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Daniel DeFoe – The Complete English Tradesman (1839 ed.)

EText-No. 14444
Title: The Complete English Tradesman (1839 ed.)
Author: Defoe, Daniel, 1661-1731
Language: English
Link: 1/4/4/4/14444/14444-h/14444-h.htm

EText-No. 14444
Title: The Complete English Tradesman (1839 ed.)
Author: Defoe, Daniel, 1661-1731
Language: English
Link: 1/4/4/4/14444/14444-8.txt
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EText-No. 14444
Title: The Complete English Tradesman (1839 ed.)
Author: Defoe, Daniel, 1661-1731
Language: English
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EText-No. 14444
Title: The Complete English Tradesman (1839 ed.)
Author: Defoe, Daniel, 1661-1731
Language: English
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Vincenzo Lazari – Le monete dei possedimenti veneziani di oltremare e di terraferma descritte ed illustrate da Vincenzo Lazari

EText-No. 26866
Title: Le monete dei possedimenti veneziani di oltremare e di terraferma descritte ed illustrate da Vincenzo Lazari
Author: Lazari, Vincenzo;1864;1823
Language: Italian
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EText-No. 26866
Title: Le monete dei possedimenti veneziani di oltremare e di terraferma descritte ed illustrate da Vincenzo Lazari
Author: Lazari, Vincenzo;1864;1823
Language: Italian
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EText-No. 26866
Title: Le monete dei possedimenti veneziani di oltremare e di terraferma descritte ed illustrate da Vincenzo Lazari
Author: Lazari, Vincenzo;1864;1823
Language: Italian
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EText-No. 26866
Title: Le monete dei possedimenti veneziani di oltremare e di terraferma descritte ed illustrate da Vincenzo Lazari
Author: Lazari, Vincenzo;1864;1823
Language: Italian
Link: 2/6/8/6/26866/26866-pdf.pdf

EText-No. 26866
Title: Le monete dei possedimenti veneziani di oltremare e di terraferma descritte ed illustrate da Vincenzo Lazari
Author: Lazari, Vincenzo;1864;1823
Language: Italian
Link: cache/generated/26866/pg26866.txt.utf8

EText-No. 26866
Title: Le monete dei possedimenti veneziani di oltremare e di terraferma descritte ed illustrate da Vincenzo Lazari
Author: Lazari, Vincenzo;1864;1823
Language: Italian
Link: 2/6/8/6/26866/26866-pdf.zip

EText-No. 26866
Title: Le monete dei possedimenti veneziani di oltremare e di terraferma descritte ed illustrate da Vincenzo Lazari
Author: Lazari, Vincenzo;1864;1823
Language: Italian
Link: 2/6/8/6/26866/26866-8.zip

Gaspara Stampa – A che vergar, signor, carte ed inchiostro

A che vergar, signor, carte ed inchiostro
in lodar me, se non ho cosa degna,
onde tant’alto onor mi si convegna;
e, se ho pur niente, è tutto vostro?
Entro i begli occhi, entro l’avorio e l’ostro,
ove Amor tien sua gloriosa insegna,
ove per me trionfa e per voi regna,
quanto scrivo e ragiono mi fu mostro.
Perché ciò che s’onora e ‘n me si prezza,
anzi s’io vivo e spiro, è vostro il vanto,
a voi convien, non a la mia bassezza.
Ma voi cercate con sì dolce canto,
lassa, oltra quel che fa vostra bellezza,
d’accrescermi più foco e maggior pianto.

Pier delle Vigne, Amore, in cui disio ed ò speranza

Amore, in cui disio ed ò speranza
di voi, bella, m’à dato guiderdone;
guardomi infin che vegna la speranza,
pur aspettando bon tempo e stagione;
com’om ch’è in mare ed à spene di gire,
quando vede lo tempo ed ello spanna
e già mai la speranza no lo ‘nganna,
così faccio, madonna, in voi venire.
Or potess’eo venire a voi, amorusa,
o come larone ascoso e non paresse!
Ben lo ter[r]ia in gioia aventurusa
se l’Amor tanto bene mi facesse!
Sì bel parlante, donna, con voi fora
e direi como v’amai lungiamente
più ca Piramo Tisbia dolzemente,
ed ameragio infin ch’eo vivo ancora.
Vostro amor è che mi tene in disi[r]o
e donami speranza con gran gioi,
ch’eo non curo s’io doglio od ò martiro
membrando l’ora ched io vegna a voi,
ca, s’io troppo dimoro, par ch’io pera,
[ aulente lena ], e voi mi perderete;
adunque, bella, se ben mi volete,
guardate ch’io non mora in vostra spera.
In vostra spera vivo, donna mia,
e lo mio core adesso a voi dimanda,
e l’ora tardi mi pare che sia
che fino amore a vostro cor mi manda.
Guardo tempo che vi sia a piacimento
e spanda le mie vele in ver voi, rosa,
e prenda porto là ove si riposa
lo meo core a l[o] vostro insegnamento.
Mia canzonetta, porta esti compianti
a quella c’à ‘n bailìa lo meo core
e le mie pene contale davanti
e dille com’eo moro per suo amore,
e mandimi per suo messagio a dire
com’io conforti l’amor ch’i[n] lei porto,
e, s’io ver lei feci alcuno torto,
donimi penitenza al suo volire.

Guittone d’Arezzo, Amor m’ha priso ed incarnato tutto

Amor m’ha priso ed incarnato tutto,
ed a lo core di sé posanza
e di ciascuno membro trae frutto,
da poi che priso ha tanto di possanza.
Doglia onta e danno hame condutto,
e del mal meo mi fa aver disianza,
e del ben di lei spietat’ème ‘n tutto,
sì meve e ciascun’alma ha ‘n disdegnanza.
Spessamente lo chiamo e dico: Amore,
chi t’ha dato di me tal segnoraggio,
ch’hai conquiso meo senno e meo valore?
Eo prego che ti facie meo messaggio
e che vade davante al tuo segnore
e d’esto convenente il facie saggio.

Guittone d’Arezzo, Vergogna ho, lasso, ed ho me stesso ad ira

Vergogna ho, lasso, ed ho me stesso ad ira;
e doveria via più, reconoscendo
co male usai la fior del tempo mio.
Perché no lo meo cor sempre sospira,
e gli occhi perché mai finan piangendo,
e la bocca di dir: merzede, Dio,
poi franchezza di core e vertù d’alma
tutta sommisi, ohimè lasso, al servaggio
de’ vizi miei, non Dio, né bon usaggio,
né diritto guardando in lor seguire,
non mutando desire?
S’eo resurgesse, com fenice face,
già fora a la fornace
lo putrefatto meo vil corpo ardendo;
ma, poi non posso, attendo
che lo pietoso padre me sovegna
di tal guisa, ch’eo vegna
purificato e mondo di carne e alma.
Ohi, lasso! Già vegg’io genere omano,
che segnoril naturalmente è tanto,
che ‘l minor om talenta emperiare;
e ciò, più ch’altro, i piace, e più li è strano
d’aver segnor; ché Dio volontier manto
non vole già ciascun, sì come pare.
Come poi donque lo minore e ‘l maggio
sommette a vizio corpo ed alma e core?
Ed è servaggio alcun, lasso, peggiore,
od è mai segnoria perfetta alcona,
che sua propia persona
tenere l’omo ben sotto ragione?
Ahi, che somm’è ‘l campione
che là, ov’onne segnor perde, è vincente,
né poi d’altro è perdente;
ché, loco u’ la vertù de l’alma empera,
non è nocente spera,
né tema, né dolor, ned allegraggio.
O morti fatti noi de nostra vita,
o stolti de vil nostro savere,
o poveri de riccor, bassi d’altezza;
com’è vertà da noi tanto fallita,
ch’ogne cosa di vizio è noi piacere
ed ogne cosa de vertù gravezza?
Già filosofi, Dio non conoscendo,
né poi morte sperando guiderdone,
ischifar vizi aver tutta stagione,
seguendo sì vertù, ch’onesta vita
fu lor gaudio e lor vita.
Noi con donque può cosa altra abellire,
che ‘n vertù lui seguire,
lo qual chi ‘l segue ben perde temore?
Ché non teme segnore,
morte, né povertà, danno, né pene,
ch’ogni cosa gli è bene,
sì come noi è mal, non lui seguendo.
Pugnam donque a valer forzosamente;
no ‘l ben schifiam perché noi sembri grave;
ch’orrato acquisto non fue senza affanno;
e se l’om pene per vertute sente,
ne’ vizi usar sempr’è dolze e soave,
che spesso rede doglia onta e danno.
Ma ciò ch’è ‘n noi contra talento e uso
n’è grave, e n’è legger ciò ch’è con esso,
ch’uso e voler, ch’avemo nel mal messo,
ne ‘l fa piacere, e despiacer lo bene.
Adonqua ne convene
acconciare a ben voglia ed usanza,
se volem benenanza;
ché non è ben, se da ben non è nato,
e onne gioi di peccato
è mesta con dolore, e fina male;
ed onne cosa vale
dal fine suo, che n’è donque amoroso.
Come a lavorator la zappa è data,
è dato el mondo noi: non per gaudere,
ma per esso eternal vita acquistare;
e no l’alma al corpo è già creata,
ma ‘l corpo a l’alma, e l’alma a Deo piacere,
perché Lui, più che noi, devemo amare.
Emprima che noi stessi, amò noi esso;
e, se ne desamammo e demmo altrui,
di se medesmo raccattonne poi.
Ahi, perché, lasso! , avem l’alma sì a vile?
Già l’ebb’ei sì a gentile,
che prese, per trar lei d’eternal morte,
umanitate e morte.
Abbialla donque cara, ed esso amiamo,
ove tutto troviamo
ciò che può nostro cor desiderare;
né mai altro pagare
ne può già, che lo ben ch’ha noi promesso.
O sommo ben, da cui ben tutto è nato,
o luce, per qual vede ogne visaggio,
o sapienza, unde sa ciascun saggio!
neiente feci me, tu me recrii;
desviai, tu me renvii;
ed orbai me, tu m’hai lume renduto!
Ciò non m’ha conceduto
mio merto, ma la tua gran bonitate.
O somma maestate,
quanto laudare, amar, servir deo tee
demostra ognora a mee,
e fa ch’a ciò lutto meo cor sia dato!
A messer Cavalcante e a messer Lapo
va, mia canzone, e dì lor ch’audit’aggio
che ‘l sommo ed inorato segnoraggio
pugnan di conquistar, tornando a vita;
e, se tu sai, li aita,
e dì che ‘l comenzar ben cher tuttore
mezzo e fine megliore,
e prende onta l’alma e ‘l corpo tornare
a mal ben comenzare:
e dì ch’afermin lor cori a volere
seguire ogne piacere
di quelli, che per tutto è nostro capo.

Guittone d’Arezzo, Gioia ed allegranza

Gioia ed allegranza
tant’hai nel mio cor data, fino amore,
che pesanza non credo mai sentire;
però tanta abondanza,
ch’è dei fin beni, avanzala tuttore,
che de ciascun porea sovragioire.
E no lo porea dire
di sì gran guisa, come in cor la sento:
però mi tegno ad essere tacente,
ché no lo guida fin conoscimento
chi contr’al suo forzor vo star rapente.
Rapente disianza
in me è adimorata per mant’ore,
caro amore, de te repleno gire.
Amor, perch’altra usanza
me non porea far degno prenditore
del gran riccore ch’aggio al meo disire?
Avegna ch’en albire
lo mi donasse grande fallimento,
or l’ho preso e posseggio, al meo parvente,
standone degno, ché for zo no sento
che ‘l core meo sofferissel neente.
Neente s’enavanza
omo ch’acquista l’altrui con follore,
ma perta fa, secondo el meo parire,
e sofferir pesanza,
per acquistare a pregio ed a valore,
è cosa ch’a l’om dea sempre piacire.
Ed eo posso ben dire
che, per ragion di molto valimento,
ho preso ben, che m’è tanto piacente,
che tutt’altra gioi ch’ho no è già ‘l quento
di quella, che per esso el meo cor sente.

Franco Sacchetti – Basso della Penna fa un convito, là dove, non mescendosi vino, quelli convitati si maravigliono, ed egli gli chiarisce con ragione, e non con vino

Questo Basso (ed è la seconda novella di quelle che io proposi in queste di sopra) in questi due mesi di sopra contati, ne’ quali era già febbricoso del male che poi morío, parve che volesse fare la cena come fece Cristo co’ discepoli suoi; e fece invitare molti suoi amici, che la tal sera venissono a mangiare con lui. La brigata tutta accettoe; e giunti la sera ordinata, essendo molto bene apparecchiate le vivande, postisi a tavola, e cominciando a mangiare, gli bicchieri si stavono, che nessuno famiglio metteva vino.
Quando quelli che erano a mensa furono stati quanto poteano, dicono a’ famigli:
– Metteteci del vino.
Gli famigli, come aombrati, guardano qua e là, e rispondono:
– E’ non c’è vino.
Di che dicono che ‘l dicano al Basso, e cosí fanno; onde il Basso si fa innanzi, e dice:
– Signori, io credo che voi vi dovete ricordare dell’invito che vi fu fatto per mia parte: io vi feci invitare a mangiare meco, e non a bere, però che io non ho vino che io vi desse, né che fosse buono da voi, e però chi vuol bere, si mandi per lo vino a casa sua, o dove piú li piace.
Costoro con gran risa dissono che ‘l Basso dicea il vero, mandando ciascuno per lo vino, se vollono bere.
Il Basso fu loico anco qui, ma questa non fu loica con utile, se non che risparmiò il vino a questo convito; ma se volea risparmiare in tutto, era migliore loica a non gli avere convitati, che arebbe risparmiato anco le vivande; ma e’ fu tanta la sua piacevolezza che volle e fu contento che gli costasse per usare questo atto.

Franco Sacchetti – Basso della Penna a certi forestieri, che domandorono lenzuola bianche, le dà loro sucide, ed eglino dolendosi, prova loro che l’ha date bianche

Questa pera mézza, con la quale il Basso fece cosí bene i fatti suoi, mi reduce a memoria un’altra novella di pere mézze, fatta già per lo detto Basso, nella quale si dimostra apertamente che insino nell’ultimo della sua morte fu piacevolissimo. Ma innanzi che venisse a questo, io dirò due novellette, che fece in meno di due mesi anzi che morisse, avendo continuo o terzana o quartana, che poi lo indusse a morte.
A Ferrara arrivorono alcuni Fiorentini all’albergo suo una sera, e cenato che ebbono, dissono:
– Basso, noi ti preghiamo che tu ci dia istasera lenzuola bianche.
Basso risponde tosto, e dice:
– Non dite piú, egli è fatto.
Venendo la sera, andandosi al letto, sentivano le lenzuola non essere odorose, ed essere sucide. La mattina si levavono, e diceano:
– Di che ci servisti, Basso, che tanto ti pregammo iersera che ci dessi lenzuola bianche, e tu ci hai dato tutto il contrario?
Disse il Basso:
– O questa è ben bella novella; andiamole a vedere.
E giunto in camera caccia in giú il copertoio, e volgesi a costoro e dice:
– Che son queste? son elle rosse? son elle azzurre? son elle nere? non son elle bianche? Qual dipintore direbbe ch’elle fossono altro che bianche?
L’uno de’ mercatanti guatava l’altro, e cominciava a ridere dicendo che ‘l Basso avea ragione, e che non era notaio che avesse scritto quelle lenzuola essere d’altro colore che bianche. E con queste piacevolezze tirò gran tempo tanto a sé la gente che non si curavono di letto né di vivande.
E questa è una loica piacevole, che sta bene a tutti gli artieri, e massimamente agli albergatori, a’ quali molti e di diversi luoghi vengono alle mani. Questa novelletta ha fatti molti, che l’hanno udita, savii; e io scrittore sono uno di quelli che giugnendo a uno albergo, volendo lenzuola nette, addomando che mi dea lenzuola di bucato.