Giuseppe Verdi – Otello

I seguenti contenuti sono stati rimossi per effetto del Decreto legislativo 21.02.2014 n° 22 , G.U. 11.03.2014.

# Una vela! (formato MP3)

# Esultate! (formato MP3)

# Fuoco di gioia (formato MP3)

# Roderigo, beviam! (formato MP3)

# Inaffia l’ugola (formato MP3)

# Capitano v’attende (formato MP3)

# Olà che avviene (formato MP3)

# Già nella notte (formato MP3)

# Quando narravi (formato MP3)

# Venga la morte (formato MP3)

# Non ti crucciar (formato MP3)

# Credo in un Dio (formato MP3)

# Eccola (formato MP3)

# Ciò m’accora (formato MP3)

# Dove guardi splendono (formato MP3)

# D’un uom che geme (formato MP3)

# Desdemona rea! (formato MP3)

# Ora e per sempre (formato MP3)

# Era la notte (formato MP3)

# Sì, pel ciel (formato MP3)

# Introduzione (Atto III) (formato MP3)

# La vedetta del porto (formato MP3)

# Dio ti giocondi (formato MP3)

# Dio! Mi potevi scagliar (formato MP3)

# Vieni, l’aula è deserta (formato MP3)

# Questa è una ragna (formato MP3)

# Come la ucciderò (formato MP3)

# Viva il Leon di San Marco (formato MP3)

# A terra… sì… nel livido (formato MP3)

# Era più calmo? (formato MP3)

# Mia madre aveva (formato MP3)

# Ave Maria (formato MP3)

# Chi è là? (formato MP3)

# Calma come una tomba (formato MP3)

# Niun mi tema (formato MP3)

# Assandri, Virginio (ruolo: Tenore, Casio)
# Boito, Arrigo (ruolo: Autore del libretto)
# Chabay, Leslie (ruolo: Tenore, Roderigo)
# Moscona, Nicola (ruolo: Basso, Lodovico)
# NBC Chorus, New York (ruolo: Coro)
# NBC Symphony Orchestra, New York (ruolo: Orchestra)
# Nelli, Herva (ruolo: Soprano, Desdemona)
# Toscanini, Arturo (ruolo: Direttore)
# Valdengo, Giuseppe (ruolo: Baritono, Iago)
# Verdi, Giuseppe (ruolo: Compositore)
# Vinay, Ramon (ruolo: Tenore, Otello)

1947

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Giuseppe Verdi – Inno delle Nazioni – 1946 – Toscanini – NBC Symphonic Orchestra

# Boito, Arrigo (ruolo: Autore del testo)
# NBC Symphonic Orchestra (ruolo: Orchestra)
# Peerce, Jan (ruolo: Tenore)
# Toscanini, Arturo (ruolo: Direttore)
# Verdi, Giuseppe (ruolo: Compositore)
# Westminster Choir (ruolo: Coro)

da: www.liberliber.it

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Camillo Boito – Quattr’ore al lido

L’acqua era tiepida, il mare uno specchio. Nuotando ora lesto, ora tardo, m’ero allontanato bene dalla riva, sicché la barca di salvamento mi veniva dietro, e i barcaiuoli gridavano che gli Avvisi proibiscono di scostarsi troppo dai Bagni. Uomo avvisato, mezzo salvato. Vedendo che non davo retta alla legge, i barcaiuoli se ne tornarono indietro, e mi lasciarono solo. Nell’acqua profonda sentivo di quando in quando una corrente fresca, e mi scorreva sulla pelle un leggiero brivido; poi tornavo nel tepore quieto e beato. Quella libertà delle membra in mezzo a quella immensità di mare è un conforto ineffabile, un’allegria sublime. Non un’onda, non una voce. L’edificio dei Bagni era diventato piccino. Mi pareva di entrare nell’infinito. Cacciavo sotto il capo con gli occhi aperti per vedere il verde diafano, di una gradazione così delicata, così gentile, che avrei voluto sprofondarmici dentro, sicuro di trovare al fondo del colore smeraldino una sirena bionda. Bevevo l’acqua salata. Tornavo fuori con la testa, quando mi mancava tutta l’aria nel petto, e aspiravo in furia, e sbruffavo, e in ogni boccata d’aria c’era qualche goccia di sale. Ma l’istante in cui si esce dall’incanto del gorgo è terribile. Non si vede più nulla: sembra di entrare, asfitici, nelle tenebre della morte. I capelli si appiccicano sugli occhi, l’acqua che sgocciola dal fronte impedisce alle palpebre di aprirsi. Si respira con ansia, ma si è ciechi, d’una cecità spaventosa, che dura meno di un minuto secondo.

Quand’ero un po’ stanco, facevo il morto. Mi coricavo sul mare come sopra il più morbido dei cuscini, immobile, con le braccia aperte e con le gambe unite. Il mare mi dondolava placidamente, cantandomi la ninna nanna. Sull’orizzonte non vedevo dinanzi a me altro che le punte dei miei piedi; ma di contro al mio viso si apriva la grandezza dei cieli. Guardavo le nubi in faccia. Come nelle carrozze della ferrovia accade spesso di credere che si vada in direzione opposta a quella nella quale corre il treno, e si sbalza, e si guarda esterrefatti; così a me sembrò per un istante di essere in piedi, e di vedere l’abisso azzurro al di sopra e al di sotto. Mi pareva di stare appoggiato ad una parete verticale interminabile, nel mezzo ad una immensità vertiginosa di colori strani. Lo splendore del tramonto prendeva figura come di fuoco diffuso, di oro liquefatto, di vapore celeste misteriosissimo, di brune macchie minacciose e di bizzarri luccicori d’argento: l’atmosfera del sole vista nel sole non può essere diversa. Ma una ondetta, passandomi sul fronte, mi richiamava alla realtà; e allora io mi gustavo di nuovo la dolcezza di quel giaciglio soffice e fresco. E di botto mi rivoltavo, e coi remi delle braccia e delle gambe, andando rapido, ma in giusta simmetria e senza fatica, vogavo un pezzo; poi sbattevo le mani e i piedi sull’acqua, alzando una spuma candida di perlette, che subito si scioglieva nell’ampio verde.

Il verde nel mare è di una verità, che gl’impasti dei più raffinati colori e le più sottili velature non possono imitare neanche di lontano. Non parlo delle spiagge e dei mari diversi; lo stesso mare, la stessa spiaggia nella stessa stagione non ha mai la stessa tinta l’un giorno e l’altro. Ad ogni moto dell’acqua corrisponde una gradazione differente di verde, di azzurro, di tinte neutre, e i moti dell’acqua sono innumerevoli, dalla impassibile calma ai furori ciechi della tempesta. Anche senza andare fino allo spavento dei cavalloni, il nuotatore lo sa. Conosce le ondette piccole, che, come il passo rapido e breve di una crestaina, si seguono l’una all’altra senza romore: sono verdoline con un pizzico di giallo. Conosce le ondette larghe, lente, ancora graziose e leggermente azzurrognole, indizio di una bufera lontana. E poi le onde maestose, quasi direi di stile classico, nelle quali il nuotatore si lascia calare all’avvallamento e portare al colmo con il viso e con i capelli asciutti, basta premere le mani e incurvare la persona in forma di sirena, mentre il flutto s’innalza; e dall’alto si vedono le creste regolari, allineate delle altre onde, che sembrano i solchi di un immenso campo; e nel basso si crede di essere caduti al fondo di un fosso, tanto i marosi, che chiudono la vista, somigliano a sponde erbose e ripide. In mare il tempo s’allunga. L’allegria o la tristezza, l’ardire o la paura fermano l’attimo; e si pensa in un minuto più e meglio di quel che in terra si penserebbe in un’ora. E un altro dì ci sono le onde pettegole, che scherzano intorno sgarbate, vi spruzzano, ciarlando, la loro saliva in volto, non vi lasciano respirare, vi tirano di qua, vi premono di là, vi gridano nelle orecchie con un fracasso assordante ed impertinente, come le donne delle Baruffe chioggiotte. Ma Dio vi salvi dalle onde matte, uscite dai manicomii del gorgo, coperte della loro densa bava bianca, nelle quali, a un tratto, vi sentite sommerso, arrovesciato, travolto, e quando finalmente mettete fuori la testa, un’altra onda vi si sbatte in faccia e vi spezza il respiro; poi, diventato sospettoso, guardate in giro con tanto d’occhi, e vi apprestate a ricevere degnamente sul petto una ondata minacciosa, che vedete precipitarsi contro di voi, e già quasi vi seppellisce, ma ecco invece che si spiana e si risolve in nulla; gli assalti vi vengono vigliaccamente dai fianchi e dalle spalle, senz’ordine, senza ragione; vi stancate, vi spossate, cominciate a disperare; date quasi un addio alla terra, e toccate dopo sovrumani sforzi la riva, uscendo da quell’acqua sciaguattata da tutti i venti, nera, orlata di certe frange e certi fiocchi d’argento sudicio, che le dànno aspetto di uno sconfinato drappo funereo.

Eppure nel mare quieto o nel mare agitato l’uomo si sente pieno di vigoria. La sua buona vanità gli fa credere o di dominar la natura, o di essere tanto grande, che Dio, per ischiacciarlo, debba scatenargli contro tutte le furie degli abissi. Svaniscono le noie mortali, il cuore si ritempra, si fa provvisione di coraggio e di forza. Un’ora in mare è un’ora bene impiegata: in quella salsedine c’è un po’ di ferro per l’anima.

Uscendo dall’acqua si diventa Greci. Dopo essere saliti le lunghe scale di legno, dove sui gradini viscidi s’arrischia di sdrucciolare e le alghe fanno talvolta dei brevi taglietti ai piedi, si entra nel proprio camerino e si avvolge il corpo nudo in un ampio lenzuolo; poi si esce così drappeggiati sul ballatoio, che guarda il mare. Alcuni bagnanti stanno ancora in acqua presso la riva, tenendosi – disgraziati! – alle corde, e piantati sull’arena, dove passeggiano i granchi. L’immobilità li intirizzisce, li raggricchia: paiono ranocchie umane. E quant’è difficile trovare il corpo bello di un uomo! Nella donna la bellezza delle membra è men rara: basta l’armonia delle parti, una certa rotondità gentile, una certa bianchezza trasparente e rosea, e forse il desiderio ci fa meno difficili. Ma nell’uomo la vigoria sana deve accoppiarsi alla snellezza morbida; le membra sciolte, giuste, né troppo asciutte, né pesanti di polpa; una espressione generale di ardire elegante. Gli antichi volevano la grazia persino sui campi di battaglia. In Tessaglia la iscrizione di una statua diceva: Ad Elatione, che ben ballò la battaglia, questa statua il popolo. La sproporzione, da noi moderni tollerata con indifferenza, era insopportabile agli antichi. Un dì ad un mimo tarchiato e grasso il pubblico vociò ridendo: Non isfondare il palco; un altro dì ad un mimo pallido e mingherlino mandò ironicamente questo saluto: Fa’ di star sano, e un’altra volta ad uno di troppo alta statura, figurante Capaneo che si avventa alle mura di Tebe, gridò indispettito: Scavalca il muro, non hai bisogno di scale.

Sul ballatoio, verso il mare, si atteggiavano dunque dieci o dodici uomini panneggiati di bianco. Avevano messo sul capo l’asciugamano in forma di Palliolum, e si avvolgevano il corpo con il lenzuolo a modo di Pallium, nelle diverse fogge, che piacevano meglio a quella naturale affettazione, da cui l’uomo coperto di un gran manto non si sa quasi mai liberare. I Greci avevano venti modi di acconciarsi il pallio: affibbiato al petto, affibbiato alle spalle, senza ripiegatura, addoppiato, con le mani nascoste, con un braccio fuori dalla spaccatura di destra, con un lembo sopra una spalla corto, con un lembo sopra una spalla lungo, stretto alle anche con pieghettine trite, ondeggiante in gonfi svolazzi o libero di cadere in larghi piani ed in ampie curve. Ogni maniera aveva il suo proprio nome, conveniente ai zerbinotti, ai filosofi ai viaggiatori, ad ogni classe di persone. Tacito si lagnava già delle vesticciuole misere degli oratori romani, e che le portassero male. Figuratevi noi la bella figura che facciamo, usciti dall’acqua, in quei pallii bagnati e appiccicaticci!

L’aria salata e la ginnastica del nuoto mettono in corpo una gran fame. Andai sul terrazzo de’ Bagni, e ordinai da pranzare. L’edificio, che si distende in una lunghissima linea retta, è tutto di legno e piantato su alte palafitte, le quali lasciano sfogo ai marosi quando il mare è grosso, e quando è tranquillo rompono a’ loro piedi le onde placide, che pure mandano romore a intervalli misurato e grave, quasi battute sorde di un maestro di cappella. Il coro, l’armonia di quell’ora non si può descrivere. Tutto si fonde in un accordo pieno e gaio, profondo e vago: arpa eolia dell’infinito. Il sole baciava quasi l’orizzonte, e scendeva dalla parte opposta al mare, dietro al Lido, dietro alla laguna, dietro a Venezia. I suoi raggi orizzontali non toccavano più la superficie della marina, che era diventata scura e azzurrastra; ma andavano a ferire dritti due vele lontane di due barche da pescatori, facendole brillare d’un colore giallo dorato, fiammelle fantastiche. Il piano immenso del mare nudo; non uno scoglio, non una lingua di terra per quanto l’occhio cercasse: pareva di navigare sopra un vascello fatato nell’Oceano a mille miglia da terra. E le due vele splendevano; e il cielo pigliava una tinta brunetta ancora cilestra, qua e là rallegrata da qualche nuvola mezza in ombra e mezza in luce, la quale vagava lenta e a poco a poco s’impiccioliva e svaniva.

L’appetito mi faceva parere squisite le vivande, e la salsedine, che mi restava in bocca, dava al vino una dolcezza inebbriante. Il ventre si confortava, e gli occhi s’incantavano; e questi e quello mi riempivano l’anima di una felicità solenne, la quale porta il riso sulle labbra e le lagrime sul ciglio. V’era poca gente. La banda cominciò a suonare. A sinistra, intorno ad una tavola, stava un gruppo d’Inglesi. Una delle signore, vestita di seta cruda con grandi nastri rossi sull’abito e sul cappello, parlava allegra, faceva mille graziose smorfiette col viso strano e piacente. L’altra alta di statura, snella, flessuosa, con il collo un po’ lungo, come le Diarie antiche, il volto regolare, delicato, d’un rosa pallido, gli occhi di un fine azzurro marino, le mani troppo affilate, ma nobilissime e dello stesso candore di quel po’ di pelle, che il modesto squarcio dell’abito lasciava vedere sotto la gola. Si alzava di tratto in tratto per correre dietro ad un bambino di due anni, biondo, paffuto, il quale alla sua volta correva dietro ad un grosso cane nero – un bel cane, che nuotava meglio di me, e che, mentre facevo il mio bagno in alto mare, era venuto a salutarmi con molta grazia. La signora vestiva di seta colore perlino, col cappello a larghe tese della medesima stoffa; e mi ricordo che il tono neutro e chiarissimo faceva, come dicono i pittori, un buco sul cielo, pareva cioè più lontano del fondo. Ma da questo errore di tavolozza veniva nella gentile persona un non so che di aereo, un non so che di ammaliante. Non era una donna: era una fata. E il putto continuava a scapparle via ad ogni momento, e voleva vedere tutto, toccare tutto; sghignazzava di un riso da angioletto, pestava i piedi e batteva le mani; si metteva a sedere sulle ginocchia della gente, e la mamma andava allora a pigliarlo, dicendogli qualche parola con una severità tutta soave, e carezzandogli con la mano sottile i lunghi ricci d’oro. Ella era la regina del terrazzo: una regina dolce, sicura di sé, com’è sicura l’innocenza, e disinvolta, com’è disinvolto il pudore. Codesta madre pareva il simbolo della verginità: credetti in quel momento al mistero della Immacolata Concezione. Ma la soave creatura principesca stava in compagnia di un signore, che sembrava vecchio se si badava a’ suoi capelli grigi e alla sua barba mezza bianca, ma che sembrava giovine se si guardava ai lineamenti e all’espressione del volto. Era il padre, era il marito? Questo problema mi torturò il cervello per una buona mezz’ora.

Più lontani, sparsi a gruppi di due, di tre, di quattro o solitarii, stavano degli altri forestieri e qualche raro veneziano, la più parte immobili, ascoltando la musica, guardando in giro o discorrendo sotto voce senza gesticolare. Il mare tranquillo innamora e sgomenta. Quei flutti, che si frangono perennemente alla riva e mandano sempre l’identico suono; quell’aria quieta e fresca, che si aspira con lunga voluttà; quell’orizzonte sconfinato, che pare nello stesso tempo una linea retta infinita ed un cerchio infinito: tutto contribuisce a produrre l’impressione maestosa di un tempio enorme, in cui ci si toglie reverenti il cappello e ci si sprofonda nella propria coscienza. Non ho mai visto nessuno, per quanto fosse povero di fantasia, d’ingegno e di cuore, il quale nel mettere i piedi sulla soglia di una cattedrale bisantina o gotica non si sentisse invaso da un arcano senso di rispetto, e non interrompesse le parole che stava pronunciando; ma la vera chiesa di Dio è l’immensità. Lo stato naturale dell’uomo in faccia al mare è il silenzio.

Quei gruppi di persone staccavano bizzarramente sul campo del cielo, il quale diventava sempre più fosco: erano tinte intiere, senza ombreggiatura, che non trovavano nel tono del fondo nessuna maniera di fusione; e già i colori perdevano la loro vivacità nell’oscurarsi crescente della sera, mentre il contorno si distingueva tuttavia preciso e un po’ secco. A destra si muoveva una macchia nera di camerieri, i quali, non sapendo che cosa fare, discorrevano tra loro. Io intanto, assottigliando quanto più potevo la vista, fissavo ancora quelle due vele lontane, le quali, da fiammeggianti che erano quando il sole mandava loro gli ultimi suoi raggi, diventarono grigie, e poi via via più scure, finché si dipinsero nere sull’aria già lugubre, e a poco a poco mi sfuggivano dallo sguardo. Già si riducevano ad una pennellata quasi impercettibile. Un minuto dopo non si discernevano più. Mi rincrebbe. In ogni veduta v’è un punto, al quale l’occhio si ferma con tenace predilezione; e quando sparisce ci si sente come strappare qualcosa, e si piglia quel caso semplice e inevitabile per un segno di cattivo augurio. In faccia al mare l’animo si riempie di pregiudizii.

I camerieri accendevano le lampade. Il cielo si era lentamente annuvolato: non brillava neanche una fetta di luna, non luccicava neanche una stella. L’aria e il mare si confondevano nel buio. Solo a guardare giù dal parapetto del terrazzo si scopriva a intervalli un po’ del bianco della spuma sulle onde, le quali mandavano più forte, più frequente e quasi minaccioso il loro muggito.

Uscii dallo Stabilimento e, traversando a piedi il breve spazio che divide il mare dalla laguna, sospirai per la prima volta: avrei voluto sentire sul mio braccio il peso leggiero di un altro braccio, e udire accanto, dopo il fruscìo del mare, quello di un vestito di donna. Il vaporetto mandò il suo fischio, e si partì per Venezia. La notte era nera, la laguna era cupa. Non si vedeva altro che il fanale rosso di un piccolo vapore, che veniva, sbuffando, incontro a noi, e lontano i lumi della città, che parevano una costellazione piombata in terra e mezzo spenta. Si passò la punta del Giardino, poi si costeggiò la Riva degli Schiavoni. Il campanile di San Marco usciva dai palazzi che lo circondavano e, illuminato dai fanali della Piazza, si alzava gigante, sfumandosi nella oscurità verso la cima e cacciando la sua punta nelle tenebre delle nubi.

La luce della Piazza mi abbagliò. I musaici della chiesa avevano sull’orlo delle strisce scintillanti. Le finestre spalancate delle Procuratie Vecchie lasciavano vedere le allegre sale illuminate. La loggia del Palazzo Ducale si perdeva in un’ombra opaca. Mezz’ora dopo, la mia madonnina inglese, sorridente, svelta, correva dietro al suo putto biondo fra le seggiole del Caffè Florian.

Camillo Boito – Il colore a Venezia

(Queste annotazioni sono tolte dall’albo di un artista pedante)

Il cortiletto di un’osteria sulle Zattere al ponte della Calcina, ombreggiato appena con qualche foglia di vite, e dal quale si vede il largo specchio dell’acqua verdognola, che riflette le tristi case della Giudecca, era lo scorso autunno sull’ora del mezzodì pieno zeppo di pittori francesi, tedeschi, spagnuoli, che mangiavano senza badare al tondo e bevevano senza badare al bicchiere, come trasognati in mezzo alle bellezze di quella città, con le quali lottavano dall’alba alla sera, tentando di rapire ad esse il segreto del loro colore. Il colore nel doppio suo senso morale e materiale è un gran tormento dell’artista d’oggi. Color locale: sentire e ritrarre una Venezia, che non possa essere altro che Venezia; colorito: emulare con la tavolozza quelle fanfare di tinte, quelle smorzature di toni, che nascono dal salso dell’acqua e dallo scirocco; dalle esalazioni puzzolenti dei canali quando restano a secco e dal cielo vaporoso e pur limpido e infiammato all’aurora e incandescente al tramonto; dai cenci pidocchiosi della plebe elemosinante e dalle grandezze festive dei passato; dai pomposi mosaici della chiesa di San Marco e dai pesanti fumaiuoli dei camini a tronco di cono rovescio: da tutto il resto, insomma, di splendori e di abiezioni – abiezioni e splendori che hanno la somma virtù, l’unica virtù, la quale importi all’artista, quella di essere pittoreschi.

Ma tutti sanno che ci sono delle impressioni artistiche, le quali si prestano ad essere fermate sulla tela con i mezzi dell’arte pittorica, ed altre no, anche di quelle che derivano dalla vista; ci sono delle impressioni che, mentre rimangono vaghe nella mente, paiono potenti di novità e di forza, e quando si trasmutano in corpo, sia pure in prosa od in verso, diventano cose fiacche e vietissime. Troviamo, per esempio, nel taccuino certi scarabocchi abbreviati, che a decifrarli occorre la scienza paleografica, in testa ai quali si legge: Io scrivo queste righe abbarbagliato dal sole cadente. Poi: “Il sole scende tra la Chiesa della Salute ed il Palazzo Ducale. Manda nell’acqua il suo risplendore di fuoco giallo, che prende una larga zona tra i lontani palazzi del Canal Grande e la Riva degli Schiavoni. Quando le barchette passano in quel giallo incandescente sfumano, come nelle fornaci di Murano i vetri che si fondono; quando entrano nel colore azzurro dell’acqua, i remi fanno ancora sgocciolare oro fuso. I piccoli vetri dei bastimenti riflettono scintillando i raggi del sole, e gli alberi dei vascelli staccano in luce d’oro sull’oltremare della laguna”. E noi ci rammentiamo che quel tramonto, dal quale non potremmo cavare né un quadro decente, né un onesto periodo di novella, ci era parso memorabile. Certo, conviene dubitare assai sulla bontà artistica di ciò che scuote ed esalta lo spirito dell’uomo, poiché alle volte la nostra boria, che è sempre desta, fa che si confonda la virtù comunissima della sensibilità nervosa con la osservazione veramente estetica. Siamo donnicciuole malaticcie e, appunto per questo, ci crediamo artisti; e codesta irritabilità delle fibre ci fa gonfiare come ranocchie in faccia alla natura.

Del resto, quanti misteri nell’impulso all’idea nell’arte! Come l’ingegno resta sovente soffocato da un grande spettacolo della natura, della bellezza umana, della vita sociale; come invece si rafforza e rassoda nella vista di certi niente, nel confronto di certe cosette insulse! Il lavoro delle molecole del pensiero è fatale e nello stesso tempo supremamente illogico: è tutto a molle che scattano senza un perché, a spirali che s’allungano e s’accorciano come il bau-bau dei bambini: con una leva da sollevare il mondo si alza un granello di sabbia, con un granello di sabbia si crea un vortice nel mare. Ma, senza uscire dall’arte, accade non di rado che una sensazione puramente ideale ritempri la mente ad un lavoro artistico sodo, il quale non ha con tale sensazione altro nesso che di un certo colore morale. Uno stato dell’anima tetro, prodotto da un caso triste, fa che il poeta immagini una storia nuova, sostanziosa, effettiva, che è triste. Ma codesta storia, con il seguirsi infinito delle transazioni e con la mutabilità rapidissima del cuore, può – chi lo sa? – diventare allegra. Allora chi ritrova più il primo impulso? L’artista che si muti in critico può ritrovarlo forse; e una così fatta ricerca della genesi dell’idea sarebbe piena di ammaestramenti filosofici e morali, ma vuota, com’è la filosofia e la morale, d’insegnamenti per l’arte.

Il taccuino ci dà ancora queste righe sgorbiate una sera alla Birreria, un’ora appena dopo il nostro arrivo a Venezia: “Dovevo andare al Ponte del Sepolcro. Era notte buia; tirava vento; alcune grosse goccie di pioggia cadevano sul felse della gondola. Lo sportello e i finestrelli stavano aperti. Il fanaletto della mia propria barca, che m’era vicino a tre spanne, mi sembrava distante come un faro nel mare. Si traversò una parte del Gran Canale, poi s’entrò in certi rivi stretti, dove a lunghe distanze le lanterne mandavano la loro pallida striscia di luce sull’acqua agitata. Il gondoliere, incurvandosi, passava sotto l’arco dei ponti scuri. Sui gradini delle rive e sui basamenti delle case, certe macchie nere si muovevano lente, poi all’avvicinarsi della gondola davano un tonfo nell’acqua. Non mi raccapezzavo in mezzo a quei canali gobbi, storti, stretti, incassati fra le alte case. Guardavo se alla deserta imboccatura di qualche viuzza ci fosse una scritta, e finalmente, fissando lettera per lettera, lessi in un angolo oscuro: Calle dei Morti”. Il taccuino aggiunge: Peccato non essere pittore! L’esclamazione, sincera nel minuto in cui fu scritta, era assurda. Ciò che aveva mosso il nostro animo non si addiceva punto ai mezzi dell’arte, e, non ostante, quei grossi topi che davano un tonfo nell’acqua avrebbero potuto per un abile pennello diventare l’occasione morale di un dipinto terribile.

Eppure Venezia, oltre l’occasione e l’impulso all’arte, dà anche i quadri belli e dipinti. Basterebbe che alla mente fosse concesso, più fortunata della macchina fotografica, serbare vivo il ricordo dei moti, delle espressioni, delle forme, della luce, delle tinte; basterebbe che il pennello non togliesse nulla all’efficacia della memoria, e il quadro riescirebbe in ogni sua parte perfetto. In nessuna città il fondo prospettico, il fondo naturale, i tipi, i vestimenti, le mezze nudità s’accordano con tanta armonia.

La stessa indolenza veneziana contribuisce al vantaggio dell’arte. L’uomo affrettato, ne’ suoi atti scomposti, ne’ suoi gesti rapidi, nella sua indifferenza per le cose circostanti, è esteticamente brutto. Bello è invece l’uomo per il quale il tempo non è danaro; l’uomo che non ha anzi altro fine durante la più parte del giorno e della sera che di spendere le ore, e si muove piano; e s’atteggia, e ha l’agio di riflettere sul proprio volto le gioie e i dolori degli altri, le allegrezze e le melanconie della natura. Poi le piazze e le vie non sono traversate romorosamente da carrozze e da carri, che disperdono i crocchi, che cacciano la gente sui marciapiedi, che rompono barbaramente le dolcezze ineffabili del ciarlare e del pettegolare. Il cocchiere di fiacre sta lì stecchito a cassetta, non si può muovere, se vuole discorrere deve gridare e interrompersi ad ogni tratto; ma il barcaiuolo lega all’anello della riva la gondola e, aspettando al traghetto o sul Molo, si mette a sedere, si rizza, cammina, ragiona, guarda la passera che vola.

Se lo scirocco, come dicono a Venezia, è cagione di tante belle cose, viva lo scirocco. Oh il sior Tonin Bonagrazia, gentiluomo di Torcello, con le sue storielle, che raccontava al popolo sulla riva degli Schiavoni, e il dito mignolo, che si metteva per vezzo smorfiosamente all’angolo destro della bocca “morto pover’uomo!” oh il casotto dei vecchi Burattini, con Arlecchino e Pantalone e Colombina e siora Rosaura “dolce nella memoria!” oh le Sagre, con le ghirlande e i damaschi che ornavano finestre e botteghe, con le bande che suonavano, e gli stendardi che sventolavano, e la folla che si pigiava, e le frittelle di Zamaria de le fritole in quei grandi piatti di rame e d’ottone lucidi più dell’oro, calde, fumanti e olezzanti di un’olezzo divino “l’acquolina ci ritorna in bocca!”.

Il pittoresco Oriente ha lasciato la sua impronta, non solamente negli edifici, ma ben anco nell’indole veneziana e nell’amore dei bei colori. I funerali, che nelle città di terraferma coi neri carri mortuarii tirati da cavalli neri, condotti da necrofori neri e seguiti da gente nera, fanno parere il cielo nuvoloso anche quando è sereno: i funerali a Venezia fanno splendere il sole anche tra la nebbia, tanto sono ridenti. Ci ricordiamo di una mattina nel cortile del Palazzo ducale, che, stando all’alto della scala dei Giganti, vedemmo uscire dalla porta laterale della chiesa di San Marco e traversare fino al portico il quale riesce sul Molo una bara tutta coperta di fiori freschi. I becchini sfoggiavano le loro cappe rosse scarlatte; i sagrestani vestivano di pavonazzo, e non sappiamo quali Confraternite avessero mandato i loro rappresentanti verdi e turchini. Certi colossali ceri tutti dipinti erano portati con fatica da grossi uomini robusti. Alcuni monelli porgevano la mano sotto le candele per raccogliere nella palma le sgocciolature, mentre gli altri raschiavano sul lastrico le goccie di cera, piegandosi, dimenandosi in cento modi e sgattaiolando di qua e di là tra le gambe dei preti in camice, i quali davano loro ridendo qualche benevolo scapezzone. Il fondo era riempiuto da vecchi bianchi poggiati sul bastone, da donne con bimbi che chiedevano l’elemosina, e finalmente dalle bigolanti, sode Friulane tarchiate, che, interrompendo la loro fatica del tirar su l’acqua dal grande pozzo di bronzo del 1556 tutto fogliami a sirene, guardavano passare la processione, la quale dalla gaiezza del sole; che brillava vicino al fianco della chiesa, entrava disordinatamente nell’ombra cupa e si perdeva sotto il portico del Molo.

Un altro dì a San Samuele, fuori della botteguccia di un intagliatore, avevano messo al sole una enorme cornice, di legno, scolpita a gonfi ricci barocchi ed a putti rotondi. Dall’altra parte della via, un po’ in isghembo per avere la necessaria distanza, s’era piantato il fotografo con la sua macchina, e già aveva la testa sotto il panno, pronto a ricavare l’immagine della cornice. Nella calle, dove tutti questi apparecchi avevano prodotto un poco di ingombro, la gente guardava con faccia ansiosa, e qualcuno, per passare, dava degli spintoni alle donne, che brontolavano; e i garzoni legnaiuoli tiravano da parte quei ragazzacci, che in atto di comica prosopopea si piantavano di contro alla lente; e l’artista intagliatore, appoggiato con maestà allo stipite della bottega, pareva nella sua gran pancia assai contento di sé. Tutte le figure, illuminate ad abbaglianti colpi di luce, staccavano Sul fondo della casa, che era come bagnato in un’ampia ombra trasparente e celestina. Bene ci ricordiamo pur troppo, che questo brioso quadro ci fu sciupato dal passaggio di tre uomini e di una carriuola chiusa. Il primo di quegli uomini camminava lento lento e guardava a terra negli angoli con occhi torvi; magro, lungo; aveva la corda di un laccio in mano e portava non sappiamo più se un panciotto od un fazzoletto di color giallo stonato. Sul suo berretto si leggeva in grosse lettere Canicida: parola che fa gelare il sangue.

Né a Venezia mancano le novità dei tipi: marinai Indiani, di membra asciutte, coi muscoli snelli da tigre, giranti per le vie inquieti come pantere in gabbia, e gli occhi sembrano buoni, ma di una bontà sospettosa e selvaggia; Giapponesi e Chinesi astuti, placidi, pazienti, sorridenti e, anche in quella loro bassa condizione, filosofi e ironicamente orgogliosi della loro antica civiltà; Negri con il naso camuso e le labbra grosse, vestiti di bianco. Questi sono i doni che, quanto all’arte, porta a Venezia la Peninsulare: e la mattina, chi passeggia lungo la fondamenta delle Zattere, può vedere, appoggiati al parapetto della coperta su quegli immensi Battelli a vapore, mentre, guardano la terra ed ascoltano le suonate degli organini, quegli uomini, i quali pensano ai loro paesi lontani: curiose mostre di altre razze e di altri costumi.

I pittori, che volevano inviscerarsi Venezia, giravano, portando la loro cassetta ed il sedile a tre piedi, di qua e di là nelle stradicciuole deserte, con gli occhi intenti, come il medico che si vede innanzi un caso nuovo e gravissimo. Avevano dello stralunato; non ridevano, non parlavano: certo il loro polso doveva battere più lento, tanto la mente era concentrata. Lo studio del vero, qualunque ne sia l’oggetto, ha qualcosa di ansioso e di avido: pare il sogno di un avaro, che veda il proprio tesoro volargli via con l’ali per l’aria, e voglia corrergli dietro, e si senta de’ pesi alle gambe, e non lo possa raggiungere. Pensare poi un vero così singolare e fantastico qual è Venezia, e in questo tempo nostro, nel quale non basta dipingere un ponte, una gondola, una stola da senatore od un corno da doge per ottenere il color locale.

Nel vero e nella storia i pittori di trenta, di vent’anni addietro si contentavano della buccia: quelli d’oggi vogliono il midollo. Cercano nelle cose il carattere; si lambiccano per entrare nell’anima di una veduta prospettica, di una marina, di una figura: e a Venezia vogliono proprio l’anima veneziana. Il mezzo per esprimere al di fuori quest’anima non conta. Non importa se la pennellata sia liscia o rugosa, disinvolta o faticata, larga o minuta, o, come faceva il Fortuny – povero Fortuny, morto di trentacinque anni, marito, padre felice, artista lieto e glorioso! – mezza strapazzata e mezza in miniatura. Non importa neanche se il colore sia succoso od asciutto, a colpi di sole o annuvolato: importa solamente che il cuore dell’artista, a forza di concentrare il suo fluido estetico, si metta in comunicazione con il cuore della cosa che imita, lo faccia parlare, e lo sveli o in tutto od anche solo in una piccola parte agli occhi degli altri.

Nel vedere come uno dei migliori artisti d’Italia, un Romano, si travagliava, seduto dinanzi al cavalletto presso al Caffè Florian, tutti i giorni, per tante settimane, ricercando i misteri profondi della facciata di San Marco, del Campanile, della Fabbrica dell’Orologio, e come, principiando e terminando religiosamente sul posto non un bozzetto, ma il quadro medesimo, confrontava tra i valori delle tinte e li paragonava con l’azzurro del cielo, si capiva bene come egli non intendesse a riprodurre sulla tela ciò che la fotografia porge materialmente e che centinaia di pittori ritrassero prima di lui, bensì volesse dare una sostanza corporea all’impressione tutta ideale, che la piazza di San Marco aveva suscitato in date condizioni di luce e in date circostanze sull’animo di lui pittore. Fare vivere e parlare i sassi è più difficile che non l’eccitare la eloquenza degli alberi, delle onde, delle bestie e dei corpi umani; ma oggi anche i pittori figuristi si compiacciono in questa animazione della prospettiva, la quale pareva dianzi ed era il genere più insulso e più freddo dell’arte. Ed in ciò, come in tante altre cose, è giovata la fotografia, poiché ha mutato lo scopo della pittura prospettica, che prima era la fedeltà materiale, e che ora è la fedeltà quasi a dire morale.

Le navate, le absidi, le cappelle, le nicchie della chiesa di San Marco erano invase da decine di pittori, vecchi con la bella barba lunga e giovinotti di primo pelo: non mancavano sette od otto signore. Tutti facevano le loro divozioni all’arte. Chi s’arrovellava nell’imitare le larghe vòlte a mosaico, cercando di seguirne via via tra i Santi allampanati e gli Angeli stecchiti, le tinte dell’oro, che secondo la luce, le ombre, le penombre, i riflessi mutano dal giallo al rosso, dal rosso al verde, dal verde al nero; chi s’era messo dinanzi ai pulpiti bizantini e studiava il lustro dei marmi; chi si stillava il cervello nello scortare del pavimento a quadrelli, a formelle, a pavoni, a mostri, a intrecci d’ogni maniera e ondulato come le acque calme del mare; chi nelle vesciche voleva trovare i toni cupi e misteriosi delle alte conche ai lati del coro, dove nel buio brilla qualche striscia di sole e luccica qualche macchia dorata; chi sentiva invece la pace maestosa e solenne del tempio; chi; non badando ad altro che allo sfarzo delle materie e delle forme, non ricordava che le pompe del passato; chi, ingenuo, intendeva alla semplicità candida e casta.

Altri pittori s’erano, lungo il Canalazzo, nell’aperta laguna o nell’angolo remoto di qualche rio, accomodato il loro studiolo in barca, e ad ogni gesto facevano dondolare il cavalletto. Altri si fermavano a coppie in certi campielli a ritrarre la vera di un pozzo, la punta di un alberello, che sbucava sopra un muricciuolo rosso, le finestre delle casupole, dalle quali, tenute in fuori con due lunghi bastoni, pendevano sulla fune la camicia cenciosa e la gonnella bucata di qualche popolana, coi capelli arruffati e gli occhi curiosi, che guardava in giù canticchiando.

Un celebre acquerellatore dipingeva intanto sulla carta il bel quadro della Processione, dopo avere fatto uno studio così perfetto della fondamenta col suo selciato sconnesso, delle case coi loro pèrgoli, del ponte storto che scorta, dei gradini della riva, verdastri lì dove l’acqua ora li bagna, ora li lascia a secco d’un verde arcimaledettissimo a trovare, del battello, delle piccole increspature del canale riflettenti tutti i colori della tavolozza, uno studio così perfetto che vale quasi più del dipinto. Ma se per mostrare agli altri ciò che si sente occorre tanto genio e così lungo studio, per vedere a Venezia con i propri occhi i quadri già fatti e vederli ammirabilissimi non occorre altro che avere un briciolo di fantasia. Mettetevi al basso di un ponte, alla riva di un canale, all’angolo di un campiello qualunque e, avendo un poco di pazienza, vedrete che nuove scene vi comporranno dinanzi questi tre elementi vivi dell’arte: i monelli, i barcaiuoli e le donne.

I pittori non istudiano abbastanza la donna. Hanno visto per altro che i zendali, i domino bruni, le mascherine incipriate, le gentildonne sensuali della scuola che sta per finire, figuravano la natura veneziana come i Piombi ed i Pozzi rappresentano la verità storica. Non diciamo che così i Pozzi ed i Piombi, come le femmine cincischiate e leccate dei pittori vecchi – s’intende vecchi di questo secolo – sieno cose tutte bugiarde; ma le impressioni che un dabben uomo riceve nei sotterranei e sotto i tetti del Palazzo Ducale, toccando le gravi catene, contemplando la pietra, sulla quale il carnefice nel buio tagliava il capo dei condannati, e calpestando la soglia della porticina, da cui il corpo monco era gettato in barca per venire sepolto nel Canal dei Marrani, così fatte impressioni sono romanzesche e false, quando non vengono mitigate e raddrizzate da una conoscenza più larga, più effettiva del vero. Di Venezia certi storici, facendosi complici dei poeti, e certi pittori, credendo di seguire, poverini! le tradizioni gloriose del passato, avevano costrutto in fantasia una città teatrale da gonfii drammi e da tetre ballate, dove i colori letterarii erano, come i colori pittorici, stridenti e stonati. Tra quegli artisti pesanti pareva una serena eccezione Natale Schiavoni, il quale i colmi seni e le spalle morbide delle sue mezze figure, che si somigliano tutte, sfumava nel vapor latteo, non senza una certa grazia pudicamente carnale. Ma i giovani d’oggi guardano invece, o vorrebbero almeno guardare dritti alla natura.

C’è a Venezia due tipi femminili molto diversi: quello roseo e carnoso delle donne del Giorgione, delle Veneri di Tiziano, e l’altro bruno e magro, che i pittori non hanno ancora celebrato. Nel primo i capelli di un biondo rossastro, gli occhi del color del cielo o del mare, l’incarnato delle guance, il corallo delle labbra, le nevi del seno e tutte le altre qualità blande fanno della bellezza qualcosa di placidamente materiale, dove la poesia sonnecchia. Il secondo tipo ha il seno modesto, i capelli corvini, gli occhioni neri segnati sotto con due sfumature livide, le labbra strette, il naso leggermente aquilino, e la carnagione scuretta sparsa di macchiettine verdastre. Se i denti sono candidi e regolari, cosa difficile a trovare in Venezia, questo secondo tipo è potente. Ha in sé come una fiamma concentrata, che rende vivaci i gesti, la parola, gli sguardi, il sorriso. E ha un fondo di mestizia; e si lascia andare agli affetti con una sincerità scivolante, che toglie quasi alla passione il sapor di peccato. L’amore in Venezia nasce dalle ondette della laguna, dalle cadenze labbiali del tenero dialetto: non è più né spirituale, né sensuale: è fatale.

E le donne camminano stupendamente. Forse – non lo sappiamo – l’andare grandioso e pittoresco delle popolane viene dagli scialli, che portano sulle spalle o sul capo, non puntati da spilli, ma tenuti fermi al petto con le mani, sicché i fianchi in quella fasciatura si disegnano netti; o forse viene dallo scendere i ponti, che obbliga la persona a tenersi un poco incurvata col seno innanzi e colle spalle indietro, mentre le sottane formano un bell’arco di strascico sui gradini; o forse viene dalla frequente necessità del camminare lenti nelle vie, o forse dal non portare il maledetto busto imprigionatore del corpo, ond’è che le membra restano più libere, i movimenti più sciolti, e le linee del torso girano più naturali su quelle delle anche.

È singolare come la donna e l’uomo a Venezia paiano, tanto nell’aspetto quanto nell’animo, più naturali che non negli altri paesi, e pure più complessi. Sono lagrimatori e festivi, espansivi e maliziosi. Hanno molto dell’ingegno, qualcosa dello scetticismo ateniese. Il sarcasmo sfiora ad ogni istante le loro labbra, ma senza livore, senza cattive intenzioni, così per indole o per giuoco; tanto che il forestiere è molto spesso impacciato nel conoscere se un Veneziano parli da senno o per burla. Il sarcasmo è una parte della loro saggezza e disgraziatamente della loro pigrizia. Si contentano di capire le cose al volo; quanto al farle è un altro paio di maniche. Per operare non bisogna dubitare; per non dubitare non bisogna vedere delle questioni tutti i lati ugualmente, e indovinarne troppo i vantaggi ed i danni.

Molte sere, mentre splendevano le stelle e il vaporetto del Lido mandava il suo fischio, sentimmo cantare sulla Riva degli Schiavoni una canzone popolare, che ci sembra il ritratto di quella ironia veneziana, la quale si torce persino contro se stessa. In coda ad ogni quartina il ritornello serio, grave, bene armonizzato, diceva: Viva l’Italia e la libertà, e a un tratto una sola voce nasale, fessa, stonata, interrompeva con un Ma secco, e ripigliava dopo una pausa:

Se spera che i sassi
Deventa paneti,
Perché i povareti
Se possa saziar.
(Viva, ec… Ma!)

Se spera che el caldo
Principia in genaro
E senza tabaro
Poder caminar.
(Viva, ec… Ma!)

Se spera che adesso
No nassa più tose,
Perché le morose
Se possa sposar.
(Viva, ec… Ma!)

Se spera, se spera
Che el nostro Governo
No deva in eterno
Le tasse lassar.
(Viva, ec… Ma!)

Se spera, e sperando
Ne capita l’ora
De andar in malora
Col nostro sperar.

Coi barcaiuoli, come s’è detto per le donne, i pittori vecchi facevano dei còsi rettorici, trasformando il gondoliere o in un rematore sentimentale, che aveva le grazie da ballerino di teatro, oppure in un pescatore Chioggiotto, che sembrava una specie di Masaniello o di can barbone. Nel vero i due tipi del barcaiuolo veneziano, quello di casada e quello di traghetto, si dividono in molte varietà curiose, che noi abbiamo avuto la bella fortuna di contemplare a nostro agio durante un’adunanza della Società di Mutuo soccorso fra i servitori di barca, batellanti e traghettanti. Credevamo di risalire i secoli, di trovarci per magia in un angolo della Sala del Gran Consiglio, e di ascoltare i discorsi dei vecchi patrizii, che parlavano anch’essi in dialetto e alla buona e brevi e succosi. Il buon senso pratico del popolo veneziano ci si rivelò intiero nelle discussioni di questi barcaiuoli, i quali, smessa per un poco l’ironia, ragionando di cose che importavano a tutti, diventavano uomini d’affari e calmi diplomatici.

Vi era il Polentina, cantore e chiosatore dell’Ariosto e del Tasso, con la sua barba nera brizzolata di bianco, la testa mezzo calva, la carnagione abbronzita, simile alla patina rossastra e screpolata di un quadro antico. La sua faccia al primo aspetto ha qualcosa di sinistro, quasi di truce, come alcuni ritratti del Tintoretto; poi, come in quei ritratti, a poco a poco dal moto delle labbra – le labbra nei ritratti del Tintoretto si muovono – e dall’umidore dello sguardo splende il raggio d’una bontà mansueta. Alle sue orecchie pendevano due anelli d’oro, dai quali pendevano alla loro volta due triangoletti pur d’oro, dondolanti a ogni gesto.

C’era un vecchio di settant’anni, dritto; portava il pizzo bianco: oratore pieno di saggezza, ma di voce stentorea e di parola impetuosa. Raccontano che nel quarantotto pacificasse con un discorso Nicolotti e Castellani, le due fazioni di Venezia, che d’allora in poi, salvo i molti pettegolezzi e qualche scappellotto dopo le regate, vivono in santa pace. I volti da Carpaccio, sbarbati, col naso grosso, gli zigomi prominenti, il mento largo, si alternavano ai volti da VanDyck, pallidi, di barbetta rossigna, di occhi profondi e languidi, nel fronte meditabondi. La ruvidezza maschia e libera dei traghettanti contrastava con le livree a bottoni dorati, dei gondolieri aristocratici, ben rasi il volto.

Non c’era, pur troppo! il gondoliere della Divina Commedia, Antonio Maschio, che ha studiato il Convito, il Volgare Eloquio, la Vita Nuova, tutto Dante, e conosce le opere sesquipedali de’ suoi commentatori, e ha sul Poema una propria teoria, intorno alla quale tenne delle pubbliche conferenze e stampò dei libri; chiosatore dotto e sottile, parla in toscano con garbo: dovrebbe essere professore, membro di Accademie, cavaliere. Figlio di un biadaiuolo di Murano, in bottega andava frugando nella carta da far cartocci; gli piacevano più le righe corte che le lunghe, e aveva letto così qualche sonetto del Petrarca e alcune ottave dell’Ariosto e del Tasso. Un dì gli caddero in mano i fogli staccati di tre canti del Purgatorio; lesse e non capì nulla; corse da un vecchio prete dell’isola, che gli spiegò bene o male il grosso delle cose; vogò subito a Venezia a comperare con pochi soldi il Poema senza note. Allora il nostro barcaiuolo, innamorandosi del mistero, esaltandosi in ciò che intendeva e ancora più in ciò che non intendeva, netto da ogni preoccupazione, s’andò creando nel cervello un concetto intiero della filosofia e della geografia della Commedia, ruminandolo da sé solo, finché gli venne regalato un commento, e poté un po’ alla volta confrontare le proprie idee con le faticose ricerche degli eruditi.

Nel sessantacinque voleva andare alle Feste dantesche di Firenze; ma non avendo il permesso della Polizia austriaca, camminò di soppiatto fino al Po, sperando di trovarvi una barca. Trova invece i gendarmi; si getta in fiume nudo, col suo fardello degli abiti sulle spalle e il volume di Dante; il fardello sprofonda, Dante sprofonda; egli stesso, dopo sovrumani sforzi per toccare l’opposta riva, è lì lì per annegarsi; lo ripescano; lo riconsegnano agli Austriaci; è maltrattato, messo in prigione e dopo un pezzo, quando Dio volle, liberato. Il suo rammarico era questo solo, di non avere potuto assistere all’onoranza del suo Poeta. Oggi è alla Banca nazionale, gondoliere.

Ma in quella adunanza, dove il Maschio dunque non c’era, dovevano discutere, tra gli altri affari, la domanda di un socio fondatore, il quale, mettendo innanzi i beneficii resi alla Società, chiedeva una gratificazione. Un bell’omone grande e grosso, col viso tondo tra il gioviale e il solenne – somigliava al maggiordomo della Cena di Paolo – chiede la parola e dice:

“Far el ben e po domandar el compenso xe perder el dirito a la riconoscenza. Mi a quel sior ghe verzo la mia povara casa: el vegna a magnar, se el ga bisogno, e a bevar da mi; ma dei soldi de la Società no sepol darghe un boro”.

Tutti consentirono nella opinione del buon uomo, votando coll’alzare la mano, eccetto uno, che diceva di avere un reumatismo al braccio destro:

“Ciò, parché non votistù? E se gavesse una dogia?”.

Allora il presidente, un signore in cappello a cilindro, molto prosaico, pose in discussione l’indirizzo di non sappiamo quale Società di operai, il quale puzzava di demagogia ed al quale bisognava rispondere. Un barcaiuolo si rizza, e discorre così:

“Ghe xe dei intriganti che ne monta la testa a nualtri, tanto per far del ciasso e per pescar nel torbio. I fa finta de credar che brusando le fabriche i operai ghe guadagni, e rovinando i altri i se faza signori. No i rovina i paroni, e eli i more de fame. Ma sti intriganti no ga altro fin che quelo de condur el popolo a la miseria, a la disperazion; parché alora quel revolton, che i voria far de tuto e de tufi, deventaria più facile”.

Mentre l’oratore pronunciava queste parole il Polentina crollava il capo, scuotendo i suoi orecchini, e aggrottava le ciglia. Noi lo credevamo un comunista arrabbiato. Domanda la parola, e grida:

“El dise ben: paroni e operati xe tuti una famegia”.

Insomma, poveri i Veneziani, che devono abitare a Venezia! La consuetudine li ha da far quasi ciechi a tante gioie dell’intelletto e della vista, a tante disinteressate emozioni del cuore. Il loro orecchio non bada più, è vero, alle terribili oscenità ed alle laide bestemmie, che barcaiuoli, monelli, donne del popolo pronunciano ad ogni frase, discorrendo placidamente fra loro; non bada alle particole, di cui la gente abbastanza civile infiora così per vezzo ogni periodetto delle proprie ciarle. Ma i loro occhi non si fermano forse più a un fregio bisantino, a un intrecciamento arabo, ad una nuvola riflessa nelle onde, alla macchia rossastra di un muro in rovina od ai rappezzi e tacconi di un bel putto biondo, magretto e mezzo nudo, che porge sorridendo la mano per domandare uno scheo. Può restar loro la voglia sotto i portici delle Procuratie nuove, in faccia alle Procuratie vecchie e avendo alla destra il palazzo dei Dogi, di compiacersi in quelle ciance, delle quali cinquecent’anni addietro si lagnava messer Francesco Petrarca. Il cantore di Laura si scagliò contro “la troppa libertà del parlare, per la quale in Venezia, più che in altro luogo qualunque, gli uomini onesti dagli infami, i dotti dagli ignoranti, i forti dai vili, i buoni dai malvagi sono impunemente vituperati”. Si vede che il pettegolezzo non è cosa recente su questa terra mortale. E il Petrarca aveva amato con fervore Venezia: le aveva regalato una preziosa parte de’ suoi libri; s’era molto compiaciuto che nelle feste per la vittoria di Candia il Doge l’avesse fatto sedere alla sua destra in cospetto di tutto il popolo, sulla loggia che sovrasta alla porta maggiore della basilica di San Marco; aveva invitato a tornare ospite suo nel suo palazzo della Riva degli Schiavoni, messer Giovanni Boccaccio, scrivendogli: “Tu conosci per prova quanto soavi e dolci riescano le notturne passeggiate sul mare”.

Anche il fiero Dante fu allettato dalla vaghezza della singolare città. Se non restasse una sua epistola a Guido da Polenta, si direbbe ch’egli non avesse guardato in Venezia ad altro che all’arzaná, dove bolle la tenace pece, da lui in tre terzine dipinto; ma, dopo aver raccontato a Guido, del quale era in quei di ambasciatore presso i Veneziani, che in faccia al Consiglio, poiché ebbe principiato la sua orazione in latino, gli fu mandato a dire “che cercasse di alcuno interprete o che mutasse favella” ond’egli mezzo tra stordito e sdegnato cominciò a parlare in italiano, e capivano poco anche di questo; dopo avere notato che non si maravigliava di tanta ignoranza e accennato ai “vituperosissimi costumi dei Veneziani ed al fango della loro sfrenata lascivia”, chiude l’epistola col dire: “Mi fermerò qui pochi giorni per pascere gli occhi corporali naturalmente ingordi della novità e vaghezza di questo sito”. Dante dovette parere a quegli astuti e pieghevoli senatori un ambasciatore disgraziatissimo: rigido, impaziente, altero, dispettoso. E di tale cattiva impressione da lui prodotta sul Consiglio, s’accorse certo il poeta fiorentino, e il suo malumore lo fece abbondare nelle accuse non giuste.

Si può prestare più fede ad un placido ed imparziale francese, Michele di Montaigne, che andò a Venezia nel 1580, quando vi dipingeva Paolo e il Tintoretto e vi scolpiva Alessandro Vittoria. Veronica Franco, la famosa cortigiana poetessa, gli mandò a regalare un suo volume di Lettere. Egli diede due scudi al messo; ma è gran peccato che non ne dica di più. Nelle donne non trovò “cette fameuse beauté qu’on attribue au Dames de Venise”; e pur vide “les plus nobles de celles qui en font traficque”, nelle quali più che d’ogni altra cosa si maraviglia in quella sua vecchia ortografia: “d’en voir un tel nombre faisant une dépense en meubles et vestemans de princesses”.

I broccati, i damaschi, il bisso, la porpora, i pizzi, i merletti, le stoffe d’oro e d’argento, i velluti, le sete, le perle, le pietre preziose, ogni splendore, ogni fasto della vita mondana aveva la sua influenza sull’indole dell’arte. L’amore delle tinte vivaci era antico nei Veneziani: già prima del XII secolo il loro colore favorito fu nelle vesti il turchino, tanto che i Romani dicevano Turchino per Veneto. E l’arte bisantina e l’arte araba e l’arte moresca e l’arte tedesca e l’arte fiamminga si diedero convegno nella città delle lagune per compiere l’orgia del bello. I gastaldi delle Arti avevano un bel decretare, che nessuno potesse vendere quadri, fuorché quelli “che avranno zurado l’arte, intendendo che loro sia habitatori de Venetia et a loro sia licito vender ne le loro botteghe et non in altro luogo”; quella che il Montaigne chiama la presse des peuples etrangers vinceva coteste paurose esclusioni. Lo Shakespeare fa dire ad un mercante Veneziano, che, soffiando sul brodo della zuppa per raffreddarla, egli pensa alle sue navi, volanti in tutti i mari con le loro ali di tela. E mentre i Veneziani si spandevano così nel mondo conosciuto, gli stranieri si concentravano in Venezia. Nel 1505 il Senato fece ricostruire il Fondaco dei Tedeschi da un Girolamo tedesco.

Questo eclettismo, questo sensualismo, questo splendore dell’arte veneziana e nello stesso tempo questo suo carattere eminentemente veneziano, spiegano la sua straordinaria forza affascinatrice. È una ghirlanda di fiori olezzanti; è una collana di pietre preziose. E una cosa lasciva e imponente.

Arrigo Boito – Il trapezio

Savio Meng-pen, discepolo mio prediletto, fin da quel giorno in cui la paralisi m’irrigidì la lingua (e fu in sul principio di questa luna), tu mi sei stato sempre vicino, hai soccorso ai bisogni del mutolo ora indagando il mio cenno, or seguendo con l’occhio, e come anche ora fai, la traccia del mio calamo su questo papiro. Operando così tu mostri di possedere la più nobile fra le virtù, quella che Kong-tseu chiamava virtù d’umanità, e perciò ti lodo. E lodo Iddio che largì agli uomini tre possenti mezzi d’eloquenza nel gesto, nella penna e nella lingua, per modo che, grazie alla tua fedeltà, s’anco mi sia tolto il conversar delle labbra, mi sembra, scrivendo ciò che tu leggi, di non esser mutolo, giacché mi valgo d’una manifestazione dell’animo assai più lenta ma molto meno infedele che non sia la parola parlata. Afferrando la penna mi pare di stringere la mia lingua nel mio pugno e di assoggettarla meglio alla volontà e al pensiero.

Tu vedi adunque, savio Meng-pen, come codesto morbo, il quale non è altro che un mio placido silenzio, e non paralizza menomamente la sensazione dell’orecchio né i movimenti della mano, e annoda soltanto il volubile organo della pronunzia, possa essere considerato come un bene piuttosto che come un male, giacché molti danni intravvengono agli uomini dalla parola ed io sono ora salvo da tali danni e perciò più perfetto nella mia persona che tant’altra gente ciarliera.

Rammentati del saggio Wen-Wang di cui è scritto nel Lun-yu, che rimase rinchiuso nell’eremo suo per tre anni senza profferire vocabolo. Pur ch’io m’illuda d’imitare quell’antico re e filosofo, mi troverò una volta di più contento nel mio silenzio.

Tu sai, per quella dimestichezza che avemmo insieme, come io sia stato sempre eccessivamente propenso per mia indole al tacere.

Sai come in tutte le speculazioni del mio ingegno, e in forza della sublime scienza che professo, io abbia prediletta sempre la forma grafica del pensiero e anteposto la linea che io geometra stendo sulla tavola d’avorio, ad ogni altra dimostrazione di verità. Se la linea dunque è superiore alla parola, il carattere figurativo della nostra gloriosa patria chinese è più atto d’ogni altro a rappresentare l’idea. Ciò che non è scritto, non è dimostrato che in parte. Felice me dunque che obbligato per esprimermi a mover la penna anzi che le labbra, sono così miglior interprete del vero.

Già da parecchi giorni volevo tracciare queste righe per farti sapere che la mia calma, ammirata da te fin dalle prime ore del morbo, non è soltanto rassegnazione serena, ma sincero accontentamento dell’animo; e tu che m’ami, acquetati filosoficamente in questa certezza.

Non ti rivolsi mai tante parole di seguito negli anni della mia completa salute ed ecco che, essendo ora mutolo, incomincio a diventare loquace.

Sorridi pure senza temere d’offendermi; coll’orlo della pupilla, vedo l’onesto riso del tuo occhio intento a dicifrare l’orma tranquilla della mia scrittura. Sorridi pure delle contraddizioni umane, le troverai nei più saggi; ma non tralasciare di cercare il punto d’intersecazione in cui i due moti contraddittorii s’uniscono, perché colà troverai la sintesi dell’uomo e la spiegazione d’ogni sua apparente stranezza, e il tuo labbro si farà serio tosto.

Certo, sono diventato loquace per ciò solo che non diffido più della mia lingua. Se quando potevo parlare non osavo intrattenermi teco d’altra materia meno esatta che non fosse la nostra scienza, credi che la ragione di ciò non è da ricercarsi in nessuna titubanza o in nessun disdegno ch’io m’avessi di confidarmi teco, anzi la mia natura mi ha sempre spinto all’espansione fino dagli anni più teneri. Mi astenevo solo perché m’è sempre parso che la parola dovesse molto o poco travisare l’intenzione dell’affetto, e per omaggio all’affetto stesso frenavo lo slancio interno che mi trascinava ad espandermi. La vergogna dell’arrischiare, parlando, di commovermi più che non s’addicesse a filosofo, mi tratteneva anche. Fin da quando compresi d’esser uomo, mi studiai di raggiungere quella forza morale che Confucio chiama l’irremovibilità del cuore, e in parte, a prezzo d’angoscia, la conquistai. Fin da quando lessi in Mencio che Kao-tse non si lasciava scuotere da emozione alcuna, mi studiai di possedere così solenne impassibilità. Io so fin dove posso paragonarmi a Kao-tse.

Molte, anche fortissime azioni so di potere pacificamente compiere; altre poche e in apparenza semplici, no. Pure fin che avrò vita lotterò contro me stesso come un ginnasta e trionferò di codeste ultime fiacchezze per le quali a volte mi giaccio.

Fu una di queste fiacchezze la fatale occasione della vertigine che mi colse il dì della nuova luna, mentre stavo calcolando sulla tavola d’avorio, in presenza tua e d’altri miei colleghi e discepoli e del venerabile Kung-sie, l’altezza dell’obelisco di Wei. Ti rammenti che in quel calcolo vi fu un punto in cui io volli generalizzare le mie dimostrazioni a tutte le forme trapezoidali? Ti rammenterai anche, o Meng-pen, che dopo aver disegnato col carbone tre lati d’un trapezio, mentre stavo tracciandone la base, dicendo queste parole:—il trapezio, come sapete, è una figura piana di quattro lati ineguali, due dei quali sono paralleli…—mi turbai un poco, e quando soggiunsi:—benché lo trapezoide differisca dal trapezio…,—svenni; poi mi ridestasti mutolo.

I medici hanno ricercata la causa della mia malattia nel sangue, e credo che abbiano ragione; e so anche di certo che questa infermità mi sarebbe un dì o l’altro capitata per la gravezza dei miei anni; ma so pure che non la causa, ma l’occasione per la quale mi accadde ciò, fu il trapezio.

Sappi dunque, mio dilettissimo Meng-pen, che in mezzo secolo ch’io ammaestro le generazioni nelle matematiche, non ho mai potuto descrivere un trapezio senza confusione dei miei spiriti vitali.

Se alzo gli occhi dalla carta vedo che Meng-pen mi osserva con meraviglia e quasi con incredulità e alterna lo sguardo or sulla mia scrittura or sul mio volto per tema ch’io vaneggi. Onesto Meng-pen, rassicurati. Se ti fosse noto un segreto della mia giovinezza, ti sarebbe manifesta l’origine di quella ubbia strana del trapezio, ubbia che ora soltanto incomincio a domare appunto perché provocò in me una crisi violenta.

Tranquillizzati, amico; penetro nel desiderio che mi nascondi e lo trovo concorde al mio. Nessuno è degno più di te di fiducia. Ti ho insegnato tutte le scienze che possiedo. Sei giunto alla maturità della ragione, sai osservare, discutere, ascoltare, entrare ed uscire secondo il libro dei riti. Tu sacrifichi la tua giovinezza alla mia vecchiaia, la tua salute alla mia infermità; è troppo giusto che tu sappi una avventura che a questa infermità pare strettamente legata.

Quante ore mancano alla cena?

Sta bene. Chiudi l’uscio a chiave. Riaccendi la lampada del thè. Porgimi la cartella di lacca. Avvicina lo scranno di bambù che sta davanti il terrazzo. Siedi. Io scriverò sulle mie ginocchia; ti permetto di appoggiare la testa sul dorso del mio seggiolone; potrai scorgere così più agevolmente i caratteri.

Leggi attento. Incomincio.

L’anno della grande carestia io era, nella provincia di Tsing, un fanciulletto di sette palmi d’altezza. Mio padre era morto e la mia brava madre s’affaticava, colla coltivazione di tre camperelli, a sostentarmi. Ma la crudeltà della terra infieriva e il governo, più crudele ancora, esigeva dall’affamato agricoltore l’integralità del tributo. Il popolo precipitava ogni giorno in miseria più cupa. I figli adulti non potevano più mantenere i loro vecchi padri, le madri dovevano abbandonare alla fame i loro piccoli bimbi; le famiglie disperse migravano per le quattro parti dell’impero in cerca di vita. Ogni germinazione pareva spenta, isterilivano i semi e le corolle. Nulla più nasceva, tutto moriva. Il mercante di bare, che specula sulla morte, ammassava tesori, ma un sacco d’oncie d’oro valeva meno d’un sacco di riso. E vi fu un giorno che anche i funerali parvero superflue cerimonie. I mesti riti sacri a Confucio ed a Mencio stettero negletti per lunghi mesi. Nella città di Tsing più di mille tra vecchi ed infermi si precipitarono dalle mura per sottrarsi alla fame. L’inverno s’avanzava. Io intanto saltavo attraverso i campi, m’arrampicavo sulle piante ischeletrite senza foglie e senza nidi, m’esercitavo al bersaglio colle pietre, colle freccie, colle frombole. Mangiavo tutte le mattine un ping di riso bollito e tutte le sere un pezzo di pasticcio di miglio. Ma un giorno vidi, attraverso l’uscio socchiuso che metteva nel granaio, vidi mia madre curva su d’un sacco mezzo vuoto. Essa teneva nella mano destra una piccola misura di quelle che chiamiamo chao, la immerse quattro volte nel sacco e tre la estrasse piena di grano, la quarta non raccolse che poca polvere. Quando la buona donna si voltò, vidi che piangeva; fuggii senza ch’essa si fosse avvista della mia presenza. Per tutto quel giorno e il giorno appresso, mia madre, muta, pareva occultasse un orribile dolore. Il terzo dì, dopo essersi assentata per qualche ora da casa, rientrò in compagnia d’un uomo vestito da marinaio europeo. Mi chiamò; poi, mostrandomi allo straniero, disse:—Ecco il mio unico figliuolo; ha nome Yao; gli ho insegnato a leggere e a scrivere; è snello e robusto come un leopardo, ed ha anche l’appetito d’una piccola fiera, ma d’una fiera buona, paziente e saggia.—C’erano nelle parole della mia povera madre certe interruzioni, certi brevi silenzi angosciosi. Poi, rivolta a me, disse:—Yao, questo Koo, questo mercante, ha un bastimento pieno di biscotti e di miele, un grande bastimento che viaggia sul mare. Tu lo seguirai,—soggiunse,—diventerai un valoroso navigatore, mentre io mangerò sola i tuoi ping di riso e i tuoi pasticci di miglio.

Poi, rivolta al mercante, gli disse col più tenero accento della supplicazione:—E perché non mi sarebbe concesso di accompagnare mio figlio? potrei rattoppare le vele della nave, medicare i malati; sarei utile, paziente e coraggiosa.

Il Koo rispose scandendo le sillabe in modo bizzarro ed aspro:—Non voglio donne a bordo.

Mia madre, rassegnata, tolse allora da un armadio, che rivedo ancora nella memoria tal quale, tolse una borsa di pelle e la consegnò al mercante con queste parole:—Ecco la somma pattuita: cinquanta oncie d’oro. Intendo comperare con questo denaro una fibra viva del vostro cuore pel mio piccolo Yao. Ho messo dieci anni ad ammassare le cinquanta monete che state contando.

Poi dallo stesso armadio quasi vuoto (e alcuni mesi prima era pieno di molti cibi buoni e dolci) tolse un libro legato in seta (il libro che in questo momento giace sul mio scrittoio, nel secondo scaffale) e me lo diede e disse:—A te, figlio mio; in questo volume ho raccolti e cuciti colle mie proprie mani il Lun-yu, il Ta-hio e il Tsiung-yung. Ti ho insegnato a dicifrare i nostri antichi caratteri a ciò tu potessi un giorno leggere questo sacro libro, la cui sapienza profonda ambivo spiegarti io stessa verso a verso; ma le calamità della terra mi vietarono una tal gioia. Poiché tu possa continuare a vivere, è necessario che tu ti separi da me. Tutte le volte che leggerai qua entro, fa di rammentarti di tua madre.

Io piangevo, essa piangeva; eravamo avvinti in un bacio.

A un tratto il Koo guardò l’orologio, mi afferrò la mano, mi strappò dalle braccia materne gridando:—È tardi.—Mi trascinò seco. Giunti al limitare dello squallido orto, scendemmo giù per la vallata finché giungemmo alle sponde del Fiume Giallo. Avevamo corso ben mezza lega quando salimmo in un sam-pan a sei remi. Io mi accasciai sotto la prua con minore coscienza di me medesimo che se fossi stato una pietra. I remiganti batterono le onde. Il sonno pesante dell’angoscia piombò sulle mie palpebre. Quando mi destai ero a bordo d’un immenso vascello galleggiante su d’una immensa pianura immensurabile che mi pareva un universo d’acque, e mirai per la prima volta, esterrefatto, il mare.

Il mio stupore fu sì forte che dimenticai mia madre finché il sole s’ascose sotto all’orizzonte.

L’infanzia, savio Meng-pen, è un canto vago, incompreso mentre vibra, che diventa chiaro più tardi nella memoria.

Le soluzioni di molti oscuri problemi della mia fanciullezza non mi si rivelarono evidenti che quando divenni adulto.

Nei primi giorni ch’io navigai sul vascello di quell’uomo crudele che mi strappò dal bacio materno, non pensai di esser vittima d’un gin-mù, d’un mercante di schiavi, d’uno di quelli che la timida ironia del popolo cinese chiama pastori d’uomini.

Vissi fidente fra le mani di colui, perché mia madre mi ci aveva posto. Ma una idea mi preoccupava: non avevo ancora gustato né visto i biscotti ed il miele, di cui, come mi aveva detto la madre, doveva esser carico il bastimento.

Un giorno, mentre la maggior parte dei marinai erano immersi nel sonno delle ore meridiane, fui tentato d’andare a scoprire il sito ove dovevano essere nascoste le dolcissime ghiottonerie che mi erano state promesse. Il denaro che mia madre aveva dato per me al capitano, mi costituiva nella mia coscienza il diritto di una tale esplorazione.

Scesi quatto quatto la ripida scaletta che metteva capo alla stiva della nave. Giunto al fondo, mi trovai in mezzo ad una folta penombra, che più avanzavo e più l’oscurità si faceva cieca. Mi posi carpone per non incespicare fra le gomene che ingombravano il pavimento. Camminavo così, timido e cauto come un gatto che intraprende qualche pericolosa avventura.

La tolda sul mio capo era muta, indizio che nessuno si moveva sul ponte. Mi feci coraggio e spinsi la mia esplorazione in dritta linea fin che m’arrestò una parete. Palpai davanti a me fra le tenebre, e indovinai una porta. Il mio dito mignolo s’incastrò in una fessura, lo estrassi e in sua vece posi l’occhio. Attraverso quello spiraglio non vidi che ombra. Pure sapevo che in quell’ombra doveva celarsi il dolce carico del bastimento.

Sperai che a forza d’aguzzare lo sguardo la pupilla dovesse abituarsi a quell’ombra e diradarla. Infatti, dopo qualche minuto un torbido barlume mi rissensò l’occhio. Con l’avida curiosità di un fanciullo goloso che sta spiando un mondo di ghiottonerie, stetti immobile a contemplare ciò che non discernevo ancora. Tutto il silenzio ch’è possibile in mare regnava in quella stiva.

Più guardavo attraverso lo spiraglio e più il barlume aumentava. Poco a poco mi parve che l’ombra quasi vinta si condensasse tutta da un lato in istrati orizzontali e, condensata, assumesse corpo, ma corpo vero e quasi profilo, anzi vero profilo e forma d’uomo.

Prima vidi una testa negra come la caligine, una testa dai capelli lanosi e dalle grosse labbra, poi un torso che respirava affannosamente, poi due ginocchia tremanti; le braccia non vidi; parevano legate sotto la schiena. Quel corpo era disteso sul suolo.

La curiosità della gola aveva fatto posto nel mio animo ad un’altra curiosità assai violenta, quella della paura.

Spesse volte il vero piglia gli aspetti dell’allucinazione. Mi sembrò repente che quel corpo legato e disteso si riflettesse dieci o dodici volte collo stesso profilo e collo stesso atteggiamento, quasi ripercosso nei cristalli di due specchi neri.

Il mio sguardo fuggì atterrito all’opposto lato della stiva. Lì altrettanti corpi di color giallo giacevano stesi in senso inverso, con le piante contro le piante dei primi. Senza l’anelito dei petti li avrei creduti cadaveri.

Ma una fulminea staffilata che piombò sulle mie spalle, mi strappò subitamente al mio terrore e mi rinfrancò lo spirito inorridito.

Dietro di me stava una irosa figura che teneva una lanterna accesa con una mano e una scuriada con l’altra. Riconobbi il pastore d’uomini.

Quando, come adesso, rievoco nella memoria quell’attimo feroce in cui sentii piombare sulla mia schiena la sferza del gin-mù, penso che quello fu l’attimo decisivo e capitale del mio destino, l’impulso primo che inflisse al mio spirito quel moto particolare del pensiero che vien detto, fra gli uomini, carattere, e che è quasi uno stile dell’anima.

Da quel momento la mia vita s’è divisa in due epoche, dirò più, in due ere morali: prima della staffilata del gin-mù; dopo la staffilata del gin-mù. Ma qui permetti che ricorra ad un’immagine. Sai che per le salme degli Tsing si estrae dal più ardente veleno una goccia di balsamo che, appena infiltrata nel cuore del floscio cadavere imperiale, lo irrigidisce, lo trasforma in macigno incorruttibile. Alla stessa guisa mi parve d’essere stato, io vivente, tramutato dallo staffile del pastore d’uomini.

Pure il minuto che seguì immediatamente il colpo non te lo saprei descrivere; lì c’è una lacuna nella mia memoria.

Dopo il momento ch’io rimasi rattrappito nel più profondo della stiva, sulla soglia tragica che ti scrissi, con due violenti fulgori sul volto, la luce della lanterna e lo sguardo del gin-mù, la mia rimembranza s’estingue. Mi ritrovo poi immobile, placido, imperterrito a cavalcioni della più eccelsa antenna d’artimone, dominante il mare. Come io fossi saltato sulla tolda e arrampicato sull’albero maestro, non lo rammento. Ma so che il piccolo Yao, che prima se ne stava accovacciato fra le tenebre, non era più quello stesso che s’ergeva librato fra le sartie della nave, col sole nelle pupille e colla fronte al vento. La mia mente pareva essersi sollevata col mio corpo fra quelle libere altezze, sentivo trabalzar il mio cuore con rapidi e fierissimi slanci, come se la sferzata di quel manigoldo avesse mosso nel mio petto un meraviglioso palèo. Il senso della dignità offesa è più delicato e più puro nel fanciullo che nell’uomo, perché in quello il risentimento è più ingenuo e lo sdegno prodotto dalle tracotanze umane più nuovo. Aggiungi a ciò che fin dalla tenerissima infanzia ebbi la coscienza di possedere un sentimento di giustizia irresistibile, sentimento che m’accompagnò per tutta la vita.

La giustizia apparve sempre nel mio pensiero esatta, evidente come una verità tutta fisica. Quando nella mia età matura incominciai a studiare le matematiche, un diritto leso ripugnò alla mia coscienza nello stesso modo che un calcolo errato al mio intelletto.

Riabilitare il diritto o correggere il calcolo, era per me tutt’uno e mi trovavo formidabilmente spinto verso le vendette da un chiaro e calmo principio scientifico. Attacco e difesa, azione, reazione, angolo percosso, angolo riflesso, identici assiomi che dimostravano lo stesso vero sotto vari aspetti. Il dubbio, il mistero, tutto ciò che è vago e indefinito, fu sempre contrario all’indole mia; non ho mai potuto sopportare a lungo un aspetto, un problema insoluto, una menzogna; s’agita in me un vasto bisogno di constatazione. Ho sempre odiato le tenebre e le fantasie dei romanzi; ho avuto sempre paura dell’ignoto, del noto mai. Ecco perché spiante nell’ombra allo spiraglio della stiva, intravvedendo la bieca fantasmagoria di martirii che ti accennai, tremavo; quello era l’ignoto. Ecco perché la sferzata precisa ed evidente del pastore d’uomini mi aveva ridonata la calma e colla calma la forza.

Placido sull’antenna, pensavo; pensavo che quella mia discesa nella stiva era stata giusta e saggia, perché ne avevo dedotto la certezza che quel gin-mù ingannava mia madre. Il carico di schiavi l’avevo visto co’ miei occhi; nessun’altra mercanzia apparve né sotto né sopra il ponte. Sentivo d’essere caduto in potere di un feroce nemico, e fanciulletto e solo, provavo il bisogno di difendermi, di armarmi, di conquistare le nobili forze del corpo e della mente, tanto più che difendendomi mi pareva di vendicare mia madre. Sotto i miei piedi penzolanti nel vuoto vedevo l’equipaggio della nave muoversi, affaccendarsi; tutta quella folla mi sembrava ostile. Compivo in quel giorno undici anni; mi rammento di aver fatto questo computo.—Undici anni!—pensai con orgoglio, e levando il mio berretto marinaresco dal capo, mormorai gravemente come compiendo un voto sacro:—Sii tu il mio Kuan, il mio berretto di virilità; sono uomo!—E mi ricoprii fieramente la testa. Anticipavo così di nove anni la tradizionale imposizione del Kuan e m’ero consacrato uomo da me stesso.

La luna spuntava sull’orizzonte e l’aura del giorno non era ancora scomparsa. Io rimanevo sulla mia antenna, immerso nelle brezze marine co’ miei pensieri. A un tratto, nel torcere gli occhi in giù, vidi un non so che di bruno che s’arrampicava sull’albero maestro con maggior sveltezza e rapidità che una scimmia. Un attimo dopo riconobbi un fanciullo bizzarrissimo nel volto e nelle movenze, il quale cavalcava già l’antenna accanto a me.

Appena ch’egli ebbe inforcata l’antenna di fronte a me, quel fanciullo ed io ci guatammo come due esseri di razza contraria che si vedono per la prima volta; attoniti, serii, faccia a faccia e muti.

Per un istinto tutto bambinesco di vanità e di difesa misurai collo sguardo le nostre due stature. Le punte de’ suoi piedi, penzolanti nel vuoto, giungevano al malleolo de’ miei ed i suoi occhi non arrivavano al mio mento. Arguii, dunque, con tacita compiacenza, che sul suolo io sarei stato d’un palmo e mezzo più grande del mio aereo compagno. Il suo corpicino snellissimo s’agitava tutto senza posa, come uno di que’ vibrioni d’acqua che vivono in una oscillazione perenne, e la mobilità del suo volto era anche più rapida che quella delle sue membra. Le sue chiome apparivano più nere e più lucide di questo inchiostro col quale scrivo, e prolisse e pendenti e attortigliate come le corde che sopravvanzano dalla testa delle nostre citàre. Di quei capelli foltissimi nessuna parte era rasa; il vento li scuoteva dolcemente di qua e di là, come una pianta di zonarie marine dondolante nell’onda. La sua pelle aveva il colore dell’oliva acerba e sotto i pori sembrava gli traspirasse anche l’untume dolce di quel frutto. Quella testina livida e ardente pareva impregnata d’un balsamo oleoso; il mio sguardo scivolava su di essa senza potersi arrestare a nessun punto, tanta era la instabilità del fanciullo. Fra un guizzo e l’altro del suo volto, lo potei mirare negli occhi, neri così che mettevano raggi come due carboni elettrici, raggi intermittenti ed acuti. Tutto quel corpo era un magnete. Si pensava, a vederlo, che una elettricità più che un’anima lo vivificava. Benché io, giovanetto, a quell’epoca non conoscessi ancora le leggi di certi fenomeni fisici, presentivo che se avessi avvicinato un mio dito alla fronte di quel fanciullo, ne sarebbe scaturita una scintilla. Non credevo allora, come non credo oggi, alle cose soprannaturali; pure una strana inquietudine m’agitava accanto a quella bizzarra creatura d’aspetto fantastico. Oltre gli occhi, altri due punti su quella figura brillavano: i denti fulgidissimi e una piccola moneta d’oro che gli penzolava sul petto nudo. Vestiva una zimarra bruna e sdruscita e squarciata in mille modi e ridevolmente amplia che, sbattuta dal vento, gli svolazzava d’intorno, spandendo al cielo un’allegria di brandelli scossi.

A un tratto egli scoppiò in una sonora risata e con intensa curiosità indicò la mia coda, che fin da quegli anni avevo bellissima, e che dalla sommità del cocuzzolo sfuggendo di sotto al berretto, pendeva lunga lunga e solenne.

Io, a quello scroscio di risa, rimasi muto, immobile e un poco offeso.

L’altro allora incominciò a parlarmi un idioma armonico e strano che non avevo inteso mai; il suo accento terminava come interrogandomi. Quella voce mi penetrava nell’udito così soave che il mio sdegno nascente scomparve e fece luogo a un moto primo di simpatia.

Le cose ch’egli mi chiedeva pensai che dovessero essere, senza dubbio, argomenti di affettuosa inchiesta. Mi immaginai ch’egli mi domandasse, non so perché, di mia madre. E fermo in questa supposizione, risposi con tutta semplicità nel mio linguaggio:—Mia madre è una povera Kùa! (vedova).

A quelle parole il fanciullo fu colto da una frenetica ilarità. Strillò sghignazzando:—Ah! Kùa! Kùa! Kùa! Ah! Kùa! Kùa!—capitombolando sull’antenna più svelto d’una girandola. Poi fra le vociferazioni e le risate si lasciò piombare colla testa all’ingiù, si abbrancò ad una fune, e scivolò così capovolto fin sul ponte, più ratto di una pietra e più leggiero d’una piuma; e scomparve.

Io rimasi ancora sull’antenna, sorpreso, meditabondo. L’apparizione di quel fanciullo, là sulle alture dell’albero maestro, fra il cielo ed il mare, mi aveva scosso, né arrivavo a immaginarmi da dove poteva essere sbucata quella pazza creatura che non avevo veduta mai prima d’allora sul vascello.

Intanto il vascello correva gagliardo, la vela sotto di me si gonfiava maestosamente piena d’aria. S’era fatto notte. Lungo il mio corpo vidi repente scorrere un lume che si fermò alla cima dell’albero; era la lanterna del bastimento. Il rintocco d’una campana annunciò la cena della ciurma e discesi sul ponte.

Diletto Meng-pen, l’occhio tuo diligentissimo ha seguito fin qui i preliminari del mio racconto, troppo, forse, lentamente svolti dalla mia penna. Perdona all’involontaria prolissità d’un vecchio che ritorna col pensiero sui più giovani anni della sua vita. Mille particolari del passato si presentano alla mia mente che li coglie come se ti favellassi, e dimentico che scrivo e che tu leggi accanto a me le diffuse parole che vado delineando. Ma di questa prolissità minuziosa esiste (lo temo e lo sento confusamente), esiste anche una causa volontaria in parte.

Questa causa sta nel ribrezzo che provo d’avvicinarmi a quella stessa catastrofe la di cui narrazione è lo scopo di questo racconto. Mentre mi soffermo qua e là nello scrivere, osservando e dissertando allontano dalla mia penna e dal mio pensiero l’incontro dell’ultimo avvenimento verso cui fatalmente s’avvia questa mia storia. E appunto nella esposizione di quella catastrofe, più assai che altrove, mi converrà adoperare tutta l’arte della più minuta e scrupolosa analisi.

Ma il tuo volto atteggiato ad espressione di nobile pazienza mi conforta a ripigliare il mio tema.

Dopo ch’io m’imbattei sull’antenna con quel fanciullo bizzarro che ti descrissi, non passò ora che non fossimo insieme. Egli, nei dì anteriori era stato rinchiuso dal suo padrone in una cabina del bastimento per castigo di non so più quale colpa.

Ecco perché non l’avevo mai scontrato sul ponte nei primi giorni della navigazione. Quel fanciullo esprimeva colle riflessioni della fisionomia, colla vivacità dei gesti e col modular dell’accento tutto ciò che, in sulle prime, il suo barbarico gergo aveva d’incompreso per me. Egli parlava un misto di latino e d’orientale, e la sua nazionalità era ibrida più che il suo idioma. Apparteneva a una schiatta di popoli errabondi, senza patria e senza nome, o, per dir meglio, di più patrie e di più nomi. Sul ponte egli esilarava la ciurma che si componeva di marinai di vari paesi; alcuni lo chiamavano, sorridendo, Tartaro, altri Pharaòhnepek; gli americani lo battezzavano per indiano nero, Hind-Kales; gli olandesi lo qualificavano Heidene (idolatra); parecchi gli dicevano sorridendo gypsi, parecchi altri gitano o zingaro.

A tutti questi appellativi diversi egli rispondeva indifferentemente. Ma quando alcuno lo richiedeva del suo vero nome indicante la sua propria personalità, il piccolo zingaro denudava il suo braccio sinistro e con un gesto grazioso e solenne poneva l’indice della mano destra su d’un tatuaggio che ornava la gagliarda curva del suo bicipite, e pronunciava la parola Ramàr, secca, sonora come due colpi di tamburo. Ramàr ed io diventammo amici prestissimo. Io capivo i suoi gesti, egli arrivò in poco tempo a intendere le mie parole. Gl’insegnavo la lingua chinese con un sistema assai semplice. Mettevo, per esempio, la mano al posto del cuore e articolavo la parola sin (cuore), ch’egli ripeteva ridendo; oppure allungavo le palme e dicevo tsci, oppure additavo l’azzurro e dicevo (cielo). Questi ammaestramenti pareva lo dilettassero assai, perché sghignazzava ad ogni urto un poco aspro di consonanti come d’un effetto fonico ridevolissimo. La sua sfrenata gaiezza, ch’ei non sapeva contenere neanche in presenza delle cose più serie, mi era qualche volta uggiosa, forse perché contrastava fin d’allora coll’indole mia. L’instabilità di Ramàr m’indispettiva anche un poco e l’impeto delle sue parole, delle sue azioni e de’ suoi sguardi. Ramàr sconcertava la mia individualità nascente, e questa era senza dubbio la causa dell’uggia. Io, là, solo, senza soccorsi, migrante su d’un vascello che viaggiava per un paese a me ignoto; io disamato da tutti, disarmato contro tutti, stavo appunto in quei giorni raccogliendo i miei istinti per cingermi di forza e di difesa. S’operava entro me un lavorio morale simile in tutto a quello del baco da seta che fila il robusto suo bozzolo, ed ecco che quello zingaro spensierato, irriverente, leggiadro, confondeva l’opera mia.

Non mi perdonavo il fascino di curiosità ch’egli m’imponeva e dal quale non potevo sciogliermi.

Ricorrevo spesso alla lettura di Confucio per rassodarmi nelle mie aspirazioni, intuivo più che non capissi letteralmente le profonde massime dell’Invariabilità nel centro; l’anima di quel libro passava nella mia, quasi attratta da un elemento omogeneo. Dopo quelle letture sentivo la coscienza della mia superiorità e contemplavo Ramàr con affettuoso disprezzo. Quel povero fanciullo ignorava perfino il vero senso dei nomi di madre e di padre. Un giorno che io gli chiesi chi era suo padre, Ramàr mi mostrò un signore gigantesco, coi capelli rossi, cogli occhi celesti, un americano del Nord puro sangue, che passeggiava sul ponte. Compresi che Ramàr confondeva il nome di padre con quello padrone. Fin che fui sul vascello non potei raccapezzare nessun altro dato intorno alla condizione sociale del mio piccolo amico.

Quando io gli domandavo:—sai leggere? sai scrivere?—o qualche altra consimile domanda, egli mi rispondeva invariabilmente con uno stranissimo accento di convinzione:—Io so volare.

La stagione, che era piuttosto fredda al principio del viaggio, andava mano mano temperandosi. Mi pareva di essere balzato dall’autunno alla primavera. Ripensavo alle lune che avevano brillato sul mare durante la nostra navigazione e non riuscivo a computarne più di tre. Secondo i miei calcoli, dovevamo esser vicini al solstizio d’inverno, e il caldo aumentava. Questo fenomeno atmosferico m’inspirava meraviglia e turbamento. Tutto era enigmatico intorno a me, il vascello in cui viaggiavo, il gin-mù che lo guidava, il piccolo Ramàr, e l’aria stessa che respiravo e la meta verso cui ero rivolto. Il mio istinto di esattezza s’angosciava in mezzo tutta questa incertezza strana che componeva la mia vita, e mi ribellavo contro il mare, contro l’aria, contro gli uomini, tacitamente, ma con un gran tumulto di pensieri. Nessuno mi parlava tranne Ramàr, il quale pareva abbandonarsi spensierato su tutto ciò che gli sembrava ignoto o misterioso. Io avevo un solenne disdegno d’interrogare gli altri su tutte le cose gravi che non capivo; volevo indagare, indurre, dedurre, scoprire tutto da me. Questo sistema era senza dubbio il più dignitoso per non intender nulla, ma non il più spiccio per arrivare al fondo degli arcani che mi agitavano.

Pure sentivo che quella vita di mare non poteva essere che passeggiera per me, e benché mi rammentassi quelle parole di mia madre:—Diventerai un grande navigatore,—pensavo che l’arte marinaresca non sarebbe stata il mio destino, dacché nessuno s’occupava ad istruirmi in quella, né il gin-mù esigeva da me fatica di sorta sul vascello, e da ciò mi risultava ancora più evidente l’inganno in cui doveva esser caduta la madre. La madre! ed allora mille incertezze assai più crudeli mi assalivano e pensavo:—Quella affettuosa donna mi allontanò dalle sue braccia per causa della carestia che infieriva; mi salvò così dalla fame; diede il suo oro per salvarmi, quel poco d’oro che essa aveva raccolto con tanto sacrificio di lavoro e di astinenze: il pericolo dunque doveva essere estremo, la necessità ineluttabile. Dunque, se mia madre sofferse ch’io mi distaccassi da lei, è segno che vivere in due non si poteva; fuggire in due, neanche; ma essa?—E mi si parava davanti alla memoria, terribile, il granaio deserto e quegli ultimi ping di riso misurati dalla povera donna piangente. Una deduzione orrenda sorgeva sempre alla fine di questi pensieri. Allora, per isfuggire dallo sguardo degli uomini, salivo al mio rifugio, l’albero maestro, e mi sedevo non più sull’antenna, bensì sulla cima stessa dell’immenso pino, come un augello che più sale volando e più si salva. Quando l’angoscia persisteva, quando quella immersione nell’azzurro non bastava a calmarmi, afferravo colle mani la punta dell’albero e mi abbandonavo con tutto il corpo penzolante a seconda del vento e rimanevo così finché le forze me lo permettevano. Quella stiracchiatura di muscoli violenta distraeva l’ansia del pensiero.

Spesso Ramàr, che mi vedeva dal ponte e che credeva ch’io facessi per giocare, mi raggiungeva. Allora s’incominciava una sequela di evoluzioni ginnastiche stranissime, portentose, egli ridente, io piangente quasi ed in preda ad una specie d’esasperazione nervosa. Ciò che mi affascinava in quelle evoluzioni altissime e pazze era l’imminenza del pericolo. I marinai sul ponte ci ammiravano beffandoci. Un giorno m’accadde di compiere una prodezza che mi valse, per così dire, il loro rispetto.

Quel giorno io me stavo accovacciato presso la bussola, studiando le oscillazioni dell’ago magnetico, quando mi scosse un gaio vociar della ciurma. Mi avvicinai ad un crocchio di mozzi; costoro guardavano in alto qualcosa che destava la loro curiosità. Era uno di quegli uccelli gialli di montagna che noi chiamiamo mièn-man, smarrito non so come nei deserti del mare; s’era posato sull’albero di prora, stanco, sfinito, immobile. La ciurma proponeva un premio a chi avrebbe atterrato quell’uccello. Il gin-mù, a cui, in quel dì, sorrideva l’umore, permise la gara. Si caricarono i fucili, la mira appariva difficilissima per la piccolezza del mièn-man e per l’altezza ove posava. Tutti tirarono e sbagliarono il loro colpo. Ad ogni fucilata il mièn-man fuggiva dall’albero con ala incerta, girovagava per l’aria, poi, spossato, si riduceva sul primo appoggio. Dopo l’ultimo colpo io corsi a cercare la mia frombola che avevo portato meco, la armai d’una grossa palla di piombo e mi posi nell’atteggiamento di chi compie un calcolo mentale, fisso coll’occhio al mio bersaglio. I marinai, il gin-mù e il padrone di Ramàr mi contemplavano ironicamente. Convien qui notare che il colpire colla frombola un bersaglio piccolo, alto e lontano è ardua impresa per i più esperti, giacché la parabola del proiettile varia secondo il peso e lo slancio. Pure, dopo due giri di corda, feci scattare la palla ed il mièn-man cadde morto in mare. Un applauso scoppiò dalla ciurma. Io vinsi il premio, che era una moneta d’argento.

Il padrone di Ramàr mi pose la sua poderosa palma sulla spalla in segno di approvazione; poi s’allontanò sollecito col gin-mù a fianco.

Il giorno dopo di quel fatto, all’alba, vidi una linea biancastra all’estremo dell’orizzonte sul mare, lontanissima, immobile. Vidi poi a poco a poco questa linea ingrossare da un lato, diminuire dall’altro. Percepii alcuni vaghi contorni di montagna. Era la terra, e quale terra? Lo ignoravo; pure m’invase una gran gioia. La terra mi rappresentava una meta qualunque e ciò mi bastava per rasserenarmi. In quella meta io costruivo già le mie speranze, i miei progetti.

Il vento ci spingeva verso la costa con una rapidità prodigiosa. Un paese incantevole s’offerse ai miei occhi verdeggiante, luminoso. Una piccola città appariva sulla spiaggia; i marinai la segnavano col dito dicendo la parola Callao. Poco dopo ci trovammo alla foce di un gran fiume che si chiamava Rimàc. Questi nomi risuonavano stranamente al mio orecchio. Ci mettemmo nel fiume a vele sciolte, navigando fra due spalliere di colli meravigliosi. Verso il cader del sole apparve sulla spiaggia immensa del fiume una strana città, rosseggiante come le nubi del tramonto che infocavano l’orizzonte. Le sue case parevano tinte di sangue. Era Lima. Quel paese si chiamava Perù.

Nella confusione dei marinai e dei mozzi che preparavano il vascello per lo sbarco, il gin-mù mi chiamò, mi prese per mano, poi mi condusse davanti al padrone di Ramàr dicendogli:—Sir William Wood, ecco Yao.

Un’ora dopo percorrevo le contrade di Lima col piccolo Ramàr, condotti entrambi per mano del gigantesco sir Wood.

Attraversammo un largo viale costeggiato da salici e da aranci; poi ci mettemmo per una immensa piazza nel cui mezzo appariva una colonna di bronzo; su questa colonna s’ergeva una statua mirabile per la solennità del suo atteggiamento. Non potei trattenermi dal dire a Ramàr, sottovoce, accennando alla colonna:—Ventidue piedi di altezza.—Sir William che m’aveva udito, mi chiese:—Come fai a saperlo?—Io risposi:—Gli occhi sono le due punte del compasso mentale.—Poi drizzando il gesto alla statua, esclamai:—La Gloria.—-Quella statua impugnava una immensa tromba e dalle fiere gote pareva che vi soffiasse dentro uno spiro possente. Dal padiglione della tuba sgorgava una cascata d’acqua perpendicolare, che si raccoglieva in una vasca, a’ piedi della colonna. Io, pur camminando, non istaccavo gli occhi da quel bronzo effigiato e lo ammiravo e m’aggiravo già col pensiero nei forti sogni dell’orgoglio. Lo scroscio di quella fontana percoteva l’aria come un grido incessante di trionfo; io pensavo:—Se quella fontana non inaridisce mai, l’artefice che la ideò conobbe realmente il concetto della vera gloria.—Sentivo il bisogno di dare al mio nome il rimbombo continuo di quell’acqua. Interrogavo l’animo mio: la nuova terra che calpestavo, aveva ridestato in me quella personalità che s’era un poco assopita in mezzo alla vaga immensità del mare. Il mio individuo intellettuale e morale ringagliardiva tutto al contatto del suolo, come una fronda. Stringevo sotto l’ascella, gelosamente, Mencio e Confucio. Mi passava per la memoria un capitolo del Lun-yu, dove è scritto:—Convien por mente alla professione che si vuole abbracciare; tutta la nostra esistenza s’informerà da quella. Lo scopo dell’uomo che fa delle freccie, è di ferire gli uomini; lo scopo di quello che fabbrica delle corazze e degli scudi, è d’impedire che gli uomini siano feriti.—Questo versetto, che ricordavo, mi dimostrava come lo scopo di tutte le opere umane sia beneficamente o maleficamente fatale. Sentivo la gravità di questa sentenza piuttosto dal punto di vista filosofico che dal punto di vista umanitario. Ferire gli uomini o impedire che sieno feriti, pensavo che erano due scopi opposti, ma non concedevo a questi due scopi una grave importanza per ciò ch’essi riguardassero gli uomini, ma per ciò ch’essi mi rappresentavano due moti elementari e contrarii delle facoltà umane.

Interpretato a questo modo, il versetto di Confucio mi appariva in tutta la sua chiara maestà, ed io già mi schieravo tra i feritori della parabola. Sì, ferire, cogliere nel centro con una freccia o con un’idea, una cosa o un problema, o un’occasione o un bersaglio, un astro, un cerchio, o il cuore di un mièn-man o il cuore di un uomo, era per me, fin d’allora, un solo fatto fisico, un solo fatto intellettuale. Il Centro (to tschiung): in questa parola sentivo spuntare la vocazione della mia esistenza. Ripetevo mentalmente queste parole del libro sacro:—Il giusto mezzo non è colto: il dotto lo oltrepassa, l’ignorante nol giunge. Oltrepassare il segno non è coglierlo.—Ma io lo coglierò,—soggiungevo entro me, e i miei pensieri affluivano tutti a questo ideale di giustizia e di moderazione con accanimento feroce.

Lima si avvolgeva già nella penombra della sera; io, Ramàr e sir William, dopo aver lasciato dietro le spalle la plaza mayor e quattro o cinque contrade, ci trovammo in una grande spianata. In fondo a questa ergevasi un immenso edificio circolare. Sir William Wood dirigeva i nostri passi verso quell’edifizio. Io continuavo il corso delle mie meditazioni. Ignoravo perché la mia piccola mano era congiunta al pugno colossale dello strano personaggio che mi guidava, e dov’egli mi guidasse ignoravo anche, né mi degnavo di chiedergli com’egli fosse subentrato al gin-mù ne’ miei destini. Sentivo che il mio passo era schiavo del suo, ma l’ardita indipendenza delle mie aspirazioni mi rassicurava. Il mio piede correva ad una meta ignota, ma nell’anima mia si precisava sempre più la meta dei miei pensieri.

Il progetto della mia esistenza si disegnava esatto, saldo, nel mio cervello, e lo formulavo già in quattro parole:—Sarò un grande geometra.—Ma ci eravamo arrestati davanti al vastissimo ingresso dell’edifizio che stava in fondo della spianata. Parecchi immensi cartelli variopinti stavano appesi alle pareti. William Wood, che parlava un poco il chinese, mi disse allora (proprio mentre stavo pensando:—Sarò un grande geometra):—Ecco il mio circo e tu, Yao, sarai il mio giocoliere. Entriamo.

E qui, diletto Meng-pen, soffri che interrompa un poco la scrittura. Ho sete, porgimi una tazza di thè; piglia anche tu la tua, e supponi che mentre noi stiamo qui bevendo passino dieci anni sulla mia storia.

Il recinto nel quale io vissi dai dieci anni ai venti dell’età mia, è (dico “è” perché esiste ancora) un circolo perfetto, scoperto sotto la luce del cielo. Il suo diametro consta di 855 tsci; sulla sua circonferenza s’ergono alte mura, lungo le quali ricirculano tre ordini di scaglioni giganteschi, occupanti un punto del diametro, cerchi minori, concentrici, inchiusi nel circolo massimo. Il punto dove l’infimo scaglione degrada, dista dal centro 255 tsci e questo spazio, tutto libero e piano, è coperto da una certa rena, proveniente dalle sponde del Rimàc, fulgida e rossa perché mista alle scorie dell’oro e a molta parte di ferro. Ogni quarto di cerchio del semplice edificio che descrivo, era, a’ miei tempi, segnato da una immensa lettera dell’alfabeto latino, la quale serviva a contraddistinguere il sottostante ingresso, e quelle quattro cifre, A B C D, cooperavano non poco a rendere il maestoso circo simigliante a una figura geometrica, tracciata sull’altipiano di Lima come per un prodigioso teorema. Parecchie corde tese dall’uno all’altro emiciclo ne frazionavano l’area in guisa di tangenti, e da queste pendevano tre trapezi e sei parallele.

Quante volte, aggrappato ad uno di quei trapezi, alti 215 piedi dal suolo, stetti a meditare sull’enigma insolubile che ogni circolo rinserra, fin che mi coglieva la vertigine, non già dell’abisso materiale, ma dell’abisso scientifico, assai più profondo.

Tanto andavo compenetrandomi nel cerchio in cui vivevo, e da dove in dieci anni non escii neppur per un attimo, che mi pareva d’essere diventato un punto mobile di quello, agitantevisi entro e delineante coi passi mille angoli e mille curve matematiche. I principali assiomi della geometria mi si rivelarono allo spirito giovanetto solo nel percorrere quel ricinto immenso ch’era il Circo dei tori della città di Lima.

William Wood lo aveva preso ad appalto per un decennio, promettendo al pubblico peruviano una caccia di tori ogni quindici giorni e nei rimanenti dì del mese molte altre rappresentazioni minori. Egli aveva percorso la Spagna, l’Inghilterra, la Boemia, l’Africa, la China allo scopo di raccogliere i tori, i cavalli, gli uomini, le donne, le scimie che gli abbisognavano per la sua intrapresa, ed era riuscito a radunare una popolosa carovana di persone e di animali. Quand’egli, giunto a Lima, si trovò in possesso di tutta la sua baraonda, aperse il circo che prese la denominazione di Circo Wood, e divise i suoi spettacoli in grandi e piccole rappresentazioni. Le grandi rappresentazioni erano diurne, incominciavano prima del cader del sole, sotto la luce dello splendido cielo americano, ed erano caccie di tori, corse di barberi, assalti di fiere, fantasie orientali e incendi pirotecnici quando calava la notte. Le rappresentazioni piccole avevano luogo di sera, al coperto, in un padiglione provvisorio che si poteva erigere ed abbattere in poche ore, nel mezzo del circo ed ivi s’ammirava dal pubblico le pantomime, le prodezze dei volteggiatori, dei ginnasti, i lazzi dei clowns e cento altri minori trastulli.

O paziente Meng-pen, ti sarai già meravigliato indovinando ciò che ora sto per affermarti.

Sì, varie e spesso bizzarre sono le vie del destino. Io Yao-sse o Dottor Yao, come mi chiamano gli scienziati europei, io che ora scrivo e che porto il bottone di corallo sul berretto e sulla toga, presi parte alle piccole ed alle grandi rappresentazioni di William Wood nel circo di Lima.

In molte esatte piacevolezze ero destro. Alcune te ne citerò, se non t’annoio.

Solevo spesso comparire davanti al pubblico con sette campanelli di legno di sandalo fra le mani (di quelli che noi chiamiamo mu-to), intuonati variamente tra loro secondo le leggi musicali. Incominciavo il mio esercizio facendo balzare uno di questi campanelli in aria, per modo che giunto al sommo della sua parabola, col suo battocchio squillasse e ricadesse lieve nell’altra mano. Poscia ad uno ad uno rapidissimamente li facevo tutti girare, avendo cura di così avvicendarne il turno che insieme componessero il suono d’una vera melodia leggiadra. La cantilena che intercalavo più sovente nel mio artificio era quella nostra:

Kuan-tsin-tsi-Kuan

del Libro de’ versi, nobile tanto. Pure al pubblico molto non garbava, e se volevo finire il mio esperimento in mezzo ai più entusiastici applausi, dovevo ritornar sempre ad una volgarissima canzone spagnuola: la jotta aragonese.

Alle volte, invece del mu-to, erano cinque palle di spingarda che scattavano dalle mie mani come uno zampillo di fonte, mentre con una sfera di piombo assai grave, attaccata per mezzo d’un gancio alla mia tenacissima coda, descrivevo nel vuoto, dondolando placidamente la testa, un moto rotatorio orizzontale come un’immensa aureola che tagliava nelle sue intermittenze, il giro delle cinque palle, esattissimamente, senza mai trovare un inciampo. Più ancora che la precisione dei miei movimenti pareva al pubblico, la di cui maggioranza era composta di teste calve, meravigliosa la robustezza della mia chioma che roteava con tanta facilità un peso già forte da sollevarsi colle mani.

Intanto la mia celebrità s’aumentava di giorno in giorno e sui cartelloni del Circo Wood si leggeva scritto in lettere rosse, d’un cubito l’una, il nome di Yao che adescava la folla.

L’uomo s’acconcia presto alla propria gloria da qualunque parte essa gli venga, ed io mi stimavo già lieto d’essere lo scopo di tanta curiosità, il centro di tanti sguardi, la causa di tanta meraviglia e di tanto diletto.

Mi confortavo nella massima di Mencio che dice: “weï-kueï“, massima che un latino plagiò quando scrisse: “populus est prae omnibus mobilis“. Mi confortavo anche ripensando a ciò che Confucio racconta dei savi dell’antichità, “i quali mettevano la loro gioia nella gioia del popolo”, e non disperavo di far apprezzare un dì o l’altro ai miei spettatori la cantilena

Kuan-tsin-tsi-Kuan

del Libro dei versi, dignitosa tanto.

Applicavo la matematica alla ginnastica.

Analizzavo la forza di ripercussione d’un’asse inclinata, calcolavo il peso del mio corpo, stabilivo tre punti, come a dire tre angoli d’un triangolo ottuso colla base rovesciata. Spiccavo un salto dal primo angolo, cadevo sul secondo ch’era l’estremità elastica dell’asse, da dove rimbalzavo sul terzo, a 15 o a 20 palmi di distanza, giusta il calcolo fatto. Sotto il mio corpo, per tutto lo spazio del salto, facevo disporre molte lancie acutissime, sulle quali sorridendo trasvolavo. Il salto pareva prodigioso al pubblico, che attribuiva alla mia robustezza ed al mio ardimento ciò che era il risultato infallibile d’una legge d’angoli riflessi e di forze ripercosse.

Io avevo a quel tempo venti anni. Ramàr, snellissimo sempre benché ingrandito nel corpo, era un satellite de’ miei trionfi. Egli contava forse allora dieciott’anni. Molti celebri esercizi eseguivamo insieme. Uno fra questi era il giuoco delle freccie. E consiste, come già sai, nel lanciare molti strali lungo il contorno d’una persona addossata ad un tavolato, in modo che sul tavolato restino confitti, senza ferire il corpo offerto a bersaglio.

Ramàr, colle braccia e colle gambe nude, e stretto le anche e il torso in una maglia olivastra come la sua pelle, attendeva i miei colpi a 15 passi di distanza. Durante tutto l’esperimento quelle sue membra, sempre oscillanti, s’intirizzivano come davanti ad un gelo de’ miei occhi. Ci leggevamo nelle pupille: egli prevedeva sempre il luogo dove io stavo per ferire, e la stessa fermezza appariva nel suo atteggiamento come nella mia mira. Io disegnavo a punta di stile sull’assito ov’egli stava le linee del suo corpo elegante collo stesso paziente affetto col quale un dipintore ritrae l’immagine d’una persona amata.

Quando ogni contorno era marcato e Ramàr era ingombro di freccia sulla testa, ai piedi, al collo, sotto le ascelle, fra le dita, lungo ogni parte del suo corpo, egli si staccava gaiamente dal tavolato e partivamo insieme in mezzo ad un fragore d’applausi. Io dividevo con Ramàr volentieri le acclamazioni del pubblico, le quali del resto venivano a me più che a lui. Ma se su d’esso si riverberava la mia gloria, io sentivo nella vicinanza della sua persona un non so quale contatto di grazia e di formosità che nobilitava me a me stesso. Avevo sentito parlare di un re degli zingari che doveva essere eletto in quell’epoca, e pensavo che Ramàr avrebbe saputo essere quel re, giacché nessuno più di lui poteva mostrarsi in pari tempo più zingaresco e più regale.

Ma un dì giunse persona nel nostro circo (fu il giorno del solstizio d’estate, quarantatrè anni or sono) che staccò a poco a poco il bel Ramàr dalla mia gloria ed alla sua lo attirò. Questa persona fu una donna, una giovanetta andalusa, danzatrice, già attesa in mezzo a noi da molto tempo.

Questa giovinetta aveva una vaga età: sedici anni; e un bel nome: Ambra, ed essa era più bella de’ suoi anni e più vaga del suo nome. Appena apparve danzando, trionfò. Savio Meng-pen, chi non vide la donna europea, non conobbe la vera bellezza, e tu sei fra questi. Tu che ammiri pudicamente delle nostre dame i minutissimi piedi, tenui triangoli sui quali esse appena si reggono, sappi che l’andalusa aveva le piante minute così essa pure, ma per gentilezza della natura, non per arte crudele d’una nutrice. Ed erano liscie e soavi, un levigato avorio dall’amore stesso miniato, le dita che succedevansi con ordine armonioso di gerarchia dal robusto pollice al mignolo tenerello, morendo in curva d’ala; e come la lodola sui vanni picciolissimi altissima vola, così sui picciolissimi piedi Ambra volava. Era suo capriccio il tenerli nudi quando volteggiava sul dorso, pur nudo, del suo nero puledro. Un lungo pezzo di raso or cinereo, or ceruleo, or fosco le avviluppava le spalle, i lombi, le ginocchia fino ad una spanna dal malleolo; lì, perché la strettissima gonna non isvolazzasse, una fascia annodata la raccoglieva. Tutto quel raso scintillante aderiva alle forme d’Ambra come una di quelle foglie di lucido talco colle quali sono avvolte le nostre confetture di miele e d’aromati. Uno spiraglio di nudità scendeva dalla gola a mezzo il seno. Il suo volto pareva una fusione di pallido argento e la chioma d’oro fulvo sparsa in una miriade di trecce sottili, massiccie e sferzanti l’aria; gli occhi essa aveva di crisopazio, te lo affermo, o Meng-pen, di ametista viola, proprio viola (non sorridere a ciò che scrivo), ed erano dolci e cupi. Occhi come come quelli non vedrò mai più sulla terra. La bocca, perennemente chiusa, pareva non doversi aprire che al bacio e custodiva perle. L’uomo che su quella bocca divina posò una volta le labbra, dovette poi, se più non l’ebbe, per tutta la vita esser casto.

La stupenda fanciulla, forse per amor del suo nome, non s’adornava che di vezzi d’ambra. Come al raggio del sole si schiudono le conchiglie sulla spiaggia del mare, quando Ambra passava nel circo, le labbra degli uomini si schiudevano ammirando.

Fu questa la donna che mi rapì la dolce fratellanza di Ramàr.

Un giorno vidi sui programmi del circo il mio nome scritto, come sempre, in grandissimi caratteri; ma senza il nome di Ramàr, che da tanti anni teneva il suo posto immediatamente sotto il mio con lettere meno appariscenti, e lessi invece, più discosto, tre parole di lucid’oro collegate in una sola linea così:

AMBRA E RAMAR

Non t’accadde mai d’udir favellare i caratteri? Per me quei due nomi risplendevano non solo, risuonavano anche. Il mio orecchio percepiva fonicamente ciò che il mio occhio abbagliato leggeva. E andavo ripetendo: Ambra e Ramàr! Quell’”e” situato in mezzo ai due nomi sonava maligno e pareva più che una congiunzione grammaticale. Per una stranezza tipografica quell’”e” splendeva singolarmente, quasi fosse fra le cinque lettere d’Ambra e le cinque di Ramàr un centro luminoso, un punto focale di convergenze e di raggi.

Quanta affinità fra i due nomi! cinque cifre nell’uno, cinque nell’altro, bisillabi ambidue, e nell’uno e nell’altro una sola vocale, la più pura, la più umana, dominante e due volte ripercossa. Oh! come dolcemente preludiava quella vocale e cadenzava il nome d’Ambra! Con arte parimenti perfetta la più romoreggiante fra le consonanti vibrava al principio ed alla fine del nome di Ramàr. Una indistinta femminea soavità emanava dal primo, tutta la baldezza virile irrompea nel secondo; eppur l’uno parea composto coll’armonia dell’altro. Già i due nomi s’amavano nei loro bei caratteri d’oro. E il nome di Yao, tutto solo, se ne stava quasi reietto nella sua gloria.

Yao e Ramàr simboleggiavano parecchie profonde antitesi: il calcolo e l’intuizione, l’esattezza e l’audacia, la pazienza e l’impeto, la scienza e l’arte. Ambra e Ramàr una più profonda sintesi più sublimemente stavano per simboleggiare: la Bellezza e la Forza nell’armonia dell’Amore.

E due vere figure da simbolo parevano quando sui loro bruni corsieri entravano nell’arena avvinti in un plastico allacciamento. I cavalli, alteri del loro carco, incedevano con lenta violenza incurvando il collo e le zampe anteriori come archi tesi fino all’estremo. Il pugno possente di Ramàr tendeva colle briglie quegli archi pronti a scattare. A un tratto le briglie cadevano e i cavalli volavano scagliati nella rotazione della corsa, colle membra leggiere, distese, eleganti, furibonde, sfrenate, e incominciava il poema d’Ambra e Ramàr, poema più chimerico d’un sogno, pieno di emozioni terribili e vaghe. Io lo miravo dal di fuori dello steccato, confuso nella folla dei palafrenieri e dei clowns.

Quel poema principiava come una fuga e finiva come un trionfo.

Nei primi aggruppamenti lo zingaro e l’andalusa spiravano tanta ansietà d’orrore che parevano evasi dall’antro d’un drago. I nodi dello spavento avviticchiavano quei corpi e quelle anime. Lo zingaro guidava la fuga inginocchiato col ginocchio sinistro sul dorso del suo cavallo, premeva col piede la groppa dell’altro. L’andalusa si aggrappava al collo dell’ansimante Ramàr. I due puledri, lanciati a briglia sciolta, alternavano i loro valchi come due onde d’uragano; le loro brune criniere sferzavano il volto d’Ambra, più pallido di un’agonia, spume tenebrose; ed il plastico gruppo era ad un tempo equestre ed equoreo.

Io m’immaginavo, tanto il terrore tragico m’invadeva, di seguire coll’occhio non già una finzione mimica ricirculante intorno allo stesso cerchio, ma una vera fuga attraverso una distesa di terreni spaventosi. Ed erano deserti immensurabili percorsi in un baleno dai due fuggiaschi, o precipizi varcati miracolosamente, o boschi fantasmati dal raggio della luna, irti di mandragore e di serpi. Ma a poco a poco Ambra si ridestava alla vita, al sorriso, e già nei due vaghi erranti l’abbracciamento della paura mutavasi, per la sola trasfigurazione dei volti, in abbracciamento d’amore. Ed allora anche il fondo immaginario del quadro si trasformava, e vedevo una plenitudine di paesaggi aerei disciolti in un’iride immensa. Il rapido gruppo spiccava in nero or sulla zona d’oro, or sulla verde, or sulla rosea dell’iride, come un’ombra chinese del cielo, sfilante di plaga in plaga. E l’iride apriva lentamente il suo arco, simile ad un colossale ventaglio. Questa immagine dell’iride pigliava certamente le sue cause dalla forma circolare dell’anfiteatro e dalle sue conseguenze prospettiche e dalle magiche irradiazioni del tramonto, e dallo scintillare della sabbia scossa sotto le zampe dei corsieri, e dalla vertiginosa rapidità della corsa e dal fluttuar della folla che or allargava or ristringeva lo spazio davanti ai miei sguardi, ma più ancora dalla stessa equestre visione che nel suo volo e nel suo aspetto portava un non so che di meteorico.

Quando, verso il fine, la fuga diventava apoteosi, Ambra e Ramàr ad ogni giro mutavano aggruppamento. Le pose che essi, inebbriati, trovavano, non sono paragonabili a scultura terrena, e in verità mi pareva che un nuovo Zodiaco si svolgesse davanti ai miei occhi con istrana e sublime novità di segni. Ambra e Ramàr erano invasi da una vera ispirazione delle membra. Spesse volte Ambra gettava al collo del suo puledro un velo bianco ed alle sue estremità s’aggrappava, e tale in quel momento era il furor della corsa, che il leggerissimo corpo dell’andalusa rimaneva sospeso d’attimo in attimo, come uno di quei cervi volanti che i nostri avi trascinavano in battaglia per incantare i nemici. Le pose dell’andalusa e dello zingaro per effetto della rotazione incessante pendevano fuori di piombo e da ciò ne veniva un’impressione di slancio meravigliosa. Le zampe del corsiero di Ambra non battevano più la sabbia, ma attratte da una violentissima forza centrifuga, scalpitavano sul parapetto stesso dell’arena con un fragor di tempesta, mentre il corpo della fanciulla, tutto convergente verso il centro, disegnava una linea obliqua, inclinata sull’orizzonte, vaga ipotenusa.

Ad ogni giro, quando Ambra e Ramàr, avvinti nelle loro pose, passavano vicino a me, mi sentivo combattuto da due moti contrari, da un fascino e da un terrore; volevo torcere gli sguardi per non veder quei corpi e li figgevo con maggior forza in essi; e in quell’estrema vicinanza mi pareva che gli otto ferri dei cavalli scalpitanti battessero tutti sul petto mio; poi, quando s’allontanavano, respiravo più liberamente. Spesso m’univo ai clamori entusiasti del pubblico o anche li biasimavo, perché non ti nascondo che gli atteggiamenti dell’andalusa, pur idealissimi, facevano salire al mio volto di quando in quando il sangue del pudore ferito.

A giorni, cotanta interna confusione mi turbava che desideravo gettarmi sotto i corsieri accorrenti. Inorridivo con orror di fratello all’idea che le due belle creature cadessero; e altre volte (vedi contraddizione), come si coglie un malfattore all’agguato, coglievo il mio pensiero spiante l’attimo della caduta.

Un giorno caddero. L’urlo della folla fu tragico e tragico il silenzio che lo seguì. Io avevo presentito la catastrofe e l’aspettavo. Vedevo chiaramente che quei due si perdevano. L’abbraccio era troppo intenso e l’animo dell’uno e dell’altra troppo errante sulle pupille. Il circo, i cavalli, il pubblico, il mondo, la vita, la morte, tutto essi parevano obbliare pei loro voli. Uno dei cavalli, indovinando l’obblio, rallentò d’un attimo la ferocità della corsa e si staccò dall’altro. Sotto Ambra e Ramàr s’aperse una voragine: precipitarono annodati alle briglie in mezzo al furiar degli scalpitii. Quando poteronsi arrestare i cavalli, Ramàr tentò sollevarsi da terra, ma ricadde tosto tramortito; Ambra stette immobile e distesa come una morta.

La rappresentazione fu interrotta; si trasportarono i due svenuti all’ambulanza del circo. Parecchi medici accorsero dalle loggie del pubblico per soccorrere Ambra e Ramàr. Molti giovani ammiratori della bella andalusa affollavano l’ambulanza e chiedevano con elegante zelo il verdetto dei medici.

Dentro e fuor della sala era un favellio sommesso, un timido agitarsi di pedate: William Wood, pallido, s’affaccendava colle più cortesi supplicazioni a diradar la calca.

Mezz’ora dopo, accanto ai due letti rimanevo io con William Wood e con tre medici, compreso il medico di guardia.

Né Ambra, né Ramàr non avevano ricuperato i sensi. Il fiero urto cerebrale si manifestava in Ramàr colle forme del delirio, in Ambra, assai più gravemente, colle apparenze della catalessi. Ramàr sanguinava, Ambra no. Un rigagnolo rosseggiante scorreva dalla fronte dello zingaro, si stagnava un poco sulle sue labbra, poi discendeva sul petto, e quel corpo immobile d’un color di bronzo, stillante sangue, rendeva immagine di statua ferita. Col pugno destro lo zingaro serrava tenacemente l’amuleto d’oro che gli pendea dal collo fin dagli anni più teneri. La ferita salvava Ramàr alleggerendo col sangue scorrente la congestione del cerebro.

Sul corpo d’Ambra né contusione, né scalfitura: immacolato ma spento. La bella donna nel suo sereno aspetto pareva aver preferito entrar nella morte conservando intatta la bellezza sua, anziché sopportare la vita collo sfregio d’una cicatrice.

Mentre i medici deliberavano intorno al letto d’Ambra, io me ne stavo accanto all’amico, tutto chino a rassodare le bende, a tergere il sangue della sua fronte piagata, e appena il ghiaccio si liquefaceva sul bollente capo, m’affrettavo a ricollocarne dell’altro con quella attenta pazienza per cui vanno decantati i popoli della nostra razza.

Quando gli ripigliava il delirio, io mi mettevo in disparte; non volevo arrischiare di sorprendere qualche sua segreta idea nei vaneggiamenti suoi e volgevo gli occhi dalla parte d’Ambra.

Quasi nuda giaceva la tramortita fanciulla sotto le mani dei medici. La catalepsi aveva resistito ad una forte applicazione di corrente elettrica; gli strofinamenti coi lini caldi avevano valso a rianimare la circolazione del sangue, non a sgombrare la stupefazione cerebrale. Era urgente un più efficace soccorso. Vidi il medico di guardia avvicinarsi al braccio d’Ambra con una lama piccola e lucidissima. Quello stesso ribrezzo fisico che ci coglie alla vista di un’unghia che striscia su d’un pezzo di raso, mi fece torcere gli occhi per non vedere più avanti.

Ritornai pian piano alla destra del capezzale di Ramàr, lungo il muro. I medici dall’altro lato s’agitavano nella stretta che divideva i due letti e occultavano colle loro spalle, a me seduto, la fanciulla. La luce del giorno s’era tutta spenta. William Wood sollevava una lampada accesa sul letto d’Ambra. Io quietavo le mie pupille su Ramàr dormente. Nessuno più si curava dello zingaro. Il suo braccio sinistro, là dove era tatuato, trascolorava a seconda dell’allentare o dell’incrudelir della febbre come il marchio dei cavalli arabi di purissimo sangue. Se rinnovavo spesso le bende ghiacciate sulla fronte dell’amico mio, il suo sopore diventava più calmo, il tremito febbrile cessava e la cicatrice del braccio, in cui si leggeva il suo nome, illividiva. Se permettevo invece che la compressa si riscaldasse sul suo capo, il tatuaggio assumeva poco a poco una tinta pavonazza e il delirio ripigliava il suo corso. Io potevo dunque a mio capriccio temperare o sconvolgere quella organizzazione così squisitamente impressionabile. I miei pensieri si rivolgevano a Ramàr spinti da tenerezza verace.

—O buon Ramàr,—pensavo—, sarebbe stato assai meglio che quella fanciulla, non ti fosse apparsa mai, perché ora tu non saresti qui, tremebondo, col cranio spaccato. Yao solo sapeva stornare i pericoli dalla tua testa, il suo occhio vigilava su te, cauto ed acuto, la vertigine non ti coglieva guardandolo, e quando insieme al tuo vecchio amico ti dondolavi nell’aria, sospeso ai cordami del circo, eri più sicuro che in una culla.

I miei pensieri erano accompagnati da un picchio uniforme come d’una grossa goccia cadente, ad ogni minuto secondo, in una vasca metallica colla regolarità d’un oriolo ad acqua.

Già la mia mente incominciava ad essere distratta dalle cose esterne, quando udii queste frasi staccate proferite da diverse labbra:

—Tentativi inutili!

—Sostengo che il deliquio era vinto…

—Ora si tratta stagnare il dissanguamento.

—Avrei bisogno d’una mano paziente e ferma.

—La mia!—esclamai, sorgendo dallo scanno su cui stavo ed avvicinandomi al letto d’Ambra.

—Pigliatelo in parola,—disse William Wood ai medici, accennando alla mia persona.

Fu collocata una sedia fra il letto d’Ambra e quello di Ramàr; poscia uno di que’ medici osservò attentamente l’epiderme delle mie palme, prese la mia mano sinistra e la collocò in modo che il grosso del metacarpo aderisse fortemente alla vena aperta del braccio d’Ambra, e m’invitò a sedere. Indi rivolto a’ suoi colleghi, disse:

—Vedete? Portiamo spesso i migliori rimedii con noi. L’epiderme umana stagna assai meglio il sangue che qualunque altro più ricercato farmaco.

Poi pose un piccolo guanciale sotto il braccio d’Ambra acciò stesse sollevato. Mi raccomandò di star fermo colla mano e di non sollevarla dalla vena ferita prima di mezzanotte; soggiunse che la salvezza della fanciulla dipendeva dalla mia pazienza. Se all’indomani mattina Ambra avrebbe parlato, ogni pericolo cessava. Dovevo guardarmi dal sonno e dai movimenti repentini.

Pochi minuti dopo nella sala dell’ambulanza restavamo io, il medico di guardia e William Wood. Mezz’ora dopo William Wood si ritirò nelle sue stanze raccomandando l’andalusa al medico di guardia. Un’ora dopo anche quest’ultimo, sopraffatto dalla noia, escì dall’ambulanza dopo aver rinnovato il ghiaccio sulla fronte di Ramàr e dopo aver raccomandato a sua volta, sbadigliando, l’andalusa.

Suonavano le dieci ore dal campanile della cattedrale di Lima, quando in quella sala, dove due ore prima si accalcavano forse duecento persone, non restavo che io solo, fra Ambra e Ramàr.

Immobile al mio posto, subivo quel tedio delle membra che prova la sentinella notturna nella prim’ora di guardia. Incominciai a volgere gli occhi e la testa lentamente qua e là. Mi vidi circondato da una luce verde, direi quasi umida, da una luce come di fondo di mare che scoloriva l’aspetto delle cose e mutava i contorni secchi della realtà in torbide sfumature d’aquarium.

William Wood, prima d’escire, aveva collocato, per amor dei dormienti, l’unica lampada sull’unico tavolo della sala, dietro ad un largo recipiente di cristallo, colmo fino al collo d’una tintura d’assenzio. I raggi del lume filtrati da quell’ampio smeraldo producevano, divergendo, la misteriosa luce che mi circondava. Quel tavolo, distante molte braccia dai letti fra i quali io stavo, offriva al mio sguardo, falsato dall’anormalità della luce, fra i molti oggetti che lo ingombravano, un oggetto che era un persistente enigma da sciogliere. Lo vedevo come un’apparizione confusa, irta, violacea che terminava in una sfumatura tricuspidale; quella vista tormentava il mio pensiero e la mia pupilla; non arriva a scoprire che cosa fosse; il solo concetto che me ne formavo, era questo: lo spettro d’una fiamma. Accanto vi luccicavano parecchie fiale di medicinali. Io, che non potei mai sopportare senza angoscia il più frivolo dubbio, mi smaniavo di verificare la natura dell’oggetto incomprensibile che tanto aizzava i miei occhi pur acutissimi.

L’impossibilità dell’avvicinarmi al tavolo inaspriva la curiosità mia; la mia mano non doveva staccarsi dalla ferita d’Ambra neppure per un attimo, ma ad ogni minuto mi assaliva la tentazione di avvicinarmi a quell’oggetto. Pensavo che tre soli passi avanti mi avrebbero rivelata la natura di quella forma inesplicabile. La solitudine, il silenzio, l’immobilità, la noia alla quale era condannato, imbizzarrivano sempre più questa mia già inasprita curiosità. Mi provai di condurre lo sguardo sovra altri obbiettivi. Contro la sponda del tavolo stava appoggiata una frusta. Entro una vetrina appariva disposta in bell’ordine tutta una batteria di strumenti chirurgici. Sparse per terra giacevano le vesti d’Ambra e di Ramàr luccicanti d’oro e d’argento. Quel miscuglio d’attrezzi da teatro e da ospedale meravigliava lo sguardo e più ancora il pensiero. Un odore di farmacia graveolente, aromatico, giungeva fino alle mie nari; da una catasta di ghiaccio accumulata in un angolo veniva alle mie membra una frescura quasi montanina. Più che sospingevo lo sguardo e più vedevo annebbiarsi la glauca luce d’assenzio. Respiravo un’aria torbida, amara, che dai miei polmoni passava nella circolazione del mio sangue e invadeva il cervello. Pensavo anche idee torbide ed amare. L’oggetto inesplicabile, lo spettro della fiamma, attirava sempre la mia attenzione. Per sottrarmi da quell’incubo decisi di torcere coraggiosamente lo sguardo a sinistra, sul corpo della svenuta. Ramàr dormiva. L’animo mio si scagliò repentinamente in un nuovo corso di pensieri. La prima impressione che provai nel guardare Ambra, fu di ribrezzo. Credetti quasi di trovarmi accanto al cadavere d’un’annegata, nel fondo d’una laguna, io pure sommerso. Sentivo sotto la mia palma il braccio della ideale fanciulla freddo più dello ambiente che ci avvolgeva.

Ci sono dei pensieri che gridano, altri che mormorano. Io udii dentro di me, non so dove, mormorare queste parole: è proprio morta.

Il lenzuolo col quale l’avevano coperta, segnava su quel meraviglioso corpo delle pieghe funerarie, come quei drappeggiamenti marmorei che avvolgono le effigi delle imperatrici, distese sull’alto dei mausolei. La piega dei piedi pareva in ispecial modo lugúbre; poi, come il mio occhio saliva verso il bel grembo e verso il bel seno, i bianchi panneggiamenti ammorbidivano le loro curve e pareva rasserenarsi il sudario. La parte destra del petto rimaneva scoperta per causa del braccio nudo affidato alla mia pazienza.

—Ma se è morta—pensai—a che giova ch’io mi rimanga?—Pur non rimuovevo d’un atomo la mano dalla ferita.—Se è morta il pensiero continuava così—Yao e Ramàr torneranno fratelli. Se è viva sono io che l’avrò salvata.

Allora tutta la mia mente si destò per risolvere questo nuovo dubbio. Mi alzai oncia ad oncia dalla scranna avendo sempre riguardo di non distrarre la mia mano dall’ufficio impostole, e colla destra scopersi il seno sinistro della fanciulla; poi, lento come una sfera di quadrante, mi chinai fino a collocare un orecchio sul cuore di lei. Un olezzo d’olio di rosa lambì le mie narici. Le candide carni erano fredde e mute, sotto l’eburneo costato non vibrava la più languida pulsazione; pur continuai ad origliare adagiando le mie ginocchia per terra, ché la bassezza del letto me lo permetteva. Acuivo l’udito su quella soave epiderme coll’avidità d’una spia, invaso da non so quale devozione feroce.

Stetti così attento, prostrato, immobile per lungo spazio; ad un tratto sentii come uno scoppio di palpiti irruenti, convulsi; mi alzai in piedi precipitosamente, atterrito dall’idea d’Ambra viva e desta. Le pulsazioni continuavano a rimbombare nel mio cervello: non era il cuore della fanciulla che batteva, erano le mie arterie, le mie tempie agitate da tumulto febbrile. Udivo dietro a me Ramàr respirare tranquillo come uno che dorme. Allora l’idea d’ascoltare il respiro d’Ambra mi colse violenta. Tornai a inginocchiarmi e feci per avvicinare il mio volto al suo, ma fui tosto impedito da un inesprimibile sgomento. Mi arrestai lontano due palmi. La fredda fanciulla teneva gravosamente calate le palpebre, ma la sua bocca brillava socchiusa e tutta la pallidissima faccia splendeva. Non dubitai più che fosse morta e questa idea mi dié coraggio ad appressarmi al suo volto. Volli vedere un’ultima volta le divine pupille e sollevai col pollice e coll’indice le pesanti palpebre, ma non vidi che due occhi bianchi, da statua. Ritrassi la mano; le palpebre ricaddero. Allora mi invase una pietà profonda e fu tutta scossa l’irremovibilità del mio cuore.

Non volli più che quella bella creatura fosse morta, e come fanno i fanciulli sui leggiadri insetti agonizzanti, avvicinai la mia bocca alla faccia d’Ambra per ravvivarla col caldo alito mio. Le mie labbra caddero sulle sue, sentii l’avorio freddo de’ suoi denti che mi fece tremare. Un gemito di Ramàr mi scosse; tornai a ricompormi sulla scranna.

Egli dormiva ancora. Scoccarono due ore da un campanile lontanissimo. Stetti lungo tempo immerso in una strana novità di pensieri. Verso le tre sentii sotto la mia palma sinistra una sensazione di leggiero tiepore: Ambra non era dunque morta! Le toccai il polso: viveva; il suo seno, benché quasi impercettibilmente, ondulava sollevato e abbassato da un principio di respiro. La catalepsi era vinta. Io avevo salvato Ambra, io avevo impedito che tutto il suo sangue uscisse dalle sue vene; mi pareva d’averle infuso parte della mia vita, del mio calore, e riconoscevo ciò dispettosamente, irato contro la mia stessa virtù. Non so perché, mi pareva d’averla salvata troppo presto.

La commovente passività del cadavere era svanita. Il volto solo portava ancora il peso del letargo, ma le stupende forme dell’andalusa assumevano già, sempre più vivificate, una fatale potenza che m’annichiliva. Pure, se il sangue ch’io frenavo non era ancora stagnato, quella vita stava sempre sotto la mia mano e poteva giuocarla e illanguidirla a mio talento e rianimarla poi. Questa idea mi fece battere vertiginosamente il cuore, per immenso orgoglio, per acre curiosità, per desiderio violento. Del resto la lunga immobilità de’ muscoli aveva affrante le forze del mio braccio e della mano; provavo un estremo bisogno di mutar posizione. Se la vena era rimarginata, potevo liberarmi a mia voglia da quella catena. Sollevai un attimo la palma. Tosto una goccia di sangue rigò il braccio d’Ambra. Ricollocai immediatamente la mano sulla ferita, tutto sgomento. Bisognava tergere il braccio dalla macchia sanguigna prima che arrivassero i medici. Quel sangue era soavemente tiepido e più dolce del miele. Una goccia me n’era caduta sulla mano e l’avevo succhiata. Portai le mie arse labbra su tutta la striscia che maculava l’incantevole braccio dell’andalusa, e poco a poco giunto colla bocca presso alla viva fonte di quel voluttuoso sangue di donna, allontanai la mano, e mi posi a suggerlo a larghi fiotti come si sugge l’umore d’un preziosissimo frutto. A un tratto mi sentii ghermito spaventosamente pel collo e udii la voce di Ramàr ululare:—Vampiro!

Non feci un gesto per difendermi, benché sentissi la mia vena iugulare contorcersi sotto le dita di Ramàr; a un tratto la mano che mi strozzava si allentò e lo zingaro stramazzò per terra, fra i due letti, ai miei piedi. Io avevo già ricollocata la mia palma sulla ferita d’Ambra. Quell’assalto fulmineo mi ridonò la smarrita impassibilità del corpo e del pensiero. Così un meccanismo turbato è spesse volte rimesso a posto subitaneamente da un urto. Le violenze degli uomini produssero sempre questo effetto su di me: aumentarono la mia calma. Ramàr, disteso sul suolo, si dibatteva affannosamente sotto l’incubo del delirio. Egli subiva una grave reazione febbrile dacché l’ultimo pezzo di ghiaccio gli si era liquefatto sulla fronte. Ne’ suoi vaneggiamenti ritornava sempre più angoscioso il nome d’Ambra. Io aiutarlo non potevo; nel tempo che mi sarebbe occorso per rifasciare la testa di Ramàr colle bende gelate e riadagiarlo sul letto, Ambra avrebbe potuto morire. La coscienza della mia missione tutta ridestata costringeva tenacemente la mia mano al braccio della bella andalusa, tiepido ancora; il rimorso del fallo che avevo commesso poco prima, dava di sproni al mio dovere ch’era di non muovermi, per necessità che fosse, dalla posizione in cui stavo. Se Ramàr abbandonato moriva, la colpa non era mia. Avvertivo sugli angoli della mia bocca ancora il dolce sapore del sangue d’Ambra, purissimo. L’idea ch’io tenevo un poco di quel sangue nelle mie viscere, m’inteneriva stranamente. Sentivo anche una fitta dolorosa nella parte destra del collo, dove le ugne dello zingaro avevano serrato; ed ero contento di portare i segni dell’ira di Ramàr; questo pensiero mi alleggeriva il cuore da un grave peso indistinto. Mi rammento d’aver mormorato allora cinque o sei volte, guardando l’amante d’Ambra disteso a terra, queste parole in chinese: “eulh weï eulh, ngo weï ngo“¹.

¹ Traduzione letterale: te per te, me per me.

Quando i primi bagliori dell’alba illuminarono l’ambulanza, giunse il medico di guardia ancora scarmigliato e cogli occhi imbambolati dal sonno. Vide Ramàr svenuto, così come l’ho descritto, e tornò ad escire in cerca di soccorso. Alcuni minuti dopo entrarono nella sala cinque attori della compagnia, il medico, un clown e William Wood. Poi che lo zingaro fu rimesso a giacere sul suo letto, tutti accorsero ad Ambra. Essa respirava dolcemente. Il medico mi ordinò di staccare pian piano la palma dal braccio dell’ammalata.

Il sangue non colava più. Allora il medico disse a William Wood:—Se parla è salva.

Io che non mi ero mosso ancora dal mio scanno, avvicinavo di tanto in tanto una boccetta di sali ammoniaci alle narici d’Ambra.

Tutti aspettavano ansiosamente una parola dalla bocca dell’andalusa, tutti pendevano da quelle labbra mute. Poco a poco Ambra aperse gli occhi, ma soltanto poi parve realmente destarsi; guardò intorno stupita; quando s’accorse di me che tenevo pazientemente il sale sotto l’alito suo, mi guardò fiso in volto e mi disse con accento languido e gentile:—Grazie, buona donna.

Uno scroscio di risa plebeo assordò la mia testa; un fiume di sangue affluì al mio cuore. Mi guardai in uno specchio che mi stava di fronte, e ringraziai col pensiero la divinità che mi fece nascere nel paese degli uomini pallidi.

Qui una spiegazione mi pare necessaria; poi ripiglierò il mio racconto sommariamente fino a tanto che un altro fatto grave m’obbligherà d’arrestarmi. Ambra non mi aveva mai parlato, né, forse, visto prima di quella mattina in cui disse quelle malaugurate parole. Essa trionfava in una gloria così diversa dalla mia, che mai non s’avvide di me, né de’ miei campanelli di legno di sandalo. Che il suo sguardo di donna europea non avesse ravvisato sul mio volto l’aspetto di virilità, non me ne meravigliai io stesso, e ciò aumentava l’onta mia, giacché sul mio mento neppur l’ombra della lanuggine rivelava l’uomo, e le mie vesti chinesi e la mia treccia, che in quel giorno portavo attortigliata sul capo, potevano essere scambiate, da un occhio non avvezzo ai nostri costumi, per acconciamenti muliebri.

Quindici giorni dopo il dì della catastrofe, ch’ebbe per me conseguenze così bizzarre, lo zingaro e l’andalusa volteggiavano nel circo già gagliardi e lieti, fra le acclamazioni del pubblico.

Intanto tramavasi una beffarda congiura da’ miei colleghi contro di me; l’equivoco d’Ambra, tosto noto a tutta la compagnia, dava diritto all’infimo staffiere di sogghignarmi in faccia. Tutti si dettero parola di non palesare l’inganno all’andalusa, a fine di prolungare più che fosse possibile la celia e le risate. Nessuno mi chiamava più Mister Yao o Señor Yao come per lo innanzi, ma invece Miss Yao o Señorita Yao, e Ramàr si rallegrava di questa burla più d’ogni altro e cercava assiduamente l’occasione di rinnovarla. Quando Ambra mi rivolgeva il discorso, tutti trattenevano il fiato per poter squittire più fragorosamente dopo la parlata. Io intanto rimuginavo nella memoria il capitolo VII del Lun-yu, là dove Tseng-sse, l’amico di Kon-fu-tseu, dice queste savie parole:—Lasciati offendere senza mostrare risentimento,—e stavo ligio alla antica sentenza: non mostravo risentimento, ma nel profondo del pensiero contavo le offese, una ad una, e tenevo interna, indelebile nota.

La mia imperturbalità eccitava i derisori fino all’accanimento; quando lo scherno si mutava in rabbia, io trionfavo entro me; m’accontentavo intanto di questa pigra vendetta. Io, rettificare l’abbaglio ad Ambra, sdegnavo; il mio decoro non mi permetteva una così bizzarra rettificazione. La dignità mia non trovava altro modo d’atteggiarsi fuorché questo: dare a pensare cioè, ch’io credessi l’andalusa conscia e partecipe dello scherzo e che non me ne curassi. Brutto destino, amico mio, è quello di vivere in mezzo a gente di razza diversa dalla propria; l’amarezza di questo destino m’era stata un tempo raddolcita dalla fratellanza di Ramàr; ora egli stesso m’abbandonava.

La nostra amicizia aveva subíto come una specie d’attossicamento; evitavamo di incontrarci colle pupille.

Io lo studiavo di soppiatto. Volevo arrivare a scoprire se gli era rimasta nella memoria qualche reminiscenza di quella notte ch’egli m’aveva chiamato vampiro. Quella parola era stata pronunciata da esso in un attimo così violento, fra un assalto di delirio e una crisi di febbre; se anche egli se la rammentava, doveva, pensavo, confonderla cogli altri vaneggiamenti. In queste induzioni mi tranquillavo un poco, ma in una pace breve e non soddisfatta. Un punto nero stava fra me e lo zingaro tutte le volte che ci trovavamo di fronte: un punto nero, fatale, incancellabile, come quello che turba la vista d’una retina malata. Ed anche Ramàr vedeva quel punto; me ne accorsi poi tutte le volte che eseguimmo insieme nel circo il giuoco delle freccie, di cui ti narrai nelle pagine già scritte.

William Wood volle un giorno che quell’esercizio, da molti mesi trascurato, ritornasse nel repertorio degli spettacoli. Ubbidimmo. Ambra fu atterrita un poco a quest’annunzio; essa non si capacitava che una donna sapesse trar d’arco. Un clown la rassicurò con tal celia ch’essa ne rise e la paura scomparve. Il pubblico rivedeva con emozione intensa il nostro giuoco. Io ridiscendevo nell’arena a fianco di Ramàr come nei sereni giorni della nostra gloria comune.

Ramàr si piantava fermo, diritto, davanti alla mia mira, con aspetto più temerario, forse, di una volta; io però vedevo, sotto la finissima seta che lo copriva, battere il suo cuore. Il punto nero stava allora in mezzo a noi.

Pur le nostre pupille dovevano incontrarsi per forza. L’antica intuizione dei nostri sguardi era smarrita. Un’altra intuizione, tutta morale, le era subentrata. Quando le freccie dovevano correre lungo il costato, io mi trattenevo dolorosamente dal mirare il cuore palpitante di Ramàr; l’abitudine del polso e dell’occhio vinceva il traviamento della volontà, e la freccia, malgrado mio, si conficcava esatta rasente il contorno. Per tutto il tempo che durava il giuoco io e Ramàr ci leggevamo biecamente nell’anima; a giuoco finito il cupo incanto svaniva e riappariva il dubbio. Il pubblico applaudiva, ma lo zingaro aveva da me solo l’ammirazione che meritava, giacché io solo potevo essere allora il vero giudice del suo coraggio.

Fu appunto in quell’epoca che io, sempre deriso, per distrarmi dall’astio e per rifugiarmi in un affetto qualunque che mi fosse accessibile, mi diedi all’ammaestramento dei cani.

In quel nuovo stato della vita mia avventurosa imparai a conoscere cinque buoni amici, i più umani, i più nobili di quanti ne avevo sperimentato fin allora. Li trovai nelle stalle del circo dove miseramente vivevano, e li portai nella mia cameretta e attesi alla loro educazione.

Questi miei ottimi amici erano due cani barboni, un bassetto, un bracco e un stupendo bull—dog d’un anno, mio prediletto fra tutti. Quando nel tempo della mia senilità mi dedicai all’ammaestramento degli uomini, non riscontrai fra i miei simili tanto intelletto d’amore e di ragione quanto ne avevo ammirato in quelle umili bestie. Io insegnavo a ciascuno di quei cani certe meravigliose facezie da far ridere il volgo e ciascuno d’essi insegnava mutuamente e in vario stile a me le virtù d’umanità, che gli uomini m’avevano nascosto. Imposi ad essi dei nomi cinesi.

Uno dei due barboni, il più ilare, il più bianco, lo chiamavo Ani-kaine (buon augurio). Scing-tscie (perfetto) era il nome dell’altro. Chiamava il can bassetto Buddha, perché realmente quando stava in riposo assomigliava all’idolo del nume per la pingue serenità del suo volto. Ta-fu (mandarino) era il can bracco. Al giovane bull-dog avevo imposto il nome uomo (Gin). E così vivevo nel consorzio de’ miei amici amandoli e conversando con essi nella mia lingua materna, e da essi riamato. Gin, forse perché più giovane degli altri e più violento negli istinti suoi, per la fierezza della razza, mi si affezionò appassionatamente e in breve tempo. Egli aggiungeva pregio all’affetto perseguitando i miei colleghi coll’odio suo. Io esercitavo questo generoso animale nelle doti mirabili del corpo più che nella memoria: Gin saltava una barriera di sei metri d’altezza. Il mio affetto per questo cane era così coscienzioso che non volli mai umiliare l’indole sua caratteristica coll’applicarlo alle buffonesche celie che si impongono agli altri cani così detti sapienti; e di questo delicato rispetto Gin pareva riconoscente. Io stesso scopersi che fra il mio ed il suo volto correva una rassomiglianza bizzarra, proveniente dal naso schiacciato e dalla esiguità del labbro superiore, che lasciava due denti scoperti sul davanti delle nostre bocche. La prominenza dell’osso frontale dava al cranio di Gin ed al mio la stessa espressione grave e meditabonda.

Una affinità singolarissima, della quale m’onoravo, mi legava al giovane molosso. Gin odiava i miei nemici forse più che io stesso non li odiassi, e da essi era egli pure ferocemente odiato; pur non osavano offenderlo né offender me in presenza sua, perché un giorno ad un clown, che in pieno circo mi gettò per brutta celia una corda al collo, s’avventò il bull-dog alla gola, e la mia autorità bastò appena a salvare il beffardo.

A questi cinque cani dimenticai di aggiungere un sesto e dimenticai perché poco o nulla lo amavo, tanto mi pareva inintelligente e pigro. Era un catellino chinese di lungo pelo, obeso nelle sue movenze e tutto tenerello nelle sue membra, uno di quei piccoli cagnuoli che nei nostri paesi si mangiano dagli uomini e son tenuti per giottornia perfetta quando sieno bene scuoiati e molto accuratamente purgate le loro interiora e cotti in quattro cucchiaiate d’olio d’oliva e in due di miele, insieme a pistacchi e cipolle. Di questo minuscolo cane ch’era venuto cogli altri, io non ne facevo nulla; pur me lo tenevo perché sapevo che ad Ambra piaceva ed aspettavo l’opportunità d’offrirglielo e farmene così un vanto.

Un giorno William Wood venne al mio canile e mi disse:

—Yao, ho destinato per te (quel “te” patronale plebeo, basso quanto il nostro “ju“, squarciava le mie orecchie), per te e le tue bestie una camera assai più vasta di questa.

Lo stesso dì Yao, Gin, Buddha, Ani-kaine, Ta-fu e Scing-tscie e il cagnetto chinese mutarono quartiere. Quel nostro nuovo ricovero era un ampio locale attiguo alla camera d’Ambra (non ti dissi che tutti noi dimoravamo nel circo?); la porta dell’andalusa e la mia riescivano sullo stesso andito, il quale non dava uscita a nessun’altra stanza. Quando fui lì co’ miei cani, William Wood, che ci aveva seguiti, disse, additando a destra:

—Qui dimora la bella andalusa; so che molti calabroni vorrebbero ronzarle d’attorno; scopersi alcuni biglietti ne’ mazzi di fiori che le vennero presentati iersera dai damerini delle loggie. Che ciò sia, è naturale, e fin che i tentatori ronzano e non pungono, fanno assai bene e li lodo; aumentano così il rumor della fama intorno ad Ambra; ma se uno solo d’essi arrivasse a pungere, il mio danno sarebbe irreparabile. Una danzatrice che pel pubblico è casta, frutta l’ottanta per certo, e assai meno se non lo è. So che Ambra ama Ramàr e ciò mi piace e mi rassicura un poco. Pure sarò più tranquillo ora che tu, saggio ed accorto, dimorerai qui co’ tuoi cani. Bada di far buona guardia. Ambra non indovinerà lo scopo pel quale ti ho collocato così vicino ad essa.

—Farò buona guardia,—risposi. Wood escì confortato. Allora io chiamai:—Gin!—e tosto il bull-dog si slanciò contro le mie ginocchia.—A noi due,—gli dissi, e Gin dimenava la coda così gaiamente come quando leggeva ne’ miei occhi qualche lieto pensiero.

Ramàr, allorché seppe la mia nuova dimora (Wood stesso gliela indicò e gliene confidò lo scopo ed io ero presente), s’oscurò in fronte; poi disse assai turbato:—Non può essere!—Ma Wood riprese tosto:—E perché non può essere? guardiano migliore del nostro chinese non troveresti in tutta Lima. Ambra sarà rallegrata dalla vicinanza di miss Yao. Sai che essa ride sempre guardandolo in viso. Aggiungi ch’egli è devoto ad Ambra e che le salvò la vita con un miracolo di pazienza.

—È vero, è vero,—rispose lo zingaro, e rise come ad una sua ubbia segreta e stolta e mi stese la mano.

Wood continuò:—e anche i suoi cani sono utili. Le macchinazioni dei nostri signori di Lima potrebbero esserci fatali. Quando sarete sposi (Ramàr stringeva sempre la mia mano) il custode d’Ambra sarai tu (e Wood sorrideva) e saprai custodirla meglio che una intiera muta di segugi e cento chinesi; ma la moralità del nostro circo impedisce che tu ora viva troppo d’accanto alla fidanzata.

Scorsero due placide settimane, senza avvenimenti nuovi. Ambra mi credeva sempre una donna, ed a me conveniva il lasciarglielo credere per non isgomentarla d’un tratto e per non perdere nulla della sua lieta famigliarità. La assistevo spesso quando s’acconciava per comparire nel circo; stavo allora in mezzo alle sue serventi, né queste si meravigliavano della mia presenza e, ben lungi dallo scandolezzarsi, sorridevano come d’un fatto di nessun conto. Io divoravo silenziosamente la mia vergogna e colla vergogna un’acre gioia segreta.

Spesso quando Ambra esciva dal bagno, io, chiamato da essa, accorrevo. La trovavo seduta sulla sponda della vasca, avviluppata in una tunica scarlatta di finissima lana. Nella camera vaporavano ancora i caldi fumi dell’acqua. Il sole del meriggio filtrava attraverso le tende di seta gialla e illuminava un pezzo di sapone opalino che appena estratto dal lavacro scivolava da sé, lentamente, sui gradini di marmo del bagno, come una cosa viva. Io, senza dir parola, poiché già sapevo a quale ufficio ero chiamato, cercavo sotto allo specchio una lima d’argento e una piccola cesoia e un pezzo di pomice e una fiala d’olio odorifero; poi m’inginocchiavo davanti la bella andalusa e pigliavo nelle mie mani i suoi piedini nudi e in un soffice lino li asciugavo ben bene, con quella cura con la quale un intagliatore d’avorio terge i suoi ninnoli preziosi. Indi collocavo sul mio naso un paio d’occhiali da presbite che serbavo esclusivamente per l’opera a cui stavo per accingermi, acciocché la mia vista, meravigliosamente acuta per discernere da lungi, ma sulle minute vicinanze un po’ fiacca, non avesse a tradirmi. Essa allora rideva d’un ridere represso da bimba e mi sporgeva il suo piede più asciutto, sul quale io incominciavo il mio lavoro di cesello e d’intaglio, che nessun testimonio profano turbava. Ho ancora impresse nella memoria una ad una le unghiette di quei piedi incantevoli. Nell’ovale di ciascuna d’esse io ravvisavo una certa vaga espressione di volto; la più leggiadra era quella del quarto dito del piede sinistro; i pollici robusti brillavano come un fulgido quarzo; su’ due mignoli apparivano due unghiettine, vaghe cornee dilicate così che era un intenerimento a vederle, benché avessero un poco la curva di due artiglieri nascenti. Io limavo, levigavo, tornivo, arrotondavo quelle opale, quelle madreperle con tocco leggiero e devoto. Ambra di nessun altro si fidava fuorché di me in quella operazione paziente, e ciò venne da un giorno che mi vide, per mio sollazzo, scolpire sull’avorio alla maniera dei nostri diligenti artefici. Io di questa fiducia sua me ne stavo orgoglioso. Il mio fido Gin m’accompagnava quasi sempre. Mentre io lavoravo essa accarezzava il cagnetto chinese che io le avevo donato e che teneva assai caro, accoccolato nei tiepidi lini del bel grembo. Sotto la sua tunica scarlatta Ambra non aveva altre vesti, e a volte, mentre le mie mani erravano da un all’altro dei sottili ordegni coi quali abbellivo i piedi dell’andalusa, il mio sguardo si smarriva un po’ più alto degli alabastrini malleoli, nella rosea penombra delle carni colorate dalla intonazione calda delle pieghe vagamente succinte.

Il mio cuore batteva allora violento, gaio come un applauso interno, e lo era, perché io trionfavo segretamente di coloro che credevano beffarmi.

Quando, compiuto il lavoro, mi sollevavo da terra e mi rimettevo sui calcagni (io che pur sapevo resistere per molti minuti penzolante col capo in giù dall’alto d’un trapezio, senza temer vertigini), sentivo in quel momento alla tempia ed al petto un subbuglio di sangue così impetuoso che mi faceva traballare.

Un giorno che m’ero appena quetato da questo turbinio delle arterie e m’avviavo alla porta della camera per escire (Gin mi seguiva passo passo), incontrai Ramàr sulla soglia, che entrava. Io evitai, non so perché, di fissarlo nel volto. Ad un tratto il mio bull-dog ruggendo gli si avventò al petto come una fiera; un mio comando bastò a salvare Ramàr, che con un bel sorriso sulle labbra corse a tranquillare Ambra sgomenta. Io percossi il cane, che mi guardò con uno sguardo di disapprovazione sommessa, e li lasciammo soli. Mentre m’allontanavo udii Ramàr mormorare ad Ambra quel proverbio spagnuolo che dice: tal padrone tal cane, e ciò mi dispiacque e biasimai nel mio interno l’amico d’aver mormorato alla sua bella una malignità a mio riguardo che sentivo di non meritare. Gin mugolava ai miei piedi dimenando la testa come un muto che cerca ansiosamente la parola. Il bull-dog prima d’allora non s’era mai mostrato ostile allo zingaro e tanta repentina ira non poteva spiegarsi senza una causa. L’istinto meraviglioso del cane aveva visto qualche indubbio segno di malevolenza verso di me nello sguardo dello zingaro. Promisi a me stesso di studiare l’occhio di Ramàr e di trar vantaggio dall’avvertimento della povera bestia, poiché il filosofo dice:—Se ascoltate attentamente le parole d’un uomo e se scrutate le pupille de’ suoi occhi, come mai potrebb’egli celarsi a voi?

Da quel giorno Ramàr non poté più penetrar nella camera d’Ambra senza rischio per via della guardia del cane e de’ suoi latrati che attiravano gente con grande ira dello zingaro e soddisfazione di William Wood.

Avvenne poco tempo dopo ch’io, nell’escir dalla mia camera più tardi del consueto e nell’avviarmi col bull-dog ai trapezi per le esercitazioni del mattino, m’imbattei in un gruppo di dieci o dodici compagni, fra i quali scorsi Ramàr. Ridevano tutti sguaiatamente; ma quando mi videro da lungi, si ricomposero e parvero proseguire una animatissima conversazione in cui ripetevasi spesso la parola “scommessa”. Come fui loro d’accosto, Ramàr con piglio allegrissimo mi disse:

Señora Yao, capiti appuntino. C’è qui Flibbertigibbet (e accennò il clown inglese) che non istima abbastanza il tuo cane.

—Salta lungo, ma non salta alto,—aggiunse strillando il clown.

—Flibbertigibbet scommette che a tre metri d’altezza Gin non coglierebbe un pezzo di lardo,—soggiunse Ramàr.

—Distinguo. Non ho detto un pezzo di lardo,—replicò il clown;—ho detto un pezzo di pane.

Questo “distinguo” sottile fece ridere la comitiva, e lo zingaro ripigliò:

—Vada pel pezzo di pane! Io scommetto un dollaro che Gin a tre metri d’altezza lo coglie, se è Yao stesso che glielo porge.

—Non ne dubito,—dissi io.

All right! Dollaro per dollaro, acconsento alla scommessa. Dov’è il pane?—gridò il clown.

—L’ho qui io,—-rispose Ramàr, estraendo una mollica informe dalla sua tasca. Io presi il pane, salii su d’un tavolato. Flibbertigibbet in quattro salti corse a provvedersi d’un metro, misurò lo spazio stabilito dalla terra alla mia mano. Tutti mi stavano d’attorno con certe faccie stranamente immobilizzate in un bizzarro sorriso. Io gridai:—Gin, hop!—e il buon dog spiccò un salto e colse il pane mirabilmente bene e lo ingoiò tutto lieto come per ricompensa a se stesso della fatica fatta.

All’indomani mattina, quand’io mi destai, trovai il mio povero Gin morto; una gomma verdastra gli esciva dalle nari. Allora mi sovvenne di non aver visto Flibbertigibbet pagare il prezzo della scommessa a Ramàr, e mi ricordai dello sghignazzo infernale che scoppiò nella comitiva quando Gin inghiottò il pezzo di pane. Infamia! m’avevano avvelenato il mio dog, e Ramàr aveva posto nelle mie stesse mani il veleno. Quando riconobbi ciò, lo sdegno mio fu così violento che in sulle prime soffocò il dolore. Poi piansi amaramente. L’alba spuntava appena; tutti dormivano. Raccolsi il cadavere del mio povero Gin e scesi nell’arena. Là, sotto al mio trapezio, scavai una fossa e seppellii la povera bestia; poscia rassettai diligentemente la sabbia dorata sulla sepoltura e ripensai le parole di Confucio: “Se un uomo ti offende gravemente una volta, non mostrare risentimento; ricordati l’offesa, ma non correre ancora alla vendetta”. Mi prostrai sulla fossa del cane e presi in mano la mia lunga treccia e feci un groppo alla sua estremità; poi dissi a me stesso:—Ramàr mi ha offeso una volta.—E rientrai nella mia cella.

E mi diedi ad assaporare irosamente l’amarezza dei miei pensieri. Dissi a me stesso che in terra non mi restava più nessun affetto. Senza madre (un presentimento incessante mi susurrava nel cuore che dovevo esser orfano), senza amici, senza amore, straniero, deriso, avevo collocato in quel povero bull-dog tutta la tenerezza di cui mi sentivo capace. Egli divideva le mie fatiche e i miei rancori; non ero uno straniero per quella povera bestia; quando quell’onesto cane mi guardava dilatando le labbra del suo grugno sagace e mostrando gli acutissimi denti come una persona che ride, non mi guardava coll’occhio sospettoso di Ramàr, non rideva col riso beffardo dei clowns. Povero Gin, era morto! me l’avevano ucciso! Mentre il mio dolore muto m’abbruciava l’interno petto come un fuoco rinchiuso, udii graffiare sul basso dell’uscio; lo apersi e mi trovai fra i piedi il cagnoletto chinese prediletto dell’andalusa. Lo sollevai da terra pigliandolo per la pelle del collo, afferrai un coltello e lo scannai. Lo scuoiai poscia, e purgate ch’ebbi le sue interiora, accesi un fornello e posi a cuocere l’animaluccio pingue in una certa mia pentola, con un po’ di mele e di cipolle, commestibili questi che tenevo sempre ne’ miei ripostigli.

In un paio d’ore il manicaretto fu all’ordine; lo trinciai accuratamente e mi accinsi a mangiarlo. Intanto udivo dal di fuori Ambra che correva di qua e di là e chiamava ad alta voce:—Niño! Niño!—ch’era il nome da essa imposto alla bestiuola. Io rosicchiavo gli ossicini di Niño coi miei denti robusti, quando si aperse l’uscio ed entrarono Ambra, Ramàr e Flibbertigibbet.

Ramàr mi chiese:—Ov’è Niño?

Io, compiendo tranquillamente il gesto voluto dalle mie parole, risposi:—È qui, e se posso offrirvene una costola…

Ambra svenne. Ramàr la soccorse indirizzandomi parole di furore. Io replicai, continuando a rosicchiare i garetti di Niño, che il cagnuolo era mio e che potevo farne il mio pro’ quando volevo. Non feci la minima allusione all’avvelenamento di Gin. Ramàr trasportò Ambra nella camera attigua.

Flibbertigibbet, che si smascellava dalle risa, corse a raccontare a tutta la compagnia il caso di Niño che gli pareva stranissimo. M’avvidi troppo tardi che avevo commesso un errore. La vita di scherno nella quale m’illividivo da tanto tempo s’aggravò dopo quel fatto. I miei colleghi mi chiamarono d’allora in poi il mangia-cani, soprannome che in China non sarebbe parso per nulla vergognoso, ma che pareva ridicolosissimo a quella gente plebea.

La storiella varcò le mura del circo, passò nelle gazzette e macchiò la mia rinomanza.

Quando entravo nel circo, ai dì delle rappresentazioni, le damine galanti, nascondevano per celia i loro catellini avanesi, fingendo di temere che li dovessi divorare belli e crudi, e ridevano.

Ho avuto sempre cura d’analizzare i moventi delle risoluzioni repentine della mia vita, le quali furono per buona sorte poche. Così, perché tu mi assolva un poco dal mio errore, voglio aiutarti a scoprire le cause che mi spinsero all’uccisione del cagnuolo dilettissimo ad Ambra. Le cause minori furono l’istinto di rabbia contro l’amante dell’andalusa che m’aveva attossicato il povero bull-dog; l’antipatia invincibile che nutrivo contro quell’obeso Niño; un brutale bisogno di distruggere una creatura viva per vendicare il mio Gin e me stesso. Ma il movente maggiore di quel fatto di sangue, di miele e di cipolle, mi venne da un lungamente maturato bisogno di ghiottoneria, di cui era forse inconscio io stesso nel momento della catastrofe. Il Niño d’Ambra era l’ideale delle mie merende e delle mie cene. La vendetta fu il pretesto della gola. E quella fu la terza e, fino ad oggi, ultima volta che la mia innata ghiottoneria m’aveva tratto ai cattivi passi.

Un’altra volta questo malo istinto mi valse quella tale staffilata che mi diede il gin-mù quando nella stiva del vascello andai alla cerca delle cose dolci promessemi dalla madre. E quando dieci anni dopo succhiai il dolcissimo sangue della voluttuosa vena dell’andalusa, fu la seconda volta. Ma tu sorridi, savio Meng-pen, col sorriso di chi nota un errore nella dimostrazione di un teorema, e i tuoi occhi mesti non concordano coll’espressione della tua bocca. Ma lasciami proseguire il racconto.

Una sera, dopo gli spettacoli, stanco di servire da bersaglio alle beffe dei clowns e alle risate del pubblico (Flibbertigibbet aveva attaccato quella sera un pezzo di lardo all’estremità della mia coda, senza che me ne fossi avvisto, per modo che tutti i cani e tutti i gatti del circo mi stavano alle calcagna con grande tripudio della plebe), irritato, eppur con passo paziente, mi diressi verso la camera del direttore. Trovai William Wood intento a numerare dollari e banconote.

—Che c’è di nuovo?—mi disse come appena mi vide.

Io risposi con voce umile, ma franca:—Domando la mia licenza, voglio partirmene dal circo.

Uno scroscio di risa riempì così fattamente le fauci di William Wood che queste parole smozzicate s’udirono appena:

—E perché, miss Yao?

—Parto perché sono un ginnasta e non un buffone, sclamai risolutamente.

—Sta bene, sta bene, sta bene—ripeté cantarellando l’americano; m’accorgo che hai bisogno di leggere certa scrittura.

E mi porse una vecchia carta, un contratto. Discesi cogli occhi alla firma e lessi un nome a me ignoto: Tom Tompson. Poi nel mezzo di una linea scorsi il mio nome, “Yao”, e nella stessa linea queste due parole: “tremila dollari”, e più sotto, alla distanza di tre righe: “venduto, colle vesti che indossa e con una preziosa edizione di Confucio, a William Wood direttore del Circo di Lima”. Altro non lessi. Mi appoggiai ad una parete e rividi in un baleno della memoria l’orrendo stivaggio del vascello del pastore d’uomini. Tom Tompson, il gin-mù, aveva ingannato mia madre. William Wood sorrideva. Ero uno schiavo!

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Arrigo Boito – Iberia

I.

L’epoca di questo fatto ci è ignota; il paese è la Spagna.

Un cavallo corre furiosamente per campi deserti, un cavaliere lo sprona, nero l’uno, nero l’altro; ravvolti nelle pieghe d’un immenso mantello, sembrano una nuvola d’uragano che voli, radendo la terra, col fulmine in grembo. Il cavaliere nasconde la sua faccia in un ampio cappuccio. Sotto quella tenebrosa coperta si possono supporre tutte le schiatte umane di tutti i tempi, lo spagnuolo, il saraceno, l’hidalgo; la corazza di ferro del quattrocento, il giustacuore di cuoio del cinquecento, la giubba di velluto del seicento vi si potrebbero parimenti celare. Quel fosco mantello è una larva che maschera un uomo e un secolo. Alla oscurità delle vesti, la vertigine della corsa s’aggiunge per fare più inafferrabile ancora quel mistero volante.

Veduto da lungi, il cavallo disegna nel vuoto colla curva delle zampe balzanti un arco d’aereo ponte che si ripete sterminatamente per la campagna. Lo scalpito metallico de’ ferri scande sul terreno un ritmo stringato e preciso come i trochei di Pindaro. Quel cavallo ha il volo e il metro dell’ode. I pioppi sfilano in processione sotto gli occhi del cavaliero e le loro fronde, smosse dalla brezza del vespro, rendono suono d’applausi lontani.

Chi è quel fuggiasco? In che secolo vibrarono i palpiti di quella corsa? nel grande oceano delle ore quali furono i minuti marcati da quel galoppo furente?

A che giova saper la cifra del tempo!?

Il cuore non muta, la terra non si trasforma per variar di secoli e di storia. Regni in Granata l’Abenceragio o Filippo II, domini sulla Spagna intera il fanatismo del turbante o della croce, vigili sul trono di Madrid il genio di Carlo V o vi dorma l’idiotismo di Carlo II, che importa ciò al trovator di romanze e al monte dell’Estremadura? L’uno canterà sempre le sue albe sotto il terrazzo della dama sua, l’altro coronerà sempre di fiori la cima delle sue antiche palme. Ciò solo che sta fra l’uomo e la natura appar mutabile: leggi, costumi, scienze. Un divino impulso spinge codeste labili forme verso un perenne moto d’ascensione; ma né le sante virtù del cuore ponno farsi più sante, né le belle virtù del creato ponno farsi più belle.

La storia che raccontiamo è l’eterna storia dell’amore nell’eterno paese della poesia; non mettiamo date all’eternità.

Il cavallo non s’arresta, non s’allenta mai. Tutte le fiumane di Leone e di Castiglia passarono già sotto il suo volo; d’un balzo varca l’Esla, d’un altro balzo l’Orbigo, d’un altro balzo la Duera; pure, giunto presso gli orli della Pisurga, esita, ma l’uomo che lo cavalca, implacabile, feroce, gli conficca gli sproni ne’ fianchi, alcune goccie di sangue cadono sulla riva, il puledro si dibatte fra le ginocchia del cavaliero, spicca un salto portentoso, e la Pisurga è varcata ed è ripresa la fuga, e passa Valadolid e passa Zamora e si sprofonda nelle più selvaggie regioni dell’Estremadura. La linea del suo viaggio parte da Salamanca e va alla montagna. Ogni suo sbalzo divora dieci cubiti di terreno, la sua unghia ferrata ripete sul suolo quel gesto nervoso che fa la mano di chi sfoglia rapidamente un libro e getta pagina su pagina. Così quel cavallo scaglia dietro di sé trionfalmente le leghe percorse.

Il cavaliere si volge con orgogliosa movenza verso la propria ombra che il sole tramontando profila per terra; la vede disegnarsi lunga lunga e incurvarsi leggiera in un vano del colle, simile alle figure bizantine delle alte cupole orientali. Davanti ogni croce che incontra s’inchina devoto fino a toccar le briglie col capo. E viaggia. Senza questi segni manifesti di adorazione cattolica, ei si direbbe un evaso dai roghi del Sant’Ufficio che provò già i primi lambimenti del fuoco.

La notte sale sulla montagna e il bruno cavallo con essa. Le due Castiglie s’addormentano nel buio senza neanche un auto-da-fé per fiaccola notturna.

Un soffio di vento fa cadere il cappuccio sulle spalle del cavaliero, e il cavaliero schiude il suo volto alla limpidezza del cielo. È un giovanetto bello di bellezza ideale, biondo come un bambino e abbronzito come un guerriero. Gli arcangeli che pellegrinavano sulle sabbie della Palestina ai primi anni di Cristo, dovevano risalire l’azzurro abbronziti così. Ed egli aveva dell’arcangelo anche la vaga età, come la ideava Murillo, errante fra i quindici e i dieciott’anni. Al pudico ceruleo degli occhi si avrebbe detto quindici, al fiero congiungimento delle labbra si avrebbe detto dieciotto. Egli correva ancora, benché il sentiero salisse erto e selvoso.

La notte s’avanzava e il bel cavaliero tornava a nascondere il suo viso nella folta penombra, il suo viso apparso come meteora, un istante, fra i fuggenti riverberi del crepuscolo. Giunto a una più erta salita, scende di cavallo e cammina. Alla foga quasi paurosa è succeduta una più paurosa lentezza. Il giovanetto fa passi radi, brevi e tremebondi; il suo cavallo affranto lo segue.

Giunto a mezzo del monte incomincia a cantare un’alba provenzale che l’eco della valle deserta ripete così:

          Erransa
Pezansa
Me destrenh e m balansa;
Res no sai on me lansa,

e continua a salire sempre più lento per vie sempre più selvaggie.

Mancano due ore a mezzanotte quand’egli arriva agli spaldi d’un immenso castello ritto sul ciglione d’una rupe. Il giovanetto lega il suo puledro alla massiccia balaustra del ponte levatoio; poi s’appoggia col gomito sulla sella e rimane immobile in quell’atteggiamento qualche minuto. Indi ripiglia a cantare con voce intensa e tremante:

    Nacido en Castilla,
Enamorado en Leon,

e un’altra voce più fluida e più bianca risponde:

    Nacida en Leon,
Enamorada en Castilla,

e il ponte levatoio è abbassato, ed appare una forma bianca come la voce che aveva cantato, e il giovanetto passa, e s’odono, in fondo al porticato oscuro, mormorar questi nomi:

“Estebano”.

“Elisenda”.

II.

—Principe, mi apparite più veloce del sogno e più pronto della speranza!

—Mi posi in viaggio all’aurora con tre puledri, uno bianco, uno sauro e uno nero; salii sul bianco a Castiglia, gli altri due mi seguivano. A Palenza il bianco morì e salii sul sauro; a Salamanca il sauro morì e salii sul nero, che ora dorme laggiù fuor dello spaldo.

—Cugino Estebano, il sangue dei nostri grand’avi bolle fieramente nelle nostre vene. I re di Castiglia erano chiamati aguilas en sus caballos.

—E le regine di Leone erano dette fadas en sus castillos, principessa Elisenda, graziosa cugina mia.

L’accento di quest’ultime parole sonò grave e oscillante sulle labbra del giovanetto, come la cadenza d’un canto.

—In dieci anni che non ci siamo visti è cresciuta in voi la statura del corpo e la gentilezza della parola. Vi stanno ancora nella memoria le serenate di Valadolid?

—I due versi che ho cantato poc’anzi ve ne fanno fede. Avevo sett’anni quando li composi per voi nel parco della defunta principessa Blanca vostra augustissima madre; e cinque anni avevate voi quando per la prima volta mi rispondeste cantando come questa sera.

—Sì; me ne rammento tanto, tanto. Io vi chiamavo Menestrello e voi mi chiamavate Reina. Voi portavate i miei colori, io ripetevo le vostre canzoni; e mi ricordo d’una volta che vi nascondeste nel bosco dei leandri per piangere un giorno intero quando scopriste che il verso Enamorado en Leon era sbagliato; né prima ve n’eravate accorto, né poi lo sapevate correggere.

—E non l’ho ancora corretto, principessa.

—Spero che non lo correggerete mai.

Dopo queste parole il castello echeggiò alle risate dei due giocondi cugini.

Indi Estebano ricominciò:

—E Don Sancio, il vostro buon nonno, come morì?

—Povero nonno! morì di vecchiaia, la morte del leone. Egli presentiva l’ora della sua fine. Tre dì prima di andarsene in paradiso vergò il suo testamento, quello che leggeste ieri a Castiglia; piegò, suggellò e v’inviò egli stesso lo scritto. Il giorno dopo, che fu ieri, escì dal castello coll’archibugio ed uccise tutti i corvi e tutti gli avvoltoi di queste gole; poi si riposò. Oggi, prima dell’alba, mi prese per mano e mi condusse sulla cornice d’un burrone, da dove quel forte vegliardo soleva ogni dì contemplare il crepuscolo. Lì, sull’orlo dell’abisso, appoggiando la schiena contro la roccia nuda, parlò a me, che lo guardavo dal ponte, così: “Principessa Elisenda de Sang-Real, figlia di colui che nacque dal figlio di tutti i re di Leone, sappiate che oggi, quando il sole comparirà in questa rupe, io sarò morto. Non piangere, ma ascolta. Quest’aurora è il tramonto mio”. (Ed egli mormorava ciò mentre voi, cugino, sellavate a Castiglia il cavallo bianco). “Ti ricordi”, soggiunse, “a Madrid quel vecchio toro che non sapeva più combattere nel circo e che penava a morire? Tu eri ancora bambina e ridevi guardandolo e lo beffavi: io, per moderare il tuo riso, che non s’addiceva a prole di regnatori, ti dissi:—Donna Elisenda, sul davanti della vostra bocca ognun vede che manca qualche tenero dente di latte—; allora ti facesti seria e chiudesti le labbra. Oggi che hai tutti i tuoi denti e che nessuno ti scorge, puoi sorridere, figliuola mia; il toro decrepito c’è ancora”. E intanto che il vecchio parlava s’udì nell’alvo dell’azzurro il gorgheggio della prima lodola. Don Sancio levò la testa come per cercare nell’aria l’augellino canoro e poi sclamò: “Ecco già il grillo del paradiso! Da queste vette al cielo c’è poca distanza… tu non aver paura, figliuola, non turberò le tue notti. Per sola esequie accenderai nell’oratorio, questa sera, l’antica torcia benedetta che fu la face tutelare della nostra stirpe, da Alfonso VIII fino a te. Abbi gran cura di quel sacro cero, bada che per ispegnerlo ci vuole l’alito d’una sposa; ti sarà spiegato poi questo mistero. In quella fiamma è chiuso il fato della nostra razza. Quel cero fu tratto dall’arnie che popolano le valli dove nacque Gesù; lo portò da Terra Santa uno de’ nostri avi eccelsi. Il profetico frate che glielo porse gli disse:—Finché questo cero arderà vivranno i troni di Spagna.—D’allora in poi avemmo sempre per costume d’accendere quella preziosa reliquia ad ogni nostro funerale e ad ogni nostro imeneo. Ora non puoi ancora comprendere tutta la sapienza dell’oracolo avvinto alla vetusta reliquia. Sappi soltanto che l’alito d’una vergine, su quella vergine cera, estinguerebbe insieme alla fiamma la grazia divina che veglia sulla nostra progenie, e la progenie sarebbe spenta con essa. Elisenda, le anime dei tuoi figliuoli si accenderanno alle faville di quel cero serafico, ma prima di spegnerlo attendi Estebano tuo. Egli arriverà questa notte, gli ho scritto; arriverà questa notte, ti sposerai ad Estebano; un vecchio moribondo è vicino a Dio più del più santo sacerdote, ed io stendo verso di te la mia mano non ancora tremante e benedico il tuo regio imeneo. Gli angeli veglieranno sul sacro connubio dei due ultimi dilicati rampolli di Sang-Real”. Poi pronunciò parole così oscure e così profonde che io non le compresi. “Pensa, Elisenda”, soggiunse, “che dal tuo grembo sorgerà la storia dei secoli venturi; dell’alta quercia imperiale, che dilatò le sue ombre fin sull’Asturia e sull’Aragona, due ramoscelli rimangono ancor vivi. Dio unirà questi due ramoscelli che diventeranno una sola ed eterna radice. Da donna Urraca e da Alfonso el Batalador nacque la nostra gloria passata; da donna Elisenda e dal principe Estebano de Sang-Real sorgeranno le nostre glorie future. Bimbi leggiadri ed augusti, siete fiorellini di re, siete semi di re! e come da una sol’ape coronata pullula l’intera popolazione degli alveoli armoniosi, così popola tu, figliuola, gli alti troni del mondo! Estebano, Elisenda: amate, germinate! Offro a Dio in olocausto questi lunghi anni di romitaggio e di umiltà, pei quali piacquegli conculcare temporariamente la mia imperiale famiglia. Ma in premio della mia perduta potestà chiedo a Dio per le creature delle mie creature una imperitura dominazione. Ricordati, Elisenda, delle somme virtù che furono fregio alla tua schiatta possente; riuniscile tutte in te e ciò sia la tua religione:

    Alfonso I era chiamato il cattolico;
Alfonso II era detto il casto;
Alfonso III era denominato il grande:
Sancio II il forte;
Alfonso VIII il nobile;
Alfonso X il savio;
e Pietro I il crudele.

Se tu non ispregerai nessuna di queste antiche virtù da monarca, e se ti comporrai con tutta la salda armatura dell’anima, sarai genitrice d’eroi, e Ceuta e Tunisi e Melilla e Cuba e Venezuela e San Domingo e Navarra ritorneranno Spagna. Io vissi umile in faccia ai signori d’Europa, ma pur volli per asilo alla mia umiltà la più elevata cresta dell’Estremadura. Tu da umiltà guardati come da peccato; sappi trarre dal meditato abbassamento mio cagione d’auge ai nepoti. L’umile passa inosservato sotto gli occhi dell’Altissimo che creò le alte montagne; l’incenso che sale da loco basso e nascosto offende le nari dell’Onnipossente. Dio è l’eterno orgoglio che regge la vita dell’Universo. L’umiltà è la virtù delle turbe. Gesù sta ben ritto davanti alla plebe prosternata, e chi vuol favellare a Filippo II, foss’anche un duca di Medina Celi, dee piegare il ginocchio. Nessuno può essere più alto del re…”

—E intanto il sole saliva dietro la montagna che era di fronte a Don
Sancio, ed irradiava le vette che gli stavano sul capo. Il nonno
misurò collo sguardo e colla mente il corso della luce e sclamò:
“Ancora un’ora di vita!”

—Poi si raccolse nei suoi pensieri.

—Dopo mezz’ora si scosse dicendo: “È tempo ch’io mi confessi”. Allora si fece il segno della croce, si curvò col capo sull’abisso profondo che si squarciava sotto ai suoi piedi, e, incurvando le mani alla bocca in forma di portavoce, mugghiò verso il precipizio: “Tu sarai il mio confessore”. La sua parola si perdeva nel burrone, squillante come la nota d’un corno da caccia. La voragine, co’ suoi tortuosi meandri, pareva un immenso orecchio di tenebra su cui piombavano queste voci:

“Ho tre peccati sull’anima. Eccoli:

“Primo peccato: quando avevo vent’anni, a Zamora salvai dal rogo tre infedeli, un moro, un ebreo e un luterano.

“Secondo peccato: quando avevo cinquant’anni, salendo a questi dirupi, allontanai dalla mia solitudine e dalla mia povertà tutti i miei vecchi servi, tutti i miei santi preti e tutte le mie povere ancelle.

“Terzo peccato: ieri, vigilia della mia morte, ho ucciso un’aquila reale sul suo nido”.

—E si levò come un albero in nave.

—Io allora feci un passo come per varcare il ponte che ci divideva;
Don Sancio me lo vietò, gridando:

“Fermati, non avvicinarti, non toccarmi; mi faresti cader vivo nel precipizio”.

—Il sole continuava a salire ed il suo raggio a discendere sui macigni del monte, attraversando una rupe spaccata nel mezzo come una gigantesca merlatura guelfa.

—A un tratto il sole raddoppiò di splendore; c’era la distanza d’un palmo dalla sua luce ai capelli del nonno. Il nonno pareva assorto in contemplazione, ritto sui piedi e appoggiato alla roccia; fu un baleno quando il suo crine canuto al primo tocco della luce diventò d’argento. Il sole sembrava un arciere appostato dietro la rupe spaccata come dietro una feritoia; l’arciere appuntava lentamente il suo arco verso le pupille del nonno; una saettata di luce vibrò sugli occhi di Don Sancio. Il sole e il vegliardo si fissarono per un attimo come due rivali. La freccia era scattata; Don Sancio era morto. Il sole lo aveva fulminato; pure non cadde e stette ritto fino a meriggio. Mentre voi sellavate a Salamanca il vostro caval sauro, il vento urtò il povero nonno, che precipitò nell’abisso.

—Pace all’anima di Don Sancio,—rispose Estebano; domani scenderò nel precipizio, raccoglierò la salma veneranda e la porterò nel chiostro di Sant’Isidoro, dove dormono tutti i monarchi di Leone.

Elisenda soggiunse:—Amen.

III.

I due cugini, così parlando, camminavano lentamente fra gli oscuri colonnati del castello. L’uniforme pestio degli sproni d’Estebano accompagnava lungo i marmi del cortile il fiero racconto d’Elisenda; tutto intorno era silenzio. Intanto la luna alzatasi splendeva già sui monti e sui tetti; una piccola stella le vagava d’accanto e pareva una lagrima di luce.

Estebano mormorò:—La luna piange!—e i due giovanetti s’arrestarono immobili a guardarla, mentr’essa benignamente li inondava di raggi. Allora comparve illuminato e purissimo il viso della fanciulla.

A fermare col pensiero la tenuissima gradazione ideale che esisteva fra le fattezze e le anime di quei due cugini, simigliantisi come due fratelli, non troviamo altra imagine fuor che questa:

Estebano era un fiore vivace con un profumo gentile;

Elisenda era un fiore gentile con un profumo vivace.

Il gherofano e la viola avevano fra essi scambiato l’olezzo, e per ridonarselo entrambi era forza che l’uno penetrasse nell’essenza dell’altra. Ogni armonia ed ogni soavità sembrava assorta in quella coppia adolescente. Appariva fra essi di vario appena quel tanto che è indispensabile al simpatico accordo delle cose create. Del resto erano in tutto l’identica ispirazione di Dio tentata su due sessi diversi, Estebano la forma virile ed Elisenda la forma femminea dello stesso divino concetto. Essi si assomigliavano come tutti gli angeli si assomigliano. Certo nelle loro vene scorreva infuso l’azzurro del cielo tanto essi apparivano eterei. L’orgogliosa frase castigliana, sangre azul, colla quale si fregia tuttora l’antichissima nobiltà spagnuola anteriore alla invasione dei saraceni, realizzavasi idealmente nei due ultimi germogli dei Sang-Real.

Quel re di Leone che, ferito in battaglia, macchiò di azzurro la scimitarra del moro nemico, era un antenato dei nostri giovanetti reali. Le teste d’Elisenda e d’Estebano dovevano esser state create per portar nimbo o corona; un’aura monarchica e serafica si condensava attorno le loro fronti come una gloria, e i cieli d’oro di Zurbaran si abbozzavano vagamente dietro lo spazio in cui respiravano. Immobili, Estebano ed Elisenda, fissavano sempre la luna.

A far vieppiù tenace la loro contemplazione s’aggiungeva lo sgomento che provavano entrambi nel sentirsi vicini e l’indicibile terrore del guardarsi nel viso.

S’amavano già e non s’erano neanche intraveduti, tanto l’oscurità scendeva fitta prima che la luna s’alzasse.

S’amavano per la memoria che avevano del loro amore da bimbi, perché quell’amore era stato il primo sogno dei loro cuori infantili e l’ultimo sogno dell’avo moribondo; s’amavano perché un istinto fatale e un’occasione violenta li trascinava ad amarsi; s’amavano perché la farfalla bianca ama il fiorellino bianco e la farfalla celeste il fiorellino celeste, perché erano biondi e pallidi tutti e due, perché si sentivano soli sulla terra, soli ed uniti su quelle notturne alture di paese selvaggio.

Nello stesso modo che sovra il disco lunare l’astronomo contempla il riverbero diurno d’un altro emisfero, i due giovanetti contemplavano nella luna il raggio riflesso del loro timido amore.

Elisenda ruppe prima il silenzio dicendo:—Principe, volete seguirmi nell’oratorio?—e s’incamminò verso una gradinata fosca; Estebano la seguì.

Salirono nel buio l’uno dietro l’altra senza più dir parola.

Giunti al culmine della torre, Elisenda spinse una porta ferrata e grave che ricadde dietro i passi d’Estebano.

Eccoli nell’oratorio.

Il cero santo arde per la morte del nonno ed illumina solo il religioso recinto.

È l’oratorio situato sulla più elevata parte del castello; le pareti ottangolari tese di velluto viola, fiocamente illuminate, sembrano quasi nere e i loro angoli vi si confondono tanto da produrre all’occhio di chi entra l’aspetto d’una costruzione conica. Di fronte all’ingresso sta l’altare innalzato su tre vasti scaglioni coperti da molle e prezioso tappeto. Sopra l’altare è appeso un lunghissimo quadro. Due faccie magre guardano dall’alto della nerissima tela. A piedi del dipinto si legge in lettere gialle questa scritta:—el matrimonio de doña Uraca de Castiglia et Alfonso de Aragon.—Più sotto la data 1144. Le figure del quadro sono quasi interamente sommerse in una caligine che arriva loro alla bocca, né più s’indovina quale fosse lo sposo e quale fosse la sposa di quell’antico imeneo. Tutti e due hanno negli occhi lo sguardo esterrefatto dei naufraghi e par che presentino l’irrevocabile sollevamento del livello di tenebre che li affoga. Né una mano, né una collana, né l’impugnatura d’un brando traspare attraverso il sudario nero che li va coprendo. Pure in mezzo ad essi si stacca dal buio la linea d’un cero alto ben sette cubiti.

L’ironia del tempo che parla da ogni cosa surta per mano d’uomo, sembra qui voler paragonare quel lungo cero dipinto all’altro rimasuglio di torcia che arde nel mezzo della cappella e che non ha più d’un palmo d’altezza. L’ironia diventa più bieca quando si sappia che uno è l’immagine intiera dell’altro. I secoli consumarono il cero ardente come consumarono i due monarchi effigiati nel quadro; l’ombra salì su questo, la luce calò su quello.

Fra le modanature dell’altare si vedono scolpite le parole mensa regia.

Un messale d’argento massiccio è aperto a sinistra del ciborio. Agli otto angoli della cappella pendono o giacciono stole, turiboli, spade, morioni, flabelli, palii, clamidi, rosarii, farraginosamente accumulati. Su tre ampli cuscini, disposti rasente l’orlo del più alto gradino della mensa regia, riposano due corone e una mitria.

Pochi passi bastano a misurar l’oratorio. Tutto il genio spagnuolo è compendiato in quelle pareti e in quelle spoglie pompose. Penetrando in quel ricinto chiuso e opulento come una tomba, ove tante reliquie reali e papali sono agglomerate, il pensiero porge al pensiero queste parole: Angusto et Augusto.

IV.

Estebano ed Elisenda, a capo chino davanti l’altare, pregavano; sulle loro labbra vagava un alito sottile, un ronzio dolce come di brezza o di zanzara. Elisenda finì le sue preci prima di Estebano, e poiché vide ch’esso continuava devoto, si pose a contemplarlo. Com’era bello il profilo del principe, col mento converso sul petto e sulle mani giunte, in atto d’alta mansuetudine!

L’estasi scendeva già nell’anima della fanciulla.

Quand’ei si scosse, ella, turbata, fece sembianza di rimettersi a pregare.

Allora fu egli che la guardò. Com’era bella, alla luce del cero,
Elisenda, in vesti bianche!

I suoi capelli parevano ambra pura, e le sue mani avevano il morbido contorno dell’agata lavorata; poi, strana cosa, eppur leggiadra, le sue labbra non erano porporine né rosee, ma quasi bianche, e, assai divise nel mezzo, parevano composte con quattro foglie di tuberosa.

L’adorazione d’Estebano s’era volta da Dio ad Elisenda.

Il silenzio era così grave che opprimeva l’orecchio. A un tratto
Estebano esclamò quasi supplichevolmente:

—Oh! principessa, è lunga la vostra orazione!

Elisenda rispose:—Ho finito.—E si guardarono negli occhi, stupefatti di non ispaventarsi.

Lo sguardo d’Estebano penetrava nelle pupille di Elisenda profondo, lucido, sicuro, come una lama nella sua guaina.

—Chi c’è nel castello?—chies’egli.

Essa rispose:—Non un’anima viva.

Appena finite queste parole s’udì un colpo formidabile dietro l’altare, come d’un gigante che bussasse dietro a una porta, e dopo quel prim’urto un secondo, e un terzo, e un quarto; al dodicesimo s’arrestò.

—Chi è là? Chi è là? Chi è là?—grida Estebano, e si slancia verso Elisenda e l’afferra pel corpo col braccio sinistro, e col destro la copre come per difenderla dall’ignoto nemico.

Poi ripiglia, mugghiando più che sclamando:—Avanti, se sei un prode! se sei un vile, indietro! o il mio pugno levato risponderà sul tuo cranio dodici percosse non meno tremende delle tue, malvagio turbator di preghiere. Avanti! Avanti, ciclope od orso o diavolo, uomo, fantasma…—Ma qui s’interruppe e, tutto stretto ad Elisenda, mormorò:

—Ahimè! pace all’anima di Don Sancio.—E fu come un leopardo che diventasse un agnello.

La fanciulla tremava, ma non di paura, e come Estebano la vide così tremebonda, la raccolse tutta sul petto e la baciò sulla fronte.

Ella allora sclamò:—Grazie, don Sancio!—con accento d’infantile beatitudine; poi continuò sorridente:—Cugino mio, fiero e robusto, pace anche a te! Ciò che hai udito vien dalla cripta che sta sotto all’oratorio ed è l’orologio del vescovo Olivarez. Devi sapere che quando morì quel santo vescovo (il solo prete e il solo uomo che abitò con noi questo castello), il nonno lo seppellì in un bel cofano di rame ricoperto d’ebano, e lo collocò sotto l’orologio della torre, da dove aveva fatto estrar la campana perché il martello, cadendo ad ogn’ora sulla bara del morto, ricordasse perennemente la caducità delle esistenze umane. Quei dodici colpi ci avvertono ch’è mezzanotte.—Poi soggiunse con voce più bassa, come chi profferisce cosa che non comprende:—È tempo che ci sposiamo.—E fissò in volto lo sposo. Estebano la teneva ancora stretta col braccio.

Lo spavento aveva congiunte, più presto che non avrebbe fatto l’amore, quelle due creature innamorate, le quali non sapevano più separarsi, né più cessar dal tremare. Così avvinti, vacillanti, i due giovanetti s’avviarono, mossi da un solo pensiero, verso un angolo dall’oratorio. Là, Elisenda, raccolto da terra un palio di drappo d’oro, lo pose sulle spalle ad Estebano; poscia ambidue si volsero ad un altro angolo ove Estebano staccò dal muro una clamide di porpora e d’argento colla quale rivestì Elisenda sua; poi brancolarono lungamente sulle sparse reliquie degli avi e si adornarono di cinture moresche, di collane gotiche; il giovanetto indossò anche una preziosa stola di bisso e la fanciulla colse un rosario e un anello; poi s’inginocchiarono sul primo gradino dell’altare, Estebano a destra, Elisenda a sinistra; si curvarono religiosamente, sollevarono dai cuscini, ov’erano deposte, le due corone imperiali e se le posero in capo, muti, gravi, compunti, come due bimbi assorti in un magico tripudio. I loro corpi flettevano sotto il peso degli splendidi manti, e le loro chiome si torturavano entro i cerchi massicci delle corone d’oro.

La corona d’Estebano, imperiale e chiusa, colla croce sul colmo, somigliava a quella di Carlo Magno, tranne che in giro apparivano cesellate le tre parole colle quali i romani battezzarono la provincia di Leone: Legio septima gemina.

Sul manto d’Elisenda s’ammirava ricamato in argento il superbo leones rampando, e topazi e rubini e diamanti erano sparsi a centinaia sulle vesti dei giovanetti reali. Ma la polvere aveva appannate quelle gemme e quegli ori, e il tarlo aveva róso quelle porpore.

Un’antitesi tragica sorgeva da quelle due bionde figure adolescenti, schiacciate sotto una così polverosa catasta di ornamenti da trono. La stola d’Estebano gli si acuminava dietro il collo con una piega acuta sotto la nuca, e dura e tondeggiante sugli omeri. Una ragna cinerea gli cadeva da una punta della corona fin lungo l’orecchio e gli si perdea fra i capegli. Quei sacri arredi coprivano di maestà e di scherno, incoronavano e vituperavano ad un tempo chi li portava.

Le membra dei teneri sposi avevano smarrita la loro eleganza natia sotto la goffa pompa di quei drappeggiamenti.

Ma i due fanciulli si guardavano, e così vestiti si sembravano più belli.

Allora incominciarono una bizzarra cerimonia.

Sempre inginocchiati, si presero per mano e recitarono il rosario:
Elisenda sospirava Kirie Eleison, Estebano rispondeva Christe
Eleison
, e le grane delle avemarie scorrevano lievi lievi fra le dita
tiepidamente intralciate. Quand’ebbero finito, Estebano intuonò:

Veni de Libano, sponsa mea, veni,

e nel suo canto s’udivano le vibrazioni dei sorrisi e delle lagrime.

Elisenda rispondeva:

Manibus date lilia plenis.

Poi Estebano:

Fulcite me floribus;

poi, chinando la fronte davanti ad Elisenda:

Salve, Regina,

mormorò soavemente, e le baciò il manto come ad una madonna. Indi ambidue si posero a cantare con voce alta e fiera l’inno delle nozze reali

Te Deum laudamus, te, Domine, confitemur.

Le loro voci unisone salivano e scendevano sul liturgico salmo. La grave melodia faceva risonar l’oratorio; i turiboli appesi, allo scoppio delle forti note, oscillavano, come per accompagnarle colle loro danze.

Così, sempre cantando, Elisenda aveva messo in dito ad Estebano un anello d’onice, e, sempre cantando, Estebano s’era levato e avea steso il pugno nell’ombra dietro l’altare e l’avea ritratto armato da una immensa spada. Poi che si tacquero, egli, ritto in piedi, col braccio alzato, colla punta della spada tesa sul messale aperto, pronunciò questo giuramento:

—Io, Don Estebano, principe di Castiglia, duca di Salamanca e di Zamora, giuro sulla sacrata croce vera di Cristo, sull’evangelio e su questa lama d’Alfonso VIII d’Aragona, giuro d’essere sposo in terra ed in cielo alla principessa Donna Elisenda di Leon, marchesa di Valadolid, contessa d’Asturia, mia eccelsa cugina. Giuro di riconquistare per noi e pei nostri figliuoli il trono perduto di Spagna, di riconquistarlo colla virtù o colla forza, col genio o colla spada, colla pace o colla guerra, col bene o col male, colla clemenza o colla ferocia, sorretto pur sempre dalla sacrosanta religione cattolica. Così sia.

L’orologio di legno battè un’ora. La punta della spada agitata dai fremiti del principe aveva squarciato la pagina del messale sovra cui s’appoggiava.

Estebano si toglieva a stento da quell’atto sovrano e dalla solennità di quel gesto; ma, di repente, come disciolto in un ineffabile bisogno d’umiltà, si gettò per terra colla testa sui cuscini dell’altare, sclamando:

Adhaesit pavimento anima mea.

Allora Elisenda gli si pose d’accosto, chinò la guancia verso le sue labbra: una lunga perla pendeva dall’orecchio della fanciulla; Estebano baciò quella perla, poi disse:

—Sei bella, o mia regina!

Essa rispose:

—Sei bello, mio re!

E l’amore incominciò le sue note.

L’odore della cera liquefatta saliva nelle nari dei giovanetti; quell’odore era dolce e tedioso e caldo. Ma essi non rimuovevano già più gli occhi l’uno dall’altro.

—Mia soave Elisenda,—la chiamava Estebano, mentre il suo cuore batteva convulso come l’ali d’una farfalla trafitta da uno spillo; poi continuava:

—Posa, posa la tua bianca mano sulla mia fronte e penserò dei poemi!—ed Elisenda posava la mano sulla fronte d’Estebano. Dopo un lungo silenzio egli riprendeva a parlare con questo sogno:

—Elisenda, odi; vorrei che tu fossi una caleide ed io un altro vago e tenue insetto, e che avessimo per padiglione il calice d’un giglio, e lì vivere la corta vita nostra, al blando lume d’un’aurora mitigata dalle nivee pareti del nostro talamo, e poi morire tutti e due in quel giglio odoroso e chiuso.

—Ma non vedi, Estebano, com’è tutto chiuso e non senti com’è tutto odoroso anche questo asilo di pace?

Ciò che dicevano quei due fanciulli erano parole e parevano canti.

Elisenda ripigliava:—Ho dei sogni così gonfi e delle chimere così turbolente nel cuore che, per farnele uscire, mi bisognerebbe infrangerlo. Ciò che nasce nel cuore non può escir che dal cuore! feriscimi un poco qui, Estebano mio, al costato sinistro… tanto che con qualche goccia di sangue possa sprigionarsi anche qualche pensiero. Le labbra umane non sanno la via di queste cose profonde.

Allora Estebano soggiungeva:—No; nel linguaggio che mi hanno insegnato non esiste il nome di ciò ch’io sento per te.

Elisenda chiedeva:—M’ami?

Ed Estebano rispondeva con voce bassa e tranquilla:—Sì,—e i volti avvicinavansi ed allungavansi le labbra; poi baciavansi col bacio religioso e casto che si dá agli amuleti. E continuavano:—Amiamoci più delle rondini e più dei cigni e più dei puledri d’Asturia che vanne a due a due per le ville castigliane avvinti alle carrozze dei re.

L’orologio del vescovo Olivarez batté due tocchi. Ogni volta che quell’orologio scoccava, Estebano trasaliva.—Quell’orologio è lugubre,—pensò;—pare il dito d’uno spettro che bussi là fuori per incitarmi a qualche oscuro mistero,—e rimase turbato.

—Estebano mio, permetti ch’io mi tolga un minuto da te? Oggi ho scordato di dare il pane al mio povero cigno. Tu, intanto, va dal tuo cavallo con un pugno d’avena, perché non muoia di fame.

—Questi, cugina mia, non sono uffici da principi,—rispose Estebano;—lascia che il cigno provveda egli stesso al suo pane e il cavallo alla sua avena. Non istaccarti da me: il tempo fugge, l’ora batte alla porta. Guai a chi esce dal cerchio che gli segnò la fortuna! Poni mente al giorno più lieto de’ tuoi anni, perché in quel giorno morrai. Mi ricordo sempre queste parole che udii una volta, predicate sul pergamo nella chiesa di Sant’Ignazio a Madrid da un vecchio gesuita. Questo è il giorno più lieto de’ miei anni; temo che se noi esciamo di qui, la morte ci colga.—Poi susurrò, posando il capo sul seno d’Elisenda:—È così dolce la vita!

La fanciulla rispose:—Sia fatta la tua volontà,—e si coricarono entrambi sui gradini dell’altare colle teste appoggiate sullo stesso cuscino. I loro profili sfioravansi; si guardavano l’anima attraverso le pupille degli occhi. Quelle d’Elisenda si dilatavano prodigiosamente e si rinserravano convulse ad ogni battito de’ polsi. Dopo un mite silenzio essa chiese ad Estebano:—Dimmi, ti par più bello l’amore o la gloria?

Estebano meditò; poi disse:—Sorella, la gloria non e altro che un grande amore diffuso su molti popoli e su molti secoli; ma l’amore è una soave gloria condensata in un cuore solo e in un’ora sola. È più bello l’amore:

    Mejor es penar
Sufriendo dolores
Que estar sin amores.

Le sue parole s’estinsero in questo mormorio cadenzato; poscia egli s’avvinse ad Elisenda e la baciò sulla bocca, e l’abbracciamento fu stretto e il bacio fu lungo; ma la loro posa rimaneva innocente come quella della cuna ed immobile come quella della tomba.

La pupilla d’Elisenda s’alzava lenta, cerulea, simile a un’alba di luna.

Sulla testa dei due giovanetti pendeva, appesa a quattro catenelle d’oro, una lampada di quelle che i primi cristiani chiamavano coronaephorae; era spenta e di bronzo e tempestata di pietre preziose, sulle quali si rifrangeva la luce del cero con tutti i riverberi del prisma.

Estebano ed Elisenda levavano in su gli occhi e il mento; la nascente lanugine delle guancie d’Estebano toccava la guancia d’Elisenda come l’ermellino ducale tocca il velluto principesco. Gli sguardi dei due giovanetti adagiati erano fissi sulle faccette d’un grosso diamante, che folgorava più d’ogni altra gemma. Le loro labbra si confidavano così gl’incanti dell’iride che li affascinava:

—Estebano,—mormorava Elisenda,—vedo un paese azzurro come una notte serena e come il canto della tua voce; poi vedo uno sciame di farfalle volanti in mezzo a un fumo di mirra!

—Elisenda, vedo un paese verde come un liquido prato o come un oceano tranquillo, e poi degli angioli che si baciano e nuotano coll’ali come delfini celesti!

—Estebano, vedo un paese viola come i colli remoti d’Andalusia, e come il manto della Vergine, e come il solco soave che sempre più si sprofonda sotto le tue palpebre.

Poscia, come l’idea sale dall’effetto alla causa, gli sguardi dei due giovanetti passarono dal diamante della lampada alla fiamma del cero.

Il cero non misurava già più di tre pollici di lunghezza, per modo che il suo dileguarsi era rapidissimo in proporzione della sua circonferenza. Certo quella cera doveva essere amalgamata con qualche materia più adusta. Le goccie scorrevano veloci dal vertice alla base della candela e s’arrestavano per un attimo sugli orli del candelabro; poi, scivolando lentamente e mano mano appannandosi, conformavano una agglomerazione di stalattiti glutinose e verdastre che si perdevano nell’ombra. Il candelabro, alto come una gamba, era d’argento massiccio arrugginito, ed aveva per piedistallo la figura d’un serpe avvoltolato che si mordeva la coda.

Quella santa reliquia emanava una segreta aura di veleno. Quel cero, stillante la sua bava d’ossido su quella ruggine malsana e su quel serpe attortigliato, appariva bieco.

Nell’oratorio si diffondeva sempre più un profumo: era la mollezza dell’oppio, l’acredine della canfora, la limpidezza dell’aloe, mista ad un altro inesprimibile olezzo. Tutti gli aromi d’un gineceo d’Oriente e tutte le esalazioni d’un sotterraneo d’alchimia si condensavano in quell’aura letargica e letale.

La fiamma del cero si circondava di quando in quando con quell’alone di nebbia che si vede intorno la luna durante le insalubri notti autunnali. Il suo lucignolo allungato e curvo portava in cima un carboncello che aveva la forma d’una viola stillante una pioggia di faville incandescenti.

Estebano ed Elisenda scoprivano in quella rugiada di foco l’immagine d’un nuovo paradiso. Fissavano ammaliati il cero sorridendo alla luce, muti, pallidi.

Elisenda riandava colla memoria le ultime parole di Don Sancio, e tentava invano afferrarne il recondito senso; e pensando favellava come in sogno:

—Le anime de’ tuoi figliuoli si accenderanno alle faville di quel serafico cero…

—Finché quel cero sarà, vivranno i troni di Spagna…

—Per ispegnerlo ci vuole l’alito di una sposa…. e qui s’arrestava conturbata.

—Prima di spegnerlo attendi Estebano tuo…

—Dal tuo grembo sorgerà la storia dei secoli venturi…

—Amate! Germinate!

E piangeva.

Intanto la fiamma calava rapidissima; Estebano la fissava sempre più intensamente; a un tratto s’accorse d’una sigla miniata in carmino sulla estremità del cero. Quella sigla scritta orizzontalmente formava queste tre lettere disposte così:

H I S

antichissimo monogramma delle parole Have. Iesus.

Estebano s’erge in piedi, corre verso il cero, afferra il candelabro pesante, lo innalza vigorosamente, lo capovolge; poi, segnando coll’indice sinistro la sigla rovesciata così:

S I H

grida volto verso Elisenda:—Stephanus Imperator Hispaniae!

Elisenda lo guardava atterrita, eppur beata, tanto era sublime quel fiero garzone in quell’atteggiamento di trionfo. Ma intanto la fiamma sconvolta divorava il cero e mordeva il dito d’Estebano.

Quando il pesante candelabro fu ricollocato sul suo piedistallo, della torcia non rimaneva più che un mezzo pollice appena; le lettere H e I della sigla erano dileguate.

Elisenda sclamò:—Guai a me se si spegne!

Il giovanetto s’accorse allora che tutto intorno all’estremo del cero girava una grossa lista di pergamena. La distaccò per prolungare così d’un minuto la vita alla fiamma.

La pergamena era piena di simboli sacri, di formule cattoliche che s’insertavano bizzarramente a molti caratteri orientali. Nel mezzo della lista apparivano queste parole miniate in rosso:

ANATHEMA SIT

Estebano s’era messo già a decifrar quel mistero, allorché Elisenda dié un grido.

—Elisenda mia!—sclamò, e le fu subito accanto.

—Ho tanta sete,—sospirò la fanciulla, mentr’ei, tutto chino sovr’essa, le toccava i polsi e la fronte.

Essa ripeteva tutta ansimante:—Leggi, leggi ciò che stringi nel pugno. Un anatema pesa su noi in questo minuto. Leggi, ma non partirti da me; leggi qui,… qui.

La fiamma si dibatteva convulsa; pareva quasi un’anima che si ribellasse alla morte.

Quell’estremo avanzo d’antichissima reliquia cattolica e monarchica pareva fatale a vedersi. Era più che un lumignolo che s’estingueva; era un’agonia. Otto secoli accumulati su quella torcia agonizzavano con essa. Una religione possente e una stirpe trionfale esalavano l’anima nel crepitio di quel cero. Quel cero soffriva la rabbiosa angoscia del reprobo; le sue convulsioni affrettavano la sua fine. Una luce fredda, verdastra, inquieta vagava nella cappella e rendeva penosa ad Estebano la lettura dell’anathema mezzo arso, macchiato, irto d’intralciatissime cifre.

—Estebano! Estebano!—ripigliava la fanciulla tremante avviticchiandosi al collo del giovanetto, mentr’ei frugava cogli occhi quelle iscrizioni oscure.—Guardami, guardami! prima che il cero si spenga, prima che la notte infinita ci copra, guardami! Dammi un bacio, e che il tuo bacio mi dia l’alito di una sposa; poi soffierò sul cero prima che si spenga.—

Ei la guardò; un fremito febbrile li avvolgeva. Ricaddero col capo sul cuscino della corona. L’afa dell’oratorio, l’amplesso violento in cui erano assorti, li soffocavano.

—Resta qui,—diceva Elisenda con voce fievole.—Non posso alzarmi; la mia fronte suda piombo bollente e il mio seno stilla rugiada di manna. Vorrei morire adesso, vorrei che la mia vita si sciogliesse fra le tue braccia, dolce, mesta, serena come una cadenza d’arpa, come gli ultimi accordi d’un organo…

—Se io morissi ora,—rispondeva Estebano,—l’angelo sarebbe già accanto a me; e le lagrime inumidivano le loro labbra, che si parlavano unite… La fiamma del cero non guizzava più, ma diveniva più fioca; il pavimento dell’oratorio era già immerso in una fluttuante penombra.

—La luce muore—disse Elisenda.

—Lasciala morire,—rispose Estebano;—quando saremo nel buio, le tue labbra mi parranno più dolci…

Un ribrezzo vago s’agitava ne’ loro fianchi, sotto il pesante incubo degli ornamenti reali…

L’oscurità era fitta…

Elisenda gridò:—Ah! questa cintura m’abbrucia!…—e divennero muti.

Il lucignolo della torcia era mezzo affogato nella cera liquida che affluiva intorno ad esso come un lago oleoso; quando quella cera traboccò giù pel candelabro, la fiamma si ravvivò come per incanto e brillò luminosissima e fissa.

Estebano guardò Elisenda che non profferiva parola; poi, con un supremo sforzo, si levò e corse alla fiamma del cero colla pergamena spiegata. Un lampo dell’anima gli rivelò la scrittura. Lesse:—Quand’io morrò, morranno i troni di Spagna.

La fiamma vacillò, Estebano rabbrividì. C’erano ancora due versi che bisognava leggere… gli occhi del giovanetto s’offuscavano… gli pareva vedere Elisenda stesa a piè dell’altare, immobile e bianca, e avvolta in un fumo. Gli ultimi fili del lucignolo caddero nel lago di cera liquefatta, ma non si spensero. Estebano si chinò sulla fanciulla moribonda, concentrò in un impeto solo tutte le forze degli occhi e del pensiero; il fumo del lucignolo lo attossicava, un’acre angoscia gli salia nella gola. La fiammella scemava, scemava, e più che scemava, più diventava serena… A un tratto apparvero chiare queste parole sulla pergamena:

    Ho sulla cima il mele
E in fondo il veleno dell’Upas.

La fiamma si spense.

L’orologio di legno batté tre colpi spaventosi.

Estebano cadde.

Brillava ancora sul fumido lucignolo un’ultima brage. Era l’occhio sanguigno delle tenebre. Dopo qualche minuto secondo s’udì per terra lo strisciare d’un corpo che si trascinava penosamente… poi due baci… poi uno stridor di mascelle tremanti…

L’ultima brage si spense. Tutto ripiombò nella notte; tutto ripiombò nel silenzio.

Un’ora prima dell’alba il gallo di montagna cantò come per interrogare un mistero.

V.

Molti e molti anni dopo il dramma senza data che or finimmo di raccontare, sorgeranno in Ispagna questi avvenimenti:

Un poeta si ricorderà dell’anno 613, quando il re Egica, prosternato colla faccia a terra davanti i vescovi cattolici, si sentì sulla nuca premere le calcagna di quei santi.

Un altro poeta si ricorderà dell’anno 730, quando l’Oriente calò sull’Iberia con tutte le sue mollezze e con tutte le sue pestilenze.

Un altro poeta si ricorderà dell’anno 1578, quando l’invincibile armada fu distrutta dal mare, cioè da Dio.

Un altro poeta si ricorderà dell’anno 1879; e un altro si ricorderà anche dell’augusto secolo presente, e sorgerà per la Spagna intera un forte ed armonioso ridestamento d’idee.

S’alzerà un filosofo che parlerà così alle turbe raunate nei giardini di Madrid:

—Spagnuoli! Un cieco istinto di sommissione verso i troni e verso la Chiesa fu il peccato mortale della nostra razza. Noi abbiamo sonnecchiato sei secoli nel culto delle fedi antiche. Guardate com’è già lontana da noi la spira luminosa del progresso.

—Fin dalle prime aurore del 1500 cominciò in Europa l’assalto contro gli errori e i pregiudizi degli avi.

—Mentre l’intelletto umano compiva atti prodigiosi, mentre le scoperte s’accumulavano su tutti i punti dell’orizzonte mercé la indomabile energia del progresso, la Spagna continuava a dormire, impassibile, incurante, vanagloriosa, sull’estremo punto d’Europa, incarnazione letargica del Medio Evo…

E allora la turba briaca non aspetterà la conclusione del discorso e si getterà a capo chino, come il toro dell’anfiteatro, in una corsa furibonda e feroce. E il severo filosofo rimarrà solo, mesto, deluso, a fronte dell’Idea.

La turba irruente, colla bava dei torrenti alla bocca, armata di scuri e di pugnali, salirà alla devastazione dei troni.

Allora, un truce, un vecchio assassino si ricorderà alla sua volta che sull’alto d’una certa montagna d’Estremadura s’era rifugiata una razza di re discendenti da Urraca di Castiglia.

La turba correrà alla montagna, assalirà gli spaldi, troverà lo scheletro d’un cavallo legato sulla cui gualdrappa si potrà ancora vedere lo stemma castigliano. La turba colle picche in pugno salirà le scale, demente, furente; cercherà nei penetrali più remoti del castello le tracce dei figliuoli dei re.

Finalmente giungerà all’oratorio, spalancherà la porta, invaderà quel tenebroso asilo di preganti, che sarà ad un tratto rischiarato dalle torve faci della rivolta.

Allora appariranno agli sguardi della turba due figure di re, coronate e coperte di porpora e abbracciate l’una all’altra come nello sgomento e nell’amore.

Un rosso demagogo toglierà loro dal capo le corone e palperà loro la testa; poi dirà alla plebe impaziente:

—Gettate pur le mannaie; costoro sono morti da mezzo secolo.

Arrigo Boito – L’alfier nero

Chi sa giocare a scacchi prenda una scacchiera, la disponga in bell’ordine davanti a sé ed immagini ciò che sto per descrivere.

Immagini al posto degli scacchi bianchi un uomo dal volto intelligente; due forti gibbosità appaiono sulla sua fronte, un po’ al disopra delle ciglia, là dove Gall mette la facoltà del calcolo; porta un collare di barba biondissima ed ha i mustacchi rasi com’è costume di molti americani. È tutto vestito di bianco e, benché sia notte e giuochi al lume della candela, porta un pince-nez affumicato e guarda attraverso quei vetri la scacchiera con intensa concentrazione. Al posto degli scacchi neri c’è un negro, un vero etiopico, dalle labbra rigonfie, senza un pelo di barba sul volto e lanuto il crine come una testa d’ariete; questi ha pronunziatissime le bosses dell’astuzia, della tenacità; non si scorgono i suoi occhi perché tien china la faccia sulla partita che sta giuocando coll’altro. Tanto sono oscuri i suoi panni che pare vestito a lutto. Quei due uomini di colore opposto, muti, immobili, che combattono col loro pensiero, il bianco con gli scacchi bianchi, il negro coi neri, sono strani e quasi solenni e quasi fatali. Per sapere chi sono bisogna saltare indietro sei ore e stare attenti ai discorsi che fanno alcuni forestieri nella sala di lettura del principale albergo d’uno fra i più conosciuti luoghi d’acque minerali in Isvizzera. L’ora è quella che i francesi chiamano entre chien-et-loup. I camerieri dell’albergo non avevano ancora accese le lampade; i mobili della sala e gli individui che conversavano, erano come sommersi nella penombra sempre più folta del crepuscolo; sul tavolo dei giornali bolliva un samovar su d’una gran fiamma di spirito di vino. Quella semi-oscurità facilitava il moto della conversazione; i volti non si vedevano, si udivano soltanto le voci che facevano questi discorsi:

—Sulla lista degli arrivati ho letto quest’oggi il nome barbaro di un nativo di Morant-Bay.

—Oh! un negro! chi potrà essere?

—Io l’ho veduto, milady; pare Satanasso in persona.

—Io l’ho preso per un ourang-outang.

—Io l’ho creduto, quando m’è passato accanto, un assassino che si fosse annerita la faccia.

—Ed io lo conosco, signori, e posso assicurarvi che quel negro è il miglior galantuomo di questa terra. Se la sua biografia non vi è nota, posso raccontarvela in poche parole. Quel negro nativo del Morant-Bay venne portato in Europa fanciullo ancora da uno speculatore, il quale, vedendo che la tratta degli schiavi in America era incomoda e non gli fruttava abbastanza, pensò di tentare una piccola tratta di grooms in Europa; imbarcò segretamente una trentina di piccoli negri, figliuoli dei suoi vecchi schiavi, e li vendé a Londra, a Parigi, a Madrid per duemila dollari l’uno. Il nostro negro è uno di questi trenta grooms. La fortuna volle ch’egli capitasse in mano d’un vecchio lord senza famiglia, il quale dopo averlo tenuto cinque anni dietro la sua carrozza, accortosi che il ragazzo era onesto ed intelligente, lo fece suo domestico, poi suo segretario, poi suo amico e, morendo, lo nominò erede di tutte le sue sostanze. Oggi questo negro (che alla morte del suo lord abbandonò l’Inghilterra e si recò in Isvizzera) è uno dei più ricchi possidenti del cantone di Ginevra, ha delle mirabili coltivazioni di tabacco e per un certo suo segreto nella concia della foglia, fabbrica i migliori zigari del paese; anzi guardate: questi vevay che fumiamo ora, vengono dai suoi magazzeni, li riconosco pel segno triangolare che v’è impresso verso la metà del loro cono. I ginevrini chiamano questo bravo negro Tom o l’Oncle Tom perché è caritatevole, magnanimo; i suoi contadini lo venerano, lo benedicono. Del resto egli vive solo, sfugge amici e conoscenti; gli rimane al Morant-Bay un unico fratello, nessun altro congiunto; è ancora giovine, ma una crudele etisia lo uccide lentamente; viene qui tutti gli anni per far la cura delle acque.

—Povero Oncle Tom! Quel suo fratello a quest’ora potrebbe già essere stato decapitato dalla ghigliottina di Monklands. Le ultime notizie delle colonie narrano d’una tremenda sollevazione di schiavi furiosamente combattuta dal governatore britannico. Ecco intorno a ciò cosa narra l’ultimo numero del Times: “I soldati della regina inseguono un negro di nome Gall-Ruck che si era messo a capo della rivolta con una banda di 600 uomini ecc. ecc.”

—Buon Dio!—esclamò uno voce di donna,—e quando finiranno queste lotte mortali fra i bianchi ed i negri?!

—Mai!—rispose qualcuno dal buio.

Tutti si rivolsero verso la parte di chi aveva profferito quella sillaba. Là v’era sdraiato su d’una poltrona, con quella elegante disinvoltura che distingue il vero gentleman dal gentleman di contraffazione, un signore che spiccava dall’ombra per le sue vesti candidissime.

—Mai,—riprese quando si sentì osservato,—mai, perché Dio pose odio fra la razza di Cam e quella di Iafet, perché Dio separò il colore del giorno dal color della notte. Volete udire un esempio di questo antagonismo accanito fra i due colori?

—Tre anni fa ero in America e combattevo anch’io per la “buona causa”, volevo anch’io la libertà degli schiavi, l’abolizione della catena e della frusta, benché possedessi nel Sud buon numero di negri. Armai di carabine i miei uomini, dicendo loro: «Siete liberi. Ecco una canna di bronzo, delle palle di piombo; mirate bene, sparate giusto, liberate i vostri fratelli». Per istruirli nel tiro avevo innalzato un bersaglio in mezzo ai miei possedimenti. Il bersaglio era formato da un punto nero, grosso come una testa, in un circolo bianco. Lo schiavo ha l’occhio acutissimo, il braccio forte e fermo, l’istinto dell’agguato come il jaguar, in una parola tutte le qualità del buon tiratore, ma nessuno di quei negri colpiva nel segno, tutte le palle escivano dal bersaglio. Un giorno, il capo degli schiavi, avvicinandosi a me, mi diede nel suo linguaggio figurato e fantastico questo consiglio: “Padrone, mutate colore; quel bersaglio ha una faccia nera, fategli una faccia bianca e colpiremo giusto”. Mutai la disposizione del circolo e feci bianco il centro; allora su cinquanta negri che tirarono, quaranta colsero così….,—e dicendo queste ultime parole il raccontatore prese una pistoletta da sala ch’era sul tavolo, mirò, per quanto l’oscurità glielo permise, ad un piccolo bersaglio attaccato al muro opposto e sparò. Le signore si spaventarono, gli uomini corsero alla fiamma del samovar, la presero e andarono a constatare da vicino l’esito del colpo. Il centro era forato come se si fosse tolta la misura col compasso. Tutti guardarono stupefatti quell’uomo, il quale con una squisita cortesia domandò perdono alle dame della repentina esplosione, soggiungendo:—Volli finire con una immagine un po’ fragorosa, altrimenti non mi avreste creduto.

Nessuno ardì dubitare della verità del racconto.

Poi continuò:—Ma combattendo per la libertà dei negri, mi sono convinto che i negri non sono degni di libertà. Hanno l’intelletto chiuso e gli istinti feroci. Il berretto frigio non dev’esser posto sull’angolo facciale della scimmia.

—Educateli—rispose una signora—e il loro angolo facciale si allargherà. Ma perché ciò avvenga non opprimeteli, schiavi, con la vostra tirannia, liberi, col vostro disprezzo. Aprite loro le vostre case, ammetteteli alle vostre tavole, ai vostri convegni, alle vostre scuole, stendete loro la mano.

—Consumai la mia vita a ciò, signora. Io sono una specie di Diogene del Nuovo Mondo: cerco l’uomo negro, ma finora non trovai che la bestia.

In questo momento comparve sull’uscio un cameriere con una gran lampada accesa; tutta la sala fu rischiarata in un attimo. Allora si vide in un angolo, seduto, immobile, l’Oncle Tom. Nessuno sapeva ch’egli fosse nella sala, l’oscurità l’aveva nascosto; quando tutti lo scorsero fecesi un lungo silenzio. Gli sguardi degli astanti passavano dal negro all’Americano. L’Americano s’alzò, parlò all’orecchio del cameriere e tornò a sedersi. Il silenzio continuava. Il cameriere rientrò con una bottiglia di Xeres e due bicchieri. L’Americano riempì fino all’orlo i due bicchieri, ne prese uno in mano; il cameriere passò coll’altro dal negro.

—Signore, alla vostra salute!—disse l’Americano al negro, alzando il bicchiere verso di lui come insegna il rito della tavola inglese.

—Grazie, signore; alla vostra!—rispose il negro e bevettero tutti e due. Nell’accento del negro v’era una gentilezza tenera e timida e una grande mestizia. Dopo quelle quattro parole si rituffò nel suo silenzio, s’alzò, prese dal tavolo de’ giornali l’ultimo numero del Times e lesse con viva attenzione per dieci minuti.

L’Americano, che cercava un pretesto per ritentare il dialogo, si diresse verso l’angolo dove leggeva Tom, e gli disse con delicata cortesia:—Quel giornale non ha nulla di gaio per voi, signore; potrei proporvi una distrazione qualunque?

Il negro cessò di leggere e s’alzò con dignitoso rispetto davanti al suo interlocutore.

—Intanto permettete ch’io vi stringa la mano,—riprese l’altro;—mi chiamo sir Giorgio Anderssen. Posso offrirvi un’avana?

—Grazie, no; il fumo mi fa male.

Allora l’americano, gettando lo zigaro che teneva fra le labbra, tornò a dimandare:

—Posso proporvi una partita al bigliardo?

—Non conosco quel giuoco; vi ringrazio, signore.

—Posso proporvi una partita agli scacchi?

Il negro titubò, poi rispose:—Sì, questa l’accetto volentieri,—e s’avviarono ad un piccolo tavolo da giuoco che stava all’angolo opposto della sala; presero due sedie, si sedettero l’uno di fronte all’altro. L’Americano gettò i pezzi e le pedine sul panno verde del tavolino per distribuirli ordinatamente sulla scacchiera. La scacchiera era un’arnese qualunque a quadrati di legno grossamente intarsiati, ma gli scacchi erano dei veri oggetti d’arte. I pezzi bianchi erano d’avorio finissimo, i neri d’ebano, il re e la regina bianchi portavano in testa una corona d’oro, il re nero e la regina nera una corona d’argento, le quattro torri erano sostenute da quattro elefanti come nelle primitive scacchiere persiane. Il lavoro sottile di questi scacchi li riduceva fragilissimi. All’urto che presero quando l’Americano li riversò sul tavolo, l’alfiere dei neri si ruppe.

—Peccato!—disse Tom.

—È nulla,—rispose l’altro;—s’aggiusta subito.—E s’alzò, andò allo scrittoio, accese una candela, pigliò un pezzo di ceralacca rossa, la riscaldò, intonacò alla meglio i due frammenti dell’alfiere, li ricongiunse e riportò al compagno lo scacco aggiustato. Poi disse ridendo:—Eccolo! se si potesse riattaccare così la testa agli uomini!

—Oggi a Monklands molti avrebbero bisogno di ciò,—rispose il negro sorridendo tetramente. L’accento di questa frase destò nell’Americano un’impressione di stupore, di compassione, di offesa, di ribrezzo.

Tom continuò:—Con che colore giuocate, signore?

—Coll’uno o coll’altro senza predilezione.

—Se ciò v’è indifferente, pigliamo ciascuno il nostro. A me i neri, se permettete.

—Ed a me i bianchi. Benissimo,—e si misero a disporre i pezzi sulle loro case. S’aiutavano scambievolmente con eguale cavalleria nell’ordinamento de’ loro scacchi; il negro, quando gli capitava, metteva a posto una pedina bianca, il bianco ricambiava la cortesia mettendo al loro posto alcuni pezzi neri. Quando furono tutti e due schierati, Anderssen disse:—Vi avverto che sono piuttosto forte; potrei chiedere di darvi il vantaggio di qualche pezzo, d’una torre, per esempio?

—No.

—D’un cavallo?

—Nemmeno. Mi piacciono le armi eguali s’anco è disuguale la forza. Apprezzo la vostra delicatezza, ma preferisco giuocare senza vantaggi di sorta.

—E sia. A voi il primo tratto.

—Alla sorte,—e il negro chiuse in un pugno una pedina nera e nell’altro pugno una pedina bianca; poi diede a indovinare all’Americano.

—Questo.

—Ai bianchi il primo tratto. Incominciamo.

Intanto le persone che stavano nella sala si erano avvicinate una ad una verso il tavolo da giuoco.

Fra quelle persone v’era chi conosceva il nome di Giorgio Anderssen come quello d’uno fra i più celebri giuocatori a scacchi d’America e costoro prendevano un particolare interessamento alla scena che stava per incominciare. Giorgio Anderssen, originario d’una nobile famiglia inglese emigrata a Washington, si era fatto quasi milionario sulla scacchiera. Giovane ancora, aveva già vinto Harwitz, Hampe, Szen e tutti i più sapienti giuocatori dell’epoca. Questo era l’uomo che si misurava col povero Tom.

Prima che Anderssen avesse avuto tempo di muovere la prima pedina, il negro prese dalla sua destra la candela che era rimasta accesa sul tavolo da giuoco e la collocò a sinistra. Anderssen notò quel movimento e pensò meravigliato:—Quest’uomo ha certamente letto la Repeticio de Arte de Axedre di Lucena e segue il precetto che dice: “Se giocate la sera al lume d’una candela, mettetela a sinistra; i vostri occhi saranno meno offesi dalla luce ed avrete già un grande vantaggio a fronte dell’avversario“—; e pensando ciò, prese i suoi occhiali affumicati e se li piantò sul naso; poi staccò la prima mossa. Indi si volse a coloro che s’erano fatti attorno e disse con gaia disinvoltura:—I primi movimenti del giuoco degli scacchi sono come le prime parole d’una conversazione, s’assomigliano sempre; eccoli: pedina bianca, due passi; pedina nera, due passi; poi gambito di re, ecc. ecc. ecc.—E così, ciarlando sbadatamente, fece la seconda mossa e mise avanti due passi la pedina dell’alfiere di re, aspettando che l’avversario gliela prendesse colla sua. Il negro non prese la pedina, ma invece con una mossa meno regolare difese la pedina propria sollevando il suo alfiere di re sulla terza casa della regina. Anderssen rimase un po’ sorpreso anche di ciò e pensò:—Quest’uomo risparmia le pedine; segue il sistema di Philidor che le chiamava l’anima del giuoco.

Seguirono ancora cinque o sei mosse d’apertura; i due giuocatori si esploravano l’un l’altro come due eserciti che stanno per attaccarsi, come due boxeurs che si squadrano prima della lotta. L’Americano, abituato alle vittorie, non temeva menomamente il suo antagonista; sapeva inoltre quanto l’intelletto d’un negro, per educato che fosse, poteva fievolmente competere con quello d’un bianco e tanto meno con Giorgio Anderssen, col vincitore dei vincitori. Pure non perdeva di vista il minimo segno del nemico; una certa inquietudine lo costringeva a studiarlo e, senza parere, lo andava spiando più sulla faccia che sulla scacchiera. Egli aveva capito fin dal principio che le mosse del negro erano illogiche, fiacche, confuse; ma aveva anche veduto che il suo sguardo e gli atteggiamenti della sua fronte erano profondi. L’occhio del bianco guardava il volto del negro, l’occhio del negro era immerso nella scacchiera. Non avevano giuocato in tutto che sette od otto mosse e già apparivano evidenti due sistemi diametralmente opposti di strategia.

La marcia dell’Americano era trionfale e simmetrica, rassomigliava alle prime evoluzioni d’una grande armata che entra in una grande battaglia; l’ordine, quel primo elemento della forza, reggeva tutto il giuoco dei bianchi. I cavalli, che dagli antichi erano chiamati i “piedi degli scacchi”, occupavano uno l’estrema destra, l’altro l’estrema sinistra; due pedoni erano andati ad ingrossare da una e dall’altra parte l’avamposto segnato dalla pedina del re; la regina minacciava da un lato, l’alfiere di re dall’altro lato, ed il secondo alfiere teneva il centro davanti due passi del re e dietro le pedine. La posizione dei bianchi era più che simmetrica: era geometrica; l’individuo che disponeva così quei pezzi d’avorio, non giuocava ad un giuoco, meditava una scienza; la sua mano piombava sicura, infallibile sullo scacco, percorreva il diagramma, poi s’arrestava al punto voluto colla calma del matematico che stende un problema sulla lavagna. La posizione dei bianchi offendeva tutto e difendeva tutto; era formidabile in ciò che circoscriveva l’inimico ad un ristrettissimo campo d’azione e, per così dire, lo soffocava. Immaginatevi una parete animata che s’avanzi e pensate che i neri erano schiacciati fra la sponda della scacchiera e questa parete, poderosa, incrollabile.

A volte pare che anche le cose inanimate prendano gli atteggiamenti dell’uomo, il più frivolo oggetto può diventare espressivo a seconda di ciò che lo attornia. Ecco perché i pezzi d’ebano de’ quali componevasi l’armata dei neri, parevano, davanti allo spaventoso assalto dei bianchi, colti anch’essi da un tragico sgomento. I cavalli, come adombrati, voltavano la schiena all’attacco, le pedine sgominate avevano perduto l’allineamento, il re che s’era affrettato a roccarsi, pareva piangere nel suo cantuccio il disonore della sua fuga. La mano di Tom, fosca come la notte, errava tremando sulla scacchiera.

Questo era l’aspetto della partita veduta dal lato dell’Americano. Mutiamo campo. Veduto dal lato del negro l’aspetto della partita si rovesciava. Al sistema dell’ordine sviluppato dall’apertura dei bianchi, il negro contrapponeva il sistema del più completo disordine; mentre quegli si schierava simmetrico, questi si agglomerava confuso, quegli poneva ogni sua forza nell’equilibrio dell’offesa e della difesa, questi aumentava ad ogni passo il proprio squilibrio, il quale, pel crescente ingrossar della sua massa, diventava esso pure, in faccia allo schieramento dei bianchi, una vera forza, una vera minaccia. Era la minaccia della catapulta contro il muro del forte, della carica contro il carré: mano mano che la parete mobile del bianco s’avanzava, il proiettile del negro si faceva più possente. I due eserciti erano completi uno a fronte dell’altro; non mancava né un solo pezzo né una sola pedina, e codesta riserva d’ambe le parti era feroce. L’Americano non iscorgeva in sul principio nella posizione del negro che una inetta confusione prodotta dal timor panico del povero Tom; ma appunto per la sua inettitudine gli pareva che quella posizione impedisse un regolare e decisivo assalto. Ma il negro vedeva in quella confusione qualcosa di più: tutta la sua natural tattica di schiavo, tutta l’astuzia dell’etiopico era condensata in quelle mosse. Quel disordine era fatto ad arte per nascondere l’agguato, le pedine fingevano la rotta per ingannare il nemico, i cavalli fingevano lo sgomento, il re fingeva la fuga. Quello squilibrio aveva un perno, quella ribellione aveva un capo, quel vaneggiamento un concetto. L’alfiere che Tom aveva collocato fin dal principio alla terza casa della regina, era quel perno, quel capo, quel concetto. Le torri, le pedine, i cavalli, la regina stessa attorniavano, obbedivano, difendevano quell’alfiere. Era appunto l’alfiere ch’era stato rotto ed aggiustato dall’Americano; un filo sanguigno di ceralacca gli rigava la fronte e calando giù per la guancia, gli circondava il collo. Quel pezzo di legno nero era eroico a vedersi; pareva un guerriero ferito che s’ostinasse a combattere fino alla morte; la testa insanguinata gli crollava un po’ verso il petto con tragico abbattimento; pareva che guardasse anche lui, come il negro che lo giuocava, la fatale scacchiera; pareva che guatasse di sott’occhi l’avversario e aspettasse stoicamente l’offesa o la meditasse misteriosamente. Nel cervello di Tom quello era il pezzo segnato della partita; egli vedeva colla sua immaginosa ed acuta fantasia diramarsi sotto i piedi dell’alfier nero due fili, i quali, sprofondandosi nel legno del diagramma e passando sotto a tutti gli ostacoli nemici, andavano a finire come due raggi di mina ai due angoli opposti del campo bianco. Egli attendeva con trepidazione una mossa sola, l’arroccamento del re avversario, per dare sviluppo al suo recondito pensiero. Senza quella mossa tutto il suo piano andava fallito; ma era quasi impossibile che Anderssen ommettesse quella mossa. Tom solo vedeva e sapeva la sua occulta cospirazione e nessun giuocatore al mondo avrebbe potuto indovinarla. Al vasto ed armonico concepimento del bianco, il negro opponeva questa idea fissa: l’alfiere segnato; alla ubiquità ordinata delle forze dei bianchi i neri opponevano la loro farraginosa unità, al giuoco aperto e sano il giuoco nascosto e maniaco. Anderssen combatteva colla scienza e col calcolo, Tom colla ispirazione e col caso; uno faceva la battaglia di Waterloo, l’altro la rivoluzione di San Domingo. L’alfier nero era l’Ogè di quella rivoluzione.

La partita durava già da un paio d’ore; erano circa le nove della sera; alcune signore si allontanarono dalla scacchiera, stanche d’osservare, per darsi quale ad un lavoro, quale ad un ricamo, e quale, caricando e ricaricando la pistoletta da sala, si dilettava al piccolo bersaglio.

I due antagonisti erano sempre fissi al loro posto. L’Americano, che non vedeva ancora lo scaccomatto e che non capiva la selvaggia tattica del negro, cominciava ad annoiarsi ed a pentirsi dell’eccessiva cortesia che l’aveva spinto a quella partita. Avrebbe voluto finirla presto ad ogni costo, anche a costo di perdere; ma dall’altra parte il suo orgoglio di razza glielo impediva; un bianco ed un gentiluomo non poteva esser vinto da uno schiavo; inoltre la sua coscienza di gran giuocatore e il lungo studio de’ scacchi non gli permetteva di fare un passo che non fosse pensato. Giunto alla quindicesima mossa, s’accorse che il suo re non s’era ancora arroccato, alzò le mani, colla sinistra sollevò il re, con la destra la torre, e stava già per compiere il movimento, quando scorse nell’occhio del negro un ilare lampo di speranza; non indovinò la ragione; stette ancora coi due scacchi per aria studiando la partita, titubò; l’occhio di Tom seguiva affannosamente, fra la gioia e il timore, i più piccoli segni delle due mani, bianche come l’avorio che serravano. Anderssen, turbato, stava per rimettere al loro posto prima i due pezzi, quando il negro esclamò vivamente:

—Pezzo toccato, pezzo giuocato.

—Lo sapevo,—rispose in modo urbano ma secco, mentre cercava ancora un sotterfugio per evitare la mossa, senza darsene precisamente ragione; ma i pezzi toccati erano due, bisognava giuocarli tutti e due: il codice del giuoco parlava chiaro; non era possibile altro passo che l’arroccamento. Anderssen si arroccò alla calabrista, come dice il gergo della scienza, cioè pose il re nella casa del cavallo e la torre nella casa dell’alfiere. Poi piantò gli occhi nel volto del nemico. Il negro, fatta che vide la mossa tanto sperata e tanto attesa, tornò a fissare più intensamente che mai l’alfiere segnato, ed acceso dalla emozione e dalla sua natura tropicale, non si curava né anche di temperare gli slanci della sua fisionomia. Correva su e giù coll’occhio dall’alfier nero al re bianco, facendo e rifacendo venti volte la stessa via quasi volesse tirare un solco sulla scacchiera. Anderssen vide quelle occhiate, le seguì, notò l’alfiere, indovinò tutto; ma sulla sua faccia non apparve un indizio solo di quella scoperta. Del resto Tom non guardava mai l’Americano; era sempre più invaso dall’idea fissa che lo dominava, Tom in quella stanza non vedeva che una scacchiera, in quella scacchiera non vedeva che uno scacco: fuor di quel piccolo quadrato nero e di quella figura d’ebano, nessuno e nulla esisteva per esso. Coi pugni serrati s’aggrappava agli ispidi capelli, sostenendosi così la testa, appoggiato coi gomiti alla sponda del tavolo; la pelle delle sue tempia, stiracchiata dalla pressione che facevangli i polsi delle due braccia, gli rialzava l’epiderme della fronte; le palpebre, in quel modo stranamente allungate all’insù, mostravano scoperto in gran parte il globo opaco e bianchissimo de’ suoi occhi. In questo atteggiamento stette maturando il suo colpo per ben quaranta minuti, immoto, avido, trionfante; poscia attaccò; prese una pedina all’avversario e gli offese un cavallo. L’Americano aveva previsto il colpo. Il fuoco era incominciato. A quella prima scarica rispose un’altra dell’Americano, il quale prese la pedina nera ed offese la torre; cinque, sei mosse si seguirono rapidissime, accanite. La vera lotta principiava allora. A destra, a sinistra della scacchiera vedevansi già alcuni pezzi ed alcune pedine messe fuori di combattimento, primi trofei dei combattenti; l’assalto lungamente minacciato irruppe in tutta la sua violenza; da una parte e dall’altra si diradavano i ranghi, un pezzo caduto ne trascinava un altro, i bianchi facevano la vendetta dei bianchi, i neri facevano la vendetta de’ neri, un bianco prendeva ed era preso da un nero, un nero offendeva ed era offeso da un bianco; mai la legge del taglione non fu meglio glorificata. Anderssen cominciava anch’esso ad eccitarsi. Egli aveva tutto preveduto, tutto combinato prima; appena scoperta la trama di Tom, durante quei quaranta minuti nei quali Tom immaginava il suo colpo fatale, Anderssen aveva letto nelle sue intenzioni ed aveva risposto al primo urto in modo da condurre il negro di pezzo in pezzo ad una posizione senza dubbio attraentissima e favorevolissima pel negro stesso; ma voleva trarlo a quella posizione a patto di sacrificargli l’alfiere. Anderssen sapeva già che, tolto l’alfiere, Tom non avrebbe più saputo continuare.

V’hanno degli entomati che non sanno due volte tessersi la larva, dei pensatori che non sanno rifar da capo un concetto, dei guerrieri che non sanno ricominciar la pugna: Anderssen pensava ciò intorno al suo antagonista.

Giunto al varco dove l’Americano l’attendeva, Tom non vacillò un momento, rinunciò alla posizione, sacrificò invece dell’alfiere un cavallo, costrinse l’avversario a distruggere le due regine e la partita mutò aspetto completissimamente.

Il pieno della mischia era cessato, i morti ingombravano le due sponde nemiche, la scacchiera s’era fatta quasi vuota, all’epica furia degli eserciti numerosi era succeduta l’ira suprema degli ultimi superstiti, la battaglia si mutava in disfida. Ai bianchi rimanevano due cavalli, una torre e l’alfiere del re; al negro rimanevano due pedine e l’alfiere segnato.

Erano le undici. Evidentemente i neri avrebbero dovuto abbandonare il giuoco. Gli astanti, vedendo la partita condotta a questi termini, salutarono i due giuocatori e congratulandosi con Anderssen, escirono dalla stanza ed andarono a letto.

Rimasero soli, faccia a faccia, i due personaggi nostri.

Anderssen chiese al negro:—Basta?

Il negro rispose quasi urlando:—No!—e fece un movimento; poi, nella sua agitazione, volle mutarlo….

Anderssen lo interruppe, dicendogli con ironica intenzione:—Casa toccata, pezzo lasciato.

Tom obbedì. Ripiombarono nel più sepolcrale silenzio. La sicurezza della vittoria faceva Anderssen nuovamente annoiato, e già la testa cominciava ad infiacchirglisi ed il sonno ad offuscarlo.

Tom era sempre più desto, sempre più acceso e sempre più cupo.

L’alfier nero stava in mezzo alla nuda scacchiera, ritto, deserto, abbandonato dai suoi; una pedina soltanto gli era rimasta per difenderlo dagli attacchi dalla torre; le altre due pedine erano avanzatissime nel campo dei bianchi: una di queste toccava già la penultima casa. Tom pensava. Le lucerne della sala si oscuravano. Non s’udiva altro rumore fuor che quello d’un grande orologio che pareva misurare il silenzio. Scoccava la mezzanotte quando l’ultima lampada si spense; quel vasto locale rimase illuminato dalla sola candela che ardeva sul tavolo dei giuocatori. Anderssen cominciava a sentire il freddo della notte. Tom sudava.

Il selvaggio odore della razza negra offendeva le nari dell’Americano.

Vi fu un momento che in fondo al giardino s’udì cantarellare il bananiero di Gotschalk da un forestiere attardato che ritornava all’albergo: Tom si rammentò quella canzone, una nuvola di lontanissime memorie si affacciò al suo pensiero; vide un banana gigante rischiarato dall’aurora dei tropici e fra quei rami un hamac che dondolava al vento, in questo hamac due bamboli negri addormentati e la madre inginocchiata al suolo che pregava e cantava quella blandissima nenia. Stette così dieci minuti, rapito in queste rimembranze, in questa visione; poi quando tornò il silenzio profondo, riprese la contemplazione dall’alfiere.

Vi è una specie di allucinazione magnetica che la nuova ipnologia classificò col nome di ipnotismo ed è un’estasi catalettica, la quale viene dalla lunga e intensa fissazione d’un oggetto qualunque. Se si potesse affermare evidentemente questo fenomeno, le scienze della psicologia avrebbero un trionfo di più: ci sarebbe il magnetismo che prova la trasmissione del pensiero, il così detto spiritismo che prova la trasmissione della semplice volontà sugli oggetti inanimati, l’ipnotismo che proverebbe l’influenza magnetica delle cose inanimate sull’uomo. Tom pareva colto da questo fenomeno. L’alfier nero lo aveva ipnotizzato. Tom era terribile a vedersi: egli si mordeva convulsivamente le labbra, aveva gli occhi fuori dell’orbita, le goccie di sudore gli cadevano dalla fronte sulla scacchiera. Anderssen non lo guardava più, perché l’oscurità era troppo fitta e perché anch’esso, come attirato dalla stessa elettricità, fissava l’alfier nero.

Per Tom la partita poteva dirsi perduta; non erano le combinazioni del giuoco che lo facevano così commosso, era l’allucinazione. Lo scacco nero, per Tom che lo guardava, non era più uno scacco, era un uomo; non era più nero, era negro. La ceralacca rossa era sangue vivo e la testa ferita una vera testa ferita. Quello scacco egli lo conosceva, egli aveva visto molti anni addietro il suo volto, quello scacco era un vivente….. o forse un morto. No; quello scacco era un moribondo, un essere caro librato fra la vita e la morte. Bisogna salvarlo! salvarlo con tutta la forza possibile del coraggio e della ispirazione. All’orecchio del negro ronzava assiduamente come un orribile bordone quella frase che l’Americano aveva detto ridendo, prima d’incominciare la partita:—Se si potesse riattaccare così la testa ad un uomo!—e quell’incubo aumentava l’allucinazione sua.

La fronte di quella figura di legno diventava sempre più umana, sempre più eroica, toccava quasi all’ideale e, passando da trasfigurazione in transumanazione, da uomo diventava idea, come da scacco era diventata uomo. L’idea fissa era ancora là, nel centro dell’anima del negro, sempre più innalzata, sempre più sublimata. Da mania si era mutata in superstizione, da superstizione in fanatismo. Tom era in quella notte, in quel momento la sintesi di tutta la sua razza.

Passarono così altre quattro ore, mute come la tomba: due morti o due assopiti avrebbero fatto più rumore che non quei due uomini che lottavano così furiosamente. Il pugilato del pensiero non poteva essere più violento: le idee cozzavano l’una contro l’altra; i concetti cadevano strozzati da una parte e dall’altra. I volti non si guardavano più, le due bocche tacevano. A una certa mossa l’alfier nero perdette terreno, la torre bianca colla sua marcia potente e diritta lo offendeva e ad ogni passo minacciava di coglierlo. L’alfiere schivava obliquamente con degli slanci da pantera la sua formidabile persecutrice; Anderssen seguiva perplesso la corsa furibonda dell’alfiere spingendo sempre più avanti il suo pezzo e rinserrando il pezzo nemico verso un angolo della scacchiera. Questa fuga febbrile, ansante, durò una intiera mezz’ora; i due re anch’essi prendevano parte in questa frenetica scherma; e lottando anch’essi l’uno contro l’altro, parevano due di quegli antichi re leggendarii d’Oriente che si vedevano errare dopo la battaglia sul campo abbandonato, cercandosi ed avventandosi fra loro tragicamente.

Dopo mezz’ora la scacchiera aveva di nuovo mutato faccia; la fuga dell’alfiere e lo sconvolgimento dei due re, della torre e delle pedine avevano trascinato cosifattamente i pezzi fuori dai loro centri, che il re bianco era andato a finire nel campo nero, sull’estremo quadrato a sinistra; il re nero gli stava a due passi sulla casa stessa del proprio alfiere. Anderssen, abbagliato dalle evoluzioni fantastiche dell’alfier nero, continuava ancora ad inseguirlo, a rinserrarlo, a soffocarlo.

A un tratto lo colse! lo afferrò, lo sbalzò dalla scacchiera assieme agli altri pezzi guadagnati e guardò in faccia con piglio trionfante la sconfitta nemica.

Erano le cinque del mattino. Spuntava l’alba. La faccia del negro brillava d’uno splendore di giubilo. Anderssen, nella foga della caccia al pezzo fatale, aveva dimenticato la pedina nera che stava sulla penultima casa dei bianchi alla sua destra. Quella pedina era là già da quattro ore ed egli ne aveva sempre differita la condanna. Quando Anderssen vide quella gran gioia sul volto del negro, tremò; abbassò con rapida violenza gli occhi sulla scacchiera.

Tom aveva già fatta la mossa. La pedina era passata regina? No. La pedina era passata alfiere, e già l’alfiere segnato, l’alfiere nero, l’alfiere insanguinato, era risorto ed aveva dato scacco al re bianco. Il negro guardò alla sua volta con orgoglio la scacchiera. Anderssen stette ancora un minuto secondo attonito: il suo re era offeso obliquamente per tutta la diagonale nera del diagramma; da un lato l’altro re gli chiudeva il riparo, dall’altro lato era inceppato da una sua stessa pedina. Il colpo era mirabile! Scaccomatto!

Tom contemplava estatico la sua vittoria.

Giorgio Anderssen spiccò un salto, corse al bersaglio, afferrò la pistola, sparò.

Nello stesso momento Tom cadde per terra. La palla l’aveva colpito alla testa, un filo di sangue gli scorreva sul volto nero, e colando giù per la guancia, gli tingeva di rosso la gola ed il collo. Anderssen rivide in quest’uomo disteso a terra l’alfiere nero che lo aveva vinto.

Tom agonizzando pronunciò queste parole:—Gall-Ruck è salvo… Dio protegge i negri…—e morì.

Due ore dopo il cameriere che entrò nella sala per dar ordine ai mobili, trovò il cadavere del negro per terra e lo scaccomatto sul tavolo.

Giorgio Anderssen era fuggito.

Venti giorni dopo arrivava a New-York, e là incalzato dai rimorsi, si era costituito prigioniero e denunciato come assassino di Tom.

Il Tribunale lo assolse, prima perché l’assassinato non era che un negro e perché non poteva sussistere l’accusa di omicidio premeditato; poi perché il celebre Giorgio Anderssen si era denunciato da sé, infine perché si era scoperto nelle indagini giudiziarie che il negro ucciso era fratello di un certo Gall-Ruck che aveva fomentata l’ultima sollevazione di schiavi nelle colonie inglesi, quel Gall-Ruck che fu sempre inseguito e non si potè mai trovare.

Anderssen rientrò nelle sue terre col rimorso nel cuore non alleggerito dalla più tenue condanna.

Dopo la catastrofe che raccontammo giuocò ancora a scacchi, ma non vinse più. Quando si accingeva a giuocare, l’alfier nero si mutava in fantasma. Tom era sulla scacchiera! Anderssen perdé al giuoco degli scacchi tutte le ricchezze che con quel giuoco aveva guadagnate.

In questi ultimi anni povero, abbandonato da tutti, deriso, pazzo, camminava per le vie di New-York facendo sui marmi del lastricato tutti i movimenti degli scacchi, ora saltando come un cavallo, ora correndo dritto come una torre, ora girando di qua, di là, avanti e indietro come un re e fuggendo ad ogni negro che incontrava.

Non so s’egli viva ancora.