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Rinaldo d’Aquino, Meglio val dire ciò c’omo à ‘n talento

Meglio val dire ciò c’omo à ‘n talento,
ca vivere in penare istando muto
solo ched agia tal cominzamento
che, di po’ ‘l dire, non vegna pentuto;
chè ben pot’omo far tal movimento,
pu[r] ragion agia, non este ‘ntenduto;
per zo di diri agia avegiamento,
che non si blasmi de lo suo creduto.
E saccio ben c’a molti è adivenuto,
zo c’àn detto non à loco neiente;
sempre di lor de’ omo avere spera,
che folleggiando àn zo ched àn voluto,
non per saper, nè per esser temente:
chi cusì face, certo ben finèra.

Onesto Bolognese – Se co lo vostro val mio dire e solo

Se co lo vostro val mio dire e solo,
supplico lei cui siete ad ubbidenza,
che ristori a tutta vostra parvenza,
ch’io so che vo’ il cherete senza dolo.
Di voi fe’ prova di gioia il valore
quando parve; † di ragione ver’ voi fenne †
ché val più gioia a cui pena anzi venne;
ella vi loda, de lo vostro amore
dicendo: “Questi è bon combattitore:
servito m’ha, faccendoli malizia,
onde non m’è mestier farli mestizia
d’alcun diletto, ch’è degno d’onore”;
ed Amor m’ha dato di sé contezza,
sì ca·cciò dir per voi non m’è gravezza.
Quando gli apparve, Amore prende loco;
gendo diliberato, non dimora
in cor che sia di gentilezza fora;
e, ove il suo plager trova, non poco
sforza pur quel che l’ha già in su’ disio,
e tanto lui diletta dandoi torto,
ch’al sofferent’ è fame di gioi porto
e doglio e pena c’ha chi li servio,
sì che piangendo a la donna se·n gio
ed ella, per pietà, li diè ristoro:
ahi, quanto vol d’amor prego ed esoro
fa il servo vil, perde d’Amor l’ausilio.
Dunqua non pecca Morte in alcun lato
se non tol quel ch’è ad Amore ingrato.
Conceduto ha la donna che l’amasse
sugetto che lealmente servia,
conquiso che difesa non avia,
purch’a·llei lo suo servir non gravasse;
sì che omai la sua mente divide
dal suo contraro, e canoscenza dèle
quanto ha chiamato “morte” e “amaro fele”.
Pur vi rimembri dove Amor mo’ siede;
che laude far d’altrui el se n’avede,
onde poi cresce d’Amor più l’aita.
Lo qual io prego che vi déa compita
disïanza che le ovre arichiede:
a voi cred’e’ che non serà più duro,
ma per invidia agli altri sarà obscuro.
Amico, poi che servo vi consente
piena di grazia e di vertù, posare
deno li spirti vostri e acordare
l’alma e lo core e ‘l corpo a l’ubidiente.
Leve zà parmi lo vostro disiro,
ch’Amor, parlando ove no ‘nd’è martire,
accordò il vostro cor nel su’ cherire:
per che tormento né penser vi diro,
ma a voi, certo, vïa più disiro.
Ma so che in ciò non va·la mia preghera,
ché tanto avete di gioi la manera,
che infra no’ i’ stesso invidia vi tiro:
veggio ch’Amor vi fa così perfetto,
ed e’ vuol ch’i’ vi·l dica, e hamene stretto.
Plagemi d’esser vostro ne la luna,
stella d’amor a qual mi son segnato;
ell’ha il meo core dal vostro furiato
e voglio aver, ch’ène cosa comuna.
E parmi certo che molto disvaglia
gioia disfatta con martiri e guai,
se non l’ha cara, vïa più che mai,
uomo a chi è creduto ch’ela vaglia.
Non vi zochi, amico, alcuno a l’aglia,
né per vostro pro’ ferere in sorte
vogliate alcun, che è troppo forte
cosa il donar di quel che il cor dismaglia.
Però fate di gioia bon riservo,
ch’è per altrui el, non in soi, protervo.

Guido Cavalcanti, Novelle ti so dire, odi, Nerone

Novelle ti so dire, odi, Nerone:
che’ Bondelmonti trieman di paura,
e tutti Fiorentin’ no li assicura,
udendo dir che tu ha’ cuor di leone:
e’ più trieman di te che d’un dragone,
veggendo la tua faccia, ch’è sì dura
che no la riterria ponte né mura,
se non la tomba del re Pharaone.
Deh, con’ tu fai grandissimo peccato:
sì alto sangue voler discacciare,
che tutti vanno via sanza ritegno!
Ma ben è ver che ti largãr lo pegno
di che pot[e]rai l’anima salvare:
sì fosti paziente del mercato!