”Press”, il giornalismo precario arriva sul grande schermo

Press-il-film Il giornalismo precario arriva al cinema. Il precariato è infati lo sfondo di un lungometraggio diretto da Paolo Bertino e Alessandro Isetta, due ventenni torinesi al loro esordio cinematografico, che ne hanno scritto la sceneggiatura  insieme a Marco Panichella.

 

Press (questo il titolo) è una commedia strampalata che racconta la storia di Maurizio e Luca, un giornalista e un cameraman entrambi precari che lavorano in provincia di Torino per una rete televisiva ovviamente in crisi. Maurizio, con la complicità di Luca, per salvare il suo posto di lavoro precario, decide di inventarsi di sana pianta le notizie, e produrre fresco fresco uno scoop al giorno, ovviamente con l’ insorgere di situazioni paradossali e comiche.

 

La commedia ha un cast molto giovane ed è prodotta da Luna Film in collaborazione con Film Investimenti Piemonte srl e con il sostegno di Film Commission Torino Piemonte. Il film sarà distribuito da Luce Cinecittà con il supporto di AGIS Piemonte. Rai Cinema ne ha acquistato i diritti televisivi. Il film  ha ricevuto il contributo come Opera Prima dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali ed è stato riconosciuto un Film di Interesse Culturale.

 

Il promo di Press – il Film

 

 

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Dizionario Enciclopedico delle Mafie in Italia – Presentazione del volume a cura di Claudio Camarca (Ed. Castelvecchi)

Presentazione del volume a cura di Claudio Camarca, presentazione di Nicola Zingaretti, prefazione di Gian Carlo Caselli, postfazione di Raffaele Cantone (Edizioni Castelvecchi).

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The Iron Lady – Recensione di Sara Michelucci

La signora di ferro, Margaret Thatcher, ex primo ministro del Regno Unito dal 1979 al 1990, è la protagonista del film The Iron Lady diretto da Phyllida Lloyd. È una magnifica Meryl Streep a interpretare la vita della controversa donna che ha dato una sferzata conservatrice al paese britannico. Trucco perfetto e ottimo studio degli atteggiamenti dell’ex primo ministro, la Streep incarna alla perfezione sia nel look “gelido” che nelle movenze la ex-lady di ferro.

La regista decide di ripercorrere tutta la vita della Thatcher, dall’infanzia alla sua carriera politica, compresi i diciassette giorni antecedenti alla guerra delle Falkland, scoppiata nel 1982. A raccontarci la storia sono gli occhi della donna che, ormai ottantenne, vive con nostalgia i ricordi della sua vita passata, specie quelli trascorsi al fianco del marito Denis. Passato e presente s’intrecciano nella mente di questa signora che però, nonostante gli anni, sa ancora quello che vuole. Margaret non cede alle preoccupazioni della figlia e dei suoi collaboratori, consapevole del fatto che, nonostante l’importanza degli eventi trascorsi, anche la sua vita presente rimane degna di essere vissuta fino in fondo.

Sullo sfondo del film c’é anche il tema della malattia, quello della demenza senile di cui la Thatcher è affetta. E così i ricordi, le immagini, si confondono e s’intessono, nonostante il film non riesca ad avere uno slancio vero che vada oltre la mera trasposizione biografica.

A salvarlo è sicuramente la bravura della Streep che, come sempre, riesce a dare alla sua interpretazione un’impeccabilità tale che a volte vengono meno le mancanze di sceneggiatura o di regia. L’uso della contrapposizione tra passato e presente non riesce a creare nessuna sfumatura e tutto si conclude in una piatta rappresentazione della vita della protagonista.

The Iron Lady (Gran Bretagna 2012)

Regia: Phyllida Lloyd
Sceneggiatura: Abi Morgan
Attori: Meryl Streep, Jim Broadbent, Harry Lloyd, Richard E. Grant, Olivia Colman, Ronald Reagan, Roger Allam, Nicholas Farrell, Julian Wadham, Anthony Head
Fotografia: Elliot Davis
Montaggio: Justine Wright
Musiche: Clint Mansell, Thomas Newman
Produzione: Film4, Goldcrest Pictures, Pathé, UK Film Council
Distribuzione: Bim

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Mission Impossible Protocollo Fantasma – Recensione di Sara Michelucci

Quarta volta per Mission Impossible, che torna sugli schermi cinematografici con un nuovo capitolo: Mission Impossible Protocollo Fantasma. Cambia il regista, questa volta con Brad Bird, ma resta sempre invariato l’attore protagonista, Tom Cruise che ancora una volta veste i panni dell’agente Ethan Hunt.

Bird è un regista avvezzo al cinema d’animazione, con una lunga carriera alle spalle che comincia alla tenerissima età di 13 anni con il primo cortometraggio. Ma è ovvio che deve vedersela ora non solo con un nuovo genere, quello del live action, ma anche con registi del calibro di Brian De Palma e John Woo che hanno firmato i primi due capitoli di Mission Impossible, veri e propri successi non solo al botteghino. Trama e scenari futuribili, come ci si aspetta, mettono in piedi un film discreto, ma che non riesce ad eguagliare i primi due capitoli.

Dopo che un attentato terroristico ha distrutto il Cremlino, il governo degli Stati Uniti attiva il cosiddetto “protocollo fantasma”, così che tutta l’Impossible Mission Force viene accusata dell’attacco da Kurt Hendricks, un milionario russo che vuole ricostruire l’Unione Sovietica e dominare il mondo. La Guerra Fredda, di nuova generazione, fa da contorno al film dove l’agente Ethan Hunt e la sua squadra fuggono, in modo da poter operare al di fuori della loro agenzia, per provare la loro innocenza e allo stesso tempo sventare un attacco nucleare che potrebbe portare alla terza guerra mondiale.

Molto belle le riprese, sarà per il fatto che i luoghi hanno aiutato. Hanno avuto infatti luogo a Dubai, Praga, Mosca, Mumbai e Vancouver e molte delle scene girate a Dubai sono state ambientate nel Burj Khalifa, l’edificio più alto del mondo al momento in cui si girava.
Per il resto il film cede un po’ troppo alla sola azione, senza andare a fondo sui personaggi e alla loro caratterizzazione. E Tom Cruise appare un tantino più attempato rispetto ai precedenti capitoli.

Mission Impossible Protocollo Fantasma (Usa 2011)
regia: Brad Bird
sceneggiatura: Josh Appelbaum, André Nemec
attori: Tom Cruise, Jeremy Renner, Léa Seydoux, Josh Holloway, Michael Nyqvist, Simon Pegg, Ving Rhames, Paula Patton, Anil Kapoor, Vladimir Mashkov, Samuli Edelmann, Ilia Volokh, Miraj Grbic, Ivan Shvedoff, Pavel Kríz, April Stewart
fotografia: Robert Elswit
montaggio: Paul Hirsch
musiche: Michael Giacchino
produzione: Bad Robot, Paramount Pictures, Skydance Productions
distribuzione: Universal Pictures

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Clint Eastwood – Hollywood Party – Cinema alla Radio

Regalo di inizio anno per gli ascoltatori cinefili di Radio3. Il 1 gennaio, alle 19, puntata molto speciale del Cinema alla Radio, nella quale Hollywood Party presenterà in anteprima J.Edgar, il nuovo atteso film diretto da Clint Eastwood, che sarà distribuito nei cinema italiani dal 4 gennaio. Il film ricostruisce i 40 anni alla guida dell’FBI del suo creatore, J.Edgar Hoover, raccontando le ossessioni politiche e private di uno dei personaggi più controversi della storia dell’America del 900. Nei panni di Hoover uno straordinario e quasi irriconoscibile Leonardo Di Caprio. Ascolteremo in anteprima alcune scene del film, che saranno commentate da Enrico Magrelli. Per un inizio del 2012 straordinario per tutti gli amanti del cinema.

Woody Allen – Midnight in PAris – Recensione di Sara Michelucci

Allo scoccare della Mezzanotte inizia la festa per Gil (Owen Wilson) che, al contrario di Cenerentola, comincia proprio a quell’ora a vivere la favola, nella Parigi di artisti del calibro di Pablo Picasso, Ernest Hemingway, Toulouse Lautrec, e via dicendo. Un sogno reale per Gil, che desidera diventare un grande scrittore e invece è costretto a stare al soldo delle major hollywoodiane, scrivendo sceneggiature di cui non è affatto soddisfatto, ma per le quali è pagato bene. Questo piace alla sua ragazza Inez, figlia di un imprenditore americano e di un’arredatrice, solidi repubblicani che guardano solo all’apparenza e al portafoglio e che considerano Gil uno stupido sognatore, e per di più di sinistra.

Midnight in Paris è l’ultimo lavoro di Woody Allen, che questa volta sceglie una favola per raccontare le difficoltà del suo giovane protagonista, diviso tra le sue vere passioni: vivere a Parigi, diventare uno scrittore di romanzi, camminare sotto la pioggia; e una vita monotona con una fidanzata bella, ma vuota, che non lo apprezza per quello che è, che lo tradisce con uno spocchioso amico del liceo e che per di più ha due genitori francamente odiosi.

Rimasto una notte a passeggiare in solitudine nella notte parigina, Gil scopre il mondo che vorrebbe. Gli si accosta una vecchia automobile con a bordo una comitiva di amichevoli sconosciuti che gli offrono un passaggio. Si ritrova così trasportato nella Parigi anni Venti dove incontra celebri scrittori e artisti da lui molto ammirati, come Ernest Hemingway, Francis Scott Fitzgerald in compagnia di Zelda, Gertrude Stein e Salvador Dalí, da cui riceve consigli di scrittura e di vita e una serie incredibile di altri personaggi, Pablo Picasso, Henri Matisse, T. S. Eliot, Luis Buñuel, il torero Juan Belmonte, Man Ray, Cole Porter.

Un ritorno al passato (invece che al futuro) quello che Allen sceglie per questo film sopra le righe, che però ha un lieto fine nel presente. Insomma guardare con nostalgia al passato non porta a molto. È il presente che va vissuto in pieno, inseguendo le proprie aspirazioni e conducendo la propria vita verso quello che si desidera realmente. Così Gil lascia definitivamente alle proprie spalle quel passato glorioso, ma anche un presente mortificante, e camminando sul ponte sulla Senna costruisce finalmente il proprio avvenire con una ragazza parigina conosciuta al mercato delle pulci, che ama come lui le notti parigine sotto la pioggia.

L’apertura del film ricorda molto il grande capolavoro di Allen: Manhattan, dove la città sembra essere la grande protagonista di tutto il racconto, non solo semplice scenario, ma vera musa ispiratrice che mette il registra, e lo spettatore, di fronte alla voglia di attraversarla, scoprirla e amarla.

Midnight in Paris (Usa 2011)
regia: Woody Allen
sceneggiatura: Woody Allen
attori: Owen Wilson, Rachel McAdams, Kurt Fuller, Mimi Kennedy, Michael Sheen, Nina Arianda, Carla Bruni, Adrien Brody, Marion Cotillard, Kathy Bates, Léa Seydoux, Corey Stoll, Tom Hiddleston, Alison Pill, Gad Elmaleh, Sonia Rolland, Yves Heck, Marcial Di Fonzo Bo, David Lowe, Adrien De Van
fotografia: Darius Khondji
montaggio: Alisa Lepselter
musiche: Stephane Wrembel
produzione: Gravier Productions, Mediapro
distribuzione: Medusa

da: www.altrenotizie.org

Francesco Bruni – Scialla – Recensione di Sara Michelucci

Scialla, ovvero “stai sereno” in gergo romanesco, mette al centro dell’attenzione il tema della ricerca: di un padre, di una guida, di una realizzazione personale. Il regista Francesco Bruni, al suo primo film, racconta la storia di Luca (interpretato da Filippo Scicchitano), un quindicenne romano, irrequieto, cresciuto senza un padre e alla ricerca di una guida. Bruno (un sempre bravo Fabrizio Bentivoglio) è invece un professore “sconfitto” che ha deciso di lasciare l’insegnamento per dedicarsi – si fa per dire – alle lezioni private.

Bruno non ha figli, è diventato apatico, è una figura quasi piatta all’apparenza e non è mai stato un catalizzatore, un leader. Uno scossone, come spesso accade, farà però cambiare completamente la sua vita e la sua soporifera figura subirà uno scossone quando scoprirà che Luca è suo figlio. I due, l’alunno ribelle, il ragazzo problematico, e il professore mancato, l’uomo vinto, si troveranno inizialmente in una forzata convivenza che, però, saprà avvicinarli e li porterà a scoprire se stessi oltre che le vite l’uno dell’altro.

Il talento mancato è un altro tema portante del film. Bruno ha un talento per la scrittura, potrebbe e vorrebbe diventare un romanziere, ma di quel talento è rimasto quel poco che gli basta per scrivere su commissione “i libri degli altri”, le biografie di calciatori e personaggi della televisione (attualmente sta scrivendo quella di Tina, famosa pornostar slovacca divenuta produttrice di film hard).

In una società che ci chiede di abbandonare i sogni, dove le doti personali contano ben poco e dove la vecchiaia è preferita alla giovinezza, Scialla risulta essere un lavoro che centra nel segno di tematiche attualissime, raccontandole con leggerezza e anche una giusta dose di ironia. Anche il rapporto generazionale entra prepotentemente in scena in questo film, ma senza troppi luoghi comuni, e affidando al linguaggio giovanile, allo slang anche il titolo della pellicola. L’ottimismo ha sicuramente la meglio, come spesso accade in film di questo tipo, ma non è qualcosa di troppo scontato.

Anche il tema della scuola, dell’educazione e della cultura riesce a ritagliarsi uno spazio non di poco conto, soprattutto in un periodo storico che ha visto la messa in discussione del ruolo stesso dell’istituzione scolastica e del sapere in senso più generale, con il precariato dei docenti e le manifestazioni di piazza degli studenti. Francesco Bruni è stato sceneggiatore di film per Paolo Virzì, Ficarra e Picone, Mimmo Calopresti, e anche in questo caso dà alla storia, al racconto un ruolo di primo piano.

Scialla (Italia 2011)
Regia: Francesco Bruni
Sceneggiatura: Francesco Bruni
Attori: Filippo Scicchitano, Fabrizio Bentivoglio, Barbora Bobulova, Vinicio Marchioni, Giuseppe Guarino, Prince Manujibeya, Arianna Scommegna, Giacomo Ceccarelli, Raffaella Lebboroni
Fotografia: Arnaldo Catinari
Montaggio: Marco Spoletini
Musiche: Amir Issaa
Produzione: ITC Movie, in collaborazione con Rai Cinema
Distribuzione: 01 Distribution

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Andrea Segre – Io sono Li – Recensione di Sara Michelucci

“L’acqua del mare entra nella laguna e ne esce, ma non tutta. Una parte rimane dentro”, dice la compagna di stanza a Li. La libertà, l’immigrazione, la paura di non poter rivedere più i propri cari. Come l’acqua silenziosa della laguna, così questi temi scorrono lenti nel nuovo film di Andrea Segre, Io sono Li. La storia è quella di Shun Li, donna cinese immigrata in Italia e che lavora in un laboratorio tessile della periferia romana per ottenere il permesso di soggiorno e riuscire a far venire in Italia suo figlio di otto anni. All’improvviso viene trasferita a Chioggia, una piccola città-isola della laguna veneta per lavorare come barista in un’osteria. È qui che incontrerà Bepi, pescatore di origini slave, soprannominato dagli amici “il Poeta”, che da anni frequenta quella piccola osteria.

Una fuga poetica dalla solitudine, un dialogo silenzioso tra culture diverse, ma non più lontane. Bepi è veramente l’unico che riesce a togliere qualsiasi barriera culturale tra quel pezzo d’Italia e la lontana Cina. Il loro rapporto di pura amicizia si trasforma in un viaggio nel cuore profondo di una laguna, che sa essere madre e culla di identità mai immobili. Il “casone” in mezzo alla laguna di Bepi è la zona franca, il luogo dove si riesce a dar vita alla comunicazione tra due culture. Ovviamente questa amicizia non è vista bene né dalla comunità italiana né da quella cinese e i due saranno presto costretti ad allontanarsi.

La paura per la diversità continua a soffocare le coscienze, le rende cieche di fronte al fatto che siamo tutti uomini, apparteniamo alla stessa specie e abbiamo gli stessi sentimenti. Ma per i due protagonisti di questa storia l’allontanamento e la separazione sono l’unica soluzione.

“L’idea del film – afferma il regista – nasce da due esigenze: da una parte la necessità di trovare in una storia, allo stesso tempo realistica e metaforica, il modo per parlare del rapporto tra individuo e identità culturale, in un mondo che sempre più tende a creare occasioni di contaminazione e di crisi identitaria; dall’altra la voglia di raccontare due luoghi importanti per la mia vita e molto emblematici nell’Italia di oggi: le periferie multietniche di Roma e il Veneto, una regione che ha avuto una crescita economica rapidissima, passando in pochissimo tempo da terra di emigrazione a terra di immigrazione. In particolare, Chioggia, piccola città di laguna con una grande identità sociale e territoriale, è lo spazio perfetto per raccontare con ancora più evidenza questo processo. Ricordo ancora il mio incontro con una donna che potrebbe essere Shun Li. Era in una tipica osteria veneta, frequentata dai pescatori del luogo da generazioni. Il ricordo di questo volto di donna così estraneo e straniero a questi luoghi ricoperti dalla patina del tempo e dell’abitudine, non mi ha più lasciato. C’era qualcosa di onirico nella sua presenza. Il suo passato, la sua storia, gli spunti per il racconto nascevano guardandola. Quale genere di rapporti avrebbe potuto instaurare in una regione come la mia, così poco abituata ai cambiamenti? Sono partito da questa domanda per cercare di immaginare la sua vita”.

Le migrazioni verso l’Europa e il territorio sociale e geografico del Veneto sono da sempre state oggetto di studio di Segre, attraverso i suoi documentari, scoprendo una dimensione intima della realtà sociale, fatta di tante caselle che si incastrano e si completano. Anche tra Li e Bepi avviene questo, e il lieto fine per uno dei due lo sarà anche per l’altro, nonostante tutto e tutti.

Io sono Li (Italia 2011)
regia: Andrea Segre
sceneggiatura: Marco Pettenello, Andrea Segre
attori: Zhao Tao, Rade Sherbedgia, Marco Paolini, Roberto Citran, Giuseppe Battiston
fotografia: Luca Bigazzi
montaggio: Sara Zavarise
musiche: François Couturier
produzione: Jolefilm con Aeternam Films in collaborazione con Rai Cinema e Arte Cinema
distribuzione: Parthenos srl

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A Dangerous Method – recensione di Sara Michelucci

Freud e Jung. I due pilastri della psicoanalisi del Novecento. Due personaggi caratterizzanti quella conoscenza della natura psicologica umana che ha influenzato tutta la letteratura successiva. E in mezzo a loro una donna: Sabina Spielrein. Forza distruttrice, da un lato, ma creativa dall’altro e che riesce a tirare fuori la vera natura di Jung, nonostante le loro strade si separeranno.

David Cronenbergh sceglie uno strano menage a trois nel suo nuovo film A Dangerous Method, per raccontare la storia di questi due grandi uomini, ma anche di una donna che è riuscita a imporsi in un universo prettamente maschile, studiando medicina e superando i suoi problemi psichici. Al centro della trama c’è la storia d’amore intensa e travagliata tra il grande psicanalista svizzero (interpretato da Michael Fassbender) e la psicoanalista russa (di cui Keira Knightley veste i panni). Entrambi avranno rapporti con il padre della psicanalisi, Sigmund Freud, interpretato da un bravo Viggo Mortensen, ormai attore feticcio di Cronenbergh.

Zurigo e Vienna sono lo scenario delle scoperte in nuovi territori della sessualità e dell’intelletto. Nella trama è coinvolto anche Otto Gross, paziente incline alla depravazione, che scardina i pilastri della morale comune con il suo comportamento e le sue idee. Cronenbergh esplora la sessualità e lo fa attraverso la scienza messa in campo dai tre protagonisti che saranno in grado con le loro opere di cambiare per sempre il pensiero moderno.

Il film poggia sulla sceneggiatura di Christopher Hampton, che ha basato per il grande schermo un suo lavoro teatrale del 2002, a sua volta ispirato al libro di John Kerr “Un metodo molto pericoloso”, del 1993. Già un altro autore, questa volta italiano, aveva parlato di Jung e delle sue relazioni extraconiugali con Sabina Spielrein: Roberto Faenza con Prendimi l’anima, dove però il rapporto d’amore ha il sopravvento su tutto il resto, rimanendo l’elemento narrativo centrale.

Nel caso di Cronenbergh, invece, si dà spazio anche a rapporti altri, come quelli con Freud o Gross, e la figura stessa della Spielrein viene resa sotto più vesti: amante, ma anche donna che lavora e che riesce a imporsi nello scenario scientifico dell’epoca, mostrando carattere e determinazione per quello che fa. Jung appare molto più debole in questo e il regista dà risalto anche alla sua “deriva” mistica che lo allontanerà da Freud. Il rapporto maestro/discepolo diventa così l’altra faccia della medaglia, l’altra angolazione attraverso cui leggere i rapporti che intercorrono tra i tre personaggi. Un intreccio di corpi e menti che darà vita a una vera e propria rivoluzione culturale e scientifica.

A Dangerous Method (Canada, Usa 2011)

regia: David Cronenberg
sceneggiatura: Christopher Hampton
attori: Viggo Mortensen, Michael Fassbender, Keira Knightley, Vincent Cassel, Sarah Gadon,
Katharina Palm, André Hennicke, Arndt Schwering-Sohnrey, Christian Serritiello
fotografia: Peter Suschitzky
montaggio: Ronald Sanders
musiche: Howard Shore
produzione: Recorded Picture Company (RPC), Lago Film, Prospero Pictures
distribuzione: BIM Distribuzione

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La pelle che abito – di Pedro Almodóvar – Recensione di Sara Michelucci

La pelle diventa un vestito da indossare, qualcosa che cela la verità, che nasconde l’essenza stessa delle cose. Qualcosa di nuovo, di candido, di perfetto, che in realtà maschera una storia torbida. Tutto questo nel nuovo film di Pedro Almodovar, La pelle che abito, ispirato al romanzo Tarantola di Thierry Jonquet. Antonio Banderas interpreta il chirurgo Robert Ledgard, dal passato travagliato, che vive nella sua lussuosa casa-clinica privata con Vera, una bellissima ragazza, chiusa in una stanza, dalla quale è ossessionato. Ma Vera è triste, tenta il suicidio, vuole fuggire da quella prigione. Ma perché? Cosa è successo? E soprattutto, chi è veramente questa algida ragazza che ha il viso simile alla defunta moglie di Ledgard?

Una cavia da laboratorio, con una tuta color carne o nera che cela la sua pelle perfetta, bianca, senza imperfezioni. Questo è Vera nella prima parte del film. Costantemente sotto osservazione delle telecamere, sul corpo di Vera il dottore sperimenta un prototipo di pelle resistentissima, ottenuta con un processo di transgenesi segreto e illegale. L’unica vera voce di Vera, l’unico suo sfogo, sono i vestiti da donna fatti a pezzi e i trucchi che non usa per farsi bella, ma come inchiostro per riempire le pareti della stanza di scritte e singolari disegni.

L’unica a conoscere il segreto di Vera è Marilia, fedele governante di Ledgard, e in realtà sua vera madre. Il racconto di Marilia a Vera sul passato di Robert apre un nuovo scenario. La moglie Gal morta suicida dopo essere stata deformata da un incendio e la figlia Norma, anch’essa suicida per colpa del tentato stupro di un ragazzo conosciuto a una festa, Vicente. Ed è in questo preciso momento che il film comincia a svelare la reale storia di Vera.

Il trasformismo, la sessualità, lo scambio tra uomo e donna sono nuovamente i protagonisti dell’opera di Almodovar che resta attratto dalla dimensione “trans”, da quel mischiare le carte, i ruoli e i sessi. Certosina e quasi chirurgica la trama che, nell’ambivalenza di ruoli e personaggi, incastra con maestria tutti gli elementi così da regalare un racconto perfetto e ben bilanciato. C’è anche un nota noir in questa opera, nonostante la contemporaneità del racconto e della scenografia. Tanto che Almodovar, affascinato dall’opera di Fritz Lang, inizialmente pensò di dirigere il film in bianco e nero per ricreare le atmosfere del genere.

Torna in questo film in parte il mito di Frankenstein, creatura esempio del sublime, del “diverso” che in quanto tale causa terrore, ma anche fascinazione. Ma, allo stesso tempo, creatura che si ribella al suo stesso creatore e che fugge lontano da lui, nonostante le due vite siano legate a filo doppio. Solo la morte dell’uno o dell’altro potrà renderli finalmente liberi.

La pelle che abito (Spagna 2011)
regia: Pedro Almodovar
sceneggiatura: Pedro Almodovar
attori: Antonio Banderas, Elena Anaya, Marisa Paredes, Eduard Fernández, Fernando Cayo, Bárbara Lennie, Blanca Suárez
fotografia: José Luis Alcaine
montaggio: José Salcedo
musiche: Alberto Iglesias
produzione: El Deseo S.A.
distribuzione: Warner Bros. Pictures Italia
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Carnage – di Roman Polanski – Recensione di Sara Michelucci

Carneficina: morale, spirituale, fatta di parole, più che di azioni concrete. Consumata nelle quattro mura di un’abitazione di New York City e coadiuvata da whisky, pessima torta alla frutta, buone maniere iniziali che poi si trasformano nella più truce delle guerre. Roman Polanski torna al cinema in gran forma, con il suo Carnage (carneficina, appunto, ndr) che racconta la storia di due coppie di genitori che s’incontrano per parlare di una rissa avvenuta a scuola tra i rispettivi figli. L’iniziale intento è di risolvere pacificamente la questione, dando un esempio di civiltà. Ma il tutto degenererà, invece, in una lite furiosa tra adulti che dimostrano di essere molto peggio dei ragazzi.

Polanski pesca nella letteratura, negli studi sulle dinamiche umane e sociali, sui riti, sulle convenzioni e sul concetto stesso di civiltà che, spesso, è fondato su basi molto fragili, su consuetudini che di frequente traballano sotto la spinta di impulsi molto più forti delle buone maniere o della conversazione pacata e “a modo”.

Una facciata che Carnage fa crollare, mostrandone spudoratamente le storture, le falsità e le menzogne. Molto più sinceri i rapporti tra bambini che non quelli costruiti degli adulti che, invece, nascondono un universo di brutalità e miserabilità. Le maschere cadono giù non appena la nausea prende il sopravvento sulla signora Cowan (una sempre brava Kate Winslet) che rigetta nel salotto dei genitori del ragazzo che suo figlio ha malmenato, sporcando i libri d’arte della signora Longstreet (una meravigliosa Jodie Foster).

Da lì si apre un vortice fatto di accuse, degenerazioni morali, insulti e trasformazioni (il volto che cambia nella locandina del film è l’esempio stesso della trasformazione dei personaggi, prima bonari e poi agguerriti), dove la coppia stessa si spacca, mostrando un amore finito o stanco. La signora Longstreet è una scrittrice frustrata, che ha redatto un unico libro ed è impegnata – più con la mente che non nei fatti – nelle battaglie sui diritti civili in Africa. Suo marito è un cicciotto rappresentante di sanitari, che inizialmente sembra soccombere alla moglie, ma che si rivelerà totalmente lontano da lei, contento di essere ‘quel miserabile’ come lei lo dipinge.

L’altra coppia è formata da un cinico avvocato, difensore di un’industria farmaceutica spietata che ha messo in commercio un farmaco altamente nocivo per la salute, e totalmente dedito al suo cellulare e da una apparentemente dolce e calma signora che tirerà fuori tutto quello che per anni ha accettato passivamente.

Il regista sceglie ancora una volta un luogo unico, chiuso e asfittico teatro dove si svolge una vera e propria catarsi dei personaggi, intrappolati ma al tempo stesso voluttuosi nel ritrovarsi in uno spazio senza via di scampo, per tirare fuori tutte le loro aberrazioni. Nel film Il coltello nell’acqua era una barca a vela a segnare la scena dei tre personaggi; L’inquilino del terzo piano vedeva svolgersi l’intera storia nell’appartamento del protagonista, scisso in due personalità e la stessa cosa valeva per La morte e la fanciulla, dove la casa della protagonista diventa il carcere per il suo ex aguzzino. Il genio di Polanski, anche questa volta, non si smentisce e lascia il segno sulla pelle.

Carnage (Germania, Francia 2011)
regia: Roman Polanski
sceneggiatura: Roman Polanski
attori: Kate Winslet, Christoph Waltz, Jodie Foster, John C. Reilly
Ruoli ed Interpreti
fotografia: Pawel Edelman
montaggio: Hervé de Luze
musiche: Alexandre Desplat, Alberto Iglesias
produzione: Constantin Film, SBS Productions
distribuzione: Medusa Film

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