Carlo Lorenzini (Collodi) – Chi non ha coraggio non vada alla guerra – Proverbio in undici parti

I.

Leoncino è un ragazzetto entrato appena nei dieci anni.
«Perché questo nome di Leoncino?», domanderete voi.
La storia sarebbe un po’ lunghetta, ma io ve la racconterò in quattro parole.
Bisogna dunque sapere che quando questo bambino fu portato al fonte battesimale, la sua mamma avrebbe gradito volentieri che si fosse chiamato Luigi: ma il suo babbo, incaponitosi a farne col tempo un guerriero (il babbo era comandante dei pompieri e bisogna perdonargli certe debolezze guerresche) volle a tutti i costi che fosse battezzato col nome di Napoleone.
Napoleone!… Come si fa, domando io, a mettere un nomone così grosso sulla testa di un tenero lattante? C’è quasi il pericolo di soffocarlo!
Fatto sta che in famiglia, per vezzeggiativo, cominciarono subito a chiamarlo Napoleoncino: ma poi, avvedutisi che questo vezzeggiativo era troppo lungo, gli tagliarono le due prime sillabe (Na-po), e così, di un Napoleoncino, ne fecero per risparmio di fiato un economico e modesto Leoncino.
Il piccolo guerriero crebbe a occhiate, e a dieci anni era già diventato un bel ragazzo. Correva, ballava, saltava, faceva la ginnastica, e, cosa singolarissima! qualche volta anche studiava.
Di burattini e di altri balocchi non voleva saperne. L’unica sua passione erano le sciabole di latta con l’impugnatura dorata e i fucilini a saltaleone, da caricarsi in tempo di pace coi lupini secchi, e in tempo di vera guerra, coi sassolini di ghiaia o coi nòccioli di ciliegia.
Il suo babbo poi, per contentarlo e per coltivargli sempre più lo spirito marziale, gli ave Continue reading

Carlo Lorenzini (Collodi) – Una mascherata di Carnevale

I.

Ogni volta che Cesarino andava o tornava dalla scuola, aveva preso il vizio di fermarsi a tutte le cantonate per leggere i cartelli dei teatri.
Questa era la sua grande passione.
E se per caso i cartelli annunziavano qualche commedia tutta da ridere, allora Cesarino cominciava subito a spappolarsi dalle risa, tale e quale come se si fosse trovato in teatro.
Un giorno (sul finire di Carnevale) gli venne fatto di leggere un gran cartellone che diceva così:

R. TEATRO PAGLIANO

Domenica sera gran Festa di Ballo
con ingresso alle Maschere.

La mascherata che sarà giudicata
più bella e più sfarzosa
Riceverà un premio di Cento lire.

Appena letto quel cartello, Continue reading

Charles Perrault – Cappuccetto Rosso – Lettura di Valerio Di Stefano – Traduzione di Carlo Collodi

C’era una volta in un villaggio una bambina, la più carina che si potesse mai vedere. La sua mamma n’era matta, e la sua nonna anche di pìù. Quella buona donna di sua madre le aveva fatto fare un cappuccetto rosso, il quale le tornava così bene a viso, che la chiamavano dappertutto Cappuccetto Rosso.

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Carlo Collodi – I ragazzi grandi

- Bettina, accendi subito il caminetto – disse Clarenza, entrando in salotto e volgendo la sua parola a una donna sulla cinquantina, che stava spolverando con una spazzola di penne i mille ninnoli, di varia maniera, posati per ornamento sopra la mensola di un caminetto, sormontato da un grande specchio.
- Nel momento – rispose la Bettina, e chinandosi per accomodare la legna, disse alla sua giovane padrona:
- Indovini un po’, signora Clarenza, chi ho veduto or ora, per la strada, mentre tornavo a casa.
- Sarà un po’ difficile.
- Glie lo do a indovinare in mille.
- Figurati, se voglio stare a lambiccarmi il cervello. Spicciamoci: chi hai veduto?
- Il signor conte!…
- Come! Mario è qui?.. Mi pare quasi impossibile. A quest’ora sarebbe venuto a trovarci.
- Eppure era lui!
- Bada, Bettina, avrai sbagliato!…
- Era lui in persona… e si mantiene sempre un bell’uomo!…
- Lo credo. Sempre elegante?..
- Sempre lo stesso. Mi ricordo di quando, da giovinotto, veniva per casa e che tutti si credeva che fra lui e lei – (nel dir così la Bettina, accennò cogli occhi la sua padrona) – ci fosse veramente qualche cosa… eppoi…
- Eppoi, sul più bello tutte le speranze andarono in fumo, non è vero Bettina?.. – Nel profferir queste ultime parole, la Clarenza fece una di quelle risate artificiali, che non fanno ridere nessuno, nemmeno la persona che ride.
Dopo dieci minuti di silenzio, la Bettina, scrollando il capo, continuò:
- Peccato! che bella coppia sarebbe stata!…
- Non lo credere: Mario non era l’uomo per me! Troppo leggero di carattere: troppo volubile! troppo farfallone!… Mario, per tua regola, non sarà mai un uomo serio!…
- Ma un gran bell’uomo!
- Speriamo che l’Emilia gli avrà fatto metter giudizio!…
- Speriamolo davvero.
- In ogni modo, val più Federigo in un solo dito…
- Dicerto – replicò la Bettina, con accento di sincera convinzione. – Dicerto, il signor Federigo è una gran degna persona… ma ecco… secondo me, non ha la malizia di esser bello come il signor Mario!…
In questo mentre, Francesco si presentò sulla porta, annunziando: – Il signor conte Mario.
La Clarenza, colla rapidità del baleno, si dié un’ultima guardata allo specchio: quindi, preso il primo libro che gli capitò fra le mani, andò a sedersi dinanzi al caminetto.
- È permesso?
- Ma questo è un miracolo! una vera apparizione!… – disse Clarenza, voltandosi sorridendo verso la porta, e stendendo la mano al conte.
- Mia buona Clarenza! Anche a me mi pare di sognare! – replicò Mario, con un accento di mal dissimulata afflizione.
Clarenza, meravigliata, lo guardò fisso negli occhi: quindi, pigliando un tuono di voce carezzevole:
- Vi è accaduto forse qualchecosa?..
- Perché?..
- Dio mio! Avete addosso una cert’aria di mal umore, che fate proprio pietà… voi, una volta così allegro… così scapato…
- Non vi occupate di me, Clarenza, parliamo piuttosto di voi. Gli anni passano e non vi toccano. Sempre bella e fresca, come una camelia sulla pianta.
- Diavol mai! – replicò vivacemente Clarenza, un tantino impermalita del complimento – una donna, a venticinqu’anni, ha quasi il dovere di non esser brutta. Anche voi, sapete, Mario: se non aveste codest’aria di salcio piangente, si potrebbe dire che vi siete conservato come un ermellino nella canfora.
- No, amica mia – soggiunse il conte, abbassando di nuovo il tuono della voce – ormai io sono vecchio, un decrepito di trenta anni!…
- Ecco le solite frasi! A proposito: come sta l’Emilia? non mi avete detto nulla..
- Vi prego!… non tocchiamo questo tasto.
- Mi fate paura? È forse malata? – domandò Clarenza con vivissima ansietà.
- Peggio!…
- Mio Dio!… Morta?
- Peggio!…
- Peggio?.. – Clarenza rimase perplessa, stuonata, come fuori di sé: quindi illuminata quasi improvvisamente da un baleno, che traversò la sua mente, soggiunse piano e con voce compassionevole:
- Povero Mario! in questo caso comprendo benissimo il vostro dolore e lo rispetto…
Il conte si lasciò cascare sopra una poltrona, dove per alcuni minuti secondi rimase immobile e cogli occhi fissi a terra. Quando si risentì, il suo primo movimento fu quello di portarsi la mano sopra la testa, per assicurarsi colla punta delle dita se la scrinatura dei capelli avesse sofferta qualche perturbazione, in quella violenta scossa di tutta la persona.
- Mario!… e lui chi era? – domandò Clarenza esitando e abbassando gli occhi.
- Un mio compagno di collegio! l’amico del cuore.
- Infami! tutti così gli amici del cuore!
- Venne quest’estate a Genova. I medici gli avevano ordinato i bagni di mare. Il giorno stesso che arrivò lo incontrai alla posta. Era pallidissimo e mal’andato di salute. Sei solo? gli domandai. – Sì. – e dove abiti? M’immagino che non sarai sulla locanda. – Anzi sono appunto sulla locanda. – In codesto stato di salute? Tu hai bisogno di qualcuno che ti assista. – Ubbie, mi rispose sorridendo melanconicamente; all’occorrenza, so morire anche da me solo; e senza bisogno di aiuto. – Sciocchezza! tu verrai a casa mia, gli risposi in tuono imperativo. Io abito a venti passi di distanza dal mare. Ho un quartiere assai grande e assai comodo, perché ci sia sempre una camera e un salottino per gli amici. – Impossibile. – Ti ripeto che t’aspetto, e non facciamo complimenti inutili. Sì. – no, no – sì – il fatto sta che lo costrinsi ad accettare. Lo presentai a mia moglie, e dopo pochi giorni diventò di famiglia. La sera mi accompagnava al Club, e alle due dopo la mezzanotte veniva a riprendermi per tornare a casa insieme. Passarono così due mesi: le bagnature erano finite; l’amico si era completamente ristabilito… ma non parlava d’andarsene…
- E in tutto questo tempo non vedeste nulla? Non vi accorgeste di nulla?
- Clarenza mia – continuò Mario fremendo e lisciandosi con compiacenza le sue lunghe fedine – i mariti somigliano a quei disgraziati di cui parla il Vangelo: hanno gli occhi, e non vedono; hanno gli orecchi, e non intendono nulla. Una bella mattina, Giorgio… (così si chiamava quel miserabile) riceve un dispaccio da casa. Bisognava che partisse subito. Difatti partì, promettendo che sarebbe tornato dopo pochi giorni per riprendere la sua roba e per ringraziarci della cortese ospitalità che gli si era data.
A questo punto, ci furono due minuti di pausa e di raccoglimento, quindi il conte seguitò:
- Non starò a dirvi per quale strana combinazione, durante quella breve assenza, una lettera di Giorgio, che era destinata per l’Emilia, capitasse disgraziatamente nelle mie mani. Si vede proprio che gli innamorati colpevoli son come i ladri: i quali, dopo tanto ingegno e dopo tante cautele, finiscono prima o poi col fare qualche grande sciocchezza, che serve a scuoprirli e a metterli nelle mani della giustizia.
- E quella lettera?.. – domandò Clarenza con una curiosità impaziente.
- Da quella lettera potei comprendere che il falso amico… che il Giuda insidiava al mio onore!… Voi conoscete il mio carattere impetuoso, violento, subitaneo. Senza metter tempo in mezzo, mi presentai a mia moglie, come una tigre ferita. L’Emilia protestò della sua innocenza: pianse: pregò – e siccome una parola ne tira un’altra, così accadde una scena dolorosissima, al seguito della quale mia moglie ritornò presso sua madre, gridando e spergiurando che non avrebbe più rimesso il piede in casa mia… Partita l’Emilia, mi trovai solo! – solo come un cane. Risoluto, d’altra parte, per la mia dignità, a non fare nessun atto di scusa e di sottomissione, feci allestire la mia valigia, e fino da ieri sera eccomi qua, in un paese dove ho passato gli anni più belli della mia prima giovinezza; dove si può dire che sono conosciuto da tutti, e dove tutti mi vogliono bene.
- Povero Mario! E di lui?..
- Non ne ho saputo più nulla, e non voglio saperne nulla. Ma ditemi voi, Clarenza, se si può trovare un uomo più scellerato di quello?!… tradire così vilmente l’ospitalità dell’amico. Giorgio è un mostro.
- Giorgio è un uomo, come tutti gli altri. Io non scuso davvero la sua condotta! Dio me ne guardi! Ma Giorgio non è un’eccezione alla regola. Amico mio – continuò Clarenza, battendo leggermente e con grazia la sua bella manina sul braccio del conte – tenetelo bene a mente: ammesse certe date circostanze, tutti gli uomini si somigliano fra di loro.
- No, Clarenza, no – replicò Mario, quasi sdegnato e con accento vibrato. – Io, per esempio, sono stato un grande scapato: io, per dir come diceva mio padre, ne ho fatte di tutti i colori!… ma, vivaddio, sento che non sarei capace di un’azione indegna come questa!… Però la colpa è mia, tutta mia… e ora tocca a me a farne la penitenza.
- È vero la colpa è vostra; ma permettetemi, che ve lo dica: un po’ di colpa ce l’ha anche l’Emilia.
- Sono io, io, che ho condotto Giorgio in casa! Dunque tutta l’imprudenza è mia.
- Ma una moglie prudente – soggiunse Clarenza, assottigliando la voce con moltissimo garbo e staccando le parole, le une dalle altre – ma una moglie prudente avrebbe dovuto rimediare all’imprudenza del marito. Toccava all’Emilia, scusate se parlo così, a farvi notare la poca convenienza di mettervi un giovinotto per casa… se non foss’altro per riguardo al mondo!
- Non ne parliamo più, – interruppe Mario alzandosi e dandosi un’occhiata complessiva nello specchio, appeso al disopra del caminetto. Quindi continuò con un accento d’amarezza infinita.
- Se io vi dicessi che questa sciagura domestica ha spento per sempre il sorriso della mia vita.
- Fortunatamente non è stata una sciagura irreparabile! Meno male, che ve ne siete avveduto in tempo.
- Se io vi dicessi che la condotta abbominevole di Giorgio m’ha nauseato del mondo… mi ha messo in diffidenza con tutta la società!… Se io vi dicessi – (e qui la voce di Mario cominciò a tremare) – che tutte le volte che io mi trovo solo… mi assalgono tristissimi pensieri…e finisco… mi vergogno a dirlo… col vagheggiare il suicidio.
- Mario! – gridò Clarenza, impaurita – guardate bene che io non senta più sulla vostra bocca questa brutta parola!… Quanto tempo avete intenzione di trattenervi qui?..
- Non lo so neppur io: giro il mondo come un pazzo.
- Volete dar retta a me?
- Volentieri.
- Promettetelo.
- Lo prometto.
- In casa nostra, abbiamo un piccolo quartiere che dà sul giardino. È il quartiere destinato per il mio fratello Carlo, quando ritornerà da Berlino, dov’è a finire i suoi studi…
- Vi ringrazio – disse Mario, interrompendola – ma è impossibile, assolutamente impossibile.
- Voi avete bisogno di svago, di distrazione…
- Pur troppo!
- Voi, soprattutto, avete bisogno di non restar mai – solo!… La solitudine è sempre consigliera di tristi pensieri… e segnatamente per voi, per voi che avete un carattere così sensibile, così nervoso! -
- Non abbiate paura, Clarenza – disse Mario, sorridendo a fìor di labbra, e pigliando per la mano la sua graziosa interlocutrice.
- Non ho paura, io: ma se accadesse qualche sciocchezza, v’immaginate il rimorso, che sarebbe per tutti noi?…
- Parlatene almeno prima con Federigo.
- Non c’è Federigo che tenga; per vostra regola, in questa casa ci sono il marito e la moglie. Contenta io, contenti tutti.
- Donna veramente rara!… E dire che tanto tesoro di grazia e di spirito poteva esser mio!… Vi rammentate, Clarenza, di quei tempi famosi?…
- Io non mi rammento di nulla! – replicò l’altra con disinvoltura.
- Davvero?… Come non vi rammentate nemmeno di quella famosa festa da ballo, in casa di mia zia?…
- Vi ripeto che io non mi rammento di nulla: di nulla affatto. Mi rammento soltanto d’un proverbio, che dice: «Acqua passata non macina più».
- Ah! Clarenza! I proverbi qualche volta sono crudeli!…
- Saranno crudeli – soggiunse Clarenza ridendo, – ma sono molto comodi per troncare i discorsi uggiosi e inconcludenti.
Mario, che in quel momento si era dimenticato della sua sciagura coniugale (non è concesso a tutti di avere un’eccellente memoria!), si morse leggermente il labbro inferiore; poi, riattaccando la conversazione, continuò:
- E Federigo sta bene?
- Come un pesce nell’acqua – rispose Clarenza, per fargli capire che aveva letto i Masnadieri di Schiller.
- E il vostro commercio delle pelli prospera sempre?
- Vi avverto, Mario – osservò Clarenza con l’accento freddo di una persona mortificata nella parte più viva del suo amor proprio – che oramai è più d’un anno che Federigo si è ritirato affatto dal commercio. Abbandonò la mercatura per dedicarsi interamente alla vita politica!
- Come! – soggiunse il conte, dando in una gran risata. – Avete lasciato le pelli per la politica? Un brutto baratto, cara mia; ve ne avvedrete al bilancio!
- Pazienza! D’altra parte, noi abbiamo tanto, e forse qualche cosa più, per poter vivere agiatamente. Prova ne sia che Federigo, non avendo figli, ha fondato a tutte sue spese un educatorio per le fanciulle povere del comune.
- È una cosa che gli fa onore.
- Questo lo dite voi, e lo dicono tutti: ma il Ministero seguita a far l’indiano. Credete voi che quei signori si siano voluti ricordare una sola volta di mio marito?…
- Per altro – soggiunse Mario, studiandosi di dare alla sua voce il colore di un dolce rimprovero – se le voci sono vere, sento dire che Federigo è uno dei caporioni del partito dei malcontenti…
- Siamo giusti, amico mio – replicò Clarenza vivace mente – come volete che mio marito sia governativo, se non è nemmeno cavaliere?
Mario aprì la bocca a mezzo sbadiglio, tanto per nascondere il balenìo d’un risolino impertinente, che gli era spuntato, senza avvedersene, a fior di labbra; quindi riprese:
- Ditemi un’altra cosa: e Federigo conserva sempre le stesse abitudini?
- Quali abitudini?
- Voglio dire – continuò l’altro scherzando – porta sempre il solito cappello alla calabrese, la solita camicia quasi sempre sbottonata da collo, la solita cravatta di seta in colori?…
- Dico la verità – rispose Clarenza, indispettita e mortificata – sono tutte cose alle quali non ho fatto mai attenzione. Del resto – continuò con voce ironica e alzandosi in piedi – non tutti gli uomini hanno avuto dalla natura il dono di esser belli ed eleganti, come il signor conte Mario!…
- Domando scusa: non ho inteso punto di offendere, né di far confronti!…
- E allora, perché vi occupate tanto della toilette di mio marito?..
- Perché?.. Ah!… mi domandate perché?.. Perché, Clarenza mia, più ci guardo e più mi persuado che avreste dovuto nascere ai fortunati tempi ai Luigi XIV! La vostra mano era degna dei cavalieri più brillanti della corte del gran monarca.
- Badate, Mario! se cominciate a canzonarmi, vi lascio qui su due piedi e me ne vado – disse Clarenza, rimettendosi a sedere.
- Un’altra curiosità. E vostra sorella? non mi avete ancora detto nulla di quel caro diavoletto della Norina.
- Sta in casa con noi.
- Si è rimaritata?
- No.
- Pare impossibile: Così giovine e così graziosa!
- Vi dirò: mia sorella è la più buona figliuola di questo mondo: ma sta male un poco qui.
La Clarenza, profferendo quest’avverbio di luogo, si toccò coll’indice della mano in mezzo alla fronte. Poi continuò:
- Se il giudizio facesse da fedi di nascita, la Norina avrebbe appena dieci anni. Figuratevi, per dirvene una, che in questi giorni ha mandato indietro un magnifico partito. Conoscete, per caso, il signor Valerio?
- Se lo conosco! Siamo vecchi amici. Un bravissimo giovine e che sa fare molto bene i propri affari.
- Valerio è appunto la persona, alla quale Federigo ha ceduto tutto il suo traffico commerciale.
- E la Norina lo ha rifiutato?
- Rifiutato veramente, no; ma già è lo stesso: lo ha disgustato… stancato.
- E il perché si sa?
- Io lo so pur troppo. È un perché da ragazzi. A voi, antico amico di casa, posso anche farvene la confidenza.
Nel dir quest’ultime parole, Clarenza si alzò: e con passo leggerissimo andò a metter l’occhio allo spiraglio di una porta semichiusa, che rimaneva dalla parete opposta, in faccia al caminetto.
- Scusate la mia curiosità – disse il conte, che non capiva nulla in questo brano di pantomima – e tutta questa circospezione, perché?.. Ma sarebbe per caso un segreto di Stato?…
- Ho le mie buone ragioni – rispose Clarenza, tornando verso il caminetto; – bisogna sapere che la Norina spesso e volentieri si diverte a stare a sentire dietro agli usci.
- Nossignora, nossignora! – gridò una voce limpida e squillante come un campanello – la Norina non si è divertita mai a stare a sentire dietro agli usci. Ecco qui perché, mi è accaduto una volta… una sola volta… la mia signora sorella non l’ha fatta più finita!
La Norina, che era già entrata in sala improvvisamente, guardò la sorella in un certo modo tragico-comico, quasi volesse dire: carina! ci rivedremmo a quattr’occhi.
Quindi, cambiata fisonomia e fattasi tutta sorridente, si volse al conte e stendendogli la mano:
- Buon giorno – gli disse – signor Mario. Buon giorno e bene arrivato!
- Si parlava appunto di voi.
- Me l’ero figurato.
- Raccontavo, giusto, a Mario, lo sproposito che hai fatto – soggiunse Clarenza.
- Sproposito?.. quale sproposito?
- Quello di esserti disgustato il signor Valerio.
- Per carità… – fece la Norina, con l’accento piagnucoloso della persona annoiata – per carità…: non parliamo più di lui. Oramai è un motivo vecchio. Mi è venuto a noia come la pira del Trovatore.
- Hai torto!
- Pazienza! tanto peggio per me: se non foss’altro il nome di Valerio! Mi è parso sempre un nome da commedia.
- Mettiamo da parte le giuccherie: Valerio è un negoziante intelligente, che fra qualche anno sarà un bel signore…
- Ma sempre uggioso, sempre antipatico, sempre molesto. Insomma, io sento benissimo, che se lo sposassi, farei due disgraziati!… – disse la Norina, facendo colla bocca una smorfia curiosa, come se avesse parlato d’olio di fegato di merluzzo non depurato.
Clarenza guardò in viso la sua sorella; quindi aggiunse con accento ironico e stentato:
- Sì!… Sposerai quell’altro!…
- Ah! dunque c’è un altro? – domandò il conte, ficcandosi tutte e due le mani nelle tasche della sottoveste e mettendosi fra mezzo alle due giovani donne.
- Io non so nulla! – replicò Clarenza.
- Eccovi la spiegazione della favola – soggiunse francamente la Norina. – Bisogna sapere che la signora Clarenza si è messa in capo che io abbia ancora qualche speranza sul marchesino di Santa Teodora.
- Questa è la favola: io racconterò la morale – replicò Clarenza. – Bisogna sapere che il marchesino di Santa Teodora, dopo esser venuto per qualche tempo in casa nostra con molta frequenza, cominciò un bel giorno a diradare le sue visite… e finì poi come doveva finire.. cioè, col non venirci più!
- A buon conto, se n’è andato senza dire addio: dunque potrebbe ritornare.
- Sì, aspettalo.
- Non lo conosco punto questo Santa Teodora: è un bel giovine? – domandò il conte.
- È marchese! ecco tutta la sua bellezza!… – disse Clarenza: e avvicinatasi a Mario, gli sussurrò sottovoce:
- Per la smania di un titolo, la Norina sarebbe capace di commettere qualunque sciocchezza.
- Volete conoscerlo, Mario? – disse la Norina, tirando fuori da un piccolo portafoglio un ritratto in fotografia.
- Vediamolo – rispose il conte: e prese in mano il ritratto, per osservarlo. In quel mentre, la Norina gli bisbigliò velocemente negli orecchi:
- Vedete! Se domani, per disgrazia, diventassi marchesa, la Clarenza sarebbe capace di cavarmi gli occhi. Come son curiose certe debolezze! perché è toccato a lei un pellicciaio, così pretenderebbe che tutte le donne dovessero sposare dei negozianti di pelli!…
- Dunque, Mario?.. – interruppe Clarenza, che aveva indovinato l’argomento di quel cicaleccio, mormorato a fior di labbra.
- Avete ragione – disse il conte, andando a prendere il suo cappello, che aveva posato sopra una sedia. – Poiché volete così, vado subito a prendere la mia valigia.
- A proposito, Norina; ho da darti una notizia gradita: questo signore – (e Clarenza accennò Mario) diventa per qualche giorno ospite in casa nostra.
- Lo so! – rispose la Norina sbadatamente.
- Chi te l’ha detto? – domandò Clarenza vivacemente.
- È stato un caso – replicò la Norina, mendicando una scusa. – Traversava appunto il salotto verde, quand’ho sentito che tu dicevi…
- Capisco, capisco: il solito caso!… Del resto, il povero Mario è malatissimo di nervi… ed ha bisogno di svagarsi. Tocca dunque a noi a cercar tutti i mezzi per non dargli tempo di ricordarsi del suo malumore. La sera faremo un po’ di musica: qualche volta un po’ di ballo: e appena il tempo si rimetterà, anderemo a passare una bella giornata alla nostra villa di Belmonte…
- Cara Norina! – disse Mario dandosi alla sfuggita un’occhiata di compiacenza nello specchio – mi è cascata addosso una di quelle disgrazie!…
- Pur troppo!… – soggiunse sbadatamente la Norina.
- E come l’avete saputa?
- Sarà stata la solita combinazione, il solito caso!… – interruppe Clarenza, ridendo e guardando la sorella.
- Le forze mi hanno talmente abbandonato! – seguitò il conte, alzandosi con fatica dalla poltrona dov’era più sdraiato che seduto, – le forze mi hanno talmente abbandonato, che io sento benissimo che vado incontro a una gran malattia.
- Ubbie! esagerazioni! – disse la Norina. – Se tutti i dispiaceri coniugali portassero necessariamente seco una malattia, a quest’ora tutto il mondo sarebbe uno spedale…
- Che disinganno atroce! un amico, capite?.. un amico, che tradisce…
- Andate, Mario, andate a prendere la vostra roba.
- Avete ragione, Clarenza!… Compatitemi se mi ripeto troppo spesso… e rammentatevi che è un’opera di misericordia quella di sopportare le persone moleste! A fra poco.
E il conte se ne andò.
- Povero diavolo! eppure mi fa male! – disse Clarenza con accento di vera compassione.
- Io dico, invece, che gli sta bene!… Quando un uomo ha per moglie una donna giovane e graziosa, come è l’Emilia, prima di mettersi in casa un amico pericoloso, dovrebbe pensarci venti volte, eppoi non farne nulla.
- Bada veh! In questo caso, secondo me, la più colpevole è l’Emilia. Toccava a lei a protestare.
- Povera figliola! Chi lo sa! forse non prevedeva nulla di male… forse si credeva sicura di qualunque pericolo…
- Eh! cara mia – replicò Clarenza scrollando leggermente il capo – tutte ci crediamo sicure!… E il mondo? non lo conti per nulla? il mondo che è così chiacchierino, così pettegolo, così mettibocca?..
La Norina guardò in viso la sorella: e dette improvvisamente in una grandissima risata, mostrando trentadue denti di sfavillante bianchezza…
- E ora, di che ridi? – domandò Clarenza impermalita.
- Rido di te!
- Imbeci…!
Clarenza si riprese a tempo, e non finì la scortese parola.
- Tu che critichi tanto il poco giudizio dell’Emilia – continuò la Norina – mi sapresti dire, allora, perché hai ceduto a Mario il quartierino di nostro fratello?
- Che discorso è codesto?.. vorresti forse paragonare me coll’Emilia? L’Emilia sarà una buona donna… e una bravissima donna… ma in fondo in fondo, è una donna come ce ne sono tante. Quanto poi a me! (e qui alzò la voce) – posso dirle, cara la mia signora, che io mi sento sicura e sicura davvero…
- Tutte ci sentiamo sicure!… – soggiunse l’altra, con finissima canzonatura! ma poi, non c’è forse il mondo? quel mondaccio che è così lesto di lingua?…
- Il mondo sa con chi deve pigliarsela, e chi deve rispettare; il mondo sa che vi sono delle mogli che non ammettono nemmeno il sospetto. Per tua regola io sono come la moglie di Cesare.
- Di che Cesare?..
- Di Cesare, romano.
- Huh!… – fece la Norina, che era debolissima nella storia romana! forse l’avrò conosciuto questo Cesare, ma ora non ne lo ricordo!…
In questo mentre entrò nella sala il marito di Clarenza. Federigo era uomo sulla quarantina: non elegante, ma pulito: vegeto, liscio e colorito, come una melarosa: una di quelle fisonomie comunissime che, quando si vedono la prima volta, pare di averle incontrate le molte volte e conosciute sempre.
- Finalmente!… – disse entrando in sala e andandosi a buttare tutto di un pezzo sulla poltrona, che era dinanzi al caminetto.
- Che cos’hai fatto?.. – domandò Clarenza, senz’ombra di curiosità, quasiché conoscesse a memoria la risposta.
- Non ne posso più… sono stanco, sfinito. Da stamani in poi non ho avuto un momento di respiro. Cara mia – continuò, passandosi e ripassandosi il fazzoletto bianco dal principio della fronte fino a quattro dita dietro la nuca, sopra una strisciata di cranio lucido e pulito, quasi fosse d’avorio – cara mia! la popolarità, non lo nego, ha le sue dolcezze e le sue grandi soddisfazioni, ma pur troppo è seminata anche di noie e di dispiaceri. Se io avessi un figliuolo, gli direi contentati della modesta oscurità, e non far come tuo padre! Quando un uomo ha fatto tanto di diventar necessario al suo paese, addio pace, addio tranquillità, addio benessere. Per lui non c’è più bene, né giorno, né notte.
- E ora di dove vieni? – domandò Clarenza.
- Esco in questo momento dal Comitato elettorale. Finalmente, se Dio vuole, abbiamo trovato il nostro candidato.
- E sarebbe?
- Il marchese Sorbelli..
- Credevo qualche cosa di meglio – fece la Norina, torcendo un po’ la bocca – il marchese non è passato mai per un’aquila.
- Non sarà un’aquila – riprese Federigo – ma però è un uomo di carattere: tutto d’un pezzo. Non l’ho mai sentito dir bene di nessun Ministero!
- Parla bene? – chiese Clarenza.
- No – rispose il marito con la serietà dell’uomo che se ne intende – no: parla piuttosto male: ma legge benissimo: e questo è un gran requisito per un oratore. Voglio fargli un partito…
- Saprai che fra qualche giorno avremo qui Sua Eccellenza!… – disse Clarenza, appoggiando la voce con ironia su quest’ultime parole.
- Lo so, lo so! L’ho visto dai giornali.
- M’immagino che verrà qua per le elezioni?
- Si capisce bene. Un po’ per l’elezione e un po’ per albagia. Fa tanto piacere di ritornar ministri, nel paese dove siamo nati, e dove per tanti anni siamo stati uomini, come tutti gli altri.
- A proposito dei ministri – interruppe la moglie, con disinvoltura – sai chi abbiamo per ospite in questo momento?
- Chi?
- Il nipote di Sua Eccellenza.
- Mario?
- Lui in persona.
- Sapevo che Mario era qui – continuò Federigo – ma non sapevo che fosse alloggiato in casa nostra.
- Gli ho ceduto il quartiere di Carlo: ho fatto male?
- Hai fatto benissimo; sono avversario politico del ministro: ma voglio bene a quest’altro. Povero Mario!… in questi giorni ha avuto per casa una bella burrasca.
- Come lo sai?
- Ho ricevuto una lunghissima lettera dalla madre dell’Emilia.
- A quanto pare, è stata una cosa seria – disse Clarenza.
- Seria no!… – rispose Federigo – ma poteva diventar serissima. Risulta dai documenti che per ora si trattava semplicemente d’una chiassata… d’un amor platonico…
- Allora è un’inezia! – soggiunse la Norina, facendo colla bocca un certo garbo, come se volesse dire: «non c’è sugo!».
- Un’inezia? – replicò vivacemente Federigo – adagio un poco con quell’inezia!… Bisogna persuadersi, cara mia, che fra l’amor platonico e l’amare… senza Platone, c’è appena la distanza che divide il sigaro dalla cenere.
- Pare impossibile – osservò Clarenza, tenendo gli occhi incantati e fissi verso terra. – Non l’avrei mai creduto!… E la madre dell’Emilia che cosa scrive?
- Mi scrive un monte di cose… Mi scrive, che questa giuccheria avrebbe potuto benissimo restare abbuiata fra le pareti domestiche… ma quel benedetto figliuolo di Mario, credendo di tutelare il proprio onore, ne volle fare per forza una scena da teatro diurno… Mi scrive che l’Emilia è disperata, che non fa altro che piangere giorno e notte… e finisce in fondo col raccomandarsi a me perché veda di trovare il verso di rimettere d’accordo questi due sciagurati.
- Pensaci bene, prima! – disse Clarenza, appoggiando la voce su quest’avvertimento.
- A che cosa?
- Non ti caricare di legna verde. Se fossi in te me ne laverei le mani.
- No davvero: mi ci voglio provare. Se non riesco, pazienza; mi terranno conto della buona volontà. Si è veduto Valerio?
- Valerio? Che deve venir qui? – domandò Norina
- Così mi ha promesso! Ho da consegnargli queste carte… – e Federigo si levò di tasca un involto di fogli e andò a posarli sulla mensola del caminetto: poi, voltandosi verso la giovine cognata, che lo guardava fisso, seguitò sorridendo:
- Sai, Norina, che or ora, tornando a casa, m’è venuta per il capo una curiosa idea?..
- Un’idea? Sentiamola.
- Se io tentassi…
- Male! male… – interruppe l’altra.
- Lasciami finire, che Iddio ti benedica; se io tentassi – si capisce bene a tutto mio rischio e pericolo – di…riattivare le buone relazioni, come diciamo noi altri uomini politici.
- Tempo perso, Federigo! Te l’ho detto mille volte; e oggi te lo ripeto: non mi voglio rimaritare.
- Ne sei sicura?
- Sicurissima.
- Norina! tu fai uno sproposito.
- Pazienza! Maritandomi, ne farei due: uno per conto mio, e un altro per conto di quell’infelice…
- Ma la ragione di questa tua ostinazione?.. – domandò Federigo, quasi riscaldandosi.
- Te la dirò io – soggiunse Clarenza, collocandosi fra il marito e la sorella.
- Sentiamo un poco la celebre indovinatrice! – gridò con bizzosa ironia la Norina. – Peccato che tu non faccia anche i lunari e che tu non venda i numeri per il lotto!…
Clarenza, ridendo della bizza della sorella, si piegò verso l’orecchio di Federigo, sussurrandogli abbastanza forte, per essere intesa:
- Tutto fiato buttato via: la tua signora cognatina ha sempre qualche speranza!…
- Speranza di che?.. Ah! ora capisco! – disse Federigo, in atto di rammentarsi qualche cosa – ma, se non sbaglio, quella oramai è una speranza fallita.
- Un momento – interruppe la Norina, facendosi seria: – dichiaro che io non ho nessuna speranza: ma casomai l’avessi, non vedo perché si dovrebbe chiamare una speranza fallita.
- Dunque non sai nulla?..
- C’è forse qualche cosa di nuovo?
- Mi dispiace doverti dire che il marchesino di Santa Teodora, fino da ieri, è officialmente fidanzato della figlia del console americano.
- Lo sai di certo?
- Di certissimo. Me l’ha detto un’ora fa, alla Borsa, il segretario stesso del Consolato.
Ci furono due minuti di profondissimo silenzio. Poi la Norina, alzando il capo, domandò:
- È bella la sposa?
- Bella no – replicò Federigo – ma un modello di virtù e di dote. Cinquantamila franchi di rendita.
La Clarenza che, vedendo la sorella mortificata e confusa non poteva dissimulare un risolino di consolazione, diffuso per tutta la faccia, disse interrompendo:.
- Io vado a prendere la chiave del quartierino di Carlo. Voglio vedere da me stessa se ogni cosa è all’ordine.
E uscì dalla sala.
Rimasti soli – la Norina e Federigo – quest’ultimo domandò alla sua giovane cognata, che era rimasta quasi interdetta:.
- A che cosa pensi?
- Penso a quella povera disgraziata.
- A chi?
- Alla figlia del console… Secondo me non poteva capitar peggio. Il marchese di Santa Teodora passa per un giovane di spirito, ma in fondo non è altro che un imbecille. Figurati se io lo conosco bene!…
- Sono tutte cose, che io l’ho dette prima di te. Eppure… scommetto che l’avresti preferito a Valerio…
- Domando scusa: fra carattere e carattere non c’è confronto. Valerio è un uomo: e quell’altro è un ragazzo.
- Questo si chiama ragionare! Ah! Norina! Peccato che tu non abbia intenzione di rimaritarti!…
- Chi l’ha detto?
- Io no.
- Nemmen’io.
- Si vede, che non avrò capito bene! – disse Federigo, con accento di falsa mortificazione.
- O forse sono io, che mi sarò spiegata male. Insomma, ho voluto dire che io non intendo di rimaritarmi fino a tanto che non trovo una persona che mi vada a genio.
- Dico la verità: vorrei un po’ sapere perché quel povero Valerio ti è tanto antipatico?
- Ho non ho mai detto che mi sia antipatico… dico soltanto, che non mi piace. È troppo serio, troppo sostenuto…
- Ma un’eccellente persona.
- Non c’è che dire: ma suscettibile, permaloso, delicato peggio d’una donna!…
- Eppure – continuò Federigo, accostandosi e insistendo con un certo interesse – eppure, vedi, quantunque tu l’abbia trattato piuttosto male, sono convintissimo che basterebbe una tua mezza parola, perché… si potessero ripigliare le trattative, come diciamo noi altri uomini politici.
- Con un superbiosaccio di quella fatta?… Mi pare un po’ difficile.
- A buon conto, Valerio è stato innamorato morto di te… e l’amore, quando è stato di quello buono, è come le malattie di petto, ha la convalescenza lunga. Aggiungi poi che Valerio ha per me della gratitudine… della deferenza… Insomma, per farla finita, io scommetto che avrei accomodato ogni cosa.
- Bada, Federigo. Io, invece, ho una gran paura che ti saresti fatto canzonare.
- Sei contenta che mi ci provi?
- Padrone! Provati pure.
- Ma se, per caso, arrivo a convertirlo, spero che non mi farai fare la figura del Pulcinella.
- Diavol mai! Non son mica una bambina!
In questo mentre, Francesco si presentò sulla porta ed annunziò: – Il signor Valerio.
- A tempo! – disse Federigo.
- Io scappo! – soggiunse l’altra, sottovoce.
- Sarà una vittoria, o un fiasco? Che cosa ti dice il cuore?
- Come c’entra il cuore in queste ragazzate?.. – replicò vivacemente la Norina, e sparì.
Valerio entrò in sala. Era un giovine fra i trenta e i trentacinque anni: di statura mezzana: né bello, né brutto. Parlava adagio, rideva poco, camminava sempre dello stesso passo, e vestiva da un anno all’altro di nero. Queste quattro grandi qualità gli avevano procurato la reputazione di negoziante onesto, il posto di consigliere municipale e il grado di capitano nella guardia cittadina.
- Ecco, Valerio, il nostro piccolo contratto bell’e firmato – disse Federigo, porgendogli il quaderno che aveva posato, un quarto d’ora prima, sul caminetto.
- Andava bene? – domandò l’altro.
- Egregiamente.
- Ora, signor Federigo, non mi resta altro che ringraziarvi del vero favore che mi avete fatto.
- Di quale?
- Di avere acconsentito a rimanere per una piccolissima parte interessato nella mia casa commerciale.
- Si capisce bene, che è un segreto fra noi due. Io non voglio comparire in nulla, né impicciarmi di nulla.
- A me, mi basta di sapere che siete mio socio. Ecco la gran parola, la quale, se non foss’altro, mi pare che debba portarmi la buona fortuna.
- Oggi non siamo che soci di commercio! – soggiunse Federigo, pigliando a braccetto l’amico. – E dire che avremmo potuto essere qualche cosa di più!… fors’anche parenti!…
- La colpa non è stata mia.
- Non ci confondiamo. c’è stata un po’ di colpa da tutte e due le parti. Ma nulla di serio: il gran nulla. Tant’è vero che io ho creduto sempre – e lo credo anch’oggi – che con un po’ di buona volontà si potrebbe ristabilire l’entente cordiale, come diciamo noi altri uomini politici.
- Impossibile! Assolutamente impossibile!…
- E perché?
- Facciamoci a parlar chiari, signor Federigo. Io non sono più un ragazzo. Sono un uomo. La mia dignità personale non mi permette di far simili figure. No, no: quando abbiamo presa una risoluzione – bisogna che sia quella. Caso diverso, che cosa dovrebbe dire il mondo di me?
- Benedetto questo mondo! Lasciatelo dire: eppoi finirà col seccarsi la gola.
- Non posso!
- Ma perché?..
- Perché?.. Ci sono certe cose che si sentono, e che non si possono ridire colle parole. Questi pentimenti, questi ritornelli sono perdonabili nelle persone leggere, negli uomini di poca conseguenza. Quanto a me, vi confesso il vero, mi parrebbe di diventar ridicolo; mi parrebbe di far la parte di Don Fulgenzio negl’Innammorati di Goldoni.
- Che ostinato!
- Avete ragione: mille ragioni. Disgraziatamente il mio carattere è di quelli che si spezzano, ma non si piegano. Piuttosto soffro: mi rodo dentro di me; ma una debolezza, una ragazzata, mai!
- Mi dispiace. Proprio mi dispiace!
- Dispiace anche a me: ma, ve lo ripeto, la colpa non è mia: la colpa è tutta della signora Norina…
- E con qual diritto il signor Valerio si permette di giudicare le mie azioni? – domandò la Norina, entrando improvvisamente nella sala.
- Domando scusa: io dicevo… – balbettò Valerio, voltandosi tutto confuso.
- È forse lei il mio fidanzato?
- No davvero.
- Il mio tutore?
- Nemmeno per sogno.
- Il mio direttore spirituale?
- Dio me ne guardi!
- Dunque vorrei un po’ sapere con qual diritto il signor Valerio si occupa tanto di me?
- Ecco… le dirò… Prima di tutto bisogna sapere che il signor Federigo in questo momento, stava insistendo per persuadermi…
- So tutto.
- Tutto – replicò Valerio, maravigliato. – Com’è possibile?.
- Ripeto, che so tutto…
- Ma si tratta di una conversazione confidenzialissima, fatta ora, qui, fra noi due, a quattr’occhi…
- Non importa: per una certa combinazione ho inteso tutto.
- La solita combinazione… di stare a sentire – borbottò fra i denti Federigo, ammiccando comicamente la sua giovane cognata.
- Prima d’ogni altra cosa – seguitò a dire la Norina collo stesso tuono di voce e colla stessa velocità di parola – debbo osservare che Federigo non ha diritto d’impicciarsi degli affari miei; e che ha fatto male, anzi malissimo…
- Mi basta la sinfonia: il resto dell’opera me lo figuro! – interruppe Federigo; e colto il pretesto, se la svignò.
- Non c’è dubbio. Mio cognato ha fatto malissimo a insistere con tanto calore su questa… scioccheria. Dio sa che cosa vi sarete figurato!…
- Io?..
- Che cosa vi sarete messo per la testa! Forse nella vostra infinita vanità, avrete creduto che io mi struggessi proprio dalla passione!…
E la Norina accompagnò queste ultime parole con una risata quasi impertinente.
- Vi pare! – replicò modestamente Valerio.
- Forse vi sarete immaginato che io non potessi vivere senza di voi.
- Prego, signora Norina…
- Che, perduto voi, per me non ci fosse più speranza di trovar marito.
- Tutt’altro, tutt’altro.
- Ebbene, ricredetevi. Vi siete ingannato all’ingrosso. Voi – (e qui la Norina cambiò accento e abbassò leggermente la voce) – voi, ne convengo pienamente, siete una persona rispettabilissima: negoziante onorato…
- Troppo buona.
- Consigliere municipale…
- Grazie.
- Capitano della guardia nazionale. Insomma siete un giovine pregevole per mille titoli: ma credete forse di essere il solo?
- Non l’ho mai pensato.
- Voi valete molto, non c’è dubbio: ma credete forse che non ci sieno molti altri che valgono quanto voi?..
- Chi ne dubita?
- Siamo schietti, una volta! – disse Norina, mettendosi a sedere, e accennando a Valerio di accomodarsi. – Raccontiamo la cosa, come sta; voi siete venuto in casa mia: mi avete fatto un po’ di corte, come fanno tutti: finché un bel giorno, non so il perché, avete finito col chiedere la mia mano.
- Ed ebbi il vostro pieno consenso – soggiunse subito Valerio.
- Non corriamo troppo – replicò la Norina. – In quanto a questo pieno consenso, adagio. Non vi dissi veramente né sì, né no. Se ve lo ricordate bene, pigliammo tempo a riflettere e a studiare reciprocamente i nostri caratteri.
- Non mi pare che andasse precisamente così.
- Vi dico che andò così.
- Sarà come dite – soggiunse Valerio, piegando il capo in atto di sommissione forzata – mi dispiace, che disgraziatamente in certi casi, non si può consultare nemmeno il processo verbale.
- In quel frattempo – continuò la Norina, accavallando una gamba sull’altra, e facendo uscire di fondo al vestito la punta di un elegantissimo stivaletto di marrocchino dorato. – In quel frattempo, venne presentato in casa nostra il marchese di Santa Teodora… un giovine educato… distinto…
- Anzi, distintissimo.
- Era mio dovere mostrarmi gentile con lui, come con tutti gli altri.
- Forse…
- Forse che cosa?
- Forse un po’ troppo gentile!…
- Troppo?.. Non me ne accorsi mai.
- Me ne accorsi io!
- Difatti, ne pigliaste ombra… e cominciaste subito a fare l’adirato… il fiero, il cattivo…
- Cara Norina, era una questione di sentimento.
- Ma che sentimento? era una questione di vanità, tutta di vanità. Vi sono degli uomini che a lasciarli fare, pretenderebbero dalle donne l’adorazione perpetua.
- Io non sono di questi uomini! – disse Valerio con fierezza.
- Né io di quelle donne! – replicò l’altra. – Il fatto sta che il vostro contegno, sostenuto e quasi disprezzante, cominciò a impormi una certa freddezza…
- Norina! chiamiamola freddezza.
- Amico mio, se voi andate in cerca di amori a grande effetto, di passioni teatrali, di sentimentalismi al chiaro di luna, io non sono la donna per voi. Io amo il ritegno e la compostezza, in tutto, anche nell’amore!
- Mi sarò ingannato.
- Il fatto, mi pare, parla chiaro da sé: dopo poche settimane, il marchese di Santa Teodora, forse in grazia della mia troppa cortesia, a suo riguardo! cominciò a diradare le visite e finì coll’allontanarsi del tutto. Oggi poi, come forse sapete, è promesso sposo della figlia del console americano.
- Ma perché, Norina, non vi degnaste allora di togliermi dal mio inganno? di farmi vedere il mio errore? l’insussistenza de’ miei sospetti? la stranezza della mia fissazione?
- Io? Dio me ne guardi. Piuttosto la morte, che scendere all’umiliazione di giustificare la mia condotta. Non ve lo nascondo, Valerio: i vostri dubbi… i vostri sospetti, mi hanno offeso… mi hanno fatto male! molto male. Ma non importa. Non sentirete mai sulle mie labbra un lamento, né una parola di rimprovero. Oggi che fra noi due tutto è finito – tutto! – posso parlare liberamente… e ne ringrazio Iddio. Questo sfogo, vedete, mi toglie dal cuore un’oppressione dolorosa!…
- Norina, e perché avete detto che fra noi tutto è finito?
- Curiosa domanda!
- E non potrei ridomandare il vostro affetto e la vostra mano?
- Valerio! non vi consiglio a farlo. A un uomo, come voi, a un uomo del vostro carattere, certi sentimenti non convengono. Sono cose scusabili appena a diciott’anni.
- Non capisco – insisté Valerio, mortificato. – Non sarò dunque padrone di riconoscere che mi sono ingannato? che ho avuto torto?
- Padronissimo! Ma il mondo!… che cosa dirà il mondo?…
- Il mondo dirà quel che vuole. Alla fin dei conti, io non sono schiavo delle ciarle dei pettegoli e degli oziosi.
- Pensateci bene, Valerio. C’è il caso che i begli spiriti vi paragonino al Don Fulgenzio di Goldoni.
- Mi faranno ridere di compassione.
- Come! voi, così misurato, così pauroso dei cicaleggi e delle cronache dei maldicenti, oggi mi venite fuori a fare l’indipendente?.. l’uomo che se la ride?.. Ditemi Valerio: non volete per caso prendervi giuoco di me?
- Norina! – disse Valerio in atto supplichevole, pigliando la mano della sua graziosa interlocutrice, e stringendola con passione.
- Non vi credo. Lasciatemi.
- Ascoltate!…
- Non voglio sentir nulla.
- Norina! una parola… una sola parola… vi supplico…vi scongiuro… – e nel dir così accadde a Valerio quel che per il solito accade agli innamorati sulla scena: si trovò, senza avvedersene, quasi in ginocchio dinanzi alla sua bella.
In questo punto entrò nella stanza Clarenza. Valerio si rizzò in piedi colla velocità d’una molla d’acciaio.
- Scusate, amico – disse Clarenza, ridendo – mi dispiace di avervi scomodato. Restate pure in ginocchio: non fate complimenti. Buone nuove, a quel che pare?
- Sì – rispose la Norina. – La pace è firmata: ma non gli ho ancora perdonato il grandissimo torto che mi ha fatto…
- Non ne parliamo più – interruppe Valerio. – Sarà mia cura di farmelo perdonare.
- E così?.. – domandò Federigo, soffermandosi sulla porta.
- Vieni avanti. Tutto è accomodato. Bisogna pensare daccapo a questo regalo di nozze – disse Clarenza, mostrandosi molto più allegra della sorella.
- Bravi! così mi piace! – soggiunse Federigo, mettendosi in mezzo ai due fidanzati. – Già io l’avevo detto sempre: fra quei due ragazzi ci dev’essere un equivoco, un malinteso…
- E difatti era un malinteso – disse Valerio. – A proposito – ripigliò il marito di Clarenza – scusa se salto di palo in frasca: ma qui non c’è tempo da perdere. bisogna cominciare a occuparsi di queste elezioni.
- Quanto a me, son pronto. Ma…
- Ma che?
- Debbo dirlo con tutta franchezza? mi pare che il nostro candidato abbia pochissime simpatie, qui in paese.
- Gliele procureremo.
- Il marchese Sorbelli è un galantuomo: ma bisogna convenire che ha addosso una gran tara.
- Quale?
- La moglie. La marchesa è antipatica a tutti.
- Sta un po’ a vedere, da qui in avanti, bisognerà che un candidato abbia anche la moglie simpatica, se vuole essere eletto!…
- Non dico questo.
- La marchesa, ne convengo anch’io, è un po’ superba, un po’ cattedratica, ma del resto è una donna di molto merito… e vale molto più di suo marito. Anzi, fra pochi minuti l’aspetto qui.
- Che cosa vuole da te? – domandò Clarenza.
- Vuol farmi sentire il manifesto elettorale di suo marito… vuol sapere se ci trovo nulla da ridire. Una bella garbatezza, non è vero? Lo spettacolo di questa aristocrazia, che viene a bussare alle porte della borghesia, in cerca di consigli, mi fa sperare bene dell’avvenire del paese.
- Sento dire che il deputato governativo ha fatto molti proseliti. Fra qualche giorno avrà anche il rinforzo del ministro in persona – disse Clarenza.
- Che venga questo signor ministro – replicò Federigo – io lo attendo a piè fermo. Non vedo l’ora di misurarmi con lui.
- Davvero – soggiunse Clarenza, – che quei signori del Ministero non hanno diritto di averti per amico! Ti hanno trattato, come il bidello del municipio.
- Come c’entra l’avermi trattato in un modo piuttosto che in un altro? Qui non è questione di persona; è questione di principii, cara mia: i principii passano, e le persone…
- Ovvero – soggiunse Clarenza – i principii restano, e le persone…
- Domando scusa! – gridò Federigo. – Sono le persone che restano…
- Non voglio contraddirti – osservò modestamente la moglie – ma ho sentito dir sempre: le persone passano, e i principii restano.
- Hai sentito dir male; moltissimo male perché io, invece, ho veduto sempre che i principii passano e le persone restano. In ogni modo, che venga il signor ministro e ci riparleremo.
- Il signor Mario – disse Bettina, affacciandosi sulla porta di mezzo.
- Caro Federigo; io sono tuo ospite – disse Mario, stendendogli la mano.
- È un regalo che Clarenza mi ha improvvisato – replicò l’altro, abbracciandolo e baciandolo.
Mario, avendo veduto Valerio e la Norina che parlavano fra loro, in strettissimo colloquio, si voltò sorridendo a Clarenza, domandandole sottovoce:
- Sbaglio, o mi era stato detto che fra quei due signori?…
- Verissimo – rispose Clarenza – ma oggi è cambiato improvvisamente il vento…
- Compatisco la Norina! – aggiunse Mario; – è una donna, e la donna è sinonimo di debolezza; ma mi fa meraviglia di lui! – (e accennò Valerio).
- Caro mio – replicò la moglie di Federigo – se sapeste alle volte come sono buffi gli uomini seri!
- Ho avuto in questo momento una lettera dalla tua suocera – sussurrò Federigo, avvicinandosi piano piano all’orecchio del conte.
- M’immagino che cosa ti avrà scritto! Che ne dici eh? Una donna che adoravo e per la quale avrei messo tutte e due le mani nel fuoco.
- Cose di questo mondo, amico mio! Il proverbio lo dice: chi non vuole infarinarsi, non vada al mulino.
- E quello scellerato?..
- Tieni a mente, Mario! sono appunto gli amici, dai quali bisogna guardarsi… Ma siamo giusti: come mai un uomo di spirito, che ha per moglie una graziosa donnina, può pensare a mettersi per casa?..
- Lo so! Lo so!
- Mario, è stata grossa. A me, dico la verità, non mi sarebbe accaduto dicerto. Ci vuole occhio, capisci, occhio! Debbo per altro dirti che mi son preso l’incarico di aggiustare ogni cosa e di riconciliarvi.
- Per carità, non parliamo di riconciliazione. Sento il sangue che mi va alla testa.
- Basta così, ne discorreremo a tempo opportuno.
- Voltati in qua – disse a un tratto Clarenza, pigliando suo marito per un braccio, e dandogli un’occhiata da capo ai piedi.
- Che cosa c’è di nuovo? – domandò Federigo.
- Nulla di nuovo – rispose l’altra. – Anzi, le solite cose: la solita camicia sbottonata, la solita cravatta, messa senza garbo né grazia!… Pare impossibile che tu non abbia da avere un po’ di amor proprio… Dice bene una certa persona, – (e Clarenza guardò alla sfuggita Mario) -a non sapere chi sei, ci sarebbe da scambiarti per un fattor di campagna, o per un negoziante d’olio.
- Guarda quanti casi, stamani! Eppure sono stato sempre così.
- Hai fatto sempre male!
- Bisognava dirmelo prima.
- Te lo dico oggi e basta. Se non vuoi avere nessun riguardo per te, potresti averne almeno un poco per tua moglie… mi pare!…
- Io non ci capisco più nulla – disse Federigo sottovoce al conte. – È la prima volta che Clarenza fa una scenata simile.
- Donne, caro mio, donne: vale a dire sciarade ritte sopra due graziosi piedini (quando son graziosi): rebus difficili a spiegarsi, e che una volta spiegati, si vede bene che non son altro che una formula di vanità, o un’operazione di calcolo infinitesimale!
- Clarenza – soggiunse Federigo – è un’ottima donna: ma, pur troppo, la vanità è stata sempre il suo lato debole. Ella avrebbe avuto bisogno di nascere regina e di avere sposato il re dell’universo. All’opposto di me. Io, invece, posso avere tutti i difetti del mondo; ma la vanità non l’ho mai conosciuta.
- Davvero?..
- Mai! e te lo provo col fatto. Vorrei vedere un altro che fosse stato trattato come sono stato trattato io! Tu sai quel che mi costa l’Italia; ebbene, credi tu che lassù al Ministero abbiano dato segno di accorgersi che io sono nel mondo dei vivi?..
- Lo so, è un’ingiustizia; e voglio che ci sia rimediato. Ho scritto apposta al mio zio… riserbandomi poi a parlargliene a voce, quando sarà qui.
- Intendiamoci bene – disse Federigo, cambiando tuono di voce – se ti ho fatto questa confidenza inconcludente, non vorrei che tu potessi credere…
- Ti pare.
- Non ho chiesto mai nulla! e non voglio nulla! Lo sai di che panni ho vestito sempre: non ho dato mai nessun peso e nessuna importanza ai ciondoli. Mi son parsi sempre balocchi per i ragazzi…
- Eppure, se te ne mandassero uno… – disse Mario, sorridendo.
- Lo rimanderei. Oh! lo rimanderei, senza dubbio: è una questione di principio.
- Quand’è così, è inutile affatto che io spedisca la lettera..
- L’avevi di già scritta?
- Eccola qui: leggila e strappala.
- To’! mi meraviglio. Non ho mai strappato le lettere degli altri. Ecco una lettera, che entrerà probabilmente nel limbo delle lettere destinate a non aver mai nessuna risposta.
- Pazienza. E ora dimmi una cosa. A che ora passa di qui il treno postale?
- Alle tre precise.
- Sono le due e mezzo – disse Mario, guardando l’orologio. – Per oggi, non c’è più il tempo d’impostarla. La imposterò domani.
- Sì, sì, – replicò Federigo – puoi impostarla domani, doman l’altro, quell’altro, fra una settimana, fra un mese… Tanto è una lettera di nessuna urgenza.
- Di nessunissima.
- Per altro… ti faccio osservare che se la lettera premesse davvero…
- Ma se ti dico che non preme!
- Voglio dire, che se la lettera premesse davvero, si sarebbe in tempo a impostarla anche oggi.
- Come?
- Basterebbe mandarla alla stazione. Vuoi che la mandiamo?..
- Non mette conto.
- Perché vuoi fare dei complimenti con me?
- Non faccio complimenti. È una lettera di quelle che non aspettano risposta. La posso impostare domani, o quando me ne ricorderò – disse Mario, facendo lo svogliato.
- Dammi qua la lettera – insisté Federigo. – Così non foss’altro, ti levo un pensiero.
- Lascia correre: non c’è premura.
- Dammi qua la lettera. Ehi! Francesco! – E il servitore comparve sulla porta.
- Porta subito quella lettera all’ufficio postale della stazione.
- E il francobollo? – disse Francesco.
- Non vedi che è indirizzata al ministro? Prendi una vettura e spicciati.
- E se non facessi in tempo?
- Dammi qua, imbecille – disse Federigo, strappandogli la lettera di mano – a lasciarti fare, saresti capace anche di perderla.
E il marito di Clarenza prese in fretta e furia il suo cappello e il suo paletot.
- Dove vai? – domandò Mario.
- Lascia fare a me. A quest’ora, ero bell’e tornato. Se per caso arrivasse in questo frattempo la marchesa Sorbelli, che mi aspetti, fra due minuti son qui.
- Dov’è andato Federigo? – chiese Clarenza a Mario.
- Alla stazione. Ha voluto portar da sé la mia lettera per il ministro.
- Vi ringrazio Mario delle vostre premure… non tanto per me… quanto per mio marito. Quell’uomo oramai se n’è fatta una fissazione.
- Buon uomo, quel Federigo – disse Mario, incominciando un colloquio confidenziale e a mezza voce con Clarenza, mentre la Norina e Valerio ragionavano fra loro nell’angolo opposto della stanza – gran buon uomo quel Federigo!
- Una perla d’uomo! Per la nostra famiglia è stato qualche cosa di più d’un padre. Insomma, è lui che pensa a tutto, è lui che ha fatto una dote alla Norina, è lui che mantiene Carlo agli studi.
- Eccellente cuore!… Peccato che abbia la figura un po’ volgare… un po’ ordinarietta… Quanto stacco, Clarenza mia, fra voi e lui. Voi la foglia fine e delicata della camelia, lui, il gambo inelegante di qualche pianta grassa.
- Oramai è così – disse Clarenza, sospirando.
- Pare impossibile – continuò il conte – che una mano delicata ed aristocratica, come la vostra, abbia voluto fare una scelta così… curiosa.
- Vi avverto, Mario, che non ho nulla da pentirmi! – replicò l’altra, assumendo una certa aria di dignità.
- Ecco una nobile protesta! una protesta, che fa moltissimo onore al vostro carattere e al vostro bel cuore. Ma ditemi un po’, Clarenza, parliamoci qua a quattr’occhi e in tutta confidenza: se certe cose si potessero rifare due volte?..
- Se… se… se… Dando retta ai se, ci sarebbe da perdere la bussola e da dire un sacco di scioccherie.
- Creatura divina! E pensare che la Provvidenza mi aveva messo dinanzi agli occhi l’unica fanciulla, che avrebbe potuto essere l’amore e la felicità di tutta la mia vita… e io, imbecille!… sono passati due anni, e ancora non so darmene pace. Vi rammentate Clarenza, di quei tempi famosi?…
- Me ne rammento pur troppo.
- E di quella famosa festa da ballo?..
- Anche di quella.
- Cattiva! eppoi avete il cuore di venirmi a dire che «acqua passata non macina più».
- Non son io che lo dico, è il proverbio.
- Quante volte ho pensato a voi!… quante volte vi ho veduta ne’ miei sogni!…
- E l’Emilia? – domandò Clarenza, per dare un altro giro alla conversazione.
- Per carità, non me ne parlate – disse Mario.
- Sento dire che si sta già trattando per una riconciliazione.
- Mai, e poi mai! Fra me e quella donna c’è una barriera insormontabile.
- Lo credete davvero?
- Ne sono sicuro.
- Povera donna! Più imprudente, che colpevole. Credetelo, Mario, se fossi stata io nei piedi dell’Emilia, il vostro signor Giorgio non avrebbe dicerto trovato un quartiere disponibile in casa mia. Con me, no, mille volte no! A proposito di quartiere – continuò Clarenza, alzandosi in piedi – che cosa vi pare del quartierino che vi ho destinato?
- Un’oasi, un nido incantato.
- La vostra finestra, sul giardino, è appena due finestre distante dalla mia; tantoché alzandomi, la mattina, potrò darvi il buongiorno.
- Così potessi io sperare, la sera… mentre tutti dormono tranquillamente, augurarvi la buona notte – disse Mario, abbassando la voce, e stringendo la mano di Clarenza, con intenzione, come dicono i comici nel loro dialetto di palcoscenico.
- Ecco fatto, – disse Federigo, rientrando nella sala, tutto scalmanato – due minuti di più, e la lettera ci restava in tasca.
- Poco male – soggiunse Mario, continuando a fare l’indifferente.
- Pochissimo! – replicò il marito di Clarenza. – E la marchesa si è veduta?
- Ancora no.
- Sarebbe bella che mi mancasse. Dico la verità, questa poi me la legherei a dito.
- La signora marchesa Ortensia, – disse la Bettina, affacciandosi sulla porta.
- Ah! giusto, volevo dire – replicò Federigo, soddisfatto. – E dove l’hai fatta passare?
- Nel salotto verde.
- È sola?
- No, è col signor Leonetto.
- Mi pareva impossibile – osservò maliziosamente la Norina. – Vi pare che la marchesa possa uscir di casa una sola volta senza portarsi dietro il paggio?
- Con permesso – disse Federigo, aggiustandosi i capelli e il vestito, e uscendo fuori dalla sala.
- Bell’originale quel Leonetto – soggiunse il conte – sempre il medesimo sfatato.
- Dove l’avete veduto? – domandò Clarenza.
- L’ho incontrato ieri sera al Club.
- Sapete che è diventato direttore della «Gazzetta della Provincia»?
- Me l’ha detto lui. Leonetto non è un’arca di scienza: ma mantiene sempre giovane lo spirito.
- A me, mi è parso sempre una bella caricatura – soggiunse Valerio, – ha la smania di fare il cattivo, lo spirito forte, il nemico giurato del matrimonio.
- Nemico del matrimonio – domandò la Norina, ridendo, – io, invece, credo che se Iddio non gli tiene le sue sante mani in capo, corre in questo momento un gran pericolo di diventar marito.
- Davvero? – esclamarono tutti a una voce.
- Ci sono dei sintomi seri, molto seri! – continuò a dire la sorella di Clarenza. – Io so per esempio, che tutte le ore che gli restano libere, le passa in casa di quelle due signore (per un momento, le chiamerò così) che sono venute a stabilirsi qui da un mese, circa, e che furono raccomandate a lui.
- Non le conosco punto – disse Clarenza. – Sono belle?
- La figlia non c’è male: di sera, specialmente, non fa cattiva figura. Bionda, occhi celesti, un bel carnato: una ragazza, insomma, che può piacere. Se Leonetto capita un momento di qua, vi prometto di farlo cantare.
- È permesso! – disse Leonetto, con giuoco comico e confidenziale, entrando in sala.
- Venite avanti, scapato – rispose la Norina – ne abbiamo sapute delle belle sul conto vostro. Come vanno gli amori?
- Quali amori?
- Animo, non fate il forestiero, non mi venite a fare il turco in Italia…
- In verità, non capisco…
- Come vanno gli amori con quella biondissima persona?…
- Gli amori? Ah! capisco bene, signora Norina, che voi mi calunniate.
- Tutt’altro.
- E potreste supporre che un uomo, come me, possa pigliare una passione per quella povera figliuola?..
- Io la conosco soltanto di vista, ma mi pare una bella ragazza.
- Un occhio di sole – replicò scherzando Leonetto.
- Figuratevi che fra le tante bellezze, ha anche quella di scambiare un occhio.
- Non è vero! Gli occhi mi son parsi bellissimi.
- Mi spiego! l’occhio sinistro della signora Armanda…
- Ah! si chiama Armanda?..
- Provvisoriamente!…
- Che lingua d’inferno!…
- Dicevo dunque che l’occhio della signora Armanda è intermittente: scambia soltanto quando il tempo sta per mutarsi.
- Proprio? – chiesero tutti dando in una gran risata.
- Figuratevi che io senza guardare il termometro, conosco subito da quell’occhio, se il giorno dopo, uscendo di casa, avrò bisogno di prendere l’ombrello.
Un’altra risata generale.
- Tant’è vero, che io la chiamo l’occhio-Réaumur!
Terza risata prolungatissima.
- Siete un gran canzonatore – disse la Norina. – Ma badate, amico, che ne ho veduti cascare de’ più forti di voi.
- Può darsi benissimo – replicò il giornalista, dondolandosi sulla persona – ma in quanto a me credetelo pure che non ci sono pericoli: il diavolo tentatore con me perde il ranno e il sapone. Vi dirò poi un’altra cosa: la signora Armanda, fisicamente parlando, non risponde punto al mio sogno, al mio tipo della donna ideale. Io amo la donna svelta come il palmizio: l’occhio nero; la fisonomia pallida e sofferente, i capelli neri; e soprattutto, moltissimi capelli.
- Non ha molti capelli, la signora Armanda?
- Povera figliuola! Ne ha trentatré e mezzo: a quaranta non ci arriva!
Altra risata, in coro.
- Peraltro – soggiunse la Norina – bisogna convenire che ha un bel carnato.
- Questo è vero! Si dipinge con gusto.
- Lo sapete di certo che si dipinge?
- Mi par di sì.
- Eppure – insisté la graziosa vedovella – duro fatica a crederlo. In ogni modo, bisogna convenire che è dipinta molto bene.
- Come un quadro del Tiziano – replicò Leonetto, con comica serietà. – Del rimanente poi, è una bravissima e buonissima fgliuola.
- Bravissimo. Ora che l’avete demolita pezzo per pezzo, cominciate a dirne bene.
- La verità, sempre la verità!
- Mi fate una rabbia!…
- Ma il panegirico non è ancora finito. Armanda è istruita, di belle maniere, di un’educazione connpitissima. Parla l’inglese e il francese perfettamente. Quando sta al pianoforte, ha la grazia di Chopin, la mano di Fumagalli, il sentimento di Dohler. Canta le cose di Schubert e di Gordigiani con un garbo inarrivabile. Sa tutto Byron a memoria. Disegna, ricama, monta a cavallo… insomma vi dico che nel complesso è una di quelle care donnine che io darei volentieri per moglie a mio fratello minore – se avessi un fratello.
- E la vedete spesso?
- Quasi tutti i giorni. La sua casa è per me un piede-a-terra, un simpatico rifugio dalle noie della politica…
- E dalla seccatura della marchesa Sorbelli.
- Per carità, dite piano, che non vi senta. Ha l’orecchio disgraziatamente così squisito!
- Avete paura, eh? – disse la Norina, ridendo. – Per altro, vi compatisco: la marchesa non è una donna… è un uomo!
- Non è nemmeno un uomo… – replicò Leonetto sottovoce – è un dragone. Quando la natura le dette i baffi, sapeva quello che faceva.
- Se vi sentisse, sarebbe capace di mangiarvi!…
- Povero amico – interruppe Mario in tuono scherzoso – non ci mancherebb’altro che tu ti dovessi trovare nel brutto caso d’essere inghiottito vivo!
- Non ti nascondo – rispose l’altro – che mi dispiacerebbe moltissimo a far da Giona in corpo a quella balena.
- A proposito – disse Clarenza – prima che mi passi di mente vi avverto, signor Leonetto, che oggi siete a pranzo da noi. Accettate?
- Con tutto il piacere.
- È un regalo che faccio al signor conte Mario.
- Sempre il tipo della cortesia, quella amabilissima Clarenza – replicò il conte, inchinandosi con galanteria.
- Domani sera, poi, faremo un po’ di musica. Badate, Leonetto, di non mancare, sapete bene che siete necessario, indispensabile. Vi presento il primo tenore assoluto della nostra piccola Filarmonica di famiglia – disse la moglie di Federigo, volgendosi a Mario, e indicando il giornalista.
In questo punto, si udì la voce grave e sonora.
- Eccola – disse Leonetto, ricomponendosi, come fa l’alunno quando sente l’avvicinarsi del pedagogo. – Mi raccomando! fatemi il piacere di non scherzare…
- Vi pare. State tranquillo.
- La signora marchesa Ortensia – disse Federigo, presentando in sala una matrona sui quarant’anni, vegeta, forte, colorita, come un ufficiale di cavalleria di ritorno da una manovra a cavallo in piazza d’arme.
- Accomodatevi, marchesa – disse Clarenza, accennandole una poltrona in vicinanza del caminetto.
- Mi dispiace, ma non posso trattenermi – rispose la Sorbelli. – Vi saluto e scappo subito. Ho da fare mille bricciche: e prima di tornare a casa, voglio anche passare dalla mia amica la marchesa di Santa Teodora. Mi struggo di sapere con precisione le vere cause di questo piccolo scandalo.
- Di quale scandalo? – domandò la Norina.
- Come! non sapete nulla?
- Nulla.
- Allora, ve lo dirò io. È andato all’aria il matrimonio, già combinato, fra Rodolfo e la figlia del console americano.
- Proprio? – chiese la Norina, con interesse sempre crescente.
- Ve la do per sicura.
- E la ragione?..
- Non la conosco bene, ma suppergiù, me la figuro. Quel ragazzo di Rodolfo deve avere qualche amoretto clandestino… qualche’impegno… qualche passioncella misteriosa…
- Dico la verità, me l’aspettavo..
- Che cosa?
- Che questo matrimonio non dovesse andare a finir bene. Abbiamo alle volte certi presentimenti curiosi!… – osservò la Norina, dissimulando a stento una vivissima compiacenza.
- Del resto marchesa – disse Federigo, facendosi in mezzo – in compenso di un matrimonio andato a monte, sono lieto di notificarvene uno, combinato appena un’ora fa! – e il marito di Clarenza accennò la Norina e Valerio.
- Scusa, veh, Federigo – soggiunse subito la giovane cognata, quasi fosse rimasta offesa – mi pare che tu abbia corso un po’ troppo. Vorrei sapere come si fa a chiamarlo un matrimonio di già combinato?
- E non lo è forse? – chiese Valerio, a cui tremava quasi la voce.
- Domando scusa – replicò Norina tranquillamente: – è un matrimonio, che probabilmente si combinerà, ma che per ora non è combinato. Vi prego, marchesa, a notare questa piccola differenza. Ne convenite, Valerio?
- Convengo di tutto! – rispose l’altro; poi borbottò fra i denti: – Convengo anche che sono il primo imbecille dell’universo.
- E voi, signor Leonetto? – domandò Clarenza, tanto per divagare la conversazione. – Quando ci farete mangiare i confetti di nozze?
- Io marito? – replicò il giornalista, arricciandosi i baffi e dando in una gran risata. – Io marito? Credo che la cosa sarà un po’ difficile. Per vostra regola, in questo mondo vi sono due istituzioni, che mi hanno fatto sempre paura: il matrimonio e il sistema cellulare! Tutte le volte che io penso ai poveri mariti mi vien fatto naturalmente di spargere una furtiva lacrima sulla loro sorte infelicissima. E dire che in America si è fatta una guerra ciclopica per l’abolizione della schiavitù dei neri, condannati alla coltivazione delle canne da zucchero e del cotone, mentre poi sul vecchio continente abbiamo anche oggi tanti milioni di schiavi bianchi, destinati a coltivare la moglie, una coltivazione, credetelo a me, non meno faticosa di quella delle canne da zucchero e del cotone.
Tutti risero per complimento.
- Le vostre solite esagerazioni – disse la Norina.
- Non sono esagerazioni; è una professione di fede schietta e leale. Io ho amato sempre la mia libertà, la mia indipendenza completa.
- Questo è verissimo – affermò la marchesa Ortensia.
- È una gran bella cosa – continuò Leonetto, infiammandosi sempre più – quella di sentirsi liberi, come la rondine nell’aria: padroni di sé, della propria volontà, senza dipendere da nessuno, senza nessuno che ci possa comandare!…
- Dunque, Leonetto, venite o restate? – domandò la marchesa, interrompendolo. – Io me ne vado.
- Se non avete bisogno di me, mi tratterrei per un cert’affare!… – rispose il giornalista con un po’ d’esitazione.
- Fate pure! – replicò la Sorbelli, alzandosi e dandogli un’occhiataccia…
Leonetto, che capì l’antifona soggiunse subito:
- Cioè, marchesa, se mi permettete, vi accompagnerò fino dalla vostra cugina.
- Per me, ve lo ripeto, fate pure il vostro comodo – replicò l’altra con un tuono di voce ugualissimo e tranquillo. – Io sono affatto indifferente.
- Allora, Leonetto – disse Clarenza, – rammentatevi che alle cinque precise andiamo a tavola.
- Sarò puntuale, come il fato.
- Siete a pranzo qui, Leonetto? – domandò la marchesa, con flemma studiata, e guardando negli occhi il giornalista.
- Ho avuto il gentile invito pochi momenti fa… – rispose l’altro, dandosi l’aria della persona franca e disinvolta.
- Ma oggi non potete! – insisté la Sorbelli colla stessa flemma e col solito tuono di voce.
- Non posso?.. – e Leonetto, imbarazzato, soffiava sulla felpa del cappello, per dissimulare la propria confusione.
- Di certo, che non potete!… seppure non siete disposto a pranzare in due case, nello stesso giorno. Pensateci un po’ meglio e forse vi ricorderete che mio marito, fino da due giorni fa, vi ha invitato per oggi a casa sua…
Leonetto stava per rispondere che non ne sapeva nulla: ma un’occhiata della marchesa bastò per richiamarlo al proprio dovere. Difatti balbettò, imbrogliandosi…
- Sì, è vero!… cioè, sarà benissimo: ma si vede che me l’ero dimenticato… Che volete che ci faccia? Sono così astratto, che i pranzi mi passano dalla mente, da un momento all’altro.
- Pazienza! – soggiunse la moglie di Federigo, che aveva capito ogni cosa. – Io non voglio privare la marchesa di un commensale così gradito. Sarà per un’altra volta. Fatemi peraltro il favore di non dimenticarvi la chiassata di domani sera. Vi aspettiamo immancabilmente, per cantare insieme il nostro famoso duetto dell’Italiana in Algeri.
- Non dubitate, eccovi la mano.
- Scusate se metto bocca nei vostri discorsi – osservò la marchesa, stentando la parola, e volgendosi al giornalista, – ma mi pare che domani sera non sarete libero che tardissimo. Rammentatevi che avete preso l’impegno di accompagnarmi al ballo degli Asili infantili.
- Io?..
- Voi, voi! – ripeté l’altra, dandogli una occhiata d’intelligenza, che tradotta in lingua parlata, avrebbe dovuto dire: imbecille, rispondete a tono.
- Non mi pareva…
- Povero Leonetto! Si vede proprio che la politica vi ha fatto perdere affatto la bussola. Quasi quasi comincio a pentirmi di avervi procurata la direzione della «Gazzetta della Provincia».
- Sarà… come voi dite… – rispose Leonetto, stringendosi nelle spalle -…ma vi giuro sull’onor mio che non ne sapevo nulla… cioè, che me l’ero affatto dimenticato!…
- Dunque? – domandò Clarenza, annoiata di tutta quella commedia.
- Sono dispiacentissimo – rispose il giornalista, che per la vergogna era diventato quasi rosso, – ma domani sera non posso… La marchesa mi assicura che le ho promesso di accompagnarla… al ballo degli Asili infantili…e la colpa è tutta mia, se me lo sono dimenticato…
- Signore e signori! – disse la Sorbelli, congedandosi, quindi uscì dalla sala, accompagnata da Federigo e da Leonetto.
Mentre il giornalista stese la mano alla Norina, in atto di dire addio, questa gli bisbigliò, sorridente – È una gran fortuna, amico mio, quella di essere liberi e indipendenti, come siete voi! almeno, non siamo mai padroni di far nulla a modo nostro.

PARTE SECONDA

È passato un mese, dal giorno in cui Mario venne accolto in casa di Federigo.
- Stasera si è fatto notte più presto del solito. Che ore sono? – domandò Clarenza alla Bettina che aveva acceso un gran lume a moderatore, in mezzo alla tavola.
- Le cinque suonate ora – rispose la vecchia.
- La Norina dov’è?
- Credo, in camera sua.
- Ne sei sicura?
- Mi par di sì.
- Senti, Bettina, fammi un piacere – soggiunse la giovine padrona, abbassando la voce e con tuono carezzevole. – Vai di là, e con qualche scusa accertati se la Norina è proprio in camera.
Appena Clarenza fu sola, cominciò fra sé e sé questo monologo:
- Quand’è uscito di casa, or ora, mi ha fatto il solito segno… dunque dietro la cornice ci dev’essere una lettera – (e dicendo così, voltò gli occhi verso un quadretto, chiuso in una cornice e attaccato nella parete di mezzo) -…Già, di queste lettere non ne voglio più… è tanto tempo che lo dico… Questa è l’ultima di certo. Tutte le volte che devo montare sul canapè per frugare dietro a quella maladettissima cornice, m’entra la febbre addosso… Se non foss’altro, la paura! Con un frugolo per casa come la Norina, c’è da essere scoperti, senza neanche avvedersene! Almeno si levasse presto di fra i piedi, quella benedetta figliuola!…
- È in camera – disse la Bettina, sottovoce, rientrando nella stanza in punta di piedi.
- Mi basta così… voglio farle una celia. Puoi andartene.
E la Bettina uscì.
- Eppure, neppur’ora mi par d’essere sicura per bene – diceva Clarenza, guardando di qua e di là con so spetto, – un poco, sarà paura della Norina: ma un poco bisogna dire che è anche la coscienza… il rimorso di sapere che faccio una cosa… che non è bella. Dico la verità, io mi credeva più forte… Se credessi alle streghe, dubiterei che mi avessero stregata! Meno male che si tratta di ragazzate, di cose senza conseguenza… Eppoi non lo faccio per me… lo faccio per un altro, per dare a suo tempo una bella lezione a quel donnaiolo di Mario.
Intanto Clarenza, dopo aver dato un’ultima occhiata a tutti gli usci, che mettevano in sala, aveva abbassato il lume fino al punto di lasciare un fiochissimo barlume, ed era salita sul canapè.
Colla rapidità del baleno, ficcò una mano dietro al quadro, e prese un foglio che vi era nascosto: ma, quando fu per discendere, si spalancò improvvisamente la porta di faccia.
- Scommetto che sei stata tu, che mi hai mandata la Bettina in camera?.. – gridò la Norina, con una voce squillante, che pareva un campanello.
- To’?.. – rispose la sorella, rimasta zitta sul canapè e colle spalle voltate al muro.
- Prima di tutto, che cosa fai costassù per aria? -
- Nulla… – soggiunse l’altra, che non trovava le parole per rispondere. – voleva vedere da vicino questa Niobe.
- Brava! E per vederla meglio hai abbassato il lume.
- Che cosa dicevi della Bettina?…
- Dicevo che scommetterei che sei stata tu che me l’hai mandata in camera.
- Ebbene, sono stata io…, io in persona: e per questo?.. – disse Clarenza, scendendo dal canapè e andando a rialzare il lume.
- Allora vorrei sapere perché quell’imbecille si mette a far la diplomatica, la furba, la misteriosa…
- Non capisco.
- Figurati, che è venuta a picchiarmi nell’uscio. Che cosa vuoi?, le domando. Niente, mi risponde, voleva sapere se stava bene. Allora ho mangiato la foglia, e ho detto subito: qui c’è sotto qualche cosa…
- E, com’è naturale, sei corsa subito in punta di piedi… per vedere… per bracare… Chi lo sa che cosa ti sarai immaginato!
- Che cosa vuoi tu che m’immaginassi? Nonostante – seguitò la Norina, con un risolino impertinentissimo – mi ha fatto davvero una gran consolazione di vedere che tu ami la pittura, e che per goderla meglio, sei anche capace di montare sulle sedie e sui canapè, come fanno i ragazzi.
- Ah! se io fossi una gran signora – replicò Clarenza, facendo finta di non capire l’ironia maliziosetta di quelle parole. – Ah! se io fossi una gran signora, tappezzerei tutte le mie stanze di quadri.
- Io no: le tappezzerei di stoffa e di raso. È più pulito, e costa meno. I quadri mi piacevano da ragazza. Ti rammenti di quel Mosè sul Sinai, che nostro padre teneva nello studio? Anch’io, tutte le mattine, prima che lo studio si aprisse, avevo preso il vizio di montare sopra una seggiola per vedere il Mosè più da vicino. Ma sai perchè? perché dietro la cornice del quadro ci trovavo per il solito qualche lettera dimenticata.
- Adagio un poco cogli scherzi, Norina – disse Clarenza, facendosi seria, – ti prego a credere che dietro la Niobe non c’era nessuna lettera.
- Lo credo bene, e quand’anche ci fosse stata, tu avresti avuto abbastanza giudizio per non lasciarla lì col pericolo che andasse nelle mani degli altri!
Le due sorelle si guardarono in faccia: e dopo essersi squadrate ben bene da capo ai piedi, finirono tutte e due col dare in una grandissima risata.
- A proposito dei propositi. E Valerio ha risposto? – domandò Clarenza, per mutar discorso.
- Volevo vedere anche questa che non rispondesse.
Alle otto precise sarà qui, per accompagnarci al teatro.
- Povero Valerio: è il più buon diavolo di questo mondo.
- Fa il suo dovere, e nulla più.
- E tu non hai ancora deciso nulla?..
- Per ora no. Non ho nessuna fretta di rimaritarmi.
- Dimmi: spereresti per caso che il matrimonio di quella persona – (e Clarenza accompagnò la parola con un curioso balenìo degli occhi) – andasse a monte una seconda volta?…
- Io non ho bisogno di confessarmi. Dico soltanto che i casi sono più delle leggi… e che finché c’è fiato c’è speranza. Lo vedesti l’altra sera? Era in un palco quasi di faccia al nostro, con tutti i suoi futuri parenti… Non mi levò mai i cannocchiali d’addosso. E anche stasera la famiglia del console c’è di certo in teatro: il martedì e il giovedì non manca mai.
- E tu lo inviti per farti accompagnare?.. Ah? permettimi che te lo dica; è una cosa che non sta bene e ti fa grandissimo torto. Perché lusingarlo? Perché metterlo in mezzo? perché fargli fare, a sua insaputa una meschina figura? O non sarebbe meglio parlargli francamente e rendergli la sua libertà?..
- Sei curiosa! Sono forse io che lo tengo?
- Parliamoci francamente; tu non gli vuoi bene.
- Non è vero neanche codesto. Per voler bene, gli voglio bene…
- Sì, sì; ma non è di quel bene, come mi intendo
- Hai ragione: è un altro bene… per esempio, sul genere di quello che tu vuoi a Federigo.
- Norina! – disse Clarenza, facendo il cipiglio – Intendiamoci una volta per tutte; su questo non accetto scherzi.
- Calmati, Clarenza, calmati.
- C’è poco da calmarsi. Un altro discorso simile, e ci guastiamo per sempre; o fuori di casa tu, o fuori io.
- Vieni qua da me e sii buonina – replicò l’altra, passando affettuosamente il braccio intorno alla sorella. – Perché ci dobbiamo guastare? Perché s’ha da far la commedia, quando siamo a quattr’occhi? Pensaci un poco sopra e rispondimi; credi tu che per due donne come noi, colle idee e col carattere che abbiamo e con l’educazione che ci hanno dato in casa, credi tu davvero che Federigo e Valerio fossero gli uomini più adatti per essere i nostri mariti?
- Non ti occupare di me; parla piuttosto per conto tuo.
- Ebbene, parlerò per conto mio e ti confesserò francamente che può darsi benissimo che io finisca collo sposare Valerio: ma, Valerio non è il mio ideale.
- Dicevi lo stesso del tuo povero Ernesto. Me lo ricordo come se fosse ora.
- Ernesto era un angiolo: ma bisogna convenire che aveva un gran difetto: un difetto insoffribile. Impiegato fin da ragazzo ai telegrafi, gli si era attaccato il vizio del proprio impiego. Parlava pochissimo, e quando diceva qualche cosa pareva di sentire un dispaccio telegrafico. Mi rammento sempre di quella famosa sera di quando mi fece la sua prima dichiarazione. «Signora Norina» mi disse «io vi amo; sono onesto: telegrafista; risoluto accasarmi. Desidero conoscere vostre intenzioni». Che burla! mi aspettavo sempre che dicesse «risposta pagata!».
- Povero Ernesto! Come morì giovane!…
- Pur troppo! ma era tanto infelice! Del resto, sì: se io fossi padrona di scegliere, non mi vergogno a dirlo, sceglierei sempre per marito un uomo del genere del marchese di Santa Teodora. Un po’ scapato, un po’ leggero, un po’ rompicollo!… ma tanto simpatico. Non ti pare che abbia molta somiglianza coll’Artagnan dei Tre Moschettieri?
- Gua’; tutti i gusti son gusti!… – disse Clarenza, stringendosi nelle spalle.
- E questo – soggiunse l’altra – sia detto per conto mio; ora poi per conto tuo ti dirò…
- Non voglio saper nulla!…
- Federigo, non c’è che dire, è la più brava persona…
- Basta.
- Ma per te, per il tuo carattere ci sarebbe voluto…
- Basta, ti dico.
- Ci sarebbe voluto un uomo del genere…
- Basta! basta! basta. Mi sono spiegata, sì o no?
- Eh! quanto chiasso. Non aver paura, non ti dico altro! – e andandosene, borbottò fra i denti «Son venuta qui con un mezzo dubbio, e me ne vado con una mezza certezza. Meno male che ho pensato a rimediarci per tempo!…».
- Che la Norina si sia accorta di qualche cosa? – domandò a se stessa la Clarenza, quando rimase sola. – Non ci mancherebbe altro… Ho addosso una smania… una inquietudine, che mi fa battere il cuore e le tempie! Ma perché non piglio una buona risoluzione per tempo? Tant’è: oramai ne son convinta… lui è più forte di me… quel diavolo tentatore esercita sul mio spirito una malìa irresistibile. Non sono più padrona di dirgli una parola o di guardarlo in faccia, senza sentirmi il viso che mi prende fuoco. Quando è in casa, non vedo il momento che vada fuori… Quando è fuori sono agitata, pensierosa, di malumore… fino a tanto che non è tornato a casa…Infame d’un uomo!… eppoi ha il coraggio di lagnarsi di Giorgio, perché tradì l’ospitalità dell’amico! E lui non farebbe anche peggio?.. Ma… ma c’è un caso, signorino bello; io non sono l’Emilia! oh! si persuada pure che io non sono l’Emilia. Animo, animo. Qui ci vuole una gran risoluzione: una risoluzione eroica, e senza mettere tempo in mezzo. Intanto cominceremo dal bruciare questa lettera, senza leggerla. Ho fatto male a leggere le altre… ma questa deve andare sul fuoco.
E a Clarenza si voltò risolutamente verso il caminetto, e fece l’atto di gettar la lettera: ma poi si trattenne, pensando:
- E se sentissero l’odore del foglio bruciato? La Norina è così sospettosa! Dio, che cosa penserebbe. È meglio strapparla, sì: è meglio strapparla… Ecco fatto: così non ci si pensa più!
E la lettera, divisa in due pezzi, rimase fra le dita della Clarenza.
- Mi dispiace di non aver guardato la data. Voleva almeno sapere se la lettera era scritta d’oggi o d’ieri. Guardiamo se fosse possibile di raccapezzare il giorno.
E così dicendo, riunì alla meglio insieme i due pezzi lacerati della lettera.
Mentre Clarenza cercava cogli occhi la data, le venne fatto di posar gli occhi su queste parole:
- «Adorata Clarenza!».
- «Adorata»!… sfacciato che non è altro. È la prima volta che si prende con me una simile confidenza. E quaggiù che cosa dice?
- «Sono stanco di vedermi trattato con tanta crudeltà».
- Se è stanco, tanto meglio: sono stanca anch’io, e così ci troviamo perfettamente d’accordo. Ma la data? È un’ora che cerco la data e non mi riesce di trovarla. Vediamo un poco -. E Clarenza seguitò a scorrere coll’occhio la lettera, e, con visibile agitazione, lesse fra i denti:
- «Sono stanco di vedermi trattato con tanta crudeltà. Vi ho supplicato mille volte per ottenere da voi dieci minuti… dieci minuti soli di libertà, per un colloquio intimo…».
- Cucù! – fece Clarenza, interrompendosi – io non sono mica l’Emilia! Caro signor conte, per questa volta avete sbagliato – poi continuò a leggere.
- «Clarenza! se è vero che non sapete il modo di procurarvi questi dieci minuti di libertà, permettetemi che ve lo suggerisca io. Stasera avete fissato di andare al teatro. Non potreste lasciarvi andare vostra sorella e trovare una scusa per rimanere in casa? dubitereste forse di me? Io credo di meritarmi la vostra fiducia, ed è appunto un atto di fiducia quello che vi domando. Se voi me lo negate, io non son degno di rimanere un’ora di più in questa casa, e faccio giuro a Dio (che vede il candore della mia intenzione) di andarmene questa sera medesima».
- Dio volesse – disse Clarenza, gettando i pezzi della lettera nel fuoco. – Almeno così sarò fuori d’ogni pericolo! Così potrò riacquistare la pace e la tranquillità, che ho perduta. Ma se ne anderà davvero? Dovrò starmene alla sua promessa, al suo giuramento? No, no: a scanso di pentimenti, è meglio che ci provveda da me e subito.
E suonò il campanello.
- Dov’è il padrone?
- È nel suo studio col marchese Sorbelli – rispose la Bettina.
- Che cosa fanno?
- Urlano e strillano come due calandre.
- Ebbene: quando avranno finito d’urlare, dirai a Federigo che passi da me: ho bisogno assolutamente di vederlo: hai capito?..
- Buona notte, Clarenza – disse Federigo, entrando in sala col cappello in capo e il paletot infilato addosso, in atto di uscir di casa.
- Giusto te! Dove scappi con tanta fretta?
- C’è giù, in carrozza, il marchese Sorbelli, che mi aspetta. Ho promesso di presentarlo stasera al nostro piccolo Comitato elettorale. E tu e la Norina che cosa fate? Andate dunque al teatro?
- Credo di sì: Valerio almeno ha promesso di venirci a prendere.
- Oh! se ha promesso non vi manca di certo.
- Volevo dirti una cosa.
- Dopo il teatro, se non ti dispiace. Oramai c’è il marchese che mi aspetta, e non voglio fare aspettare. È una cosa d’urgenza.
- Ti sbrigo in due parole. È indispensabile, assolutamente indispensabile che Mario domani se ne vada di casa nostra.
- Clarenza! ci sarebbe forse qualche cosa? – domandò Federigo, turbandosi e guardando in viso sua moglie.
- Il signor marchese lo attende – disse la Bettina, affacciandosi sull’uscio di sala.
- Vengo subito. Clarenza raccontami tutto francamente.
- E perché ti allarmi così.
- Ma dunque che cosa è stato?
- Nulla, nulla, il gran nulla.
- Voglio saper tutto.
- E io ti dirò tutto. In questa casa ci sono due donne…che non sono né vecchie né brutte… Il paese è pettegolo: e io non voglio ciarle intorno casa.
- Dimmi… forse la Norina?..
- Io ti ripeto che non voglio ciarle: e Mario, al più tardi domattina deve uscire di casa nostra.
- Bisognerà dirglielo con buona maniera.
- Con buonissima.
- O non potresti dirglielo tu? – domandò Federigo a sua moglie.
- Io no!
- Ma chi è che ha messo Mario in casa nostra?
- Io.
- E tu, allora, licenzialo.
- Nossignore: è una parte che tocca a te.
- Ma perché tocca a me?
- Oh! bella!… parla… perché tu sei il marito.
- Clarenza!
- Oh! insomma, quando ti dico che non c’è e nulla, mi par quasi un’indiscretezza quella d’insistere!…
- Pazienza! la parte da doversi fare è un po’ dura, e l’avrei ceduta volentieri a te: ma se la ho da far’io, la farò io. È urgente di molto?
- Se si potesse, meglio stasera: se no, domattina di certo.
- Il signor marchese!… – disse la Bettina affacciandosi di nuovo sulla porta.
- Ha ragione: eccomi subito; dimmi Bettina: il signor Mario è in casa? – domandò Federigo, con quella fretta agitata d’un uomo, che vuol levarsi un pensiero, prima di uscir di casa.
- Il signor Mario è andato via alle due – rispose Bettina – e non è più tornato. Son venuti ad avvertirlo che era arrivato suo zio, e che era alloggiato alla Locanda Maggiore.
- Suo zio? – replicò Federigo; – dunque il ministro è in paese?
- Par di sì – rispose Clarenza.
- Sai tu se Mario ricevesse mai risposta a quella famosa lettera?
- Credo di no.
- L’ho caro! proprio caro! – gridò Federigo, ridendo coi denti. – Io glielo dissi: bada Mario: non la mandare codesta lettera: ti farai canzonare. Nossignore: la volle mandare per forza. Ti rammenterai che si raccomandò a me, perché gliela facessi portare all’uffizio postale della stazione. D’altra parte, meglio così: se per disgrazia lo zio ministro, avesse contentato il nipote, oggi mi troverei in un curioso imbarazzo.
- In quale?
- Capirai bene, che bisognerebbe, che io rimandassi indietro la Croce!
- Uhm!… forse no!
- Forse, sì.
- Forse, no.
- Non c’è forse che tenga, cara mia: o siamo uomini, o siamo ragazzi…
- Basta, basta; il resto lo so a memoria – disse Clarenza, annoiata.
- È una questione di principii…
- Se ti dico che il resto lo so.
- Padroni, padronissimi, que’ signori del Ministero di averla con me…
- Se seguiti un altro poco, me ne vado.
- Del resto, – disse Federigo, saltando di palo in frasca, – mi dispiace che questo licenziamento di Mario, sia di tanta urgenza: caso diverso…
- Caso diverso, cioè?
- Caso diverso era una questione che fra due o tre giorni, tutt’al più, si sarebbe sciolta da se stessa.
- Sarebbe a dire?
- Mario fra due o tre giorni se ne va di certo.
- E dove va?
- Probabilmente partirà per un lungo viaggio attraverso la Germania.
- Solo?
- No, con sua moglie.
- Come! coll’Emilia?.. animo via; ma questo è uno scherzo – disse Clarenza, ridendo.
- Non è uno scherzo: è storia.
- O non si era parlato di separazione?..
- Ma che separazione! se ti dico che tutto quel chiasso non fu altro che una ragazzata di Mario!
- Cosicché marito e moglie sono in via d’intendersi, di accomodarsi?
- Tutto merito mio! In questi venticinque o trenta giorni, ho avuto un carteggio attivissimo coll’Emilia e con sua madre.
- Bravo davvero? e non mi hai detto nulla? – disse Clarenza, nascondendo a mala pena la bizza, che aveva nel sangue.
- Avevo il sigillo di confessione, Mario mi aveva fatto giurare che le trattative della riconciliazione sarebbero rimaste un segreto fra noi due!
- Senti! senti! – replicò Clarenza, con un certo risolino di canzonatura, – dunque il signor Mario voleva che la cosa fosse un segreto per tutti?
Poi, mutando intonazione, continuò:
- Quanto a te, lascia che te lo dica: hai fatto malissimo a entrar di mezzo in questo pasticcio.
- Perché?
- Perché un uomo prudente non mette mai bocca nei pettegolezzi fra marito e moglie… se si erano guastati, tanto peggio per loro: dovevano pensare a sbrigarsela.
- Non ti credevo così cattiva.
- Io non son cattiva: credo piuttosto d’avere un po’ di giudizio anche per chi non ne ha! Già, vedo bene che sarà una riconciliazione posticcia… Fra un mese, tutt’al più, saranno daccapo: e te la voglio dar lunga.
- Io poi, spero di no. Nell’esser di mezzo a questa faccenda, mi son dovuto persuadere che quei ragazzi, in fin dei conti, si vogliono moltissimo bene.
- Povero Federigo! come sei ingenuo alla tua età!…
- Padrona di darmi dell’ingenuo quanto ti pare. Io, però, ho veduto tutte le lettere che si sono scambiate fra marito e moglie, in questi ultimi giorni, e ti assicuro che mi paiono innamorati, peggio di prima!
- Davvero? E tu ci credi sul serio? Gua’; può darsi benissimo che l’Emilia sia innamorata ancora! Non dico di no; povera figliuola, ha un carattere così leggero!… ma in quanto a Mario, ne dubito assai… oh! ne dubito assai.
- Anche Mario è innamorato, credilo!
- Mario, no.
- No? e com’è che lo sai?
- Lo so… perché lo so…
- Cioè?
- Me l’ha detto lui.
- Lui? e perché te l’ha detto?
- Oh bella! perché gliel’ho domandato.
- A dirti la verità, mi pare una domanda un po’ indiscreta.
- A me, invece, mi pare naturalissima.
- Ebbene, se vuoi saperla tutta, Mario ti ha detto una bugia.
- Ci riparleremo a suo tempo.
- Ne vuoi una riprova di più? Figurati che la Bettina mi ha raccontato che ieri mattina, essendo entrata improvvisamente in camera di Mario, lo ha trovato col ritratto di sua moglie in mano, che lo copriva di baci.
- Imbecille!… lezioso… – fece la Clarenza con un garbo ineffabile di nausea e di dispetto. – Certe svenevolezze in un uomo non le posso soffrire… E poi… resta da vedersi se quel ritratto era veramente quello di sua moglie.
- Per codesto, lo era di certo. Tant’è vero che la Bettina mi disse: «Com’è bella la moglie del signor Mario! Somiglia tutta alla signora Clarenza!…».
( – Era il mio ritratto! grande imprudente!… – pensò la moglie di Federigo dentro di sé, facendosi rossa in viso; quindi seguitò a dire). – E questa riconciliazione quando avrà luogo?
- Fra due o tre giorni. L’Emilia ha scritto che ci farà sapere, per mezzo del telegrafo, il giorno preciso e il treno col quale arriverà alla stazione.
- Voglio sperare che anderanno alla locanda…
- È probabile.
- Non c’è probabile, né improbabile. Intendiamoci bene che in casa non ce li voglio… Hai capito?.. E i patti di questa conciliazione?
- Semplicissimi. Non una parola, nemmeno una sola parola sull’accaduto. I due sposi, incontrandosi alla stazione, si abbraccieranno, si bacieranno…
- Cari!… cari!… veramente cari!… Vuoi che te lo dica? Certe giuccherie mi fanno quasi schifo!…
- Quando poi avranno finite tutte le formalità di rigore, si tratterranno una mezza giornata, tanto per avere il tempo di fare i bauli e prendere il volo verso le regioni del Nord. È stabilito e concordato reciprocamente che il pellegrinaggio, all’estero, non debba durare meno d’un anno.
- Un anno?..
- Un anno: così è fissato, per la gran ragione che il mondo, che è di lingua lunga e di memoria breve, abbia tutto il tempo necessario per poter dimenticare ogni cosa.
- E se Mario non volesse partire?.. – domandò Clarenza, che rideva come una matta; per non far vedere le lagrime, che aveva negli occhi.
- Codesta è un’idea – disse Federigo.
- Un’idea! Si fa presto a dire un’idea… Chi lo sa: alle volte gli uomini sono così capricciosi:…
- Scusa veh, Clarenza: ma se è lui, Mario stesso in persona, che ha messa questa condizione del viaggio d’un anno!
(- Infame:… – mormorò fra i denti Clarenza – e vorrebbe che stasera lo aspettassi in casa… Guai a lui, se mi capita dinanzi!).
- Il signor marchese Sorbelli… – disse la Bettina, quasi mortificata di dover ripetere la stessa cosa.
- Povero marchese! ha mille, duemila ragioni. Ora poi vengo subito… – e Federigo così dicendo, andò a riprendere con grandissima fretta il cappello e il paletot, che, durante la conversazione, aveva posati sulla tavola di mezzo.
- Senti vieni un momento qua! – soggiunse la moglie, trattenendolo per un braccio.
- Lasciami andare.
- Ho pensato a una cosa.
- A che cosa?
- Trattandosi di aver pazienza per tre o quattro giorni ancora, credo che sarebbe meglio di aspettare e non dirgli nulla.
- Ebbene, aspettiamo… Io faccio a modo tuo… Zitta! se non sbaglio, questo è Mario: è la sua voce di certo.
- Animo, Federigo – disse Clarenza, che voleva restar sola, – non far più aspettare quel povero marchese.
- Vado subito. Dico una parola a Mario, e scappo.
- Al solito. Permettimi che te lo dica: mi pare una bella mancanza d’educazione quella di costringere una persona rispettabile, come il marchese Sorbelli, a farti quasi il servitore.
- Non te ne dar pensiero – replicò Federigo sorridendo. – Il marchese per ora è candidato; tocca dunque a lui a fare il comodo mio; quando poi sarà deputato, non dubitare, che toccherà pur troppo a me a fargli l’anticamera.
- Sei un grand’ostinato. Ebbene, se non vuoi andartene tu, me ne anderò io – e la Clarenza uscì dalla sala, che aveva un diavolo per capello.
- Che c’è di nuovo? – domandò Federigo a Mario, con una curiosità infantile.
- C’è qualche cosa – rispose Mario, sorridendo – e avevo quasi paura di non trovarti in casa.
- Qualche cosa di premura? Ha scritto l’Emilia?
- No. Dall’Emilia oramai non aspettiamo altro che il telegramma dell’arrivo: c’è un’altra notizia… la sai?
- Quale?
- È arrivato mio zio.
- Ah! è arrivato?.. – soggiunse Federigo, con indifferenza.
- Non ne sapevi nulla?
- Nulla. D’altra parte, che interesse vuoi tu che abbia per me l’arrivo d’un ministro? fra me e gli uomini del Governo, c’è un oceano di mezzo.
- Per carità – disse Mario, scherzando – non parliamo d’oceani! Ho conosciuto certi oceani, in politica, che si sono rasciugati da un momento all’altro, e son diventati tanti rigagnoli da potersi passare a piedi asciutti. Come ti sarai figurato, mio zio non rispose mai a quella lettera…
- Era facile indovinarlo.
- Peraltro ha risposto col fatto.
- Col fatto? cioè? come sarebbe a dire?..
- Il signor marchese Sorbelli… – bisbigliò la Bettina, sottovoce, avvicinandosi al suo padrone.
- Gran seccatore! Due minuti e scendo subito.
- Dice così che non vuole più aspettare – soggiunse pianissimo la vecchia cameriera.
- Che se ne vada, allora! – replicò Federigo; quindi rivolgendosi a Mario:
- Dunque, mi dicevi?..
- Dicevo che il ministro mi ha consegnato un plico per te.
- Un plico per me?.. io non so di dover ricevere alcun plico dal Ministero.
- Caro mio; ambasciatore non porta pena – e così dicendo, Mario trasse di tasca un plico, e lo consegnò al marito di Clarenza, il quale, passandoci sopra gli occhi, vi lesse con voce quasi tremante: – «Al cavaliere Federigo Fabiani». Ah! finalmente!… – esclamò Federigo.
- Cioè?
- Voglio dire – rispose l’altro, frenando a stento la propria emozione. – Voglio dire che finalmente doveva capitarmi addosso anche questo malanno. Mario? abbi pazienza se te lo dico. ma mi hai fatto un brutto scherzo.
- Caro mio: io non ci ho colpa.
- Vedi un po’ in quale imbarazzo mi hai messo. Tu sai benissimo che io sono un uomo logico, un uomo conseguente…
- Ebbene.
- Ebbene, io non accetterei una distinzione, che mi viene da un Ministero, che ho sempre combattuto.
- Se non la vuoi; e tu rimandala.
- Rimandarla! è presto detto. E tuo zio?.. è un affronto bello e buono, che farei a lui.
- Se fossi in te, non avrei tanti riguardi; rimanderei la croce, e felicissima notte.
Federigo rimase muto e soprappensiero, per due minuti: poi, voltandosi all’amico, gli domandò tranquillamente:
- Dimmi un poco: come si costuma in queste circostanze disgraziate? Usa scrivere una lettera di ringraziamento?..
- Per il solito, sì.
- Ma io, resta inteso che non rispondo nulla – disse Federigo, ingrossando la voce.
- Padronissimo – rispose Mario, che aveva capito il debole dell’amico. – Nessuno ti può costringere a fare una cosa contro coscienza.
- Tutt’al più potrei rispondere due versi… due soli versi di formalità… tanto per far sapere che ho ricevuto il plico.
- Basta, e ce n’è d’avanzo.
Federigo andò al tavolino di mezzo, e preso un foglio da lettere, e postoselo davanti, disse a Mario:
- Fammi il piacere: tu che hai pratica in certe cose… dettami queste poche parole. Intendiamoci bene: parole liberalissime e senza ombra di cortigianeria.
- Vai pur là, e scrivi – replicò Mario, avvicinandosi al caminetto; e a voce alta, cominciò a dettare: – «Signor ministro».
- «Signor…» dimmi un poco – domandò l’altro, alzando il capo e smettendo di scrivere – non sarebbe meglio di dargli un po’ d’Eccellenza.
- Fai tu: ma la frase «Signor ministro» è molto più franca e più disinvolta.
- È vero; ma i ministri, credilo a me, ci tengono all’Eccellenza: le so certe cose. Vuoi fare a modo mio? Diamogli dell’Eccellenza.
- Diamogli dell’Eccellenza – soggiunse Mario, ridendo: poi seguitò a dettare: – «Sono sensibile all’onore…».
- Quel «sensibile» mi pare un po’ corto – osservò Federigo. – Se mettessimo invece «sensibilissimo?».
- Hai ragione. «Sensibilissimo» è più lungo. Dunque comincia così: «Sono sensibilissimo all’onore…».
- Onore… onore! – borbottò fra i denti Federigo. – E non credi che sarebbe meglio detto «all’alto onore?».
- Alto? in questo caso mi pare un vocabolo un po’ troppo ampolloso.
- Ampolloso, no. Anzi mi pare un vocabolo comunissimo e che si adopera continuamente. Diffatti si dice «alta stima» e alta considerazione… anche quando si scrive per non dir nulla.
- Vedo, amico mio – disse Mario, annoiato – che ne sai più di me: dunque scriviti da te la tua lettera: eppoi, se credi, gliela posso portar io.
- Mi farai un vero regalo – rispose Federigo. Quindi scrisse la lettera in pochi minuti, la chiuse in una busta, e, consegnandola al conte, gli disse con un tuono di voce cupo e malinconico: – Ora ho bisogno che tu mi dia una prova di vera amicizia.
- Parla.
- Tu sai il peso, che io ho sempre dato a questi gingilli, a questi giuocattoli da fanciulli…
- Lo so! lo so… – interruppe l’altro, ridendosela sotto i baffi.
- Orbene: vorrei che questa cosa restasse un segreto fra noi due: che non la sapesse nemmeno l’aria. Che vuoi che ti dica? Sento qualche cosa qui che mi ripugna – (e si toccava lo stomaco dalla parte del cuore). – Capisco che l’uomo è un animale di abitudine, e che in questo mondo ci si avvezza a tutto: ma, ora come ora, dico la verità, sento che non saprei rassegnarmi a sentirmi chiamare cavaliere.
- Intendo benissimo la tua ripugnanza… ed eccoti la mano. Giuro solennemente di non parlarne a nessuno.
- Siamo intesi: a nessuno!
- A nessuno!
Clarenza entrò in sala: forse credeva di trovarvi Mario solo: ma visto che c’era anche Federigo, rimase piuttosto male; e voltasi con garbo dispettoso verso il marito, gli disse:
- Come? sei sempre qui?
- Sempre qui! – rispose l’altro, senza alzare il capo, e accompagnando la risposta con una specie di sospiro.
- Che cos’hai? che cosa ti è accaduto?
- Nulla, nulla.
- Ditelo voi, Mario; che cosa c’è stato? – domandò Clarenza, un poco impensierita.
- Ti ripeto, che non c’è stato nulla – gridò Federigo, arrabbiandosi. – Una delle mie solite fortune. Guarda! – e, nel dir così, si cavò di tasca il plico del Ministero, e lo passò in mano alla moglie.
Clarenza posò gli occhi sull’indirizzo: e dopo aver vista la provenienza, e dopo aver letto sulla sopraccarta «Al cavalier Federigo Fabiani» restituì la lettera al marito, esclamando con vera consolazione:
- Oh! sia ringraziato il cielo! Finalmente sarai contento!
- Contento io? io? Vai pur là, che l’hai indovinata.
- Quanto a me, lo dico francamente, sono contentissima.
- Tutte uguali le donne! – disse Federigo, ingrossando la voce. – Avete una vanità che passa qualunque misura. Per altro, Clarenza, intendiamoci bene. Ti avverto una volta per tutte. Sappi che questa cosa deve restare un segreto fra noi tre – (accennando anche a Mario). – Dunque bada bene di non lo dire a nessuno! A nessuno, e specialmente a quella ciarliera della Norina.
- Signor cavaliere, i miei rispetti – disse la Norina, saltando in sala, e inchinandosi comicamente dinanzi cognato.
- Ah! Norina! – replicò Federigo, facendo l’impermalito – questa tua indiscretezza… questa tua smania di ficcare il naso dappertutto mi comincia a seccare. Con una donna, come te, fra i piedi. è inutile che in una casa ci sieno gli usci e le porte.
- Inutile?
- Inutilissimo. Perché almeno ho sentito dir sempre che gli usci erano fatti apposta per impedire agli altri che sappiano ciò che vogliamo che non si sappia.
- È un’idea anche codesta – soggiunse la Norina, ridendo. – Non tutti si pensa allo stesso modo. Io, per esempio, ho creduto sempre che gli usci fossero fatti unicamente per poter stare a sentire ciò che dicono gli altri. È un’opinione come la tua, e va rispettata.
- Non ne discorriamo più per oggi. Ti avverto di serbare il segreto: e non ne facciamo parola con nessuno! con nessuno. A proposito: ma che il marchese Sorbelli sia sempre giù ad aspettarmi? Sentiamo un poco.
E Federigo suonò il campanello.
- Ha suonato lei, signor Federigo?. – disse la Bettina, entrando in sala.
- Brava, Bettina! Così mi piace: chiamami sempre Federigo.
- O come vuol che lo chiami?
- Guai a te, se una volta, una volta sola, ti scappa detto cavaliere.
- Come! come! – gridò la vecchia cameriera, tutta allegra – che è stato fatto cavaliere, lei? l’ho caro davvero! era tanto, povero padrone, che se ne struggeva!…
- Mi struggevo, un corno! Non discorrer tanto, e guarda piuttosto a quel che ti dico: ti ripeto dunque che io mi chiamo Federigo, che voglio esser chiamato Federigo, e in casa mia non ci debbono essere né cavalieri, né commendatori. Dillo subito anche a Francesco e al cuoco.
- Non dubiti, signor cavaliere.
- Basta così. Volevo ora domandarti una cosa; il marchese è partito?
- Sarà quasi una mezz’ora – disse la Bettina. – Soffiava come un istrice. Se sapesse quante cosacce ha detto!…
- Contro me?
- Contro lei!
- Bravo signor marchese: faremo i conti a suo tempo. Lo aspetto, all’urna, non dubiti, lo aspetto all’urna! Curiosi questi nobilucci di vecchia data. Perché hanno un po’ di titolo, trovato fra i ragnateli di casa, gli par d’essere Dio sa che!… Quant’a me, per esempio, non baratterei la mia modestissima croce di cavaliere con tutti i loro stemmi gentilizi: dico bene?..
- Santamente! – soggiunse Mario; – dimmi una cosa: e ora, verso qual parte sei indirizzato?
- Che si domanda? – rispose Federigo, guardando l’orologio. – È la mia ora: io, secondo il mio solito (un’abitudine oramai di dieci anni), vado in casa Appiani a far la mia partita a scacchi.
- Non puoi lasciarla per una sera? – chiese il conte.
- Impossibile: son sicuro che questa notte non potrei dormire.
- Non ti dissimulo, che mi dispiace.
- Ti dispiace? e perché?
- Perché il ministro avrebbe desiderato di vederti.
- Me?.. – domandò Federigo, a cui la troppa e improvvisa contentezza fece mandar fuori una nota di falsetto.
- Te in persona. E aggiungi che io gli avevo promesso di accompagnarti stasera da lui!
- Hai fatto male… cioè, non dico che tu abbia fatto male… ma, insomma, che cosa vuole il signor ministro da me?
- Non lo so!
- Il conte non lo sa – interruppe Clarenza – ma è facile supporlo. Il ministro sa che tu sei un brav’uomo, un uomo onesto, una persona moltissimo influente… ed è naturale che desideri di conoscerti personalmente e di stringerti la mano.
- Troppo buono, il signor ministro: ma non ci vado! – disse Federigo, atteggiandosi a uomo inflessibile e resoluto.
- Pazienza! – replicò Mario, facendo l’atto di non voler più insistere.
- Ti prego, peraltro, di fargli le mie scuse.
- Non c’è bisogno di scuse. Hai le tue buone ragioni per non volerci venire, e basta così!
- E perché non ci vai? – domandò Clarenza, alla quale dispiaceva questa strana cocciutaggine del marito.
- Oh! bella! non ci vado, perché non mi conviene. È una questione di fierezza di carattere e di sentimento della propria dignità, e le donne non possono intendere certe cose.
- Io ti comprendo benissimo! – disse Mario, soffiandosi il naso, per tappare una risata insolentissima.
- E tu, quando ritorni da tuo zio?
- Ci ritorno subito: appena che esco di qui. Intanto gli porterò la tua lettera e gli farò le tue scuse.
- Se mi aspetti due minuti, possiamo fare un pezzo di strada insieme.
- Ho fretta.
- Due minuti soli.
- Ti prego dunque di far presto.
- Il tempo che ci vuole, per cambiarmi questo soprabito, che comincia a essere un po’ troppo grave per la stagione.
E Federigo uscì dalla sala.
- Ditemi, Mario, e vostro zio si trattiene molto? – domandò Clarenza, tanto per dir qualche cosa, e per dissimular la sua stizza per la Norina, che si ostinava a non volersene andare.
- Mio zio parte stasera col treno delle otto e mezzo per San Giusto.
- Senti!
- E, probabilmente, io gli terrò compagnia.
- Partite anche voi?.. – chiese Clarenza, strascicando la voce con un po’ di canzonatura.
- Non è punto difficile.
- E quando sarete di ritorno?
- Chi lo sa. Non lo so nemmeno io. Dipende tutto da una risposta, che aspetto… – disse, guardando negli occhi la graziosa moglie di Federigo, quindi soggiunse subito, per non dar tempo alla Norina di fantasticare:
- E queste due belle signore vanno poi stasera al teatro?
- Sì – rispose la Norina. – Aspettiamo giusto il signor Valerio, il quale ha promesso di accompagnarci.
- C’è una bella commedia?
- Non lo so davvero: io vado al teatro, per andare al teatro.
- E io vado al teatro per non restare in casa – soggiunse Clarenza, accentando leggermente le ultime parole.
- Scommetto che avete un po’ di paura a restar sola in casa? – domandò il conte, sorridendo con intenzione.
- L’avete indovinata! Ho paura della noia. Tre ore di solitudine sono troppo lunghe. Che ora avete, Mario?
- Le otto vicine.
- Se indugiate un altro poco, perderete il treno, e non potrete più accompagnare vostro zio.
- Aspetto quel benedetto uomo di Federigo… Oh! Ma c’è tutto il tempo necessario: il treno dovrebbe passare alle otto e mezzo, e ritarda sempre nove o dieci minuti…Scusate, signora Clarenza: e perché ridete?
- Rido a vedervi dire le bugie con tanta serietà.
- Cioè?
- Per vostra regola, voi stasera non partite!
- Vi giuro che parto. L’ho promesso a mio zio. E perché, scusatemi, dovrei dirvi una cosa per un’altra?..
- O San Giusto! – continuò a dire Clarenza, ridendo sguaiatamente di un riso forzato. – Guarda, per l’appunto!… E che cosa andate a fare a San Giusto?..
- Ho là qualche piccolo affaretto.
- Non è vero.
- Scusate Clarenza: ma perché mi date una mentita?
- Io non vi do nessuna mentita: vi dico semplicemente che non è vero! – replicò Clarenza, che, senza avvedersene, era diventata seria e quasi dispettosa.
- Il signor Leonetto! – disse il giornalista, affacciandosi in sala, e annunziando se medesimo.
- Oh! che miracolo è questo? – domandò la Norina, facendogli segno di venire innanzi.
- Scusatemi, mie belle signore, se vi disturbo: Federigo è uscito?
- Federigo sarà qui fra minuti – rispose Clarenza.
- Ho bisogno di vederlo per una certa cosa… d’urgenza… Intanto profitterò dell’occasione per stringergli la mano e per dargli il mi-rallegro.
- Come l’avete saputo?
- La Bettina mi ha detto tutto. Anzi, se vi contentate, vorrei fargli una specie di sorpresa… Vorrei annunziare la sua nomina nel giornale di domani.
E nel dir così trasse di tasca una matita e un pezzetto di carta; e, dopo avere scritto pochi versi, si voltò alla padrona di casa, dicendole:
- Scusate, signora Clarenza: vi dispiacerebbe di mandare il vostro Francesco alla stamperia del giornale con questo piccolo avviso? -
- Figuratevi!…
E Clarenza chiamò la Bettina, e le dié il biglietto, con ordine premuroso di farlo portar subito da Francesco alla stamperia del «Giornale della Provincia».
- Son pronto! – disse Federigo, entrando in sala, tutto vestito, in abito nero, cravatta bianca, guanti perlati e paletot chiaro sul braccio.
- Bene! bene! – gridò Mario ridendo – dunque ti sei pentito? vieni anche tu dal ministro?
- E perché?..
- Me lo figuro! ti vedo in abito di visita officiale!…
- Officiale?.. tutt’altro che officiale! Mi son cambiato vestito, perché con quell’altro scoppiavo dal caldo.
- Dunque, vieni o non vieni?
- Impossibile, credilo, impossibile! Chiedimi piuttosto un bicchier del mio sangue, e non ti dico di no… ma dal ministro…
- Ebbene, non se ne parli più: dunque io posso andarmene?
- Se mi aspetti, si fa la strada insieme e ti accompagno fin là.
- Fino a dove?
- Fino alla Locanda Maggiore. Per me, è tutta strada.
- Siamo giusti! Quando hai fatto tanto di arrivar lì, puoi anche salire le scale – disse Clarenza.
- Non salgo! quando ho detto che non salgo, non salgo. Tutt’al più, posso aspettarti giù abbasso, nella stanza del burò.
- E se il ministro, per caso, viene a sapere che sei giù ad aspettarmi…
- Oh! insomma: non salgo. Ti accompagno, ti aspetto, ma… ma non salirò mai le scale del potere.
Federigo, credendo di aver detto una bella cosa, si accarezzò il mento, con visibile compiacenza.
- Dunque, Federigo, ti si può stringere la mano? – domandò Leonetto, facendosi avanti.
- Caro mio. è un tegolo che mi è cascato all’improvviso sulla testa. Io ti giuro che non ne sapevo nulla! proprio il gran nulla!…
- Vedrai annunziata la tua nomina nel giornale di domani! – soggiunse il giornalista, per dirgli subito una cosa gradita.
- Hai fatto malissimo.
- Davvero?
- Avrei desiderato che di questa cosa se ne facesse un segreto! Non ti nascondo che mi hai dato un vero dispiacere!…
- Quand’è così, si fa presto a rimediarci… – disse Leonetto, avviandosi in fretta, per uscir dalla sala.
- E ora dove scappi? – gli domandò Federigo, trattenendolo per un braccio.
- Corro alla stamperia, a far sospendere l’annunzio. Siamo sempre in tempo.
- Oramai lascia andare – soggiunse il marito di Clarenza. – Poco bene e poco male: tanto si tratta del giornale della provincia. È un giornale che non lo legge nessuno.
- Il biglietto è già alla stamperia – disse Francesco, presentandosi sulla porta, con una sacca da viaggio in mano. – Dica signor Mario, questa sacca dove la devo portare?
- Alla stazione: e lasciala in consegna al signor Pietrino.
- È deciso davvero! – bisbigliò sottovoce Clarenza, mordendosi per la bizza il labbro di sotto.
- Dunque, mie belle signore, avete comandi da darmi per San Giusto? – disse il conte, con grazia e con moltissima indifferenza.
- Grazie, Mario – rispose la Norina.
- Allora buona notte e buon divertimento…
- E a rivederci a quando? – domandò Clarenza, ingegnandosi di far la disinvolta.
- Chi lo sa!… forse domani e forse fra una settimana.
Clarenza, che si era alzata in piedi, si avvicinò al conte, e cogliendo un momento che tutti gli altri parlavano fra loro, gli domandò pianissimo, ma con accento vibrato:
- Partite davvero?..
- Andate proprio al teatro? – sussurrò Mario, dando alla moglie di Federigo un’occhiata significantissima.
- Sbrighiamoci Mario – gridò Federigo, voltandosi a un tratto. – Ho fatto tardi; e gli scacchi mi aspettano.
E il conte e Federigo si congedarono in fretta e se ne andarono.
Norina si affacciò sulla porta, per accertarsi se Mario era proprio uscito; quindi uscì anche lei, dicendo alla sorella:
- Io vado, intanto, di là a prendere la mantiglia e il cappuccio: e tu?
- La mia toelette è bell’e fatta – disse Clarenza, guardandosi nello specchio. – Per quel teatro lì, è anche troppo lusso!…
Appena Leonetto rimase solo con la moglie di Federigo, prese una certa aria di collegiale vergognoso: e, quasi avesse avuto bisogno di cercare le parole adatte, per incominciare, balbettò confusamente…
- Ditemi… signora Clarenza, vorreste mettere una buona parola per me con vostro marito?
- Figuratevi; – rispose l’altra. – Con tutto il piacere. E di che si tratta?..
- Ecco di che si tratta… voi sapete dicerto… o anche se per caso non lo sapete, ve lo dico io, che c’è vacante il posto di direttrice nell’Istituto Azeglio… Vostro marito, come uno dei principali sovventori di quell’Istituto, ha molta voce in capitolo… Vorreste raccomandargli per quel posto una persona di mia conoscenza?..
- Di Vostra conoscenza? – replicò Clarenza, guardando il giornalista con una specie di curiosità maligna.
- Di mia conoscenza – soggiunse Leonetto seriamente – e che… m’interessa moltissimo!…
- Forse una vostra parente?
- Qualche cosa di più!
- Di più?.. e questa persona sarebbe?..
- La signorina Armanda, quella stessa della quale abbiamo parlato insieme qualche tempo fa.
- Ah! signor Leonetto! – disse Clarenza, alzandosi in piedi e coll’accento della persona offesa. – Dico la verità: mi fa meraviglia che possiate raccomandarmi per un impiego tanto delicato una persona… di quel genere!
- Domando scusa! – riprese il giornalista, che era diventato rosso come una ciliegia (bel fatto per un giornalista!). – Vi giuro, sull’onor mio, che quella giovine…
- E perché volete sciupare il tempo a giurare? Non vi rammentate che mi avete detto voi stesso, capite bene, voi stesso, che quella signorina girava per il mondo, facendosi chiamare provvisoriamente Armanda. Tocca forse a me a dirvi a qual famiglia appartengono le donne…senza domicilio fisso, e che cambiano di nome come di pettinatura?
- Signora Clarenza, avete ragione: – disse Leonetto confuso e mortificato. – Ma se io vi rispondessi che quel giorno, parlando con tanta leggerezza di Armanda, credevo di essere un giovane di spirito, mentre dopo mi son dovuto persuadere che non ero altro che un imbecille e un volgarissimo calunniatore?
- Non c’è dubbio – osservò Clarenza con grazia: – è una ritrattazione spontanea e fatta lealmente… ma ha un piccolo difetto…
- Quale?
- Giunge un pochino tardi.
- Non ho altro da aggiungere! – disse il giornalista, alzandosi in atto di volersi congedare.
- Sentite, Leonetto: non fuggite; ho anche io bisogno di chiedervi un favore.
- Son qua.
- Parlatene direttamente con mio marito di questa…persona… che v’interessa tanto; ma dispensatemi me dal metterci bocca.
- Ebbene, signora Clarenza – disse Leonetto con accento franco e risoluto – la mia delicatezza non mi permette di lasciarvi sotto la triste impressione che io abbia voluto abusare della vostra buona fede e della vostra squisita cortesia.
- Abusare?.. no davvero.
- A giustificazione della raccomandazione che vi ho fatto, sento il bisogno assoluto di confidarvi una cosa, che finora è un segreto per tutti. Fra qualche giorno Armanda porterà il mio nome!
- Come?.. voi?..
- È così, signora Clarenza…
- In questo caso, amor mio, sono mortificatissima di aver detto qualche parola forse un po’… acerba, ma spero vorrete convenir meco che la colpa, in fin dei conti, non è tutta mia.
- Ve lo ripeto: avete mille ragioni. Io sono stato un gran ragazzo: e oggi pago il fio della mia leggerezza…
- Consolatevi, Leonetto! – disse Clarenza sorridendo e stendendogli la mano – non siete il solo! Ne ho conosciuti degli altri, che hanno finito collo sposare la donna, della quale si erano lavati la bocca.
- E questo signor Valerio non si è veduto ancora? – domandò la Norina, entrando in sala, colla mantiglia sul braccio.
- Eccomi qua – disse Valerio presentandosi sulla porta di fondo. – Vi ho fatto forse aspettare?
- No davvero. Anzi possiamo trattenerci un altro poco. Quanto a me, non mi è piaciuto mai di arrivare in teatro, all’alzata del sipario. Sì, par di quella gentuccia, che va al teatro, proprio per lo spettacolo, non è vero?… E tu, Clarenza, che cosa fai che non mandi a prendere intanto la tua roba?
- Oramai non vengo più – rispose la moglie di Federigo, facendo l’annoiata, e appoggiandosi con stanchezza il capo alla spalliera della sedia. – Per questa sera, rimango in casa.
- Rimani in casa? – replicò vivacemente la sorella.
- Mi par fatica a uscire!… eppoi a dirti la verità, io sono come Valerio: mi diverto moltissimo alla musica: ma la prosa… oh! Dio!… la prosa!…
- Per me, – disse Valerio, – la prosa è sempre prosa.
- Anche quand’è in poesia! – soggiunse ridendo la moglie di Federigo.
La Norina era rimasta incantata: pensava a qualche cosa con una fissazione insolita in lei. Quando si riscosse, mormorò fra i denti: L’affare si fa serio… e di molto!…Speriamo che la mia lettera sia giunta in tempo! E se no, pazienza! Sono cose di questo mondo.
Quindi, data una scrollatina di spalle, riprese la sua solita spensieratezza e il suo solito buon umore, e rivoltasi verso il giornalista, gli domandò ridendo:
- E così, Leonetto, come funziona quel famoso vecchio termometro?..
Il giornalista voleva fare l’astratto, l’uomo assorto in gravi pensieri, ma la Norina, con una sbadataggine infantile e petulante, insisté:
- E quei poveri capelli? Sono rimasti sempre a trentanove e mezzo, oppure in questo tempo han figliato? La sapete, Valerio, la storia dei trentanove capelli e del vecchio termometro? – (e qui una grandissima risata).
- Basta, basta, Norina – disse Clarenza, impietosita dalle ineffabili torture, che pativa il povero Leonetto. – Come sei prolissa! quando cominci, non la finisci più!
In questo mentre, la Bettina entrò tutta frettolosa in sala, annunziando:
- La signora contessa Emilia.
Quadro di stupore e di sorpresa universale!
Dopo tutti i baci e tutti gli abbracci, che si scambiano in simili circostanze, tutte le donne che si vogliono bene e quelle che non si possono soffrire fra loro, Clarenza, per la prima, gridò, tenendo l’amica per tutte e due le mani.
- Ma questa è una carissima improvvisata!
- E Mario dov’è? – domandò l’Emilia.
- Mario per questa sera non lo potrai vedere! – soggiunse la Norina, tutta contenta che la sua lettera fosse arrivata in tempo.
- E perché non lo posso vedere?
- Perché partiva col treno delle otto e mezzo per San Giusto. Accompagnava il ministro.
- Lo zio dunque è stato qui?
- Si è trattenuto poche ore.
- L’avrei veduto tanto volentieri. E Federigo?.. Quella perla d’uomo di tuo marito? – disse volgendosi a Clarenza.
- Sta benissimo: ma anche lui è fuori. A quest’ora sarà in casa Appiani a fare la sua solita partita a scacchi fino a mezzanotte.
- Scommetto, Clarenza, che tu non mi aspettavi… stasera?…
- Io no!… – rispose l’altra, un po’ sconcertata dalle occhiate indagatrici e penetranti, colle quali la saettava la moglie di Mario. – Stasera non ti aspettavo… ma però sapevo che saresti stata qui fra due o tre giorni al più lungo.
- È vero!… ho voluto anticipare la mia gita di qualche ora… e ti dirò perché. È stato un capriccio… m’ero messa nell’idea di arrivare qui all’improvviso, senza che nessuno ne sapesse nulla… e specialmente Mario…
- Una sorpresa?
- Precisamente.
Così dicendo, l’Emilia prese per la mano le due amiche, e dopo averle condotte con molta disinvoltura verso il pianoforte, situato in un angolo della sala, disse loro pianissimo, e con un certo garbo comico della fisonomia:
- Con voi non ho misteri, e posso anche dirvi il motivo di questa bizzarra risoluzione. Pochi giorni addietro ho ricevuto per la posta una lettera, che veniva di qui…una lettera anonima e curiosissima…
- La mia lettera! – bisbigliò dentro di sé la Norina.. Ero certissima che avrebbe fatto il suo effetto.
- Comincerò dal dirvi che la lettera era firmata Folletto. -. e che, fra le altre cose, era piena di spropositi d’ortografia!…
- Sguaiata! – mormorò la sorella di Clarenza: poi aggiunse forte: – Bada veh! che forse saranno stati spropositi fatti apposta… per nascondere la mano della persona che scriveva.
- No, no – replicò vivacemente la contessa – ti assicuro che erano spropositi spontanei, legittimi, cascati giù dalla penna con tutta naturalezza. Ma questo importa poco. Io so benissimo il conto che si dovrebbe fare delle lettere anonime: ma bisognerebbe aver la forza di poterle strappare prima di leggerle. Una volta lette, è finita: ti paiono più vere delle lettere vere. Il fatto sta che Folletto si diverte a darmi dei ragguagli curiosi… molto curiosi sulla vita, che mio marito conduce qui -. (E l’Emilia, con una volubilità prodigiosa, fissava gli occhi in viso ora alla Clarenza, ora alla Norina: ma particolarmente poi alla Clarenza). – La lettera, chi lo sa perché, è scritta tutta in un linguaggio bizzarro; come quello delle favole del Clasio e del Pignotti. Figuratevi, per darvene un’idea, che parla d’un certo farfallone che per ingannare la solitudine e il mal umore si è messo a far la corte e a svolazzare intorno a un fiore: beninteso, dice Folletto, intorno a un fiore di giardino chiuso. Il farfallone e il fiore stanno vicinissimi di casa: quasi, sotto il medesimo tetto… Il fiore, per ora, ha resistito a tutte le tentazioni: ma se la sua virtù lo abbandonasse? Venite subito qua, conclude l’autore della lettera; la vostra presenza metterà giudizio alla farfalla: e così salverete l’onore del fiore e la tranquillità di quel buon uomo del giardiniere… Anzi mi ricordo benissimo, che, invece di giardiniere, c’è scritto gardinere, senza l’i.
- Gardinere? – ripeté la Norina impermalita. – Mi pare impossibile!
- Cioè?
- Voglio dire – soggiunse, ripigliandosi in tempo – mi pare impossibile che il signor Folletto non sappia che c’è bisogno dell’i per scrivere giardiniere. Sono i primi principii della lingua italiana, che sappiamo tutti a memoria come l’Avemmaria.
- Sia favola o storia? – domandò l’Emilia, senza perder d’occhio la fisonomia delle due sorelle. – che cosa ne dici, Clarenza?..
- Per me è tutta una favola – rispose la moglie di Federigo, studiandosi di dissimulare l’agitazione che aveva addosso. – Ma, bada! potrebbe anche darsi che ci fosse un po’ di storia.
- Nessuna di voi si è accorta mai di nulla?..
- Di nulla! proprio di nulla! – replicarono all’unisono le due sorelle.
- La credo una favola anch’io! – continuò a dire la contessa. – Più ci penso, e più mi pare impossibile che Mario potesse esser capace… specialmente ora… in questo momento…
- Per codesto, cara mia, io credo gli uomini capaci di qualunque cosa… fuori che d’una buona azione! – disse Clarenza con l’accento della bizza mal repressa.
- Con tutti i vostri discorsi, mi fate far la mezzanotte in casa! – soggiunse la Norina, contentissima di poter interrompere una conversazione, che minacciava di diventar pericolosa. – Io vado al teatro. Vuoi venire anche tu? – domandò all’Emilia.
- In quest’arnese da viaggio?
- Stai benissimo.
- Ebbene, verrò al teatro anch’io. Così la serata passerà più presto.
- Addio a poi, Clarenza! – disse la Norina, mettendosi la mantiglia sulle spalle.
- Come! tu rimani in casa? – chiese la contessa con un accento di curiosità singolarissima.
- Sì rimango in casa. Non mi sento benissimo.
- Ti senti male? Oh povera Clarenza! In questo caso, non vado al teatro neanch’io! Voglio restare a farti un po’ di compagnia.
- Ti prego, Emilia, non far complimenti con me!
- Ti dico che non vado!
- Bada, ti annoierai. Debbo avvertirti che quando mi prende questo maledettissimo dolor di capo, ho bisogno di dormire almeno un par d’ore.
- Dormi pure. Dormirò anch’io! Ne ho tanto bisogno. Figurati che mi sono alzata alle otto!…
- Fai come credi!…
- Eppoi… te ne voglio dire un’altra: qui, nel cuore, ho un presentimento curioso! Lo so da me che è una scioccheria, una cosa senza senso comune… ma pure mi son messa in capo che Mario… debba tornare a casa da un momento all’altro.
- Se ti dico che è partito!…
- Avrà detto di partire… ma poi è così sfatato!… Chi ti dice a te che non abbia fatto tardi?
- Dov’è, dov’è questa signora Emilia? – gridò Federigo, entrando in sala e andando a stringere la mano alla contessa.
- Come avete saputo del mio arrivo?..
- Quella buona donna della Bettina! Appena sono entrato in casa, la Bettina mi ha detto: sa, cavaliere, chi è arrivato?
- Cavaliere!… – domandò l’Emilia in atto di rallegrarsi.
- Per carità, contessa, chiamatemi Federigo, come mi avete chiamato finora! o ci guastiamo. Peccato del resto che siate arrivata un po’ tardi.
- Tardi?.. e perché? io spero, invece, di essere arrivata in tempo… almeno non voglio perder quest’illusione! – soggiunse l’altra con quel fare sbadato della persona che parla a caso: e nello stesso tempo lanciò alla Clarenza un’occhiata rapidissima, che parve uno di quei baleni di luce, prodotti da un piccolo specchio agitato sotto uno spiraglio di sole.
- Un’ora più presto – continuò Federigo – e avreste trovato Mario in casa. Ormai per questa sera ci vuol pazienza.
- E quando ha detto di tornare?..
- Forse, domani, col treno di mezzogiorno.
- È proprio partito?
- L’ho accompagnato io fino alla stazione: o per dir meglio, li ho accompagnati tutti e due, lui e il ministro.
- E avete aspettato che il treno partisse?
- No!
- Allora, ho sempre una speranza!
- Avrei aspettato volentieri, ma quel benedetto uomo di Mario ha cominciato a dire che l’aria era rinfrescata, e che io avrei fatto bene a venir subito a casa a mutarmi di vestito.
- È così pieno d’attenzioni mio marito, alle volte!
- A proposito di attenzioni, sapete che il vostro Mario mi ha fatto stasera una di quelle birichinate, che me ne ricorderò per tutta la vita!
- Che cosa vi ha fatto?
- Sentite, e giudicate voi se non passa quasi il limite dello scherzo. Appena uscito di casa, un’ora fa, siamo andati alla Locanda Maggiore, dove era albergato il ministro. Premetto che io gli aveva dichiarato anticipatamente che in nessun modo volevo esser presentato a Sua Eccellenza. Avevo le mie ragioni per serbare questo contegno e basta. È tutta una questione di principii, e coi principii non si scherza! Giunti che siamo alla locanda dico a Mario. «Vai pur tu, e fai tutto il tuo comodo: io ti aspetto qui fuori, passeggiando e pigliando una boccata d’aria.». Dopo pochi minuti, che ero lì sulla porta dell’albergo, eccoti che scende le scale un giovine, pulitamente vestito, il quale, presentandosi a me e titubando, mi dice: «Scusi: è il cavaliere Fabiani?». «Per ubbidirla» rispondo io. «Cavaliere! il signor ministro la prega di salire un momento da lui». «Grazie… non posso davvero… eppoi in questo abito». «Io la prego, cavaliere, da parte di Sua Eccellenza». «Un’altra volta… stasera è impossibile». Insomma, cavaliere di qui, cavaliere di là, cavaliere di sotto, cavaliere di sopra, ho dovuto arrendermi, e ho finito col rassegnarmi a salire le scale della Locanda Maggiore. Quelle scale saranno sempre il più gran rimorso della mia vita!
- Se indugiamo dell’altro – disse la Norina, alzando la voce – vedo bene che arriveremo a commedia finita.
- Io son pronto – replicò Valerio, infilandosi i guanti.
- E voi, Leonetto, ci accompagnate? – domandò la sorella di Clarenza.
- Sarei venuto volentierissimo anch’io: ma per l’appunto sono impegnato. Bisogna che fra un quarto d’ora mi trovi al municipio.
- Qualche matrimonio forse? – domandò Federigo.
- Precisamente – rispose il giornalista. – Sono testimonio alle nozze del marchesino di Santa Teodora con miss Edwige Clarence, la figlia del console americano.
- Stasera?.. proprio stasera? – chiese la Norina con una vivacità appassionata, che non seppe dissimulare.
- Fra una mezz’ora – replicò Leonetto.
- Sia ringraziato il cielo! – sclamò la furba vedovella, mutando istantaneamente di fisonomia, e diventando tutta tranquilla e sorridente. – Sia ringraziato il cielo! e ora ditemi un poco, signor Valerio, vi pare che le vostre paure fossero ragionate?
- Compatitemi, cara mia, sapete bene che chi ama, teme.
Intanto nelle stanze d’ingresso si udì una voce d’uomo, e un rumore di passi.
- Possibile! – gridò Federigo – ma se non sbaglio, questa è tutta la voce di Mario.
- Finalmente!… – disse il conte precipitandosi in sala, e correndo ad abbracciare sua moglie: – Questa è stata proprio una combinazione fortunata!… Pareva proprio che il cuore me lo dicesse!…
- E io che, a quest’ora, ti credevo già arrivato a San Giusto!…
- Debbo ringraziare il caso: il caso, stasera, è stato il mio angelo tutelare: figurati che mio zio ed io eravamo già entrati in vagone: la macchina soffiava: il treno stava per partire: quand’io mi accorgo, a un tratto, di aver dimenticata la sacca da viaggio nel caffè della stazione. Salto in terra, e corro verso il caffè… la sacca era sparita. «Chi ha preso la mia sacca?». «L’ho consegnata ad una guardia» risponde il caffettiere. «E dove me l’avrà portata?». «Forse nella stanza del capostazione». E via di corsa nell’ufficio del capostazione. L’ufficio era chiuso. Busso, chiamo, bestemmio… finalmente… la porta si apre… prendo la sacca… e torno in cerca del vagone… ma in quel momento la macchina fischia, il treno si muove… e io…
- E tu, com’è naturale, corri subito a casa, sapendo che qui ti aspettava… tua moglie…
- Non lo sapevo, di certo, ma ti giuro che me l’ero figurato – replicò Mario con quella naturalezza che acquista l’uomo quando ha imparato a dire la bugia collo stesso candore della verità.
- E ora che cosa facciamo? – domandò Federigo, consigliandosi colla conversazione sul modo migliore di passare il rimanente della serata.
- Propongo una cosa – disse Clarenza: – andiamo tutti al teatro.
- Io non ci vengo davvero – rispose la Norina con aria svogliata. – Oramai è tardi!
- C’era forse qualche commedia nuova? – domandò l’Emilia.
- Nuova? Non lo so. Ho visto sui giornali che stasera recitavano i Ragazzi grandi.
- Allora ho capito – disse Leonetto, sorridendo – è una commedia vecchissima, ma diverte sempre.

Il giorno dopo, il conte Mario e sua moglie, dovevano partire, giusta il loro fissato, per un lungo viaggio (un viaggio almeno di un anno, così dicevano i patti della riconciliazione) attraverso ai principali paesi della Germania.
Ma la contessa, per buona fortuna, fece osservare che era di venerdì: e le persone prudenti debbono scansare di mettersi in viaggio, nel giorno più funesto di tutta la settimana!
Concordi su questo punto, i due coniugi, invece di prendere il volo per Vienna, stimarono ben fatto di tornare per qualche giorno in famiglia – e la sera stessa partirono alla volta di Genova.
Il cerimoniale degli addii fu cordialissimo – e qualche volta commoventissimo.
La Clarenza, colto un frattempo, disse piano al conte, ridendo tutta contenta: – Povero Mario?… vi ho dato una bella lezione!…
- A me?
- Voglio sperare che non ve ne sarete avuto a male.
- E potrete credere, Clarenza, che sarei stato capace?.. Ah! no, mille volte! la mia adorazione per voi aveva un limite sacro, inviolabile… l’amicizia per Federigo!
E Clarenza e il conte, in quel momento, parlavano in buona fede e credevano tutti e due di dire la verità.
Valerio com’era facile a prevedersi, finì collo sposare la Norina… per più motivi, e specialmente per far vedere che era un uomo di carattere serio, e non già un ragazzo – mentre la Norina, dal canto suo, si compiaceva di raccontare alle amiche intime (e tutte le amiche diventano amiche intime per una donna che ha bisogno di far sapere un segreto), si compiaceva, dunque, a raccontare che se avesse voluto, avrebbe potuto sposare il marchesino di Santa Teodora; ma che, invece, per dar retta al cuore, si era sacrificata (sic) e aveva fatto un matrimonio d’inclinazione.
Leonetto, il giornalista, innamorato fino agli occhi di Armanda – forse appunto perché dapprincipio ne aveva detto moltissimo male – l’avrebbe sposata anche subito – ma non osava farlo, per paura della marchesa Ortensia.
Per buona sorte la Provvidenza (si vede proprio che c’è una provvidenza anche per quelli che pigliano moglie), si recò a visitare la marchesa, sotto la forma di una bronchite acuta: e il giornalista, profittando della favorevole occasione, condusse dinanzi al sindaco quella fanciulla adorata, che il cielo manifestamente aveva creata apposta per lui.
Quando la notizia si divulgò per il paese, la Sorbelli, ch’era già in via di guarigione, dissimulò con disinvoltura il proprio risentimento. Il marchese, invece, andò su tutte le furie. Il pover’uomo non sapeva capacitarsi, come mai un amico suo di casa, come Leonetto, avesse potuto meditare e concludere un matrimonio, senza dirne prima una mezza parola almeno alla marchesa – alla marchesa che aveva fatto tanto per lui!
Dopo nove mesi, Armanda dié alla luce una bambina – alla quale Leonetto volle per forza che fosse imposto al fonte battesimale il nome di Ortensia.
La cosa dispiacque vivamente alla giovine madre: ma fece piacere alla Sorbelli, la quale, appena riseppe quest’episodio intimo di famiglia, dismesse il suo contegno fin’allora freddo e riservatissimo, e andò a far visita alla puerpera, parlandole per mezz’ora dei grandi pensieri della maternità e prognosticando da certi segni particolari, che la bambina, fatta grande, avrebbe avuto degli occhi bellissimi e una quantità di capelli straordinaria – come suo padre!
Da quel giorno in poi, Leonetto e la marchesa Ortensia ritornarono buonissimi amici, come prima; e quel galantuomo del marchese, riacquistata un po’ di tranquillità in casa, e detto addio alla politica (il paese non era ancora maturo per lui), si dedicò interamente allo studio del filugello, proponendosi di sciogliere il problema, se durante la malattia del seme, si potesse ottenere dal baco da seta almeno del cotone di primissima qualità!
Quanto alla Clarenza e all’Emilia, la commedia durò per quasi un anno: si scrivevano di tanto in tanto; si baciavano per lettera – ma, in sostanza, fra di loro non si potevano soffrire.
Venne finalmente un bel giorno, in cui la moglie di Federigo cessò improvvisamente ogni relazione e ogni corrispondenza amichevole colla contessa – e la ragione, a quanto pare, fu questa.
La Clarenza era venuta a sapere che Giorgio – quel Giorgio delle bagnature e dell’amor platonico coll’Emilia – per un seguito di combinazioni (tutte combinazioni, l’una meno combinazione dell’altra) aveva nuovamente riattaccato il cappello in casa di Mario.
Questo fatto, la stomacò (sono sue parole testuali); tant’è vero che parlandone a quattr’occhi con suo marito, era solita dire facendo colla bocca un atto di disgusto ineffabile: – Non mi fa meraviglia dell’Emilia, l’Emilia oramai è… quel che è! Chi davvero mi sorprende, è Mario!… E io che lo credevo un uomo d’onore!… Che roba!… che roba!…
Accadde in questo tempo che, una sera, Mario, arrivando da Genova, andò tutto pallido e trasfigurato a bussare alla casa dell’amico Fabiani.
Cos’è, cosa non è, alla fine Federigo poté capire che il conte, avendo giuocato pazzamente alla Borsa, si trovava dinanzi a un pauroso dilemma (pauroso, s’intende bene, in modo molto relativo!) vale a dire, o pagare – o far la figura del giuocatore onorato… che non paga i suoi debiti di giuoco!…
Federigo, che per date e fatto di Mario, si era trovato nominato cavaliere – poi sindaco – e che, per l’assistenza del medesimo santo, si sentiva già in odore di grand’ufficiale o di commendatore, proclamò il gran principio, che «l’amico all’occorrenza, deve sacrificarsi per l’amico», e il giorno dopo, col portafoglio pieno di fogli di Banca, partì per Genova, dicendo al conte: «Aspettami qui; al mio ritorno, ti dirò tutto, e aggiusteremo ogni cosa fra noi due!».
La consolazione di Mario, in quel momento, fu tanta e tale, che non potendo resistere a un impulso del cuore, gettò le braccia intorno al collo dell’amico, e lo baciò ripetutamente, bagnandogli le gote con qualche lacrima di profonda e incancellabile riconoscenza.
Federigo credeva di trattenersi a Genova un giorno o due, tutt’al più; invece si trattenne quattro. Quando ritornò a casa, la prima cosa che disse a Mario fu questa:
- Tutto è accomodato!. – ed era allegrissimo e soddisfatto, come se si fosse trattato di cosa sua.
Il conte, forzato da circostanze imperiose, dové partire la sera stessa.
Nell’atto di congedarsi e di uscir fuori dalla porta di casa, la Clarenza gli sussurrò, con un certo accento di voce e con una certa guardata d’occhi, che davano molto da pensare: – Appena arrivato, rammentati di scrivermi subito!…
Federigo, che per prudenza doveva essere un poco più distante, e che invece, per una inavvertenza imperdonabile, si trovava molto vicino, intese quelle parole, o almeno gli parve d’intenderle; – il fatto sta che, ripensandoci su, non poté chiudere un occhio in tutta la notte!
Meno male che la sera dopo andò a letto alle dieci, e si svegliò la mattina seguente a mezzogiorno preciso!

Carlo Collodi – La festa di Natale

La storia che vi racconto oggi, non è una di quelle novelle, come se ne raccontano tante, ma è una storia vera, vera, vera.
Dovete dunque sapere che la Contessa Maria (una brava donna che io ho conosciuta benissimo, come conosco voi) era rimasta vedova con tre figli: due maschi e una bambina.
Il maggiore, di nome Luigino, poteva avere fra gli otto e i nove anni: Alberto, il secondo, ne finiva sette, e l’Ada, la minore di tutti, era entrata appena ne’ sei anni, sebbene a occhio ne dimostrasse di più, a causa della sua personcina alta, sottile e veramente aggraziata.
La contessa passava molti mesi all’anno in una sua villa: e non lo faceva già per divertimento, ma per amore de’ suoi figlioletti, che erano gracilissimi e di una salute molto delicata.
Finita l’ora della lezione, il più gran divertimento di Luigino era quello di cavalcare un magnifico cavallo sauro; un animale pieno di vita e di sentimento, che sarebbe stato capace di fare cento chilometri in un giorno se non avesse avuto fin dalla nascita un piccolo difetto: il difetto, cioè, di essere un cavallo di legno!
Ma Luigino gli voleva lo stesso bene, come se fosse stato un cavallo vero. Basta dire, che non passava sera che non lo strigliasse con una bella spazzola da panni: e dopo averlo strigliato, invece di fieno o di gramigna, gli metteva davanti una manciata di lupini salati. E se per caso il cavallo si ostinava a non voler mangiare, allora Luigino gli diceva accarezzandolo:
«Vedo bene che questa sera non hai fame. Pazienza: i lupini li mangerò io. Addio a domani, e dormi bene».
E perché il cavallo dormisse davvero, lo metteva a giacere sopra una materassina ripiena d’ovatta: e se la stagione era molto rigida e fredda, non si dimenticava mai di coprirlo con un piccolo pastrano, tutto foderato di lana e fatto cucire apposta dal tappezziere di casa.

Alberto, il fratello minore, aveva un’altra passione. La sua passione era tutta per un bellissimo Pulcinella, che, tirando certi fili, moveva con molta sveltezza gli occhi, la bocca, le braccia e le gambe, tale e quale come potrebbe fare un uomo vero: e per essere un uomo vero, non gli mancava che una sola cosa: il parlare.
Figuratevi la bizza di Alberto! Quel buon figliuolo non sapeva rendersi una ragione del perché il suo Pulcinella, ubbidientissimo a fare ogni sorta di movimenti, avesse preso la cocciutaggine di non voler discorrere a modo e verso, come discorrono tutte le persone per bene, che hanno la bocca e la lingua.
E fra lui e Pulcinella accadevano spesso dei dialoghi e dei battibecchi un tantino risentiti, sul genere di questi:
«Buon giorno, Pulcinella», gli diceva Alberto, andando ogni mattina a tirarlo fuori dal piccolo armadio dove stava riposto. «Buon giorno, Pulcinella.»
E Pulcinella non rispondeva.
«Buon giorno, Pulcinella», ripeteva Alberto.
E Pulcinella, zitto! come se non dicessero a lui.
«Su, via, finiscila di fare il sordo e rispondi: buon giorno, Pulcinella.»
E Pulcinella, duro!
«Se non vuoi parlare con me, guardami almeno in viso» diceva Alberto un po’ stizzito.
E Pulcinella, ubbidiente, girava subito gli occhi e lo guardava.
«Ma perché», gridava Alberto arrabbiandosi sempre di più, «ma perché se ti dico “guardami” allora mi guardi; e se ti dico “buon giorno” non mi rispondi?»
E Pulcinella, zitto!
«Brutto dispettoso! Alza subito una gamba!»
E Pulcinella alzava una gamba.
«Dammi la mano!»
E Pulcinella gli dava la mano.
«Ora fammi una bella carezzina!»
E Pulcinella allungava il braccio e prendeva Alberto per la punta del naso.
«Ora spalanca tutta la bocca!»
E Pulcinella spalancava una bocca, che pareva un forno.
«Di già che hai la bocca aperta, profittane almeno per darmi il buon giorno.»
Ma il Pulcinella, invece di rispondere, rimaneva lì a bocca aperta, fermo e intontito, come, generalmente parlando, è il vizio di tutti gli omini di legno.
Alla fine Alberto, con quel piccolo giudizino, che è proprio di molti ragazzi, cominciò a mettersi nella testa che il suo Pulcinella non volesse parlare né rispondergli, perché era indispettito con lui. Indispettito!… e di che cosa? Forse di vedersi mal vestito, con un cappellaccio in capo di lana bianca, una camicina tutta sbrindellata, e un paio di pantaloncini così corti e striminziti, che gli arrivavano appena a mezza gamba.
«Povero Pulcinella!», disse un giorno Alberto, compiangendolo sinceramente, «se tu mi tieni il broncio, non hai davvero tutti i torti. Io ti mando vestito peggio di un accattone… ma lascia fare a me! Fra poco verranno le feste di Natale. Allora potrò rompere il mio salvadanaio… e con quei quattrini, voglio farti una bella giubba, mezza d’oro e mezza d’argento.»

Per intendere queste parole di Alberto, occorre avvertire che la Contessa aveva messo l’uso di regalare a’ suoi figli due o tre soldi la settimana, a seconda, s’intende bene, de’ loro buoni portamenti. Questi soldi andavano in tre diversi salvadanai: il salvadanaio di Luigino, quello di Alberto e quello dell’Ada. Otto giorni avanti la pasqua di Natale, i salvadanai si rompevano, e coi danari che vi si trovavano dentro, tanto la bambina, come i due ragazzi erano padronissimi di comprarsi qualche cosa di loro genio.
Luigino, com’è naturale, aveva pensato di comprare per il suo cavallo una briglia di pelle lustra con le borchie di ottone, e una bella gualdrappa, da potergliela gettare addosso, quando era sudato.
L’Ada, che aveva una bambola più grande di lei, non vedeva l’ora di farle un vestitino di seta, rialzato di dietro, secondo la moda, e un paio di scarpine scollate per andare alle feste da ballo.
In quanto al desiderio di Alberto, è facile immaginarselo. Il suo vivissimo desiderio era quello di rivestire il Pulcinella con tanto lusso, da doverlo scambiare per un signore di quelli buoni.
Intanto il Natale s’avvicinava, quand’ecco che una mattina, mentre i due fratelli con la loro sorellina, andavano a spasso per i dintorni della villa, si trovarono dinanzi a una casipola tutta rovinata, che pareva piuttosto una capanna da pastori. Seduto sulla porta c’era un povero bambino mezzo nudo, che dal freddo tremava come una foglia.
«Zio Bernardo, ho fame», disse il bambino con una voce sottile, sottile, voltandosi appena con la testa verso l’interno della stanza terrena.
Nessuno rispose.
In quella stanza terrena c’era accovacciato sul pavimento un uomo con una barbaccia rossa, che teneva i gomiti appuntellati sulle ginocchia e la testa fra le mani.
«Zio Bernardo, ho fame!…», ripeté dopo pochi minuti il bambino, con un filo di voce che si sentiva appena.
«Insomma vuoi finirla?», gridò l’uomo dalla barbaccia rossa. «Lo sai che in casa non c’è un boccone di pane: e se tu hai fame, piglia questo zoccolo e mangialo!»
E nel dir così, quell’uomo bestiale si levò di piede uno zoccolo e glielo tirò. Forse non era sua intenzione di fargli del male; ma disgraziatamente lo colpì nel capo.
Allora Luigino, Alberto e l’Ada, commossi a quella scena, tirarono fuori alcuni pezzetti di pane trovati per caso nelle loro tasche, e andarono a offrirli a quel disgraziato figliolo.
Ma il bambino, prima si toccò con la mano la ferita del capo: poi guardandosi la manina tutta insanguinata, balbettò a mezza voce:
«Grazie… ora non ho più fame…».

Quando i ragazzi furono tornati alla villa, raccontarono il caso compassionevole alla loro mamma; e di quel caso se ne parlò due o tre giorni di seguito. Poi, come accade di tutte le cose di questo mondo, si finì per dimenticarlo e per non parlarne più.
Alberto, per altro, non se l’era dimenticato: e tutte le sere andando a letto, e ripensando a quel povero bambino mezzo nudo e tremante dal freddo, diceva grogiolandosi fra il calduccio delle lenzuola:
«Oh come dev’essere cattivo il freddo! Brrr…».
E dopo aver detto e ripetuto per due o tre volte «Oh come dev’esser cattivo il freddo!» si addormentava saporitamente e faceva tutto un sonno fino alla mattina.
Pochi giorni dopo accadde che Alberto incontrò per le scale di cucina la Rosa: la quale era l’ortolana che veniva a vendere le uova fresche alla villa.
«Sor Albertino, buon giorno signoria», disse la Rosa: «quanto tempo è che non è passato dalla casa dell’Orco?»
«Chi è l’Orco?»
«Noi si chiama con questo soprannome quell’uomo dalla barbaccia rossa, che sta laggiù sulla via maestra.»
«O il suo bambino che fa?»
«Povera creatura, che vuol che faccia?… È rimasto senza babbo e senza mamma, alle mani di quello zio Bernardo…»
«Che dev’essere un uomo cattivo e di cuore duro come la pietra, non è vero?», soggiunse Alberto.
«Pur troppo! Meno male che domani parte per l’America… e forse non ritornerà più.»
«E il nipotino lo porta con sé?»
«Nossignore: quel povero figliuolo l’ho preso con me, e lo terrò come se fosse mio».
«Brava Rosa.»
«A dir la verità, gli volevo fare un po’ di vestituccio, tanto da coprirlo dal freddo… ma ora sono corta a quattrini. Se Dio mi dà vita, lo rivestirò alla meglio a primavera.»
Alberto stette un po’ soprappensiero, poi disse:
«Senti, Rosa, domani verso mezzogiorno ritorna qui, alla villa: ho bisogno di vederti.»
«Non dubiti.»

Il giorno seguente, era il giorno tanto atteso, tanto desiderato, tanto rammentato: il giorno, cioè, in cui celebravasi solennemente la rottura de’ tre salvadanai.
Luigino trovò nel suo salvadanaio dieci lire: l’Ada trovò nel suo undici lire, e Alberto vi trovò nove lire e mezzo.
«Il tuo salvadanaio», gli disse la mamma, «è stato più povero degli altri due: e sai perché? perché in quest’anno tu hai avuto poca voglia di studiare.»
«La voglia di studiare l’ho avuta», replicò Alberto, «ma bastava che mi mettessi a studiare, perché la voglia mi passasse subito.»
«Speriamo che quest’altr’anno non ti accada lo stesso» soggiunse la mamma: poi volgendosi a tutti e tre i figli, seguitò a dire: «Da oggi alla pasqua di Natale, come sapete, vi sono otto giorni precisi. In questi otto giorni, secondo i patti stabiliti, ognuno di voi è padronissimo di fare quell’uso che vorrà, dei danari trovati nel proprio salvadanaio. Quello poi, di voialtri, che saprà farne l’uso migliore, avrà da me, a titolo di premio, un bellissimo bacio.»
“Il bacio tocca a me di certo!”, disse dentro di sé Luigino, pensando ai ricchi finimenti e alla bella gualdrappa che aveva ordinato per il suo cavallo.
“Il bacio tocca a me di certo!”, disse dentro di sé l’Ada, pensando alle belle scarpine da ballo che aveva ordinato al calzolaio per la sua bambola.
“Il bacio tocca a me di certo!”, disse dentro di sé Alberto, pensando al bel vestito che voleva fare al suo Pulcinella.
Ma nel tempo che egli pensava al Pulcinella, sentì la voce della Rosa che, chiamandolo a voce alta dal prato della villa, gridava:
«Sor Alberto! sor Alberto!».
Alberto scese subito. Che cosa dicesse alla Rosa non lo so: ma so che quella buona donna, nell’andarsene, ripeté più volte:
«Sor Albertino, lo creda a me: lei ha fatto proprio una carità fiorita, e Dio manderà del bene anche a lei e a tutta la sua famiglia!».

Otto giorni passarono presto: e dopo otto giorni arrivò la festa di Natale o il Ceppo, come lo chiamano i fiorentini.
Finita appena la colazione, ecco che la Contessa disse sorridendo ai suoi tre figli:
«Oggi è Natale. Vediamo, dunque, come avete speso i quattrini dei vostri salvadanai. Ricordatevi intanto che, quello di voialtri che li avrà spesi meglio, riceverà da me, a titolo di premio, un bellissimo bacio. Su, Luigino! tu sei il maggiore e tocca a te a essere il primo».
Luigino uscì dalla sala e ritornò quasi subito, conducendo a mano il suo cavallo di legno, ornato di finimenti così ricchi, e d’una gualdrappa così sfavillante, da fare invidia ai cavalli degli antichi imperatori romani.
«Non c’è che dire», osservò la mamma, sempre sorridente «quella gualdrappa e quei finimenti sono bellissimi, ma per me hanno un gran difetto… il difetto, cioè, di essere troppo belli per un povero cavallino di legno. Avanti, Alberto! Ora tocca a te.»
«No, no», gridò il ragazzetto, turbandosi leggermente, «prima di me, tocca all’Ada.»
E l’Ada, senza farsi pregare, uscì dalla sala, e dopo poco rientrò tenendo a braccetto una bambola alta quanto lei, e vestita elegantemente, secondo l’ultimo figurino.
«Guarda, mamma, che belle scarpine da ballo!», disse l’Ada compiacendosi di mettere in mostra la graziosa calzatura della sua bambola.
«Quelle scarpine sono un amore!», replicò la mamma. «Peccato però che debbano calzare i piedi d’una bambina fatta di cenci e di stucco, e che non saprà mai ballare!»

«E ora, Alberto, vediamo un po’ come tu hai speso le nove lire e mezzo, che hai trovate nel tuo salvadanaio.»
«Ecco… io volevo… ossia, avevo pensato di fare… ossia, credevo… ma poi ho creduto meglio… e così oramai l’affare è fatto e non se ne parli più.»
«Ma che cosa hai fatto?»
«Non ho fatto nulla.»
«Sicché avrai sempre in tasca i danari?»
«Ce li dovrei avere…»
«Li hai forse perduti?»
«No.»
«E, allora, come li hai tu spesi?»
«Non me ne ricordo più.»
In questo mentre si sentì bussare leggermente alla porta della sala, e una voce di fuori disse:
«È permesso?.»
«Avanti.»
Apertasi la porta, si presentò sulla soglia, indovinate chi! Si presentò la Rosa ortolana, che teneva per la mano un bimbetto tutto rivestito di panno ordinario, ma nuovo, con un berrettino di panno, nuovo anche quello, e in piedi un paio di stivaletti di pelle bianca da campagnolo.
«È tuo, Rosa, codesto bambino?», domandò la Contessa.
«Ora è lo stesso che sia mio, perché l’ho preso con me e gli voglio bene, come a un figliolo. Povera creatura! Finora ha patito la fame e il freddo. Ora il freddo non lo patisce più, perché ha trovato un angiolo di benefattore, che lo ha rivestito a sue spese da capo a piedi.»
«E chi è quest’angelo di benefattore?», chiese la Contessa.
L’ortolana si voltò verso Alberto, e guardandolo in viso e accennandolo alla sua mamma, disse tutta contenta:
«Eccolo là.»
Albertino diventò rosso come una ciliegia: poi rivolgendosi impermalito alla Rosa, cominciò a gridare:
«Chiacchierona! Eppure ti avevo detto di non raccontar nulla a nessuno!…».
«La scusi: che c’è forse da vergognarsi per aver fatto una bell’opera di carità come la sua?»
«Chiacchierona! chiacchierona! chiacchierona!», ripeté Alberto, arrabbiandosi sempre più; e tutto stizzito fuggì via dalla sala.
La sua mamma, che aveva capito ogni cosa, lo chiamò più volte: ma siccome Alberto non rispondeva, allora si alzò dalla poltrona e andò a cercarlo da per tutto. Trovatolo finalmente nascosto in guardaroba, lo abbracciò amorosamente, e invece di dargli a titolo di premio un bacio, gliene dette per lo meno più di cento.

Carlo Collodi – Pipì o lo scimmiottino color rosa

1. Perché a Pipì fu dato il soprannome di «scimmiottino color di rosa»

Nel famosissimo bosco di Vattel’a pesca, c’era una volta una piccola famigliola composta di sette scimmie: il babbo, la mamma e cinque scimmiottini alti quanto un soldo di cacio.
Questa famigliola abitava fra i rami di un albero gigantesco, in mezzo a una foresta, e pagava quindici susine l’anno di pigione a un vecchio gorilla prepotente, che si era messo in capo di essere il padrone di casa.
Dei cinque scimmiottini, quattro avevano il pelame di un colore scuro come la cioccolata; ma il quinto, invece, ossia il più piccolo di loro, fosse scherzo di natura o altro, fatto sta che era tutto ricoperto, salvo il musino, da una finissima lanugine di color vermiglio carnicino, come le foglie della rosa maggese. Ed è per questa ragione che in casa e fuori di casa lo chiamavano tutti in canzonatura col soprannome di Pipì, parola che nella lingua parlata delle scimmie, vuol dire precisamente color di rosa.
Pipì non somigliava punto né a’ suoi fratelli, ne agli altri scimmiottini del vicinato.
Aveva un musino vispo e intelligente; un par di occhietti furbi, che non stavano fermi un minuto: una bocchina che rideva sempre, e un personalino asciutto e flessibile, come un gambo di giunco. Era, insomma, come suol dirsi, uno scimmiottino fatto proprio col pennello.
Vedendolo così di prim’acchito, si poteva quasi scambiarlo per un ragazzino di otto o nove anni, per la gran ragione che Pipì faceva il chiasso e i balocchi, come un ragazzo: correva dietro alle farfalle e andava in cerca di nidi, come i ragazzi: era ghiottissimo delle frutta acerbe, come i ragazzi: mangiava ogni cosa e mangiava sempre, come i ragazzi: e dopo aver mangiato ben bene, si ripuliva la bocca con le mani, come fanno i ragazzi e segnatamente i ragazzi poco puliti.
Ma la più gran passione di Pipì volete sapere qual era?
Era quella di scimmiottare tutto quello che vedeva fare agli uomini.
Un giorno, fra gli altri, mentre andava per la foresta a caccia di cicale e di grilli, vide a poca distanza un giovanetto seduto a piè d’un albero, che se ne stava tranquillamente fumando la sua pipa.
A quella vista, Pipì spalancò tanto d’occhi e rimase come incantato.
“Oh!” diceva dentro di sé “se potessi avere una pipa anch’io!… Oh se potessi anch’io farmi uscire que’ bei nuvoli di fumo dalla bocca!… Oh se potessi tornarmene a casa, fumando come un camminetto acceso! Chi lo sa con che occhi d’invidia mi guarderebbero i miei quattro fratelli!”
Mentre allo scimmiottino frullavano per il capo queste bellissime cose, ecco che il giovinetto, un po’ per la stanchezza e un po’ per il gran bollore della giornata, lasciò andare due sonori sbadigli, e posata la sua pipa sull’erba, si addormentò.
Che cosa fece allora quel birichino di Pipì?
Si avvicinò pian pianino, in punta di piedi, al giovinetto che dormiva: e rattenendo perfino il fiato… allungò adagino adagino una zampa… prese con una velocità incredibile la pipa che era posata sull’erba… e poi, via a gambe come il vento.
Appena arrivato a casa, chiamò subito, tutt’allegro, il babbo, la mamma e i fratelli; e in presenza a loro, infilatosi quel pipone fra i labbri, cominciò a fumare con lo stesso garbo e con la stessa disinvoltura, come avrebbe fatto un vecchio marinaio.
La mamma e i fratelli, a vedergli uscir di bocca quelle nuvole di fumo, ridevano come matti: ma il suo babbo che era uno scimmione pieno di giudizio e di esperienza di mondo, gli disse in tono di avvertimento salutare:
«Bada, Pipì! A furia di scimmiottare gli uomini, un giorno o l’altro diventerai un uomo anche tu… e allora! Allora te ne pentirai amaramente, ma sarà troppo tardi!»
Impensierito da queste parole, Pipì gettò via la pipa di bocca e non fumò più.
Eppure bisogna convenire che quella pipa rubata gli portò disgrazia.
Difatti, pochi giorni dopo, Pipì venne colpito da un orribile infortunio! Lo sciagurato perdé per sempre la sua bellissima coda: una coda così bella, che bastava averla vista una volta, per non potersela mai più dimenticare.
Come andò che Pipì perdé la sua magnifica coda?
È una storia crudele e dolorosa, che fa venire le lacrime agli occhi soltanto a pensarvi; e io ve la racconterò in quest’altro capitolo.

2. Come andò che Pipì perse la sua bellissima coda

Bisogna dunque sapere che, appena usciti fuori di quella foresta, dove stavano di casa Pipì e la sua famigliola, si trovava subito un gran lago abitato da un vecchio coccodrillo, che contava oramai duemil’anni di vita.
Arabà-Babbà (così chiamavasi il vecchio coccodrillo), divenuto cieco degli occhi a cagione dell’età decrepita, e non potendo più guadagnarsi un boccon di pane col sudore della sua fronte, era condannato a starsene dalla mattina alla sera rasente alla riva del lago, con la testa fuori dell’acqua e con la bocca sempre spalancata, aspettando che tutti quelli che passavano di là, uomini o bestie che fossero, mossi a compassione di lui, gli gettassero in bocca qualche cosa di masticabile, tanto da non morir di fame e da tirarsi avanti almeno per un altro migliaio d’anni.
E tutti i passanti, uomini o bestie che fossero, bisogna dir la verità, non mancavano mai di fare un po’ di elemosina al povero vecchio.
E anche Pipì lo soccorreva frequentemente: ma quella birba, spesso e volentieri, invece di dargli o una frutta o un pesciolino morto, si divertiva a mettergli in bocca ora una manciata di sassolini, ora un fastello di stecchi e di ortica, ora un chiodo o un arpione arrugginito, trovati per caso lungo la strada.
Ma il vecchio coccodrillo non si arrabbiava per questi scherzi sguaiati. Tutt’altro.
Risputava tranquillamente i sassolini, gli stecchi, le ortiche e i chiodi, e soltanto scoteva leggermente il capo, come per dire:
«Bada, monello! O prima o poi, una le paga tutte!…».
Un giorno Pipì, quasi impermalito di vedere che i suoi scherzi non facevano né caldo né freddo, domandò al coccodrillo, atteggiandosi a ingenuo e a innocentino:
«Dite, Arabà: dacché siete al mondo, ne avete trovati mai degl’impertinenti, che vi abbiano fatto qualche dispetto o qualche burla sgarbata?»
«Se ne ho trovati, scimmiottino mio! Nel mondo, per tua regola, c’è più impertinenti che mosche.»
«Dite, Arabà: e quando i monelli vi fanno qualche dispetto, voi non vi risentite mai?»
«Caro mio! In tanti anni di vita ho imparato che la più gran virtù dei vecchi è quella di saper sopportare i giovani con pazienza e rassegnazione.»
«Dunque, dacché siete al mondo, non vi siete arrabbiato mai, mai, mai?»
Il coccodrillo, prima di rispondere, ci pensò un poco, e poi disse:
«Una volta sola. E sai chi fu che mi fece andare su tutte le furie? Fu uno scimmiottino, su per giù, della tua età….»
«E che cosa vi fece questo scimmiottino?» domandò Pipì, con una curiosità vivissima.
«Questo monellaccio, non saprei dirti come, era venuto a sapere che io curavo moltissimo il solletico sulla punta del naso. Allora che cosa inventò per darmi noia? Salì sopra uno di questi alberi, che circondano il lago, e, calandosi di ramo in ramo, arrivò con la punta della sua coda a farmi il pizzicorino sul naso. Figurati io! Mi trovai attaccato da una tal convulsione di riso, che durai a ridere e a ballare nell’acqua per una settimana intera! Credevo quasi di morire!»
«Davvero?… Oh povero Arabà!…», disse Pipì con falsa compassione.
E dopo se ne andò di corsa: e a quante scimmie e scimmiottini incontrava per la strada, ripeteva a tutti ridendo queste parole:
«Volete divertirvi? volete veder ballare il vecchio Arabà? Venite domattina sul lago e io vi farò assistere a questo bellissimo spettacolo».
La mattina dopo, come potete immaginarvelo, c’era sulla riva del lago una folla immensa.
Tutti aspettavano che Arabà ballasse il trescone.
Quand’ecco Pipì che salito sopra un albero sporgente sull’acqua, cominciò a calarsi giù di ramo in ramo, e tenendosi penzoloni per aria, si allungò e si distese tanto, da poter toccare con la punta della sua coda il naso del coccodrillo.
Ma il coccodrillo, appena sentì la coda di Pipì, chiuse la bocca e zaff… con un semplice morso dato a tempo, gliela staccò di netto fin dal primo nodello.
Lo scimmiottino cacciò un grido acutissimo di dolore: e buttandosi di sotto all’albero, si dette a scappare verso la foresta.
Arrivato vicino a casa, vi lascio pensare come rimase, quando, portandosi una mano di dietro, si accorse che la sua coda non c’era più.
La coda era rimasta in bocca al coccodrillo, che a quell’ora l’aveva bell’e digerita.
Preso dalla disperazione e vergognandosi a farsi vedere dalla sua famiglia in quello stato compassionevole di scimmiottino scodato, Pipì infilò per una viottola solitaria, camminando all’impazzata fino a notte chiusa, senza sapere neanche lui dove andasse a battere il capo.
Finalmente, non potendone più dalla stanchezza e dal sonno, si sdraiò sopra un monticello di frasche secche per riposarsi un poco.
E in quel mentre che era lì lì per appisolarsi, sentì negli orecchi una voce minacciosa, che gli gridò imperiosamente:
«Rendimi la mia pipa!…».
Lo scimmiottino, svegliandosi tutto spaventato, voleva fuggire; ma non poté: perché in men che non si dice, si trovò preso, rinchiuso in un sacco e caricato sulla groppa di una bestia con quattro zampe, che cominciò a correre di gran carriera.
“Che bestia sarà mai quella che mi porta via con tanta foga?”, pensava lo scimmiottino tremando dalla paura. “Se per caso è un leone, sono bell’e perduto!… Se per disgrazia è una tigre, peggio che mai!… Se è una iena o un leopardo, non c’è più scampo per me!… Oh me disgraziato! Che bestia sarà mai quella che mi porta via con tanta foga?…”
Per buona fortuna, la bestia ragliò… e allora Pipì sentì allargarsi il cuore dalla contentezza.
Quel raglio fu l’unica consolazione che avesse il povero Pipì durante il suo misterioso viaggio, rinchiuso in un sacco!

3. Pipì cade in un gran fiume e vien ripescato

Dopo aver camminato tre giorni e tre notti, senza prendere un minuto di riposo, finalmente la bestia che portava in groppa il sacco con lo scimmiottino dentro, si fermò tutt’a un tratto, e data una gropponata, scaricò il sacco in mezzo a una solitaria campagna.
E la gropponata fu così brusca e violenta, che il sacco, cadendo a terra, seguitò a ruzzolare sull’erba per un mezzo chilometro. Figuratevi quante capriole dové fare, al buio, il povero scimmiottino.
Ma il momento più brutto per lui fu quando si provò a rompere il sacco per uscir fuori.
Adoperò gli unghioli, e non concluse nulla: adoperò i denti, e nulla. Rifinito allora dallo strapazzo e dalla fame, cominciò a piangere come un bambino.
«Chi è che piange?», domandò un grosso topo, che passava per caso da quella parte.
«Sono io!… sono un povero scimmiottino che muore di fam…»
Ma non poté finire la parola, perché gli fu troncata a mezzo da un lunghissimo e sonoro sbadiglio, che gli scappò di bocca.
«Esci fuori, e mangerai.»
«Si fa presto a dire esci fuori: ma la vuoi intendere che non posso uscire?»
«Perché?»
«Perché non mi riesce di rompere il sacco.»
«Lascia fare: il sacco lo romperò io.»
Detto fatto, il topo si distese lungo sull’erba, e cominciò a rosicchiare con quanta forza aveva ne’ denti.
Ma il sacco non cedeva, perché era più duro del cuoio.
«Quanto tempo ti ci vorrà per bucarlo?», domandò lo scimmiottino.
»Il sacco resiste: ma in quattro o cinque mesi spero di averlo bucato!»
«Cinque mesi?», strillò di dentro il povero Pipì, «ma dopo cinque mesi troverai nel sacco appena i miei ossi e i miei unghioli!…»
E ricominciò a piangere più forte che mai.
«Chi è che piange?», domandò un vitello, che pascolava lì vicino.
«È un disgraziato scimmiottino, che non può uscire di dentro da quel sacco», rispose il topo.
«Perché non può uscire?»
«Perché il sacco è così duro, che non c’è verso di romperlo.»
«Lascia fare a me, che con un cozzo delle mie corna, lo sfonderò, come se fosse fatto di foglie di lattuga.»
E il vitello, senza stare a dir altro, si tirò indietro; e presa la rincorsa, andò a testa bassa a battere una terribile cornata nel sacco.
«Ohi! son morto!…», gridò di dentro il povero Pipì: e non disse altro.
Intanto il sacco, a quell’urto screanzato, riprese di nuovo a ruzzolare per terra, come una vescica piena d’aria: e il topo e il vitello a corrergli dietro per fermarlo: e il sacco via… ruzzolava sempre più lesto… e il topo e il vitello a rincorrerlo a salti e con la lingua di fuori.
E dopo aver corso una giornata intera, e, quando erano proprio lì lì per raggiungerlo, il sacco fece altri due ruzzoloni e giù… cadde in un fiume così profondo e così largo, che non si vedevano le sponde da una parte all’altra.
La mattina dopo alcuni pescatori bussarono alla porta di un bel palazzo, e al servitore che veniva ad aprire, chiesero premurosamente:
«È alzato il padroncino Alfredo?»
«Il padroncino», rispose il portiere, «è nella sala terrena, che prende il caffè e latte.»
«Avvisatelo, che stamani all’alba abbiamo pescato nel fiume il famoso sacco…»
«Che cos’è mai questo sacco?»
«Gli è quello che il padroncino aspetta da parecchi giorni.»
Appena il portiere ebbe fatta l’imbasciata, tornò in un attimo sulla porta e disse ai pescatori:
«Passate subito.»
I pescatori entrarono col sacco sulle spalle, e giunti alla presenza del padrone, lo posarono delicatamente sul pavimento.
«Apritelo!», disse il giovinetto Alfredo.
«È impossibile, signor padrone. Ci siamo provati a sfondarlo con gli scalpelli, con le scuri e co’ trapani… ma il sacco è più duro del macigno.»
«Prendete questo spillo, e bucatelo.»
E nel dir così, il giovinetto Alfredo si levò dal fazzoletto da collo uno spillo d’oro, sormontato da una grossa perla, sulla quale (cosa singolarissima!) si vedeva dipinta la testa di una bella bambina coi capelli turchini.
I pescatori presero lo spillo in mano, e guardandosi fra loro stupefatti, pareva che volessero dire: “Com’è possibile che con questo spilluccio d’oro si possa forare un sacco, che ha resistito ai trapani e agli scalpelli?”.
«Bucate subito quel sacco» ripeté Alfredo con voce di comando.
I pescatori, per atto di ubbidienza, si chinarono, provandosi a infilare la punta dello spillo: e immaginatevi quale fu la loro meraviglia, quando si accorsero che lo spillo entrava con tanta facilità, come se il sacco fosse stato di polenta o di panna montata.
Appena bucato leggermente, il sacco si aprì in due parti, e lasciò vedere un povero scimmiottino, tutto malconcio, che dava appena gli ultimi segni di vita.
Alfredo prese lo scimmiottino in collo e gli bagnò la bocca con un po’ di latte tiepido.
A poco per volta Pipì si riebbe ed aprì la bocca. Allora Alfredo gli pose in bocca una pallina di zucchero e un crostino imburrato.
Pipì inghiottì il crostino e lo zucchero, senza far nemmeno l’atto di masticarli.
Poi aprì gli occhi e li fissò negli occhi di quel simpatico giovinetto, che aveva per lui tante cure e tante attenzioni: e pareva quasi che volesse ringraziarlo.
Alla fine, quando a furia di latte, di crostini e di palline di zucchero, Pipì ebbe ripreso tutte le sue forze, allora saltò in terra, e stando ritto sulle gambe di dietro, cominciò a coprir di baci la mano del suo piccolo benefattore.
I pescatori, tutta gente d’ottimo cuore, commossi a questa scena, facevano i luccioloni e si rasciugavano gli occhi: ma il padroncino Alfredo disse loro:
«Andate alle vostre faccende e chiudete la porta di sala: ho grandissimo desiderio di parlare a quattr’occhi con questo scimmiottino».

4. Pipì diventa l’amico del giovinetto Alfredo

Quando Alfredo e Pipì si trovarono soli, cominciarono a guardarsi l’uno con l’altro, senza fiatare e senza fare il più piccolo gesto.
E si guardarono per un pezzo.
Alla fine Alfredo, non potendo più star serio, dette in una gran risata: e lo scimmiottino fece altrettanto.
E risero tutt’e due sgangheratamente, senza sapere il perché, come ridono i ragazzi un po’ giuccherelli, quando si lasciano prendere dalle convulsioni del riso.
Sfogati che si furono, Alfredo disse allo scimmiottino:
«Come ti chiami di nome?»
«Pipì.»
«E il tuo casato?»
Lo scimmiottino ci pensò un poco; e poi, grattandosi lesto lesto il capo, rispose:
«Pipì senza casato.»
«Quanti anni hai?»
«Sono il più piccino de’ miei fratelli.»
«E i tuoi fratelli che età hanno?»
«Sono più giovani del babbo e della mamma.»
«Ho capito tutto», disse il giovinetto ridendo. Poi gli domandò:
«E la coda dove l’hai lasciata?»
«Non lo so.»
«Come non lo sai?»
«L’avrò perduta per la strada! Sono così scapato!…»
«Eh via! ti par possibile che uno scimmiottino possa perdere la coda per la strada?»
«Allora vuol dire che l’avrò lasciata a casa. Sono partito con tanta fretta, che non ho avuto il tempo di vedere se avevo preso con me tutto il bisognevole.»
«Dimmi Pipì; le dici mai le bugie?»
«Qualche volta… specialmente quando mi vergogno a dire la verità…»
«Ti fa torto: le bugie non vanno dette mai.»
«Non le dirò più.»
«Raccontami dunque la verità. Com’è che hai perduta la coda?»
Pipì, invece di rispondere, cominciò a strofinarsi gli occhi, poi disse piangendo:
«Me… l’hanno… mangiata!…».
«E chi te l’ha mangiata?»
«Arabà-Babbà, un coccodrillaccio, che mangerebbe anche il fuoco!…»
«E come avvenne che te la mangiò?»
«Io volevo fare il chiasso… e lui fece per davvero.»
«Oh povero Pipì!»
«E che bella coda! Una coda, lo creda, signore… Come si chiama lei?»
«Alfredo.»
«E il casato?»
«Alfredo senza casato.»
«Lo creda, signor Alfredo senza casato, una coda che faceva gola soltanto a vederla. Quella coda era tutto il mio patrimonio.»
«E perché sei scappato di casa?»
«Non sono scappato… mi hanno chiuso in un sacco e mi hanno portato via.»
«E ora che cosa pensi di fare?»
«Qualche cosa farò. Io mi accomodo a tutto.»
«Per esempio?»
«Io mi contento di poco. A me mi basta di mangiare, di bere e di andare a spasso. Non domando nulla di più.»
«Sei discreto davvero! Ma chi ti darà da mangiare?»
«Io confido in lei.»
«Perché no? Io son pronto a darti da mangiare: a patto però che tu sappia guadagnartelo. Sei avvezzo a lavorare?»
«Se debbo dir la verità, invece di lavorare, io mi diverto molto più a veder lavorare gli altri.»
«Vuoi prendere il posto di mio cameriere?»
«Si figuri!», rispose Pipì, stropicciandosi insieme le due zampine davanti per la grande allegrezza.
«Fra pochi giorni», rispose il giovinetto Alfredo, «io partirò per fare un lungo viaggio. Durante questo viaggio, vuoi tu essere il mio cameriere, il mio compagno di avventure?»
«Si figuri!»
«A colazione ti darò ogni mattina cinque pere, cinque albicocche e un bel cantuccio di pan fresco: ti piace il pan fresco?»
«Si figuri!»
«A desinare mangerai alla mia tavola, e ti farò portare un piatto di pesche, di susine e di albicocche: ti piacciono le albicocche?»
«Si figuri!»
«A cena mangerai otto noci e quattro fichi dottati: ti piacciono i fichi dottati?»
«Si figuri!»
«Tutte le volte poi che farai qualche balordaggine o qualche cattiveria, allora con questo frustino ti affibbierò una carezza sulle gambe: ti piacciono le carezze fatte col frustino?»
«Mi piacciono di più i fichi dottati», mugolò Pipì grattandosi il capo con tutt’e due le zampe.
«Accetti dunque i miei patti?» domandò Alfredo.
«Accetto tutto… fuori però che quelle carezze…»
«Anche le carezze col frustino: se no, vattene!…»
«Ma le carezze… me le affibbierà adagino… senza farmi male… non è vero?»
«Te le affibbierò secondo i tuoi meriti. Dunque?…»
«Dunque fin da questo momento, io sono il suo cameriere, il suo segretario e il suo compagno di viaggio.»
Allora Alfredo andò verso la tavola e sonò un campanello d’argento. A quella chiamata si presentò il solito servo sulla porta.
«Fate passare subito il sarto, con la paniera di tutto il vestiario.»
Il servo uscì: e dopo due minuti entrò il sarto con la paniera.
«Vestitemi quello scimmiottino con la livrea di mio cameriere», disse Alfredo.
Il sarto, senza farselo ripetere, prese dalla paniera due scarpine scollate di pelle lustra, con un bel fiocchetto di seta sul davanti e le calzò in piedi a Pipì.
Poi gl’infilò un paio di calzoncini rossi da legarsi al ginocchio: e dal ginocchio in giù gli abbottonò un paio di piccole ghette color di uliva fradicia.
Poi gli avvolse intorno al collo un fazzoletto bianco, inamidato e stirato a uso cravatta: lo aiutò a infilarsi una sottoveste di panno giallo e una giubbettina a coda di rondine, di panno nero, che gli tornava una pittura: e finalmente gli accomodò in testa un cappellino a cilindro, col suo bravo brigidino da una parte, come hanno tutti i camerieri dei grandi signori.
Quando Pipì fu vestito tutto da capo ai piedi, Alfredo gli disse:
«Su, da bravo, vieni qua da me e va’ a guardarti in quello specchio».
Lo scimmiottino si mosse franco e spedito; ma non essendo avvezzo a portare le scarpe, fece un bellissimo sdrucciolone e cadde lungo disteso.
Figuratevi le risate di Alfredo e del sarto.
Il povero Pipì faceva di tutto per rizzarsi, ma non gli riusciva. Puntava con sforzi inauditi i piedi in terra, ma i piedi scivolavano sui mattoni inverniciati: ed era subito un’altra musata battuta sul pavimento.
Alla fine si rizzò: e toccandosi il naso che era tutto sbucciato, disse piangendo al padroncino:
«Io… con le scarpe non so camminare… Io voglio andare scalzo».
«Fatti coraggio», disse Alfredo, «con un po’ di pazienza ti avvezzerai anche alle scarpe. In questo mondo ci si avvezza a tutto.»
«Ma io ci patisco troppo.»
«Pazienza! In questo mondo ci si avvezza anche a patire, diceva il mio babbo. Su, su: vieni a guardarti allo specchio.»
Lo scimmiottino si mosse una seconda volta: ma camminava a sentita, con passo di formica, pianin pianino, come se avesse camminato sulle uova.
Giunto dinanzi allo specchio, diè appena una prima occhiata a volo; e tiratosi indietro spaventato, cominciò a strillare disperatamente:
«Oh come sono brutto!… Oh povera mamma mia, come hanno sciupato il tuo scimmiottino!… Non sono più io!… Non sono più Pipì!… Mi hanno vestito da uomo… e sono diventato un mostro da far paura. Non voglio più star qui: voglio andarmene… voglio tornarmene a casa mia. Non voglio più questi vestitacci; no, no, no!…».
E, gridando e avvoltolandosi per terra, si levò le scarpe e le buttò nel camminetto: tirò il cappello sul viso del sarto, si strappò il fazzoletto bianco dal collo: e spiccato un gran salto, uscì fuori dalla finestra e si dette a correre per i campi.
Povero Pipì! correva e correva: ma non aveva ancora fatto cento passi, che sentì afferrarsi per i calzoncini dalla parte di dietro, e si trovò sollevato da terra, in bocca a un grosso cane di Terranuova.

5. Pipì promette all’amico Alfredo di accompagnarlo in un lungo viaggio, ma promette, senza credersi obbligato a mantenere

Il cane di Terranuova era uno di quei cani pasticcioni, intelligenti, amorosi, che si affezionano al padrone, come l’amico all’amico.
Non gli mancava altro che la parola per essere quasi un uomo. Di soprannome lo chiamavano Filiggine, a motivo del suo pelame nero morato, come la cappa del camino.
Quando Alfredo si accorse che Pipì tirava a scappare, fece un fischio a Filiggine: e Filiggine, in quattro salti, raggiunse lo scimmiottino, e presolo, come già s’è detto, per i calzoncini dalla parte di dietro, lo riportò pari pari in casa del padrone.
«Perché volevi scappare?», gli domandò Alfredo in tono di rimprovero.
«Perché… perché…»
«Su, su! Rispondi con franchezza.»
«Perché io voglio tornare a far lo scimmiottino insieme col mio babbo, con la mia mamma e coi miei fratelli… e non voglio mascherarmi da uomo…»
«E allora perché, poco fa, hai accettato di essere il mio compagno di viaggio?»
«Perché credevo che fosse una cosa… e invece è un’altra.»
«Vuoi dunque proprio andartene?»
«Anche subito… Ma lei mi faccia il piacere di non mandarmi dietro quel solito canaccio nero… perché se no, Filiggine, dopo cinque minuti, mi riporta di peso in questa stanza.»
«Non aver paura. Filiggine senza il mio comando, non si muove di qui. E quanto sei lontano da casa tua?»
«Dimolti, ma dimolti chilometri.»
«E prima di metterti in viaggio, non senti bisogno di mangiar qualche cosa?»
A dirla schietta, lo scimmiottino non aveva l’ombra della fame: ma tentato dalla sua gran ghiottoneria, rispose abbassando gli occhi e facendo finta di vergognarsi:
«Un bocconcino lo mangerei volentieri…».
Alfredo sonò il campanello d’argento, e il servo portò in tavola un cestino pieno ricolmo di bellissime pesche.
Lo scimmiottino non le mangiò, ma le divorò in un baleno.
Dopo le pesche, vide presentarsi un canestro di ciliegie così grosse, così mature e così rilucenti, che facevano venire l’acquolina in bocca soltanto a guardarle.
Pipì se le sgranocchiò tutte, a tre e quattro per volta: ma non volendo passare per uno scimmiottino ineducato, lasciò nel canestro i nòccioli, le foglie e i gambi.
Quando si sentì pieno fino agli occhi, allora si alzò da tavola, e fatta una bella riverenza, disse al padroncino di casa:
«Arrivedella signor Alfredo: scusi tanto l’incomodo e mille grazie della sua cortesia.»
«Addio, Pipì. Fa’ buon viaggio, e tanti saluti a casa.»
Lo scimmiottino si avviò per andarsene: ma in quel mentre vide entrare il cameriere con un paniere di frutta, che mandavano un odorino da far resuscitare un morto.
«E quelle che frutta sono?», domandò, tornando due passi indietro.
«Quelle son nespole del Giappone», rispose Alfredo. «Le avevo fatte preparare per la tua cena di stasera.»
Pipì rimase un po’ pensieroso: e poi disse:
«Pazienza!». E fattosi un animo risoluto, si avviò di nuovo per partire.
Giunto però sulla porta di sala, si trattenne alcuni minuti. Quindi, volgendosi al giovinetto, gli chiese:
«Scusi, signor Alfredo, che ore sono?»
«Mezzogiorno preciso.»
«Mezzogiorno?… A dir la verità, mi pare un po’ tardi per mettersi in viaggio.»
«Tutt’altro che tardi. Ti restano ancora sette ore di giorno chiaro, e in sette ore si fa dimolta strada.»
«Ha ragione e dice bene. Dunque arrivedella, signor Alfredo, scusi tanto l’incomodo e mille grazie della sua cortesia.»
E questa volta partì davvero. Ma dopo un quarto d’ora Alfredo se lo vide ricomparire in sala, tutto ansante e trafelato.
«Che cosa c’è di nuovo?», gli domandò il giovinetto.
«C’è di nuovo», rispose Pipì, «che questo sole sfacciato mi dà una gran noia e mi fa abbarbagliare gli occhi. Non potrebbe, di grazia, prestarmi un ombrellino di tela da pararmi il sole?»
«Volentieri.»
Alfredo chiamò il cameriere: e il cameriere portò subito un grazioso parasole, dipinto con grandi fogliami di bellissimi colori azzurri e verdi.
Pipì prese l’ombrellino, l’aprì, e cominciò a girare intorno alla stanza, dando continuamente delle lunghissime occhiate al canestro delle nespole giapponesi.
«Amico mio», disse allora Alfredo, «se indugi un altro poco, farai notte senza avvedertene, e ti toccherà a viaggiare al buio.»
«Io di giorno non so camminare», rispose Pipì. «O non sarebbe meglio che partissi questa sera dopo cena?»
«Padronissimo di fare come credi meglio.»
E nel dir così, Alfredo lasciò balenare in pelle in pelle un risolino canzonatorio, che pareva volesse dire:” Caro il mi’ ghiottone! Ho bell’e capito qual è il tuo debole: lascia fare a me, che ti domerò io!”.
Quando fu l’ora della cena, Pipì, senza nemmeno aspettare di essere invitato, andò a sedersi alla tavola dov’era seduto Alfredo: ma questi pigliando un tono di voce serio e padronale, gli disse:
«Che cosa fate costì?»
«Vengo a cena anch’io.»
«Le persone che vengono alla mia tavola, le voglio veder vestite decentemente. Andate subito a mettervi la giubba.»
«Io… con la giubba… non so mangiare. La giubba non me la metto.»
«Allora ritiratevi là, in fondo alla sala, e contentatevi di assistere alla mia cena.»
Quando Pipì si accorse che Alfredo diceva sul serio, si dette a piangere e a strillare: e piangendo e strillando scappò dalla stanza: ma dopo poco tornò.
Quando rientrò nella stanza, aveva la sua giubbettina infilata e tutta abbottonata, come un piccolo milorde.
«Così va bene», disse Alfredo. «Mettetevi ora a sedere, e buon appetito!»
Il canestro delle nespole fu portato in tavola.
Inutile starvi a dire che, dopo un quarto d’ora, il canestro era vuoto, e lo scimmiottino era pieno, da non poterne più.
«Ora poi me ne vado davvero», disse alzandosi da tavola con grandissima fretta.
Ma nel mentre che stava armeggiando per levarsi di dosso la giubbettina, il cameriere si presentò in sala con un magnifico vassoio di melagrane.
«Che odorino!», gridò Pipì, annusando e lasciando gli occhi sul vassoio delle frutta. «O quelle melagrane per chi sono?»
«Erano per la tua colazione di domani. Ma ormai tu parti, e le mangerò io.»
«Io… partirei volentieri, ma di notte non so camminare. O non sarebbe meglio che partissi domattina, dopo fatto colazione?»
«La tua camerina è già preparata. Buona notte.»
La mattina dopo, all’ora di colazione, lo scimmiottino si presentò puntualmente vestito con la giubba di panno nero: ma il signor Alfredo, dopo averlo squadrato da capo ai piedi, gli disse con accento vivace e risentito:
«Chi vi ha insegnato a presentarvi alla tavola di un gentiluomo, senza scarpe ai piedi e senza fazzoletto al collo? Andate subito a mettervi le scarpe e la cravatta.»
Pipì, confuso e mortificato, cominciò a grattarsi la testa e il naso, e piagnucolando disse:
«Ih… ih… ih… le scarpe mi fanno male… e il fazzoletto mi serra la gola. Piuttosto voglio andar via subito… voglio tornarmene a casa mia.»
«Levatevi dunque dalla mia presenza.»
Pipì si avviò mogio mogio verso la porta della sala: ma prima di uscire, si voltò per dare un’ultima occhiata al vassoio delle melagrane. Poi se ne andò.
«Questa volta è partito davvero», disse Alfredo tutto afflitto. «E me ne dispiace. Gli volevo bene a quello scimmiottino. Che cosa dirà la mia buona fata, quando saprà che l’ho scacciato? Eppure, era lei che me l’aveva fatto capitare fin qui, proprio in casa, consigliandomi a prenderlo per mio segretario e per mio compagno di viaggio!… Ma oramai quel che è fatto, è fatto, e ci vuol pazienza.»
Mentre Alfredo parlava in questo modo fra sé e sé, gli parve che fosse bussato alla porta della sala e nel tempo stesso si udì una vocina di fuori che disse:
«Signor Alfredo, che mi ha chiamato?»
«Chi è?», gridò il giovinetto rizzandosi in piedi.
«Sono io.»
La porta si aprì e comparve lo scimmiottino.
Aveva in piedi le sue scarpettine scollate e portava la testa ritta e impalata, perché il fazzoletto da collo, moltissimo inamidato, gli segava terribilmente la gola.
A quella vista inaspettata, è impossibile immaginarsi l’allegrezza di Alfredo. Andò incontro a Pipì, lo abbracciò, lo baciò, gli fece un mondo di carezze, come si farebbero a un carissimo amico, dopo vent’anni di lontananza.
Giurarono di non lasciarsi mai più e di fare insieme questo gran viaggio intorno alla terra.
Il bastimento sul quale dovevano imbarcarsi, era aspettato di giorno in giorno.
Finalmente il bastimento arrivò.
La sera della partenza, Alfredo e Pipì pranzarono insieme, come erano soliti di fare. E durante il pranzo parlarono di mille cose, dissero un visibilio di barzellette, e risero e stettero allegrissimi come due ragazzi alla vigilia delle vacanze autunnali.
Alzatisi da tavola, Alfredo disse guardando l’orologio:
«Il bastimento parte a mezzanotte. Dunque abbiamo appena un’ora di tempo per dare un’occhiata ai bauli e per vestirci tutti e due in abito da viaggio».
In cinque minuti io son pronto, disse Pipì, e ballando e saltando entrò nella sua camerina.
E quando fu lì, cominciò subito a levarsi la giubbettina di panno nero per infilare una piccola giacca di tela bianca; invece delle scarpine calzò un paio di stivaletti a doppio suolo, e invece del solito cappello si ficcò in testa un elegante berrettino di seta celeste.
Poi andò a guardarsi allo specchio: ma nel mentre che se ne stava tutto contento, pavoneggiandosi e facendo con la bocca e con gli occhi mille versacci grotteschi, sentì un piccolo rumore, come se qualcuno di fuori si arrampicasse per salire fino alla sua finestra di camera.
Da principio ebbe una gran paura: ma, fattosi coraggio, aprì la finestra e vide… vide due zampe che lo abbracciarono stretto intorno al collo e intese una voce soffocata dalla consolazione e dalla gioia, che mugolava teneramente.
«Oh mio povero Pipì!… Finalmente ti ho ritrovato.»

6. Pipì mancando alla sua promessa, corre a far baldoria

Pipì riconobbe subito la voce di suo padre e tutto commosso gridò:
«Che cosa fate qui, babbo mio, a quest’ora?»
«È un mese che ti cerco da per tutto.»
«E la mia mamma, dov’è?»
«È laggiù!»
«Dove?»
«In fondo a questo campo.»
«E i miei fratellini?»
«Sono laggiù anche loro.»
«E che cosa fanno in fondo al campo?»
«Ti aspettano a braccia aperte.»
«Oh come li rivedrei volentieri!»
«Vieni dunque a vederli!»
«Se ci verrei!… Figuratevelo voi! Ma in questo momento non posso… proprio non posso…»
E dicendo così lo scimmiottino cominciò a piangere dirottamente e a graffiarsi per disperazione gli orecchi.
«E perché non puoi?», gli domandò singhiozzando il vecchio genitore.
«Perché ho promesso a un amico…»
«E che promessa gli hai fatto?»
«Gli ho promesso di partire questa sera con lui, e di accompagnarlo in un gran viaggio che egli deve fare intorno al mondo.»
«E tu, per tener compagnia a un amico, avrai il coraggio di abbandonare la tua povera famiglia? Senza di te, noi moriremo tutti di dolore!»
«Oh! non dite così: se no mi metterete al punto di mancare alla promessa…»
«E a che ora dovresti partire?»
«Fra pochi minuti.»
«Vieni almeno a dire addio a’ tuoi fratelli, che ti aspettano in fondo al campo.»
«E se il signor Alfredo in questo frattempo mi chiamasse?»
«Chi è il signor Alfredo?»
«È l’amico.»
«Se ti chiama… e tu lascialo chiamare.»
«E se il bastimento partisse?…»
«E tu lascialo partire.»
Lo scimmiottino, tutto contento di aver trovato una buona scusa per non mantenere la sua promessa, rispose scotendo il capo:
«Sarà quel che sarà… A buon conto prima di partire per questo gran viaggio, voglio rivedere la mia mamma e i miei fratellini.»
Detto fatto, montò sulla finestra, e spiccando un gran salto, si buttò di sotto. Allora si sentì un tonfo, come quello di un grosso pietrone cascato in un fosso pieno d’acqua e di mota.
«Babbo mio, aiutatemi, se no son morto!» grido Pipì con urlo disperato.
Che cos’era avvenuto?
Era avvenuto che la terra di quel campo, a cagione delle grandi piogge dei giorni precedenti, era così rammollita e fangosa, che lo scimmiottino, cadendovi sopra, vi era rimasto affondato fino alla gola.
Per buona fortuna suo padre fece in tempo a salvarlo: ma quando Pipì uscì fuori dal pantano, non aveva più in piedi gli stivaletti. Gli stivaletti erano rimasti seppelliti un metro sotto terra.
«Pazienza!», disse ridendo. «Me ne ricomprerò un altro paio, prima di montare sul bastimento.»
E senza stare a perder tempo, babbo e figliolo presero una viottola lungo il campo, e cominciarono a correre. Ma non avevano ancora fatto venti passi, che Pipì sentì volarsi al disopra della testa un uccello notturno, il quale con una beccata gli portò via il berrettino da viaggio.
«Uccellaccio del mal’augurio, rendimi subito il mio berretto», urlò lo scimmiottino.
«Cucù!», fece l’uccello, e continuò il suo volo.
«Pazienza! Mi ricomprerò un altro berrettino prima di montare sul bastimento.»
E babbo e figliolo ripresero a correre: ma sul più bello, un grosso pruno uscito dalla siepe, afferrò co’ suoi spunzoni i calzoncini e il giubbettino di Pipì, e li ridusse in minutissimi stracci.
«Ora eccomi qui senza calzoni e senza giubbettino!…»
«Pazienza!», gli disse il suo babbo. «Te li ricomprerai prima di montare sul bastimento.»
«Oh povero me! povero me!», gridò lo scimmiottino simulando un gran dispiacere. «Di tutto il mio bel vestiario da viaggio, non mi è rimasto altro che la camicia e il fazzoletto da collo.»
E nel dir così, fece l’atto di cercarsi la camicia, ma invece della camicia si trovò addosso un camiciotto di foglie d’ortica. Tastò con le mani per accertarsi se almeno il fazzoletto da collo c’era sempre, ma invece del fazzoletto sentì sgusciarsi fra le dita una serpe grossa come un’anguilla di mare.

7. Pipì comincia a pentirsi di aver mancato alla sua promessa

Il povero Pipì, nel toccar quella serpe, che si trovò avvoltolata al collo invece della cravatta, fu preso da uno spavento indicibile.
Avrebbe voluto urlare, ma la lingua gli era rimasta appiccicata al palato: avrebbe voluto correre e fuggir via, ma le gambe gli facevano giacomo-giacomo, ossia gli ciondolavano avanti e indietro, tale e quale come se fossero le gambe d’un morto, che si fosse provato a camminare.
Alla fine, non potendosi più reggere in piedi, si lasciò cascare per terra come un cencio, dicendo con un fil di voce:
«Muoio!…».
«Che cosa ti senti?», gli domandò suo padre, tutto sgomento.»
«Un gran male!…»
«E dove lo senti?»
«In tutta la persona.»
«E che male sarebbe?…»
«Il male della paura!…»
«Un gran brutto male, bambino mio: l’unico male per il quale i medici non abbiano saputo trovare ancora una medicina. Prova a farti un po’ di coraggio…»
«Ho provato.»
«E ora come ti par di stare?»
«Peggio di prima.»
«Ma qual è la cagione di tutto questo spavento?»
«Una gran disgrazia, babbo mio, sta per cascarmi addosso!»
«E come fai a saperlo?»
«Ho avuto, in pochi minuti, troppi indizi… troppi segnali. Vi ricordate i miei stivaletti nuovi rimasti affogati nella mota? E il giubbettino e i calzoni fatti in pezzi da quel dispettosaccio di pruno? E la camicia di tela fina diventata, tutt’a un tratto, di foglie di ortica? E quella brutta serpe, che or ora mi è scappata di mano? Eccola sempre lì, eccola sempre lì!… Guardatela!…»
«Chi?»
«La serpe…»
Il babbo di Pipì si voltò a guardare verso il punto indicato, e vide difatti in mezzo alla profonda oscurità della notte, una grossa serpe, che risplendeva tutta di vivissima luce rossa, come se fosse stata una serpe di cristallo, con in corpo un lampione acceso da tranvai.
La serpe, stando a collo ritto, teneva i suoi occhi fissi in quelli dello scimmiottino.
«Che cosa vuoi da me?», gli domandò Pipì, facendosi un coraggio da leone.
«Vengo a portarti i saluti del signor Alfredo», rispose la serpe.
«Povero signor Alfredo!… È forse partito per il suo viaggio?»
«È partito pochi minuti fa, e mi ha raccontato che tu avevi promesso di accompagnarlo.»
«È vero, è vero, è vero!… Domani forse partirò anch’io e spero di poterlo raggiungere in alto mare.»
«Speriamolo davvero! A buon conto, ricordati, scimmiottino mio bello, che quando si promette una cosa, bisogna mantenerla! Hai capito?»
Appena dette queste parole, la serpe sparì nel buio della notte e non si vide più.
Allora Pipì, tormentato in cuore da una specie di rimorso, fu quasi sul punto di dire addio a suo padre e di prendere la strada più corta, che menava alla spiaggia del mare: ma mentre stava lì per decidersi, vide lontano lontano alcune fiaccole accese, che si movevano in qua e in là, e sentì una musica allegra di pifferi, di tamburi e di mandolini.
«Che cos’è quella musica e quei lumi?», domandò tutto meravigliato.
«Come? Non ti riesce d’indovinarlo?»
«No.»
«Sono i tuoi fratellini, che vengono a incontrarti con la fiaccolata e a suon di banda!…»
«Oh che piacere! Oh che bello spettacolo! Corriamo, babbo, corriamo…»
E tutti e due si dettero a correre lungo la viottola: e Pipì, che aveva riacquistata in un attimo la forza delle sue gambine svelte e sottili, non solo correva, ma si sarebbe detto che volava come un uccello.
E ora chi mi dà le parole adatte per descrivere la scena del primo incontro? Credetelo a me: fu una scena così affettuosa e commovente, che è impossibile immaginarsela senza averla veduta coi propri occhi. Basti dire che l’allegrezza dei quattro fratelli nel rivedere il loro fratellino minore, che oramai credevano perduto per sempre, fu così tempestosa e smodata, che gli saltarono addosso tutti insieme e ci corse poco che non lo soffocassero sotto un diluvio di baci, di abbracciamenti e di carezze.
Quand’ebbero sfogati gli affetti del loro cuore, cominciarono a strillare in coro: curacà! curacà! curacà! (nel dialetto familiare delle scimmie bisogna sapere che curacà vuol dire: a cena! a cena! a cena!). Detto fatto, si posero seduti per terra intorno a una gran cesta di pesche, di albicocche e di fichi d’India, e lì, ridendo, grattandosi e facendo con la bocca mille smorfie e mille versacci in segno di grande esultanza, mangiarono a più non posso, come se fossero digiuni da due settimane.
E non solo mangiarono, ma bevvero allegramente: e bevvero un certo liquore spiritoso, fatto d’uva rossa strizzata, che somigliava come due gocciole d’acqua al nostro vino. E ne bevvero così a spugna, che dopo mezz’ora, dormivano tutti e russavano come tante marmotte.
Quand’ecco che, sul più bello del sonno, furono svegliati da un’orribile voce che gridò: «Guai, a chi si muove!…».

8. Il terribile assassino Golasecca e i suoi compagni. Golasecca si mette in tasca il povero Pipì e lo porta via

Lascio ora pensare a voi come rimanessero, quando, balzando in piedi e spalancando gli occhi, si videro circondati da una masnada di brutti figuri, neri come l’inchiostro e tutti armati di sciabole e di bastoni.
«Pover’a noi, siamo bell’e morti!», gridarono gli scimmiottini.
«Che morti e non morti?», replicò Pipì. «Per vostra regola, a morire c’è sempre tempo.»
«Ma chi saranno quei ceffi affumicati?», domandò un di loro.
«Ci vuol poco a indovinarlo: saranno assassini» rispose un altro.
«E che cosa vogliono da noi?»
«Ci vorranno derubare.»
«Derubare?», disse Pipì, ridendo. «Scusate, miei cari fratelli: quanti quattrini avete?»
«Nemmen’uno.»
«Allora il più ricco di tutti sono io…»
«O tu quanto hai?»
«A me», rispose Pipì, «mi mancano solamente cinque centesimi per fare un soldo.» Poi continuò, grattandosi il naso: «Che assassini originali! Nessuno di loro ha il coraggio di farsi avanti».
E diceva la verità.
Difatti, tutti que’ brutti figuri, che riuniti assieme formavano una specie di cerchio, se ne stavano lì ritti impalati, senza fare un gesto, senza batter occhio, senza brontolare una mezza parola.
Allora Pipì, avanzandosi in mezzo, disse con bella maniera:
«Scusino, signori assassini; che ci farebbero il piacere di lasciarci passare?».
Nessuno rispose: nessuno fiatò.
«Grazie tante della loro cortesia», soggiunse lo scimmiottino. «Debbono dunque sapere che noi siamo una povera famiglia: il babbo, la mamma, e cinque figlioli, e vorremmo tornare a casa nostra: che si contentano lor signori?»
Al solito, nessuna risposta.
«Ho capito: e grazie tante della loro cortesia. Su, babbo, da bravo! Poiché questi signori sono contenti, spiccate un bel salto, e passando loro di sopra al capo, andate ad aspettarci sulla strada.»
Lo scimmione fece il salto: e dopo lui, lo fece la moglie: poi i quattro figlioli.
«Ora tocca a me», disse Pipì, che era rimasto solo in mezzo al cerchio formato dagli assassini: ma quando fu sul punto di prendere la rincorsa e di slanciarsi… che è, che non è… tutti quegli assassini diventarono così lunghi e così alti, che parevano tanti campanili.
«Pipì! Pipì!», gridavano di fuori i suoi fratelli, chiamandolo con urli disperati.
Ma il povero scimmiottino non aveva più fiato di rispondere.
«Che cosa pensi di fare?», gli domandò allora il capo della masnada, uscendo finalmente dal suo ostinato silenzio.
«Penso di tornarmene a casa mia…»
«T’inganni, povero Pipì! Tu non tornerai a casa.»
«Pazienza! Resterò qui.»
«Nemmeno: tu verrai con me…»
«Con lei?… Neanche se mi fa legare…»
«Tu verrai con me.»
«Neanche se mi regala cento panieri di ciliegie.»
«Tu verrai con me.»
«Neanche morto!»
Il capo della masnada, senza aggiungere altre parole, si chinò, e preso il povero scimmiottino per la collottola, se lo pose nella tasca della sua casacca. Poi abbottonò la tasca con tre bottoni, che parevano tre ruote da carrozza.
«Ora possiamo andare», disse ai suoi compagni: e tutti insieme si avviarono verso la strada maestra.
È impossibile ridire la disperazione, i pianti e gli urli dei fratellini di Pipì. Lo chiamavano con acutissime grida: ma non ebbero altra consolazione che quella di vedere le zampettine del povero scimmiottino, che uscivano fuori dalla tasca del capo-masnada, e si movevano con una lestezza vertiginosa, come se volessero raccomandarsi e chiedere aiuto.

9. All’Osteria delle Mosche.

Quando gli assassini si furono allontanati una ventina di chilometri, il terribile Golasecca (era questo il soprannome del capo-masnada) si fermò in mezzo a un campo e, voltandosi ai suoi compagni, disse loro con una vociaccia roca, che pareva il brontolio d’un tuono lontano:
«Ora potete ritornarvene alla Capanna Nera. Aspettatemi là, e fra quattro o cinque giorni ci rivedremo».
«Scusate, maestro», gli domandò uno di quei brutti ceffi, «avete pensato a portare con voi qualche cosa da mangiare?»
«Non ho portato nulla.»
«Male! E se per la strada vi viene un po’ d’appetito?»
«Pazienza! Se non trovo altro, mi rassegnerò a mangiare questo scimmiottino, che ho qui in tasca.»
Il povero Pipì, udendo tali parole, cominciò dalla passione a grattarsi il naso e gli orecchi.
«Ma se voi mangiate lo scimmiottino», riprese il solito brutto ceffo, «che cosa vi dirà la Fata dai capelli turchini?»
«La Fata non potrà farmi nessun rimprovero: perché io le ho promesso di portarglielo vivo o morto. In ogni caso se mi verrà voglia di mangiarmelo per la strada, serberò intatta la pelle, perché la Fata possa vederla con i propri occhi e accertarsi così che ho adempito lealmente i suoi comandi.»
«Avete ragione, maestro. Dunque buon viaggio e sollecito ritorno.»
Appena gli assassini ebbero preso congedo dal loro condottiero, si attaccarono sotto le braccia delle grandi ali di tela incerata e, spiccato il volo, si alzarono in aria con grandissimo fracasso, come un branco di corvi spaventati.
Golasecca, rimasto solo, seguitò il suo viaggio attraverso ai campi, ai fiumi, e alle boscaglie, senza fermarsi mai, mai, mai!
Dopo aver camminato due giorni e due notti, sentì uscire dalla tasca della sua giacca una vocina soffocata, che pareva venisse di sottoterra, la quale disse con tono di piagnisteo:
«Ho fame!… Ho tanta fame!».
Golasecca, invece di rispondere, si accarezzò la sua lunghissima barba di caprone, e raddoppiando il passo, tirò diritto per i fatti suoi.
Ma dopo pochi minuti, ecco la solita vocina, che diceva raccomandandosi:
«Sor assassino, che mi darebbe un chicco d’uva, o una ciliegia, o anche una mezza pera solamente? Sono digiuno da tanti giorni, e sento che lo stomaco mi va via. Lo creda, sor assassino, ho una fame così grande, che la vedo anche al buio!…».
«Se hai fame», rispose Golasecca, ridendo di un riso sguaiato e canzonatore, «fruga nella mia tasca, e ci troverai tante ghiottonerie, da prendere un’indigestione.»
«Sono tre giorni che frugo: ma non mi riesce di trovarci nulla.»
«Allora mangia la fodera della mia tasca.»
«La prima fodera l’ho bell’e mangiata: la seconda è troppo dura e non mi riesce di roderla.»
«L’hai mangiata davvero?», urlò Golasecca, andando su tutte le furie. «Brutto scimmiottino! Lasciami arrivare all’Osteria delle Mosche, e non dubitare che aggiusteremo i nostri conti!…»
Intanto si era fatto notte.
E che notte orribile e indiavolata! Il cielo appariva tutto coperto di nuvoloni; lampeggiava e tonava: e gli alberi della foresta, sbatacchiati da un violentissimo vento, si divincolavano, cigolavano e urlavano, come tante anime disperate.
A mezzanotte in punto, Golasecca arrivò dinanzi all’Osteria delle Mosche: ma l’osteria era chiusa.
Picchiò alla porta una volta, due volte, tre volte: e nessuno rispose.
Allora, con quanto fiato aveva ne’ polmoni, si diè a gridare:
«Apri, Moccolino!… Apri!… Sono io!».
Moccolino era il nome dell’oste; e tutti lo chiamavano così, perché a cagione della sua figura sottile sottile, lunga lunga, e sbiancata sbiancata, somigliava tale e quale a un moccolino di cera gialla.
La sua osteria stava aperta solamente di giorno. Appena si faceva notte, Moccolino a scanso di seccature e di dispiaceri, chiudeva prudentemente la porta, spengeva il fornello e i lumi e se ne andava a letto.
E una volta entrato a letto, non apriva più a nessuno, anche se fosse rovinato il mondo. Dato il caso che qualche disgraziato, smarritosi di nottetempo nella foresta, avesse bussato all’osteria, Moccolino non se ne dava per inteso: o dormiva o faceva finta di dormire.
Quando Golasecca si accorse che l’oste, prendendosi gioco di lui, si ostinava a non volergli aprire, che cosa fece? Cominciò a distendere le braccia e le gambe, e a furia di distendersi e di allungarsi, diventò di una statura così alta e gigantesca, che il tetto dell’osteria gli arrivava appena a mezza vita.
Allora, lavorando con tutte e due le mani, si dette a scoperchiare il tetto; e i mattoni, gli embrici e i tegoli volavano via, come foglie portate dal vento.
Moccolino, impaurito da tutto quel fracasso infernale, cacciò il capo fuori delle lenzuola, e fingendo di essersi svegliato lì per lì, gridò con voce tremante:
«Chi è che mi chiama?»
«Sono io», rispose Golasecca, piegandosi e infilando il capo dentro la buca che aveva aperta nel tetto.
Per l’appunto questa buca rispondeva nella stanza dove dormiva l’oste, il quale sentì gelarsi il sangue, quando al fioco chiarore del lumino da notte, vide affacciata al soffitto della sua camera la minacciosa ghigna del terribile capo-masnada.
«Che cosa volete da me, maestro Golasecca?», domandò Moccolino, che dallo spavento non aveva più fiato in corpo.
«Che cosa voglio?… Voglio prenderti per un ciuffo dei capelli e scagliarti lontano mille miglia.»
«Deh! non lo fate!… Abbiate pietà di me.»
«Non meriti pietà.»
«Abbiate almeno pietà del mio bambino. Povero Guiduccio! Se rimanesse solo in questa casa, me lo mangerebbero i lupi.»
«No, no… io non voglio essere mangiato… dai lupi», disse fra il sonno il figlioletto dell’oste, che dormiva nella stessa camera del babbo, in un lettino a parte.
Alle parole di quel bambino, Golasecca mutò fisonomia: e preso un tono di voce un po’ più umano, disse all’oste:
«Su da bravo! Salta subito il letto e preparami da cena.»
Moccolino ubbidì alla prima: ma era tanta la paura e la confusione che aveva addosso, che non sapeva nemmeno lui come fare a vestirsi. Credé di aver preso le calze, e invece si ostinava a infilare i piedi nel berretto da notte. Accortosi dell’errore, si messe le scarpe, e sopra alle scarpe infilò le calze. Poi infilò la giacchetta, e sulla giacchetta la camicia, e sulla camicia la sottoveste, finché trovandosi in mano i calzoni e non rammentandosi più a che cosa servivano, li ripiegò perbene e li chiuse dentro l’armadio.
Scese quindi al pianterreno e aprì la porta dell’osteria.
Golasecca, che aveva ripresa la statura d’un uomo comune, entrò dentro scotendosi i panni che gocciolavano: e postosi a sedere dinanzi a una tavola apparecchiata, domandò all’oste:
«Che cosa mi dai per cena?».
«Tutto quello che desidera Vostra Signoria. Non deve far altro che comandare.»
«Che cosa c’è di carne?»
«Nulla di carne.»
«E di formaggio?»
«Nulla di formaggio.»
«E di pane?»
«Nulla di pane.»
«Che cosa posso dunque mangiare?», domandò l’assassino, tentennando il capo e cominciando a perdere la pazienza.
«Se Vostra Signoria desidera della frutta…»
«Che cos’hai di frutta?»
«Ciliegie, mandorle e pesche.»
«Dammi un bel piatto di pesche.»
«E a me, un bel piatto di ciliegie», disse una vocina, che uscì dalle tasche del vestito di Golasecca.
«Chi è che ha chiesto le ciliegie?», balbettò l’oste, tutto impaurito e maravigliato.
«Sono io», rispose la solita vocina.
«Non dubitare», interruppe Golasecca, e digrignando i denti, «non dubitare, Pipì, che le ciliegie te le darò io… e ti darò qualcos’altro! A buon conto, esci subito fuori, e facciamo i nostri conti.»
«Così dicendo, il capo-masnada sbottonò la tasca della sua giacca, e lo scimmiottino, senza tanti complimenti, saltò in mezzo alla tavola e si pose a sedere sopra una zuppiera di porcellana.

10. Come andò che Nanni, il gatto dell’Osteria delle Mosche, prese il posto di Pipì nella tasca dell’assassino

Allora Golasecca voltandosi a Pipì con un cipiglio da far paura, gli domandò:
«Chi è che ha mangiato la fodera della mia tasca?.»
Lo scimmiottino, come se non dicessero a lui, cominciò a guardare in qua e in là: ma poi, fissando i suoi occhietti mobilissimi e irrequieti in faccia al capo-masnada, disse con voce carezzevole:
«Vi contentate, sor assassino, che vi parli sinceramente? Io non ho veduto mai una barba così bella come la vostra! Voi avete la più bella barba del mondo!».
«Lasciamo star la barba e rispondiamo a tono: chi è che ha mangiato la fodera della mia tasca?»
«E se fosse la barba solamente, vorrebbe dir poco», soggiunse lo scimmiottino. «Egli è che tutti dicono che voi siete la più buona pasta d’uomo di questo mondo! Un vero cuor di Cesare! La perfetta cortesia travestita da brigante!…»
«Lasciamo stare il buon cuore e la cortesia: chi è che ha mangiato la fodera della mia tasca?»
«E se foste buono soltanto, sarebbe poco o nulla: egli è che siete anche bello! Volete che ve lo dica? Degli uomini belli ne ho veduti dimolti; ma un uomo bello come voi, non l’ho visto mai!»
«Bisognava avermi visto trent’anni fa!», replicò Golasecca lisciandosi i baffi e il barbone e ingegnandosi di apparire grazioso. «Allora ero bello davvero! Eh, Moccolino? Ditelo voi.»
«La prima volta, che vi ho conosciuto io, eravate un sole! un sole di mezzogiorno!», rispose l’oste.
«Oggi siete un sole sul tramonto!», soggiunse Pipì, «ma un tramonto magnifico! un tramonto che val più di un’aurora!…»
«Mi avvedo, caro scimmiottino, che tu hai molto spirito e molto ingegno: e per questo ti voglio bene» disse Golasecca commosso. «Scendi giù dalla zuppiera e vieni a sederti accanto a me. Ceneremo insieme. Moccolino! Porta subito in tavola un piatto di pesche e un piatto di ciliegie per il mio amico Pipì. L’amico Pipì è uno scimmiottino sincero e amante della verità, e se per caso incontra un uomo veramente bello, non ha nessuna paura a dirgli in viso: “Tu sei il più bell’uomo di questo mondo!”».
Fatto sta che mangiarono tutt’e due con grande appetito: e la cena fu piuttosto lunghetta.
Sul finir della cena, lo scimmiottino domandò al capo-masnada:
«Se non fossi troppo indiscreto, potrei sapere dove volete portarmi?».
«A casa della Fata dai capelli turchini.»
«E che vuole da me questa buona donna?»
«Essa è adirata.»
«E la ragione?»
«Perché dice che tu avevi promesso di accompagnare il suo figlio Alfredo in un lungo viaggio: e che poi hai mancato alla tua promessa.»
«Quanto è lontana di qui la casa della Fata?»
«Più di mille chilometri.»
«Io non ci voglio venire.»
«Padrone tu di non volerci venire» rispose Golasecca, facendosi serio «ma io ti ci porterò per forza!»
«Voi non mi ci porterete…»
«Perché?»
«Perché io scapperò!»
«Scapperai?», urlò l’assassino, mugghiando come un toro ferito. «A buon conto, rientra subito dentro la mia tasca, e domani all’alba partiremo.»
Così dicendo, Golasecca abbrancò con una mano lo scimmiottino e lo ripose al buio, assicurando la tasca con quei soliti tre bottoni grandi e spropositati, come tre ruote da carrozza. Poi, cavatasi la giacca, la gettò sopra una sedia: e appoggiando il capo al muro, disse a Moccolino:
«Io farò un sonnellino su questa panca: e tu bada bene all’alba di venirmi a svegliare.»
«Dormite tranquillo», rispose l’oste: e presa la candela, se ne tornò su, nella sua cameretta.
Ora bisogna sapere che Golasecca aveva un bruttissimo vizio: quello cioè di russare: e russando, faceva con la bocca un certo fischio lamentevole e prolungato, come quello che fanno gli uccellini quando vedono calare il falco.
Nel sentir questo fischio, Nanni, il bellissimo gatto soriano di Moccolino, entrò in punta di piedi nella stanza, annusando qua e là, forse con la speranza di trovare qualche uccelletto scappato di gabbia.
Ma, invece dell’uccelletto, trovò una giacca sopra una seggiola, e sentì che dalla tasca della giacca usciva un calduccino e uno strano odorino di carne.
“Che animale ci sia rinchiuso qui dentro?”, cominciò allora a dire fra sé: “Un topino, no dicerto: perché sarebbe troppo grosso. Forse un pezzo di vitella arrosto? Nemmeno, perché questo non è odore di carne cotta. O dunque?…”.
E tornò ad annusare: e dopo avere annusato e annusato, quell’odore era per lui come un libro stampato: non ci capiva nulla.
Ma intanto che stava lì almanaccando e leccandosi le basette, gli parve di udire un piccolissimo rumore. Rizzò subito gli orecchi e postosi in ascolto, sentì dentro la tasca un canto fioco fioco, che fece:
«Chicchirichì!».
«È un galletto», disse allora Nanni, miagolando dalla gran contentezza, «è un galletto di certo. L’odore veramente non parrebbe di carne gallinacea; ma questi gallettacci sono così furbi e traditori!… Mi ricordo sempre che una volta sul palcoscenico d’un teatro, portai via un galletto cotto in umido con le patate; e, nell’andare a casa, mi diventò ripieno di stoppa, di borraccina e di altre porcherie.»
«Chicchirichì!», si udì fare una seconda volta.
«Mi chiami, eh?», disse Nanni dentro di sé. «Ora vengo subito a trovarti; non dubitare. È tanti giorni che mi tocca a mangiar lucertole e grilli!… Un po’ di carne di galletto mi rimetterà lo stomaco a nuovo!»
E cominciò a lavorare di unghie e di denti per aprire i bottoni della tasca.
Appena, però, ne ebbe aperto uno, vide saltar fuori uno scimmiottino tutto garbato e complimentoso, il quale gli disse: «Ho sentito, mio caro gatto soriano, che tu desideri di mangiare un po’ di carne di galletto: ed è per farti piacere che ti ho lasciato in fondo a quella tasca un mezzo gallettino di primo canto. Se vuoi cavarti questa voglia, entra dentro, e buon appetito».
Nanni, senza farsi ripetere l’invito, entrò di corsa nella tasca: ma non era ancora finito d’entrare, che il bottone della tasca si richiuse subito sopra di lui.
«Ci sei dentro? e tu stacci!», disse Pipì, stropicciandosi tutt’allegro le zampe davanti. «E mentre che tu, povero Nanni, cerchi nella tasca il gallettino di primo canto… che non c’è stato mai, io me ne anderò lontano di qui… e tanti saluti a casa.»
Quando lo scimmiottino ebbe borbottato fra i denti queste parole, aprì pian piano la porta dell’osteria e disparve fra gli alberi foltissimi della foresta.
Per l’appunto quella notte era una nebbia così fitta, che non ci si vedeva da qui a lì.

11. Golasecca, dopo essere stato accecato, ritrova lo Scimmiottino color di rosa

Lo scimmiottino poteva essersi allontanato dall’Osteria delle Mosche appena un cento di passi, quando l’oste Moccolino, saltando giù dal letto e affacciandosi a capo della scala, gridò con quanta ne aveva in gola:
«Ehi, maestro Golasecca, se volete partire, spicciatevi, perché fra poco è giorno!».
«Me ne vado subito», replicò il capo-masnada, «e la cena ve la pagherò al mio ritorno.»
«Padron mio riveritissimo! Buon viaggio e scarpe larghe!»
Golasecca cercò al buio la sua giacca: e dopo averla trovata e messa addosso, portò subito la mano sulla tasca per assicurarsi dello scimmiottino.
Ma nel far questa mossa, cacciò un grido acutissimo di dolore, sentendosi portar via la pelle della mano da una terribile unghiata.
«Brigante d’uno scimmiotto! Ti diverti anche a graffiarmi? Guai a te se ti provi a ripetere lo scherzo! Faccio giuro di strapparti le unghie a una a una!…»
E così dicendo, uscì dall’osteria, e chiuse la porta dietro di sé.
Dopo aver fatto tre ore di strada, tornò a guardarsi la mano, e vide che la mano sanguinava sempre. Allora andò su tutte le furie, e tanto per avere un po’ di sfogo, tirò sulla tasca un solennissimo pugno.
«Gnaoooo!», gridò di dentro una voce, con miagolìo lamentevole.
«Ah! ti prendi gioco di me? Ti diverti a farmi il verso del gatto?… To’! Allora prendi anche questo!»
E giù un secondo pugno, più forte del primo.
«Gnaooo… gnaooo… gnaooo…», ripeté la solita voce con un miagolìo bizzoso e arrabbiato.
«Dunque non vuoi smettere? Non vuoi farla finita?»
E stava già per lasciar cascare il terzo pugno, quando, invece si diè a guaire come un can frustato, a cagione di un’altra unghiata traditora, che gli aveva lacerato tutto il fianco in modo da far compassione.
Allora Golasecca, fuori di sé dal dolore, perse la pazienza: e tirate fuori un paio di forbici arrotate, borbottò minacciosamente fra i denti:
«Ora, ora ti guarisco io dalla malattia delle unghie. Da oggi in là, brutto scimmiottino, sta’ pur sicuro che non graffierai nemmeno la pappa bollita!».
E levatasi la giacca, e sbottonati i bottoni della tasca, si preparava a ficcarci dentro le mani… quando tutt’a un tratto, uscì fuori un grosso gatto soriano, che avventatosi colle zampe agli occhi del capo-masnada, non c’era verso che volesse staccarsi. Era Nanni, il gatto dell’oste Moccolino. Alla fine si staccò, e fuggì via per i campi.
Golasecca, urlando dalla rabbia e dallo spasimo, avrebbe voluto inseguirlo: ma lo sciagurato non ci vedeva più! I feroci unghioli del gatto lo avevano accecato!
Golasecca vagò per cento giorni e cento notti in mezzo ai boschi, senza incontrar mai un pastore o un taglialegna, da potergli domandare la strada per ritornare a casa. Una volta, quando i lupi lo vedevano di lontano, se la davano a gambe per la gran paura che avevano di lui: ora sapendolo cieco, e incapace di difendersi, gli facevano mille lazzi e mille dispetti. Una volta, gli uccelli e le lepri, all’avvicinarsi di questo spaventoso cacciatore, sparivano come tante ombre: ora gli stessi passerotti, perfino i passerotti di nido, passandogli accanto, gli sbattevano per divertimento le loro ali sul naso, e le lepri e i leprottini gli ballavano fra i piedi la polca e la tarantella. Che bel coraggio! e che bella bravura non è vero, miei piccoli lettori?… Eppure è così: anche fra i ragazzi, se ne trovano pur troppo di questi passerotti e di questi leprottini, che si prendono mille confidenze sguaiate con tutti quegli infelici, che per ragione di età e di malanni non possono più difendersi né farsi rispettare.
Fatto sta che, una notte, mentre Golasecca andava giù per una viottola, fra gli alberi altissimi della foresta, cercando al tasto chiocciole e lumache per mettere insieme un po’ di cena, si trovò sbarrata la strada dal muro di una piccola casa. Bussò, tutto contento, alla porta.
«Chi è?», domandò una voce di dentro.
«Sono un povero cieco, smarrito nel bosco, che cerca un po’ di ricovero per passar la nottata.»
«Povero ciechino! Entrate pure!», ripeté quella voce: e la porta si aprì.
Lascio ora pensare a voi come rimase il nostro amico Pipì, quando si accorse di aver ricevuto in casa il suo tremendo persecutore.

12. Pipì è fatto imperatore

Come mai Pipì si trovava in quella casina solitaria, framezzo ai boschi? Che cos’era stato di lui, dopo la sua famosa fuga dall’Osteria delle Mosche?
Per rispondere a queste domande bisogna ritornare un passo indietro.
Dovete dunque sapere che lo scimmiottino, appena ebbe rinchiuso a tradimento il povero Nanni nella tasca di Golasecca, si diè a fuggire attraverso gli alberi della foresta, senza curarsi dove sarebbe andato a battere il capo. Il desiderio acutissimo che lo pungeva, era quello di trovare la strada che doveva ricondurlo a casa: ma, invece, correva all’impazzata di qua e di là, dove le gambe e la paura lo portavano. Ad ogni soffio di vento e ad ogni stormir di foglie, gli pareva sempre di aver dietro ai calcagni il terribile capo-masnada, col gatto in tasca. Alla fine, sul far del giorno, incontrò una tribù intera di scimmie, che urlavano, strillavano e si picchiavano fra di loro. Informatosi della cagione di tanto diavoleto, venne a sapere che la tribù era adunata per eleggere il proprio imperatore.
Allora Pipì, entrato in mezzo alla folla, accennò di voler parlare.
Si fece subito un gran silenzio: e Pipì prese a dire così:
«Miei carissimi confratelli! Sento che volete eleggervi un capo, e che a questo capo volete dare il titolo d’imperatore. Fin qui, nulla di male: perché oramai si sa che tutti i gusti son gusti, come diceva quel filosofo, che provava piacere a farsi pestare i piedi. Ma finora, fra quanti siamo qui presenti, non ne vedo che uno solo, il quale sia veramente degno di essere nominato imperatore…».
«Chi sarebbe mai questo tale? Pronunzia subito il suo nome», urlarono mille voci.
Pipì abbassò gli occhi, e non rispose nulla.
«Chi sarebbe questo tale?», ripeterono le solite voci, urlando più forte. «Vogliamo sapere il nome… il nome… il nome!…»
«Volete proprio saperlo?», disse allora Pipì. «Mi dispiace doverlo confessare in pubblico: ma l’unico che sia degno di essere eletto imperatore… sono io!…»
«Viva Pipì! Viva il nostro imperatore! Viva l’imperatore di tutte le scimmie!», gridò quella immensa folla entusiasmandosi e battendo le mani.
Fu portata subito in mezzo alla piazzetta una vecchia seggiola impagliata che, veduta di dietro somigliava moltissimo a un trono imperiale: e Pipì vi si assise sopra con sussiego e maestà.
Intanto una numerosa fanfara musicale, composta di cento cembali e di cento corni di bove, cominciò a sonare l’inno dell’incoronazione.
Quattro scimmiotti, vestiti da paggi, presentarono al nuovo imperatore un bel vassoio tessuto di giunchi, sul quale vedevasi la corona e lo scettro imperiale.
La corona era fatta di mele lazzarole infilate in un cerchietto di ferro: e lo scettro era una canna di zucchero bell’e candito.
Pipì prese la corona dal vassoio, e dopo averla con molta dignità annusata, se la pose in capo. Quindi afferrò lo scettro, e non potendo reggere alla tentazione, cominciò a succiarlo e a masticarlo: ma, per buona fortuna, uno scimmiotto, che era lì accanto e che faceva da cerimoniere, gli dette nel gomito per avvertirlo dell’atto sconveniente. Allora il nuovo imperatore smesse subito di succiare; e per rimediare allo scandalo dato, pensò bene di durare un quarto d’ora a leccarsi le dita.
In quel mentre, si fecero avanti sedici scimmioni, che portavano sulle spalle una magnifica lettiga, adorna di foglie, di fiori e di bellissime frutta.
La scimmia, che faceva la parte di gran cerimoniere, dopo avere strisciato due profondi inchini, disse rispettosamente al nuovo imperatore:
«Maestà, su, da bravo! Ora tocca a voi».
«Tocca a me? E che cosa debbo fare?»
«Per amore o per forza, degnatevi di saltare su quella lettiga.»
«E quando sarò saltato lassù, dove mi condurrete?»
«Al palazzo imperiale, dov’è la vostra residenza e il vostro letto.»
Pipì, a queste parole, fece una certa smorfia, che tradotta in lingua parlata, pareva che volesse significare: “A dir la verità, io dormirei più volentieri sopra un ramo d’albero, come ho fatto finora, che sopra un letto imperiale”. Tant’è vero che rivoltosi al gran cerimoniere gli domandò con tono agro-dolce:
«Scusate, amico: io sono il vostro imperatore, non è vero?».
«Verissimo.»
«E che cosa vuol dire imperatore?»
«Vuol dire che voi siete una scimmia, che comandate a tutte le altre scimmie, e che ogni vostro cenno e desiderio dev’essere immediatamente obbedito.»
«Quand’è così, dichiaro francamente che, invece di andare in lettiga, preferisco di camminare a piedi.»
«Mi dispiace, Maestà: ma voi non potete farlo.»
«Perché non posso farlo?»
«Perché un imperatore, che cammina a piedi, non è più un imperatore. Camminando a piedi, diventa una scimmia come tutte le altre scimmie.»
«Eppure avete detto che ogni mio desiderio dev’essere contentato.»
«Verissimo. Ricordatevi però, Maestà, che la più bella prerogativa che abbiano i regnanti, è quella di non poter far nulla a modo loro.»
«Ho capito, e vi ringrazio», disse Pipì. E, spiccato un salto, andò a sedersi sulla lettiga.
La fanfara, allora, cominciò a sonare alla viv’aria, e l’immenso corteggio si mosse con grand’ordine e con solennissima pompa.
Giunto al palazzo, l’imperatore si assise subito ad una tavola bell’e apparecchiata nella gran sala da pranzo. Il povero Pipì, sebbene fosse diventato imperatore, aveva un appetito che somigliava moltissimo alla fame, come un fratello potrebbe somigliare a una sorella: ma non riuscì a contentare il brontolio del suo stomaco, perché i vassoi pieni d’ogni ghiottoneria, appena portati in tavola, erano subito vuotati e spolverati dai commensali, che gli facevano corona.
«Il pranzo finì: e lo scimmiottino aveva più fame di prima.»
«Pazienza!», disse fra sé e sé. «Ora me ne anderò a letto, e dormendo, mi dimenticherò che non ho mangiato.»
Detto fatto, entrò nella camera imperiale: e dopo poco russava come un ghiro.
Quand’ecco che sul più bello, si trovò svegliato da una sinfonia indiavolata di cembali e di corni e da migliaia e migliaia di voci, che gridavano:
«Viva l’imperatore! Fuori l’imperatore!».
«Maestà», disse il gran cerimoniere, entrando in camera, «alzatevi e affacciatevi al balcone. I vostri sudditi vogliono vedervi.»
«Peccato!», brontolò Pipì, stropicciandosi gli occhi. «Dormivo così bene!»
E sbadigliando e barcollando si affacciò al balcone.
«Viva il nostro imperatore!», gridò novamente quell’immensa folla di scimmiotti radunati sotto le finestre della reggia.
«Grazie, amici», rispose Pipì, dimenando la testa in atto di salutare. «Sento che avete una bellissima voce, e me ne rallegro tanto con voi. E non avendo altro da dirvi, buona notte e ci rivedremo domani.»
A queste parole, la folla si sciolse tranquillamente, e Pipì tornò ad accovacciarsi sul suo letto imperiale.
Ma in quel mentre che stava lì per riprendere il sonno, ecco una nuova sinfonia di corni, di cembali e di urli popolari.
«Che cos’è stato?», domandò alzando il capo.
«Maestà», rispose il gran cerimoniere, entrando in camera «i vostri sudditi desiderano vedervi un’altra volta. Degnatevi affacciarvi al balcone.»
«Eccomi subito», disse Pipì. «Pregate intanto i miei amici a concedermi un minuto di tempo, tanto che io possa lavarmi il viso.»
Passò un minuto, ne passarono due, cinque, venti, e l’imperatore non si vedeva apparire.
Andarono allora a cercarlo in camera, e non lo trovarono più. L’imperatore era sparito.

13. Pipì riceve una lezione dal coniglio

Che cos’è stato dell’imperatore Pipì? Nessuno l’aveva veduto: nessuno sapeva darne contezza. Che fosse fuggito via da qualche finestra? Impossibile: perché le finestre, riscontrate a una a una, furono trovate tutte chiuse dalla parte di dentro. Dunque?…
Fatto sta, che lo cercavano da per tutto. Lo cercarono nell’armadio di camera, nella dispensa della sala da pranzo, nelle stanze di guardaroba, nei sottoscala, in tutti gli sgabuzzini e perfino nelle cantine del palazzo: ma inutilmente. Alla fine, fruga di qui, guarda di là, a qualcuno venne in capo l’idea di dare un’occhiata sotto il letto imperiale. Volete crederlo? Sissignori: l’imperatore era per l’appunto nascosto sotto il letto e se la dormiva saporitamente. Quale scandalo! Quale orrore!…
«Sire! Che cosa fate costì?», gli domandò il gran cerimoniere, pigliandolo rispettosamente per un orecchio.
«Dormo», rispose Pipì, sbadigliando e allungandosi.
«Svegliatevi, e rizzatevi subito in piedi! Non vi vergognate?»
«A dir la verità, quando ho sonno davvero non mi sono mai vergognato a dormire.»
«Ma perché addormentarsi in quel luogo? Dov’è, o Sire, la vostra dignità imperiale?»
«L’avrò forse dimenticata sotto il letto», rispose ingenuamente Pipì, il quale non sapeva che cosa fosse questa dignità tanto decantata.
Poi, chiamando in disparte il gran cerimoniere, gli bisbigliò in un orecchio:
«Volete, amico, che vi parli francamente? Avevo creduto finora che il far da imperatore fosse il più bel mestiere di questo mondo: ma oggi mi avvedo pur troppo di essermi ingannato. Oh fortunati gli scimmiottini che si contentano di rimanere semplici e modesti scimmiottini per tutta la vita! Almeno potranno levarsi il gusto di mangiare, quando hanno fame, di dormire quando hanno sonno, e sul più bello del sonno nessuno verrà mai a svegliarli, per costringerli a ringraziare dal balcone una folla di sfaccendati, che non hanno voglia di andare a letto».
Nel tempo che Pipì faceva questa confidenza intima al gran cerimoniere, il cielo s’era fatto nero come la cappa del camino, e l’acqua veniva giù a catinelle.
Allora si sentì sotto le finestre del palazzo imperiale uno strombettio di fanfare e un baccano di voci e strilli scimmiotteschi, che gridavano:
«Vogliamo il sole! Vogliamo il bel tempo!… Se no, abbasso l’imperatore!…».
«Amici miei», disse Pipì affacciandosi al balcone e parlando alla folla delle scimmie radunate in piazza. «Amici miei; come volete che io faccia a darvi il sole e il bel tempo, finché dura quest’acquazzone che pare un diluvio?»
«No, no! Vogliamo il sole a ogni costo, e lo vogliamo subito!»
«Confidate in me!», soggiunse Pipì. «Appena la pioggia cesserà e il tempo si rimetterà al buono, io prometto di darvi il sole e il bel tempo.»
Poche ore dopo, neanche a farlo apposta, la pioggia cessò e venne fuori un bellissimo sole.
Ma quando gli scimmiotti si accorsero che il sole scottava troppo, chiamarono le fanfare e recatisi dinanzi al palazzo dell’imperatore, presero a gridare:
«Vogliamo l’acqua! Vogliamo la pioggia!».
Pipì, annoiato da questa storia, aveva fatto giuro di non affacciarsi: ma poi sentendo che gli urli raddoppiavano sempre più, cacciò fuori il capo e disse:
«Volete proprio la pioggia?».
«Sì, sì! Vogliamo la pioggia, se no, abbasso l’imperatore!»
«Aspettatemi allora costì, e fra un minuto vi manderò la pioggia desiderata.»
A queste parole tenne dietro un gran battìo di mani e il suono della marcia imperiale. Detto fatto, dopo pochi minuti, Pipì si affacciò novamente al balcone, gridando:
«Eccovi la pioggia: e chi ne vuol di più, se la vada a prendere alla fontana!». E nel dir così, rovesciò sul capo dei dimostranti una gran catinella d’acqua.
Impossibile immaginarsi il tumulto che ne avvenne. Il palazzo fu invaso e preso d’assalto. Si cercò l’imperatore per tutte le stanze: ma non si riuscì a trovarlo. Che cosa rimaneva da fare? Non trovando l’imperatore, la folla dové contentarsi di bastonare il gran cerimoniere. È sempre così! Nelle cose di questo mondo ne soffre sempre il giusto per il peccatore!
Intanto Pipì, scappato di nascosto da una porticciola segreta, che restava dietro il palazzo, si era dato a correre per le viottole della boscaglia, come se avesse avute le ali ai piedi. E dopo aver corso due giornate intere, trovò in mezzo agli alberi una piccola casa senza finestre.
Sulla porta della casa c’era seduto un bel coniglio che aveva il pelame turchino (come i capelli della Fata): il quale, vedendo Pipì, si alzò da sedere e lo salutò garbatamente, portandosi la zampa destra all’altezza del capo, a uso del saluto militare.
«Che cosa fai costì, mio bellissimo coniglio?», gli domandò lo scimmiottino.
«Stavo appunto aspettando Vostra Signoria.»
«Chi è questa Vostra Signoria?»
«È lei.»
«Sono io? Ah intendo, intendo! Compatiscimi, amico; perché i poveri, come me, quando sentono darsi di Vostra Signoria, credono sempre che si parli di qualcun altro. Non avresti per caso da offrirmi un po’ da mangiare e un po’ da dormire?»
«Si degni di passar dentro, e troverà l’uno e l’altro.»
Pipì, com’è facile figurarselo, accettò di gran cuore l’invito: e appena messo il piede sulla soglia di casa, vide nella stanza terrena una tavola apparecchiata e una materassina ripiena di penne di uccello, distesa per terra.
Senza far complimenti, si pose subito a tavola, e dopo aver divorato in un attimo un piatto intero di nespole e di fichi verdini, principiò a dire sospirando: «Ho sofferto tanto, amico mio! La mia vita è tutta un’iliade…».
«Che cosa vuol dire iliade?»
«Non so nemmen’io e non m’importa di saperlo. Io sono come certi ragazzi figlioli degli uomini: ripeto a caso quel che sento dire e non mi curo d’altro.»
«Non mi pare una cosa fatta bene.»
«Pazienza! Cercherò di correggermi! Se tu conoscessi però tutte le mie disgrazie!…»
«Le conosco.»
«Come fai a conoscerle?», domandò lo scimmiottino maravigliato.
«Le ho lette nel Giornalino dei Bambini, che si stampa a Roma. Scusi, signor Pipì, la mia curiosità: ma lei non aveva promesso al padroncino Alfredo di tenergli compagnia in un gran viaggio intorno al mondo?»
«Mi spiego: gliel’avevo promesso… e non glielo avevo promesso…»
«Come sarebbe a dire?»
«Mi spiegherò più chiaro. Devi sapere che io fui tentato a far quella promessa… lo sai da chi? dalla gola.»
«Cioè?»
«Il signor Alfredo, per sedurmi, mi fece portare in tavola delle frutta così belle e così saporite… che io, a quella vista…»
«Ho capito, ho capito», disse il coniglio ridendo. «Lei fece su per giù come fanno certi ragazzi figliuoli degli uomini, i quali, pur di ottenere dai loro babbi e dalle loro mamme qualche ghiottoneria o qualche balocco, promettono di esser buoni, di studiare e di farsi onore alla scuola… e poi? E poi, appena ottenuta la grazia, dimenticano subito le belle promesse fatte e chi s’è visto, s’è visto: non è vero?»
«Ho paura, mio caro amico, che tu l’abbia indovinata.»
«Vuol sapere, signor Pipì, come diceva il mio nonno? Il mio nonno diceva sempre che “quando si promette una cosa, bisogna mantenerla, e che quelli che mancano alle promesse fatte, non meritano di essere rispettati dagli altri, né assistiti dalla fortuna”. Ha capito? Arrivedella, signor Pipì.»
E il coniglio, dopo queste parole, fuggì via come un baleno.

14. Pipì ritrova finalmente Alfredo e parte con lui

Intanto lo scimmiottino si persuadeva ogni giorno di più che quella casina fosse fatta apposta per lui: e dicerto vi sarebbe rimasto per tutto il resto della vita, se una sera, come già sapete, mosso a compassione di un ciechino che domandava per carità un po’ di ricovero, non avesse aperto la porta al suo terribile persecutore.
«Potrei sapere», disse Golasecca, appoggiandosi con le spalle alla porta che aveva richiusa dietro di sé, «potrei sapere chi è quel pietoso benefattore, che si è degnato di ospitarmi?»
«Quel benefattore sono io», rispose Pipì, alterando un poco la voce, per non essere riconosciuto.
«E voi come vi chiamate?»
«Mi chiamo… io!»
“Questa voce la riconosco!”, masticò il cieco fra i denti: quindi soggiunse:
«Ditemi, mio caro benefattore, avete mai veduto per questi dintorni uno scimmiottino color di rosa?».
«Degli scimmiottini ne ho veduti dimolti: ma non erano color di rosa: erano tutti di un colore verde e giallo, come la frittata cogli spinaci.»
“Questa è la sua voce!… è lui dicerto!” «Fra questi scimmiottini ne avete per caso conosciuto qualcuno che avesse nome Pipì?»
«No!… anzi, sì… Mi pare di averne conosciuto uno. Ma quel Pipì era una birba matricolata… un vero malanno.»
«Pur troppo! Figuratevi che io gli avevo fatto un monte di carezze e l’avevo perfino tenuto a cena con me, alla mia tavola… e sapete come mi ricompensò? Mi ricompensò col saltarmi agli occhi a tradimento e coll’accecarmi, come se fossi un filunguello!»
«Questo poi non lo credo.»
«Non lo credete?»
«No. Pipì era una birba: ma non aveva il cuore così cattivo da commettere una simile scelleraggine.»
«Eppure è lui che mi ha accecato.»
«No, no, no.»
«Sì, sì, sì.»
«Credetelo, Golasecca, quello che vi ha accecato non sono stato io; sarà stato Nanni, il gatto di Moccolino.»
«Ah! finalmente ti sei scoperto!», urlò il capo-masnada, con un grugnito di feroce allegrezza.
Pipì si pentì subito della sua imprudenza: ma oramai era tardi!
«Sono bell’e morto!», disse girando gli occhi in cerca di una finestra per poter fuggire. Quella casina disgraziatamente non aveva finestre!
Intanto Golasecca, brancolando in qua e in là con le mani, riuscì a prendere lo scimmiottino: e dopo averlo acciuffato, lo legò con una catenella di ferro e se lo pose a cavalluccio sulle spalle.
Poi uscì di casa, e prese la prima straducola che gli capitò davanti ai piedi.
«Che mi conducete a morire?», domandò il povero Pipì con un filo di voce che si sentiva appena.
«Fra poco te ne avvedrai! A buon conto, tu che hai gli occhi buoni, mi farai da guida lungo la strada.»
«Dove volete andare?»
«Dove le gambe mi portano.»
Camminando giorno e notte, fecero un lunghissimo tragitto senza fermarsi mai: finché una bella mattina si trovarono in una grossa città posta in riva al mare, e nel cui porto brulicavano cento e cento bastimenti a vapore.
Golasecca, sedutosi sopra una panchina lungo la spiaggia, cominciò a frugarsi tutte le tasche del vestito: ma non avendovi trovato nemmeno un soldo per comprarsi un boccon di pane, si volse verso Pipì che era mezzo morto di fame e di stanchezza, e gli domandò con garbo dispettoso:
«Dimmi, brutto scimmiotto, hai saputo mai far nulla nel tuo mondo?».
«Vale a dire?»
«Vale a dire, sai cantare qualche canzonetta? Sai sonare qualche strumento? Sai fare i salti e le capriole? Sai mangiare la stoppa accesa?»
«La stoppa accesa», rispose Pipì, «la lascio mangiare a voi. Io, però, so ballare benissimo la polca e so rifare con la bocca il suono della tromba e del violino.»
«Mi basta questo», disse Golasecca: e senza mettere tempo in mezzo, con quella sua vociona, che pareva una cannonata, si diè a gridare sul pubblico passeggio:
«Avanti, avanti, signori! Vedranno il celebre Scimmiottino color-di-rosa, il quale ebbe l’onore di ballare al cospetto di tutti i regnanti, nonché, viceversa, delle principali Corti di genuino emisfero. Il mio scimmiottino balla, canta, suona e fa mille altre scioccherie, come potrebbe farle un uomo e qualunqu’altra bestia ragionevole. Avanti, avanti, signori! La spesa è piccola e il divertimento è grande».
Dopo questa parlantina calorosa, ebbe principio lo spettacolo dinanzi a un pubblico numerosissimo e, come si suol dire, molto scelto e intelligente. Il nostro amico Pipì non solo piacque, ma fece furore: tant’è vero che gli spettatori, a furia di urlare e di gridar bravo, erano rimasti fiochi e senza voce.
Dopo finito lo spettacolo e sfollata la gente che si accalcava d’intorno, Golasecca sentì toccarsi in un braccio; e voltandosi burbanzosamente, si trovò dinanzi un bel giovinetto, in abito di viaggiatore, che gli domandò con graziosa maniera:
«È vostro quello scimmiottino?».
«È mio!… pur troppo è mio!»
«Volete venderlo?»
«Magari! Con tutto il cuore!»
«Quanto ne volete?»
«Mille lire; se vi pare un prezzo capriccioso, sono qui per accomodarmi.»
«Eccovi mille lire: e lo scimmiottino è mio.»
Quando il giovinetto ebbe pagato, si volse allo scimmiottino, dicendogli:
«Non mi riconosci più?».
«Altro se vi riconosco, mio caro signor Alfredo!… Vi riconosco e vi voglio sempre un gran bene.»
E il povero Pipì, dalla gran contentezza che sentiva nel cuore, cominciò a piangere come un bambino.
Quella sera medesima, il giovinetto Alfredo e lo scimmiottino (rivestito tutto da capo ai piedi, s’intende bene, come un bel signore) partirono insieme, sopra un bastimento della Società Rubattino per un lungo viaggio d’istruzione.
E quanto a me, confesso il vero, non mi farebbe nessuna meraviglia se, un giorno o l’altro, vedessi annunziato nel “Giornalino dei Bambini”, un racconto con questo titolo: Il Viaggio intorno al mondo, raccontato dallo Scimmiottino color di rosa. Negli annali della stampa, non sarebbe questo il primo caso di qualche scimmiotto che ha la sfacciataggine di far gemere i torchi, e, occorrendo, anche i torcolieri.

Carlo Collodi – L’omino anticipato

1. Il signor Gigino.

Quando lo conobbi io, aveva appena dieci anni. Di nome si chiamava Gigino.

Non era né bello né brutto. Aveva un par d’occhietti cerulei: i capelli biondissimi, d’un biondo chiaro come la stoppa: il naso un po’ ritto e voltato in su e le gambe un tantino magre più del bisogno.

Nell’insieme, poteva dirsi un buon figliuolo. A scuola non faceva miracoli, ma il maestro mostravasi contento: in casa poi era il cucco della mamma e l’occhio diritto del babbo. Guai se le sorelle e i fratelli maggiori avessero torto un capello a Gigino! C’era da far nascere una specie di finimondo.

Volete che vi dica il più gran difetto di questo ragazzo? Durerete fatica a crederlo, eppure è così: il suo più gran difetto era quello di vergognarsi a passar per un ragazzo: voleva per forza parere un giovinotto, un uomo fatto!

A domandargli quanti anni avesse, per il solito rispondeva:

«Il babbo e la mamma dicono che ne ho dieci: ma lo dicono per farmi arrabbiare…»

«O dunque quanti anni hai?»

«A dir poco poco, ne devo avere dodici per i diciotto: un altr’anno sarò di leva…»

«Come fai a saperlo?»

«Chi può saperlo meglio di me? Gli anni sono miei, e nessuno me li può levare.»

Fatto sta che Gigino, mentre pretendeva di essere un giovinotto e un omino maturato prima del tempo, si dava a conoscere per un ragazzo più ragazzo di molti altri. Era bizzoso, capriccioso, svogliato, ghiotto di zucchero e di pasticcini: un po’ bugiardo: prepotente e permaloso co’ suoi compagni di scuola, e fanatico dei balocchi fino al segno di pigolare tutti i giorni qualche soldo per comprarsi un burattino o un cavallo di terra cotta col fischio nella coda.

Voi forse mi domanderete: «In qual modo, dunque, il signor Gigino mostrava questa sua gran passione di farsi credere un giovinotto?»

Ve lo dico subito: la sua passione stava tutta nel desiderio di potersi vestire da uomo, come il suo fratello maggiore che aveva oramai vent’anni compiti: vale a dire, invece del solito berrettino, avrebbe preferito un bel cappello a tuba: invece della giacchettina, un soprabito di panno nero, e invece della golettina rovesciata, che lascia libero il collo, un bel golettone ritto e inamidato, come il collare dei preti.

2. Il cappello a tuba.

Fra tutte queste galanterie, la più agognata per il nostro Gigino era il cappello a tuba.

Un giorno, sfogandosi con la Veronica, la cameriera che per il solito lo accompagnava a spasso, arrivò fino a dire: «Credilo, Veronica, per un cappello a tuba darei tutti i miei libri di scuola.»

«O perché non se la fa comprare dal babbo?» ripigliò la cameriera, ridendo come una matta.

«E perché ridi?» domandò Gigino impermalito.

«Rido, perché a vedere un ragazzo, come lei, col cappello a tuba, mi parrebbe di vedere un fungo porcino.»

«Povera donna! ti compatisco…»

«La mi compatisca quanto la vuole, ma a me i ragazzi vestiti da ominini grandi mi somigliano tante maschere fuori di carnevale…»

La mattina dopo (era per l’appunto giovedì, giorno di vacanza per la scuola) il nostro Gigino, frugando nell’armadio di guardaroba, gli venne fatto di trovare un vecchio cappello di felpa, tutto bianco dalla polvere. Era un vecchio cappello del suo babbo.

Tutto allegro, come se avesse trovato un tesoro, se lo portò via di sotterfugio; e ritiratosi nella sua camera, si pose a spazzolarlo e a strigliarlo, come se fosse stato un cavallo.

Quel povero cappello in alcuni punti era diventato bianchiccio a cagione del pelo andato via: ma Gigino, senza perdersi d’animo, vi rimediò subito, e presa la boccettina dell’inchiostro, restituì alla felpa del cappello il suo bellissimo color morato.

Poi se lo pose in testa: ma il cappello era così largo, che gli calava fino al principio del naso.

Gigino non se ne dette per inteso: e andandosi a guardare nello specchio, cominciò a dire gongolando dalla gioia:

«Ecco qui… non sono più il medesimo: paio proprio un altro… neanche la mamma mi riconoscerebbe!… Bisogna convenire che il cappello a tuba è quello che fa parere uomini… Se gli uomini portassero i berretti, come noi, sarebbero tanti ragazzi… Che cosa pagherei di farmi vedere con questo cappello dai miei compagni di scuola!… Chi lo sa come m’invidierebbero!… E il maestro?… Scommetto che, se andassi a scuola con questo cappello, anche il maestro avrebbe un po’ di soggezione di me… Oh! che bell’idea!…».

Detto fatto, Gigino ebbe lì per lì una bellissima idea. Levatosi il cappello, corse da sua madre e le disse: «Ti contenti, mamma, che vada qui dal cartolaro, sulla cantonata, per comprare un quinternino di carta?»

«Mi prometti di tornar subito?»

«In un lampo.»

«E non ti fermare dinanzi alle vetrine delle botteghe.»

«Che mi credi un ragazzo?»

E senza stare a dir altro, Gigino ritornò in camera; e dopo due minuti era giù in mezzo alla strada, con in testa il suo bellissimo cappello a tuba, ritinto a nuovo.

La gente si voltava a guardarlo, e rideva: ma lui si pavoneggiava ed era contento come una pasqua.

Per altro le contentezze in questo mondo durano poco: tant’è vero che prima di arrivare alla bottega del cartolaro, il nostro Gigino incontrò due monelli di strada, che incominciarono a girargli d’intorno e a fargli delle grandi riverenze e dei grandi salamelecchi, gridando con quanto fiato avevano in gola:

«Sor Dottore, buon giorno a lei!… Ben arrivato sor Dottore!»

Altri monelli sopraggiunsero strillando:

«Guarda che bel Cappellone!… Sor Cappellone, la si rigiri!… Evviva Cappellone!…».

E lì grandi risate, urli, fischi, un baccano indiavolato, da levar di cervello.

Il povero Gigino, che avrebbe pagato Dio sa che cosa per aver le ali come un uccello e tornarsene volando a casa dalla sua mamma, si provò più volte a farsi largo e a svignarsela, ma i monelli, riunitisi in cerchio, gli chiudevano ogni via di salvezza.

«Mi pare una bella porcheria!» gridò piangendo. «Io vado per i fatti miei, e non do noia a nessuno… e non voglio che nessuno dia noia a me…»

«Bravo Cappellone, urlò un ragazzaccio, più sbarazzino degli altri. Bravo Cappellone!… tu ragioni meglio d’un libro stampato… e meriti la mancia.»

E nel dir così, gli diè sul cappello un colpo così screanzato, che il cocuzzolo volò via di netto, e il povero Gigino rimase con la sola tesa penzoloni intorno alla testa.

Figuratevi lo scoppio delle risate!

Appena tornato a casa, il nostro amico si chiuse in camera per bagnarsi con l’acqua fresca un bel graffio sul naso, raccapezzato in mezzo a quel gran parapiglia.

3. Il goletto insaldato.

Il graffio del naso non era ancora guarito per bene, che già il nostro amico Gigino, per la solita grulleria di vestire da uomo fatto, ne meditava un’altra delle sue.

Una mattina, avendo trovata la Veronica in guardaroba, che rassettava della biancheria, le disse con una manierina incantevole:

«Dimmi, Veronica, mi faresti un piacere?»

«Si figuri!»

«Ma prima mi devi promettere…»

«Che cosa?»

«Di non dir nulla alla mamma.»

«Si comincia male» osservò la cameriera, alzando la testa e guardando in viso il ragazzo. «Dev’essere dunque un segreto?»

«Un segreto, no… ma ecco, vorrei…»

«Animo via: sentiamo di che si tratta.»

«Si tratta di un goletto da collo del mio fratello Augusto.»

«Come c’entra il suo fratello Augusto?»

«Bisogna sapere che Augusto mi ha regalato uno de’ suoi goletti da collo: ma per me è troppo grande… e vorrei che tu mi facessi il piacere di ristringerlo.»

«E un ragazzino, come lei, vuol mettersi un golettaccio alto e insaldato a quel modo, che pare un collare? Quei goletti, abbia pazienza, staranno bene agli uomini e ai giovinotti, perché oramai la moda vuole così, e con la moda non ci si ragiona: ma i ragazzetti della sua età fanno miglior figura con la goletta arrovesciata, e che lascia scoperto e libero il collo. La tenga a mente, sor Gigino, che i ragazzi bisogna che vestano da ragazzi: se no, c’è da scambiarli per tanti uomini rimasti nanerucoli e piccini.»

«O che sarebbe una vergogna? Io sento che il babbo e la mamma, quando vogliono dire un gran bene di qualche ragazzo, lo sai come dicono? Dicono sempre: quello è un ragazzo che par proprio un omino.»

«Verissimo: ma non intendono dire che paia un omino, perché porta i goletti ritti e insaldati, come usano gli uomini: neanche per sogno! Intendono dire che il tale o il tal altro ragazzo pare un omino, perché non è bizzoso, perché non è scapato, perché ha giudizio, perché studia e si fa onore e perché preferisce i libri ai balocchi.»

«Basta, basta, Veronica: il resto me lo dirai un’altra volta. Me lo fai dunque questo piacere?»

«Eppure scommetto che se il suo babbo fosse tanto buono da comprarle un cappello a tuba, lei non si vergognerebbe a farsi vedere in mezzo alla strada con quella cupola in capo!»

Gigino guardò in viso la Veronica, e abbassando la voce domandò:

«Hai saputo forse qualche cosa?…».

«Di che?»

«Del cappello…»

«Cioè?»

«Dunque non sai nulla?… Meno male… Che cosa, dunque, dicevi?»

«Dicevo che lei sarebbe capacissimo di mettersi in testa un cappello a tuba e di andare magari a farsi vedere da tutti!…»

«Sicuro che ci anderei.»

«Ma non pensa ai fischi e alle risate dei monelli di strada?»

«Dimmi, Veronica, che hai saputo per caso qualche cosa?…»

«Di che?»

«Meno male: non hai saputo nulla!… Dicevi dunque?»

«Dicevo che i ragazzacci di strada sono anche impertinenti… e non so se si contenterebbero soltanto di ridere e di fischiare.»

«E che vuoi tu che mi facessero di peggio?»

«Chi lo sa! Potrebbero alzare le mani e sentirsi il pizzicorino di lasciar cadere sul suo cappello qualche solennissima latta…»

«Latta?… E che roba sono le latte?»

«Sono quei colpacci a mano aperta affibbiati per celia o per davvero sul cappello degli altri.»

«E se qualche ragazzaccio si pigliasse la confidenza di sciuparmi il cappello, tu credi che io non ne avrei il coraggio?…»

«Il coraggio di far che cosa?»

«Di scappare e di andar subito a raccontarlo alla mamma?… Per tua regola, io non ho paura di nessuno.»

«Lo so che lei è dimolto coraggioso: tant’è vero che la sera, quand’è entrato a letto, vuol sempre la candela accesa. Guai a lasciarlo al buio!»

«Che cosa c’entra la candela col coraggio? Il coraggio è una cosa, e la candela è un’altra: ne convieni? E poi devi sapere che il mio maestro di ginnastica ha promesso fra sei o sett’anni d’insegnarmi la scherma… e quando saprò la scherma… allora, te lo dico io, non avrò più paura di nessuno. Ma insomma, Veronica, me lo fai questo piacere, sì o no?»

Gigino, mi dispiace a doverlo dire, aveva un altro difetto, comunissimo del resto a molti ragazzi, quello, cioè, che quando cominciava a chiedere una cosa, non la finiva più, fino a tanto che non l’aveva ottenuta. E a furia di ripetere e di pigolare la medesima cosa diventava così noioso e così seccatore, da sfondare lo stomaco.

Prova ne sia che la Veronica, pur di levarsi di torno quel tormento, prese dispettosamente il goletto, e tagliatone un pezzo e ricucitolo alla meglio con pochi punti, lo ridusse adattato al collo del suo padroncino.

Chi più beato, chi più felice di Gigino? Ballando e saltando corse a rinchiudersi nella sua camerina, e lì tanto fece e tanto annaspò, che finalmente poté guardarsi nello specchio col suo nuovo goletto intorno al collo.

Ma il nuovo goletto era così alto e così duramente insaldato, che il povero figliuolo sentiva tagliarsi la gola! Non poteva più abbassare la testa: non poteva voltarsi né di qua né di là: pareva proprio un impiccato. Eppure quel giuccherello era contento, tanto contento, che sarebbe difficile figurarselo!

La sua prima idea fu quella di chiedere alla mamma il solito permesso per andare dal solito cartolaro a comprare le solite penne: ma poi, tornandogli in mente la gran disgrazia toccata all’infelice cappello a tuba, pensò meglio di scendere giù nel giardino. Se non foss’altro, scansando il pericolo d’incontrare i monelli di strada, si sarebbe levato il gusto di farsi vedere dal giardiniere, dalla moglie del giardiniere e dal loro bambinetto.

Appena arrivato sulla porta del giardino, il primo a venirgli incontro fu Melampo, un grosso cane da guardia, che cominciò subito a guardarlo male e a ringhiare, come se avesse voluto mangiarlo.

«Che cos’ha Melampo?» gridò Gigino al figliuolo del giardiniere. «Che forse non mi conosce più? Non riconosce il suo padrone?»

«Come vuol che faccia a riconoscerlo, con codesto golettone che gli fascia tutta la gola?… Lo creda, sor Gigino, duro fatica a riconoscerlo anch’io… Da ieri a oggi, l’è così imbruttito… con rispetto parlando!»

«Imbruttito?… Sarebbe a dire?…»

«Lo creda, sor Gigino, la mi pare un galletto, quando gli hanno tirato il collo… Che gli è venuto forse un tumore, Dio ci liberi tutti?»

«È meglio che me ne vada, senza risponderti… se no, te ne direi delle belle» masticò Gigino fra i denti: e si avviò verso il pergolato.

Ma costretto a camminare a testa alta e non potendo vedere dove metteva i piedi, inciampò dopo pochi passi in un secchione pieno d’acqua lasciato per dimenticanza nel mezzo, e cadde lungo disteso sulla ghiaia del viale.

E la sua caduta fu così divertente, che alcune galline, le quali stavano beccando lì dintorno, invece di fuggire spaventate, cominciarono a sbattere le ali e a fare coccodè coccodè, tale e quale come se ridessero di genio alla vista di quel ragazzo così buffo per il suo golettone insaldato. Basti dire che fra quelle galline, ve ne fu una che, nello sforzo del gran ridere, scodellò senza avvedersene un bellissimo ovo fresco.

Gigino, come potete immaginarvelo, tornò a casa tutto mortificato, e c’è da compatirlo! Se col suo goletto avesse messo di buon umore solamente il ragazzo del giardiniere, pazienza! Ma far ridere anche le galline, è troppo! Veramente, è troppo!

4. La scherma.

E qui bisogna ritornare un passo indietro, come dicono i raccontatori di novelle.

Dovete dunque sapere, miei piccoli e carissimi lettori, che il brutto caso di quel povero cappello a tuba, strapazzato, percosso e diviso in due pezzi sulla pubblica via, non rimase un segreto per i compagni di scuola del nostro amico Gigino.

Uno scolaro, per combinazione, venne a saperlo: e quando un ragazzo sa qualche cosa, potete aspettarvi che dopo cinque minuti lo sanno anche tutti gli altri ragazzi. Così sapessero tutti l’Aritmetica, la Storia e la Geografia!

Fatto sta, che fra i compagni di scuola di Gigino trovavasi un certo Amerigo chiamato di soprannome il Biondo, perché di capelli e di carnagione era biondo come un cannello di brace.

Il Biondo non aveva che una sola passione (bruttissima passione): quella di divertirsi e di ridere alle spalle degli altri ragazzi. Inventava per tutti qualche canzonatura o qualche scherzo impertinente. A chi le dava, e a chi le prometteva.

Figuratevi la sua contentezza, quando gli raccontarono la storia della famosa latta cascata sul cappello a tuba del povero Gigino!

Prese subito di mira l’amico, e non gli dètte più pace; non lo lasciò più ben’avere un minuto solo.

Tutte le volte che nell’andare a scuola s’imbatteva in lui, affibbiavagli subito un bello scappellotto sul berretto: e poi, fingendosi dolente e mortificato, diceva con voce di piagnisteo:

«Scusa, sai: mi pareva che tu avessi in testa il cappello a tuba!… Non lo farò più!…».

Il nostro Gigino, a questi scherzi sguaiati ci soffriva, proprio ci soffriva: e avrebbe dato volentieri una buona lezione al suo accanito persecutore: ma la paura era quella che lo tratteneva: e la paura è stata sempre una gran tara per tutte quelle persone che vorrebbero aver coraggio.

Alla fine, non potendone più, fece un animo risoluto, e disse al suo maestro di ginnastica:

«Senta, signor maestro, io vorrei che lei m’insegnasse subito la scherma».

«Che cosa vuoi far della scherma?»

«Voglio battermi…»

«Con chi?»

«Con nessuno.»

«Benissimo: il signor Nessuno è l’unico avversario adattato per te!» urlò il maestro, dando in una gran risata.

«Eppure anche il babbo dice sempre che, quando sarò più grande, dovrò imparare la scherma…»

«Quando sarai più grande, sì: ma che cosa vuoi far oggi della scherma? oggi che sei un ragazzino alto poco più d’un soldo di cacio? oggi che non hai nemmeno la forza di reggere in mano il fioretto?…»

«Scusi: che cosa sarebbe il fioretto?»

«Te lo spiegherò un’altra volta.»

«Scusi, signor maestro: non potrebbe darmi qualche lezione, tanto per cominciare?…»

«Voglio contentarti. Per oggi t’insegnerò il modo di stare in guardia.»

«Mi dispiace… ma in guardia oggi non ci posso stare, perché dopo la scuola, mi aspettano a casa».

Il maestro fece di tutto per non dare in uno scoppio di risa: quindi riprese:

«Animo! Mettiti là, ritto, impettito della persona. Benissimo! Ora porta la mano sinistra dietro la schiena… Nossignore! codesta non è la mano sinistra: codesta è la destra… Va bene così: ora con la destra impugna questo bastoncino, che farà da fioretto».

«Scusi, signor Maestro, che cos’è il fioretto?»

«Te lo spiegherò un’altra volta. Ora allunga il braccio destro, e facendo un passo in avanti, muoviti verso di me, come se tu volessi colpirmi.»

«E poi?»

«E poi la lezione è finita.»

«È tutta questa la scherma?»

«Per la tua età, ne hai imparata anche troppa e te ne avanza».

Dopo quella lezione di scherma, Gigino diventò una specie di gigante Golia. Nessuno gli faceva più paura. Tant’è vero che un giorno, essendosi preso a parole col Biondo, gli disse sul viso:

«Sono stufo delle tue sguajataggini: dopo la scuola ci batteremo».

Detto fatto, i due avversari si ritrovarono insieme sopra una piazzetta deserta, uno di faccia all’altro.

«Attento!» disse Gigino al Biondo. «Allunga il braccio destro, e passa la mano sinistra dietro la schiena.»

«Parli con me? Io per tua regola non ho tempo da perdere in tanti complimenti, e mi sbrigo subito.»

E senza aggiungere altre parole, caricò sulle spalle dell’avversario un carico di pugni, quanti potrebbe portarne un ciuchino.

Il nostro amico tornò a casa tutto indolenzito: e lungo la strada si consolava di tanto in tanto, dicendo fra sé:

«È vero che ne ho toccate! Ma quella lì non era scherma, quelli erano pugni».

5. La cascata da cavallo.

Venuto il tempo delle vacanze, Gigino andò a passare due mesi in campagna insieme con la sua mamma.

Il babbo rimase in città, perché essendo il tempo delle elezioni, e volendo riuscire eletto deputato alla Camera, aveva bisogno di girare dalla mattina alla sera come un fattorino della posta.

A poca distanza dalla villa del nostro amico c’era una casa colonica abitata dalla famigliola del contadino: vale a dire padre, madre e due ragazzetti.

Il maggiore di questi due ragazzi aveva forse la stessa età di Gigino, e si chiamava Cecco, il minore era un bambinetto di quattr’anni appena.

«Come si chiama questo bimbo?» domandò Gigino alla mamma.

«Il suo nome vero sarebbe Brandimarte: ma noi, qui in famiglia, gli si dice Formicola, perché egli è piccino come un baco da seta.»

Gigino, come potete immaginarvelo, passava tutte le sue giornate in casa del contadino, ed era diventato l’amico indivisibile di Cecco.

Una volta, fra le altre, gli domandò:

«Che cosa si potrebbe fare per divertirsi un poco?»

«Senta, sor Gigino, vuol dar retta a me? Io ci ho un bel carrettino di legno a quattro ruote: lei c’entri dentro, e farà da padrone, e io farò da cavallo e tirerò il carretto.»

«Codesti mi paiono balocchi da ragazzi!» disse Gigino, pigliando l’aria d’un uomo serio e sbadigliando senza averne voglia.

«O che lei è vecchio?»

«Non ti dirò di esser vecchio: ma oramai tutti mi scambiano per un giovinotto.»

«Io, per esempio», soggiunse Cecco, «se dovessi scambiarlo con qualcuno, lo scambierei con un ragazzo…»

«Un ragazzo io?… Ma non sai che fra dieci anni sarò di leva e mi toccherà a fare il soldato?»

«Io non ci ho colpa», rispose Cecco stringendosi nelle spalle.

«E fuori del carretto a quattro ruote, non avresti nessun altro passatempo?…»

«L’anno passato ce l’avevo…»

«Che cosa avevi?»

«Un cavallino bianco così addomesticato e alla mano, che veniva dietro come un pulcino, quando gli si butta il panico…»

«E ora è morto?»

«È lo stesso che sia morto, perché il padrone l’ha venduto.»

«E quando lo ricomprate il cavallo?»

«Il cavallo ce l’abbiamo, ma sarebbe quasi meglio di non averlo. Di quei cavallacci cattivi!… La si figuri, che a fargli una carezza, abbassa subito gli orecchi e mette fori certi dentoni, che paiono manichi di coltello.»

«E corre dimolto?»

«Gli è uno scappatore peggio di un berbero. Se l’avessi a montar io!… Neanche se mi ci cucissero sopra con lo spago.»

«Non ti vergogni di esser tanto pauroso?»

«No».

«Hai torto: un ragazzo della tua età dovrebbe avere molto più coraggio…»

«Lo so anch’io: ma per aver coraggio, bisognerebbe non aver paura.»

«Quando avevo la tua età, non c’era cavallo che mi mettesse in soggezione: anzi quanto più erano scappatori e focosi, e più ci avevo piacere.»

«Mi levi una curiosità», rispose Cecco, guardando il padroncino con un’aria un po’ canzonatoria, «che ne ha montati dimolti lei dei cavalli?»

«Te lo lascio immaginare!…»

«Per esempio… quanti?»

«Ci vorrebb’altro a contarli tutti!…»

«Dunque lei monterebbe anche il matto?»

«Chi è il matto?»

«Gli è appunto quel cavallaccio, che abbiamo nella stalla.»

«E perché lo chiamate il matto?»

«Perché è una bestia, con la quale non si può ragionare.»

«Mi conduci a vederlo?»

«La si figuri!»

I due ragazzi, senza far altre parole, si alzarono dalla panchina dove stavano seduti e si avviarono verso la stalla. Giunti alla porta, Gigino disse a Cecco:

«Mena fuori il matto!»

Cecco ubbidì.

Quando Gigino ebbe visto l’animale, disse scrollando il capo in atto di compassione:

«Questo, caro mio, non è un cavallo: questa è una pecora.»

«Eppure scommetto che lei…»

«Io?… Io per tua regola ho cavalcato certi cavalli, che tu non te li sogni nemmeno.»

(Si capisce bene che Gigino, parlando così, diceva un sacco di bugie: ma le diceva per la sua solita smania di farsi credere un giovinotto.)

«Vuol provare a montarci sopra, a bisdosso?»

«A bisdosso? cioè?»

«Vale a dire, senza sella.»

«Volentieri. Va’ a prendermi una sedia.»

«Che cosa ne vuol fare?»

«Ora lo vedrai.»

«Ma che un cavallerizzo, come lei, ha bisogno della sedia? Io, quando voglio montare a cavallo, mi attacco ai peli della criniera, spicco un bel salto, e in men che si dice, mi trovo con una gamba di qui e una di là…»

«Ognuno ha le sue opinioni: io, senza una sedia, non posso montare a cavallo.»

Cecco portò una seggiolaccia tutta sgangherata: Gigino vi si arrampicò, e inforcando il cavallo con la gamba sinistra, invece che con la destra, si trovò col viso e con tutta la persona voltata verso la coda dell’animale.

Allora Cecco, sbellicandosi dalle risa, cominciò a gridare:

«No, sor Gigino, no, l’ha sbagliato uscio: la si rigiri di lì; perché la testa del cavallo è da quell’altra parte».

«Lo so, lo so» rispose Gigino con molta disinvoltura «ma per tua regola quando io monto a cavallo, ho la precauzione di voltarmi prima dalla parte della coda…»

«Perché?»

«Perché, caro mio, le precauzioni non sono mai troppe.»

«Ora ho capito», disse Cecco, che non aveva capito nulla.

Intanto, a furia di sforzi inauditi, Gigino si rivoltò con tutta la persona verso la testa del cavallo: e compiuta appena questa difficile manovra, sarebbe sceso volentieri: ma gli mancò il tempo.

L’irrequieto animale, senza aspettare l’invito del cavaliere staccò subito un mezzo galoppo. Figuratevi Gigino! lui, che non aveva cavalcato mai altri cavalli, che un bellissimo puledro di legno, compratogli dalla sua mamma per regalo del Capo d’anno! Quanti salti e quanti balzelloni sulla groppa secca del Matto! Il povero figliuolo ora dondolava da una parte, ora dondolava dall’altra… e Cecco! Quella birba di Cecco, a gambe larghe in mezzo alla strada, godendosi la scena del suo padroncino, che da un momento all’altro era lì lì per fare un gran capitombolo, si mandava a male dalle grandi risate.

E il momento del capitombolo arrivò pur troppo. Gigino cadde, come un fagotto di cenci, fra la polvere della strada, e il cavallo, senza darsene per inteso, andò a mangiar erba nel campo vicino.

«S’è fatto molto male?» gli domandò Cecco, che era corso a gran carriera per aiutarlo.

«E perché mi dovrei esser fatto male?»

«È stata una brutta cascata!»

«Povero grullo! Che credi che sia cascato? Neanche per sogno. Volevo scendere, e nello scendere ho messo un piede in fallo e sono sdrucciolato. È una disgrazia che può accadere a tutti.»

«Davvero! L’altro giorno, per esempio, sdrucciolai anch’io…»

«Scendendo da cavallo?»

«No: mettendo un piede sopra una buccia di fico. E questo corno, che gli è venuto qui sulla fronte?…»

Gigino si toccò la fronte con la mano, e sentito che c’era davvero un piccolo gonfio, disse con la solita disinvoltura:

«Si vede che, nello scendere, ho battuto un ginocchio. Basta che io batta un ginocchio, perché mi venga subito un corno nella testa. Ho la pelle così delicata!…».

6. Il sigaro.

Volete saperne un’altra? Pochi giorni dopo, sull’ora del desinare, il nostro amico entrò in casa del contadino e trovò tutta la famigliola a tavola: vale a dire, Tonio, il capoccia, la sua moglie Betta, e i due ragazzi Cecco e Formicola, quest’ultimo chiamato così, perché (come già sapete) era piccolino e minuto quanto un baco da seta.

Che cos’era andato a fare il signor Gigino?

Oh! non abbiate paura che il suo bravo perché ce l’aveva! Altro se ce l’aveva!

Tonio e la Betta, tanto per far vedere il buon cuore, gli domandarono subito se voleva favorire, ossia se voleva prendere un morso di pane e di formaggio fresco.

Gigino ringraziò, e atteggiandosi a persona annoiata, s’intrattenne a cinguettare del più e del meno. Appena però si accorse che il desinare stava per finire, tirò fuori di tasca un bel sigaro toscano, e spezzandolo nel mezzo col garbo di un vecchio fumatore, ne offerse la metà al capoccia Tonio.

«Mi dispiace», disse il contadino tutto complimentoso, «mi dispiace di non poter fare onore alle sue grazie…»

«Perché?»

«Perché non fumo, e non ho mai fumato.»

«Davvero?»

«Il sigaro, con rispetto parlando, m’è parso sempre una gran porcheria. Lo dice anche il nostro medico…»

«Bravo furbo! E tu sei tanto bono da dar retta al medico?»

«Gli do retta sicuro! Cred’ella che il nostro medico sia uno zuccone? La se lo levi dal capo: è un omo che la sa lunga dimolto e ci vede bene, e quando i suoi malati moiono, gli è proprio segno che non volevano più campare.»

«E che cosa dice il vostro medico dei sigari?»

«Dice che i sigari sono la peste del genere umano e la sorgente di tutti i malanni che vengono sulla lingua, in gola e in fondo allo stomaco.»

«Grullerie! Ti pare che se i sigari facessero male davvero, il governo li lascerebbe vendere in tutte le botteghe?»

«Scusi: e lei che fuma?»

«Altro se fumo!»

Gigino, dicendo così, diceva al solito una grossa bugia, perché fino a quel giorno non aveva fumato mai.

«E il sigaro non gli guasta l’appetito?»

«Guastarmi l’appetito? a me? Per tua regola ho una salute di bronzo, e quando ho fumato un mazzo di sigari, sto meglio di prima. E tu, Cecco, sei fumatore?»

«Vorrei vedere anche questa!», gridò la Betta inviperita, alzandosi in piedi e puntando le mani sulla tavola.

«Io», rispose il ragazzo ridendo, «fumo qualche volta: ma fumo i sigari di cioccolata…»

«Ti compatisco!», disse Gigino. «Sei ancora troppo ragazzo per i nostri sigari… Mi vuoi dare un fiammifero acceso?»

«Volentieri.»

Cecco accese un fiammifero di legno e lo presentò al padroncino; il quale, trovandosi oramai all’impegno, si armò di un coraggio da leoni e ficcatosi mezzo sigaro fra le labbra, cominciò a fumarlo.

Tutti, com’è naturale, lo guardavano con maraviglia, come si guarderebbe una bestia rara: quand’ecco il bambinetto chiamato Formicola, che voltandosi alla mamma, disse con una vocina piagnucolosa:

«Mamma, lo fai smettere il sor Gigino?»

«Che cosa ti fa il sor Gigino?»

«Mi fa le boccacce!»

E Formicola aveva ragione: perché il nostro amico, fra una fumata e l’altra, faceva con la bocca certi versacci sguaiati, da metter quasi paura.

Poi tutt’a un tratto diventò bianco come un panno lavato. Avrebbe voluto rizzarsi in piedi, ma le gambe gli si ripiegavano.

«Si sente male?» gli domandò premurosamente la Betta.

Gigino si provò a rispondere qualche cosa: ma non ebbe fiato. Invece sbadigliò, e dopo uno sbadiglio lungo lungo, sputò tre o quattro volte e fece con la bocca un certo garbo… mi sono spiegato?

Allora Tonio corse subito a prendere una catinella… Fosse almeno arrivato a tempo!

Povero Gigino! Dopo un’ora di trambusto di stomaco, che somigliava alla morte, se ne tornò alla villa mezzo intontito: e salendo le scale, diceva fra sé e sé: “Quanto avrei fatto meglio a fumare un sigaro di cioccolata!…”

7. La giubba a coda di rondine.

Finita la villeggiatura, il bravo Gigino dové presentarsi agli esami per essere ammesso alla terza ginnasiale.

A sentir lui, era sicurissimo di uscir vittorioso: ma invece, come suol dirsi, rimase schiacciato.

Credete forse che se ne accorasse?

Nemmeno per sogno. Anzi, quando il babbo e la mamma lo rimproverarono per aver fatto una meschina figura e per aver perduto inutilmente un anno di scuola, volete sapere come rispose?

«Che cosa fa un anno di più o un anno di meno? Sono forse un vecchio? Ho appena nove anni, e non mi manca il tempo per ricattarmi.»

Sissignori! Quel monello, quando era spinto dalla vanità di vestirsi da giovinotto, si cresceva gli anni a manciate: quando poi voleva scusarsi della poca voglia di studiare, allora, a lasciarlo discorrere, ridiventava un bambino di nove o dieci anni appena.

Per altro, trovandosi qualche volta solo, andava rimuginando col pensiero la storia burrascosa del famoso cappello a tuba, la risata delle galline per il suo golettone inamidato, gli scapaccioni avuti dal Biondo, sebbene il Biondo non sapesse la scherma, la cascata da cavallo con l’accompagnamento d’un bel corno in mezzo alla testa, e le fumate di quel sigaro traditore, che lo aveva costretto a fare i gattini… modo pulito per non dire che lo aveva costretto a rimetter fuori alla luce del sole tutta la colazione divorata con tanto gusto poche ore prima.

E ripensando a tutte queste cose, e facendo nella sua testina un piccolo calcolo a mezz’aria, venne finalmente a capacitarsi che questa vanità di atteggiarsi a giovinotto prima del tempo, gli aveva fruttato più dispiaceri, che vere consolazioni di amor proprio soddisfatto.

E giurò sul serio di voler mutar vita e di rassegnarsi oramai a rimaner ragazzo fino a tanto che il calendario non gli avesse regalato qualche anno di più.

E mantenne il giuramento per parecchi mesi.

Ebbe in questo periodo di prova molte tentazioni: ma riuscì a spuntarle, e rimase sempre padrone del campo.

Ma purtroppo una sera…

Vi racconterò quest’ultima disgrazia di Gigino, ma ve la racconterò con parole quasi allegre per non farvi piangere.

Una sera, in casa sua, c’era festa da ballo.

Gigino, non volendo sfigurare di fronte agli altri, andò per tempo a chiudersi in camera: e lì si pettinò, si lisciò, e si agghindò, come un vero figurino di Parigi. Aveva una bella camicia bianca, col goletto rovesciato, e una giacchettina di panno nero, che gli tornava a pennello.

Quando sentì che il pianoforte accennava i primi preludi della polca e della marzurka, corse subito… ma prima di entrare in sala, fece capolino alla porta e vide…

Vide un brulichio di cravatte bianche e di giubbe a coda di rondine.

La giubba a coda di rondine era stata sempre la sua gran passione, il suo sogno dorato.

Prova ne sia che una volta, essendo venuto il sarto a riportargli una giacchettina di velluto, gli domandò in tutta segretezza:

«Scusi: a questa giacchettina non si potrebbero attaccare di dietro due falde?».

«Volendo, si può far tutte: ma le pare che la giubba sia un vestito adattato per i ragazzi della sua età?»

«Quanti anni bisogna avere per mettersi la giubba?»

«Per lo meno, diciotto o vent’anni.»

«Mi pare una bella prepotenza! Dunque, perché siamo ragazzi, dovremo sempre vestire a modo degli altri?…»

«Arrivedella sor Gigino.»

E il sarto se ne andò scrollando il capo e mordendosi i baffi.

La sera della festa da ballo, il nostro amico sentendosi rinfocolare la passione per la giubba, almanaccò col suo cervellino di grillo questo bellissimo ragionamento:

«Se mi mettessi la giubba del mio fratello Augusto?… Augusto è a Roma… e fino a lunedì non ritorna. La sua giubba mi torna benissimo… un po’ larga, se vogliamo, un po’ lunga… ma in mezzo a quella folla di ballerini e di ballerine, chi se ne avvede?».

E lì, fatto un animo risoluto, entrò nella camera del fratello, prese la giubba e se la infilò.

Figuratevi quando fece la sua comparsa in sala! Scoppiò una risata, che non finiva più. Ridevano tutti: anche il pianoforte. Una signorina, fra le altre, rise tanto e poi tanto, che venne presa da un singhiozzo convulso, e fu portata fuori della sala quasi svenuta.

Allora nacque un mezzo scompiglio.

Il pianoforte smesse di suonare: le coppie che ballavano, si sciolsero: la quadriglia rimase a mezzo, e tutti si affollarono per conoscere la causa di quello svenimento.

«Povera giovinetta! Ha riso troppo! e il troppo ridere qualche volta fa male!», dicevano alcuni.

«E il motivo di quel riso convulso?» domandavano altri.

«La giubba del sor Gigino.»

«Vediamola questa famosa giubba.»

«Vediamola davvero.»

E lì dintorno a Gigino, il quale impermalito di far da zimbello ai curiosi, dètte in uno scoppio di pianto e fuggì dalla sala come un gatto frustato.

Da quella sera in poi, Gigino, messo il capo a partito, si liberò dalla ridicola passione di vestirsi a uso giovinotto, prima del tempo.

E fece bene: perché i ragazzi, vestiti da ragazzi, figurano molto più di quel marmocchi, che hanno la pretesa di mascherarsi da omini anticipati.

Carlo Collodi – Le avventure di Pinocchio – Audiobook – MP3 – Lettura di Valerio Di Stefano

Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino è il titolo di un romanzo scritto da Carlo Collodi (pseudonimo dello scrittore Carlo Lorenzini) a Firenze nel 1881 e pubblicato nel 1883 dalla Libreria Editrice Felice Paggi con le illustrazioni di Enrico Mazzanti.

Si tratta di un classico della cosiddetta letteratura per ragazzi, benché grazie al giudizio favorevole di Benedetto Croce, che ne scrisse nel 1903, sia rientrato a pieno titolo nella letteratura.

Il romanzo ha come protagonista un notissimo personaggio di finzione, appunto Pinocchio, che l’autore chiama impropriamente burattino, pur essendo morfologicamente più simile a una marionetta (corpo di legno, presenza di articolazioni) al centro di celeberrime avventure.
(da: http://it.wikipedia.org/wiki/Pinocchio)

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Charles Perrault – Il gatto con gli stivali – Traduzione di Carlo Collodi

Un mugnaio, venuto a morte, non lasciò altri beni ai suoi tre figliuoli che aveva, se non il suo mulino, il suo asino e il suo gatto. Così le divisioni furono presto fatte: né ci fu bisogno dell’avvocato e del notaro; i quali, com’è naturale, si sarebbero mangiata in un boccone tutt’intera la piccola eredità. Il maggiore ebbe il mulino. Il secondo, l’asino. E il minore dei fratelli ebbe solamente il gatto. Quest’ultimo non sapeva darsi pace, per essergli toccata una parte così meschina. “I miei fratelli”, faceva egli a dire, “potranno tirarsi avanti onestamente, menando vita in comune: ma quanto a me, quando avrò mangiato il mio gatto, e fattomi un manicotto della sua pelle, bisognerà che mi rassegni a morir di fame.” Il gatto, che sentiva questi discorsi, e faceva finta di non darsene per inteso, gli disse con viso serio e tranquillo: “Non vi date alla disperazione, padron mio! Voi non dovete far altro che trovarmi un sacco e farmi fare un paio di stivali per andare nel bosco; e dopo vi farò vedere che nella parte che vi è toccata, non siete stato trattato tanto male quanto forse credete”. Sebbene il padrone del gatto non pigliasse queste parole per moneta contante, a ogni modo gli aveva visto fare tanti giuochi di destrezza nel prendere i topi, or col mettersi penzoloni, attaccato per i piedi, or col fare il morto, nascosto dentro la farina, che finì coll’aver qualche speranza di trovare in lui un po’ di aiuto nelle sue miserie.

Appena il gatto ebbe ciò che voleva, s’infilò bravamente gli stivali, e mettendosi il sacco al collo, prese le corde colle zampe davanti e se ne andò in una conigliera, dove c’erano moltissimi conigli. Pose dentro al sacco un po’ di crusca e della cicerbita: e sdraiandosi per terra come se fosse morto, aspettò che qualche giovine coniglio, ancora novizio dei chiapperelli del mondo, venisse a ficcarsi nel sacco per la gola di mangiare la roba che c’era dentro. Appena si fu sdraiato, ebbe subito la grazia. Eccoti un coniglio, giovane d’anni e di giudizio, che entrò dentro al sacco: e il bravo gatto, tirando subito la funicella, lo prese e l’uccise senza pietà né misericordia. Tutto glorioso della preda fatta andò dal Re, e chiese di parlargli. Lo fecero salire nei quartieri del Re, dove entrato che fu fece una gran riverenza al Re, e gli disse: “Ecco, Sire, un coniglio di conigliera che il signor marchese di Carabà”, era il nome che gli era piaciuto di dare al suo padrone, “mi ha incaricato di presentarvi da parte sua”. “Di’ al tuo padrone” rispose il Re “che lo ringrazio e che mi ha fatto un vero regalo.”

Un’altra volta andò a nascondersi fra il grano, tenendo sempre il suo sacco aperto; e appena ci furono entrate dentro due pernici, tirò la corda e le acchiappò tutte e due. Corse quindi a presentarle al Re, come aveva fatto per il coniglio di conigliera. Il Re gradì moltissimo anche le due pernici e gli fece dare la mancia. Il gatto in questo modo continuò per due o tre mesi a portare di tanto in tanto ai Re la selvaggina della caccia del suo padrone.

Un giorno avendo saputo che il Re doveva recarsi a passeggiare lungo la riva del fiume insieme alla sua figlia, la più bella Principessa del mondo, disse al suo padrone: “Se date retta a un mio consiglio, la vostra fortuna è fatta: voi dovete andare a bagnarvi nel fiume, e precisamente nel posto che vi dirò io: quanto al resto, lasciate fare a me”. Il marchese di Carabà fece tutto quello che gli consigliò il suo gatto, senza sapere a che cosa gli avrebbe potuto giovare. Mentre egli si bagnava, il Re passò di là; e il gatto si messe a gridare con quanta ne aveva in gola: “Aiuto, aiuto! affoga il marchese di Carabà”. A queste grida, il Re messe il capo fuori dallo sportello della carrozza e, riconosciuto il gatto, che tante volte gli aveva portato la selvaggina, ordinò alle guardie che corressero subito in aiuto del marchese di Carabà. Intanto che tiravano su, fuori dell’acqua, il povero Marchese, il gatto avvicinandosi alla carrozza raccontò al Re che mentre il suo padrone si bagnava, i ladri erano venuti a portargli via i suoi vestiti, sebbene avesse gridato al ladro con tutta la forza dei polmoni. Il furbo trincato aveva nascosto i panni sotto un pietrone. Il Re diè ordine subito agli ufficiali della sua guardaroba di andare a prendere uno dei più sfarzosi vestiari per il marchese di Carabà. Il Re gli usò mille carezze, e siccome l’abito che gli avevano portato in quel momento faceva spiccare i pregi della sua persona (perché era bello e benissimo fatto), la Principessa lo trovò simpatico e di suo genio: e bastarono poche occhiate del marchese di Carabà, molto rispettose ma abbastanza tenere, perché ella ne rimanesse innamorata cotta. Volle il Re che salisse nella sua carrozza, e facesse la passeggiata con essi. Il gatto, contentissimo di vedere che il suo disegno cominciava a pigliar colore, s’avviò avanti; e avendo incontrato dei contadini, che segavano, disse loro: “Buona gente che segate il fieno, se non dite al Re che il prato segato da voi appartiene al marchese di Carabà, sarete tutti affettati fini fini come carne da far polpette”. Il Re infatti domandò ai segatori di chi fosse il prato che segavano. “È del marchese di Carabà”, dissero tutti a una voce perché la minaccia del gatto li aveva impauriti. “Voi avete di bei possessi”, disse il Re al marchese di Carabà. “Lo vedete da voi, Sire”, rispose il Marchese. “Questa è una prateria, che non c’è anno che non mi dia una raccolta abbondantissima.” Il bravo gatto, che faceva sempre da battistrada, incontrò dei mietitori, e disse loro: “Buona gente che segate il grano, se non direte che tutto questo grano appartiene al signor marchese di Carabà, sarete stritolati fini fini come carne da far polpette”. Il Re, che passò pochi minuti dopo, volle sapere a chi appartenesse tutto il grano che vedeva. “È del signor marchese di Carabà”, risposero i mietitori. E il Re se ne rallegrò col Marchese. Il gatto, che trottava sempre avanti la carrozza, ripeteva sempre le medesime cose a tutti quelli che incontrava lungo la strada; e il Re rimaneva meravigliato dei grandi possessi del signor marchese di Carabà.

Finalmente il gatto arrivò a un bel castello, di cui era padrone un orco, il più ricco che si fosse mai veduto; perché tutte le terre, che il Re aveva attraversate, dipendevano da questo castello. Il gatto s’ingegnò di sapere chi era quest’uomo, e che cosa sapesse fare: e domandò di potergli parlare, dicendo che gli sarebbe parso sconvenienza passare così accosto al suo castello senza rendergli omaggio e riverenza. L’orco l’accolse con tutta quella cortesia che può avere un orco; e gli offrì da riposarsi. “Mi hanno assicurato”, disse il gatto, “che voi avete la virtù di potervi cambiare in ogni specie d’animali; e che vi potete, per dirne una, trasformare in leone e in elefante.” “Verissimo!”, rispose l’orco bruscamente, “e per darvene una prova, mi vedrete diventare un leone.” Il gatto fu così spaventato dal vedersi dinanzi agli occhi un leone, che s’arrampicò subito su per le grondaie, ma non senza fatica e pericolo, a cagione dei suoi stivali, che non erano buoni a nulla per camminare sulle grondaie de’ tetti. Di lì a poco, quando il gatto si avvide che l’orco aveva ripresa la sua forma di prima, calò a basso e confessò di avere avuto una gran paura. “Mi hanno per di più assicurato”, disse il gatto, “ma questa mi par troppo grossa e non la posso bere, che voi avete anche la virtù di prendere la forma dei più piccoli animali; come sarebbe a dire, di cambiarvi, per esempio, in un topo o in una talpa: ma anche queste son cose, lasciate che ve lo ripeta, che mi paiono sogni dell’altro mondo!” “Sogni?”, disse l’orco. “Ora vi farò veder io!…” E nel dir così, si cangiò in sorcio, e si messe a correre per la stanza. Ma il gatto, lesto come un baleno, gli s’avventò addosso e lo mangiò.

Intanto il Re che, passando da quella parte, vide il bel castello dell’orco, volle entrarvi. Il gatto, che sentì il rumore della carrozza che passava sul ponte-levatoio del castello, corse incontro al Re e gli disse: “Vostra Maestà sia la benvenuta in questo castello del signor marchese di Carabà”. “Come! signor Marchese!”, esclamò il Re. “Anche questo castello è vostro? Non c’è nulla di più bello di questo palazzo e delle fabbriche che lo circondano; visitiamolo all’interno, se non vi scomoda.” Il Marchese dette la mano alla Principessa; e seguendo il Re, che era salito il primo, entrarono in una gran sala, dove trovarono imbandita una magnifica merenda, che l’orco aveva fatta preparare per certi suoi amici che dovevano venire a trovarlo, ma che non avevano ardito di entrar nel castello, perché sapevano che c’era il Re. Il Re, contento da non potersi dire, delle belle doti del marchese di Carabà, al pari della sua figlia, che n’era pazza, e vedendo i grandi possessi che aveva, dopo aver vuotato quattro o cinque bicchieri, gli disse: “Signor Marchese! se volete diventare mio genero, non sta che a voi”. Il marchese, con mille reverenze, gradì l’alto onore fattogli dal Re, e il giorno dopo sposò la Principessa. Il gatto diventò gran signore, e se seguitò a dar la caccia ai topi, lo fece unicamente per passatempo.

Godersi in pace una ricca eredità, passata di padre in figlio, è sempre una bella cosa: ma per i giovani, l’industria, l’abilità e la svegliatezza d’ingegno valgono più d’ogni altra fortuna ereditata.

Charles Perrault – I desideri inutili – Traduzione di Carlo Collodi

C’era una volta un povero boscaiolo che, stanco della sua faticosa vita, aveva una gran voglia, a quanto diceva, di andarsi a riposare nell’altro mondo. Infatti, dal giorno che era nato, la Provvidenza non aveva mai soddisfatto uno dolo dei suoi desideri. Un giorno che si lamentava così nel bosco, ecco apparirgli, con tanto di fulmini in mano, Giove in persona. Figuratevi la paura che ebbe il pover’uomo. “Non desidero nulla” disse lui gettandosi con il naso a terra. “Niente desideri da parte mia, niente fulmini da parte vostra; signor mio, facciamo come se nulla fosse stato. “Non aver paura” gli rispose Giove, “i tuoi lamenti mi hanno commosso ed io vengo a dimostrarti che mi fai torto. Stammi bene a sentire: io, che sono il padrone del mondo intero, ti prometto di esaudire i primi tre desideri che tu formulerai su qualsiasi soggetto. Cerca quello che ti può rendere felice, cerca quello che ti può dar soddisfazione e, poiché la tua fortuna dipende dalle tue richieste, pensaci bene prima di pronunciarle.”

Così detto Giove se ne risalì in cielo, e il boscaiolo, tutto allegro, abbracciò in mancanza di meglio le sue fascine, se le mise in spalla per tornare a casa, e mai quel peso gli era parso tanto leggero. “In questa faccenda” diceva fra se trottando sulla via del ritorno, “non bisogna agire alla leggera. Si tratta di un caso interessante e sarà bene che mi consigli con mia moglie.” Perciò appena entrato nella sua capanna di giunchi, incominciò a gridare: “Vieni qua, Beppina, facciamo un bel fuoco e stiamo allegri, ormai siamo ricchi, ci resta solo da esprimere un desiderio! E le raccontò tutto. A sentire il fatto, sua moglie si sentì brulicare in testa un mucchio di desideri, ma capì che l’affare era serio e che bisognava andar cauti. “Amico Biagio” disse a suo marito, – non sciupiamo l’occasione con la nostra impazienza e riflettiamo bene a qual partito ci dobbiamo rivolgere in simile occorrenza. Qui devi essere serio, prudente e circospetto: rimettiamo a domani il primo desiderio e intanto andiamo a letto.” “Giusto” convenne quel brav’ uomo di Biagio. “Ma vammi a prendere un pò di vino dietro quelle fascine.”

Quando lei fu tornata col vino, Biagio bevve e schioccò la lingua contento allungandosi sulla sedia presso il fuoco. Poi, preso dal piacere del riposo, disse: “Con un così bel fuoco, come verrebbe a proposito una bella focaccia!” Non aveva ancor finito di parlare che sua moglie, piena di stupore, vide un’enorme focaccia spuntare dall’angolo del camino e avvicinarsi a lei. Diede subito un grido di meraviglia, ma non tardò a capire che quel portento era stato causato dal desiderio espresso da suo marito per pura stupidaggine, e allora incominciò a rovesciar vituperi sullo sciagurato sposo. “Come si fa a desiderare una focaccia?” diceva, “quando si possono chiedere imperi, ori, perle, rubini, diamanti grossi come nocciole e abiti da regina?” “Bé, ho avuto torto” rispose lui, “ho sciupato un desiderio, ho commesso una grande baggianata, farò meglio un’ altra volta.” “Bel discorso”, rimbecco lei. “Per desiderare una cosa simile bisogna essere più bestia di un bue!

Il marito, che incominciava ad arrabbiarsi, per poco non espresse entro di se il desiderio di essere vedovo, ma si trattenne. Tuttavia andò fuor dei gangheri lo stesso. “Gli uomini” gridò, son proprio nati per tribolare. Accidenti alla focaccia e a quando l’ho desiderata. Dio volesse, brutta pecora, che ti si attaccasse al naso! Subito il Ciel benigno la preghiera ascoltò e Biagio non l’aveva ancor finita che al naso della moglie inviperita quell’enorme focaccia si attaccò Al prodigio, egli restò assai male: Beppina era graziosa e, a dirla francamente a chi vuol sapere, quell’ornamento in faccia alla sua sposa non ci faceva punto un bel vedere. Tuttavia, con quel ciondolo sul mento, fu subito evidente che non potea parlar a suo talento: vantaggio così chiaro e manifesto, per uno sposo, che, per un momento, pensò quasi di non chiedere più niente e rinunciare al resto. ‘ Certo ‘ pensava tra se, ‘ dopo una simile disgrazia, col il desiderio che mi rimane potrei diventare re tutto d’un colpo. Nulla eguaglia, è vero, la grandezza di un sovrano, ma bisogna anche pensare alla faccia che avrebbe la regina, e al dolore che proverebbe se la mettessi sul trono con un naso lungo quattro spanne. Bisogna consultarla in proposito e far decidere a lei stessa se preferisce diventare regina tenendosi quel terribile naso, o rimanere boscaiola con il naso che aveva prima ‘. La cosa fu considera da ogni parte, e, sebbene ella conoscesse l’importanza di uno scettro e sapesse che, quando si è incoronati, si ha sempre un bel naso, tuttavia preferì riavere il suo bel nasino che essere brutta e regina. Così il boscaiolo rimase quello che era, non divenne monarca ne si riempì la borsa di scudi; e fu felice di poter impegnare l’ultimo desiderio che gli restava per rimettere la moglie nella condizione di prima.

Dobbiam dunque dir che i disgraziati, ciechi, imprudenti, inquieti ed avventati, faranno molto bene a rinunciare ad ogni desiderio e aver pazienza: perché pochi di loro sanno usare con senno i doni della Provvidenza.

Charles Perrault – Griselda – Traduzione di Carlo Collodi

Ai piè delle montagne famose dove il Pò scaturisce dalle sue sorgenti ricche di giuncheti, riversando poi nel seno delle campagne vicine le sue acque, viveva un principe giovane e valoroso, amato da tutti. Il Cielo aveva profuso su di lui ogni più rara virtù,tutti quei doni che di solito concede solo a chi gli è caro o ai grandi re. Così dotato nel corpo e nello spirito, egli crebbe robusto, accorto, agile nel maneggiare le armi e appassionato per le arti belle.

Amò i combattenti e la vittoria,
le grandi imprese, gli atti valorosi,
insomma, tutto quel che nella storia
rende famosi;
ma il suo nobile cuor, ricco di affetti,
mirò ancor più alla gloria
di rendere felici i suoi soggetti.

Per un così bel carattere era adombrato da una cupa malinconia che spingeva quel buon principe a vedere in ogni donna la falsità e l’inganno. Per quando una fanciulla fosse adorna dei più alti meriti, gli appariva immancabilmente ipocrita, piena di orgoglio e di ambizione, un vero nemico avido soltanto di dominare senza ritegno il disgraziato uomo che si fosse invaghito di lei. Il vedere intorno a se tanti sposi infelici e sottomessi alle loro mogli, aveva rafforzato in lui l’avversione per le donne; ed egli si ripromise con gran giuramenti di non prender moglie quando anche il Cielo, che lo prediligeva tanto, avesse creato apposta per lui un’ altra Lucrezia romana. Ogni giorno, dopo aver dedicato il mattino agli affari e aver saggiamente diretto tutto quello che era necessario alla felicità dello Stato, dopo avere difeso i diritti dell’orfano e della vedova o abolito qualche imposta non strettamente necessaria, destinava alla caccia il resto del suo tempo,

perché gli orsi, i cinghiali e le altre fiere,
anche pieni di furia e d’ira pazza,
gli davano assai meno da temere
di una bella ragazza.

Frattanto i suoi sudditi, desiderosi che egli avesse un successore capace di governarli un giorno con eguale dolcezza, lo pregavano continuamente di prender moglie e un bel giorno si recarono tutti in processione al palazzo per fare l’ultimo sforzo. Un oratore di grande loquela e austera apparenza, il migliore che ci fosse allora nel regno, disse tutto quello che si poteva dire in una simile occasione, insisté sul viso desiderio della popolazione di vedere sorgere dal principe una stirpe felice che rendesse florido lo Stato, e, per finire, aggiunse che vedeva nascere da quelle nozze un astro così fulgido da far impallidire ogni altro. Con maggior semplicità e con voce assai meno tonante, il principe rispose: “Lo zelo ardente con il quale oggi cercate di indurmi al matrimonio mi è grato e testimonia il vostro amore per me; ne sono commosso e vorrei farvi contenti domani stesso. Ma a parer mio il prender moglie è una faccenda in cui la prudenza non è mai troppa. Le fanciulle, finché rimangono nella loro famiglia, son tutte virtù e bontà, tutte sincerità e pudore; ma, appena sposate, gettano la maschera, dimenticano la saggezza e badano soltanto a fare quel che loro piace. L’una, di umor pestifero, brontolona, intrattabile, diventa una bigotta insopportabile; l’altra sentenzia, chiacchiera, fa moine, sgambetta, insomma, è una terribile civetta; la terza si appassiona follemente per le arti belle, critica spietata ogni artista di fama rinomata e non si accorge d’essere soltanto una saccente; la quarta infine bada solo al giuoco, sperpera patrimoni in quello spasso, i gioielli, il mobilio, e, a poco a poco, manda tutto a patrasso. I loro modi di procedere sono vari e diversi, ma tutte sono d’accordo in una cosa: nel volere dettar legge. Ed io sono convinto che nel matrimonio è impossibile essere felici se si vuole essere in due a comandare. Se dunque desiderate che io m’impegni a prender moglie, cercatemi una fanciulla senza orgoglio e senza vanità obbediente, paziente, remissiva, e quando l’avrete trovata la sposerò”

Dopo aver pronunziato quel bel discorso morale, il principe montò bruscamente a cavallo e corse a briglia sciolta verso la sua muta di cani che lo attendeva in mezzo alla pianura, senza più darsi pensiero dell’oratore. Galoppò per prati e per campi e raggiunse i suoi cacciatori sdraiati sull’erba verde; tutti si levarono in piedi alla sua vista e col suono dei corni fecero tremare di paura gli abitatori della foresta. I cani corrono abbaiando qua e la tra i giuncheti, stanano le fiere, tornano con occhi ardenti ai loro custodi e li guidano verso di esse. Il principe, poiché tutto era pronto, diede l’ordine di cominciare la caccia e di lanciare i cani sulle tracce del cervo. Risuonano i corni, nitriscono i cavalli, i latrati dei cani riempiono la foresta moltiplicarsi dall’eco, e tutti s’internano nel profondo del bosco. Per caso o per destino, il principe prese un sentiero traverso, sul quale nessuno lo seguì più. Avanza e più si allontana dai suoi, ed infine si trova così lungi dalla caccia da non udire più il suono dei corni ne l’abbaiare dei cani. Il luogo a cui lo condusse la sua bizzarra avventura, illuminato dal riflesso dei ruscelli e cupo di folta verdura, colmava lo spirito di un segreto timore; la natura semplice e schietta appariva così bella e pura che mille volte egli benedisse il momento in cui si era smarrito. Pieno dei dolci pensieri che sanno suscitare i boschi, le acque e i prati, si sentì a un tratto colpito negli occhi e nel cuore dalla più gentile e tenera vista che sia apparsa sotto la volta del cielo: una pastorella, seduta al margine di un rivo, filava e custodiva il suo gregge facendo girare il fuso con mano esperta.

Ella avrebbe commosso il cuore di una belva:
la sua fronte era candida al par del fiordaliso,
la natural freschezza del suo viso
era stata protetta dall’ombra della selva.
A un sorriso infantile il suo labbro si apriva,
e gli occhi, a cui le ciglia brune facevan velo,
erano ancor più azzurri dell’azzurro del cielo
e avean luce più viva.

Il principe, scivolando tra le piante, contemplò commosso quella bellezza: ma il rumore dei suoi passi fece volgere la fanciulla e, quando ella si vide scoperta, un vivo rossore rese ancor più intenso l’incarnato delle sue gote e il pudore si soffuse sul suo volto. Dietro l’innocenza di quel graziosissimo riserbo, il principe scorse una dolcezza, una sincerità, una schiettezza che gli apparivano in tutto il loro splendore e quali egli non avrebbe mai creduto possibili in una donna. Colto da un timore a lui sconosciuto, le si avvicinò e, più timido di lei, le disse con voce tremante di essersi smarrito, chiedendole se non avesse veduto passare dei cacciatori. “Signore mio,” ella rispose, “nessuno è passato per questa solitudine se non voi; ma non sgomentatevi, saprò rimettervi sul giusto cammino.” “Non so come ringraziare la Provvidenza di questa avventura” disse il principe. “Da molto tempo frequento questi luoghi ma, fino ad oggi, non avevo visto quello che essi avevano di più delizioso.” Frattanto la pastorella si accorse che il principe si curvava sulla sponda del rivo per placare la sete della corsa. “Signore, attendete un momento” disse; e correndo agilmente verso la sua capanna, ne prese una tazza e la porse a lui tutta sorridente. Un prezioso vaso di agata o di cristallo, venato d’oro e lavorato dal più abile artefice, non sarebbe parso più bello, al principe, del piccolo vaso di coccio offertogli dalla pastorella. Insieme attraversarono boschi, dirupi e torrenti per trovare la via che avrebbe condotto il principe alla città. Questi, da parte sua, guardava attentamente i luoghi sconosciuti per cui passava, fissandoseli nella memoria così che, reso ingegnoso dall’amore, ne tracciò idealmente una vera carta topografica.

Infine un fresco bosco die ristoro
a due viandanti con la sua frescura,
e la, tra i fitti rami lavorati a traforo,
egli vide levarsi in mezzo alla pianura
il suo palazzo con i tetti d’oro.

Prese commiato dalla fanciulla allontanandosi da lei con il cuore afflitto da un vivo dolore, e tuttavia rallegrato dal ricordo della dolce avventura. Ma il giorno dopo sentì intimamente la sua ferita e fu pieno di tristezza e di noia. Appena gli fu possibile, tornò a caccia e, molto accortamente, si liberò del suo seguito fingendo di smarrirsi ancora nella selva. Gli alberi e le cime dei monti, che aveva osservato con tanta attenzione, e l’intuito del suo cuore innamorato lo guidarono così bene che, nonostante i mille sentieri diversi, ritrovòla dimora della pastorella. Seppe così che si chiamava Griselda, che le rimaneva solo il padre, che entrambi vivevano serenamente del latte del loro gregge e che, senza ricorrere ai negozianti della città si vestivano con la lana delle loro pecore, da lei filata e tessuta. Sempre di più il principe si sentiva attratto verso la fanciulla, convinto che la leggiadria del suo volto rifletteva quella della sua anima. Fu felice che il suo primo palpito di amore avesse un così nobile oggetto e, senza perder tempo, il giorno stesso radunò il suo consiglio e così parlò “Signori miei, io sto infine per sottomettermi alle leggi del matrinomio come voi desiderate. Non prendo moglie in paese straniero ma tra voi, bella, saggia, di buona nascita, come più di una volta hanno fatto i miei avi. Quando sarà il momento vi avvertirò”

La notizia vi divulgò dappertutto ed è difficile dire con quando ardore si manifestò l’allegrezza pubblica.

Più contento di tutti fu però l’oratore
che, con il suo discorso roboante e patetico,
pensò d’essere davvero il solo autore
di quella gioia annunciata con impeto profetico. E si die a proclamar con insistenza:
“Nulla può opporsi, o genti, alla grande eloquenza.

Ma il più bello fu il vedere l’ inutile fatica delle ragazze per meritar la scelta del principe loro signore, il quale, come aveva sempre detto e ripetuto, si sarebbe lasciato sedurre solo da un comportamento semplice e modesto. Tutte quante avevano mutato l’abito e il modo di fare: tossicchiavano devotamente, facevan la voce dolce, stavano a occhi bassi, avevano abbassato di una buona spanna le loro pettinature, e si eran cuciti abiti accollati e con le maniche così lunghe da lasciar spuntare appena la punta delle dita. La città era in gran preparativi per il giorno delle nozze: chi costruiva carri allegorici così belli e bene inventati che la cosa meno fastosa era l’oro scintillante a profusione; chi innalzava grandi palchi per godere comodamente lo spettacolo; archi trionfali sorgevano a celebrare le vittorie del principe guerriero e la vittoria dell’amore su di lui. Qui si fabbricano quei fuochi che sbigottiscono la terra con il fragore di un innocente tuono e abbelliscono il cielo di mille nuovi astri, ovverosia i fuochi artificiali; la si mette insieme un grazioso balletto; altrove si allestisce uno spettacolo d’opera in cui figureranno mille divinità il più bello che sia mai apparso in Italia dove, com’è noto, risuonano dappertutto arie melodiose. Ed ecco arrivare il giorno del matrimonio.

L’aurora di un dolce mattino,
sul fondo di un ciel puro e schietto,
disteso aveva l’oro ed il turchino,
quando ansiose balzarono dal letto
le ragazze, e d’un tratto, con comune allegria,
si risvegliò la gente in ogni via.
Dovunque si diffuse
un suon di trombe e pifferi, di flauti e cornamuse
e per tutti i dintorni
odi tamburi, clarinetti e corni.

Alla fine il principe uscì dalla corte salutato da un lungo grido di gioia, ma tutti furono sorpresi quando lo videro saltar a cavallo e prender la via della foresta come faceva ogni giorno quando andava a caccia. “Ahimé disse la gente,” ecco che la sua passione lo riprese e il piacere della caccia prevale sul suo stesso amore. Non c’è nulla da fare.” Egli attraversò rapidamente la pianura, raggiunse il piede dei monti e penetrò nel bosco con grande meraviglia del suo seguito che gli teneva dietro a fatica in quella corsa. Dopo aver percorso i mille sentieri ben noti al suo cuore innamorato, il principe trova infine la capanna in cui abita la fanciulla. Griselda, che aveva sentito parlare delle nozze principesche, e aveva indossato il suo abito migliore per assistervi, ne usciva in quel momento. “Dove corri così agile e lieve?” le chiese il principe movendole incontro e guardandola con profonda tenerezza. La fanciulla, stupita, non rispose e si fermò dinanzi a lui. “Non ti affrettare tanto, mia cara pastorella” proseguì allora il principe sorridente, “le nozze a cui ti avii, e di cui io sono lo sposo, non si potrebbero fare senza di te. Si, io ti amo, e ti ho scelta fra mille fanciulle per passare al tuo fianco il resto della mia vita, almeno se non vorrai respingere la mia offerta e mi accetterai come sposo.” “Oh, signore” rispose lei, “non posso credere di essere destinata a tanta gloria, certo volete prendervi giuoco di me.” “Sono sincero,” rispose il principe. “Tuo padre mi ha già dato il suo consenso, acconsenti dunque anche tu. Ma, affinché duri fra noi una pace serena e sicura, giurami che non avrai altra volontà che la mia.” “Lo prometto e lo giuro” disse allora la pastorella. “Se avessi sposato l’uomo più umile del nostro villaggio, gli avrei obbedito in tutto, e quel giogo sarebbe stato certo dolce per me. Tanto più dovrò dunque farlo ora che trovo in voi il mio principe, il mio signore e il mio sposo.”

Così il principe fece la sua dichiarazione, e, mentre tutta la corte applaude alla sua scelta, egli prega la pastorella di lasciarsi vestire e adornare come devono essere le spose dei re. Le dame che avevano questo incarico entrano allora nella capanna spiegando tutta la loro abilità nel drappeggiare attorno con grazia i ricchi indumenti che le erano stai preparati. Frattanto ammiravano con quanta arte la dignità possa nascondersi dietro la povertà e quella rustica capanna coperta e ombreggiata da un grande platano sembra loro un soggiorno incantato. Poi, in gran pompa, la fanciulla uscì dalla capanna: tutti lodarono a gara la sua bellezza e il suo abbigliamento, ma il principe non poté fare a meno di rimpiangere un poco l’innocente semplicità della pastorella di un tempo.

Sulla carrozza, tutta di gemme e d’or lucente,
la pastorella siede con maestà
il principe vi monta fieramente
e, colmo il cuor di giubilo, presso il suo fianco sta.
Ne gli sembra di avere minor gloria
che se andasse in trionfo dopo una gran vittoria.
Viene dietro di loro
la corte, anch’essa piena di decoro,
bellamente ordinata
come d’ognun richiede il grado e la casata.

La città intera si era riversata nelle campagne e, avvertita della città del principale, attendeva con impazienza il suo ritorno. Ed eccolo che arriva: la carrozza avanza a fatica tra folla che si apre al passaggio; i cavalli, storditi dalle grida di gioia, si impennano, si slanciano, indietreggiano. Infine tutti arrivano al tempio e la, con solenne promessa, i due sposi uniscono i loro destini. Che dire dei mille divertimenti che li attendevano al palazzo? Danze, giuochi, corse, tornei diffusero dappertutto l’allegria, finché giunta la sera, tutti andarono a dormire. Il giorno dopo, ogni Stato della regione inviò i suoi magistrati a congratularsi con il principe e la principessa in lunghi e ben congegnati discorsi. Griselda, circondata dalle sue dame, senza mostrare alcuna meraviglia, li ascoltò da principessa e da principessa rispose loro. Fece tutto con tanta assennatezza che il Cielo sembrò aver riservato i suoi doni ancor più sul suo spirito che sulla sua persona. In poco tempo prese i modi del gran mondo in cui viveva, e, fin dal primo giorno, s’informò cos’è bene sul carattere delle varie dame di corte che riuscì a tenerle a bada ancor più facilmente delle sue pecorelle di un tempo. Prima che l’anno terminasse, il cielo volle benedire quell’unione fortunata. Non nacque un principino, come avrebbero desiderato, ma la principessina era tanto graziosa che tutti non pensavano che a lei. Il padre veniva a vederla ogni momento e la mamma non si saziava di contemplarla. Volle allattarla lei stessa affermando che sarebbe stato un tradimento rifiutarsi a un compito che la piccolina le chiedeva con le sue grida.

Ma, o che si fosse un poco raffreddata
nel principe la fiamma del suo primiero ardore,
o che il suo malumore
d’un tempo ritornasse all’impensata,
fatto sta che d’un tratto fu oscurata
la pace del suo cuore.
In tutto quel che fa la principessa
egli sospetta inganni, vede insincerità
e certo per falsità, si mostra cosìdolce e sottomessa.
Il suo spirito inquieto da di volta,
non crede più alla sua felicità e, a dir la verità
ogni sospetto ed ogni dubbio ascolta.

Così il principe cominciò a osservare la principessa, a contrariala, a turbarla in mille modi. ‘Non voglio lasciarmi ingannare,’ pensava, ‘Se le sue virtù sono vere, trattandola duramente non farà che rafforzarle e renderle palesi.’ La tenne chiusa nel palazzo, lontana da tutti gli svaghi di corte, e lasciò filtrare solo un fil di luce nella stanza in cui la teneva isolata. Convinto che gli ornamenti e i gioielli fossero per una donna l’arma del potere, le richiese rudemente le perle, i rubini, gli anelli che le aveva donato. Ma ella, che si sapeva innocente e che non aveva mai cercato altro che di compiere i suoi doveri, glieli restituì senza rammarico, anzi, vedendo che egli era contento di riprenderli, ebbe nel darli la stessa gioia che aveva provato nel riceverli. “Mio marito mi tormenta per mettermi alla prova,” pensava, “mi fa soffrire per tener desta la mia virtù che potrebbe assopirsi in una indolente tranquillità.. Devo dunque amare la sua severità perché si è felici solo quando si è conosciuto il dolore?. Il principe la vedeva obbedire mitemente a tutti i suoi ordini, ma non era tranquillo. ‘Ho scoperto, pensò’ la ragione di questa falsa virtù ‘finora le ho tolto solo le cose che non le stavano più a cuore perché mia moglie ha risposto ogni affetto nella principessina. Se voglio metterla veramente alla prova, devo colpirla nel suo amore materno.’ Ella aveva appena allattato la sua piccolina, che adesso giocherellava con lei e rideva guardandola. “So che l’amate molto,” le disse in quel momento il principe, “e tuttavia devo togliervela in questa età ancor tenera per darle un’educazione e difenderla da certe cattive abitudini che potrebbe prendere standovi vicino. Per fortuna conosco una dama piena di spirito che saprò coltivare in lei quelle virtù e quell’educazione che si convengono a una principessa. Preparatevi dunque a lasciarla: fra poco verranno a prenderla”.

Così detto se ne andò non avendo il coraggio di vedere togliere dalle braccia di lei l’unico frutto del loro amore. Ella, con il volto inondato di lacrime, attese il momento della sua sventura. Ed ecco apparire l’incaricato di quel compito triste e crudele. “Principessa, bisogna obbedire” le disse prendendole la bambina. Ella la guardò un’ultima volta, la baciò con tutto il suo ardore materno e la piccola con le sue manine le restituì la carezza. Poi si abbandonò singhiozzando al suo amaro dolore.

Vicino alla città sorgeva un monastero
famoso per bellezza e antichità
una badessa piena di pietà;
dirigeva quel luogo con regime severo.
Laggiù segretamente
e senza dire di chi fosse figlia,
fu condotta la bimba nella notte silente,
e molte gemme rare
misero accanto a lei per compensare
la sua nuova famiglia.

Il principe, che cercava di dimenticare nella caccia il rimorso della sua crudeltà temeva di rivedere la principessa così come si teme di affrontare una tigre a cui sono stati strappati i suoi nati. Ma, quando infine le comparve dinanzi, fu trattato da lei con quella dolcezza e perfino con quell’affetto che ella aveva mostrato nei giorni più felici. Tanta bontà lo colmò di rimorso e di vergogna, ma, in egual tempo, più profondo divenne il suo umor tetro. E due giorni dopo, ricorrendo a una nuova finzione per arrecarle un nuovo dolore, venne ad annunciarle che la loro fanciulla era morta. La principessa si sentì mortalmente ferita dal nuovo colpo, ma, nonostante la sua angoscia, vedendo il volto terreo dello sposo, ella parve dimenticare se stessa e preoccuparsi solo di consolarlo nel suo dolore. Questa insuperabile prova di affetto coniugale disarmò il principe e lo commosse nel più intimo, tanto che per poco non rivelòla verità. Ma riprese subito il controllo di se e tacque pensando che forse era necessario mantenere il segreto. Quel dolore riavvicinò i due sposi, i quali, nonostante la malinconia del principe, trovarono ancora una reciproca tenerezza. Quindici anni trascorsero senza che alcuna nube apparisse tra loro, e se talora il principe sembrasse divertirsi a contrariare la sposa, lo faceva solo per impedire che il loro amore si affievolisse, così come talora il fabbro getta un poco d’acqua sulla brace che sta per spegnersi, per far nuovamente avvampare la fiamma. Frattanto la principessina cresceva saggia e intelligente. All’ingenua dolcezza della madre, univa la nobile fierezza del padre illustre: insomma era ricca di tutte le doti, un vero astro radioso nel firmamento. Un signore della corte, giovane, ben fatto e bello come la luce del giorno, la vide per caso dietro le inferiate del convento e se ne innamorò follemente. Per quell’istinto che la natura ha dato a tutte le donne belle, di scorgere le invisibili ferite fatte dai loro occhi nel momento stesso in cui vengono in cui vengono inferte, la principessina si accorse di quel amore e, dopo aver resistito un pò, lo ricambiò teneramente. Su quel signore non c’era proprio nulla da dire: era bello, valoroso e di casata illustre; già da tempo il principe aveva messo gli occhi su di lui per farlo suo genero.

Egli fu dunque assai contento dell’affetto che univa i due giovani. Ma, bizzarro com’era, gli venne l’idea di far conquistare la loro forza di pene e di angustie la maggior felicità della loro vita. ‘Li farò contenti,’ pensò ‘ma voglio che le più profonde inquietudini rendano invincibili il loro affetto. E, in egual tempo, voglio mettere ancora alla prova la pazienza di mia moglie, non già come ho fatto finora, per assicurare la mia folle diffidenza, che del suo amore non posso più dubitare davvero, ma per far risplendere agli occhi di tutti i sudditi la sua bontà la sua dolcezza e la sua profonda saggezza.’ Dichiarò dunque pubblicamente che, poiché non aveva un erede a cui lasciare i suoi Stati e poiché la figlia nata dal suo matrimonio era morta in fasce, doveva cercare in un’ altra sposa miglior fortuna. Si trattava, disse, di una fanciulla di antica e illustre discendenza, educata fin ora in un convento; e dichiarò che ben presto l’avrebbe condotta all’altare. Immaginatevi la costernazione che questa notizia provocò nei due giovani, poiché la nuova sposa avrebbe dovuto essere appunto la principessina. Dal canto suo il principe, senza manifestare il minimo dolore, avvertì la sua fedele sposa di doversi separare da lei per evitare mali estremi, perché il popolo, sdegnato delle sue umili origini, lo costringeva a un’unione più degna. “Bisogna” disse “che ve ne torniate alla vostra capanna di stoppie e di fascine; rimettetevi addosso le vesti contadine: ecco qua, ve le ho bell’e preparate. La principessa lo ascoltò con tranquilla e silenziosa costanza: nascose il suo dolore sotto un’ apparenza serena, e grosse lacrime caddero dai fulgidi occhi senza che l’affanno potesse offuscare la sua bellezza, così come quando, a primavera, splende il sole e, in egual tempo, cade un piovasco. “Signore mio, voi siete il mio sposo e il mio padrone” rispose sospirando e stando quasi per venire meno “e, per quanto mi angosci quello che ascolto, vedrete voi stesso che nulla mi è più caro dell’obbedirvi.

Si ritirò subito nella sua camera e là, deposti i ricchi abiti, indossò senza dir nulla, quelli che portava quando guidava il suo gregge. Così umilmente vestita, tornò dal principe e gli disse: “Non posso allontanarmi da voi senza chiedervi perdono per non esservi stata gradita. Posso sopportare tutto il peso della miseria, ma non quello del vostro corruccio: accordate dunque questa grazia al mio sincero rammarico, ed io vivrò contenta nella mia triste casetta senza che il tempo possa mutare il mio umile rispetto ne il mio fedele amore. Tanta sottomissione e tanta magnanimità sotto un così modesto abbigliamento, per poco non indussero il principe a revocare l’ordine di esilio, tanto che quelle vesti gli ricordavano intensamente la dolce pastorella di un tempo. Commosso e con le lacrime agli occhi, egli fece un passo per abbracciarla, ma subito la sua fierezza riprese il sopravvento obbligandolo a rispondere duramente: “Non ricordo più nulla; comunque son contento del vostro pentimento. Non ho altro da dire: andate pure, è tempo di partire.

La principessa obbedì e, volgendosi al padre suo che, al pari di lei aveva ripreso il suo rustico abito e, pieno di dolore, piangeva un così repentino e inatteso mutamento, gli disse: “Torniamo ai nostri boschi e lasciamo senza rimpianti il lusso dei palazzi. Le nostre capanne non hanno tanta magnificenza, ma vi si può trovare un riposo più sicuro, una pace più dolce e una maggiore innocenza.”

Appena tornata nella sua dimora solitaria, ella riprese il fuso e la conocchia e andò a filare sul bordo dello stesso ruscello su cui il principe l’aveva incontrata. E la il suo cuore sereno e senza rancori chiese mille volte al Cielo di colmare il suo sposo di gloria e di ricchezze e di appagare benevolmente tutti i suoi desideri. Lo sposo da lei così rimpianto volle metterla ancora una volta alla prova e le mandò a dire di venire da lui perché voleva parlarle. “Griselda” le disse quando l’ebbe dinanzi, “voglio che la principessa che devo sposare domani sia contenta di voi e di me. Aiutatemi dunque a rendermi grato alla donna che amo. Voi sapete come voglio essere servito: non fate risparmi ne riserve e procurate che dappertutto si senta la presenza di un principe innamorato. Impegnate tutta la vostra accortezza nell’addobbare il suo appartamento in modo che appaiano egualmente l’abbondanza, la ricchezza, l’armonia e il buon gusto; insomma, pensate che si tratta di una giovane principessa che io amo teneramente. Anzi, per darvi un’idea ancora più precisa del vostro compito, voglio mostrarvi colei che dovete servire. Quale si mostra la nascente aurora alle porte dell’Oriente, tale apparve, e più bella ancora, la principessina quando arrivò. Subito Griselda sentì nel cuore un dolce impulso di tenerezza materna; le tornò il ricordo del tempo trascorso e dei giorni felici, e pensò “Ahimé mia figlia, se il Cielo avesse accolto i miei voti, avrebbe quasi la stessa età e, forse, la stessa bellezza.” E fu presa da un affetto così vivo e così profondo per la giovane principessa, che, appena ella si fu allontanata, così parlò al principe, seguendo senza saperlo il suo istinto: “Permettetemi, signore, di farvi notare che questa bella fanciulla che sta per divenire la vostra sposa, educata negli agi e nel lusso, non potrà sopportare, senza morire, gli stessi trattamenti che io ho ricevuto da voi. Il bisogno, la mia umile origine, mi avevano rafforzato alle fatiche, ed io ho potuto sopportare tanti mali senza pena e senza lamentarmi: ma lei, che non ha mai conosciuto il dolore, morrà certamente al minimo sgarbo, alla minima parola dura. Oh, signore, vi scongiuro, trattatela con dolcezza.” “Pensate a servirmi come meglio potete “rispose severamente il principe. “Non è conveniente che una semplice pastora mi dia lezione o voglia ricordarmi i miei doveri.”

A queste parole Griselda abbassò gli occhi e si ritirò. Frattanto arrivarono da ogni parte i signori invitati alle nozze. Il principe li radunò in una magnifica sala e tenne loro questo discorso:

“Nulla al mondo, dopo la speranza, è più ingannevole dell’apparenza; e ne abbiamo qui una prova lampante. Chi non crederebbe che la mia fidanzata, la quale sta per diventare principessa, non sia piena di gioia in questo dì Eppur non è così E chi potrebbe fare a meno di credere che questo giovane guerriero avido di gloria, non sia contento di questo matrimonio, lui che, nel torneo che seguirà avrà vittoria certa su qualunque rivale? Eppur la cosa non è affatto tale. Chi anche non crederebbe che Griselda, nella giusta collera, non pianga e si disperi? E tuttavia non piange, è mite e sottomessa: insomma, sembra la pazienza stessa. E infine chi non crederebbe, nel vedere la bellezza della fanciulla da me amata, che nulla possa eguagliare la fortunata corsa del mio destino? Ma, se queste nozze mi sentissi legato, non potrei immaginare dolore più profondo ed io, fra tutti i principi del mondo, sarei il più disgraziato. Vi sembra questo un enigma difficile a spiegarsi? Due sole parole ve lo faranno capire, e queste due parole dissiperanno in egual tempo tutte le angustie di cui vi ho parlato. Sappiate dunque che la bella fanciulla, di cui mi credete invaghito, è mia figlia e che io la dono in moglie a questo giovane signore che l’ama e ne è amato. Sappiate ancora che, intimamente commosso dalla pazienza e dello zelo della saggia e fedele sposa da me indegnamente scacciata, la riprendo con me per ripartire con il più dolce e sincero affetto il barbaro trattamento che la mia gelosia le ha inferto. E metterò maggior cura nel prevenire tutti i suoi desideri di quanta ne abbia avuta, al tempo della mia follia, nel caricarla di affanni.”

Come quando una densa nuvola oscura la luce del giorno e il cielo buio minaccia da ogni parte uragani, se i venti lacerano questo velo, un brillante raggio si riversa sulle campagne e tutto sorride e torna bello, così in tutti quei volti pieni di tristezza sbocciò improvvisamente la più viva allegria. La principessa, felice di essere figlia del principe, si gettò alle sue ginocchia; suo padre la rialzò, la baciò e la condusse alla madre che, per troppa gioia, era quasi fuor di sentimento e, appena poté serrarla nelle braccia, scoppiò in singhiozzi. “Bene” disse il principe, “avrete tempo per soddisfare la vostra tenerezza; adesso riprendete gli abiti che vi si convengono alla vostra condizione e celebriamo le nozze.

Sono condotti al tempio i nostri innamorati
e, in quella santa sede,
dinanzi a tutti i sudditi adunati
so scambiarono la fede.
Tutto fu gioia e allegria: tornei imponenti,
danze, giuochi, festini,
insomma, il più bel di che si ramenti
ancora in quei confini.
Tutti guardan Griselda e fanno lodi
della sua gran pazienza
provata in mille modi,
del suo cuor generoso:
ed arrivano a tanta compiacenza
per quel principe strambo e capriccioso,
che lodano perfin i suoi maltrattamenti,
ai quali esser dobbiam riconoscenti
se un animo si bello
di virtù femminili si rivelò modello.

Charles Perrault – Cappuccetto Rosso – Traduzione di Carlo Collodi

C’era una volta in un villaggio una bambina, la più carina che si potesse mai vedere. La sua mamma n’era matta, e la sua nonna anche di pìù. Quella buona donna di sua madre le aveva fatto fare un cappuccetto rosso, il quale le tornava così bene a viso, che la chiamavano dappertutto Cappuccetto Rosso.

Un giorno sua madre, avendo cavate di forno alcune stiacciate, le disse: “Va’ un po’ a vedere come sta la tua nonna, perché mi hanno detto che era un po’ incomodata: e intanto portale questa stiacciata e questo vasetto di burro”. Cappuccetto Rosso, senza farselo dire due volte, partì per andare dalla sua nonna, la quale stava in un altro villaggio. E passando per un bosco s’imbatté in quella buona lana del Lupo, il quale avrebbe avuto una gran voglia di mangiarsela; ma poi non ebbe il coraggio di farlo, a motivo di certi taglialegna che erano lì nella foresta. Egli le domandò dove andava. La povera bambina, che non sapeva quanto sia pericoloso fermarsi per dar retta al Lupo, gli disse: “Vo a vedere la mia nonna e a portarle una stiacciata, con questo vasetto di burro, che le manda la mamma mia”. “Sta molto lontana di qui?”, disse il Lupo. “Oh, altro!”, disse Cappuccetto Rosso. “La sta laggiù, passato quel mulino, che si vede di qui, nella prima casa, al principio del villaggio.” “Benissimo”, disse il Lupo, “voglio venire a vederla anch’io. Io piglierò da questa parte, e tu da quell’altra, e faremo a chi arriva più presto.”

Il Lupo si messe a correre per la sua strada, che era una scorciatoia, con quanta forza avea nelle gambe: e la bambina se ne andò per la sua strada, che era la più lunga, baloccandosi a cogliere le nocciuole, a dar dietro alle farfalle, e a fare dei mazzetti con tutti i fiorellini, che incontrava lungo la via. Il Lupo in due salti arrivò a casa della nonna e bussò. “Toc, toc.” “Chi è?” “Sono la vostra bambina, son Cappuccetto Rosso”, disse il Lupo, contraffacendone la voce, “e vengo a portarvi una stiacciata e un vasetto di burro, che vi manda la mamma mia.” La buona nonna, che era a letto perché non si sentiva troppo bene, gli gridò: “Tira la stanghetta, e la porta si aprirà”. Il Lupo tirò la stanghetta, e la porta si aprì. Appena dentro, si gettò sulla buona donna e la divorò in men che non si dice, perché erano tre giorni che non s’era sdigiunato. Quindi rinchiuse la porta e andò a mettersi nel letto della nonna, aspettando che arrivasse Cappuccetto Rosso, che, di lì a poco, venne a picchiare alla porta.

“Toc, toc.” “Chi è?” Cappuccetto Rosso, che sentì il vocione grosso del Lupo, ebbe dapprincipio un po’ di paura; ma credendo che la sua nonna fosse infreddata rispose: “Sono la vostra bambina, son Cappuccetto Rosso, che vengo a portarvi una stiacciata e un vasetto di burro, che vi manda la mamma mia”. Il Lupo gridò di dentro, assottigliando un po’ la voce: “Tira la stanghetta e la porta si aprirà.” Cappuccetto Rosso tirò la stanghetta e la porta si aprì. Il Lupo, vistala entrare, le disse, nascondendosi sotto le coperte: “Posa la stiacciata e il vasetto di burro sulla madia e vieni a letto con me”. Cappuccetto Rosso si spogliò ed entrò nel letto, dove ebbe una gran sorpresa nel vedere com’era fatta la sua nonna, quando era tutta spogliata. E cominciò a dire: “O nonna mia, che braccia grandi che avete!”. “Gli è per abbracciarti meglio, bambina mia.” “O nonna mia, che gambe grandi che avete!” “Gli è per correr meglio, bambina mia.” “O nonna mia, che orecchie grandi che avete!” “Gli è per sentirci meglio, bambina mia.” “O nonna mia, che occhioni grandi che avete!” “Gli è per vederci meglio, bambina mia.” “O nonna mia, che denti grandi che avete!” “Gli è per mangiarti meglio.” E nel dir così, quel malanno di Lupo si gettò sul povero Cappuccetto Rosso, e ne fece un boccone.

La storia di Cappuccetto Rosso fa vedere ai giovinetti e alle giovinette, e segnatamente alle giovinette, che non bisogna mai fermarsi a discorrere per la strada con gente che non si conosce: perché dei lupi ce n’è dappertutto e di diverse specie, e i più pericolosi sono appunto quelli che hanno faccia di persone garbate e piene di complimenti e di belle maniere.

Charles Perrault – Barbablu’ – Traduzione di Carlo Collodi

C’era una volta un uomo, il quale aveva palazzi e ville principesche, e piatterie d’oro e d’argento, e mobilia di lusso ricamata, e carrozze tutte dorate di dentro e di fuori. Ma quest’uomo, per sua disgrazia, aveva la barba blu: e questa cosa lo faceva così brutto e spaventoso, che non c’era donna, ragazza o maritata, che soltanto a vederlo, non fuggisse a gambe dalla paura. Fra le sue vicinanti, c’era una gran dama, la quale aveva due figlie, due occhi di sole. Egli ne chiese una in moglie, lasciando alla madre la scelta di quella delle due che avesse voluto dargli: ma le ragazze non volevano saperne nulla: e se lo palleggiavano dall’una all’altra, non trovando il verso di risolversi a sposare un uomo, che aveva la barba blu. La cosa poi che più di tutto faceva loro ribrezzo era quella, che quest’uomo aveva sposato diverse donne e di queste non s’era mai potuto sapere che cosa fosse accaduto. Fatto sta che Barbablu, tanto per entrare in relazione, le menò, insieme alla madre e a tre o quattro delle loro amiche e in compagnia di alcuni giovinotti del vicinato, in una sua villa, dove si trattennero otto giorni interi. E lì, fu tutto un metter su passeggiate, partite di caccia e di pesca, balli, festini, merende: nessuno trovò il tempo per chiudere un occhio, perché passavano le nottate a farsi fra loro delle celie: insomma, le cose presero una così buona piega, che la figlia minore finì col persuadersi che il padrone della villa non aveva la barba tanto blu, e che era una persona ammodo e molto perbene. Tornati di campagna, si fecero le nozze.

In capo a un mese, Barbablu disse a sua moglie che per un affare di molta importanza era costretto a mettersi in viaggio e a restar fuori almeno sei settimane: che la pregava di stare allegra, durante la sua assenza; che invitasse le sue amiche del cuore, che le menasse in campagna, caso le avesse fatto piacere: in una parola, che trattasse da regina e tenesse dappertutto corte bandita.”Ecco”, le disse, “le chiavi delle due grandi guardarobe: ecco quella dei piatti d’oro e d’argento, che non vanno in opera tutti i giorni: ecco quella dei miei scrigni, dove tengo i sacchi delle monete: ecco quella degli astucci, dove sono le gioie e i finimenti di pietre preziose: ecco la chiave comune, che serve per aprire tutti i quartieri. Quanto poi a quest’altra chiavicina qui, è quella della stanzina, che rimane in fondo al gran corridoio del pian terreno. Padrona di aprir tutto, di andar dappertutto: ma in quanto alla piccola stanzina, vi proibisco d’entrarvi e ve lo proibisco in modo così assoluto, che se vi accadesse per disgrazia di aprirla, potete aspettarvi tutto dalla mia collera.” Ella promette che sarebbe stata attaccata agli ordini: ed egli, dopo averla abbracciata, monta in carrozza, e via per il suo viaggio.

Le vicine e le amiche non aspettarono di essere cercate, per andare dalla sposa novella, tanto si struggevano dalla voglia di vedere tutte le magnificenze del suo palazzo, non essendosi arrisicate di andarci prima, quando c’era sempre il marito, a motivo di quella barba blu, che faceva loro tanta paura. Ed eccole subito a sgonnellare per le sale, per le camere e per le gallerie, sempre di meraviglia in meraviglia. Salite di sopra, nelle stanze di guardaroba, andarono in visibilio nel vedere la bellezza e la gran quantità dei parati, dei tappeti, dei letti, delle tavole, dei tavolini da lavoro, e dei grandi specchi, dove uno si poteva mirare dalla punta dei piedi fino ai capelli, e le cui cornici, parte di cristallo e parte d’argento e d’argento dorato, erano la cosa più bella e più sorprendente che si fosse mai veduta. Esse non rifinivano dal magnificare e dall’invidiare la felicità della loro amica, la quale, invece, non si divertiva punto alla vista di tante ricchezze, tormentata, com’era, dalla gran curiosità di andare a vedere la stanzina del pian terreno. E non potendo più stare alle mosse, senza badare alla sconvenienza di lasciar lì su due piedi tutta la compagnia, prese per una scaletta segreta, e scese giù con tanta furia, che due o tre volte ci corse poco non si rompesse l’osso del collo. Arrivata all’uscio della stanzina, si fermò un momento, ripensando alla proibizione del marito, e per la paura dei guai, ai quali poteva andare incontro per la sua disubbidienza: ma la tentazione fu così potente, che non ci fu modo di vincerla. Prese dunque la chiave, e tremando come una foglia aprì l’uscio della stanzina. Dapprincipio non poté distinguere nulla perché le finestre erano chiuse: ma a poco a poco cominciò a vedere che il pavimento era tutto coperto di sangue accagliato, dove si riflettevano i corpi di parecchie donne morte e attaccate in giro alle pareti. Erano tutte le donne che Barbablu aveva sposate, e poi sgozzate, una dietro l’altra. Se non morì dalla paura, fu un miracolo: e la chiave della stanzina, che essa aveva ritirato fuori dal buco della porta, le cascò di mano. Quando si fu riavuta un poco, raccattò la chiave, richiuse la porticina e salì nella sua camera, per rimettersi dallo spavento: ma era tanto commossa e agitata, che non trovava la via a pigliar fiato e a rifare un pò di colore. Essendosi avvista che la chiave della stanzina si era macchiata di sangue, la ripulì due o tre volte: ma il sangue non voleva andar via. Ebbe un bel lavarla e un bello strofinarla colla rena e col gesso: il sangue era sempre lì: perché la chiave era fatata e non c’era verso di pulirla perbene: quando il sangue spariva da una parte, rifioriva subito da quell’altra.

Barbablu tornò dal suo viaggio quella sera stessa, raccontando che per la strada aveva ricevuto lettere, dove gli dicevano che l’affare, per il quale si era dovuto muovere da casa, era stato bell’e accomodato e in modo vantaggioso per lui. La moglie fece tutto quello che poté per dargli ad intendere che era oltremodo contenta del suo sollecito ritorno. Il giorno dipoi il marito le richiese le chiavi: ed ella gliele consegnò: ma la sua mano tremava tanto, che esso poté indovinare senza fatica tutto l’accaduto. “Come va”, diss’egli, “che fra tutte queste chiavi non ci trovo quella della stanzina?” “Si vede”, ella rispose, “che l’avrò lasciata di sopra, sul mio tavolino.” “Badate bene”, disse Barbablu, “che la voglio subito.” Riuscito inutile ogni pretesto per traccheggiare, convenne portar la chiave. Barbablu, dopo averci messo sopra gli occhi, domandò alla moglie: “Come mai su questa chiave c’è del sangue?”. “Non lo so davvero”, rispose la povera donna, più bianca della morte. “Ah! non lo sapete, eh!”, replicò Barbablu, “ma lo so ben io! Voi siete voluta entrare nella stanzina. Ebbene, o signora: voi ci entrerete per sempre e andrete a pigliar posto accanto a quelle altre donne, che avete veduto là dentro.”

Ella si gettò ai piedi di suo marito piangendo e chiedendo perdono, con tutti i segni di un vero pentimento, dell’aver disubbidito. Bella e addolorata com’era, avrebbe intenerito un macigno: ma Barbablu aveva il cuore più duro del macigno. “Bisogna morire, signora”, diss’egli, “e subito.” “Poiché mi tocca a morire”, ella rispose guardandolo con due occhi tutti pieni di pianto, “datemi almeno il tempo di raccomandarmi a Dio.” “Vi accordo un mezzo quarto d’ora: non un minuto di più”, replicò il marito. Appena rimasta sola, chiamò la sua sorella e le disse: “Anna”, era questo il suo nome, “Anna, sorella mia, ti prego, sali su in cima alla torre per vedere se per caso arrivassero i miei fratelli; mi hanno promesso che oggi sarebbero venuti a trovarmi; se li vedi, fà loro segno, perché si affrettino a più non posso”. La sorella Anna salì in cima alla torre e la povera sconsolata le gridava di tanto in tanto: “Anna, Anna, sorella mia, non vedi tu apparir nessuno?”.

“Non vedo altro che il sole che fiammeggia e l’erba che verdeggia.”

Intanto Barba-blu, con un gran coltellaccio in mano, gridava con quanta ne aveva ne’ polmoni: “Scendi subito! o se no, salgo io”. “Un altro minuto, per carità” rispondeva la moglie. E di nuovo si metteva a gridare con voce soffocata: “Anna, Anna, sorella mia, non vedi tu apparir nessuno?”.

“Non vedo altro che il sole che fiammeggia e l’erba che verdeggia.”

“Spicciati a scendere”, urlava Barbablu, “o se no salgo io.” “Eccomi” rispondeva sua moglie; e daccapo a gridare: “Anna, Anna, sorella mia, non vedi tu apparir nessuno?”. “Vedo” rispose la sorella Anna, “vedo un gran polverone che viene verso questa parte…” “Sono forse i miei fratelli? ” “Ohimè no, sorella mia: è un branco di montoni.”
l’agonia di Primula

“Insomma vuoi scendere, sì o no?”, urlava Barbablu. “Un’altro momentino” rispondeva la moglie: e tornava a gridare: “Anna, Anna, sorella mia, non vedi tu apparir nessuno?”. “Vedo” ella rispose “due cavalieri che vengono in qua: ma sono ancora molto lontani.” “Sia ringraziato Iddio”, aggiunse un minuto dopo, “sono proprio i nostri fratelli: io faccio loro tutti i segni che posso, perché si spiccino e arrivino presto.”

Intanto Barbablu si messe a gridare così forte, che fece tremare tutta la casa. La povera donna ebbe a scendere, e tutta scapigliata e piangente andò a gettarsi ai suoi piedi: “Sono inutili i piagnistei”, disse Barbablu, “bisogna morire”. Quindi pigliandola con una mano per i capelli, e coll’altra alzando il coltellaccio per aria, era lì lì per tagliarle la testa. La povera donna, voltandosi verso di lui e guardandolo cogli occhi morenti, gli chiese un ultimo istante per potersi raccogliere. “No, no!”, gridò l’altro, “raccomandati subito a Dio!”, e alzando il braccio…

In quel punto fu bussato così forte alla porta di casa, che Barba-blu si arrestò tutt’a un tratto; e appena aperto, si videro entrare due cavalieri i quali, sfoderata la spada, si gettarono su Barbablu. Esso li riconobbe subito per i fratelli di sua moglie, uno dragone e l’altro moschettiere, e per mettersi in salvo, si dette a fuggire. Ma i due fratelli lo inseguirono tanto a ridosso, che lo raggiunsero prima che potesse arrivare sul portico di casa. E costì colla spada lo passarono da parte a parte e lo lasciarono morto. La povera donna era quasi più morta di suo marito, e non aveva fiato di rizzarsi per andare ad abbracciare i suoi fratelli.

E perché Barba-blu non aveva eredi, la moglie sua rimase padrona di tutti i suoi beni: dei quali, ne dette una parte in dote alla sua sorella Anna, per maritarla con un gentiluomo, col quale da tanto tempo faceva all’amore: di un’altra se ne servì per comprare il grado di capitano ai suoi fratelli: e il resto lo tenne per sé, per maritarsi con un fior di galantuomo, che le fece dimenticare tutti i crepacuori che aveva sofferto con Barbablu.

Così per tutti gli sposi.

Da questo racconto, che risale al tempo delle fate, si potrebbe imparare che la curiosità, massime quando è spinta troppo, spesso e volentieri ci porta addosso qualche malanno.

Charles Perrault – Cenerentola – Traduzione di Carlo Collodi

I.

La prima che conobbi diceva d’appartenere ad una famiglia patrizia. Non ho mai cercato dì verificare la sua nobiltà, ma avrebbe potuto essere autentica, perchè non è raro il caso di nobili decadute che sbarcano magramente i loro ultimi lunari, facendo l’affittacamere. Ad ogni modo però, il sangue azzurro doveva averlo avuto soltanto dalla madre, dacchè si chiamava borghesemente signora Giuditta, e viveva d’una piccola pensione che le pagava il governo come figlia d’impiegato governativo, sebbene ai tempi remoti di suo padre, Milano fosse ancora sotto il governo austriaco.

Rammentava una parentela numerosissima. Una serie di fratelli, di sorelle, tutti sposati a gente ricca e titolata; zii e cugini che avevano palazzi e servitù numerosa, e carrozze e cavalli. Aveva la manìa delle grandezze. Di tutti quei personaggi, se pure esistevano, non si vedeva mai l’ombra. O erano morti, o non pensavano punto a quella povera mummia. Ma lei aveva bisogno di parlarne, perchè, nell’isolamento in cui viveva, quegli esseri assenti o immaginari le creavano una famiglia illusoria, che non mancava mai di presentare a’ suoi pigionanti, e mettevano nella sua triste vita da vecchia indigente, dei pensieri di lusso che la insuperbivano.

La signora Giuditta confessava di non essere più giovane, sebbene non dicesse mai la sua età. A vederla le si sarebbero dati cento anni; forse non li aveva tutti; ma era una rovina; magra come uno scheletro, colla lunga persona incurvata ed il volto tormentato da rughe che traversavano in ogni senso la pelle flaccida. Le erano rimasti i capelli, altra volta biondi, ora d’un grigio giallognolo, e li pettinava alla moda de’ suoi tempi, in due grossi riccioli ai lati della fronte. Non aveva più denti in bocca, e portava una vecchia dentiera, dono d’una sua nobile parente, la quale non poteva più servirsene perchè la molla non teneva più. Quella dentiera era causa di episodi spaventosi. Sovente, a mezzo d’uno degli interminabili discorsi sconclusionati della signora Giuditta, le si vedevano tutti i denti irrompere terribilmente fuori dalla bocca; ed ella s’affrettava con ambe le mani a respingerli dentro, e li rimetteva a posto a bocca chiusa, con un rumore d’ossame che dava i brividi. Aveva l’abitudine di star a letto tardi, ed entrando da lei prima del mezzodì, si aveva la mortificazione di sorprenderla colla bocca vuota e nera come una caverna, dalla quale uscivano parole biasciate ed incomprensibili, mentre, sul tavolino da notte, quella mandibola gialla di cadavere, metteva paura. Altre volte il congegno guasto della dentiera troppo aperto, rifiutava di chiudersi; e la signora Giuditta rimaneva colla bocca spalancata, vociando: «Ah! ah!…» e doveva fuggire in camera a togliersi la dentiera per poterla richiudere.

Le trecentosessanta lire della sua pensione non bastavano di certo alla zitellona per provvedersi vitto ed alloggio. Aveva dei mobili, avanzi della passata grandezza, i quali, distribuiti nelle due camere che affittava mobiliate, le costituivano una piccola rendita. Ma guai se una di quelle camere fosse rimasta qualche mese vuota! Sarebbe stato un disastro per la povera donna, che, pagata la pigione del suo quartierino, calcolava su quattrocento lire circa, per vivere tutto l’anno.

Lei abitava un bugigattolo mezzo buio, con una cucinetta buia del tutto, nella quale l’unico fuoco che s’accendeva era la fiammella a spirito della macchina da caffè. Le sole camere chiare erano quelle che affittava.

Malgrado la sua povertà, la signora Giuditta non accettava nessun inquilino ad occhi chiusi. Ne prendeva informazioni, poi gli fissava l’ora di ritirarsi la sera, gli proibiva di far chiasso in camera, faceva delle oneste restrizioni sulle persone che poteva ricevere, e lo avvertiva che non gli avrebbe data la chiave del portone. Preferiva affittare alle donne. Vergognosa com’era della sua povertà, viveva affatto da sola, non era neppure desiderata in compagnia di certo, dacchè appunto solitudine e miseria ne avevano fatto un essere lamentevolmente ridicolo. Non vedeva altri che i suoi pigionanti, e su loro faceva pesare tutta la socievolezza del suo carattere, e tutta la sua curiosità di vecchia. Voleva sapere i loro interessi e raccontare i suoi. Per lo più aveva in casa artisti da teatro, scrittori, pittori, poeti, concertisti di passaggio, gente più o meno rinomata. A quei contatti la vanità femminile della vecchia era sempre eccitata; lei pure voleva essere qualche cosa ed avere dei trionfi da narrare. E non potendoli trovare nel presente, li evocava dal passato. Erano sempre lo splendore della sua famiglia, la parentela illustre, e poi la bellezza della sua gioventù. Una volta, alla Scala il vicerè aveva domandato: «Chi è quella bella popola?» Un’altra volta ci doveva essere un concorso a premio per le più belle gambe di Milano; poi era andato a monte, ma se si fosse fatto, il premio sarebbe toccato a lei. Molti scultori e pittori avrebbero voluto averla per modello; soltanto il suo decoro non le aveva permesso di prodigare alle arti i tesori della sua bellezza. E le proposte di matrimonio che aveva avute! Tutte di giovani bellissimi, facoltosissimi, nobili come tanti re. Non diceva mai perchè non ne avesse accettata nessuna.

Delle sue strettezze non parlava mai. Usciva sull’imbrunire, e rientrava in casa portando sotto lo scialle qualche pezzo di carne rifredda, comperata da un rosticciere pel suo desinare. Ci aggiungeva, a titolo di minestra, un caffè e latte che riscaldava sul fornellino a spirito, e non altro. Ma ne faceva grande mistero, e, per mangiar quel boccone, si rinchiudeva durante un’ora e più, dicendo pomposamente: «Vado a pranzo.»

Aveva un salotto. Il locale più angusto, più mal situato del quartierino; un buco da cui non si sarebbe potato cavare nessun partito; una stanzuccia di passaggio. Le stoffe dei mobili sbiadite, i legni senza lucido, le cornici scrostate, s’univano alla signora Giuditta per affermare che avevano veduti tempi migliori. Sopra una scansìa facevano bella mostra delle confettiere di cartone scolorito, qualche pezzo d’argento Cristophle che ricordava l’incoronazione di Napoleone primo, e delle chicchere di porcellana, vecchie senza essere antiche, religiosamente coperte da un velo verde, che doveva aver fatto cinquant’anni prima il viaggio da nozze sul cappello di qualche sorella della proprietaria. Disopra al camino eternamente spento, fra molte fotografie ingiallite, era appeso in una cornicina di cartone, qualche cosa come uno specchietto vecchio a cui mancasse in più luoghi la foglia. Quello specchietto era stato altre volte un dagherrotipo che, collocato di sghembo, con un raggio di sole che lo battesse in diagonale, in un dato punto della stanza, ed in certe ore speciali, rifletteva un non so che, come un profilo intagliato nell’acciaio. Ma il tempo aveva cancellato ogni cosa; e non rimaneva che un vetro macchiato, sul quale soltanto l’entusiasmo cieco della signora Giuditta s’illudeva di vedere il ritratto del Modena, il pigionante illustre fra gli illustri, che aveva fatta la gloria della sua casa. Quel salotto, l’affittacamere lo metteva a disposizione de’ suoi pigionali; preferiva che ricevessero là che nelle loro stanze, e quand’era riescita a far gelare un visitatore in quel buco, aveva l’aria d’aver fatto una larghezza all’inquilino che aveva ricevuta la visita, e diceva: «Così vedranno che lei abita in una casa ammodo.» Poi domandava se aveva fatto vedere a quel signore la sua galleria fotografica di pigionanti illustri. «Gli ha mostrato il ritratto della Marchionni? Del Boccomini? Del Modena?» Era la sua ambizione aver gente famosa in casa sua.

Le persone ignote per quanto buone, cordiali, e se anche pagavano meglio delle altre, non le nominava mai.

La signora Giuditta usciva così poco dal suo guscio che la vedevo di rado. Ma ogni tanto andavo a domandarne nuove. Un giorno, dopo un’assenza di parecchi mesi da Milano, entrai nella sua porta per salire a vederla.

—È morta, mi disse il portinaio. È morta di vaiuolo nero all’ospedale.

—Perchè all’ospedale? domandai.

—Gli inquilini delle sue stanze erano fuggiti appena saputo il suo male, ed era rimasta sola.

—Ed i suoi parenti?

—È venuto un nipote, mi rispose ancora il portinaio, ma soltanto dopo che era morta per portar via i mobili.

—Non furono venduti pei funerali?

—Nossignora. I funerali li pagò quella donnina che veniva spesso ad abitare una delle sue camere mobigliate.

—Quale donnina?

—Non la conosceva? È la moglie d’un commesso viaggiatore, e, quando il marito era in viaggio e lei non poteva seguirlo, veniva dalla signora Giuditta per non rimaner sola. Le voleva bene; era l’unica che andasse a prendere sue nuove all’ospedale….

Non era nella galleria dei pigionanti illustri quella, e la povera vecchia non me ne aveva mai parlato.

Mutati i particolari della dentiera, dei riccioli, con qualche variante nelle piccole manìe, le affittacamere di condizione civile somigliano tutte dal più al meno alla signora Giuditta. Per loro quella magra industria rappresenta la fine d’una vita delusa; una tavola di salvamento a cui si aggrappano per non morire d’inedia, quando hanno perduto famiglia, agiatezza, gioventù ed illusioni.

Ce ne sono altre invece, che non furono mai più fortunate, che vengono dal popolo; per quelle la professione dell’affittacamere non è una fine ma un principio, un punto di partenza per giungere a gloriosi ideali. Ne cito un esempio nel capitolo seguente.

II.

La madre aveva servito molti anni in una casa signorile. La sua padrona, morendo, le aveva lasciati dei mobili, coi quali la Teresa era tornata in famiglia a deplorare co’ suoi la spilorceria della morta.

—Non ho avuto fortuna, diceva. Ci sono delle signore che hanno qualche affezione da nascondere, debbono ricevere lettere, visite, uscire senza farsi scorgere, e senza l’aiuto della cameriera non fanno nulla. Oppure fanno dei debiti colla sarta, colla modista, bisogna farle star zitte perchè il marito non gridi, ed è ancora la cameriera che cerca una somma in prestito, va ad impegnare i gioielli, a vendere qualche cosa; ed allora la padrona non guarda pel sottile, le mancie corrono, si hanno dei doni, si può raggranellar del denaro per non morire poi nella miseria. A me invece è toccata una padrona che non vedeva più in là del naso; marito e figli, figli e marito; nessun lusso; ed in casa lavorava che era una vergogna. A questo modo una cameriera rimane sempre povera. Non è come la cuoca che maneggia il denaro; per noi se non capita una circostanza….

La Teresa aveva un marito, operaio sfaccendato, un figlio quasi sordo e quasi muto, inetto a qualsiasi mestiere, e due figlie.

Dopo aver disprezzati quei mobili «dei cenci, che non metteva conto di dir grazie, buoni da far legna per l’inverno, che una donna ricca avrebbe dovuto vergognarsi di lasciarli in eredità, ecc.» ciascuno vi adagiò sopra le sue speranze.

—«Mobiliare delle camere da affittare,» Questa fu l’idea concepita ed approvata da tutta la famiglia. Ma ogni individuo la considerava sotto un punto di vista speciale.

—I mobili sono miei; se ne caveremo da vivere, la padrona di casa sarò io sola, suggeriva l’orgoglio della Teresa.

—Ci sarà sempre qualche poltrona o qualche tavola da restaurare, si dovranno stendere i tappeti, appiccar le cortine od i capoletti; sarà una scusa per lasciar la bottega, e non far più il falegname, calcolava l’infingardaggine del marito.

—S’avranno in casa degli artisti, degli ufficiali, dei signori; ci faranno la corte, e troveremo da maritarci bene e saremo ricche. Era l’ideale delle ragazze.

E tutti d’accordo pensavano:

—Quello stupido Michele, che non sa parlare e ci sta sulle spalle a tutti, terrà pulite le camere e servirà i pigionanti. Sarà un modo di cavarne partito.

Quando conobbi quella gente erano molti anni che facevano l’affittacamere.

L’ideale della Teresa s’era avverato in parte. La faceva da padrona dispotica col marito e lo tiranneggiava. Ma le figlie tiranneggiavano lei. Avevano voluto tenere dei pigionali a dozzina, e la Teresa era stata obbligata a cucinare il pranzo, ed a servire a tavola, dove c’era sempre il suo posto, ma non le si dava tempo di sedere. Era una vecchietta secca ed arcigna, che si faceva gli occhi cisposi a forza di rimpiangere la spilorceria della defunta padrona, la grettezza dei pigionanti, la pigrizia del marito, la meschinità della professione, l’ingratitudine degli uomini….

Il marito aveva infatti lasciata da anni la bottega, ma era curvo a forza di piegarsi ai comandi di tutti; le tre donne gli rinfacciavano il pane che mangiava; gli facevano fare ogni sorta di lavori in casa, ma non ne tenevano conto; ed egli faceva tutto male e di malavoglia; ma qualche cosa doveva pur fare, e non aveva mai un soldo in tasca, e passava le giornate sonnecchiando sotto una tempesta di rimproveri, lasciando dire, e mangiando quel che gli davano, seduto al focolare come un gatto domestico.

La figlia maggiore, Ernesta, era vecchia, anemica, un po’ calva; le mancavano parecchi denti, ed aveva il lobo d’un orecchio spaccato. Da un gran pezzo aveva lasciato il mestiere di modista, e teneva in ordine la biancheria delle camere e degli inquilini. Era sempre in moto, sempre affaccendata; si pettinava a metà del giorno, qualche volta la sera; se il lavoro era soverchio non si pettinava affatto. Strascicava le ciabatte, portava dei vestiti tutti frittelle, colla pedana sfilacciata, la vita disadatta, i gangherini o i bottoni mancanti, ed una vecchia pezzuola annodata al collo. Ed in quell’arnese, se s’imbatteva coi pigionanti, si metteva a discorrere di partizioni, di scritture, di quartali, d’impresari, di soprani pastosi, di tenori che baritoneggiano, di do di petto…. conosceva tutto il gergo teatrale, e se ne gloriava. Toglieva la fascia ai giornali teatrali degli artisti che aveva in casa, e li scorreva curiosamente, poi diceva alla madre o alla sorella, o, in mancanza di quelle, anche al padre:

—Ha avuto un gran successo a Lisbona. Ha fatto furore al Covent Garden nella Linda. È scritturato a Bukarest con quaranta mila lire per venticinque recite e la beneficiata….

—Quello è un grande artista! Che fortuna deve fare! È un fenomeno!

E tutta la famiglia stava in ammirazione di quell’innominato che chiamavano sempre lui, e l’Ernesta si pavoneggiava, e godeva, come se si fosse trattato di lei stessa o di suo marito. Si abbandonava a narrare dei particolari gloriosi della carriera di lui: dame che se n’erano innamorate, giovani dell’alta aristocrazia che avevano staccati i cavalli dalla carrozza e l’avevano strascinata all’albergo, serenate, doni di gran valore, versi…. Chiunque li avesse uditi parlare con quella passione, con quell’entusiasmo, avrebbe creduto che quella gente ricordasse un caro assente, un figliolo, la gloria e l’amore della famiglia.

Invece lui era stato l’amante dell’Ernesta; l’aveva trascinata con sè per qualche tempo di teatro in teatro, facendola stare nelle quinte ad aspettarlo con un mantello per coprirlo quando rientrava sudato, facendole portare la scatola da toletta, cucire gli accessori dei costumi. Poi un bel giorno lui aveva sposata una prima donna ricca, e l’Ernesta era tornata a casa coll’orecchio fesso da uno schiaffo, che le aveva fatto saltare l’orecchino da un capo all’altro del teatro.

E di quelle scene brutali ne aveva sofferte molte, a giudicarne dallo stato in cui era ridotta; e sui primi tempi dopo il suo ritorno non aveva osato mostrarsi per le strade di Milano, aveva pianto, aveva mandato ogni sorta d’imprecazioni. Ma le imprecazioni erano sempre state rivolte alla moglie. Tutto l’odio dell’Ernesta e della sua famiglia era per quella donna. «Se non fosse entrata di mezzo lei coi suoi denari, presto o tardi l’Ernesta sarebbe riescita a sposarlo, ed ora sarebbe moglie d’un grande artista, e ricca, ed in grado di aiutare i suoi….»

La slealtà, il carattere violento, i trattamenti brutali di lui, s’erano andati cancellando dalla loro memoria man mano ch’egli saliva in rinomanza. Non potevano voler male ad un uomo che aveva acquistato tanto nome e tanto denaro. La loro cupidigia e la loro vanità erano lusingate solo dall’idea che essi avevano avuto in casa il tenore famoso, che l’Ernesta era stata due anni con lui, e possedeva ancora delle lettere sue!

Intanto la figlia minore era cresciuta e s’era fatta una bella giovane. A quindici anni, prima assai d’avere ben imparato il mestiere di sartora, aveva lasciata la scuola di sartoria perchè le altre scolare erano troppo volgari; non poteva adattarsi a vivere con loro.

Non già che la Teresa avesse mai pensato di far istruire la figlia. L’aveva mandata alle scuole comunali, finchè non l’aveva creduta in grado di essere accettata da una sarta per fare le imbasciate e portare lo scatolone, e poi non ci aveva pensato più. Ma la Maddalena aveva ascoltate fin da bambina le reminiscenze teatrali della sorella, e ne era sempre stata orgogliosa. Poi era cresciuta nella compagnia dei cantanti, attori, giornalisti, ufficiali, che occupavano le stanze mobiliate. Quei signori l’avevano vezzeggiata da bambina, e corteggiata appena s’era fatta adolescente. Un giovane tenente, che aveva passato più di sei mesi a Milano, le aveva insegnato un po’ di francese, usando per libri di testo i romanzi di Dumas père. La Maddalena se n’era appassionata. Credeva d’averci imparata la storia di Francia, e quando poteva parlare di Maria Antonietta, di Luigi decimosesto, della rivoluzione, di Marat, si dava l’aria di saperla lunga. Quel tenente era stato il suo primo amore; un amore sentimentale da giovinetta. Poi era partito e non se n’era saputo più nulla; gli era succeduto il cronista d’un giornale teatrale, che aveva portato da leggere alla Maddalena delle romanze, dei libretti d’opera, e le aveva letti lui stesso dei versi del Fusinato, e le Lettere a Maria dell’Aleardi, sulle quali la Maddalena aveva versate molte lagrime, all’indirizzo del tenente. Ne aveva imparati dei brani a memoria, che declamava con enfasi, sbagliando le pause.

Tutte queste sentimentalità erano state causa del disaccordo tra la Maddalena e le sue compagne di scuola alla sartoria. Lei si credeva da più di loro, e voleva sfoggiare il suo sapere. Loro la trovavano stravagante e la burlavano.

Quando la Maddalena si mise a lavorare in casa, tra che non sapeva ancora il mestiere, tra che pensava a tutt’altro, fece un grande sciupìo di roba, disgustò le prime pratiche, e le rimase tutto il tempo immaginabile per leggicchiare e declamare, e fare le chiacchierine galanti cogli inquilini delle stanze mobiliate.

Nello stesso casamento, al pian terreno, c’era un giovane tappezziere che s’era innamorato della sartorina; ma lei si credeva nata ad alti destini, e diceva che «colla sua educazione, non avrebbe mai potuto adattarsi a sposare un operaio. Era avvezza a vivere in una società più alta». E la famiglia partecipava alle sue illusioni.

Anzichè scoraggiarsi pel caso disgraziato dell’Ernesta, ne traevano degli argomenti in appoggio alla loro vanità. Vedete un po’, dicevano, che fortuna ha fatto quello là, e che gloria si è acquistata. Se l’Ernesta fosse sua moglie, ora sarebbe come una regina. E invece, se avesse sposato un operaio, sarebbe una povera donna, e si logorerebbe la vita a lavorare pel marito e pei figli. Non ci sono che gli artisti; il mondo è per loro.

Che l’Ernesta poi non fosse stata sposata, e fosse finita così miseramente, era per loro un caso eccezionale da attribuirsi all’incontro fatale di quella prima donna ricca. La Maddalena sarebbe certo più fortunata.

C’era sempre fra i pigionanti qualche preferito, pel quale si appassionavano tutti, madre, padre e figlio; quello era il candidato alle nozze della Maddalena. Portava dei biglietti d’ingresso pei teatri, accompagnava le due sorelle, vestite troppo in gala, ed ornate di vecchi cappellini e piume e gioielli falsi, avanzi di qualche cantante passata per le loro stanze mobiliate, pagava un gelato, o un bocconcino da cena al ritorno, che godevano tutti in famiglia sulla tavola della cucina; e questo bastava per farlo entrare in grazia: «Era gentiluomo, le aveva accompagnate rispettosamente come fossero state due dame; e generoso; e con che bontà si era messo a cenare in famiglia; si vedeva subito una persona bene educata; se la Maddalena sapeva accaparrarselo….»

Poi il candidato se ne andava pei fatti suoi senza domandare la mano della ragazza, e diventava un briccone o poco meno.

La Maddalena era troppo romanzesca per badare al denaro; per lei l’ingegno era tutto. Si innamorò d’un attore drammatico affatto ignoto, che era succeduto al cronista del giornale di teatri, nel sottoscala. Era poverissimo, ma si sentiva destinato alla gloria. Ammirava la cultura straordinaria della sartina; la dichiarava capace di comprenderlo, e sovente la sera recitava per lei sola delle scene, che nessun altro attore sapeva interpretare. Tutta la famiglia si commoveva, piangeva, lo trovava sublime. Poi, «con quella bontà delle persone d’ingegno», diceva la Maddalena, la faceva provare a recitare anche lei. E lei declamava con enfasi dei versi di libretti d’opera, che erano la sua passione; ce n’erano di quelli che la facevano sempre piangere, specialmente quelli della Traviata: «Croce e delizia al cor».

Per la Maddalena e per l’attore fu il contrario. Cominciarono dalla delizia. La croce venne dopo vari mesi, quando egli trovò da collocarsi in una buona compagnia, e partì dicendo, col suo bel accento romano, che andava «a cogliere allori per la sua fanciulla».

E ne ebbe infatti di quegli allori che, sebbene senza radici e destinati ad appassire presto, giovano sempre ad un artista. Ma quanto ad offrirli alla «sua fanciulla» non ci pensò affatto. La Maddalena cominciò dallo scrivere lettere piene di fiducia e d’amore, e dal parlare con tutti del suo fidanzato, del suo sposo, coll’idea di dare all’assente una prova di fedeltà. Ma l’assente non ne tenne conto, e la povera giovane passò per quella lunga serie di giorni affannosi, in cui la donna innamorata aspetta ogni mattina una lettera che non viene, riprende a sperare ogni sera, e torna ad esser delusa il domani, fa mille congetture dolorose, trema, poi riscrive, poi aspetta daccapo, finchè il sospetto le si insinua nel cuore, si rafforza, cresce fino alla disperazione.

La disperazione della Maddalena fu doppiamente grande, perchè le nacque una bambina, ed in quella circostanza il padre, chiamato con suppliche e telegrammi, rispose con una lettera fredda, esprimendo dei dubbi sulla sua paternità. «La casa era sempre piena di giovinotti, la Maddalena chiacchierava con tutti, e lui non poteva sapere fino a che punto fossero andate le loro relazioni».

In un giorno di scoraggiamento l’Ernesta, che aveva sempre in mente delle scene teatrali, disse:

—Se ora il tappezziere venisse a dirti: «Io t’amo sempre, perdono tutto, tua figlia sarà mia figlia; vuoi sposarmi?»

La Maddalena crollò il capo e rispose:

—Non potrei adattarmi. Sono avvezza alle persone ben educate, ben vestite, che parlano bene. Poi soggiunse guardando la sua bambinetta che giocava per terra:

—Quando l’Aida sarà grande (le avevano messo quel nome d’opera) baderò bene di non affittare che a giovani già avviati nella loro carriera. Se Alberto non avesse avuto bisogno di allontanarsi da me per guadagnarsi nome e denaro, non mi avrebbe dimenticata.