Grazia Deledda – Inverno precoce

Ci siamo impuntati, quest’anno, a rimanere oltre il necessario nella casa in riva al mare. E il mare si vendica, da par suo.
- Andate via, andate via; avete ingombrato abbastanza, con le vostre ore di ozio e di noia, e le vostre inutili fantasticherie, la spiaggia dovuta a ben altre cose, – pare dica col suo primo corrucciato brontolìo – fate posto ai rudi pescatori invernali, che già piantano i loro pali sull’arenile seminato di arselle vive: e, più secchi dei loro pali, offrono, se occorre, anche la loro vita per il pane alle loro donne e ai loro bambini.
Infatti è vero: i pali, tagliati dai garruli pioppi che già rallegravano i viali per le nostre passeggiate, annunziano la tristezza invernale e la carestia delle famiglie povere: i grandi imbuti di rete delle sciabiche si allungano sulla riva, fra i granchi morti sgretolati dal vento: c’è intorno odore di camposanto.
Poi, data la nostra cinica indifferenza, il mare tace, ma di un silenzio minaccioso di profeta che medita Continue reading

Grazia Deledda – Contratto

Mi sono stancata della mia casa di città. Forse perché mi ha fatto troppo godere e troppo soffrire.
Dapprima ero io la padrona: poiché non l’amavo e quindi non mi curavo di essa. Mi curavo solo di me e delle cose esterne che ingombrano l’esistenza delle donne, come le nuvole di colore l’orizzonte della sera. Peccati e leggerezze d’ogni genere. Ma le pareti ancora fresche e disamate guardavano e giudicavano: forse respiravano l’ostilità, o peggio ancora l’indifferenza, il disamore, le cattive passioni della loro padrona; e pensavano di vendicarsi.

Col passare del tempo le parti s’invertirono. La padrona diventò lei, la casa, e si vendicò davvero.
Di fuori, l’orizzonte si era scolorito e sgonfiato delle sue vane chimere; ma come farfalle notturne, esse penetrarono nella mia casa e si appiccicarono alle pareti.
Diventò allora lei la padrona, la casa che si era logorata nel lungo abbandono; e sfruttò il mio tardivo amore per essa. Continue reading

Grazia Deledda – Il sesto senso

Da otto giorni non mi riusciva di prendere la penna in mano. Tutto era buono per favorire questa separazione: il caldo, le mosche, il mal di denti; ma sopratutto l’esistenza, in quei dintorni, di un “magneta” che, per essere locale e dilettante, non la cedeva a quelli professionisti e di fama mondiale. Questo magnetizzatore io non lo conoscevo, né lui mi conosceva; ma sapevamo l’uno dell’altro per sentito dire: lui perché il mio nome era apparso nella gazzetta del luogo; io perché da due mesi che si villeggiava lassù, tutte le persone che avvicinavo, grandi e piccole, dotte e ignoranti, non parlavano che di lui. Si chiamava il cavalier Zucchi; Continue reading

Grazia Deledda – Il segreto di Mossiù Però

Il suo vero nome era un altro, che si pronunziava press’a poco nello stesso modo; ma noi lo chiamavamo così, un po’ per scherno, un po’ per convenienza. Di nascita, o almeno d’origine, francese, grande cacciatore agli occhi di Dio, era venuto di lontano al nostro paese per una sola stagione di pernici, e vi si era fermato per tutta la vita.
Aveva due magnifici cavalli e una torma di cani che per un certo tempo formarono il terrore di tutti i bambini, i gatti, le galline della contrada: in seguito alle proteste dell’intera popolazione, prese in affitto un orticello, a sue spese lo ricinse di un alto muro, e vi rinchiuse la sua famiglia, come egli chiamava i suoi bracchi e i suoi segugi.
Non aveva altra famiglia, infatti, e ogni volta che passava davanti a mio padre, seduto all’ombra della c Continue reading

Grazia Deledda – Partite

Di tanto in tanto mio padre imbastiva certe speculazioni che, mezzo poeta com’egli era, naturalmente gli riuscivano sempre male. L’ultima era stata una piantagione di aranci e limoni; solo il muro del recinto, poiché bisognava salvare solidamente l’aureo prodotto, era costato migliaia di lire. Le pianticelle già ben sviluppate, venute dal loro paese natìo, furono collocate in bell’ordine nelle buche profonde foderate di concime; un uomo rimase a guardarle; un altro calò di peso, a furia di andar su e giù in cerca d’acqua per innaffiarle: il tempo passò, e delle piante non si sentì che il profumo delle foglie; poi anche queste si ammalarono, di tisi e di rogna, Continue reading

Grazia Deledda – Racconti a Grace

Fra venti anni, speriamo anche trenta, la vecchia nonna Grazia dirà alla sua bella nipotina Grace, figlia di suo figlio e di una nuora inglese o americana, o magari gagliarda e fiera ciociara:
- Tu, mia carissima, ieri nel pomeriggio hai pregato la tua mamma di accompagnarti a fare uno spuntino nella pineta di Cervia, vicina a quella famosa di Ravenna: in un’ora e tre quarti, per via aerea, siete arrivate felicemente lassù. Tua mamma, che ha ancora qualche goccia di romanticheria nel suo sangue generoso, voleva scendere nell’antica casetta dei nonni, sul margine della verde-azzurra Cervia dantesca; tu hai preferito il grande albergo della pineta, ed hai anche ballato: verso sera, già eravate a casa, fresche e lievi come piccioni viaggiatori. Ai miei tempi, invece! Sai quante ore ci volevano per andare da Roma a Cervia? Dieci, ed anche dodici. Dodici ore, dico, e tre trasbordi. La prima volta che si dovettero fare questi tre trasbordi, il nonno tuo non me lo disse che al momento della partenza, per non destarmi spavento e, sopratutto, non decidermi a non partire. Ma poi le cose andarono bene. Io avevo preparato un cestino di provviste per una ragione che ti spiegherò poi: e dentro questo cestino, bene avvolte nella carta oleata, oltre le classiche uova sode e il salame e il pollo, ci si trovavano le tenere membra arrostite di una squisita lepre che, col relativo rosmarino, mi era stata regalata da una giovanissima scrittrice, proprietaria di fattorie e boschi, allora alle sue prime armi, adesso celebre in tutto il mondo. Si tratta della nostra buona amica Midi. Perché il prezioso cestino e la domestica che lo portava non andassero sperduti nella confusione dei trasbordi, ci si prese il lusso di farli viaggiare con noi, in seconda classe: per la verità, aggiungo che la donna la volli io, al mio seguito, perché aiutasse meglio il tuo caro nonno a caricarmi sul treno.
Tutto, dunque, andò Continue reading

Grazia Deledda – La zizzania

Arrivò un giorno in cui la madre, che sempre aveva predicato ai figli di patir la fame piuttosto che rubare una sola fava ai vicini di terra, la madre stessa fece loro intendere che bisognava si muovessero.
Non esasperata, e neppure ribelle, ma certo un po’ strana, con gli occhi diafani e le gengive bianche di fame, disse:
- In casa non c’è più niente: vostro padre è lì, con la pleurite che si è succhiata tutte le nostre robe; anche i miei orecchini, l’anello, l’armilla. Ecco – e si scuoteva come un albero sp Continue reading

Grazia Deledda – La casa del rinoceronte

Si affacciava sopra un turbolento gomito del fiume Senio, la casa del Rinoceronte.
Il luogo era degno di lui: orrido o bellissimo secondo la stagione e l’ora: una rupe enorme, rivestita di musco verde e nero, tutta buche e scavi, asilo di rettili e di uccelli, affrontava, di là del Senio, la casaccia che, a sua volta, in fatto di prepotente antichità, e nello stesso tempo tenera, sotto e sopra i muri e gli embrici, di nidi, di parietarie, di rampicanti e persino di capperi e di vischio, pareva oramai far par Continue reading

Grazia Deledda – Il sogno di San Leo

Leo e Marino, da poco convertiti alla religione di Cristo, avevano lasciato la natìa Dalmazia per cercare nelle coste d’Italia un rifugio alla loro fede.
I monti li attiravano. Giunti alle rive del fiume Marecchia sostarono quindi per decidersi; poiché cime non troppo elevate ma favorevoli per anfratti, macigni e boschi ancora intatti, sorgevano sopra i fianchi della valle. Disse Marino, deponendo il suo pesante sacco sull’erba della riva:
- Quello a destra è il Monte Titano, e lassù voglio arrivare io: lassù scaverò la mia casa nella roccia; i pastori verranno a me ed io li convertirò alla parola di Cristo. Fonderemo una chiesa e poi una città che sarà alta e luminosa nei secoli come un faro inestinguibile di fede e di libertà.
Leo scuoteva la testa, col viso basso già scolpito fino alle ossa dal digiuno e dalla astinenza da ogni peccato. Al contrario del compagno, egli voleva fare l’eremita, vivere in nuda solitudine, nutrendosi di erbe e di ghiande, nella contemplazione di Dio.
Erano entrambi tagliapietre, e dentro il sacco portato or dall’uno or dall’altro, tenevano gli strumenti del loro mestiere: picche, martelli, scalpelli, misti alla pietra focaia, a tozzi duri di pane d’orzo e pezzi di formaggio di capra.
Marino era provveduto anche di un mantell Continue reading

Grazia Deledda – Filosofo in bagno

Da cinque giorni il filosofo artritico faceva una cura di fanghi e di bagni caldi, in un modesto e quindi ancora tranquillo stabilimento termale; e dopo le abbondanti sudate e, sopratutto, dopo i casalinghi pasti quasi all’aria aperta, nel portico di una trattoria campestre là vicina, sentiva la sua mente riaprirsi alle belle speculazioni di un tempo.
Il sesto giorno scese senza zoppicare le scale, e imboccò con una certa sveltezza il corridoio sul quale si aprivano le celle di cura di seconda classe. Era di ottimo umore, tanto che, per la prima volta, diede confidenza al giovane erculeo bagnino che lo assisteva.
- Giovinotto, – gli disse, mentre questi lo aiutava a spogliarsi, – voi credete che io abbia scelto la seconda classe per economia? Povero, sì, ma non avaro. Ho scelto dunque la seconda classe perché le vasche vi sono più Continue reading

Grazia Deledda – L’arco della finestra

Notte buia, lamentosa, di vento. Notte favorevole ai ladri, poiché quelli che dormono, senza preoccupazioni per l’avvenire, nei loro letti tiepidi ben coperti, anche se sentono uno scricchiolìo nella loro camera e si svegliano paurosi, fingono di continuare a dormire, o riprendono a dormire davvero, pronti a sacrificare, per il sonno e per la vita, il loro tesoro.
Altre volte la zia Margotta faceva anche lei così: quando non aveva da sperare e da temere nulla dalla vita, si abbandonava al sonno come ad un amante dolce e fedele. Adesso le cose erano cambiate: in seguito Continue reading

Grazia Deledda – Mezza giornata di lavoro

Non sempre il povero batte invano alla porta del ricco. Con questa speranza il sor Checco si alzò alle sei del mattino, l’altro sabato, vigilia dell’antica Epifania.
Da cinque giorni egli non si nutriva che di erbe e di avanzi di pane dei suoi vicini di casa, più poveri di lui. Da cinque giorni pioveva a dirotto, e la Valle dell’Inferno giustificava il suo nome con la sinistra tristezza dei suoi rigagnoli fangosi e dei cespugli demoniaci impigliati fra le nuvole che gravavano sulle creste delle alture.
Non che al sor Checco importasse il paesaggio, il tempo, il colore del tempo: ma egli aveva freddo e fame nella sua capanna fatta di lastroni di latta, dove gli pareva di essere un’aringa dimenticata nel fondo limaccioso di una scatola; e aspettava che il tempo si placasse per andare in cerca di lavoro.
Lavorava a giornata negli orti e nei giardinetti dei quartieri nuovi, ai quattro punti cardinali della città: specialmente nei gi Continue reading