Giosuè Carducci – La libertà perpetua di San Marino

I.
Sia fausto e glorioso ai figli e nepoti lontani come a noi è sacro e felice questo giorno nel quale apriamo alla solennità degli officii la sede nova della repubblica. Mentre genti e governi d’Europa ondeggiano in tempesta di pensieri, d’eventi, d’aspettazioni; mentre un sordo brontolio sotterraneo par minacciare le fondamenta stesse della civiltà: questo palazzo, disegnato murato adornato secondo l’arte dei padri, noi con le memorie di quindici secoli accomandiamo e quasi protendiamo alle speranze dell’avvenire. Del passato, gli elementi e incunabuli di nostra gente e i sommi fastigi della sua storia noi salutiamo affacciandoci di qui alla vista delle città famose del piano, l’etrusca Ravenna, la gallica Rimini, Ancona la dorica. Che se Rimini co ‘l ponte d’Augusto, Ancona con l’arco di Traiano, Ravenna con le urne dei figli di Teodosio ostentano le altezze e le miserie dell’impero di Roma, la nostra venerazione ricerca piú commossa nella tomba di Dante l’altare della vita nuova d’Italia. Di cotesti elementi, dei semi di cotanta storia, sollevati dal vento delle fortune mutevoli, è germinato in questa altura questo fiore della nostra libertà. Per sollecita cooperazione del genio di razza con le circostanze della natura e le condizioni dei tempi, ruinata la mole romana, Dio volle si rifacesse da povera gente latina quassú ciò che è anima e forma primordiale nel reggimento del popolo italiano, il vico e il pago, il castello e il comune, liberi. Fiaccata anzi tempo la gioventú delle repubbliche, nel torbido imperversare delle signorie, sotto il castigo della dominazione straniera, nella fatica gloriosa del risorgimento, e ora in conspetto di tutte le nostre genti raccolte la prima volta sotto il nome unico ed eterno d’Italia, Dio volle e vuole che questo San Marino rimanga, memoria, testimonianza, ammonizione.
II.
Iddio dissi, o cittadini: perocché in repubblica buona è ancora lecito non vergognarsi di Dio; anzi da lui ottimo, massimo, si conviene prendere i cominciamenti e gli auspicii, come non pure i nostri maggiori dei comuni, ma usavano gli antichi nostri di Roma la grande e di Grecia la bella. Odio vecchio a una superstizione pestiferamente tirannica, orgoglio novo di osservatori troppo fidati nelle vittorie del naturale esteriore, hanno quasi diseducato le genti latine dall’idea divina: ma né scelleranza di sacerdoti né oltracotanza di sofi sequestrerà Dio dalla storia. Dio, la piú alta visione a cui si levino i popoli nella forza di lor gioventú; Dio, sole delle menti sublimi e dei cuori ardenti, come il sole dei pianeti per le constellazioni favoleggiate, passa per le forme delle religioni, unico ed universale dio delle genti. Se non che, come a lui s’inalzano quasi naturalmente vòlti nel cielo che piú pare sua sede, cercandolo e invocandolo vendicatore e giudicatore, gli occhi e i vóti dei forti, mentre le braccia traggon le spade contro i tiranni e gli oppressori, cosí egli piú si compiace dei popoli quando vivono operano e combattono per la libertà. Ed egli è che spira il trionfo nelle trombe di Josua, egli è che sospinge nell’Egeo le navi di Temistocle, che annunzia a Roma trepidante i re oppressi su ‘l lago Regillo, che percote di spavento il cavallo del Barbarossa a Legnano; e a lui avanti e dopo la vittoria s’inchina, immacolata di diadema, la fronte di Washington. Guido Cavalcanti va cercando se Dio non sia, ma tra le arche dei morti: mentre Dante Allighieri ai morti e ai viventi e a’ non nati annunzia che Dio è e trionfa, lo annunzia co ’1 piú alto dei canti umani che solca con un fiume di luce la barbarie e la rompe. All’anima infelice di Giacomo Leopardi tramonta fra gli spasimi dei deboli nervi l’idea di Dio: alla sana e salda anima di Giuseppe Mazzini Dio favella nel carcere di Savona e lo trae su ‘l Campidoglio Ezechiele d’Italia. Ove e quando ferma e serena rifulge l’idea divina, ivi e allora le città surgono e fioriscono; ove e quando ella vacilla e si oscura, ivi e allora le città scadono e si guastano. Dio fu co ‘l principio della nostra repubblica, o cittadini.
III.
Dimenticata nei molli tempi la salita al delubro ove Marcello console sacrò le spoglie del re dei Galli Viridomaro, su la deserta vetta Giove feretrio tacea: senza dèi, senza uomini, solo con sole vive nella ereditaria paura le figurazioni dei combattenti Titani, questo nostro monte in conspetto all’Emilia popolosa, alla portuosa Flaminia, al velivolo Adriatico levava le eccelse acute creste coronate di nubi e i massi portendenti ruina per le frane precipiti offeriva al riposo delle aquile e al volo dei pensieri che chiedessero libertà. Anche allora un senso di malattia, un bisogno di riposo, una irrequietezza di cose nove affliggevano, nel decomporsi la civiltà pagana, le menti: gli affaticati, gli oppressi, gli operai, gli schiavi guardavano in alto. E approdati dalle coste della Dalmazia in lontananza cerulee ai lavori del porto e delle mura di Rimini, due cristiani dai nomi italici, Marino e Leo, quassù vennero, non sappiamo se cercando materiali al lavoro o fuggendo ira di persecutori. Vennero; e tra il fatidico stormire delle foreste antichissime intatte e il pianto delle acque irrompenti, tra i bràmiti delle belve disturbate dai covili e lo scroscio delle procelle battenti le vette, quassú trovarono le due nobilissime soddisfazioni della vita umana, dignità di lavoro e libertà di credenza. Qui al lato di ponente Marino avvertí un grande vetustissimo sasso, che, tra minori pendenti, tutto chiuso intorno d’alberi e d’orrida ombra, formava un antro, e dentro vi sorgea una fresca vena d’acqua viva corrente. Qui fermava Marino, ma Leo riparò su ‘l vicino monte Feretrio. Forti lavoratori erano al modo nostro d’occidente, e non oziosi contemplatori nell’ignavia orientale, i due dalmati fedeli al legnaiolo di Nazareth. E se nel chiaro mattino i salmi davidici da loro intonati mescolavansi lietamente ai gorgheggi degli uccelli piú gai, e se i treni profetici si sperdevano nel crepuscolo della sera tra gli stridori dei falchi, tutto il giorno i due monti sonavano al gagliardo picchiar dei martelli e all’insistente crepitare degli scarpelli su i cedenti macigni. E la leggenda rinnovando il mito natural dei titani, mostrava i due grandi santi a gittarsi da monte a monte, scambiando, i ferri del mestiere. Leone fu vescovo, e da lui la feudal signoria della diocesi feretrana. Marino fu diacono, e da lui questo Titano ripete il diritto della libertà popolare.
Il pio e forte uomo lavoravasi tra i sassi aridi un orto, si scavò un letto nella pietra, murò nella solitaria vetta un sacello. Al sacello miravano pescatori e barcaioli quando nei pericoli del gonfio e nero Adria osavano mostrare su le povere vele una forma di croce, miravano i condannati al lavoro delle pietre perché non vollero sacrificare su l’ara di Cesare; e insieme con quei miseri altri miseri ascesero e intorno al sacello si accolsero, agricoltori e pastori a cui la terra esausta e il pubblicano spietato contendevano e stremavano il vitto ed il gregge. Dio volle dimostrare la sua potenza nell’uom suo Marino, quando i superbi venuti a cacciare gli umili restarono immobili e inabilitati a più offendere: ma Felicissima, per la sanità resa ai figlioli e per la nuova santa credenza persuasale, Felicissima, madre e patrona, fece a Marino libero dono del Monte in possedimento perpetuo. Cosí, lungi ai potenti e beati del mondo, in faccia all’avvenire, nella carità e nella fede, apparisce compiuta quassú nell’ombra mitica la trasmissione della terra dal diritto della vecchia gente patrizia alla comunità della nova plebe italiana. L’uomo di Dio, addormentandosi nel suo signore, lasciò in comune il monte ai compagni di opere e di fede, che lo tenessero e lavorassero in pace con mutua carità. Intorno alla tomba e al sacello si mantenne stretta la compagnia de’ cristiani, non veramente monasterio o cenobio, ma congregazione di fratelli a lavorare e adorare in libertà.
Tristi cose intanto succedevano al basso: crollavano imperii, e su le ruine, come onde incalzate dalle onde, venivano, premevano, sparivano torme e signorie d’ogni plaga. Quassú era la pace: una nube, come nelle poesie antiche, pareva ravvolgere la cima in cui venia crescendo al suo natural compimento la forma della città. Al basso il caos barbarico muggiva informe e selvaggio: quassú la poca superstite gente latina faceva o rifaceva pianamente i gradi per cui da Dio viensi all’uomo, dalla visione alla legge, dal paradiso alla repubblica; per cui alla teocrazia, regno della divinità e del mito, succede il consiglio dei padrifamiglia, patriarcato e idillio, per ceder poi luogo all’avvenimento del popolo, al comizio, all’aringo, che è la storia. E come, quando il grosso vapor della nebbia saliente ha ravvolto di grigia uniformità questo monte, se un colpo di vento serenatore sdruce e lacera in alto il funereo lenzuolo, vedonsi a un tratto allegre sventolare e sorridere al sole le bianche e azzurre bandiere su le tre “penne”; cosí, quando il secolo decimosecondo viene a spazzar via dagli annali italiani la caligine barbarica, prima tra le repubbliche, su l’alto Titano e le sette circondanti colline, scorgesi, dritta, ferma ed intera, la forza e libertà di San Marino.
IV.
Era il tempo che affidandosi la libertà alla religione, ciascuna città si poneva al patrocinio d’un santo. La nostra non ebbe a ricorrere a santi d’altra gente e a peregrini portenti: ella aveva il patrono nell’italico fondatore. Le supreme parole Relinquo vos liberos ab utroque homine (Liberi io vi lascio dall’un uomo e dall’altro) non le poté Marino aver pronunziate: troppo era aliena l’idea barbarica del doppio feudalismo nell’impero e nella chiesa dal concetto della romanità pur cristiana del secolo quarto: ma verissime elle sonavano nel decimo o undecimo quando al santo moriente le diede lo scrittore quale si fosse della sua vita e degli atti. La città di Marino crebbe veramente libera dall’uno e l’altr’uomo: dall’imperatore e dal papa, dal conte e dal vescovo. Sola tra le italiane ella divenne a stato di repubblica non per privilegio di Cesare o di Pietro né per larghezza di altre autorità in sago o in mitria o in cocolla, non finalmente per legge positiva, ma per naturale andamento delle cose se non per tradizione ereditaria di gente. Forse è vero che la pieve di San Marino non accolse mai fuggitivo dalla faccia di Ottone l’ultimo imperatore italico Berengario; ma io vi dico in verità ch’ella accolse di meglio, accolse di su i ruderi delle arse e vuote città l’ombra della libertà antica, quando, sí come quelle intorno all’ara o alla tomba del nume o dell’eroe indigete, cosí ella veniva crescendo intorno al sacello e all’avello del santo lavoratore. Quale nobiltà piú grande e pura? quale piú buona? Perocché la povera piccola repubblica, pur valendo a quinci e quindi schermirsi dall’avarizia della chiesa di Rimini e dalla cupidigia della chiesa feretrana, non conquistò né ingannò né oppresse, ma acquistò, meritò, attrasse. Onde quella che Aristotele chiamava isonomia, e richiedeva nella perfetta repubblica, e che la rivoluzione francese sancí con la formola Eguaglianza di tutti in faccia alla legge, qui venne fuori per emanazione spontanea da volontà sincera d’uomini semplici: l’eguaglianza, cioè, fu natural conseguenza del libero assembrarsi tutti i capifamiglia nell’ aringo, il quale, cresciute poi le famiglie nelle nuove generazioni e per le nuove aggregazioni, delegò la sovranità a un Consiglio tuttora rinnovantesi per elezione.
Con la conscienza di tali origini non è meraviglia che in tutti i cittadini vivesse e viva cosí ingenito e profondo il sentimento della libertà, cosí netta e chiara l’idea, cosí recisa l’affermazione. – Che è esenzione? – dimandava nel 1296, fiorente la scolastica, un chierico delegato da Bonifazio ottavo a risolvere le differenze tra gli uomini di San Marino e il vescovo montefeltrano, e mirava forse a impacciarli. Quei forti e semplici rispondevano – Non essere tenuti a fare ciò che fanno gli altri che sono sottoposti. – Che è libertà? – E l’uno rispondeva come uno spartano – L’uomo esser libero e non tenuto ad alcuno, -; e l’altro cristianamente – L’uomo esser libero, avere il suo, e di quello non esser tenuto a persona se non al signore Gesú. – E quali si affermavano, tali si fecero conoscere e rispettare dai potenti e dai sapienti. Nel secolo decimoquarto un cardinale detto Anglico riferiva al legato pontificio in Bologna: Gli uomini di San Marino non ammettono potestà della Chiesa né altra che a nome di lei eserciti giurisdizione, si rendono giustizia da sé in civile e in criminale senza autorità o tolleranza d’ingerenze della Chiesa. E il piú latino storico di Venezia menzionando ammirava questa “comunanza di uomini montani che repubblica amministrano né servono ad alcuno”. E il poeta dell’Italia liberata salutava
San Marino
Che di perpetua libertà si gode.
Libertà perpetua, e di diritto, piú veramente e santamente che non le dinastie dei conquistatori, divino. Divo Marino patrono et libertatis auctori dice con romana leggiadria la leggenda della chiesa vostra, o cittadini; e i vostri maggiori invocavano il santo, fiamma di carità, gloria del monte Titano, predicatore dell’evangelo e fondatore della libertà, che riguardasse alla famiglia sua, e pigliasse arma e scudo e sorgesse all’aiuto di lei, sí che, prostrati i nemici dell’anima e quelli del corpo, ella valesse a trionfar seco ne’ cieli.
V.
In questo fatto, nella congiunzione cioè dell’idea religiosa alla politica sí che una sia e ad una riesca la fede la patria la repubblica e se lo stato è prodotto della religione la religione divenga a sua volta instrumento dello stato; in questo fatto, che fu il fondamento delle politíe greche e della repubblica romana, sta la ragion prima della durata e longevità della repubblica nostra. L’altra è nella natura della sua constituzione, la quale non oscilla su ‘l bilico pericoloso della tradizione e della rivoluzione, né reggesi all’incerto equilibrio di forze conspiranti ad un’azione senza pur mai toccarsi, ma, come albero in terren proprio da sue radici profonde, venne su da consuetudini antichissime abituatesi nella vita del picciol popolo. La plebe mariniana, pur avanti che spuntasse il verde dei comuni italiani, già cresceva matura nella libertà: qui il terreno non era da smuovere e fecondare pur co’ travagli e co ‘l sangue delle pugne feudali, a cui tenesser dietro le vendette de’ vincitori e le riotte de’ vinti. Né qui dall’antipatia naturale di due vecchi elementi constretti a nova compagnia e dall’avversione ereditaria ne’ sangui forzatamente sposati, né dall’elevamento di un terzo strato male culto e peggio calcato nel conflitto dei due popoli primi, ebbero a prorompere le disuguaglianze le divisioni le scosse, che ingrossarono a guerre civili e sedizioni sociali e cui solo le signorie spianarono passandovi sopra il rullo livellatore della tirannide. Qui la repubblica evitò signoria, mutando a tempo i due consoli in capitani e difensori, affidando al primo l’autorità e dignità del popolo vecchio che aveva fatto lo stato, al secondo la rappresentanza e difesa del popolo novo aggregato dal contado. E qui nessuno accennò mai di levarsi tiranno, ignoto nome le sedizioni, e le rivoluzioni si conoscono dalle storie estere: qui l’albero della constituzione dal terren disposto crescendo all’aere amico, tagliati a pena alcuni rami in su ‘l seccare, corretti e afforzati da benigne potature altri pochi, con pochissimi innesti a tempo e non esotici, allarga nei secoli l’ombra a proteggere i nepoti come protesse gli avi, questi e quelli forti e innocenti.
Forti, dico, perché al durare questa repubblica mal cercherebbesi ragioni nella sua o piccolezza o postura. Il valor della postura perde e muta rispetto ai tempi ed ai mezzi, né la piccolezza schiva ingordigia; ma sí la forza è rispettabile anche nei piccoli. Ora gli uomini di San Marino tra le risse e cupidigie d’intorno presto impararono a convertire in lance e spade le marre, sempre e bene provvidero alle armi e fortezze, militarono e militano sempre tutti al segnale della patria; né furono distratti e lusingati, come purtroppo le altre italiane repubbliche, a commettersi nei mercenari. Francesco di Marino Giangi, a oste nel 1503 sotto Longiano nella lega contro Cesare Borgia, scriveva ai capitani reggenti gli mandassero la bandiera della patria, non sofferirgli l’animo di vedere i cittadini della repubblica a combattere sotto altra bandiera.
Innocenti, dissi; perocché, ad onta di tutti i filosofi del male antichi e novi, la dirittura degli animi, la morale instituzione, il buon costume, sono le forze onde gli stati crescono e le repubbliche fioriscono e durano. Nella dirittura il piccolo San Marino è grande tra le repubbliche nostre, non troppo lodate o lodevoli sempre di fede. Nel 1375 nefanda congiura era fatta di tradir la patria al vescovo di Montefeltro, e nella congiura aveva intinto da Pesaro certo dei Pianelli d’Otranto, un vendilegge, come tanti ne furono e sono a paga de’ tiranni. Scoperto, l’omiciattolo riparò a Otranto nell’asilo d’un monastero; e un barone di là da lui disservito si profferse darlo in forza della repubblica. Ma i capitani Lunardino di Bernardo e Simone di Belluzzo risposero, non accetterebbero mediante perfidia e violazione quell’uomo, il quale bastava si fosse chiamato reo per sé stesso. Potente era nel 1506 Francesco Maria della Rovere nepote di Giulio secondo, erede successore ai Feltreschi protettori antichi e fedeli, benevolo molto egli stesso alla repubblica. Egli venne chiedendo gli consegnassero alcune famiglie riminesi che eransi rifugiate nel paese: alla quale richiesta i capitani semplicemente risposero, i cittadini sammarinesi essere apparecchiati a morir tutti anzi che mancare alla fede e all’onore. All’amore del giusto sempre andò congiunto quello della libertà, tanto piú acceso ed alto quanto piú umile era la patria ove l’aveano a godere e difendere; e in quell’amore si esaltavano con sentenze ed affetti che rammentano i vecchi romani a cui non temevano quei piccoli e generosi venire in paragone. Marino Calcigni a’ suoi giorni, che furono del secolo decimoquinto, era uom dotto e di grande affare; al consiglio di piú d’uno dei signori di Romagna, e ambasciatore della repubblica a piú pontefici; ancor giovine nel 1427 mandava da Bologna pregando i reggenti, curassero che nella repubblica non intervengano scandali, “a voler mantenere quella nostra santa libertà la quale niun tesoro del mondo può comperare”: e, vecchio, contro le minacce di Sigismondo Malatesta scriveva ai 25 ottobre del 1456: “Si vuole fare come i buoni romani, venendosi a perdere la libertà si vuole perdere la vita insieme con quella”.
A tali idealità il reggimento voleva fossero cresciuti nella scuola i fanciulli e curava eleggere gl’insegnanti da ciò. Nel 1532 un Ercolano maestro del pubblico compose una storia di San Marino in verso eroico, per la quale il Consiglio donavagli con frugalità antica sei braccia di panno. Nelle provvisioni con le quali la congregazione degli studi formava i maestri si leggono sentenze come queste, auree d’intendimento e di parola: nel 1587, “i figliuoli che vanno alla scuola imparino non solo le lettere ma anco i costumi”: nel 1561, “si facciano degli uomini da bene, i quali di poi sieno atti e idonei a governar la repubblica e mantenerla”. Con tale una instituzione gli scolari nel 1774 supplicavano fossero accorciate le vacanze, ché troppo recavan danno al proseguimento degli studi.
Nel sangue poi di questa gente, sí accesa d’amore alla libertà e alla patria, sí dritta e sobria e temperante, era ed è maturata una intima civile umana bontà. In quattro secoli, dei peggiori per l’enormità dei delitti e per la vendetta selvaggia nelle pene, dal decimoquarto a tutto il decimosettimo, quando le piazze e le vie delle piú nobili piú eleganti piú gentili città guazzavano tuttavia nel sangue piovente dai patiboli e i patiboli rizzavansi al divertimento delle dame, San Marino vide solo otto volte la pena capitale, cassata poi nel 1847 dal codice.
VI.
Per tali virtú la repubblica stette: e ribattuti quindi i vescovi di. Montefeltro e quindi i Malatesta di Rimini, emerse immune cosi dall’invasione del feroce figliuolo di Papa Borgia come dalle insidie dell’osceno figliuolo di papa Farnese. Ma la chiesa romana non perde mai d’occhio ciò ch’abbia una volta pur solamente appetito; e nel mondanissimo fasto della falsità sua politica non seppe mai perdonare alla piccola repubblica il coraggio di averle sempre negato su la faccia la favola della donazione di Pipino.
Nella miseria e abiezione d’Italia, che fu massima al secolo decimosettimo, San Marino, riparandosi nell’oscurità, seppe vivere. Uno scrittore d’allora, che ricorda nello stile migliori tempi, da essa intitolando un suo dialogo la città felice reca innanzi Giovanni Andrea Belluzzi, cittadino di lei, a cosí dire “i nostri vicini stessi non sanno bene a dentro la felicità di questa repubblica, i lontani né pure la conoscono per nome: cosí oscuri agli altri viviamo celebri a noi, e creduti meschinissimi e miseri da tutti stiamo commodí e contenti fra di noi”. Parole queste che non possono leggersi senza una quasi tenerezza di accoramento, come non senza meraviglia si legge, a riscontro, d’un altro che nella figurazione viva e barocca del tempo dipinge San Marino “ostentante il sopracciglio della sua libertà all’invidia d’Italia serva”. Ahimè! la servitú e la tirannia accovacciate al basso gittarono una zaffata di lor corruzione anche quassú; e co ‘l languire dell’amor patrio e il crescere dell’inerzia parve sormontare all’eguaglianza civile la superbia e il reggimento restringersi piú sempre alle mani di pochi. Allora la lupa vaticana levò il muso e fiutò. Era la sua ora.
I tre cardinali che nello scadere del cattolicesimo sfogarono la mondanità loro a servire il despotismo borbonico possono da certa politica che troppo perdona essere adulati di grandezza; ma sí nelle opere e nei costumi sí nelle arti e negli accorgimenti di regno essi contraffecero agl’instituti cristiani e macchiarono il carattere sacerdotale tanto, che innanzi alla fede nell’evangelio e alla conscienza della dignità umana non possono trovare assoluzione: insigne esempio come il sacerdozio, dato consigliere e guida alle anime nelle relazioni con l’infinito, ogni qualvolta deviando dall’ordine umano e divino viene a mescolarsi con la terra con il ferro e con l’oro, ne riesca non si sa qual piú tra corruttore e corrotto. Ambizione Giulio Alberoni ebbe da quanto il Richelieu, flessibilità e mutevolezza da quanto il Mazzarino, piú audace de’ due, ma anche piú improvvido e imprevidente. Parve fatto a ingrandire o sconvolgere i regni: ma lasciò la Spagna sotto gli sforzi che le comandò cosí prostrata che tardi se ne riebbe o non mai. Gl’italiani non potranno perdonargli ch’ e’ volesse restituirli sotto la piú malefica soggezione: ma egli era un di que’ vasti spiriti irrequieti che la patria nostra non più padrona di sé alimentava per gittarli tra le dominazioni straniere sí come fiaccole, a dimostrazione della vita che ancora le ardeva dentro e a vendetta. Quando l’Alberoni dalla legazione di Ravenna, ove mal digeriva i ricordi dell’Escuriale, mosse contro San Marino, a Benedetto decimoquarto, allora cardinal Lambertini, egli apparí come un ghiotto, che, divorato un lauto pranzo, risentisse la voglia d’un pezzo di pan bigio. Cotesto, mi perdoni la sua filosofica santità, è un paragone da refettorio: il vero è che il cardinale avea tramata e perpetrava un’imboscata frodolenta e un’aggressione selvaggia proprio come quelle che i Papi Borgia e Farnese politicamente inculcavano e ponteficalmente perdonavano ai loro bastardi. Cotesto cardinale di Santa Chiesa e ministro del re cattolico appoggiavasi, facendo sua la lor causa, di due micidiali e predoni da asilo, l’un de’ quali aveva messo mano nel sangue paterno, i quali ora congiuravano a spezzar la repubblica per nascondere sotto i titoli del tradimento delitti e debiti: e mente e instrumento eragli nell’impresa un notaio falsatore di atti pubblici, commissario fellone della repubblica. Per amore e a guida di cotale genia il suscitatore della monarchia di Carlo quinto gloriavasi affrontare “quattro villani repubblichisti”, com’egli diceva, che “in quel loro mucchio di sassi non potrebbero respirare senza una generosa tolleranza de’ romani pontefici”, e la repubblica del vecchio santo lavoratore ei rappresentava all’Europa come una Ginevra in mezzo al tenere pontificio, come un nido di oligarchi tiranni, come una tana di cani arrabbiati. Contro l’insana violenza e calunnia la repubblica semplicemente e umilmente impavida facea dire a Roma: Se il pontefice non volesse piú quel luogo libero, poteva distruggerlo, avendo a fare contro gente senza forze da contrastare: ma sarebbe gloria a San Marino poter dire di aver perduto la libertà per far la giustizia.
Eccellentissimi capitani reggenti, signori del Consiglio, cari cittadini, voi troppo ben sapete la storia della vostra terra; che alcun dei vostri anche di fresco ha raccolta e narrata sí degnamente. Ma nelle feste del comune che potrebbesi meglio del rappresentare agli animi dei nipoti le azioni memorabili dei maggiori? e quale piú memorabile azione del resistere e vincere per la giustizia e la libertà i piccoli e generosi contro i grandi codardamente potenti? E d’altra parte questo mio discorso non è senza qualche intenzione d’essere ascoltato dalla maggior patria, l’Italia, della cui storia nei tristi annali della servitú non è poca gloria né picciol conforto la luce della vostra giornata 25 ottobre 1739, o Sammarinesi.
Erano le dieci del mattino, e il sole d’autunno placido ma solenne testimone splendea nella pieve tra i doppieri dell’altar maggiore su l’argenteo busto del santo: quando il cardinal Alberoni in mezzo un corteggio di gentiluomini esteri e di ribelli della repubblica, con grande sfarzo di livree e di musiche, scortato da una compagnia di corazzieri, seguito da squadre di birri, entrò nella chiesa. Celebrava la messa solenne monsignor vescovo di Montefeltro, quasi recando la soddisfazione della vecchia feudalità ecclesiastica al consumarsi della pontificia usurpazione. Il cardinale prese posto a destra dell’altare, ricoprendo superbamente degli ostri romani distesi il povero trono della reggenza repubblicana. In chiesa lo accerchiarono intorno intorno i corazzieri: di fuori erano attelate le milizie di Rimini, e guardavan la porta i birri con il bargello alla fronte e il carnefice in coda. Monsignor vescovo in gran paramento era giunto al leggere del vangelo, e sua Eminenza teneva aperto su le ginocchia il libro degli evangelii. A questo punto, se una favilla a pena di quella fede onde recavasi testimonio e presentavasi segnacolo quel libro, se una favilla, dico, di quella fede avesse pur guizzato moribonda nello spirito del cardinale, egli avrebbe dovuto scuotersi e balzare in piedi esterrefatto. Egli avrebbe dovuto veder movere e assorgere di sotto l’altar maggiore dalla sua tomba Marino, e alto, diritto, terribile, erto il capo, con la gran barba ondeggiante, fiso in lui l’occhio, il braccio, il dito, tonargli – Prete, che è questo? Viensi egli con la musica co’ soldati e co ‘l boia nella chiesa dei poveri di Cristo a scoronar me, a cacciar del retaggio i miei figli? Questa chiesa l’ho fatta a loro io, questa libertà l’ho data a loro io, questa terra l’ho lasciata a loro io, io tagliatore di pietre e confessore di Cristo. E tu, ortolano di Firenzuola scappato dal lavoro in sagrestia, tu ammantellàtoti di Cristo per oro e argento, tu che vuoi qui? Tu hai rovinato la Spagna, volevi annuvolare la guerra civile su Parigi, volevi condurre i Turchi in Ungheria. Va, va, piacentiere dei bastardi di Francia: va, va, paraninfo e aizzatore di mogli e drude reali! Fuori dalla chiesa di Cristo, o prete sacrilego! fuori dal tempio dei liberi, o cortigiano guastatore di regni! – Certo l’arido cuore e il perverso intelletto del cardinale nulla sentí di tutto questo, ma lo spirito di Marino invase il suo popolo.
Qui non occorre tentare l’eloquenza, qui il dramma è nella cronica, il sublime nel semplice: ridiciamo le parole semplici dei cittadini. Chiamati questi al giuramento, Alfonso Giangi, pur eletto del nuovo governo, distesa la mano, francamente guardando nel viso al cardinale, – Il primo giorno di questo ottobre – disse – io giurai fedeltà al legittimo principe della repubblica di San Marino; quel medesimo giuramento adesso confermo, e cosí giuro -. Chiamato quinto Giuseppe Onofri, uomo d’autorità e di grande animo, appressatosi al trono, proferí lento e preciso cosí: – Se il santo padre mi obbliga al giuramento con suo venerando assoluto comando, io son pronto a prestarlo; se poi lo rimette all’arbitrio della mia volontà, io confermo il giuramento altra volta prestato e giuro d’esser fedele alla mia diletta repubblica di San Marino -. A questo nome, a quella vista, tutti i cittadini ricordevoli e fedeli della dolce libertà proruppero in un solo e fortissimo urlo: Viva la repubblica di San Marino! Ed ecco anche Girolamo Gozi, che, aperte le braccia verso il cardinale, gli grida – Io faccio a Vostra Eminenza la stessa preghiera che Gesú Cristo al padre nell’orto di Getsemani, Si possibile est, transeat a me calix iste; mentre, sin che vedrò su ‘l capo del mio gloriosissimo San Marino la corona che mi dimostra esser egli il mio principe, non ho cuore di fargli tale sfregio, ma dirò sempre: Viva San Marino, viva la sua repubblica, viva la libertà! – Tutto ancora il popolo, con le mani levate, con gli occhi luccicanti, accalcandosi, fremendo, acclamava le ultime parole. Fino il diacono che serviva la messa, lasciato l’officio e voltatosi, rigridava: Viva San Marino e la sua repubblica! E un prete musicante, dall’orchestra: Bravi! Viva la libertà! Cosí consiglieri seguivano a consiglieri giurando pure la libertà tanto che il cardinale non potendo piú contenersi uscí in minacce e in parole che parvero ebbre. Ma quando si venne all’intonare l’inno ambrosiano, il popolo non patí che si volesse lodare Dio della frode, della violenza, della libertà rubata; e sí forte e fiero salí il fremito dell’indignazione, che al fine il porporato impallidí tra le spade sguainate intorno all’altare; e il capitano della nova milizia, un de’ ribelli premiati, fece armare i moschetti al grido – Salvate la vita del principe -. Il principe, masnadier di ventura tardato, ordinò il saccheggio; e il saccheggio durò quattr’ore. Girolamo Gozi, quello stesso del giuramento, che ebbe vuotata la casa, scriveva: Figliuol mio, mi son ridotto un pover uomo, ma mi trovo quietissimo e dormo tutt’i miei sonni, come se avessi fatto un’eredità.
VII.
Sfuggita all’attentato cardinalizio con islancio di viragine mal sorpresa nel sonno, la repubblica strinse al cuore le virtú di prima; e rifiutando con presaga sapienza l’offerta d’ingrandimento dal signore della vittoria e disciplinatore della rivoluzione, raccoglievasi a quello che fu officio nobilissimo dalla natura e dalle origini a lei assegnato nella sua storia, a quella che fu la parte benefica sua nella storia d’Italia, assicurare l’asilo ai vinti dalla forza o dalla fortuna, ai perseguitati dalla malvagità o dalla sventura. Cosí ella tra i molti minori scampò dai baccanali della ferocia borbonica Melchiorre Delfico e dalle reti del sospetto chiericale Bartolommeo Borghesi; e l’uno le diè la sua storia, e l’altro propagò il nome di lei nel dotto mondo con quello di Roma. È un bel ricordare, quando gli stranieri piú battevano Italia, l’autore dei Fasti consolari, che in cima a questo Titano, ricongiungendo nell’opera sua di cittadino e scrittore l’ultimo superstite comune italico alla maestà di Roma imperante, passava in rassegna un popolo di consoli riconoscendo a ciascuno il suo stato di servizio, e salutava ognuna pe ‘l suo numero e co ‘l suo nome le aquile delle legioni che, incoronate dalla nostra antica dea la Vittoria, movevano per le vie consolari a portare la civiltà all’Eufrate e all’Atlante. In grazia di che il sapiente e forte vecchio fu confortato di vedere ancora su questa vetta un lampeggiamento di gloria che parea dalla nostra antica istoria venire. Imperocché quando una repubblica che da sé dicevasi grande ebbe sopraffatta e non doma la repubblica eroica di Giuseppe Mazzini, allora questa repubblica piccola di San Marino raccolse con Giuseppe Garibaldi gli sforzi supremi della italica virtú combattente.
Eccellentissimi capitani reggenti, signori del Consiglio, cari cittadini, il mio discorso affrettasi al fine, senza apparato di peregrina e vana eloquenza, co ‘l fatto che piú alto incorona la vostra istoria e piamente la ricongiunge al risorgimento della nazione. Qui venne l’eroe: l’avea preceduto Francesco Nullo il cavaliere prode dei prodi e Ugo Bassi il monaco martire. Era l’Italia antica e la nova, che battevano alla tua porta, o repubblica buona. – Due eserciti m’inseguono e stringono – disse l’eroe. – Le mie genti sono sfinite dalla fame e dalla fatica. Datemi pane e un po’ di riposo per loro. Qui deporremo le armi, e qui cesserà la guerra dell’indipendenza italiana. – E voi e i vostri padri, in conspetto del nemico incalzante da presso, deste pane e riposo e pietà agli afflitti e battuti fratelli, deste ai profughi il viatico e agevolaste la via; e l’ombra della repubblica protesse l’eroe che affrontava i fati novi d’Italia. Sii benedetta nei secoli, o San Marino, da quante anime di italiani vivono e viveranno alla patria e alla libertà. E voi, o cittadini, inscrivete su la porta della città il 31 luglio 1849, e da una parte le ultime parole dette a’ suoi dal generale quel dí – Tornate alle vostre case, ma ricordatevi che l’Italia non dee rimanere nel servaggio e nella vergogna -, e dall’altra la memoria data a voi nei giorni migliori – Ricorderò sempre l’ospitalità generosa di San Marino in un’ora di suprema sciagura per me e per l’Italia. – O repubblica, piena del mirabile spirito della storia nella tua piccolezza, come, oscurandosi l’antica Roma, fosti sortita ad accogliere il cenere dell’italica libertà sparso ai venti, cosí, risorgendo innovata Roma ad altri destini, tu fosti degnata a salvare le sorti nove d’Italia. Onore a te, o antica repubblica, virtuosa, generosa, fidente! onore a te! e vivi eterna con la vita e la gloria d’Italia!
30 settembre 1894.

Giosuè Carducci – Adolescenza e gioventù poetica del Foscolo

I.

In questa edizione le poesie del Foscolo, liriche e satiriche, originali e tradotte, edite e inedite, con varianti e illustrazioni d’ogni maniera, tengono 485 pagine; e sono distribuite in quattro parti: 1) pubblicate da esso l’autore, 2) frammenti del carme alle Grazie, 3) postume e traduzioni, da quella in fuori dell’Iliade, 4) giovanili. Sta innanzi in CCXXVI pagine la prefazione del Chiarini, che dà di esse poesie la storia interna ed esterna e molte notizie e induzioni e questioni su gli amori su i lavori e in generale su la vita del Foscolo.

II.

Facciamoci dai versi giovanili, o, meglio, dell’adolescenza; dai versi, dico, che il Foscolo compose in Venezia dai quattordici ai diciannove anni, tra il 1792 e il ’97, e che hanno per termini il Tieste e l’oda Bonaparte liberatore. Non pregi veri o contrastati che abbiano, ma ci sedurrà a fermarci attorno ad essi certa curiosità degli indizi di quel tempo e delle alluvioni e fecondazioni che si successero in quel singolare spirito giovinetto.

Monumenti e notizie dei primi saggi poetici del Foscolo sono nel manoscritto ch’ei mandò il 1794 a Costantino Naranzi e fu impresso il 1831 in Lugano coll’ambizioso titolo di Poesie inedite, nelle lettere a Gaetano Fornarini di Brescia dal dicembre del ’94 all’agosto del ’95, in un Piano di studi e indice di scritti concepiti o finiti o abbozzati sino all’anno 1796 lasciato a Tommaso Olivi da Chioggia e pubblicato il 1881 in Bologna dal sig. Leo Benvenuti, nel Mercurio d’Italia e nell’Anno poetico di Venezia del 1796 e 97, e in pochi fascicoli stampati in quegli anni o di poi per occasioni: documenti tutti che il Chiarini con ogni diligenza raccolse, raffrontò, esaminò o anche riprodusse nel volume108.
Il Foscolo dunque fu verseggiatore precoce. Tradusse molto: tutto Anacreonte, due odi di Saffo, un’ode di Pindaro, e pezzi di Teocrito, e da Orazio parecchie odi, ed elegie di Catullo e di Tibullo e Properzio; di latini moderni, dal Pontano; di stranieri, il libro terzo del Paradiso perduto, e idilli di Gessner, e canzonette inglesi, francesi, tedesche, tutto dal francese; fino una canzoncina di Thesdeher (?) anacreontico turco, del quale piú altre poesie affermava conoscere voltate in greco volgare. Tredici anni dopo, da Pavia, professore, scriveva: «Si canta canzoni greche, in canto fermo, a modo degli Albanesi, e ieri quelle arie, tra il barbaro e il passionato, esilararono la penosa anima mia109.» Forse il zacintio aveva dai primi anni ritenuto nella memoria di que’ distici cosí amorosamente greci cantati ancora per le isole Jonie; come, a esempio, questi tre tutti Teocrito:

Quando il gelsomino fiorisce, le sue ciocche se ne ornano;
E quando la giovinetta s’abbiglia, i giovani escono di sé.

Papavero folto, folto, gentile,
Prestami i fior tuoi e’l tuo rossore,
Ch ‘i’ mi vesta, m’abbigli, nel lido scenda
E strugga d’amore.

Stilla il tuo tetto a correnti a correnti amarezza,
E io assetato la beo per il dolce amor tuo110.

Altrettanta, se non larghezza, varietà o divagazione di contatti, e, se mi111 sia permessa l’espressione, d’attingiture e intingiture, è attestata anche dal piano di studi, ove si abbracciano o fanno alle braccia i nomi di Omero e d’Ossian, del Tasso e di Milton, di Sofocle e di Shakespeare, dell’Ariosto e di Rousseau, di Swift e di Cervantes, di Teocrito e di Gessner, delle Georgiche e de’ Piaceri dell’immaginazione, di Saffo e delle lettere d’Eloisa imitate da Pope, d’Orazio del Guidi e di Gray, del Frugoni e di Haller, del Savioli e di Whaller, di Richardson, di Arnaud e di Goethe. E tutte queste letture e versioni e imitazioni, se non potevano per una parte conferire di molto alla pronta e retta educazione del giudizio estetico, dovevano per un’altra promuovere il rapido svolgimento di quel senso d’una vita piú larga e piú mossa in una realtà passionata, che, pur con l’espressione enfatica e asmatica e torbida, distingue subito i poeti e gli scrittori in generale della fine del secolo dagli arcadi e dagli imitatori dei cinquecentisti nel principio o nella metà prima.

Del proprio il Foscolo giovinetto compose molte anacreontiche su l’innanzi del Vittorelli e del Bertòla, tredici odi savioliane – cosí egli – , molte odi oraziane, cioè a mo’ di Labindo, e idillii gessneriani a strofette fra rolliane e frugoniane a mo’ pur del Bertola; i quali modi tutti erano la moda poetica dell’Arcadia trasmutantesi al filosofismo sentimentale. E con ciò scriveva anche un’ode mosaica e parodie (poveretto!) delle odi pindariche. Ma piú dovea tenersi di certe odi che accennava al Fornasini fin dal 19 agosto ’95 e indicava e registrava nell’indice del ’96. Non oraziane o fantoniane, non savioliane, non pindariche, non mosaiche; ma del conio dell’autore – cosí egli. – Dovevano andar raccolte in un solo libretto col motto Vitam impendere rero. Dovevano esser dodici, ma tra le finite nel ’95 e le composte o da comporsi nel ’96 e nel 97 io ne conterei diciassette. Vero è che alcune le avea rifiutate, e di tutte sentenziava nell’indice, «esigono la lima di molti mesi.» Di piú, per quelle già composte nel ’95, «L’inquisizione – egli scriveva al Fornasini – si mostra severa; a primo leggerle sembrò sia stata presa da un accesso di febbre.» Eccone gli argomenti e i titoli: nel ’95, A Dante, La verità, Il sacrificio o L’olocausto (allo Scevola: per nuova messa), La campagna  (al Bertòla), In morte del duca G. C., L’ingordigia o L’avarizia, L’incontentabilità, I destini, Ai regnanti (qui – notava il poeta – l’inquisitore fa foco), L’adulazione (al Parini), All’Italia: nel ’96, I Grandi, A mia madre, La musica (all’Ansani), Robespierre (ne fece poi in cambio una cantica), Il mio tempo. E a questa serie si lega l’ode Ai novelli repubblicani composta e pubblicata nel 97. Il Chiarini ritrovò e ha pubblicato le intitolate A Dante, La verità, La campagna, In morte del duca G. C., Ai novelli repubblicani.
La campagna è dei soliti pasticcetti gessnero-bertoliani. Quella su la morte del duca spira furori biblici contro gli empi. Nelle altre si sente la lettura del Parini, dell’Alfieri, del Mazza, ma senza rimembranze; e certe imagini profetali e certe forme quasi dantesche e piú le imitazioni di Young e di Ossian sono in viscida mescolanza impastate con la fraseologia filosofica sentimentale e democratica di quella età. Singolari per audacia di grottesco certi impeti e certe mosse. Al Bettinelli, cui piú tardi mandandogli i Sepolcri dovea salutare padre e maestro, nell’ode a Dante augura questo:

Pera!…
La lingua succida (sic)
Costui nutra nel sangue,
E per delfici lauri
Gli accerchi invece un angue,
Sanie stillante infesta,
L’abominevol testa.

La Verità principia cosí:

Sino al trono di Dio
Lanciò mio cor gli accenti
Che in murmure tremendo
Rispondono i torrenti,
E dalla ferrea calma
Delle notti profonde
Palma battendo a palma
Ogni morto risponde.

Nel Mio tempo:

Vien meco, o Elettra, a piangere
Il soqquadrato mondo,
Ch’ode gli eterei fulmini
E corre furibondo
A trar suoi giorni eterni
Nei spalancati Averni.

Ai novelli repubblicani, con rimembranze delle tragedie scritte dall’Alfieri e delle tragedie fatte dalla rivoluzione diceva:

Questo che io serbo in sen sacro pugnale
Io l’alzo, e grido all’universo intero:
Fia del mio sangue un dí tepido e nero
Ove allontani le santissim’ale
Dal patrio cielo Libertà feroce.
Già valica mia voce
D’Adria le timid’onde,
E la odono eccheggiando
Le marsigliesi sponde…..

A l’armi! Enteo furor in voi discende,
Che i spirti ingombra e l’alme erge ed avvampa;
E accesa in ciel di ragïon la lampa,
Vi toglie agli occhi le ingannevol bende:
Che ragïon figlia di Dio v’invita
A vera morte e addita
I rei petti esecrandi
Ove, Piantate, grida,
Infin a l’elsa i brandi.

Delle odi libere, cioè delle canzoni a strofi sciolte sul modello del Guidi, altra forma lirica agli esercizi del giovinetto, una sola rimane, ben conosciuta, il Bonaparte liberatore (1797); ove la rigidezza alfieriana si scioglie e distende sotto i tepori del Monti, e spuntano e si affacciano o si accusano le prime forme veramente foscoliane.
Anche sonetti, naturalmente, compose: non so quanti per monache, quattro per la morte del padre: un de’ quali a stampa, e negli ultimi versi risuona il pianto come si faceva una volta intorno a’ morti:

spirata l’alma,
Cessò il silenzio; e alle strida amorose
La notturna gemea terribil calma.

Il Chiarini riprodusse quello su la neutralità di Venezia, di valore storico, e anche non senza qualche efficacia di rappresentazione.

O di mille tiranni, a cui rapina
Riga il soglio di sangue, imbelle terra!
‘Ve mentre civil fame ulula ed erra,
Siede negra politica reina;

Dimmi che mai ti val se a te vicina
Compra e vil pace dorme, e se ignea guerra
A te non mai le molli trecce afferra
Onde crollarti in nobile ruina?

Già striscia il popol tuo scarno e fremente
E strappa bestemmiando ad altri i panni,
Mentre gli strappa i suoi man piú potente.

Ma verrà giorno, e gallico lo affretta
Sublime esempio, ch’ei de’ suoi tiranni
Farà col loro scettro alta vendetta.

E io credo si debba riportare e riallogare in questo primo periodo il sonetto che incomincia Quando la terra è d’ombre ricoverta, dal quale, come ben parve al Chiarini, il Foscolo poeta poi da vero rifece nel 1800 il bellissimo Cosí gl’interi giorni ecc.

- Laura, canti in terzine e in isciolti – è nell’indice del ’96 la intitolazione generale d’una serie di poesie, d’argomento, come chi dicesse intimo o soggettivo, meditazioni o elegie: in terzine L’aurora, La notte, Le rimembranze, Le ore: in isciolti, Il tempietto, Amore, I deliri. Non rimangono che Le rimembranze, alle quali si può accompagnare la elegia pure in terza rima per morte di Amaritte, pubblicata in una raccolta del ’96: da questa apprendiamo che il poeta piangeva da un anno la mortagli amica, giovinetta bionda con occhi azzurri. Il piú volte citato indice fra altre prose registra Lettere ad una fanciulla, e anche Laura – lettere; nell’Ortis è la storia di Lauretta; e forse in quell’amore e in quel dolore di adolescente convien ricercare il primo elemento del romanzo, del quale, ricordiamolo, la scena per la prima parte è posta nei colli euganei. Il Chiarini ne ha indovinato, parmi, qualcosa (pag. XXX della prefazione); egli, spero, non intralascerà gli studi sul Foscolo, e vorrà procurare un’edizione critica dell’Ortis con raffronti e richiami alla edizione bolognese lasciata a mezzo e poi rifiutata: allora vedrà se in quel romanzo, come a me pare, si possa distinguere o scernere due o tre elementi diversi, due o tre diversi momenti di concezione e di elaborazione. Torniamo ai canti elegiaci. Di quelli in isciolti già enumerati nell’indice non se ne sa nulla; ma resta inedito uno composto del ’95 in morte del padre, e fu stampato nel ’97 un canto al sole.
In tutte coteste o meditazioni o elegie o poesie intime, sciolte e rimate, che sopravanzano, spasseggia assai vistosamente la gufaggine sepolcrale di Young.
Nell’elegia per Amaritte:

Triste è cosí de’ morti la campagna
Allor che Young fra l’ombre della notte
Sul fato di Narcisa egro si lagna;

E al suon di sue querele alte interrotte
Silenzio oscurità s’alzan turbati
Dal ferreo sonno di lor ampie grotte.

E nelle Rimembranze:

Era l’istante che su squallid’urne
Scapigliata la misera Eloisa
Invocava le afflitte ombre notturne,

E sul libro del duolo n’stava incisa
Eternitade e morte a lamentarsi
Veniva Young sul corpo di Narcisa.

Peggio negli sciolti al sole:

Dal fondo
D’una caverna i fremiti e la guerra
Degli elementi udii. Morte su l’antro
Mi s’affacciò gigante; ed io la vidi
Ritta: crollò la testa e di natura
L’esterminio additommi.

Truffaldinata che ha l’antecedente nell’Entusiasmo malinconico del Monti. Nelle Ricordanze, fra ripetizioni e ripercussioni dantesche e versi di taglio alfieriano, c’è anche qualche tratto di quel misticismo sensuale di origini miste anglo-tedesche, che riscalducciò poi per tanti anni il romanticismo inferiore.

E mi stringea le man: – tutto fuggío
Della notte l’orrore, e radïante
Io vidi in cielo a contemplarci Iddio.

E petto unito a petto palpitante,
E sospiro a sospir, e viso a viso,
La bocca le baciai tutto tremante.

E quant’io vidi allor sembrommi un riso
Dell’universo, e le candide porte
Disserrarsi vid’io del paradiso.

Deh! a che non venne, e l’invocai, la morte?

Ma negli sciolti al sole si annunzia qua e là il Foscolo futuro. La derivazione e anche un po’ la intonazione è dall’apostrofe alla luna nella Dartula ossianesca; se non che il sentimento vero del poeta ben presto penetra l’imitazione e la trasforma.

Te, o Sol, riprega la natura, e il tuo
Di pianto asciugator raggio saluta,
E tu la accendi; e si rallegra e nuovi
Promette frutti e fior. Tutto si cangia,
Tutto père quaggiú! ma tu giammai,
Eterna lampa, non ti cangi? mai?
Pur verrà dí che nell’antiquo vóto
Cadrai del nulla, allor che Dio suo sguardo
Ritirerà da te: non piú le nubi
Corteggeranno a sera i tuoi cadenti
Raggi nell’Oceàno; e non piú l’Alba,
Cinta di un raggio tuo, verrà sull’orto
Di tua carriera. Oimè! ch’io sol non godo
De’ miei giovani giorni; io sol rimiro
Gloria e piacere, ma lugúbri e muti
Sono per me, che dolorosa ho l’alma.

Quel corteggiar delle nubi lo riprese poi in uno de’ sonetti piú veramente belli,

O sera! E quando ti corteggian liete
Le nubi estive e i zefiri sereni:

ed è delle non poche novità da lui portate nella lingua poetica.
Prima de’ diciannove anni il Foscolo faceva e volea fare pur troppo anche de’ poemi e delle cantiche; uno per esempio, che descrivesse la storia del cristianesimo nientedimeno che dal principio alla fine del mondo; e il Genio, in tre canti di versi sciolti (Canto primo, Il Genio universale: Canto secondo, Il Genio nelle scienze: Canto terzo, Il Genio nelle arti); e Il Piacere, canti tre in terza rima; e súbito dopo Il Robespierre, o, come scriveva egli, Il Roberspiere, canti tre pure in terza rima. Per fortuna, di cotesti poemi non ci resta nulla; se non l’occasione a notare come di simili trattazioni didascaliche e filosofiche l’esempio venisse dalla poesia inglese d’allora e avesse anche sedotto in età piú matura e già padrone dello stile quell’altro greco ingegno di Andrea Chénier: le cantiche poi dovevano essere d’ispirazione montiana. Lo fan supporre due poemetti che, fuori dei registrati nell’indice, furono stampati: La Croce, canto in terza rima pubblicato del ’96 per monaca, e La Giustizia e la Pietà, canti due in versi sciolti con un coro rimato, pubblicati del ’97 per S. E. Angelo Memmo che lasciava la reggenza di Chioggia.
La Croce mostra anche montiano del tutto l’impasto dello stile e l’andare della verseggiatura: ci sono terzine ormate evidentemente su altre del Pellegrino apostolico, qualcheduna non però senza grazia:

Tremante allor, con luci timorose,
Si strinse alla sua duce la donzella
E nel suo petto il volto si nascose.

Poi l’alzava qual dopo la procella
Pian pian tragge dal nido il capo, e guata,
L’impaurita ingenua colombella.

Nei canti pe ‘l Memmo è notevole, almeno come ricordo del luogo natale, la lode dell’aver represso il brigantaggio in Zante:

….. Di trofei recinto
Te Corcira adorò; d’Itaca i solchi
Al tuo apparire germinàro, offrendo
A te raro tributo; e Cefalene
Ancor ne serba la memoria dolce.
Ma Pietà tacque, e tonasti vendetta,
Decretata già in ciel: quando alle ricche
Zacintie spiagge tu lanciasti un guardo,
Tremàro. Ahi come abbandonate e sole
Stavan sui freddi talami le meste
Consorti cinte dai piangenti figli!
Ahi come il sangue uman sparso dall’uomo
Scorreva a rivi! Ahi come in man del ladro
Era la lance di giustizia, e come
Tutto era notte, tempesta, spavento!
Ma tu sorgesti, e il lutto sparve ancora.
Al Memmio nome l’omicida infame
Getta il pugnale, ed all’aratro torna,
Onde sien carchi di Britannia i pini
Del dolce frutto di Zacinto onore.

Ma fra altre lodi molte c’è uno sfiatatoio allo spirito democratico:

Pèra colui che il popolar talento
Deluse primo e calpestò la plebe
Schiava, già donna di sé stessa e d’altri.

Chiudo la serie delle citazioni con due terzine del Robespierre, che il Foscolo stesso mandava come saggio, in una lettera del ’96, al Costa:

Tal del Giordan sul margo un dí solía
Pianger l’arsa Sionne e il tempio infranto
L’ispirato dall’alto, Geremia.

E ad ogni verso del funereo canto
Contemplava le meste onde scorrenti
Tacito, immoto, con le luci in pianto

Non sono gran che, ma pure il pensiero ricorre ai versi dei Sepolcri che rappresentano l’Alfieri, e alla figura dell’Alceo nell’inno alla nave delle muse.
Finalmente il 4 gennaio del 1797 fu nel Sant’Angelo recitato, e per nove sere ripetuto con irruzione che formar potrebbe epoca (cosí si scriveva allora l’italiano in Venezia), il Tieste. E il diciottenne tragedo aveva anche in pronto un Edipo, recitabile (attesta egli nell’indice), ma da non istamparsi; e meditava Focione e i Gracchi.
Del Tieste né si può né si deve discorrere qui. E già troppo ci siamo indugiati intorno a poveri versi immaturi d’un poeta insigne. La colpa è del Chiarini, che, avendoli al fine tutti raccolti e industriosamente illustrati, ci ha alléttato a ricercarli con qualche curiosità, non per rifiutare e né meno per correggere il giusto giudizio datone da lui, sí, ripetiamo, per trovarci indizi dei sentimenti del tempo e trarne induzioni e divinazioni sul poeta futuro. Ma i veneziani coetanei di Carlo Gozzi del Baffo e del Gratarol riguardavano allora non senza stupore quello strano giovinetto greco di pelo rosso, che recitava Dante con rauca voce sepolcrale e componeva de’ poemi su Robespierre e delle tragedie su Tieste. Un Eduardo Samueli gli diceva:

Quand’io ti vidi rabbuffati i crini
Con rauca voce e fiammeggianti sguardi
Cantar in suon feroce i sacri ond’ardi
Del tuo padre Alighier carmi divini;

e, accennato alla cantica e alla tragedia, conchiudeva:

Cingi, o Italia, gridai, le fulve chiome
Del non tuo figlio del natío tuo serto,
E ne scolpisci ne’ tuoi fasti il nome.

E un Ferdinando Vaini,

Su l’addensata notte
De’ secoli fra rotte
Ombre, lucente, altero,
Quasi cometa pe ‘l nemboso piano,
O poeta, tuo nome
Galleggiar veggo con l’ignite chiome.

Mario Pieri, nelle sue memorie, descrive il Foscolo112 del ’97 cosí: «Io aveva già udito far menzione anche in Corfú d’un giovane mezzo veneziano e mezzo zacintio, cioè nato al Zante di padre veneto e di madre greca, che già levava grido in Venezia pe ‘l suo talento poetico. Egli contava a un di presso i miei anni e forse qualcuno di piú. Tenea fermo soggiorno in Venezia, ed abitava con la sua madre vedova, e parmi anche col fratello e con una sorella, in campo delle Gatte, contrada delle piú sudice di quella magnifica città, in una casa, per dir meglio catapecchia, sí miserabile, che nelle finestre non aveva vetri, ma bensí le impannate. Quel giovane per altro, ben lontano dal lasciarsi avvilire a quella intollerabile povertà, scherzava, potrebbesi dire, con essa, e sfidavala, e quasi se ne compiacea, superbo del proprio talento, e consolato dalla speranza di gloria che i suoi studi gli promettevano. Rossi capelli e ricciuti, ampia fronte, occhi piccoli e affossati ma scintillanti, brutte ed irregolari fattezze, color pallido, fisionomia piú di scimmia che d’uomo: curvo alquanto, comecché bene aitante della persona: andatura sollecita, parlare scilinguato ma pieno di fuoco: mettea meraviglia il vederlo aggirarsi per le vie e pei caffè, vestito di un logoro e rattoppato soprabito verde, ma pieno di ardire, vantando la sua povertà infino a chi non curavasi di saperla, e pur festeggiato da donne segnalate per nobiltà ed avvenenza e dalle maschere piú graziose e da tutta la gente. Questi era Ugo Foscolo, noto allora per sonetti ed anacreontiche, e sopra tutto per molte terzine dantesche; e che avea già consegnato alla compagnia del teatro Sant’Angelo il suo Tieste, sua prima tragedia, che eccitava in tutta Venezia una grandissima aspettazione, e ch’io vidi poco dopo in quel teatro accolta con applausi quasi incredibili, e replicata per ben trenta sere, onde appagare que’ cencinquantamila abitanti che volevan tutti sentirla. Io lo conobbi quasi appena arrivato a Venezia, ed a lui mi condusse Niccolò Delviniotti, mio concittadino, di sempre cara ed onorata memoria. Lo rivedea poscia sovente in Milano nell’ultima guerra, ma quanto diverso di quello di prima! Quell’uomo che vantavasi d’esser povero, e di non cibarsi d’altro che di riso e pane, e che andava sudicio e malvestito, tu lo avresti veduto tutto attillato e pulito, in un ricco quartiere, farsi abbigliare da capo a piedi dal suo servitore, frequentare le mense de’ grandi e venire predicando i comodi della vita… Egli per altro, sia detto a lode di lui e della verità, non prostituí mai il santo ministero dell’uomo di lettere, né serví alle occasioni, né ai governi, né ai principi; pur beato se non si fosse lasciato sedurre alle lusinghe del lusso di una corrottissima metropoli, che opprimendolo di debiti sparse di grande amarezza e affrettò i suoi ultimi giorni in mezzo al vigore delle sue onorate fatiche113.»
In questa pagina vive tutto il Foscolo di diciotto anni co’ fremiti e coi versi che udimmo: strana apparizione in quell’inverno dal ’96 al ’97 che diè l’ultimo e il piú allegro carnevale alla repubblica di Venezia, presso a crollare senza resistenze, senza difese, senza rimpianti.

III.

Il secondo periodo delle poesie del Foscolo è dalla venuta in Milano nel novembre del 1797 dopo la cessione di Venezia alla partenza pe ‘l campo di Boulogne nel giugno del 1804: è la gioventú vera dell’animo e dell’ingegno non che della vita d’Ugo, travagliantesi fra le armi e i pericoli e le passioni nella repubblica cisalpina e nell’italiana. Ora, dopo le ricerche e le fatiche del nuovo editore, che, seguendo anno per anno, mese per mese, a passo a passo, i viaggi gli amori e gli studi del poeta, ha nei capitoli terzo e quarto della prefazione assegnato con quasi certezza o dato altrui gli argomenti per assegnare il tempo della composizione di ciascun sonetto e ode, sarebbe un piacere discorrere di quella gioventú del lirico greco-italiano e riconstituire la storia dello svolgimento passionato ed artistico di quella poesia. Ma io non posso che accennare.
Le poesie di questo secondo periodo, cioè dodici sonetti e due odi (nella parte prima della edizione chiariniana) si può anzi si deve, chi le voglia intendere bene, dividere in due serie, che rispondono a due fasi o momenti diversi o meglio a due diverse condizioni e parvenze dell’animo e dell’ingegno del poeta. La prima, se mi sia lecito usurpare ad appropriazione individuale la denominazione d’un periodo della letteratura tedesca, è dello Sturm und Drang: ha il motivo e la ragione nella perdita della patria e nell’amore senza speranza per l’Isabella Roncioni, ha per termine e sfogo Le ultime lettere di Iacopo Ortis pubblicate nell’ottobre del 1802. La seconda, movendo dalla trasmutazione del sentimento a una piú larga se non piú chiara comprensione dell’essere, è della calma nel dolore e dell’amore per la plastica: è il regno delle forme dell’Antonietta Arese, e ha per contorno il commento alla Chioma di Berenice, pubblicato nell’agosto del 1803.

Come aveva chiuso la poetica adolescenza con l’imitazione della tragedia alfieriana nel Tieste e delle canzoni alfieriane nell’ode al Bonaparte, cosí Ugo cominciò alfiereggiando anche nei sonetti. Il primo, per la sentenza capitale contro la lingua latina proposta nel gran Consiglio Cisalpino l’anno 1798, ha solo il valore di documento storico, e del resto è inferiore a quello dell’Alfieri su la soppressione dell’Accademia della Crusca; anzi, a esser franchi, procede fra grandi avvolpacchiamenti di parole un po’ slombato. Alfieriano sempre, ma già con un tic d’originalità, il secondo Non son chi fui. Ma di lí a pochi mesi, forse a pochi giorni, ecco i tre, E tu ne’ carmi, Perché taccia il rumor, Meritamente, mirabili di novità, di purità, di movimento, vera lirica, alfine, dell’affetto superiore ed intenso trasformato ed idealizzato nel fantasma. Sono tutti e tre per la Roncioni, e scritti, come il Chiarini ha dimostrato, parmi, sicuramente, i primi due nel marzo o nell’aprile del ’99 quando i Francesi occuparono la prima volta Firenze, il terzo nella Liguria, lo stess’anno, probabilmente d’autunno. Sono i tre momenti dell’amore: l’ammirazione, il tremore, il dolore. Ma chi gli aveva dopo il Petrarca cantati mai cosí? E chi all’estasi e al gemito del Petrarca aveva mai saputo mescolare quel profumo e quel fremito di ionia primavera? chi nella toscana eleganza della forma petrarchesca aveva mai saputo condurre la purità della linea attica e la mollezza della voluta corintia con tanto pacata sveltezza? E quel zantiotto che era stato a scuola a Spalatro, italianizzatosi, diceva il suo ammiratore Samueli nel ’97, da quattro anni, fra i ciaccoloni cesarottiani veneti, digrignante sotto il suo soprabito verde versi apocalittici, come cosí d’un tratto era arrivato a tanta proprietà, eleganza ed efficacia di lingua, a tanta squisitezza, morbidezza, pastosità d’elocuzione, a tanta musica e volo di verso? Miracoli! Che un primo e vero amore, che l’apparizione soave d’una giovine bella e pura possa con un sentimento nuovo promuovere una nuova espansione della forza fantastica, s’intende. Ma la materia per esprimere ed imprimere i fantasmi, la parola, e l’istrumento e l’arte, chi glie li diede?
Al sonetto di lontananza (Meritamente) che tócca l’ultimo limite della passione (… Amor fra l’ombre inferne Seguirammi immortale onnipotente), succede, quasi intermezzo di riposo, l’ode, composta nel marzo 1800, per la Pallavicini caduta da cavallo. Procede questa, come anche notò il Chiarini, dalle odi pariniane, da quelle specialmente per donne; anzi il paragone di Pallade (Tal nel lavacro immersa) par suggerito da un simile nel Pericolo:

Parve a mirar nel volto
E ne le membra Pallade,
Quando, l’elmo a sé tolto,
Fin sopra il fianco scorrere
Si lascia il lungo crin.

Anche la combinazione dei versi, la strofe, è un misto di quelle del Pericolo e dell’Educazione. Quel tronco finale del Pericolo martellava un po’ troppo: piana troppo in vece, e quasi discorsiva, la strofe dell’Educazione. E questa fu rialzata con gli sdruccioli al fin d’ogni coppia, e quella del Pericolo ammollita con tôr via il tronco. È un metro che il Foscolo deve al Bertòla. Per l’invenzione fu già notato che move dall’ode I Cocchi di Luigi Lamberti. Ma nell’eccellenza, almeno per gran parte, dell’esecuzione il giovine lirico si lascia addietro d’assai, non che il Lamberti, il Parini.
Liberata, come si diceva, l’Italia, e restaurata la repubblica, il Foscolo da Milano fu sul finire del 1800 a Firenze, e cantò il chiudersi dell’anno e del secolo con un sonetto novellamente alfieriano (Che stai?), di magnanima conchiusione. E chiuse la storia del giovanile e infelice amore col bellissimo Cosí gl’interi giorni.
Questi sette sonetti, con un ottavo Il ritratto e con l’ode alla Pallavicini, pubblicati la prima volta nel Nuovo giornale dei letterati in Pisa del 1802, sono come i bassorilievi piú puramente artistici che circondano e adornano la base della piramide funebre o del cono tronco, un tantino rococò, di Iacopo Ortis. Ma il ritratto non è mica gran cosa, che che ne pensino i facitori d’antologie e i maestri di scuola. Prima di tutto, la enumerazione, chiunque la faccia, non sarà mai poesia; e poi questa enumerazione foscoliana in quattordici versi non ha né meno il merito dell’originalità; è una scimiottata di quella dell’Alfieri, alla quale per concettosità e concisione rimane di molto inferiore. Già, a proposito di autoritratti mi torna sempre a mente quella mossa del Montesquieu: Je vais faire une assez sotte chose, c’est mon portrait. E mi dispiace che uomini come l’Alfieri e il Foscolo dandosi cosí in pascolo agli sciocchi abbiano lusingato le inclinazioni istrioniche del volgo dei lettori, abbiano pòrto esempio o pretesto o scusa a tante grullerie d’una letteratura vanesia. Un uomo come l’Alfieri fare la propria presentazione con simili versi, Giusto naso, bel labro e denti eletti! e il Foscolo, Capo chino, bel collo largo petto! e fino il Manzoni, Naso non grande e non soverchio umíle! Oh, i connotati per il passaporto in metafore e in rime!
Notammo la derivazione dell’ode alla Pallavicini dal Parini e dal Lamberti. Né qui finiscono le derivazioni o le imitazioni o le rimembranze foscoliane. Luce degli occhi miei, chi mi t’asconde? chiude il sonetto Cosí gl’interi giorni: ma questo verso, e un pochetto anche la principal situazione di tutto il sonetto, è del Lamberti nel Lamento di Dafni:

Ecco già il mondo in preda al sonno giace,
Ecco tacciono i venti e taccion l’onde,
Sol nel mio petto il mio dolor non tace:

Quindi i poggi e le valli ime e profonde
Fo egualmente sonar d’un mesto grido
- Luce degli occhi miei, chi mi t’asconde?

Proprio del Lamberti, di cui il Foscolo undici anni dopo dimandava: Chi legge i versi del Priscian Lamberto? e pare non ricordasse piú che poteva rispondergli, Voi. – Un altro sonetto comincia con un’imitazione, che dico? con una traduzione di due versi del falso Cornelio Gallo o vero di Massimiano etrusco elegiografo del tempo di Teodorico, e finisce con altre imitazioni o traduzioni da Ovidio e da Seneca. Ma chi, anche erudito, ripeterebbe il distico di Massimiano,

Non sum qui fueram, perit pars maxima nostri;
Hoc quoque quod superest languor et horror habet,

di faccia alla giovine bellezza di questi versi qui,

Non son chi fui; perí di noi gran parte:
Questo che avanza è sol languore e pianto;
È secco il mirto, e son le foglie sparte
Del lauro, speme al giovanil mio canto?

L’altro principio,

Meritamente, però ch’io potei
Abbandonarti, or grido alle frementi
Onde che batton l’alpi, e i pianti miei
Sperdono sordi del Tirreno i venti,

ricorda il principio d’un’elegia dell’Ariosto,

Meritamente ora punir mi veggio
Del grave error ch’a dipartirmi feci
Da la mia donna, e degno son di peggio;

e ambedue ricordano il properziano,

Et merito, quoniam potui fugisse puellam,
Nunc ego desertas adloquor alcyonas.

Ma, col dovuto rispetto al Callimaco umbro, i gabbiani a cui si presenta allocutore fanno, a dir vero, una gran magra figura dinanzi alle frementi onde che batton l’alpi.
I piú grandi poeti del rinascimento, e in ciò i moderni neoclassicisti li seguitarono, si recavano a pregio d’ingegno e d’arte derivar nel volgare certe bellezze d’imagini e di figure dagli antichi; prendere poi dagli stranieri reputavano conquista; e togliendo a’ mediocri o a’ minimi qualche diamantuzzo non credevano di rubare ai poveri, ma di renderlo alla grazia delle Muse incastonato in monili d’eterno lavoro. Gente invidiosa e superba confonde oggi le imitazioni utili e le inevitabili reminiscenze co’ plagi, e fruga e accusa plagi per tutto; mentre essa copia e lucida e prende tutto dagli stranieri, fino il modo di pensare e di dire; e alla disperata copia sé stessa, cioè quello che di piú brutto, di piú abietto e di piú ebete possa sopportare la terra. Torniamo al Foscolo. Le imitazioni degli elegiaci latini rivelano almeno uno degli studi nel cui strofinamento il levantino giunse a deporre l’antica scorza. E forse che l’eleganza allucignolata del Lamberti, buon traduttore, del resto, dal greco, e che sapea le veneri latine lavare nelle chiare fresche e dolci acque del toscanesimo classico, forse che, dico, la eleganza del Lamberti gli fu guida traverso i cinquecentisti (il Foscolo mostrò tener conto del Tarsia e del Della Casa, quasi autori d’uno stil nuovo) fino al Petrarca.

Alla seconda serie poetica della gioventú del Foscolo appartengono l’ode all’amica risanata e quattro sonetti. Queste poche liriche, pubblicate la prima volta nelle prime due edizioni milanesi delle Poesie dell’autore che uscirono a poca distanza di mesi nel 1803, sono piú che probabilmente composte tutte nel 1802: il sonetto che incomincia Un dí s’io non andrò sempre fuggendo, necessariamente dopo la morte del fratello Giovanni che fu nel dicembre del 1801: quello a Zacinto io lo suppongo scritto dopo l’ode all’amica, la quale è senza dubbio dell’aprile 1802, per questo; che l’ode finisce con quel passionato accenno alle isole ionie, accenno, perché l’economia lirica non voleva di piú; ma quel ricordo non bastava all’animo del poeta, che si sfogò nel sonetto, Né piú mai rivedrò le sacre sponde. Per quale o in quale occasione precisamente fossero composti gli altri due, Forse perché della fatal quïete e Pur tu copia versavi alma di canto, non si può indovinare: a ogni modo innanzi o ne’ primi del 1803. Di cotesti sonetti, tre – in morte del fratello – a Zacinto – alla sera – sono di certo i piú belli del Foscolo, e, dopo quelli di Dante e del Petrarca e qualcuno forse del Tasso, sono dei piú perfetti della poesia italiana. Se non che dire perfetti non mi pare lode giusta: la perfezione può essere anche fredda; e questi sonetti pur cosí grondanti di lacrime e frementi di disperazione, sono caldi, caldi, caldi della divina passione giovanile: sono, senza piú, una meraviglia. E se qualcuno non lo capisce o non lo vuol capire, non importa proprio nulla. Ciò che il De Sanctis riconobbe nell’ultima terzina del sonetto a Zacinto, il presentimento di Giacomo Leopardi, a me par di trovarlo in tutti tre: ma lascerei da parte il Leopardi, e direi, che, mentre nei primi sonetti si divincolava lo spasimo individuale, in questi sentesi nella sua fatalità quasi serena la doglia mondiale.
Fra essi, come statua greca del quarto periodo dell’arte, sorge l’ode all’amica risanata, una stupenda perfezione marmorea. Di questa ode giudica molto bene il Chiarini – «Le ultime sette strofe sono di una purezza antica, quale fino allora non s’era veduta nella nostra poesia. Chi legga le lettere che il poeta scriveva in quei giorni all’amica e le paragoni con l’ode, non potrà non restare meravigliato del contrasto singolarissimo. In quelle le espressioni di un amore esaltato, in questa neppure un accento di passione. Non si direbbe davvero che questa ode è la poesia di un innamorato. Il Foscolo, che sapeva mettere nella prosa tutta la poesia della passione (le sue lettere d’amore sono delle piú belle che io abbia lette), in questi versi, come nella maggior parte di quelli delle Grazie, coi quali celebra altre donne amate da lui, è d’una freddezza glaciale; è un artista che tutto assorto nella serena contemplazione della bellezza della sua donna si dimentica affatto che cotesta donna è pur quella che gli fa battere il cuore violentemente; si direbbe che, mentre egli la canta, se la vede dinanzi come una Venere, come una delle Grazie, bella e perfetta si, ma di marmo; anzi piú gelida ancora, poiché il marmo della Venere di Canova lo facea sospirare, con mille desiderii e con mille rimembranze nell’anima.» Aggiungo, quasi temperamento, un passo del De Sanctis: «A quei sonetti lapidarii, dove la vita è come raccolta e stagnata al di dentro, succede la classica ode ne’ suoi ampi e flessuosi giri, dove l’anima si espande nella varietà della vita. In questo suo classicismo a colori nuovi e vivi senti la freschezza di una vita giovane guarita da quel sentimentalismo snervante, e risorta all’entusiasmo, incalorita dagli occhi negri e dal caro viso e dall’agile corpo e da’ molli contorni della beltà femminile, tra balli e canti e suoni d’arpa. In questo mondo musicale e voluttuoso l’anima si fa liquida, si raddolcisce, e spunta la grazia; le corde eolie si maritano all’itala grave cetra114.»
Di mio faccio un po’ di commento. Evidente nella prima strofe è a tutti la comparazione omerica e virgiliana, e qua e là qualche rimembranza d’Orazio e d’altri poeti latini. Non so per altro se in quei bei versi della terza

tornano
I grandi occhi al sorriso
Insidïando, e vegliano
Per te in novelli pianti
Trepide madri e sospettose amanti,

qualcuno abbia riconosciuto questi d’Orazio

Te suis matres metuunt iuvencis,
te senes parci miseraeque nuper
virgines nuptae, tua ne retardet
aura maritos:

che è realismo nella eleganza efficacissimo; ma, perché divenisse complimento passando da una etaira a una contessa, bisognava rammodernarlo o rammorbidirlo, come il Foscolo seppe. Chi poi non ricorda?

Ebbi in quel mar la culla:
Ivi erra, ignudo spirito,
Di Faon la fanciulla;
E se il notturno zeffiro
Blando sui frutti spira,
Suonano i liti un lamentar di lira.

E da vero nei canti popolari delle isole ionie

spirat adhuc amor
Vivuntque commissi calores
Aeoliae fidibus puellae.

Eccone alcuni:

Amore, perché mi svegliasti, ché dolce i’ dormivo?
E mi mettesti pensieri ch’i’ non nutrivo?

Questo non è affanno ch’i’ ho nel cuore.
Ma è amor vero che mangia le viscere mie.

Come i fiori del mandorlo biancheggia il tuo viso:
Chi ti vede vien meno e languisce dinanzi a te.

Ahi come lo soffersi io tanto? Quando ti veggo, tremo,
Le mani e i pie’ e la parola che parlo.

Come tremolano le stelle del cielo infin ch’aggiorni,
Trema e a me il cuor mio finché ti rincontri.

Di contro a me venisti e sedesti, come sole, come luna;
E succiasti il sangue mio come l’arida spugna.

Di contro, di fronte a me siede la mia desiderata;
E freddo freddo sudore corre dal corpo mio.

Quand’odo ‘l tuo nome, non so perché,
Palpitano le viscere mie, il mio corpo vien meno115.

Non cito per isfoggio d’erudizione, ma per trasfondere, potendo, nei lettori la persuasione mia, che gli elementi e le forze della rinnovazione fatta dal Foscolo nella lirica italiana provengono in gran parte dal sangue e dal sentimento greco.
Difficile, dopo cotesta ode, far meglio in quel genere. E nei sonetti a Zacinto e alla sera è raggiunta la suprema perfezione nella corrispondenza del motivo al metro e alla forma. Meglio smettere, cosí pare l’intendesse il Foscolo, forse anche ammonito dalla inferiorità del sonetto finale, Pur tu copia versavi alma di canto. Né piú fece sonetti, salvo uno che tentò non felicemente pe ‘l ritratto dipintogli dal Fabre nel 1813 e che non pubblicò egli. E si volse agli sciolti.
Quello degli sciolti è il terzo periodo dell’arte foscoliana; dove specialmente per le Grazie la industria critica del Chiarini fu piú faticosa ed è piú benemerita. Ne discorreremo altra volta.

Giosuè Carducci – La Dora – Memorie di Giuseppe Regaldi

I.

Francamente, io preferisco la prosa del Diderot, per un esempio, a quella dello Chateaubriand, e di gran lunga poi il Voltaire al Lamartine. Ma a dirne la ragione mi troverei un po’ sgomento; tanto ella è semplice, che ai gran tiratori di formole risica di non parere né meno una ragione: in somma, è che io amo la poesia in poesia e in prosa la prosa. Cosí che, quando veggo di questi libri divisi, non a capitoli, ma a cifre romane in quella specie di stanze epiche tanto oggigiorno alla moda, come diceva il Sainte-Beuve a punto di certe storie del Lamartine, quando veggo della prosa divisa per istrofe, novantanove per cento io quel libro non lo leggo. Gli è che i razzi a lung’andare mi stufano. E coteste strofe di periodetti con la loro imaginetta ciascuno, montano, montano, fin che vadano a incappellarsi di una grande imagine finale, il coronamento dell’edifizio; proprio come il razzo che fila via per l’aria serpeggiando con quella sua striscia scurastra e fischiante, poi ricasca in una momentanea pioggetta di piú colori, poi tutto finisce in un fumacchio. Ora, a veder tirare un quattrocento razzi un dopo l’altro, resistereste voi, o lettori? E né pur io a leggere quattrocento pagine di prosa a strofe; tanto piú essendovi il pericolo ognora imminente d’un agguato. Dico di voi, traditrice imagine, brigante epifonema, assassina iperbole, che, mentre sono in vena, puta il caso, di sillogizzare su quel che leggo, mi cogliete al canto, e levatomi a mezza vita nell’aria mi urlate: Pover uomo, tu non ci aspettavi qui! o un po’ di emozione, o sei un imbecille.

II.

Capitandomi da prima alle mani la Dora del prof. Regaldi, io mi mossi, non ostante la partizione per cifre romane, a svolgere il libro, dietro questo ragionamento – Il Regaldi, quando vuole scrivere in poesia, sa scrivere versi ben numerosi e di vena (ricordavo specialmente l’Armeria reale e la Umanità): onde il bisogno di apparire poeta a ogni piè sospinto anche in prosa per lui non è urgente. Ancora: il Regaldi, quando vuole scrivere in prosa, ha mostrato di saperlo fare con larghezza e con determinazione di stile ad un tempo (e ricordavo i saggi su Parga, su ‘l Capodistria, ed altre belle pagine staccate d’un viaggio per l’Ionio): onde questa Dora sarà di certo imaginosa, che non è male; ma sarà anche ragionevole e ragionata, che è bene anzi tutto. Di piú, aggiungevo, se la prosa poetica è un genere letterario (che ne dubito), in quel che è descrizione di viaggi dee fare men trista prova anche a cui non le sia favorevole molto. Nel viaggio in fatti, massime per paesi di montagna, lo spirito della natura mescolandosi a quello dell’uomo lo rinfresca quasi ed assottiglia; onde la maggior prontezza a comporsi o ricomporsi, di su i diversi aspetti che gli si presentano, altrettante reminiscenze e fantasmi; e la varietà degli oggetti succedentisi sempre nuovi e diversi porta seco la molteplicità delle imagini, e la varietà dei toni e dei colori rende, quasi direi, probabile anche la partizione della prosa per istrofe. In fine mormoravo fra me e me questi versi del poeta:

Vidi fiumi tra campi ubertosi,
Vidi laghi tra chine fiorite,
Città prische, famose bastite,
Monumenti dell’italo onor.

Ma il pensier piú soave, piú santo,
Che i disir di mia vita nudría,
Fu il pensier della valle natía,
Dei primi anni castissimo amor.

A questo amore per il paese ove uno è nato risponde sempre l’animo di chi non si avvezzò ad ammirare fumum et opes strepitumque. Mi crebbe quindi il desiderio di sentire come il Regaldi, reduce di Grecia e di Soria, ritrovasse e dipingesse una valle del suo Piemonte: e prima lessi la Dora di séguito, poi la rilessi in piú punti; e tuttavia con piacere.
Non si aspetti però il lettore che io gli riferisca qui per filo e per segno ciò che la Dora contiene. Prima di tutto, la critica a modo d’indice a me non garba: e poi questa è della Dora la seconda edizione dopo quella del Sessantacinque, il che in tanta scarsezza di chi legga libri è non mediocre lode all’autore: finalmente di sì fatti libri non si può dare un epilogo. Se io dovessi dire che cosa è propriamente la Dora, la definirei una guida dal Monginevra a Torino composta da un poeta e insieme un itinerario poetico composto da uno studioso delle patrie antichità. Il Regaldi, benché poeta e in sua gioventú improvvisatore, studia i suoi soggetti con amore, anzi con ostinazione. Per comporre l’ode sul telegrafo elettrico, si dice ch’ei stésse chiuso qualche diecina di giorni in un gabinetto di fisica, tormentatore assiduo del professore e dell’assistente. Dell’Armeria reale v’è chi preferisce alle ottave le note illustrative: per me è uomo di poco gusto, ma egli afferma di amar l’erudizione. Anche per questo libro su la Dora v’è ragion di credere che il Regaldi abbia rifrustato molte cronache e memorie paesane, e il nome del Cibrario che spesso gli ricorre sotto la penna ci è arra di sicurezza.
Di che ne viene una varietà notevole di materie e di stile. V’è l’idillio a canto all’ironia, la descrizione olezzante di fiori con la dissertazione polverosa dalle biblioteche, e dialoghi, e apostrofi, e anche visioni. Qui, un paesaggio e una pittura di costumi; lí, una leggenda feudale e religiosa; appresso, la storia d’un convento e la narrazione di una battaglia; qua un ospizio di frati, là un monumento romano; e poi un miracolo, e poi un colloquio di politica. Re, monaci, santi, guerrieri, montanari, industriali, artisti, poeti, si succedono dal Monginevra al Moncenisio, per le Chiuse e alla Novalesa, sul Pirchiriano, a Torino, a Superga, a Sántena.
Anche di miracoli parla il Regaldi; e fa bene. La composizione di coteste tradizioni giova agli studiosi per sorprendervi e raffrontare fra loro le costumanze e le facoltà d’una famiglia di popoli. Vero è che egli appartiene a quella scuola poetica che adoperava assai il soprannaturale, a quel modo che certa scuola pittorica fece grande sciupío di azzurro di Prussia a fine di ristorare il cristianesimo. Non però il Regaldi metterebbe pegno per acquistar fede ai miracoli ch’egli racconta. È ben capace di stare a udire con faccia tosta un da ben parroco che gl’infinocchi il racconto di non so che pisside portata via da certi soldati, e che poi fece un buco nei sacchi delle salmerie militari, e se ne rivolò tutta raggiante al suo posto: ma dopo ciò fa una crollatina di capo, conchiudendo «Lascio il miracolo sotto le arcate della chiesa parrocchiale» ecc. ecc., e passa a sbizzarrirsi con l’Inquisizione e suoi nefandi processi alle streghe o masche. Ancora: il Regaldi s’intrattiene volentieri a chiacchiera con preti e frati, e spesso ha da lodarsi in buona fede, e io lo credo, del fatto loro; non sí però che un sorrisetto fine insieme e bonario non gli scappi talvolta. «Che v’è di nuovo a S. Antonino? (un paese qualunque della montagna). Di veramente nuovo, mi fu risposto, abbiamo il prevosto Agostino Belmondo, accolto ora con feste popolari. Annessa alla prepositura v’ha la pingue rendita di cinque mila franchi, che il neo-prevosto saprà usare piamente, perché evangelico pastore lo annunziano la fama e i versi del bravo sacerdote Don Picco.» È veramente di buon gusto, e contenta tutti, il preposto, Don Picco poeta e gli spiriti forti del villaggio. La religione in somma del Regaldi, come di molti scrittori della sua generazione, è un idealismo, se non vogliasi piuttosto un ottimismo poetico, il quale si allarga a tale una tolleranza che confina da piú lati con lo scetticismo.
Del resto il Regaldi considera con roseo ottimismo tutte le cose e gli uomini tutti. Egli, come ogni poeta da natura e nello stato di natura, è buono. Ammira facilmente, facilissimamente loda: per lui non vi sono né scuole né partiti né sètte: cita Giuseppe Mazzini e il commendatore Minghetti; ama il Cibrario e il Brofferio; il Prati, Norberto Rosa ed il Révere. È un uomo egregio che vi apre le braccia e vi sorride di primo acchito; che si esalta della sua stessa parola, e prorompe nella lirica. Noi in vece, cresciuti dopo il 1849, maturati dopo il ’60, siamo una gelida e arcigna generazione. Poco e di rado amammo; meno credemmo; e dubitammo troppo spesso di avere, ove ammirassimo oggi, a ricrederci domani. Abbiamo dell’acredine nel sangue; e molti di noi si vantano di essere d’un partito, credendo in verità che il non aver partito, quando la non sia una figura di parole, debba essere una immoralità. Per ciò quella gran bontà e larghezza del Regaldi non la possiamo accettar per intero: non dico che volessimo in lui un po’ di fiele, che anzi in fondo desidereremmo per avventura di esser come lui; ma a noi iconoclasti quel suo voler di frequente rizzar degli altari fa specie. Tutto ciò avvertiamo, a dir vero, non per lui, che avrà benissimo le sue ragioni di far cosí, ma per i giovani e per noi stessi. Per noi stessi, dico; perché anche noi alla fin fine, a sentirci sempre brontolar d’intorno questo fiotto di lodi, abbiamo come pubblico il diritto di gridare: Alto là, rendeteci un po’ di ragione.
Il Regaldi, per esempio, afferma di vedere nel discorso di Alessandro Manzoni intorno a’ Longobardi connaturate, direbbe quasi, le anime del Muratori e del Vico. Tutto cotesto in un discorso solo non vi par troppo? Aggiungete un zinzin di Dante (e già ci son di quelli i quali per conto loro mandano di pari passo il Manzoni e Dante), ed eccovi, si passi un po’ d’iperbole anche a me, eccovi rifatta una specie di padre eterno. Io intanto, dalla parte mia, per quanto possa ammirare l’autore dell’Urania, dei cori dell’Adelchi e dei Promessi Sposi, Vico e Muratori insieme non lo crederò ancora. Mi permette tanto la vostra tolleranza, signori lettori?
Qualche altra volta l’enfasi fa dimenticare al Regaldi il buon gusto. Egli, poeta delle reminiscenze bibliche, si ostina a chiamar Debora del Piemonte la signora Giulia Colombini. Ora la signora Giulia sa troppo bene chi la Debora fosse, e non avrebbe fatto mai quel che ella fece: cioè, se un generale austriaco fosse stato ospitato in casa d’un piemontese amico suo, e se la costui moglie, ospitatolo e datogli mangiare, gli avesse poi, mentre dormiva, piantato tanto di chiodo nella tempia, la signora Giulia non avrebbe cantato per ciò alleluia. Le son cose coteste da farle e lodarle le donne della santa nazione: noi poveri giapetici non siamo tanto perfetti, e dobbiam contentarci delle egoistiche e selvagge virtù di Atene e di Roma. Del resto, nel canto della pretessa ebrea certa energia, come quella dell’indiano che scalpella il teschio del nemico vivo, non manca. Per il nome adunque di Debora son troppo poca cosa dei versi come questi della signora Colombini:
Ma, nuovo Curzio, nel fatal momento Diede il suo capo il gran Biellese, e volle Sé stesso per la patria in sacramento: Scoppiò l’eccelsa polve, e glorïoso Micca su mille eroi tomba si aderse.
Importa egli provarlo?
Per certi giudizi, del resto, qualcosa è pur da concedere alla maniera di stile adoperata dal Regaldi in questa prosa. E chi mi domandasse che stile è cotesto, mi attenterei di accennare le due figure litografiche che adornano le copertine del libro. In quella d’avanti c’è la Naiade della Dora: tale almeno la dimostrano la classica urna su cui appoggia l’un braccio e il remo che sorregge dell’altro e la ghirlanda di canne: differente dalle antiche ninfe in questo, che ha un po’ di camicia per mezzo il seno e una gran gonnella pe ‘l rimanente del corpo. È classicismo rammodernato. Nella copertina di dietro si vede un vecchio seduto fra le ruine d’un castello del medio evo, e legge in un gran codice. Probabilmente doveva simboleggiare l’archeologia o l’erudizione storica: ma per me è un bardo, un trovatore, un poeta in somma di ballate e di leggende bell’e buono: chi altro, salvo un poeta sí fatto, si piglierebbe la scesa di testa di leggere al lume della luna e, per dirla col Davanzati, in zucca, come fa l’uomo della copertina? Se non che, ficcategli ben bene gli occhi in viso a cotest’uomo; e vi riconoscerete in fondo il buon compagno, e pratico a sufficienza della vita di questo mondo: come pure, riprendendo a vagheggiare la Naiade d’avanti, non c’è caso che quel viso furbetto mi voglia ricordare nulla delle alpi, ma sí bene le belle fanciulle in cui si avviene chi torna le sere di festa per le stupende colline da Moncalieri a Torino.
Non so se mi son fatto intendere: ma queste imagini a me pare che possan rendere un’idea della prosa della Dora, con le sue aspirazioni all’idillio alla lirica all’epos romanzesco, temperate e tal volta turbate o mortificate da un sentimento troppo vivo della realtà convenzionale. In questi contrasti l’arte ci perde un cotal poco: dico che il poeta perde la serenità della inspirazione, il pittore la sicurezza della mano; e la intonazione lirica diventa confusa e strepitante, e nella pittura idilliaca si ricorre spesso alla biacca. Vorreste un qualche esempio? Prendiamolo súbito dalle prime pagine. Si tratta, a pagina 13, del corso diverso della Duranza e della Dora, che la prima scaturisce dalla costa orientale del Monginevra, la seconda dall’occidentale: due sorelle, geni del bene e del male usciti da un medesimo principio, dice il Regaldi; e séguita: «Direbbesi quasi che nella Duranza si agiti una furia, la quale dalle Alpi scendendo minacciosa porti colle gonfie acque la desolazione nei seminati campi della Francia. Non cosí della Dora, fecondatrice benefica delle nostre campagne subalpine. Nelle sue sorgenti ella sospira con innocente grazia pastorale, e discesa al piano diviene regina, diletta ed onorata da tutte le genti italiane. Gli spiriti di Caino e d’Abele s’incontrano su le piú alte cime del Monginevra. Quello di Caino mira all’occaso, e seguitando nella loro corrente le acque della Duranza rinnova la sua antica disperazione; e lo spirito di Abele guardando ad oriente benedice le acque della Dora, e le accompagna coi canti dell’amore e dei santi olocausti.» A pagina 17 si descrive una pastorella di Bousson: «In quell’ora procellosa Lucia era veramente l’angelo, la stella della consolazione. Vestiva un giubboncello di panno bigio, una corta gonnella, egualmente di panno di tinta oscura, con un grembiale di tela turchina. La parte superiore del giubboncello terminava a fior di spalle in una listina di mussola, che in gran parte copriva gli avori del seno. Il volto di Lucia sarebbe stato all’Urbinate un prezioso modello per le sue madonne. Gli occhi azzurri ed i coralli del breve labbro sfavillavano fra i gigli e le rose del verginale sembiante; ed il cuffiottino di trapunto bianco con due fettucce raccomandato al mento faceva viemmeglio spiccare quell’angelico viso, sul quale scorrevano a guisa di fila d’oro le ciocche de’ biondi capegli.» Ecco rappresentate in due esempi le virtú e i vizi di questo stile: vuolsi tuttavia notare che i vizi, o quelli che a me paiono tali, non sono tanto del Regaldi quanto di cotesto genere letterario: ricordiamoci certe pitture dello Chateaubriand, certe altre del Gessner.
Dopo ciò non parrà strano che gli splendidi coloritori, com’è il Regaldi, riescano un po’ meno felici, ove a rendere la tenuità del concetto richiederebbesi tale una nitidità di disegno e una facilità di lingua propria netta e viva che non è di troppi oggigiorno. Racconta il Regaldi come riparasse da un temporale nella capanna del vecchio Giacomo, padre della Lucia, della pastorella con la cui vaga figura abbiamo fatto conoscenza pur ora. La folgore serpeggiava innanzi al finestrino della capanna, romoreggiavano i tuoni, e il poeta mormorava certi versi del Tasso. Ma «il buon vecchio levatosi da sedere volse gli occhi alla imagine di Maria; e, stesa la callosa destra, prese il rosario, e, baciatolo, mormorò una preghiera e versò qualche lagrima. Lucia, vedendomi intento a quell’atto religioso, mi disse: – Il padre stringe il rosario, che la cara madre aveva fra le mani, quando morí in questa capanna pregando per noi. Quell’immagine e quel rosario sono il nostro scampo nelle disgrazie. Ah! vedete come già cessa lo scrosciar dei tuoni e il diluviar della pioggia?» Scommetto che il Baretti, per esempio, uomo rotto com’era e non portato da vero all’idillio, questo discorsetto l’avrebbe fatto un po’ meglio, con piú naturalezza vo’ dire. Del che molte ragioni si potrebbon recare: a me basta avvertire che quel che manca specialissimamente al nostro secolo, al nostro secolo che pur si vanta di esser ritornato alla natura ed al vero e grida tant’alto contro il cosí detto convenzionalismo e le accademie, è a punto in generale un po’ di natura e di verità al men nello stile. Vero è per altro che gli scrittori in prosa oggigiorno, in confronto a quei del settecento un po’ piú freddi un po’ piú secchi e poveretti, hanno della imaginazione sin nell’impasto della frase e una certa magnifica arte di disporre che fa delle volte ottimo effetto. «Veramente il cielo si abboniva (séguita il Regaldi); ond’io, ringraziati l’uno e l’altra delle amorevoli accoglienze, uscii colla guida per affrettarmi a Cesana, dove giungemmo in capo ad un’ora sotto luminoso arcobaleno, che coronando la capanna del pio pastore dalle falde del Chiabertone alle acque della Ripa mirabilmente si distendeva.» E cosí finisce il paragrafo. È un bel finire: pur che questo della imagine in fondo non divenga un processo sistematico, come piú d’una volta accade agli imitatori del Lamartine, se non vuolsi dello Chateaubriand.

III.

Ma la fantasia del Regaldi non sempre è descrittiva soltanto: qualche volta prende forza dal cuore, e il suo aprir dell’ale risponde a un batter di quello. Disceso col poetico viaggio a Torino e fermo su la piazza di San Carlo, lo scrittor novarese non dimentica la notte del 22 settembre 1864; e inorridisce al ricordare gli allievi carabinieri irrompenti a fucilate su l’affollato popolo inerme. «Nella concitata mia mente ho veduto Emmanuele Filiberto rizzarsi sul destriero, e levando la spada cercare intorno a sé gl’invasori stranieri per combatterli. Ahi! vedendo i segni della pugna civile, egli fremente esclamava: Chi sono gli sciagurati che cagionarono gli orrori del macello cittadino? – Non sono Piemontesi: risposero cupamente fioche voci di moribondi. – Ma pur sono Italiani: gridarono mille voci piene di giusto sdegno…. Le acque della Dora e del Po non cancelleranno facilmente nella piazza di San Carlo le macchie del sangue cittadino.» Ha ragione; né so davvero quanto valessero i conforti che si provò a dare al Regaldi in riva all’Arno un suo cólto amico di Toscana. «Poeta, mi disse, si tolga il velo alla favola; e in Fetonte rovesciato dal carro di luce nelle acque dell’Eridano presso alla foce della Dora facilmente ravviserai il fondatore della colonia ligure appiè delle Alpi, spodestato e perduto nei disastri d’incaute imprese. Poeta, ugual sorte sarebbe toccata al fondatore del regno italico fra il Po e la Dora. Ma qui sull’Arno, non piú savoiardo, non piú piemontese, ma italiano, il lealissimo fondatore, nella patria di Dante e Michelangiolo, di Galileo e Machiavello, trarrà vita nuova e sicura dall’idioma e dalle arti, dalle scienze e dalla politica della nazione intera. – Un albero secolare, gli risposi, radicato in terreno acconcio opino che corra pericoli gravi se altri vuole trapiantarlo in campo novello.» Non so, dico, quale a questa volta fosse piú poeta fra il Regaldi e il cólto amico suo, politico interpretatore di comodi miti.
Il Regaldi tuttavia (ciò che da un poeta ordinariamente non si aspetta, ed è un torto che facciamo a Orazio e all’Ariosto) ci si mostra anche acuto ed arguto osservatore. Tra le fantasie pittrici della Dora chi si aspetterebbe dei periodi maliziosetti ed ironici come questi? «I nuovi venuti immaginarono il piemontesismo, piú di coloro che esuli, stanziando fra noi da lungo tempo, si erano omai addomesticati alle usanze nostre. Gl’italiani del mezzogiorno trovarono incresciose le nebbie e le nevi di Torino, e sospiravano i soli, gli aranci e la perenne primavera di Napoli e di Palermo. I toscani e i cittadini della Emilia trovarono troppo compassata e gelida la realtà del nostro vivere, e preferendo la ideale voluttà delle arti invocavano le logge dell’Orgagna e le torri di Giotto, i prodigi di Michelangelo e di Raffaello, e le glorie della scuola bolognese. Di poi si andò accagionando il piemontesismo di tutti i malanni del mondo. Se freddo era il verno, caldo l’estate, se ne accusava il mal clima del Piemonte. Lo accusavano delle malattie e delle cure, che, mortali anch’essi, soffrivano talvolta gli onorevoli deputati; e taluni maledicevano alla cucina de’ subalpini quando mai nel mattino non trovassero ben acconciati i maccheroni o ben cotte le costolette nel caffè del Cambio, ove per solito adunavansi per disporre lo stomaco alla eloquenza parlamentare.»
Pur troppo era ed è cosí: e quel che una volta a Torino, ora tocca a Firenze e toccherà a Roma, se una sconfitta qualunque, militare o diplomatica (che altro, non saprei), ci apra, quando che sia, il Campidoglio. L’Italia una e indivisibile troppo si ricorda di essere il paese dei comuni: non per nulla si discende dai guelfi e dai ghibellini, e il sangue non è acqua. A ogni modo speriamo che col tempo, in una guisa o nell’altra, giungeremo pur una volta a conoscerci un po’ meglio e a stimarci un po’ piú gli uni gli altri. Al qual uopo, de’ buoni libri fatti come la Dora del prof. Regaldi gioverebbero assai.

Giosuè Carducci – Il buco nel muro di Francesco Domenico Guerrazzi

Se alcuno, gittando gli occhi su tale argomento di appendice letteraria in un giornale stato sempre avverso ai procedimenti politici di F. D. Guerrazzi, se ne ripromettesse una fitta d’allusioni maligne o di volgarità invereconde, quegli s’ingannerebbe a partito. Di molte cose è ignorante chi scrive la presente appendice; ma questo non ignora, questo fermamente crede e liberamente professa: che lo scrittore, il quale pur essendo di pochissime facoltà rispetta in sé il ministero delle lettere, non ha da sottomettere il pensiero e la penna né al superbo giudizio della opinione creata dalle parti né alla variabile moda; e che a scrittor giovane massimamente si addice la osservanza verso chi formò con l’ingegno potente molta vita intellettuale della generazione a cui egli appartiene, a chi, atleta già provato nella lotta senza fine col male, resta diritto nel campo aspettando e ricercando tuttavia la battaglia, mentre i sorvenienti si perdono dietro a farfalle ed a fiori o scioperano all’ombra de’ sacri boschi non da loro piantati.
F. D. Guerrazzi è l’ultimo superstite degli illustri toscani, che nella metà prima di questo secolo resero onore e diedero impronta propria e rilevatissima alla letteratura che oso ancora chiamare toscana, della quale ognun sa quanto bassa fosse caduta nel secolo scorso. E ognun sa come dal ’15 in poi prevalesse in Italia la scuola in prima solamente lombarda, poi anche piemontese; la quale era messa in atto da quel comune impulso, che respinse le nazioni d’Europa dalla imitazione francese del secolo decim’ottavo alle loro origini, alle antichità loro storiche e letterarie, ma che pur ritenne qualche cosa del carattere rivestito in Germania, nella Germania della Santa Alleanza, onde mosse da prima, e ove fu per qualche tempo riazione non solo contro la conquista francese ma contro la rivoluzione incarnata nella repubblica e nell’impero invadenti. Anche nella Francia avemmo a udire il Lamartine e l’Hugo, trasportati da quel movimento un po’ cieco e furioso, declamare nei loro princípi contro la rivoluzione e l’89. Non furono sí ciechi i nostri, lombardi e piemontesi: ma pur si ristrinsero in un cristianesimo un po’ troppo stazionario, piú disposto, per dirla con Dante, a patire che a fare; vagheggiarono di soverchio il medio evo cosí per la rappresentazione artistica come nell’essenza storica: onde il neoguelfismo, che fu un male: onde la confederazione italiana col papa a capo, che altri seppe accortamente pescare nei loro princípi e nei loro dettati. Che se alcuni potenti d’ingegno e di volontà giunsero a liberarsi dalle conseguenze ultime di certe premesse, abbiamo tuttavia recente l’esempio d’uno scrittore di quella scuola, che ha mostrato apertamente non poter menarci buona l’unità; la quale oramai è pur condizione necessaria ed unica del nostro esser civile. Allora fu bello veder la Toscana levarsi d’un tratto a contrastare non di lingua né di forma, ma di pensieri e di massime; levarsi a difendere la vecchia tradizione del suo Dante, del suo Machiavelli, del quasi suo Alfieri. Nell’alta Italia tutto informava, con forza vera e nuova tra noi, la personalità di Alessandro Manzoni: egli la fonte da cui scaturivano la politica e la storia, la filosofia, la poesia, il romanzo. Se non che egli, con quel senso squisito di convenienza che è primo carattere, anzi, direi, grandissima parte del suo ingegno, non avea forse mai trasmodato: sí trasmodarono gl’imitatori e seguaci. E allora l’autore del Nabucco insorse alla sua volta col Procida e coll’Arnaldo; allora contro gl’innaiuoli e gli scrittori di ballate, contro i menestrelli e trovatori in caricatura, contro i genii incompresi e non comprendenti, contro gli arcadi nuovi, insorse la lirica satira del Giusti; allora contro i romanzi moltiplicati sino al fastidio da ispirazioni e reminiscenze feudali di sagrestia insorse F. D. Guerrazzi col maggior suo romanzo, ove protagonista è il popolo, catastrofe la caduta della libertà e dell’Italia. E a questi tre scrittori massimamente si ha obbligo, se la Toscana, non ostante la sua gloriosa autonomia, non ostante le tradizioni di democrazia recenti e vive nel suo popolo, gridò prima l’unità, trascinò seco nel concetto dell’unità tutta Italia. Questa giustizia dovevasi alla scuola letteraria toscana e all’ultimo superstite rappresentante di lei.
Parlare in genere dei difetti d’arte che son nei romanzi dell’illustre scrittore sarebbe inutile, quanto discorrere i pregi di quello del Manzoni. Chi non sa che quei difetti gli ha confessati in certi luoghi l’autore stesso? Chi non sa che quel suo ingegno altero, solitario, chiuso in sé, che trae la ispirazione piú dall’uno che dal molteplice, piú da dentro sé che dal di fuori, non gli permette di variare atteggiamenti e colori, meglio condensa il suo raggio affocato sopra certe figure e scene fantastiche di quello che non si allarghi chiaro e sereno nella vita esterna reale? Chi non sa che, a guisa del poema di Giorgio Byron, il romanzo del Guerrazzi precipita, come torrente, di cascata in cascata, e cerca rupi e scogli contro i quali infrangersi spumeggiando; piuttosto che si devolva pieno ed eguale nell’analisi graduata dello Scott, come fiume in lati e declivi meandri? Ma e chi può negare la potente originalità dello scrittore livornese? Mi si permetta, poiché non mi soccorre un termine di raffronto dalla storia letteraria nostra, di ricorrere a quella delle arti. Il Guerrazzi fra i romanzieri del tempo mi pare quel che Piero di Cosimo fra i pittori dei primi anni del secolo decimosesto. (Non mi si faccia per questo l’ingiuria d’intendere che io voglia agguagliare tutti gli altri nostri romanzieri alla bella scuola pittorica del Perugino e del Ghirlandaio). Figuravano gli altri bellezze ineffabili di vergini e sante: Piero, mostri stupendamente orribili. Studiavansi gli altri di delibare dalle parvenze divine della natura il fiore ideale, e aggraziarla: Piero si piaceva di veder selvatico ogni cosa, e voleva che gli alberi e le viti dell’orto suo cacciassero e stendessero a loro talento intatti dal pennato e dal ronchio i rami ed i tralci, allegando che le cose della natura bisogna lasciarle custodire a lei senza farci altro. Proponevansi gli altri i modelli che quella età porgesse migliori: egli guardava a lungo nelle nuvole, e ne cavava di strane battaglie equestri e le piú fantastiche città e paesi che si vedessero mai; anche amava i diluvii grandi delle acque che si rovesciassero dai tetti stritolandosi per terra. Gli altri rallegravano l’Atene italiana del Cinquecento con le piú liete e vaghe mascherate del mondo: egli spaventava i fiorentini, troppo tosto dimentichi del Savonarola e troppo improvvidi della servitú, sorveniente, col Carro della Morte. Altro tipo somigliante al Guerrazzi scrittore l’abbiamo in Michelangiolo da Caravaggio. Sórto egli pittore senza maestro, tra il fiorire de’ Caracci, per dispetto degli arbitrii accademici e delle leggi convenzionali si gittò sotto i piedi ogni regola. ogni legge, e l’antichità e il disegno: per odio ai coloritori del tempo, ei dipingeva in uno studio tutto tinto a nero, ove la luce pioveva scarsa da un solo e alto spiraglio. Onde ne’ suoi dipinti le ombre vigorose e taglienti, rilevati i contrasti del chiaroscuro, il tócco vigoroso; ma e scorrezioni e durezze inevitabili. Aggiungi che il Caravaggio presceglieva, a dipingere, assassinii e avventure paurose, ruine e cadaveri, e che nei quadri per le chiese sgomentava e disgustava i divoti con la cruda verità. Ma tutto questo, odo dirmi, è egli bene? Tutto tutto, non credo. Per altro ai tempi in cui il convenzionale predomina, o in cui, a malgrado delle pretensioni e presunzioni superbe, tutto è appianato e livellato a un esempio né alto né bello, tutto è intonacato e scialbato come le facciate delle chiese de’ gesuiti, questi contrasti acri, avventati, è bene che ci sieno.
Di tal guisa F. D. Guerrazzi ha compiuto il ciclo de’ suoi romanzi di antico argomento. Dopo narrato la caduta della libertà e preso vendetta dei percussori ed eredi di lei – imperocché l’Assedio, l’Isabella Orsini, la Beatrice Cenci possono riguardarsi come una trilogia sanguinosa, della quale la Battaglia di Benevento è il prologo, e la Veronica Cibo il picciol dramma satirico – ora mostra di voler modificare la sua prima maniera, piegando ai tempi moderni col Pasquale Paoli, ed anche al romanzo di carattere o di costume contemporaneo con questo Buco nel muro.
Io per me amo il romanzo di costume e d’argomento moderno a preferenza del racconto storico. Oggi gli spiriti sono piú quieti, e certe cose si possono dire. S’intende bene che il romanzo storico avesse una ragione d’esistere in Scozia, la terra delle ballate, la terra ove le tradizioni passano modificandosi di generazione in generazione per le leggende dei clan. Ma in Italia, ove in cambio delle leggende abbiamo le inesorabili cronache, le quali segnano il giorno e l’ora non che l’anno d’un avvenimento; in Italia, dove la poesia popolare contenta a cantare cosette d’amore o di devozione non s’è brigata mai delle vicende patrie, dove la epopea storica propriamente detta non ha potuto allignare; in Italia il romanzo storico poté e potrà essere uno sforzo d’ingegni piú o meno felice, non mai un genere di letteratura propriamente nazionale e vivace. E, per tornare al Guerrazzi, tenendo io il romanzo di costume contemporaneo per piú artistico, per piú necessario e utile, per piú accessibile alle moltitudini, che di fatto nei romanzi storici gustano meglio le parti d’invenzione e di affetto, mi rallegro di vederlo preso a trattare da uno scrittore illustre, e spero ch’ei ce ne darà esempi originali e che durino all’ammirazione e allo studio dei lettori. Ma F. D. Guerrazzi, il quale sbozza piú che non finisca, e riesce ne’ tócchi arditi meglio che nei contorni, nelle tinte vigorose meglio che nelle sfumature; il Guerrazzi, il quale si trova a suo agio fra le nature scabre e forti della storia antica e tra quelle de’ Còrsi; potrà egli accomodarsi a delineare, a miniare le figurette lievi e sfuggenti della bella e buona società contemporanea? Questa è la domanda che si movono molti fra gli ammiratori dell’autor dell’Assedio, del dipintore terribile della cena e del laboratorio di Francesco de’ Medici. Rileggiamo Il Buco nel muro.
Nulla d’orribile, nulla d’ostentato o di sforzato negli avvenimenti e nei caratteri: niuna dose, per quanto minima, di quegli eccitanti, che la imitazione francese suole intromettere in siffatti romanzi. Semplice e piana è la storia, una breve storia di famiglia. Vediamo e udiamo ne’ due primi capitoli uno zio, buona pasta d’uomo strano, tutto cura e amore per la casa e per un nipote che s’è rilevato e tirato su orfanello. Non però dovete credere che il signor Orazio sia uno di quei soliti zii da commedia, il cui tipo primitivo è il Micione terenziano; di quegli zii buontemponi, ben pasciuti, tutti ciarla volgarmente assennata, che lasciano correr l’acqua alla china. Il signor Orazio è un uomo ora arruffato come un istrice, ora soave come una colomba; che pensa come non pensano gli altri, e dalle cose chiarissime curiosamente osservate deduce le piú nuove conseguenze; che per le follie e le tristizie del mondo ha un cotale suo riso, velato talor da una lacrima, terminante piú spesso in un fremito: sopra tutto grande amatore del parlar figurato e delle digressioni. E Marcello, il suo degno nipote, specialmente nel considerar le cose dal lato piú lontano, e specialissimamente nell’amore delle digressioni, tien tutto dallo zio, se pure, per la maggior caldezza della gioventú, non lo vince. Sta fra i due la Betta, vecchia donna di casa, una di quelle che in una famiglia priva di capo femminile pigliano il sopravvento sul padrone, e dimostrano la loro potenza con la famigliarità rispettosa verso di lui, con l’affettuosa protezione verso i minori. La Betta, figura gioviale e arguta, dall’aria serena e sicura, fra zio e nipote pensanti e parlanti a ghirigori, rappresenta il buon senso popolano, che vede le cose dall’aspetto piú ovvio e piú vero, e pensa dirittamente, e parla alla buona, benché talvolta si lasci prendere a certe lustre per fin di bene; è una specie di Sancio Panza in gonnella, senza la goffaggine del bravo scudiere della Mancia. Ma il signor Marcello, conoscendo per prova l’arrendevolezza dello zio non ostante le dure apparenze, gli avea levato la mano; e di scapataggine in scapataggine era venuto tant’oltre da rasentare la via della colpa. Fatto un animo risoluto, lo zio lo fornisce del necessario viatico, e lo conforta a correre il mondo e non tornarsene a casa se non mutato in altr’uomo e dopo cinque anni. Ne corrono intanto due; il cui spazio è occupato nel racconto da un capitolo ove si dimostra piú apertamente al lettore l’animo e la vita del signor Orazio, e da un altro, ove, perché il lettore non prenda scandalo del terribile salto di due anni, gli si fa la storia delle origini e delle vicende del romanzo. Ma il zio Orazio, per quanto non voglia farne trasparir nulla, è tormentato dal pensiero di Marcello, e ne discorre una sera con Betta: quando a un tratto si spalanca l’uscio ed eccoti niente meno che Marcello in persona. Il quale fa in tre capitoli la narrazione, un po’ piú lunga di quella d’Enea che dura due libri, de’ suoi viaggi, de’ suoi travagli, della sua conversione; come, reputasse bene non recarsi oltre Milano; come dato fondo al denaro, tornasse a pigione in una soffitta; come volendo appendere una immagine alla parete facesse un buco nel muro, buco in grazia del quale egli torna Rinnovellato di novelle fronde, Puro e disposto a… a far che, vedremo piú sotto. Imperocché vide per quel buco una donna, una bellissima e pietosa e misera donna che sosteneva col lavoro delle sue mani e con amorosissime cure confortava un ammalato. Era la signora Isabella, figliuola di un ricco banchiere, e contro al volere del padre moglie a un pittore, che, sfogato l’ardor primo, si chiarí indegno di lei, ed è l’ammalato. Come ne fosse Marcello súbito preso, per quali casi giungesse a parlarle, a sovvenirla d’efficace aiuto, a patir le sue pene, leggetelo nel racconto del giovine. Uditolo, il signor Orazio senz’altro chiude il nipote in camera, trotta a Milano a vedere con gli occhi suoi qual sorta di amore fosse quello della signora Isabella; e trovato che è del buono, e provatosi in vano a riconciliarle il padre, il banchiere Omobono, se la porta a Torino e la dà in moglie a Marcello. E tutto finisce con un bel figliuolo maschio; al quale, perché nulla si abbia in fine a desiderare, fa da padrino il pentito Omobono.
La storia è dunque per sé semplicissima; lo svolgimento naturale, aspettato. Ma tutto acquista aria di novità e varietà singolare dal modo del racconto. Il quale definire è difficile: mi proverò per via di paragoni. Mi pare che l’illustre autore anzi tutto abbia saputo ringiovanire la novella antica italiana, con gli allegri suoi motti, con la sua eloquenza argutamente ed elegantemente ciarliera; ed abbia saputo accortamente accoppiarla a quel burlone finissimo, incisivo, accigliato, che è il romanzo di costumi inglese. Per quanto la sembianza della storia pubblicata dal Guerrazzi sia italiana, pur tuttavia, chi cerchi sottilmente, piú d’un lineamento gli parrà di scorgere, che rammenta una parentela col zio Tobia e con Tristano Shandy. Potrebbe anche assomigliarsi a una pittura domestica fiamminga, in cui le oneste scene borghesi fossero a quando a quando interrotte da qualche gruppo del Callotta, mentre sorridono e scherzano in disparte alcuni putti del graziosissimo Albano. Forse delle digressioni tanto care allo Sterne ne ha troppe il Guerrazzi. Ma chi vorrebbe dirgliene parola in contrario, quando egli stesso mostra di tenersene, come d’argomento a rivolgersi, di mezzo al racconto, da qualunque tempo, da qualunque luogo, al lettore, e intrattenersi con lui di ciò che piú gli preme? E, o digressioni o episodi che si vogliano dire, ve ne ha in questa storia di bellissimi. Chi lettala una volta non ricorderà poi spesso la rassegna dei marenghi, la maledizione al libraio Tapputi, la questione e il contratto di Marcello col prete per conto del funerale, il banco dell’usuraio, e vai discorrendo? Aggiungi che il racconto acquista due tanti di vivezza dall’abbondanza cordiale della lingua parlata toscana, e dal maneggio de’ suoi scorci, de’ suoi tropi, de’ suoi proverbi; il tutto saputo destramente contemperare alla bella lingua dei novellieri e dei comici antichi, contemperamento che a nessuno fino a qui era avvenuto di fare in modo che piacesse, a nessuno, se non, pare a me, al Guerrazzi.
Il quale nel Buco nel Muro ha forse scelto quella forma sotto cui il romanzo contemporaneo può meglio arridere all’autore dei Nuovi Tartufi. Ma noi desidereremmo, e il desiderio non paia importuno, che egli volgesse il pensiero e la fantasia anche a un altro punto. Perché non dipinge egli in qualche racconto le virtú occulte e illaudate, la vita operosa e paziente, la fede e i sacrifici della plebe? Perché non ravviva della sua potente parola la memoria di tanti eroi popolani che han prodotto negli ultimi anni le nostre città? Perché il Pasquale Sottocorno rimane senza fratelli?

Giosuè Carducci – Per il Classicismo e il Rinascimento

Lodiamo di buon animo i buoni pensieri ne’ due scritti del dott. C., intitolati I beni della letteratura e I mali della lingua latina, intorno agli offici delle lettere e dei letterati, intorno alle pessime condizioni dell’educazione letteraria qual fu e qual è in parte ancora fra noi e alla necessità di una educazione piú veramente civile.
Ma noi amiamo e desideriamo il vero in tutto e per tutto: noi, abborrendo dalle comode declamazioni, crediamo non si possa comprendere in un odio e uno spregio sistematico tutto intero un secolo, tutta intera una letteratura, senza dissimulare molti fatti, senza sforzare molte illazioni, senza falsare molti giudizi; e, quando procedesi con buona fede e con animo volto al bene, com’è di certo il caso del signor C., senza involgersi in contraddizioni che nocciano capitalmente all’assunto. Anche noi anteponiamo di gran lunga, almeno quanto il signor C., la letteratura di Grecia alla romana, la trecentistica nostra a quella della seconda metà del Cinquecento. Il signor C. per altro, in quel che tócca della civiltà romana e della letteratura di tutto il Cinquecento, ha fatto ne’ suoi scritti uno stillato, un sublimato, per cosí dire, delle opinioni del Balbo e del Cantú, e troppo ai loro asserti si affida, troppo si abbella fin delle loro citazioni. Ma il Balbo e il Cantú, oltre che in letteratura e in filosofia non attinsero sempre alle fonti, vollero anche giudicare la storia e la civiltà cosí antica come moderna dal solo punto di vista cattolico.

E a noi sa di fazione, dottor C., della fazione che spinse il cristianesimo all’intolleranza, alle persecuzioni, agli sperperi delle arti antiche, agli abbruciamenti delle biblioteche, fra cui esultava lo spirito selvaggio di Orosio, il prete spagnolo che poi doveva insultare all’eccidio di Roma, quel proscrivere, come voi fate, quel bandire all’odio universale tutta intera una civiltà, che improntò gran parte di mondo di quella unità meravigliosa onde s’aiutò poi il cristianesimo, che lasciò all’Europa il retaggio della sua legislazione, delle sue costituzioni, del suo senno pratico: la civiltà che sola diè all’Italia l’idea nazionale, da’ cui frantumi risorse colla forma dei Comuni la libertà popolare, col simbolo dell’impero il concetto dell’unificazione. Quando voi dite che la civiltà romana ai nostri giorni farebbe vergognare di sé le piú barbare tribú africane, non c’è bisogno di confutarvi: simili sentenze portano nella loro esagerazione la loro condanna: ce ne appelliamo al Vico, da voi non degnato mai di né pur nominarlo. Né la letteratura romana ha bisogno delle nostre apologie, per non essere reputata ordinariamente sotto il livello della mediocrità e congegnata sempre sulla piú gelata apatia del sentimento: né del nostro aiuto han bisogno Cesare, Cicerone, Tacito, Virgilio ed Orazio, per rimanersene fra i piú grandi scrittori delle nazioni civili. Vero è ch’indi a poco voi salutate Tullio grande oratore, parlate dei canti immortali del castissimo Virgilio, onorate Tacito del titolo d’ingegno superiore al giudizio di qualunque non si levi all’altezza del genio. Come ciò possa stare con una letteratura ordinariamente sotto il livello della mediocrità, altri vegga: noi facciamo plauso alla buona fede. Del resto né pur gli argomenti che voi portate contro l’insegnamento della lingua e letteratura latina son nuovi: né voi, scrittore del Prete e il Vangelo, avete sdegnato di seguitare il canonico Gaume e il padre Ventura: basti dunque ricordare ai nostri lettori le risposte del Thiers, del Gioberti e dello stesso Tommasèo.
Ma non posso lasciar senza nota questa singolare asserzione: «E chi insanguinò sí atrocemente la rivoluzione dell’89, se non gli alunni della lingua e della morale latina?» Caro ed egregio dottore, la non fu colpa del latino, se un popolo gentile e cortese, se un’assemblea di filosofi umanitari dovettero ripurgar la Francia nei lavacri di sangue del 1792 e 93: tali eccessi furono dolorosa conseguenza dei piú grandi eccessi di un clero, il quale, se voi aveste scritto Il Prete e il Vangelo poco piú che un secolo fa, avrebbe fatto ardere per man del carnefice il vostro libro se non pur voi; dei piú grandi eccessi del feudalismo, il quale, se voi foste nato vassallo, come venti milioni d’uomini su a mala pena cinquecento, dava ad ognuno di quei cinquecento il diritto di riscaldarsi i piedi agghiacciati nel vostro ventre sparato, di salir primo nel letto della vostra sposa, o dottore. E il clero e il feudalismo non furono istituzioni della civiltà romana, che farebbe vergognare di sé le piú barbare tribú africane.

Veniamo alla letteratura del Cinquecento. Prima di tutto, se il dottor C. avesse attentamente seguito il filo della tradizione romana dalla caduta dell’impero a tutto il secolo decimoterzo, ei non avrebbe detto che il Boccaccio fu il primo a far romane le nuove lettere; perché appoggiata d’una parte alle ruine del Campidoglio e al sorgente Laterano dall’altra avrebbe veduto dominar sempre su l’Italia la civiltà latina; perché nelle origini, nelle istituzioni, nelle glorie dei Comuni avrebbe veduto l’orgoglio del nome romano, lo avrebbe sentito nelle cronache, nei romanzi, nelle feste, nei canti; perché, a ogni modo, fu Dante il primo a far romana la letteratura dei Comuni italiani. E il quadro che il dott. C. delinea del Cinquecento è troppo ristretto, troppo vago, troppo caricato in certi punti e falso in certi altri, troppo copiato alla cieca dal libro XV della Storia Universale del Cantú, che tutti sanno non esatto né imparziale scrittore.
E ben si pareva, anche senza ch’ei ce lo dicesse, che il dott. C. non ha piú che scartabellato gli autori del Cinquecento: il che, se può bastare a buttar giú piú o meno calorose tirate, è poco a dar giudizio d’un secolo, il quale, se altro non avesse avuto che Venezia combattente contro tutta l’Europa, e le difese di Firenze e di Siena; se altro non avesse avuto che l’alterezza nazionale onde sotto il dominio straniero conservò purissimo il carattere paesano e ne improntò Francia Spagna e Inghilterra ad un tempo, e il senso squisitissimo e il culto amoroso del bello, che è sempre morale di per sé; se d’altri nomi non si gloriasse che del Machiavelli, del Guicciardini, dell’Ariosto, di Michelangelo, di Raffaello, di Tiziano, del Tasso, del Sarpi (non metto come il dott. C. fra i cinquecentisti il Savonarola), avrebbe sempre diritto a esser gloriosamente ricordato fra quei secoli ne’ quali il genere umano diè piú larga prova della sua nobiltà. Ah, signor C., ben pochi segni dell’alfabeto ci vogliono e pochissimi secondi occorrono a scrivere di queste righe «l’impudenza di abdicare i diritti del cittadino e di rinnegare la terra dei padri è un tristo privilegio dei cinquecentisti:» ben poco ci vuole! Ma, quando voi infamavate cosí molte generazioni d’italiani, non vi sorsero per un istante dinanzi agli occhi la greca figura di Francesco Ferruccio, non la romana di Andrea Doria, non la italianissima del Burlamacchi? E lo spasimo di un’anima e di un ingegno sublime tra l’ideale di una patria libera e grande e la realtà d’una corrotta politica, non lo sentiste voi mai nelle acerbe pagine d’un Machiavelli e d’un Guicciardini, le quali pur nel disperato scetticismo sono de’ piú gloriosi monumenti del senno e della eloquenza italiana? E nel poema e nelle satire dell’Ariosto non vedeste la piú gran fantasia dell’Europa, che dalla trista verità del servaggio si ricovera nel campo della libera idea? E nei comici, nei novellieri, nei satirici non avete sentito erompere un concetto accarezzato dagli italiani, fin nel secolo decimoterzo, il concetto della riforma e della libertà di conscienza?
Ma voi conchiudete: «L’epoca che è corsa fra Dante e il Parini è una faticosa parentesi che interrompe il processo cronologico della letteratura italiana – parentesi che non ha relazione col suo contesto, ed è cosí estranea alle leggi di continuità, che è necessario addentellare la nuova letteratura al Trecento.» Voi avrete le vostre buone ragioni per obliare del tutto, non dirò il Tasso e l’Ariosto, sí il Machiavelli, il Sarpi, il Bruno, il Campanella, il Vico; ma e da vero la letteratura del Parini vi pare da potere addentellare solamente alla trecentistica? Ad altri in vece parrebbe che quel faticoso ed esquisito lavorío dello stile, quella cura della rotondità dei contorni, quelle frequentissime rimembranze mitologiche, non fossero virtú affatto affatto trecentistiche: e’ parrebbe che la formazione della poesia pariniana tenesse del latino anche troppo: basti accennare le odi e molti luoghi del poema. E lo stesso può dirsi d’altri sommi della scuola del rinnovamento, i quali meglio mutarono le occasioni e le allusioni che non l’arte stessa, nella quale ritraggono piú dai cinquecentisti che dal Trecento. Ma voi seguitate: «dall’Alighieri al Parini, se si eccettui due canzoni del Petrarca, alcuni sonetti del Guidiccioni e del Filicaia, quattro versi e la vita di Michelangiolo, il Savonarola e il Galileo, sei costretto a traversare quattro secoli di stupido oblio per la patria italiana.» E noi vi regaliamo anche il troppo celebre sonetto del Filicaia: ma e l’ultimo capitolo del Principe, e le Storie del Varchi e del Nardi, e le orazioni del Casa per la lega e altre di altri, e tutto quasi il canzoniere dell’Alamanni, e molte poesie non plebee di cinquecentisti e secentisti, fin del Marini, e quelle del Chiabrera e del Testi, e piú luoghi di poemi famosi, e le Filippiche del Tassoni, e le prose del Boccalini mostrano elleno questo stupido oblío della patria italiana? Lo mostrano molte altre e poesie e prose che giacciono inedite per le biblioteche, colpa la erudizione pusillanime de’ nostri critici d’accademia e di sagrestia? E il nome d’Italia non ricorre frequente fin nei versi degli Arcadi? Ben poco bastava aver veduto della nostra letteratura, per non proferire un’accusa sí amara; della nostra letteratura, a cui fu dato taccia di essere troppo egoisticamente nazionale.

Anche, avrebbe dovuto il dott. C., per acquistarsi maggior fede, curar piú la esattezza dei particolari e delle citazioni. Nulla dirò delle poche notizie intorno ai cinquecentisti, ch’egli ha per sua confessione solamente scartabellati, e dove gli errori son piú veramente imputabili al Cantú che non a lui. Ma in certo luogo, dopo aver chiesto il bando della lingua latina dalle scuole, egli, per mostrare con gli argomenti del D’Alembert la impossibilità del recare in quelli studi la critica grammaticale ed estetica, domanda agli uomini di buona fede: «come sentiranno che Virgilio sia cosí trascurato nella lingua da aver ordinato egli stesso la dispersione dell’Eneide, che a noi pare un modello di latinità?» Veramente non è questione di lingua scorretta: Virgilio voleva arso il poema, perché non gli aveva dato ancora l’ultima mano né l’avea terminato (ut rem inemendatam imperfectamque), e sconsigliatone da Seneca e Varo lo legò loro per testamento, sub conditione ne quid ederent quod a se editum non esset, et versus etiam imperfectos, si qui erant, relinquerent: tanto era lungi dal dubitare della correttezza della lingua: veggasi Donato e i biografi tutti. «Come comprenderanno – séguita il dott. C. – che Orazio sia verboso come ne è tacciato da Ovidio?» Veramente il tenuit nostras numerosus Horatius aures non suona rimprovero di verbosità, ma è lode di armonia nel numero e di pienezza di stile: veggansi i dizionari. «Come Cicerone, lo dicono Tacito e Quintiliano, camminasse balzellante od incolto?» Veramente non è Tacito che dice incólto Cicerone: è l’oratore Apro, il partigiano del cattivo gusto, il Tesauro del tempo suo, introdotto nel famoso dialogo da Tacito come antagonista di Messala, seguitatore della buona tradizione, è Apro a cui Tullio sembra non satis expolitus et splendens; quali apparivano gli scrittori nostri del Trecento ai letterati della scuola del Bettinelli e del Cesarotti. E Quintiliano non fa che riferire come Cicerone ad alcuni suoi contemporanei avesse aria di essere in compositione fractior et exultantior: ma quanto debban reputarsi fondati sul vero i giudizi dei contemporanei, impacciati dalle parti politiche o dalle scuole letterarie, non importa avvertire. E le accuse di arcaismo a Sallustio e di patavinità a Livio erano non dell’opinione pubblica, sí d’Asinio Pollione; il quale fu, come a dire, un pedante che andava per la maggiore e si compiacea dei paradossi; archetipo di molti critici de’ nostri giorni. Per quel che tócca a Ovidio, non è difficile anche a noi moderni il sentire come il Sulmonese corra profuso quasi sempre e sia dilavato talvolta; e potremmo anche additare i versi ove egli fallisce alle regole inventate di poi. Ma che monta? togliesi con ciò il pregio ad Ovidio di essere uno de’ piú copiosi scrittori romani? Anche Dante e il Petrarca e il Boccaccio e il Machiavelli trascurarono piú d’una volta le regole del benemerito Puoti. E il verso d’Ovidio, che il dottor C. riporta come una confessione fatta dal poeta del suo sgrammaticare, Num didici getice sarmaticeque loqui, non significa veramente cotesto; sí è un accenno dello aver egli scritto nella lingua getica: del che piú largamente altrove:

Ah pudet! et scripsi getico sermone libellum.
Structaque sunt nostris barbara verba modis.
Et placui gratari mihi, coepique poetae
Inter inhumanos nomen habere Getas.

Dopo ciò e con ciò tutto io non consiglierei l’Italia di arrendersi al piacere del dott. C. e ad abbandonare nell’istituzione giovanile l’insegnamento del latino. Per simili proposte di demagogica incultura e di sospettoso pietismo, ella n’ebbe alcuna volta di male parole dal Foscolo e dal Gioberti, non pedanti, credo. Del resto, all’Alighieri e all’Ariosto, al Vico e al Manzoni, avere scritto versi latini non guastò mica né l’ingegno né l’animo né la pietà.

Giosue’ Carducci – Lettera a Maria Pezze’-Pascolato

“Carissima Signora,
“Tra le tante cose di cui vo debitore alla signora Astrid Ahnfelt metto ora per prima la idea che ha ispirato in Lei di mandarmi in dono le novelle di Andersen. Qualche cosa ne avea intravvisto in una traduzione tedesca; ma ora ne gusto la fantasia nativa e profonda, la grazia e l’andamento tutto poetico tra mesto e sereno.
“Io non so nulla di danese, ma giuro che la sua traduzione deve esser fedele ed elegante.
“La ringrazio pertanto del piacere di avermene procurato la lettura.
“Mi creda
suo aff.
GIOSUE CARDUCCI”.

Giosuè Carducci – L’Aminta e la vecchia poesia pastorale

I

L’Aminta è un portento: portento vivo d’armonia tra l’ispirazione e l’espressione e l’impressione rispondentisi negli effetti, che è il sommo nell’arte della poesia riflessa: portento storico nella spirituale continuità della poesia italiana, perché venne al momento opportuno, chiudendo il lavoro della imitazione perennemente innovante e trasformante del Rinascimento e aprendo nella idealizzazione, se può dirsi, della sensualità voluttuosamente malinconica l’età della musica, la quale nel regno della fantasia e dell’arte doveva necessariamente succedere alla poesia.
È un portento. Ma nulla c’è a dire, o fu detto, di nuovo. Nulla, o pure di queste cose. – Che l’Aminta ha la forma la bellezza la serenità d’una tragedia di Sofocle –: il che non è vero; anzi, tanta è la diversità delle condizioni storiche ed estetiche tra le due forme di dramma che non ammette possibile comparazione. – Che è la rappresentazione d’un mondo tutto ideale, pieno di luce, d’amore e d’ebbrezza, di malinconie, di gioia, di voluttà; è come un bel fiore campato in aria, e per pochi sottilissimi fili attaccato alla terra –: il che può esser vero come una sensazione poetica essa stessa di chi lo dice. O si poté, al contrario, affermare – che l’ideale poetico posto fuori della società in un mondo pastorale rivela una vita sociale prosaica vuota d’ogni idealità: che la poesia incalzata da tanta prosa si rifuggiva, come in ultimo asilo, ne’ campi; e là gli uomini di qualche valore attingevano le loro ispirazioni, e di là uscirono i versi del Poliziano del Pontano e del Tasso: – il che è vero soltanto in parte e con molta confusione di tempi e di termini e con nessuna relazione all’Aminta o alla favola pastorale. Ancora – che nell’Aminta il Tasso rappresenta l’anima sua innamorata, la quale vede nel mondo soltanto la donna sua, e tutto il resto è niente, ed ei la trasporta seco in una regione ideale dove ei le dice quanto l’ama, ecc. – che è una bella romanza, non storica.(1)
Dopo ciò, se qualche minore uscí fuori a dire – che il sogno dell’Aminta, tutto splendori e profumo, in vece di metter nell’animo l’entusiasmo della luce fa provare la tristezza languida d’una notte d’estate, pare il sogno d’un prigioniero, la visione d’un febbricitante; e in faccia a questa creazione bisogna pensare che la piú bella cosa che Iddio abbia creato è l’uomo afflitto –(2); non è il caso di ridere. Questo è la conseguenza di quello; e tutt’insieme sono l’azione del romanticismo, che, esaurito in poesia, sopravvisse un poco nella critica e nella storia letteraria. Io non dico che nella critica, massime letteraria, non abbia ad entrare l’arte; ma il romanticismo e nella critica e nella storia indusse l’autonomia dell’egotismo fantastico e sensuale; il che può qualche volta piacere quando gli scrittori siano gente di valore, ma per lo piú nuoce. La critica non va considerata come una nuova arte sofistica, dalla quale né scrittore né lettore cerchino piú il vero, ma quegli cerchi un pretesto e questi un divertimento, pretesto di sfoggiare l’ingegno a carico de’ grandi autori e delle grandi opere, divertimento di vedere le scimmie caracollare su’ dorsi degli elefanti.

II

La favola pastorale, o piú largamente boschereccia e campestre, segna l’ultimo sforzo dell’artistica vitalità e il grado supremo della composizione formale a cui pervenne tra noi nel declinare del secolo decimosesto la poesia bucolica degli antichi, serbataci dal medioevo e poi rinnovata nella letteratura del Rinascimento. Dall’idillio e dall’ecloga ella prese la scena i personaggi il costume, dal dramma pur antico le forme all’atteggiamento delle passioni e allo svolgimento dell’azione, nell’azione e nell’espressione tenendo a mescolare temperatamente il patetico ed il giocondo: fu tragicommedia, nuovo genere misto, ma nobile, e, pur fuori dalle regole degli aristotelici, regolare. Rappresentata, in principio, per feste o per nozze di signori agli Estensi, ai Della Rovere, ai Gonzaga, ai Medici, ai Savoia, nei nobili palazzi, nelle ville e nelle reggie; tra splendore e fasto di apparecchi ove l’architettura la pittura la scultura sfoggiavano nella raffigurazione della scena e nelle macchine degl’intermezzi, e i primi ingenui vezzi della musica adolescente carezzavano le morbidezze passionate d’una poesia sapientissima; tra uditorii di belle dame e pompose, pronte a citare de’ sonetti del Petrarca e delle ottave dell’Ariosto e farne, all’occasione, del proprio, di cavalieri pronti a trattare la spada come a discutere controversie peripatetiche, di poeti che anche potevano leggere filosofia e matematiche al pubblico studio e di filosofi eleganti ne’ madrigali; la favola pastorale cominciava facendo sembiante di contrapporre a tanta lussuria d’arte d’ingegno e di coltura una sua vista di mondissima rusticità con quasi un senso di attraente freschezza.
Ecco il fondo d’un bosco: gli alberi alti e radi lasciano il passo ai raggi del sole, che illuminando scopre lontano monti e monti ancora: il terreno verde e ombrato è libero al pascolo de’ bestiami e ai ritrovi e colloqui de’ pastori. O vero, ecco aperta campagna, con veduta di capanne e di greggi: gorgoglia presso riversando le acque dal colmo bacino una fonte, o stendesi umida tra canne e pioppi la riva d’un fiume che vien di lontano emanando dall’urna di un dio. Siamo in Arcadia, o su le rive del Po dove già cadde Fetonte e lacrimarono l’Eliadi, o in quale altra parte di questa antica terra di Saturno e di Giano? È lo stesso. Entrano in scena due donne o due uomini d’età diversa: i nomi, gli abiti, il costume sono greci; greci gli dèi che invocano, greca la religione della quale celebrano i sacrifizi e fanno i vóti. Sí quei primi personaggi e sí gli altri che poi verranno appaiono essere pastori, cacciatori, coltivatori, bifolchi, qualche volta marinai; ma non de’ comuni: anzi i primari nell’azione sono figliuoli o nepoti di Pan o del dio indígete della contrada e del fiume nativo; e a loro si mescono nell’azione enti d’un ordine superiore, semidèi, satiri e ninfe. Nell’azione ci deve essere ciò che gli aristotelici chiamavano rivolgimento di fortuna, prima di buona in rea, che induce negli spettatori il terrore e ingenera il travaglio tragico, poi novamente di rea in buona, sí che il lieto fine consoli poi le agitate sensazioni con la giocondezza della commedia. Ma eterno e immortale motivo della favola pastorale è l’amore: onde il rivolgimento di fortuna, la crisi, è dal piú al meno sempre una: chi, nel principio, uomo o donna, aborriva dall’amore, finisce, per una ragione o per l’altra, divina o umana, fatale o del caso, cedendo alle lusinghe della dolce passione e rendendosi al desiderio dell’amante. Cosí durezze rivolte in carezze, inimicizie in amicizie, ritrovate le cose o persone care perdute, sono lieti fini. E gli episodi sono le liberazioni e salvazioni da mortiferi animali, da mostri, da satiri: specialmente da satiri. Il satiro è uno degli elementi necessari alla pastorale: amatore e persecutore selvaggio di ninfe, egli rappresenta la rozza sensualità primitiva di contro alla trasfigurazione dell’amore operata nella vita pastorale dalla poesia e dalla musica.
Di tutti questi personaggi, come abitanti di selve e campi, il parlare dovrebbe esser semplice se non rustico; ma il fatto è (i critici lo van sempre notando, e non con lode) che quei campagnoli sono troppo fini dicitori, che quei pastori la sgarano ai cortigiani. Se non che quei pastori, l’abbiamo già detto, sono figli o nipoti di numi, eroi nel senso greco essi stessi, e si atteggiano in conspetto di principi e di principesse, in faccia a uditorii de’ piú cólti che siano mai stati al mondo, in una scena che sfugge i confini del reale. Rimettiamoci dunque in tali condizioni e circostanze, e facciamoci cosí una ragione vera di quella poesia; e tanto piú agevolmente ce la faremo, quanto essa è, quella dico del Tasso e del Guarino, della piú nitida, della piú elegante e squisita che l’Italia abbia mai avuto nell’ordine secondario della sua produzione. La verseggiatura mescola endecasillabi e settenarii, di guisa che il maggior verso corregga il minore con la sua gravità e grandezza, e questo con la sua agilità aiuti l’altro a correre e ondeggiare, sí che riesca un’armonia mezzanamente sostenuta tra commedia e tragedia, che alzi abbassi e varii al bisogno dell’azione e della passione. Gli atti sono cinque: è ammesso il prologo e talvolta l’epicarma, cioè il congedo gratulatorio: non devono mancare i cori, di pastori, di cacciatori, di ninfe; coro parlante, che piglia parte alla commozione della favola; coro cantante, fra atto e atto, non tanto le moralità, quanto le impressioni che da quella vengono.
Tale fu nella sua giovanil perfezione la favola pastorale o boschereccia: alla quale anche, per un di piú non importuno, acquistavan grazia e interesse, almeno nelle prime recite, le allusioni alle costumanze e alle idee, alle persone ed ai fatti del giorno e della corte.

III

Dramma pastorale, come questo nostro del Cinquecento, si può tenere per fermo che i greci non lo immaginarono mai. Dei Bifolchi di Cratino rimane solo il titolo; e la fantasia rifugge dal cercare l’Arcadia nella vecchia commedia attica. Lo stesso è a dire dell’altra di Menandro, Il figlio supposto o il contadino: niente ne resta, e niente autorizza a credere fosse diversa dalle solite favole della commedia nuova, a inviluppo e riconoscimento finale. Il dramma satirico, nel quale a parte dell’azione eroica entravano cantando i satiri con Bacco (solo e bellissimo avanzatone il Ciclope di Euripide), era mitologico; e il Dafni e Lietersa del tragico della pleiade alessandrina Sòsiteo non sappiam bene che fosse. Contesero nel secolo decimosesto Francesco Patrizi e Jacopo Mazzoni, se tragedia o ecloga; ne scrissero e riscrissero, senza fermar nulla:(3) la critica moderna pare si accordi a tenerlo per un dramma satirico come il Ciclope, tendente ad avvicinarsi, concedono alcuni, alle composizioni mimiche e bucoliche dei Dorii di Sicilia, senza designare particolarmente gl’idilli teocritei. Del resto tutta una letteratura, come fu quella del nuovo dramma tra noi, sarebbe ridicolo farla discendere da un frammento di ventiquattro versi, che è quanto ci resta di Sòsiteo, e per di piú ignoti ai primi che scrissero favole pastorali. Ma tant’è: i nostri vecchi avevan bisogno degli alberi genealogici anche per la poesia, e pur troppo, nota argutamente questa volta un grave erudito,(4) ce n’è che somigliano agli alberi di certe famiglie per linea retta da Priamo re di Troia e da Giuba re di Numidia.
Alle origini greche del pagano Cinquecento il Seicento devoto sostituí il popolo ebreo e la bibbia. Cosí mons. Huet, il dottissimo vescovo autore della origine dei romanzi [1670] per introduzione alla Zaide di mad. La Fayette, trovò il primo esempio di pastorale nella cantica detta di Salomone. Certo che in quella lirica popolare d’amori e nozze c’è del colorito bucolico e del movimento drammatico; e vi si posson riconoscere Salomone pastore, Sunamitide pastorella, un coro di verginelle, e altro. Ciò piacque molto in quel secolo a letterati e poeti latini della compagnia di Gesú: e un p. Paolo Serlogo, ravvisando nella Cantica ogni parte di vera favola pastorale, la volle spartita in cinque atti; ma con erudizione piú rara il p. Andrea Pinto Ramirez la espose in scenica rappresentazione, se non che egli stimò averla a scompartire in soli tre atti.(5) Il primo traduttore italiano della Cantica (1686), laico, Loreto Mattei, immaginò distribuirla in otto ecloghe, con intitolazioni quasi romantiche, Il deserto, La campagna, La notte, Il banchetto, Il giardino, Il trionfo della beltà, Il paradiso dell’amore divino. Carmelitano fu il traduttor piú recente e a memoria dei nostri padri famoso, Evasio Leone di metastasiana memoria; e la rifece in otto cantate, a dialogo tra lo sposo e la sposa con le debite ariette. Nel secolo decimottavo, mons. Gius. Ercolani, pastore arcade e governatore per il papa, fece, a mo’ de’ gesuiti, della Sunamitide allegorizzata una boschereccia sacra. Ahimè, Santa Chiesa in foggia di Silvia e Dorinda, tra Dafne e Corisca!

IV

Della poesia pastorale gli antichi (intendo oramai soltanto greci e romani) non ebbero che una forma, l’idillio o l’ecloga: il romanzo pastorale misto di prosa e verso, la favola pastorale drammatica, sono produzioni italiane derivate e composite. Ma composite come? o come derivate? Dopo tanta sazievolezza d’Arcadia, la poesia pastorale venne giustamente in uggia: ma questa non è una ragione per discorrerne leggermente e a traverso, disprezzando. Il critico, o, meglio, lo storico letterario non deve disprezzar nulla: ogni manifestazione dello spirito umano nell’arte del verso e della prosa va studiata, esaminata, spiegata con rispetto; massime quando v’han cooperato una serie d’ingegni molto superiori al volgo dei critici. Però del passaggio e svolgimento della poesia bucolica in Italia chiedo il permesso di raccogliere in breve quel tanto che mi occorre al soggetto.
Gl’idillii di Teocrito erano, come suona il vocabolo, imaginette o bozzetti di caratteri e scene non pur tratti dalla vita dei bovari e pastori, ma dei pescatori, dei contadini, della plebe e cittadinanza minuta delle città di provincia. E in questa larghezza nella piccolezza è il gran valore di Teocrito, che fu certamente nell’età alessandrina il maggiore se non l’unico poeta; e disegnava dal vero, superiore al reale soltanto quando la visione passando per il filtro della concezione poetica prendeva l’impronta dell’arte. Ma non pare esatto ciò che fu ultimamente supposto, che il dialogo sia piú frequente nell’ecloga posteriore che nel primitivo idillio. Il dialogo fu sempre la forma prediletta, perché naturale e necessaria, della poesia bucolica. Dei ventisette idillii di Teocrito i veramente bucolici sono undici; dei quali, nove a dialogo e due monologhi rappresentativi. Oltre il dialogo propriamente detto prevale nell’idillio bucolico di Teocrito il canto amebeo e l’intercalare: ultimo testimonio questo d’un qualche attacco alla poesia popolare, se non di provenienza diretta: indizio quello d’una tendenza primordiale al dramma. Tendenza, perché in fondo la sostanza è racconto: racconto, non del fatto eroico, sebbene qualche volta del mitico sí, ma specialmente dell’amore o d’altra minor passione o tenue avvenimento. Né, oltre il racconto, manca all’idillio un certo fondamento epico: Dafni, il primo pastore, il figlio di Hermes e della ninfa ignota, è per questa poesia ciò che per l’epos propriamente detto l’eroe: di piú epica è la verseggiatura, l’esametro. Sicché l’idillio bucolico viene ad essere un genere misto tra drammatico ed epico: se non che il movimento e fervore del canto nella passione lo fa anche lirico. Finalmente, la poesia bucolica, sorgendo sempre di mezzo a un’età raffinata, aspira e prosegue almeno esteriormente l’idealità d’una vita semplice e pura, che essa cerca di restaurare nella rappresentazione dell’idillio: indi l’espressione o l’atteggiamento sentimentale, che vedesi a pena in Teocrito, si rileva in Virgilio, cresce poi sempre fino alle caricature di Gessner.
Con Virgilio il poeta entra personalmente nella rappresentazione bucolica, e v’introduce argomenti e trattazioni che paiono meno acconci a quel genere. Il che non solamente Virgilio fa esponendo con molta poesia nel Sileno un sistema filosofico e dei mitici colori adornando nella quarta ecloga e nella decima l’ambizion di Pollione e l’amicizia di Gallo, ma anche nei colloqui e nei canti e nelle querele de’ pastori adombra e ritrae i tristi effetti delle guerre civili e i lieti delle riparazioni di Mecenate e Ottaviano. E chi può risolutamente negare che il Dafni della quinta sia Cesare?
Tale passò Virgilio co’ suoi imitatori Calpurnio e Nemesiano al medio evo; all’età vaga dell’oscuro e del sottile, all’età mistica e scolastica piacendo sopra tutto per ciò ch’ella credea vedere e intravedere nelle figure dei pastori e sotto i veli dell’allegoria. Cosí l’accademia carolina del secolo ottavo, che prima dié l’esempio d’imporre nomi etnici a persone cristiane, e le sue erano tedeschi o britanni, mandava con Angilberto Omero ecloghe-epistole all’onor di Carlo e di Pipino, cantava con Alcuino Flacco cuculi e Coridoni allegorici, cantava con un Nasone in due proprie ecloghe virgiliane l’alto Palemone che dalla rinnovata Roma domina i regni; e solo in un Conflictus veris et hiemis, o del venerabile Beda o di un discepolo d’Alcuino che sia, trovava l’accomodamento della natura e della tradizione germanica con la forma latina. Cosí la poesia monastica dei secoli decimo e undecimo faceva di Fille e Galatea velame ai lutti delle abazie vedovate, e nella Bucolica quirinalium di un Metello benedettino [circa 1160] alternava in dieci ecloghe vóti, punizioni e premii di Melibei e Titiri e del nuovo santo Quirino.(6) Da allora incomincia il vocabolo e il concetto allegorico dell’ecloga, quale durò fino al Rinascimento. Idillio ed ecloga son denominazioni che rimasero alle due opere bucoliche di Teocrito e di Virgilio; ma quanto felice la prima, altrettanto impropria e non rispondente la seconda, che in somma vuol dire «alcune cose scelte da molte piú»; e forse il grammatico, che primo l’appose, congetturava o sapeva d’una scelta fatta da Virgilio tra le sue bucoliche: ché tale è il termine proprio a questa poesia nell’antichità greca e romana. La denominazione d’ecloga invalsa nell’epoca carolingia fu propagata anche alle poesie descrittive e alle giocose, ma piú specialmente significò le rappresentative pastorali. Cosí l’usarono i poetanti in latino del nostro Trecento, e cosí venne alle lingue nuove latine.

V

Primo scrittore di ecloghe, primo Tirsi dell’Arcadia nuova in Italia, fu Dante, a istanza d’un romagnolo, o d’onde altrove si fosse Giovanni del Virgilio. E dopo Dante abbondano ecloghe latine per tutto il secolo: le mal tribuite ad Albertino Mussato, e che potrebber essere d’un poeta aulico, lombardo o veneto, dei Visconti: le molte, e alcune veramente belle, del Petrarca e del Boccaccio: le ancora inedite di Giovan de’ Boni aretino: le otto che avea composte Coluccio Salutati. Tutte a dialogo; e i loro poeti, passando oltre, o anzi ignorando i cuculi del venerabile Beda e d’Alcuino, tornaron diritti a Virgilio e un po’ a Calpurnio: e, se di Virgilio non appresero la suprema eleganza, assunsero al piú alto e austero concetto di verità la forma allegorica, per mezzo la quale credevano esser passata la voce della Sibilla annunziante Cristo nato. Di Teocrito non seppero che per udita e non lessero che per citazione. Quell’ecloga nell’Ameto del Boccaccio, ove cantano in gara il pastor siculo Acate e Alceste pastore arcade, adombra ella da vero, come un dotto e ingegnoso uomo avvisò,(7) la differenza, qual vedevala il medio evo, tra l’idillio teocriteo reale e l’allegorica ecloga virgiliana? Anche se no, esso il Boccaccio nell’epistola dichiarativa della sua bucolica(8) affermava che Teocrito nulla intese oltre quello che la corteccia delle parole dimostra, ma Virgilio asconde sotto la corteccia piú sensi. Cosí le ecloghe latine del Trecento ricuoprono dell’involucro pastorale o avvenimenti personali degli autori o grandi fatti della storia politica e religiosa dei tempi; e Franc. Petrarca ribattezza Mition il pontefice Clemente V e dà del Panfilo a san Pietro, che il Boccaccio chiama invece Glauco e chiama Dafni l’imp. Carlo IV. Che resta dunque l’affermazione di Francesco De Sanctis a proposito del Tasso e del Guarino, che l’ideale poetico posto in un mondo pastorale rivela una vita sociale prosaica e vuota d’ogni idealità? Cotesti trecentisti, anche Dante, anche il Petrarca, ai quali certo idealità non mancavano, andarono a cercar la poesia nel mondo pastorale, come gli estetici direbbero con espressione né filosofica né italiana. Ma perché? Per due ragioni, imagino io: una sociale e una letteraria. Non ne potevano piú di quei baroni e cavalieri, epici quanto volete nelle canzoni di gesta e nei romanzi, ma rozzi e brutali nella vita; di quei frati e monaci, santi quanto volete nelle auree leggende, ma abbuiatori e accidiosi e un cotal po’ ancor puzzolenti; di quei cittadini, valenti e magnanimi nelle croniche, ma di picciol animo in fatti e ringhiosi e ignoranti; e si rifugiavano nella libertà fraternità egualità dell’Arcadia. Nell’arte della poesia sentivano mancarsi qualche cosa, la forma drammatica; e disdegnando cercarla nelle laudi e ne’ misteri né osando ciò che il Mussato, crederono trovarne un’apparenza nei dialoghi dell’ecloga.
Quanto invalesse tuttora nell’arte anche pastorale del Trecento l’allegoria, lo mostra Giov. Boccaccio nell’Ameto. Composto del 1342, quando il ventottenne amante di Fiammetta dalle voluttà di Napoli si fu restituito alle bellezze di Firenze, l’Ameto vorrebbe essere in principio un’opera uscita tutta classica dai recenti studi latini. Giocondo rivelatore di forme e apritore di nuove fonti alla poesia, messer Giovanni dà qui il primo esempio del romanzo pastorale misto di prosa e di versi; e nei versi deduce primo l’antica ecloga dall’esametro latino a mormorare scorrevole pe’ freschi e molli canali della terzina; e in questi versi la purità del Trecento e la peregrinità classica si assorellano ingenuamente tanto che no ‘l potranno sentir mai né capire i giudicanti stranieri e tali altri nati e cresciuti a essere tuttavia stranieri. La commedia delle ninfe fiorentine, come s’intitola l’Ameto, pare in principio un’opera del giorno: l’azione è nei dintorni di Firenze: e i templi s’intendono chiese, e le feste son sacre. Le donne, alcune coi nomi che infioreranno poi il Decameron, sono, s’intende, tutte belle; e le descrizioni delle varie bellezze, fatte lungamente secondo gli schemi dei romanzi, riescono a essere piú raffinate e provocanti che non le simiglianti della maggiore opera. Tutte innamorano il rozzo Ameto, e tutte hanno i loro amori, non coniugali, ma, in onta del coniugio, conducenti a perfezione; e di quegli amori si contan le storie, e anche del padre e della madre del Boccaccio che è detto Caleone, e dell’amata Fiammetta, con intermezzi pastorali e descrizioni naturali. Tutto va bene, in pieno classicismo, in calda e rosea sensualità di primavera toscana, fino a un certo punto, quando a un tratto tutto muta. L’idillio è la visione del canto vigesimonono del Purgatorio: le sette ninfe fiorentine sono l’umanazione delle virtú teologali e cardinali, Noi sem qui ninfe e nel ciel siamo stelle; ed Emilia, per esempio, è la famula di Diana, la quale è la Giustizia; e Fiammetta è la sacerdotessa di Vesta, la quale è la Speranza; e Lia è sotto il potere di Cibele, che è la Fede. E finisce con l’apparizione di Venere, che è la Carità: alla cui luce Ameto si trasforma e diviene perfetto.
Come del romanzo pastorale, cosí il Boccaccio fu autor primo del poema pastorale. Tutto l’opposto dell’Ameto, che move dalle circostanze reali per metter capo alle allegorie teologiche, il Ninfale fiesolano move dal mito preistorico per riuscire alla vita reale del Trecento: comincia dal coro di Diana che scorre i monti dove poi Atlante fonderà Fiesole, segue con le fantasie ovidiane delle ninfe converse in ruscelli dai noti nomi, e riesce alla rappresentazione viva della passione umana e degli affetti domestici. Mensola che si rimorde del fallo; Giraffone (è già nel nome l’urto della nuova rusticità con le leggiadrie mitologiche) che recasi su le spalle il cadavere del figliuolo mortosi per amore; la vecchia ninfa che presenta a’ due genitori orbati il fanciullino nato dell’amore punito da Diana, paiono creazioni moderne e sono dell’antica verità eterna; e l’idealità mitica pastorale finisce con la realità sociale politica, che abolisce il rito di Diana, marita le ninfe e fonda la città. E il poema liberandosi quasi súbito dalle fasce dell’idillio distendesi a scendere naturale con una favella e una verseggiatura limpidamente rispecchiante le cose nell’intimo della verità semplice che non urta né offende. Non mai il Boccaccio fece meglio in versi, e di rado la pastorale italiana fu cosí poetica.

VI

E poi fu un lungo silenzio alle zampogne ed ecloghe sí in latino come in toscano; interrotto (chi se lo ricorda o lo ha letto?) sol da Giusto de’ Conti. Il quale un bel giorno dimenticò le tornite imitazioni della Bella Mano, per mettere insieme una strana rima tra ecloga e frottola (La notte torna, e l’aria e il ciel si annera); a dir meglio, compose una vera ecloga, ove entra la frottola con l’elemento suo realistico nella sostanza e polimetro nella forma. Ma solo a mezzo il Quattrocento affermasi che in gara alla bucolica classica meglio e piú generalmente compresa si risvegliasse col desiderio della vita riposata nei campi il sentimento della natura, dando le mosse a una poesia pastorale o campestre che voglia dirsi. È egli vero?
Ecco tra il 1453 e il 71 le dieci ecloghe latine di Matteo Maria Boiardo. Dall’Arcadia guasta dai turchi Pan rifugge in Italia, e a Poeman pastore italico insegna cantare in riva della Secchia presso a Modena o del Tressinaro sotto i bei colli di Scandiano. E Poeman e i nuovi pastori cantano i soliti amori e abbandoni e morti di ninfe assai vagamente; ma cantano anche Giano e Pico e Pitagora, e l’etrusco Tage ed Evandro e le glorie di Roma, e súbito appresso gli Estensi; cantano l’età dell’oro rifiorita sotto Borso nuovamente duca (1453), e portano in gabbia una gazza che ha imparato a ridire il nome di Ercole governatore di Modena (1465) sotto il cui reggimento è cosí beato vivere. Le ecloghe del conte scandianese si riattaccano a quelle del Petrarca e del Boccaccio, e splendono a luoghi di forse piú elegante imitazione virgiliana; ma non ebbero fama.
Stanno in disparte le otto ecloghe di Battista Spagnoli, il Mantuano. Le scrisse adolescente (1485 circa) essendo a studio in Padova, e due ne aggiunse vecchio in religione: perocché fu carmelitano, di recente beatificato. Cotesto santarello è un osservatore triste, rozzo, sboccato; non osceno; ma delle donne e degli amori mette in mostra le dure verità con le crude parole; mette in latino le storpiature dei nomi cristiani (Iannus, Tonius): non fior d’eleganza, efficacia volgare, verità prolissa: pare a certi passi prevenire la commedia rusticale, in altri anticipare il suo paesano Folengo. E pure quell’ecloghe furono ben presto commentate dal Beroaldo, e fra tanta eleganza del secolo appresso tradotte due volte in francese da Michele D’Amboise e da Lorenzo De la Gravière, in inglese da Aless. Barclay: sí forte era la sete del naturale.
Dalle georgiche di Esiodo e Virgilio balzava a descrivere le stagioni della viva agricoltura toscana Ang. Poliziano nel Rusticus: prolusione in versi alle lezioni su quei due antichi poemi che il giovine professore accingevasi fare allo studio di Firenze nell’anno 1483. Dov’è andata la polvere dei vecchi libri pur ora scossi dal filologo? Il Poliziano pare scrivere una lingua viva: non imita il greco autore né il latino; non compone idillio né ecloga, fa una selva; mirabile dipintore, di colorito fiammingo; piú moderno, e quasi direi piú poeta, del Thomson. All’ecloga mitologica virgiliana primo, se non forse col Pontano o poco dopo, ma certo in Napoli, tornò il fanese Pomponio Gaurico (m. circa il 1530). E súbito l’eleganza signorile delle ecloghe puramente classiche del Sannazzaro, del Vida, di G. B. Amalteo fece dimenticare e disprezzare ogni latino anteriore.

VII

Intanto era venuta rifiorendo l’ecloga volgare in terza rima. Fu notato(9) che tra le eroidi di Luca Pulci, morto fin dal 1470, quella di Polifermo a Galatea ninfa marittima è un’ecloga formale, la prima forse in terzine sdrucciole. Bernardo, fratello di lui e di Luigi, volgarizzò da giovane in terzine tutte piane la bucolica di Virgilio; e del 1481 quel volgarizzamento uscí a stampa con le bucoliche elegantissime di Girolamo Benivieni fiorentino e dei senesi Francesco Arsocchi e Fiorino Boninsegni; il quale ultimo, esule in Napoli, intitolava alcune sue ecloghe al duca di Calabria fino dal 1468, quando il Sannazzaro aveva dieci anni. Tutte elegantissime, come le spaccia il frontespizio, quelle ecloghe non sono: son tutte in terzine, che l’Arsocchi varia di rime piane e di sdrucciole, e il Boninsegni anche v’intromette delle strofe a rime ripercosse. Dall’Arno al Po, con quella emulazione che era nel gentil lavoro letterario tra la corte medicea e l’estense, importò il nuovo genere poetico Matteo Maria Boiardo. Delle dieci ecloghe italiane di lui quattro sono scritte di certo nel 1482, come quelle che hanno argomento dalla guerra veneziana contro Ercole I duca di Ferrara e dal soccorso d’Alfonso aragonese al cognato: ma le altre, di contrasti e di amori pastorali, niente vieta recarle piú a dietro, al 1470 o poco dopo, che fu al conte scandianese anche il tempo dei tre libri degli amori: allora il Boiardo aveva finita la bucolica latina, e si provò alla volgare, riescendo con la sua cordiale bravura. Le corde della battaglia e della politica, come la zampogna e il flauto della campagna e degli amori, ei tócca e ispira egualmente bene, con piú eguaglianza che non il Boccaccio: primo a introdurre nella terzina dell’ecloga la rima sdrucciola del dialogo, secondo a dedurre nel canto pastorale la rima al mezzo della frottola. Al Boiardo si accompagnano nell’Emilia due altri gentiluomini rimatori, Niccolò da Correggio con la Semidea in terzine piane e Gualtiero Sanvitale con la Florida in sdrucciole;(10) a Ferrara, Antonio Tebaldeo.
Composto in quel torno, sta da sé, anche per la squisitezza della composizione, il Corinto di Lorenzo de’ Medici, vera ecloga classica. Classici, del resto, almeno nell’intenzione, quei versi pastorali eran tutti; e fatti da gente aulica per gente aulica, che andava adattando la moda del classicismo. Quando a un tratto, proprio in questo momento e per opera dello stesso Medici, esce la Nencia da Barberino. Una vera magia di trasformazione: Amarilli e la vecchia ecloga cadono in cenere, e ne sorge fenice la giovane contadina toscana nel suo abito da festa, nella piú amena e placida valle, nella piú soave e intera parlata del bel paese; e la poesia del rispetto popolare ricanta per bocca del signor popolare l’idillio dell’amor popolare. Ahimè, fu un lampo! Che se tutta l’Italia non è Toscana, né anche tutta Toscana è Mugello né tutti i rimatori sono il Medici. La Beca di Dicomano del Pulci e la Catrina del Berni furono presto una caricatura: bisogna tornare all’Arcadia. Non però senza prima avvertire l’apparizione d’un’altra forma, che piú veramente poté contribuire per qualche verso, almeno con l’esempio d’una piú elegante imitazione classica, alla futura composizione della favola pastorale. Dal tronco della rappresentazione, sacra e morale, ecclesiastica e borghese, in ottava e in terza rima, diramò in quelli stessi anni, con piú succhio lirico, la nuova foggia aulica dell’idillio virgiliano e ovidiano drammatizzato con mescolanze pastorali: l’Orfeo di Ang. Poliziano rappresentato alla corte di Mantova nel 1471 e il Cefalo di Nicolò da Correggio alla corte di Ferrara nel 1486.
Poco dopo, in Napoli, Jacopo Sannazzaro componeva a imitazione dell’Ameto l’Arcadia: dodici prose narrative o descrittive, dodici ecloghe rappresentative o liriche ed elegiache; non tutte di séguito; le prime dieci avanti il 1489, le ultime poco prima del 1504. Gli fu dato vanto d’avere innovato la terzina a rime sdrucciole per meglio rendere il dimesso dialogo dei pastori quando non cantano, e d’aver fatto piú d’una volta l’ecloga polimetra a meglio rendere la varietà dei racconti e delle rappresentazioni. Ma la terzina sdrucciola è, come già notai, di Luca Pulci morto prima del 1470 e del Boiardo che scriveva al piú tardi nel 1482; e il polimetro fu già di Giusto de’ Conti, non che del Boiardo stesso e dell’Arsocchi e Fiorini, che davano a stampa nell’81, e il secondo visse a Napoli assai. Il che non scema al Sannazzaro la lode di qualche novità, per aver saputo acconciare alla bucolica classica, dedotta puramente da Virgilio, la rima al mezzo popolare delle frottole napolitane, dei Gliommeri e delle farse cavaiole. Non gli scema la lode di aver fatto meglio di tutti; d’aver dato, massime nella prima seconda e decima, il piú bell’esempio, piú vivamente e drammaticamente mosso, dell’ecloga, accenno quasi divinatorio al dramma pastorale. E piú altre e maggiori sono le lodi dovute in generale a cotest’opera, che fu delle piú significative ed efficaci, se non delle piú originali, del Rinascimento.(11) Non piú allegorie: il moderno poeta avviasi veramente all’antica Arcadia, se non a quella storica di Polibio, una repubblica quasi elvetica, ov’era la vita laboriosa e dura nei campi, e l’ideale severità del costume portava l’educazione mista degli adolescenti e delle vergini al canto degli inni accompagnanti i sacrifici di Bacco, a quella almeno virgiliana – soli cantare periti Arcades –

(Atque utinam ex vobis unus vestrique fuissem
Aut custos gregis aut maturae vinitor uvae!),

quella che poi divenne un paese, in cui piú che di lavorare la gente si occupava di fare all’amore cogliendo fioretti, Cuccagna magra e Bengodi esangue della decadenza. A questa Arcadia avviavasi dunque e ci viaggiava per entro il poeta; ma, come poeta moderno, mesto e addolorato, d’amore e d’altre pene. E poi ben presto l’Arcadia del Sannazzaro si riconosce essere la valle di Gifuni in quel di Salerno, ov’erano i possedimenti della famiglia e ove la madre l’allevò ed egli la pianse morta e s’innamorò. E tutta degli amori e dolori suoi, e di quelli degli amici e di quelli de’ suoi re, è piena quest’Arcadia, tanto piú nobile dell’Ameto. Quelle grotte, è vero, sono tutte intarsiate di vecchi frammenti greci e latini e rivestite di spoglie toscane. Che importa? cosí voleva il tempo. Ma entro v’abitano veramente, o almeno parve al poeta, quelli ch’ei chiama i gloriosi spiriti dei boschi; e l’Europa ammirata per un secolo ne udí risonare

El dulce lamentar de los pastores,

come in bellissimo verso cantava Garcilaso de la Vega, un de’ celebrati imitatori del poeta napolitano. Per un secolo intero l’Europa fu allo specchio dell’Arcadia a farsi classica: su le tracce del Sannazaro, a mezzo il Cinquecento, in Spagna, Giorgio di Montemayor componeva la Diana, e il gran Cervantes, nel 1584, la Galatea: in Inghilterra, nel 1590, fiorente Shakespeare, che al Sannazzaro deve almeno il nome di Ofelia, Filippo Sidney rifaceva un’Arcadia; e in Francia, nel 1610, Onorato d’Urfè faceva l’Astrea.
In Italia l’opera del Sannazzaro poté in appresso suggerire o prestare alla futura favola pastorale paesaggi e figure di personaggi liricamente appassionati: per intanto ebbero piú fortuna le parti metriche, le quali imitate originarono e divulgarono una specie di ecloghe nuove, di cui molte furono anche recitate e rappresentate. Dello stesso tempo altre piccole poesie rappresentative, non sempre e non tutte in terza rima, vennero in uso, pur col nome di ecloghe e piú largamente di commedie pastorali e rusticali; le quali paionmi piú tosto discendere per degenerazione dalla Nencia del Medici e dall’Orfeo del Poliziano. Ora è invalsa un’opinione che in coteste due specie, frequenti sul finire del secolo decimoquinto e nei primi trenta o quarant’anni del decimosesto, vuol cercare e trovare le origini prossime del dramma pastorale. Il che, se intendasi della favola o tragicommedia del Tasso e del Guarino, non mi pare opinione sicura; e vorrei mostrarlo, non pur prendendo in piú largo esame gli esempi accennati un po’ di passaggio e alla svelta da altri, ma anche recandone io di nuovi. Potrebbe essere una mostra non incuriosa di fatti ed esempi d’una poesia mezzo aulica e mezzo popolare, non molta conosciuta o da molti.

Giosuè Carducci – Sì crudelmente fero è quel flagello

Sí crudelmente fero è quel flagello
Onde me già del breve correr lasso
Il disinganno sferza a ciascun passo,
Che fine io chiamo al reo cammin l’avello;

E tra forme gentili e nel piú bello
Aprir de’ floridi anni io l’occhio abbasso,
Quasi cercando oltre la terra il passo
A l’inamabil cieco ultimo ostello.

Ma di speme atteggiato e di dolore
Mi sofferma un sembiante; e lacrimoso
Pur in me guarda, e pio tace. Furore

Quinci ed amor nel petto procelloso
Surgono a gran tenzone; e vince amore:
Ond’io fremendo e sospirando poso.

Giosuè Carducci – Tu mesta peregrina il dolce nido

Tu, mesta peregrina, il dolce nido
Lasci e de l’aer nostro il novo gelo:
T’invita più benigno ardor di cielo
E primavera di straniero lido.

E me lasci che tristi ore divido
Pur co ‘l dolore onde i lassi occhi velo.
Tornerà tempo che senz’ombra o velo
Si porga l’aer nostro a te piú fido.

Allor candidi soli; allor fiorente
Il colle e il piano; allor tutto d’amore
Ti riconsiglierà soavemente.

Né allor ti sovverrai l’uman dolore
Di che si piange or qui. Non acconsente
Al pianto, e oblia, de’ fortunati il cuore.