Fabrizio Casari – La monotonia del Governo Monti

Quella dell’abolizione dell’articolo 18 è ormai l’ossessione dei professori. Il tavolo di concertazione (o di solo reciproco ascolto, par di capire) tra il governo e le parti sociali, continua ad avvitarsi sul mantra del ministro Fornero. Una litanìa, ormai un vero e proprio tormentone dei ministri e di Confindustria, al quale si allinea il codazzo della pubblicistica devota, dice che è che l’articolo 18 “non dev’essere un tabù”. Magari un tabù no, ma una fissazione sì, par di capire.

Eppure i dati che indicano la disoccupazione al suo record storico, con un giovane su tre senza lavoro e le previsioni per l’anno in corso, che parlano di ulteriori 800.000 o un milione di posti di lavoro in meno, letti con puro senso logico e scevri da ogni impostazione ideologica, direbbero che l’emergenza nazionale è la disoccupazione.

Una disoccupazione che ha raggiunto dimensioni spaventose anche in quanto figlia della mancata crescita e delle politiche recessive e che è parente strettissima della giungla contrattuale che ha permesso di concepire un mercato del lavoro a bassissimo tasso di occupazione e di legalità.

I sindacati fanno giustamente rilevare che se l’occupazione e la conseguente crescita interna sono i due pilastri drammaticamente colpiti dalla crisi economica e dalle politiche recessive genialmente studiate per affrontarla (un caso di suicidio assistito, insomma), proprio non c’è nessun bisogno di aiutare ulteriormente le imprese nel favorire l’esodo incontrollato e arbitrario dei lavoratori.

Non occorre essere dei professori, infatti, per capire che non si può invocare maggiore occupazione mentre si eliminano gli strumenti residui per difenderla. Occorre aver studiato da professori per non capire come il progressivo aumento delle disuguaglianze sociali sia nocivo per lo stato dell’economia e di un paese ben più dello spread sui titoli?

L’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, giova ricordarlo, non impedisce infatti alle aziende con oltre 15 dipendenti di licenziare, ma impone l’esistenza di una “giusta causa” per farlo. L’elemento fondamentale della norma risiede nella necessità di tutelare i lavoratori dai licenziamenti indiscriminati, arbitrari e vessatori che le aziende italiane – Fiat in primo luogo – hanno storicamente privilegiato per ridurre al silenzio la sindacalizzazione interna. Per rimanere al caso Fiat, va ricordato che da Valletta a Romiti e ora a Marchionne, infatti, l’organizzazione sindacale interna alla Fiat è stata oggetto di numerosissimi licenziamenti politici come rappresaglia per le battaglie sindacali interne sostenute dai lavoratori.

In Italia si licenzia con estrema facilità e i circa 46 tipi di contrattualizzazione diversa sono lo strumento per disporre a piacimento della giungla contrattualistica e, non da ultimo, la sede di un pezzo significativo dell’evasione fiscale perpetrata a danno del Paese.

Gli argomenti che la ministro Fornero e il codazzo propongono sono sostanzialmente due: che l’esistenza dell’articolo 18 nei fatti crea due diversi regimi di tutela per i lavoratori (aziende con meno o con più di 15 dipendenti) e che, a cascata, l’erogazione degli ammortizzatori sociali produce un’ulteriore disparità. Infine, si sostiene che l’esistenza dei vincoli sanciti dall’articolo 18 rappresenta un freno alle possibilità di assumere da parte delle aziende e, dunque, contribuisce indirettamente proprio a quella ridotta occupazione che si vuole combattere.

Ebbene, se si vuole davvero la parità delle tutele per tutti, è sufficiente allargare l’applicazione dell’articolo 18 anche alle imprese con meno di 15 dipendenti. Perché non lo si fa? E se si ritiene che chi è fuori dal mercato del lavoro e non usufruisce della cassa integrazione sia penalizzato (e lo è certamente), si può ampliare il sostegno sociale attraverso il reddito di cittadinanza, erogabile insieme alla formazione professionale utile alla ricollocazione futura.

Ma la questione ancora più odiosa, perché volutamente truffaldina, è quella che imputa all’articolo 18 un freno alle assunzioni, perché queste risulterebbero troppo rigide. Ma se così fosse, se cioè fosse il solo articolo 18 a frenare le assunzioni, come mai le aziende con meno di quindici dipendenti (dove quindi la norma non trova applicazione) non assumono? Sarà perché l’articolo 18 niente, assolutamente niente, c’entra con la capacità di produrre lavoro da parte del mercato?

Ma perché dunque questo attacco continuo all’articolo 18? Perché si vuole una sconfitta ed un arretramento dei sindacati e della sinistra di tipo epocale. Il messaggio, soprattutto indirizzato alle nuove generazioni, è che solo rinunciando ai diritti conquistati dai loro padri e dai loro nonni, solo la rinuncia ad essere rappresentati da sindacati e organismi di rappresentanza, potrà aprire il futuro a nuove opportunità di lavoro e progresso. Il modello che si propone è quello delle “zone franche”, prevale l’ideologia delle maquilladoras più che un’idea di riforma del mercato del lavoro. Ma nessun modello economico e sociale accettabile é mai stato edificato sulle fondamenta della schiavitù e si diventa soggetti di diritti proprio quando si smette di essere oggetto di elemosine.

Sul mercato del lavoro, come sulle liberalizzazioni, il governo Monti mente e sa di farlo: non ha nessuna ricetta che non sia l’ossequio alle banche e alla speculazione finanziaria e non ha nessuna idea di come ricostruire il tessuto sociale ed economico del paese. Esaurito il capitolo delle liberalizzazioni, con il quale ha tentato di spiegare che acquistare un’aspirina al supermercato e avere qualche taxi in più siano gli snodi dello sviluppo del Paese (ma guardandosi bene dal toccare banche ed assicurazioni, mercato energetico e telecomunicazioni) oggi tenta di convincerci che per lavorare di più bisogna farsi licenziare di più.

Nel disegnare la sua politica, inoltre, il governo ultimamente ha imboccato con decisione la strada dello sberleffo. Dapprima il rampollo inutile che definisce “sfigati” tutti coloro che, diversamente da lui, sono stati costretti a studiare per tentare una professione, non avendo padri e amici del padre in grado di allocarlo a piacere con i soldi pubblici. Successivamente è stato lo stesso Monti, ospite in casa Mediaset, a dire che il lavoro fisso è una chimera e per fortuna, dal momento che il lavoro fisso è “monotono”.

Eppure il professor Monti, che detesta la monotonia, si è fatto nominare senatore a vita, non proprio un ruolo a tempo determinato ed una attività adrenalinica. Profumatamente pagato con i soldi nostri, pare ormai voler dismettere gradualmente la supposta sobrietà per calarsi nei panni di un uomo vanitoso e supponente. Oggi sono le sue parole ad essere monotone. Impari una lezione, professore: la sobrietà non è dimostrata dall’apparenza mesta e grigia e dal tono di voce monocorde, ma dal saper farsi carico con serietà e rispetto dei destini delle persone in carne e ossa. Anche di quelle che non siedono nei consigli d’amministrazione.Quella dell’abolizione dell’articolo 18 è ormai l’ossessione dei professori. Il tavolo di concertazione (o di solo reciproco ascolto, par di capire) tra il governo e le parti sociali, continua ad avvitarsi sul mantra del ministro Fornero. Una litanìa, ormai un vero e proprio tormentone dei ministri e di Confindustria, al quale si allinea il codazzo della pubblicistica devota, dice che è che l’articolo 18 “non dev’essere un tabù”. Magari un tabù no, ma una fissazione sì, par di capire.

Eppure i dati che indicano la disoccupazione al suo record storico, con un giovane su tre senza lavoro e le previsioni per l’anno in corso, che parlano di ulteriori 800.000 o un milione di posti di lavoro in meno, letti con puro senso logico e scevri da ogni impostazione ideologica, direbbero che l’emergenza nazionale è la disoccupazione.

Una disoccupazione che ha raggiunto dimensioni spaventose anche in quanto figlia della mancata crescita e delle politiche recessive e che è parente strettissima della giungla contrattuale che ha permesso di concepire un mercato del lavoro a bassissimo tasso di occupazione e di legalità.

I sindacati fanno giustamente rilevare che se l’occupazione e la conseguente crescita interna sono i due pilastri drammaticamente colpiti dalla crisi economica e dalle politiche recessive genialmente studiate per affrontarla (un caso di suicidio assistito, insomma), proprio non c’è nessun bisogno di aiutare ulteriormente le imprese nel favorire l’esodo incontrollato e arbitrario dei lavoratori.

Non occorre essere dei professori, infatti, per capire che non si può invocare maggiore occupazione mentre si eliminano gli strumenti residui per difenderla. Occorre aver studiato da professori per non capire come il progressivo aumento delle disuguaglianze sociali sia nocivo per lo stato dell’economia e di un paese ben più dello spread sui titoli?

L’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, giova ricordarlo, non impedisce infatti alle aziende con oltre 15 dipendenti di licenziare, ma impone l’esistenza di una “giusta causa” per farlo. L’elemento fondamentale della norma risiede nella necessità di tutelare i lavoratori dai licenziamenti indiscriminati, arbitrari e vessatori che le aziende italiane – Fiat in primo luogo – hanno storicamente privilegiato per ridurre al silenzio la sindacalizzazione interna. Per rimanere al caso Fiat, va ricordato che da Valletta a Romiti e ora a Marchionne, infatti, l’organizzazione sindacale interna alla Fiat è stata oggetto di numerosissimi licenziamenti politici come rappresaglia per le battaglie sindacali interne sostenute dai lavoratori.

In Italia si licenzia con estrema facilità e i circa 46 tipi di contrattualizzazione diversa sono lo strumento per disporre a piacimento della giungla contrattualistica e, non da ultimo, la sede di un pezzo significativo dell’evasione fiscale perpetrata a danno del Paese.

Gli argomenti che la ministro Fornero e il codazzo propongono sono sostanzialmente due: che l’esistenza dell’articolo 18 nei fatti crea due diversi regimi di tutela per i lavoratori (aziende con meno o con più di 15 dipendenti) e che, a cascata, l’erogazione degli ammortizzatori sociali produce un’ulteriore disparità. Infine, si sostiene che l’esistenza dei vincoli sanciti dall’articolo 18 rappresenta un freno alle possibilità di assumere da parte delle aziende e, dunque, contribuisce indirettamente proprio a quella ridotta occupazione che si vuole combattere.

Ebbene, se si vuole davvero la parità delle tutele per tutti, è sufficiente allargare l’applicazione dell’articolo 18 anche alle imprese con meno di 15 dipendenti. Perché non lo si fa? E se si ritiene che chi è fuori dal mercato del lavoro e non usufruisce della cassa integrazione sia penalizzato (e lo è certamente), si può ampliare il sostegno sociale attraverso il reddito di cittadinanza, erogabile insieme alla formazione professionale utile alla ricollocazione futura.

Ma la questione ancora più odiosa, perché volutamente truffaldina, è quella che imputa all’articolo 18 un freno alle assunzioni, perché queste risulterebbero troppo rigide. Ma se così fosse, se cioè fosse il solo articolo 18 a frenare le assunzioni, come mai le aziende con meno di quindici dipendenti (dove quindi la norma non trova applicazione) non assumono? Sarà perché l’articolo 18 niente, assolutamente niente, c’entra con la capacità di produrre lavoro da parte del mercato?

Ma perché dunque questo attacco continuo all’articolo 18? Perché si vuole una sconfitta ed un arretramento dei sindacati e della sinistra di tipo epocale. Il messaggio, soprattutto indirizzato alle nuove generazioni, è che solo rinunciando ai diritti conquistati dai loro padri e dai loro nonni, solo la rinuncia ad essere rappresentati da sindacati e organismi di rappresentanza, potrà aprire il futuro a nuove opportunità di lavoro e progresso. Il modello che si propone è quello delle “zone franche”, prevale l’ideologia delle maquilladoras più che un’idea di riforma del mercato del lavoro. Ma nessun modello economico e sociale accettabile é mai stato edificato sulle fondamenta della schiavitù e si diventa soggetti di diritti proprio quando si smette di essere oggetto di elemosine.

Sul mercato del lavoro, come sulle liberalizzazioni, il governo Monti mente e sa di farlo: non ha nessuna ricetta che non sia l’ossequio alle banche e alla speculazione finanziaria e non ha nessuna idea di come ricostruire il tessuto sociale ed economico del paese. Esaurito il capitolo delle liberalizzazioni, con il quale ha tentato di spiegare che acquistare un’aspirina al supermercato e avere qualche taxi in più siano gli snodi dello sviluppo del Paese (ma guardandosi bene dal toccare banche ed assicurazioni, mercato energetico e telecomunicazioni) oggi tenta di convincerci che per lavorare di più bisogna farsi licenziare di più.

Nel disegnare la sua politica, inoltre, il governo ultimamente ha imboccato con decisione la strada dello sberleffo. Dapprima il rampollo inutile che definisce “sfigati” tutti coloro che, diversamente da lui, sono stati costretti a studiare per tentare una professione, non avendo padri e amici del padre in grado di allocarlo a piacere con i soldi pubblici. Successivamente è stato lo stesso Monti, ospite in casa Mediaset, a dire che il lavoro fisso è una chimera e per fortuna, dal momento che il lavoro fisso è “monotono”.

Eppure il professor Monti, che detesta la monotonia, si è fatto nominare senatore a vita, non proprio un ruolo a tempo determinato ed una attività adrenalinica. Profumatamente pagato con i soldi nostri, pare ormai voler dismettere gradualmente la supposta sobrietà per calarsi nei panni di un uomo vanitoso e supponente. Oggi sono le sue parole ad essere monotone. Impari una lezione, professore: la sobrietà non è dimostrata dall’apparenza mesta e grigia e dal tono di voce monocorde, ma dal saper farsi carico con serietà e rispetto dei destini delle persone in carne e ossa. Anche di quelle che non siedono nei consigli d’amministrazione.

da: www.altrenotizie.org

Fabrizio Casari – Il PDL scala i monti

Dopo alcuni mal di pancia e alcune manovre obbligate di parziale riassetto della coalizione, il partito di proprietà di Silvio Berlusconi ha deciso di sostenere il nuovo governo. Ci sono diverse spiegazioni per questa scelta. Se infatti in una improbabile riconversione democratica della cultura istituzionale urlano al golpe, strepitano contro il commissariamento e ammoniscono contro l’operazione “di palazzo”, votano poi convintamente la fiducia all’Esecutivo. Del resto il PDL non trova nel programma di governo del professore elementi di politica economica così ostili e alcuni degli uomini che compongono il governo, per le idee che professano e gli interessi che rappresentano, sono certamente iscrivibili a un’area antitetica alla sinistra.

Soprattutto pensando ad alcuni neoministri e alla relazione con le gerarchie vaticane, che sostengono con furia e fede il nuovo governo, il PDL trova non pochi agganci con i propri interessi politici e patrimoniali. Vedere perciò il palco del Teatro Manzoni con al centro i tre direttori degli house horgan di famiglia gridare al complotto fa sorridere, soprattutto pensando al fatto che tanta animosità nel quadretto si spiega facilmente: caduto Berlusconi, i loro lauti stipendi sarebbero davvero a rischio. Il Cavaliere, invece, diversamente da Ferrara, Feltri e Belpietro, ragiona e vede lungo, sa cosa significa fare un passo indietro oggi per farne due avanti domani. Certo, qualcosa dovrà sacrificare alla contingenza politica, ma proprio la necessità di evitare le urne nell’immediato ha spinto la destra italiana a far nascere il governo Monti. Perché?

Perché per la prima volta, negli ultimi quindici anni, i sondaggi d’opinione assegnano al Pd, quale che sia la composizione del suo schieramento, la maggioranza relativa. Si potrebbe dire, con non troppa ironia, che forse proprio per questo non si è andati a votare. Certo é per questo che il PDL ha scelto di votare la fiducia a Monti. Giuliano Ferrara pare non essersene accorto, ma le urne da qui a due mesi e mezzo avrebbero rappresentato la definitiva sconfitta per Berlusconi. Il quale, oltre a vedere capitalizzare dalla sinistra il generale ripudio del Paese per il Cavaliere, sarebbe stato additato come l’uomo che, per salvare se stesso, non esita ad affondare il Paese.

Argomento durissimo da affrontare in una campagna elettorale che già si presenta in salita e con problemi di assetto interno non semplici da risolvere. Si aggiunga poi che un’eventuale, pesante sconfitta del Cavaliere avrebbe aperto la strada ad un governo che, sull’onda del mandato popolare, avrebbe forse messo davvero mano ad una serie di norme – dal conflitto d’interessi alla giustizia, dalla riforma fiscale alla normativa anti-trust – che prefigurerebbero una vera e propria debacle per Berlusconi e delle sue aziende.

Rimandando invece di qualche mese il voto, Berlusconi coglie due risultati: il primo è quello di riassettare il partito ormai slabrato, il secondo di avere il tempo per riorganizzare idee, persone e mezzi per lanciare una campagna elettorale durissima (cosa nella quale, però, Berlusconi è maestro). E, diversamente da quanto sarebbe stato affermato nel caso del voto immediato, potrà presentarsi in pubblico asserendo di aver fatto un passo indietro per il bene dell’Italia e che la sua uscita è stata determinata da un attacco speculativo sui titoli di Stato e non su una sua crisi di governabilità. Dunque, altro che interessi privati, ma alto senso del dovere e dello Stato l’hanno costretto a rinunciare al potere. Uno statista, no?

C’è ora un anno e mezzo di tempo a disposizione di Berlusconi per far dimenticare il rifiuto popolare nei suoi confronti. Un anno e mezzo dove nulla sarà risparmiato. La campagna elettorale lo vedrà candidato: le presunte nuove facce (Alfano in testa) sono bubbole. La situazione tutt’altro che rosea delle sue aziende lo obbliga a stare in campo con tutti i mezzi necessari; solo una vittoria potrà, come nel 1994, salvare se stesso e le sue proprietà dal mercato e dalle leggi vigenti.

Quanto ai provvedimenti annunciati da Monti, non a caso Berlusconi si è detto favorevole al ripristino dell’ICI ma non alla patrimoniale. Tassa di successione e patrimonio non si toccano, per le ville si può chiudere un occhio, che è persino utile. Potrà dire che lui aveva abolito l’ICI e chi l’ha sostituito l’ha ripristinata. Ad un paese nel quale 16 milioni di italiani posseggono una casa, il messaggio arriva forte e chiaro. La scommessa del cavaliere è quella di sovvertire i sondaggi per salvarsi. In questo senso, la campagna elettorale è già cominciata.

da: www.altrenotizie.org

Fabrizio Casari – Berlusconi ultimo atto

L’uscita di scena, normalmente, è parte della recita e, tanto quanto la recita, indica le qualità di un buon attore. Quella di Berlusconi è stata in linea con il personaggio: un inchino dovuto agli applausi dei comprimari, un gesto di sfida verso il nuovo set che si va allestendo. L’inchino agli applausi dei comprimari è un ringraziamento sentito: il do ut des che ha permesso a oscuri personaggi di quarta fila d’ingrassare e ingrossare il proprio curriculum in cambio del servile contributo alla causa dei suoi interessi che ha caratterizzato i diciassette anni lungo i quali si è snodata l’avventura del cavaliere.

L’ultima seduta della Camera con Berlusconi a capo del governo è arrivata a seguire l’ultimo Consiglio dei Ministri, malinconico e privo di futuro. Perché Berlusconi potrà anche ricandidarsi, potrà anche cercare l’ennesimo colpo di reni, ma non sarà più quel che è stato, alfa e omega di un blocco sociale, verbo del nuovo qualunquismo, occasione di liceità per gli impulsi impolitici di un Paese da sempre ostile al frequentare la responsabilità e il senso dello Stato che caratterizzano le grandi nazioni.

Berlusconi è stato molto amato dai suoi e molto detestato da chi suo non lo era o non rimase tale sempre. Le facce, il corpo, le parole e gli atti di un modo di governare indifferente al senso dell’opportunità, al dovere della responsabilità verso il Paese lo hanno contrassegnato. Nella storia delle diverse stagioni della politica italiana, quello di Berlusconi è stato l’unico regime concepito, costruito e alimentato per e con la supremazia degli affari privati del capo. Le sue aziende e la loro fortuna, i suoi vizi privati e un piccolo esercito chiamato a servire l’imperatore e a servirsi a sua volta dell’impero, non hanno conosciuto precedenti simili, a nessuna latitudine. Nulla, nel suo governare, ha avuto il segno del bene comune, tutto è stato ad personam, persino la legge elettorale.

Ma il personaggio non è stato solo questo. Berlusconi è stato capace di tenere insieme l’establishment e gli esclusi, faccendieri e politicanti, evasori e corruttori, vittime e carnefici, trasformando il Paese intero in un palcoscenico dove attori e comprimari si scambiavano i ruoli. Ed è stato capace di creare un blocco sociale di consenso numericamente enorme, anche perché socialmente trasversale: operazione resa possibile, soprattutto, da un’abilità straordinaria nella propaganda politica.

Compito certo resogli più facile grazie alla sproporzione di mezzi a disposizione nei confronti degli avversari, ma onestamente frutto anche di una capacità superiore nel saper interpretare gli umori popolari, nel saper elevare gli istinti più beceri dell’egoismo nazionale a senso comune, nel saper piegare i bisogni collettivi ai suoi bisogni familiari. Il tutto sempre con la capacità di occupare il centro della scena, di saper imporre la sua agenda privata sulla congiuntura politica.

E anche nelle modalità dell’ultima crisi, quella finale, è stato capace di sceglierne i tempi, i riti, le gestualità; scansata la sfiducia per non cadere sul campo, ha scelto quando uscire, come uscire e il modo di uscirne, pur nell’ambito di un epilogo inevitabile: insomma una regia ad personam per il suo ultimo film.

L’anomalia di Berlusconi, però, non è stata solo quella di scegliere i tempi e le modalità di comunicazione della politica, ma anche quella di governare per diciassette anni senza avere un progetto per l’Italia, considerata sempre e solo il bacino di utenza delle sue ambizioni, del suo narcisismo, dei suoi affari. Mai nel cavaliere è prevalsa un’idea di modello di società da proporre, bensì la progressiva destrutturazione di ogni cemento sociale e culturale, obiettivi ai quali ha dedicato ogni energia, ogni mezzo, lecito e illecito. E’ sceso in campo con la forza delle sue televisioni e dei suoi miliardi, riuscendo a moltiplicare la sua presenza nel sistema mediatico e costruendo la sua vera fortuna patrimoniale.

Nella giornata appena conclusa si è riproposta, nel perimetro di Montecitorio, la storia di questi diciassette anni: lui al centro dell’emiciclo che riceve gli applausi dei suoi deputati, mentre fuori persone di ogni età applaudivano alla sua uscita di scena. Opposte fazioni per opposti applausi. Non poteva uscire diversamente chi, per il suo ego debordante, dell’applauso e persino dei fischi ha avuto sempre bisogno per poter dimostrare di essere comunque, nella vittoria e nella sconfitta, unico destinatario dell’attenzione generale.

Per la prima o per l’ultima volta quelle persone che l’hanno sempre detestato e combattuto l’hanno in qualche modo salvato da una fine anonima, dal nulla che incombeva. L’assenza di festeggiamenti per la sua uscita avrebbe potuto ferirlo davvero; si sarebbe sentito, per una volta, un uomo qualunque, vittima dell’indifferenza dei più, della scrollata di spalle collettiva, incamminato su una corsia preferenziale verso un limbo inaspettato. Ma ha dovuto lasciare il Quirinale da un’uscita secondaria e rientrare a casa da un’altra entrata secondaria per evitare immagini a testa bassa. Perché le persone prima o poi se ne vanno, ma le foto della sconfitta restano per sempre. Letali.

da: www.altrenotizie.org

Fabrizio Casari – PDL: va in onda il regicidio

Volendo ricapitolare le notti dei lunghi coltelli in casa Pdl si potrebbero prendere in esame le mosse di Formigoni e Scajola da un lato, sostenuti da Pisanu e (pur con un ruolo diverso, Fini) e Alfano e Cicchitto dall’altro: i primi a chiedere “un passo indietro” al premier, i secondi a riaffermare che il premier non si tocca. Terzo incomodo Verdini, che recita il ruolo di chi prende il tavolo per le gambe in attesa di decidere se stabilizzarlo o farlo volare, a seconda di quali saranno le portate apparecchiate. Vanno in onda così le prove generali del regicidio. Ovviamente, tutti smentiscono e nessuno conferma, ma pare che una possibile mediazione sarebbe quella di riconoscere a Scajola e Pisanu un ruolo importante nel Pdl, cosicché Alfano dovrà trattare e cedere quote di sovranità che però non sono nelle sue mani. Ma é fuffa o quasi.

Apparentemente lo scontro é sulla gestione del partito, con Verdini e Scajola che, non a caso, incrociano le lame. Partito leggero o pesante? Sono due definizioni che avrebbero avuto senso diverso tempo fa. Ora, infatti, a dare per morto il partito è stato il suo fondatore e proprietario, mentre a dare per scaduto il suo stesso tempo sembrano essere i suoi “infedeli”. O almeno tali sarebbero, a dar retta agli adulatori del boss, giornali di famiglia in testa, che li definisce sobriamente un drappello d’ingrati che tramano alle spalle del re cui tutto o quasi devono.

Diverso scenario, invece, a leggere quanto filtra delle interviste dei “frondisti” alla stampa avversaria: sarebbe in corso un tentativo di rilancio del centrodestra che certo, in assenza di garanzie sulla non ripresentazione del caudillo, lo vedrebbe divenire l’oggetto principale della contesa. Piuttosto chiare le dichiarazioni di Saro, vicino a Pisanu: “Si prepara una raccolta di firme su un documento che dovrà essere preso nella giusta considerazione. Se, invece, prevarranno coloro che minimizzano e rassicurano, si andrà avanti al buio e l’incidente sarà dietro l’angolo”. Tradotto: abbiamo all’incirca 35 parlamentari e il governo si regge su otto o nove.. I gattoni sono diventati gattopardi.

La fronda é un segnale d’insofferenza? Più che altro sembra un’adunata. Berlusconi, infatti, resisteva ogni oltre decenza fino a quando alternava dichiarazioni di stampo opposto circa la sua ricandidatura, ma la sua dichiarata intenzione di cambiare nome al partito e quindi di ripresentarsi ha inevitabilmente accellerato le dinamiche interne. Perché è proprio su Berlusconi e la sua eredità politica che le nuove correnti del retrobottega democristiano si riorganizzano. E dunque via alle cene, agli incontri segreti annunciati sui giornali, alle conte più o meno affidabili e ai messaggi trasversali, criptati o in chiaro dipende solo dal grado di democristianicità del messaggero di turno. La fine del tocco magico di un premier divenuto ormai un re Mida alla rovescia è insieme il fondo e lo sfondo della contesa.

La trasformazione della soluzione di ieri nel problema di oggi, nasce non solo dalla crisi politica che investe il governo, quanto dalla necessità urgente di evitare il crollo del fronte conservatore: che i filistei debbano per forza seguire Sansone, insomma, é tutto da stabilire. Porre un argine alla caduta di credibilità dei conservatori par essere la recita che anima il proscenio. In questo senso, la chiamata alle armi di Bagnasco ha rappresentato lo start-up vero e proprio della ripresa d’iniziativa politica dei centristi cattolici ovunque e comunque collocati.

Non è la paura della crisi economica e sociale, della perdita d’identità e d’immagine internazionale dell’Italia che muove i congiurati, né lo sono il debito pubblico alle stelle e la disoccupazione oltre ogni record storico; e non è nemmeno il tentativo di riportare il nostro sgangherato paese nell’alveo dei paesi europei, pur con le sue ataviche, pessime particolarità. A muovere le truppe c’è la consapevolezza della crisi mortale di un sistema di potere durato un ventennio e la pericolosa incertezza circa il prossimo futuro politico del paese, che non potrà non essere disegnato nelle urne.

Non è quindi questione di mera eredità della leadership, se toccherà insomma a Formigoni o a Scajola, a Pisanu o a Fini; generali, colonnelli o sergenti che siano delle truppe ribelli, ritengono essenziale che il patrimonio elettorale della destra non vada perduto, bensì recuperato attraverso il ritorno ad un modello politico imperniato sul partito e sulla parrocchia, che rimetta in pista una classe dirigente reazionaria e cattolica in grado d’impedire che la nausea generalizzata per l’operato del governo Berlusconi-Bossi-Scilipoti diventi l’elemento decisivo per la prossima vittoria del centro-sinistra.

Insomma, magari a scorrere i giornali sembrerebbe di essere tornati ai fasti e ai riti della prima Repubblica, ma così non é; non c’é la grandezza, non c’é lo spessore, non c’é nemmeno la politica a poterli assimilare. La DC per cambiare governi almeno si degnava di convocare un congresso dove le correnti si posizionavano, se le davano di santa ragione e, chi vinceva, entrava a Palazzo Chigi, mentre chi perdeva si accontentava di limitare i danni con sottosegretariati ed enti. La sostanziale differenza con quanto accade oggi è che nella Prima Repubblica i democristiani si combattevano in nome e per conto d’interessi che, di volta in volta, riguardavano le priorità dell’agenda politica. Si cambiavano i governi, ma non c’era la fine di un regime alle porte.

Qui invece siamo al complotto di Palazzo, alla libera uscita (pur se dalla porta di servizio) da una crisi che è di regime, non di governo. Sono in gioco la fine di Berlusconi e l’eredità del berlusconismo. E non è un caso che il terremoto nel partito-azienda coinvolga anche il cosiddetto “Terzo polo”, il quale non ha come destinazione d’uso la sua unica rendita di posizione, come alcuni sono propensi a credere. Il ruolo di Casini e Fini, il loro possibile arruolamento nella nuova armata bianca (su cui gli schieramenti interni al PDL si contano e si scontrano) è molto più che un tatticismo e ben altro che la ricerca di sangue fresco da pompare nelle vene esauste del governicchio in carica. E’ progetto politico a tutto tondo.

L’allargamento della destra al centro destra o l’arroccamento dell’asse PDL-Lega comporta due letture diverse tra loro sulle prospettive politiche della destra italiana. L’obiettivo dei gattopardi democristiani é quello di azzerare il duo Berlusconi-Bossi per poter rimescolare le carte, simmetricamente all’affossamento del mai nato bipolarismo e della resurrezione del ruolo dei partiti come portatori di progetti politici e sociali. D’altra parte anche la Lega non scoppia di salute e Bossi, che nel gestire la Lega dimostra d’ispirarsi a Kim-il-sung, dovrà affrontare le critiche crescenti da ogni dove del “popolo padano”. Maroni é seduto sogghignante sulla sponda del Po, mentre per il senatur si profila all’orizzonte l’autunno del patriarca.

L’obiettivo finale dei dissidenti democristiani è la conservazione di un regime e lo sbarramento delle porte al ricambio dello stesso: in questo, le assonanze con la vecchia Dc ci sono. Ma la partita è tutta da giocare e gli esiti sono imprevedibili. Non sono più i tempi del mare aperto dove regnava sovrana la balena bianca. Ci si trova semmai in uno stagno, dove un caimano balla un ultimo disperato valzer in compagnia di una trota adulta.

da: http://www.altrenotizie.org