Francesco De Sanctis – Preoccupazioni

Siamo giunti già ad uno stadio, in cui la guerra si ritiene anche da’ più increduli, come probabile. I giornali più riservati e dubbiosi l’hanno già innanzi agli occhi, e discutono il da fare.
Dobbiamo notare come buon segno che la guerra è popolarissima e desideratissima in Italia, e che tra noi ha incontrato più facile l’entusiasmo, che lo scoraggiamento. Avvolti in molte difficoltà, la guerra è salutata da noi come una crisi salutare, come una soluzione.
Nondimeno è un fatto sì grave, così decisivo, che è ben naturale che gli uomini più intelligenti se ne mostrino preoccupati, e mostrino i loro timori e suggeriscano i loro rimedii.
L’Opinione dice: e come si fa co’ danari, l’anima della guerra? E deplora che non si sieno ancora approvati i provvedimenti finanziarii, e la legge sulla Banca. Noi diciamo che ora sono inutili le recriminazioni e le querele, e che è da femmine battersi i fianchi e gridare innanzi al pericolo. L’iniziativa delle popolazioni italiane col Consorzio nazionale, la iniziativa degl’Istituti di Credito col prestito alla pari, mostrano qual è la soluzione di queste difficoltà. Venga la guerra, e non abbiamo bisogno di nessuno: i danari sappiamo come e dove trovarli. Il terribile in questi casi è quando il governo comanda, e il popolo rimane indifferente o avverso, com’è in tutt’i governi dispotici. Noi abbiamo l’orgoglio di dire alla Europa: quando vengono difficoltà, in Italia il popolo non aspetta ordini e disposizioni, va esso incontro al governo.
Il Diritto ha anch’esso le sue preoccupazioni. Prima gli venne il timore che potessero correr risico le pubbliche libertà! Ma su questa via non l’ha seguito nessuno, e in verità questo timore non l’ha alcuno. Nelle più dure prove la libertà è rimasa intatta: nè ci è alcun partito o alcun ministro che oserebre porvi la mano. Ora il Diritto sembra più rassicurato per questa parte; ma crede necessario che il ministero allarghi la sua base facendovi entrare uomini di tutte le gradazioni liberali affinchè tutt’i partiti vi sieno rappresentati, e il governo abbia la fiducia di tutti. Certamente la Camera è chiamata prossimamente a decidere della sorte del ministero; e un ministero di conciliazione ci pare cosa desiderabilissima in così gravi momenti. Ma qualunque sia il voto della Camera, e quale si sia il ministero, noi non partecipiamo alle preoccupazioni del Diritto. Siamo certi che al primo colpo di cannone, non ci saranno più partiti tra noi, e che tutti quelli che vogliono il plebiscito, diventeranno un solo grande partito, il partito italiano unitario. E siamo certi d’altra parte che essendo la guerra eminentemente nazionale, vi prenderanno parte tutte le forze del paese e l’elemento volontario vi dovrà rappresentare una gran parte. La patria ci chiederà danaro e sangue; e tutti daremo sangue e danaro. Il passato è pegno dell’avvenire. Non sarà con noi Garibaldi?
Ma cosa avverrà all’interno? I fogli di Sicilia se ne mostrano preoccupati. Le truppe vanno via; i giovani più animosi partono pel campo; la reazione rimarrà con le mani in seno? E qui dipingono i tentativi di associazioni cattoliche, i comitati segreti, i maneggi de’ preti e de’ frati, l’insorgere della plebe.
E diciamo francamente, che non abbiamo questa paura. Quando la rivoluzione si è arrestata, la reazione si è fatta essa rivoluzione, cospirando e briganteggiando; ma, per Dio! venga la guerra, ed essi si rintaneranno, come al 60. Venga la guerra, e vengano pure tra noi le brave guardie nazionali lombarde e piemontesi; uscirà, un’altra volta dai nostri petti quel grido formidabile, che li sgominò al 60: Italia e Vittorio Emmanuele!

Francesco De Sanctis – Il pensiero di Dante

Sviluppiamo il Pensiero di Dante dal suo involucro, e guardiamolo nella sua essenza, se vogliamo intenderlo.
Ci si dice che nell’Accademia letteraria tenuta in Firenze ad onore di Dante, il Rossi abbia recitato un Sonetto, in cui su per giù è espresso questo concetto, tu volevi un Papa e un Imperatore; l’Italia ha realizzato qualche cosa di meglio.
Se è così, il Rossi ha interpretato il Pensiero di Dante, secondo che fanno molti critici stranieri, in un senso puramente letterale e superficiale. No, noi non abbiamo realizzato qualche cosa di meglio che non era nella mente di Dante; siamo anzi ancora ben lontani dall’aver realizzato tutto l’ideale dantesco.
Il primo concetto che si spicca chiaramente dal Pensiero di Dante è questo: abolizione del potere temporale, indipendenza piena del Papato nell’ordine spirituale.
Questo ai tempi di Dante non era il passato, e non era il presente, era la base dell’avvenire, era il punto di partenza e la meta di una rivoluzione non solo italiana, ma europea. La meta è: affrancamento del Laicato; la storia d’Europa è tutto un conato gigantesco verso questa meta; e siamo ancor lontani, soprattutto noi italiani, dall’averla raggiunta.
Nè questo concetto rimane un’astrazione filosofica, un incidente nello sviluppo del Pensiero dantesco; anzi ne è come il Protagonista, la condizione sine qua non, la base del suo edificio.
La filosofia guelfa diceva: lo spirito è superiore al corpo, comanda al corpo; e poichè il Papa rappresenta lo spirituale, viene immediatamente da Dio e comanda a tutte le Podestà della terra, che hanno legittimità da lui. È la dottrina sostenuta anche oggi dalla Civiltà Cattolica.
Si può dunque misurare l’immenso progresso contenuto nel Pensiero di Dante, quando alla dottrina teocratica contrappone la dottrina civile della distinzione de’ due reggimenti, la separazione della Chiesa dallo Stato, l’indipendenza e l’affrancamento del Laicato, un Imperatore che è da Dio così immediatamente come il Papa.
Questo non era passato, nè presente; era l’avvenire.
Questo si chiamò più tardi la Riforma; si chiamò Chiesa gallicana; ed ora presso noi si chiama: Abolizione del potere temporale.
Con questo si legano presso noi per una non interrotta tradizione Machiavelli, Savonarola, Sarpi, Giannone, Mazzini, Gioberti, Cavour.
Il qual concetto è, si può dire, la parte più viva e popolare della Divina Commedia; gl’italiani, poco curanti di astruserie e allegorie, hanno scritto nella memoria, come un sacro mandato del loro gran Cittadino, tutto ciò che vi si riferisce al Papato.
Quando noi diciamo Pensiero di Dante, intendiamo principalmente questo: affrancamento del Laicato, mediante l’abolizione del potere temporale. La Riforma ha raggiunto lo scopo con una rivoluzione radicale, con lo scisma, con la negazione del Papato; la Chiesa gallicana vi si è adoperata, opponendo privilegi a privilegi, i privilegi suoi a’ privilegi di Roma; l’Italia accetta non pure il fine, ma i mezzi proposti da Dante, e vuol conservato il Papato nella pienezza della sua Sovranità spirituale, ma risecandone ogni temporalità, come ad esso estranea e dannosa.
E questo non è il passato, è l’avvenire di cui Dante ci ha data la parola, ed al quale da parecchi secoli tendono fra noi quanti sono uomini di pensiero e di azione.
E come nella storia ci sono i momenti di transizione, ed anche di regresso, il Pensiero di Dante è stato confermato in Italia anche da questo fatto, che il primo segno di sosta o di regresso fra noi è stata la guerra a questo concetto di Dante, fattagli da cattolici vecchi e da neo-cattolici. Anche oggi i D’Ondes Reggio, i Cantù, i Boncompagni continuano le tradizioni di Troya e di Balbo, nelle quali si trovò per poco invescato anche il Gioberti.
Oggi il buon senso italiano a sentir parlare di trattative con Roma, ha detto subito, comincia la reazione, si sente un odore di reazione. E in verità un passo verso Roma pare subito l’abdicazione del pensiero nazionale, la negazione di Dante.
Nella festa di Dante l’Italia ha applaudita calorosamente la bandiera della Società napoletana emancipatrice, portata da un cappuccino. Essa ha veduto in quella bandiera il primo segno di un Clero italiano, che rinnega la Curia romana, e fa atto di ossequio a Dante, al Pensiero di Dante.
Ma in quel Pensiero ci è un altro concetto sostanziale, al quale i critici stranieri danno poca importanza, ma che per noi è il Verbo, è la parola di vita. Questo concetto, è: unificazione delle genti italiane.
Municipii liberi ed autonomi significava per Dante: anarchia e debolezza; e mentre i più de’ suoi contemporanei vedevano questo o quel municipio, egli abbracciò nel grande animo tutta l’Italia, e flagellò con indignazione immortale le divisioni municipali, fino in quelle differenze che pur sono naturali, le differenze dei dialetti.
Così le due idee più care agl’italiani, che furono l’obbietto di sforzi secolari dalla parte loro per recarle ad atto, sono per essi il Pensiero di Dante, tutto quel Pensiero: Unità italiana costituita sulla doppia base dell’emancipazione dallo straniero e la emancipazione dal clero. Sottigliezze guelfe e ghibelline, speculazioni mistiche e filosofiche, reminiscenze del mondo pagano innestate stranamente coi pregiudizii del medio evo, il rozzo e bizzarro involucro di tante forme labili; tutto questo è sparito dalla coscienza del popolo italiano, ed è rimasto appena negli archivii degli eruditi. Quando gli stranieri pongono in questo il Pensiero di Dante scambiano la forma per la sostanza, e non intendono Dante.
Ciò che di Dante rimane, sono le due idee, divenute parte della vita italiana, e di un significato così generale, che si possono chiamare europee, le basi del mondo moderno, la chiave del nostro avvenire: l’affrancamento del laicato, e l’unificazione delle razze.
L’ideale di Dante oltrepassa l’Italia. E se un giorno, unificate le razze, affrancato il laicato, avremo quella federazione europea che è nell’animo de’ più nobili pensatori moderni, e che è la conclusione e la corona del Pensiero di Dante; la festa del suo nuovo centenario non sarà solo festa italiana, sarà festa europea. E forse allora prenderanno parte alla festa non solo i dotti e gli eruditi di Vienna e Berlino, ma tutte le popolazioni europee affrancate e affratellate.
Onorate l’altissimo poeta.

Francesco De Sanctis – Onorate l’altissimo poeta

La festa di Dante si rinnova in tutte le parti di Italia, secondo che giungono notizie della festa celebrata in Firenze, le quali rinfrescano negli spiriti la immagine del grande Italiano.
Anche noi, sotto l’impressione ancor viva delle corrispondenze trasmesseci dalla città dell’Arno, sentiamo svegliarcisi nell’anima una folla di sentimenti e di pensieri, e non possiamo resistere al bisogno di darvi pure un po’ di sfogo.
Dante è stata la nostra stella nell’avversità; Dante è l’Eroe del nostro risorgimento; tutti gl’italiani dicono: il pensiero di Dante è attuato.
Gli stranieri non l’hanno mai compreso. Ed irridendo alla nostra sventura, dicevano: voi siete arcadi ed accademici; invece di guardare all’avvenire, voi siete abbracciati ad un passato, che non può tornare; Dante è il passato, non è l’avvenire.
E quando, compiuto il nostro maraviglioso moto nazionale, diciamo: ecco compiuto il pensiero di Dante e con riverente gratitudine dalle cento città d’Italia echeggia il grido: onorate l’altissimo poeta! gli stranieri si stringono nelle spalle e non ci comprendono.
Non è che non onorino anch’essi e riveriscano l’altissimo poeta; non è che a Berlino e a Vienna non si sia anche celebrata la festa sua; ma essi la onorano, come Omero, con ammirazione erudita e dotta; comprendono il Poeta cosmopolita, non comprendono ancora il poeta italiano.
Hanno scritto molti volumi sul Pensiero di Dante, e ne hanno conchiuso che quel Pensiero non è un presentimento, non è una gestazione dell’avvenire, come dice Victor-Hugo nella sua lettera al Gonfaloniere di Firenze, ma è una reminiscenza.
Victor-Hugo poeta ha indovinato il Poeta. E non mancano alcuni spiriti superiori anche presso gli stranieri, che hanno intuito il Pensiero dantesco; ma i più, analizzandolo e sperdendolo ne’ suoi particolari, ne hanno smarrito l’intimo senso, e lo hanno giudicato un Pensiero morto, il Pensiero del passato.
Dante concepiva in questo modo l’universo, ciò che direbbesi oggi l’edificio sociale: in cima i due soli, il Papa e l’Imperatore; il Papa nella pienezza della sua indipendenza spirituale, il maggior Sole, per quanto lo spirito è più nobile della materia, e accanto ad esso il Temporale, l’Imperatore del mondo nella piena indipendenza della sua sovranità temporale; al di sotto Re, Principi, popoli, sotto quell’alta sovranità indipendenti ed autonomi.
Non vedete, si dice, che tutto questo è il sogno del passato? È l’amalgama confuso del medio evo col mondo pagano; e la reminiscenza dell’impero romano congiunta con le pretensioni papali del medio evo; è un accordo impossibile di due mondi, del medio evo e del mondo antico: una sintesi confusa di ciò che fu, non la base di ciò che sarà. Oggi il Papa è un’ombra; l’Imperatore è un’ombra; i due soli sono spenti, e ciò che rimane vivo e radiante, è il Popolo, non presentito, anzi calpestato da Dante. Quello che nel suo sogno è di libero, sono i Comuni, libertà anche questa di reminiscenza, e i Comuni sono messi in un fascio coi Re e i Principi sotto l’alta Sovranità di un Imperatore, onnipotente al pari di Dio, e che come è Somma Potenza, dovrebbe essere ancora Somma Bontà e Somma Giustizia, come è nel concetto di Dante, e come non è possibile che sia, visto che in questo basso mondo il Potere irresponsabile mena diritto al dispotismo e alla tirannide. Che maraviglia è dunque che i Comuni italiani non vollero saperne del suo imperatore, e amarono meglio morire con la spada in pugno, difendendo fino all’ultimo la loro libertà, che conservare una libertà nominale sotto la effettiva tirannide de’ due Soli?
Con queste spiegazioni non si sa concepire, come l’Italia può avere scelto a suo duca e maestro il visionario Ghibellino, e come, rivendicata la libertà, e costituita la sua unità, possa dire: ho compiuto il Pensiero di Dante. Celebrate pure Dante, come fareste Omero o Shakespeare, come il Gran Poeta; celebratelo pure, come il fondatore e l’unificatore della vostra lingua; ma rigettate il suo Pensiero, strana sintesi di ciò che è morto, non Stella dello avvenire.
E nondimeno gl’italiani con mirabile ostinazione hanno messo sempre a interprete delle loro rivoluzioni e delle loro aspirazioni il Pensiero di Dante; e non ristaranno finchè quel Pensiero non sia recato ad atto.
E questo avviene, perchè essi interpretano il Pensiero di Dante in un modo assai diverso da quello che tengono i critici e gli eruditi.
Nel Pensiero di un grand’Uomo bisogna distinguere le parti temporanee ed accidentali da quelle che ne costituiscono l’essenza. È il destino di tutte le cose viventi. Ogni essere ha con sè qualche cosa che sopravvive.
Il Pensiero di Dante fu il Pensiero Ghibellino, il pensiero de’ suoi tempi. I Ghibellini lo chiusero nel piccolo giro delle mura delle loro città, nell’angustia delle passioni municipali e personali, nella sfera della loro esistenza mortale; Dante lo allargò, lo idealizzò; ne fece il pensiero del Mondo.
In questo Pensiero generalizzato e idealizzato ci è il Passato, ma ci è ancora l’Avvenire; ci è il temporaneo e il contingente, ma ci è anche il sostanziale e l’immortale. I dotti ci veggono per lo più quello che è morto; gl’italiani ci veggono quello che hanno sentito sempre vivo, intorno a sè, che hanno mantenuto vivo per lunga tradizione e con lunga ostinazione e che ora si veggono brillare innanzi, e lo riconoscono, e dicono: è desso, è il Pensiero di Dante. Onorate l’Altissimo Poeta.
Se a’ lettori non verrà meno la pazienza, noi vogliamo tratteggiare in un prossimo articolo il Pensiero di Dante, come gl’italiani lo sentono e lo riconoscono.

Francesco De Sanctis – Torino l’unificatrice

Il trasporto della capitale è già decretato per legge, e a giugno al più tardi sarà un fatto compiuto. Tutte le passioni che questo fatto ha destate, si calmano, tutte le recriminazioni non hanno più ragion d’essere. È il momento opportuno, crediamo, di esaminare pacatamente, qual è stata la missione di Torino nella storia italiana.
La più grande, la più nobile a nostro credere, che mai città alcuna possa desiderare. Essa è stata a un tempo la testa e il braccio dell’impresa nazionale. La sua costanza, ne’ propositi e ne’ sagrifizii, il senno de’ suoi uomini di Stato, il valore de’ suoi soldati, le hanno fatto possibile il preparare e iniziare un moto, che poi per opera della rivoluzione allargandosi ha condotto all’unità italiana. La parte che Torino ha rappresentata in questa impresa le ha dato tali meriti innanzi all’Italia, che ha potuto senza gelosia rimanere sua capitale per molto tempo ed esercitare il suo primato con un’autorità incontrastata. Torino o Roma è stato per parecchi anni il motto della rivoluzione. E che cosa è Roma? che cosa è Torino? Roma non è la città di Bruto, non la città di Cesare, neppur la città de’ Papi; noi andiamo a Roma non pour cela, ma quoique, non per questo, ma malgrado questo; noi vi andiamo per edificarvi la terza civiltà, per farla una terza volta regina del mondo civile. La capitale del mondo pagano e del mondo cattolico è ben degna di esser la capitale dello spirito moderno. Roma dunque è per noi non il passato, ma l’avvenire. Noi andremo là per distruggervi il potere temporale e per trasformare il Papato.
Se Roma è l’avvenire, Torino è il presente. Perchè a giudizio degl’italiani Torino era stata e dovea per qualche tempo ancora esser la base d’operazione dell’impresa nazionale. Parea che finchè Roma e Venezia non fossero nelle nostre mani, Torino dovesse rimanere il centro del moto italiano, quasi un posto avanzato dirimpetto ai nemici, nel quale si raccogliesse tutta l’Italia, pronta a guerra.
Armare, armare, e compiuti gli apparecchi, far l’impresa della Venezia, e risolvere d’accordo con la Francia la quistione romana, tale era il programma nazionale, accettato da tutti. Pareva certissimo che recuperata Venezia, nessuna ragione ci fosse più perchè Roma non dovesse esser nostra. Questo era il concetto di Cavour, questo di Garibaldi; era il sottinteso di tutti gl’italiani.
Ma un bel dì ci trovammo con le finanze esauste, impotenti a risolver subito la quistione veneta, e per di più straziati da discordie regionali. Non potemmo andare innanzi; non volevamo andare addietro; ci convenne fermarci; alla politica d’azione dovea succedere secondo l’avviso di molti uomini prudenti la politica della sosta e del raccoglimento.
Ma se l’Italia si dee raccogliere, sarà a Torino? E tutta Italia rispose con una concordia formidabile, no. La volontà d’Italia è stata fatta; Torino fra sei mesi non sarà più capitale.
Gl’italiani hanno obbliato i meriti di Torino? Se fossero capaci di tanta ingratitudine, il Lanza ha ragione, meriterebbero di ricadere sotto il giogo degli austriaci e de’ Borboni. Hanno obbliato così poco, che è appunto per questi meriti che Torino ha potuto avere in Italia un’autorità morale, di cui non ci è esempio nella storia. E qual è l’uso che ha fatto Torino della sua autorità? Ne ha fatto quest’uso, di compiere una rivoluzione assai più difficile della prima.
Con una prima rivoluzione abbiamo cacciato via i principi nemici d’Italia, e proclamata l’unità nazionale. Ma era ancora unità astratta. E finchè si trattava di gridare Viva Italia una! tutti abbiamo gridato. Ma quando si è trattato di tradurre in fatto l’idea, oh allora sono cominciate le proteste. Ciascuna parte d’Italia avea le sue leggi, i suoi usi, le sue tradizioni, le sue vanaglorie. Per unificare il paese bisognava spostare interessi, offendere vanità, calpestare pregiudizii e tradizioni. L’assunto pareva così difficile, che i nostri nemici erano impazienti di vederci all’opera, e pronosticavano su quel terreno la nostra divisione. Lo stesso governo francese protestava in favore dell’autonomia toscana, e in nome delle tendenze autonomiche, reputava l’unità una chimera. Piuttosto che affrontare queste difficoltà, Farini e Minghetti inventarono le regioni, le quali ci avrebbero condotti addirittura ad una confederazione mascherata. Senza la città di Torino ci saremmo trovati innanzi a pretensioni uguali e per cavarcela alla meglio ci sarebbe stato forza finirla con la confederazione.
Volle la buona fortuna d’Italia che in mezzo a tanta dissoluzione di Stati rimanesse intatto uno Stato solo, con un Re italiano, con uno statuto, con ordinamenti liberi e con uso antico di libertà, rispettato da tutti gl’italiani per le sue virtù e per gli straordinarii servigi resi alla nazione. Torino la benemerita si valse della sua immensa autorità per compiere questa seconda rivoluzione, o piuttosto per rendere effettiva e reale la prima, unificando il paese. Tutto questo non si è potuto fare senza violenza e senz’abusi; le autonomie calpestate e offese protestavano contro la tirannia di Torino. Invano si diceva: ma che colpa ha Torino di quello che fanno i Ministri? Le popolazioni hanno un istinto sicuro; e sentivano che sotto i Ministri c’era Torino. Ed avevano ragione. La storia dimenticherà i particolari, e ricorderà solo questo gran fatto, che Torino è stata l’istrumento che ha reso possibile l’unificazione italiana.
Ma queste grandi rivoluzioni non si fanno senza concitarsi contro odii e passioni. Le rivoluzioni non si fanno impunemente, e gli autori sono per lo più quelli che ne cadono vittima. Perchè è impossibile tentare grandi cose senza violenza e senza abusi, che a lungo andare gittano giù i loro autori. Questi cadono, l’opera loro rimane. E la storia più tardi regnando sul silenzio delle passioni contemporanee, li chiama benefattori e martiri. Caddero i rivoluzionarii francesi sotto il peso degli odii e delle passioni concitate; l’opera loro è rimasta.
Torino è caduta, dovea cadere. Tutte le autonomie italiane si sono sollevate contro la tirannia della Capitale, e l’hanno gittata giù. Torino dovea pagar la pena delle violenze e degli abusi che accompagnano tutte le rivoluzioni di questo genere. Ella è caduta, ma l’opera sua è rimasta. Anzi cadendo dà l’ultima mano alla rivoluzione interna, compie la sua missione, unificando la Toscana. Maravigliosa fortuna d’Italia! La capitale unificatrice è abbandonata, e l’unificazione benefica rimane, anzi con lo stesso atto si abbandona la capitale e si compie l’unificazione.
Questo è per noi il concetto politico del grande atto compiuto. E quando le passioni taceranno, quando noi saremo a Firenze, non dubito che a proposta di qualche uomo generoso la nazione italiana riconoscente non abbia a decretare una memoria durabile a Torino l’Unificatrice.

Francesco De Sanctis – La scienza e la vita

Discorso inaugurale letto nella Università di Napoli il 18 novembre 1872

Signori

Siamo nel tempio della scienza. E non vi attendete già che io voglia scegliere a materia del mio dire il suo elogio. I panegirici sono usciti di moda, e se ci è cosa ch’io desideri è che escano di moda anche i discorsi inaugurali. Essi mi paiono come i sonetti di obbligo che si ficcano in tutte le faccende della vita e fanno parte del rito. E pensare che l’Italia in questi giorni è inondata di discorsi inaugurali, e che non ci è così umile scuola di villaggio che non avrà il suo. Se poi la scuola renda buoni frutti, che importa? questo è un altro affare. Ci è stato il discorso inaugurale, ci sono state le battute di mano, il pubblico va via contento, e non ci pensa più: se la vedano loro i maestri e gli scolari.

Queste erano le idee che mi passavano pel capo, quando seppi dell’incarico, che i miei dotti colleghi vollero a me affidare. Non ci era verso di pigliare la cosa sul serio. Se ci fosse qualche avvenimento straordinario, qualche grande occasione, che mettesse in moto il cervello, passi; ma fare un discorso, perchè in ciascun anno, il tal giorno, la tale ora, s’ha a fare un discorso, secondo l’ articolo tale del regolamento, e la pagina tale del calendario scolastico, questo non mi entrava. Se avessi avuto gli elementi di fatto, quest’oggi vi avrei letta una relazione sul valore degl’insegnamenti, sulla frequenza dei giovani, sul risultato degli esami, sui miglioramenti fatti, sulle lacune rimaste, sul programma insegnativo del nuovo anno, e son certo che voi avreste gradito più queste interessanti notizie, che un discorso accademico. Ma poichè l’accademia non se ne vuole ire ancora, io che non voglio fare il ribelle, mi sottometto di buon grado al calendario, ed eccovi qua il mio discorso, confidando ch’esso sia l’ultimo discorso inaugurale, e che nell’avvenire penseranno gl’italiani meno a bene inaugurare e più a ben terminare.

Dicevo dunque che non voglio fare l’elogio della scienza. I panegirici sono usciti di moda: e poi, che bisogno ha lei del mio panegirico? Oramai ella è incoronata, è la Regina riconosciuta de’ popoli, sulla sua bandiera è scritto: in hoc signo vinces. Le lotte l’hanno ritemprata, i suoi errori l’hanno ammaestrata, e non è valso incontro a lei scetticismo, nè indifferenze. Giunta è oggi al sommo del suo potere, ed ha i suoi cortigiani e i suoi idolatri, che promettono in suo nome non solo maraviglie, ma miracoli. È lei che rigenera i popoli e che li fa grandi, sento dire. Io che mi sento poco disposto a’ panegirici, voglio dire a lei la verità, come si dee fare co’ Potenti, voglio misurare la sua forza, interrogarla: cosa puoi fare? Conoscere è veramente potere? La scienza è dessa la vita, tutta la vita? Può arrestare il corso della corruzione e della dissoluzione, rinnovare il sangue, rifare la tempra? Sento dire: le nazioni risorgono per la scienza. Può la scienza fare questo miracolo?

Già, se guardiamo nelle antiche istorie, non pare. La scienza greca non potè indugiare la dissoluzione del popolo greco, nè sanare la corruttela del mondo latino. il rinascimento intellettuale in Italia fu in il principio della sua decadenza. Maggiore era la coltura, e più vergognosa era la caduta.

Dinanzi a questi fatti si comprende Vico, e siamo tentati a seguirlo nelle sue meditazioni. L’intelletto comparisce ultimo nella vita, e più conosce, più si fa adulto e più si sfibra il sentimento e l’immaginazione, le due forze onde vengono le grandi iniziative e i grandi entusiasmi. La scienza è il prodotto dell’età matura, e non ha la forza di rifare il corso degli anni, di ricondurre la gioventù. La maturità è certo l’età più splendida della vita, non il principio ma il risultato, e piuttosto la nobile corona della storia, che stimolo e inizio a una nuova storia. Appresso a lei viene la vecchiezza e la dissoluzione: e prendono posto popoli nuovi, più giovani, eterna legge della natura: la dissoluzione degli uni è la generazione degli altri.

La scienza cresce a spese della vita. Più dài al pensiero e più togli all’azione. Conosci la vita, quando la ti fugge dinanzi, e te ne viene l’intelligenza, quando te n’è mancata la potenza. Manca la fede, e nasce la filosofia. Tramonta l’arte, e spunta la critica. Finisce la storia, e compariscono gli storici. La morale si corrompe, e vengon su i moralisti. Lo stato rovina, e comincia la scienza dello stato. Gli Iddii se ne vanno, e Socrate li accompagna della sua ironia; la repubblica declina, e Platone costruisce repubbliche ideali; l’arte se ne va, e Aristotile ne fa l’inventario, la vita pubblica si corrompe, e sorgono i grandi oratori; l’eloquenza delle parole succede alla eloquenza de’ fatti. Livio narra la storia di una grandezza che fu con un preludio che chiameresti quasi un elogio funebre. E non so che funebre spira nello sguardo profondo e malinconico degli ultimi storici, Tucidide e Tacito. La vita è sciolta, e Seneca aguzza sentenze morali. La vita è morta, e Plutarco passeggia fra le tombe e raccoglie le memorie degli uomini illustri.

Può dunque la scienza, l’ultimo frutto della vita, ricreare l’albero della vita? Io conosco, e posso dire con verità: dunque, io posso? Anzi non sarebbe vero che la scienza è l’ultima produzione della forza vitale, l’ultimo io posso della vita, la vita ritirata nel cervello, dove ricomincia la sua storia, una nuova storia, piena di maraviglie, che pure è là sua coscienza, e non la sua potenza, mancate a lei tutte le forze produttive, vivendi causae, mancata al sentimento religioso la fede, alla morale la sincerità, all’arte l’ispirazione, all’azione l’iniziativa, la spontaneità, la freschezza della gioventù?

La scienza potè illustrare, ma non potè rigenerare la vita greca e la vita romana. Non potè, e credette di poterlo, e questa fede fu la sua forza. La verità ch’ella cercava, le sarebbe parsa cosa spregevole, se non avesse avuto fiducia di trasportarla nella vita. Platone vede nella scienza un istrumento etico, e mira alla educazione della gioventù e alla prosperità dello stato, e perchè l’arte gli pare corruttrice, sbandisce l’arte. Anche Aristotile pone l’etica a fine supremo della scienza, e perdona all’arte, perchè ci trova un fine etico, la purgazione delle passioni. Socrate confida di potere ammaestrando la gioventù abbattere i sofisti e restaurare la vita patria. Ma la sua scienza non era la vita, e la vita fa Alcibiade, il suo discepolo, che affrettò la patria dissoluzione. Platone va in Siracusa, chiamatovi a rigenerare quel popolo, e la sua scienza non può ritardare di un minuto il corso della storia. Più la vita si fa molle, e più la scienza si fa rigida; nel loro cammino si discostano sempre più, senz’alcuna reciprocanza d’azione; di rimpetto alla vasta corruzione dell’impero sorgono accigliati gli stoici. Lo stoicismo potè guadagnare a sè individui, ma non potè formare o riformare alcuna società, anzi esso fu la scienza della disperazione, la consacrazione della dissoluzione sociale, il si salvi chi può, il Savio ritirato in sè stesso, impassibile alle vicissitudini del mondo esterno, disertore della società. La scienza operava sopra un mondo già corrotto, dove la libertà divenuta licenza avea prodotto il dispotismo, e dove le varie stirpi erano unificate dalla conquista, venute meno le differenze e le energie focali. Essa fu buona a sistemare e organare quel vasto insieme, e a introdurvi ordini e leggi stabili, che sono anche ogni documento dell’antica grandezza. Ma in quel sapiente meccanismo non potè spirare uno spirito nuovo, non restaurare le forze morali e organiche; lavorava nelle alte cime, già logore e guaste, e trascurava la base, quegl’infimi strati sociali, dove le forze morali erano ancora latenti e intere, e dove operavano con più efficacia i seguaci di Cristo. Un giorno la Scienza salì nella Reggia, si pose accanto a Luciano, ebbe in sua mano tutte le forze e non potè nè arrestare la dissoluzione della vita pagana, nè rallentare la formazione della vita cristiana. Pure che orgoglio menava quella società della sua scienza! con qual disprezzo trattava i barbari! e come avrebbero sorriso, se qualche malaugurato profeta avesse lor detto, che que’ barbari erano i predestinati loro eredi e loro padroni!

Cessata la barbarie, rinasce la fiducia nella scienza, e se ne attendono miracoli. L’ideale è Beatrice, Fede che è scienza, e Scienza che è fede. La vita é un inferno, che la scienza di grado in grado trasforma in paradiso. E il Paradiso è la Monarchia universale, il regno della giustizia e della pace, dove la scienza riconosce sè stessa. Venne il Risorgimento, e la scienza credette davvero di poter ristaurare la vita. La scienza si chiamava Machiavelli, Campanella, Sarpi; e la vita fu Cesare Borgia, Leone decimo e Filippo Secondo. I pensieri rimasero pensieri, e i fatti rimasero fatti. Ultimo raggio di una vita gloriosa che rifletteva sè stessa nell’arte, produsse una forma limpida e bella, segnata qua e là di tristezza e d’ironia, come sentisse di essere non altro che forma, vuota di ogni contenuto e d’ogni organismo. Quella che chiamò sua età dell’oro, fiorente di studi, di arti, di scienze, fu la splendida età del suo tramonto, fu il sonno di Michelangiolo e fu la tristezza di Machiavelli.

Più tardi, la scienza opera come religione, diviene un apostolato, si propaga ne’ popoli, trova il suo centro di espansione nello spirito francese, e provoca un movimento memorabile, di cui oggi ancora continuano le oscillazioni. Nasce una nuova società, si forma una nuova vita; la scienza ha anche lei i suoi apostoli, i suoi martiri, i suoi legislatori, il suo catechismo, e penetra dappertutto, nella religione nella morale, nel dritto, nell’arte, ne’ sistemi politici, economici, amministrativi, s’infiltra in tutte le istituzioni sociali. Ma era scienza, e operò come scienza. Credette che rinnovare la vita fosso il medesimo, che rinnovare le idee, e conoscere fosse il medesimo che potere. Applicò la sua logica alla vita, fatale e inesorabile, come una conseguenza, date le premesse. Cercò le premesse ne’ suoi principii e nelle sue formole, non nelle condizioni reali ed effettive della vita. Avvezza a trattare il mondo meccanico come cosa sua, trattò l’organismo sociale come un meccanismo, e trattò gli uomini come pedine, ch’ella potesse disporre secondo il suo giuoco. Concepì la vita come fosse ideale scientifico, e tutto guardando attraverso a quell’ideale, indebolì, volendo perfezionarli, tutti gli organismi sociali, religione, arte, società, e lo stato e la famiglia. Quando la vita così conculcata reagì, ella in nome della libertà uccise la libertà, in nome della natura snaturò gli uomini, e volendo per forza renderli uguali e fratelli, era la scienza e divenne la forza, era la cima, e non si brigò della base, e la base un bel dì fè una scrollatina e s’inghiottì la cima. Così sparve il regno della filosofia; la vita si vendicò e la chiamò per disprezzo ideologia; si credette un po’ meno alle idee e un po’ più alle cose. Più viva era stata la fede nella scienza, più acerbo fu il disinganno. E se ne cavò questa dura verità: la Scienza non è la vita.

Innanzi a questi esempii io mi raccolgo e mi domando: cosa è la vita di un popolo?

Un popolo vive, quando ha intatte tutte le su forze morali. Queste forze non producono, se non quando trovano al di fuori stimoli alla produzione Più gagliardi sono gli stimoli, e maggiore è la loro intensità e vivacità. Gli stimoli ti creano il limite, cioè a dire uno scopo, che le toglie dal vago della loro libertà, e le determina, dà loro un indirizzo. In quanto la loro libertà è limitata, queste forze sono produttive. L’uomo forte, quando pure voi gli togliate il limite, se lo crea lui, e se non può legittimo, se lo crea illegittimo: perchè la forza ha bisogno del limite, come il mezzo ha bisogno dello scopo. Testimonio è il prete, il quale, negati a lui i figli, si sente con più tenace affetto legato a’ nipoti. Più il sentimento del limite è fiacco in un popolo, e più è debole, più è vicino alla dissoluzione: e per contrario la vita è più potente là dove è una coscienza più sviluppata del limite.

Per uscir dell’astratto, guardiamo cosa era l’uomo, prima che la scienza moderna vi avesse posto la mano.

L’uomo del medio evo, robustissimo di sentimento e d’immaginazione, nella pienezza della sua libertà e nella foga delle sue passioni, trovava ad ogni passo de’ limiti accettati dalla sua volontà, perchè non erano imposti con violenza dal di fuori, ma erano il prodotto della sua coscienza. Que’ limiti perciò non erano ributtati come ostacoli ma erano rispettati come doveri e come stimoli alla produzione. Aveva la sua casa, dove trovava la donna, materia di venerazione e quasi di culto, il padre della famiglia, armato di dritti formidabili, avvezzo al comando e sicuro dell’ubbidienza, il nome della famiglia, vincolo comune e rispettato, che imponeva a tutti gli stessi odii e gli stessi interessi, tradizioni secolari, di cui era viva la storia ne’ testamenti degli avi, che con previdente affetto abbracciavano i secoli e incatenavano l’avvenire alla perpetuità del casato. La famiglia era già per lui come una piccola patria, che gli creava doveri, approvati dal suo cuore, e trasformati in gagliardi stimoli al decoro e alla prosperità della casa. E aveva la grande patria vicina e concreta, che incontrava ad ogni passo della vita, immedesimata col suolo, con la casa, con le parentele, co’ suoi interessi le sue passioni e le sue aspirazioni, comunanza di sentimenti e di credenze e di costumi, che con vocabolo singolarmente espressivo era detto il Comune. Ivi trovava nuovi vincoli e nuovi stimoli all’opera, la sua chiesa e la sua classe, poderosi organismi, de’ quali si sentiva parte, forte della forza comune. Quando si spiegava all’aria il gonfalone, tutti vi si stringevano attorno, deliberati a porre per quello le sostanze e la vita, perchè il gonfalone era il simbolo della patria e la patria era la terra de’ padri, era la famiglia, la chiesa, la classe, il comune. L’uomo viveva come abbarbicato al suo suolo, a’ suoi avi, alla sua casa, alla sua chiesa, alla sua classe, al suo comune, chiuso in potenti organismi, che gli rammentavano doveri da compiere più che dritti da rivendicare. Si sentiva non un individuo libero e isolato, ma parte di un tutto, vivente della vita di quello, figlio, marito, cittadino, soldato, credente, di questo o quel ceto. E qui era il difetto di quei ferrei organismi; l’individuo non vi aveva fini propri, ma un fine comune, che spesso pesava sopra di lui come il fato, e uccideva la sua libertà. A poco a poco il limite soperchiò, cessò di essere uno stimolo, e divenne un ostacolo. L’uomo stretto come in una rete di organismi soprapposti gli uni agli altri, de’ quali non sapeva come distrigarsi, vi si sentia affogare e intisichire, e prese in odio i sentimenti più cari della vita, la sua religione la sua famiglia, il suo comune, la sua classe. Volendo rovesciare l’ostacolo, soppresse lo stimolo. Quei limiti non furono più doveri graditi, accettati dalla sua volontà ma obblighi imposti dalla violenza,e nell’ardore della lotta perirono nella sua coscienza non solo quegli obblighi, ma quei doveri; la religione, la stessa morale gli divenne sospetta, perchè invocata da’ suoi oppressori; maledisse la società e la legge come istrumenti della sua oppressione e sospirò allo stato di natura, e perchè nel suo sangue ci era entrato il guasto, cacciò da sè il sangue cattivo e il sangue buono: così cominciò quella dissoluzione che Machiavelli chiamava corruttela italiana. Molti fanno di quella corruttela autrice la scienza, e non veggono che la scienza apparve quando la materia era già corrotta, apparve per risanare.

Che cosa era la scienza? Era l’intelletto già adulto che acquistava coscienza della sua autonomia, e si distingueva da tutti gli elementi del sentimento e dell’immaginazione, in mezzo a’ quali era cresciuto credulo e ignaro di sè. Era la Natura già maledetta e scomunicata che si affermava in mezzo alla società del soprannaturale e del privilegio, e proclamava i dritti dell’uomo. Era l’individuo che contrapponeva la sua autonomia dirimpetto a tutti quegli assorbenti organismi degli esseri collettivi, dirimpetto alla famiglia, al Comune, alla Chiesa, alla Classe, allo Stato, e si proclamava fine e non mezzo. Il limite aveva soverchiato la libertà. E la Scienza era la Libertà, che reagiva contro il limite.

Perchè la scienza ebbe così piccolo potere sulla vita romana? Perchè la vita vi si era raffreddata, ritiratosi da lei ogni stimolo, ogni sentimento del limite. E se ne volete una immagine, guardate alla catastrofe. Là erano i barbari che si avanzavano, e qua erano soldati accampati alle frontiere, che li attendevano. Quelli portavano seco la patria, la famiglia, le loro donne, i loro vecchi, i loro figli, erano un popolo in marcia: le loro migliori armi erano le loro forze morali. Là era la famiglia, e qua era la caserma, soldati di ogni gente, tutti chiamati romani, e perciò nessuno romano davvero, tenuti insieme nella vita artificiale de’ campi senz’altro stimolo che lo stipendio, senz’altro vincolo che la disciplina, formidabili non a’ loro nemici, ma a’ loro concittadini, che li chiamavano pretoriani, lontana dalli occhi e dal cuore la casa, la famiglia, il tempio, la patria, tutti gli stimoli che fanno grandi gli uomini

E perchè la scienza potè così poco in Italia? Perchè vi erano indeboliti tutti quei limiti che svegliarono tanta potenza di vita in quella che fu chiamata età di mezzo; fiaccati i caratteri, prostrate le forze morali, rimaste vacue forme chiesa, famiglia, patria, classe, stato, ogni organismo sociale, ogni vita pubblica, vacue forme, alle quali l’alta ironia dell’intelletto italiano aveva portato via il contenuto. Nello stesso scienziato la vita era molto al di sotto del pensiero, spesso violenti e radicali i concetti, ipocrita il linguaggio, e servili le opere. La scienza può dare un nuovo contenuto, quando trova materia che lo riceva; altrimenti è un Sole, che irradia nel vuoto senza poter formare attorno a sè il suo sistema, e va in cieli più lontani, cercando materia più giovane e più feconda. La scienza, perchè operi sulla vita, bisogna che ami la vita, quale la trova, guasta che sia, e studii a ricreare ivi dentro gli stimoli e i limiti, nettandoli della scoria che il tempo vi ha aggiunti e riconducendoli a’ loro principii, quando erano più nella coscienza che nelle istituzioni. Ma se il guasto è nelle radici, se insieme con la religione è mancato il sentimento religioso, se il sentimento della patria e della famiglia e della natura e della libertà è fiacco, se le stesse radici della vita son secche, cosa ti può fare la scienza ? La scienza non ti può dare la vita, anzi le volge allora le spalle, e se ne disgusta, e non segue più il corso delle’ cose, segue il corso delle idee, si ritira nella solitudine del pensiero, rinunzia a qualsiasi azione immediata sulla vita, lavora per l’umanità, fruttifica in altre terre. Così la scienza fu presso noi più radicale ne’ suoi concepimenti e più sterile ne’ suoi atti. Molti oggi ancora se ne gloriano, e vantano la lucidità dell’intelletto italiano, che vedeva così alto e così lungi, quando altrove si disputava ancora di cose teologiche. E non pensano che l’intelletto italiano vedeva meglio, perchè il suo cuore sentiva peggio, mancati i sentimenti, le passioni, le illusioni, che trattengono nel suo volo l’intelletto, e lo tirano nella loro orbita, e impediscono che ne scappi fuori, libero nella sua corsa, ma solitario e infecondo.

La scienza potè così poco in Francia, come in Italia, ma per opposte cagioni. Tra noi una vita piena ed agitata compiva allora il suo ciclo, riflettendosi nelle arti e nelle scienze; ivi era nel suo pieno fiore, e il limite vi si manteneva ancora con molto prestigio. La monarchia vi era istrumento di conquista, di unificazione e di gloria; abbondavano i Casati illustri, che rappresentavano le glorie nazionali; la religione ricordava le più nobili tradizioni popolari, Carlo Magno e Carlo Martello, Goffredo, San Luigi, Giovanna d’Arco. Le forze popolari vi erano impetuose, espansive, immaginose ed ambiziose; ciò che è ancora oggi gran parte del genio nazionale. Contro a questa vita robusta e giovane urtò indarno l’ironia di Rabelais, il buon senso di Montaigne, lo spirito severo e prosaico degli Ugonotti, la riflessione malinconica di Pascal, e le sottigliezze estatiche de’ giansenisti. Lo spirito nuovo potè appena scalfire la superficie di una vita più rumorosa che seria, nella quale invano cercavi il raccoglimento, la riflessione, la calma e l’equilibrio interiore. Lotte vi furono violente, ardenti, mescolate di scandali e di epigrammi, come portava il genio nazionale; ma Parigi valeva bene una messa, e gl’interessi pugnavano alla conservazione di una vita, che si sentiva ancora rigogliosa. Lo spirito pubblico sazio di conquiste e di gloria si addormentò sotto l’ombra del gran Re e tra le fallaci apparenze del secolo d’oro, di cui erano ornamento letterati e scienziati, pomposo lusso di corte, brillante preludio ad una vita tutta di convenzione, allegra, elegante, sciolta, sotto alla quale ruggivano inesplorate profondità. Il risveglio fu terribile. Sorse il disprezzo verso tutte le istituzioni nazionali, divenute decorazioni di corte, e in quel disprezzo soffiava l’ironia di Voltaire e la collera di Rousseau. La scienza vi divenne rivoluzione, perchè ebbe a suo servigio una nuova classe, che chiedeva il suo posto nella vita. E la rivoluzione fu violenta, rapida, drammatica, e nelle sue convulsioni assoluta come la scienza astratta come l’umanità. Cercando libertà non nel limite, ma contro il limite, ruppe il limite, e non diede la libertà. Combattendo la superstizione, spense negli uni il sentimento religioso, e provocò negli altri, come reazione, il fanatismo. Stabilì l’uguaglianza giuridica, e produsse una disuguaglianza di fatto sentita più acerbamente in quella contraddizione, e il frutto fu l’odio di classe, il più attivo dissolvente sociale, e i più delicati problemi abbandonati alla forza brutale. Mobilizzò fortune, famiglie, costituzioni e governi, e il turbinìo rapì seco ogni costanza di carattere, ogni fermezza di disciplina, ogni vincolo sociale, il culto del dovere e della legge. Sviluppò grandi caratteri, grandi forze, le usò e le abusò, trattò e stancò in tutti i versi una vita dotata di tanta elasticità, che oggi ancora così calcata minaccia ed offende. Quando non potè avere le cose, si appagò de’ nomi; non potendo aver la sostanza, abbracciò l’ombra; riebbe l’imperatore senza l’impero, la repubblica senza i repubblicani; ripetè e scimieggiò sè stessa; ripetè rivoluzioni senza rivoluzionarii, epopee senza eroi; la storia divenne un circolo, nel quale elementi, ora vinti, ora vincitori, sempre violenti, si dibattono e si consumano. Limite e libertà, indeboliti nella coscienza, logorati nell’attrito, non furono più le funzioni organiche di una società armonica; furono meccanismi tanto più artificiosi e complicati ne’ loro congegni, quanto la vita interna vi era più debole e men rispettata; sicchè nè i concordati rinvigorirono la fede, nè le costituzioni rinvigorirono la libertà. Operando fuori di ogni tradizione e di ogni condizione storica, la società rimase in balìa al lavorio de’ cervelli; furono provati tutt’i meccanismi, furono fatte tutte le esperienze; i fatti furono costretti a camminare con la stessa velocità delle idee; la storia uscì dalle sue vie naturali, fu una corsa vertiginosa, che non ancora ha trovato il suo punto di fermata, lasciando dietro di sè nel cammino intelletti dubbiosi, sentimenti vacillanti, caratteri mobili, non so che insoddisfatto, uno spirito irrequieto, avventuroso, che molto si agita e poco conchiude, senza fermezza ne’ fini e senza serietà ne’ mezzi.

Questa fu la prima prova, nella quale l’influsso della scienza è visibile. Più che rivoluzione, fu reazione della natura contro la società, della libertà contro il limite. Ciascuna forza sociale nell’espansione della sua gioventù si oltrepassa e si esagera. La religione che non è di questo mondo, vuol essere questo mondo; lo stato usurpa a sua volta, e usurpa la famiglia, e usurpa il comune e usurpa la nazione. Anche la scienza è usurpatrice, e invade le altre sfere della vita sociale, e vuole realizzare in quelle sè stessa, alterando la loro natura, vuole formare una società intellettuale e scientifica, e come si diceva un tempo, il regno della filosofia. Ultima forma dello spirito, non è maraviglia che cerchi sè stessa in tutte le altre, e dove non vi si trovi, vi si cacci per forza. Nel suo orgoglio e nella sua inesperienza presunse troppo della sua forza, credette che quello che allo spirito apparisce ragionevole, dovesse e potesse per ciò solo tradursi in atto, e il suo motto fu: periscano le colonie, piuttosto che i principii. Le colonie perirono, ma non si salvarono i principii. E cosa avvenne? La scienza perdette il suo credito, quasi fosse ella stata cagione di tutte quelle calamità, e gli uomini nel loro disinganno rincularono insino al medio evo, cercando salvezza nel catechismo, quasi che fosse così facile restituirlo nella coscienza, com’era facile restituirlo nella memoria. Certo, da quel moto indimenticabile molti beneficii sono venuti all’umanità. La libertà si è fatta via ne’ popoli civili; molti limiti artificiali sono caduti; molti limiti sociali sono trasformati; l’autonomia e l’eguaglianza dell’individuo ha generato l’autonomia e l’eguaglianza della nazione, il sentimento di nazionalità; la scienza ammaestrata in quella terribile prova, calando dalla sommità de’ suoi ideali, ed entrando ne’ misteri della vita e nelle vie della storia, assisa sopra tante rovine si è fatta pensosa, positiva e organizzatrice L’esperienza ha fruttato. Siamone grati a quel nobile popolo, che fece l’esperienza a sue spese, sul suo corpo e sulla sua anima; a questo martire della umanità, che vi logorò le forze, vi abbreviò la vita; a questo popolo che ha avuto più difetti che colpe, e la storia punisce sempre i difetti e risparmia spesso le colpe, perchè il difetto è debolezza, e la storia, come la natura, nutre i forti anche colpevoli a spese de’ deboli.

La scienza che nella società latina ingoiò più di quello che poteva assorbire e digerire, restò al contrario nella vita anglo-alemanna modesta ausiliaria, perchè ivi incontrò organismi formidabili, pieni di prestigio e di forza e di fiducia, e non si mise già di contro ad essi come nemica, per disfarli, ma penetrò ivi dentro con moto lento, ma continuo. E con poca resistenza; perchè gli organismi viventi, nel rigoglio del loro sviluppo, non hanno in sospetto la scienza, anzi se ne valgono come istromento ad allargarsi e consolidarsi, purgandosi e riformandosi, cioè cacciando da sè le parti morte e stantie, e rinnovando la materia; dove gli organismi vecchi e aridi stanno chiusi in sè e temono la scienza, odiano l’aria e la luce, come cadaveri che al contatto dell’aria si dissolvono. Ivi la scienza operava non fuori del limite ma entro di quello, e illuminava dall’alto la vita senza mescolarvisi, senza sforzarla, contenta alla sua parte modesta. Cosi ci vive e ci vivrà lungo tempo la chiesa, il comune, la classe, la famiglia, lo stato e la legge, limiti rispettati, la cui voce è ancora potente nel cuore degli uomini, e vi stimola e vi sviluppa le forze produttive. E ci vive insieme la scienza e la libertà, la più ampia libertà di coscienza, di discussione e di associazione, che pur non è un pericolo, ma una forza, perchè il volo dell’ intelletto ha ivi il suo limite nelle forze sociali ancora integre, il sentimento religioso, la disciplina, la tenacità, il coraggio morale, il sentimento del dovere e del sacrifizio, l’amore della natura e della famiglia, il rispetto dell’autorità l’osservanza della legge, tutta quelle forze morali che nel loro insieme noi chiamiamo l’uomo. Sento dire che la scienza ha fatto grande la Germania. Ah! signori, sono queste qualità che fanno grandi i popoli, e la scienza non le crea, ve le trova. Ben può ella analizzarle, cercarne l’origine, seguirne la formazione, determinarne li effetti; ben può anche moderarle, correggerla, volgerla a questo o a quel fine: una sola cosa non può, non può produrle, e dove son fiacche e logore, non può lei surrogarle. No, ella non può, dove il sentimento religioso languisce, dire: la religione son io, e non può, dove l’arte è isterilita, dire: arte son io; può darti una filosofia della storia, del linguaggio, dell’uomo, dello stato; ma non ti dà la storia, il linguaggio, l’uomo, lo stato. Ti dà la coscienza della vita, non ti dà la vita, ti dà la forma, non ti dà la materia, ti dà il gusto, non ti dà l’ispirazione, ti dà l’intelligenza, non ti dà il genio.

Una forma non intende l’altra. Il sentimento non comprende l’immaginazione, e l’immaginazione non comprende l’intelligenza. Ciascuna forma pone sè stessa nelle altre, e non ci vede che sè, e si ride di ciò che non è lei. Il sentimento guarda con occhio di compassione l’uomo d’immaginazione, che ha bisogno d’idoli per alzarsi fino ad esso; e l’intelletto non comprende il sentimento nella sua ignoranza semplice e commovente. Una forma progredisce davvero, quando riconosce il suo limite nelle altre forme, e le studia e le comprende e le rispetta e fa di quelle il suo vestito. La religione cattolica fu potente davvero, quando uscì dal suo ascetismo, e riconobbe il suo limite nella vita, e se ne appropriò le passioni, gl’interessi e le forme, e il papa fu Re, e il Cardinale fu principe, e il Vescovo fu barone. Sotto a quel vestito temporale ci era lei nel suo spirito e nella sua verità; e se scadde, gli è che quel vestito divenne il suo corpo e la sua sostanza, e se perdette la vita temporale, gli è che da lei s’era ritirata la vita spirituale. Un gran progresso ha fatto la scienza, quando è giunta a riconoscere il suo limite nella vita, e si è fatta potente, perchè si è fatta modesta. Quel giorno che potè contemplare sè nella vita, e trovare ivi dentro la sua sfera accanto alle altre e studiarle, comprenderle, rispettarle nella loro autonomia, nella loro libertà, nel loro diritto alla vita, appropriarsele, fare dì quelle il suo vestito, rimanendo ivi dietro causa attiva e trasformatrice, quel giorno fu il principio della sua potenza. Questa è la grande scoperta del nostro secolo, che vale bene quella del vapore. L’ideale antico era Beatrice, la scienza che può tutto, la dottorona e la teologa; il nuovo ideale è Margherita, la vita ignorante, inconsciente, ma ricca di fede, di affetto, d’immaginazione e d’illusione. E, la scienza diviene Faust, il sapiente che ha disprezzato la vita e si è chiuso ne’ libri, e attende dalla scienza miracoli, attende l’homunculus, e che nel suo disinganno lascia i libri e cerca la vita, e tuffandosi nelle fresche onde della natura e della storia ritrova la sua gioventù, ritrova l’amore e la fede. Allora si capì perchè i filosofi furono meno potenti degl’ignoranti apostoli; perchè i romani con tante scuole e con tanta dottrina soggiacquero alli analfabeti, che chiamavano barbari; perchè Machiavelli che sapeva di stato, fu meno possente di quei barbari, che fondavano gli stati, e perchè i civili italiani poterono disprezzare, comprendere, schernire, ma non vincere l’ignorante barbarie, maestri incatenati da’ loro discepoli. Allora si capì che la scienza non è il pensiero di questo o di quello, non questo o quel principio, ma è produzione attiva, continua di quel cervello collettivo, che dicesi popolo, produzione impregnata di tutti gli elementi e le forze e gl’interessi della vita, e si capì che là, in quel cervello, ella dee cercare la sua legittimità, la sua base di operazione. Più si addentra nella vita, più imita la storia ne’ suoi procedimenti, più dissimula sè stessa in quelle forze e in quegl’interessi, e più efficace e più espansiva sarà la sua azione.

E cosa è uscito da questa scienza, che ha saputo misurare sè stessa e ritrovare nella vita il suo limite? Là dove le forze morali sono ancora sane, ivi ella è principio attivo e assimilatore, produce nuovi organismi sociali. Ma dove il sentimento del limite è raffreddato e le forze organiche indebolite, là non è buona quasi ad altro che a darti una coscienza della tua decadenza, la quale ti toglie le ultime forze e affretta la tua dissoluzione. Così per qualche tempo la colta Europa dubitò del suo avvenire, e si proclamò da sè vecchia, e si domandò se forse non era destinata a diventare cosacca. Così noi latini parliamo oggi della decadenza della razza latina; e non so davvero qual forza rimanga più ad un popolo che si rassegni ad un preteso fato storico, e perda fede nel suo avvenire e predichi la sua decadenza. Quanto a me, preferisco a questa scienza l’ignoranza del popolano, che stimi sè ancora erede dell’antica grandezza romana, e sogni l’impero del mondo.

Una volta la scienza era tutto, e s’imponeva con la forza. Oggi corriamo al segno opposto; la vita è inviolabile, e bisogna lasciarla fare. Una volta frutto della scienza era la violenza; oggi frutto della scienza è una libertà poltrona e inorganica, che lascia la vita al suo processo storico, fosso anche di dissoluzione; che abbandona a sè stesse le forze cozzanti; che fa dello stato un essere neutro e ipocrita, un testimonio più che un attore; che si lascia fuggir di mano il freno, e che rivela l’indifferenza entrata negli animi, e quel difetto d’iniziativa e di coraggio morale, che noi sogliamo mascherare sotto la formola del lasciar fare e del lasciar passare: sicché frutto della scienza è una libertà che ripudia la scienza come potere legittimo e direttivo, e abbandona la società al flutto delle opinioni e a’ rottami del passato. Diciamo la verità. Al paese si dee la verità, e si dee a noi stessi. La scienza è un pezzo che si è ritirata da noi, e non opera più ne’ nostri cervelli, non produce più. Noi ripetiamo una canzone divenuta malinconica per vecchiaia, che non fa più effetto, neppure sopra di noi. E perché dentro di noi non ci è una idea che ci tormenta, non un sentimento che ci stimola, gridiamo pomposamente: lasciamo fare e lasciamo passare; la scienza fa da sè, e la scienza fa miracoli, quasi che i miracoli li facesse la scienza e non l’uomo. La scienza, quando si move dentro di noi, è attiva, e penetra in tutti gli organismi, e gl’illumina e li trasforma sotto la sua azione lenta, ma perseverante. Non è scienza codesta, che produce idee sciolte, senza virtù di coesione, ed ha per sua arma di guerra non organismi opposti ad organismi, ma ironia e caricatura: sicchè talora avviene che organismi vecchi e screditati rimasi intatti li colgono in mezzo a quel risolino e si chiudono sopra di loro e li ricoprono. Perchè quello resta che è organizzato, e organismi battezzati per morti hanno sempre maggior forza che idee vaganti e ironiche, piovute di qua e di là, miscuglio inconsistente di vecchio e di nuovo, mutabili ne’ cervelli secondo il successo e la moda.

La scienza ha prodotto presso di noi due grandi cose, l’unità della patria e la libertà. Dico la scienza, perchè è lei, che ha scosse le alte cime della società, e le ha messe in movimento, tirandosi appresso e galvanizzando la restante materia. L’unità della patria è la concentrazione di tutte le forze, e la libertà è lo sviluppo di quelle secondo il processo della natura e della storia, è la loro autonomia e la loro indipendenza. Grandi cose son queste, idee semplici, accessibili, che non hanno bisogno di libri e di scuole, sono istrumenti del lavoro, ma non sono il lavoro; sono forme che si putrefanno presto, ove ivi dentro non è una materia che si mova. Che cosa è l’Italia senza italiani? Che cosa è la libertà senza uomini liberi? Sono forme senza contenuto, nomi senza soggetto; sono il prete senza fede, sono il soldato senza patria.

Anche nella vita ci è il pensiero, un pensiero latente, lenta formazione de’ secoli, che riproduce e trasmette sè nelle generazioni mescolato co’ succhi generativi. La vita si rinnova nell’alto, e questo pensiero scava il suo letto più profondo, e si abbarbica ne’ cervelli, come quercia nel suolo, e non si move più, rimane incastrato, stagnante, passivo, rimane la mano morta della vita. Noi non siamo penetrati in questo pensiero, ci abbiamo solo sovrapposto il nostro pensiero, e prima abbiamo pesato troppo, e quello ha mosse le spalle e lo ha gittato giù. Poi, fatti savii e abili, vogliamo vivere in buona pace l’uno accanto all’altro, e gli diamo la libertà e gli diciamo: muoviti e cammina; e quello risponde con l’apatia, e se lo punzecchiate troppo, si moverà e camminerà contro di voi, ravviluppato più fieramente in sè stesso. La libertà non giova a quello, e non giova neppure a noi; perchè il nostro pensiero, come stanco della lunga produzione, non sa più qual uso farsene. Perciò la sua forza d’ azione è divenuta inferiore a quella forza di resistenza. Quel pensiero è insieme volontà, abitudine, storia, tradizione, tutta la vita. Può dirsi il medesimo del vostro pensiero, nato ieri, appena e male assiso nel vostro intelletto, e che non è ancora in noi volontà, sentimento, fede, immaginazione, coraggio, iniziativa, disciplina, non è ancora energia? Quel pensiero voi potete schernirlo, ma è più forte di voi, perchè sente, immagina crede, fa quello che pensa. Dicono: lasciamo fare allo spirito del mondo. Abbiamo fede nel progresso. Il tempo e la libertà matura tutto. Certamente. Anche io ho fede nel progresso dell’umanità, ma non nel progresso delle nazioni, e se il processo è di dissoluzione, il tempo e la libertà non matura che la morte. E poniamo pure che la società sia sana ed abbia le sue forze intatte; ma dunque la scienza non è parte anche lei di questo spirito del mondo? Un tempo tutto era lei, e oggi sarà divenuta semplice spettatrice della storia, e abdicherà ad ogni suo potere sopra questa pianta che si chiama uomo, e la sua ultima conclusione sarà: lasciamo fare e lasciamo passare? Lei ha potuto costringere la natura a camminare più rapida, ha creato il vapore; e quando si tratta dell’uomo ora, che il movimento sociale è accelerato, ora che i secoli si chiamano decennii, attenderà tra noi che il tempo faccia il suo comodo e maturi quando gli viene?

La libertà di tutti o per tutti è oramai un punto acquisito, già oltrepassato dalla scienza, non contrastato più invocato anche dagli avversarii. La missione della scienza è oggi di dare a questa libertà un contenuto, di darle il suo contenuto, non invadendo le altre sfere della vita, ma lavorando ivi dentro e trasformandole. Abbiamo già un contenuto scientifico, un complesso d’idee, che chiamiamo lo spirito nuovo. Ciò che rimane è che sia davvero spirito. La scienza continuerà nelle sue alte regioni il suo processo di elaborazione e di formazione; ma ciò che urge, è che ella mi crei questo spirito nuovo. I milioni di analfabeti scossero un giorno le nostre fibre. Illuminiamo gl’intelletti, sentii dire; qui è il rimedio. Leggere e scrivere, far di conti, un libriccino de’ doveri e delle creanze, storie e favolette, e la scienza penetrerà ne’ più bassi fondi della vita e se li assimilerà. Or questa istruzione, mi contenta assai mediocremente. Credete voi, Signori, che i romani degeneri non avevano libri e scuole? o che loro mancavano trattati di morale, pratiche religiose, e storie dì uomini illustri? I giovani romani andavano in Atene ad imparare virtù e libertà, e tornavano retori e accademici. E gli accademici, come Cicerone, erano gli eclettici e i temperati di quel tempo, che tenendosi in bilico tra stoici ed epicurei rimanevano in quella mezzanità che meglio rispondeva alla bassa temperatura sociale, e lasciavano fare, e lasciavano passare insino a che vinto ogni ritegno, la società si chiarì epicurea e materialista. Questo non diceva loro il libro: anzi il libro parlava savio; il libro parlava, e la corrotta natura operava. Or questo è appunto il tarlo, che ha roso l’antica nostra società, e che noi chiamiamo la decadenza: altro pensare e altro fare. E noi che abbiamo tanta fede; nell’istruzione, dobbiamo domandarci, se siamo davvero tornati giovani, e se quella decadenza non ci ha lasciato niente nelle ossa e nel cuore, se noi serbiamo intatte le nostre forze fisiche e morali. Ma se il nostro male è l’anemia, se ci è bisogno una cura ricostituente e corroborante, l’istruzione può illuminare il nostro intelletto, non può sanare la nostra volontà. E poi, quando dentro è difetto di calore, già non produrremo noi nè scienza, nè istruzione. Avremo una scienza di riflesso, non figlia nostra, non forma del nostro cervello, ma venutaci, secondo la moda, di Francia e di Alemagna, e prima di fare noi, ci domanderemo: cosa fanno gl’inglesi, e cosa fanno gli americani. Non che sentire il pungolo della vergogna, ma ci consoleremo e ci applaudiremo, proclamando che la scienza non ha patria, e bisogna pigliarla dov’è, e quando altrove è bella e fatta, è inutile stillarci noi il cervello. E non è vero. La scienza non può germogliare senza una patria, che le dà la sua fisonomia e la sua originalità. E là dove cresce bastarda e presa ad imprestito, non ha fisonomia, e rimane fuori di noi, non opera in noi, non riscalda il cervello. Non produrremo la scienza e non produrremo l’istruzione. Accetteremo dal di fuori metodi e libri, costituzioni, ordinamenti e leggi, e spesso piglieremo un abito, quando là dov’è nato è già logoro e messo fra’ cenci. Così tutto è mezzanità, mezza istruzione, mezze idee. La scienza. è sistema com’è la vita, le migliori verità sono falsità, se non sono nella mente coordinate e limitate. Idea intera è idea nel sistema; mezza idea è idea scappata dal centro, e presa per sè è cosi vera lei, come è vera l’opposta. Onde società e individui, divenute cervelli centrifughi, passano con facilità dall’una all’altra, e oggi gridano libertà, e domani gridano autorità. La nostra vita è a pezzi, a ritagli, con molto di nuovo nelle parole, con molto di vecchio ne’ costumi e nelle opere, sicché dentro di noi non è serio nè quel nuovo, nè quel vecchio. Tale è la vita e tale è la scienza. E posso dire il contrario: tale la scienza, tale la vita; perché la scienza è la vita che si riflette nel cervello, è il prodotto della stessa materia, e se la vita è guasta, la scienza è guasta, e non che faccia miracoli, ma non può fare neppure il miracolo di avviarci alla vera scienza, a’ sodi e serii studii. Piccola azione dunque avrà sulla vita questa scienza e questa istruzione. E quando pure sia istruzione soda e intera, già non guarirà il nostro male che ha la sua sede nella fiacchezza della fibra e nella debolezza delle forze morali. Conoscere non è potere. Vagheggiamo non so che enciclopedico nella gioventù, abbiamo aumentata la serie delle sue conoscenze e non perciò abbiamo aumentata nè la forza del cervello, nè la forza del carattere. Con questi preludii allarghiamo la nostra azione anche alle basse classi, vogliamo spandere i lumi del secolo, come si dice, spezzare a quelle il pane della scienza, ed è venuta su una letteratura popolare, tutta smancerie e tutta fiorentinerie, tutta diminutivi, e in una forma da commedia che chiamano lingua toscana un accozzame di roba filosofica e di roba cattolica, l’ateo e la suora di carità a braccetto. Così noi pensiamo fortiter et suaviter d’insinuarci nel cuore del popolo, come già il demonio nel cuore di Eva, e fargli gustare il frutto proibito senza troppe grida del babbo e del prete, e vogliamo insegnare la verità col mezzo della menzogna, inculchiamo negli altri certe idee, di cui ci beffiamo nel secreto della coscienza, e gridiamo contro i preti, e ci mettiamo sul capo il berretto del prete. Così fortificheremo la fibra, rialzeremo i caratteri e formeremo l’uomo. A questo gioco si corrompe maestro e scolare, borghesia e popolo, l’una ipocrita e beffarda, 1′altro che sopra un fondo vecchio metterà una vernice di nuovo. Quel fondo vecchio, quel pensiero secolare resisterà. Potete ben cacciare certe idee e mettercene altre, potete mutar nomi e forme, e quel figlio de’ secoli metterà il capo fuori a traverso di quelle, e dirà a Bruto: ti facciamo Cesare, e dirà alla Ragione: ti facciamo una Dea.

Il motto della scienza era un giorno la libertà contro il limite; oggi è la ristaurazione del limite nella libertà. Noi abbiamo distrutti o indeboliti tutt’i limiti al dì fuori, e non li abbiamo ricreati dentro di noi. Nel furore della lotta li abbiamo odiati, disconosciuti, e perché al di fuori erano superstizione, oppressione; abbiamo ucciso dentro di noi anche il sentimento che li rigenera, e siamo rimasti nel vuoto. Quei limiti sono lo stimolo che sviluppa le forze organiche e creano la serietà e la moralità dalla vita, e ci toglie all’egoismo animale, e ci rende capaci del sacrifizio e del dovere. La scienza altro non è se non ricostituzione de’ limiti nella coscienza, la riabilitazione di tutte le sfere della vita. L’uomo della scienza è il più alto e virile tipo d’uomo, che non ha bisogno di culto, perché ne ha dentro di sé il sentimento, e non ha bisogno di stimoli esterni, non di medaglie e di titoli, di pene e di premii, di stato e di leggi, perché quegli stimoli li sente più vivamente dentro di sé, e non ci è bandiera e non ci è gonfalone, che abbia la forza della sua coscienza. Quando questi stimoli interni operano, presto o tardi ci daranno la forza di ricostruirci anche un simile mondo esterno, la concordia sarà ristaurata tra la scienza e la vita. Ma dove operano mollemente, non hanno virtù organica, e caricando e beffeggiando si sentono soddisfatti, e altro è la scienza, altro è la vita. E allora chi vi dà il dritto di negare il Dio fuori di voi, quando vi manca virtù di ricreare Dio dentro di voi, e raggiarlo al di fuori? Chi vi dà il dritto di negare l’eredità e la solidarietà di famiglia, quando dentro di voi non ci è altro che il solitario Voi? Chi vi dà il dritto d’invocare nuove forme e nuove istituzioni, quando la materia, nonche altro, è guasta fino dentro di voi? Se la scienza non può ricostituire quest’uomo interno, meglio il di fuori, guasto e viziato com’è, che il vuoto. Questo sarà il grido di tutti, anche degli uomini colti, e questo spiega le reazioni. La società non può vivere lungamente sopra idee che non generano, non organizzano, e dopo varie oscillazioni si adagerà per stanchezza nel suo stato antico, quale l’hanno fatta i secoli.

Forse io carico le tinte. Ma trovo intorno a me apatia ne’ fatti, prosunzione nelle parole. E pur bisogna sferzarla quest’apatia, umiliarla questa prosunzione. Le mie inquietudini sono oggi il tormento de’ più elevati intelletti, il problema de’ problemi, la missione urgente della scienza. Una volta tutto era filosofico, oggi tutto è sociale. Abbiamo la fisica sociale, la fisiologia sociale, l’economia sociale, antropologia, pedagogia, tutti sono intorno a questo grande malato. Ci è un cumulo di scienze che si potrebbero chiamare con una parola, la medicina sociale.

La grande medicina era un tempo l’istruzione, e ora che l’istruzione ha reso tutt’i suoi frutti in Germania, già non basta più, e Virchow impensierito invoca una educazione nazionale. La scienza dee organizzarmi questa educazione nazionale, dee imitarmi il cattolicismo, la cui potenza non è il catechismo, è l’uomo preso dalle fasce e tenuto stretto in pugno sino alla tomba, dee imitarmi quei suoi organismi di granito, su’ quali ella picchia e ripicchia da secoli e ancora invano.

Ciascuna scienza ha la sua epoca. La vita corre là dove si sente riflessa, colta dal vero, come si trova, quella è la scienza vivente, che fa batterei cori, che ha un’azione sulla vita. Oggi la vita, si sente attinta da un malore incognito, la cui manifestazione è l’apatia, la noia, il vuoto, e corre per istinto colà dove si parla di materia e di forza e come ristaurare l’uomo fisico, e come rigenerare l’uomo morale. Letteratura e filosofia, scienze mediche e scienze morali, tutte prendono quel riflesso e quel colore. Rifare il sangue, ricostituire la fibra, rialzare le forze vita è il motto non solo della medicina ma della pedagogia, non solo della storia, ma dell’arte, rialzare le forze vitali, ritemprare i caratteri, e col sentimento della forza rigenerare il coraggio morale, la sincerità, l’iniziativa, la disciplina, l’uomo virile e perciò l’uomo libero. Le università italiane oggi sono come tagliate fuori del movimento nazionale, senz’alcuna azione sullo Stato che si dichiara essere neutro, e con piccolissima azione sulla società di cui non osano interrogare le viscere. Divenute fabbriche di avvocati, di medici e d’architetti, se intenderanno questa missione della scienza odierna, se usando la libertà che loro è data, affronteranno problemi attuali e taglieranno sul vivo, se avranno l’energia di farsi esse capo e guida di questa restaurazione nazionale, ritorneranno, quali erano un tempo, il gran vivaio delle nuove generazioni, centri viventi e irraggianti dello spirito nuovo.