Grazia Deledda – Inverno precoce

Ci siamo impuntati, quest’anno, a rimanere oltre il necessario nella casa in riva al mare. E il mare si vendica, da par suo.
- Andate via, andate via; avete ingombrato abbastanza, con le vostre ore di ozio e di noia, e le vostre inutili fantasticherie, la spiaggia dovuta a ben altre cose, – pare dica col suo primo corrucciato brontolìo – fate posto ai rudi pescatori invernali, che già piantano i loro pali sull’arenile seminato di arselle vive: e, più secchi dei loro pali, offrono, se occorre, anche la loro vita per il pane alle loro donne e ai loro bambini.
Infatti è vero: i pali, tagliati dai garruli pioppi che già rallegravano i viali per le nostre passeggiate, annunziano la tristezza invernale e la carestia delle famiglie povere: i grandi imbuti di rete delle sciabiche si allungano sulla riva, fra i granchi morti sgretolati dal vento: c’è intorno odore di camposanto.
Poi, data la nostra cinica indifferenza, il mare tace, ma di un silenzio minaccioso di profeta che medita Continue reading

Grazia Deledda – Contratto

Mi sono stancata della mia casa di città. Forse perché mi ha fatto troppo godere e troppo soffrire.
Dapprima ero io la padrona: poiché non l’amavo e quindi non mi curavo di essa. Mi curavo solo di me e delle cose esterne che ingombrano l’esistenza delle donne, come le nuvole di colore l’orizzonte della sera. Peccati e leggerezze d’ogni genere. Ma le pareti ancora fresche e disamate guardavano e giudicavano: forse respiravano l’ostilità, o peggio ancora l’indifferenza, il disamore, le cattive passioni della loro padrona; e pensavano di vendicarsi.

Col passare del tempo le parti s’invertirono. La padrona diventò lei, la casa, e si vendicò davvero.
Di fuori, l’orizzonte si era scolorito e sgonfiato delle sue vane chimere; ma come farfalle notturne, esse penetrarono nella mia casa e si appiccicarono alle pareti.
Diventò allora lei la padrona, la casa che si era logorata nel lungo abbandono; e sfruttò il mio tardivo amore per essa. Continue reading

Grazia Deledda – Il sesto senso

Da otto giorni non mi riusciva di prendere la penna in mano. Tutto era buono per favorire questa separazione: il caldo, le mosche, il mal di denti; ma sopratutto l’esistenza, in quei dintorni, di un “magneta” che, per essere locale e dilettante, non la cedeva a quelli professionisti e di fama mondiale. Questo magnetizzatore io non lo conoscevo, né lui mi conosceva; ma sapevamo l’uno dell’altro per sentito dire: lui perché il mio nome era apparso nella gazzetta del luogo; io perché da due mesi che si villeggiava lassù, tutte le persone che avvicinavo, grandi e piccole, dotte e ignoranti, non parlavano che di lui. Si chiamava il cavalier Zucchi; Continue reading

Grazia Deledda – Il segreto di Mossiù Però

Il suo vero nome era un altro, che si pronunziava press’a poco nello stesso modo; ma noi lo chiamavamo così, un po’ per scherno, un po’ per convenienza. Di nascita, o almeno d’origine, francese, grande cacciatore agli occhi di Dio, era venuto di lontano al nostro paese per una sola stagione di pernici, e vi si era fermato per tutta la vita.
Aveva due magnifici cavalli e una torma di cani che per un certo tempo formarono il terrore di tutti i bambini, i gatti, le galline della contrada: in seguito alle proteste dell’intera popolazione, prese in affitto un orticello, a sue spese lo ricinse di un alto muro, e vi rinchiuse la sua famiglia, come egli chiamava i suoi bracchi e i suoi segugi.
Non aveva altra famiglia, infatti, e ogni volta che passava davanti a mio padre, seduto all’ombra della c Continue reading

Grazia Deledda – Partite

Di tanto in tanto mio padre imbastiva certe speculazioni che, mezzo poeta com’egli era, naturalmente gli riuscivano sempre male. L’ultima era stata una piantagione di aranci e limoni; solo il muro del recinto, poiché bisognava salvare solidamente l’aureo prodotto, era costato migliaia di lire. Le pianticelle già ben sviluppate, venute dal loro paese natìo, furono collocate in bell’ordine nelle buche profonde foderate di concime; un uomo rimase a guardarle; un altro calò di peso, a furia di andar su e giù in cerca d’acqua per innaffiarle: il tempo passò, e delle piante non si sentì che il profumo delle foglie; poi anche queste si ammalarono, di tisi e di rogna, Continue reading

Grazia Deledda – Racconti a Grace

Fra venti anni, speriamo anche trenta, la vecchia nonna Grazia dirà alla sua bella nipotina Grace, figlia di suo figlio e di una nuora inglese o americana, o magari gagliarda e fiera ciociara:
- Tu, mia carissima, ieri nel pomeriggio hai pregato la tua mamma di accompagnarti a fare uno spuntino nella pineta di Cervia, vicina a quella famosa di Ravenna: in un’ora e tre quarti, per via aerea, siete arrivate felicemente lassù. Tua mamma, che ha ancora qualche goccia di romanticheria nel suo sangue generoso, voleva scendere nell’antica casetta dei nonni, sul margine della verde-azzurra Cervia dantesca; tu hai preferito il grande albergo della pineta, ed hai anche ballato: verso sera, già eravate a casa, fresche e lievi come piccioni viaggiatori. Ai miei tempi, invece! Sai quante ore ci volevano per andare da Roma a Cervia? Dieci, ed anche dodici. Dodici ore, dico, e tre trasbordi. La prima volta che si dovettero fare questi tre trasbordi, il nonno tuo non me lo disse che al momento della partenza, per non destarmi spavento e, sopratutto, non decidermi a non partire. Ma poi le cose andarono bene. Io avevo preparato un cestino di provviste per una ragione che ti spiegherò poi: e dentro questo cestino, bene avvolte nella carta oleata, oltre le classiche uova sode e il salame e il pollo, ci si trovavano le tenere membra arrostite di una squisita lepre che, col relativo rosmarino, mi era stata regalata da una giovanissima scrittrice, proprietaria di fattorie e boschi, allora alle sue prime armi, adesso celebre in tutto il mondo. Si tratta della nostra buona amica Midi. Perché il prezioso cestino e la domestica che lo portava non andassero sperduti nella confusione dei trasbordi, ci si prese il lusso di farli viaggiare con noi, in seconda classe: per la verità, aggiungo che la donna la volli io, al mio seguito, perché aiutasse meglio il tuo caro nonno a caricarmi sul treno.
Tutto, dunque, andò Continue reading

Grazia Deledda – La zizzania

Arrivò un giorno in cui la madre, che sempre aveva predicato ai figli di patir la fame piuttosto che rubare una sola fava ai vicini di terra, la madre stessa fece loro intendere che bisognava si muovessero.
Non esasperata, e neppure ribelle, ma certo un po’ strana, con gli occhi diafani e le gengive bianche di fame, disse:
- In casa non c’è più niente: vostro padre è lì, con la pleurite che si è succhiata tutte le nostre robe; anche i miei orecchini, l’anello, l’armilla. Ecco – e si scuoteva come un albero sp Continue reading

Grazia Deledda – La casa del rinoceronte

Si affacciava sopra un turbolento gomito del fiume Senio, la casa del Rinoceronte.
Il luogo era degno di lui: orrido o bellissimo secondo la stagione e l’ora: una rupe enorme, rivestita di musco verde e nero, tutta buche e scavi, asilo di rettili e di uccelli, affrontava, di là del Senio, la casaccia che, a sua volta, in fatto di prepotente antichità, e nello stesso tempo tenera, sotto e sopra i muri e gli embrici, di nidi, di parietarie, di rampicanti e persino di capperi e di vischio, pareva oramai far par Continue reading

Grazia Deledda – Il sogno di San Leo

Leo e Marino, da poco convertiti alla religione di Cristo, avevano lasciato la natìa Dalmazia per cercare nelle coste d’Italia un rifugio alla loro fede.
I monti li attiravano. Giunti alle rive del fiume Marecchia sostarono quindi per decidersi; poiché cime non troppo elevate ma favorevoli per anfratti, macigni e boschi ancora intatti, sorgevano sopra i fianchi della valle. Disse Marino, deponendo il suo pesante sacco sull’erba della riva:
- Quello a destra è il Monte Titano, e lassù voglio arrivare io: lassù scaverò la mia casa nella roccia; i pastori verranno a me ed io li convertirò alla parola di Cristo. Fonderemo una chiesa e poi una città che sarà alta e luminosa nei secoli come un faro inestinguibile di fede e di libertà.
Leo scuoteva la testa, col viso basso già scolpito fino alle ossa dal digiuno e dalla astinenza da ogni peccato. Al contrario del compagno, egli voleva fare l’eremita, vivere in nuda solitudine, nutrendosi di erbe e di ghiande, nella contemplazione di Dio.
Erano entrambi tagliapietre, e dentro il sacco portato or dall’uno or dall’altro, tenevano gli strumenti del loro mestiere: picche, martelli, scalpelli, misti alla pietra focaia, a tozzi duri di pane d’orzo e pezzi di formaggio di capra.
Marino era provveduto anche di un mantell Continue reading

Grazia Deledda – Filosofo in bagno

Da cinque giorni il filosofo artritico faceva una cura di fanghi e di bagni caldi, in un modesto e quindi ancora tranquillo stabilimento termale; e dopo le abbondanti sudate e, sopratutto, dopo i casalinghi pasti quasi all’aria aperta, nel portico di una trattoria campestre là vicina, sentiva la sua mente riaprirsi alle belle speculazioni di un tempo.
Il sesto giorno scese senza zoppicare le scale, e imboccò con una certa sveltezza il corridoio sul quale si aprivano le celle di cura di seconda classe. Era di ottimo umore, tanto che, per la prima volta, diede confidenza al giovane erculeo bagnino che lo assisteva.
- Giovinotto, – gli disse, mentre questi lo aiutava a spogliarsi, – voi credete che io abbia scelto la seconda classe per economia? Povero, sì, ma non avaro. Ho scelto dunque la seconda classe perché le vasche vi sono più Continue reading

Grazia Deledda – L’arco della finestra

Notte buia, lamentosa, di vento. Notte favorevole ai ladri, poiché quelli che dormono, senza preoccupazioni per l’avvenire, nei loro letti tiepidi ben coperti, anche se sentono uno scricchiolìo nella loro camera e si svegliano paurosi, fingono di continuare a dormire, o riprendono a dormire davvero, pronti a sacrificare, per il sonno e per la vita, il loro tesoro.
Altre volte la zia Margotta faceva anche lei così: quando non aveva da sperare e da temere nulla dalla vita, si abbandonava al sonno come ad un amante dolce e fedele. Adesso le cose erano cambiate: in seguito Continue reading

Grazia Deledda – Mezza giornata di lavoro

Non sempre il povero batte invano alla porta del ricco. Con questa speranza il sor Checco si alzò alle sei del mattino, l’altro sabato, vigilia dell’antica Epifania.
Da cinque giorni egli non si nutriva che di erbe e di avanzi di pane dei suoi vicini di casa, più poveri di lui. Da cinque giorni pioveva a dirotto, e la Valle dell’Inferno giustificava il suo nome con la sinistra tristezza dei suoi rigagnoli fangosi e dei cespugli demoniaci impigliati fra le nuvole che gravavano sulle creste delle alture.
Non che al sor Checco importasse il paesaggio, il tempo, il colore del tempo: ma egli aveva freddo e fame nella sua capanna fatta di lastroni di latta, dove gli pareva di essere un’aringa dimenticata nel fondo limaccioso di una scatola; e aspettava che il tempo si placasse per andare in cerca di lavoro.
Lavorava a giornata negli orti e nei giardinetti dei quartieri nuovi, ai quattro punti cardinali della città: specialmente nei gi Continue reading

Grazia Deledda – Il gallo di montagna

- Se vuol trovarsi contento, vada a Castel del Tordo. È, per la caccia, una regione, dirò così, vergine, o per lo meno inesplorata. Il paesetto, amenissimo, e dove ci si trova di tutto, persino le munizioni, è a quattrocento metri, fra colline coperte di castagni e di quercie; di là i monti. Per l’alloggio, se vuole, posso darle l’indirizzo di una brava donna, ex cuoca d’albergo, che s’è fabbricata un villino e fa pensione a pochi villeggianti. L’avverto che, per ragioni locali, la caccia è aperta solo nel mese di ottobre; ma allora è una cuccagna. Caccia minuta, s’intende, perché i cinghiali e i cervi sono da tempo spariti, e di essi, nei castelli dei dintorni, si conservano solo le pelli, e le corna incise, ridotte a manichi dei coltelli da caccia dei signorotti del Trecento. Ma tordi – lo dice il posto – e piccioni, fringuelli, cardellini, e uccelli da passo, starne, beccacce, quaglie e allodole, quante ne vuole. Molte lepri, anche: e, quello che più importa, qualche fagiano e, verso l’alpe, qualche gallo di montagna.
A questo punto, il cacciatore, che coi piccoli occhi di gazza estasiati ascoltava il suo amico di trattoria, si scosse e domandò:
- Scusi, lei è cacciatore?
L’altro capì, e rise cordialmente.
- No, no, non le racconto frottole: e se le parlo di Castel del Tordo è perché mia moglie ci va a villeggiare. A caccia, se Dio vuole, una sola volta mi ci hanno condotto certi amici, da queste parti: e siccome sapevo come la cosa andava a finire, invece del fucile mi armai di bastone, e le allodole le portai già cotte, comprate alla rosticceria.

Ottobre. Il cacciatore è arrivato alla stazione sotto Castel del Tordo, e invece di prendere la corriera, che in pochi minuti sale al paese, un po’ per allenarsi, un po’ per istinto di esplorazione, preferisce fare a pi Continue reading

Grazia Deledda – Voli

- Sogno, o son desto?
Cantato con voce baritonale, questo verso scoppiò ed echeggiò come un tuono, nel silenzio sonnolento della casa; tanto che Landa, la serva quindicenne, sepolta nella profondità bigia della piccola cucina, trasalì di paura: cosa che del resto le avveniva anche per un improvviso ronzìo di mosca. Ma subito pensò:
- È lui.
Sì, era lui, il signorino, che ritornava dall’aver accompagnato i cari genitori alla stazione: i genitori che si erano mossi per un pietoso viaggio verso il letto probabilmente di morte di un ricco zio scapolo. Era lui, lo spilungone, il grosso folletto, il genio, la gioia e la disperazione della Continue reading

Grazia Deledda – Natura in fiore

Tutti gli anni, per Pasqua, da tempi remotissimi, veniva giù a far colazione dai Bardi un frate cappuccino. Veniva giù, da dove? Pasqua non lo sapeva precisamente, da dove, ma s’immaginava un luogo bellissimo, poiché suo padre assicurava che frati e suore si scelgono apposta, per i loro monasteri, i punti più ameni del mondo: giù, dunque, dalla cima violetta di un monte, fasciato di boschi, solcato di rivoli sui margini dei quali crescono gli anemoni, e le ghiandaie scendono a bere ed a bagnarsi le ali celesti.
Il frate, invero, portava con sé un colore e un odore di terriccio di castagno, mentre le punte delle dita dei piedi, nudi entro i sandali di corteccia, ricordavano certi funghi carnosi: e, sebbene cambiasse quasi tutti gli anni, per la famiglia Bardi era sempre lo stesso, come ai tempi di San Francesco: il suo piatto, a tavola, anche, sempre lo stesso, e guai se fosse venuto a mancare, il giorno di Pasqua: poiché l’uno e l’altro significavano tante cose grandi: Continue reading

Grazia Deledda – Il vestito di seta cangiante

Lunga, onorata e proficua era stata la carriera del cavalier Brischi: proficua, sopratutto, in modo che gli aveva fruttato un magnifico appartamento in città e un grande podere modello, fra mare e campagna, con case coloniche e villa padronale: eppure egli non ne parlava mai, e nessuno dei suoi coloni, tranne forse una vecchia contadina che era stata molti anni al suo servizio, sapeva nulla del suo passato. Era un signore, e basta.
Dei signori aveva, a volte, le stravaganze, almeno agli occhi dei contadini. Certe mattine di estate, per esempio, faceva lunghe cavalcate sulla rozza del suo biroccino, tutto vestito di nero, allampanato come don Chisciotte; oppure si spingeva in alto mare con un suo minuscolo “yacht” che destava l’invidia di tutti i monelli della spiaggia: ma per lo più si divertiva a coltivare il suo giardino tutto speciale, facendo innesti, incroci di fiori, esperimenti con trovati chimici: allora si metteva in testa un turbante di alchimista: e, invero, con le sue strane forbici, i vasetti, le ampolle, gli schizzatoi, e sopratutto con la sua lunga figura triste, il viso di vecchio satiro, pareva un uomo fuori del naturale, intento a qualche misterioso rito agricolo.

Le signore villeggianti, che allungavano le loro oziose passeggiate fino al viale intorno alla villa Brischi, si fermavano davanti alla cancellata, ricca di pilastri, di palle dorate di cattivo gusto, guardando con ammirazione alquanto golosa e beffarda il giardino che, con le sue torte di aiuole screziate di fiori d’ogni tinta e orlate di erbette color marmellata, dava l’idea d’una vetrina di past Continue reading

Grazia Deledda – Festa nel convento

Lungo, rigidissimo era stato l’inverno, e le suore di Montalto ne uscivan fuori bianche, fredde come conservate nel ghiaccio: poiché il loro Convento è ancora come ai tempi della sua millenaria fondazione, affacciato fra due sproni di monti, attaccato al resto del mondo solo da una corda di sentiero, cinto di tristi cortili, e, all’interno, con le cucine che sembrano grotte, gole di montagna i lunghi corridoi sempre pervasi da una corrente gelida, senza riscaldamento, senza luce. Il refettorio, che ha l’aria di un coro, con le panche e le lunghe tavole scure lucidate dal tempo, guarda su un cortile, ed è ancora illuminato, a sera, da lampade a olio: più allegra la foresteria, con la mensa sempre apparecchiata, sotto una finestra verde di orto: ma poche volte all’anno questa sala viene aperta, oltre che nei giorni delle due feste annuali del Convento. Due, ma due! Continue reading

Grazia Deledda – La donna nella torre

La bionda Cristina stava affacciata alla ringhiera di ferro della sua prigione, a meditare sul suo triste destino: ma bisogna subito dire che questa prigione consisteva in una stanzetta piena d’aria e di luce, una specie di belvedere coperto, con quattro finestroni che si aprivano sui quattro punti cardinali della torre di una grande villa, anzi di un surrogato di castello, in riva al mare.
Grande e bello era il mare, in quella sera del tardo agosto, e le paranze, appena partite per la pesca, vi si avanzavano lentamente a coppie, quasi leziose, come ballerini in una sala dove ancora non è cominciata la danza: ma grande e bellissima era anche, dal lato opposto, la campagna, con la festa delle vigne cariche d’uva, i prati arati, alle cui zolle l’arancione del tramonto dava tinte di rame; e, in fondo, le muraglie verdi dei pioppi scintillanti di occhi di rubino. Nell’orto sotto la villa, in un campo di lattughe tenere, i susini rossi, coi rami completamente filigranati di frutti, davano l’idea di alberi di corallo in un fondo marino.
Tutto questo non impediva alla bella Cristina di credersi la donna più infelice del mondo, chiusa nella torre per espi Continue reading

Grazia Deledda – La vigna sul mare

Appena arrivata, la donna, che, non più giovanissima, rivedeva dopo molti anni il suo paese d’origine, si affacciò alla loggia sul mare; ma invece di ricordare in quell’istante il suo passato di fanciulla, ripensò al periodo di vita trascorso dal momento in cui si era affacciata a quella stessa loggia per dare il saluto di addio al paesaggio della sua giovinezza.
E sembrandole che quel periodo grigio ed arido di vita si staccasse da lei, si tolse anche, istintivamente, per un impulso quasi fisico, l’anello matrimoniale, facendolo girare intorno al dito e nascondendolo poi nel pugno. Poiché il cerchio del mare e della pianura sabbiosa le ricordava l’anello favoloso che da bambina credeva si trovasse dove comincia e dove finisce l’arcobaleno, quando si riflette e s’incurva sul mare: l’anello che una volta trovato dà la felicità. Ed ella credeva di averlo trovato, di poterlo sostituire, dentro il suo pugno, a quello della sua triste esistenza di moglie sterile.

Poi rilesse la lettera dell’uomo che da quella notte doveva essere il suo amante.
Era una specie di inno nuziale, che egli le inviava; eppure quella lettura la richiamò alla realtà nuda della vita palpabile: pensò al marito, Continue reading

Grazia Deledda – Tesori nascosti

Avevano detto all’ingegnere Glaus che a mezza costa del Monte Largo c’era una cava di piombo argentifero, una specie di miniera, abbandonata appena al suo inizio per la morte del proprietario: la sua vedova e una sua giovane figlia, abitavano ancora lassù, nella casa che, solo per pochi mesi, ne aveva formato la Direzione; e aspettavano che qualcuno si presentasse a riprendere i lavori di scavo.
Ecco dunque il signor Glaus in viaggio, fermamente deciso a tentare un’ultima speculazione nella piccola isola che lo aveva attirato da lungi come una sirena, e come una sirena lo aveva costantemente ingannato: sebbene, a guardarlo, alto e ossuto come egli era, rosso di capelli e di carnagione, sembrasse uno di quegli uomini di conquista che non fallano mai. Gli occhi, però, per il loro limpido azzurro d’acqua marina, smorzavano d’impeto il suo colore sanguigno, e rivelavano la sua benevola indole. Continue reading

Grazia Deledda – Il rifugio

La principessa stava nel suo salotto da lavoro, tutto parato di damasco azzurro, e si divertiva a confezionare fiori di carta.
Le riuscivano perfetti, tanto da sembrare veri. Rose di maggio, grandi e molli, nel loro classico colore di aurora; garofani carnosi, rossi, o screziati d’ocra e di viola; camelie bianche, lucide e come congelate: ella non faceva altri fiori, ironicamente pensando che questi fossero i più aristocratici, convenienti a una dama del suo rango. A mano a mano che le sue piccole dita, senza altre gemme che quelle delle unghie puntute, completavano i gambi e le foglie verdi, delle quali arricciavano o raddrizzavano le cime, ella collocava i fiori in un grande vaso di ceramica, che pareva fatto di un’onda marina, deposto su una mensola davanti alla vetrata del salottino: ed ogni volta, attraverso i cristalli nitidissimi, dai quali aveva allontanato le tendine mobili come sportelli di velo, vedeva il giardino e il parco sotto il castello; e di là dal parco i campi e le vigne del principe suo consorte. Continue reading

Grazia Deledda – Le colpe altrui

PARTE PRIMA.
I.
Para Zironi, l’ultimo fraticello rimasto fra le rovine del convento di Monte Nieddu, scendeva tranquillo il sentieruolo della foresta, andando a cercarsi da vivere poichè nessuno più pensava a portargliene lassù.
Tutti oramai credevano che gli avanzi del convento fossero stati già diroccati per ordine di uno speculatore che tagliava le foreste di Monte Nieddu: fino a qualche mese prima solo un pastore si ricordava di frate Gerolamo ancora vivo e svelto lassù come la lucertola fra le rovine, e ogni tanto andava ad assistergli la messa e gli recava in dono un vaso di latte cagliato o un pezzo di ricotta avvolto nell’asfodelo; ma negli ultimi tempi anche i pastori erano stati cacciati dalla foresta e la primavera piovosa e ventosa aveva portato la carestia nel convento. Continue reading

Grazia Deledda – Colombi e sparvieri

PARTE PRIMA

I.

Dopo una settimana di vento furioso, di nevischio e di pioggia, le cime dei monti apparvero bianche tra il nero delle nuvole che si abbassavano e sparivano all’orizzonte, e il villaggio di Oronou con le sue casette rossastre fabbricate sul cocuzzolo grigio di una vetta di granito, con le sue straducole ripide e rocciose, parve emergere dalla nebbia come scampato dal diluvio. Continue reading

Grazia Deledda – Cenere

PARTE PRIMA

I.

Cadeva la notte di San Giovanni. Olì [1] uscì dalla cantoniera biancheggiante sull’orlo dello stradale che da Nuoro conduce a Mamojada, e s’avviò pei campi. Era una ragazza quindicenne, alta e bella, con due grandi occhi felini, glauchi e un po’ obliqui, e la bocca voluttuosa il cui labbro inferiore, spaccato nel mezzo, pareva composto da due ciliegie. Dalla cuffietta rossa, legata sotto il mento sporgente, uscivano due bende di lucidi capelli neri attortigliati intorno alle orecchie: questa acconciatura ed il costume pittoresco, dalla sottana rossa e il corsettino di broccato che sosteneva il seno con due punte ricurve, davano alla fanciulla una grazia orientale. Fra le dita cerchiate di anellini di metallo, Olì recava striscie di scarlatto e nastri coi quali voleva segnare [2] i fiori di San Giovanni, cioè i cespugli di verbasco, di timo e d’asfodelo da cogliere l’indomani all’alba per farne medicinali ed amuleti. Continue reading

Grazia Deledda – Canne al vento

Capitolo primo

Tutto il giorno Efix, il servo delle dame Pintor, aveva lavorato a rinforzare l’argine primitivo da lui stesso costruito un po’ per volta a furia d’anni e di fatica, giù in fondo al poderetto lungo il fiume: e al cader della sera contemplava la sua opera dall’alto, seduto davanti alla capanna sotto il ciglione glauco di canne a mezza costa sulla bianca Collina dei Colombi.
Eccolo tutto ai suoi piedi, silenzioso e qua e là scintillante d’acque nel crepuscolo, il poderetto che Efix considerava più suo che delle sue padrone: trent’anni di possesso e di lavoro lo han fatto ben suo, e le siepi di fichi d’India che lo chiudono dall’alto in basso come due muri grigi serpeggianti di scaglione in scaglione dalla collina al fiume, gli sembrano i confini del mondo. Continue reading

Grazia Deledda – Annalena Bilsini

Per San Michele la famiglia Bilsini cambiò di casa ed anche di terra.
Era una famiglia numerosa: cinque figli maschi, la madre vedova, e uno zio di lei, che, sebbene mezzo paralitico e senza un soldo di suo, poteva dirsene il capo.
Appunto per i consigli dello zio Dionisio, i Bilsini avevano venduto la loro piccola proprietà per prendere in affitto un vasto fondo, già antico feudo gentilizio che, di decadenza in decadenza, acquistato in ultimo a vile prezzo da un fabbricante di scope, veniva da questi concesso a modestissime condizioni annuali: cento dieci lire la biolca, due capponi, quaranta uova d’inverno e un cestino d’uva da tavola per l’estate. Continue reading

Grazia Deledda – Il padre

Ritto sovra un ciglione erboso, quasi sull’orlo dello stradale, Jorgj Preda, soprannominato Tiligherta, aspettava da più di un quarto d’ora la sua piccola innamorata, Nania, la figlia del cantoniere.

Facevano all’amore da una ventina di giorni, cioè da appena si erano conosciuti. Nania passava sullo stradale ogni giorno, verso le due, andando al ruscello per recar l’acqua alla cantoniera, e Jorgj l’attendeva sul ciglione facendo vista di guardare le pecore che a quell’ora meriggiavano tra le macchie, sotto il bosco di soveri.

Appena Nania spuntava nel biancore desolato dello stradale, Jorgj scendeva giù dal suo osservatoio e si metteva all’ombra, dietro il ciglione, ove Nania, con in testa la lunga anfora fiorita, che pareva un’anfora etrusca, lo raggiungeva, tutta piena di amore e di paura.

Perché, certamente, se il babbo l’avesse scoperta a far l’amore con Jorgj le avrebbe rotto le costole. A quell’ora zio Gavinu Faldedda schiacciava il suo solito sonnellino o si tratteneva a coltivare il campicello attiguo alla cantoniera, tuttavia non c’era da fidarsi.

I due ragazzi chiacchieravano per cinque o sei minuti, divorandosi con gli occhi, ma senza toccarsi neppure la punta delle dita; poi Nania proseguiva pensierosa la sua strada e Jorgj s’internava nel bosco, sospirando angosciosamente.

Egli si sentiva, certo, altero e felice di possedere una innamorata tutta sua, là, lontano dall’abitato, in completa solitudine, ma la sua felicità era tutt’altro che intera.

Prima di tutto c’era quello spasimo di zio Gavinu, – che non pensava punto a maritar Nania con un ragazzaccio come Jorgj, – e poi… tanti altri poi… infine. Basta, Jorgj, in attesa della leva e di altri malanni, si sarebbe contentato di aver almeno un bacio da Nania, ma questo era il peggio, quello che più lo faceva sospirare. La piccina non aveva alcuna intenzione di baciarlo e lui non osava toccarle neanche l’orlo della gonnella. Quel giorno però Jorgj Preda era deciso di abbracciarsela tutta e dirle: – Ma se non si baciano gli innamorati chi vuoi che si baci?

Ma giusto appunto quel giorno Nania non si vedeva più.

Sempre ritto sul ciglione Jorgj cominciava ad inquietarsi, perché dall’ombra proiettata in terra dalla lunga pertica che teneva in mano si accorgeva che le due erano trascorse.

Jorgj Preda, che si chiamava comunemente Tiligherta, era di Bitti e poteva avere diciannove anni.

Guardava, insieme ad un altro vecchio pastore nuorese, le pecore di un ricco possidente pure nuorese, e i pascoli dove erano stazionati si stendevano vicini ad una delle cantoniere dello stradale di Bitti.

Jorgj poteva dirsi un bel ragazzo – egli si credeva un uomo maturo – alto e muscoloso, benché sottile, coi capelli nerissimi e il profilo perfetto; uno di quei profili scultori, della migliore scuola greca, come se ne vedono solo dalla parte di Bitti e d’Orune. Ma aveva la pelle troppo annerita e indurita dal sole e dal freddo, e la dolce linea della sua bellissima bocca, dalle labbra sottili e i denti di smalto, non leniva la durezza dei suoi occhi neri, annuvolati e quasi tetri.

Allevato a Nuoro, Jorgj, parlava il nuorese con una lontana reminiscenza della sua pronunzia nativa, ma conservava il costume del suo paese quasi tutto nero, coi calzoni di orbace bianco stretti, un po’ laceri e sporchi.

Dacché aveva scoperto la cantoniera e s’era innamorato della piccola figlia di zio Gavinu, Jorgj Tiligherta si lavava il viso e le mani e cercava di pulirsi, ma ciò nonostante rimaneva nero come il demonio e i suoi scarponi e la sua berretta esalavano sempre un profumo pastorale poco voluttuoso.

E Nania non si vedeva ancora. Mille brutti pensieri agitavano lo spirito irrequieto del giovine pastore, facendosi più dolorosi a misura che l’ombra della pertica si stendeva sull’erba fresca del ciglione.

Jorgj, con gli occhi semichiusi, restava impalato lassù, fissando acutamente l’estremità dello stradale, e nessun’anima umana passava attraverso l’immenso spazio della campagna circostante.

Nel dolce meriggio di aprile i boschi di soveri, di cui è coperta la selvaggia pianura, intricati di cisti, di corbezzoli, e di vepri, tranquilli e silenziosi, avevano nelle foglie fresche come il riflesso del cielo di un azzurro perlaceo, e si stendevano così a perdita di occhio, sino alle vanescenze dell’orizzonte, chiuso da montagne lontane, di un azzurro più oscuro ma più vaporoso. Dal sito ove stava Jorgj si scorgeva appena il tetto della cantoniera, dal cui fumaiuolo si innalzava una lunga spira di fumo diafano, ma non si vedeva punto la capanna dei pastori, molto più lontana, nell’interno fitto del bosco.

Lo stradale serpeggiava per la pianura, fra i boschi, come un alveo asciutto e disseccato dal sole, e l’erba cresceva ai suoi lati ancora alta e bella, perché la greggia, che possedeva tanto pascolo nell’interno della pianura, non si era avanzata sin là.

Nania non veniva, Nania non compariva più. Gli occhi di Jorgj, che poco prima splendevano in un modo insolito al pensiero del bacio che avrebbe dato, volere o no, alla sua piccola innamorata, andavano rabbuiandosi sempre più e quasi si velavano di lagrime. Ah, San Giorgio mio, qualche cosa doveva esser successo. Forse Nania era malata, forse zio Gavinu, avea fiutato qualcosa e non la lasciava più andare all’acqua, forse… Jorgj si disponeva a lasciar il suo posto di attesa e recarsi alla cantoniera, con qualche pretesto, come ci si recava sempre, quando udì il galoppo di due cavalli, e vide passare, avvolti in un leggero nembo di polvere due bei signori a cavallo, che non si degnarono neppure di guardarlo.

Anch’egli, che vedeva spesso gente attraversare lo stradale, non fece gran calcolo di loro, scese dal ciglione e si avviò. Ma a metà strada si fermò, trasalendo. La vista della lunga anfora fiorita che egli conosceva tanto bene, gli fece battere violentemente il cuore, ma per poco. Non era Nania che la portava in testa, non era Nania che si avanzava sulla triste bianchezza dello stradale, col fazzoletto giallo cadente disteso sulle spalle e fiammeggiante al sole. Era la piccola sorellina, Arrosa (Rosa).

- Perché vai tu all’acqua, oggi? – le gridò Jorgj quasi adirato.

Invece di rispondergli, Arrosa, una monella della peggior specie, appena lo riconobbe cominciò a strillare, per farlo stizzire:

Tiligherta, tiligherta

mamma tua est in gherta,

babbu tou est morinde,

tiligherta baetinde…

Ma egli non vi badò e ripeté la sua domanda, meno duramente, avvicinandosi alla piccina.

Arrosa, temendo la picchiasse, gli fece allora un bel sorriso e gli rispose: – Perché Nania sta lavorando.

- E cosa sta facendo?

- Sta lavorando perché vengono l’impresario e l’ingegnere. Non li hai veduti a passare?

- Ah, erano quei due signori? Ci vengono molto spesso?

- Così! Delle volte spesso e delle volte poco. Cosa te ne importa?

Jorgj pensò di accompagnare la piccina al ruscello per saper qualche cosa su quei signori che già lo ingelosivano e lo indispettivano, perché a causa loro non aveva veduto Nania, quella sera. Passando vicino al ciglione indicò le pecore ad Arrosa dicendole:

- Lo vuoi un agnellino, un agnellino bianco come dente di cane?

Arrosa credette la pigliasse in giro e per vendicarsi ripeté la battorina della tiligherta, cantandola tutta in un miscuglio di nuorese, di campidanese e di ozierese, ma Jorgj le ripeté così seriamente la proposta che riuscì poi ad aver molti particolari sui due signori.

L’impresario era nuorese e l’ingegnere, quello con la barba bionda, continentale.

Quest’ultimo Arrosa lo conosceva da molto, da molto tempo. Ogni volta che veniva alla cantoniera regalava del bel danaro a Nania, che parte lo dava al babbo, e parte se lo nascondeva entro un sacchettino, sotto i materassi: e a lei, ad Arrosa, non dava mai nulla, mai… Perciò non lo poteva vedere.

- Come si chiama? – chiese Jorgj, facendo una smorfia significantissima.

- Signor Guglielmo…

- Restano lì a dormire?

- Sì.

Ad un tratto Jorgj piantò la piccina e se ne andò, cupo in viso.

- Tiligherta, – gli gridò Arrosa, – ricordati l’agnellino, l’agnellino…

Ma egli non rispose e in breve scomparve sotto il bosco. Una terribile gelosia lo tormentava. Tornò all’ovile, ma si sentiva così di malumore che si bisticciò con zio Concafrisca, l’altro pastore, e quasi quasi venivano alle mani. Riprese a battere il bosco, trascinando la sua tristezza per le macchie di cisto odoranti, al dolce tramonto, di rosa, e non poté far nulla per tutta la sera.

All’imbrunire si avvicinò alla cantoniera, ma non ebbe il coraggio di entrarvi. Per lung’ora vi si aggirò intorno, come un’anima dannata, ma solo di notte poté accostarsi.

Benché dal fumaiolo s’innalzasse ancora una sottile striscia di fumo perdentesi nella vaporosità della fresca notte di aprile, la porta era chiusa, chiuse le finestre e un grande silenzio regnava intorno. Dalla finestra della camera dell’ingegnere, a pian terreno, sfuggiva la luce del lume che descriveva un quadrato luminoso sullo stradale.

Jorgj Preda si avvicinò e vide, attraverso i vetri, il signore dalla barba bionda, quello che Arrosa aveva detto esser l’ingegnere, in maniche di camicia.

Probabilmente si preparava ad andar a letto. Era alto e magro, biondo e con gli occhi piccoli, di cui non si distingueva il colore, stretti agli angoli in un modo bizzarro che dava un’espressione simpatica a tutta la sua fisionomia. Un bell’uomo, infine, che poteva esser vecchio, non si sapeva precisamente distinguere.

Jorgj lo divorava con gli occhi, allorché vide entrare Nania. Un fremito agitò tutta la sua persona e, inconsapevolmente, diede un balzo serpentino, indietreggiando, per non essere veduto dalla fanciulla.

Nania era una piccola fanciulla sottile e triste. Nel suo visino di quindici anni aleggiava sempre una serietà quasi tragica, e il pallore fosco della sua carnagione finissima veniva accresciuto dalla tinta cinerea dei suoi capelli biondi. Uno splendore di capelli crespi, foltissimi che dovevano pesarle sulla piccola testa liliale, di bambina cresciuta innanzi tempo. Infatti essa era da tre o quattr’anni, dopo la morte della mamma, la massaia della cantoniera.

Faceva tutto, aiutata a mala pena da Arrosa, e non perdeva un minuto di tempo. Solo da tre settimane pareva distratta, trascurava le sue faccende domestiche e si assentava lung’ora nell’andare al ruscello. Veniva invasa a momenti da scoppi di pazza allegria, ed a volte piangeva dirottamente, e zio Gavinu si accorgeva del suo cambiamento, ma non diceva nulla e non riusciva a indovinarne la causa.

Dallo stradale Jorgj Preda, fremente e cupo, fissava gli occhi scintillanti attraverso i vetri, intimamente vinto anche da un dolce sentimento di tenerezza e di passione nel rivedere la piccola e fragile giovinetta che lo aveva stregato, e per la quale avrebbe dato un’archibugiata magari al re.

Nania indossava un costume della parte di Ozieri, donde era nativo zio Gavinu Faldedda, ma conservava il fazzoletto disteso come le campidanesi. Il corsetto, di broccato molto consunto, veniva allacciato sul davanti da una molteplice incrociatura di stringa rossa, e così senza maniche talari della camicia, abbottonate ai polsi.

La sottana e il grembiale erano semplicissimi, d’indiana oscura, e Nania non aveva altro ornamento che una piccola collana di corallessa intorno al sottile collo gentile. Era scalza e a testa nuda e recava un boccale d’acqua nella camera dell’ingegnere.

Jorgj vide la sua innamorata sorridere al bel signore e questi avvolgerla tutta in uno sguardo ed in un sorriso di amore. Graziosa e svelta, Nania depose il boccale in un canto, e poi si fermò vicino all’ingegnere. Parlavano. Dal sito dove si trovava Jorgj non sentì nulla, e d’altronde era colto da vertigini spasmodiche di collera e di gelosia. Ah, non vi era dubbio, non v’era dubbio… Nania lo tradiva, a Nania piacevano i bei signori puliti e ricchi.

Tutto il sangue affluiva al volto di Jorgj e le tempie gli picchiavano a martello. Se avesse avuto un archibugio avrebbe sparato, traverso i vetri, uccidendo quel signore che veniva a rubargli la vita.

Ad un tratto impallidì e diede un secondo sbalzo, più serpentino e fremente del primo.

Ah, ciò che egli vedeva!… Credé di impazzire e mai dimenticò la sensazione provata in quell’istante.

L’ingegnere, dopo molti sorrisi e molte parole aveva preso la testolina di Nania tra le sue mani, tra le sue lunghe mani di un candore e di una delicatezza femminile, e l’aveva coperta di baci. Poi aveva abbracciato, tenendosela lungamente a seno, la fanciulla, che sorrideva e piangeva tutt’insieme. Jorgj gemé sullo stradale. L’ingegnere dovette sentir qualcosa perché lasciò bruscamente Nania e si avvicinò ai vetri. Jorgj ebbe il sangue freddo di ritirarsi presso il muro e non fu visto. Egli però vide il quadrato di luce sparire dallo stradale e si accorse che gli sportelli della finestra erano stati rinchiusi.

Allora fu preso da una rabbia immane e da una grande vigliaccheria, e fu per picchiare alla porta della cantoniera per dire a zio Gavinu:

- Guardate ciò che accade, guardate!… -. Ma non lo fece. Prese invece la decisione di massacrare l’ingegnere, e quasi calmato da quest’idea si allontanò, mentre strani singhiozzi aridi, strazianti, gli contorcevano la gola…

All’alba Jorgj Preda, appostato dietro una fratta, a un quarto d’ora di distanza dalla cantoniera, armato con l’archibugio di zio Concafrisca, attendeva il passaggio dell’ingegnere per tirargli un’archibugiata numero uno. Arrosa gli aveva detto, la sera prima, che i due signori avrebbero proseguito l’indomani verso l’altra cantoniera, dunque dovevano passare di là, e egli aspettava… con una feroce decisione nel volto orrendamente scomposto, e negli occhi più tetri e annuvolati del solito. Nell’alba fresca di aprile un magico incantamento di vaghe luminosità e di profumi allagava la campagna; l’orizzonte del bosco sfumava nell’oriente color d’oro; e nelle macchie lucenti di rugiada le agasselle cantavano gaiamente, ma Jorgj Preda badava a tutt’altro che alla idilliaca poesia mattutina.

Dalla sua fratta dominava un gran tratto di stradale e vedeva il ponte sotto il quale scorreva un nastro d’acqua smorta, assorbita da alti giunchi e dall’asfodelo che cominciava a fiorire.

E ripensava ai sogni fatti tante volte, seduto sull’orlo del ponte, alle canzoni cantate a voce altissima, per esser intese da Nania in lontananza, accompagnate dal susurro dei soveri e dal tintinnio delle greggie che ogni notte venivano ad abbeverarsi in quel sito, giacché l’altro ruscello Jorgj lo rispettava come cosa sacra, servendo l’acqua per la cantoniera.

A momenti lo spirito del giovine pastore veniva conquisto dalla tenerezza delle ricordanze, e allora pensava di allontanarsi, chiedendosi se tutto non era stato un cattivo sogno, ma la sensazione della realtà lo riprendeva tosto e non si muoveva.

Ma gli aspettati non passavano più, e ogni minuto gli pareva un secolo, giacché poteva passar gente e scoprirlo, e nella paura temeva anche di sbagliare il tiro.

Eccoli finalmente! Il sole stava per spuntare sull’estremità lucente del bosco, allorché Jorgj scorse i loro cavalli e sentì la voce aborrita del suo rivale. Traverso i cespugli intricati del suo nascondiglio, con gli occhi acuti di falco spalancati e avidi, fissò l’ingegnere, per esaminarlo meglio che non l’avesse fatto la notte prima, e un sorriso amaro gli contrasse le labbra sottili e belle, rese bianche e aggrinzate dalla disperazione di quella lunga notte infernale.

Ah, quel signore era bello e gentile. Cosa contava lui, Jorgj Preda, la Tiligherta, col suo volto nero ed i suoi stracci, cosa contava in paragone di quel signore bianco e biondo, così ben vestito ed elegante? Nania sottile e vezzosa come una signora, aveva ben ragione di preferirlo; ma allora perché, se le piacevano i signori, perché lo aveva stregato, dicendogli che gli volea bene e lo attenderebbe per marito?

Sul punto di assassinare un uomo Jorgj Preda sentiva una spasmodica volontà di piangere. I signori si avvicinano. Jorgj rivide Nania, la sua piccola Nania che adorava ancora come Nostra Signora del Miracolo, fra le braccia dell’ingegnere e alzò il vecchio archibugio di zio Concafrisca.

Passando sotto il suo tiro, l’ingegnere, che non pensava certo al terribile pericolo sovrastante, alzò la testa, si levò il cappello bianco da campagna e lo tenne un poco sull’arcione e un momento dopo sorrise, sempre ragionando col compagno, col viso rivolto verso la fratta ove stava Jorgj. Pareva lo scorgesse. Il sole spuntò e la sua prima luminosità di un giallo roseo inondò lo stradale e le persone dei due cavalieri.

Jorgj non sparò e lasciò passare sano e salvo il suo rivale.

Egli aveva veduto gli occhi e il sorriso dell’ingegnere e uno strano pensiero, balenandogli all’improvviso nella mente sconvolta, aveva fermato la sua mano.

Alle due, appoggiato alla sua lunga pertica – il suo scettro da pastore – ritto come il giorno prima sul ciglione pieno di erba e di margherite, spiava l’arrivo di Nania. La mattina recatosi a Nuoro con l’entrata, cioè col formaggio fresco, la ricotta ed il latte, Jorgj si era tutto cambiato di vesti ed ora nella bianchezza opaca della sua camicia, col volto fatto pallido dalle terribili emozioni sofferte, pareva quasi bianco. La sofferenza e l’insonnia gli avevano affilato i lineamenti, tanto che Nania, appena furono nell’ombra del ciglione gli disse:

- Perché sei così bello, oggi?…

La piccola fanciulla possedeva una voce dolce e triste resa più affascinante dalla schietta pronunzia logudorese del suo linguaggio.

Jorgj, cupo negli occhi, sulle prime non rispose e la fissò acutamente, quasi volendo penetrarle nell’anima.

- Sei più bella tu… – rispose con voce irata. E prendendole di mala maniera l’anfora la depose in terra dicendo: – Oggi dobbiamo parlare a lungo, Nanì…

Essa ebbe paura e lo guardò spaventata. Nel suo gran fazzoletto color d’oro, a fiorami, disteso come un manto sulle spalle, Jorgj la trovò tanto bella che si addolcì improvvisamente e restò estatico a guardarla. Pareva una di quelle figure sacre dipinte sullo sfondo di arazzi moreschi, che si ammirano in qualche tela italiana del secolo XV, e Jorgj, pensando alle brune bellezze delle ragazze che fino ad allora aveva conosciuto, si convinceva nel suo dubbio.

- Siedi – disse, costringendola a sedersi sopra una pietra – ché parliamo.

- Non mi fermo, non mi fermo… – disse lei, tremando. – Il babbo…

- Tuo padre è lontano e nessuno ci vedrà. E anche se ci vedono che male c’è?… Non possiamo esser amici, conoscenti?…

- Dio mio, Dio mio, non posso…

In realtà Nania sentiva un grandissimo piacere all’idea di starsene per un buon pezzo seduta presso Jorgj e benché provasse una grande paura non si muoveva.

- Cosa hai oggi? – gli chiese tremando. – Cosa hai? Sei forse stizzito perché ieri non son venuta? Sai c’era l’impresario, c’era l’ingegnere e ho dovuto lavorare tanto. Non c’è nessuno nella cantoniera.

Tacque, con gli occhi perduti in un pensiero triste e doloroso e Jorgj, vedendola impallidire ancora di più, senza dubbio al ricordo dell’ingegnere, fremette e si allontanò un poco.

Egli spiava sempre il volto della fanciulla e un gran buio si faceva nell’anima sua. Non c’era dubbio, no. Nania lo tradiva, e l’ingegnere era il suo amante.

- Cos’hai, cos’hai? – ripeté essa.

- Cosa ho? – gridò Jorgj, agitando le braccia come un pazzo. – Tu lo sai meglio di me cosa ho…

- Io non so nulla! Diventi matto?

- Sì, credo di impazzire. Nania, senti, tu sei piccola, ma sei più maligna di me. Tuttavia non continuerai a ridere di me, no, non continuerai. Tu mi hai preso per un ragazzo, ma non lo sono, no. Sono soltanto un povero disgraziato, ma tu non dovevi riderti di me, perché io sono buono a farti pagar caro questo gioco, Nanì, lo senti, Nanì?

Nania lo guardava stupita, e non trovò che rispondere alla sua sfuriata.

- Non rispondi? – gridò Jorgj.

- Parla piano… – disse la ragazza, balzando su, tendendo le orecchie. – Se mio padre ci sente…

- E cosa me ne importa? Tanto non ho più nulla da vedere con te…

- Ma cosa hai, cosa ti hanno raccontato? – domandò lei con disperazione.

- Nulla, non mi hanno raccontato nulla, ho veduto io, con questi occhi, ho veduto ieri notte.

Eh, perché avete lasciato la finestra aperta, bella mia? Ma questa mattina se l’ha veduta tra il naso e le labbra ad esser massacrato il tuo bel signore.

Non l’ho fatto perché mi è venuta una pazza idea. L’ho visto a sorridere e mi è sembrato che ti rassomigliasse, e ho pensato, guarda che matto, ho pensato: chissà che sia suo padre… Ora mi accorgo ch’era una pazzia. Che tuo padre! Tuo padre è zio Gavinu, il diavolo lo pigli e tu sei… tu sei… – conchiuse Jorgj ingoiando un terribile insulto – tu sei l’amante dell’ingegnere.

Tutti i colori dell’arcobaleno passavano sul viso dolente di Nania. Il cuore, il suo piccolo cuore appassionato, pareva volesse squarciare il broccato consunto del vecchio corsettino, e grosse lagrime le brillavano negli occhi. Non cercò di negare, e neppure di parlare. Con una immensa paura infantile, temendo che Jorgj le facesse del male, pensò di scappare e si mosse con un atto così repentino che il giovine stentò a raggiungerla, nello stradale.

- Nania – esclamò, sorridendo suo malgrado e afferrandola al braccio – non ti credevo sì cattiva… Perché fuggi? Temi che ti uccida, forse?… -. Anche essa non poté fare a meno di sorridere, il fazzoletto le era caduto di testa e il sole le inondava tutta la bionda testolina.

Jorgj mandò una esclamazione di gioia e di stupore scorgendo il suo volto sorridente e i suoi occhi azzurri – di un azzurro verdognolo – perfettamente simili a quelli dell’ingegnere.

- Nania, Nania, perdonami – le disse, sorridendo e singhiozzando. – Vieni, vieni, e facciamo la pace. Come è vero Dio, come è vera Nostra Signora del Miracolo, io non dirò a nessuno questo fatto. Non ne farò parola neppure a te, mai, mai, mai più. Vieni là a prender l’anfora, vieni, vieni…

La prese quasi fra le sue braccia e la ricondusse all’ombra. Nania sembrava morta, tanto restava pallida e immota, ma quando Jorgj disse:

- Chi lo credeva, chi lo poteva pensare… tua madre… -. Nania si eresse, col volto infuocato e con gli occhi lucenti d’ira e di pianto e gridò:

- Mia madre è morta! Rispettala perché era una santa. L’ingegnere mi ha baciato e mi ha abbracciato perché io sono la sua amante… Uccidimi pure, Jorgj Preda, uccidimi, ma non cercare mia madre…

E cadde a terra, schiattando in pianto. Con quelle parole essa perdeva tutto. Perdeva l’amore di Jorgj che essa adorava con tutto l’entusiasmo dei suoi quindici anni, del suo primo amore, perdeva i suoi sogni e le sue dolci speranze, perdeva l’onore e forse metteva in pericolo la sua vita e quella dell’ingegnere, ma che importava? La memoria di sua madre – la cui colpa era ignota a tutti e specialmente a Gavinu Faldedda, che ancora la piangeva, adorandone il ricordo – veniva salvata dal suo sacrifizio…

Ma Jorgj Preda aveva veduto.

Per qualche momento restò immobile e silenzioso a guardare la piccola fanciulla seduta sull’erba, che piangeva sempre. I suoi singulti infantili, disperati si perdevano nel gran silenzio meridiano, e per l’immensa campagna dormiente Jorgj non udiva altro rumore.

E fu per fuggire, sentendosi vile e indegno davanti alla piccola Nania, ma naturalmente non poté muovere un passo. Si ricordò invece tutte le belle promesse che si erano scambiate, si ricordò i sogni d’amore fatti specialmente la notte, mentre le greggie si abbeveravano sotto il ponte, laggiù, tra l’asfodelo e gli oleandri, pensò che fra tre anni sarebbe in grado di sposare Nania, e si chinò.

- Lasciami stare… – disse lei.

Ma Jorgj la sollevò come una piuma, se la prese tra le braccia e le coprì il volto di baci finché riuscì a rassicurarla e a farla sorridere.

MACCHIETTE

I

Albeggia. Sul cielo azzurro cinereo d’una dolcezza triste e profonda, curvato sull’immenso paesaggio silenzioso, passano sfiorando larghi meandri di un rosa pallidissimo, via via sfumanti nell’orizzonte ancora oscuro. Grandi vallate basse, ondeggianti, uniformi, s’inseguono sin dove arriva lo sguardo, chiazzate d’ombra, selvaggie e deserte. Non un casolare, un albero, una greggia, una via.

Solo viottoli dirupati, muricciuoli cadenti coperti di musco giallo, un rigagnolo dalle acque color di cenere stagnanti fra giunchi di un verde nero desolato, e bassi roveti, estese macchie di lentischio le cui foglie riflettono la luce cilestrina dell’alba. Dietro, sull’altezza bruna del nord biancheggiano grandi rupi di granito grigio e la cinta di un cimitero.

La croce nera disegnata sul cielo sempre più roseo, domina le vallate deserte: e pare l’emblema del triste paesaggio senza vita stendentesi silenzioso sotto la curva del cielo azzurro-cinereo. Albeggia.

II

Sotto il bagliore ardente della meriggiana la cantoniera bianca dal tetto rosso, tace, dorme: le finestre verdi guardano pensose sullo stradale bruciato dal sole, e giù dal cornicione di un turchino slavato calano frangie d’ombra d’una freschezza indescrivibile. Lo stradale bianchissimo, disabitato, dai mucchi di ghiaia sprizzanti scintille al sole, serpeggia per una vasta pianura coperta di boschi di soveri.

In lontananza, alte montagne a picco, velate di vapori azzurri e ardenti, chiudono in circolo l’orizzonte infuocato. Sotto l’aria ferma, irrespirabile, nello splendore piovente dal cielo di metallo, i soveri nani, lussureggianti, proiettano corte penombre verdastre sul suolo arido, sui massi, tappezzati di borraccine morbide come peluche. Una fanciulla è coricata appunto su uno di questi massi, supina, le braccia e le gambe semi-nude.

La sua persona esile e ben fatta spicca sul verde tenero di quel tappeto naturale, e i fiori rossi di broccato del suo corsetto un po’ lacero sanguinano nella penombra del bosco. Nel caldo asfissiante del meriggio, nel costume consunto e misero, stuona meravigliosamente la carnagione della fanciulla, di una bianchezza fenomenale, tanto più che sotto il fazzoletto giallo si vedono dei capelli nerissimi, e sotto le palpebre stanche due occhi di un nero-cenerognolo foschi e impenetrabili. Chi è? Impossibile saperlo: ella non fa il minimo movimento nel languore spossato del caldo, e forse sogna, forse dorme, bianca e silente come la cantoniera vicina, sotto il bagliore ardente della meriggiana.

III

Il sole tramonta: dal villaggio in festa giunge un rumore confuso, vago e lontano, sino alla stanzetta tranquilla della casa del contadino.

La finestra è aperta sul poggiuolo di mattoni crudi su cui tremola alla brezza del tramonto una povera pianticella di basilico, che pare sorrida anch’essa, benché sola e dimenticata, fra la letizia dei casolari neri e del cielo d’oro. Oh, i luminosi orizzonti! La vallata verde circonda il villaggio, e la vegetazione in fiore olezza e risplende fra la nebbia ignea del sole al declino. Dal piccolo poggiuolo di mattoni crudi si domina una viuzza strettissima e altre casette piccine, annerite dal tempo, i tetti muschiosi, via salienti sino al vecchio maniero spagnuolo, la cui facciata di stile moresco rosseggia in viso all’ovest, gli spalti cadenti perduti fra gli splendori del cielo, come il ricordo della triste dominazione aragonese nella luce dei nuovi tempi. Nella casetta più vicina al poggiuolo la porticina nera è chiusa, ma al di fuori sta appesa una corona di fichi diseccantisi e sul davanzale della finestruola un gatto dalla schiena tutta abbruciacchiata contempla solennemente sulla via, dove passa solo una donnina in costume, dal viso color di rame, allacciandosi bene il corsetto di panno giallo e di velluto viola cesellato. Dentro la stanzetta del poggiuolo un giovine, anch’esso in costume, piglia il caffè. Ha posato la chicchera verde sulla cappa di una specie di vecchio camino, e ritto dando le spalle alla finestra, beve a centellini la prediletta bevanda.

È malato, ma sul suo viso biondo, pallidissimo, da convalescente, sta dipinta un’intima voluttà, il benessere di chi si riaffaccia pieno di speranza alla vita, dopo una lunga malattia. Il letto di legno, dalle coperte di percalle a fiorami arabeschi, basso e duro ma con una fisionomia tranquilla, tipica, diremo quasi sonnolenta, le sedie grigie, il rozzo guardaroba rosso, la cassa nera di legno scolpito a strani fiori e animali antidiluviani, la tavola coperta da un tappeto bianco, adorna di vassoi e chicchere, tutto sorride intorno al giovine contadino convalescente, nella pace beata della povertà felice, nella luminosità del tramonto di rosa. In alto, sulle pareti tinte di calce, una innumerevole fila di quadretti a vivi colori scintillano soavemente nel polviscolo d’oro, e i vecchi vetri della finestra ardono come lastre di orpello al riflesso del sole che tramonta.

IV

E cade la notte! Nella chiesa miracolosa, nel famoso santuario ove la folla immensa è passata senza lasciare traccia alcuna, la penombra si addensa, livida, fredda e piena di mistero.

In fondo, dai finestroni bizantini, piove un acuto albore azzurro sul pavimento di mattoni a mosaico il cui smalto ha vaghi riflessi d’acqua stagnante: in alto, sull’altare bianco, una lampada di cristallo vermiglio spande tremoli chiarori rossastri che scendono e salgono sui fiori pallidi, sui candelabri dorati, sulle colonnine doriche di diaspro della nicchia coperta da un panneggiamento cereo a marezzi azzurri, di damasco.

Superbe treccie nere, tutte nere, narratrici di romanzi e di drammi immani o pietosi, gioielli d’oro e d’argento, stupende membra di cera, mani di vergini cristiane di una suprema e morbida soavità, e colli bianchissimi ed eleganti da veneri greche, pendono sulle pareti gialle e polverose. Qui ancora troviamo una fanciulla, ma non è più la popolana sopita nel meriggio del bosco. È signora: vestita di bianco, inginocchiata sui gradini dell’altare, la fronte sulla balaustrata, le mani strette convulsivamente una con l’altra nel fervore della preghiera.

Le pieghe morbide del suo lungo vestito dalle alte maniche alla Margherita di Valois, cadono al suolo con abbandono artistico da statua, e biancheggiano soavi nella penombra rossastra della lampada notturna.

Il volto pallido della fanciulla, i grandi occhi castanei e profondi esprimono una disperazione straziante, cresciuta dalla tetra melanconia del crepuscolo morente. Oh, qual grazia chiedono mai quegli occhi al santo miracoloso nascosto dietro la cortina di damasco come un re orientale? Ecco, ella s’alza al fine, e uscita sulla spianata si ferma immobile davanti al parapetto che guarda nella valle.

Sul cielo tinto di croco e di smeraldo si elevano i monti neri e la luna spunta fra le loro creste frastagliate. La rena della grande spianata scintilla ai primi raggi della luna, e il villaggio si profila laggiù, fra le agavi grigie e i pioppi argentei della valle, mentre il santuario spicca sul cielo violaceo del nord, coi due grandi finestroni bizantini che paiono due strani occhi di bronzo smaltati al riflesso dell’oriente fatto splendido dall’alba della luna.

Dietro, le terre di mezzanotte, immense campagne opime, valli dirupate in cui rugghia il torrente, e montagne sulle cui cime domina la leggenda, si stendono vaghe e indistinte come un sogno, nella luce vaporosa dell’ultimo crepuscolo, e i forti borghi solitari riposano fra i lentischi cinerei della pianura o su i greppi neri delle rupi scoscese.

La fanciulla bianca guarda al nord, e grandi visioni misteriose, sogni arcani e profondi le attraversano gli occhi pensosi perduti nell’estrema lontananza; e il suo volto pallido, il suo vestito marmoreo paiono d’argento nella nivea luminosità della luna sempre più bianca e fulgida a misura che cade la notte.

V

Nell’alta notte plenilunare tre cavalieri passano al galoppo attraverso il sentiero delle montagne rocciose. La canna dei loro fucili brilla alla luna, e i cavalli nitriscono nel profondo silenzio del paesaggio sublime.

Lontano, le nuvole salgono dal mare di madreperla sottilmente pennellato nell’estremo orizzonte, salgono lente sul cielo d’orpello del plenilunio, azzurre e diafane sul fondo bianco dell’infinito.

Sulle cime delle alte montagne rocciose la neve disegna un profilo iridato, fantasmagorie marmoree e miniature d’oro degne dei versi d’Heine, ma le quercie annose fremono al vento di tramontana che susurra tetre leggende e storie di sangue fischiando fra le gole dirupate e le grotte di granito. Il sentiero asprissimo attraversa tortuoso le rupi immani e i macigni neri che assumono fantastiche forme di torri gotiche rovinate e di dolmen coperti d’edera e di rubi, reso più pericoloso e pittoresco dalla luce della notte. Sotto il bosco i raggi della luna piovono a fasci, come getti di diamanti, proiettando aurei arabeschi e damaschinature orientali sulle felci bionde ondulate dal vento: attraverso le quercie brune il cielo lunato ha un aspetto così incantato coi suoi gemmei splendori che richiama al pensiero i cieli impossibili delle novelle da fate; e i ciclamini, i verbaschi, l’usnea dei tronchi impregnano l’aria d’un acuto profumo da foresta tropicale. Oltre i tre cavalieri che attraversano il sentiero, neri, muti, avvolti nei loro cappotti bruni dal cappuccio a punta, come cavalieri erranti da epopea medioevale, un piccolo mandriano con la sua greggia popola ad un tratto la solitudine infinita delle montagne. Seduto sotto una rupe, insensibile al vento che fischia nel limpido plenilunio, guarda le pecore pascolanti nella notte chiara, intento al loro tintinnio monotono e melanconico vibrante fra i burroni erbosi e le pietre muscose, fra le eriche selvaggie e i tronchi divelti dalla procella.

Il piccolo mandriano è brutto, il volto oscuro come l’albagio del suo ferraiuolo, ma nei suoi occhi cuprei dal bianco azzurrino e l’iride piena di un languore profondo, splende un raggio pensoso che è tutta una rivelazione: forse il piccolo pastore è già poeta e nell’interno della sua mente vergine e selvaggia come le montagne rocciose su cui scorrono i suoi giorni deserti, gusta più che qual siasi artista colto e fine la poesia ineffabile, piena di voluttà sovrumane e spirituali; del silenzio azzurro dell’alta notte plenilunare.