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Nougués Secall, Mariano – Descripcion é historia del castillo de la aljafería – sito extramuros de la ciudad de Zaragoza

EText-No. 26028
Title: Descripcion é historia del castillo de la aljafería – sito extramuros de la ciudad de Zaragoza
Author: Nougués Secall, Mariano, 1808-1872
Language: Spanish
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EText-No. 26028
Title: Descripcion é historia del castillo de la aljafería – sito extramuros de la ciudad de Zaragoza
Author: Nougués Secall, Mariano, 1808-1872
Language: Spanish
Link: 2/6/0/2/26028/26028-h/26028-h.htm

EText-No. 26028
Title: Descripcion é historia del castillo de la aljafería – sito extramuros de la ciudad de Zaragoza
Author: Nougués Secall, Mariano, 1808-1872
Language: Spanish
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EText-No. 26028
Title: Descripcion é historia del castillo de la aljafería – sito extramuros de la ciudad de Zaragoza
Author: Nougués Secall, Mariano, 1808-1872
Language: Spanish
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EText-No. 26028
Title: Descripcion é historia del castillo de la aljafería – sito extramuros de la ciudad de Zaragoza
Author: Nougués Secall, Mariano, 1808-1872
Language: Spanish
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EText-No. 26028
Title: Descripcion é historia del castillo de la aljafería – sito extramuros de la ciudad de Zaragoza
Author: Nougués Secall, Mariano, 1808-1872
Language: Spanish
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Alfredo Panzini – Che cosa è l’amore?

EText-No. 38140
Title: Che cosa è l’amore?
Author: Panzini, Alfredo;1863;1939
Language: Italian
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EText-No. 38140
Title: Che cosa è l’amore?
Author: Panzini, Alfredo;1863;1939
Language: Italian
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EText-No. 38140
Title: Che cosa è l’amore?
Author: Panzini, Alfredo;1863;1939
Language: Italian
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EText-No. 38140
Title: Che cosa è l’amore?
Author: Panzini, Alfredo;1863;1939
Language: Italian
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EText-No. 38140
Title: Che cosa è l’amore?
Author: Panzini, Alfredo;1863;1939
Language: Italian
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EText-No. 38140
Title: Che cosa è l’amore?
Author: Panzini, Alfredo;1863;1939
Language: Italian
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Folgore da San Gimignano – Fior di virtú sí è gentil coraggio

Fior di virtú sí è gentil coraggio,
e frutto di virtú sí è onore,
e vaso di virtú sí è valore
e nome di virtú è uomo saggio;

e specchio di virtú non vede oltraggio
e viso di virtú, chiaro colore,
ed amor di virtú, buon servitore,
e dono di virtú, dolce lignaggio.

E letto di virtú è conoscenza,
e seggio di virtú, amor leale,
e poder di virtú è sofferenza;

e opera di virtú, esser leale,
e braccio di virtú, bella accoglienza:
tutta virtú è render ben per male.

Vittoria Colonna – Amor, se morta è la mia prima speme

Amor, se morta è la mia prima speme,
Nel primo foco mio pur vivo ed ardo;
Il desir ch’ebbi pria col primo sguardo
Nei dì miei primi, avrò nell’ore estreme.
La vita e ‘l bel pensier morranno insieme,
E tosto fia per l’un per l’altra tardo:
L’ultima piaga fece il primo dardo,
Nè più ben spera il cor, nè più mal teme.
Ma se l’alma fedel languendo tace,
E per lei gridan mille aperte prove,
Dàlle per lunga guerra or breve pace!
Non vuol che libertà mai più si trove
Nel suo voler, ma che l’ardente face
S’intepidisca sì che ‘l viver giove.

Arrigo Baldonasco, Ben è rason che la troppo argoglianza

Ben è rason che la troppo argoglianza
non agia lungo tempo gran fermessa,
anzi conven che torni a umilianza
e pata pene chi stat’à con essa;
però mi movo e di voi vo[glio] dire
che lungo tempo andate orgogliando,
e ‘l vostro canto vae ralegrando
la gente a cui faceste mal patire.
[I]stando in gioia e[d] in solaz[z]o, poco
era in voi ‘di ben[e] caunoscenza,
poi che regnar vi credeste in quel loco
lo quale a Deo non era ben piacenza.
Però mi meraviglio come tanto
El[l]o soffrisse a farv’esser codardo;
parmi certo potete dire: «ardo»,
e consumare in doglia il vostro canto.
Per tradimento che ‘n voi era ssunto
già no mi par che ne possite scusare;
ma era al Nostro Signor rincresciuto
la vostra vita, che sì mal menare
vedea in mondo, che Gl’er’a spiacere;
però non volse devesse regnare;
e poi apreso siete a biastimare,
a mal conforto avete lo volere.
Sac[c]iate che le doglie certamente
ànno stasion, chè per lunga stasione
mantenete li mal comunalmente
e faite star fuor de le sue masione
a molti ch’eran buon de’ comunali
di Toscana [e] de la fede pura;
paretemi di gente da ventura
a trovar sempro de le bestie [e]quali.
Però che tardi andate parlando
de l[o] vostro pensier, che ver l’aprovo,
in grande alteza e[d] in valore stando
era rason di pensar: «com’ mi movo
a far ver cui non debbo [ria] fallanza
e disformarlo de lo suo honore?».
Se ‘l fenix arde e rinova migliore,
potete aver del contradio speranza.
Inde la sexta faite mostramento,
lo qual mi par che sia ben sentenzato:
mostrate ben ch’è senza ordinamento
vostro ditto, c’avete cominciato.
Quei che vedete in [vostro] istato stare
ciascun s’aten per sè e da voi aprenda:
se ‘l leofante cade, ogn’om lo ‘ntenda,
per sua falla[nza] ben si de’ biasmare.
Rason è che voi degiate patire
li gran traicutamenti, ched usati
avete lungo tempo aconsentire,
a cominciar quel che voi sentenzati.
Nè siete in mondo che piaccia a la gente,
e par che ‘n vostro ditto ne mostrate;
e siate certo e per fermo l’agiate
che gioch’è ver quel c’arete presente.

Guittone d’Arezzo, Poi male tutto è nulla inver peccato

Poi male tutto è nulla inver peccato,
e peccato onne parvo inver d’errore,
e onne error leggero, al viso meo,
ver non creder sia Deo,
né vita, appresso d’esta, a pena o merto;
come di peccati altri aggio parlato,
dispregiando e lungiando essi d’amore,
mi soduce disio, e punge or manto,
in male tale e tanto
metter consiglio alcun leale e certo,
a dimostrare aperto
lo grande errore a chi vis’ha, ché veggia
per ragion chiara e nova
e per decevel prova
dei soi stormenti e testimon ver molti.
Ma non del mio saver dico già farlo,
ma del suo, per cui parlo;
ché la sua gran mercé sper mi proveggia
ed amaestri e reggia
la lingua mia in assennando stolti.
Dio demostrando, mostrarò primamente
che libri tutti quasi in tutte scienze,
provando lui, son soie carte, quando
parlan de lui, laudando;
e testimon son soi populi totti,
Onni lingua, onni schiatta, e onni gente
conferman lui, destrutte altre credenze;
e non sol nescienti omin selvaggi,
ma li più molto e maggi
dei filosofi tutti e altri dotti.
E ciò ch’afferman totti,
come Tulio dice, è necessaro;
perché, sì com’el dice,
non saggio alcun Dio isdice;
e santi apresso, en cui non quasi conto,
o filosofi manti e saggi fuoro,
che con parole loro
non solo già, ma per vita el testaro.
Come donque omo chiaro
e saggio alcun contra parlar po ponto?
Dico anco a ciò che non visibil cosa
di nulla venne e non fece se stessa;
e se l’una da l’altra esser dicemo,
la prima unde diremo?
E, se principio dir volem non fusse,
tale opinion dico odiosa
a filosofi manti e saggi adessa;
e impossibele è che figlio sia
se non padre fu pria;
e se nullo pria, chi segondo adusse?
E se da omo om mosse,
fera da fera; e ciel da cui,
in cui orden, bellore
tale e tanto è valore?
Ô da om? No; né d’om vedem già maggio.
Chi sente bene e pensa e non stima
che padre un fusse prima,
che fu da nullo e cosa onne da loi,
el qual nei fatti soi
possente, bono, sommo si prova e saggio?
Cosa una pria mostrata, unde cos’è onne,
ch’è de necessità Dio dir dovemo,
mostramo apresso ciò: com’om poi morte
mal porta u ben forte.
Aristotel, Boezio e altri manti,
Senaca, Tulio ad un testimon sonne;
e per ragion, m’è viso, anche ‘l vedemo.
Da poi non pagaria
lo minor cor che sia
tutt’esto mondo, come tali e tanti
pagar potene, quanti
hane intra sé? Ma tutti altri animali
in bisogno e ‘n talento
hano qui pagamento.
Donque è fera d’om maggio e Dio più piace,
u loco è altro ove pagar om dea?
E non Dio bon serea,
se non loco altro; qui ricchi son mali,
miseri boni e penali;
giustizia, là parlando, in parte or tace.
Che sia loco altro appar, me pare, espresso,
e sto mondo esser ricco e sì bello,
ché ricche, care e dolze ed amorose
tante contene cose,
a pagando cor d’om son quasi nente.
Qual, tanti e tali pagando, esser dea esso?
Dico ch’è ‘n esto amanca, e ch’ello
ha d’alcun male onne suo ben laidito;
e ben, che ci è fenito
di grandezza, di tempo è pur sovente.
E se mal parvo om sente
tra grandi e molti beni, con può pagare?
Eh, no alma eternale
paga ben temporale,
né ben finito non finita voglia!
De necessità donque convene
che, for mal, tutto bene
nel loco sia, lo qual possa bastare
a cor d’om pago fare.
E tal è esso, u’ sperian Dio n’acoglia.
Loco approvato, ove pagar dea bono,
diremo degian rei loco abitare?
No esser può già mai gauda malizia,
u’ ben regge giustizia,
né bonità, u’ malizi’ha podere.
Non con malvagi mai gauder bon pono:
sol dei bon donque esso bon loco appare.
E se per loro boni loco bono hano,
senza loco serano
malvagi? No, che pur den loco avere.
Ma qual dovem savere,
giustizia e l’orden nostro anche servando.
Com boni l’han bon tale
longe da onni male,
for d’ogni bon l’han rei, reo del tutto.
Lochi approvati e quali, u’ son diremo;
el bono in ciel credemo,
a convito om con Dio e angeli stando;
e malvagi abitando
con demon tutti là sotterra e brutto.
Vescovo d’Arezzo e Conte magno,
in vostr’amenda metto
esto e mio tutto detto,
e mi vi dono apresso, in quanto vaglio
di fedel fede e amoroso amore,
fedel bon servidore;
e s’io la segnoria vostra guadagno,
en che manco remagno,
non mal torname bono e gioi travaglio.

Guittone d’Arezzo, Degno è che che dice omo el defenda

Degno è che che dice omo el defenda;
e chi non sente ben cessi parlare,
e, s’el parla, mendare
deggialo penitendo e perdon chera;
e me convene a defensione stenda
che mal legger non sia più che ben fare,
da poi già ‘l dissi, e pare
lo credano plusor cosa non vera.
Dico che male amaro è in natura
e ‘l contrar suo bon, dolce, piacente;
e cor ben natoralmente ordinato,
in cui sano è palato,
bono dolce e reo amar savora;
ma chi disordinato halo e ‘nfermo,
a lo contrario è fermo,
sì come in corporal palato avene
d’infermo a sano bene,
e ‘n giudicio di non saggio e saggio.
Di bon porta ver saggio
quel che giudica bon, sano, saccente.
Chi più è bono, bon conosce a meglio,
e, con meglio, megli’ave in amore,
perch’ama in suo valore
retto, giusto, ben catuna cosa;
und’alma più che corpo ama, e sa i meglio
cielo che terra, quanto e ‘l sa migliore;
e d’amor fa savore,
nel quale dolce par cosa noiosa.
Quanto tradolce dolc’è in essa donque!
E se ‘ffannoso è bono alcuna fiata,
scifal già non, bon, ma più ‘l desia.
Prod’om cher pugnar pria
con prode che con vil, che non vole onque:
ov’è valor, fa valore e porge merto.
Gravezza in corpo certo
face, oh, che poco, ov’è dolcezza in core!
E, quando èvvi amarore,
non guaire corpo in agiar ben monta.
Ov’om falla e prend’onta,
onni sua gioi de noi dea star meschiata.
Non ha già mai savor non bono a bono,
ni fore suo savor propio è bon loi,
sì como è certo noi.
Carnal piacere odiaro e mondan santi,
e lo despiacer quasi amò catono;
e se dicem, Dio ciò fece nei soi,
troviall’anche in altroi,
in filosofi orrati e magni manti;
ch’è ben razional, seguir ragione
e non sensi gauder, ma intelletto.
E no ‘n vizio ma vertù ho gaudio assai;
gaudio in vizio è non mai,
se ‘n natura non ven corruzione,
segondo che ‘l saggio Aristotel dice
e mostra omo felice
vertù ovrando. In cui gaudio è pieno,
e’ no male terreno
ni bene pregia alcun, ma la cui mente
gaudio dentro non sente,
fugge a van corporal parvo diletto.
Cristo el giovo suo dice soave,
la soma leve; e santa anche scrittura
dice la via dei rei grave, pretosa;
e Arestotel posa
in sentenza esta; e saggio onni assì l’ave.
E che è, quando noi sembr’altramente,
for che ‘nfermo, nesciente
e disnaturat’è nostro cor fatto,
da viziato uso stratto,
lo qual già fece e fa cibo veneno,
e triaca non meno
sembrar fa venenosa, ove ben dura?
Non donqu’è ‘l mal più a far che ‘l ben leggero,
ma più grav’è in natura e in uso anco.
Gaudendo tribula om, male operando;
bon ben gaude, penando.
Gaude, combattend’om bon cavalero,
e donna, maschio bel figlio facendo,
martir, morte soffrendo;
e legger stimo arar più ch’embolare,
astenere in mangiare
più che sovente el ventre molto empiere,
e castità tenere
più ch’avoltrare, e ovrar che star nel banco.
Iacomo, Giovanni, amici, e Meo,
me piace onni dir meo
interpetrare e difendere in Pisa
deggiate a vostra guisa,
e come piace voi mel calognate.

Guittone d’Arezzo, Ahi lasso, or è stagion de doler tanto

Ahi lasso, or è stagion de doler tanto
a ciascun om che ben ama Ragione,
ch’eo meraviglio u’ trova guerigione,
ca morto no l’ha già corrotto e pianto,
vedendo l’alta Fior sempre granata
e l’onorato antico uso romano
ch’a certo pèr, crudel forte villano,
s’avaccio ella no è ricoverata:
ché l’onorata sua ricca grandezza
e ‘l pregio quasi è già tutto perito
e lo valor e ‘l poder si desvia.
Oh lasso, or quale dia
fu mai tanto crudel dannaggio audito?
Deo, com’hailo sofrito,
deritto pèra e torto entri ‘n altezza?
Altezza tanta êlla sfiorata Fiore
fo, mentre ver’ se stessa era leale,
che ritenea modo imperïale,
acquistando per suo alto valore
provinci’ e terre, press’o lunge, mante;
e sembrava che far volesse impero
sì como Roma già fece, e leggero
li era, c’alcun no i potea star avante.
E ciò li stava ben certo a ragione,
ché non se ne penava per pro tanto,
como per ritener giustizi’ e poso;
e poi folli amoroso
de fare ciò, si trasse avante tanto,
ch’al mondo no ha canto
u’ non sonasse il pregio del Leone.
Leone, lasso, or no è, ch’eo li veo
tratto l’onghie e li denti e lo valore,
e ‘l gran lignaggio suo mort’a dolore,
ed en crudel pregio[n] mis’ a gran reo.
E ciò li ha fatto chi? Quelli che sono
de la schiatta gentil sua stratti e nati,
che fun per lui cresciuti e avanzati
sovra tutti altri, e collocati a bono;
e per la grande altezza ove li mise
ennantir sì, che ‘l piagãr quasi a morte;
ma Deo di guerigion feceli dono,
ed el fe’ lor perdono;
e anche el refedier poi, ma fu forte
e perdonò lor morte:
or hanno lui e soie membre conquise.
Conquis’è l’alto Comun fiorentino,
e col senese in tal modo ha cangiato,
che tutta l’onta e ‘l danno che dato
li ha sempre, como sa ciascun latino,
li rende, e i tolle il pro e l’onor tutto:
ché Montalcino av’abattuto a forza,
Montepulciano miso en sua forza,
e de Maremma ha la cervia e ‘l frutto;
Sangimignan, Pog[g]iboniz’ e Colle
e Volterra e ‘l paiese a suo tene;
e la campana, le ‘nsegne e li arnesi
e li onor tutti presi
ave con ciò che seco avea di bene.
E tutto ciò li avene
per quella schiatta che più ch’altra è folle.
Foll’è chi fugge il suo prode e cher danno,
e l’onor suo fa che vergogna i torna,
e di bona libertà, ove soggiorna
a gran piacer, s’aduce a suo gran danno
sotto signoria fella e malvagia,
e suo signor fa suo grand’ enemico.
A voi che siete ora in Fiorenza dico,
che ciò ch’è divenuto, par, v’adagia;
e poi che li Alamanni in casa avete,
servite i bene, e faitevo mostrare
le spade lor, con che v’han fesso i visi,
padri e figliuoli aucisi;
e piacemi che lor dobiate dare,
perch’ebber en ciò fare
fatica assai, de vostre gran monete.
Monete mante e gran gioi’ presentate
ai Conti e a li Uberti e alli altri tutti
ch’a tanto grande onor v’hano condutti,
che miso v’hano Sena in podestate;
Pistoia e Colle e Volterra fanno ora
guardar vostre castella a loro spese;
e ‘l Conte Rosso ha Maremma e ‘l paiese,
Montalcin sta sigur senza le mura;
de Ripafratta temor ha ‘l pisano,
e ‘l perogin che ‘l lago no i tolliate,
e Roma vol con voi far compagnia.
Onor e segnoria
adunque par e che ben tutto abbiate:
ciò che desïavate
potete far, cioè re del toscano.
Baron lombardi e romani e pugliesi
e toschi e romagnuoli e marchigiani,
Fiorenza, fior che sempre rinovella,
a sua corte v’apella,
che fare vol de sé rei dei Toscani,
dapoi che li Alamani
ave conquisi per forza e i Senesi.

Guittone d’Arezzo, Ahi, bona donna, che è devenuto

Ahi, bona donna, che è devenuto
lo compiuto – savere
e l’altera potenza
de vostra conoscenza, – ch’or non pare?
Orgoglio e villania l’ave conquisa
e misa – a non valere;
ch’è, lasso, gran pietanza,
che me fa in doloranza – adimorare:
ca lo meo bono amore
e ‘l celato servire
fa voi fallo parire,
e meve, lasso, falso entenditore.
Amore meo, se Deo m’alongi noia,
e gioia – en voi me dia,
a la stagion ch’eo foi
talentoso de voi, – lo tempo mio
sì picciol era, – no m’è viso fiore,
amore, – che de voi pria
nulla cosa vedesse
ni poi, che meve stesse – in tal desio
de servire e d’amare;
ché donna, ch’ha bellezze
più de voi ed altezze,
mi darea di sé gioi senza penare.
Ma non po l’omo aver gioia né gioco
de loco – altro, che quello
ch’al core piace ed abella;
ché non cura sol quella – ov’ha bellezza,
senza gran piacimento ed amoroso.
Ché gioioso – e novello
gaio ed adorno bene
lo viso esser convene, – unde vaghezza
de fino amore cria.
Tutto ciò in voi sogiorna:
senno e proezza adorna
v’è for paraggio, e zo m’ha ‘n segnoria.
Per mante guise è l’amistanza fina,
fina – donna, fra noi,
che trambi sen d’un tempo:
faite ch’abbiam per tempo – uno coraggio.
Ché la ‘mprimera mia speranza sete
e serete – la poi:
che voi m’amiate o noe,
mai altro me non poe – dar allegraggio.
Amar chi v’ama tanto,
amor, già non fallate,
ma se voi non lo amate:
ché Deo chi l’ama merta in cento tanto.
Ora considerate, amor, per Deo,
se de lo meo – servire
deggi’esser meritato:
ca, s’eo non sono usato – là ‘ve sete,
per poco amor no è, ma per temore
ch’a l’onore – e al piacere
de voi non fosse reo.
Male de ben, per Deo, – non mi rendete,
né stea per vil temenza
che non mi diate aiuto,
ch’ardimento compiuto
sta bene a donna de vostra valenza.
Ubertin, dolze amico,
or agio eo ben provato
ch’amar troppo celato
ten l’om de gioi d’amor sempre mendico.

Meo di Bugno – Tutto el tempo del mondo m’ è avenuto

Tutto el tempo del mondo m’ è avenuto,
e sempre me n’andro con questa norma,
che là ‘ve non pongo ‘l piè, faccio l’orma,
non so qual de’demòni m’ha veduto,
che, sendo santo, non serò creduto,
anzi me sgrideria la gente a torma.
Unde el conven ch’eo vegli e poco dorma,
da tante parte me veggio asseduto.
Ma non mi muto per altrui parlare:
ben è vertà ch’ io ne son pur dolente,
e come bestia lasso ogn’om belare.
Om che si sente iusto ed innocente,
a faccia aperta pò securo andare,
e non curar farneticar di gente.