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Gabriele D’Annunzio – Le vergini delle rocce

EText-No. 42513
Title: Le vergini delle rocce
Author: Montenevoso, Gabriele d’Annunzio, principe di;1863;D’Annunzio, Gabriele;Annunzio, Gabriele d’;1938
Language: Italian
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EText-No. 42513
Title: Le vergini delle rocce
Author: Montenevoso, Gabriele d’Annunzio, principe di;1863;D’Annunzio, Gabriele;Annunzio, Gabriele d’;1938
Language: Italian
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EText-No. 42513
Title: Le vergini delle rocce
Author: Montenevoso, Gabriele d’Annunzio, principe di;1863;D’Annunzio, Gabriele;Annunzio, Gabriele d’;1938
Language: Italian
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EText-No. 42513
Title: Le vergini delle rocce
Author: Montenevoso, Gabriele d’Annunzio, principe di;1863;D’Annunzio, Gabriele;Annunzio, Gabriele d’;1938
Language: Italian
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EText-No. 42513
Title: Le vergini delle rocce
Author: Montenevoso, Gabriele d’Annunzio, principe di;1863;D’Annunzio, Gabriele;Annunzio, Gabriele d’;1938
Language: Italian
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Olinto Marinelli – Guida delle Prealpi Giulie – Distretti di Gemona, Tarcento, S. Daniele, Cividale e S. Pietro

EText-No. 41948
Title: Guida delle Prealpi Giulie – Distretti di Gemona, Tarcento, S. Daniele, Cividale e S. Pietro
Author: Marinelli, Olinto
Language: Italian
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EText-No. 41948
Title: Guida delle Prealpi Giulie – Distretti di Gemona, Tarcento, S. Daniele, Cividale e S. Pietro
Author: Marinelli, Olinto
Language: Italian
Link: 4/1/9/4/41948/41948-h/41948-h.htm

EText-No. 41948
Title: Guida delle Prealpi Giulie – Distretti di Gemona, Tarcento, S. Daniele, Cividale e S. Pietro
Author: Marinelli, Olinto
Language: Italian
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EText-No. 41948
Title: Guida delle Prealpi Giulie – Distretti di Gemona, Tarcento, S. Daniele, Cividale e S. Pietro
Author: Marinelli, Olinto
Language: Italian
Link: 4/1/9/4/41948/41948-h.zip

EText-No. 41948
Title: Guida delle Prealpi Giulie – Distretti di Gemona, Tarcento, S. Daniele, Cividale e S. Pietro
Author: Marinelli, Olinto
Language: Italian
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Folgore da San Gimignano – Guelfi, per fare scudo delle reni

Guelfi, per fare scudo delle reni,
avete fatto i conigli leoni,
e per ferir sí forte di speroni,
tenendo vòlti verso casa i freni.

E tal perisce in malvagi terreni,
che vincerebbe a dar con gli spontoni;
fatto avete le púpule falconi,
sí par che ‘vento ve ne porti e meni.

Però vi do conseglio che facciate
di quelle del pregiato re Roberto,
e rendetevi in colpa e perdonate.

Con Pisa ha fatto pace, quest’è certo;
non cura delle carni malfatate
che son remase a’ lupi in quel deserto.

Pier delle Vigne, Amando con fin core e co speranza

Amando con fin core e co speranza,
di grande gioi fidanza
dona[o]mi Amor piu ch’eo non meritai,
che mi ‘nalzao coralmente d’amanza
da la cui rimembranza
lo meo coragio non diparto mai;
e non por[r]ia partire
per tutto il meo volire,
sì m’è sua figura al core impressa,
ancor mi sia partente
da lei corporalmente,
la morte amara, crudele ed ingressa.
La morte m’este amara, che l’amore
mut[a]omi in amarore;
crudele, chè punio senza penzare
la sublimata stella de l’albore
senza colpa a tuttore
per cui servire mi credea salvare.
Ingressa m’è la morte
per afretosa sorte,
non aspettando fine naturale
di quella in cui natura
mise tutta misura
for che termin di morte corporale.
Per tal termino mi compiango e doglio,
perdo gioia e mi sfoglio
quando [di] sua conteza mi rimembra
di quella ch’io amare e servir soglio.
Di ciò viver non voglio
ma dipartire l’alma da le membra;
e faria ciò ch’eo dico,
se non c’a lo nemico
che m’à tolta madonna placeria:
ciò è la morte fera,
che non guarda cui fera,
per lei podire aucire eo moriria.
No la posso [a]ucire, nè vengiamento
prendere al meo talento,
più che darmi conforto e bona voglia;
ancora non mi sia a piacimento
alcun confortamento,
tanto conforto ch’io vivo in doglia.
Dunqua vivendo eo
ve[n]gio del danno meo
servendo Amor cui la morte fa guerra,
e[d] a lui serviragio
mentre ch’eo viveragio;
in suo dimin rimembranza mi ser[r]a.
Rimembranza mi ser[r]a in suo dimino,
und’e[o] ver lui mi ‘nchino,
merzè chiamando [a] Amore che mi vaglia.
Vagliami Amore per cui non rifino,
ma senza spene afino,
c’a lui servendo gioi m’è la travaglia;
donimi alcuna spene;
ma di cui mi sovene
non voi’ che men per morte mi sovegna,
di quella in cui for mise
tutte conteze assise,
senza la quale Amore in me non regna.

Pier delle Vigne, Amore, in cui disio ed ò speranza

Amore, in cui disio ed ò speranza
di voi, bella, m’à dato guiderdone;
guardomi infin che vegna la speranza,
pur aspettando bon tempo e stagione;
com’om ch’è in mare ed à spene di gire,
quando vede lo tempo ed ello spanna
e già mai la speranza no lo ‘nganna,
così faccio, madonna, in voi venire.
Or potess’eo venire a voi, amorusa,
o come larone ascoso e non paresse!
Ben lo ter[r]ia in gioia aventurusa
se l’Amor tanto bene mi facesse!
Sì bel parlante, donna, con voi fora
e direi como v’amai lungiamente
più ca Piramo Tisbia dolzemente,
ed ameragio infin ch’eo vivo ancora.
Vostro amor è che mi tene in disi[r]o
e donami speranza con gran gioi,
ch’eo non curo s’io doglio od ò martiro
membrando l’ora ched io vegna a voi,
ca, s’io troppo dimoro, par ch’io pera,
[ aulente lena ], e voi mi perderete;
adunque, bella, se ben mi volete,
guardate ch’io non mora in vostra spera.
In vostra spera vivo, donna mia,
e lo mio core adesso a voi dimanda,
e l’ora tardi mi pare che sia
che fino amore a vostro cor mi manda.
Guardo tempo che vi sia a piacimento
e spanda le mie vele in ver voi, rosa,
e prenda porto là ove si riposa
lo meo core a l[o] vostro insegnamento.
Mia canzonetta, porta esti compianti
a quella c’à ‘n bailìa lo meo core
e le mie pene contale davanti
e dille com’eo moro per suo amore,
e mandimi per suo messagio a dire
com’io conforti l’amor ch’i[n] lei porto,
e, s’io ver lei feci alcuno torto,
donimi penitenza al suo volire.

Odo delle Colonne, Distretto core e amoruso

Distretto core e amoruso
gioioso mi fa cantare;
e certo s’io son pensuso,
non è da maravigliare:
c’Amor m’à usato a tal uso
che m’à sì preso la voglia,
che ‘l disusare m’è doglia
vostro piacere amoruso.
L’amoroso piacimento
che mi donava allegranza,
vegio che reo parlamento
me n’à divisa speranza.
Ond’io languisco e tormento
per [la] fina disianza,
ca per lunga dimoranza
troppo m’adastia talento.
Lo pensoso adastiamento
degiate, donna, allegrare,
per ira e isplacimento
d’invidïoso parlare,
e dare confortamento
a lu leali amadori,
sì che li rei parladori
n’agiano sconfortamento.
Sconfortamento n’avrano,
poi comandato m’avete
ch’io mostri tal viso vano,
che voi, bella, conoscete;
e co [quello] crederano
ch’io ci agia mia diletanza,
e perderanno credanza
del falso dire che fano.
Fannomi noia e pesanza
di voi, mia vita piagente,
per mantener loro usanza,
la noiosa e falsa gente.
Ed io com’auro in bilanza
vi son leale, sovrana
fiore d’ogni cristiana,
per cui lo cor si ‘navanza.

Guido delle Colonne, Ancor che l’aigua per lo foco lassi

Ancor che l’aigua per lo foco lassi
la sua grande freddura
non cangeria natura
s’alcun vasello in mezzo non vi stassi;
anzi averria senza lunga dimura
che lo foco astutassi,
o che l’aigua seccassi;
ma per lo mezzo l’uno e l’autra dura.
Cusì, gentil criatura,
in me à mostrato Amore
l’ardente suo valore:
che senza Amore er’aigua fredda e ghiaccia,
ma Amor m’à sì allumato
di foco che m’abraccia,
ch’eo fora consumato,
se voi, donna sovrana,
non fustici mezzana
infra l’Amore e meve,
ca fa lo foco nascere di neve.
Immagine di neve si pò diri
omo che no à sentore
d’amoroso calore:
ancor sia vivo, non si sa sbaudiri.
Amore è uno spirito d’ardore,
che non si pò vediri,
ma sol per li sospiri
si fa sentire in quello ch’è amadore.
Cusì, donna d’aunore,
lo meo gran sospirare
vi por[r]ia certa fare
de l’amorosa flamma, und’eo so involto;
e non so com’eo duro,
sì m’ave preso e tolto;
ma parm’ esser siguro
che molti altri amanti,
per amor tutti quanti,
funo perduti a morti,
che non amaro quant’eo, nè sì forti.
Eo v’amo tanto, che mille fiate
in un’or mi s’arranca
lo spirito che manca,
pensando, donna, la vostra beltate.
E lo disio c’ò lo cor m’abranca,
crescemi volontate,
mettemi ‘n tempestate
ogni penseri, chè mai non si stanca.
O colorita e blanca
gioia, de lo meo bene
speranza mi mantene;
e s’eo languisco non posso morire,
ca, mentre viva sete,
eo non por[r]ia fallire,
ancor che fame e sete
lo corpo meo tormenti;
ma, sol ch’eo tegna menti
vostra gaia persona,
obbrio la morte, tal forza mi dona.
Eo non credo sia quel[lo] ch’avia,
lo spirito che porto,
ched eo fora già morto,
tant’ò passato male tuttavia;
lo spirito chi aggio, und’eo mi sporto,
credo lo vostro sia,
che nel meo petto stia
e abiti con meco in gioi e diporto.
Or mi son bene accorto,
quando da voi mi venni,
che, quando mente tenni
vostro amoroso viso netto e chiaro,
li vostri occhi piagenti
allora m’addobraro,
che mi tennero menti
e diedermi nascoso
uno spirto amoroso,
ch’assai mi fa più amare
che no[n] amò null’altro, ciò mi pare.
La calamita, contano i saccenti
che trar[r]e non por[r]ia
lo ferro per maestria,
se no che l’aire in mezzo lu consenti;
ancor che calamita petra sia,
l’altre petre neenti
non son cusì potenti
a traier, perchè non n’àno bailìa.
Così, madonna mia,
l’Amor s’è apperceputo
che non m’avria potuto
traer a sè, se non fusse per vui.
E sì son donne assai,
m’àno nulla per cui
eo mi movesse mai,
se non per voi, piagente,
in cui è fermamente
la forza e la vertuti.
Addonque prego l’Amor che m’aiuti.

Guido delle Colonne, Amor, che lungiamente m’ài menato

Amor, che lungiamente m’ài menato
a freno stretto senza riposanza,
alarga le toi retine, in pietanza,
chè soperchianza – m’a vinto e stancato;
c’ò più durato – ch’eo non ò possanza,
per voi, madonna, a cui porto lianza
più che non fa assessino asorcuitato,
che si lassa morir per sua credanza.
Ben este affanno dilittoso amare,
e dolze pena ben si pò chiamare;
ma voi, madonna, de la mia travaglia,
ca sì mi squaglia, – prenda voi merzide,
che ben è dolze mal, se no m’auzide.
Oi dolze ciera co sguardo soavi,
più bella d’altra che sia in vostra terra,
trajete lo meo core ormai di guerra,
che per voi erra – e gran trataglia nd’ avi:
ca si gran travi – poco ferro serra,
e poca pioggia grande vento aterra,
però, madonna, non vi ‘ncresca gravi,
s’Amor vi sforza, c’ogni cosa inserra;
chè certa no gli è troppo disinore
quand’omo è vinto da un suo megliore,
e tanto più da Amor che vince tutto.
Però non dutto – c’Amor non vi dismova
saggio guerreri vince guerra e prova.
Non dico c’a la vostra gran belleza
orgoglio non convegna e stiavi beni,
c’a bella donna orgoglio ben conveni,
che si manteni – in pregio ed in grandeza.
Troppa altereza – è quella che sconveni;
di grande orgoglio mai ben non aveni.
Però, madonna, la vostra dureza
convertasi in pietanza e si rinfreni;
non si distenda tanto ch’io ne pera.
Lo sole è alto, si face lumera,
e via più quanto ‘n altura pare:
vostro orgogliare, – per zo, e vostra alteze
fac[i]ami pro’ e tornimi in dolceze.
E’ allumo dentro e sforzo in far semblanza
di non mostrar zo che lo meo cor senti.
Oi quant’è dura pena al cor dolenti
stare tacenti – e non far dimostranza!
Chè la pesanza – a la ciera consenti,
e fanno vista di lor portamenti,
cosi son volentieri ‘n acordanza,
la cera co lo core insembramenti.
Forza di senno è quella che soverchia
ardir di core, asconde ed incoverchia.
Ben è gran senno, chi lo pote fare,
saver celare – ed essere segnore
de lo suo core quand’este ‘n errore.
Amor fa disviare li più saggi,
e chi più ama a pena à in sè misura;
più folle è quello che più si ‘nnamura.
Amor non cura – di far suoi dannaggi,
ca li coraggi – mette in tal calura,
che non pò rifreddare per freddura.
Gli occhi a lo core sono li messaggi
de’ lor cominciamenti per natura.
Dunque, madonna, gli occhi e lo meo core
avete in vostra man dentro e di fore,
ch’Amor mi sbatte e smena che no abento,
sì come vento – smena nave in onda.
Voi siete meo pennel che non affonda.