai anch’io. Ma mentre salgo le scale, vedo che l’Asquini s’è nascosto in un angolo, ansante, smarrito. «O Lantieri, mi dice, che uomo Terenzi; quella donna gli andava in gola, e non le ha aperto! Lasciami salire ad abbracciarlo». Lo lasciai andare.
Seppi poi che Terenzi gli disse che piuttosto di aprir l’uscio a donna Virginia, in quell’occasione, sarebbe morto; e che diede i danari a lui da portar al marito, e che l’Asquini li portò, e che seppe dall’ordinanza che quell’omaccio aveva costretto la moglie a andar da Terenzi a pregar per quel denaro; sin con le minaccie… sin con le ingiurie. E la povera donna si era rassegnata. Ma che giovani Terenzi e l’Asquini! Le pare, signore? E ora Terenzi muore, e l’Asquini non lo sa, e io non so dove sia… l’avviserei… verrebbe… oh se verrebbe…
- Son qui, son qui, non ne posso più… baciami Lantieri, son io! Perchè non mi hai riconosciuto?
- Ma già… ma già… – sillabava Lantieri, preso tra le braccia dell’Asquini, e tirando indietro la testa per guardar questi in faccia: – Sei tu… sei tu… lo sentivo bene che parlavo con uno che sapeva le cose meglio di me!… Ah cattivo, e perchè mi hai fatto questo gioco?
- Ah non è gioco, no!… non ne avevo voglia di giochi!… Capisci bene… ho visto Terenzi, ho visto l’Offlaghi…
- Anche l’Offlaghi? E ora sei venuto a veder me. Ho capito, un pellegrinaggio… un’idea delle tue. Bestia, che non ti ho riconosciuto subito! Ma se sembri ancora quello d’allora… to, guardati qui nel ritratto; tale e quale. Via…, sediamo e raccontami…
E allora cominciarono una storia, anzi due storie dette come un salmo tra due. E appunto come i salmi, tutto finiva in gloria a ogni momento, e il passato, e gli amici, e Terenzi, sopra tutto Terenzi, e qualcun altro più infelice di lui…
*
*   *
- Sì! sono un povero diavolo anch’io – diceva Lantieri. – Vivo qui solo, senza una persona cara, nelle mani d’una serva, che sta con me da tre anni ed è già mia padrona; non è che la mia cuoca… intendiamoci… Che miseria, non è vero, esser venuto a non dar più importanza che alla cuoca? Eppure ho detto: vivo, no, viveva! Tre giorni sono quella donna venne fuori a dirmi che ha un bambino, che questo bambino è ancora a balia; mi tesse una storia di promesse di matrimonio fattele da un uomo che poi non le mantenne, e conclude che o le lascio prendere il bambino per tenerlo con noi, o se ne va. «Vattene, le dico io; vuoi che mi metta a far chiacchierare la gente sul conto mio? Mai, mai!». Ed essa se ne andò, ma poi mi scrisse, pregandomi ancora, anzi intimandomi, di riprenderla col bambino, per l’affezione che dimostrò sempre per me e per la casa… È vero, sai, un’affezione da schiava. L’inverno scorso stetti male un pezzo, ed essa durò tre notti lì, al freddo, presso il mio letto. – Veronica, andatevene a dormire – Sì, vado. – Mi lasciava assopire, e si accovacciava lì ai piedi del letto, sul tappeto. Dunque io le ho risposto che sola l’avrei ripigliata, altrimenti no… risoluto. Eppure vedi… quando sei arrivato tu, io credevo che fosse lei, e quasi mi rallegravo, quasi le avrei fin perdonato d’aver condotto seco il bambino. La solitudine mi spaventa; da tre giorni giro la casa come un sonnambulo… Si sta così male soli! Ah! se da giovani si pensasse bene! Tu hai moglie? Hai figlioli? Felice te! Certe cose non le puoi neppur immaginare…
Intanto il tempo s’era venuto sempre più caricando e la pioggia e il vento, come se facessero tra loro una zuffa, empivano le tenebre di lamenti e di freddo. Vi fu un momento che si senti lontano il rumore di una carrozza. Lantieri tese l’orecchio… più nulla. – Gente che passa; bel viaggiare… davvero! E quei che aspettano a casa stan col cuore tra due sassi. – Così diceva ripigliando poi il discorso con l’Asquini; ma dopo un pochino nel piazzale della fattoria si sentirono dei passi, fu picchiato all’uscio. Lantieri balzò a vedere, aperse e una donna, con un bambino in collo, si lanciò dentro, andò dritta al foco, e si lasciò cadere sulla sedia di lui.
- Che tempo da disperati… siamo mezzo morti!
Lantieri, senza parola, senza gesto, rimase un momento. Gli lustravano gli occhi, gli tremava la barba, gli si gonfiava il petto; uno scoppio di collera pareva lì per farlo cadere su quella donna come una rovina. E le venne sopra. Ma c’era quel bambino, che grondava acqua, e volgeva attorno degli occhi pieni di stupore; c’era il suo cuore. Ond’egli dando quasi una stretta a sè stesso per comandarsi, disse basso, modestamente:
- Venuta a piedi, così?
- A piedi… – rispose lei.
- Non è vero! – pensò l’Asquini, – gioco che è venuta in quella carrozza che abbiam sentita poco fa.
- Io vi avevo scritto che col bambino, no! – continuava Lantieri.
- Non ho ricevuto nulla… Oh! non sarei venuta, può star sicuro!…
- Bugia! – pensò ancora l’Asquini.
- Se vuole, riparto subito…
- Subito? Ebbene, faccio attaccare, vi accompagno al borgo, vi metto nell’albergo, e domani ve n’andate al vostro destino. Volete che vi tenga qui a far dire che alla mia età ho avuto il buon tempo di fare… Basta… Insomma questo bambino sembrerebbe mio, e invece è nato che non vi conoscevo ancora… È meglio parlar chiaro anche per riguardo a questo signore.
- Ah sì? allora me ne vado subito da me.
- Ma no, subito.
- Ma sì… sola… sola… voglio andarmene sola, non voglio che si vergogni, un uomo come lei…
E la donna si levò, buttando via il bambino dalle ginocchia e trascinandoselo dietro come un cencio.
- Un po’ di garbo con quell’innocente! – gridò Lantieri, strappandole il bambino – che colpa ci ha lui se suo padre vi ha tradita?
- Suo padre? Io sono vedova, io!… – E senza badar ad altro si lanciò fuori dell’uscio a fuggire sotto la pioggia che flagellava.
Il bambino strillava sbigottito, Lantieri se lo prese tra le braccia, e corse dietro alla donna.
- Venite qua, venite qua. Veronica; dove andate, dove volete andare? A perdervi? Non avete pietà per la vostra creatura? Taci, taci, viscere; la mamma viene… O Veronica, siete divenuta una tigre?
Così egli gridava, e Veronica si lasciava arrivare.
- Lantieri è bell’e cotto! – mormorava tra sè l’Asquini – senti come la prega!
E Lantieri tornava menando Veronica per mano e tenendo stretto al petto il bambino. Essa singhiozzava, si difendeva, si scansava; egli rabbonito continuava a dirle che alla fine non era Erode, che non la voleva scacciare, che se ne sarebbe andata l’indomani, o un altro giorno, con suo comodo, ma a quella maniera no…
- Povero Lantieri, preso! preso! che farci? – seguitava a dire tra se l’Asquini; mentre riappariva sull’uscio Veronica, e dietro lei Lantieri che la spingeva dolcemente, tutto contento d’averla persuasa a stare, e quasi gloriandosene con gli occhi verso l’amico.
- Ma diavolo! non dico bene, Asquini? Essa se ne va domani, dopo domani, quando vuole, come le pare… Ma così sarebbe una bestialità. Veronica, sentite, fate una cosa, andate a cambiarvi, siete tutta molle; mettete il vostro bambino in letto…
- In quale? Il mio è stretto…
- E mettetelo nel mio! purchè si scaldi, pel resto poi… andate, fate, e poi tornate giù.
Veronica prese il suo figliuolo in braccio e una candela, e salì singhiozzando.
- Cosa vuoi fare? – diceva Lantieri, stringendosi nelle spalle, con le braccia penzoloni, avvicinandosi all’Asquini che guardava pensoso nel fuoco: – cosa faresti tu?
- Penso all’ultimo dei miei figlioli che ha ventun’anni e vuol prender moglie.
- Dagliela! È troppo presto… sì! ma giacchè la vuole, dagliela! Sarà la più bella giornata che possa fare!
- Signor padrone! – chiamò Veronica.
- Vengo! perdonami, Asquini, torno subito; non senti che tono?
E salì.
- E quattro! – esclamò l’Asquini rimasto solo: anche Lantieri è in croce. È furba questa donna! Ecco, quel che si fa del cuore di Lantieri! Non era meglio che se lo fosse preso tutto una giovine per bene, una delle tante che ebbe anche lui; per esempio quella comasca di cui a quei tempi parlava sempre e diceva che lo adorava ma che aveva poi dovuto sposare un altro, e ch’era riuscita una cattiva moglie, e che gli confidava che faceva il male perchè non era potuta divenir sua?… Che misteriacci del cuore umano! Basta!… Ora essa sarebbe vecchia con lui, avrebbero dei figli… sarebbero forse in pace… oh! con Lantieri qual donna non sarebbe stata felice e in pace?… Invece ecco, ora il cuore glie lo mangia costei. E ha detto delle bugie pronte! È venuta in carrozza e ha finto di essere arrivata a piedi; dice che non ha ricevuta la lettera di Lantieri e gioco che l’ha in tasca. E poi è vedova! Scaltrona! – E cosi borbottando e pensando, aveva prese le molle in mano e faceva delle buche nella cenere, come due sere innanzi, in quella del suo focolare. Allora gli venne su dal cuore una gran malinconia, e provò una voglia amara d’essere a casa sua.
Quando sentì una pedata venir giù dalla scala, invece di Lantieri comparve Veronica, con sul braccio tovaglie e tovaglioli, per apparecchiare la mensa. Lantieri, essa lo aveva lasciato di sopra a far addormentare il bambino. Lì poi, fece come il lampo, apparecchiò, andò in cucina, accese i fornelli, rimestò qua e là nelle credenze, e dopo alcuni minuti si sentiva già qualcosa che friggeva e mandava un profumo appetitoso.
Poi discese Lantieri con un’aria di quiete e di soddisfazione nuova.
- S’è addormentato. Ma sai che è proprio un bel bambino? l’ho contemplato tutto, è perfetto! Che birba d’un padre…
- Che birbe certi padri, devi dire!
E s’ingolfarono in un discorso di tempi, di cose, d’amori, che lì portò lontani, lontani, fin nel mondo dei trovatelli e in quello dei figli mantenuti, carezzati da poveri mariti che non san nulla, e la gente li deride, mentre essi talvolta si assaettano da un’avemaria all’altra per nutrirli, e parlan di figli… In quel mondo anche Lantieri ci aveva i suoi rami, e ora ne parlava con certo rimorso all’amico.
Durarono in queste cose tanto che venne la cena, e seguitarono mangiando e bevendo e rallegrandosi finchè dimenticarono le malinconie. Quando si levarono da tavola per isgranchirsi, era mezzanotte, e Veronica pian piano se n’era andata a dormire.
Salirono anch’essi.
Lantieri volle menar l’Asquini a vedere il bambino nel suo letto. Con quella testina sul guanciale pareva un fiore… Essi lo guardarono, Lantieri pensando che non aveva mai avuto vicino a sè come in quella notte una creatura innocente; l’Asquini godendo d’esser certo che in nessuna parte dove era stato non poteva essere rimasta una povera anima messa da lui nel caso di quel bambino, e neppur meno peggio.
Poi accompagnato da Lantieri se n’andò nella camera che gli era stata apparecchiata da Veronica, e come vedevano che avrebbero rifatta la storia di quei due che mezzo brilli durarono fino all’alba, accompagnandosi l’un l’altro, e riaccompagnandosi a casa, si diedero la buona notte, e addio.
Dopo mezz’ora la casa era silenzio. Ma Lantieri non dormiva. Seduto a canto al letto, contemplava quel povero bambino così bello, misero e inconsapevole. Poco a poco ripigliò da solo il discorso fatto coll’Asquini cenando, s’immerse nel passato e, come se la sua immaginazione glie lo riaprisse via via, di lontananza in lontananza, tempi, luoghi, avventure, lo rivide tutto. Sapeva egli cos’era stato dopo quel dolce incontro, in quel tal paese, l’anno tale; dopo quel suo passaggio nel tal altro; e le lotte, le vittorie, gli abbandoni, e le traccie che dovevano essere rimaste di lui su tante vie? Chi sa cos’era avvenuto di tante vite? Non vi poteva essere pel mondo qualche suo derelitto come quello d’altri che aveva lì sotto gli occhi? Cominciava a provar qualcosa che non era soltanto pietà. Un momento che il sonno lo prese, si chinò su di lui e lo baciò e senti passar attraverso alla testa confusa una voce che pareva venir dal di fuori e dicesse: «Il taglione… la legge del taglione!» e col senso di un chiodo che al suono di quella parola gli si ficcasse nel capo, in quel pensiero si addormentò che era quasi l’alba.
Il sole non era ancora levato del tutto, e l’Asquini passeggiava già nel piazzale. Lantieri dormiva ancora.
Veronica era ben andata nella camera, ma l’aveva visto seduto con la testa sulla sponda del letto, vicino a quella del suo figliolo, e s’era ben guardata dallo svegliarlo. Però gli aveva messo sulle spalle un panno, e stesse, stesse pure a quel modo che qualche malattia al cuore se la sarebbe presa: quanto a curarlo ci avrebbe pensato lei. Poi la scaltra donna era scesa in cucina, dove fece il caffè, lo diede al dottore con un garbo, una soggezione, un’aria di rassegnata, che sconcertò i pensieri di lui e lo mise in un certo imbarazzo.
- Cosa farà Lantieri che non si vede? – diceva l’Asquini tanto per dir qualcosa; ma la parola gli fu troncata da Lantieri stesso che dalla cima della scala gridava improvviso e arrangolato:
- Asquini, Asquini, dove sei? per carità, vieni su presto, questo bambino brucia dalla febbre…
- Oh povera me! misericordia – strillò Veronica – misericordia, dottore, misericordia…
E su essa, e su l’Asquini, e intorno al letto del bambino un tramestìo dell’altro mondo, tra la donna che seguitava a strillare: «Son madre, son madre!» e Lantieri che gli tremavano sin le mani.
- Non è nulla, non è nulla – diceva l’Asquini – facciamogli un po’ di fregagioni al dorso e una bevanda calda… E Veronica giù capofitta a far la bevanda, e Lantieri lì a far le fregagioni al fanciulletto, gemendo, sospirando, con gli occhi un po’ in quel visino tutto in fiamme, un po’ in quelli d’Asquini, interrogando, pregando.
- Vuoi dire che non sarà proprio nulla?
- Nulla; sta pur sicuro.
Venne la bevanda, Lantieri levò la tazza di mano a Veronica, e si mise lui a dar da bere al bambino. Ci aveva un garbo da madre.
- Guarda un po’ l’uomo! – diceva l’Asquini, e come il bambino ebbe bevuto e parve si addormentasse quetamente, si rivolse a Lantieri e disse:
- Dunque? andiamo a Milano?
- Ma… – rispose Lantieri, girando l’occhio su Veronica.
- E se lei va a Milano, cosa ci faccio qui sola? – disse la donna, timidetta, timidetta.
- Stai, stai, – seguitò l’Asquini: – tanto ho fretta di tornare a casa mia; ho dei pensieri, sento qualcosa che mi dice che a casa han bisogno di me…
- Senti ancora le famose voci come una volta? E ci dai retta? – disse quasi allegro Lantieri.
- Sempre.
- Ti tratterrai almeno fino a stasera…
- No… subito, subito, parto colla prima corsa e tu mi accompagni alla stazione.
Lantieri chinò il capo e diede ordine d’attaccare. Ora si sarebbe detto che gli tardasse di veder l’amico levarsi di là.
E quando la carrozza fu attaccata, e vi furono dentro e si mosse, l’Asquini, senza avvedersene, poco meno che non si levò il cappello per salutare Veronica, rimasta ritta sull’uscio… Lantieri provò rincrescimento di quell’atto involontario dell’amico, ma non disse nulla, frustò il cavallo e via.
Per un tratto non parlarono: poi come il silenzio pesava, Lantieri tornò su quelle misteriose voci dell’Asquini, che lo facevano risolvere a partire così di schianto.
- Ma proprio dai ancora retta alle voci tu? Eh! stanotte n’ho sentita una anch’io che mi diceva: Il taglione! il taglione…
Così disse Lantieri per avviare il discorso, ma la sua parola cadde; Asquini pareva assorto in altri pensieri.
Entrarono nella stazione che il treno giungeva sbuffando.
L’Asquini preso da una smania strana di montar su, di cacciarsi in uno scompartimento, di rimaner solo, abbracciò Lantieri, nei cui grandi occhi si ruppero due lagrime ch’egli non volle lasciar colare.
- Animo, Lantieri, addio.
- E quando ti rivedrò?
- Ai funerali di Terenzi, fra qualche settimana. Scrivi a Milano a qualche amico che ci avvisi.
- Ma v’anderò io, prima che muoia, v’anderò…
- E allora lo bacerai per me, e mi scriverai. Animo, ora vattene; ti comprendo, so quel che farai… tienteli pure in casa… madre e figlio, e il mondo dica quel che vuole… Viene il mondo a pregarti di lasciarti consolare, aiutare, assistere, se hai bisogno di nulla? Tienteli, che forse sei meno infelice degli altri.
Il treno partì. Lantieri stette a guardarlo impicciolirsi, lungo la linea dritta a filo, tra le due siepi dei lati, e sparire. Poi rimontò in carrozza, e in fretta in fretta, quasi già avendo paura di qualche sgridata di Veronica, se ne tornò.
L’Asquini viaggiava, un po’ meditando, un po’ guardando la fuga delle case, un po’ sonnecchiando. E appunto in quel dormiveglia gli venivano più vive certe visioni di famiglia dove la felicità non aveva mai fatto neppur capolino. Erano tante, tante, tante, una rassegna. Ne passava una; ivi la moglie, timidissima e seria da fanciulla, era riuscita capricciosa, vana, spensierata da donna: un’altra, e ivi era un po’ del marito, un po’ d’altri, lo sapevan tutti: in quella casa i coniugi s’erano divisi e sospiravano pel divorzio; in quell’altra e in quelle altre erano dove i maschi e dove le femmine che mandano i padri e le madri in perdizione: in un luogo le figlie invecchiavano in casa crucciose, rivoltose; in altra le deformità, le malattie, le morti facevano sventura… Ahi! le famiglie dolorose erano tante, tante, troppe! «Eppure!» pensava il dottor Asquini, e ogni tanto come nota scappata da una suonata interiore, gli veniva detta una voce, una frase. Era cominciata con un: ma! sospirato più che esclamato, e si era via via svolta e compiuta cosi: «Ma! Eppure è ancora la meno peggio».
I viaggiatori che lo sentivano, lo guardavano di traverso, immaginando che colui non avesse il cuore contento, e mulinasse tra sè qualche fiero rimedio a chi sa quai mali. «È ancora la meno peggio!» Alle volte può voler sottintendere ammazzarsi! Ve ne fu perfino uno che pietoso e commosso s’arrischiò d’accostarsi al dottore e dirgli: – Signore, la meno peggio, che cosa?
- Prender moglie! – rispose l’Asquini quasi senza volerlo; e solo si accorse della figura di mezzo matto che doveva fare, vedendo quel pietoso ritirarsi mortificato al suo posto e rincantucciarsi.
Intanto a misura che la via s’accorciava, egli si veniva acconciando a un pensiero che alla fine del suo viaggio fu fermo in lui e sicuro.
Ecco il suo campanile, ecco i ciuffi di castagni sul colle contro cui risaltano le case, i tetti del suo paese, ecco là a quella voltata la casa dove l’aspettano i suoi: dolcezza infinita! Ancora pochi minuti e sarebbe arrivato.
- Nulla di più comodo, ma nulla di più volgare, – pensava il dottore: – si sono traversati degli spazi sterminati, si crede di aver viaggiato, e si è stati in una cesta. Uno, due, tre giorni di lontananza, ecco il viaggiatore che torna; cosa porta? Una confusione di cose viste di fuga e della stanchezza!
E ancora alle volte invece di recarle a casa, le novità son là che ci aspettano.
- Oh! il babbo! il babbo! – gridò Mario vedendolo per primo dalla finestra, e correndo a incontrarlo per le scale.
- Ah! sei qui, birbone? Dunque è come l’avessi già sposata?
- Perchè mi canzoni, babbo?
- Non canzono nulla; ti dico che è ancora la meno peggio!
- O babbo, o Asquini, marito mio, – gridarono Rosa e Serena sopravvenendo.
- Sì, sì! è ancora la meno peggio! – continuava egli a dire, pigliando baci e abbracciamenti; e così, giunto al suo seggiolone, vi si lasciò andar seduto, e si mise a guardarli.
- Ma che meno peggio vai dicendo? – esclamò Rosa, un po’ turbata da quel fare strano di suo marito.
- Dicevo a Mario!… Gli ho veduti tutti… Poveri miei amici! È proprio ancor la meno peggio! Mario, prendi moglie…
- Glie l’ho già detto anch’io; – scattò Rosa allegra in faccia e nella voce – m’ha fatto vedere il ritratto, la ragazza è bella, sana, e ricca…
- Anche ricca, lo so… – disse l’Asquini, dando a Serena un’occhiata malinconica, in cui era tutta una sequela di confronti; – anche ricca, sì… E purchè sia buona, prendila, Mario, prendi moglie.

Giuseppe Cesare Abba – I baffi ed il cuore del signor Saul

- Tant’è, questa sera non posso mangiare! – esclamò il signor Saul, spingendo in là il piatto di carne che aveva dinanzi; – Grifò, prova a darmi due peperoni.
- Perchè, signor padrone? non aveva comandato l’arrosto? – venne a dire Lucrezia, stando sull’uscio, tra la cucina e la sala da pranzo.
- Sì, ma non lo voglio più; non ho appetito. Perchè fate il muso ora? Non ho mica detto che il vostro arrosto non sia buono! Andate, andate Lucrezia.
Lucrezia tornò in cucina, un po’ malcontenta, ma un po’ anche maravigliata che il padrone fosse quella sera così dolce. Intanto Grifò che era subito corso nella credenza, tornava con un paio di peperoni in aceto, gialli come aranci e grossissimi.
- Proprio due in punto? Io aveva detto due così per dire.
- Ma questa, signor padrone, non è roba da mangiarne di molta a cena.
- Oh, già! Porta via anche questi! Forse hai ragione, Grifò; siamo vecchi. E guarda un po’! Questa sera non mi posso levar dagli occhi quel Galateri! Sono cose di quarant’anni fa, eppure mi par d’essere in Alessandria, mi par di sentirmi nei baffi le forbici di quel birbante di barbiere! E Galateri lo vedo là che sta a guardare, proprio con quell’aria stessa che aveva quando andava a spasso seduto su d’un cannone. Oh! e pensare che se Galateri non mi avesse fatto quell’atroce azione, forse non sarei qui in questo paese da tanti anni e forse non ci avrei neppure conosciuto te. Grifò!
- Cosa le viene in mente ora! – disse Grifò un po’ commosso, un po’ turbato da certo tono insolito del padrone; – Galateri è andato da un pezzo a far terra da mattoni, e forse è già a casa calda in anima e in corpo.
- Sta zitto! Alla tua età non si deve più dir così, per dire che uno è morto!… Sono parole da sciocchi… Non le ripeterai più! La morte è una cosa da venerare… E non si deve dir neppure che il tale è salvato e il tal altro è dannato; e tanto meno dirlo con parole sguaiate… Già! voi cristiani, abbiate pazienza, lasciatevelo dire, parlate molto male…..
- Dice bene! – pensava Grifò.
- E poi… come mi sento solo…! – continuò il signor Saul cambiando quasi voce; tutta quella mia gente se n’è andata! se ne sono andati tutti, figli, figlie, tutti! E non mi resti che tu, Grifò. Ah! Ah! Io, tu e Lucrezia, siamo tre gattoni rimasti qui, col naso nella cenere ad aspettare la morte!… Con chi parla di là Lucrezia?
Grifò corse, stette via un minuto, poi tornò a dire che Lucrezia parlava colla serva del Giudice, la quale raccontava che, il giorno dopo gli uscieri sarebbero andati da Colombano il calzolaio a pigliarsi tutto quel po’ di roba che il poveretto teneva in bottega.
- E perchè? – disse il signor Saul.
- Dice che Colombano deve cento lire della pigione al signor Venanzi, e che il signor Venanzi l’ha fatto condannare.
- Ah, quel signor Venanzi! – esclamò il signor Saul, piantando gli occhi in un punto della tovaglia, come se cominciasse a leggervi una storia: – Sessant’anni fa capitò qui suo nonno, un cappellaio girovago, che si metteva a lavorare alle porte dei paesi, sotto qualche tettoia o all’ombra di qualche albero. Giungeva sempre menando a mano una carretta, con su due o tre forme di cappelli, quattro pentolini, delle spazzole e dei cenci. E piantava bottega. Poi andava per le vie gridando a chi avesse cappelli da ritingere; e così guadagnava da non morir di fame. Ora senti che storia. Quella volta che capitò qui, mentre stava lavorando fuori di porta Piemonte, certi ragazzi gli davan noia; ed egli a uno di essi menò uno scapaccione da cane. Il ragazzo cadde in terra e si ruppe il naso: suo padre, un falegname che aveva bottega là presso, vide, e corse furioso addosso al cappellaio; ma tutti gli oziosi che stavano a veder lavorare, ne presero le difese, diedero torto al loro compaesano che aveva tutte le ragioni, e lo volevano persino picchiare. «Questo paese è fatto per me», deve aver detto allora il cappellaio, «questo è il mondo degli allocchi, e io mi fermo qui». E difatti piantò qui la sua dimora. Cominciò con una botteguccia, poi s’allargò. Dopo due anni sposò una vecchierella che aveva denari; e dagli oggi, dagli domani; strozza questo, strozza quell’altro: lasciò un figlio ricco, che triplicò, quadruplicò la sostanza. Ed ora i nipoti fanno il resto. Hanno già mezza la valle pei capelli! – Ma tu lo devi aver conosciuto quel vecchio, – soggiunse poi il signor Saul, dopo aver pensato un poco, guardando Grifò.
- Eh altro! C’ero anch’io con quei ragazzi, quando il cappellaio diede quello scapaccione; e ricordo che appunto passava lei a cavallo su d’un bel baio.
- E allora perchè mi lasci chiacchierare delle cose che sai?
- Ma! lei le racconta così bene che mi par di tornar a vederle.
- Bravo! Ora mi vuoi lusingare. Ti accomoderò io nel testamento. Ma insomma cavalcavo bene, non è vero, a quei tempi? Ah, quei miei morelli, quei bai che nessuno si fidava di montare fuor ch’io solo! Dammi un lume, Grifò; ora non siamo più buoni ad altro che a mangiare e andar a letto.
Il signor Saul soleva coricarsi appena appena finito di cenare, all’ora delle galline, come diceva lui; ma per altro al canto del gallo sempre si trovava alzato. E quella sera era già quasi in ritardo. Quando se ne fu andato, Lucrezia e Grifò si raccolsero intorno al focolare a scaldarsi e a chiacchierare, come tutte le altre sere comodamente, perchè intanto questi faceva la sua fumata a pipa sotto la cappa del camino, badando bene a non mandar fumo per la casa, perchè l’odor di tabacco dispiaceva al padrone.
- Chi sa che cosa abbia? – disse Lucrezia – Non l’ho mai sentito lamentarsi dell’appetito!
- E nemmeno io! – rispose Grifò pensoso.
- Grifò; e noi due se egli si ammalasse e morisse?
- Oh! io per me so che in settimana gli vado dietro.
- È presto detto! Non moriamo mica quando vogliamo noi! E se si vive?
- Dicono che l’ospedale non è fatto per i cani. Ma voi non avete i vostri risparmi, voi?
- Questo sì, ringraziando Iddio, ma dovrei mangiarmeli a poco a poco senza far nulla.
- E cosa ne vorreste fare? portarli con voi all’altro mondo?
- E se…
- E se, e se, e se? Cosa dice il Parroco? Che i se e i ma sono il patrimonio dei grulli! – interruppe Grifò, battendo la pipa a un alare per far cadere la cenere. E così s’alzò lui e s’alzò Lucrezia; e ognuno dalla sua parte se ne andarono anch’essi a letto, dove la donna, tranquillamente pregando, s’addormentò.
Ma a Grifò quei discorsi avevano fatto nascere un grave pensiero. Se il padrone fosse morto, dove mai l’avrebbero sepolto? Nel cimitero no, perchè era ebreo. Forse avrebbero scavata una fossa fuori del recinto, e ve l’avrebbero messo con ogni rispetto perchè tutto il paese gli voleva bene; ma il pensiero di questa sepoltura fatta in disparte, come a un indegno, dava un’amarezza grande e nuova al cuore del vecchio servo. Il quale era sempre stato tanto certo di morir subito dopo il padrone, che, senza avervi mai pensato, aveva sentito che anche morto sarebbe stato con esso, spanna più, spanna meno, quasi a corpo a corpo, forse nella stessa fossa. E ora gli pareva che tra le tante cose ingiuste, che così all’ingrosso aveva vedute nel mondo, venisse fuori anche questa e proprio per addolorarlo. Però, come era d’umore che sulle cose tristi ci si fermava poco, si liberò presto presto da quelle malinconie, brontolando contro quella sciocca di Lucrezia, che aveva tirato in ballo la morte. E alla fine anch’egli si addormentò.
Ma non s’era addormentato il signor Saul. Egli, spogliandosi, aveva fatto il conto di andar il mattino dopo, e per tempo, da Colombano a vedere se poteva rimediare al guaio che si preparava a quel povero uomo: però non gli era riuscito prender sonno. E dà volta per un verso, e dalla per un altro: sbadiglia, pensa, riaccendi il lume; leggi un passo della Bibbia, leggine un altro; fece le dieci più sveglio che mai. Allora buttò le gambe fuori del letto, si rivestì in fretta, si mise addosso il suo gran tabarro, frugò in un cassettone; poi pian pianino, discese, uscì, s’incamminò verso la casupola del povero Colombano.
Stava costui a terreno in tre buchi, uno dei quali serviva di bottega, e gli altri due di camera e di cucina. A quell’ora egli parlava delle sue disgrazie colla moglie.
- E domani alle nove – diceva egli – domani alle nove, il giudice, il cancelliere, gli uscieri, forse i carabinieri e il diavolo insieme, senza riguardi, alla presenza di tutto il paese che starà a vedere, verranno a pigliarci tutto.
- E cosa ci vuoi fare? – rispondeva la moglie al povero uomo, ch’era già in letto; – bisogna aver pazienza! Oppure provar ancora; pregare il signor Venanzi che aspetti un altro po’, e poi ingegnarci. Cento lire sono molte, è vero; ma insomma qualche santo ci aiuterà…
- Tu hai sempre i santi che aiuteranno!
- Lasciami andare dal sig. Venanzi; mi porterò i bambini, gliene dirò tante e tante che avrà pietà…
- Mai! questo mai! Io non ti ho sposata per mandarti a domandar pietà ai birbanti!
- Eppure l’hai ben per me questo debito! Se io non mi fossi ammalata…
- Taci, taci, anima! So che dici di cuore, ma io non voglio. La colpa è mia che forse non ho lavorato abbastanza! Ma no! Neppur questo! Non è vero! Ho sempre lavorato! È il destino! Se non avessi speso per mia madre quel po’ che avevo risparmiato, la tua malattia non ci avrebbe disturbati. Ma dovevo lasciare che quella povera donna andasse a morire all’ospedale e che fosse sepolta per carità?
- Ebbene? Questo lo sanno tutti, e domani quando vedranno venire gli uscieri qui, ci compatiranno…
- Cosa vuoi che compatiscano? Se mai diranno che allora ho fatto il mio dovere e che ora sono una malapaga!
- Cerca d’addormentarti, via: tanto non c’è rimedio…
- Ah, maledetti poveri, per noi il Signore non c’è.
- Taci, taci, non dir eresie… Ottavino ti sente, si ricorderà poi di queste cose e verrà su cattivo…
- Povera donna, tu vali cento volte più di me!
E mentre il pover’uomo si tirava il lenzuolo sul viso, forse per piangere senza farsi sentire, la donna che non s’era ancora spogliata, passava in cucina, a coprir le poche brage che finivan nel focolare. Ma in quella, di colpo fu spezzato un vetro di là, alla finestra della botteguccia, e qualche cosa rotolò sul pavimento di legno. Essa tremò dalla paura; ma Colombano balzato dal letto, tempestò contro i birbanti che sapevano le sue disgrazie e venivano a quell’ora a rompergli i vetri per insultarlo. Canaglia!
Così prima che la donna avesse osato metter piede nella bottega, egli era già lì mezzo vestito e correva verso la porta, quasi contento di aver l’occasione di sfogar in qualche modo l’animo, che gli sembrava di aver dentro verde e amaro più della cicuta.
- Fermati, guarda, guarda qui! – disse la donna che aveva raccattato un involtino e lo stava sciogliendo. – qui ci son dei danari. Oh Dio! cinque napoleoni d’oro! proprio cinque!
Egli prese i napoleoni, guardò il soffitto, come per interrogare qualcuno, guardò quelle monete. Chi le aveva gettate là dentro? C’era ancora qualcuno al mondo tanto buono che sapesse far la carità così di nascosto? Oppure?…. E guardando la sua donna che era giovane ancora e assai bella, e alla vista di quell’oro s’era fatta tutta allegra, gli passò per la mente un triste pensiero; quel santo, qualcuno di quei santi ch’essa aveva detto. E divenne cupo.
Intanto, pel vetro rotto, entrava il vento con qualche granello del nevischio che cadeva giù da mezz’ora.
Questo bastò a fare che quel tristo pensiero di Colombano si complicasse d’un’altra idea, cattiva anch’essa, ma che pure in quel momento parve al pover’uomo un ristoro. Certo chi era venuto lì, a gettargli in casa quei danari, doveva aver lasciato l’orma sul nevischio, ed egli l’avrebbe scoperto! Lo disse a lei, guardandola sospettoso negli occhi.
- Bene, benissimo! – esclamò la donna – vestiti e va! Se potessimo sapere chi è stato?
E intanto che l’aiutava a vestirsi, egli pigliava un gusto amaro, rabbioso, a confermarsi nel suo dubbio, nel suo sospetto, A stento si tratteneva dallo sfogarsi subito. Quasi gli pareva che se le avesse detto bruscamente «tu mi mandi, ma sai già tutto» essa non avrebbe potuto infingersi, negare, celar il nome; qualche nome che ben doveva sapere. Ma si rattenne…
Poi aperse l’uscio, sporse il capo. Per la via non c’era nessuno. Allora guardò in terra. Le orme erano lì ben distinte nel nevischio; un uomo le aveva lasciate venendo e tornandosene con passi lenti e misurati. Il calzolaio si mise a seguirle. E va, va, ogni poco sentiva andarsene il sospetto su d’uno, e nascerne un altro su d’un altro; e cosi, passo passo, giunse su quelle orme al palazzotto dove stava l’Ebreo. Possibile? L’Ebreo? Lui vecchio d’ottanta e più anni, era venuto fuori a quell’ora con quel tempo da lupi, a gettargli in casa quel denaro? Eppure non poteva essere che lui! Quelle orme parlavano!
Colombano si lasciò andar giù ginocchioni sulla soglia di quella porta, proprio come avrebbe fatto in una chiesa per pregare; e mandò su tutta l’anima sua a quel vecchio. Poi tra quel senso di gratitudine, il pensiero della salvezza dovuta a lui e la confusione che gli venne per la vergogna d’aver sospettato malamente della moglie, si mise a piangere come un bambino e a darsi del vile.
Ora che fare? Il meglio era tornarsene a casa. Intanto, pel giorno dopo, avrebbe pagato quel selvaggio del signor Venanzi; e per mostrar all’Ebreo che non era ingrato, qualcosa avrebbe potuto pensare.
Così, mentre tornava, si volgeva ogni po’ di passi a guardare, e un istante vide illuminarsi la finestra della camera dove sapeva che l’Ebreo dormiva. – Già, si capisce, è appena tornato in camera. – Poi vide l’ombra di lui disegnarsi sui vetri. Certo il brav’uomo stava spogliandosi, per mettersi a letto. Stette ancora a guardare, e rivide l’ombra passare su quei vetri altre due o tre volte, quindi la finestra rimase buia d’un tratto. L’Ebreo aveva spento il lume.
E se in quel momento si fosse spento pur lui, l’anima sua, anche soltanto per il bene fatto a quel povero, sarebbe stata degna d’andar nella più gran pace del cielo.
- Sai chi fu? – disse il calzolaio, rientrando in casa lietissimo e abbracciando la moglie e baciandola, come se fossero stati appena sposi, tanto che essa si confuse; – indovina… te la do in mille… l’Ebreo!
- L’Ebreo! Benedetto il giorno che venne a stare in paese! ero piccina, ma me li ricordo certi discorsi!… Dicevano come se ci fosse venuto a stare il diavolo!…
- Non tutti però; e poi tutto finì quando videro il parroco farsi amico con lui…
- È vero! E poi quando scoppiò il colera? L’Ebreo era dappertutto, dai poveri, dai ricchi. Dove tutti dalla paura scappavano e piantavano i malati e i morti, ecco, là c’era lui. Vuotò la sua casa di biancheria, di panni, di vino. Dimmi cosa non diede. Andò persino a seppellire i morti!
Ora la gran gioia faceva esagerare i meriti dell’Ebreo. E li andavano enumerando tra loro, uno ciascuno, come se recitassero le litanie; e intanto che si coricavano duravano a dire, e dissero finchè venne il sonno, finchè il marito disse l’ultima sua, strascicando le parole così…
- Credo pure che dieci anni fa, quando il parroco fece la dote a quella Lucia che correva rischio d’essere abbandonata nella vergogna, e fece sapere che la dote era data da una persona che non voleva essere nominata; credo che quella persona fosse l’Ebreo… Che ne dici moglie? Ah! dormi? Io prego per lui.
E finalmente il signor Saul dormiva anch’egli, nella sua camera, ignorando che quel che aveva fatto fosse già stato sentito da quella povera gente, e riconosciuto come carità che veniva da lui. S’era addormentato pieno d’un’allegrezza ch’egli, pur avvezzo ai godimenti del far carità, non aveva mai provato; anzi, addormentandosi, s’era sentito venire uno strano sentimento di gratitudine per quel Galateri, che, quarant’anni addietro, lo aveva fatto molto patire, e che tutta quella sera non s’aveva potuto levar dagli occhi. Ora dormiva e sognava. E nel sogno non era lui d’ottantatre anni, ma gli pareva di essere qual’era quando ancora quasi giovane, stava nella cittadetta di S… governata da un colonnello, nobile piemontese del vecchio stampo. Terribile uomo di guerra, costui era di coloro che nella loro gioventù, per il loro Re, il quale per essi voleva dire famiglia, patria, tutto, avevano combattuto contro i Francesi nelle Alpi Marittime, con odio fiero quanto quello degli Spagnoli contro i Maomettani. E quando il Re, nel 1796, aveva finalmente dovuto chinar la fronte dinanzi al general Buonaparte, venir a patti con la Francia, e staccarsi dall’Austria, quell’ufficiale era passato a servir l’Austria. Poi come anche questa, dopo molti anni di guerra e sconfitte, aveva dovuto chinarsi a Napoleone, imperatore, e a lui, già marito d’un altra donna ancor viva, dar in moglie una principessa imperiale; egli ostinato nella fedeltà alla propria idea, senza curarsi di principi e di re, e lasciando che essi facessero i propri interessi, era passato a servir la Russia. Laggiù, durante la gran guerra del dodici, aveva combattuto contro gli stessi Piemontesi, condotti in quelle contrade dietro le aquile francesi; combattuto aveva col cuore e col braccio tra le file russe, ma col pensiero alla Sardegna lontana, dove sapeva rifugiati da dodici anni i suoi Re, ai quali aveva perdonato. In quella guerra aveva toccato ferite orrende e n’era guarito per miracolo; ma non aveva mutato cuore. Anzi se anche la Russia, invece che vincitrice, fosse stata vinta; ed essa pure alla fine si fosse fatta amica a Napoleone; egli, come avrebbero fatto tanti altri, tutti i suoi pari, sarebbe passato in Asia, sarebbe andato in capo al mondo, dovunque avesse trovato a servire un nemico della Francia, che per lui voleva dire la rivoluzione, l’inferno. Poi quando, caduto Napoleone, tutto era stato rimesso a posto, e la Rivoluzione, il Consolato, l’Impero e tutte quelle cose ch’egli, il colonnello, chiamava bestialità, erano state chiuse come in una parentesi, e parevano quasi messe fuori della storia, soddisfatto era ritornato in Piemonte, dove il Re gli aveva dato a governare S… con potere di fare e disfare a suo senno e piacere. Ed egli vi si era messo tremendo. Guai chi si ricordava delle cose e dei nomi dal quindici in là, all’ottantanove! Tutto doveva tornar come prima dell’ottantanove; tutto intonarsi a lui, che sentiva d’essere la personificazione rigida, pura, vergine dei tempi per lui sacri. E chi non voleva o non sapeva intonarsi, in Sardegna, nelle Saline, c’era posto: egli, il Comandante, ce lo mandava senza misericordia.
E così, sotto quell’uomo, in S… si viveva ancora del trentaquattro, mentre già regnava Carlo Alberto, mentre in una delle prigioni della fortezza di Savona era già stato chiuso Giuseppe Mazzini; mentre altri, devoti all’idea nuova, come egli, il Comandante, lo era all’antica, sapevano sacrificarsi per essa e morire magari come Jacopo Ruffini aveva fatto, uccidendosi in Genova, nella torre del palazzo ducale.
Ma pel signor Saul, il Comandante era d’un’amorevolezza, che non pareva potesse aver posto nel cuore di lui neppure un istante. Ciò solo perchè egli era amatissimo dei cavalli, sebbene per l’età non ne montasse più, e il signor Saul ne teneva sempre dei bellissimi e pericolosissimi, ch’egli invece montava ardito e sicuro come un cosacco. Così il Comandante lo amava, non curandosi punto che fosse l’Ebreo. Anzi si vedevano sempre insieme, desinavano spesso a vicenda, l’uno dall’altro, con molto dispiacere del vescovo, che però non aveva mai osato dir nulla. Sfido io! Il Comandante poteva tutto; e si fidava persino di permettere che l’amico suo portasse baffi, i soli baffi che si vedessero nella città e nella provincia, a chi non era soldato: due gran baffi alla brava, che somigliavano quelli di Carlo Alberto, di cui il signor Saul aveva su per giù l’età, la statura, l’occhio e quasi la voce. Questo anche il comandante lo diceva e se ne compiaceva stranamente: anzi una volta che era di bonissimo umore aveva domandato all’amico se non si sentiva nelle vene un po’ di sangue di Re. Ma l’amico aveva risposto, che, se gli toccava sentirsi dire tali cose, egli non si faceva un bel nulla di Lui; e guai se tornava un’altra volta a dirgli una simile impertinenza. Allora il Comandante s’era scusato volentieri e di cuore, e da quel momento gli aveva voluto più bene di prima.
Quella notte adunque il signor Saul sognava di quei tempi di quasi cinquant’anni indietro, un sogno lungo che è meglio narrare come storia di cose che gli erano seguite davvero. Egli le aveva tenute in sè, quasi un gran segreto, dal trentaquattro sino al quarantotto, il grande anno della libertà, quando alla gente tornò l’animo, e ognuno potè parlare senza timore d’aver intorno le spie. Ed ecco la storia.
Un giorno del trentaquattro, il signor Saul aveva dovuto andare per certi suoi affari in Alessandria. Amava, come si è detto, i cavalli, e preferiva i cattivi, quelli che nessuno montava volentieri; mentre egli, non si sa che arte avesse, quando c’era su, gli stavano sotto come agnelletti. Viaggiava sempre a cavallo. E quella volta andava su d’un baio, che brillava sempre come la rondine quando sta cercando una direzione per lanciarsi fulminea nello spazio. E chi vedeva passare l’Ebreo su quel cavallo, si faceva il segno della croce per lui. Giunto in Alessandria di domenica, si riposò all’albergo, poi andò a sentire un po’ di banda in piazza, dinanzi al palazzo del Governatore. Amante assai della musica, stava godendo una bella sonata che gli faceva pensar alla sua casa lontana, ai suoi; quando si sentì battere sulla spalla molto villanamente.
Si volta, è un sergente. «Chiamato da sua Eccellenza», dice quel sergente secco secco; una ghigna di birro, con cert’aria di beffa che tirava gli schiaffi. «Sua Eccellenza me?» risponde il signor Saul facendo un rapido esame di coscienza; e intanto alza gli occhi, guarda il palazzo e vede a un finestrone Galateri, che proprio fissa lui. «Vengo subito!» soggiunge e va.
La gente intorno gli fece largo. Sapevano tutti che cosa poteva voler dire una chiamata dal Governatore, onde al signor Saul parve che già tutti lo compatissero; anzi udì che uno diceva: «Povero signore! Eppure deve essere un ufficiale!» «Sembra Carlo Alberto in persona!» diceva un altro. «Sarà un Mazziniano» – soggiungeva un terzo: «Povero diavolo se gli capita come a Vochieri!»
Egli per queste parole si sentì stringere alla gola; ma, facendosi forza per non commuoversi troppo, tirò oltre, salì, ed entrò in un salone.
Ed ecco là il Galateri con la parrucca sul cranio, su quel cranio che aveva mezzo d’argento. Dicevano che una terribile sciabolata, toccata in Russia, glie lo aveva spaccato, e che l’osso era rimasto laggiù. Ecco là il Galateri.
Il signor Saul chinò il capo e si fermò appena entrato.
- Venite avanti, voi e i vostri baffi! Chi siete?
- Eccellenza…
- Silenzio! Chi siete?
- Saul…
- Un ebreo? – Gridò il Governatore, mozzandogli la parola, – con quei baffi, siete un ebreo? Dove state, di dove venite, cosa fate in Alessandria?
- Vengo da S… per affari…
- Quando siete venuto? come siete venuto?
- Sono giunto stamattina a cavallo.
- Anche a cavallo e coi baffi? Sergente fate entrare il barbiere.
Si vede che il barbiere era già stato chiamato, perchè entrò pronto, strisciando inchini e coi ferri in mano.
- Barbiere fate sedere quell’uomo, e tagliate.
- Ma, Eccellenza… – osò dire con un fìl di voce il signor Saul – a S… il Comandante…
- Qui siete in Alessandria; e qui comando io! Tagliate, barbiere!
E il povero uomo fu messo a sedere.
Allora quella birba di barbiere, cominciò colle forbici a dar dentro a quei baffi, straziandoli per far piacere all’Eccellenza di Galateri, il quale guardava, ma forse non godeva di quello scempio. Pareva piuttosto persuaso soltanto d’adempiere al suo grave dovere.
Quando il barbiere ebbe finito, il signor Saul che si senti il labbro nudo, provò una specie di ribrezzo e non osava neppur levarsi da sedere. Gli veniva da piangere; gli pareva di non essere più uomo.
- Ora cosa state a fare? – urlò Galateri, – alzatevi, andate all’albergo e chiudetevi fino a domani. Domani, poi, appena finiti i vostri affari, montate a cavallo, e via! Se a mezzodì siete ancora in Alessandria, vi mando in Sardegna alle Saline.
- Eccellenza parto subito.
E il brav’uomo, così oltraggiato, pigliò per un corridoio che il governatore gli mostrò. Credeva egli che tutto fosse finito, ma invece, e questa non la contò mai, invece si seppe poi che, entrato in quel corridoio, vi aveva trovato altri due sergenti, i quali gli avevano dato ciascuno dodici colpi di ciabatta sulle reni, e quindi lo avevano accompagnato fino in fondo allo scalone, dove gli avevano augurato il buon viaggio, forse compiangendolo, forse per canzonarlo.
Uscito da quel palazzo, il signor Saul si sentì tanto male d’animo, gli parve d’esser tanto guardato dalla gente, che credette avesser gli occhi, per beffarsi di lui, sin le pietre della via. Un momento che si vide fissato da un gruppo di signori, fu lì per lanciarsi ed affrontarli e mostrar loro chi era; ma pensò a casa sua, ai suoi, s’intenerì, passò oltre. E fece bene; perchè quei signori che a rivederlo senza baffi avevano capito il fatto, parlavano bensì di lui, ma per maledire i tempi; e se avessero osato si sarebbero fatti avanti per confortarlo, per dirgli che se ne andasse colla loro benevolenza, ad aspettare anch’egli che il mondo si cambiasse.
Ma egli non poteva indovinare e vedeva tutto nero.
Onde tirò via pieno di rancore, tirò via senza badar dove andasse, finchè si trovò fuori della città, fuori di quei bastioni, sui quali stavano, a distanze quasi misurate fra loro, le sentinelle, quei soldati che ora a vederli, aveva in orrore. Oh se avesse avuto là il suo cavallo!
Ed ecco che gli venne un’idea: mandar uno con un biglietto all’albergo dov’era sceso, farsi menar lì il cavallo, e partire senza più metter piede nelle vie d’Alessandria, dove non sarebbe tornato mai più; neppure, per dir così, a ripigliarvi la propria testa se ve l’avesse lasciata. E mandò.
E intanto che aspettava, passeggiando su e giù per breve tratto nella via di circonvallazione, non si sapeva chetare che ripensando a certe pagine della Bibbia, e dicendo ogni tanto, a mezza voce, come gli veniva ricordato, qualche versetto di salmi.
«Abbi cura di me, o Geova, perchè le mie ossa sono conturbate».
«Tornerà l’opera di lui, sul capo di lui; e sul capo di lui cadrà la sua ingiuria».
«Sorgi, o Geova, Dio forte, leva su la tua mano, non dimenticarti dei poveri afflitti».
«O Geova, chi dimorerà nel tuo padiglione, chi abiterà sul monte della tua Santità? Colui che va schiettamente e pratica la giustizia, e parla dall’animo la verità; colui che non denigra con la lingua, che non fa male al prossimo, che non reca oltraggio al suo vicino».
«La faccia di Geova è irata contro quelli che fanno il male, affinchè sia levata via dalla terra la loro memoria».
«Geova è vicino a quelli che han l’animo affranto, e conserva coloro che son contriti di spirito».
In quel ricordare e ridirsi le cose buone, che gli erano rimaste nella mente, dalla quotidiana lettura della Bibbia, il signor Saul veniva, a poco a poco, addolcendo l’animo e quietando il cuore.
A un tratto udì un nitrito allegro ch’egli ben conosceva, si volse e vide giungere il suo cavallo condotto a mano da un uomo dell’albergo. Parve al signor Saul d’essere già a casa sua. Pagò il conto in mano a quell’uomo e gli diede una buona mancia, montò in sella, spronò, trovò la via di S… e in essa si mise di trotto senza più volgersi indietro.
Misurò il suo andare per modo che a S… giunse il giorno dopo, di notte. Ivi si chiuse in casa e non disse nulla di quella storia dei baffi se non alla moglie. Dopo un po’ di tempo, spiantò la casa, portò la famiglia qua e là, parecchi anni, sempre scontento, sempre cercando luoghi nuovi; e gira, gira, rimase vedovo, vide la figlia andar a marito, e i figli a far casa ognuno da sè; finchè, ridotto solo, finì per chiudersi nel borgo, dove ora stava dall’anno quaranta, lontano da tutti coloro che aveva conosciuti nel mondo. Ivi aveva comprato un palazzetto, s’era tirato in casa a farsi servire, Grifò e Lucrezia, e nel quarantotto quasi per celia aveva lasciato tornare i baffi che allora crebbero bianchi. Non importava. Galateri era sparito dal mondo: il popolo d’Alessandria aveva devastata a furore l’isoletta del Tanaro, che portava il nome di lui; il suo amico, Comandante di S… era morto anch’esso, e bianchi erano pure venuti i baffi di Carlo Alberto, che alla fine aveva dato la libertà.
Ora, tornando noi al suo sogno disordinato di quella notte, il signor Saul, verso il mattino si destò indolito, proprio come se avesse ricevuto un’altra volta sulle reni i colpi di ciabatta che i manigoldi del Galateri gli avevano dati, quasi quarant’anni prima. Stette un poco a sentirsi, e si avvide che le doglie non eran sogno, che anzi ne aveva per tutto il corpo e massime al petto. Anche gli parve d’aver un po’ di febbre. Allora ficcò la mano sotto il guanciale, dove soleva tenere l’orologio a ripetizione, premè la molla e fece ronzare le ore. Erano le sei, che scoccarono in quel punto anche dal campanile della parrocchia, con tocchi languidi e ottusi di campana fessa. Certo era nevicato, e doveva anche far freddo. Chiamare il servitore, povero vecchio, non era carità. Gli parve meglio aspettare che si levasse da sè, come era solito fare verso le sei e mezzo, e aspettò. Intanto, per non badare a quelle doglie, si mise a ripensare quel che aveva fatto la sera prima. Chi sapeva mai se Colombano o i suoi avessero sentito rompersi il vetro? Se l’avranno sentito, ei pensava, avranno anche cercato il sasso, e trovato invece il denaro. Ah! ah! chi gli avesse visti! Avranno alzato le mani a ringraziar quello di lassù. Che dolce cosa poter fare il bene così, per quello di lassù, senza che chi lo riceve sappia a chi debba dire grazie! Par quasi che le sue parole, prima di andare a Dio, passino da noi! Strane cose del mondo! E dire che senza quella mala azione del Galateri, che ho sognato tutta questa notte, io non sarei mai capitato in questo paese! Ah! ah! Colombano dovrebbe ringraziare Galateri…
Godeva il signor Saul, pensando queste cose; e s’immaginava come quella famigliola doveva essere felice, per quel momento che si sentiva salvata. Ma intanto le fitte al petto gli crescevano. Allora si risolse a chiamare, e tirò il cordone del campanello.
- Son qui! – disse Grifò entrando pronto, e aprendo gli scurini; – che nevicata! guardi, guardi là su quel tetto? Ce n’è già una spanna e seguita a venir giù!
- Grifò ci han legna i tali, i tali e i tali?
- Mi sono alzato apposta un po’ prima, per andare a sentire.
- Va, danne; danne pure, che almeno si scaldino! E dà farina, vino, caffè, tutto; fa tu senza domandar a me. Sai, Grifò, che credo di sentirmi male? Voglio alzarmi: non voglio lasciarmi pigliar dalla morte in letto! Va, che mi vesto.
Grifò, sbigottito, voleva dir al padrone che stesse in letto, s’avesse riguardo, ma non osò. Invece ubbidì e lo lasciò solo a vestirsi, stando tuttavia all’uscio, per sentirlo subito se gli venisse bisogno di aiuto.
Ma bisogno non ce ne fu, perchè anzi il signor Saul, quando fu vestito, spalancò la finestra e si affacciò a guardare nella via. E vide un uomo che vi aveva spalata la neve fin alla sua porta lì sotto, e che, dati appunto gli ultimi colpi, forse perchè aveva sentito aprir le finestre, fuggiva.
- To’! – disse – è Colombano! Questa volta non m’è riuscita, e quel pover’uomo ha voluto farmi capire che sa tutto. Ma come può averlo saputo? Oh! guarda come son divenuto grullo! Ieri sera quando sono andato non c’era già quasi bianco in terra? Si vede che ci ho lasciate le orme come il lupo. Ma mi pare d’averci lasciato anche la salute… E la salute a quest’ora vuol dir la vita. Ebbene? Se mai andiamo a vedere Geova dal seno d’Abramo. Animo, Saul!
In quel momento Colombano giunto alla cantonata si volgeva a guardarlo, e si levava il berretto.
- Oramai è inutile far l’indiano – disse sorridendo il signor Saul; e pensando ai ricchi che non sanno comprar gioie come quella che egli sentiva in quel momento; salutò quell’uomo, con la mano, tre o quattro volte.
Poi gli venne un altro pensiero, si raccolse in esso un istante, e disse:
- Già! Sarà meglio scrivere. Scrivere che se mai, appena saranno avvisati, mandino un carro a prendermi.
E così, senza chiudere la finestra, scrisse, chiamò Grifò e gli diede la lettera da portar subito in buca.
Grifò la prese, guardando in faccia il padrone. E voleva dire qualche cosa, forse che egli non voleva mandare brutte notizie, ma neppur questa volta l’osò; ubbidì; e andando reggeva la lettera sulle dita come se volesse pesarla. Poi brontolò: Qui dentro c’è la morte.
E tre giorni appresso, il signor Saul era morto. Allora il pensiero venuto già a Grifò, venne al Sindaco, venne al Parroco, venne a tutti. Ma nessuno, neppure per supposizione, parlò di sepoltura fuori del Cimitero; pochissimi dissero che forse sarebbe stato buona cosa seppellir quel morto in un cantuccio, dove la terra non fosse stata mai toccata da corpi cristiani. Invece una donnicciuola del popolo, così come nella sua semplicità potè, disse in un crocchio di amiche; «Se il signor Saul non ha lasciato che lo seppelliscano in disparte, io lo metterei con tutti gli altri. Il bene che ha fatto al mondo, l’abbiamo accettato sì o no? Eppoi, egli è un morto come noi».
Queste parole piacquero sino al Parroco, cui furono riferite, e ci si fecero sopra de’ gran discorsi. Ma l’arrivo del carro mortuario li troncò tutti. Per quella gente semplice, un morto, che non sa, non sente, e va portato via lontano su d’un carro, come una cosa, fu oggetto d’una pietà sconosciuta ancora, dolorosa e quasi mista d’orrore.
Però, la sera che quel carro partì, una lunga processione ci si mise dietro nella neve appena squarciata. E chi un miglio, chi due, chi più, andarono, andarono come sonnambuli, e ognuno che tornava indietro lo faceva a malincuore.
Alla fine rimasero due soli.
- E voi, Colombano, non ve ne tornate? – disse Grifò.
- Io vengo fin dove lo seppelliranno.
- Allora vedrete dove metteranno anche me.
Per verità Grifò non morì così subito come sinceramente avrebbe voluto, perchè la Natura ha ben altro a fare che star lì a sciogliere i drammi che gli uomini ordiscono coi loro desiderii. Egli campò ancora parecchio: non tanto però da dimenticare il gran cuore del suo morto: e anzi, finchè fu visto lui passeggiare, parve vagamente che il signor Saul dovesse essere ancora vivo. Poi la memoria di questo divenne antica, e la storia delle sue carità fu, come quella dei suoi baffi, dimenticata.

Giuseppe Cesare Abba – Il Dottor Crisante

Il dottor Paleari se ne tornava cavalcando come se non sapesse neppure d’essere in sella, tanto l’animo suo si lasciava rapire dalla vista dei monti lontani di dov’egli veniva, i bei monti tra i quali, cadendo dall’opposta parte dell’orizzonte, il sole entrava di traverso, e vi illuminava certe profondità di boschi, che nell’altre ore del giorno l’occhio non trovava, e che, a guardarle in quell’ora, parevano senza fine.
Che pace lassù! esserci nato in un tugurio, esserci cresciuto senza saper nulla del mondo, sempre a pascer mucche, far legna e carbone; e un bel giorno avervi incontrata una di quelle belle giovani che vi stavano, quella bellissima ch’egli, il dottore, aveva veduta poche ore prima; essersi fermato improvviso dinanzi e lei, a un passo di sentiero selvaggio, e averle detto: sei mia, ti sposo, vivremo semplici e allegri, e per questi boschi staremo delle giornate intere a guardare i grandi alberi, ad ascoltar il silenzio, la selva… «Ora che cosa mi viene in capo! – esclamò il dottore sorprendendo sè stesso in quei pensieri come in un fallo – che giovane, che sposa, che selva, io che ho moglie e figli e già qualche capello bianco! Bah!».
A questa esclamazione, la cavalla, fors’anche perchè si sentì ne’ fianchi i calcagni del padrone, affrettò ancora un tantino il passo, e, benchè rifinita, in quattro tempi di trotto lo portò a casa. Là nel cortile, si scrollò forte, allungando il muso fino a terra, quasi volesse far capire a Maglorio di far presto, sebbene egli fosse già corso a levarle gli arnesi; presto, perchè non ne poteva più, e quel giorno s’era guadagnato il fieno e qualcos’altro. Anche il dottore, smontando, fece un gesto con cui voleva dire d’averne abbastanza; carezzò la bestia lisciandola sul collo, e poi, buttate le redini al servitore, gli ordinò di darle doppia razione.
- C’è stato qualcuno a chiamarmi?
- Per questa sera no, ma per domani l’aspettano di buon’ora da Pilo del Pian de’ galli.
- Del Pian de’ galli? Ma se son passato da quelle case due volte, e qualcuno di quei vicini era nei campi e m’ha visto! Non poteva chiamarmi? Ah, contadini, gente dura! No, ho torto; facciamo troppo poco per dirozzarli. Pazienza! Domani tornerò a trottar lassù.
Diceva così il dottore con certo senso di piacere, perchè gli tornava a mente la bella giovane veduta il mattino da quelle parti. Forse l’avrebbe riveduta! Ma come si sorprese per la seconda volta in quel sentimento, fece uno sforzo per soffocarlo e si rimproverò di quella mala gioia dell’animo. Se avesse potuto indovinare in sua moglie un pensiero di quella sorte, glielo avrebbe perdonato? Certo mai più?
E salì stanco la scala.
- Babbo, babbo! – vennero a gridargli tra i piedi i suoi figliuoli, tre quercioli dai quattro ai dieci anni. – Sono già andati al battesimo, sono! quando tornano li vogliamo buttar noi i confetti; ce li lasci buttare!
- Sì, sì, li butterete voi. E la mamma?
- Ci siamo stati ora – dicevano i due maggiori, saltando dalla gioia: ma intanto il dottore s’avvide che il più piccino aveva pianto.
- E tu? Che cosa piangi? Hai fatto qualche birichinata? – diceva egli mettendo le dita nei ricci del fanciullo.
Subito questo gli abbracciò una gamba, e cominciò a singhiozzare. Allora Gesualda, che era qualcosa tra cameriera e aia dei bambini, si fece avanti e spiegò.
- Ecco, signor padrone; è venuta la signora Laurina per dire che stassera ci sono altri due battesimi, e che suo fratello avrebbe aspettato al battistero appena finito il rosario, e mentre si fermava a carezzar Tullo, gli diceva che ora gli hanno accorciata la camicina, che baci e confetti non nè avrà più, che tutto sarà dell’ultimo…
- E tu, ancor più sciocca di lei, lo ripeti con tanto gusto! No, no, piccino, non ci badare, non t’hanno accorciato nulla; anzi delle camicie te ne faremo una più lunga di quelle del babbo. Sei contento? Sicuro! Bravo! Ecco che Tullo è contento.
Il fanciullo si rischiarò un poco, ma non parlò; onde il dottore pensando che a levargli quella malinconia ci sarebbe voluto altro tempo, andò nel suo studio a riporre la custodia de’ suoi ferri, a registrar le visite fatte. Noie d’ogni giorno. Intanto mormorava: «Paiono cose da nulla, ma insomma quell’innocente è già angosciato, forse odia già, per la grulleria d’un’anima oziosa, che si crederà d’aver detto bene. Ecco la vita! Tutta una storia di piccole male azioni che si commettono ogni giorno, ogni ora, un po’ da tutti, senza che ce n’accorgiamo; e non di meno si tira avanti onesti, dabbene, esemplari. Ferri, ferri del mio mestiere, voi tagliate, voi sanate la carne; ma le storture dell’anima chi le raddrizza? Eppure la signora Laurina è sorella d’un parroco!».
Poi passò dalla moglie, che se ne stava ancora riguardata in camera, però lavorando con molti capi di biancheria sulle seggiole, nelle ceste, pertutto. Lavorava essa, ma da un’ora toccando qui, lasciando là, inquieta, perchè aveva il pensiero ad altro. Come mai suo marito tardava tanto a tornare? Sapeva bene che quella sera si doveva fare il battesimo del loro bambino! Ma già! chi li vede, chi sa che cosa fanno gli uomini quando sono fuori di casa? Dianzi aveva pur detto bene la signora Laurina: da quelle parti, dove suo marito era andato per i suoi malati, ci stavano quelle bellissime ragazze, che, la festa, quando calavano nel borgo alla messa, erano l’invidia di tutte le signore. Sapeva che molti signori andavano sin troppo volentieri a caccia da quelle parti, per quei boschi, e che se ne dicevano sempre delle nuove: anzi più d’una delle sue amiche si era confidata con lei di certe storie del proprio uomo con qualcuna di quelle boscaiole lassù… Però, se il suo Paleari le avesse fatto il torto di fermarsi da quelle case, per…
Appunto pensava così e stava per minacciare tra sè chi sa che cosa, quando il dottore entrò:
- Buona sera, Valeria, finalmente eccomi qui!
Valeria rispose a quel saluto senza aver quella gaiezza che sempre le rideva negli occhi quando parlava con lui: anzi parve al marito che in quel momento, in quegli occhi ci fosse qualcosa d’insolito, di non sincero.
- Cominciava a temere che ti fosse capitata qualche disgrazia.
- Non si deve temere mai! – rispose egli un po’ secco – chi è fuori di casa si guarda da tutto.
- Ma chi sta a casa pensa a male.
- E allora non dovevi sposare un medico di campagna, che deve trottar da un’avemaria all’altra e non può star a casa a farsi adorare!
Che guai, pensò Valeria, se egli avesse indovinato quello che le era passato per la mente allora allora! E il dottore un poco seccato da quella nebbiuzza che Valeria aveva ancora sul viso, non si potè liberare da un pensiero che gli volle venire a ogni modo: «l’altro medico del borgo non aveva moglie, viveva da sè, solo, forse infelice; ma, almeno, quando tornava a casa trovava la quiete».
- Scuserai se non t’hanno aspettato – ripigliò Valeria – il parroco mandò sua sorella a dir che andassero appena finito il rosario, e sono andati.
- Hanno fatto benissimo! Non son potuto giungere in tempo, perchè ho trovato due contadini che mi aspettavano, per condurmi da un pover’uomo che ha sette fgliuoli, uno un po’ più lungo dell’altro, su, su, come le canne d’un organo, ma tutti piccini. Stava nel bosco a far legna e si è quasi affettato un piede. E io ho dovuto rifar più di sei miglia indietro, ma pazienza! quel piede spero d’averglielo salvato.
- Pover’uomo! e chi è?
- Quel Gemito, sai? quello che trova i tartufi al fiuto meglio dei cani?
- Ah! quello che sta lassù dove ci sono tutte quelle belle donne? – disse Valeria con certa malizia nel tono.
- Valeria! – esclamò il dottore – in quattordici anni che stiamo insieme, non t’ho mai sentita dire una sciocchezza! Cominci ora?
Valeria chinò gli occhi mortificata. Egli allora si sentì rimordere perchè essa, che pur senza saperlo aveva qualche ragione di fargli quella domanda, si mostrava quasi vergognosa d’averla fatta. Pensava che dianzi aveva fatto bene egli a cacciar dalla mente quei fantasmi di bellezze d’altra donna, ed ora se teneva; ma non sarebbe stato ancor meglio dire addirittura la verità, confidare a Valeria che s’era perso con piacere a pensar a quella ragazza, ma che appena s’era avvisto di pensarci aveva cacciato via la tentazione, e addio? Sarebbe stato meglio? Chi sa?
Il fatto è che non si è punto avvezzi a essere interamente sinceri in nulla: tuttavia, riconoscendosi immeritevole di quella pronta sottomissione di Valeria, il dottore si rabbonì subito e soggiunse:
- Non m’ero mica dimenticato del battesimo del nostro bambino; ma ho detto: faranno senza di me; e sono andato da quel pover’uomo. Bisogna ben esser pronti per i poveretti carichi di figliuoli! Anche noi sappiamo che cosa vuol dire.
- Ma! – sospirò Valeria.
Allora il dottore le prese le mani e gliele strinse, godendo di sentire come erano tornate morbide, in quei pochi giorni che era stata senza far nulla.
- Chi dice: ma! contento il cor non ha. È un proverbio che varrà per gli altri, ma non per noi: siamo contenti, noi! e i nostri figli, siano quanti vogliono, cresceranno senza patire. Già, capisco, tu sospiri per quelli che ci son morti. E spesso sospiro anch’io, anzi vivo più con essi che coi vivi. Quando vado solo pei monti li vedo pertutto, li sento parlare, parlo con essi, sono la mia compagnia. Ora poi non piangere…
- Però… insomma, temo che ti dispiaccia di quest’altro bambino. Non andare in collera, mi sarò ingannata, ma quella sera che nacque mi sei parso di cattivo umore, triste, irritato…
- Oh! allora sta a sentire! – disse il dottore, cui ora pareva di trionfare, addolcendo sempre più la voce: e andato all’armadio a muro della biancheria lì nella camera, trovò tra le lenzuola un libro vecchio vecchio, lo prese, tornò a sedersi vicino a Veleria e lo aperse. In quel libro, già in gran parte scritto a mano, sfogliò, cercò la pagina che voleva e lesse:
«Due settembre milleottocento settanta, otto ore di sera. Mi è nato il sesto figliolo. La mia Valeria desiderava una femmina, ma per i tempi che corrono, meglio un maschio. Quasi sempre, se non c’è dote, bambina vuol dir zitellona: eppoi anche quelle che si maritano, di dieci nove non sono felici. Il bambino è nato mandando certe strida che pareva un falchetto. In questo momento passano i soldati richiamati sotto le armi, e cantano le canzoni della patria:
Anderemo a Roma santa,
Anderemo in Campidoglio.
Buon augurio pel mio figliolo che un dì leggerà la storia di questi tempi. E leggerà anche questa nota, e vedrà con gioia come la mano di suo padre scrisse sicura, e in qual momento solenne fu salutata la sua venuta al mondo».
- Grazie! – esclamò Valeria, ora con gli occhi lucenti di quel sorriso che aveva soltanto lei – sei forte e sincero!
- Sincero! – pensò egli con amarezza, e difendendosi dalla visione di quella bella montanina, che ora voleva tornargli alla mente – Sincero! niente affatto! Non valeva scusarsi: l’aver fantasticato come aveva fatto lui poche ore prima quando s’era incontrato con quella ragazza, poteva parere una cosa da nulla, ma intanto voleva dire essersi augurato di non aver mai avuta Valeria per compagna, o, peggio, non averla più. Povera donna! Sincero!
- Ora a che cosa pensi? – disse Valeria con dolcezza.
- A nulla.
- Sempre divaghi tu, sempre come quando scrivesti codeste righe! Perchè sei andato a ficcare tante storie di soldati nella nascita del nostro bambino? Piuttosto ci dovevi mettere che nella stesso momento nasceva la bambina di Livia…
- Oh! è vero, ma i pensieri gentili e buoni vengono soltanto a voi donne. Chi sa? Quando i due saranno grandi, se mai venissero ad amarsi, che cosa cara e religiosa per essi trovarsi già uniti in questa nota, e lui sapere che tu hai voluto che la scrivessi! La scrivo subito e dico proprio che l’hai voluta tu stessa.
E così come diceva, si affrettò a scrivere, dettandosi a mezza voce, mentre Valeria stava a sentire e gioiva.
Poi chiuse il libro e stette un tantino a guardarne la legatura in cartapecora ingiallita e grinzosa, che dava un senso quasi religioso di vita antica, di spiriti cari, richiamati da quelle pagine, scritte da tante mani di morti. E, riapertolo, senza fermarsi a nessuna pagina, ma sfiorandone alcune righe a salti, si esaltò e disse:
- Questo è davvero il libro della vita, anzi del gran dovere della vita! Vorrei che fosse obbligatorio per tutte le famiglie! Non è una consolazione, una guardia, una guida poter vedere, come in una sfilata, passar per questi fogli tutta una stirpe? Qui scrissero mio padre, mio nonno, il mio bisnonno e anche il mio trisavolo; ci scriverà poi qualcuno dei nostri figli. Come gli uomini sono divenuti indifferenti per certe cose! Novantanove su cento sanno appena dire come si chiamava, di dov’era, che mestier faceva il loro nonno; i bisnonni, quelli stiano nel buio della memoria come in quel della tomba! Ingratitudine! Noi invece in questo libro possiam risalire fino alla quinta generazione, forse quella cui appartenne il primo della famiglia che potè uscir dal volgo…
- Rileggimi la pagina di quando nascesti tu! – disse Valeria lampeggiando negli occhi, e assettandosi meglio nel seggiolone per ascoltare.
Ma il dottore non ebbe il tempo di trovar la pagina, perchè si sentì un chiasso di fanciulli nella via, una turba che veniva gridando: Confetti! confetti!
- Eccoli qui! – diss’egli chiudendo il libro, e andò a riporlo dov’era stato tenuto di generazione in generazione.
- Babbo, mamma! – entrarono gridando i loro tre figlioli, che erano stati pronti nella sala vicina – eccoli, vengono, dateci i confetti da buttare!
- Sì, prendete, una manata per volta, fate da bravi, ecco, una manata ciascuno…
E messo un bel paniere nelle mani del più grandicello, il dottore spalancò il balcone della sala, mentre il corteo battesimale entrava nell’andito.
Allora i tre fanciulli si slanciarono sul balcone e fecero cadere una gragnuola di chicche e frutte secche sul gruppo di monelli che subito s’accapigliarono nel rigagnolo, e questi chi raccattava e si empiva la bocca e chi le tasche; chi soverchiava, chi andava sotto; uno ne dava, l’altro ne toccava, taceva o partiva, piagnucolando pel suo berretto, per la sua scarpa in quel viluppo perduta.
E intorno intorno, adulti, vecchie, grulli fannulloni che stavano a guardare e a ridere goffamente.
Ma poco discosto dalla casa del Paleari, nella farmacia del signor Saverio, dalla cui bella vetriata nova si spandeva luce fin nella via, il passaggio di quel corteo battesimale aveva suscitato un mezzo litigio tra i signori che vi stavano ad aspettar l’ora d’andare a cena. C’era il signor Bonifacio, regio notaio, buon vecchio a cui l’avvocato Ciccoli mandava in segreto dei cattivi auguri, l’avvocato Ciccoli, lingua tabana temuta da tutto il paese. C’era costui, c’era il commendator Sapetti, capo divisione giubilato di fresco, tornato a stabilirsi nel borgo nativo, dove un impiegato regio era considerato come un principe; e dove molti compagni suoi di gioventù rimasti a non far nulla per godersi l’ombra del campanile, e a vivere tutta la vita come cavalli legati a un piolo con quattro braccia di corda per girare e pascere lì, dicevano che era stato un gran fortunato e che se avessero saputo l’avvenire avrebbero fatto come lui. C’era il sindaco Prudenziani che aveva sempre seco un certo parassita cui tutti davano del canonico, e dicevano che nelle cose del Comune tutto dipendeva da lui: anche v’era il pretore venuto da poco in quella residenza, ma se ne stava ancor zitto, quasi volesse studiar bene la gente con cui aveva a fare, prima di dir la sua; c’era il signor Nicostrato, antico impiegato delle cacce reali, con altri quattro o cinque personaggi minori, ma non da contar tra questi il dottor Crisante, amico sincero del Paleari benchè suo collega. In un cantuccio, rannicchiato e quasi non veduto, c’era quella sera anche un conte, vecchissimo, erede dei titoli non dei beni d’un’illustre famiglia, che aveva dominato per secoli nei castelli di quelle parti : il qual conte, strascicando i piedi, si faceva condurre qualche volta in farmacia, per sentir leggere nelle gazzette le notizie della guerra tra Francesi e Prussiani. Egli ascoltando avido, riviveva i suoi tempi di sessant’anni prima, paesi, battaglie, vittorie, la guardia imperiale nella quale era stato capitano, e di quelle cose godeva o pativa in silenzio; poi se ne andava a letto a sognarle.
Quella sera il discorso s’era arruffato parecchio, appunto sull’argomento della gran guerra; ognuno aveva combattuto per l’una o per l’altra parte, proprio come se fossero stati in campo alle cannonate; e si erano detti e si dicevano spropositi che facevano male al cuore del vecchio conte. Alla fine il sindaco Prudenziani si levava da quello scompiglio, dicendo che se in Francia si ammazzavano, facessero pure, chè prima che il sangue fosse lì, ci sarebbe stato il tempo a scappare, e che alla peggio il mondo non poteva finire per quello.
- Tutt’altro! – gli gridò quasi nell’orecchio il dottor Crisante, irritato per quella sciocchezza, mentre gli faceva largo perchè potesse passare – il mondo non finirà mai perchè ci son troppi grulli! Eppoi, guardi quest’altro battesimo; è il terzo che vedo dacchè siamo qui. E che baccano! Perchè lei, signor sindaco, non proibisce questi chiassi da barbari?
- Proibire, proibire! – rispose il degno magistrato, volgendosi tutto al dottore – non ho mai sentito parlar tanto di proibire come da voi che avete avuto la libertà!
- Io?
- Voi per il primo!
E se n’andò grave, sicurissimo di lasciar il dottor schiacciato. Dietro di lui uscì subito il canonico, cui il dottore diede un’occhiata di compassione sprezzante; poi voltosi a quelli che rimanevano nella bottega disse in tono triste:
- Fanno festa quando uno nasce! Farla quando uno muore vecchio, se è vissuto buono ma non sciocco come il nostro sindaco, la faccian pure; chè allora mette conto! Ma insomma di chi è quel marmocchio che gli fanno dietro tutto quel chiasso?
- È del nostro buon Paleari – s’affrettò a dire il farmacista che stava al banco a incartar certe polveri, ondeggiando col pensiero allegro, tra il prezzo di costo e quello di vendita. Ora disturbato a un tratto dalla tema che si venisse a sparlare del Paleari proprio lì nella sua bottega, e questi lo risapesse poi e avesse a piantar lui e la farmacia, per aver se non altro la scusa di non essere stato a sentire, scappò nella via dove si mise a guardar il tempo.
- Ma venga qui, guardanuvoli; non abbia paura di compromettersi! – disse il dottor Crisante – dunque è del Paleari quel bambino? E bravo anche lui! Così è già carico di figlioli come un bracciante.
- Che cosa vuol poi dire: come un bracciante? – domandò con certa arroganza l’avvocato Ciccoli.
- Volete provarlo soltanto voi il gusto di parlar male degli assenti? – rispose il dottore – sì, lo compiango! Un uomo come il Paleari, che avrebbe potuto andar a stare in una capitale e farsi onore e arricchirsi, montar in cattedra, insegnare, scoprir chi sa che cose nuove, eccolo qui in croce con quattro chiodi. Già! a vent’anni s’innamorano, a venticinque piglian la croce d’una donna, e ci si configgono su da sè a punte di figlioli. E poi pensieri, e poi crucci, e trottar da mattina a sera, e far i capelli grigi prima del tempo! Lasciamo far così a quelli che frugano nella terra tutto il santo giorno: quelli, dei figli, ne possono mettere al mondo quanti vogliono, che posto ed erba ce n’è ancora per tutti; ma gli altri, noi, voi, dal ciabattino in su, chi non zappa la terra e non sa viver d’erba, no, no! In questi tempi! Aveva ben ragione il signor Vigo, buon’anima, quarant’anni fa, quando qui, in questa bottega, diceva che da chi gli avesse dato centomila lire, si sarebbe lasciato tirar una schioppettata! Allora tutto il paese gridò che era un empio; ma si vede che lo sapeva lui che cosa volesse dire non esser ricchi e aver figli! Mi darei alla disperazione io se ne avessi cinque o sei come certuni!
- Io ne ho appunto sei e non mi dò certo alla disperazione per far piacere ai filosofi, che forse n’han più di me… – disse freddamente il notaio, che avendo appunto sei figli, prese la cosa per detta a lui.
Un lampo d’ira balenò negli occhi di Crisante.
- Vuoi giuocare che dici così perchè ti dispiace di non aver preso moglie? – entrò a dire il capodivisione volto al dottore, con la sua voce fine d’uomo vissuto nel mondo dei cavalieri, per volgere in celia quel discorso già un tantino pericoloso.
- Moglie? – rispose il dottore – domanda un poco qui al signor Pasquale, se ne prenderebbe un’altra egli che ha perduto quella che aveva ed era buona?
Quel signor Pasquale, che era un uomo quieto, e bonariamente si lasciava dir tutto pur di stare in compagnia di signori, questa volta malignò senza volerlo, e rispose che per un parere di quella sorte era più al caso il signor Nicostrato, che di mogli ne aveva prese tre.
- Vuol dire che avrà trovato tre Fenici! – disse ridendo il dottore.
- Badate come parlate! – saltò su stridendo il capitano Nicostrato delle cacce reali – certe parolacce tenetevele per voi! Le Fenici sappiamo che cosa sono, e le vostre le abbiamo conosciute tutti!
Fu uno scroscio di risa che fece tremare nelle scansie tutti i barattoli del farmacista.
Il dottor Crisante rimase un po’ come stordito; poi con lo stesso tono del capitano Nicostrato disse:
- Ma che capitano d’uccelli era, lei, che non sa nemmeno che cosa siano le Fenici?
A quest’altre parole le risa scrosciarono ancor più forti. Allora il capitan Nicostrato, che appunto alle spalle era chiamato capitano degli uccelli, credette di poter pigliare maggior ardimento, e ancor più irritato gridò:
- Ripeto che Fenici saranno state le donne che avete conosciute voi! – e se n’andò alla maniera che se n’era andato il sindaco, anzi ancora più gravemente.
- Guardate che passi! – disse il dottore – guardate! pare sempre che cammini sul petto di qualche nemico messo in terra da lui; ma ora il nemico atterrato son io, e calca più forte. Ma che le bestie del paese si diano tutte la posta qui in questa farmacia?
Chi sa che guaio seguiva per queste ultime parole, se appunto non fosse venuta a passare per la bottega la signora Tersilla, che scendeva dal pian di sopra.
- Che cos’ha il signor capitano che se ne va così in collera? – disse lei con certa malignità.
- Giusto lei, signora! – esclamò il dottore – e sia sincera! Si parlava di figlioli. Non si loda, lei, di non averne dato nè pochi nè molti, anzi neppur uno al suo buon Saverio?
- Se mai, non avrebbe dovuto mantenerli lei! – sibilò la signora, volgendoglisi contro come una vipera.
Saverio fulminò la moglie con un’occhiata fosca di tanta ira quanta non ne condensava in un anno. Non sapeva quella saetta che gli poteva levar dottore e ricette dalla bottega? Non gli faceva abbastanza guerra l’altro farmacista dall’altro capo del borgo? Per reggervi aveva dovuto cambiar i barattoli, far fare quella vetrina nova, mandar nel solaio le belle imposte antiche con le figure che avevano attirato la gente per un secolo e mezzo! E credeva essa che non si fosse risentito anch’egli di quell’insolenza del dottore? Vedeva bene che masticava amaro e mandava giù dolce! Ecco, ecco; ah! che brutta serata! ecco a punto che il dottore se n’andava!
- Buona notte a tutti – disse infatti il dottore; e se n’uscì, accompagnato da un’occhiata del signor Saverio, che pareva gli volesse dire di non badare, che quelle erano parole di donna, e che la sua era una donna, e che il savio davvero era stato lui che di mogli non aveva mai voluto saperne.
Il dottore si fermò un tantino nella via a guardare gli ultimi monelli, che, sotto il balcone del suo collega, razzolavano ancora per trovare se vi fosse rimasto qualche confetto. E vide che qualcuno di quei ragazzi andava via menato a forza dalla madre; che un altro se ne partiva da sè, cantarellando una canzone già più insolente di quel ch’egli alla sua età potesse essere; che un terzo pigliava la rincorsa come un vitello punto dall’assillo, forse non sapendo neppur lui dove andar a finire.
- Poveri diavoli! che colpa ci hanno essi se son venuti al mondo? – mormorava il dottore – senti, senti! Ci son quelli che ce li mettono e poi li picchiano; senti che strilli! – E s’avviò, tentennando il capo e pensando al suo collega che s’era messo anche lui tanti pesi sulle spalle; ma intanto si sentiva qualche rimorso, per le cose che aveva dette e per quelle che aveva fatte dire nella farmacia. Veramente, uomo contento non era stato mai. Ora già sulla sessantina, se ne viveva solo con una vecchia domestica, la quale, sebbene con lei fosse burbero e non le parlasse quasi mai, gli si era attaccata da anni e anni come l’ostrica allo scoglio, con la speranza di un lascito quando egli fosse venuto a morire. Intanto se le altre fantesche le dicevano che era fortunata e che se in casa del dottore comandava, il perchè lo sapeva lei, non negava, faceva la rota e si lusingava, tutta devota all’avaro padrone che le teneva in serbo i salari.
Il dottore entrò in casa e chiuse l’uscio a chiave e a catenaccio, tastando poi per accertarsi d’aver fatto bene, mentre giù per le scale correva a incontrarlo, scodinzolando nel buio, il suo cane. Salì egli accarezzandolo, passò dalla cucina dove prese il lume a mano dalla domestica senza dirle nulla, ed essa che lo capiva lo lasciò andar nella camera, guardandosi bene dal dargli la buona notte. Là, trovandosi ancora il cane tra i piedi, il dottore gli fece un’ultima carezza per mandarlo a cuccia, e mentre l’animale se n’andava guardando indietro: – Povera bestia! – disse il pover’uomo – volta, rivolta, il mondo è vasto, ma che mi voglia bene non ci sei proprio che tu!
A quell’ora, dal Paleari si beveva l’ultimo sorso alla salute della signora Valeria e del suo bambino; si erano fatte delle volate lontane nei ricordi della famiglia, anche con l’aiuto di quel tal librone antico in cui erano scritte le nascite di generazione in generazione; s’erano rinnovati confronti di tempi, persone, somiglianze tra vivi e morti, massime a proposito del bambino battezzato poco prima e questo o quell’altro degli avi, zii e zie, cose che fanno passar l’ore in fretta: poi i convitati, tutta gente della parentela, senza cerimonie, chi un po’ prima chi un po’ dopo, se n’andarono tutti. E così rimasero solo quei di casa, e quindi silenzio, lumi spenti, la pace e il sonno d’una famiglia, che avrà avuto anch’essa le sue tristezze, le sue ombre, quel tanto d’occulto nei cuori da cui si stenta a liberarsi, ma che insomma era composta bene.
- Ora bisogna lavorare ancor più di voglia – aveva pensato addormentandosi il dottor Paleari, e il giorno dopo ci si vedeva appena che già egli passava a cavallo sul ponte, incamminato a trovare i suoi ammalati. E sul ponte lo fermò il signor capitano, quello degli uccelli, che se per uso antico non si faceva mai trovare in letto dall’alba, questa volta s’era dovuto alzar anche prima del solito, perchè tutta la notte era stata una lite con la moglie. Egli le aveva narrato il fatto appena giunto a casa, e quella parola «fenici», forse per certi brutti suoni che faceva tornar nell’orecchio anche a lei, essa non l’aveva potuta mandar giù.
- Pensava proprio a voi! – disse al Paleari il capitano, che, per non si sapeva qual grado di nobiltà che vantava nella sua famiglia decaduta, dava del voi a tutti.
- Il Paleari fermò la cavalla, e l’altro, tenendosi bene bene a distanza contro la spalletta del ponte, continuò:
- Non avete ancora saputo nulla? Ieri sera nella farmacia di Saverio, quella lingua sporca di Crisante, che pare così vostro amico, ha detto che siete peggio d’un bracciante, e che se avesse tanti figli quanti voi, si darebbe alla disperazione.
- Già già! E che cosa ne dice, capitano, lei che se n’intende, passeranno dei tordi?
- Che c’entrano i tordi! Ah! la pigliate in burla, voi? Ebbene, se a voi non importa d’essere rispettato, sono ben contento io d’aver detto il fatto suo a quella linguaccia: io non temo nessuno!
- O insomma, allora che cosa gli ha detto?
- Lo sa lui! L’ho inchiodato là come un pipistrello!
- Dunque buon pro, capitano – disse il dottore scattando via al trotto, e l’altro rimase lì.
To! fatevi dei nemici per difender gli altri! Ma già, i giovani non hanno più sangue!
Così dicendo il capitan Nicostrato guardava dietro al Paleari, il quale sparì presto nella campagna.
Sparì, e tirava via ridendo dell’incontro avuto; ma poi quasi senza avvedersene, cominciò a pensare a qual proposito il suo collega potesse aver detto quelle cose che il capitano gli aveva riferite. Figlioli? Ma Crisante n’aveva ben più di lui! E quello, quell’altro, e quell’altro ancora, di chi erano? A volerli ricordare tutti si sarebbe passato in rassegna il borgo e la contrada. Ma il Paleari si lasciò levare da quella maldicenza solitaria per pensieri più urgenti, gli ammalati che aveva qua e là, il suo bambino battezzato la sera innanzi, la strana coincidenza dell’interrogazione fattagli da Valeria con le sue scappate di desiderio sulla bella ragazza di quelle parti, dov’ora tornava; e arrossiva quasi del facile sdegno con cui si era liberato dal discorso di lei, mentre appunto si era sentito quella bellissima creatura ancor vagante per la mente. E ora, proprio in quell’istante che ricominciava a pensar a colei, eccola in persona spuntar da una macchia, come se fosse stata là ad aspettar lui e gli venisse incontro a dirgli: son tua. Maravigliò di sè stesso. La vista di quella bellezza non gli faceva più nessun senso, anzi egli passò senza quasi badarci. Era il suo spirito che si guardava per non doversi gridar da sè: bada, tu non vali nulla di più di lui, di quell’altro, Crisante insomma, che aveva preso la vita pel suo facile verso? Era la voce di Valeria che gli sonava in fondo al cuore, Valeria tutta casa, che viveva soltanto per lui? Gran giogo il matrimonio e gran rinuncia! ma in compenso era anche una gran guardia contro tutto ciò che nella vecchiezza deve tradursi poi in rinfacci interiori mordenti, umilianti! Meglio dunque, meglio assai nel volgersi poi indietro, aver a sentirsi pungere dal desiderio di cose non godute nella gioventù, meglio che trovarsi ne’ piedi di Crisante, che aveva detto male di lui perchè si caricava di figliuoli! Ah sì? Qualcuno gli avrebbe narrato più preciso di quell’abbondone di capitano ciò che Crisante aveva detto, e se mai, o sul serio o per celia, al collega l’avrebbe fatta intendere lui.
E la sera di quel giorno gliene parlò la signora Tersilla, che aveva risaputo tutto dal suo Saverio; e per aizzarlo contro Crisante gli esagerò le cose anche più del capitano: ond’egli pigliato il fatto sul serio più che non sarebbe convenuto, deliberò di dare al collega la lezione che meritava.
Tre o quattro giorni dopo, venuto il bello della vendemmia, la signora Valeria volle andar a passare nella sua villetta quelle giornate, che son tanto deliziose, forse perchè c’è qualcosa di malinconico nell’aria; nelle piagge, pur ancora ben verdi, spunta già verecondo qualche colchico, spira da tutto non si sa che, a dir all’animo che non solo l’autunno, ma sta per andarsene un altr’anno di vita.
E un di quei giorni, verso le undici, il Paleari se ne stava nella vigna tra le vendemmiatrici che cantavano, e pareva allegro o credeva di esserlo, ma in fondo non si sentiva contento. Qualche cosa gli faceva desiderare che quel giorno non fosse giunto. Pure di quando in quando faceva una risatina che si comunicava alle donne, le quali senza saper il perchè si guardavano, guardavano lui e ridevano anch’esse. Ah! se avesse potuto mettere alcune di quelle donne qua e là pei colli, tra le viti, che bella trovata farle cantare certi strambotti, certi stornelli adattati ai casi del dottor Crisante, mentre questi passasse! E glie ne nascevano pungenti come vespe: Cuculo cuculo, forte hai il grido, ma metti le uova nell’altrui nido! «Questo poi no, pensava intanto il Paleari, sarebbe troppo!» Quel che aveva preparato, per farla capir al collega, doveva bastare; anzi cominciava a sentirsene quasi svogliato e pentito, perchè a certi momenti gli pareva che una voce gli sussurrasse dentro, che quello che voleva fare al collega poteva riuscire uno scherzo, ma che insieme era una vendetta anche un pochino volgare. Tant’era vero che egli non aveva trovato il verso d’informarne Valeria. E così veniva di cattivo umore.
Intanto il mezzogiorno sonava lontano al campanile del borgo, e Valeria s’era affacciata parecchie volte a una finestra della villetta a guardare verso la parte di dove il collega di suo marito doveva venire; segno che la colazione era pronta. Il Paleari guardava anch’esso verso quella parte, e cominciava a dubitare che Crisante, pigliato qualche sospetto, si facesse aspettare e non venisse più. Ebbene ora come ora lo desiderava: la giornata sarebbe passata forse meglio.
Ma ecco improvviso a piè del colle un ombrello da sole, quello del dottor Crisante, che era conosciuto da un capo all’altro del territorio. Di dove era passato lo strano uomo? come aveva fatto a giungere fin là senz’essere veduto? Il Paleari corse giù a incontrarlo, e Valeria si fece avanti sul poggio. Pochi passi d’erta, un inchino alla buona, poi l’ospite fu lì da lei, che quasi vestita da contadina, tenendosi una pezzuola bianca sul capo, tutta nella luce del sole sul verde del prato, pareva più bella di quando era vestita da signora.
Crisante la avvolse tutta con un’occhiata, che in altri tempi avrebbe voluto dire tante altre cose, ma ora non esprimeva forse che il rimpianto di non aver anch’egli una compagna come lei. Intanto le si mise a fianco e s’avviarono verso la casa chiacchierando.
Ma a un certo punto egli sentì qualcosa che gli destò dell’inquietudine. Di dietro le viti d’un filare che fiancheggiava il viale, s’era levato dritto a guardarlo un bracciante, giovane di forse ventiquattro anni, che nel borgo era conosciuto per uno senza padre. E infatti portava il cognome della madre, una bellissima tessitrice di cui si parlava ancora, sebbene fosse morta da molto tempo. E chi la rammentava diceva che era stata anche buona, benchè qui, benchè là; che insomma aveva vissuto a modo d’altri, ma che alla fine delle fini, si sa, il torto l’aveva avuto lei. Forse diceva così anche il primo che l’aveva tirata a sdrucciolare. Ora la gente bisbigliava che quel giovane somigliava tutto a un tale; e al giovane qualcuno lo aveva detto, aizzandolo a farsi avanti, che alla fine dei conti quel tale era ricco, non aveva nessuno che gli premesse e avrebbe sentito la coscienza o la paura. Ma egli, poveretto, che sin dai primi anni aveva sempre tribolato a servire ora qui ora là, e da qualche tempo soltanto era venuto a stabilirsi dove era nato, egli non aveva mai dato retta a quei consigli, forse per un senso d’onestà sdegnosa, o per quella timidezza che la miseria mette nel cuore a chi non è nato cattivo. Però quando vedeva il dottor Crisante, lo guardava con certi occhi pieni di desiderio e quasi di ammirazione; e adesso, di dietro quelle viti, osava fissarlo più liberamente.
Il Paleari, tenendosi a un passo dietro al collega, che camminava a lato di Valeria, non s’accorse del turbamento che questi provò passando presso quel giovane messo là da lui. Forse che Crisante non sapeva quel che la gente diceva sul conto suo e di quel poveretto? Doveva essere così, poichè il mondo è tanto falso ne’ suoi riguardi che avviene spesso che le cose di quella sorte tutti le dicono, mentre il solo a non risaperle è appunto quegli di cui son dette.
Entrarono in una saletta a terreno, semplice, gaia, fresca, dov’era apparecchiata la mensa. Un odor di tovaglie uscite appena dal bucato, che la signora Valeria faceva far volentieri in campagna; vi lavorava lei, e parevale allora d’essere veramente lieta. Quell’odore deliziava più ancora di quello delle vivande che stavano al foco in cucina. Pure Crisante non si sentì stuzzicar quel buon appetito, che alla sua età era ormai la sola cosa di cui si lodasse: egli si mise a mangiucchiare pensieroso, senza alzar gli occhi dal piatto. La colazione, cominciata a quel modo, pareva volesse andar a finire nel silenzio, perchè anche il Paleari non sapeva dir nulla; Valeria sola ebbe qualche parola, qualche domanda, qualche risposta vaga; poi anch’essa non trovò più che dire, e taceva sentendosi mortificata che nella compagnia vi fosse qualche cosa di poco sincero.
Ma a un tratto Crisante si voltò al Paleari esclamando:
- O i tuoi figlioli?
Il Paleari, colto così, non seppe serbar il proposito che intanto aveva formato di mandar a finire in nulla quel che aveva macchinato, e si lasciò scappar detto goffamente:
- I figlioli sono piaghe…
Valeria gli sgranò gli occhi in faccia stando per fare chi sa che maraviglie; ma Crisante non gliene diede il tempo.
- Oh! lasciale dire a noi codeste cose, a noi che talvolta ciarliamo come ragazzi che han paura d’andar soli al buio, e cantano per farsi coraggio! Ma a noi non si vede qui dentro, dove non abbiamo più che dei pugni di cenere!
Crisante disse queste parole con si profondo dolore, che Valeria e più ancora il Paleari ne sentirono pietà. Ed egli che se ne avvide crollò il capo, e si mise a guardare un colle che si vedeva da uno dei balconi, e guardando strizzava gli occhi in fretta in fretta, forse per ricacciar indietro qualche lacrima, che per lui sarebbe stata una cosa che non si sarebbe mai perdonata.
A piè di quel colle ch’egli guardava, in un gruppetto di pini si vedeva il tetto e un po’ del piano superiore d’una casetta, che pareva sentisse di quella contentezza modesta di chi poco ha, poco vuole, e sta sulla terra nel suo cantuccio, beato di poter far, se capita, un po’ di posto a chi n’ha bisogno. E nello sguardo dato dal dottore a quella casetta c’era tutta una storia che in quel momento sentiva traboccar dal cuore, dove se la teneva da trentacinque anni. Gli pareva che avrebbe provato un gran sollievo a dirla; senonchè lì eran tre, forse troppi; ma insomma chi in quella storia aveva sofferto di più era lui, onde fece come chi chiude gli occhi e s’abbandona, e disse:
- Pugni di cenere! Dovevo dir peggio. La vedete quella casetta là tra quei pini? Son passato di là per venir qui, ho voluto rivederla dopo trentacinque anni, perchè là mi fu spezzato il cuore. Trentacinque anni fa vi stava d’estate una giovane che voi non avete conosciuta. Per questo ne parlo, e voi mi dovete promettere di non domandar mai chi quella giovane fosse. Del resto ora è una vecchia e sta lontano; eppoi, forse godrebbe di sentire che si sa ciò che sto per dire. Vedete quei pini su quella vetta? Là con quella giovane passammo delle giornate intere a parlar di noi, come se parlassimo di due altre persone beate in un altro mondo, senza nemmen sapere che ci volevamo bene: io certe parole non ho più garbo a dirle; ma insomma mettete che fossimo due sorelle o due fratelli; per noi era lo stesso. E non eravamo mica più bimbi. Non sapevamo parlare che di sposarci un dì. Che sciocco! Perdoni signora Valeria, tiro via presto. Appena fui medico, pensai subito a sposarla e ne parlai a mio padre. «Guardatene bene! – mi disse lui – se è figlia di sua madre, povero a te!» In quel momento mi parve un triste uomo e non gli diedi retta; anzi appunto quel giorno corsi da lei, da sua madre, in quella villetta là, per finirla a modo mio e intenderci per lo sposalizio. Ma quando fui a piè del colle e guardai quei pini lassù, i nostri pini! vidi due persone abbracciarsi, baciarsi, e una sparire dietro la costa di là, l’altra venir giù verso la villetta, cantando e saltando. La vedo ancora, vestita d’azzurro, coi capelli quasi sciolti; era lei. Non dico quello che sentii. Affrettai il passo per tagliarle la via; essa mi vide e mi volò incontro gridando: «O tu, tu, quant’è che t’aspetto!» Allora l’avrei sbranata e gridai: «O son fatte così le donne? Dunque mio padre ha ragione?» E non le dissi altro. Voltai le spalle, e addio; me ne tornavo a casa pensando che avevo vissuto tutti gli anni dell’Università come un romito per lei. Vi lascio immaginare il mio cuore. Ma ecco, che trovo per via una signora con una sua figliola giovinetta, che avrà avuto cinque anni meno di me, una stella. Questa la conoscete, ma non vi dico chi sia; tanto si capisce che è una vecchia anch’essa. Ebbene, quella signora mi ferma, fa cenno alla figliola d’andar avanti, e mi dice: «Lei viene da trovar la tale? Se sapesse che avrei da dirle! Guardi la mia figliola; questa, sì, farebbe per lei, ma quell’altra, quella… ne domandi, potrebbe anche essere sua sorella». E aveva tanta malizia negli occhi mentre diceva, che non potei trattenermi e la mandai a farsi benedire. Dico benedire, ma in verità devo aver tirato uno di quei sagrati che lasciano il segno nell’aria, perchè la signora si mise quasi a fuggire, tappandosi le orecchie… Ed io mi allontanai, avvicinando nella mente le parole misteriose di lei con quelle che m’aveva dette mio padre, e maledii le donne, e dissi che avevano ragione quelli che avevo sentito disprezzarle e farsene gioco; pensai che tutte le loro buone qualità erano tutte fantasie di noi grulli quando l’amore ci fa girare il capo; e mi diedi dello stolto, perchè le avevo rispettate e tenute in alto. Così da quel giorno m’imbestialii a credere che tutte le donne fossero come quella e di mogli non volli saperne mai più. Mio padre ebbe un bel dirmi che m’ammogliassi! «Dammi questa soddisfazione! – diceva egli – fammi vedere una nuora, non lasciarmi morire senza che conosca quella che sarà la madre dei miei nipoti! Tu non lo sai quel che soffrono i vecchi, quando i figli li privano di questa consolazione… A noi, se non vediam dei nipoti, ci par di morire proprio del tutto…». «Sì, sì, la troverò», rispondevo io, ma furono promesse; mio padre morì senza nuora. Quando ebbi trentaquattro o trentacinque anni, pensai che alla fine un po’ di famiglia sarebbe stata bene anche a me; ma allora sentii rimorso di formarmela dopo che non l’aveva voluto mentre che viveva mio padre, eppoi mi pareva già d’esser vecchio. Così ho falsificata la vita come una moneta che poi si spende male e può condurre alla perdizione. Oh! andiamo, andiamo che io vi guasto l’anima! Sento bisogno d’aria… Dove sono i vostri bambini? Andiamo a vedere i vostri bambini…
Il Paleari e Valeria ch’erano stati a sentirlo guardandolo e guardandosi, con curiosità e compassione crescenti, non ebbero tempo di dir parola che il dottore era già fuori come volesse fuggir sè stesso. Ma lì dietro le viti, proprio rimpetto alla porta della saletta, Crisante rivide quella tal faccia di giovane, come un’apparizione. Forse colui era venuto passo passo fin là per sentir lui parlare. Allora egli tornò a provar quel rimescolìo che aveva provato la prima volta, ma forte più assai e più strano; fece per volgersi altrove, gli parve di non potere, e che anzi le gambe lo portassero verso quel lavoratore, il quale s’era già curvato vergognoso all’opera sua.
Crisante gli si avvicinò a parlargli per di sopra il filare.
- Sei del paese, bel giovine?
- Signor sì – rispose colui tenendo il viso basso, con la voce strozzata, forse dalla soggezione, forse dal piacere di sentirsi dar del tu da quell’uomo.
- E come ti chiami?
- Prospero.
- Di casato, dico…
- Primavera… – disse il giovane lasciando cader due lagrimoni sul dosso della mano, e arrossendo fino alla radice dei capelli.
Allora il dottore gli vide nella nuca certi riccioli biondi, che egli si ricordava d’aver avuti da giovane; que’ bei riccioli pei quali era tanto piaciuto a molte donne. Ma oltre ai riccioli gli vide un neo alla base del collo, il neo che sapeva d’aver anche lui. Tutto il sangue gli andò al core, poi sentì come un capogiro, credette di cadere, ma fu pronto e forte a padroneggiarsi; anzi pensò subito a non farsi scorgere, pigliò per una mano la signora Valeria che s’era accostata, e questa, sempre più commossa, perchè cominciava a capir qualcosa, si lasciò condur via da lui, giù per un viale, mentre il Paleari dietro di loro non sapeva più neppur lui che si fare, quantunque stesse per accadere che tutti e tre andassero là dove ora egli non avrebbe a niun costo voluto.
Di fatto il viale menava a un praticello dove, all’ombra di certi castagni antichissimi, si vedeva una dozzina di fanciulli, che, messe in disparte le stoviglie nelle quali avevano mangiato sull’erba, s’erano ordinati di fronte in due schiere, tenendosi l’un l’altro con le braccia intrecciate dietro la vita. E allora appunto che quei tre apparirono una schiera, si mosse e cantando ballò avanti sin quasi a toccar col petto i fanciulli dell’altra che stava ferma. Il canto era una vecchia ballata paesana, parole d’ambasciatori che vanno al castello vicino a domandar la sposa pel figlio del loro signore. Ripetendo le parole la schiera indietreggiò, sempre danzando, e tornò al suo posto. Allora l’altra si mosse, ballò anch’essa verso la prima cantando la risposta, e così via a vicenda, andando e venendo, empivano l’aria di allegrezza, sebbene tutto il canto fosse uno di quelli ne’ quali si va perdendo l’eco dell’ età mesta dei castelli, quando i poveri guardavano in su e nella potenza e nel fasto dei signori, massime se eran buoni, capivano meglio la onnipotenza del Signore dei cieli, e si rassegnavano volentieri e servivano per destino.
- Oh beati i fanciulli! – proruppe il dottor Crisante – oh! tornare di quell’età per godere innocenti! Senta quale deliziosa ballata! L’ha mai cantata, lei, signora? E tu, Paleari? Quante cose si farebbero che non si son fatte chi potesse tornar fanciullo, o quante che si son fatte non si farebbero più! Ma di chi sono tutti quei ragazzi? Voi di grandini non ne avete che tre!
- Gli altri sono figli di gente del paese che ho invitati a godersi una scampagnata co’ nostri – rispose il Paleari.
- Andiamo in mezzo a loro.
- No, Crisante, non li disturbiamo, lasciamoli divertirsi tra loro… No… via, te ne prego, Crisante.
Queste parole furono dette con tal tono che Crisante non potè neppure far cenno d’insistere; e del resto, il Paleari lo aveva già preso a braccetto, e con lui si era volto indietro. Così tornavano pian piano verso la casa, e ora Valeria capiva ancor di più, anzi scambiò col marito un’occhiata di intelligenza.
Ma Crisante non se n’avvide, perchè guardava timidamente ad altro, a quel tal punto del filare di viti, se ci fosse ancora quel giovane; e non trovandovelo più, provava un senso di sollievo misto di scontento. Il Paleari, che se n’accorse, si lodò d’aver mandato in un’altra parte del vigneto quel lavoratore, e ora di tutto il suo disegno vagheggiato, con certa malignità che gli era sempre stata ignota, non rimaneva più nulla. Per altro c’era qualcosa che sarebbe stato bene poter ottenere, che Crisante finisse poi per andarsene allegro com’era venuto, ma non ci fu più verso di farlo sorridere. Passeggiarono su e giù pei viali, bevvero, parlarono di cose allegre, perfino il Paleari toccò il tasto della maldicenza; ma no, Crisante non cambiò umore. Pareva che a ogni istante fosse lì per aprirsi loro di qualche dolore presente, ma non fu nulla; e alla fine si accomiatò, pregando che non lo volessero accompagnare neppur un breve tratto, perchè lui nella campagna andava volentieri da solo, fantasticando.
Così se n’andò, volgendosi poi indietro chi sa quante volte, per vedere se in qualche parte si scoprisse ancora quel lavoratore; e andando parlava con certi toni da mettere la malinconia sin nelle pietre.
- Ci faccio la croce! – disse Paleari appena Crisante fu un po’ discosto – è finita bene, ma scherzi come quello che avevo ideato non me ne passeranno pel capo mai più. Sai che cosa avevo voluto fare?
- Oh! l’ho indovinato. E perchè prima di tutto non ne hai parlato a me?
- Mi sarebbe parso d’offenderti.
- Certo! Ma io t’avrei impedito. E che cosa ti fece lui?
Allora il Paleari le raccontò quel che Crisante aveva detto quella tal sera nella farmacia del signor Saverio.
- E ti pareva una vendetta da prenderti?
- Tu sei infinitamente migliore di me.
- Intanto guardalo là… qualcosa deve aver capito! povero vecchio, se ne va che pare gli sian cresciuti dieci anni.
Se gli fossero stati alle spalle, non visti, e lo avessero sentito parlare! «Eh già, diceva egli, colpa degli esempi! Le cose vedute, le cose udite da fanciulli: la vita dipende quasi tutta da esse». Lo sapeva lui! Gli era forse mai uscita dalla memoria la scena veduta quando aveva quattro o cinque anni, quel giorno di domenica, dopo i vespri? Sapeva sin l’ora e il tempo che faceva quel dì; rivedeva ancora il raggio polveroso di sole, che, entrando per un buco d’un’imposta della finestra nella camera tutta buia di sua madre, si posava sulla testa d’un san Francesco appeso alla parete, in capo al letto, dalla parte di suo padre, proprio nel momento che questo tornava di fuori ed entrava in quella camera, allegro molto, con un garofano in mano. Ricordava l’impeto fiero con cui sua madre, statasene chiusa tutto quel giorno, quasi senza parlare neppure a lui, fanciullo adorato, s’era avventata al marito, gli aveva strappato quel fiore e se l’era messo sotto i piedi. E subito erano state parole dure e pianti e sdegni, de’ quali allora non aveva capito nulla. Ma divenuto grande, n’aveva poi saputo tanto da cogliere il significato e il dolore di quella scena; onde aveva detto fra sè: «perchè si sposa una donna se poi le si deve esser fedeli, e a non esserlo le si spezza il cuore?»
Rampollavano ora l’un sopra l’altro i ricordi, mentr’egli seguitava a parlare. O quell’altra volta che s’era trovato a quella festa in campagna, con altri fanciulli, e dopo il desinare s’era intavolato tra i babbi allegri certo discorso sulle donne del borgo, intanto che egli e gli altri piccini giocavano nel prato là presso? Ne aveva sentite d’ogni fatta, su questa e quella, magagne che allora cominciava a capire alla grossa. Ma cresciuto, se l’era poi spiegate assai chiaramente, maravigliando che le donne delle quali erano state dette vivessero ancora mogli e madri stimate. E la famiglia gli era parsa tutta una finzione.
E quella sera che a veglia, essendo egli già sui quindici anni, si parlava d’una gran burrasca avvenuta alla marina? Uno narrava che il mare s’era infuriato a segno che un paesello sulla riva stava per essere ingoiato da un istante all’altro; che la gente inginocchiata per le vie pregava da disperata; che il prete era già uscito col Santissimo a scongiurare il tempo ed era stato come dir nulla; ma che alla fine passò un carrettiere e disse: «Oh! povera gente; e non sapete come chetarlo codesto mare matto? Dategli moglie!» Giurava il narratore che il mare si chetò subito. Bei racconti da fare questi, quando ci sono dei giovinetti a sentire! Bel modo da insegnare il rispetto per la famiglia! Quella doveva essere stata una goffa invenzione, ma intanto tutta la veglia s’era sganasciata dalle risa, senza riguardo alle donne presenti, le quali certo non di cuore, perchè erano mogli, avevano riso anch’esse, le sciocche! Si maravigliava ancora d’aver potuto pensare una volta ad ammogliarsi.
Dunque, così andando, Crisante rifaceva parte della sua vita, e accusava e si scusava d’essere quel che era, ma a un certo luogo si sentì come se una forza misteriosa gl’impedisse d’andar avanti e si fermò.
Era giunto a una di quelle povere chiesette di campagna, dove uno che viaggia a piedi si mette volentieri a riposare; e se anche non ha più l’uso di pregare, ci ritrova quel senso di pace che fa al cuore come una preghiera. La chiesetta era piantata su d’una roccia di fianco alla via. «Sediamoci un po’ qui», disse egli con certo abbandono, e si mise sur uno dei gradini che servono anche da inginocchiatoio a quelli che vogliono farsi ai finestrelli per pregare o veder almeno qualcosa, un santo, una croce. In quel momento, per un sentiero dei boschi, sul colle in faccia, passavano tre o quattro villani dietro un prete in cotta, che camminava sotto l’ombrello. «I preti vanno di giorno e di notte come noi medici – pensò Crisante – e anch’essi, come me, non hanno famiglia. Ma ora che storie vo a cercare? Se non avessi figliuoli, io! Se sapessi quanti ne ho!» Poi stette a lungo con la testa tra le mani a guardar la polvere dove una traccia di formiche si affaticava andando e venendo da un buco che entrava sotto quel gradino. Forse non le vedeva neppure, perchè seguitava il suo discorso: «E quanto starà a passare quel giovane che ho visto dal Paleari? Di qui deve passare e di qui non mi muovo. Voglio rivederlo».
Questa risoluzione gli fece passar pel cuore un senso di dolcezza e di calma. Che bel giovane era colui! Quei capelli, quei bei capelli, gli aveva avuti anche lui, il dottore, «gli ho avuti anch’io, sì – pensava – ma quella povera Primavera? Mandò il suo bambino all’ospizio e non ci fu uno, non gli altri, non io, che abbia detto: potrebbe esser mio! Canaglia!»
Il dottore balzò in piedi sdegnato, come se qualcuno nascosto gli avesse gridato quella parola; e allora sentì un chiasso di voci fanciullesche venir oltre crescendo dalla parte ond’era venuto lui. Che fossero quei ragazzi che aveva veduti dal Paleari?
Erano proprio essi, e venivano rincorrendosi, tirando sassi agli uccelli negli alberi, cantando e gridando che parevano in quaranta. Che pienezza di vita! Il dottore si sporse dalla roccia, mentre che passavano là sotto e li guardò e stava per chiamarli, ma… ora cominciava a capire anche lui! Erano tutti figli di gente che conosceva assai bene; uno, due, tre, questo, quello, dei quali altro dicevano i libri delle nascite nel Comune, e altro la voce del mondo.
I fanciulli passarono.
«Grullo io che non l’ho capita subito! Il Paleari ha risaputo quel che ho detto da Saverio quella sera, e m’ha voluto dare una lezione. Oh! non può essere che così. E ben mi sta! Ma… toccava a lui darmela? Lui? Ma certo! Di queste rughe nell’anima non ne ha lui! I suoi figliuoli se li tiene, se li gode, se li soffre, sani, malati, buoni, cattivi; se gli muoiono è lui che si sente portar via un brano di cuore, se gli riusciranno male sarà lui che se li troverà intorno a metterlo in croce. Io invece, io… tanti altri come me… Lasciami tornare dal Paleari, qualche ispirazione mi verrà!».
Discese dalla roccia e s’avviò per tornare dall’amico, risoluto non sapeva neppur lui a far che, ma a far qualcosa ad ogni modo; e andava sciolto che pareva ringiovanito perfin nel passo. Senonchè in un punto dove la via giaceva profonda tra certi roveti, vide apparire e venir quel tal giovane, che camminava piano, a capo chino, stanco o afflitto. Ebbe un istante quasi di paura; diede un’occhiata indietro, non c’era alcuno; rallentò il passo. Ma l’altro veniva ed egli andava verso di lui, sicchè non aveva ancora formato mezzo proposito che s’incontrarono. Il giovane salutò quasi senza guardare, tirando dritto per la sua via; e il dottore rimasto là senza aver avuto cuore di dirgli nulla, stette tanto che quello scomparve di là d’una voltata della strada.
«Non ho mica avuto paura! – disse poi tenendosi una mano sul cuore che gli batteva forte – paura no… ma… che senso!… Insomma una cosa strana. E non ho osato fermarlo! Non potevo mettermigli al fianco e andarmene con lui? Lo voglio raggiungere.
E si volse indietro affrettando il passo e incalzando, ma come tornò a vedere quel giovane, tornò insieme a rallentare; poi si affrettò ancora e ancora si rattenne più volte, sempre voglioso, sempre dubbioso, sino a che quando egli giunse nel borgo, colui si era già internato per chi sa qual via e non si vedeva più.
Il dottore se n’andò a casa carico di pensieri, umiliato, stanco, tanto che la fantesca quando lo vide entrare credette che si sentisse male, ed ebbe nella sua piccola mente, tra un miscuglio d’altre idee, l’idea che forse cominciava il tempo in cui il padrone, alla fine, avrebbe dovuto rendere i conti a lei e a Dio. Non aveva già sessant’anni? Ma a parlargli fece la voce affettuosa.
- Signor padrone, si sente qualcosa?
- No, anzi sto bene. Andatevene pure a letto.
- E lei? Vuole che lo lasci così? Non ha bisogno di nulla? Mi pare… non so…
- Andatevene pure a letto… non ho proprio bisogno di nulla… mentre voi, povera donna, sarete stanca…
- Senti come parla dolce!… vuol proprio morire! pensò essa; poi avvicinandoglisi: – ma perchè è voluto andare in campagna alla sua età?
- Alla mia età? Dunque sono vecchio davvero? Ah! già. E appunto per questo è tempo di far giustizia. Ma andate, andate a letto, ubbidite, via! che mi volete seccare?
La donna non osò più ribattere e se n’andò. Se ne andò, ma non a coricarsi, che presa da curiosità irresistibile, volle star a sentire dall’uscio della sua camera quel che il padrone facesse. E lo sentì tutta la notte andar di qua e di là per la casa, parlare, sospirare, sino all’alba, e quando fu l’alba discendere e uscire. Allora si mise indosso la bavera che portava alla messa, e camminando come un’ombra gli tenne dietro, da lontano, spiando. Perchè mai andava egli a sedersi su quel muricciuolo del ponte a quell’ora? Non erano mica più i bei tempi suoi, di quando a ogni passo tendeva una rete a qualche bella campagnola o del borgo! La sapeva essa la storia! Pure lo vide stare, stare, stare, guardando come chi aspetta qualcuno. Passò un tale; niente: passò un tal altro; niente: alla fine passò un giovane, quel giovane di cui sapeva bene anch’essa ciò che la gente diceva. Oh che grullo di padrone! Rendeva il saluto a quello straccione! Certo si era andato a metter là apposta; ecco, ecco che gli si perdeva dietro con gli occhi!
Allora capì che stava per avvenire qualcosa di molto nuovo in casa, e se ne tornò sbuffando come un’alfana bolsa. Là, con le convulsioni alle mani, si mise intorno alle stoviglie lasciate da rigovernare la sera innanzi; le scivolava via una zuppiera e: «vattene pure!»; ruppe dei bicchieri: «al diavolo anche voi!» diceva la donna; parlava con quelle cose e si sfogava a trattarle male.
In quanto al dottore, da quel giorno, tornò mattina e sera sempre a quel posto, non potendo più stare senza rivedere quel giovane. E sempre questi passando andava a capo chino, sempre gli pareva più modesto ma meno malinconico, e però anche egli in casa diveniva sempre più buono.
Cosi dàgli oggi, dàgli domani, una sera il dottore andò addirittura incontro al giovane, risoluto di farla finita e parlare. E passo più passo meno lo trovò proprio in quel luogo dove l’altra volta aveva avuto quasi paura. Lo fermò.
- Buona sera, Prospero, mi lasci tornar indietro con te?
L’altro si confuse.
- Sì, vengo con te: voglio parlarti.
E gli si mise a lato. Camminarono alcuni passi tacendo, poi il dottore ripigliò lui:
- Dimmi la verità, tu fai una vita tribolata.
- Da povero – rispose il giovane con naturalezza – ma è già una grazia aver la salute.
- Oh! la salute.
Fecero un altro cento di passi senza dir nulla, poi il dottore:
- E ci vorresti venire a star da me?
- Oh! – sospirò Prospero, volgendosi in là per nascondere le fiamme che si sentiva al viso – io non ho mai fatto altro che zappar la terra e non so far nulla. Preferisco andar a giornata.
- Superbo come me! – pensò il dottore guardandolo di traverso, ma con gioia – superbo e anche d’ingegno forse: guarda che bella fronte!
Poi soggiunse:
- Io ti voglio prendere con me per colono, nel mio podere della Calandra; lo sai dov’è il mio podere della Calandra?
- Lo so.
- E ci vieni?
- Io non ho che le mie braccia: aratro, buoi, danaro, non ho nulla io.
- N’ho io, ho io tutto: ci devi venire!
Prospero non rispose.
- Bravo! – esclamò il dottore, e gli prese il braccio scuotendoglielo con amore, poi gli pose una mano sulla spalla e andò avanti parecchi passi così, che non sapeva più levarla, e sentiva che il giovane tremava.
- Animo, animo! al mondo bisogna aver animo! – e dicendo, gli pareva d’aver avuto il giovane altre volte con sè, e d’essere con lui in confidenza di cuore.
- E dimmi; tu, sei stato anche soldato; vedo che hai ancora i calzoni con la striscia: prima dove stavi? Raccontami tutta la tua vita.
Prospero, con voce franca ma bassa, cominciò una di quelle storie che somigliano a tante altre; a tutte l’altre degli infelici che non ebbero mai che latte di carità pagata, pane di sette croste, e anche l’ingiuria nel nome che loro fu dato, tanto per dire e non dire, bastardo.
A quel racconto il dottore sentiva il cuore come se si schiudesse e s’inteneriva; ma quando il giovane disse con angoscia che il boccone più amaro l’aveva mandato giù il giorno del suo arrolamento: egli, quasi temesse d’udir qualcosa che gli schiantasse il cuore, diede un crollo e proruppe:
- E non t’è mai venuto in capo di farne una grossa, di prendere qualcuno per la gola, così?
E dicendo accompagnava le parole iraconde con un atto ancor più iracondo, pigliandosi per la gola davvero; e intanto si maltrattava, s’insultava dentro, avrebbe voluto far pagare a sè stesso in quel momento il fio di tutta la vita.
Se quel povero Prospero gli avesse potuto legger nel cuore, l’avrebbe pregato di chetarsi, che alla fine delle fini, dei derelitti ne aveva conosciuti moltissimi più miseri di lui, che almeno non era nè sciancato, nè ulceroso, nè altro; e che non c’era forse uomo che non si dovesse accusare d’avere qualcuno del proprio sangue perduto pel mondo; anzi, che egli stesso, così meschino com’era, forse…
In quella giungevano nel borgo ch’era quasi buio. Quando furono nella luce del primo fanale Prospero si senti pigliare da certa vergogna di camminar tra la gente col dottore, onde rallentò il passo dicendogli che lo riveriva, che cenasse e dormisse bene.
- Come? Non vieni con me? – disse il dottore prendendolo pel polso – ah figliol mio! – il giovane trasalì, il dottore si sentì felice; – sì, figliol mio, non si fa, così! tu vieni da me, e domani ti metto nel mio podere. Vedrai come ci starai bene! Frumento e vino tutti gli anni, da venderne; la casa nuova e bella; una volta entrato non te n’andrai più.
- Ma non pensa a quei poveri diavoli che ci stanno?
- A quelli ci penserò. Poi prenderai moglie, diventerai il padrone tu… insomma ora andiamo.
- Almeno mi lasci venir a distanza…
- Andiamo!
E il dottore continuò a tener pel polso il giovane, che dalla confusione non sapeva quasi più mandar i piedi avanti.
Quelli che li videro passare stupirono di quella novità; ma il capitano degli uccelli, che appunto allora usciva di casa per andare a fumare la pipa sul ponte, si volle cavar gli occhi dubitando d’aver traveduto.
- Finalmente ne fa una da galantuomo! – pensò, guardando dietro al dottore, cui da quella tal sera non aveva mai più concesso il saluto; e fermando subito il primo in cui s’imbattè per dargli la nuova, gli disse: – Volete sapere? questa volta Crisante ha trovato scarpe pe’ suoi piedi. È passato adesso adesso con uno de’ tanti suoi… mi capite! uno che ha le spalle quadrate e i pugni sodi. Quello si deve essere fatto giustizia da sè… Se correte un poco, lo vedete anche voi… Sentiremo, domani!
E poi lo disse a un secondo, a un terzo, e andò a ridirlo nella farmacia; e così prima che la gente andasse a dormire, mezzo il borgo ripeteva che Prospero aveva preso il dottore per la gola e s’era fatto condurre in casa per avervi i suoi diritti.
Ma che schianto per la domestica, quando vide colui entrar col padrone! Si sentì addirittura derubata. E si fece avanti con le mani sui fianchi, lì lì per iscoppiare come una nuvola grigia, ma il dottore la disarmò con un’occhiata.
- Non avete nulla di pronto da mangiare?
- Qualche boccone per lei – rispose la donna con un mugolìo come di temporale andato a sfogarsi lontano.
- Non credere, Prospero, che costei sia la padrona, no; questa è la serva.
E si maravigliò di non aver alzato il bastone contro quella insolente. Poi seguitò:
- Portate quel boccone e servirà per due.
La donna portò in tavola con una spanna di grugno; ma il dottore senza badarle si mise a empire il piatto di Prospero, pigliandone per sè appena da assaggiare.
- Mangia, mangia, figliolo. Dove ceni la sera quando torni dal lavoro?
- Nella stanzuccia che tengo nel vicolo dei Cani.
- Vile questo tempo che si danno ancora dei nomi di scherno alle vie dei poveri! Mangia, mangia e bevi. Andate a prendere delle bottiglie voi, o Lupinella!
La domestica si scosse, andò e tornò con le bottiglie.
- Ora salite a fare il letto dei forestieri, e poi andatevene a dormire.
Lupinella accese un lume e andò.
- Date almeno la buona notte, sciocca!
- Buona notte – disse Lupinella di sull’uscio.
- Pare in agonia! – sussurrò il dottore sorridendo – ma non è mica una serva padrona, no; è una scioccona che se lo deve essere immaginato. Mangia, mangia.
Prospero era già quasi seccato di sentirselo dire, ma mangiava e beveva sforzandosi e sospirando la sua magra cena d’ogni sera. Oh la pipa che poteva andar a fumare conversando sull’uscio coi vicini, povera gente come lui, mentre sulla soglia dirimpetto alla sua, ma soltanto quand’egli c’era, usciva a sedersi la giovane che gli empiva il cuore di gioia! Quella sera egli non le avrebbe potuto parlare!
Avrebbe voluto andarsene almeno dopo aver cenato, ma il dottore sempre più allegro e alla mano, era omai il padrone, e volle condurlo egli stesso a coricarsi nella camera che aveva chiamato dei forestieri. Ed egli si rassegnò.
- Animo! spogliati; non aver soggezione di me; gente a letto ne vediamo tutti i giorni, noi medici. Cosi! Smetterai anche codesti panni… Su, sotto, tra le buone lenzuola che sono ancor di mia nonna. Vedrai, ce n’ho un armadio che tiene tutta una parete, pieno da capo a fondo. Stai bene?
- Bene – rispose Prospero quasi col singhiozzo.
- Bravo! e ora continua il tuo racconto d’oggi – soggiunse il dottore sedendosi a pie del letto, come usava fare quando visitava i suoi ammalati. – Sei rimasto a quando ti toccò andar sotto l’armi, e dicevi che allora mandasti giù il boccone più amaro della tua vita. Che cosa fu?
- Non me lo faccia dire…
- Dillo anzi; ora ho bisogno di saper tutto: tanto è lo stesso!
- Ecco! Il mio furiere, quando scrissi il mio nome, arrivato a un certo punto che a una sua domanda risposi una certa cosa, mi disse, senza neppur alzar gli occhi a guardarmi: «Ah! dunque anche tu sei uno di quelli che non hanno nè tetto nè pagliaio? La tua casa sta in faccia a quella del lupo? Stai al mondo e non sai nemmeno a chi dir grazie? Vattene, poveraccio, vattene anche tu». Io andai fuori di quella stanza mordendomi le mani. Oh! come mi fece male quella compassione in presenza di tanti compagni!
E Prospero proruppe in pianto.
- Forse quel soldato era un brav’uomo e disgraziato come… tanti altri – disse il dottore, forzandosi per trattenere le lagrime.
- Di fatto si chiamava Venturino.
- Ah! Venturino? Anche questo è un nome di scherno. Ma non sarà dato ai tuoi figli; tu non avrai tempo di mandarne pel mondo con tali nomi; vedrai! Già, a quest’ora, una ragazza cui vorrai bene ce l’avrai? Sì? È una ragazza dabbene? La vuoi sposare subito? Chi è?
Prospero, con gli occhi lucenti, disse liberamente il nome di colei che, ogni sera, quand’egli stava sulla soglia della sua catapecchia, usciva a sedere sulla soglia di faccia, e ci stava fin che ci stava lui.
Il dottore, a udir quel nome, pensò un istante, aggrottò le ciglia, si fece cupo, s’alzò, poi con tono già da padrone gli disse:
- Tu quella giovane la devi lasciare!
- Lasciarla? – rispose Prospero, levandosi fiero sul gomito, e guardando il dottore, come se questi lo avesse insultato.
- La devi lasciare!…
- Ma io non posso lasciarla!… io sono un galantuomo!
Al dottore guizzò, come un lampo nel cervello, il ricordo di quelle parole stategli dette trentacinque anni prima, da quella tal signora, e gridò:
- Come? Dunque tu…
Prospero chinò il capo arrossendo, ma veramente non perchè avesse capito tutto il pensier del dottore.
- Catena orrenda del male! – si mise a smaniare questi, e pieno di confusione, sbigottito, quasi non vedendo nè sapendo più che si facesse, fuggì nella sua camera, piantando là quell’infelice, che uscì dal letto sbalordito, si vestì, volle andarsene; poi invece timido, vergognoso, si sedette con la testa tra le mani a meditare su quel mistero, di cui pur gli pareva di afferrare il senso terribile, e si forzava a non afferrarlo, a ingannarsi, a credere che il dottore stesso s’ingannasse.
Ora il dottore, quanto a lui, l’anima sua era messa a una prova dalla quale non si sarebbe potuto ritrarre neppur il più scellerato uomo della terra. Ah! le allegre leggerezze della vita facile e libera di gioventù quali tristi cose preparavano alla vecchiezza! Quel matrimonio non si doveva lasciarlo fare! Ci pensò su, tutta la notte; a il mattino si trovò ancora bell’e vestito appoggiato al letto. Andò alla finestra e aprì. Il sole illuminava già il cornicione della casa di faccia, lungo il quale garrivano centinaia di rondini, che si erano raccolte per far lo stormo e partire. Egli guardò a lungo quegli allegri uccelli, stringendosi ogni poco tra i pugni le tempie, che gli battevano fortissimo, e gli passavano per la mente degli strani pensieri d’uomini e bestie. Poi si levò di là, e si diresse, con certa ripugnanza, alla camera dove aveva lasciato Prospero. Ma il giovane non c’era più. C’era in vece Lupinella che abballinava le materasse, brontolando dietro quel villano che vi aveva lasciato un lezzo, che sarebbe durato sin chi sa quando.
- Dov’è Prospero?
- Se n’è andato.
- L’avete fatto andar via voi? – urlò il dottore.
- Che! – rispose Lupinella senza timore – l’ho sentito girare con quei suoi scarponi, sono venuta a vedere, m’ha pregata d’aprirgli giù, e se n’andò dicendomi di dire a lei che parte subito e che in questi luoghi non ci verrà mai più.
Il dottore credette che il cuore gli si disfacesse: non disse nulla, gli parve di sentire qualcuno in sè che si rannicchiasse, qualcuno che si rassegnasse a rimaner sepolto vivo sotto una rovina. Pure si provò a uscire, per andar in traccia di Prospero; ma appena fu dieci passi fuori dell’uscio, si fermò, perchè gli parve che sin i muri delle case e l’aria stessa volessero svergognarlo. «Questa è la mia morte!» pensò; e se ne tornò in casa.
In cima alla scala stava Lupinella a guardarlo, con aria di compassione; egli non se n’ebbe a male, e salì.
- Ma venga, venga su, non vada a farsi scorgere! lo sanno già anche troppo che quel miserabile ha dormito qui! Che crede che ridan poco?
- Ridano e scoppino! – gridò il dottore – E che cosa dicono?
- Dicono che un uomo come lei dovrebbe avere un po’ più di testa!
- Dicono! Ma come lo sapete voi.?
- Eh! Sono già stata alla messa e alla fontana io! M’hanno anche domandato come fa lei a sapere che quel giovane è veramente quel che lei crede…
- Zitto, zitto! lingua sacrilega! E che altro dicono?
- Che se volesse pensare a tutti quelli…. mi capisce? ci vorrebbe il bene di sette chiese.
- Ah infamia del mondo!
E bestemmiando il mondo come se fosse stato creato apposta perchè egli ci si sfogasse contro, andò a chiudersi nella sua camera, dove si gettò sul letto, come un fanciullo pauroso, bocconi, e a poco a poco s’addormentò provando un senso di discesa lenta nelle tenebre, nella tomba. Quando si svegliò vide che era già notte e n’ebbe quasi piacere: quel brutto giorno se n’era andato, ma egli avrebbe voluto che notte e sonno non fossero più finiti. Lupinella, che stava origliando, entrò, gli parlò, gli portò qualcosa da ristorarsi; poi egli si rimise a dormire, e sognò molto, non di cose liete (strano, perchè non sognava più da chi sa quanti anni, o almeno d’aver sognato la notte il mattino non si ricordava più); ma quei sogni se li tenne tutti in sè. Così quel giorno non era uscito, e non uscì per molti altri di poi. Vennero gli amici, i curiosi, i maligni; venne il Paleari, ma nessuno potè vederlo; Lupinella diceva a tutti che se n’andassero in pace ch’egli non voleva visite. E sì che il Paleari gli voleva dir di una lettera di Prospero, il quale, già da lontano, pregava lui di far sapere al dottore che in quel fatto che sapeva non volesse credere vi fosse nulla di vergognoso come pareva avesse dubitato! Il Paleari, che aveva indovinato a un dipresso di che si trattasse, dovette levarsi quel carico di coscienza mandando la lettera a Crisante. Questi la lesse, ebbe un lampo di gioia, si esaltò, pensò di partire in cerca di Prospero, di farsi aiutare dal Paleari stesso a riaverlo: ma subito si scoraggiò: troppe altre brighe gli potevano nascere. Eppoi, che farsi aiutare dal Paleari? Non era stato lui la causa di tutto quel suo trambusto? Ora lo odiava. E si chiuse ancora di più, cominciando a credere d’aver tutte le ragioni dalla sua.
Intanto, fuori, la gente che gli aveva tagliati i panni addosso cominciava a stancarsi di dire; ma nella farmacia del signor Saverio il capitano degli uccelli tirava sempre in ballo lui e i suoi guai. Avrebbe voluto vederlo almeno da un pertugio come doveva esser ridotto quel libertino! Gliele aveva date lui le Fenici! Capitava qualche volta il Paleari, mentre la compagnia era in quei discorsi; ma allora tutti tacevano o mutavano chiave. Invece in casa sua, quasi ogni giorno, si doveva parlare di Crisante perchè la signora Valeria non finiva mai di dolersi che per cagione di lui, ancorchè non l’avesse fatto apposta, il dottore si fosse abbandonato in quella miseria di vita.
- Mi dispiace – le disse un giorno il marito – che tu donna scusi tanto quell’uomo; me ne dispiace davvero. Tornerà a uscire, vedrai; tornerà a uscire.
Valeria non ne parlò mai più.
Ma in quanto a Crisante fu visto uscire soltanto alcune settimane dopo, e ancora non dalla porta di casa, ma da un usciolino dell’orto, e ficcarsi subito in una viottola che menava nella campagna. Però egli doveva aver voluto che Lupinella lo seguisse, perchè qualcuno vide costei che, a distanza, lo teneva d’occhio. Passeggiò quella volta un poco, ma poi non ci tornò più: gli era parso d’aver sempre avuto gente alle spalle o appiattata dietro le siepi per fargli del male. Poi, come l’inverno venne, si tappò addirittura in casa e si mise a leggere, leggere, leggere, quasi non volesse rimanere neppur un istante da solo col proprio pensiero. Curioso però, che leggeva di preferenza il Libro di Giobbe, come se il percosso dalla sventura fosse stato lui. Quando non ne poteva più, allora si metteva, per dir così, all’ombra di Lupinella, sotto la quale si veniva curvando un tantino di più ogni giorno, ed essa per compensarlo e farsi voler bene gli ammanniva dei desinari e delle cene che, quasi quasi, quand’uno finiva, l’altra incominciava. Le ore ch’essa stava fuori di casa erano per lui ore di paurosa inquietudine, lunghe, contate.
- Che cosa dicono di me? – le domandava sempre appena essa tornava.
- Bah! – rispondeva Lupinella – non san neppure se siam vivi.
- Se siam vivi, se siamo! Veramente questo siamo… – brontolava egli quasi offeso. E lei pronta:
- Che cosa dice, che cosa vuole?
- Oh nulla! – le rispondeva il dottore, ben lieto che non avesse capito.
Così a poco a poco quella donna gli fece dimenticar sè stesso e la gente, e sino il brutto momento cui s’era trovato, diceva essa, per le sue ubbie: onde alla fine egli s’accomodò a non pensar più nè a Prospero nè ad altri. Badava a mangiar bene e a ber meglio, e anche accadeva che qualche sera Lupinella lo mandava a dormir alticcio. Quando si annoiava, essa lo incantava nella nicchia del focolare e gli faceva dire il rosario, o gli inventava storielle di donne e d’uomini conosciuti da lui; ed egli, che volentieri le credeva, ci provava un gusto matto, consolandosi di trovarsi con sì gran compagnia. Se Dio avesse poi perdonato gli altri, avrebbe perdonato anche lui. Ma qualche volta, ascoltando quei racconti, si scoteva, dava un crollo improvviso, che Lupinella credeva fosse alla fine il colpo; dava un crollo e si fissava in una visione che pareva gli passasse davvero dinanzi agli occhi.
- Lupinella! e quando mi porteranno via morto, che si dirà di me?
- Ma? – rispondeva essa, che per solito stava filando.
- Che sono stato un brav’uomo, no di certo! Forse non verranno a accompagnarmi neppur i cani.
- Faremo distribuire dei gran cestoni di pane, e la gente verrà.
- Ah! sì, dei gran cestoni…! Ma quando morirà il Paleari?
- Ci andrà meno gente che dietro lei!
- No, no! Oh! quel giorno, la gente è giusta! Ci andrà tutto il borgo!
Lupinella seguitava a filare e mandava il fuso con tal forza che pareva mandasse lui chi sa dove.

Giuseppe Cesare Abba – Da Quarto al Volturno – Sezione 3 – Da Milazzo a Messina

Dov’è, che cosa è Milazzo? Sono corso a vedere la carta; eccolo tra Cefalù e il Faro, una lingua sottile, che si inoltra e par che guizzi nel mare.

D’oggi in là quel po’ di terra scura, col castello di cui sento parlare, non mi verrà mai vista con la fantasia tra l’acque azzurre, senza che la visione si mescoli di file rosse correnti come rivi di sangue in mezzo al verde dei fichi d’India, pei canneti, nel letto secco dei torrenti, sulla riva del mare torrida e bianca. Medici, Cosenz, Fabrizi, profili austeri balenarono qua e là: non li conosco, ma ormai gli eroi so immaginarli, so come Garibaldi li fa. E vedrò passare, quasi fuga di forsennati in mezzo ai nostri, un gruppo di cavalli napoletani. Che vogliono, dove vanno? Intorno al Dittatore appiedato si fa un cerchio di quei cavalli, un arco di spade, di lancie turbina su di lui, suona fino ai più lontani del campo un urlo di gioia, di ferocia borbonica; ah quello può essere il momento che salvi la corona a Sofia! Ma Missori e Statella sentono che nel gran poema questo sarà il loro canto: e dalla pistola girante del Lombardo gentile, dalla spada del Siracusano cavalleresco, esce la morte meravigliosa. Fuggite, o lancieri! Il vostro capitano vi condusse da Messina promettendo la testa del Leone, ma non lo vedrete più. Cadde dal suo cavallo colla gola tagliata dal Dittatore. Egli è nella polvere. E Garibaldi dal Veloce che venne fulminando per l’alto mare ad offrirsi, torna a mettersi nella battaglia colle sue grandi ispirazioni di marinaio.

Il canto del poema finirà narrando del vecchio castello, dei fuggenti a ricoverarvisi, di Bosco, inutile prode, che avrà per grazia del Dittatore spada e cavallo, mentre che ne uscirà patteggiato. E al Veloce, sopraggiunto, come fosse stata l’anima del morto Magiaro, si darà il nome di Tuköry, l’eroe di Porta Termini.

Catania, 24 luglio.

Parte la Compagnia straniera di Volf. La conduce verso Taormina il capitano Giulio Adamoli, un giovinotto lombardo tutto delicatezza e bravura. Vanno a vedere se da Messina si è mossa gente borbonica per affrontarci, e domani partirà la brigata.

27 luglio.

Arrivarono polverosi, ma abbaglianti; la banda in testa suonava una marcia guerriera. Bixio, su d’uno stallone pece che gli brillava sotto leggero come una rondine, la faccia bruna incorniciata dal capperuccio candido, pareva un Emiro che tornasse da una spedizione misteriosa nel deserto. Volteggiò spigliato cogli ufficiali che aveva dietro, si piantò in un punto della piazza in faccia all’elefante di pietra che sta là sonnolento: a un suo comando la fila si spezzò, i battaglioni piegarono, voltarono rapidi, giusti, attelati, e si fermarono in un bell’ordine di colonna che parea fatto di soldati messi là uno alla volta. Questo è un reggimento da presentargli le armi i più vecchi del mestiere. Ne parlai con gli amici, e mi hanno detto che attraverso l’isola Bixio non gli ha lasciati riposare un istante. I soldati per le marce forzate, furono più d’una volta sul punto d’ammutinarsi: ma sì! chi oserebbe essere il primo con quest’uomo che non mangia, non dorme, non resta mai?

Non saprei perché, ma egli entrando in Catania non pareva guari contento. Anzi gli cresceva quella minaccia che ha sempre tra ciglio e ciglio.

Chi sa come vada d’accordo con quel capitano che gli vidi a lato e che dev’essere suo Capo di Stato Maggiore? Colui sta a cavallo colle gambe spenzolate come fossero di cenci ma nella vita pare corazzato. Ha i capelli a lucignoli scialbi come la pelle, guarda che pare lì per addormentarsi. Ma sotto i mustacchi, uno più lungo dell’altro e cadente, la bocca ride sempre d’un riso sprezzatore, mentre l’orecchio pare teso ad ascoltare rumori misteriosi, lontani. Mi dicono che sia un alto ingegno venuto su dall’esercito piemontese. V’era sottotenente dei bersaglieri sin dal quarantotto; ma per non so che sdegno patriottico ne uscì, quando avvennero i fatti di Milano nel cinquantatre. Tutti mi hanno l’aria di star in guardia da lui; buon compagno d’armi ma derisore che dove tocca scotta o leva il brano. Prenderebbe in canzonatura magari il Dittatore; ed io lo chiamo Mefistofele in camicia rossa. È Giovanni Turbiglio.

Giardini, 28 luglio.

Aci Reale, Giarre, Giardini, tre cittadette che il mare le vuole e l’Etna le tira a’ suoi piedi come schiave. Si va, si va e sempre questo monte che non finisce mai di mutare aspetti, sempre quelle sue falde fresche d’ombre che uno le gode con gli occhi, tirando innanzi a camminare divorato dal sole, nella strada gialla, polverosa di lava, sulla quale danza un calore che a stender la mano par di palparlo, rete di metallo infocato.

A destra, fin dove può l’occhio, un azzurro di mare che non somiglia punto a quel di Liguria, né a quello là di Marsala. È il nostro bel mare, per tutto, ma qui ha trasparenze profonde, lontane, direi successive come i cieli di Dante. Forse ha senso di godimento sotto questo sole che gli penetra sin nel fondo; perché in quest’ora di mezzodì ha quasi un’aria di infinita bontà. Mi fiderei di dire che vi si può camminare sopra a piedi asciutti, e a guardarlo m’entra nell’anima la soavità squisita di cose intese da fanciullo, i cieli, i laghi, le buone genti di Galilea.

Ma là, oltre quell’ultima linea che altrove par finire in un balzo pauroso alla fantasia, s’indovinano terre come queste e più deliziose. La Grecia non poté, non potrebbe essere che laggiù. Par di sentire un profumo d’antico e un suono da quella parte venuto in qua nell’aria, nell’acque; dolce oggi come allora quando Virgilio cantava gli amori dell’Alfeo con l’Aretusa.

* * *

E Sant’Alessio è un fortino lì sulla via, fatto anticamente per dar da ridere ai barbareschi. Non v’è una guardia, ma quel vecchio cannone da quella balestriera come parca che ammiccasse! Raveggi, passando meco a pié del forte, mi disse: “Ecco il mio sogno! Aver quarant’anni e più ed esser messo qui con quattro veterani slombati. Me ne starei sdraiato ora su d’uno spalto ora d’un altro, guardando il mare attento attento, invecchiando adagio adagio, bevendo a sorsi la vita, il vino e le fantasticherie della mia testa”.

In riva al mare.

Comincio a vedere chiara l’ultima punta di Spartivento. Quando da giovanetti dicevamo in versi: Dall’Alpe a Spartivento! io questi azzurri gli aveva indovinati, veduti, respirati. Ma ora non mi proverei neanche a descriverlo il digradarsi di tinte turchine, tante sfumature quanti sonvi piccoli promontori sin laggiù dove troveremo Messina. E quelle linee là oltre lo stretto che paiono guizzi nell’aria, tutti monti della favolosa Calabria, dove chi pose piede coll’armi in pugno sempre morì?

Silenziose, gravi, fumose come avessero Pensieri tristi, le navi napolitane vanno e vengono per lo Stretto. Passare all’altra riva, ecco il problema. Ma il Dittatore vive.

Messina. 27 luglio.

Sul piano di Terranova, tra la città e la cittadella, stanno due file di sentinelle, borboniche e nostre. Tra le due file una ventina di passi, terreno neutrale. Le sentinelle si guardano, appiccano discorso, tirano innanzi un pezzo, poi o si fanno il broncio, o qualcuna dalla parte borbonica piglia la corsa e si rifugia di qua, gridando viva l’Italia, gettando berretto, budrieri, ogni cosa; mentre una turba di fruttaiole e di pescivendoli si fanno addosso al disertore per divorarselo a baci. Ma alle volte i nostri tentano gli altri invano, e scappa detta qualche impertinenza. Allora uno, due, tre borbonici lasciano andare la schioppettata, i nostri rispondono; ed ecco un allarme generale, un suon di tamburi e di trombe da noi e nella cittadella. Sui bastioni spuntano le teste dei cannonieri, le miccie fumano. Ma corre un ufficiale di Stato Maggiore, nostro, uno borbonico esce dalla cittadella; si incontrano, si parlano, si stringono la mano, poi danno di volta e tutto è finito. Commediole che fanno ridere, ma che a qualcuno costano care. Stamane la cittadella tirò persino una cannonata. La palla enorme sforò netto un casotto da doganieri, e andò rotolando lontano lungo il molo. I nostri corsero furiosi da tutte le parti, e vidi un mutilato giovane saltellare colla sua gamba di legno per tener piede ai più pronti. Agitava uno schioppo colla baionetta inastata, e gridava che era tempo di dar l’assalto.

Messina. Tornando da Torre del Faro. 28 luglio.

Sino a Torre del Faro è una deliziosa passeggiata. Per un tratto villaggi puliti anche assai; dopo, una landa sabbiosa via via fin dove balza la Torre bianca su da un mucchio di casupole grame. Poco verde là intorno; ma splende nel fondo il mare, poi la lontananza dove non si vede più che colla fantasia, chi n’ha.

In faccia a Torre del Faro, di là dallo Stretto, tira l’occhio una riga di verde cupo, a’ pié delle montagne, che paiono incalzarsi e venir giù rovinando per colmare i fondi del mare tra le due terre. Qua e là quel verde è interrotto da villaggi biancheggianti; sulla spiaggia move gente; file di armati luccicano di continuo di su di giù per una strada che deve menare a Reggio. In mare, le navi della crociera, che guardano qua dove si lavora di zappa e di badile, a piantare certi cannoni! Riconobbi tra quei ferravecchi la colubrina che portammo da Orbetello. La civettona sta là in batteria, allunga il collo verde fuori della gabbionata, un bel dì farà la rota come una tacchina. Ha una storia essa! Ma se i cannonieri che le fanno la guardia e la lisciano, sapessero le eresie che ci ha fatto dire da Marsala a Piana de’ Greci, la butterebbero in mare.

* * *

Il Dittatore se ne sta chiuso in una cameruccia a tetto là nella Torre, e intorno a quella accampano i Carabinieri genovesi. Non sono più i quarantasette di Calatafimi, drappello insuperabile per coscienza, ardimenti, virtù militare. Ma quelli hanno formato il quadro d’un battaglione che a Milazzo corse il campo come un uragano, e lo tenne dovunque apparve. Né sono tutti liguri. Le loro file si sono aperte a giovani d’ogni parte d’Italia; e quei cinque o sei sopravvissuti all’eccidio di Sapri, che appena liberati dalle fosse della Favignana vollero vestirne l’uniforme, portarono nel battaglione un alito della grande anima di Pisacane.

Fiumara della Guardia, 9 agosto.

Ieri sera quando fu ben buio, venti barche si staccarono dalla riva di Torre del Faro, la prora diritta alla Calabria. Portavano ognuna dieci o dodici uomini armati, sull’ultima, ritto, gli accompagnava il Dittatore. Si innoltrarono nel silenzio dello stretto e presto furono perdute di vista. Le navi da guerra borboniche erano state sino a sera incrociando là in faccia; alcune si erano poi andate a porre dietro il promontorio di Sicilia, in quell’ombra vaporosa che, di giorno, veduta di qui, mi pare un sogno sereno avuto da fanciullo. Ma due erano rimaste nel bel mezzo del canale. I nostri in folla alla riva, stettero coll’agonia di sentire fra momenti l’urlo dei compagni sommersi: o forse qua e là per lo stretto sarebbero scoppiati gli incendi delle navi nemiche. Ma verso le undici il forte di Scilla balenò, una cannonata destò tutti i campi delle due sponde; poi si intesero delle schioppettate là nell’oscurità lontana; dopo, un silenzio come quando è calato il coperchio d’una sepoltura.

* * *

Ora si sa quel che avvenne. A mezzo lo stretto, il Dittatore, accertato che le barche non avevano più nulla a temere delle navi borboniche, lasciò che andassero innanzi, designandone per guida una dalla vela latina. E tornò di qua. Su quelle barche navigavano Alberto Mario, Missori, Nullo, Curzio, Salomone, il fiore dei nostri con un dugento volontari scelti, comandati dal capitano Racchetti della brigata Sacchi; capo dell’impresa Musolino da Pizzo.

Due barcaiuoli che v’erano mi narrarono, e narrando tremavano ancora che quando si avvidero del passo cui i nostri si andavano a mettere, essi non volevano più remare. Ma costretti, piangendo, pregando Maria e i Santi, tirarono innanzi con quei demonii. Nel buio alcune barche si staccarono dal gruppo e si smarrirono verso Scilla. I napoletani dal Forte avendole scoperte tirarono quella maledetta cannonata, appunto mentre il resto della spedizione toccava il punto designato, vicino all’altro Forte di Torre Cavallo e sbarcava scale, corde, arnesi d’ogni fatta per darvi la scalata. Nacque un po’ di confusione; le barche pigliarono il largo veloci, lasciando i nostri sull’altra sponda, nelle tenebre, senza guide, e alle prese colle pattuglie napoletane uscite dal Forte.

* * *

La nostra brigata era venuta qui per essere trasportata in Calabria se l’operazione di ieri notte riusciva. Occupiamo il greto d’un torrente, allo sbocco d’una vallicella allegra e ben coltivata. Nessuno ha mosso una pietra; non si vedono quei lavoretti che fanno i soldati per accomodarsi il campo dove sanno d’aver a stare: tutti si tengono come uccelli sul ramo pronti a volar via.

Fiumara della Guardia, 10 agosto.

Fra noi e i trecento nostri, il mare, le navi, e i borbonici dell’altra sponda!

Sono là in faccia, su quella costa di monte in quel verde pallido, sopra Villa San Giovanni, ma lontani, in alto. Vediamo del fumo che cresce, si allarga, si fa fitto; si sentono le schioppettate sorde. S’indovina col cuore che i nostri assaliti si difendono, superbi di combattere, trecento al cospetto di tutti i reggimenti accampati di qua, da Messina al Faro!

* * *

Ebbi un lampo nell’anima. Il desiderio di questa Sicilia che mi tirava a sé da tanto tempo, empiendomi la fantasia di delizie e il core di pene misteriose; quella certezza che aveva di trovare nell’isola, non sapeva chi, ma qualcuno conosciuto, caro, un amico; tutto mi veniva dall’aver letto, anni sono, il Dottor Antonio di Giovanni Ruffini. Me ne sono avveduto dianzi udendo rammentare questo libro, che mi tenne sull’ali tanti giorni dopo che l’ebbi letto. E fui lì per inginocchiarmi sull’arena, a ringraziare a mani giunte lo scrittore che dall’Inghilterra rivelò all’Italia questa parte delle sue terre, questo popolo qual è, o qual sarà, non importa.

11 agosto.

Una sfilata d’ufficiali. Quel colonnello quadrato, che camminando tentenna la testa grigia come minacciasse qualcuno dinanzi a sé, è un inglese che colla carabina coglie dove vuole. Si chiama Peard. Non ha un comando, ma tiene sempre dietro al corpo più vicino al nemico. Porta i suoi cinquant’anni come noi i nostri venti, fa la guerra da invaghito, tira in campo come a una caccia di tigri, ed ama l’Italia. L’altro che gli somiglia un po’ è il maggiore Specchi. Artista e soldato, ha sparso del proprio sangue dovunque si è combattuto per la libertà, in Italia e fuori, Non è mai stato al fuoco che non abbia toccata una ferita. L’ultima l’ebbe a Milazzo. Il Dittatore gli vuol bene come a un fratello; perché hanno vissuto insieme pel mondo, dopo la caduta della Repubblica romana, adorando e sperando. Quello con gran barba, un po’ curvo, vestito di scuro, era De Flotte. Camminava a lato di Specchi, e come vecchi amici parlavano tra loro. De Flotte è una di quelle persone la vita delle quali si indovina alla mestizia serena, che hanno in tutto l’essere: e la fantasia vede la croce sotto il cui peso camminano stentando. Egli, rappresentante del popolo quando il colpo di Stato si gettò sopra Parigi, stette fino all’ultimo della resistenza, poi esulò. Credo che fosse ufficiale di marina. Qui non è che un uomo di buona volontà che rispose alla chiamata d’Italia come i Polacchi, gli Ungheresi, tutti i generosi d’altre patrie, che ci hanno portato le loro spade gloriose.

Vidi Nicola Fabrizi, una figura da Condottiero biblico. Se quest’uomo fosse comparso in un congresso di Re, a domandare giustizia per l’Italia, i Re si sarebbero alzati a riverire in lui il popolo che può dare un cittadino della sua sorte. Semplice, non mai accigliato, pare che spanda intorno un’aura di benevolenza; passa, e si vorrebbe mettersi a camminargli dietro, sicuri d’andar con lui a buona meta. Se un fanciullo gli si abbracciasse alle ginocchia in un momento che per Fabrizi fosse di vita o di morte, egli si chinerebbe a carezzarlo. Dai tempi di Ciro Menotti, va innanzi costui! Ha creduto, gli è cresciuta la fede ogni dì; non si è mai volto addietro; gli anni non gli han fatto cadere le penne, ed ebbe sempre certezza di vedere il gran giorno d’Italia. Ora che si comincia a sapere come il Dittatore poté lanciarsi a questa impresa, si sa che Fabrizi da Malta, Crispi e Bixio in Genova, gli hanno messo nella coscienza che l’Italia si deve farla in quest’anno o forse mai più.

* * *

Ho riveduto il maggiore Vincenzo Statella con un taglio di traverso nel naso, che rialza la fierezza impressa sulla sua faccia. Un ufficiale ungherese trottava da Torre del Faro, portando non so che ordini del Dittatore. A un certo segno si fermò a pié d’una batteria, chiedendo qualcosa a Statella che era lassù. Statella, o non badasse o non capisse, l’Ungherese gridò, Statella rispose stizzito. Quattro e quattr’otto, fu combinato lì per lì, di scambiare due colpi di sciabola; Statella ne toccò, l’Ungherese tirò avanti al suo destino.

Questo figlio di prìncipi, che ha il padre generale borbonico dei più vecchi e dei più devoti, capitò anelando a Palermo ad abbracciare il Dittatore, il suo vecchio capitano del 1849, venuto a liberargli l’isola. Chi l’avrebbe sognato? È di Siracusa. La sua nobiltà l’ha scritta in fronte; ma il suo coraggio!… Ne parleranno i lancieri borbonici potuti scampare a Milazzo da Missori e da lui.

15 agosto.

Il Veloce che nel 1848 era un legno da guerra della Rivoluzione siciliana, preso poi dai Borboni, fu ricondotto alla Rivoluzione da un Anguissola, e ribattezzato col nome di Tuköry. A Milazzo lavorò da buono; e l’altra notte il Piola, ufficiale della marina sarda, lo condusse a un’impresa che se riusciva!… Si voleva spingersi a Castellamare, impadronirsi del Monarca, vascello borbonico da ottanta cannoni, e a rimorchio menarlo qui, per piantarlo al Faro come una fortezza. Il Tuköry arrivò a Castellamare senza incontri. Era mezzanotte: il Monarca giganteggiava nero sull’acque. Pareva cosa fatta. Alcuni dei nostri bersaglieri del battaglione Bonnet, si calarono nelle lance per tagliare le gomene del Monarca; altri davano già la scalata; ma ecco l’allarme, le trombe, i tamburi, tutta la guarnigione di Castellamare corsa a far fuoco; e cannonate, e schioppettate a grandine. Fu forza rinunciare alla presa. Il comandante del Tuköry stimò inutile stare a farsi cogliere e si ritirò; ma lento come Ajace, a suo agio, lasciando i Napoletani a mitragliare le tenebre.

* * *

Spira un’aria di mistero che pare venga fuori da non so che antro. Non si è più visto il Dittatore da parecchi giorni, e chi dice che è via, chi vuole che se ne stia chiuso nella Torre del Faro. Come il Corrado di Byron, se ci fosse Gulnara!

* * *

Ho voluto dare una corsa fino a Giardini. Quella costa, quelle cittadette mi erano rimaste tanto nel cuore! Trovai per via molti amici della brigata Bixio, che tutti hanno ormai qualcosa di lui nel fare, nel dire, sin nella guardatura. Questo generale pare fatto per tempi come questi e per noi. Piglia la gente, la rimpasta, la rifà: con lui o fare, o rimanere spezzati in mezzo alla via. Uno sguardo, una parola; non basta? gli scatta via magari una sciabolata: e questa è la sola deformità del suo essere. Se ne lagnano tutti; ogni poco i suoi volontari vorrebbero abbandonarlo. È violento, è insopportabile! “Ebbene? Sotto chi preferireste servire? Sentiamo”. “Ma!… eh!… sotto Bixio!”. Infatti non ci sono in Italia trenta come lui. Se una palla lo toglie di mezzo, sarebbe come ad avere le nostre forze scemate a un tratto un bel poco: e se il Borbone avesse un ufficiale come Bixio, forse… ma no, non voglio scrivere questo pensiero. Dicono che Bosco vale lui? Eresia!

Bixio in pochi giorni ha lasciato mezzo il suo cuore a brani, su per i villaggi dell’Etna scoppiati a tumulti scellerati. Fu visto qua e là, apparizione terribile. A Bronte, divisione di beni, incendi, vendette, orgie da oscurare il sole, e per giunta viva a Garibaldi. Bixio piglia con sé un battaglione, due; a cavallo, in carrozza, su carri, arrivi chi arriverà lassù, ma via. Camminando era un incontro continuo di gente scampata alle stragi. Supplicavano, tendevano le mani a lui, agli ufficiali, qualcuno gridando: Oh non andate, ammazzeranno anche voi! Ma Bixio avanti per due giorni, coprendo la via de’ suoi che non ne potevano più, arriva con pochi: bastano alla vista di cose da cavarsi gli occhi per l’orrore! Case incendiate coi padroni dentro; gente sgozzata per le vie; nei seminari i giovanetti trucidati a pié del vecchio Rettore. “Caricateli alla baionetta!”. Quei feroci sono presi, legati, tanti che bisogna faticare per ridursi a sceglier i più tristi, un centinaio. Poi un proclama di Bixio è lanciato come lingua di fuoco: “Bronte colpevole di lesa umanità è dichiarato in istato d’assedio: consegna delle armi o morte: disciolti Municipio, Guardia Nazionale, tutto: imposta una tassa di guerra per ogni ora sin che l’ordine sia ristabilito”. E i rei sono giudicati da un Consiglio di guerra. Sei vanno a morte, fucilati nel dorso con l’avvocato Lombardi, un vecchio di sessant’anni, capo della tregenda infame. Fra gli esecutori della sentenza v’erano dei giovani dolci e gentili, medici, artisti in camicia rossa. Che dolore! Bixio assisteva cogli occhi pieni di lagrime.

Dopo Bronte, Randazzo, Castiglione, Regalbuto, Centorbi, ed altri villaggi lo videro, sentirono la stretta della sua mano possente, gli gridarono dietro: Belva! ma niuno osò più muoversi. Sia pur lontano quanto ci porterà la guerra, il terrore di rivederlo nella sua collera, che quando si desta prorompe da lui come un uragano, basterà a tenere quieta la gente dell’Etna. Se no, ecco quello che ha scritto: “Con noi poche parole; o voi restate tranquilli, o noi, in nome della giustizia e della patria nostra, vi struggiamo come nemici dell’umanità”.

Vive chi ricorda d’una sommossa avvenuta per quei paesi lassù, sono quarant’anni. Un generale Costa v’andò con tremila soldati e quattro cannoni, ma dové dare di volta senza aver fatto nulla.

E sul finire del secolo passato, il titolo di duca di Bronte, fu dato a Nelson. Bixio che titolo gli daremo? Non questo che fu di chi strozzò Caracciolo!

Messina, 18 agosto.

Il Dittatore non è più a Torre del Faro, né a Messina, né in Sicilia: si sente da tutti come qualcosa che sia venuto meno nell’aria, nella natura, in noi: ma nessuno osa dire né chiedere che sia stato di lui. Pare che ognuno temerebbe di sentirselo galoppare addosso gridando: “Tu che vuoi sapere?”,

Intanto s’odono dei discorsi cozzanti come sciabole. C’entra l’Imperatore di Francia, c’entra Vittorio Emanuele, e una lettera che si dice egli abbia scritta al Dittatore, per intimargli di astenersi d’ora in poi da qualunque passo contro il re di Napoli.

- Lustre per tener a bada l’Europa! dice uno.

- Scrivano e leggano, dice un altro, noi intanto una di queste notti passeremo lo Stretto.

Ma quelli che vorrebbero andare più alla lesta, dicono addirittura che Vittorio farebbe meglio a mandar Persano col Govèrnolo e colla Maria Adelaide, a piantarsi in mezzo al Canale per farci far largo.

20 agosto, mattino.

Cannonate laggiù in mare verso il Capo dell’Armi! Che poesia di nomi! Ma che sgomento pensar che ogni colpo spegne la vita a tanti, tra i quali può essere qualche amico che non vedremo mai più. Gente che viene da Catania dice che nella notte arrivarono a Giardini due vapori, che tutti quei di Bixio vi montarono, ma non sanno altro…

Bixio è in Calabria, Bixio! Col Dittatore! Dunque è ricomparso improvviso un’altra volta su la spiaggia nemica, quest’uomo che un po’ pare appena vivo, un po’ si trasforma arcangelo che spiega l’ali e rota la spada come un raggio di sole! Marsala e Melito, due nomi, due sbarchi; Garibaldi e Bixio due volte nello stesso cielo di gloria; e noi qui che si vorrebbe tutti gettarsi in mare e nuotando arrivar di là. Non ho mai sentito com’ora l’avidità fusa da Virgilio nell’ombre del sesto canto:

… Stavan pregando,
E le mani tendean pel gran desio
Dell’altra sponda….

E poiché tanto romanticismo portato da Garibaldi nell’arte della guerra, non fa dimenticare la gentilezza classica di Virgilio; io, immaginando la Corte di Napoli quale deve essere all’annunzio del Dittatore in Calabria, al rumor d’armi crescente, odo ancora la nota malinconica dell’Eneide che mescola di lutti diversi la reggia. Oh quella Regina, che pianti! Si capisce come il generale Bosco bello e prode, preso da tanto dolore si sia tutto votato ad essa dopo Milazzo. Ma Garibaldi indovino l’ha vincolato a non tornare in campo prima di sei mesi. E Francesco secondo perché non monta a cavallo e non viene a piantarsi ai passi di Monteleone? Eccolo! Perire là; o ricacciandoci, affogarci tutti in questo mare, che di notte o di giorno vogliam passare.

22 agosto 1860. Al Faro.

E ora mi pare di aver più profondo, più intero, anche il sentimento di quei versi del Manzoni: Dolente per sempre chi Dovrà dir sospirando: io non v’era! È un patimento, un dolore squisito, che non somiglia a nessun altro dolore. I nostri sono di là, hanno combattuto, e noi non c’eravamo!

O frate Calasanziano maestro mio; cosa fai, in questo momento, nella tua cella, donde, in quello scoppio del quarantotto che noi sentimmo appena da fanciulli, l’anima tua di trovatore si lanciò fuori ebra di patria? E quasi voleva andarsene dalla terra, quel giorno del quarantanove orrendo, quando dalla cattedra dicesti ai tuoi scolari: Fummo vinti a Novara!

Ci narravano i più grandi, che il padre maestro, dicendo così, era caduto sfinito: e noi mirandolo per i corridoi del collegio, rapido, sempre agitato, fronte alta, capelli bianchi all’aria, e l’occhio in un mondo ch’egli solo vedeva; ci sentivamo mancar le ginocchia e pensavamo a Sordello di cui, leggendoci Dante, ci voleva infondere la gentilezza, la forza e lo sdegno.

Fu lui, gran frate, che del cinquantatre ci lesse, nella scuola, l’ode: Soffermati sull’arida sponda. Non disse il nome dell’autore, ma promise il primo posto a chi lo avesse indovinato. Indovinammo tutti! Non avevamo già letto il Coro del Carmagnola?

Ora di quell’Ode mi torna l’ultima strofe e l’accento con cui il padre leggeva: Dovrà dir sospirando: io non v’era! E a lui, in questo momento, ritornano forse le immaginazioni di noi sette od otto suoi scolari che siam qui; forse ricorda come ci faceva raggiar di collera quando ci leggeva nel Colletta la morte del Caracciolo, o gli eccidi dei Napoletani del novantanove; forse dice che alle guerre di Sicilia ci preparò egli stesso.

25 d’agosto. Spiaggia del Faro.

A Bagnara, là in faccia, sulla sponda Calabrese, gran lutto. Ieri, mentre sbarcavano quelli del Cosenz, fucilati dai Napoletani del general Briganti, cadde morto La Flotte nella sua camicia rossa di colonnello garibaldino. Narrano che mentre s’imbarcavano qui al Faro, il maggiore Specchi volle dargli una rivoltella, e ch’egli sorridendo e ringraziando avrebbe voluto non accettarla; perché, disse, al primo colpo che avesse tirato contro un uomo, un altro avrebbe ucciso lui. Dunque voleva andar tra i nemici come il vecchio eroe dell’Henriade, che si cacciava nella mischia, sempre esposto a morire senza ammazzare mai? – La Flotte morì. Ma il Dittatore lo fa vivere per la gloria della Francia e dell’umanità, gridandolo nell’ordine del giorno con parole che valgono ben più d’ogni vita.

Dormirà La Flotte nella poetica terra di Calabria, che tanto ora è sua più che nostra: lo nomineremo noi, tutta la guerra, perché dicono che da lui sarà chiamata la compagnia di quei dugencinquanta francesi, venuti a portarci il fiore del loro coraggio.

26 d’agosto.

A segno di stella.

Il campo era così. Giù nelle bassure, e sulla riva del mare la brigata del general Briganti; su in alto come spettatori sulle gradinate d’un teatro antico, i nostri. Ma se i Napoletani non si arrenderanno, tutta quella nostra gente rovinerà loro addosso e li affogherà nel mare. Si aspetta; è notte, Garibaldi li vuole prima dell’alba; e agli avamposti.

- Tenente, avete orologio?

- Generale, no.

- Non fa nulla! Coricatevi qui, così: guardate quella stella, quella più lucente, là: e guardate anche quell’albero. Quando la punta di esso vi nasconderà la stella, saranno le due. Allora su, e all’armi!

Così, con la semplicità d’un Re pastore, con l’eleganza d’un eroe Senofonteo, meglio ancora! così come egli stesso nelle foreste vergini Riograndesi de’ suoi giovani anni, Garibaldi diede l’ora a segno di stella.

Ma d’assalto non ce ne fu bisogno. Dicono che il general Briganti si vide col Dittatore, e che patteggiò la sospensione dell’armi. Me l’hanno descritto. Che spettacolo tutta quella brigata ridotta a nulla, quei soldati mandati sciolti! Non li vidi, ne godo; devono essere cose da rompere il cuore.

27 d’agosto.

Altre nuove! Pare il marzo, quando i ghiacci si rompono, e vanno via a grandi pezzi portati dalla corrente. Il generale Melendez, con un’altra brigata, circondato dai nostri, la sciolse e se n’andò. I comandanti borbonici si lavano le mani di tutto l’uno su l’altro, da grado a grado; non c’è più disciplina, tutto si squaglia. Gli è che la Reggia e piena d’imbelli; e la Rivoluzione avvolse l’esercito come di un’aria che non si può respirare.

Ma si dice che, ier l’altro, il general Briganti se ne andava solo soletto a cavallo, verso chi sa dove, per far chi sa che cosa, e che arrivato a Mileto si imbatté nel quindicesimo reggimento napoletano, accampato, tra gli urli: Al traditore! Allora egli smontò e, a piedi, si avanzò in mezzo ai soldati. La sua maestà di vecchio e la calma del volto potevano vincere; ma un tamburo maggiore gli si avventò con una puntata del suo bastone, e lo passò fuori fuori a morte. Altri dicono che fu ucciso con una schioppettata a bruciapelo.

Quando traverseremo quella campagna tragica, mi parrà che l’aria tremi ancora del truce fatto. Tutte tragiche queste rupi della Calabria! Là presso devono essere stati uccisi i Romeo; non lontano di là dev’essere il passo dell’Angitola dove, nel quarantotto, caddero i Calabresi e la gente dei Musolino. Passo passo c’è tutta la storia dei francesi di re Giuseppe e di re Gioacchino…; e non sorge re Gioacchino stesso, tragica ombra su quel Pizzo laggiù?

Ma di quel povero general Briganti non me ne posso dar pace! Ho inteso dire che in Palermo, quel giorno che Garibaldi c’entrò da Porta Termini, egli comandava nel forte di Castellamare, e che non sapeva risolversi a dar l’ordine di bombardare la città. Sussurrano pure che allora, tra gli ufficiali, ci avesse un figlio, ma di tutt’altro cuore. Che misteri sotto le tuniche dei soldati, quando sul trono v’è Nerone o Augustolo, e di mezzo fra trono e soldati c’è la patria che geme!

Marcia trionfale verso Napoli

30 d’agosto.

Viaggiamo sul Carmel, vapore postale francese che viene dai porti della Siria, e ci pigliò a Messina, un centinaio, quasi tutti feriti o malati che se ne vanno a casa un po’ di giorni. C’è il Medici di Bergamo, furioso per nostalgia, che vorrebbe uccidere il Comandante, perché gli pare che il vapore non voli come bramerebbe lui. Sul castello di poppa vi sono delle signore che ci fanno un’aria di primavera soave. Bellissime due giovinette catanesi che paiono fatte di sogni.

Tutta gente felice, tranne quella bella donna francese, alta grigia, che forse avrà quarant’anni. Dice un capitano di fanteria francese ch’essa fu nella Siria, donde torna anche lui, e che vi fu a cercar il sepolcro di un suo figliuolo, sottotenente, che vi morì. Il capitano parla dei cristiani del Libano e delle armi di Francia laggiù: par sin che gli dolga della nostra guerra, perché non lascia badare alle cose di quella parte così bella e così poetica della terra. Ma quei di Calabria e di tutto il Regno non sono cristiani che gemono peggio che sotto i Turchi?

Nel porto di Napoli, 31 d’agosto.

Il cielo, il golfo, l’isola, il Vesuvio che esulta nell’azzurro ardente, e tutta la campagna che si ammanta di colori fini, sempre più fini, via via sin laggiù dove sfuma nell’aria; nulla, sa nulla di quel che avviene? Ma! l’immensa città che sgomenta a vederla, bolle di passione che si indovina. Quella è la Reggia. Dunque da quei balconi, mostrando loro i galeotti nel bagno, Ferdinando secondo diceva ai figli suoi che quelle catene erano l’alfabeto dei giovani prìncipi?

Lontano, lungo una via a mare, si vede una colonna di soldati che vanno, vanno, vanno. Chi sa cosa sarà di loro tra pochi giorni? Guardo il mare qui attorno. Forse il Carmel galleggia nel punto dove, improvviso, venne su dall’acqua il cadavere del Caracciolo, son sessant’anni. Tra questi vecchi barcaroli che vengono intorno al Carmel, vi potrebbe essere chi lo vide: eppure a noi il fatto dà un senso di antichità buia buia. Le barche della polizia ci rondeggiano intorno, ma dei signori napoletani son venuti a bordo lo stesso, e si son lasciati vedere a parlare con noi. Garibaldi, Garibaldi; è il loro spasimato desiderio, la loro agonia. Quando verrà?

Un signore nostro compagno di viaggio che fece un giro per la città, torna e dice che vi si parla d’una gran cosa avvenuta in Calabria. A Soveria Mannelli, Garibaldi avrebbe fatto deporre le armi ai quindicimila soldati del general Ghio! Ma allora che farà il re di Napoli? Si stenta a non lasciarsi prendere da un certo sentimento di compassione.

Salpando da Civitavecchia, lo settembre 1860.

Il capitano Lavarello, vecchio lupo di mare, livornese, ci chiamò in disparte e ci disse una bella cosa. “Ecco là. Quella goletta da guerra pontificia è l’Immacolata. Chi ci sta a un bel colpo da corsari? Tutti? Allora si aspetta un altro poco, si dice a tutti questi garibaldini di badare a noi, si salta sul Comandante del Carmel e sui suoi, si mettono giù sotto coperta senza toccar loro un capello, ma chi si muove guai! Un po’ di voi si calano dal vapore con una gomena, balzano sulla goletta del papa, spazzano nella stiva quei pochi mozzi che vi sono sopra, poi si legano a noi, io prendo il comando del Carmel e a tutto vapore rimorchio via l’Immacolata. Quando ne avranno accese le macchine, vi monto su io, lasciamo che il Carmel se ne vada al suo destino, e noi navighiamo verso la Calabria, a far della goletta un presente a Garibaldi”.

Pareva cosa fatta. E si pregustava già non so che gioia, come a leggere Byron. Chi sa che strida le signore, chi sa il capitano francese che abbiam con noi, e il soldato francese che era là in sentinella sulla punta del molo! E poi chi sa che fuga giù pel mare, e che pericoli, e che misteri! Ma a un tratto il Carmel si mise a salpar l’àncora e addio. Mentre ci allontaniamo, guardo laggiù i monti del Lazio. Da quest’acque, Garibaldi giovinetto pensò la prima volta a Roma.

Napoli, 14 settembre 1860.

Dieci o dodici giorni sono, quando vidi Napoli dal porto, mi sarei lanciato giù dal Carmel per arrivarvi a nuoto. Ora che ci sono, non mi par più… Forse è stordimento. Grande, immensa, varia da perdervisi, e fastosa fin nello sfoggio della miseria. Non vidi mai sudiciume portato in mostra così! Ho dato una corsa pei quartieri poveri; c’è qualcosa che dà al cervello come a traversare un padule. La gente vi brulica, bisogna farsi piccini per passare, e si vien via assordati. Ma su tutte quelle faccie si vede l’effusione di un’anima che si è destata e aspetta… Chi sa cosa vogliono, cosa sperano, chi sa? E se una notte si scatenassero, a furia, urlando Viva chi sa che Santo, che sarebbe di noi, che cosa del Dittatore? Eppure egli se ne sta sicuro nel palazzo d’Angri. Dubitosi siam noi piccini e di poca fede: egli ne ha da movere le montagne, e si sente dentro l’anima di tutto il popolo. Forse che non fece tutto quello che volle? E cosa avremmo potuto noi poche migliaia se alla testa non avessimo avuto lui? E messi tutti in un solo con tutte le loro virtù, avrebbero potuto quel che egli poté tutti i generali d’Italia? Bisognava il suo cuore, e forse quella sua testa, quella sua faccia che fa pensare a Mosè, a un Gesù guerriero, a Carlomagno. E chi lo vede è vinto.

14 settembre. Nei Granili di Napoli.

Ritrovo la mia brigata. Nulla, nulla! Il senso che dà questo sentirsi assorbito nella vita d’un gran corpo di giovinezza, d’amore e valore, non c’è nulla che lo possa dare! Li ho riveduti tutti! Catanzaro, Tiriolo, Soveria, Rogliano, Cosenza, la brigata Eber camminò per tutto quel tratto della Calabria, tenda il cielo, letto la terra, ma senza tirare una schioppettata. Mi descrive tutto Daniele Piccinini, il più bel capitano della brigata.

A Cosenza si trovarono quasi tutti i Corpi delle nostre Divisioni, a un tempo, come se ci si fossero data la posta. Fu un pensiero di Bixio? Schierate sul terreno, dove sedici anni

sono caddero fucilati i Bandiera, le Divisioni fecero una commemorazione eroica. Bixio incendiò l’aria così: “Soldati della rivoluzione italiana, soldati della rivoluzione europea; noi che non ci scopriamo se non dinanzi a Dio, ci inchiniamo alla tomba dei Bandiera che sono i nostri Santi!”. – E le Divisioni ascoltavano mute il discorso breve, vibrato e tempestoso come il mare su cui Bixio visse mezza la vita. Dice Piccinini che se ad ognuno fosse stato detto: Vorresti essere uno di quei morti? ognuno avrebbe risposto che sì, che sì. Perché Bixio li fece passar vivi e trionfanti dinanzi a tutti, sì che la loro morte parve più bella delle nostre vittorie. Certo il martirio ha molto più di divino che il trionfo.

E mentre la cerimonia si compiva nel Vallo di Crati, il Dittatore entrava in Napoli quasi solo, salutato dalle milizie lasciate qui da Francesco secondo; acclamato da un popolo che dev’essere parso quello di Gerusalemme il dì delle Palme. Cose da dar le vertigini, da far allungar la mano per pigliar la corona. Ma Garibaldi passò, sorrise, e alla Reggia non diede nemmeno uno sguardo.

Napoli, 15 settembre.

Per Caserta, a furia! Ieri i regi uscirono di Capua… chi sa? Si sente che da Capua a qui c’è un passo, e di mezzo quasi nulla, poche camicie rosse. Cosa sarebbe un improvviso ritorno. Ruffo, Fra Diavolo, l’orgia del novantanove!

Caserta, 15 settembre.

Quella dei borbonici di ieri non fu che una ricognizione, ma grossa. Gli ungheresi della legione, dove si piantano, nessuno li può muovere più. Ebbe un bel caricarli, la cavalleria napoletana; si ruppe contro i loro gruppi come onda contro gli scogli. Allora venne avanti la fanteria. Ma i bersaglieri del Tanara con quei del Corrao le si avventarono alla baionetta, e via, via, la fecero voltare, dandole poi dietro quasi fin sotto le mura della cittadella. A tornare fu un guaio. L’artiglieria dei bastioni li fulminava.

* * *

Bravissimo e mite il generale Türr! Non si crederebbe a mirare quella sua faccia fiera. Egli a soffocare le reazioni, poco o punto sangue. Non ne versò in Avellino, non in Ariano, dove fu quasi solo e mise la pace. Ieri l’altro spacciò il maggior Cattabene a Marcianise, grosso borgo poco lontano di qui, dov’era scoppiata la reazione al vecchio grido borbonico di Viva Maria! – Cattabene è tornato, dopo aver quetato tutto, con due soli morti di quattordici che n’aveva condannati. “Ma vogliamo tutti morti, anche gli altri dodici!” grida la gente di Marcianise, e viene una deputazione a domandar a Türr questa grazia. No, no, dice Türr, perdóno, oblìo, concordia: noi non siamo qui per le vostre piccole vendette.

* * *

16 settembre.

Non venisse a saperlo nemmeno l’aria! Garibaldi parte per la Sicilia, chi sa che cosa avviene colà? Ma chi sa cosa potrebbe accadere qui, se i borbonici di Capua venissero a sapere ch’egli non c’è?

20 settembre.

Ieri grande dimostrazione contro Capua, dicono per dar agio ad altri nostri di prendere Caiazzo che è una grossa terra di là dal Volturno. Dicono ancora che fu per conoscere una buona volta tutto il nemico, quanto n’è rimasto fedele al Re fuggitivo. Ma si sprecò del gran sangue! Troppo ardore negli ufficiali, troppo nei soldati.

Si cominciò dall’estrema sinistra, poi fu l’inferno su tutta la linea. Noi d’Eber, sulla via di Sant’Angelo, fummo i meno combattuti. Ma abbiamo ben visto cacciatori e fanteria e artiglieria volerci venir addosso, se una parte dei nostri, con due cannoni, non cominciava. Il loro fuoco fu così ben diretto e nutrito che quella colonna, non osando avanzarsi, ripiegò. Allora fu inseguita, e i cannoni furono tratti fino in faccia alla fortezza. Là, sfidando quaranta pezzi, fecero fuoco fin che vi fu un artigliere in piedi; poi come si vide che i cacciatori volevano venirseli a pigliare, corsero i bersaglieri della brigata Milano e li trasportarono in salvo.

Appunto in quel momento s’udì gridare dalla nostra destra: Egli è qui, egli viene, il Dittatore, il Generale! – E apparve dalla parte di Sant’Angelo Garibaldi bello e raggiante. Noi sotto i suoi occhi, fummo fatti piegar a sinistra, per rintuzzare un nuovo assalto di borbonici usciti freschi da Capua. Piombammo sul fianco di quella colonna, una cosa che mi parve un lampo, e quella sparì. Ma ne caddero dei nostri! Il capitano Marani di Adria giaceva là tra gli altri con un braccio spezzato; bel biondo, chi sa come rimarrà mutilato!

Ora si dicono le glorie dei morti. Non conobbi il colonnello Puppi, che fu sventrato dalla mitraglia quasi sulla porta di Capua. Mi piglia una gran tristezza, mi par quasi un torto di non averlo visto mai.

E il povero capitano Blanc da Belluno? Lasciò il suo grado d’ufficiale dei Granatieri e se ne venne a perder qui una gamba. Ma Cozzo, Narciso Cozzo, quel barone palermitano, che pareva un gentiluomo degli Altavilla rimasto vivo per saggio della stirpe. Ebbene, cadde di palla tra i Carabinieri genovesi, quei gloriosi veliti che si son fatti un obbligo di essere sempre primi.

28 settembre.

Da cinque giorni, ogni mattina, ci si mette sotto l’armi, e ci stiamo dell’ore. Così s’esercita il cuore. Perché è una gran prova quella di prepararsi a morire, e poi no, sentir dire che non è ancor tempo, tornarsene e pensare: sarà per domani. Ma qualcosa di tragico si avvicina. C’è nell’aria un gran gonfiore di tempesta. L’ordine del giorno di alcune sere sono, parlava vagamente di assalti serii, e diceva dei se mai che facevano tremar le viscere. Non di paura, no, di sgomento patriottico. Se mai concentrarsi tutti a Maddaloni. E poi? Poi, verrebbe a dire che tutto sarebbe perduto, e che là si dovrebbe finir tutti.

30 settembre. Sera. Quartiere di Falciano presso Caserta.

Il cannone di Capua si è fatto sentire tutto questo pomeriggio; ora con l’avemaria tace. Non v’è più dubbio; i napoletani usciranno e saranno molti. I loro scorridori tentano qua e là i nostri lungo tutta la linea del Volturno, e stamane si provarono a passarlo alla scafa di Triflisco. Ma quei di Spangaro li hanno respinti.

So che il Generale è stato da Bixio, qua oltre, nella gola di Maddaloni: so che si son detti delle parole solenni e che Bixio sentì Leonida in sé. “Fin che sarò vivo, nessuno passerà!”. Lo disse, e sarà Vangelo.

1° ottobre, 3 antimeridiane.

Che malinconia dopo il primo sussulto del cuore! Un galoppo, una Guida: Colonnello Bassini! Colonnello Cossovich! E poi le trombe. Come è rauca quella della guardia, e di malaugurio! Ma questa che si mette a suonar la sveglia nel nostro cortile, con trilli di allodola montanina, questa è di Viscovo, e sveglierebbe i morti. Egli sa mettere l’anima sua nel suo strumento, e quando l’ha imboccato, egli non c’è più, se ne va tutto in note. Pare che dica: Morire, morir così! Povero trovatello, raccolto da noi sulla gran via della patria, non so in qual punto della Sicilia, venne con quell’ombra di corpicciuolo a sedici anni; ma cosa, cosa venne cercando? Più che la morte no. Tale dove essere nel pensiero di Virgilio Miseno l’eolide, di cui niuno fu più potente a spingere colla tromba i prodi.

La battaglia del Volturno

1° ottobre. Caserta. Nella piazza del Palazzo Reale.

Eccoci qui di riserva, quasi tutta la Divisione Türr. La battaglia infuria, su d’una tratta, che a segnarla ci vuole tutto il gesto del braccio largo quanto si può farlo. Noi qui non si muore ancora, ma si provano delle angoscie come a essere nel Limbo. Veggo delle faccie d’un pallore mortale, ne veggo d’allegre, di pensose, di fatue; chi sa come è la mia?

In un canto della piazza v’è un battaglione di Savoia, ora brigata Re. I soldati stanno sotto le tende, e gli ufficiali si aggirano intorno ad esse, forse temendo che qualcuno ne sgusci via e venga con noi. Ma ci guardano, e c’invidiano: noi da un momento all’altro possiam essere chiamati, essi no. No? Ma allora cosa ci son venuti a fare? Vedo un capitano, Savoiardo vero, certamente ancor di quelli del quarantotto. Volge verso noi i suoi occhi chiari, nei quali par la visione dei suoi compatriotti passati alla Francia. Forse gli piange il cuore, perché pensa che erano dei migliori; e che alla guerra quando si griderà: Savoia! Savoia non vi sarà più.

* * *

Ed ecco un altro capitano dell’esercito di Vittorio, ma dell’artiglieria. Giovane quanto me e già capitano, io lo credeva uno dei nostri, di quei vanesii che per pompa si fanno far la divisa. Ma dietro lui venivano stretti degli artiglieri, proprio di quei di lassù, qualcuno colla medaglia della Crimea. Vengono da Napoli, vanno in cerca di Garibaldi, vogliono darsi col loro capitano che si chiama Savio, nobile piemontese. – “Cosa ci vengono a fare? – ha detto un ufficiale dei nostri: – poi vorranno aver fatto tutto loro, aver gli onori e tutto…?” – “Ahi, amico, diamo loro dei cannoni e poi lasciali andare… Vedrai che Garibaldi non dirà come te”.

Una carrozza da Santa Maria, una donna dentro, viso di fuoco. capelli di fuoco, gesti di fuoco, e un angelo, e una Furia, che cos’è? Parla con un colonnello ungherese, si mette le mani alle tempie, deve dire cose orrende; o che i feriti e i morti sono già a centinaia, o che di Capua vien fuori la nostra rovina. Ohimè! perché non è italiana? Si chiama Miss White, è moglie del Mario, uno dei nostri migliori, forse la più bella testa che possa essere spezzata oggi da un misera palla di soldato ignorante.

* * *

E da Maddaloni una Guida volando… “Dov’è, dov’è il generale Türr”. Bixio domanda aiuto! – Aiuto Bixio? Dunque dev’essere agli estremi. O sole che vedesti tante cose orrende nel mondo, o Dio, non lasciate perir l’Italia, oggi… qui…

* * *

Primo battaglione, prima e seconda compagnia, pigliate l’armi, fianco destr, via. Tocca a noi. Portiamo a Bixio questi quattro petti; sgriccioli che andiamo in aiuto dell’avvoltoio.

1° ottobre. Ore 2 pom.

E poi venimmo salendo il monte, volgendoci sgomenti a guardare dietro di noi Caserta, e più lontano Santa Maria e la campagna, tutto fumo e scompiglio. Dal di là dei monti Tifatini venivano dei rimbombi che parevano echi ed erano battaglia. E ben presto, sul versante opposto a quello per cui salivamo, avremmo scoperto il campo di Bixio. Al tuonar dei cannoni pareva ch’egli indietreggiasse. Ma arrivati alfine in cima, allora che vista! Giù giù per i pendii a sinistra, sul gran ponte, sotto ed oltre, un formicolìo di rosso fra nembi di fumo e delle grida che parevano di centomila. Più basso delle tinte nere che s’allontanavano; borbonici vinti, passi amari di fuga. Nello stradone, fuor del tiro dei nostri più avanzati, stava serrato un grosso squadrone di cavalli; due cannoni da lontano lanciavano ancora delle granate qua e là, contro di noi; tiri da Parti.

Bixio tornava indietro e il suo sguardo diceva: Vittoria! – Cosa siete voi? – domandò al Capitano Novaria. E Novaria: – Gente della brigata Eber. – Correte per di là su Valle, e fate presto: mettetevi agli ordini del colonnello Dezza.

1° ottobre. 3 pomeridiane.

La mia dolce terra delle Langhe, quasi sconosciuta all’Italia, l’ho sentita, vista, goduta un momento, qui, così lontano, su questi greppi di Monte Calvo.

Passavo attraverso quelle vepraie lassù, per quel sentieruolo dove non passò forse mai persona buona ad altro che a patire, sudare e pregare. E mi saltò fuori come di sottoterra un ufficiale tutto sanguinante in faccia e lacero la camicia, con un mozzicone di sciabola in mano. Mi chiamò: O tu, dove vai? – Alla mia compagnia sopra Valle. – E da dove vieni? – Dal quartier generale. – E Bixio? – Trionfa! – Con queste e poche altre parole, mi parve di parlare con uno delle mie parti. – E tu, chi sei? domandai già pieno di gioia per quell’incontro con un mio compatriota, in camicia rossa: – Io sono Sclavo di Lesegno. – Ed io il tale. – E allora ci abbracciammo, ci baciammo. Non ho mai compreso il paese natio come in quel momento. Le nostre Bormide, il nostro Tanaro, le nostre belle montagne, quei borghi, quelle terricciole, dove c’è della gente così modesta, buona, contenta di poco, e semplice! Poi mi narrò come si trovasse là, così solo e maltrattato. Poche ore prima, in uno degli ultimi assalti, rimasto in mano dei Bavaresi, questi se lo trascinavano via caricandolo di oltraggi; ma gli era riuscito di liberarsi, e se ne tornava a quel modo per imbattersi in me suo paesano. Eppure forse non gli passò per la mente che io potrò dir le sue lodi, nelle nostre vallate.

Verso sera.

Si principia ad aver delle notizie, ma vaghe. Non si ode più il cannone. A Santa Maria, a Sant’Angelo, a San Leucio, su tutta la linea, vittoria, dopo dieci ore di battaglia. Qua, a sinistra, tra quelle gole di Castel Morrone, il maggior Bronzetti, con un mezzo battaglione, tenne la stretta contro i borbonici, sei volte più numerosi dei suoi. Morì, morirono, ma il nemico non poté passare. – Ora come si devono sentire uomini quelli che hanno fatto tanto, e si mettono a giacere per un po’ di riposo! Ma chi sa dove sono andate l’anime dei nostri morti? Come si farebbe a credere che esse non siano più, più, assolutamente più? Vero è che sul campo la morte non par nemmeno morte! – Qui è proprio un trapasso.

Sopra Valle. 2 ottobre. Mattino.

“Ma finita la battaglia, allora avresti veduto quanta audacia e quanta forza d’animo…”. A chi faremo l’onore delle parole di Sallustio? Ci sono dei Bavaresi saliti a morire fin sulla vetta di Monte Caro, in mezzo ai nostri; vi sono dei garibaldini che rovinarono, inseguendo a farsi ammazzare, fin quasi laggiù alle case di Valle. Questi morti bavaresi che giacciono nelle loro divise grigie, sono ancora pieni di ferocia nelle faccie mute. Omaccioni quadrati, non più giovanissimi, alcuni con delle grinze. Le loro fiaschette, chi le tocca, sono ancora mezze d’acquavite. Dovevano aver mangiato e bevuto bene, poche ore prima di venir alla battaglia, contro i nostri quasi digiuni. Lassù, proprio sul cocuzzolo di Monte Caro, un d’essi trovò un piccolo recinto, fatto d’un muricciuolo a secco, forse per gioco, da pastorelli. Egli vi si mise dentro e non ci fu più verso a scacciarlo, neppur quando, fuggiti i suoi, rimase solo. Lo dovettero finire come una belva in rabbia, perché di là dentro avventava baionettate tremende. Nel suo libretto si trovò che egli si chiamava Stolz, di non so qual paesello della Baviera. Chi sa? Egli si sarà creduto di salvare, su quel cocuzzolo eccelso, il trono della bella Sofia, figlia dei suoi Re, venuta dal suo paese a regnar qui nella dolce terra d’Italia. Tranquillo com’uno che ha compito tutti i suoi doveri, ora giace sulla parte del cuore e par che dorma, o guati di sottecchi e ascolti. A vederlo c’è una processione. Ebbene, è ancora una gran fortuna finir così, piuttosto che di vecchiaia in un letto, forse sulla paglia, dopo aver fatto patir chi sa quanti! E piace vedere che tutti lo guardano con rispetto, dolendosi soltanto di tanto valore sprecato.

Ma stanotte, in sentinella a quattro passi dal morto, un siciliano di Bivona, quasi fanciullo ancora, nobile di non so che grado, chiamava ogni tanto: Caporale! faceva una voce che pareva gli uscisse dal recesso di tutti i dolori. E il caporale correva. Cos’era? Nulla. Ma un’ultima volta il caporale comprese, perché il giovinetto tremava e guardava quel morto là a quattro passi. – “Ah! Hai paura di lui?” – “Caporale, sì!”.

Fantasia!

* * *

Ieri visitai ad uno ad uno i piccolissimi altipiani che si digradano giù pel monte, dove un centinaio e mezzo d’uomini del Boldrini contesero il passo ai due battaglioni di Bavaresi che assalivano da Valle. E li trattennero tanto che poterono arrivare, ma un pugno, quei di Menotti. Non bastavano. Boldrini era ferito, feriti e morti molti ufficiali; dunque si doveva perdere una posizione così forte? Avanti, Menotti, avanti Taddei! Colonnello Dezza, guai se il nemico spunta quest’ala. Si caccia tra Villa Gualtieri e Caserta, in un’ora è nel piano, e getta per tutta la Terra di Lavoro il grido della riscossa borbonica, alle spalle dei nostri che combattono sul Volturno, e in faccia a Napoli che da lungi aspetta… Chi sa? Oggi può rimorir l’Italia!

Che gloria di picciotti, in quel momento! Due mesi fa erano riottosi a imbarcarsi pel continente: pareva che non avessero idea d’altra Italia, fuori del triangolo della loro isola: ma marciando per la Calabria trovarono i loro cuori, qui si son fatti ammirare. Caricarono come veterani!

Giù sugli altipiani, tra i pochi alberi tristi che non possono sbozzacchire in queste sassaie, quante camicie rosse che non si mossero più! Ne contai una ventina qua e là, qualcuno si riconosceva ai tratti mezzo moreschi, per volontario del Vallo di Mazzara, dove Bixio passò e raccolse gente. Ma vi sono delle testine bionde di settentrionali che paiono di fanciulle. Mi fermai vicino a un morto che avrà avuto sedici anni, e parlando per lui e per me, gli dissi delle cose che se le sapessi scrivere sarebbero un capolavoro. Dalla bisaccia gli usciva un pezzo di biscotto.

Odo dire che i perduti furono molti, e che gli ufficiali, tra feriti e morti, passarono la ventina, solo qui, su così poco spazio, e con sì pochi soldati. O allora a Villa Gualtieri, al Ponte, al Molino, e via poi sulla lunghissima linea, sino all’ultima sinistra nostra, fronte di tante miglia, curva strana così che Maddaloni è l’estrema destra e insieme stava alle spalle di quei che combattevano sul Volturno? – Quando se ne saprà il numero vero sarà un pianto.

2 ottobre verso le 11 antim.

Gran caccia da Re, veduta da questo cocuzzolo di Monte Caro! Un nugolo di borbonici, forse quelli che ieri dovettero passare sul petto di Bronzetti, si vanno aggirando di qua e di là, di su di giù, per quelle alture di Caserta Vecchia, e pare che non sappiano dove andare a dar del capo. Ma da tutte le parti spunta il rosso dei nostri e fa cerchio. Quelli si raccolgono, forse vogliono piantarsi e difendersi tra quelle rovine che danno al paesaggio quel tono lamentoso di grandezza morta e di desiderio. Cosa valgono quelle schioppettate? Tra momenti ci arriva anche Bixio. Se ne vede di qui la fila lunga su pel monte, e la testa tocca già l’altipiano. Partendo di qui disse ai suoi: Non mangerete finché coloro là non saran presi. – Pare che i borbonici si siano accorti di lui: c’è un poco di scompiglio… un loro cavallo parte; corre, torna; ora hanno la via rotta anche alle spalle. Si movono, vanno verso Sant’Angelo: retrocedono… ora discendono verso Caserta nuova; no, rimontano… Bandiera bianca! Che senso quest’urlo che riempie tutta l’aria colà! Pare un fremito della terra, tutto si muove… i nostri corrono da tutte le parti… Un gran silenzio…

Si sono arresi!

3 ottobre.

Aspetta e aspetta, i vinti di ieri l’altro non son più tornati. Così avessimo avuto della cavalleria da lanciar sulle lor code, che si poteva farlo senza crudeltà. Erano tutti stranieri del soldo. Ma quei di ieri presi a Caserta Vecchia erano italiani, proprio della colonna che s’azzuffò con Bronzetti a Castelmorrone e non potè passare. Guai se riusciva!

4 ottobre.

Ieri Telesforo che vive divorando tutto con l’anima, forse perché sente d’aver la morte dentro, venne da Santa Maria a trovarmi qui e mi disse: – Vieni? – Dove? – A veder cosa c’è in co del ponte presso a Benevento. – Andiamo pure.

Era quasi notte. Discesi da Monte Caro, passammo per quella bicocca di Valle, dieci casacce che parevano vecchie cenciose. Ma ieri l’altro, mentre i borbonici venivano alla battaglia, le donne di quelle case urlavano dalle finestre come Furie: Viva lo Re, e morte… si sa, a noi. Dice che si udivano sin da mezzo il monte, e che le loro grida facevano più senso che l’avanzarsi dei battaglioni.

Via per la strada grande andammo, andammo, andammo. Ma insomma dov’è questo ponte? Sempre un po’ fanciulli, si crede che tutto sia lì a due passi; ma Benevento era molto lontano. Non incontrammo anima viva; solo a tratti, nei campi lungo la via, si vedevano dei morti, forse soldati feriti ieri l’altro, poi spirati tra via e gettati dai carri.

Il ponte non si trovava. – “Pure andando ancora, più qua, più là si dovrebbe udir l’acqua… Vorrei vederla passare, al lume delle stelle, sentir il ponte sotto i nostri piedi, lasciar cadere una pietra dalla spalletta di esso, e immaginarmi d’essere un soldato angioino, e che là sotto giacesse Manfredi. Per me l’antico, quel che non è più è tutto. Quello che vive è nulla. Io stesso mi sento nulla; e se Garibaldi non fosse un’antichità non lo avrei seguito”. – Così diceva Telesforo e m’attristava.

In quel momento udimmo un trotto di cavalli che venivano dal Volturno. Ci siamo! Saranno scopritori borbonici, discendiamo nei campi. Passarono veloci tre cavalieri, e allora venne anche a me il soffio dell’antichità. Mi corsero per la mente quelli mandati da Carlo d’Angiò, sulle peste di Manfredi, creduto fuggitivo dalla battaglia: ma i vivi erano delle nostre Guide, gioventù ardita, fin temeraria. Andarono parlando allegramente lombardo. E noi, tornati sulla strada, tirammo avanti ancora un bel tratto fantasticando. – “Manfredi? Carlo d’Angiò? – seguitava Telesforo. – Il Re d’ora sì, è un Re da fuga! Ieri l’altro Francesco era in mezzo al suoi trentamila soldati: poteva mettersi alla testa di un migliaio di cavalli, tentar un punto della nostra linea, rompere, passare, galoppare a Napoli, trionfarvi! O così, o rimaner ammazzato, passato fuor fuori da uno dei più valorosi nostri, per esempio da Nullo. Non seppe fare né l’una né l’altra cosa, e così è finito. Quanto a Carlo d’Angiò, ora viene Vittorio Emanuele. Seicento anni tra loro: e invece d’un Papa che dica: Va, pigliati il Regno; v’è Garibaldi che dice: Venite! Vorrei vederli quando s’incontreranno Dittatore e Re”.

Tornammo ragionando come due frati; ma ogni tanto Telesforo tossiva e diceva d’aver freddo. Con quel suo mantelluccio si stringeva le spalle, e se ne teneva i lembi nelle mani sul petto. Quando ci trovammo tra le nostre sentinelle pareva già l’alba. Dei focherelli morivano su pei greppi di Monte Caro e della Villa Gualtieri; le camicie rosse nel grigio delle sassaie, nel verde ferrigno degli olivi mettevano un rilievo, una vita, quasi dei sentimenti. Sul ponte del Vanvitelli passavano delle file rosse, quete quete allora, andando forse a cambiar le guardie; ma lassù a un certo momento della battaglia s’erano incontrati i bavaresi e i nostri e da quell’altezza n’eran caduti. Dio! fa raccapriccio dirlo. E pensare che ieri l’altro, a quell’ora, il mio caro Traverso si svegliava baldo, e baldi come lui si svegliavano l’altro Traverso e lo Stella, tutti e tre di Marsala, e che prima del mezzodì eran morti e nell’eternità, già antichi come i più antichi defunti!

Caserta, 7 ottobre 1860.

Dissi all’amico Sclavo: tu, quello che vedesti ai Ponti della Valle, me l’hai da scrivere qui, tra le mie note. Egli prese il taccuino e scrisse.

“Garibaldi, tre o quattro giorni prima del fatto d’armi, era venuto a trovar Bixio e gli aveva detto: Mi fido a voi; queste sono le nostre Termopili.

“Tale fu la consegna: tutti sapevamo che là si doveva stare o morire. Aspettavamo.

“Il mattino del 13 d’ottobre, eccoti la divisione von Meckel, otto o nove mila uomini, avanzarsi da Ducenta, mirando al passo dei Ponti della Valle per Maddaloni. La testa della colonna era formata da uno squadrone di dragoni con elmo e rivolte rosse; seguivano due cannoni e un battaglione di cacciatori. Giunta a Valle quella testa di colonna spiegò i cacciatori sulla sua destra, e questi cominciarono a tentar l’altura dov’ero con la mia compagnia. Tiravano da settecento metri, lentamente, con quelle loro buone carabine, alle quali noi non potevamo rispondere. Intanto il grosso della colonna continuava a marciare accennando ai Ponti, centro della nostra linea.

“Mandai subito certo Calogero messinese, che avevo meco per guida, avvisando con un biglietto il maggior Boldrini che eravamo assaliti. Ebbi in risposta che badassi bene a non prendere lucciole per lanterne. E male ce ne incolse, perché quel battaglione di cacciatori già invadeva il bosco a sinistra e cominciava ad avvolgerci incalzando con fuoco ben nutrito.

“Allora il maggiore Boldrini volò a noi con due compagnie, e senz’altro dove vide spuntar le canne dei fucili, tra gli alberi fitti, là si slanciò, gridando: Alla baionetta, Viva l’Italia!

“Non aveva ancor detto che già una palla entrata nel petto gli usciva per la scapola destra. Cercai di sorreggerlo e di tirarlo via, giacché il nemico irrompeva dal bosco e dovevamo ritirarci, ma egli non volle, mi respinse. – Lasciatemi, che ormai sono un uomo inutile! – Disse, cosi, e dove cadde rimase. Noi indietreggiammo sopraffatti, e poi tornammo rinforzati da una cinquantina di bersaglieri Menotti. Guardai; il povero maggior Boldrini non v’era più. Seppi poi che i Bavaresi lo avevano trascinato testa e piedi giù per i dirupi, sino a Valle, dove lo abbandonarono, e fu poi raccolto morente dai nostri, dopo la vittoria.

“Caddero in quel nostro ritorno molti dei nostri, morti e feriti, tra gli altri Evangelisti e Carbone, genovesi dei vostri di Marsala. Ma non era ancor nulla, eravamo appena al principio. Sai come il tempo vola. Continuavano gli assalti. Verso le undici, o poco dopo, ecco i Bavaresi sulla posizione di Menotti. Cominciavano ad avvolgere il poggio della Siepe, contrafforte di Monte Caro. Quivi li ricevevano a schioppettate e a baionettate, e li rintuzzavano le compagnie di Bedeschini e di Meneghetti, dirette da Dezza e da Menotti e da altri ufficiali che in quel momento facevano da capi e da soldati.

“Intanto altri Bavaresi apparivano sulla vetta del monte Calvo e vi si piantavano, e si vedeva che volevano postarvi due cannoni da montagna, per coprir di granate e di mitraglia noi più bassi e da quella posizione spingere forse qualche colonna alle spalle di Bixio. Sarebbe bastata ben poca gente a tagliargli le comunicazioni col quartier generale di Caserta, e a portar l’incendio borbonico nella Terra di Lavoro. Era un momento angoscioso. Tutti, anche i meno esperti, indovinavano il gran pericolo.

“Ma ecco spuntare lassù un battaglione: Son nostri? – son nostri! – Improvviso, dritto, marcia verso il cocuzzolo di monte Calvo. Maraviglioso! Il Comandante si vedeva dinanzi a tutti, col berretto in cima alla spada, e pareva di sentirlo gridare; gli altri correvano dietro a lui, per quell’erta, a gran passi, serrati.

“Era Taddei!

“Quel fare, quell’affronto, impone ai Bavaresi che oscillano un momento, ma si difendono, resistono, uccidono: poi si rompono, abbandonano la posizione, i morti, i feriti e fuggono in rotta.

“Noi, combattendo giù, vedevamo e ammiravamo quei vincitori lassù, e guardavamo pure l’attacco che in quel momento faceva la grossa, serrata colonna borbonica del centro, ai Ponti della Valle, dov’era Bixio coi picciotti. Era una cosa da far tremare. Se rompono, dicevamo noi, se passano sul corpo di Bixio, quelli stasera entrano in Napoli, e ricomincia l’orgia del 1799. Li vedevamo a mezza falda tra il piano e i muriccioli a secco della via trasversale che si allinea con l’acquedotto; e dietro quei muriccioli rosseggiavano i nostri quatti quatti, senza far fuoco, incantati. Noi pativamo, fremevamo; udii sin bestemmiare: Cosa fanno? Ma quando i borbonici arrivarono quasi al ciglio di quei muriccioli, allora quelle camicie rosse scoppiarono, 49 e su quelle teste di colonna si rovesciò un torrente, un uragano… urla feroci, baionettate. Si gelava, si infuocava il sangue a vedere. – I borbonici non ebbero agio né spazio di spiegarsi, e si volsero in fuga una sezione sull’altra, via, via, rovinando, e tutta la colonna scompigliata fuggiva alla meglio verso Valle.

“Di dove eravamo noi si dominava lo spettacolo, e si capiva che l’anima di tutta quella massa eroica di picciotti era l’anima di Bixio. Dunque Bixio e Taddei, eroi!

“La sera, ne contammo di morti! Ma le più gravi perdite le sofferse il mio battaglione. Morì Innocenzo Stella, colpito nella testa da una palla, furono feriti Herter, anch’egli, come Stella, vostro di Marsala, e Rambosio e Rugerone. Povero Rugerone! Colpito nel ventre da una scheggia di granata che gli uscì per la schiena, lo trovarono la sera in un burrone, lo trasportarono a Villa Gualtieri, dolorò diciotto ore, e alla fine la morte lo liberò. Antonio Traverso, della mia compagnia, andò a morire, non si sa come, nel boschetto, presso il battaglione Menotti, dove io lo trovai l’indomani mattina, trapassato il petto da una palla, con un fazzoletto bianco alla bocca, tutto insanguinato. Delle tre compagnie Boldrini, soltanto una ventina d’uomini col tenente Baroni di Lovere, ferito nel capo, si unirono alla sera a Menotti, e servirono a riformare il battaglione disfatto”.

Ecco quel che l’amico scrisse.

Caserta, 8 ottobre.

I nomi non li scriverei neanche se li sapessi. E non ne domando. Li ricorderanno purtroppo quelli che videro, e per tutta la vita li udiranno nell’anima, come furono detti dalla voce tremenda del Dittatore.

Nel primo cortile a sinistra di chi entra nel palazzo reale, i battaglioni di Taddei, Piva, Spinazzi, Menotti, Boldrini col resto della Divisione Bixio, aspettavano Garibaldi, che voleva salutarli per la loro vittoria di Maddaloni. Quattro schiere, davano le fronti ciascuna a un lato del cortile.

- Microscopica Divisione, fronte indietro! – gridò Bixio ai battaglioni, e non è mica uomo da aver detto per celia. Quei battaglioni si chiamavano Divisione prima del combattimento, così, forse per far la voce grossa, ma non era neppur una brigata: ora si potrebbero dir compagnie.

Entrava allora Garibaldi. Teneva in mano il cappello all’ungherese, e appena fu in mezzo al quadrato, parlò:

- Eroi della diciottesima Divisione, in nome dell’Italia io vi ringrazio!

Poche altre cose, orazion piccola, come sa far lui, poi subito i nomi di quelli che si segnalarono nel combattimento. Pareva che là dentro l’aria lampeggiasse di gloria. Ma poi il volto di Garibaldi si oscurò, e la sua voce divenne fiotto di tempesta.

- Ora che ho ricompensato i valorosi, punirò i vili!

Fu un fremito. Tre ufficiali, chiamati a nome in mezzo a quel quadrato, uscirono dalle file, trovarono la forza di far quei pochi passi senza cader fulminati; e là, sotto gli occhi di Lui, furono spogliati delle loro insegne da un Aiutante maggiore. E non morirono! Finito quello strazio, il Generale, continuando come uno che dà un addio a gente morta, disse:

- Andate, inginocchiatevi davanti al vostro Comandante, pregando di darvi uno schioppo, e al primo incontro morite!

Nel convento di Santa Lucia. 9 d’ottobre.

A Napoli? C’è troppa gente che briga. Non andare a farti levar la poesia; sta qui, filibustiere; per noi son buone queste celle di frati; cosa vuoi di più?

Io do molto retta al capitano Piccinini, sebbene abbia soltanto otto o nove anni più di me: anzi gli sto sotto come se fosse il gran Nicolò in persona. Ieri l’altro lo trovai sotto

quell’ulivo, allegro e raggiante tanto, che mi parve d’indovinare la visione che aveva dinanzi agli occhi. Egli leggeva una lettera a mezza voce, e appena mi vide mi venne incontro dicendo: – Le mie montagne ridono, mio padre le riempie della sua gioia. Sa che suo figliuolo Daniele è capitano!

E allora la voce gli si fece soavissima, e negli occhi lucenti gli si disfecero due lacrime. Poi mi abbracciò. E contro quel petto mi sentii come un’ombra. Che respiro largo e che colpi di cuore! Per essere puri e prodi come lui, bisognerebbe avere quel petto. E poi la sua modestia! Che seccature, per lui, certe cose! Ieri, a Caserta, era da Garibaldi, mentre alcuni ufficiali della marineria americana entravano a visitare il Washington d’Italia. – Ecco il modello de’ miei ufficiali: disse il Generale mostrando il Piccinini a quei marinai. – Non si darebbe la vita per una mezza parola di queste, detta da Lui? Eppure il Piccinini quasi quasi usciva mortificato. Ma già; egli non sa d’essere quello che tra tutti somiglia di più a Garibaldi. Semplice come Lui, bello, buono e fiero come Lui: saprebbe anch’egli vivere nel deserto, crearsi un mondo, e dimenticare questo degli uomini. Mi pare già di vederlo. Quando tutto sarà finito, in quattro o cinque passi, egli tornerà alle sue Alpi, nella solitudine della sua Pradalunga. E se gli diranno: Ebbene? Egli risponderà come se venisse da far una passeggiata. Ma a suo padre, oh! a suo padre narrerà tutto.

13 d’ottobre.

Nullo, Zasio, Mario, Caldesi, con una diecina di Guide comandate dal nostro Candiani, ieri partirono alla testa d’un battaglione, per luoghi lontani, che son di là dal Volturno, chi sa quanto, dov’è il Sannio, il tremendo Sannio. Nullo il braccio, Zasio la bellezza, Mario il pensiero, Caldesi la bontà. C’è tutto. Ma cosa vanno a fare? Chi dice che a incontrar Vittorio Emanuele, chi che a sedar una rivolta. A me par gente che va nel buio.

14 d’ottobre.

Ora sono proprio contento. Ho veduto l’uomo che per la semplice vita è forse ancor più intero di Garibaldi. Faccia quasi giovanile a settant’anni, persona quadrata che né fatiche, né stenti, né rovine d’ogni sorta non poterono fiaccare: berretto, soprabito, calzoni, tutto nero e assai vecchio, nulla di soldatesco. Ecco il general Avezzana. Tale fu forse il Vicario di Wakefield. È di quella tribù d’uomini che vanno avanti, con lo sguardo sempre fisso in certi punti lontani, che il mondo non vedrà mai. Eppure per essi quell’ideale lassù lassù, è realtà di vita interiore. Quanto all’esteriore e presente, sono come il Figlio dell’uomo che non sapeva dove posar il capo per dormire. Da mangiare n’avranno domani anch’essi, poiché n’hanno gli uccelli dell’aria. Per oggi basta fare il bene. E così ogni giorno. Sui laghi di Galilea, quando vi fiorivano le parabole di Gesù, gli uomini dovevano essere tutti come Avezzana. Vederlo con qual noncuranza cinge quella spada d’onore che gli fu data, chi sa per qual gloria delle tante sue d’America! Dicono che arrivò appunto di là, in tempo per correre a Caserta, incontrar Garibaldi nel momento più vivo della battaglia sul Volturno, salutarlo e entrar a combattere. Aver cercato continenti e mari, andando randagi, dalla giovinezza alla vecchiezza; aver amato, creduto, giurato di far l’Italia prima di morire; essersi raggiunti in un giorno di battaglia come quella del Volturno, l’uno già ministro della guerra in Roma, l’altro allora sotto di lui e ora Dittatore qui; cosa mi parlano della vecchia Cavalleria? Questa è storia romana, ma di quella antica, antica…

15 d’ottobre.

Stamattina s’ebbe un gran fatto. Per la prima volta, i soldati di Vittorio Emanuele combatterono davvero a canto dei Volontari di Garibaldi. Dico davvero, perché già il due d’ottobre quel battaglione della brigata Re che avevamo lasciato nella piazza del palazzo reale il giorno avanti, fu adoperato con pochi bersaglieri a far prigioniera quella tal Colonna borbonica di Caserta Vecchia. Ma quello fu un fatto senza poesia. Invece, stamattina, i borbonici uscirono da Capua baldanzosi, marciando verso Sant’Angelo, dove trovarono i bersaglieri e la fanteria regolare che li soffiarono via come pagliuzze. Gareggiarono con essi i volontari del colonnello Corte, a chi facesse meglio; così la voglia d’uscir di Capua i borbonici potranno averla; ma l’ardimento forse mai più.

20 d’ottobre.

Pettorano, Carpinone, Isernia, meritereste che su voi non venisse più né pioggia né rugiada, fin che durerà la memoria dei nostri, ingannati e messi in caccia e uccisi pel vostri campi e pei vostri boschi!

Tornano gli avanzi della colonna di Nullo; non si regge ai loro racconti; non sanno dire che morti, morti, morti! Par loro d’avere ancora intorno l’orgia di villani, di soldati, di frati che uccidevano al grido di Viva Francesco secondo e Viva Maria.

Povero Bettoni! La sua Soresina non lo vedrà più. Se ne veniva indietro ferito su d’una carrozza; cavalcavano a’ suoi lati Lavagnolo e Moro, pensando di poterlo porre in salvo a Boiano, e tornar poi a spron battuto dove Nullo combatteva, e i nostri morivano qua, là, a gruppi, da soli, sbigottiti dalle grida selvaggie. Poveri cavalieri! Il giorno appresso il tenente Candiani li trovò morti sulla via. Ah! quel Sannio, quel Sannio! Mi sento passar sul viso un soffio gelato come quel giorno che la spedizione partì: sin d’allora mi suonò nella memoria il nome delle Forche Caudine.

25 d’ottobre.

Sopra queste contrade deve essere passato non so che spirito. Gli abitanti ingrandiscono o impiccoliscono le cose per vezzo di dire. Il Volturnus celer è ancora sonante come nei versi di Lucano, una maestà d’acque verdi, che s’incalzano clamorose. Eppure a un guado di esso fu dato il nome di Scafa di Formicola. Quando vi passammo si rise del nomicino strano; sebbene si mettesse il piede sul ponte di barche che il Dittatore fe’ gettare dal colonnello Bordone in quel luogo; e sentirsi oscillar sotto, crescere, scemare quelle tavole mal connesse, desse sgomento. Eravamo noi di Eber, quei di Bixio quei di Medici, la brigata Milano; e vengono pure gli Inglesi della legione, gente bella, vestita come noi; camicia rossa, divise verdi ma di panno finissimo, cinture lucide come se tornassero dall’India.

Il giorno è nefasto.

Cadde il cavallo del generale Bixio, e l’eroe, rotta la testa e una gamba, si lasciò trasportare a Napoli, guardandoci con invidia. Non è che un uomo, ma senza lui, par che manchi qualcosa nell’aria.

* * *

Ci siamo accampati sull’orlo d’un bosco in cui potrebbe cavalcare Angelica fuggente; eppure lo chiamano Caianello, come se fosse un cesto di granetto fatto nascere per ornare il Presepio.

Intanto, che ci siamo venuti a fare? Là c’è Capua. i Calabresi che abbiamo trovato qui, ci dicono che i borbonici fanno delle apparizioni in quei fondi laggiù. A destra, lontano, abbiamo Gaeta. Quelli devono essere i monti di cui mi parlava il vecchio Colombo, quando raccontava d’essere stato nell’ottocentocinque, all’assedio fatto da Massena. E mentre io penso a lui che fu pure soldato della legione di Garibaldi in America, egli parla forse di questi luoghi con mio padre, che glie ne domanderà chi sa con qual cuore.

Oh! io vorrei esser quel falco, gettarmi da un capo all’altro del cielo, mandando strida per l’aria che imbruna! Ora a quella campana…! Di dove suona? “Era già l’ora che volge il desio…”.

* * *

Chi dice che siam qui per dare l’ultima battaglia, e che mentre combatteremo contro i cinquantamila borbonici che ancor tengono per Francesco secondo, arriveranno i soldati di Vittorio Emanuele con lui in persona, discendendo dall’Abruzzo per la via di Venafro. Chi ribatte che da Venafro potrebbero venire delle buone anfore di vino, di quello antico che piaceva a Orazi, ma che battaglie di campo, dopo quella del primo d’ottobre, non se ne possono più avere. Allora si marcierà per incontrare il Re!

L’incontro di Teano

26 d’ottobre.

Non lo dimenticherò mai, vivessi mille anni, ma non saprò mai ridirlo preciso e lucido, come mi guizzò nella mente, il pensiero che già ebbe Catoni, conversando con me, quella notte là, vagabondi, per la campagna oltre Maddaloni. Sono quasi seicento anni, Carlo d’Angiò veniva in qua da Roma segnato e benedetto dal Papa, e si pigliava la corona di Manfredi, tra i morti di Benevento. Il papa gliela aveva data, purché se la fosse venuta a prendere. Ma oggi un popolano, valoroso come… cos’importa dirlo? un popolano generoso come non sarà mai nessuno, semplice come Curio Dentato, delicato come Sertorio, anche fantastico come lui e sprezzatore come Scipione, in nome del popolo strappa quella corona al re di Napoli e dice a Vittorio Emanuele: È tua! -

* * *

Ho quasi un capogiro. Sono ancora pieno di quel che ho vedute, scrivo…

Una casa bianca a un gran bivio, dei cavalieri rossi e dei neri mescolati insieme, il Dittatore a piedi; delle pioppe già pallide che lasciavano venir giù le foglie morte, sopra i reggimenti regolari che marciavano verso Teano, i vivi sotto gli occhi, e nella mente i grandi morti, i romani della seconda guerra civile, Silla, Sertorio, che si incontrarono appunto qui, figure gigantesche come quei monti del Sannio là, e che forse non erano nulla più di qualcuna di quelle che vedo vive. Cosa ci vorrebbe a fare lo scoppio d’una guerra civile?

A un tratto, non da lontano, un rullo di tamburi, poi la fanfara reale del Piemonte, e tutti a cavallo! In quel momento, un contadino, mezzo vestito di pelli, si volse ai monti di Venafro, e con la mano alle sopracciglia, fissò l’occhio forse a legger l’ora in qualche ombra di rupi lontane. Ed ecco un rimescolio nel polverone che si alzava laggiù, poi un galoppo, dei comandi, e poi: Viva! Viva! Il Re! Il Re!

Mi venne quasi buio per un istante; ma potei vedere Garibaldi e Vittorio darsi la mano, e udire il saluto immortale: “Salute al re d’Italia!”. Eravamo a mezza mattinata. Il Dittatore parlava a fronte scoperta, il Re stazzonava il collo del suo bellissimo storno. Forse nella mente del Generale passava un pensiero mesto. E mesto davvero mi pareva quando il Re spronò via, ed Egli si mise alla sinistra di lui, e dietro di loro la diversa e numerosa cavalcata. Ma Seid, il suo cavallo che lo portò nella guerra, sentiva forse in groppa meno forte il leone e sbuffava, e si lanciava di lato, come avesse voluto portarlo nel deserto, nelle Pampas, lontano da quel trionfo di grandi.

Sparanise, 27 ottobre.

Ma allora, se così fosse come si susurra, ogni cosa sarebbe spiegata! Re Vittorio fu freddo nell’incontro con Garibaldi? Gli è che Francesco secondo è suo cugino, e che egli lo aveva invitato alla gran guerra contro i nemici d’Italia, ammonendolo. Anche si aggiunge che esista una lettera. Francesco non volle o non poté dargli ascolto. Fortuna d’Italia! Ostinato e impotente continuò la storia di suo padre, e ora paga per lui.

Dunque certo contegno di Vittorio Emanuele nell’incontrarsi col Dittatore sarebbe stato un delicato riserbo? O han ragione quelli che pensano che allora egli meditasse le strane sorti dei Re? Però noto che questi sono discorsi: passano come venticelli che non lascian nulla. Non si sente che la grandezza di Garibaldi, sinora! non si conosce che vi sia chi mira il sole nascente.

* * *

Ieri il Dittatore non andò a colazione col Re. Disse di averla già fatta. Ma poi mangiò pane e cacio conversando nel portico d’una chiesetta, circondato dai suoi amici, mesto, raccolto, rassegnato. A che rassegnato? Ora si ripasserà il Volturno, si ritornerà nei nostri campi o chi sa dove; certo non saremo più alla testa, ci metteranno alla coda. Dicono che il Generale lo disse a Mario. E questa deve essere la spina del suo gran cuore che voleva un milione di fucili da dare all’Italia, e l’Italia non diede che ventimila volontari a lui.

Napoli, 2 novembre.

Tuona lontano il cannone. Bombardano Capua, e noi non vi siamo più. Gli artiglieri di Vittorio Emanuele non avranno gran da fare, perché la guarnigione non aspetta che un motivo onesto, per arrendersi. Già il Griziotti, colonnello nostro, lo aveva detto: – Generale, lasciatemi lanciar due bombe sulla cittadella, e si arrenderà. – No, se un fanciullo, una donna, un vecchio morisse per una bomba lanciata dal nostro campo, non avrei più pace! disse Garibaldi. – E Griziotti: – Ma i nostri giovani si consumano di febbri in questo assedio: ogni giorno si assottigliano, muoiono. – E Garibaldi a lui: – Ci siamo venuti anche a morire. – Arriveranno i Piemontesi, Generale; essi non avranno riguardi; con poche bombe faranno arrendersi la città, poi diranno che tutto quello che facemmo sino ad ora, senza di loro non avrebbe contato nulla. – Garibaldi allora: – Lasciate che dicano; non siamo mica venuti per la gloria!…

Napoli, 3 novembre.

Il giorno dei Santi, poi quello dei Morti, poi quello delle medaglie a noi, terza festa nella malinconia della stagione.

Là in faccia alla reggia, dove tutto dice che i Borboni non torneranno più, la piazza di San Francesco di Paola era parata di bandiere. In mezzo, un seggio, delle dame, dei generali, dei grandi intorno al Dittatore che ancora aveva il cappello di Marsala. Vidi il Carini, ora generale, balioso, ringiovanito, col braccio al collo, pareva felice. La legione ungherese faceva scorta d’onore, e vi erano i Granatieri schierati che facevano scorta anch’essi. Noi davamo le spalle alla Reggia, aspettando. A un certo Punto il Dittatore si alzò, e venne verso noi dicendo con la sua voce limpida ed alta: – Soldati della indipendenza italiana, Veterani benché giovani dell’esercito liberatore, vi consegno le medaglie che il Municipio di Palermo, decretò per voi. Comincieremo dai morti, i nostri morti…

E allora un ufficiale cominciò a chiamare a nome i morti che rispondevano in noi, con l’improvviso ritorno della loro visione. Ma passato questo giorno non saranno ricordati solennemente mai più? Furono da cento nomi d’umili ignoti o d’illustri, e a ogni nome un fremito correva tutta la nostra fila. Meglio morti o vivi? Si diffondeva una malinconia cupa che pur pareva entusiasmo.

Quando toccò a noi, si andò chiamati ad uno ad uno dinanzi al seggio, dove una giovinetta, alzandosi sulla punta dei piedi, ci metteva la medaglia sul petto, e intanto guardava di sotto in su con due grandi occhi gioiosi. Chi fosse non so, né chiesi di lei. Che giova il nome? Udii il Generale che volgendosi a una dama vicino a lui, diceva: – Vede? Quelle facce le conosco tutte, le vedrò finché vivrò.

Intanto le bande suonavano, e quella dei Granatieri pareva dicesse: Basta, ora basta, andate!

Caserta, 9 novembre. Sera.

Oggi il Palazzo reale guatava il viale che gli si protende dinanzi lontano lontano, e pare che voglia arrivare sino a Napoli; guatava le file dei battaglioni rossi distese sotto i grandi alberi immobili e cupi sotto il cielo basso. Doveva venire il Re a passare in rassegna tutto l’esercito garibaldino, un dodicimila che stavamo con l’armi al piede, in ordine di parata. Si aspettava! Il Re sarebbe arrivato verso le due, lo avrebbe annunziato il cannone. E intanto nelle file si parlava, e passavano delle novelle bizzarre, motti, arguzie, cose da poema e da commedia. Udii persino delle volgarità. Ma non v’era allegrezza. Anche le nuvole, calando sempre più, mettevano non so che freddo, e l’ora, passando, portava stanchezza. Certi Veneti del mio battaglione dicevano sottovoce che quando fosse passato il Re, sarebbe stato bello circondarlo, pigliarselo, menarlo nei monti, e di là fargli dichiarar la guerra per Roma e Venezia. Che fossero visi da farlo? Alcuni sì; i più dicevano per dire. Ma nel più vivo di quei discorsi s’udirono le trombe dalla destra della lunga linea. Attenti… il Re!

I battaglioni si composero, si allinearono, i cuori battevano, chi amava, chi no. Poi venne giù una cavalleria trottando… Ah! quello che cavalcava alla testa non era il Re: era Lui col cappello ungherese, col mantello americano, e insieme a Lui tutte camicie rosse. Quel cappello calcato giù sulle sopracciglia segnava tempesta. Vennero, passarono, lasciando un grande sgomento, arrivarono in fondo al viale, diedero di volta, ripassarono come un turbine, sparirono. E poco appresso i battaglioni furono messi in colonna di plotoni…. pareva che si dovesse marciare a qualche sbaraglio, tutti si era pronti… Così si andò verso il Palazzo reale, a sfilare dinanzi al Dittatore piantato là sulla gran porta, come un monumento. E si sentiva che quella era l’ultima ora del suo comando. Veniva la voglia di andarsi a gettar a’ suoi piedi gridando: Generale, perché non ci conducete tutti a morire? La via di Roma è là, seminatela delle nostre ossa! – Ma la guerra civile? Ma la Francia?… L’anno scorso fummo così amici con la Francia!

Il Generale, pallido come forse non fu visto mai, ci guardava. S’indovinava che il pianto gli si rivolgeva indietro e gli allagava il cuore. Non so neppur uno di quelli che stavano vicino a lui. Che cosa contavano in quel momento? Lui, lui solo: non vidi nulla. Ora odo dire che il Generale parte, che se ne va a Caprera, a vivere come in un altro pianeta; e mi par che cominci a tirar un vento di discordie tremende. Guardo gli amici. Questo vento ci piglierà tutti, ci mulinerà un pezzo come foglie, andremo a cadere ciascuno sulla porta di casa nostra. Fossimo come foglie davvero, ma di quelle della Sibilla, portasse ciascuna una parola: potessimo ancora raccoglierci a formar qualcosa che avesse senso, un dì; povera carta! rimani pur bianca… Finiremo poi…

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