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Guido da Verona – L’amore che torna

EText-No. 38720
Title: L’amore che torna
Author: Verona, Guido da;1939;1881
Language: Italian
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EText-No. 38720
Title: L’amore che torna
Author: Verona, Guido da;1939;1881
Language: Italian
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EText-No. 38720
Title: L’amore che torna
Author: Verona, Guido da;1939;1881
Language: Italian
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EText-No. 38720
Title: L’amore che torna
Author: Verona, Guido da;1939;1881
Language: Italian
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EText-No. 38720
Title: L’amore che torna
Author: Verona, Guido da;1939;1881
Language: Italian
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EText-No. 38720
Title: L’amore che torna
Author: Verona, Guido da;1939;1881
Language: Italian
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EText-No. 38720
Title: L’amore che torna
Author: Verona, Guido da;1939;1881
Language: Italian
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EText-No. 38720
Title: L’amore che torna
Author: Verona, Guido da;1939;1881
Language: Italian
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Alfredo Panzini – Che cosa è l’amore?

EText-No. 38140
Title: Che cosa è l’amore?
Author: Panzini, Alfredo;1863;1939
Language: Italian
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EText-No. 38140
Title: Che cosa è l’amore?
Author: Panzini, Alfredo;1863;1939
Language: Italian
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EText-No. 38140
Title: Che cosa è l’amore?
Author: Panzini, Alfredo;1863;1939
Language: Italian
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EText-No. 38140
Title: Che cosa è l’amore?
Author: Panzini, Alfredo;1863;1939
Language: Italian
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EText-No. 38140
Title: Che cosa è l’amore?
Author: Panzini, Alfredo;1863;1939
Language: Italian
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EText-No. 38140
Title: Che cosa è l’amore?
Author: Panzini, Alfredo;1863;1939
Language: Italian
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Vittoria Colonna – Sì largo vi fu ‘l ciel che ‘l tempo avaro

Sì largo vi fu ‘l ciel che ‘l tempo avaro
Quanto s’affretta più, meno divora
Signor la fama vostra, e d’ora in ora
Scopre cagion di farvi eterno e raro.
Fanno il vostro valor sempre più chiaro
Quei che agguagliarsi a voi speran forse ora,
Come veggiam paragonarsi ancora
Color contrari posti insieme a paro.
Si scorge un error quasi in ogni effetto
Di forza o ingegno d’altri, che raccende
Nei saggi petti ognor la vostra gloria.
Per proprio onor ciascuno alto intelletto
Farà dell’opre vostre eterna istoria;
Perchè chi men le loda, men l’intende.

Vittoria Colonna – Quanta invidia al mio cor, felici e rare – ARGOMENTO. Invidia la sorte dei genitori di Francesco Molza, che morirono nel giorno istesso.

Quanta invidia al mio cor, felici e rare
Anime, porge il vostro ardente e forte
Nodo, che l’ultime ore a voi di morte
Fe dolci che son sempre agli altri amare!
Non furo ai bei desir le parche avare
In filar nè più lunghe nè più corte
Le vostre vite; ond’or con egual sorte
Sete vive nel ciel, nel mondo chiare.
Se ‘l fuoco sol d’amor legar può tanto
Due voglie, or quanto a voi natura e amore,
I corpi quella e questo l’alme cinse
D’immortal fiamma? Oh benedette l’ore
Del viver vostro! e più quel lume santo
Che sì bel nodo indissolubil strinse!

Gaspara Stampa – A che vergar, signor, carte ed inchiostro

A che vergar, signor, carte ed inchiostro
in lodar me, se non ho cosa degna,
onde tant’alto onor mi si convegna;
e, se ho pur niente, è tutto vostro?
Entro i begli occhi, entro l’avorio e l’ostro,
ove Amor tien sua gloriosa insegna,
ove per me trionfa e per voi regna,
quanto scrivo e ragiono mi fu mostro.
Perché ciò che s’onora e ‘n me si prezza,
anzi s’io vivo e spiro, è vostro il vanto,
a voi convien, non a la mia bassezza.
Ma voi cercate con sì dolce canto,
lassa, oltra quel che fa vostra bellezza,
d’accrescermi più foco e maggior pianto.

Gaspara Stampa – Deh foss’io almen sicura che lo stato

Deh foss’io almen sicura che lo stato,
dov’or mi trovo, non mancasse presto,
perché, sì come or è lieto ed or mesto,
sarebbe il più felice che sia stato.
I’ ho Amore e ‘l mio signor a lato,
e mi consolo or con quello, or con questo;
e, sempre che di loro un m’è molesto,
ricorro a l’altro, che m’è poi pacato.
S’Amor m’assale con la gelosia,
mi volgo al viso, che ‘n sé dentro serra
virtù ch’ogni tormento scaccia via:
se ‘l mio signor mi fa con ira guerra,
viene Amor poi con l’altra compagnia,
vera umiltà ch’ogni alto sdegno atterra.

Arrigo Baldonasco, Ben è rason che la troppo argoglianza

Ben è rason che la troppo argoglianza
non agia lungo tempo gran fermessa,
anzi conven che torni a umilianza
e pata pene chi stat’à con essa;
però mi movo e di voi vo[glio] dire
che lungo tempo andate orgogliando,
e ‘l vostro canto vae ralegrando
la gente a cui faceste mal patire.
[I]stando in gioia e[d] in solaz[z]o, poco
era in voi ‘di ben[e] caunoscenza,
poi che regnar vi credeste in quel loco
lo quale a Deo non era ben piacenza.
Però mi meraviglio come tanto
El[l]o soffrisse a farv’esser codardo;
parmi certo potete dire: «ardo»,
e consumare in doglia il vostro canto.
Per tradimento che ‘n voi era ssunto
già no mi par che ne possite scusare;
ma era al Nostro Signor rincresciuto
la vostra vita, che sì mal menare
vedea in mondo, che Gl’er’a spiacere;
però non volse devesse regnare;
e poi apreso siete a biastimare,
a mal conforto avete lo volere.
Sac[c]iate che le doglie certamente
ànno stasion, chè per lunga stasione
mantenete li mal comunalmente
e faite star fuor de le sue masione
a molti ch’eran buon de’ comunali
di Toscana [e] de la fede pura;
paretemi di gente da ventura
a trovar sempro de le bestie [e]quali.
Però che tardi andate parlando
de l[o] vostro pensier, che ver l’aprovo,
in grande alteza e[d] in valore stando
era rason di pensar: «com’ mi movo
a far ver cui non debbo [ria] fallanza
e disformarlo de lo suo honore?».
Se ‘l fenix arde e rinova migliore,
potete aver del contradio speranza.
Inde la sexta faite mostramento,
lo qual mi par che sia ben sentenzato:
mostrate ben ch’è senza ordinamento
vostro ditto, c’avete cominciato.
Quei che vedete in [vostro] istato stare
ciascun s’aten per sè e da voi aprenda:
se ‘l leofante cade, ogn’om lo ‘ntenda,
per sua falla[nza] ben si de’ biasmare.
Rason è che voi degiate patire
li gran traicutamenti, ched usati
avete lungo tempo aconsentire,
a cominciar quel che voi sentenzati.
Nè siete in mondo che piaccia a la gente,
e par che ‘n vostro ditto ne mostrate;
e siate certo e per fermo l’agiate
che gioch’è ver quel c’arete presente.

Inghilfredi, Audite forte cosa che m’avene

Audite forte cosa che m’avene:
eo vivo in pene stando in allegranza,
saccio ch’io amo e sono amato bene
da quella che mi tene in disïanza.
Da lei neente vogliomi celare:
lo meo tormentar [cresce],
como pien è, dicresce,
e vivo in foco como salamandra.
Sua caunoscenza e lo dolze parlare
e le belleze e l’amoroso viso,
di ciò pensando fami travagliare.
Iesù Cristo [creolla] in paradiso
e, poi la fece angelo incarnata,
tanto di lei mi ‘mbardo,
che mi consumo e ardo,
ch’eo rinovello com’ fenice face.
L’omo selvagio à ‘n sè cotal natura,
che piange quando vede il tempo chiaro,
pero che la tempesta lo spaura:
simile a me lo dolce torna amaro.
Ma sono amato da lei senza inganno;
a ciò mia mente mira,
sì mi ‘nsolleva d’ira,
come la tigra lo speglio isguardando.
Gioia agio presa di giglio novello,
sì alta che sormonta ogne ricchezza:
donòmi senza noia lo più bello;
pertanto non si bassa sua grandezza.
A la mia vita mai non partiragio;
sua dottrina m’afrena,
così mi trage a lena
come pantera le bestie salvage.
Pogna ben cura chi ama di bon core
per sofferir non perda malamente.
Luntanamente m’à tirato Amore,
per cui [o]maggio [è] [l]o ditto presente.
Lo sofferir m’à condutto a bon porto:
lo meo lavor non smonta,
ma nasce e toll’e monta
[ . . ] e spica e fior’e grana.

Ugo da Massa Conte di Santafiora, Eo maladico l’ora che ‘n promero

Eo maladico l’ora che ‘n promero
amai, che fue per mia disaventura,
ca sì coralemente ch’io ne pero
innamorai, tanto ci misi cura.
E nullo amante trovo, assai lo chero,
che s’asimigli de la mia natura,
c’Amore è ‘n meve tutto, e ò pensero
che s’altri n’à neente, che mi ‘l fura.
Amore ed eo sen tutt’una parte
ed avemo un volero e[d] un[o] core
e, s’eo non fosse, Amore non seria.
E non pensate ch’eo ‘l dica per arte,
ma certamente è ver ch’eo sono Amore:
chi m’ancidesse, Amore ancideria.