Paolo Bettoni – Tre racconti sentimentali – PDF

In un viottolo poco lungi dalla Piazza Castello in Milano avvi una casaccia coi muri qua e là screpolati e puntellati, una casaccia umida, o scura, immonda e dotata di tutte le qualità necessarie per destare ribrezzo in chiunque non abbia i sensi ottusi e grossolani affatto. Questa schifosa e pericolosa catapecchia è abitata da dieci o dodici inquilini, tutta gente miserabile, che sta in armonia col luogo, gente cenciosa, di cattivo odore e di sinistro o malaticcio aspetto. Pare impossibile che vi sia un uomo abbastanza sfrontato da confessarsi proprietario di un tale ammasso di pietre guaste, di legnami tarlati e di ferramenta corrose dalla ruggine. Si crederebbe che questo lurido albergo fosse per vergogna abbandonato in perpetuo a chi ha il coraggio di abitarlo. Ma non facciamo paradossi, nè strane osservazioni a danno della verità. Non vi è cosa materiale al mondo, e sia pur vile e spregevole, purchè utile, la quale non appartenga ad un padrone, sempre pronto con tutte le sue forze a difenderla dalle usurpazioni, e far valere i suoi diritti di proprietà. Anche la casa in proposito ha dunque un padrone, il quale è visibile alle scadenze per riscuotere il danaro degli affitti, danaro scaturito in complesso da tre fonti, vale a dire dal lavoro, dall’elemosina e dal delitto. Al padrone non importa un cavolo di queste provenienze: egli bada soltanto se le monete sono di buona lega e di giusto valore. Chi non paga puntualmente la pigione deve sloggiare senza misericordia. Per verità non sarebbe un castigo l’abbandonare quella fetida tana, ma il guajo si è che bisogna lasciarvi i mobili.

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Paolo Bettoni – Un agnello fra due lupi

I.

La scena è in una grande città d’Italia, non importa quale. Siamo in una sala mobigliata riccamente, ma con poco buon gusto e manco discernimento. L’insieme dei mobili non le dà un carattere proprio e distinto. L’antico ed il moderno vi sono confusi stranamente, e producono un’ingrata disarmonia. Le cose di vecchia forma contrastano con quelle di attuale invenzione. Gli specchi, i sedili, i tavolini, le pendole, i candelabri, i vasi di porcellana e tutto il resto sono una collezione d’oggetti i più disparati e nemici fra loro. Le finestre hanno le cortine di seta, ma di un colore e d’un disegno non appropriati all’uso. Il pavimento è coperto d’un tappeto di lana, tessuto da mano maestra, e rappresentante gruppi di suonatori e di ballerini. Altra inconvenienza di camminare sui visi e sui corpi di gente rispettabile che sta allegra. Egli è vero che si stampano sui fazzoletti di naso i ritratti degli uomini grandi e che questa non è la più bella maniera di celebrarli, ma un controsenso non giustifica l’altro. Forse la stoffa di quel soppedaneo era destinata all’ufficio di tappezzeria. Otto o dieci opere lodevoli di pennello e di bolino, bellamente incorniciate, pendono qua e là dalle pareti, opere tutte di sacro soggetto, come sarebbe un Ecce Homo, il Martirio di Santo Stefano, e la Vergine Assunta. Fra lo spazio di due finestre avvi uno scaffale di legno prezioso e squisitamente lavorato, nel quale sono collocati libri di pietà, di filosofia cristiana, di storia ecclesiastica, di Vite di Santi, ec., ec. in numero di trecento volumi all’incirca. Nulla di profano si contiene in quello scaffale; un prelato dei più ascetici non potrebbe avere una biblioteca meglio edificante.

Un uomo non ancora di cinquant’anni passeggia la sala pensieroso, e colle braccia incrociate sul petto, come faceva una volta Napoleone I, e come fanno adesso gli staffieri che siedono sulla serpe accanto ai cocchieri. Dopo alcune giravolte, si lascia cadere in una poltrona di velluto bleu, e il suo volto si fa torbido e sereno a vicenda. Il timore e la speranza, lo sconforto e la gioja vi si dipingono alternamente, come sul volto di un negoziante che abbia in mare una nave carica di ricche merci, e che ora la veda sommergersi, ed ora entrare in porto. Quest’uomo è vestito signorilmente, ma d’una moda un poco stantía, senza studio di eleganze, alla maniera delle persone attempate e sode. Egli si chiama il signor Fabio, gode la bella riputazione di galantuomo, e la rendita non meno bella di sessantamila lire annuali e sicure. Adesso egli sta operando un colpo che deve triplicare la detta sua rendita, e collocarlo fra i più ricchi del paese. Il signor Fabio è di un carattere austero, di princìpi illiberali e contrari al progresso, e soprattutto scrupoloso sull’articolo della morale civile e religiosa. Egli legge soltanto certi giornali di un certo colore, che hanno pochissimi associati, e tuttavia fanno vivere lautamente i loro redattori. Nelle alte regioni della società conta molti amici e conoscenti, che lo stimano, che apprezzano i suoi consigli, e che dividono le sue opinioni.

Il signor Fabio levò di collegio e prese in casa un suo nipote orfano, del quale diventò altresì il tutore per disposizione testamentaria della defunta cognata, madre del giovinetto. Questo felice, o piuttosto infelice mortale, possiede una sostanza di due milioni, che il signor Fabio va procurando di legalmente appropriarsi. Ora è appunto immerso nel pensiero di tale affare, e, secondo che si figura l’esito certo o dubbioso, lo vediamo passare dalla letizia alla tristezza. A trarlo dalle sue meditazioni entra nella sala un uomo presso a poco della sua età, vestito pulitamente di nero, avente un’aria disinvolta e una simpatica fisonomia. Il signor Fabio si scuote, e domanda con una certa premura:

—Orbene, Leonardo, quali divertimenti jeri sera?

—Un’orgia un poco più spinta delle altre, rispose Leonardo mettendosi a sedere. Molto selvaggiume, molti tartuffi, e molto vino di varie qualità. Aggiungete a tutto questo un gran vaso di punch.

—Benissimo…. e donne?

—Due figliuole di Eva, le più gaje e vezzose del mondo.

—Briccone, sempre roba nuova, eh? disse il signor Fabio ridendo e fregandosi le mani. Vi sarete sollazzati a dovere.

—In quanto a me, sono un filosofo che guardo con disprezzo le vanità della vita. I folli piaceri non mi seducono, perchè lasciano in fine il pentimento.

—Satanasso, come fai bene il beffardo! E Faustino era in vena?

—Se lo era! E come no a diciott’anni, e in tale compagnia? Egli morde terribilmente all’amo e fa delle vere prodezze. Ben presto io te lo do migliore di Don Giovanni Tenorio.

—No, sciagurato! Io non voglio nessuna celebrità in lui. Guardati bene dagli scandali.

—Via via, ti rassicura. Tu non hai a che fare con un gonzo, e le tue idee mi sono entrate perfettamente. La celebrità fa del rumore, e tu vuoi il silenzio. Per acquistare la celebrità bisogna vivere alquanto lungamente, e tu vuoi spicciarti di lui alle corte. Caro Fabio, dammi del denaro.

—Quanto ti occorre?

—Più me ne dai, e più mi fai piacere. Se ne spende molto, amico mio.

—Prendi, due doppie di Spagna.

—Non è una grande liberalità, ma per ora mi contento. Abbi presente che i piaceri costano assai caro. Per esempio, nel nostro baccanale di ieri sera abbiamo speso cinquantasette lire, senza contare i regali alle due convitate, che troppo bene li meritarono collo sfoggio delle loro grazie. Faustino mi eccita a spendere largamente, ripetendomi che appena andrà al possesso del suo patrimonio pagherà i debiti che crede avere verso di me. Egli mi fa l’onore di considerarmi così ricco da prestargli continuamente il denaro che gli occorre per divertirsi. Non guardarla dunque pel sottile con tuo nipote. Finalmente egli ha una rendita di quasi novantamila lire, che mediante la tua saggia amministrazione sarà aumentata in pochi anni….

—In pochi anni! Smemorato che sei! disse il signor Fabio con un certo riso sardonico molto significativo.

—Ah, tu hai ragione. Questa volta io pensava e parlava da balordo. Per Faustino non vi debb’essere avvenire; la bella prospettiva è tutta per te.

—Ah, Leonardo! riprese il signor Fabio dopo un momento di pausa, e assumendo il tuono dell’ipocrisia; io ho delle inquietudini.

—Tu? delle inquietudini?

—L’opera che noi facciamo è un grave delitto. La coscienza mi rimorde.

—Ah ah! proruppe a ridere Leonardo. La coscienza ti rimorde! Via con queste celie.

—Se potessi dare addietro…. ma il male è troppo innoltrato.

—Quando tu voglia rimediarvi, siamo ancora in tempo. A me basta l’animo di fare un santo di tuo nipote. Oggi, se ti garba, io assumo una faccia compunta, un contegno grave ed un discorso edificante che produrranno miracoli. Se fin qui ho sostenuto la parte del diavolo, m’impegno di fare quind’innanzi quella dell’angelo custode. Non più bagordi, non più intemperanze, non più dissolutezze. Io lo conduco alle pratiche divote ed ai sermoni di chiesa. Se non potrò restituirgli il candore e l’innocenza, avrà il pentimento e l’emendazione. Così vedremo rifiorire in lui la salute, che in verità comincia a guastarsi.

—Ti pare che egli sia dimagrato?

—Un poco sicuramente, e accusa già qualche doloruccio di petto.

—Aimè, che orribile passione è quella delle ricchezze! Vedi a quale eccesso mi ha condotto.

—Non ischerzare, perchè a forza di fingere i rimorsi, tu finirai col sentirli davvero.

—Tu sei più malvagio di me.

—Questo può darsi, ma dovrebbe giudicarne un terzo che ci conoscesse a fondo l’uno e l’altro. Intanto io ho il vantaggio di comparire in faccia tua come un povero galantuomo da te sedotto al male. Dopo dieci o dodici anni di dimenticanza, tu sei venuto a stringermi la mano, e a trarmi dalla mia pacifica inazione. Tu mi hai tastato bel bello per accertarti se io era ancora quella buona lana dei nostri tempi di gioventù. Mi hai trovato il medesimo, e per giunta quasi al verde del mio patrimonio, due ottime circostanze perchè tu avessi a propormi questo affare, e perchè io avessi ad accettarlo, mediante la ricompensa di cinquantamila lire. Dunque non disputiamo sulla preminenza dei nostri meriti rispettivi. Noi siamo due mariuoli che abbiamo l’abilità di passare per uomini onesti.

—Però la mia riputazione di onestà….

—Sì, è più grande e più estesa della mia. Sai tu il perchè? Perchè io non sono ricco, perchè non ho sublimi relazioni sociali, perchè non fo elemosine a suono di tamburo, e perchè il mio nome non è scritto sugli elenchi delle pie congregazioni. Di questa mia inferiorità mi consola per altro il pensiero, che io sono il solo uomo al mondo che ti conosca intimamente, e dinanzi al quale tu debba per forza levarti la maschera. Credimi, che io provo un vivo piacere ed una soddisfazione viva non meno al vederti discendere dal piedestallo della tua virtù per avvoltolarti secretamente nel fango del delitto. Io solo vedo sulla tua faccia dileguarsi l’impronta della venerabile austerità, e comparirvi l’espression dei ribaldi sentimenti che covi nel fondo dell’anima. Per me solo la tua bocca parla il linguaggio della furfanteria, mentre per ogni altra persona si apre il linguaggio dell’onore e della morale. Vivaddio, la è una metamorfosi molto interessante, alla quale io solo ho il privilegio di assistere. Quando ti vedo passare nella tua carrozza, o in quella di qualche semidio che tu adori ed inganni, io dico mentalmente e ridendo sotto la barba: Ecco là come sono fondate certe riputazioni di virtù e di santità.

—A che proposito queste insolenti invettive?

—Senza rancore, mio caro Fabio. Non è che io biasimi la tua ipocrisia, perchè finalmente io pure sono tinto della stessa pece. Ho voluto soltanto dirti, che non istà bene il vantarmi sul viso la superiorità del tuo creditore la fortuna de’ tuoi buoni successi nell’arte dell’impostura. Sappi però che io sono Tartuffo e volpe più di te.

—Lo so benissimo, caro mio. Appunto mi sono fidato di te per la tua gran furberia e perizia nel saperla dare ad intendere. Tu adempi benissimo l’ufficio pel quale ti ho collocato al fianco di Faustino.

—Tu mi rendi giustizia col lodare la sottigliezza del mio ingegno. Faustino mi crede lo strumento passivo e quasi ritroso delle sue volontà. Le mie insinuazioni sono così acute, che invece di seduttore mi danno l’apparenza di sedotto. Egli deve applaudirsi in secreto d’avermi saputo piegare a compiacerlo. Comandare fingendo di ubbidire, guidare col farsi credere guidato, ecco il difficile dell’arte.

—Bravo, così va bene. Ti raccomando sempre la prudenza in faccia al mondo. Guárdati soprattutto dal compromettermi nè punto nè poco in questa faccenda. Io potrei essermi ingannato sul tuo conto, ma la mia buona fede deve rimanere intatta. Guai se venissi sospettato della più piccola intelligenza con te!

—Già già, ti comprendo benissimo. Tu vuoi restar sempre l’ottimo tutore, l’amorevole zio, la perla degli uomini onorati, l’ammirazione di tutta la città.

—Un giorno mi convertirò davvero, e meriterò la stima che ho finora usurpata.

—Tu pensi per eccellenza. Eh, non saresti il primo che si converte per progetto. Io conosco alcuni che dopo una serie di fortunate bricconerie cessarono dal commetterne per paura di essere scoperti. Siamo intesi che prima si prepararono un letto di fiori in cui addormentarsi placidamente alla barba dei creduli e della propria coscienza.

—Io comprerò un titolo di nobiltà, e farò uno splendido matrimonio, che ho in vista da qualche tempo.

—Te ne fo le mie congratulazioni. Ah ah, tu sei ambizioso! Tu vuoi rimaritarti! Tu hai il ticchio della nobiltà! Ben presto ti chiameremo dunque il signor conte Fabio, o qualche cosa di somigliante. Vedete come si fabbricano alcuni illustrissimi che menano gran rumore nel mondo. Un Tizio od un Sempronio plebeo entra in fregola di avere un blasone, e per ottenerlo spende una parte delle sue ricchezze furfantate. Così egli prepara il lustro delle sue future generazioni, le quali si vantano poi degli avi, compreso il capo stipite famoso.

—-Vuoi finirla, briccone? Lingua maledetta?

II.

Chi è questo Leonardo? Come ha conosciuto il signor Fabio, e quali rapporti vi sono stati fra loro? Leonardo porta il titolo di dottore, ma non sappiamo in quale facoltà sia laureato. Nessuno lo ha mai veduto scrivere una ricetta, nè difendere una causa. Eppure nelle occasioni discorre giustamente di medicina e di giurisprudenza. Inoltre è buon parlatore, e passa per uomo addottrinato in tutto. Egli vive ristrettamente del poco che possiede, ma conserva la sua indipendenza. Generalmente lo si crede un galantuomo, perchè nelle finezze dell’ipocrisia nessuno lo pareggia, tranne il signor Fabio. Egli però non ha bisogno di esercitare l’impostura in grande, nè di farne giuocare tutte le molle, come pratica il suo compagno, che è collocato in alto e aspira a salire sempre più. Leonardo nella sua mediocrità adopera solo quel tanto d’impostura che basti a celare i suoi vizj e le sue colpe secrete, e a mantenerlo nella buona opinione de’ suoi conoscenti. Egli non cerca nè spera nulla da chicchessia; egli non vuol essere additato come un professore di virtù, ma si contenta di non essere scoperto per quel furfante che è. Le sue relazioni col signor Fabio datano fino dalla loro età giovanile. Fecero gli studj alla medesima università, dove si conobbero meglio e simpatizzarono per la somiglianza dei caratteri e delle inclinazioni. La loro massima capitale e favorita era che si può commettere tranquillamente ogni bricconeria, quando si abbia la destrezza di farla rimanere occulta. Quindi baravano al giuoco, tendevano insidie a chi avesse loro dispiaciuto, e si abbandonavano ad ogni genere di dissolutezze. Tornati che furono a casa, continuarono a praticarsi e a commettere secretamente e impunemente le loro ribalderie. Accadde che il signor Fabio, essendosi maritato, diventò padre di un bambino.

La sua sposa, appena ebbe partorito, stette male in modo, che dopo tre giorni di patimenti passò all’altra vita. Mentre i parenti e gli amici stavano intorno al letto della moribonda, il signor Fabio sparì un momento per recarsi nella stanza attigua dove giaceva in culla il bambino depostovi poco prima dalla nutrice come addormentato. Un sinistro presentimento lo aveva spinto a fare quella visita. Egli alza il velo che copriva la culla, guarda il bambino, gli posa una mano sulla fronte e la sente agghiacciata. Egli pure sente agghiacciarsi il sangue e mancargli le forze. La neonata creatura era morta. Nessuno si trovava alla custodia della culla, e quindi la sventura non doveva essere ancor nota. Il signor Fabio chiama a sè Leonardo, che stava fra gli altri al letto dell’agonizzante, e gli dice con voce affannata e sommessa: Corri a prendere nascostamente il tuo bambino, imprestamelo per alcune ore, altrimenti sono perduto. Io pagherò immensamente il tuo servigio. Va, e vieni di volo. Leonardo comprese tutto, e si prestò all’infame gherminella. Bisogna sapere che egli pure era diventato padre, con questa differenza che il suo bambino aveva quattro giorni di più, e che nasceva da una concubina. Intanto il signor Fabio nascose il piccolo cadavere, e diede incumbenza altrove alla nutrice per tenerla lontana dalla culla. Quindi con grande ansietà e tumulto dell’anima aspettò il suo complice, passando un momento al capezzale della sposa, e poi fuggendo di là col pianto agli occhi, e protestando che troppo lo straziava l’assistere all’agonia della sua diletta. Dopo un quarto d’ora comparve cautamente Leonardo. Il bambino che teneva addormentato sotto il tabarro venne deposto nella vuota culla, e i due birbanti passarono di nuovo a fare mesta corona al letto della morente. Indi a poco il pianto e le querele di tutti annunziarono che era trapassata. Il signor Fabio gemente e disperato corse alla culla, si tolse fra le braccia il bambino, e presentandosi alla compagnia, così esclamò con viva espressione di dolore e di tenerezza: Aimè, io l’ho perduta per sempre! Mi rimane almeno questo pegno del nostro amore per mitigare in parte la mia afflizione. Il bambino, maneggiato sgarbatamente, si destò e proruppe in vagiti, attestando così, come voleva il signor Fabio, la sua sopravvivenza alla madre. Quando ebbe gridato per due minuti, si tranquillò e riprese il sonno. Allora il signor Fabio, facendo le viste di andare a deporlo dove l’aveva tolto, lo rimise invece a Leonardo che gli teneva dietro, e il morto fu ricollocato in cuna. Il colpo era fatto, e quando un’ora dopo si scoprì che il figlio aveva seguito la madre, vi furono esclamazioni di dolorosa sorpresa, e raddoppiamento di pietà e di querele. Con questa commedia scellerata il signor Fabio si esentò dal restituire ai parenti della defunta una dote di quattrocentomila franchi. Leonardo n’ebbe ventimila in premio della sua complicità, e non si può dire che il servigio fosse pagato male. Quando il signor Fabio non ebbe più bisogno di lui, trascurò la sua relazione, non avendo nulla a temere circa il secreto di quanto avevano operato insieme. Dopo molti anni di allontanamento si ravvicinarono ancora per commettere un nuovo e più enorme delitto.

III.

Un bellissimo fanciullo di quattordici anni piangeva un giorno al letto di sua madre mortalmente inferma, la quale tenevagli il capo fra le mani, e con voce affievolita gli diceva:«Mio diletto figliuolo, io ti ho chiamato dal collegio per darti la mia benedizione, e farti udire le mie ultime parole. Fra poco tu perderai la madre, come già perdesti il padre, e resterai orfano sulla terra. Bisogna rassegnarsi alla volontà di Dio. Fatti cuore, e preparati alla nostra separazione in questa vita per unirci un giorno eternamente nell’altra. Abbi cara la mia memoria, e dammi prova del tuo amore seguitando innanzi nella via della bontà, dello studio, e della pratica de’ tuoi doveri, come hai fatto finora. Così mi compiacerò dal cielo, vedendoti incamminato ad essere un uomo distinto, riputato e utile alla tua patria. E voi, cognato mio, continuò volgendosi ad un uomo che stava lì presso in atteggiamento da contristato, voi che siete il fratello di suo padre, abbiate cura di lui, vegliate sulla sua educazione e sul suo avvenire. Io vi trasmetto i diritti e l’autorità che la natura e le leggi consentono ai genitori. Assumete la sua tutela, tenete presso di lui le mie veci, e adempite le speranze che ho poste nella vostra bontà e nella vostra onoratezza.» L’uomo contristato rispose che sarebbero compiuti i di lei voti, e che egli avrebbe avuto pel nipote l’amore e le sollecitudini d’un padre. Intanto singhiozzava e asciugavasi gli occhi col fazzoletto. Il giorno dopo la povera madre morì, e il fanciullo col cuore ingruppato ritornò in collegio a compiervi i suoi studj. Non si dà al mondo creatura più interessante e più cara di un giovinetto orfano, che abbia un’anima sensitiva ed un volto grazioso sul quale viene a dipingersi la mestizia del suo sentimento di solitudine e d’abbandono. Anche in mezzo alle distrazioni e ai trastulli co’ suoi compagni si vede in lui dominare una certa calma malinconica, la quale ammorza l’impeto e la naturale baldanza della sua età. S’indovina in lui lo sventurato, cui sono mancate le carezze e l’amore dei genitori, e siamo mossi a vivamente compiangerlo. Tale era appunto Faustino, il quale sentì in sommo grado la perdita fatta, e per lungo tempo non seppe darsene pace. Dotato di molto ingegno e d’indole soave, volonteroso dello studio, sussidiato da buoni maestri, e memore delle raccomandazioni materne, andò crescendo nella gentilezza, nell’istruzione e in tutti i pregi che rendono amabile e degno di stima un giovinetto. I superiori, i condiscepoli e quanti lo conoscevano, gli portavano affetto, e si promettevano di lui le sorti più liete. Egli splendeva d’una rara bellezza, diremmo quasi femminile, se il suono della voce, alcuni tratti caratteristici del volto, e la nascente lanuggine del mento non avessero attestato il contrario. I suoi occhi ammirabili nuotavano in un fluido etereo di dolcezza e insieme di vivacità, ma celavano ancora l’eloquenza e l’ardore che le passioni sogliono far nascere più tardi. Questo essere prezioso, questo tesoro di purità e d’innocenza, toccato il diciasettesimo anno, passò dal collegio alla casa del suo tutore e zio insieme. Costui, secondo le leggi divine ed umane, secondo i dettami del dovere e della coscienza, secondo gl’impulsi della ragione e dell’onestà, e finalmente secondo la voce della natura e dell’amore, avrebbe dovuto penetrarsi del suo importante ministero, e vegliare gelosamente sul sacro deposito a lui affidato. Avrebbe dovuto continuare a compiere l’educazione di Faustino, sviluppare in lui maggiormente i doni dell’intelletto e del cuore, circondarlo di savie persone, allontanarlo dai pericoli di seduzione, e iniziarlo prudentemente alla pratica del mondo e all’esercizio delle acquistate virtù. Che ha egli fatto invece? No, non potrebbe nessuna mente umana concepire un bastevole orrore di ciò che ha fatto il signor Fabio, come nessuna lingua umana potrebbe a sufficenza manifestarlo. Faustino è caduto dal cielo all’inferno, e dopo un anno di soggiorno in casa dello zio, non è quasi più riconoscibile. Egli ha perduta l’aria candida, lo schietto sorriso, la tinta florida e virginale del volto che formano il più bell’ornamento della giovinezza. I suoi occhi non brillano più di quella luce viva e pura che tanto seduceva, ma errano come incerti e smarriti da un oggetto all’altro, e qualche volta pajono tocchi da stupidità. Alla scioltezza ingenua del contegno e delle maniere successero la titubanza e l’impaccio. La sua immaginazione è contaminata come il suo corpo; egli è caduto in balía del vizio. Appagare i sensuali appetiti, ubbidire ai lenocinj del piacere, ecco il suo struggimento. Egli presta appena un’attenzione di convenienza ai maestri che lo zio gli ha procurati per rispetto del mondo, e per salvare le apparenze.

IV.

Fantino entrò nella sala, e diede il buondì ai due interlocutori.

—Caro nipote, disse il signor Fabio in tuono di chi rimprovera dolcemente, quest’oggi ti sei trattenuto a letto un po’ troppo tardi, e perciò io debbo sgridarti. Le ore del mattino sono preziose per lo studio, e bisogna metterle a profitto. Lascia che ti guardi più da vicino. Sì, tu sei alquanto smorto, e sotto gli occhi hai un certo lividore…. ti sentiresti male?

—No in verità, rispose il giovane abbassando gli sguardi come un colpevole.

—Tuo zio ti ama tanto che s’inquieta per nulla, disse Leonardo.

—Certo che io lo amo, e che voglio vederlo felice. Non è egli mio nipote, anzi mio figlio? Non ho io incontrato la seria obbigazione di fargli da padre? Io non mancherò, sicuramente al mio impegno, ma tu pure dal canto tuo devi corrispondermi coll’obbedienza, colla buona condotta, e coll’utile impiego del tempo. Via, siamo giusti. Le mie premure fruttano abbastanza bene, e mi chiamo di te contento. E tu puoi lagnarti di tuo zio?

—Tutto il contrario. Voi siete buono, affettuoso, compiacente…. io non ho nulla a desiderare in casa vostra.

—Baroncello, tu mi conosci eh? Per bacco, io non so essere rigoroso colla gioventù. Io acconsento che tu ti diverta, ma onestamente, non a scapito de’ tuoi doveri. Come ti è piaciuta la commedia di jeri sera?

—Moltissimo…. una commedia spiritosa, interessante….

—E soprattutto castigata e morale quanto si può desiderare, aggiunse
Leonardo.

—Va bene, ciò mi consola. Ti raccomando di nuovo, Leonardo, l’attenzione su questo particolare. Io permetto a mio nipote di frequentare il teatro, purchè vi si rappresentino cose conformi ai buoni costumi. Pur troppo sento dire che oggidì molte composizioni teatrali peccano di disonestà, e sono scuola di scandalo e di corruzione.

—Io so il mio dovere, e m’informo preventivamente della commedia che si deve recitare. Faustino non assisterà mai ad uno spettacolo, dinanzi al quale la virtù debba arrossire. No, sicuramente, finchè sarà in mia compagnia.

—È una vera fortuna, caro nipote, che io conoscessi un uomo di tanta saviezza al quale affidare la tua custodia. Non ho voluto fin qui lasciarti praticare co’ tuoi coetanei, essendo difficile di trovare buoni compagni fra una gioventù generalmente viziata e pericolosa. Sappi però che vo’ cercando qualche giovane dabbene e degno di te per avvicinartelo. Io so benissimo che ognuno ama di conversare e divertirsi co’ suoi eguali. Abbi pazienza, e ti sarà procurata questa consolazione.

—Finora non ne sento il bisogno. L’amicizia e la compagnia di
Leonardo mi bastano.

—Questa dichiarazione fa il suo elogio. Non è piccolo merito quello di un uomo attempato che sappia cattivarsi a tal grado la simpatia di un giovane, e rendersi a lui così pienamente accetto.

Un servitore venne ad annunziare che la carrozza era pronta. Il signor Fabio prese il cappello, salutò, e disse che andava a visitare alcuni stabilimenti di beneficenza posti sotto la sua protezione. Faustino, rimasto solo con Leonardo, così parlò:

—Mio zio è una pasta di zucchero, un uomo pieno di buona fede. Quanto ti sono obbligato che lo mantieni nella sua credulità!

—Bella obbigazione! Mi sarebbe più grato un acerbo rimprovero. Io sono un colpevole che inganno quell’eccellente amico col farmi complice delle tue scappate. Quando penso alla mia condotta, mi salgono al viso le fiamme della vergogna. Non avrei mai creduto che una leggera condiscendenza ad un tuo capriccio dovesse trascinarmi così lontano. Sempre menzogne! Sempre soppiatterie! Dover infinocchiare che jeri sera siamo stati alla commedia!

—Non è la prima volta che spacciamo una tale fandonia. Anche domani faremo lo stesso.

—Questo poi no! Io pretendo che stassera si vada veramente al teatro, oppure che si rimanga in casa.

—Leonardo! amico mio!

—Che vorresti tu dire?

—Io ardo di trovarmi con Marietta la bruna crestaja. Sono otto giorni che non la vedo.

—No, è tempo di finirla con queste tresche. Bisogna fare giudizio.

—Sì, sì, lo farò sicuramente, ma per ora non posso. Le attrattive del piacere sono più forti della mia volontà. Io capisco che è male il rompere così il freno agli appetiti, ma mi sento incapace di resistere alla loro violenza, finchè la sazietà non venga a rendermi facile la vittoria.

—Uditelo come ragiona, e come difende abilmente la propria causa.

—Mio buono, mio caro Leonardo, te ne prego. Questa sera con
Marietta….

—Con nessuna, ti dico.

—Suvvia, contentami, non farmi penare.

—Non voglio saperne, m’intendi?

—Le mie preghiere sono inutili? Or bene, io anderò da me solo dove mi piace. Fuggirò di casa nascostamente.

—No, non commetterai questa imprudenza. Aimè, in quale trista situazione mi ha posto la mia sciagurata debolezza. Io sono costretto a secondarti per impedire un male maggiore. Coll’essere teco io servo almeno a tenerti in una certa misura, e a conservare il secreto sulla tua condotta.

—Dunque mi compiacerai?

—Sì, e Dio me lo perdoni. Forse dovrò per te dannarmi l’anima. Tu mi fai fare di quelle cose…. hai un tale potere sopra di me…. egli pare che tu mi abbia stregato. Il vero si è che io ti amo grandemente, e che nulla so ricusarti, neppure ciò che è male. Ma io credo fermamente che, passata la foga giovanile, metterai un termine a questi disordini, e riformerai la tua vita.

—Senza dubbio, tale è il mio proponimento. Siamo dunque intesi. Tu farai che Marietta abbia l’avviso dal solito Mercurio.

—Ad un patto però, mio caro Faustino.

—E quale? Udiamo.

—Che tu debba occuparti un po’ meglio dello studio. Tu non sei attento abbastanza alle lezioni de’ tuoi maestri. Che diamine, si può conciliare benissimo l’amore dei libri con quello dei piaceri.

—Sì, sì, tu dici ottimamente. A proposito di libri, mi hai tu portato quei tali….

—Bisognava pure che io te li portassi per liberarmi dalle tue importunità. Eccoli. Ma non è a questa sorta di libri che tu devi interessarti. Sono scherzi e frivolezze che servono tutt’al più a divertire e far ridere per una mezz’ora.

—Grazie, Leonardo. Vediamo…. Novelle Galanti di Giambattista
Casti…. Quest’altro?… Convito dì Trimalcione di Petronio Arbitro.
In verità, sono curioso di leggere…. I titoli mi promettono cose
piacevoli…. Addio Leonardo, a rivederci.

—Adopera ogni precauzioni; affinchè nè tuo zio nè anima viva ti sorprenda con quei libri in mano. Sventura a noi se ti fossero trovati in casa!

—Sii tranquillo, e lascia fare a me. Tu sai pure che ho un nascondiglio sicuro dove tengo i miei contrabbandi. Io sfido il diavolo a scoprirli.

Faustino si ritirò nel suo appartamento, e lesse avidamente due novelle del Casti, infiammandosi la mente colle lubriche immagini e colle pitture allettevoli che abbondano in quelle pagine corrompitrici della gioventù. Quindi nascose il libro in una specie di guardaroba, serrata a chiave, dove stavano poesie, romanzi e racconti in gran numero, tutte sconcezze stomachevoli, tutte produzioni di laide fantasie. Vi era inoltre una raccolta d’incisioni e di miniature le une più lascive delle altre, un insieme di brutture degne dei costumi della Reggenza francese. Queste porcherie di libri e di stampe erano regali che Leonardo faceva di quando in quando all’ardente giovane, dopo avergliene con destrezza lasciato intravvedere l’esistenza, e dopo essersi fatto pregare per concederle. Faustino aprì un altro armadio che racchiudeva manicaretti e paste calorose, frutte macerate nell’acquavite, bottiglie di vini forastieri e di liquori spiritosi in quantità. Egli mangiò un pezzo di pane pepato, bevette un bicchiere dì rhum, e poscia si sdrajò sull’ottomana a fumare un sigaro. Quell’infelice aveva contratto tutti i vizi che istupidiscono l’intelletto e limano il corpo. Consumato che ebbe metà del sigaro, gettò via il rimanente, e si diede a passeggiare per la camera, pallido in volto e col capo torbido e dolorosamente esaltato. Ebbe bisogno d’aria aperta per riaversi, e discese in giardino. Quando un’ora dopo venne il professore di filosofia a dargli lezione, lo trovò distratto e sbadigliante come al solito. Gli parlò delle operazioni dell’anima in generale, e di quella del pensiero in particolare. Il discepolo ne approfittò per volare appunto col pensiero al convegno che avrebbe luogo la sera, e durante la spiegazione lo tenne rivolto intensamente a Marietta la bruna crestaja. Il professore, da quel bravo filosofo che era, se ne andò ripetendo in cuor suo: Egli è ricco, e non ha bisogno di filosofia. A me basta che si paghi esattamente il mio lauto stipendio mensile. Così dicevano presso a poco e con eguale rassegnazione i maestri di letteratura, di lingua inglese, di musica e di pittura, i cui precetti Faustino ascoltava col medesimo interessamento. Egli sentiva, è vero, di quando in quando alcuni rimorsi di coscienza circa le sregolatezze della sua condotta. Ciò è naturale in tutti, ma principalmente in un giovane d’indole buona, che s’informò di principj virtuosi, e che attese più anni all’acquisto di una savia educazione. Egli rammentava le pratiche del collegio, le massime dei maestri e quelle dei libri, gli avvertimenti di sua madre e di tutte le oneste persone colle quali aveva conversato, e paragonava questo complesso di bene coi cattivi andamenti della sua vita attuale. Ma erano riflessioni deboli e passeggere, fatte soltanto in certe ore di disgusto e di malessere dopo un eccesso d’intemperanza. Il pretendere che egli si ravvedesse di proprio impulso sarebbe stata cosa impossibile e fuor di ragione. Forse neppure i consigli e le ammonizioni altrui avrebbero operato la sua conversione. Come mai persuadere un giovane a frenare le proprie passioni una volta scatenate, e a rinunciare al piacere una volta gustato, quando a ricercarlo maggiormente lo spinge il suo temperamento e l’opera di un demonio che gli sta al fianco?

Fra le case situate in una contrada remota e poco frequentata, avvene una senza portinajo, e non molto purgata rispetto alla qualità e condotta degl’inquilini. Leonardo vi aveva preso in affitto due camere, e fattele mobigliare decentemente, servivano di ritrovo a Faustino colle sue amanze. Un ripostiglio praticato nel muro conteneva una ricca provvigione di commestibili e di bevande, provvigione che veniva rinnovata di mano in mano che si consumava. Quelle camere erano il teatro della corruzione e delle orgie di Faustino. In esse aveva dato l’addio alla sua innocenza. Quante ignote commozioni, e quanti arcani turbamenti vi provò la sua anima! Quai dolci tremiti, e quali ansie dilettose! Come arrossiva il suo volto alle carezze della prima donna da lui avvicinata! Gli inviti della voluttà contrastavano nel giovane colle ritenutezze del pudore. Era mille volte più bello della donna invereconda e provocatrice. Ben presto le timide esitanze del novizio fecero luogo all’arditezza dello sperimentato. Le più belle giovani di facile conquista si avvicendavano da un anno a’ suoi piaceri, e avevano creato in lui, ciascuna coi propri vezzi particolari, una somma d’impressioni e di memorie, che sogliono accendere maggiormente la concupiscenza, e fare più acute le voglie. Ad un’ora di notte Leonardo e Faustino comparvero in queste camere, e si diedero a preparare la tavola per una delle solite cene. Indi a poco si presentò Marietta saltellando e canticchiando una canzone. Levatasi il cappellino e la mantiglia, lasciò vedere una chioma corvina di stupenda abbondanza e lucentezza, e due spalle paffutelle e graziosamente tornite. Questa creatura, di freschissima età, era il tipo della bellezza vivace, ardente e risentita, aveva la carnagione bruna, egli occhi neri scintillanti d’una spagnuola dell’Andalusia. Era gaja e folleggiante al modo delle giovani perdute, e Faustino la preferiva a tutte le altre. Il lettore, se vuole, dipinga a sè stesso questa scena colla propria immaginazione. Tre ore dopo, Leonardo dava il braccio a Faustino, che mal si reggeva sulle gambe, e lo accompagnava a casa, facendolo salire al suo appartamento per una scala secreta, affinchè i servitori non lo vedessero in quello stato di vergognosa ebbrezza.

V.

Da qualche tempo si era operato in Faustino un cambiamento, che molto sorprese ed inquietò i suoi due carnefici. Il giovane pareva stanco di piaceri, vi si abbandonava più di rado, e senza la brama e la smoderatezza di prima. Dinanzi alle sue belle era diventato freddo e quasi astinente, come sobrio dinanzi alle stuzzicanti imbandigioni. Egli stava pensoso, e mal volentieri usciva di casa. Poche volte si accostava al nascondiglio dei liquori spiritosi, e a quello delle stampe e dei libri disonesti. Eppure non era ancora malandato di salute, nè si lagnava di alcun male. Questo rivolgimento non si poteva dunque attribuirlo a cagioni fisiche, ma piuttosto all’influsso e agli avvisi di qualche secreto consigliere, oppure alle inspirazioni del cielo. Siccome il signor Fabio e Leonardo non credevano nelle inspirazioni del cielo, così pensarono che un mortale nascosto lavorasse alla conversione di Faustino, e tremavano di essere perduti. Invano Leonardo aveva interrogato più volte il giovane, e cercato di scoprire l’arcano del suo mutamento. Al fine gli cavò di bocca la confessione che era innamorato. Ecco l’avventura. Un giorno si affacciò ad una finestra della casa dirimpetto una giovinetta sedicenne di figura veramente angelica. Faustino vide dalla sua finestra quel miracolo di bellezza, e rimase estatico a contemplarlo. Un solo minuto durò la contemplazione, poichè la giovinetta, accortasi della presenza e degli sguardi di lui, si ritirò confusa e colorata del più amabile rossore. Ma quel solo minuto valse a commoverlo tutto quanto, e a stampargli nell’anima l’immagine di lei. Il sentimento che provò era affatto nuovo, e nullamente paragonabile a quello provato per le altre donne. Ogni giorno si appostava dietro le persiane socchiuse, spiando le sue apparizioni, che già succedevano con qualche frequenza, perchè essa pure era rimasta colpita dalla vista del giovane avvenente. Quando con un libro od un lavoro femminile in mano si presentava alla finestra e rimaneva delusa nel suo desío e sconfortata, Faustino era là nascosto a bearsi dei biondi capegli, dei vaghi occhi cerulei, e delle dolci e virginali sembianze di lei, comprimendo a fatica i battiti violenti del cuore. Egli non avrebbe mai voluto possederla al modo delle altre donne; da questa idea abborriva come dal più nefando sacrilegio. Vagheggiarla come cosa santa, starle da vicino per udire il suono della sua voce, e per respirare l’aria da lei respirata, ecco ciò che gli sarebbe parso il colmo della felicità. Faustino aveva conosciuto il puro e virtuoso amore. Nella speranza di farlo dividere, apriva alle volte le imposte e si manifestava alla fanciulla, che trasaliva e imporporava le guancie, ma rimaneva al suo posto. Quando i loro occhi s’incontravano, le loro bocche si componevano ad un lieve sorriso che destava in ambedue le più care vibrazioni di gioja. Le loro anime si erano intese. Faustino venne a sapere che la giovinetta si chiamava Luigia, che apparteneva ad una ragguardevole e ricca famiglia, e che usciva appena dal monastero nel quale era stata allevata. Per due mesi continuarono a vedersi dalle rispettive finestre, palesandosi il loro amore col muto ma eloquente linguaggio degli occhi. Il ricambiare parole non era possibile a motivo della distanza che li separava, e potendolo fare, non avrebbero forse osato. Una inclinazione del capo, od un cenno della mano erano i saluti che si volgevano al principio e alla fine delle loro tacite ma dilettose conversazioni.

Leonardo, appena ricevuta la confessione di Faustino, andò a rivelarla al signor Fabio, il quale così parlò al nipote: Tu hai fatto male ad innamorarti alla tua età troppo giovanile, quando non hai ancora compito la tua educazione. Tu devi accasarti, siamo d’accordo. Tu devi dotare il paese d’una nuova famiglia, che si distinguerà per decoro di meriti, per dignità, e per lustro di ricchezze. Senza dubbio ti è riserbato il destino di sposo e di padre felice, e già io principiava a volgermi attorno per iscoprire una fanciulla degna di esserti data a tempo debito per compagna. Meno male che nella tua imprudenza la fortuna ti ha guidato con benignità, facendo che tu non collocassi bassamente il tuo amore. Io non ti dico di soffocarlo, nè di abbandonare la speranza. Seguita pure a nutrire questo sentimento, ma colla moderazione di chi dubita di riuscire a buona fine. Io forò conoscenza coi genitori della fanciulla, m’informerò circa le qualità di lei, e vedremo se sarà possibile di conchiudere questo matrimonio. Sii però ragionevole, e non lusingarti molto, perchè l’affare può avere dei gravi ostacoli. Tu intanto farai un viaggio in Francia, che servirà insieme ad istruirti nella conoscenza del mondo, e ad impedire, colla distrazione, i progressi del tuo amore, progressi che sarebbero sconsigliati e pericolosi, finchè la certezza del matrimonio non venga a giustificarli. Leonardo ti accompagnerà.

I preparativi della partenza vennero fatti senza indugio. Faustino, che a malincuore intraprendeva questo viaggio, s’ingegnò d’informarne Luigia colla mestizia del volto e coll’azione della mimica, e vi riuscì perfettamente. La fanciulla comprese tutto, e s’immestì come lui. Ciò che Faustino avrebbe voluto farle sapere, ma che non tentò neppure per l’impossibilità del buon successo, erano le favorevoli disposizioni di suo zio, e le pratiche consolatrici che egli si disponeva a fare presso i genitori di lei. Troppo ardire parevagli quello di scriverle una lettera, e poi come fargliela pervenire? Si contentò dunque di pensare che un giorno ella avrebbe saputo per altro mezzo questa lieta novella, e le fece i suoi addio con tanta commozione d’animo, che le lagrime gli rigavano il volto. La giovinetta gli corrispose colla medesima tenerezza dolorosa, e recandosi agli occhi il fazzoletto per asciugarvi il pianto. Le finestre si chiusero, e dopo altri sguardi e saluti ricambiatisi attraverso i vetri, gl’innamorati disparvero colmi del più amaro affanno.

VI.

Parigi è certamente la città per eccellenza, dove l’amore dei piaceri trova uno stimolo violento, e insieme un pascolo agevole. Tutte le seduzioni e le raffinatezze del sibarismo, tutte le arti di allettare, tutti i ritrovati che accarezzano i cinque sensi e riscaldano le fantasie sono colà portati al grado di perfezione. Abbiate molta salute, molta inclinazione ai godimenti e soprattutto molto danaro in tasca, e voi vi create a Parigi un paradiso terrestre, colla differenza però che quello di Adamo conteneva più semplici e più innocenti delizie. Faustino serbava in cuore l’immagine di Luigia, ma offuscata dal fumo delle dissolutezze, cui si era di bel nuovo e con più lena abbandonato. Leonardo raddoppiava di furberia per nascondere sempre meglio il suo ufficio diabolico d’instigatore al vizio. Appena giunti a Parigi, egli tenne al giovane un lungo sermone morale, e gli tracciò la linea di savia condotta che sarebbe obbligato di seguire. Principiò col condurlo alla visita delle gallerie, delle biblioteche, dei monumenti, e di quanto sogliono occuparsi coloro che viaggiano per osservare e per istruirsi. Era un continuo passare da uno stabilimento all’altro, un discorrere di archeologia, di belle arti, di commercio e d’industria; un fare annotazioni sulle cose più interessanti e degne di memoria. Leonardo voleva annojarlo, e in capo a pochi giorni ottenne l’intento. Faustino, che realmente credeva d’aver fatto prevaricare quella specie di suo ajo, e che sapeva di poterlo condurre pel naso, dichiarò che non voleva sottomettersi ai patti stabiliti senza il proprio consenso, e che egli non era venuto a Parigi per fare la vita dello scienziato. Leonardo finse di opporgli una forte resistenza, mise in campo i diritti e l’autorità di cui era investito, la responsabilità che pesava sopra di sè, i rimordimenti della coscienza, e passò perfino a parere sdegnato, e a tenergli il broncio. Intanto le brame del giovane erano fatte dal contrasto vieppiù ingorde ed impazienti di ritegno. Egli passava dall’umile pregare all’imperioso volere, e finalmente Leonardo, come se cedesse a tante importunità, gli fece alcune concessioni, che in breve si allargarono senza misura. Faustino si paragonava in cuor suo al destriero che prende il morso tra i denti e mena dove vuole il suo cavaliere. Le più belle cortigiane maestre nelle blandizie, i pasti squisiti e copiosi presso i celebri ristoranti, i concerti musicali, gli spettacoli equestri del circolo Franconi colle sue amazzoni leggiadre, quelli dei balli dell’Opera colle sue ninfe succinte e voluttuose, e quelli delle danze popolari piene di movenze e di abbandoni indecenti occuparono per sei mesi lo spirito ed il corpo di lui, tanto che la sua salute ne fu rovinata. In sulle prime Leonardo non se ne diede per inteso, e allora soltanto che il giovane cominciò a deperire troppo evidentemente, egli aprì gli occhi e manifestò le sue inquietudini. Parlò di riposo, di medico, di consulti e di medicine, ma Faustino non volle saperne, e preferì di tornare in patria. Nella stanchezza dei piaceri e nel malessere in cui era caduto gli parlava più che mai la memoria di Luigia, e si sentiva spinto vivamente verso di lei. Leonardo scrisse al signor Fabio, e n’ebbe in risposta una lettera che pareva inspirata dal timore, dall’affanno e da tutti i sentimenti che prova un padre affettuoso al quale si annunzia la malattia di suo figlio lontano. Faustino leggendola, esclamava: Che ottimo cuore! Che uomo eccellente! Quanto mi ama! Abbandonarono Parigi, e dopo cinque giorni furono a casa. I disagi del viaggio avevano peggiorato lo stato del giovane, il quale scendendo di carrozza colpì di doloroso stupore coloro che stavano ad aspettarlo. Il signor Fabio medesimo, profondo scellerato com’era, non potè esimersi dalla compassione quando, nell’abbracciare il nipote, lo vide squallido, sfinito, cogli occhi infossati e colle labbra smorte; compassione che durò quanto l’abbracciamento. I malvagi e feroci istinti prevalsero subito alla pietà, della quale non rimase che le apparenze nella umanità delle parole e nella tristezza del volto. Il medico dichiarò che Faustino era tisico, e pur troppo si appose al vero. Ciò che il medico non seppe mai erano le cause della sua etisia. Il signor Fabio volle informarlo egli stesso, come a modo di diagnosi, sulle antecedenze del nipote, inventando falsità che potessero illudere la scienza e sviarla nelle sue ricerche. Secondo lui, Faustino nasceva da una madre debole, e morta di languore; il fanciullo partecipava della condizione materna, e più volte fece temere di non sopravvivere alla genitrice. In seguito parve fortificarsi, e venne posto in collegio, dove forse lo studio e il sistema di vita colà praticato gli furono di detrimento. Nondimeno vi stette per lo spazio di sei anni, abbisognando però di riguardi a motivo della sua gracilità. Quindi, nei due anni vissuti presso di lui, suo zio, aveva preso l’aspetto del giovane sano e robusto, con maraviglia di quanti lo conobbero nella sua fanciullezza. Ma ora che toccava l’età fatale ai disgraziati che covano il germe della tisichezza, era caduto con rapido progresso in tanto deperimento. Il medico fu pago di queste informazioni, non cercò di più, e si diede a tentare la guarigione dell’ammalato. Prima di mettersi a letto, Faustino aveva più volte riveduto Luigia alla solita finestra, e tenuto con lei le solite conversazioni di cenni, di sguardi e di sorrisi. Se non che gli sguardi ed i sorrisi erano diventati malinconici da ambe le parti, ed esprimenti il dolore. Luigia si affliggeva al vedere Faustino in quel misero stato, ed egli al vederla afflitta, e al pensare alla propria infermità. Tutti due poi si rattristavano di un amore che fino allora non aveva fondamento di speranze.

Già da una settimana il giovane guardava il letto, e ubbidiva alle mediche prescrizioni. Suo zio passava molte ore accanto a lui, e sotto la larva della mestizia e del compianto, nascondeva un tripudio feroce. Egli spiava con avido sguardo gli andamenti del male, e a misura che aumentava il pallore e l’infossamento delle guancie, che languivano gli occhi e scemavano le forze della sua vittima, cresceva in lui la satanica gioja. I tisici quasi tutti non s’accorgono di andare lentamente verso il sepolcro. Essi sperano sempre di guarire, anche quando si trovano giunti agli estremi. Con un filo di voce interrotta dalla tosse dicono di sentirsi bene, e fanno progetti e assegnamenti sull’avvenire. Faustino domandò un giorno allo zio se avesse parlato ai genitori di Luigia, come aveva promesso di fare. Il signor Fabio non si era neppure sognato di entrare in questa pratica. Nondimeno voleva rispondere all’infermo in modo da consolarlo, vale a dire che le sue proposizioni non erano state disaggradite. Ma un lampo d’inspirazione infernale fece sì che rispondesse: Mio caro Faustino, io pensava di tacerti la cattiva novella, ma giacchè mi hai interrogato, sappi che bisogna rinunciare all’idea di questo matrimonio. Il padre della fanciulla, col quale mi sono abboccato, non può acconsentire al nostro desiderio, perchè una promessa anteriore lo tiene obbligato, e sua figlia senza ancora saperlo, è destinata ad altre nozze. Ciò mi disse colla fermezza di chi renderebbe vano ogni tentativo di farlo piegare a nuovi consigli. Vedi quello che ti ha fruttato l’amare di nascosto e senza prima consultare tuo zio? Non darti però travaglio, e lascia a me la cura di trovarti una sposa. Intanto pensa a guarire, e fa di obbliare Luigia. Il giovane pianse sommessamente e cadde in una profonda malinconia, che sempre più aggravò la sua infermità. Quando lo zio non era in camera, egli si alzava a stento e si trascinava alla finestra nella speranza di vedervi Luigia, ma sempre vanamente. La fanciulla, sapendolo obbligato al letto, aveva cessato dalle sue apparizioni, e se ancora ne faceva alcuna, era per volgere un sospiro ed una mesta occhiata al luogo che racchiudeva l’infelice oggetto del suo amore. Il caso fece che una volta s’incontrarono, e fu l’ultima. Luigia rimase quasi tramortita, giunse le mani, e guardò il cielo in atto di dolore e di supplicazione. Erale parso di vedere un cadavere che si movesse. L’amore e la pietà fecero al suo animo un crudele assalto, e non permisero che avesse lo sfogo del pianto. Faustino la guardò con occhi semispenti che più non potevano esprimere ciò che sentiva, alzò la mano scarnata per fare il cenno di salutarla, e poi con estrema fatica ritornò a coricarsi. Indi a poco entrò in camera Leonardo, che soleva visitarlo almeno due volte al giorno. Egli avrebbe voluto non più mostrarsi al letto di Faustino, ma bisognava che sostenesse fino al termine la parte di amico premuroso e affezionato. Ad onta della sua estrema perversità e del sangue freddo con cui aveva consumato un lungo e barbaro delitto, non poteva vedere con indifferenza gli effetti spaventosi dell’opera sua. Quel giovine sì bello e florido poc’anzi, da lui ridotto come scheletro, eragli uno spettacolo increscioso e svegliatore di rimordimenti. Non si dà uomo tanto perverso e fracido nelle colpe, che non oda in certi momenti qualche rimprovero di coscienza. Leonardo cercava di tranquillarsi col pensare: In fine dei conti non è poi una morte dolorosa la sua. Io non gli ho cacciato un pugnale nel petto, ma dolcemente l’ho condotto alla tomba sopra un sentiero sparso di rose.

—Come va, Faustino mio? gli domandò inchinandosi sopra di lui, e posandogli una mano sulla fronte che bolliva di febbre.

—Mi sento un poco debole, ma del resto non c’è male, rispose l’infermo con languida voce. Che ti pare del mio aspetto?

—A dirti la verità è tristo, ma lo era di più i giorni passati. Mi sembra che l’occhio sia meno appannato, e le labbra meno scolorate. Questi sono buoni indizj. Coraggio, amico mio, e guarirai.

—Voglio sperarlo. Alle volte però mi cade l’animo, e penso che mi sovrasta la morte.

—Malinconie! Il mio presentimento è che tu debba scamparla.

—Tanto meglio, caro Leonardo. Allora io farò una vita ben diversa dalla passata, e metterò in opera le riforme che ti aveva promesse. Intanto comincerò con un atto, che mi gioverà egualmente se vivo come se muojo, e tu sei incaricato di eseguirlo. Domani farai sparire per sempre i libri, le stampe e le bottiglie che tu sai, e queste sono le chiavi dei ripostigli. Mi farai il favore?

—Certamente, rispose Leonardo mettendosi una mano sul petto, e pigliando coll’altra le chiavi. Entro domani non vi sarà più traccia di quelle cose.

—Sono contento, e ti ringrazio. Vivendo, non avrò più tentazioni in casa, e morendo, non lascierò le prove rivelatrici de’ miei peccati nascosti. Ah, Leonardo, io mi persuado che l’abuso dei piaceri è la vera causa della mia infermità. I medici non sanno e non indovinano niente.

—Essi però ti curano bene, come se sapessero e indovinassero tutto.

—Ah, perchè non ho ascoltato le tue ragioni! Perchè mai ti ho costretto a fare la mia volontà! L’amore che tu mi portavi ti ha chiuso gli occhi e reso incapace di resistermi più fermamente. Ma io ti assolvo della tua condiscendenza, e mi accuso come il solo colpevole. Quando sarò guarito, non avverrà più che tu debba secondarmi nelle mie intemperanze, perchè non voglio più commetterne. Le sensualità, alle quali mi sono abbandonato, non meritano il nome di piaceri, ma producono il disgusto ed il dolore. Ah, i veri piaceri sono quelli di un amore virtuoso e conducente ad una santa e stabile unione. Io mi prometteva di gustarli, ma la fortuna mi è stata contraria al loro conseguimento. Tu non sai che Luigia è destinata ad altri.

—Vi è luogo a sperare ancora.

—Che dici?

—Tuo zio non ha fatto il ragionamento che fo io. Potrebbe darsi che il padre di Luigia, quando la saprà innamorata di te, cambiasse consiglio per non renderla infelice. Bisognerà pur vedere il grado di resistenza che opporrà la fanciulla ad un matrimonio contro suo genio. La resistenza io credo che sarà grande come l’amore che ti porta. La speranza dunque non ti abbandoni.

—Ah, quanto mi consolano le tue parole! Rimane a vedersi se io guarirò.

—Senza dubbio tu guarirai. Nutri soltanto la fiducia, e tieni l’animo in calma.

—Sappi che l’ho veduta un momento.

—Chi?

—Luigia.

—Dove? Quando?

—Alla finestra, poco prima della tua venuta. Io fui capace di discendere dal letto, e di condurmi fin là.

—Imprudente! Io dovrei sgridarti per lo sforzo e per la commozione che avrai sostenuto, ma sarebbe inutile dopo il fatto. Or bene?

—Or bene, ci siamo guardati e salutati colla più grande passione. Aimè, quale angoscia il non poterci veder più da vicino, e dirci più chiaramente quello che proviamo di piacere e di tormento. Se avessi alcun che di lei, una sua memoria da tenermi sul cuore!

—Viva il cielo, te la procurerò io, esclamò Leonardo, come colpito da un’idea felice. Era l’idea di confortare con una dolce illusione gli ultimi giorni di Faustino. Era un nuovo suggerimento della coscienza e della pietà che tardi e debolmente si risvegliarono. Egli prese le forbici e tagliò una ciocca di capegli del giovane, soggiungendo: Luigia riceverà questi tuoi capegli, e ne darà altrettanti de’ suoi.

—Sarebbe mai possibile! disse Faustino animandosi per quanto gli era concesso, e mutando il pallore del cadaverico volto in una rosea tinta leggiera. Sarebbe mai possibile questo ricambio! Come riuscirai ad effettuarlo?

—Mediante la cameriera di Luigia, che io conosco e che saprò interessare a favorirci.

Il giorno dopo Leonardo si presentò al letto di Faustino con una ciocca di capegli biondi soavemente profumata e ravvolta in finissima carta. L’anima e le forze vitali del giovane si distribuirono nelle mani, negli occhi e nelle labbra di lui, che tenevano, guardavano e baciavano quel tesoro. Povero ingannato! Povero trastullo dei malvagi anche sul limitare della fossa! Ma di quest’ultimo inganno poco importa; egli non sentivasi per ciò meno felice. Egli credeva di possedere e baciare i capegli di Luigia, e tanto bastava a procurargli una gioja immensa. Il fatto sta che quei capegli appartenevano ad una delle giovani svergognate che avevano contribuito alla sua rovina. Questa baratteria, questo burlarsi dei sentimenti di un moribondo era cosa degna del tristo e fraudolento Leonardo. Se non altro Faustino aveva un talismano che serviva a mantenerlo nella gemina speranza della sua guarigione e delle sue nozze con Luigia. Eppure al misero non restavano che pochi giorni di vita. I soccorsi dell’arte non potevano più nulla per lui; i medici avevano già dato la loro sentenza, e lo visitavano ormai per solo atto di formalità. Il signor Fabio pareva costernato, e ordinava preghiere e tridui nei santuarii della città, onde impetrare il risanamento del nipote. Il manigoldo prendeva a gabbo anche il cielo, domandandogli un miracolo che mai non avrebbe voluto ottenere. Una sera sullo scorcio di ottobre Faustino spirò senza agonia e così tranquillamente come se si fosse addormentato. Tutti gli astanti piangevano quella morte immatura e compassionevole. Chi lo crederebbe? Anche le lacrime del signor Fabio e di Leonardo erano abbondanti, e quello che più fa stupire, erano sincere e spremute da una specie di dolore. Ciò ricorda il detto volgare che il coccodrillo uccide e poi piange le sue vittime. Egli è vero che il loro dolore finì prestissimo, ma ripetiamo che non era una finzione. Non si può ridere internamente, nè simulare il pianto che per la morte di un nemico, di alcuno che si odiava. Il signor Fabio e Leonardo non erano punto nemici di Faustino, nè gli portavano il più piccolo odio. Anzi possiamo dire che lo amavano alla lor maniera. Con tutto ciò si sarebbero guardati bene dal desiderarlo risuscitato, e molto meno guarito. La sua morte fruttava a Leonardo il premio di cinquantamila lire, e al signor Fabio l’eredità di capitali, case e terreni per due grossi milioni. Egli era il solo parente di Faustino.

I funerali furono solenni per numeroso corteo e profusione di ceri. Oltre un centinaio di preti, vi assistevano gli individui di molte confraternite e case di beneficenza. Il signor Fabio fece distribuire elemosine ai poveri della parrocchia affinchè pregassero per l’anima del defunto. Fra la moltitudine accorsa nella chiesa addobbata di nero, si vedeva Luigia e la sua governante inginocchiate in una cappella appartata. La giovinetta gemeva secretamente e nascondeva sotto il velo le sue lacrime acerbe. Povera angioletta! Povero cuore sensitivo e piagato d’infelice amore! Quanti affanni, quanti sospiri, quante notti insonni! Abbi pazienza, creatura bella, e il tempo apporterà rimedio al tuo penare. A poco a poco la memoria di Faustino sarà cancellata; non andrà molto che tu accenderai un altro amore, e quello non sarà infelice.

Sul monumento funebre di Faustino sono registrate le ottime qualità che aveva perdute, e le virtù di cui non possedeva che i germi isteriliti per colpa de’ suoi esecrabili pervertitori. L’epitaffio dice che lo zio amava il giovane con affetto paterno, e che il dolore della sua perdita sarà inconsolabile. Generalmente parlando le iscrizioni mortuarie non meritano gran fede, ma come non credere a quella dettata dal signor Fabio sul sepolcro di Faustino? Come dubitare del suo amore verso il nipote, e della sua afflizione per averlo perduto? Questi sentimenti non possono essere finti in un uomo che professa la virtù, e che possiede la stima de’ suoi concittadini. Così nessuno li revoca in dubbio, e tutti prendono parte al suo cordoglio.

Leonardo ha portato a casa le sue cinquantamila lire in tanto bell’oro, e non vede più il signor Fabio, se non quando lo incontra per caso. Di giorno egli è passabilmente allegro, ma la notte si addormenta a stento, e fa dei sogni paurosi. Alle volte gli appare il fantasma di Faustino che lo minaccia, e gli domanda conto del governo che ha fatto di lui. Leonardo si risveglia tutto sudato, si frega gli occhi e si lamenta della brutta visione. Per consolarsene, accende il lume, apre la cassa del tesoro, e colle mani e cogli sguardi si procura sensazioni e pensieri gradevoli.

Il signor Fabio egli pure stenta un poco a prender sonno, ed è visitato qualche volta da due larve importune. Che avete voi fatto di mio figlio? gli grida la cognata. Era questo l’amore che mi portavate? gli grida il nipote. Cento altri rimproveri gli fanno udire quelle povere anime tradite. Il signor Fabio si desta di sbalzo, si mette a sedere sul letto, ed eccolo già tranquillo dal momento che si è accertato non essere quello che un sogno. Di giorno egli è troppo distratto dagli affari, e non ha tempo di pensare al suo assassinio. Ora per giunta si occupa ad effettuare il suo progetto di nobilitarsi, e di passare a seconde nozze con una ricca gentildonna. Ah, signor Fabio, che altro manca alla vostra felicità?

Paolo Bettoni – Il gentiluomo mendico

Lungo un mio viaggetto pedestre nel Tirolo italiano m’incontrai al di sopra di Rovereto in un giovane artista, che viaggiava egli pure colla vettura di San Francesco. Due individui presso a poco della medesima età, che hanno entrambi una valigia dietro le spalle ed un bastone in mano, che portano una blouse ed un berretto, e che vanno per la medesima strada, sono obbligati di salutarsi e di entrare in discorso, giusta le leggi dell’attrazione umana e della fratellanza universale. Queste leggi si fanno sentire principalmente nella solitudine delle montagne, lungo i cammini disastrosi, vicino ai burroni e alle cascate d’acque, e più ancora dove non si vedono che nibbi e falchi svolazzanti, da una roccia all’altra, e capre pascolanti sulle aeree punte dei precipizi. Bisogna dunque assolutamente che i due individui così ravvicinati dal caso si facciano dei complimenti, e si chiamino fortunati di camminare in compagnia, a meno che uno di essi, o tutti due, non siano ceffi paurosi, o misantropi selvaggi. Nè l’uno nè l’altro di noi si trovava in queste condizioni antipatiche, e perciò fu subito aperta la conversazione, e dato luogo alle debite confidenze. Egli si dilettava di dipingere paesaggi, e peregrinava per copiare le bellezze della natura montuosa. Io aveva la smania di fare un erbolajo, e andava errando per raccogliere ciò che mi pareva nuovo o raro nel regno della vegetazione tirolese. Ah! vivaddio, che botanica follia, che delirio delle verdure scientifiche mi aveva invaso in illo tempore! Ora ne sono guarito da un pezzo, e rido pensando a quella farragine di erbe e di pianticelle di cui aveva piena una camera, quasi fosse stata un fienile. Non dico poi dei libroni che contenevano tra foglio e foglio le mie conquiste classificate e diseccate. Il mio compagno imitava le produzioni della natura, ed io toglieva alla natura le sue produzioni medesime. Ognuno vede che il mio lavoro era molto più facile e meno pregevole del suo. Ad onta però della distanza dei meriti noi diventammo amici, e per otto giorni facemmo vita insieme. Intanto che egli disegnava una rupe od una grotta, io strappava dai crepacci dello scoglio qualche tesoro vegetale ignoto alla mia scienza. Un giorno egli mi trasportò a colpi di matita e mi fece figurare come macchietta in un suo abbozzo, mentre io prendeva d’assalto una specie di cardo singolare che sorgeva nella frana d’un dirupo, audace ed eroica impresa. Questo tratto di bizzarria artistica e d’inspirazione confidenziale mise il colmo alla nostra amicizia. Era una ragione più che bastante per fare di noi un Pilade ed un Oreste.

Alla sera dello stesso giorno ci trovammo in un piccolo villaggio ai piedi della montagna, dove esisteva un’osteria insperata e miracolosa, alla quale domandammo alloggio e cena. O santa ospitalità, io ti benedico e ti esalto anche quando sei vendereccia e mungi la borsa ai pellegrini; anche quando imbandisci loro non altro che pane secco, pomi di terra e cacio pecorino; anche quando li metti a giacere sopra letti di equivoca nettezza e di durizia incontrastabile, esigendo nondimeno il prezzo che valgono i delicati mangiari e le morbide piume. Un tale trattamento è preferibile pur sempre al digiuno e alla stazione sotto la cappa dei cielo. Fortunatamente che vicino al male si trova il bene, e l’assioma si manifestò vero per la millionesima volta. Noi avemmo un compenso al nostro disagio. Mentre stavamo in cucina affrontando il gramo pasto, e pensando al giaciglio ancor più gramo da affrontarsi dappoi, ecco nella camera attigua un violino e un contrabasso che principiano a stridere confusamente colla buona intenzione di montarsi al medesimo diapason. Erano come due amici che gridano e contrastano più in apparenza che in sostanza, per fare quindi la pace e camminare d’accordo nella stessa faccenda. A questo miagolio disarmonioso tenne dietro una monferina tutta brìo da mettere in gongolo un piagnone, e snodare le gambe d’un paralitico. Potenza degli Dei, sarebbe mai vero che qui succede una festa da ballo? Era vero come il magro pasto che avevamo finito, e come il duro letto che ci aspettava. Noi balzammo in piedi, e il passare dalla cucina al teatro delle danze fu un volo. Quattro coppie di ballerini erano già in moto, e il sesso forte sgambettava e faceva salti da dare il capo nel solajo. Altri giovinetti e altre forosette sopraggiungevano mano mano finchè la camera fu piena. Quel giorno si era fatto uno sposalizio, e l’oste aveva prestato il locale per la celebrazione di una festa in onore di Tersicore montanina. I due orfei stavano sopra l’eminenza di una tavola collocata in un angolo, e di là diffondevano torrenti d’armonia, frase che io tolgo in prestito da una gazzetta teatrale. Colui che dava vita al violino era il sarto del villaggio; l’animatore del contrabasso era il sacristano della parrocchia, due genj sorprendenti, due personaggi meravigliosi che sapevano unire i talenti più disparati. Voi che ridete, trovatemi voi due uomini che trattano gli strumenti di Sivori e di Bottesini colla stessa disinvoltura con cui tirano l’ago e accendono le candele. Noi pigliammo parte al divertimento con una lena straordinaria in chi si è arrampicato tutto il giorno su pei monti. Ma la gioventù non sente fatica quando si tratta di ballare. Quell’idea di stringere la mano ad una fanciulla, di allacciarla mediocramente ai fianchi, di condurla in giro, e di specchiarsi nel suo visetto, è un potente rimedio contro ogni stanchezza. Ma qui non erano visetti pallidi e delicati che miravamo, nè personcine smilze e fragili che cingevamo, come succede nei balli sontuosi e profumati delle città. Erano pezzi di fanciulle rigogliose e massiccie, coi volti parte brunotti e parte impastati di rosa e latte, cogli occhi neri scintillanti, piene tutte di floridezza e di vigore, tipi insomma della bellezza alpigiana. Questo era per noi un’attraente novità, che aggiunta alla fortuna di lasciar vedovo per molte ore il nostro letto ci rendeva al sommo contenti. Noi ballammo lungamente e con tutte quelle care napee, compresa la bella sposa, che non faceva smorfie nè ritrosìe vere o affettate, ma che palesava una schietta letizia, velata alquanto dalle sue commozioni misteriose, e dal contegno pudibondo di chi è fanciulla per l’ultimo giorno. Una sorella di lei era per me la regina della festa, e aveva la preferenza nelle mie attenzioni e ne’ miei omaggi di galanteria. Io le custodiva il posto da sedersi, e con premura la serviva di birra, il solo genere di rinfreschi circolanti nella sala da ballo. In fede mia quella ragazza mi avrebbe fatto fare pazzie, quando avessi continuato a vederla per molti giorni. Era fiera ed imponente come Diana, della quale aveva un poco i gusti e le abitudini silvestri. Tuttavia non mancava di mansuetudine, e rideva graziosamente mostrando un tesoro di denti bianchissimi, e facendo due pozzette che nulla di più vezzoso. Aveva nome Bettina, e ballava la forlana che era un incanto. Il mio compagno non si divertì meno di me, e inoltre come pittore e mezzo poeta ebbe delle idee e delle inspirazioni che a me non vennero. Quella rustica camera illuminata da quattro candele di sego, quel fermento dei giovani ballerini, quella lieta tranquillità dei vecchi spettatori, quelle voci di allegria miste ai suoni di quell’orchestra singolare, gli facevano l’effetto di un quadro animato di Van-Dick o di Rembrand. Io ebbi invece dei momenti di raccoglimento per fantasticare intorno ad un vecchio vestito di abiti signorili, ma logori e macchiati fino all’indecenza, che tutti chiamavano il signor conte, che mostrava infatti una fisionomia e modi distinti, che aveva ballato due volte con molta degnazione e allegramente come un giovinetto. Per mancanza di agio, di motivi sufficienti, e di persone di confidenza per farmi fare la sua biografia, rimasi per allora colla mia curiosità in corpo. Il divertimento durò fin oltre la mezzanotte, e quindi ognuno se ne andò a casa sua. Una camera qualunque, dove si è fatta una festa da ballo, appena rimane deserta, fa male all’immaginazione, ed inspira tristi e filosofici pensieri. Io stetti un poco sulla soglia in atteggiamento di meditazione a guardare quella camera vuota e silenziosa, che un momento prima echeggiava di suoni, ed era il campo di tanta gioja rumorosa. Fu allora che principiai ad accorgermi della fugacità e insufficienza dei piaceri umani, e mi sentii alquanto sconfortato. Ah, non è a ventidue anni che si fanno di queste gravi e barbute riflessioni. In gioventù quando un piacere fugge, ne intravediamo un altro nel domani, e ci consoliamo. La vera cagione del mio sconforto era Bettina, che non avrei più veduta, e che mi andava girando nella fantasia. Il mio compagno intanto mi chiamò dall’alto della scala di legno che conduceva al nostro dormitorio, il quale era una specie di granajo dove in mezzo ai fagiuoli, alle fave e alle patate sorgeva il nostro letto di Procuste. Il diavolo non è brutto come si dipinge. Una volta entrati fra le lenzuola, spento che fu il lume, e voltati che ci fummo cinque o sei volte sui fianchi, discese sopra di noi il sonno benigno, e quando si dorme ogni letto è buono. La mattina per tempo noi uscivamo dal villaggio, allorchè un ostacolo per parte mia venne a ritardare alquanto il proseguimento del nostro cammino. Io aveva le scarpe molto rotte. Questa disgrazia mi era nota da due giorni, ma il male era allora nel primo stadio, e si poteva sopportarlo. Un moralista qui direbbe: Noi dobbiamo riparare un male, qualunque sia, appena si manifesta, affinchè non diventi maggiore col trascurarlo. Un economo soggiungerebbe: Quando si rompe un punto ad una scarpa, correte subito al rimedio, altrimenti una piccola fessura si convertirà presto in uno squarcio. Mille grazie all’uno e all’altro, ma i saggi avvisi non sempre si possono mettere in pratica. Nel caso mio un pronto rimedio era impossibile, perchè al manifestarsi del guasto io non avrei saputo dove trovare un calzolaio. Eccomi giustificato della mia apparente incuria. Del resto niente di più naturale che il rompere le scarpe allorchè si viaggia a piedi tutto il giorno, e che per giunta si balla tutta la sera come disperati. Coloro che viaggiano in carrozza sono sottoposti al malanno di avere una ruota spezzata, ma è un caso molto più raro dell’altro, e perciò se potessi io vorrei sempre viaggiare in carrozza. Dunque come si fa quando le scarpe sono rotte? Quando non se ne hanno portate seco delle altre da sostituirvi? Diamine, la cosa è chiara per sè medesima, bisogna comperarne un pajo di nuove, oppure far rattoppare le vecchie a meno che non vogliate tirare innanzi così, e farvi credere un giramondo pezzente. Vi è anche la ragione di conservarsi i piedi asciutti, e di chiudere la via ai sassolini che entrano pei buchi a darvi fastidio. Lasciamo stare le scarpe nuove, io dico fra me pensando all’economia, e facciamo mettere le mezze suole a queste qui, che hanno ancora un buon tomajo. E poi dove trovare in questi luoghi delle scarpe che non sieno di materia e di fattura grossolane, e di peso enorme? Io mi guardo attorno, e vedo una botteguccia di ciabattino che ha per insegna due forme infilate ad una corda e penzolanti in aria. L’indicazione era equivoca, anzi del tutto falsa, poichè invece di fabbricare scarpe, sembrava che là dentro si fabbricassero forme. Suvvia, non andiamo a cercare la logica nè l’esattezza dei simboli sopra le insegne delle botteghe. Il barbiere tiene inalberato sulla sua tre piattelli di stagno o di ottone, e ciò non vuol significare che egli sia artefice di quella sorta d’utensili. Io entro dal ciabattino, e intanto il mio compagno va a copiare la chiesetta del villaggio, bellamente situata sopra un’altura, e poi un mulino a vento che sorgeva poco discosto di là, e che egli non prese per un gigante, come avrebbe fatto Don Chisciotte di piacevole memoria. Il ciabattino era un vecchiotto di circa sessant’anni, grasso, rubicondo e colla bontà dipinta in faccia. Aveva una di quelle fisonomie che si guardano volentieri, e per le quali si prova subito simpatia. Egli mi disse, toccandosi la berretta, che m’avrebbe servito nel mio bisogno, ma che non ci voleva meno di due ore a fare la fattura come andava fatta. Vi era in quella bottega un odor di pece e di cipolle che non rallegrava l’olfatto, ma i viaggiatori pedestri non debbono essere schizzinosi, nè cadere in deliquio al più piccolo disgusto dei sensi. Nondimeno, se avessi avuto un altro pajo di scarpe, sarei andato volentieri a passeggiare e respirare liberamente. Non potendo uscire di là, mi sedei sopra uno sgabello di paglia, e stetti a guardare l’opera e l’operajo. Maestro Giacomo (si nominava così) aveva principiato a battere il cuojo colla solita armonia dei ciabattini, quando entrò in bottega il conte che io aveva veduto alla festa da ballo. Il racconciatore delle mie scarpe si alzò premurosamente, e tutto ossequioso lo invitò a seguirlo in una stanza vicina. Colà si trattennero due o tre minuti, ed io senza volerlo intesi qualche cosa di quel breve colloquio, tenuto non abbastanza sommessamente. Maestro Giacomo chiamava illustrissimo il suo interlocutore, e gli dava non so quale danaro, scusandosi che fosse poco. L’illustrissimo diceva che era anche troppo, faceva i suoi ringraziamenti, e si protestava obbligato di tanta bontà. Quindi ricomparvero in bottega, e Giacomo, sempre riverente, accompagnò il visitatore fino all’uscita sulla strada. Allora io notai che il calzolajo era zoppo, e che rimettendosi a sedere aveva preso un’aria di tristezza mal confacente al suo volto sereno e gioviale. Egli tornò a battere il cuojo, ma con misura concitata e precipitata, non dicendo parola, e mandando qualche sospiro. Ecco l’occasione, io pensai, di cavarmi la mia curiosità di jeri sera, curiosità cresciuta infinitamente dopo ciò che aveva allora inteso e veduto.

«Galantuomo, voi siete turbato da qualche dispiacere, dissi rompendo il silenzio, e gettando via un ritaglio di pelle che io aveva foracchiato colla lesina come per baloccarmi.

«Non signore, soggiunse egli richiamando sul volto la serenità di prima. Io per me sono lontano da ogni fastidio, perchè ho buona salute, mezzi da vivere, e tranquillità di coscienza. Alle volte però mi dolgo dei mali altrui, e penso con rammarico a certe vicende umane…. Ha ella veduto quel personaggio di poco fa?

«L’ho veduto, e credo anzi che vi siate disturbato per causa sua.

«Intanto che lavoro, se vuole ascoltarmi, io le racconterò la storia di quell’uomo, ed anche un poco la mia insieme.

«Molto volentieri, giacchè le storie sono la mia passione. Narrate pure, chè io vi ascolto senza perdere una sillaba.

Per difendermi i piedi dal freddo, li cacciai provvisoriamente in un pajo di grosse scarpe da montanaro, che stavano li disoccupate e malconce, aspettando anch’esse il rimedio alle loro ferite. Quindi mi rassettai sullo sgabello, e delle tre o quattro posizioni convenienti all’ascoltatore, presi quella che denotava maggiore attenzione. Maestro Giacomo principiò a dire così:

«Quando io era giovane faceva il cacciatore di professione, e circa il tirar giusto, pochi altri mi stavano al confronto. Non lo dico per vantarmi, ma io trapassava un cappello collocato sopra un ramo d’albero a cinquecento passi di distanza. Più di dieci volte riportai il premio al tiro del bersaglio. Se avessi poi in un cumulo tutto il selvaggiume che ho ucciso, basterebbe a riempirne…. che so io?…. la nostra chiesa parrocchiale fin sotto la vôlta. Ella ride? In verità, non l’ho detta grossa. Il prodotto delle mie caccie è stato assai grande, e d’altra parte la nostra chiesa parrocchiale è piuttosto piccola.

«Io credo benissimo al prodotto assai grande delle vostre caccie. Solo io rideva all’idea di una chiesa riempita di selvaggiume.

«Ah ah, sicuro, la cosa è proprio da ridere. Ma io non trovava subito un altro recipiente un po’ vasto…. Dio mi perdoni la mescolanza delle cose sacre colle profane. Un giorno d’inverno io stava cacciando in un bosco del nostro distretto, quando, sulla strada che lo costeggia, si fecero udire dei gridi umani e degli urli di fiera. Presentendo qualche disgrazia, io corro sul luogo e vedo uno spettacolo terribile e meraviglioso insieme. Un cavallo ed il suo cavaliere erano assaliti da un lupo smisurato e rabbioso per fame. Benchè fossero due contro uno, l’assalto pareva più forte e impetuoso della difesa, e senza il mio ajuto chi sa come l’affare sarebbe terminato. Io lo terminai nel miglior modo possibile, cioè traforando il collo a quel demonio di lupo con una palla di piombo scoccata dalla mia carabina. Il cavallo tremava in tutte le membra come preso da convulsione, e sbuffava dalle narici un vapore di fuoco. Il cavaliere era più morto che vivo, ed ebbe appena fiato di dirmi il suo nome, e d’invitarmi pel domani al suo castello di Belvedere, che sorgeva a tre miglia del luogo della scena. L’uomo che io trassi da quel pericolo era niente meno che il conte Roberto G. di Trento, un gran signore che possedeva dei beni in diverse parti del Tirolo. Tutti gli uomini sono eguali, e le loro vite hanno indistintamente il medesimo prezzo. Ciò è vero senza dubbio, e quello che io ho fatto pel signor conte e pel suo bel cavallo, l’avrei fatto egualmente per un carbonajo e per la sua povera mula. Nondimeno io provai un piacere ed una soddisfazione che probabilmente non avrei provato nel supposto caso del carbonajo. Sono io perciò degno di biasimo?

«No, galantuomo. Giacchè confessate l’eguaglianza degli uomini, e le vostre disposizioni a soccorrere tanto il grande come il piccolo, io non vedo alcun male nella parzialità delle vostre compiacenze. Sapendo di aver salvato un conte, vi brillò nella mente la speranza di un premio, e la lusinga che il mondo avrebbe parlato con lode della vostra azione, la quale ove si fosse trattato di un carbonajo, sarebbe rimasta senza ricompensa, e quasi ignorata. La ricompensa di una buona azione sta nel pensiero d’averla operata, come dicono quelli che praticano la morale, e quelli che la predicano soltanto, in ciò siamo d’accordo; ma anche una ricompensa materiale non è da disprezzarsi, e l’idea di ottenerla ci fa essere contenti. insomma voi avete sentito secondo la natura umana, che, riguardo al nostro amor proprio e al nostro interesse, ci parla assai vivamente.

«Così è infatti. Egli pare che vostra signoria mi veda nell’animo, e sa spiegare la cosa come farebbe un libro stampato. Il giorno seguente io mi presento al castello di Belvedere, dove il conte m’accoglie con molte dimostrazioni di benevolenza, mi regala una somma di danaro, e vuole assolutamente che vada a star sempre con lui. Io gli espongo le mie difficoltà di acconsentire all’ultimo articolo. Il rinunciare alla libertà e all’abitudine di girare le selve per fare la vita del servitore, e sia pure del servitore favorito, era una risoluzione che non mi piaceva gran fatto. Ma il conte insistette fermamente, dicendo fra le altre cose, che il mio mestiere di cacciatore era pericoloso, e che egli aveva bisogno di vedere ogni giorno colui che gli aveva salvata la vita. Sicchè io mi lasciai piegare alla sua volontà, e mi posi al suo servizio in qualità di cameriere a condizioni molto vantaggiose. Io guadagnava assai più che facendo il cacciatore, e poteva così provveder meglio alla sussistenza de’ miei vecchi genitori. Ma le mie armi e la mia vita libera e avventurosa mi stavano sempre nel pensiero. Io aveva venticinque anni quando lasciai il mio primo stato, e ci volle del tempo per accomodarmi al nuovo, e per cambiare la mia rozzezza nativa colle maniere garbate e proprie del servitore. Il conte però era con me la stessa bontà, e tollerava le mie goffaggini senza dar segno di avvedersene, o tutt’al più facendo un certo sorriso piacevole, che esprimeva il compatimento e l’indulgenza. Questo suo modo di sopportare la mia inettitudine mi spronò ad impiegare tutto lo zelo e tutta l’attenzione di cui era capace, e finii col diventare un abile servitore come qualunque altro. Il conte era vedovo con un figlio unico, da lui amato ciecamente, vale a dire di quell’amore che non lascia vedere i difetti della persona amata e ne crea in lei di nuovi. Questo suo idolo era cresciuto fino ai venti anni trascurato nell’educazione, e avvezzo a fare la propria volontà quasi sempre capricciosa e irragionevole. Egli era caparbio, impetuoso, amico dell’ozio e del darsi bel tempo. Ad onta di ciò, suo padre non cessava di carezzarlo e di compiacerlo in ogni desiderio. Qualche rara volta gli volgeva un’ammonizione od un consiglio, che tanto valeva come il farne risparmio. Pare impossibile che un uomo di senno su tutto il resto, fosse poi così imbecille su questo particolare. Eppure se vi è cosa importante nella quale si debba adoperare il proprio senno, è appunto nell’allevar bene i figli. Non è egli vero, signore?

«Anzi verissimo, e questo conte al quale voi attribuite del senno, io penso che non ne avesse punto se non vedeva, o vedendoli, non correggeva i cattivi andamenti di suo figlio.

«Mi rincresce che vostra signoria abbia tirato questa sfavorevole conseguenza, che d’altronde potrebbe essere giusta in generale. Io però debbo credere che il signor conte fosse debole e inavveduto come padre soltanto, perchè considerato come uomo, io ho mille prove del suo retto giudizio. E poi, come dice il nostro dottore, vi sono dei misteri e delle contraddizioni inesplicabili nella condotta e nelle affezioni degli uomini.

«Bravo il vostro dottore, e bravo anche voi che ripetete la sua giusta osservazione. Andate avanti.»

«Il conte aveva tolta di collegio e presa in casa sua nipote orfana, colla mira di maritarla un giorno a suo figlio, che viaggiava allora per divertimento in Inghilterra ed in Francia. Questa giovane era piena di bellezza, di grazia e di bontà, e credo che sulla terra non vi fosse una creatura più perfetta di lei. Donna Ernestina (la chiamavano così) non aveva più veduto il cugino dal giorno che ora entrata in collegio a undici anni, e ne contava allora diciotto compiti. Essa ignorava pure i difetti e la poco lodevole condotta di lui. Sapendo di essergli destinata in moglie, se lo dipinse nel pensiero come adorno d’ogni virtù, e dietro le reminiscenze della fanciullezza, bello di volto ed elegante di forme. In ciò aveva indovinato, perchè il contino Federico era, come si dice, un beniamino della natura. Quindi sulla fede di questa prevenzione essa lo amò anticipatamente, e quando lo vide tornato in patria, dopo venti mesi di assenza, ne rimase colpita, e il suo amore andò di galoppo. Anche il contino parve tocco amorosamente dalla vista di lei. Questo incontro ebbe per testimonio un personaggio, che badando al contegno dei due giovani, ricevette egli pure nell’anima un colpo improvviso, ma d’un genere tutto diverso. Qui io debbo dire che il contino aveva fatto amicizia con un certo cavaliere Giordano, uomo di trenta anni, senza beni di fortuna, ma capace d’ogni mala industria per procurarsene. Era costui di aspetto e di maniere piacevoli, abile parlatore, scaltro, simulato, e profondo nell’arte di adulare e di sostenere i più opposti caratteri. Al conte padre era gradito perchè divideva le sue opinioni politiche, giuocava con lui agli scacchi, e lusingava la sua passione per le anticaglie. Il contino lo aveva carissimo e non poteva vivere lontano da lui, che era, senza parerlo, il fomentatore ed il compagno delle sue sregolatezze. Io dico senza parerlo, perchè il briccone sapeva fare in modo che invece di seduttore compariva come sedotto. Guai allorquando un uomo di questa natura si mette al fianco di un giovane ricco, inesperto, e già inclinato alla dissipazione. Egli è perduto senza rimedio, come la preda che il serpente attortiglia nelle sue spire. Dio sa quale profitto avrà ricavato il contino, e quali divertimenti avrà gustati ne’ suoi viaggi con un tale furfante che lo accompagnava! Tornato dunque in patria, come dissi, e vista la bella e graziosa cugina, egli ne restò incantato di ammirazione. Il cavaliere comprese subito il pericolo che il contino potesse innamorarsi seriamente di lei, e farla sua sposa. Ciò accadendo, si sarebbe cambiata la faccia delle cose, e lo scapolo disordinato avrebbe probabilmente preso la condotta di un savio marito. Questa idea spaventava il cavaliere, che vedeva così perduta la sua influenza e rovinati i suoi interessi. Bisognava dunque impedire questo matrimonio, e si pose all’opera con tutte le sue arti sopraffine. Vi era in Trento una donna famosa per le sue galanterie e civetterie, chiamata la Flora. Sebbene non fosse della prima gioventù, conservava ancora tanta bellezza e tanto brio da sedurre gli uomini ed allacciarli nelle sue reti. Il cavaliere era stato nel numero de’ suoi amanti, e sussisteva ancora fra loro un certo legame che non saprei come qualificare. Era quell’abitudine di vedersi con indifferenza dopo gli amori dileguati, quella famigliarità ora satirica ed ora scherzosa di due tristi che si conoscono e si disprezzano a vicenda. Il cavaliere si concertò con lei, ed un giorno le condusse in casa il contino Federico, il quale morse all’amo e cadde nel trabocchetto. Sugli uomini viziosi e corrotti possono più, io credo, i vezzi artifiziosi d’una sirena, che le schiette attrattive d’una giovane innocente. Il contino non badò più alla cugina, e tutti i suoi pensieri furono rivolti alla Flora. Il padre non sapeva nulla di questa tresca, e vanamente andava sollecitando il figlio perchè si disponesse al divisato matrimonio. Dopo avere con varj pretesti menato la cosa per le lunghe, il contino dichiarò che non amava la cugina, e che ricusava di sposarla. Il padre montò sulle furie, e fu quella l’unica volta che io lo vidi seriamente in opposizione col figlio. Ma era troppo tardi per destarsi e far valere la sua autorità. Anche in questa occasione egli dovette cedere e sacrificare le proprie speranze. Donna Ernestina volle andare a nascondere in un monastero il suo infelice amore e l’umiliazione di vedersi rifiutata. Lo zio tentò indarno di distoglierla da tale proponimento, e di confortarla colla promessa che le avrebbe trovato un altro e più splendido partito. La povera signorina fu inconsolabile, e molte volte io la sorpresi che sospirava e aveva gli occhi rossi dal pianto. Ferma nel suo divisamento, essa entrò nel monastero della Visitazione, vi prese l’abito e pronunziò i voti delle suore professe. Certamente la è una bella cosa il consacrarsi a Dio, ma io avrei desiderato che donna Ernestina si fosse data pace del suo mal collocato amore per accenderne un altro più degno di lei, che era fatta per formare la felicità di qualunque uomo egregio. Il disperarsi poi e l’abbandonare il mondo a cagione di un poco di buono, è stata una stravaganza che io non le ho mai perdonata. È ben vero che dopo qualche anno diventò abbadessa del convento, ma io ripeto, che avrebbe fatto meglio a diventare sposa di un signore virtuoso, e madre di cinque o sei figli che somigliassero ai genitori. Dico io bene, signor mio?

«Dite benissimo, maestro Giacomo. Le belle e savie fanciulle devono maritarsi e procreare dei figliuoli per adempire ai voti della natura, ed ai bisogni della società. Vadano nei monasteri le difettose di corpo, e quelle che per vocazione speciale sono chiamate alla vita ritirata e contemplativa.

«Ho piacere che siamo d’accordo nella massima. L’anno medesimo della monacazione di donna Ernestina venne a morire il conte Roberto per un attacco violento di podagra alla quale era soggetto da qualche tempo. Per amore della verità debbo dire che, durante la sua malattia, il contino mostrò tutte le sollecitudini di un figlio affettuoso. Per quindici o venti giorni egli fece tregua colle sue sregolatezze. Poche volte usciva di casa onde rimanere presso il letto del padre, dando segni di tristezza quando il male imperversava, e rallegrandosi quando appariva qualche indizio di miglioramento. Questa dimostrazione d’amore figliale voglio credere che fosse sincera, e avrà servito a confortare gli ultimi giorni del vecchio conte, il quale spirò fra le braccia di lui, che lo pianse amaramente. Ciò mi conferma nella credenza che non avesse un cuore cattivo, e di più sono persuaso che in quella occasione egli si sarebbe convertito al bene, se invece del cavaliere avesse avuto per amico un uomo di proposito da consigliarlo saviamente. Ma dominato da quel pessimo arnese, non che convertirsi, andò sempre più ingolfandosi nel vizio. Anche il trovarsi padrone di una ricca sostanza e libero dalla soggezione paterna contribuì non poco a fargli rompere il freno alle sue voglie. Il lusso, il giuoco, le orgie e le donne fecero un gran guasto nella sua fortuna. La sola Flora gli cavò di mano la bontà di venti e più mila scudi, la qual somma io non ho scrupolo di dire che venne divisa col cavaliere. Costui aveva poi altre frodi e gherminelle per estorcere danaro dal suo zimbello. Per esempio lo barava al giuoco, andava d’accordo cogli usurai e coi fornitori di generi per giuntarlo, e fingeva bisogni e disgrazie onde mettere a contribuzione la sua liberalità. La casa del contino era il convegno di tutti i buontemponi e gli scapati della città. Ivi succedevano canti, suoni, feste da ballo, splendide cene, ed ogni sorta di divertimenti più o meno sbrigliati. La si figuri che spese rovinose per andare innanzi con queste corti bandite. Al contrario degli altri servitori, io non era ben veduto dal contino, perchè col mio silenzio e colla mia serietà io disapprovava la sua brutta e scandalosa maniera di vivere. Una sera lo incontrai che montava lo scalone colla persona in disordine e barcollando per ubbriachezza. Viva il cielo, egli avrà bevuto dello Sciampagna o del Lacrimacristi, ma era ubbriaco nientemeno di un plebeo che avesse bevuto del vino a dodici soldi ai boccale. Quello spettacolo vergognoso mi fece torcere lo sguardo e brontolare qualche parola di disgusto, che per mala sorte venne da lui intesa. Chiamatomi da vicino, mi disse due o tre parolacce poco degne della sua nobiltà, e poi mi congedò con un urtone, molto men degno ancora. Io perdetti l’equilibrio e caddi a rotolone giù per la gradinata. Dopo questo bel tratto egli entrò nelle sue stanze, ed io rimasi senza potermi alzare, finchè vennero i miei compagni di servizio ad ajutarmi. Il fatto sta che aveva una gamba rotta, e per coronar l’opera il chirurgo ignorante me l’aggiustò in modo che riuscì quattro dita più corta dell’altra. È ben vero che il contino si mostrò dolente della sua brutalità, e che volle riparare il danno con una borsa di danaro, ma io ricusai la sua offerta, e abbandonai il suo servizio, maledicendo il giorno che mi persuasi ad indossare una livrea. Collocarmi in un’altra casa per seguitare la stessa vita, era cosa che io non voleva fare. D’altronde, chi avrebbe voluto prendere un servitore zoppo, quando pure fosse stato dieci volte più galantuomo di un altro colle gambe dritte come fusi? I servitori delle gran case debbono essere svelti, appariscenti, e senza alcun difetto visibile.

«Sicuramente. Se hanno poi delle magagne nascoste, se sono furbi, immorali e maldicenti dei padroni non importa. Basta che facciano bella mostra delle loro persone, e che lusinghino per tal modo la vanità di chi li paga.

«Io presi dunque il partito di tornarmene qui nel mio villaggio, e di occuparmi in qualche altro mestiere. Alla caccia non bisognava più pensarci, perchè oltre al buon occhio, ci voleva ancora buona gamba, e poi i begli anni della gioventù erano andati. Laonde io misi nel cappello due pezzetti di carta rotolati, sull’uno dei quali era scritta la parola sarto, e sull’altro la parola calzolajo, e ne tirai uno a sorte. Così fu che diventai calzolajo, come sarei diventato sarto se la mano fosse caduta sull’altro pezzo di carta. Mi si dirà che per esercitare un mestiere bisogna averlo imparato a tempo debito, e che da un giorno all’altro non si acquistano le cognizioni. Io ne convengo, ma con un poco d’ingegno e di entratura si riesce presto in certe piccole faccende. Non si trattava già di trasformarmi in medico nè in avvocato. Dopo un mese di studio e di pratica sulle mie proprie scarpe, io fui in grado di racconciarne e farne di nuove ai miei compaesani, che per verità non sono di molto difficile contentatura. In seguito poi ho potuto perfezionarmi così che i miei lavori non temettero più confronti, e persino il sindaco ed il curato mi diedero la loro clientela. Guardi mo’ se dico esagerazioni e millanterie. Una delle sue scarpe è finita; esamini un po’ che solature coi fiocchi sa fare maestro Giacomo,

Egli mi porse la scarpa da esaminare. O amor proprio ingannatore! O cieca stima di noi medesimi! O ignoranza delle nostre dappocaggini! Quella scarpa era aggiustata orribilmente. Il nuovo non combaciava col vecchio, i punti erano lunghi e disuguali, la suola mal ritagliata e sporgente qua e là dal tomajo, un lavoro insomma da guastamestieri. Quella scarpa mi fece dubitare dell’antica perizia di Giacomo cacciatore. Non pertanto bisognava dire: va bene, tanto più che egli stava lì colla faccia ridente in aspettazione d’una parola di lode. Sebbene un poco stizzito, io non volli lamentarmi, nè distruggere la confidenza che egli aveva nella propria abilità. Io gli dissi dunque: Va bene, maestro Giacomo, in riguardo se non altro del piacere che mi procurava il suo racconto. Soddisfatto della mia approvazione, benchè non troppo ammirativa, egli continuò a dire.

«Io voleva avere un’occupazione; non tanto per guadagnarmi il pane quanto per fuggir l’ozio che è il padre dei vizj, giusta un proverbio colla barba. Grazie a’ miei risparmj e alle liberalità del defunto conte, io aveva già comperato questa casetta con un pezzo di terra che vi è unito. Ah, così avessi potuto soddisfare un altro mio desiderio, che era quello, di sposare una giovane da me grandemente amata. Quando costei mi vide tornato al paese con questa mia imperfezione, cominciò a raffreddarsi nella corrispondenza, e finalmente non volle più saperne de’ fatti miei. Guardi un po’ che tristanzuola! Quasichè il zoppicare mi dovesse impedire di volerle bene e di essere un buon marito. Ella sposò uno che non zoppicava fisicamente, ma pur troppo nel senso dei buoni costumi. Così ebbe a passare con lui delle tristi vicende, e dopo tre anni di matrimonio morì di afflizione. Io non ho mai potuto dimenticarla, e anche adesso, vecchio come sono, me ne ricordo sempre con un misto di amore e di compassione. Ma io debba raccontare, più che la mia storia, quella del contino Federico, il quale d’ora in poi lo chiamerò conte a motivo della sua virilità incominciata. Io non era più con lui per vedere da vicino le sue follíe, ma la voce pubblica s’incaricò di farmele sapere. Ora si parlava d’una gran somma di danaro perduta alle carte, ora di un convito come quello di Baldassare, ora di due cavalli fatti venire dell’Inghilterra, ed ora d’una collana di diamanti regalata ad una ballerina. Un giorno si vociferò che avesse avuto un duello per un intrigo amoroso, e che fosse rimasto ferito in una spalla. Tutto ciò era la pura verità. Intanto il cavaliere diventava ricco a misura che il conte si rovinava. Quel mariuolo aveva già comperato delle possessioni, e collocato delle somme sopra la Banca dello Stato. Allorquando vide che l’amico si riduceva a mal partito, e che poco o nulla poteva più rubargli, andò a viaggiare in Germania sotto pretesto di qualche affare, e lo piantò. Un colpo di fortuna inaspettato rifece al conte le ricchezze che aveva dilapidate. Un suo vecchio zio materno, che abitava in Baviera, venne a morire, lasciando un solo figlio celibe di circa trent’anni. Costui, rimasto appena senza padre, cadde un giorno da cavallo e perdette sull’istante la vita. Non avendo fatto testamento, i suoi molti beni furono ereditati dal conte, che era il solo suo parente. Non sarebbe stata questa una bella occasione di aprire gli occhi sui proprj disordini, e di mettere giudizio? Ah, quando le male abitudini sono radicate, non si dismettono più! Egli incominciò a divertirsi come prima, anzi più di prima per compensarsi delle strettezze e delle privazioni in cui aveva vissuto forzatamente per qualche tempo. Il cavaliere, avendo saputo il fatto dell’eredità, fece ritorno dalla Germania e si rimise al suo fianco per pelarlo di nuovo. Così in pochi anni andò al diavolo anche il milione ereditato, e allora il cavaliere disparve per sempre. Ecco il conte ridotto quasi al verde, abbandonato dai parassiti e dalle donne, beffeggiato da tutti, e per giunta malandato di salute. Egli poteva ancora cogli avanzi della sua fortuna vivere mediocremente, ritirandosi dal mondo e contentandosi del poco. Ma questa buona idea non gli passò neppure pel capo. Al contrario gliene venne un’altra delle più stolide che si possano immaginare, e la pose in effetto. Vedendosi al limitare della vecchiaia e malaticcio, si persuase che non gli restavano tutt’al più che tre anni di vita. Quindi egli divise in tre parti le ottantamila lire che ancora possedeva, onde mangiarsele anno per anno, sperando che la morte verrebbe a coglierlo quando fosse rimasto senza un soldo. I tre anni passarono, e le ottantamila lire furono esattamente consumate, ma la morte non comparve. Anzi durante quell’epoca il conte ricuperò la salute, e già da cinque anni vive prosperoso nella miseria. Egli è quel personaggio che venne qui poco fa.

«Io lo aveva indovinato. E perchè in capo ai tre anni non andò egli a gettarsi in un fiume? Quando si assegna con tanta sicurezza il termine della propria vita, bisogna fare che la morte dipenda dalla nostra volontà.

«Oibò, il suicidio è un peccato, e il conte non avrà voluto commetterlo, sebbene per verità ne abbia commessi tanti altri. Non so se ci voglia più coraggio a uccidersi, o a vivere una vita infelice come la sua. Non c’è pitocco nel nostro villaggio che non stia meglio di lui. Almeno il pitocco non ha le memorie del passato splendore, non ha i rimorsi di aver dissipato un’immensa sostanza, e mangia il pane della carità senza arrossire.

«Ma questo conte sarebbe egli ridotto a limosinare?

«Qualche cosa di somigliante. Qui nei dintorni egli aveva un palazzo, al presente trasformato in una filanda, nel quale il compratore gli lascia godere due camerette finchè vive, non so se per contratto o per compassione. Il povero diavolo va a desinare ora dal parroco, ora dal sindaco, ed ora da qualche altro benevolo possidente. Alle volte riceve un soccorso di danaro da certi suoi amici di Rovereto e di Trento, che si ricordano di lui.

«E come sopporta la sua miseria?

«Piuttosto coll’indifferenza dello spensierato, che colla rassegnazione dell’uomo mortificato e pentito che conosca i proprj torti. Mi dispiace il dirlo, ma io sono persuaso che se gli toccasse per miracolo un altro milione, tornerebbe da capo a divorarlo. L’inclinazione ai piaceri, e dirò anche ai vizj, è in lui irresistibile. Non potendo far altro, guarda le donne con occhio bramoso, giuoca all’osteria un boccale di vino col primo che gli capita, e si reca come spettatore ai balli campestri che succedono per nozze, o per altre occasioni di allegria. Lo crederebbe? Egli è capace perfino d’immischiarsi nelle danze.

«Come appunto ha fatto nella festa di jeri sera. Egli non ha dunque nessuna dignità, nessun sentimento della propria nascita e del proprio decoro.

«La poca educazione, le male pratiche, e la scompigliata sua condotta lo hanno degradato e avvilito per sempre.

«Quantunque vi abbia rotta una gamba, voi gli fate del bene, maestro Giacomo. Io ho udito testè, senza volerlo, come un ricambio di parole fra il benefattore e il beneficato.

«In quanto alla gamba rotta, io gli ho già perdonato da un pezzo, e non me ne ricordo più. Circa il fargli del bene, io non sono in grado di dar molto, ma pure di quando in quando gli do un pajo di fiorini, o presso a poco. Inoltre gli aggiusto le scarpe rotte, e gliene regalo un pajo di nuove a Pasqua e a Natale. È un tributo che io gli pago in riguardo alla memoria del suo buon padre. Per lui medesimo è poco degno di essere beneficato, ma forse otterrebbe egualmente il mio piccolo beneficio. Se si dovessero soccorrere soltanto quelli che meritano, una gran parte dei bisognosi morrebbero di fame. Il conte è infelice, e tanto basta. La sua indifferenza potrebbe essere studiata per non dare altrui lo spettacolo della sua tristezza, e per parere un filosofo che sa portare in pace l’avversità. Quando si trova solo nelle sue squallide camere, deve pensare, voglia o non voglia, alla sua misera condizione. Egli deve confrontare il passato col presente, e, viva il cielo, non si scappa ai tormenti di questo paragone. Sicchè io lo compiango, e lo ajuto come posso. Quando poi lo vedo all’osteria con quelle sucide carte in mano giuocare colla gentaglia, io dico fra me per cacciare la stizza, che egli ha la testa matta, o che si comporta così a fine di stordirsi sui proprj mali.

«E come avete cominciato a beneficarlo? La vostra carità è domandata o spontanea?

«Ecco qua il fatto. Un giorno egli venne a chiedermi in prestito otto lire, dicendo che me le avrebbe restituite alla fine del mese. Passato questo tempo, egli ricomparve, non già per fare la restituzione, ma per domandarmi un’altra piccola somma, aggiungendo che mi avrebbe rimborsato il tutto entro la settimana. Allora io gli risposi che non voleva nessuna restituzione, e che anzi, se si degnava di accettare, io gli avrei fatto di tempo in tempo qualche dono secondo che permettevano le mie deboli forze. Egli non ricusò, ed io da quattro anni e mezzo non manco alle mie promesse.

«Voi siete un uomo di buon cuore, da quanto ho veduto; voi trattate ancora con ogni riguardo questo conte, che se ne mostra così poco degno.

«Io sono stato suo servitore, ed ho l’abitudine di praticargli queste rispettose esteriorità. Noi piccole genti non possiamo spogliarci mai di quella riverenza, e direi quasi venerazione, che c’inspirano i nobili ed i ricchi, quando pure non pregevoli per sè medesimi, o sieno decaduti dalla loro altezza di fortuna. Hanno un certo prestigio di superiorità imponente. Io ho un bel dirmi che il conte non è punto stimabile, e che io sono dieci volte più ricco di lui, ma non per tanto io potrei permettermi una parola od un atto che indicasse confidenza o dispregio. Non so capire il perchè di questa forza prepotente che mi domina mio malgrado.

«Ve Io dirò io il perchè. Quando vedete il conte, voi vedete insieme gli stemmi della sua nobiltà, e i ritratti de’ suoi avi collocati in ordine sulle pareti. Voi vedete i mobili sontuosi, le argenterie, le dorature, il lusso e lo splendore del suo palazzo. Voi vedete i suoi cavalli e le sue carrozze, il suo scrigno, le sue ville, e quanto insomma formava la corona abbagliante della sua grandezza. Tutto ciò è dileguato, ma non importa; voi lo vedete ancora cogli occhi dell’immaginazione. Voi non potete separare il passato dal presente, nè l’uomo dalla cosa. Voi credete che sia il conte che v’impone riverenza, e invece non è altro che la sua passata fortuna, da voi incarnata nella sua persona.

«Per bacco, sono persuaso che il fatto sta come lei dice. Queste idee esistevano in confuso nella mia testa, ma io non avrei saputo disbrogliarle nè esprimerle debitamente. Ecco quello che ha guadagnato il conte trascurando la sua educazione, dandosi ai cattivi compagni, e battendo la strada dei vizj e dei piaceri. Egli non ha mai ottenuto nè stima nè amicizia presso i buoni, ha disonorato la nobiltà della sua stirpe, ha mandato in malora un ricchissimo patrimonio, e dopo una vecchiaja trista e deserta morirà probabilmente all’ospedale, ultimo rampollo della sua illustre casa. Laddove, se avesse pensato e agito da vero gentiluomo, si sarebbe sposato ad una degna fanciulla sua pari, avrebbe avuto dei figli che seguitassero le sue virtù, sarebbe stato utile e distinto nelle società, e finalmente sarebbe morto lasciando a’ suoi posteri un nome onorato, e le ricchezze avute in retaggio da’ suoi maggiori. Quando penso a quest’uomo, mi vengono cento buone inspirazioni sulla virtù e sulle regole della vita.

«Da bravo, maestro Giacomo, fatemi udire qualcuna delle vostre buone inspirazioni. Io sono avido d’imparare.

«Bella avidità veramente, ma qui non è ad una scuola da poterla saziare. Io sono maestro soltanto di calzoleria.

«E di morale ancora meglio. Voi siete capace di fare un sermone come un pajo di scarpe.

«Vostra signoria mi burla, non è vero? Ella sì che debb’essere un sapiente, sebbene in giovane età. Se non m’inganno, ecco un semplicista, una sorta di medico, uno che conosce la virtù delle erbe e ne compone dei rimedii salutari.

«Nulla di tutto questo. Io raccolgo erbe come un altro raccoglierebbe conchiglie, pel solo piacere di conservarle diseccate fra le pagine dei libri. Io non m’impaccio della loro virtù medicinale.

«Allora, mi scusi, non si può faticare nè perdere più inutilmente il tempo, che è tanto prezioso.

«L’ho detto io che siete un buon moralista! Suvvia, tirate qualche conseguenza istruttiva dal vostro racconto. Quali lezioni se ne possono ricavare?

«Ella mi stuzzica non altro che per farmi dire, giacchè sa meglio di me ciò che insegna la storia del conte. Prima di tutto i padri debbono imparare che un cieco e malinteso amore pei figli è sommamente dannoso e fatale alla loro buona educazione. Guai a quei padri che così amano i figli, poichè senza saperlo si fanno fomentatori, e direi quasi complici delle loro sregolatezze. Quando si avvedono del male, non sono più in tempo di ripararlo, e non giovano a nulla i pentimenti nè i rimorsi della coscienza. Il vero e utile amore paterno è quello che veglia continuamente, onde incoraggiare le buone e combattere le cattive inclinazioni che si manifestano nei figli. Se opera altrimenti, il padre è colpevole dinanzi a Dio ed agli uomini d’aver tradito il più sacro de’ suoi doveri. La gioventù impari come sia importante la scelta degli amici. Se la mia condotta è biasimevole, un vero amico può raddrizzarla co’ suoi consigli e col suo esempio, ma un falso amico, di traviato che io era, mi rende tristo e mi rovina del tutto. Veda la gioventù a quali estremi conduce una vita principiata e proseguita nell’ozio e nell’ignoranza, una vita senza freno e dedita non altro che ai sensuali piaceri. Veda la miseria, i mali, il disprezzo e l’abbandono che aspettano l’uomo vizioso. I nobili sopra tutto imparino a vivere saviamente ed esemplarmente, perchè hanno maggiori obblighi degli altri, e perchè la voce dell’onore deve farsi sentire in essi più vivamente. Un nobile che calpesta la sua dignità e quella de’ suoi antenati, che s’ingolfa nel fango dei vizj, e si riduce infine mendico, mi pare una mostruosità, il colmo dell’abbiezione umana. Ecco, signore, che ho terminato di moralizzare e insieme di aggiustare l’altra sua scarpa.

Maestro Giacomo diede a tutte due una politura colla spazzola, come si pratica dai calzolaj per coronar l’opera di un rattoppamento qualunque. Io le calzai, e mi parve di essere ingrandito di un pollice, tanto le suole erano grosse e favorevoli al mio innalzamento. La racconciatura, come ho detto, era mal fatta, ma il prezzo fu discretissimo e degno del lavoro. Non avvenne come all’osteria, dove si mangiò e si ebbe ricovero pessimamente, e si pagò in ragione inversa del trattamento. Infilate le braccia nelle cinghie della valigia, ed il bastone nel fagotto delle erbe, salutai maestro Giacomo, e andai a raggiungere il mio compagno.

Paolo Bettoni – Vizio, miseria e virtù

In un viottolo poco lungi dalla Piazza Castello in Milano avvi una casaccia coi muri qua e là screpolati e puntellati, una casaccia umida, o scura, immonda e dotata di tutte le qualità necessarie per destare ribrezzo in chiunque non abbia i sensi ottusi e grossolani affatto. Questa schifosa e pericolosa catapecchia è abitata da dieci o dodici inquilini, tutta gente miserabile, che sta in armonia col luogo, gente cenciosa, di cattivo odore e di sinistro o malaticcio aspetto. Pare impossibile che vi sia un uomo abbastanza sfrontato da confessarsi proprietario di un tale ammasso di pietre guaste, di legnami tarlati e di ferramenta corrose dalla ruggine. Si crederebbe che questo lurido albergo fosse per vergogna abbandonato in perpetuo a chi ha il coraggio di abitarlo. Ma non facciamo paradossi, nè strane osservazioni a danno della verità. Non vi è cosa materiale al mondo, e sia pur vile e spregevole, purchè utile, la quale non appartenga ad un padrone, sempre pronto con tutte le sue forze a difenderla dalle usurpazioni, e far valere i suoi diritti di proprietà. Anche la casa in proposito ha dunque un padrone, il quale è visibile alle scadenze per riscuotere il danaro degli affitti, danaro scaturito in complesso da tre fonti, vale a dire dal lavoro, dall’elemosina e dal delitto. Al padrone non importa un cavolo di queste provenienze: egli bada soltanto se le monete sono di buona lega e di giusto valore. Chi non paga puntualmente la pigione deve sloggiare senza misericordia. Per verità non sarebbe un castigo l’abbandonare quella fetida tana, ma il guajo si è che bisogna lasciarvi i mobili. Mio Dio, i mobili! Sì, sì, questa parola indica tanto la bella e preziosa suppellettile del ricco, quanto i vecchiumi e gli stracci del povero. Ci vorrebbero due nomi diversi per significare due cose diverse. I morbidi letti, gli specchi dorati, le intarsiature, i vasi del Giappone, i divani e le poltrone di velluto sono arnesi differenti dai grossolani pagliericci, dai rappezzati e smilzi materassi, dalle tavole greggie e dondolanti, dalle cassapanche rovinate, e dalle scranne di paglia dure e zoppicanti. La parola mobili pare alle volte uno scherno, quando non si voglia considerarla come la parola uomo, che esprime tanto il principe quanto il facchino. Ma non proponiamo inutili riforme, e seguitiamo a chiamar mobili quelli del ricco e quelli del povero indistintamente. Sarebbe piuttosto da impedire che il secondo non ne fosse molte volte spogliato, come il primo è sicuro di non esserlo mai. Bello, ma impossibile voto finchè vi saranno pigionali che non possono pagare, e padroni che vogliono essere pagati. Quello della casa screpolata e puntellata è il più feroce e inesorabile dei padroni. Ad ogni ricorrenza di Pasqua e San Michele vi sono mobili per suo conto sequestrati e venduti all’incanto. Così per suo conto vi sono poveretti che piangono, o sloggiano denudati delle cose più necessarie.

Il pigionale anziano di questa casa, colui che ha veduto succedervi molti cambiamenti, colui che non è disturbato nel possesso di due stanze, perchè paga esattamente il suo fitto, è un uomo di sessant’anni soprannominato Tribolo, un vecchietto svelto, allegro, sorridente e garbato quanto mai. Egli vive per dare una mentita ai fisionomisti lavateriani. Il suo volto presenta tutti i caratteri della bontà, ed è il volto di un fino e consumato briccone. Tribolo è usurajo, mezzano, falsario e compratore di roba rubata. Non si dà tristizia che egli non sia capace di commettere per amore del guadagno. Nondimeno i suoi modi e la sua cera non rivelano punto il suo carattere odioso, e le malvagie abitudini nelle quali è indurato. Sia pur vero e stabilito che il vizio e le turpitudini dell’animo stampano più o meno il loro marchio nella fisonomia dell’uomo: Tribolo è un’eccezione alla regola, una verità meravigliosa, un fenomeno singolare. Egli domanda il sessanta per cento con una gentilezza ammirabile, accompagna una proposizione diabolica con uno sguardo soave, nega la verità con un suono di voce armonioso, e ordisce una furfanteria senza alterare la serenità della fronte. Neppure i rabuffi e gli strapazzi ai quali è soggetto possono intorbidirlo; e dare ai suoi lineamenti una contrazione disgustosa. Quando è chiamato in giustizia, egli si atteggia sempre come un pover uomo calunniato, come una vittima innocente e rassegnata. Le varie condanne che ha subito non valsero ad emendarlo, ma a renderlo più cauto e più sbirbato nelle sue imprese. Tribolo esercita l’usura in piccolo, vale a dire impresta delle somme sottili e restituibili a brevi scadenze, ma l’interesse non manca di essere enorme. Un povero falegname, per esempio, abbisogna di trenta lire onde comperare delle assi? Tribolo gli dà le trenta lire, col patto che in capo a due settimane avrà la restituzione di quaranta. Imprestando il lunedì dodici lire ad un cenciajuoio, ne riceve quindici il sabato, compreso il prezzo del suo servigio. Una serva, un cameriere d’osteria, un garzone di caffè o altro tale individuo che aspetta un collocamento, ricorre a Tribolo per avere una sovvenzione sul suo futuro salario, e Tribolo pieno di compiacenza lo contenta alle condizioni che potete indovinare dietro le norme che vi ho date. Voi non potreste però indovinare le condizioni riguardanti le somme che egli impresta alle donne di mal affare per comperarsi uno sciallo, un cappellino od altro oggetto di vestiario, di cui dicono avere urgenza. Allora l’usura è favolosa, incredibile, senza esempio. Tribolo non perde quasi mai il suo danaro, grazie al tatto sopraffino che egli ha per conoscere le persone a cui lo presta, e le circostanze in cui si trovano. Per indurlo a sborsare un fiorino bisogna che egli veda chiaro quali mezzi di guadagno o quali future risorse abbia il debitore da offrirgli come garanzia. Un raccoglitore d’immondizie è sicuro di ottenere un prestito, purchè si mostri proprietario libero ed assoluto d’una certa quantità di letame da vendersi prossimamente.

Quali sono gli altri abitatori attuali di questa casa? Un conciatore di pelli, un sarto che aggiusta e trasforma abiti frusti, un fruttajuolo ambulante, un beccamorti, un suonatore girovago, due o tre cialtroni oziosi, altrettante donne di vita problematica, e qualche vecchietta che fila o lavora di calze. A questa ciurmaglia appartengono dodici o quindici ragazzi d’ambo i sessi, creature mal nutrite, sucide, pezzenti, riottose, piene di audacia e di malizia. La maggior parte non vanno a scuola nè a bottega, ma birboneggiano il dì e la sera sulla Piazza Castello e nei dintorni. Uno di costoro, che ha appena nove anni, è il più tristo monello che si possa immaginare. Con una cassetta di zolfanelli sospesa al collo egli gira i caffè e le osterie, vendendo la sua mercanzia e domandando l’elemosina a chi gli pare di benevolo aspetto. Se l’occasione si presenta, egli trae leggermente un fazzoletto dalla tasca altrui. Non di rado si ferma con altri piccoli furfanti a trafficare il soldo al giuoco, e quasi sempre li spoglia dopo averli ingannati e battuti per giunta. Egli non rientra mai prima della mezzanotte, e guai a lui se non presenta a suo padre molti avanzi di sigari raccolti qua e là da terra, o domandati ai fumatori stando alla porta dei teatri.

Le bestemmie e le imprecazioni che si odono, le baruffe e gli scandali che succedono nel cortile e sopra le loggie di questa casa, le scene di violenza, di vizio e di miseria che hanno luogo nelle camere, i ceffi paurosi che s’incontrano negli anditi ammuffiti e lungo le scale anguste, le figure abbrutolite dall’inedia o dall’abuso dei liquori che vanno e vengono per questa porta metterebbero i brividi e la confusione fra gli ottimisti che magnificano la civiltà e le dolcezze dell’attuale progresso. No, signori ottimisti e panegiristi del benessere e della moralità del popolo, voi dipingete le cose come se fossimo tornati al secol d’oro, ai tempi beati dell’innocenza e della felicità universale. Suvvia, non esagerate il bene, e non dissimulate il male. Certamente Milano ha una quantità di stabilimenti filantropici e di buone istituzioni che nessun’altra possiede. I ricoveri dei bambini lattanti, gli asili dell’infanzia, le scuola elementari dominicali, quelle di arti e mestieri, gli orfanatrofi, gli ospizi d’ogni maniera, il patronato pei liberati dal carcere, i luoghi di ritiro per la gioventù pericolante, gl’istituti elemosinieri, ed altre emanazioni della carità milanese sono invero sante provvidenze e meritevoli d’ogni benedizione. Tuttavia siamo lontani che tutti i bisognosi possano o vogliano parteciparne, e quindi lontani che la miseria e il mal costume siano distolti. Su tale argomento non bisogna dunque illudersi nè illudere gli altri. Lodiamo pure la generosità di chi ha innalzato e di chi mantiene questo grande edificio della pubblica beneficenza. Diciamo pure i mali che previene, i disordini che ripara, e le lacrime che asciuga, ma nello stesso tempo facciamo noto che il rimedio non è abbastanza efficace nè generale. Molto rimane a fare per vantaggio della classe povera, e le sue condizioni materiali e morali non arrivano ancora a quel grado di miglioramento che si può ragionevolmente sperare. Questa verità si deve dirla francamente, non per fare uno sterile lamento, ma per illuminare i benefattori del popolo sulle piaghe ancora esistenti, e per infervorarli sempre più nella santa opera di risanarle.

Al S. Michele del 1854 un muratore venne ad abitare due camere in questa casa, non sapendo probabilmente come fosse infetta e malaugurata. Egli aveva la moglie, due figli maschi dai cinque ai sette anni, ed una femmina di sedici. Inoltre ricoverava da qualche tempo il padre di sua moglie, un vecchio indebolito di vista che non poteva più lavorare del suo mestiere di canestrajo. Era una buona e quieta famiglia che viveva col pane della fatica, ma condito dalla pace e dall’amore. Stabilitasi appena nel nuovo albergo, il più terribile infortunio venne a piombarla del lutto e nella desolazione. Il povero muratore cadde dal ponte di una fabbrica, e rimase morto sul colpo. È inutile il dire le scene di pianto e di disperazione che accaddero fra i superstiti all’annunzio ed in seguito di tanta sventura. Ecco una famiglia rimasta priva del sostegno che la faceva vivere col frutto del suo mestiere. Oh, le lacrime sono doppiamente amare quando si piange la perdita d’una persona cara, ed i mezzi di sussistenza che vengono a mancare con lei! Quali risorse rimanevano a questi tapini? Il lavoro della madre e della figlia, lavoro di donne che rende generalmente uno scarso guadagno. La prima faceva treccie di paglia colle quali si compongono stuoje, e la seconda era operaja nella fabbrica dei tabacchi, guadagnando fra tutte due un trenta soldi al giorno. Quell’epulone che è solo, e cui non bastano cento lire al giorno, mi dica egli come possono vivere cinque persone con trenta soldi, principalmente oggidì che tutto costa caro? Quell’epulone si scuote nelle spalle, e risponde che egli medesimo per vivere senza stento avrebbe bisogno del doppio di quanto ha.

La grama famiglia tirava innanzi come Dio vel dica, ricevendo di quando in quando un sussidio dal parroco, e impegnando o vendendo nei giorni di maggior penuria qualche capo di rame o di biancheria. Il povero vecchio gemeva secretamente di essere a carico della figlia e della nipote, e si rimproverava di togliere loro il pane di bocca. Alle volte fingeva di non aver fame per mangiar poco, o per astenersene del tutto. Queste privazioni lo costringevano poi ad un atto, pel quale aveva grandissima ripugnanza e vergogna. Dopo aver condotto i due fanciulli alla scuola infantile, il che era sua incombenza, girava una contrada remota, o si appostava sotto una porta, aspettando al varco qualche persona ben vestita per domandarle con voce tremante un poco di carità. Egli cercava pure di occuparsi in qualche faccenda permessa dalle sue deboli forze e da’ suoi occhi poco veggenti, ed era tutto lieto quando gli riusciva di mettere in mano a sua figlia alcuni soldi guadagnati portando un fardello, scopando un cortile, o facendo altri servigi di questa sorta. Se il tempo era buono, usciva ancora della città a raccogliere pei campi e lungo le siepi dei fuscelli di legna, ed era per lui un’altra cagione di contentezza quando ne portava a casa un bel fascio.

Ma perchè mai Tribolo mostra tanto interessamento per questo meschino? Perchè lo saluta e gli sorride amichevolmente? Perchè gli offre sempre una presa di tabacco, e lo chiama il suo caro Antonio? Egli spinge non di rado la cortesia fino ad invitarlo nelle sue stanze a bere un bicchierino di liquori. E queste dimostrazioni di cordialità principiarono dal giorno che morì suo genero il muratore. La cosa è molto strana, e fuori del naturale. Antonio medesimo, che sa di non avere alcun titolo a questo trattamento, ne fa le più alte meraviglie, e conchiude che ciò non può essere altro che un effetto della bontà straordinaria di Tribolo. Costui gli disse un giorno, dopo averlo regalato di rosolio: Caro Antonio, se io fossi in grado, vorrei darvi qualche soccorso, perchè siete un uomo dabbene, e perchè le vostre disgrazie mi destano compassione. Ma io sono povero quasi come voi, e non posso donare agli altri quello che basta appena per me. Nondimeno le mie finanze mi permettono d’imprestarvi un pajo di talleri, senza un centesimo d’interesse, e dandovi tutto il tempo che vorrete per farmene la restituzione. Eccovi le due monete, che vi prego di accettare. Antonio restò commosso a questo tratto di amicizia, ma rispose che ne avrebbe approffittato nel solo caso di un’estrema necessità. La maggior parte dei bisognosi, a cui si offrissero danari in prestito, accetterebbero sul momento senza pensare al come poterli restituire. Costoro tirerebbero in lungo il debito fino all’infinito, colla scusa sincera della propria impotenza a pagare, o coll’audace pretesto che essi non avevano già domandato di farsi debitori. Antonio avrebbe accettato un’elemosina, ma pensava che un prestito gli avrebbe turbata la quiete e levato il sonno. Dopo alcuni giorni accadde che sua figlia si ammalò in conseguenza del troppo lavoro, e dell’affanno sofferto per la morte del marito. Egli si sentiva straziare l’animo al vederla priva di cibi sostanziosi, con una coperta leggera sul letto e coi lenzuoli laceri, perchè i buoni erano stati messi in pegno. Allora si ricordò dell’offerta fattagli da Tribolo, e non potè resistere alla tentazione di giovarsene per provvedere ai bisogni dell’ammalata. Contraendo questo debito, egli si proponeva di nasconderlo alla famiglia, e di pagarlo quando avrebbe radunata la somma col deporre in un salvadanajo ciò che potrebbe spizzicare da’ suoi eventuali guadagni. Ci voleva molto tempo a mettere insieme due talleri soldo a soldo, ma egli si ricordava altresì di potersi pigliar comodo alla restituzione. I due talleri furono sborsati da Tribolo con un piacere, che Antonio non provò l’eguale a riceverli. E sì che il buon vecchio vedeva in quelle monete il mezzo di confortare la sua cara figlia. Giacchè non voleva dire d’averle avute in prestito, bisognava che inventasse una favola per giustificare la loro provenienza. Egli entrò dunque facendole ballare in mano, e dicendo tutto allegro che la provvidenza gli aveva fatto vincere un ambo al lotto. Sì, un ambo al lotto, replicò egli per dissipare l’incredulità della figlia. Io non giuoco mai, è vero, ma questa volta mi venne l’inspirazione di giuocare i numeri di un sogno, e la fortuna mi ha favorito. Grazie a tale fandonia, l’ammalata si consolò, i lenzuoli furono disimpegnati, e per qualche giorno v’ebbe in casa provvigione del necessario.

Cecilia, la nipote di Antonio, l’operaja alla fabbrica dei tabacchi è una bella fanciulla, bionda di capegli, bianca di carnagione, e delicata di forme come una figlia di nobile razza. Non dispiaccia alle contessine e alle marchesine questa mia asserzione, e non l’abbiano per ardita e profana, essendo una verità incontrastabile. Anzi vi sono contessine e marchesine meno bianche e meno delicate di lei. Se vogliono assolutamente aversene a male del paragone, pensino per calmarsi, che Cecilia porta i zoccoli di legno ed una veste di cotone rattoppata, che mangia pane bigio quando ne ha, e che lavora a fare quei sigari che per avventura sono fumati dai galanti giovinotti che aspirano alle loro grazie.

La venuta di Cecilia in questa casa aveva destato la curiosità, la maraviglia e l’interessamento di tutti i pigionali. Uomini e donne parlavano della giovinetta bionda, spiavano l’occasione di vederla, di salutarla e di fare la sua conoscenza. Dire i pettegolezzi, i comenti e le supposizioni fatte pro e contro di lei, sarebbe cosa impossibile. Della sua bellezza tutti convenivano, e della sua virtù i buoni soltanto. Chi era cattivo, la somigliava a sè stesso, per la sola ragione che abitavano sotto il medesimo tetto. I buoni si consolavano di aver comune con lei l’abitazione, parendo loro che la sua presenza ne avrebbe purificato l’atmosfera infetta. I cattivi volgevano nell’animo pensieri e disegni proprj della loro natura. Due mariuoli si proponevano di sedurla, ciascuno per suo conto, e principiarono sfacciatamente le loro manovre. Una vecchia peccatrice le sorrideva e cercava di amicarsela colla mira di darla in braccio a qualche libertino che pagasse bene il servizio. I più discreti si contentavano, incontrandola, di farle un vezzo villano, e di dirle certe parolaccie che la facevano arrossire come una bragia. Povera colomba, fra quali corvi era caduta!

Il più astuto e maligno di questi corvi era Tribolo, il quale per circuire ed insidiare una preda nessuno lo superava. Non è già che egli fosse invaghito di Cecilia, e che operasse per soddisfare una sua voglia amorosa. Tribolo non aveva nessuna inclinazione per le donne, e fossero pur belle come Venere, non gli destavano il più piccolo desiderio. La sua grande ed unica passione, quella che gli teneva luogo di tutte, era l’amore del danaro. Egli dunque insidiava Cecilia per commissione altrui; era il bracco del cacciatore. Un ricco bottegajo dei dintorni aveva veduto la fanciulla, e concepito un’ardente brama di possederla a suo modo. Costui apparteneva alla specie di quegli attempati libertini, che la morte soltanto può guarirli della lussuria. Uomo dai quarantacinque ai cinquant’anni, grosso e tarchiato, colla faccia salsedinosa e bernoccoluta, goffo di parole e di maniere, non aveva altro mezzo di vincere una donna fuorchè quello delle monete. Laonde tutte le sue conquiste erano fatte nella classe delle giovani bisognose, e per mezzo ancora di torcimani, che parlassero in suo favore, e le disponessero alla caduta. Questi preliminari erano indispensabili, altrimenti volendo mettere innanzi la sua figura e trattare da sè la propria causa, non sarebbe riuscito a nulla. Eppure questo fauno ributtante non si contentava di roba mediocre, ma voleva avere fior di bellezze e di gioventù. Tribolo, che lo aveva servito in altre occasioni, si preparava adesso a servirlo di nuovo, e con zelo maggiore, a motivo che la ricompensa promessa era larga più del consueto. Questo aumento avvenne in parte perchè il bottegajo trovò la fanciulla molto di suo genio, e in parte perchè Tribolo espose i grandi ostacoli che bisognava superare per vincere la sua virtù. I grandi ostacoli esistevano realmente, quantunque il mezzano, volendo presentare l’impresa come difficile per farsi pagar meglio, li avesse dichiarati prima ancora d’averne fatta la prova. Egli cominciò a tendere le sue reti a Cecilia, guardandola coll’occhio e col sorriso della bontà, volgendole parole garbate e facezie oneste ogni volta che s’imbatteva in lei, e le volte erano frequenti e non procurate dal caso. Abitando essa il piano superiore a quello di lui, doveva necessariamente passare dinanzi al suo uscio quando andava e tornava per le sue faccende. L’uscio era aperto, e il vecchio si trovava occupato ora a spazzolare il suo vestito, ora a nettare le sue scarpe, ed ora a stuzzicare il suo merlo in gabbia, senza parere che pensasse ad altro. Ecco belle e naturali occasioni di fermare la fanciulla, di cambiare parole seco lei, e d’invitarla a venir dentro per vedere il suo piccolo appartamento. Come poteva essa non corrispondere alle gentilezze di un vecchio così affabile, così lieto d’umore, e così onesto d’aspetto? Egli era il solo uomo in quella casa che le fosse simpatico, e col quale s’intrattenesse volentieri. Infatti, mentre gli altri la guardavano avidamente, le mormoravano propositi indecenti, e le mettevano le mani addosso, egli solo si mostrava rispettoso nel contegno e nel discorso. Quando Tribolo si ebbe in tal modo procurata la sua confidenza, cambiò linguaggio e tentò bel bello il colpo della seduzione. È un peccato, diceva, che una sì bella tosa debba vivere nella miseria. Tu meriteresti uno stato di prosperità, e te lo desidero di tutto cuore. Io sarei contento di vederti meglio nutrita e meglio vestita di quello che sei. Quale risalto darebbero alla tua bellezza un abito di stoffa non ordinario ed uno sciallo confacente all’abito! Come starebbero bene i tuoi piccoli piedi calzati in un pajo di stivaletti alla moda! Altro che zoccoli! Eppure io conosco alcune ragazze che erano povere e mal in arnese al pari di te, e che ora vestono pulitamente, mangiano di buoni bocconi, ed hanno la borsa ben provveduta di danaro. E come avvenne questo cambiamento? Avvenne perchè ciascuna di esse ascoltò le proposizioni di un amante ricco e generoso, che sovviene ai loro bisogni e le fa vivere comodamente. Io non le condanno se per uscire dalla miseria, che è tanto dura e insopportabile, si sono appigliate a questo partito, che certi bacchettoni chiamano vergognoso. La vergogna sarebbe di avere molti amanti, ma quando si tratta di uno solo, si può accettare il suo amore e i suoi beneficj senza scrupolo. E perchè tu medesima non potresti fare altrettanto? Se tu vuoi ascoltarlo, io conosco un galantuomo che ti ama, e che volentieri ti si farebbe amico, pagando largamente la tua compiacenza. Di più si prenderebbero tutte le misure necessarie perchè nessuno sapesse mai il secreto della vostra relazione.—Così parlava Tribolo a Cecilia ogni volta che poteva averla a quattr’occhi; ma la fanciulla, turbata e scandalizzata, gl’imponeva silenzio, protestando che non voleva saperne di tali proposizioni, e che si sarebbe seco lui disgustata, quando non tralasciasse quell’argomento. Tribolo conobbe che l’impresa era malagevole, ma non pertanto desistette dalle tentazioni finchè la fanciulla se ne liberò coll’evitare possibilmente il suo incontro. Allora il vecchio malvagio pensò di attaccarla con altre armi, e di vincerla colle minaccie. Ecco perchè offrì ad Antonio il prestito di due talleri, colla quale astuzia si preparava un mezzo di spaventare Cecilia nella sua giovanile semplicità. Una sera che costei era discesa per attingere acqua, la fermò sul pianerottolo, e così le disse:—Giacchè sei ostinata a ricusare la fortuna che ti si offre, non parliamone altro, e seguita pure a vivere nella tua indigenza. Sappi soltanto che quel galantuomo non cessa dalle sue intenzioni di giovarti, ogni qualvolta tu ti disponga ad ascoltare il suo amore. Il tuo rifiuto non lo ha distolto dal pensare a te, e quando tu mutassi consiglio, è sempre pronto a fare il tuo bene. Io non ti dico di più su tale proposito, e tu sei libera della tua volontà. Siccome però in faccia all’amico tu mi fai passare per un uomo da nulla, ed incapace di rendergli un servigio, e siccome il mio amor proprio è molto irritato, così ho deciso di vendicarmi collo spogliarti di ciò che hai di meglio in casa. Io voglio essere pagato dei due talleri che ho imprestati a tuo nonno. Questo malanno accaderà ben tosto, e tu avrai a rimproverarti di non averlo impedito mentre lo potevi, giacchè era mia intenzione di assolvere il debitore, se tu fossi stata docile a quanto ti veniva proposto.

Cecilia se ne andò tutta intimorita per la minaccia di Tribolo, pensando con sorpresa al debito del nonno, che essa ignorava. Tuttavia non disse nulla in casa, perchè delle afflizioni e dei guai ve n’erano abbastanza. Da cinque o sei giorni la mancanza d’ogni cosa necessaria si faceva crudelmente sentire. La madre si era alquanto ristabilita in salute, ma il lavoro le era venuto meno. Antonio, per quanto s’ingegnasse, non riusciva a procurarsi che pochi centesimi, e Cecilia riscuoteva la scarsa mercede del suo lavoro in fine di settimana. Il freddo era rigoroso, e si penuriava di legna, di vestito e di calzatura. Il pane a rigor di termine mancava. Cecilia diventò pensierosa, taciturna, e sbandì affatto il riso dalle labbra. La poveretta paventava di vedersi da un momento all’altro sequestrata, per ordine di Tribolo, la poca roba buona che ancora rimaneva in casa. Essa pensava che avrebbe potuto allontanare quella nuova sventura, e rimediare in parte alle altre che travagliavano la sua misera famiglia. Quantunque abborrisse da questa idea vergognosa, pure doveva ascoltarla suo malgrado, perchè le assediava la mente in casa, lungo la strada e durante il lavoro.

Una sera, verso la fine di gennajo, la fanciulla, tremante dal freddo e colla fame in corpo, veniva dalle sue occupazioni ed entrava nella sua squallida camera, sperando di scaldarsi un poco e di sedere alla povera cena consueta. Non vi era nè fuoco nè cibo di sorta. I due fanciulli non erano andati quel giorno alla scuola infantile per la molta neve caduta e per le loro scarpe estremamente sdruscite. Laonde avevano perduta la solita minestra dello stabilimento, e piangevano di fame. La madre, che pativa per sè medesima e per essi, procurava di consolarli, dicendo loro che la provvidenza non avrebbe tardato a venire. La provvidenza era il nonno Antonio, che fino dal mattino lavorava a sgombrare le strade della neve per guadagnarsi una lira dal Municipio. Cecilia stette seduta alquanto in un angolo, col cuore angosciato e col capo nascosto in grembo. Quivi si levò improvvisamente, e disparve della camera. Quando rientrò, dopo cinque minuti, parve lieta ed espansiva, fece coraggio alla madre, baciò i fratellini, e disse che il domani le cose sarebbero andate meglio. Questo buon umore non durò che pochi istanti per dar luogo al più tristo abbattimento. La fanciulla impallidì, ricadde nel silenzio e, grado grado, passò dai sospiri al pianto. La madre, stupefatta ed inquieta di tale contegno, si fece ad interrogarla ora con dolce ed ora con severa insistenza, e venne a sapere la verità. Cecilia, nella sua disperazione, era corsa da Tribolo per dirgli che il giorno vegnente si sarebbe venduta all’uomo che la chiedeva. Qui ebbe luogo tra la madre e la figlia una scena delle più commoventi. Nè l’una nè l’altra non avevano più fame nè freddo, ma strettamente abbracciate piangevano quelle lacrime sante che il pentimento di un obbrobrioso consiglio, l’idea della virtù in pericolo, e l’orrore di una colpa non ancora consumata fanno versare alle anime buone. La madre sentiva di non aver mai tanto amato la sua figlia come in quel momento solenne che la teneva ancor pura fra le braccia, e salva della caduta. La figlia sentiva più vivo l’affetto verso la madre, perchè le aveva aperto gli occhi e compatita del suo traviamento. Non vi era bisogno di rimproveri, giacchè la fanciulla col rossore del viso, col tremito della persona e colla voce spezzata dai singulti, manifestava abbastanza il suo pentimento, e faceva credere che anche di proprio impulso avrebbe rigettata quel reo partito preso in un istante di disperazione. Intanto comparve Antonio mezzo intirizzito, ma tuttavia sorridente e contento di poter deporre sulla tavola due grossi pani di mistura, alquanti pomi di terra cotti, tre once di zucchero ed altrettante di formaggio. La carta che involgeva lo zucchero non aveva nulla da invidiare per grossezza e grandezza a quella che involgeva il formaggio. Sì l’una che l’altra dovevano pesare un quarto della merce contenuta. I signori pizzicagnoli e droghieri non si fanno scrupolo di vendere così la carta dieci volte più del suo valore, e di affibbiarne la maggior parte ai poveretti che sogliono comperare i generi al minuto.—Ecco qua, disse il buon vecchio mostrando la provvigione, ecco qua la spesa fatta col guadagno delle mie braccia, che hanno ammucchiato non poca neve. Domani e l’altro vi sarà lo stesso impiego, giacchè non cessa di fioccare allegramente. Ogni giorno di lavoro una svanzica, e per bacco non c’è male, quantunque si abbiano le mani ed i piedi gelati durante dieci ore. Animo dunque, prepariamo la cena. Tu, figlia mia, ti farai un po’ di caffè e latte per riscaldarti lo stomaco, e noi, che siamo sani mangieremo pane, formaggio e pomi di terra. Un tantino di caffè ed un bicchiere di latte ci debbono essere ancora, e queste sono tre once di zucchero greggio, colla solita carta turchina, che, in fede mia, potrebbe contenerne il doppio. Suvvia, diamo mano alla faccenda … ma voi non avete acceso il fuoco, mi pare. Sebbene io sia mezzo orbo, dovrei pure veder luccicare qualche cosa là verso il focolajo. Sì, sì, oscurità perfetta, da quella parte, nulla che somigli ad una bragia. Ma voi non dite una parola? Oimè! vi asciugate gli occhi? In nome del cielo, perchè piangete quando io venga a casa coll’occorrente per la cena? Che cosa vi è accaduto? Parlate.—.Antonio si lasciò andare sopra ima sedia, e stette ad ascoltare l’accaduto.

—Gesummaria! esclamò egli dopo udita la rivelazione, alzandosi tutto sconvolto ed agitato. La mia Cecilia ha potuto inclinare l’orecchio alla voce della seduzione, e consentire di perdere la sua innocenza! Non era il vizio, è vero, che ti persuadeva al passo disperato, ma il dolore delle tue e nostre sofferenze. Nondimeno era egualmente una tentazione del demonio, e la tua caduta non avrebbe avuto giustificazione alcuna presso la gente dabbene, perchè si deve piuttosto morire che diventare colpevoli ed infami. Come avresti tu potuta godere un bene procurato col traffico della tua virtù? Con qual animo avresti offerto a tua madre, ai tuoi fratelli, a tuo nonno un sussidio procacciato con tal mezzo obbrobrioso? Ah! sia lodato Iddio che ti abbiamo salvata dal precipizio. Mai più, Cecilia, mai più una simile tentazione. Sfidiamo la miseria, sopportiamo le privazioni, ma restiamo innocenti e senza rimorsi di coscienza. Finalmente nessuno muore di fame, e la Provvidenza arriva per tutti, un po’ tardi qualche volta, ma sempre in tempo di consolarci. Ah! dunque il signor Tribolo colla sua cera onesta e colle sue belle parole è un pessimo uomo, che voleva fare la tua rovina. Sì, io debbo confessare che ho tolto in prestito da lui due talleri, e che ho detto la bugia di averli guadagnati al lotto. Ma egli mi ha quasi costretto a riceverli, ed ora capisco il motivo delle sue istanze. Egli però si è ingannato ne’ suoi artificj, ed io pagherò il mio debito un poco alla volta, come siamo convenuti. Non parliamo più di questo brutto affare, che mi ha messo lo spavento addosso. Cari fanciulli, lasciate stare i cartocci, e aspettate un poco…. Suvvia, se avete fame, vostra madre vi darà subito un pezzo di pane ed un pomo di terra per ciascheduno. Figlia mia, contenta questi piccini, che io accenderò il fuoco…. Ah, diamine, non abbiamo legna. Niente paura. Questo coperchio di un vecchio coffano, che non serve a nulla, io lo riduco in liste e scheggie che arderanno come torcie di resina. Qua il pestalardo, che servirà di scure. Una, due, tre, quattro…. per bacco, si fende giù dritto e facilmente come il sambuco. Si può ben dire che è stagionato questo combustibile. Ecco supplito per adesso…. domani poi avremo della vera legna, se mi riesce Un certo progetto di guadagno…. È un progetto bizzarro, ma ho speranza che riuscirà. Ora non vi dico altro…. Qua i zolfanelli e una manata di paglia. Bisogna convenire che io sono un uomo industrioso, perchè trovo rimedio a tutto. Ah, che fiamma superba! ditemi bravo, chè lo merito davvero. Figlia mia, vieni colle tue creature a godere questo bel fuoco, e poi mangiate tutti in santa pace. Io vado a tentare il mio progetto, e voi non siate inquieti sulla mia assenza d’un pajo d’ore, o poco più.

Antonio si mise in tasca un pezzo di pane, ed uscì con premura dalla stanza, lasciando le due donne a fantasticare sul suo misterioso progetto. Egli montò all’ultimo piano della casa, e battè ad un uscio logoro, macchiato, e pieno di spiragli turati coi cenci e colla carta. Una voce rispose debolmente: Entrate. Antonio si trovò in una specie di bugigattolo rischiarato appena da un lumicino a olio. Un uomo calvo, magro, e ravvolto in un lacero arnese, che pareva un capotto da militare, stretto ai fianchi da una corda stava seduto dinanzi al cammino, covando alcune bragie prossime alla consunzione. Un gatto gli era accosciato sulle ginocchia, e gli serviva col suo calore di supplemento a quel fuoco in miniatura.

—Come va, Simone, disse Antonio accostandosi e mettendo una mano sul grosso e benefico gatto. Come vi trattano i vostri reumatismi?

—Caro voi, mi fanno guaire dolorosamente, rispose Simone toccandosi il collo e le spalle. Ecco il terzo giorno che non posso uscire di casa a guadagnarmi il pane.

—Vi compiango di vero cuore, come un mio confratello di miseria.
Volete acconsentire ad una proposizione?

—Udiamo quale,

—Imprestatemi il vostro organetto, e questa sera andrò io a suonare dinanzi i caffè e le osterie. Metà per uno del prodotto.

—Ma…. voi mi proponete una cosa…. Ci ho le mie difficoltà di acconsentirvi. Voi non avete pratica collo strumento, e temo che lo guastiate.

—Eh, giusto! Quando fosse un violino od una chitarra voi potreste aver ragione. Ma qui si tratta soltanto di menare un manubrio. Voi mi credete ben dappoco e mi fate torto.

—La cosa non è facile come vi pare.

—Scusatemi, Simone, io vedo tutto giorno ragazzi e donnette che trattano questo strumento colla massima disinvoltura e guardandosi attorno sbadatamente. Questo è segno che si può suonare con grande facilità.

—Inoltre ci vogliono molti riguardi nel portarlo in volta, nel caricarlo sulle spalle, e nel deporlo sopra il cavalletto. Se fosse sulle ruote, non occorrebbero queste attenzioni.

—Via via, state sicuro che farò le cose come si deve. Da bravo, caro Simone, rendetemi questo servigio, datemi il mezzo di raggranellare qualche soldo, perchè il bisogno in questi giorni mi angustia ferocemente.

—Or bene, io mi arrendo al vostro desiderio, perchè noi, povera gente, dobbiamo ajutarci in tutto quello che possiamo. Venite qua, Antonio, e badate ad alcune mie istruzioni. Ahi! ahi! che trafitture lungo il filo della schiena. Ogni volta che mi muovo è uno spasimo. Ecco lo strumento, che ora è alquanto scordato, ma che tant’e tanto fa l’ufficio suo. Questo è il così detto registro, che serve a mutare la posizione del cilindro pel cambiamento delle suonate, le quali sono cinque, cioè due valtzer, due polke, ed un’aria dei Puritani. Osservate bene come si tocca il registro. Avete capito?

—Perfettamente.

—Suonate per lo più le due polke, perchè sono le meglio intuonate e le meglio gradite dagli ascoltatori. Vi raccomando di condurre il manubrio con eguale andamento, e non a strappate senza misura, altrimenti il tempo musicale sarebbe difettoso, e le suonate riuscirebbero come chi cammina a salterelli e sbalzi disordinati. Vi avverto ancora che il manubrio si applica e si distacca ad ogni stazione, e che si porta in mano per non perderlo nei tragitti. Finalmente abbiate la diligenza di assicurare ben bene lo strumento sopra il cavalletto, e di collocarlo rasente il muro, affinchè, mentre voi siete nella bottega a raccogliere le offerte, non abbiano i passanti a gettarlo per terra come ingombro del marciapiede. Prendete il piattello di latta che si porge ai benevoli contribuenti, e mettetelo in tasca. Abbiate l’aria umile e rispettosa, e non insistete dinanzi a chi non vi bada, o vi dice di non aver moneta. Questa frase significa per lo più: non vi voglio dar nulla; e noi dobbiamo sopportarlo in pace. Ora andate, e la fortuna vi sia propizia.

Antonio sottopose le spalle alla cassa armonica, infilò le cinghie, a cui è raccomandata, tolse in mano il cavalletto, e trasformato in Orfeo, andò a spargere i suoni e l’allegria per le strade di Milano. Intanto che egli fa i primi esperimenti della nuova arte, vediamo ciò che succede in un’osteria situata sul corso di Porta Comasina. I bevitori vi sono in gran numero, vuotano bicchieri a profusione, giuocano alle carte e alla mora, e fanno un baccano che assorda il luogo, contaminato da un fumo denso e pestifero di tabacco. Sieno pure i tempi infelici e caro fin che si vuole il vino, ma gli ubbriaconi trovano sempre il modo di soddisfare il vizio. In una stanza appartata siedono ad una tavola due personaggi con davanti un gran fiasco di vino, un piatto di salame, un pollo arrosto, un pezzo di torta, ed altre squisitezze gastronomiche. L’uno è Tribolo, e l’altro il ricco bottegajo, che celebrano la buona riuscita della loro impresa. Tribolo ha l’aria gioiosa e trionfante di chi ha riportato una vittoria. Egli mangia con tanto appetito e gradimento, che è un piacere a vederlo. Fra un boccone e l’altro mostra dello spirito, e dice una barzelletta allusiva alla prossima felicità del suo anfitrione, il quale è tutto ringalluzzito, e schizza faville dagli occhi infiammati e dalle guancie porporine. Costui mangia poco a motivo dell’amoroso vulcano che gli arde di dentro. L’idea che domani stringerà fra le braccia una fanciulla di sedici anni, bella e pura come una colomba, lo agita tutto quanto, e gli fa perdere l’appetito.

«E perchè si è fatta tanto pregare quella cara tosa, domandò egli movendo le grosse labbra come se assaporasse qualche cosa di delizioso. Sai tu che sono quaranta giorni che sospiro per lei?

«Lo so, rispose Tribolo, dopo aver vuotato un bicchiere colmo fino all’orlo, e preparandolo ripieno per una nuova ed imminente libazione. Lo so certamente, perchè io medesimo ho sospirato tutto questo tempo per una ragione, ben intesi, diversa dalla vostra. Quanti raggiri ho dovuto adoperare, quanta fatica mi ha costato il persuaderla! Voi domandate perchè si è fatta tanto pregare? Andate là, che siete anche troppo fortunato. Credevate voi di aver a che fare con una di quelle ragazze che sanno già il vivere del mondo? Cecilia è un boccone raro e prelibato che andava ottenuto a forza di arte, di pazienza e di aspettazione. Certe creaturelle son ritrose a lasciarsi vincere più di quello che si pensa. Voi sapete come ho lottato con costei per domesticare la sua salvatichezza. Il numero dei bomboni, dei manicaretti, dei nastri e delle cianciafruscole di cui l’ho regalata è stato grande, ve ne assicuro. E tutto questo coll’apparenza di un’onesta liberalità, col pretesto di favorire e rallegrare semplicemente la giovinetta, senza insospettirla de’ miei secondi fini.

«Ah, il vecchio mariuolo che tu sei!

«Questi regalucci complessivamente mi avranno costato non meno di cinquanta lire.

«Io te ne ho già date più di cento.

«E spero che me ne darete ancora, perchè ho meritato molto. Voi mi fate fare di quelle cose…. In verità che la coscienza mi rimorde.

«Udite il briccone che parla di coscienza!

«Se non fosse il desiderio che ho di servirvi, la speranza che ho posta nella vostra generosità….

«Basta basta, furfante matricolato. Tu avrai un’altra sommetta quando
Cecilia sarà mia.

«Un diminutivo! dite piuttosto una somma. Vi raccomando di allargare la mano, perchè i miei bisogni sono grandi. Voi avete il danaro a bizzeffe.

«Il bel sesso, ed i furbi tuoi pari me ne divorano la maggior parte.
Orsù, ripetimi l’intelligenza che hai fatta colla ragazza.

«Domani sera quando ritorna dal lavoro, Cecilia entrerà nelle mie stanze. Voi ci sarete ad aspettarla per dirle il fatto vostro, e stabilire seco lei gli articoli dell’amorosa corrispondenza. Che momento felice per voi. L’ora vi tarda di poter toccare il cielo col dito, non è vero? Via via, moderate l’ardore, e non fate quegli occhi sfavillanti e bramosi. Io voglio credere che il vostro non sarà un capriccio passeggiero. Voi legherete con Cecilia una relazione ferma, e profittevole alla sua povertà.

«Ciò dipenderà da lei. Quando sia seducente nei modi, come lo è nella persona, quando corrisponda di buona grazia al mio amore non avrà a lagnarsi della mia instabilità.

Durante questa conversazione, Antonio aveva suonato la cassa armonica davanti l’osteria, e raccolto le offerte nella sala del baccano. Ora si avanzava, per fare altrettanto nella camera dove stavano coloro, e pochi altri individui ad una tavola separata.—Oh oh! chi vedo! esclamò Tribolo. Il nostro caro Antonio si è fatto suonatore di non so che? Eravate dunque voi che strimpellava lì fuori? Me ne consolo infinitamente. Animo, bevete questo bicchiere di vino, e poi vi farò la mia offerta abbondante.—Antonio, corto di vista com’era, gli aveva sporto il piattello senza ravvisarlo, ma appena lo riconobbe, scappò via sdegnosamente, ricusando il vino ed il danaro, e lasciandolo col compagno ad interpretare il motivo del suo rifiuto. Questo incidente disturbò alquanto la loro allegria, e sparse dei dubbj sulla certezza del loro trionfo.—È strano davvero il contegno di Antonio, diceva Tribolo con una certa inquietudine. Ricusare un regalo prezioso, un bicchiere di vino squisito, egli che non ne beve mai di nessuna sorta! Che ragione può avere per usarmi ora questo dispregio, mentre è sempre stato umile e garbato con me, ed ha gradito infinitamente i miei bicchierini di rosolio? Che avesse scoperto il nostro secreto? Che Cecilia si fosse lasciata indovinare? No, no, è più probabile che essa gli abbia parlato dei due talleri, di cui ho finto di volere quanto prima la restituzione. Scommetterei che il fatto sta appunto così. Il vecchio mi terrà il broncio per quella mia intenzione.

Antonio si era diretto verso il centro della città, tormentato fieramente nell’anima e nel corpo. Dopo aver lavorato tutto il giorno in mezzo alla neve, camminava la notte sopra un suolo sdrucciolevole, coi piedi gonfi dal freddo e dalla stanchezza, portando un peso sulle spalle, e sbocconcellando per tutto ristoro un pezzo di pane nero ed asciutto. Il suo stato morale era ben più doloroso ancora. Sebbene facesse pompa di buon umore e di coraggio in famiglia, aveva dentro di sè la tristezza e l’affanno, che non sempre riusciva a padroneggiare quando era solo. L’agguato teso a Cecilia, e l’idea che potesse rinnovarsi il pericolo corso, e trovarla più debole e disposta a soccombere, mettevano il colmo alle sue afflizioni e davano dei fieri crolli alla sua paziente e rassegnata natura.—Io sono indurato ai patimenti della miseria, pensava egli tentennando sotto il carico dello strumento, ma tutti gli eccessi finiscono collo stancare. Che abbiamo noi fatto al cielo per meritarci questa vita così dura e travagliosa? Che abbiamo non fatto agli uomini, perchè debbano insidiarci il solo bene posseduto, la virtù della nostra Cecilia, dell’angelo della nostra casa? La povera creatura si è ravveduta in tempo, ma chi mi assicura che una volta o l’altra non venga meno a’ suoi buoni sentimenti, e alla confidenza che ho posta in sua madre? La miseria è consigliera di triste cose, e ci vorrebbe un santo per resistere sempre ai suoi suggerimenti. Ahimè; se avessi un giorno a veder piangere la mia Cecilia di un tardo ed inutile pentimento! Peggio ancora se la vedessi lieta e sfrontata nella colpa, compiacersi del guadagno che ne avrebbe ricavato. No, no, mio Dio, allontanate da me e da mia figlia questo flagello, che ci farebbe morire di crepacuore e di disperazione. Voi mi esaudirete, mio Dio, in riguardo dei tanti altri mali che sopportiamo da sì lungo tempo. Una voce secreta mi conforta a credere che la nostra Cecilia si conserverà buona e degna di noi. Ah ah, il signor Tribolo stava gozzovigliando forse coll’uomo che gli aveva ordinato una sì bella impresa. Egli voleva darmi da bere, e poi mettermi nel piattello la sua offerta abbondante. Grazie dell’una e dell’altra cosa. Se io fossi stato giovane, gli avrei pestato ben bene quella sua faccia da impostore. Quanto ai due talleri, mi dia tempo un mese, e li radunerò quand’anche dovessi limosinarli quattrino a quattrino stando sulla porta di una chiesa. Solo che non si attenti mai più di fare simili uffici presso Cecilia, altrimenti le forze mi basteranno ancora per dargli un ricordo di santa ragione. Chi avrebbe mai creduto che colui fosse capace di un tiro così birbo e maledetto? Fidatevi di certi uomini dalla fisonomia ridente e dai discorsi edificanti. Sono lupi vestiti da agnelli, come diceva un predicatore. Ma io era in buona fede, e credeva che le sue cortesie fossero un effetto della sua umanità e della compassione che io gli destava. Quale inganno! Però io sono stato un balordo, bisogna confessarlo. Un uomo accorto avrebbe sospettato che gatta ci covasse sotto quelle amichevoli gentilezze. Che merito aveva io dinanzi a lui perchè mi facesse sedere al suo fuoco, mi regalasse di liquori, e mi offrisse danaro in prestito? Ora l’enigma è spiegato. Il traditore mi carezzava onde farsi strada presso Cecilia. Quando si è amico del nonno, avrà pensato, si ha un titolo per legare conoscenza colla nipote. Io scommetto che a guardarlo bene in volto si deve scoprire qualche segno disgustoso sotto quella maschera di uomo simpatico. È impossibile che chi trama di cotali birbanterie non mostri alcun indizio visibile della bruttezza del suo animo. E poi questo suo nome di Tribolo, suona piuttosto male e mi pare che non si debba trovare nel calendario. Quanto a quell’altro signore, sarà un poco di buono ed un indegno non meno di lui, se voleva disonorare una povera fanciulla. Avrei piacere che l’individuo seduto con Tribolo all’osteria fosse stato appunto quel tale. Per bacco, la mia condotta deve aver messo loro una pulce nell’orecchio. Da bravi, state là intanto a lambiccarvi il cervello per indovinare la cosa. Domani poi capirete tutto chiaramente.

Antonio si fermò dinanzi ad un modesto caffè nella contrada del Broletto, vi fece udire due suonate, e poscia entrò a fare la questua. Bisogna che io noti che il pover uomo suonava assai male, ad onta della sua presunzione e dei suggerimenti datigli dal proprietario dello strumento. Fosse il braccio intirizzito dal freddo, o partecipe dell’interna convulsione, il fatto sta che il manubrio andava celere e lento tutt’insieme, e produceva una tiritera di suoni affatto incomposti. E così era accaduto in tutti i luoghi dove aveva fino allora fatto posta. Nessuno però badava a quell’inconveniente, e chi era ben disposto gli dava tant’e tanto il suo obolo. Anzi vi furono alcuni che glielo diedero appunto per aver badato a quell’inconveniente; senza di che non si sarebbero incomodati. Costoro nel metter mano alla borsa dissero ciascuno alla sua volta: Pigliate, ma col patto di non suonare più oltre. Gente burlona, o dotata di un’estrema irritabilità musico-nervosa. Antonio aveva già radunato circa sedici soldi, e si prometteva di aumentare ben bene la somma allorquando suonerebbe dinanzi ai caffè sontuosi e popolati di signori. Egli arriva ad uno di questi, ma lo passa via perchè sente che non ardirebbe di entrare in una magnifica sala ornata di specchi, di dipinti e di dorature, e rischiarata splendidamente dal gas. La stessa soggezione lo prende dinanzi al secondo ed al terzo caffè, dove pensa che tremerebbe soltanto nello spingere le imposte, per paura di rompere i grandi cristalli che vi stanno incastrati.—Eh, perbacco, se io seguito così perderò le migliori occasioni di far danaro, disse tra sè in un momento di coraggiosa risoluzione. Cacciamo via la timidità, e facciamo come gli altri suonatori, che penetrano da per tutto senza tanti riguardi. Io guarderò bene dove metto i piedi e le mani, e spero che non mi accaderanno disgrazie. Finalmente queste superbe botteghe sono luoghi pubblici, e qualunque persona, anche mal in arnese, che abbia cinque soldi da spendere, può entrarvi a dare degli ordini, può sedere a suo agio sopra i morbidi cuscini, e stare a compiacersi in mezzo a tanto lusso. Ecco appunto che io mi avvicino ad un caffè dei più sfarzosi della città. È dunque deciso che io non passerò oltre senza aver dato prove là entro della mia intrepidezza.—Antonio pose lo strumento sul cavalletto, vi applicò il manubrio, e suonò una polka guastando il tempo come al solito. Anzi questa volta fece peggio che mai, perchè alle altre cagioni di tremito si aggiungeva l’idea di dover comparire in quella ricca sala, di cui guardava intanto lo splendore attraverso i vetri. I suoi proponimenti di voler essere intrepido andarono dunque in fumo, come era da aspettarsi, giacchè non si può comandare alle impressioni dei sensi nè alle commozioni dell’animo. Per altro si può sfidarle e voler agire sotto il loro impero, ciò che appunto fece Antonio. Battuti più volte i piedi per terra e scossa dai panni la neve, egli entrò nel caffè colle timide cautele e cogl’impacci dei profani che entrano per la prima volta in una reggia. Una trentina di avventori sedevano in crocchi separati intorno ai tavolini, sorseggiando bevande più o meno squisite, e tenendo discorsi più o meno insipidi. Alcuni leggevano i giornali politici, e pensavano che Sebastopoli è un osso duro da rodere. Altri leggevano i giornali letterarii, e pensavano che non vi è più letteratura sopportabile nel giornalismo. Un giovane ed elegante signore sedeva isolato in un angolo, fumava un sigaro, e pensava ad altra cosa. I conoscenti e gli amici non lo accostavano, perchè il suo saluto breve e fuggitivo significava chiaramente: Lasciatemi tranquillo in questo momento. Chi è sopraggiunto da una sventura o da una prosperità sente il bisogno di star solo coll’affanno o colla gioia che lo possiede, almeno nei primi istanti del sinistro o del fausto avvenimento. Non era la sventura che avesse visitato quel giovane, e fattolo bramoso di starsene in disparte muto e raccolto in sè medesimo. Infatti non aveva alcun segno di mestizia in volto, anzi la sua fronte era lieta, i suoi occhi brillavano di serenità, e le sue labbra si componevano ad un sorriso di compiacenza. Il molle abbandono della persona, la gamba che teneva sovrapposta e dondolante sull’altra, la giocosa maniera con cui mandava in aria i buffi di fumo, tutto insomma diceva che gli passavano per la mente immagini rallegranti, e che assaporava il diletto della propria felicità. Sì, egli era compiutamente felice, e considerava quel giorno come il più bello della sua vita. Quel giorno aveva acquistato la certezza di essere riamato dalla donna del suo cuore, e le prove avute erano le più infallibili e le più soddisfacenti. Non vi cada in animo che avesse ottenuto i favori lungamente sollecitati di qualche fanciulla o vedova restia, o che fosse riuscito a burlarsi di qualche marito creduto generalmente invulnerabile. No, egli non si dilettava di amori colpevoli e di tresche vergognose. La sua fiamma era pura come la vergine che gliel’aveva inspirata, e santi erano i suoi voti. Questo giovane signore è nel novero dei pochi distinti per coltura d’ingegno, per altezza di sentimenti, e per nobili qualità di cuore. Egli si toglie dalla pluralità di coloro pei quali le ricchezze sono stimolo all’ozio, alla dissipazione, alla burbanza, e alla nullità della vita. Non è già che abbia rinunciato ai piaceri della sua età, nè ai gusti nè alle abitudini proprie dei signori. Egli segue le mode, guida cavalli sul corso, frequenta i teatri ed i convegni del bel mondo, ma di questa occupazioni non fu l’unico e serio affare della sua esistenza. La maggior parte del tempo lo impiega nello studio delle arti geniali, della letteratura e d’ogni nobile disciplina. La sua conversazione non può essere più sensata, più amabile e più spiritosa. Nessuno poi lo supera in bontà d’animo, in affabilità e cortesia di maniere. Insomma io ve lo do per un modello di perfetto gentiluomo. Antonio gli si fece peritoso dinanzi, e gli sporge il piattello, come aveva fatto verso gli altri signori che erano nel caffè. Il giovane lo guardò attentamente, e rimase colpito dal suo povero arnese, dalla sua timida esitanza, e dall’espressione di dolore che gli stava in volto.

—Voi mi sembrate un suonatore novizio, gli disse il giovane con un fare confidente e con un tuono di voce che mette i piccoli a loro agio e li anima alle risposte. Io non vi ho mai veduto entrare in questo caffè.

—Signore, rispose Antonio commosso dalla degnazione e dalla benignità di quella domanda, io suono per la prima volta, e forse per l’ultima in vita mia. Lo strumento mi fu prestato da chi per ora non può adoperarlo, ed io cerco questa sera di farne mio profitto nelle dure angustie in cui mi trovo colla mia famiglia.

—Voi avete una famiglia che patisce e che spera nel prodotto della vostra musica?

—È una sorpresa che io preparo a’ miei poveri tribolati. Essi non sanno che al presente io giro per la città, onde radunare un po’ di danaro a loro sollievo.

—Quanto avete raccolto finora?

—Più di venti soldi, e non ho per anco finito. Tra il guadagno del suonare e quello dell’accumular neve, posso dire d’aver fatto oggi una buona giornata.

—Voi avete anche lavorato a nettar le strade, voi così vecchio e mal fermo sulle gambe! Ditemi, la vostra famiglia è numerosa?

—Io ho una figlia vedova e madre di tre creature, una delle quali, ragazza di sedici anni, ci fu insidiata e andò a pericolo di perdere la sua virtù. E stato un avvenimento per cui ho l’animo ancora tutto sconvolto.

—Voi mi presentate l’aspetto di un uomo dabbene. Lo siete veramente?

—Signore, io non posso negarlo nè affermarlo. Dirò soltanto che io procuro di non far male a nessuno.

—Dove state di casa?

—Vicino alla Piazza Castello.

—Andiamo. Io voglio conoscere la vostra famiglia, e accertarmi della sincerità delle vostre parole. Se voi non mi avete mentito, io vi regalerò come non lo fu mai nessun suonatore di organetto.

Il giovane si levò risolutamente, ed uscì della bottega. Antonio gli tenne dietro, parendogli di sognare. Preso lo strumento che stava di fuori, si avviarono verso la Piazza Castello, continuando a discorrere quando non lo impediva l’incontro della gente e la difficoltà del cammino. Era cosa molto strana che un giovane signore vestito con eleganza attraversasse la città accompagnato da un miserabile suonatore di organetto, e parlando con lui affabilmente senza impedimento di umani riguardi. No, no, gli umani riguardi e le precauzioni si adoperano da chi segue un lenone, guidatore prezzolato, a qualche misteriosa e facile conquista. Il giovane signore seguiva invece un onesto vecchio nella persuasione che lo conducesse al soggiorno della miseria virtuosa, che egli si proponeva di consolare. Gli animi ben fatti, quando sono posseduti dalla gioja, si sentono doppiamente inclinati alla beneficenza, e bramano di darne prove con qualche atto nuovo e straordinario. Ecco perchè il giovane volle recarsi egli stesso a vedere la famiglia di Antonio, dietro la favorevole opinione che questi gli aveva inspirata. Quando entrò nel brutto viottolo plebeo, mal rischiarato e quasi impraticabile per la neve che lo ingombrava, egli provò una specie di pauroso disgusto, che andò crescendo allorchè pose il piede nella casaccia che abbiamo descritta. Nondimeno superò quel sentimento di vaga inquietudine, e tenne dietro ad Antonio che aprì l’uscio e lo introdusse nella misera stanza. Le due donne restarono come interdette e smarrite di confusione al vedere il vecchio sotto il peso di un organetto, e lo splendido visitatore che lo seguiva. La stanza era fredda come se fosse aperta ai quattro venti, e del fuoco improvvisato poco prima da Antonio non esisteva che un debole rimasuglio. La madre e la figlia stavano occupate a rattoppare certe camicie degne del compratore di stracci, ed avevano per lume un moccolo di sego piantato in un ordigno di legno e fil di ferro, che usurpava il nome di candelliere. I due fanciulli giacevano addormentati sopra un pagliericcio, che un cane mediocremente trattato avrebbe avuto a sdegno. Visto nelle ore notturne, l’albergo del povero è ancor più tetro e squallido di quando è penetrato dalla luce del giorno. Egli pare che il silenzio della notte, il semibujo del luogo, le ombre fantastiche e tremolanti che disegna un lumicino sulle pareti, ed altre indescrivibili cagioni diano alla miseria maggior rilievo, e all’animo una stretta maggiore. Il giovane si sentiva impietosito e insieme rabbrividito allo spettacolo nuovo e miserando che lo circondava. Egli sapeva all’ingrosso ciò che è la povertà; sulle norme di quanto ne vedeva in pubblico e sulle idee che gli fornivano i libri, ma non mai l’aveva ravvisata nel suo vero aspetto, nè colta sul fatto nella intimità della sua dimora. Ecco perchè i ricchi, generalmente parlando, non inclinano molto alla compassione del povero. Essi non hanno provato il bisogno, e rifuggono dal vederlo in altrui. Se il primo motivo non è una colpa, il secondo lo è certamente. Il giovane aveva avuto da Antonio lungo la strada molti dettagli circa le disgrazie della sua famiglia, ma principalmente circa la trama ordita contro la nipote. Ora egli aveva dinanzi la fanciulla, che rossa di vergogna non osava guardarlo in volto, nè quasi rispondere alle sue domande. La bellezza, la gioventù e la infelicità di Cecilia gli destavano un vivo e virtuoso interessamento. Egli pensava alla donna del suo amore, giovane e bella essa pure, ma non infelice, e questo pensiero gli faceva trovare dei rapporti gentili e naturali fra le due giovani, e gli era come stimolo ad apprezzare e beneficare l’una in grazia dell’altra. Questi squisiti riflessi e queste delicatezze di sentire sono proprie soltanto delle anime elette prese d’amore. Per quell’istinto che hanno i buoni di comprendersi fra loro, il giovane signore fu persuaso che quella famiglia era degna del bene che egli si preparava di farle. Nell’atto di congedarsi pose in mano ad Antonio due pezzi da cinque franchi, e gli disse che il domani a mezzogiorno si recasse dal curato della parrocchia, presso il quale troverebbe dichiarate le sue disposizioni. Io lascio immaginare a chi legge la consolazione dei beneficati, i loro sentimenti di gratitudine, e le benedizioni che invocarono dal cielo sopra il giovane sconosciuto. Antonio pareva ringiovanito di dieci anni, e andava esclamando, che non bisogna mai disperare della provvidenza, che al mondo vi sono delle anime d’oro, e che il volere di Dio lo aveva fatto imbattere in quel generoso signore.—A proposito, disse egli sobbarcandosi allo strumento che aveva deposto sopra la tavola, io vado a portarlo a Simone, al quale voglio dare uno di questi pezzi da cinque franchi. Noi siamo intesi di dividere il prodotto, e sebbene, a stretto rigore, queste due monete non siano il frutto della musica, pure mi sono venute in conseguenza dello strumento che mi fu prestato. Se il suo padrone mi ricusava il servigio, io non sarei entrato in quel caffè, e non avrei la fortuna che là dentro mi è capitata. Oh sì, viva Simone ed il suo strumento.

Il giorno seguente, all’ora indicata, Antonio si presentò al curato della sua parrocchia. Il giovane signore vi era stato poco prima ad affidargli una bella somma di danaro, e l’incarico di eseguire le sue benefiche disposizioni. La famiglia di Antonio fu subito traslocata in una casa decente, provveduta di letti, di biancheria, e di quanto occorre per uscire di stento. Altri sussidj periodici doveva trovare in seguito depositati presso il medesimo parroco, al quale particolarmente veniva raccomandata Cecilia, colla promessa di darle una doterella quando si maritasse.

Il giorno stesso Tribolo fu chiamato dalla polizia a render conto della sua azione, che gli valse una nuova condanna, da lui subita colla solita rassegnazione dell’innocenza calunniata. Quanto al ricco bottegajo, egli gettò il suo danaro e fece naufragio vicino al porto. Se il suo nome è stato pronunciato in polizia, non è tanto delicato da soffrirne macchia.

Il cielo accordi tutte le sue grazie al giovane signore, e specialmente gli conceda di potersi unire alla fanciulla sospirata. Sì, il cielo benedica il suo amore, sotto la cui influenza egli fu inspirato a così bella opera di carità.