Emma – Prefazione a “La leggenda di Valfreda”

Nel rileggere La leggenda di Valfreda, scritta già da qualche anno, mi venne una gran voglia di non ristamparla. Trovai che essa portava una data per me assai più vecchia di quella che ha realmente, nè era possibile rimediare a questo fatto senza mutare radicalmente ogni cosa. Ma come fare? L’avevo scritta tutta d’un pezzo, l’avevo già presentata al pubblico senza ritoccature e senza mutamenti, e per quanto povera cosa la fosse, e per quanto abbisognasse e abbisogni tuttora di correzioni, pure temevo correggendola di toglierle l’unico e maggiore suo pregio: la verità.
Da che parte potevo io dunque rifarmi per mutare una storia vera e accomodare le cose in modo che la verità di ieri rassomigliasse di più alla verità di oggi?
Ci pensai e ripensai; ma la mia esitazione mi parve una sì falsa vergogna, tanto infondata e assurda, che, non potendo assolutamente rifare il lavoro, superai la ripugnanza per una prefazione, e senz’altro mi risolsi a scriverla. Piuttosto che prefazione, dovrei chiamare questa un’aggiunta al racconto, una parte di storia che continua fuori del quadro della novella stessa, la quale per sè certamente non meriterebbe il lusso tedioso di una sì lunga chiacchierata.
Ma se i castellani di Ardenberg non hanno mai esistito, se Gualberto e Jeronima non sono mai stati al mondo, pure quasi in tutti noi è stato vivo per un momento un prete Gualberto, il quale ha lottato e sofferto come quello della novella. E dicendo così parlo specialmente di noi italiani, educati quasi tutti nella religione cattolica, la quale ci avvolge siffattamente in tutti gli atti, in tutte le manifestazioni della vita nostra, ci segue con un’insistenza così ostinata nelle più umili vicende dell’esistenza, che a stento ci liberiamo dalla sua influenza, a stento possiamo guarire dell’atomicità morale che ci presta l’attitudine di compenetrarcene quasi inscientemente.
Quale è il momento della nostra vita morale, in cui possiamo dire d’esserne liberi affatto, liberi non soltanto per avere perduta la fede nel cattolicesimo, ma per non sentire più quella riverente memoria, quel desiderio sensualmente religioso delle mistiche penombre delle sue chiese, delle molli armonie dei suoi organi, della sua indulgenza potente e infallibile, nella quale ci siamo già riposati una volta Quando nell’incerto fluttuare del pensiero umano, nella lotta affannosa di chi ricerca il vero si giunge alla perfetta sicurezza che non v’ha momento di stanchezza, di abbandono o disperazione, nel quale non ti colga un vago desiderio della fede perduta?
Allora soltanto, quando lo spirito si sente così libero e sereno da poter trovare nella scienza un ideale più nobile di quello religioso; quando alla paura che preferisce l’illusione al dubbio si sostituirà intero l’ardire delle indagini; quando si sente che la religione è un lavoro, è la ricerca del vero e non l’ozio della certezza; allora soltanto il Gualberto del nostro spirito sveste il suo abito per non rivestirlo mai più. Nella mia novella, che non porta più la data d’oggi, Gualberto resta prete.
Ho detto che la mia storia descriveva un fatto morale vero, e per questo essa allora richiedeva quella conclusione che ho scritto.
Ma se le novelle per buona fortuna del lettore devono concludere e finire, per altro sarebbe difficile cosa il mettere un punto e scrivere fine a un dato momento della vita del nostro spirito, se il cervello non è ancora atrofizzato.
Per questo, rileggendo nei fascicoli della Nuova Antologia la Leggenda di Valfreda che ristampo oggi, ho sentito che in me la conclusione non era più quella d’allora, e credo mio dovere il dirlo.
Al lettore, che subisce il tedio di tante fiabe, di tante pagine di stampa inutili e uggiose vien di diritto questo po’ di verità, per quanto poco autorevole sia la voce di chi la dice.
Molti novellieri si permettono di accompagnare con appendici o documenti i loro racconti. Io non posso imitarli presentando il fac-simile di una vecchia pergamena che affermi l’esistenza della bella contessa Valfreda; ma offro qui invece questo povero documento, il quale anzichè portare una data antica la porta ancor più recente di quella della novella.
È una prova dell’esistenza di Gualberto e di molti altri simili a lui nella vita dell’intelligenza, nelle narrazioni della quale, la trasformazione è sempre documento di verità. E siccome la storia dell’evoluzione dello spirito nostro ha sempre un pregio anche quando segue nei più umili e oscuri, così non per impulso di vanità, ma per sentimento di dovere ho scritte queste pagine.
Se la leggenda l’avessi fatta oggi, Gualberto non sarebbe rimasto prete.
Quel misticismo vago che viveva ancora in fondo al suo animo, quella timidità pretina, delicata se si vuole, ma inscientemente ipocrita che lo tratteneva dal mescolarsi agli altri, dal prender parte efficacemente alla vita civile di tutti, quel brutto sentimento di falsa vergogna, che è la più triste eredità che ci rimane di una religione non buona, non impedirebbero più al Gualberto d’oggi di svestire l’abito sacerdotale.
Non è scetticismo nel senso egoista e freddo della parola che mi detta questo scritto, anzi è un sentimento onesto di fede, non di quella fede perduta da Gualberto, ma di un’altra, più semplice e robusta, umanamente migliore, che mi spinge malgrado una istintiva timidità a questo omaggio al vero.
Se nelle novelle e nei romanzi il lettore cerca sempre con avidità la rassomiglianza di fatti e di caratteri con fatti seguiti a lui e caratteri a lui noti, perchè non seguirà con interesse anche una storia vera che avviene nelle regioni più intime ed elevate del pensiero?
Perchè si scandalizzerà meno del racconto di un adulterio o di un assassinio che di quello di un credente che, subíta la più dolorosa lotta che possa subire l’intelletto umano, perde la fede?
Che forse a noi novellieri son più perdonati i sorrisi della donna la quale tradisce, piuttostochè le lagrime di chi è costretto a separarsi dalla propria religione?
A molti non piace che la penna dello scrittore di fiabe tocchi audacemente problemi sì elevati. Ma dov’è, lettore, una fiaba tanto triviale che non s’intrecci ai pensieri o sentimenti più alti? Qual’è l’ora più umile della nostra vita, nella quale non si sente sempre intensa e vicina l’opera dell’intelletto, e dov’è animo sì vile nel quale si spenga anche solo momentaneamente l’attività del pensiero, la speranza incessante, lontana, tormentosa della fede e del vero?
Fidando, forse troppo, che nell’associazione delle cose più elevate alle più umili sta il segreto del nostro equilibrio morale; che non v’ha pensiero alto, aspirazione ardita che nella vita umana si possa riporre infruttuosa, come un oggetto di lusso; che la lotta dell’eleganza nell’arte, e nello spirito, del sapere e dell’ingegno contro la volgarità ignorante e invadente non si vincerà mai se tutto il tesoro di scienza e d’intelligenza non si adopererà arditamente ogni giorno, e non s’indosserà come la veste da lavoro dell’umanità, senza paure e senza restrizioni, fidando in questo, anch’io, ultima fra le ultime, per servirmi ancora dello stile del vecchio Gualberto, ho osato mettere una mano inesperta e profana sopra un così serio problema e ho fatto ancor più, ho scritto, a scapito del mio lavoro, queste pagine, che biasimate da molti, proveranno almeno ad alcuni la sincerità che me le ha dettate.

Emma – Una fra tante

Il fatto che narro in questo libro è un fatto vero.
E chi, se non fosse vero, l’avrebbe voluto scrivere?
Quando giunse a mia notizia, provai subito con l’indignazione e il dolore che esso suscitò in me, l’impulso di raccontarlo, di denunciarlo a tutti. Ma poi esitai. Una falsa vergogna, una ripugnanza quasi insuperabile mi tratteneva. La smisi soltanto quando accingendomi di nuovo a idear novelle e volgendo il pensiero alle opere della fantasia, provai in me un’altra vergogna e un’altra ripugnanza le quali contrastavano singolarmente con quelle di prima.
Sentiva che non era più possibile, sapendo quel fatto, di negare alla triste verità il suo diritto di precedenza di fronte alle mie fiabe.
E il mio primo impulso prevalse.
E spero che in avvenire anche quando fosse più vivo e fervido il lavoro della mia immaginazione, quando mi apparisse più seducente e cara un’immagine della mia fantasia, mi basti però sempre l’animo di cacciarli lontano, qualora accanto a lei mi si presenti triste, miserabile o anche ributtante la sembianza di cosa vera cui l’umile penna della scrittrice di fiabe possa giovare.

Firenze, 15 dicembre 1877.
Emma

Capitolo primo

Barberina aveva sedici anni quando venne in X, una delle principali città d’Italia, per entrar al servizio di una famiglia d’agiati commercianti.
Era fresca e robusta, timida come una signorina appena uscita di convento, ignorante come le pecore e le capre che aveva portato a pascere per tanti anni nei monti ove era nata.
Essa esciva dalle valli solitarie delle sue montagne, come l’educanda esce dalle mura del chiostro: ingenua, vergognosa, maravigliandosi di tutto e di tutti. Anch’essa, come l’educanda, era stata rinchiusa in un breve spazio di terra segregato dal resto del mondo; anch’essa era stata abituata ai lunghi silenzi, alle placide e dolci contemplazioni, e alla monotona disciplina del lavoro.
Barberina di casa sua era poverissima.
Essa lo sapeva da un pezzo, perché glielo dicevano i genitori, non perché se ne fosse accorta da sè: aveva già sedici anni e ancora non capiva bene che cosa volesse dire la povertà. Mentre era ancora a casa sua, indovinava che la miseria era cosa che non soltanto la minacciava allora, per la quale pativano e si tormentavano i genitori, ma che era una disgrazia che l’avrebbe sicuramente perseguitata nell’avvenire, ed alla quale non poteva sfuggire in nessun modo.
Essa non aveva mai patito per il freddo dell’inverno o per il sole cocente dell’estate; la polenta dura e stantia che le davano i genitori aveva sempre bastato al suo gagliardo appetito, e al suo gusto era parsa ognora squisita; il vecchio giaciglio di paglia bastava ai suoi sonni placidi e profondi, e non aveva ancora provato il desiderio di cose migliori. Con la forza viva della giovinezza essa attingeva vigore e salute in tutto ciò che era intorno a lei. Attingeva nell’aria vibrata del monte, nel calore del sole, un piacere di vivere che era fecondo di vita.
Cresceva come un fiore esposto alla brezza pura e fragrante della montagna. E in quel lusso di natura l’essere povera le sembrava cosa assurda, e non l’intendeva più di quello che l’intendessero i fiori e le pecore della sua mandria.
Il suo sviluppo intellettuale fu lento.
Non era provocato artificialmente, ma nasceva spontaneamente in lei per combinarsi poi con quello che era fuori di lei.
I suoi pensieri si risvegliavano lenti e maravigliati nelle lunghe ore di ozio, mentre pasceva le pecore e sedeva canterellando sul pendìo del monte. Quasi sempre nascevano sotto l’evocazione di certe melodie strascicanti e monotone che la bambina inventava da sè, seguendo con gli occhi le nuvole che le passavano sopra il capo o guardando i vapori che luminosi e lenti ascendevano verso sera sull’orizzonte.
Se la ginestra o il timo del monte potessero risvegliarsi a poco a poco alla coscienza di vivere, lo farebbero come lo faceva lei, senza sgomento, senza orgoglio, con una profonda e serena convinzione del proprio diritto d’essere, con un sentimento della propria dignità istintivo e gagliardo, che traeva dalla coscienza di solidarietà con tutta la natura, con tutto ciò che ha vita o apparenza di vita, la sicurezza del proprio valore.
Ma venne un tempo nel quale l’avvenire temuto e ignoto le si avvicinò a un tratto.
A sedici anni la bambina, cresciuta sino allora con le virtù e le ignoranze degli animali e dei fiori, diventava cosa più perfetta, più umana, presentiva e desiderava altre sensazioni, altri piaceri.
E mentre ella così progrediva dall’infanzia insciente alle speranze dell’adolescenza, i suoi genitori, poverissimi, che a mala pena campavano la numerosa famiglia, pensarono di metterla al servizio, per liberarsi così da un peso troppo grave alla loro miseria. Per questo si rivolsero al parroco del villaggio che giaceva a piè del monte sul quale avevano la loro modesta casupola; egli aderì di buon grado alle loro istanze, promettendo il suo ajuto, e raccomandando la Barberina ad una signora che abitava una vicina città.
Da quel giorno Barberina non ebbe più pace. Le parve che ogni cosa avesse mutato intorno a lei, e che perfino in lei stessa fosse avvenuto un cambiamento; le pareva che nella sua valle silenziosa e deserta giungessero ad ogni istante i rumori del di fuori, voci lontane, grida di folla. E provava una curiosità irresistibile di vedere, di sapere, di uscire dalla solitudine e tuffarsi nella vita, e insieme a questo desiderio violento le veniva anche una grande paura di quel mondo che non conosceva e che pur desiderava.
Era l’educanda che usciva dalle mura del collegio, pura, ingenua, desiderosa di vivere.
La natura la dava alla società. La società la prese.
La signora alla quale il parroco l’aveva raccomandata la mandò ben presto a chiamare.
Barberina vide allora per la prima volta una piccola città; vide le case, le vie, le botteghe, l’andirivieni della gente per le strade, e si sentì strappata a un tratto e per sempre alla quiete dei suoi monti.
Vide dei ricchi e si sentì povera.
La signora che l’aveva mandata a chiamare, era una vecchietta ancor vispa e robusta; fece alla Barberina un monte d’interrogazioni; poi finalmente le disse che le aveva trovato un servizio presso certi negozianti di X, e le nominò una fra le principali città d’Italia.
Nel sentire quel nome la Barberina rimase sgomenta. L’aveva sentita nominare tante volte quella città; l’avevano nominata dinanzi a lei gli uomini di casa sua, il babbo e il nonno. Il nonno c’era stato, era il solo che l’avesse vista, e quando ne parlava lo faceva con rispetto, con ammirazione, e solamente il babbo rispondeva, mentre le donne non azzardavano di metter bocca in quel discorso, quasi che si trattasse un argomento troppo elevato per esse; e ora la piccola Barberina, come solevano chiamarla a casa sua, doveva andarci, e andarci tutta sola!
Quello sgomento non sfuggì alla signora, che la rincorò subito con delle buone parole. Le disse che i suoi padroni l’avrebbero mandata a prendere alla stazione, che sarebbero stati amorevoli e indulgenti verso di lei, che essa avrebbe potuto, col tempo, essendo laboriosa ed economa, guadagnare del danaro, fare delle economie e aiutare i genitori; ma Barberina l’ascoltava senza rispondere.
La signora, vedendo che essa non parlava, lasciò a mezzo il suo discorsetto d’incoraggiamento, e le disse senz’altro di tenersi pronta alla partenza, perché probabilmente la sera del giorno seguente l’avrebbe fatta chiamare per mandarla a X.
- Così presto! – esclamò la giovanetta, con una stretta al cuore.
- Sì – replicò la signora. – La famiglia che ti ha fissato, ha bisogno di avere subito la donna di servizio.
- Sarà lungo il viaggio? – domandò timidamente la Barberina.
- Piuttosto – rispose la signora; – e le disse di quanto.
La piccola città dove esse si trovavano era situata presso il confine d’Italia, in uno Stato limitrofo al nostro.
Barberina tornò a casa mesta e pensosa. Dei grossi goccioloni le cadevano di sotto alle palpebre sulle guancie rosee e delicate. Camminava pel solito sentiero che metteva alla casupola dei genitori; saliva il pendìo ombroso e fiorito del monte, e le pareva di non appartenere più alla gente che abitava in quella casupola, di essere già un’estranea fra quegli alberi e quei prati. Le sembrava che anche le sue pecore la guardassero con maraviglia, non riconoscendola più. Si ricordò allora delle pecore che il babbo conduceva al mercato, le quali tornavano segnate di rosso o di turchino da chi l’aveva comprate; e le parve di dover avere anch’essa in qualche parte del corpo un segno simile a quello delle pecore, che indicasse come ella non apparteneva più alla famiglia sua, alla mandra, alla valle.
Pianse. Sì, adesso era povera, lo sapeva, ne era certa. Aveva visto le belle case, le botteghe eleganti, la gente ben vestita, i libri, i giornali, ed aveva indovinato che cos’era la povertà. Era il sudiciume che cade in terra; i rimasugli e i ritagli che lascia dietro a sé quella macchina colossale e instancabile che crea la civiltà e il lusso, lavorando giorno e notte nel mondo per la società. Essa si era sentita presa nell’ingranaggio di quella macchina; s’era sentita presa dolcemente, senza troppa scossa, ma pure sapeva che d’ora in avanti doveva dare sempre parte di sé a quella cosa ignota, immensa, che laggiù nelle grandi città creava i ricchi, e lasciava cadere a terra come una segatura vivente la povertà e la miseria.
E senza rendersi un conto esatto delle sue impressioni, sentiva già di appartenere ad un nuovo ordine di cose, e di essere trascinata da una corrente che l’aveva già strappata alla sua terra e l’aveva tolta per sempre alla pace insciente della natura.
Al momento della sua partenza da casa venne anche Luca il caprajo a dirle addio. Era un giovanotto allegro e robusto, col quale soleva sempre incontrarsi la sera, quando riconducendo a casa le pecore, passava accanto alla stalla del babbo di lui.
S’erano sempre visti e conosciuti fin da bambini.
La Barberina s’era abituata ad ascoltare la canzone di Luca che le veniva da lontano, portata dal vento; e mentre essa sedeva tutta sola sul pendìo del monte, sapeva che più in su pascevano le capre di Luca, e che era solo a guardarle come era lei; e le faceva piacere di sapere che egli non era lontano. E il canto di Luca non sembravale mai cosa che interrompesse il silenzio o che stuonasse in mezzo ai rumori della campagna, ma le era divenuto familiare come il canto delle cicale o l’agitarsi delle foglie scosse dal vento.
Pure il giorno dell’addio Luca a un tratto le parve un altro. Si staccò improvvisamente dalla scena con la quale essa lo aveva confuso sino allora; uscì inconsapevole di fra le cose inanimate, e le parve vederlo e conoscerlo per la prima volta.
Barberina scendeva il pendìo del monte accompagnata dalla mamma e da un fratellino. Luca la seguiva ad una certa distanza, tenendo d’occhio le sue capre che pascevano un poco più su nella prateria.
Giunti ad una svolta tutti si fermarono. La madre di Barberina la baciò piangendo.
- Ricordati di noi, – disse. – Ricordati che siamo poveri; cerca di guadagnare per te e per noi, e di farti voler bene dai padroni; ti raccomanderemo al Signore, Barberina, pregheremo sempre tutti per te. Accenderò un lumicino dinanzi all’immagine di santa Barbera nella cappella del bosco. Siamo troppo miserabili, – aggiunse con rassegnazione, – per sperare di rivederci qui. Ma il tempo passa presto per chi sa rassegnarsi, e giungerà un giorno nel quale il Signore ci richiamerà a sé; cesseranno allora gli stenti e le fatiche, e in quel giorno ci rivedremo. – E così dicendo l’abbracciava, poi con una mossa rapida trascinò seco il bambino e tornò addietro senza più voltarsi.
- Mamma! – gridò Barberina con voce soffocata. Ma la donna non si voltò, e forse non udì quel grido, turbata com’era dal proprio dolore.
Barberina si mise a sedere sopra un muricciuolo, e nascose il viso nelle mani.
- Su via Barberina, fatti coraggio, – le disse Luca che era rimasto vicino a lei. – A che serve piangere così? Guadagnerai del danaro a X, e potrai un giorno o l’altro tornare fra noi. Ti vorremo sempre bene, lo sai; ed io, Barberina, starò lassù ad aspettarti, e canterò tutte le canzoni che più ti piacevano, e la sera passando per la via ove c’incontravamo ti manderò un saluto.
Barberina gli stese la mano. – Tornerò, tornerò di certo, – disse fra i singhiozzi.
- Ti aspetto, – rispose, e avvicinandosele ancora di più si chinò verso di lei. – Ti aspetto, Barberina, perché ti voglio tanto bene e perché nessun’altra ragazza dei nostri monti mi pare bella e buona come te. Ti aspetto, – disse, – perché voglio che tu diventi mia moglie. – Egli le parlava a voce bassa e le aveva preso le mani, che stringeva forte forte. Mai Luca le aveva fatto un sì lungo discorso. La povera Barberina, tutta turbata, sentiva alla gola un nodo che non le permetteva di parlare.
- Non vuoi che ti aspetti? – domandò allora dopo un breve silenzio il giovanotto. – Non tornerai, Barberina? Vuoi restare laggiù per vestire come le donne di città, e per maritarti ad un uomo che porti degli stivali e un bell’abito nero? – E guardò malinconicamente i suoi piedi nudi e le maniche della sua camicia fatte di tela grossolana. – Vuoi un signore ben vestito? – Invano la Barberina faceva dei cenni di diniego; Luca non le dava retta e animandosi sempre più continuava: – Ti vergogneresti di un uomo come me? Già lo so, quando andate via, voi altre ragazze, è sempre così, diventate delle damine e vi vergognate di noi altri; eppure tu Barberina – e la guardava con tenerezza – tu non dovresti essere come le altre.
Barberina fece un grande sforzo, si alzò e lo guardò con gli occhi pieni di lagrime.
- Tornerò, Luca, – disse – tornerò per rivedere la mamma, il babbo e i bambini.
- E per me? – domandò il giovane.
- Tornerò anche per te – disse e abbassò gli occhi e si fece rossa rossa.
- Torneresti per me solo anche se tutti gli altri non ci fossero più? – domandò esso brutalmente.
Barberina non rispose subito. Diventò ancor più rossa di prima; poi si scostò un poco da lui.
- Vai via senza rispondere? – domandò Luca, con voce tremante. Barberina se ne stette ancora un poco pensosa. Le parole di Luca l’avevano sconvolta tutta, l’aveano turbata profondamente; in mezzo al dolore sentiva una gran gioia, una gioia che aumentava il dolore stesso, ma che era pur sempre gioia. Per opera di questi sentimenti confusi che s’agitavano in lei, la bambina diventava donna; e framezzo alle inscienti tenebre dell’infanzia si faceva viva nel suo pensiero per la prima volta l’intuizione dei sorrisi, delle passioni, di tutte le angoscie della giovinezza.
Ora la partenza le sembrava più crudele, eppure avrebbe risoluto spontaneamente di partire, se non avesse avuto altro mezzo per farsi dire da Luca le parole che egli le aveva dette ora.
Per Barberina era finita quell’epoca di vita nella quale basta l’assenza del dolore per essere felici, e nella quale il non essere felici è infelicità. Ora la sua esistenza aveva mutato a un tratto. Aveva intravveduto l’amore e la gioia. Tutto il resto non poteva essere altro per lei che dolore, e lo era.
Nell’infanzia si spera in quella gran cosa ignota che è l’avvenire; più tardi la cosa ignota prende forma, si vede, si sente, e tutta la vita si compendia nell’affannosa impazienza del volerla raggiungere e non poterlo mai.
Così ogni vita umana ha il suo fuoco fatuo che insegue indarno, e il mondo scintilla ovunque di quelle luci tenaci e traditrici, che lo fanno tanto pieno di attrattive e tanto pieno d’angoscie.
Barberina fissò abbagliata il suo fuoco fatuo, che vedeva per la prima volta; lo fissò con maraviglia, con trasporto, e vi portò audacemente l’animo suo perché ardesse e vivesse.
- Tornerò per te, – disse dolcemente al giovane e gli stese la mano, – tornerò senza dubbio, tornerò anche se dovessi camminare a piedi giorno e notte.
- Sarai mia moglie? – domandò ancora Luca.
- Sì – replicò la Barberina a voce bassa, e lo guardò impaurita da quella promessa; poi, senza dir altro, si svincolò dalla stretta della sua mano e fuggì via.
Luca non la trattenne e non la richiamò; non fece neppure un movimento per seguirla.
Essa aveva detto di sì, e ciò bastava.
Quel quarto d’ora era stato tanto pieno di avvenimenti, di emozioni, di pensieri nuovi e impreveduti per entrambi, che erano ormai incapaci di dire o fare di più. Pareva ad essi che tutto fosse ormai fissato e combinato. Credevano aver raggiunto un intento, pel quale inavvertitamente avevano lavorato da un gran pezzo. Ormai non c’era più nulla a dire, e quella promessa toglieva ad entrambi tutta l’amarezza della separazione; anzi si sentivano tanto vicini come non lo erano stati mai, tanto uniti come non avevano mai neppur sognato di poterlo essere.
Era la pienezza del sentimento che li accontentava a quel modo.
L’angoscia della separazione dovevano provarla più tardi, dopo rinvenuti dall’orgasmo di quell’ora; e il dolore, che non si fa mai aspettare, venne e durò un pezzo.

Capitolo secondo

Quando Barberina giunse alla città, essa era talmente confusa e maravigliata di tutte le cose nuove che aveva vedute lungo il viaggio, che scendendo alla grande stazione di X, le parve che in ventiquattro ore tutto il mondo avesse mutato, che la sua valle silenziosa, perduta fra i monti, non esistesse più e che non fosse mai stata se non che nei sogni della sua infanzia.
Ed ogni cosa nuova che vedeva l’allontanava sempre più dalla sua casa e dal suo paese; l’affaccendarsi della folla, il correre dei legni, il fischio lontano delle locomotive, lo strepitìo di gente che parlava in tante lingue, la sgomentavano; la stazione le parve un luogo fantastico, pieno d’ignote maraviglie, di sorprese spaventose; il cuore di un essere vivente e gigantesco, che riversava delle ondate disordinate di vita a quell’essere ignoto che portava il nome di città e che viveva per opera sua.
E la grande città riceveva ingorda e insaziabile l’ondata umana che entrava dalla sua porta mentre ne riversava un’altra che esciva dal lato opposto e correva pur essa affannosa fuori di lì.
Barberina, appoggiata al muro dalla parte esterna della stazione, guardava intimidita e paurosa quella scena. Nessuno era ancora venuto a prenderla ed essa non sapeva a chi rivolgersi per farsi indicare la via.
Finalmente una signora le si accostò e le domandò se essa non era la Barberina, che veniva da N.
Barberina rispose di sì e le porse il foglio che il parroco del paese le aveva detto di presentare alla sua futura padrona.
La signora l’aperse, lo lesse, poi con un sorriso dolce e benevolo disse:
- Non ho potuto trovarti prima, perché uscendo dalla stazione sei venuta da questa parte ove non c’è nessuno. Hai avuto forse paura di tanta gente sconosciuta? – aggiunse con gentilezza.
Barberina confessò arrossendo che s’era molto vergognata di tutta quella folla. I modi affabili della signora l’incoraggiarono, ed essa la seguì tutta rincorata da quella buona accoglienza.
La signora la condusse a casa con sé, la fece riposare, e nei giorni seguenti, a poco a poco, le insegnò tutto quello che doveva sapere, per far bene il servizio di casa sua.
Quel noviziato non durò molto. Barberina era intelligente e docile, e imparò presto assai quello che la sua signora le insegnava.
Così in breve tempo la famiglia presso alla quale essa serviva incominciò a volerle bene, e la signora le affidava spesso anche i bambini perché li portasse a spasso o li accompagnasse alla scuola.
Barberina però non s’avvezzava alla vita di città quanto lo credevano i padroni, a’ quali non mostrava mai nessun dispiacere d’aver lasciato il proprio paese, nessuna impazienza di ritornarvi.
Eppure essa vi pensava sempre; vi pensava con desiderio, quasi con angoscia.
Alle volte la coglieva una paura irragionevole di non più rivederlo, di non potervi più andare, di aver smarrita la via per ritornarvi. E allora ricordava paurosamente la confusa fantasmagoria del suo primo viaggio; quasicché le molte persone sconosciute che avea incontrate, e i paesi nuovi che aveva veduti e percorsi, e il grande strepito delle locomotive e dei treni, fossero barriere insuperabili che la separavano tutte da casa sua.
Quanti e quanti giorni, mentre essa se ne stava seduta nell’ombra e nell’afa di una piccola cucina, la finestra della quale, dando sopra uno stretto cortile chiuso fra le case, non le mandava talvolta neppur luce bastante per cucire di bianco, quante volte in que’ giorni di pioggia o di nebbia ripensava alla viva luce del cielo che rischiarava i suoi monti, all’abbagliante luccicare del sole sulle vette di essi, e allora un’acuta fragranza montana le tornava alla memoria con intensità dolorosa, quasi fosse cosa reale; e con quella memoria veniva pure quella di Luca e delle sue liete canzoni, e parevale che a un tratto tutta la sua vita passata l’avvolgesse, le tornasse vicina, presente, e si rieffettuasse in un sogno ad occhi aperti, che le faceva parere ancora più triste la realtà.
La vita della montagna le appariva come una festa di luce e di colori, nella triste penombra della sua cucina.
Era la fata maravigliosa che si presentava desiderata, inattesa, agli occhi stanchi della povera Cenerentola. E Barberina fissava con gli occhi della mente quel sogno splendido, e guardava insaziata, col desiderio, nella vita passata, ricordando ogni cosa con avidità; ricontando tutto ciò che poteva rammentare, come se il ricordo le desse dei diritti di proprietaria e che le memorie fossero gemme o monete da ricontarsi con un piacere d’avaro.
Poi, finita quell’ora di sogni, ricadeva in uno scoraggiamento profondo, e cercava, aumentando d’attività e di zelo, di nascondere quell’afflizione alla sua buona padrona.
E intanto Barberina si faceva sempre più donna e lasciava ogni giorno dietro di sé un lembo di quella veste morale che aveva avvolta e protetta la bambina.
Era una natura delicata, ma fiera ed energica. Aveva quella purezza d’animo e quella dignità tenace di chi ha potuto crescere senza sentir l’attrito della società, di chi senza saperlo ha vissuto sotto una protezione efficace, con la benefica illusione di una libertà assoluta.
Non aveva visto né il male, né il bene; aveva sentito la buona influenza della solitudine, ignorando l’isolamento; aveva provato sì vivo il sentimento della natura, che nelle ore di maggior solitudine, lontana da tutti, non s’era mai sentita sola; perché è nella folla soltanto che nasce il sentimento dell’abbandono assoluto e dell’isolamento, e non v’ha landa sterminata o mare senza fine che ci renda l’animo sgomento e deserto quanto il sentirci circondati e stretti dal tumultuoso accavallarsi della marea sempre crescente dell’egoismo umano. E l’egoismo isolato non prospera facilmente; esso ha bisogno di specchiarsi nell’egoismo di un altro, o di alimentarsi nell’altrui sentimento servile e prepotente per farsi forte; e predilige vivere nelle grandi masse di vita umana parassita sordido e vigoroso, ma pur talvolta così ricco di vita e di forze che vi appare in alcuni grande e maraviglioso come una virtù.
Barberina s’era sentita sola per la prima volta nel viaggio da N, dove pure s’era trovata in mezzo a tanta gente; e d’allora in poi un senso vago di abbandono, d’isolamento le era sempre rimasto; lo provava anche nelle ore meno tristi.
Si sentiva sola quando un mascalzone qualunque, passandole accanto per la strada, le sussurrava all’orecchio parole triviali che incominciava appena ad intendere; si sentiva sola quando dai bottegai o dalle serve del vicinato, udiva fare certi discorsi equivoci, udiva raccontare fatti e aneddoti nuovi affatto per lei, o sentiva narrare di certe vergogne subìte, di certi oscuri delitti commessi quotidianamente, e s’accertava che tutti quei racconti non erano fiabe ma fatti che si verificavano ogni giorno, che erano la storia vera e viva della grande città. Così, a misura che vedeva più gente e più cose che alla gente appartengono, a misura che osservava più da vicino, e che ogni cosa prendeva ai suoi occhi una forma più chiara e precisa, le veniva una paura superstiziosa di tutto quello che udiva, un ribrezzo morale indefinito, simile alla paura di una malattia contagiosa; le pareva che una povera ragazza come lei fosse più d’ogni altra esposta a subire tutto il male che ci poteva essere, ma non sapeva che male fosse; era una paura lontana, vaga e senza motivo.
Tutta la sua esistenza seguiva così oscuramente il suo corso dalla cucina alle botteghe, dal pianerottolo ove ciarlavano le serve alla strada ove correva timida e affaccendata per far la spesa o accompagnare i bambini. Le pareva d’essere in un fondo di pozzo torbido, ma tranquillo, ove tutti lavoravano senza speranza, senza distrazione, intorpiditi leggermente dalla mancanza di sole e di ventilazione. E in quel luogo triste e profondo s’agitava una gran massa di gente che si odiava, che si derideva, che soffriva o scherzava, che si pigiava oscenamente col pensiero e col fatto. Quello che faceva più soffrire la Barberina era la mancanza di quell’aria sana e pura che l’aveva fatta tanto ricca di salute e di forza ne’ suoi monti; e soffriva inoltre di dover vivere fra tanta gente, di abitare con essa quelle case alte e oscure, che si facevan ombra tra loro, consumandosi a vicenda la luce e l’aria. E le pareva che tutta quella gente dovesse consumare incessantemente anche qualcosa di più che luce e aria, qualcos’altro d’ignoto, quasi vi fosse un intenso dolore che facesse vivere la grande città, e che essa richiedesse una depredazione morale ignota, mostruosa come un delitto, dolorosa come un sacrifizio. Parevale che ci volesse di più che del denaro per far correre quelle eleganti vetture, per vestire così bene quelle belle signore e quei signori, per innalzare tutti quei monumenti che vedeva per le strade e per creare tutti quei teatri de’ quali sentiva vantare maraviglie; le pareva che ci volesse qualcos’altro ancora per raggiungere gli scopi della civiltà; che ci volesse uno sforzo intenso e misterioso, che facesse fruttare le fibre e i muscoli e li traducesse in lusso e in piaceri. E di questi strani sogni della sua immaginazione aveva paura come di cosa vera.
Chi aveva incominciato a pensare pel primo a tutto questo? A inventare il lusso, i divertimenti, tutte quelle centinaia di cose che vedeva senza intendere, complicati istrumenti di civiltà che la sgomentavano, come fossero strumenti di tortura? C’era dunque della gente felice anche qui? felice come lo era stata lei una volta, quando lo era tanto, che non aveva neppure coscienza di esserlo? Ma questi felici lo erano diversamente, poiché si creavano la propria felicità, se la facevano coi teatri, colle mode, coi libri, mentre lei l’aveva trovata bell’e fatta.
I libri? Che cosa ci poteva essere nei libri? pensava talvolta la Barberina. Delle parole? Proprio delle parole come quelle che diceva lei?
Alla Barberina veniva allora voglia di ridere. Che nei libri ci fossero delle chiacchiere simili a quelle dei bambini o dei bottegai che conosceva? Ma a che serviva il fermare così le parole, invece di lasciarle andare per la loro strada e morire come la gente e tutte le cose di questo mondo? Parlavano forse soltanto di fatti strani, come ne vedeva molti senza intenderli; o erano forse pieni di parole, come certe vetrine erano piene di oggetti rari, de’ quali non sapeva a che cosa potessero servire?
Quanta confusione di cose crea la gran quantità di gente che vive assieme pigiata nello stesso luogo! E quella confusione la sgomentava come cosa che deve traboccare e invadere, e allora pensava con stanchezza e desiderio ai lunghi silenzi della sua valle, e alla lontana e dolce canzone di Luca.

Capitolo terzo

Passarono molti mesi, e a poco a poco l’attività di Barberina andava scemando; perdeva l’appetito, e la padrona la trovava talvolta col lavoro sulle ginocchia, con le mani ripiegate sopra di esso, e lo sguardo fisso dinanzi a sé.
Se la signora le chiedeva allora che cosa avesse, rispondeva che non aveva nulla, e si vergognava molto d’essere stata sorpresa in un momento di stanchezza.
A misura che la Barberina deperiva, si sentiva più tranquilla, e le pareva, anziché d’essere malata, di abituarsi invece dolcemente al gran mutamento che si era operato nella sua vita. Tutto ciò che l’aveva tanto maravigliata una volta, ora non la maravigliava più, ed essa si confortava pensando con maggiore intensità di prima ai suoi monti e alla sua casa. Quei sogni, ne’ quali raffigurava il suo paese, le apparivano più frequenti e più veri e la consolavano.
Durò un pezzo in quello stato; sforzandosi a lavorare malgrado la fatica e il malessere, ed evocando le memorie del passato per tollerare il presente.
Ma la debolezza e il male furono più forti della sua volontà. Una mattina tentò invano di alzarsi. Una febbre gagliarda le toglieva quasi il respiro, e il capo grave e dolente le ricadeva sopra il guanciale ogni volta che provava a sollevarlo.
La signora, quando la trovò in quello stato, mandò subito per il medico, il quale, dopo aver visitata l’ammalata dichiarò che il male era lungo, difficile a guarirsi e tale da richiedere molta e continua assistenza.
I padroni della Barberina non erano ricchi; erano modesti negozianti, pe’ quali, specialmente allora, gli affari non andavano troppo bene, e non potevano quindi far curare nella propria casa una persona di servizio gravemente ammalata.
La fecero portare all’ospedale.
Essa vi andò con indifferenza. La sua buona signora ce la mandava, ed essa aveva fede in quella padrona, che era sempre stata giusta e amorevole per lei.
La signora le aveva inoltre promesso di visitarla subito lo stesso giorno, e di riprenderla appena stesse un poco meglio.
La Barberina fece dunque uno sforzo per alzarsi, vi riuscì, e coll’assistenza dei padroni poté anche scendere le scale e mettersi in un legno che la portò all’ospedale.
Allorché vi giunse si sentiva così male che non s’accorse neppure quando dal legno la portarono in una infermeria e la misero a letto.
Rinvenne lentamente.
Nel luogo ove si trovava c’era un’afa, un brulichìo di gente, un’ombra pesante di mura e di tende, tanto affannosa e grave che per un pezzo non le riuscì di raccapezzare dove fosse.
Era in un letto stretto e duro, e accanto al suo letto ne vide un altro, poi un altro e poi un altro ancora, e poi una fila indistinta d’altri letti che si perdeva nella grave e triste penombra di quella sala.
Ne’ sogni della febbre aveva visto fino allora le lunghe e ombrose file delle querci e dei castani che crescevano sul pendìo de’ suoi monti, e ora fissava invece impaurita una lugubre prospettiva di tende e di lenzuola, fra le quali si muovevano incessantemente visi scarni, onde di capelli e bende di malati; e il contrasto che le presentava il ricordo del sogno con la realtà presente ne accresceva l’orrore.
Ma a poco a poco incominciò a distinguere con maggior chiarezza ciò che vedeva intorno a sé. Si sollevò nel letto e guardò meglio ogni cosa.
Vicino a lei era una giovanetta pallida e sparuta. La giovanetta si rialzava di tempo in tempo nel letto per tossire; poi ricadeva con un lamento sui guanciali.
Dall’altra parte le giaceva accanto un’altra malata. Era una donna di mezza età, brutta, scarmigliata, con gli occhi neri e lucenti.
Quando la Barberina si voltò da quella parte la donna le disse:
- È la prima volta che ci viene?
- Sì, – rispose timidamente la Barberina.
La malata sorrise sinistramente.
- Ci sono già stata sei volte io. Avvezzandocisi non si sta poi tanto male. In che sala la porteranno?
- In che sala…? – ripeté la Barberina maravigliata.
- Ah, non lo sa? Auf… che dolore – disse la donna interrompendosi e contorcendosi. Stette zitta un momento, poi, rimettendosi nella positura di prima, riavviò il discorso. – Che male ha?
- Non lo so – rispose la Barberina.
- Non lo sa? – esclamò l’altra, e la guardò per un pezzetto con curiosità. – Sei di certo una contadina? – chiese di nuovo, ma dandole questa volta senz’altro del tu, dopo che la giovanetta aveva dato prova di tanta ignoranza.
- I miei genitori sono pastori…
- Ah! – fece con disprezzo la donna che si contorceva pe’ dolori, e non disse più nulla.
Intanto la Barberina pensava a ciò che essa le aveva detto, e dopo un momento, vedendola tranquilla, s’azzardò ad interrogarla.
- Mi porteranno dunque via di qui? – disse.
- Ma sicuro, – rispose l’altra. – Questo è il deposito, – e vedendo che la ragazza non capiva subito, aggiunse: – La sala d’aspetto, – e sorrise di nuovo.
- Sala d’aspetto? – replicò la Barberina. – È così che si chiama quello stanzone là dove si parte… alla stazione?
- Precisamente! – disse l’altra con lo stesso brutto sorriso di prima. – Come alla stazione. Si parte anche di qui, bambina mia, e tutti i giorni, e tutte le ore, e tutti i minuti.
- Si parte…? – balbettò la Barberina che aveva paura di capire.
- Per il camposanto. Ci portan via come cani. È ancora grazia se ci portano via senza farci a pezzi per studiarci. Siamo la povera gente noi… Ci prendono i nostri corpi anche dopo morti – e le diede un’occhiata maligna e sfacciata; poi si contorse di nuovo. – Hai paura?
Barberina fe’ cenno col capo di sì e voltò il viso dall’altra parte.
- Vergognati… Di che cosa hai paura? Forse ti ha messo spavento quello che t’ho detto ora… del tagliarci a pezzi? Ma non capisci che lo fanno dopo; quando non sentiamo più nulla? Che cosa te n’importa? Non hai ancora imparato a desiderare la morte tu? Non ci facessero male se non altro che quando siamo morte!
E la donna si voltava e rivoltava nel letto, lamentandosi sempre.
- È un lusso che non è fatto per noi l’aver paura di morire. Per Dio santo che male! – e cacciò un urlo. La servente che passava di lì si fermò al suo letto e le domandò se aveva bisogno di qualche cosa, ma la malata si lamentava e si contorceva sempre senza rispondere; più tardi venne anche una suora di carità, la quale cercò di confortarla con delle buone parole, dicendole che presto l’avrebbero portata in un’altra sala e le avrebbero date delle medicine che l’avrebbero fatta guarire, e intanto l’esortava a raccomandarsi al Signore.
La donna rispose con un’alzata di spalle e con un lamento. Poi, quando la suora era andata via, si voltò verso il letto che le stava a fianco dal lato opposto a quello di Barberina.
- Pregare! – esclamò con disprezzo.
Barberina sentì ridere. Era un riso soffocato, triviale. Dio buono, pensò la ragazza, come si ride male, in questo luogo! Non sarebbe meglio che piangessero? Che cosa c’era lì dentro in quella sala, in mezzo a quella sfacciata pubblicità di dolore, a quelle sofferenze numerizzate, di triste e ributtante ancora più del dolore stesso? Che cosa era che in quel luogo le metteva paura ancora più del male e della morte?
Barberina guardò dalla parte d’onde aveva sentito ridere. Vide una donna non giovane, ma ancor bella, che era seduta sul letto con un braccio al collo. Un nastro rosso, sbiadito, le allacciava i capelli e uno scialle di trina sdrucito le copriva le spalle.
- Sarebbe una bella cosa se si potesse pregare, – diceva la malata che prima aveva parlato a Barberina, – sperare almeno qualche cosa… Ma anche la speranza è un lusso. Non sentire tanto il dolore presente da non poter pensare ad altro, non essere tanto sopraffatti dalla miseria e dal male ogni momento, da non aver più testa per sperare di star meglio o pensare al poi, sarebbe pure una bella cosa! Ma confidare in un momento di riposo è lusso, tutto lusso.
La bella donna sorrise ancora.
- A dar retta alle monache – disse – bisognerebbe essere contente di soffrire.
- Sì, e ringraziare chi ci manda il male, – rispose l’altra. – Almeno credessi che ci fosse chi lo manda! Hanno preso tutto i signori, i ricchi… tutto, perfino Dio… Che cosa diavolo n’hanno fatto, e perché l’hanno preso, non si sa! Non era roba da farne danaro, ghiottonerie o vesti.
- Serve per i libri, – replicò la donna che aveva il braccio malato, con un certo fare di superiorità, – i libri si vendono…
- E hanno venduto anche lui! – esclamò la malata più vecchia. – E Barberina sentì ancora quel riso di prima, interrotto da un lamento. Poi le due malate si voltarono, e guardarono un altro letto, quello vicino alla bella donna.
Una suora e un giovane civilmente vestito stendevano un lenzuolo sopra di esso.
- È morta! – disse la vicina di Barberina.
- Chi era? – chiese dopo un momento di silenzio.
- Una prostituta! – rispose l’altra con aria sprezzante; – l’hanno portata qui ferita di coltello.
Poi seguì un dialogo a bassa voce, poi una risatina, poi le donne guardarono il cadavere corpulento e grottesco, le cui forme si delineavano sotto le pieghe del lenzuolo, e per un pezzo non dissero più altro.
La Barberina era più sgomentata dal modo di guardare di quelle donne che dalla vista del cadavere stesso. Quei quattro occhiacci sfacciati e sprezzanti, pieni di febbre e di dolore, le facevano paura, e mentre s’assopiva involontariamente sotto l’impressione di quella paura, li rivedeva in sogno, se li figurava vicini, e le pareva di sentirsi toccare da quegli occhi grandi, brutti, e faceva sforzi dolorosi e inutili per liberarsene.
Finalmente una monaca la svegliò, e la fece trasportare nell’infermeria nella quale si ricoveravano coloro che erano malate di malattia simile alla sua.
Era quella sala, situata a terreno, più chiara e spaziosa dell’altra, e dava sopra un cortile, nel quale crescevano alcune piante piccole e basse. Dei bambini vestiti di un rozzo camicione di tela correvano dall’infermeria al cortile, oppure camminavano fra i letti, rispondendo alle malate che li chiamavano, o accoccolandosi presso a qualche infermiera, che si fermava di tempo in tempo per accarezzarli.
Quei bambini erano mesti e tranquilli. La livrea dell’ospedale pesava sopra di essi e pareva dicesse loro cose tristi e ciniche, che ai bambini non si dicono mai; ancor piccini, avevano perduta l’inconsapevolezza dell’infanzia e sembrava fossero stati violati nella loro innocenza e nel loro pudore morale da quel triste camicione. E camminavano così, profanati eppure innocenti, fra quelle malate, quelle infermiere e quei medici, con un’indifferenza rassegnata che faceva male a vedere.
Barberina, non potendo rendersi conto di tutto ciò, vedeva soltanto che que’ bambini erano diversi dagli altri, e specialmente da quelli che aveva visti prima d’allora ne’ suoi monti. Ma erano i bambini della grande città bella e civile, e la grande città aveva fatto loro del male, come ne faceva a lei e a tanti altri. Era un male ignoto che colpiva tutti, anche i piccini.
Barberina si sentì confortata trovandosi in una sala dove erano molte altre giovanette come lei. Vi si sentì più sicura, e guardò intorno a sé con animo sollevato.
In quel punto udì la voce della sua signora che la chiamava.
Come le parve buona quella voce, in mezzo all’isolamento dell’ospedale affollato! Le parve una voce di casa sua, quasi fosse quella di sua madre stessa.
La signora le fece una visita brevissima, ma le disse tante cose amorevoli, le ripeté tante volte che sarebbe guarita sicuramente e che sarebbe tornata presto al servizio, e le disse anche con tanto garbo che le voleva bene e che l’avrebbe tenuta sempre presso di sé, perché era una brava e onesta ragazza, che la Barberina non sapeva come ringraziarla. Quelle assicurazioni e quelle lodi in bocca della sua signora, che non era solita a prodigarne, le fecero un gran piacere e la rinfrancarono tutta. Ora le pareva proprio cosa sicura di guarire presto e di poter tornare senz’altro dalla sua padrona. Le voleva più bene di prima, dacché essa le aveva dimostrato tanta e maggior sollecitudine di quella che non mostrasse per il solito; le pareva anche di poter far meglio il suo dovere dacché sapeva che i suoi padroni apprezzavano la sua buona volontà ed erano contenti di lei. Ed essa voleva lavorar molto, farsi più esperta nel servizio, ed acquistare così un gran buon nome presso la sua signora; voleva anche fare delle economie, per potere poi un giorno, di lì a molto tempo, tornare nei suoi monti e rivedere Luca e sua madre. Voleva proprio farsi una ragazzina di casa, per bene e a modo. Pensava con disgusto a quelle servette civettuole e trasandate alle quali nessuno portava più rispetto, e che tutti guardavano press’a poco come le due donne del deposito avevano guardato quella povera morta. Lei, la fidanzata di Luca, rassomigliare ad una di quelle ragazze! E ricordava le sorelline, la madre, le ragazze del villaggio; e la sua dignità rozza e primitiva si ribellava all’idea di non diventare un giorno ancor più degna di tornar lassù, dove tutti erano buoni e onesti, o almeno le erano sempre parsi tali, e di non presentarsi portando un attestato di lode della sua padrona.
Pensava talvolta che il buon parroco l’avrebbe ricevuta al ritorno con un sorriso di benevolenza; immaginava di rivedere quella signora amica della sua padrona, alla quale si sarebbe presentata volontieri per dirle che aveva fatto sempre il suo dovere dal giorno che era partita. E si figurava spesso e volontieri tutto ciò che riguardava il ritorno al suo paese; se lo figurava con un certo orgoglio onesto e franco, e contava i mesi e gli anni con energia e tranquillità.
Passò con questi pensieri i lunghi giorni dell’ospedale; e si confortava, fidando nelle proprie forze e nell’avvenire.
La padrona la visitava ogni giorno, e quelle visite amorevoli stabilivano una certa intimità fra la signora e la giovanetta, come non era mai stata prima fra loro. Però, a misura che la Barberina stava meglio, quelle visite divenivano più rare, e la ragazza osservava con inquietudine che la signora si faceva più seria, che le sue visite diventavano sempre più brevi, e che c’era nel contegno della sua signora un non so che di mutato ed insolito.
Un giorno la Barberina ardì chiederle se l’aveva scontentata in qualche cosa, o se forse le spiaceva di riprenderla in casa sua appena uscita dall’ospedale.
La buona signora la guardò con maraviglia, assicurandola amorevolmente che non aveva mai avuto a dolersi di lei e che sperava di riaverla presto in casa sua; ma poi, prima di lasciarla, si fe’ di nuovo seria seria e disse a Barberina che aveva gravi dispiaceri e che si sentiva molto infelice; però, appena detto questo, vergognandosi forse di quello sfogo improvviso con una giovanetta malata, alla quale non avrebbe mai potuto spiegare la vera cagione dei suoi dispiaceri, si alzò, e accommiatandosi da lei brevemente, la lasciò.
Da quel giorno non venne più.
Barberina l’aspettava sempre, e non sapeva darsi pace di non vederla.
Temeva che la sua buona signora fosse malata anch’essa, e che per questo motivo non potesse venire da lei.
Intanto la Barberina migliorava, e benché ancora debolissima, simulava col medico di sentirsi forte e vigorosa, a fine di ottenere più presto il permesso di uscire dall’ospedale. Essa si figurava che la sua signora aveva bisogno di lei, che era malata, che stava forse male; e il dover rimanere all’ospedale senza nessuno che la venisse a visitare, senza veder mai una persona di conoscenza, le metteva paura; si sentiva sola nel continuo va e vieni delle sale de’ malati e in quel luogo sempre aperto al pubblico. La gran porta d’ingresso aperta a tutti, che comunicava incessantemente colla città, e l’altra dal lato opposto, che metteva nell’interno dell’ospedale e dalla quale portavano via i morti, le mettevano entrambe uguale spavento.
Talvolta, nei sogni di febbre, sentendo passare sopra il suo letto la corrente d’aria che venendo dall’ingresso passava sibilando per gli anditi e le infermerie, essa si era figurata che quella corrente trascinava con sé la gente involontariamente; che veniva dalle più lontane e remote vie della città, traendo seco, come un fiume impetuoso, i più disgraziati e i più deboli.
Barberina non vedeva l’ora di uscire dall’ospedale. I primi giorni della convalescenza le parvero interminabili.
La sua padrona non si faceva viva, non mandava neppure a chiedere le sue nuove.
Finalmente una mattina, all’ora della visita, il medico le concesse il tanto sospirato permesso di uscire.
Barberina si sentiva ancora molto debole, ma non lo disse. Appena finita la visita si alzò; si vestì del modesto abitino di tela col quale era entrata nell’ospedale, fece un piccolo involto di quel po’ di biancheria che aveva portata seco, salutò e ringraziò la suora e le infermiere che l’avevano assistita, disse addio a due o tre donne che le erano state vicine di letto, baciò i bambini, e se ne andò.
Appena uscita dalla porta dell’ospedale trasse un gran respiro di consolazione.
Le vie le parvero più larghe, le case più belle, il cielo più azzurro e più limpido di prima. Era una mattina chiara e fresca di settembre. La città era animata da un lieto andirivieni di carrozze e barocci, di gente a piedi e di venditori ambulanti.
Alla Barberina non pareva vero di rivedere un po’ di cielo, un po’ di gente che rideva e chiacchierava e che non soffriva e non si lamentava, come ne aveva vista tanta all’ospedale.
Quella bella mattina, tutta quella lieta attività intorno ad essa, non soltanto le infondevano coraggio, ma le facevano dimenticare la debolezza della quale pativa ancora e i timori che le erano sorti dal non aver riveduto la padrona da tanto tempo. Provava una contentezza quasi spensierata; adesso le pareva d’essere più vicina di prima al suo paese, più vicina al conseguimento di tutti i suoi desideri. E pensava a Luca, pensava a’ suoi, e camminava più lesta che poteva verso la casa della sua signora. Rinvigorita da quella buon’aria le sue guancie pallide si colorivano leggermente, e i suoi occhi grandi e ingenui s’aprivano pieni di sorrisi alla vista d’ogni cosa.
La gente per la strada la guardava con simpatia.
Il contegno modesto e gentile, il volto giovanile, fatto pallido e delicato per la malattia e pei lunghi giorni passati nell’ombra di una sala di malati, la veste umile, ma pulita e attillata, lasciavano una grata impressione a chi, passando, fermava gli occhi sopra di lei.
La Barberina, troppo timida per chiedere la via che metteva alla casa ove abitava la sua signora e che era assai discosta dall’ospedale, guardava con attenzione ogni bottega, ogni cantonata, ogni svolta, cercando di rammentarsi i luoghi già veduti altre volte quando usciva per fare le commissioni o per accompagnare i bambini.
Camminò molto, prima di giungere alla dimora de’ suoi padroni.
La casa ove essi abitavano era situata in uno stretto crocicchio di viuzze anguste e buie, che formicolavano di gente e di carrozze. Quando Barberina la vide da lontano, e scorse le gelosie bigie del salotto e l’altre mezze aperte delle camere dei bambini, e poi, più giù, al mezzanino, quelle della sua cucina, provò una gran gioia, quasi rivedesse la casa paterna dopo essere stata lungo tempo in mezzo a gente straniera; affrettò il passo, e non sentì più né stanchezza né debolezza.
Entrò nella porta e passò subito nell’andito di una stretta e bassa portineria, nella quale, pressoché nascosta da una vetrata sudicia e affumicata, cuciva la vecchia portinaja, con un grosso gatto accoccolato fra le pieghe della sottana.
- Eh, eh! – fece questa con una vocina stonata, vedendola passare così di furia. – Eh, ragazzina, chi cerca?
- Sono la Barberina, signora Rosa, – rispose subito quella, affacciandosi ad uno sportello nella vetrata e salutandola con un sorriso. – Sono guarita e torno dalla mia signora.
- Dalla sua signora! – esclamò la portinaja levandosi gli occhiali e fissandola con maraviglia.
- La sua signora? Ma quale?…
- Quale? – replicò la Barberina. Ma la mia, la signora Rossi, – e si sentì invadere da uno sgomento indefinibile, quasi le sovrastasse una sventura.
La portinaja la guardò un momento con aria di compassione e di curiosità ad un tempo.
- Come mai non ha saputo…? – E si fermò di nuovo per guardarla.
- Che cosa? – disse la Barberina tutta impaurita. – Che cosa è stato? La mia signora è forse malata? Sta male?
E vedendo nel viso della portinaja un che di affermativo, come se dicesse di sì, fece un movimento per andar via e correr su per le scale; ma la signora Rosa la trattenne con un gesto imperioso.
- Dove va? Stia qui… Su non c’è più nessuno. La sua signora è partita.
- Partita! – ripeté sgomenta la Barberina. – E le parve che il tetto della vecchia casa calasse giù a poco a poco e la coprisse, la soffocasse, le togliesse l’aria e la luce. Si appoggiò ad un lato della vetrata, e dopo un momento sussurrò di nuovo: – Partita! partita senza dirmi niente, senza avvisarmi…
- Eh bambina mia, – replicò la portinaja, che stava attenta e aveva udite le sommesse parole della Barberina. – Certe partenze non si possono strombettare tanto, prima di farle. La tua povera signora ha dovuto partire da un momento all’altro, senza cerimonie: suo marito è fallito.
- Fallito! – disse Barberina guardandola. – Che cosa vuol dire?
- Vuol dire… vuol dire… Santa ignoranza! Non sa ancora che cosa vuol dire un negoziante che fallisce! – replicò la signora Rosa, che non aveva l’abitudine di dare lì per lì pronte definizioni delle sue parole.
- Per carità, signora Rosa, mi dica che cosa è stato, dove sono andati, – tornò a dire la Barberina con tono supplichevole, mentre le balenava una lontana speranza che non fossero andati tanto distante da X da non poterli raggiungere.
- Dove sono andati? – esclamò la portinaja con un mezzo sorriso e una soffiatina stridula che significava per lei il concetto di una distanza ignota e incommensurabile. – Dove sono andati? – aggiunse servendosi di nuovo della parola. – Lo sa la Madonna dove sono andati. Certamente dove sperano che non si possa ritrovarli.
- E non torneranno più? – domandò ingenuamente la Barberina, che non poteva convincersi di quello che le diceva la portinaja.
- Vuole che il signor Rossi torni qui per farsi mangiar vivo da tutti quelli cui deve dei denari? – replicò con ironia la portinaja. Vi fu un breve silenzio. – Povera signora Rossi, era buona e non si meritava una disgrazia così grossa! Ma gli uomini, gli uomini sono tutti farabutti. Se ne guardi, ragazzina, se ne guardi bene.
La Barberina non rispondeva. Fissava il gatto della portinaja che le dormiva ai piedi, e lo guardava come fosse un essere mostruoso che le metteva spavento.
- Perché mi guarda il gatto a quel modo? – disse dopo un momento la portinaja impensierita, e temendo che quella ragazza avesse il mal occhio e potesse portar disgrazia al suo favorito. Ma la Barberina non le dava retta.
- Al primo piano ora chi ci sta? – domandò dopo un pezzetto, quasi pensasse ad alta voce.
- Chi ci sta? – rispose con diffidenza la signora Rosa. – Ci sta una famiglia tedesca; hanno seco le loro persone di servizio, tutte tedesche, e quando parlano non si capisce un’acca. Perché lo vuol sapere? – domandò.
- Non lo so, – rispose la Barberina quasi fosse mezza stupida. E ricadde nel silenzio di prima.
Avrebbe voluto poter andar di sopra, guardare in quelle camere, e convincersi che veramente i suoi padroni non c’erano più.
La portinaja la fissava sospettosa e compassionevole; ora diffidando della propria compassione, ora vergognandosi, per pietà, d’essere troppo sospettosa.
- Che cosa debbo fare adesso? – disse finalmente la ragazza, raccogliendo il povero involto dei suoi panni e poggiandolo con una mossa di abbandono e disperazione sull’assicella che serviva da parapetto allo sportello della portinaja. – Che cosa debbo fare, dove andare?
- Ma… ah! – fece la donna. – Che cosa vuole che le dica io?… È una disgrazia per lei; ma si faccia coraggio.
- Coraggio… sì, ne ho, ma non possiedo nulla, non conosco nessuno qui… Dove posso andare? – disse ancora la povera Barberina.
- Si cerchi un servizio, – replicò la portinaja. – È una brava ragazza, sana, giovane, onesta; che diamine! lo troverà sicuramente un padrone, e un buon padrone… meglio di questi che sono andati via.
E la portinaja, che sapeva l’arte del consolare e credeva di confortare la Barberina parlandole male dei suoi padroni di prima, stava per incominciare una litania di recriminazioni confortatrici. Ma la ragazza l’interruppe subito.
- Oh non ne parli male, – disse, – erano tanto buoni!
- Uhm, buoni… – fece la vecchia scontenta. – E l’hanno lasciata in questi panni.
- Per carità, mi aiuti lei, signora Rosa. Mi cerchi un servizio… lavorerò, farò ciò che posso; e intanto mi lasci star qui.
- Qui! – esclamò la portinaja. – Ma se non c’è posto neppure per me!
- Io ne prenderò così poco, signora Rosa, così poco, dormirò sopra una seggiola, non le darò maggior noia del gatto che le dorme costì fra i piedi. Mi tenga qui fintanto che ho trovato padrone! – diceva con voce supplichevole la giovanetta. – Lo troverò presto un padrone; mi accontento di fare i più duri lavori: mi vorranno bene, mi terranno di certo; potrò guadagnare qualcosa, e forse trovar modo di sapere dov’è la mia signora e raggiungerla.
- Raggiungerla! – ripeté la portinaja, che guardava con maraviglia la Barberina che le parlava fra i singhiozzi.
La signora Rosa era molto noiata della piega che prendeva la conversazione, e pensava tra sé e sé al modo di districarsi da questo imbroglio. La Barberina la supplicava sempre, e parlava sempre di trovare il modo di raggiungere la sua signora; cosa che alla portinaja sembrava tanto ineffettuabile quanto assurda.
- La compiango, cara ragazzina! – disse finalmente. – Ma io sono una povera vecchia, che non può far altro che raccomandarla, raccomandarla tanto alla Madonna santissima perché la protegga, e raccomandarla anche a della brava gente, perché la prendano, o le trovino un servizio. Su via, coraggio; non faccia delle storie qui in portineria; se il padrone di casa passasse ora, sentirebbe il che mi tocca. Non si scherza con lui, sa? Mi manderebbe via senz’altro, se la tenessi qui anche soltanto fino a questa sera.
La povera Barberina tacque sgomenta. In quella casa, fra quelle mura conosciute le pareva di non essere ancora del tutto abbandonata; ma uscire da quella porta, andare fra gente che non conosceva, andare… dove? Il pensiero della Barberina si fermava sbalordito dinanzi a questo terribile dilemma. Aveva paura, e le tremavano le gambe.
La portinaja, che si puliva le lenti degli occhiali con un vecchio fazzoletto di cotone color turchino, ebbe un po’ di compassione.
- L’ortolana qui sotto… la Beppa… La conosce la Beppa, – disse alzando la voce, perché le sembrava che la ragazza non udisse le sue parole.
- Sì… – mormorò con voce fioca la Barberina.
- Ebbene, la Beppa sa di parecchi servizi, me ne parlò ieri, e tutti buoni; c’era una signora che cercava una donna subito. Vada dalla Beppa, vada a nome mio; dica che è la Rosa portinaja che la manda, e che venga pure da me chi vuole a prendere informazioni che le darò buone.
- Grazie, – disse la ragazza; e fe’ una mossa per levare l’involto dei suoi panni dal davanzale dello sportello; ma poi lo lasciò stare, perché non trovò in sé la forza di muoversi. Non poteva risolversi a lasciare quel luogo od andar via da quella casa.
- Non perda tempo, – tornò a dire con tono più duro la portinaja. – Quel servizio può esserci ancora se la si spiccia. Vada; qui, come le ho già detto, non ci può stare. Il padrone non vuol chiacchiere. Ora dia retta a me, vada dalla Beppa, e qualcosa le capiterà. Si spicci, e se vuol tornare un altro giorno, venga pure.
Ormai bisognava che, per amore o per forza, la Barberina se ne andasse. S’asciugò le lagrime dagli occhi senza parlare, prese il suo involto, riannodò il fazzolettino che portava sul capo, e fece una mossa lenta per scostarsi dallo sportello. Provava una tenerezza indefinibile per quelle mura, per quella vecchia e oscura portineria, per quelle scale che mettevano al quartiere che era stato abitato dai suoi padroni, e del quale vedeva le finestre dal posto in cui era. L’angoscia di quel momento prestava ad ogni cosa già veduta un valore incalcolabile; a misura che il sentimento d’essere abbandonata da tutti le si faceva più vivo, nasceva fra essa e quella vecchia casa, fra quelle mura bigie e quelle penombre malinconiche un’affinità misteriosa, un legame nascosto, pieno di tenerezze e di ricordi.
Alla Barberina s’affacciava con angosciosa insistenza la certezza che, se usciva di lì, non vi sarebbe mai più tornata, non avrebbe mai più riveduto, né quella casa, né quella portineria, né quella signora Rosa, che era il solo essere vivente che conoscesse un poco nella città.
Chinò il capo e fece un cenno alla portinaja, come volesse parlarle, ma la parola non le uscì dalla gola, stretta convulsivamente. Fece alcuni passi per uscire, ma sull’uscio si fermò di nuovo.
- Signora Rosa, – disse piano, – se la Beppa non mi trova un servizio subito, potrei tornare all’ospedale?
- All’ospedale! – esclamò questa. – Che, le ha dato volta il cervello? Ma se è guarita, che cosa la ci vuol fare all’ospedale? Crede che sia una locanda? Dio buono, ragazzina, non la ci pensi neppure all’ospedale, e ringrazi la Madonna d’esserne uscita così sana e forte. Troverà di certo un posto e migliore di quello di prima, grazie al cielo. Vada, vada dalla Beppa.
E la Barberina, mormorando un grazie e un saluto, chinò il capo, e soffocando un singhiozzo, uscì.
La sua figura mesta e giovanile sparì dal varco della porta, ove si disegnava un momento prima sul fondo chiaro della luce di fuori. La portinaja ricordò ancora per qualche momento la curva leggera del capo, del collo e di tutta quella persona che pareva piegarsi non per forza di una pressione esterna, ma per opera di un accasciamento interno, come se una molla si rompesse o piegasse dentro di lei.
Ma quella memoria durò poco.
Alla signora Rosa non parve vero che fosse andata via. Si rimise gli occhiali, accomodò per bene i guanciali sudici e mezzi vuoti del suo seggiolone, e nella sua triste abitazione, nella sua povertà oscura e malinconica ebbe finalmente il piacere di godersi una volta in vita sua il lusso di un egoismo da signori, quello di sentirsi seduta comodamente, al sicuro, in un’abitazione pressoché sua, protetta dal freddo e dalla fame, mentre quell’altra se ne andava via sola, senza asilo, senza sapere se avrebbe trovato al giungere della sera un ricovero per la notte. E intanto il gattone dormiva saporitamente, e la portinaja chiudeva di tempo in tempo le palpebre sotto gli occhiali, e sembrava che l’egoismo soddisfatto mormorasse dolcemente, quasi russasse di piacere, sotto al pelo della bestia e sotto ai logori cenci della donna. Se a noi fosse dato un sesto senso per udire il segreto agitarsi del pensiero, udremmo così fors’anche l’intiera città mormorare dolcemente, e il brontolìo di piacere dell’egoismo soddisfatto, escendo dalle sue alcove, dalle sue case, dalle sue vie, ci assorderebbe, tormentoso e insistente, avvolgendoci dovunque. Ma l’egoismo è muto per noi; i suoi dolori e le sue gioje sono silenziose, e passa nelle fibre umane senza rumore, pudico e ignobile.

Capitolo quarto

Quando la Barberina si trovò sola, fuori nella strada, camminò macchinalmente verso la bottega dell’ortolana.
Si sentiva debole e aveva fame. Nella sua grande impazienza di escire dall’ospedale aveva perfino dimenticato di mangiare, e il suo stomaco da convalescente non poteva tollerare un lungo digiuno.
Quella fame intensa accresceva nella povera ragazza il sentimento angoscioso del suo isolamento. Veniva a rammentarle con una prova fisica il suo triste stato.
Barberina camminava adagio. Aveva paura della gente, cercava di passare fra essa piano piano; avrebbe voluto camminare in punta di piedi per non farsi sentire, e rimpicciolirsi per modo da non essere veduta.
Le pareva, nell’esagerazione di un sentimento che le faceva provare con spavento quanto ella fosse senza difesa e quanto orribile fosse il suo stato di abbandono, le pareva di camminare nuda nella folla, nuda di una nudità morale quasi ancor più vergognosa di sé della fisica.
Sembravale che tutti dovessero accorgersi, passandole accanto, che erano vicino ad un dolore intenso, ad una disperazione piena di paure. Ed essa si vergognava della sua disperazione in mezzo a quella gente che le sembrava felice.
Eppure, quando si sentiva più tranquilla, avrebbe voluto raccomandarsi a ciascuna di quelle persone isolatamente, in special modo se erano donne o vecchi; ma vedendole così tutte insieme le mettevano paura, e il loro numero non soltanto la scoraggiava sempre più, ma le faceva provare più intensamente il suo isolamento; e pareva che ognuna di esse accrescesse il vuoto intorno a lei, e le togliesse una parte di quello che avrebbe potuto essere suo.
Così è sempre per tutti cosa triste e paurosa il trovarsi nelle ore di afflizione in mezzo alla moltitudine, quasi andassero sempre smarrite in essa le virtù delicate e gentili del singolo individuo, o che la forza di associazione delle cose cattive prevalesse nelle grandi agglomerazioni di persone a quella delle cose buone.
La Barberina aveva una gran paura di quella folla.
Giunta dall’ortolana, avrebbe voluto entrare subito nella bottega bassa ed umida, tutta piena di paniere, di legumi, di piatti e vasi in terraglia, e nascondersi affatto nel fondo di essa; ma la bottega era piena; un uomo vuotava precisamente allora, nel piccolo spazio rimasto vuoto nel mezzo di essa, un paniere d’erbe, e i bambini della Beppa occupavano quel po’ di posto che ancora rimaneva libero. La Barberina dovette dunque fermarsi in istrada, dinanzi alle paniere delle pesche, dell’uva e delle susine, che l’ortolana aveva esposto in bell’ordine, separate le une dalle altre da lunghe fila rosse di pomodori.
La Beppa fece buona accoglienza alla Barberina.
La credeva al servizio, e sperava riavere la sua clientela. Ma quando la ragazza, con voce debole e interrotta, tutta confusa e vergognosa, come avesse lei la colpa di ogni cosa, le raccontò quanto era accaduto, allora l’ortolana fece un viso serio e cambiò l’aria di amichevole interessamento che aveva avuto prima in quella di una protezione un poco altera.
- Gran ciacciona quella Rosa portinaja! – disse, – la mi va ad inventare a questa povera ragazza che ho tanti servizi!… N’avevo, sì, la settimana scorsa, ma ora si son tutti accomodati.
E intanto misurava una libbra di susine ad un bambinetto.
- E quella signora… quella della quale aveva parlato la signora Rosa?
- Se le dico che quella signora Rosa è una gran chiacchierona!
E intanto sceglieva dei pomodori in una paniera e ne dava con delle patate ad una serva; ma la serva non volle quelle patate, e l’ortolana dovette andare in fondo alla bottega a prenderne delle altre e lasciare a mezzo il discorso.
Barberina era sulle spine.
Ritta davanti alle paniere, nella strada, urtata da quelli che passavano, sentendosi a mancare per la debolezza e per la fame, eppure reggendosi per lo sgomento che l’invadeva di nuovo, quasi ancor più terribile di quello di prima, aspettava ansiosa che l’ortolana finisse il suo discorso.
Finalmente la Beppa sbrigò la serva e ricominciò a parlare:
- Quella Rosa è proprio senza coscienza; va ad inventare di queste cose ad una povera disgraziata! Ma non lo sa forse meglio di me, lei che fa la portinaja, che in questa stagione tutti i signori sono in campagna? Cara la mia ragazzina, se sapesse quante ne vengono qui a chiedermi un servizio! E tutte ragazze per bene, robuste, svelte, certamente quanto lei. – E diede una sbirciata al viso estenuato e pallido della ragazza. – Ce ne vorrebbero dei padroni!
- Ma non conosce proprio nessuno che abbia bisogno della donna di servizio? Non importa che il lavoro sia duro, faticoso, grossolano…
La giovanetta guardava supplichevole l’ortolana. Essa era nella strada tutta sola, e il rumore confuso della città copriva la sua voce debole, quasi infantile. Quei rumori l’assordavano nello stato di debolezza e di paura nel quale si ritrovava.
Per un momento pensò al silenzio tranquillo e solenne che regnava nei suoi monti.
Fu quella un’alta visione di pace, un sogno ad occhi aperti; poi l’urto di un uomo che passava, le grida dei venditori di giornali, il rumore delle carrozze, dei barocci, delle voci e dei passi di tanta gente la stordirono di nuovo.
Quel rumore e quella città diventavano per essa una voragine.
Era sull’orlo, cadeva.
La Barberina stese una mano per reggersi in piedi: sentì un umidiccio freddo sotto alle dita e una cosa molle che cedeva e s’apriva sotto il peso della sua mano: era un pomodoro.
L’ortolana con voce stridula e dura la rimproverò. Gli occhi della Barberina s’empirono di lagrime, e non rispose.
Rialzò il capo e guardò nella strada… Dove andare, Dio santo, dove?
Ma tutta quella gente non capiva, non sentiva dunque nulla? La disperazione di quella giovanetta, quasi ancora bambina, che piangeva lì in mezzo a loro, nessuno fra tanti l’intendeva? Eppure passavano delle mamme portando seco con amore, sorridenti e attente i loro bambini, c’erano delle donne che rimbalzavano impaurite soltanto perché la ruota di una carrozza era passata troppo vicino alla loro veste, altre spaventate indietreggiavano perché il bambino dell’ortolana, annaffiando il lastricato dinanzi alla bottega, aveva minacciato di schizzarle coll’acqua, altri si salutavano premurosi o s’incontravano sorridenti; era dunque tutta quella gente capace anch’essa di sentire paura e affetto, e mostravasi anzi puerilmente esagerata nella propria sensibilità; eppure alla sua angoscia non v’era fra tutta quella gente chi prestasse attenzione. Ad essa, annientata dalla disperazione del più crudele abbandono, non riusciva di far intendere a nessuno quanto soffriva! Chi se ne avvedeva?
In quel momento ricordò le belle botteghe già vedute altre volte nelle vie principali della città. Ricordò con chiarezza morbosa tanti piccoli oggetti di lusso, tante piccole invenzioni ingegnose che v’avea ammirate, le quali dovevano servire alle necessità della vita dei ricchi; tutte cose che non aveva mai più rammentate dal giorno in cui i bambini della sua signora gliele avevano mostrate e descritte con orgoglio e loquacità infantile. Ora, a un tratto, le tornavano alla mente.
Come mai, pensava la fanciulla, quelli stessi che hanno inventate delle macchine che cuciono da sé, delle lenti maravigliose sulle quali rimane impressa per sempre l’immagine umana, dei fili miracolosi che portano lontano le parole con la velocità del pensiero, delle macchinette semplici come balocchi da bambini che pure ti sanno fare mille e mille gingilli graziosi e inutili, come mai quella stessa gente tanto attenta ai bisogni degli altri, tanto sapiente e ingegnosa nel soddisfarli, non aveva mai preveduto un bisogno crudele come il suo, e non aveva, prevedendolo, inventato nulla per rimediarvi?
Nella grande città dove c’era tutto, tutto quello che il capriccio poteva desiderare, dove ad ogni passo s’affacciava alla vista qualcosa di inatteso, di maraviglioso, dove a detta di tutti non mancava niente, per lei che soffriva tanto non ci doveva essere nulla, neppure chi le dasse un consiglio?
E alla Barberina pareva che i suoi occhi lagrimosi fissassero un vuoto smisurato, un abisso nero intorno al quale la civiltà festante danzava indifferente e sdegnosa.
Quell’abisso formicolava di gente, di dolori, di miserie, mentre una minoranza felice passava accanto ad esso senza paura e senza vertigini.
Barberina piangeva.
L’ortolana la lasciò fare un poco, poi disse.
- Su via, bambina, che cosa fate? Non potete stare tutto il giorno qui in istrada, davanti alla mia bottega; fatevi coraggio.
- Ma dove debbo andare? – esclamò la ragazza con angoscia.
La donna non rispose subito. Per un momento misurò anch’essa con la mente pigra e ottusa la profondità di quel dolore; ma poi, temendo che il suo egoismo non bastasse a toglierle dal pensiero quell’immagine straziante, fece uno sforzo di volontà e rispose:
- Non vi disperate; quello che non trovate qui, potete trovarlo facilmente altrove.
- Ma dove? – mormorò la Barberina singhiozzando.
In quel punto una donna venne per comperare delle susine. Era una vecchia vestita civilmente, ma con un abito logoro e sudicio, un cappello unto e bisunto, che poteva essere stato bello in altri tempi, ma che ormai non era soltanto fuor di moda, ma quasi quasi non stava più insieme, tanto era sdruscito e usato. Quella donna, mentre comprava le susine, scegliendole in un paniere ad una ad una, toccandole tutte con delle dita magre e lunghe, di un color livido che le faceva sembrar ancor più sudice di quello che erano, sbirciava di tempo in tempo la Barberina con curiosità maliziosa. La povera ragazza non se ne avvedeva. Guardava la Beppa che pesava le susine, e il fondo della bottega pieno di panieri, fra i quali ruzzavano i bambini dell’ortolana; dietro a lei, nella via aperta, passava incessantemente, stridula e chiassosa, una corrente umana, che non si chetava e che non riposava mai. Barberina pensava alla signora Rosa, alla Beppa, alla portineria umida e buia, e alla bottega oscura che le stava dinanzi, ci pensava con desiderio, con invidia, stando nella strada, quasi fosse nel mezzo di un fiume guardando con angoscia la riva.
Sperava che la Beppa le rivolgesse spontaneamente la parola, e l’invitasse a restare, o almeno le indicasse dove poteva andare. Ma la Beppa non la guardava neppure.
La poveretta, vergognosa, umiliata, chinò il capo, e acciecata dalle lagrime che le pendevano fra le palpebre, fece un passo e si scostò dalla bottega. Non sapeva se doveva volgersi a destra, o a sinistra. Per lei era tutt’uno. Se avesse potuto indovinare la via che, traverso le grandi campagne che si stendevano intorno alla città, conduceva ai piedi de’ suoi monti; se avesse saputo come fare per arrivarci, sarebbe andata per quella via, così sola com’era, stanca e debole, e avrebbe camminato notte e giorno.
Ma essa ricordava che i suoi monti erano lontani; rammentava che glieli avevano fatti vedere un giorno i bambini della sua signora, e che le erano apparsi quella volta come una sfumatura azzurra e lucente all’orizzonte, tanto distanti, che il vederseli così lontani l’aveva allora accorata profondamente; adesso ripensava a quella sfumatura azzurra, vi pensava con terrore e si sentiva proprio e interamente abbandonata da tutti.

Capitolo quinto

Giunti a questo punto della nostra narrazione, molti fra i miei lettori faranno forse delle obiezioni; diranno che in tutte le principali nostre città vi sono istituti di beneficenza, asili per le giovanette abbandonate, per i bambini, per gli infermi; istituti fondati coll’intenzione di aiutare precisamente le infelici che si trovassero nelle condizioni della povera Barberina; ed è questa un’osservazione vera, ed io posso aggiungere di mio, che nella civile e colta città italiana, nella quale seguiva il fatto che sto narrando, di tali istituti ve ne sono parecchi e commendevoli, e fatti in modo che la Barberina avrebbe potuto senza difficoltà presentarsi ad uno di essi ed esservi accolta e protetta. Ma come poteva essa saperlo, se neppure la signora Rosa e la Beppa gliene avevano parlato? Perché né la Rosa, né la Beppa sapevano esattamente se ci fossero, o dove fossero, e sebbene qualchevolta n’avevano sentito parlare, o n’avevano letto il nome in qualche cronaca di giornale, pure credevano fossero luoghi ove senza raccomandazioni di signori o di preti o di monache non ci si potesse andare. E questi Istituti apparivano loro piuttosto come attuazioni di un’astratta teoria di carità, inventata dai ricchi, che qual fondazioni popolari e pratiche da poter servire veramente ai bisogni immediati e quotidiani della povera gente. E così accade che giornalmente, sotto le mura stesse di ospizi e ricoveri, seguano tristi casi di abbandono e di corruzione, contro i quali sarebbero stati specialmente fondati quegl’Istituti di beneficenza, che finiscono soltanto col riescir utili a coloro che non sono tanto miserabili o tanto isolati da non poter aspettarsene l’aiuto. E così avviene che i casi peggiori, i più urgenti, quelli che hanno maggior bisogno di soccorso, perché ignorano perfino che il soccorso ci sia, non trovano che di rado l’aiuto che si meriterebbero.
Questo fatto incontestabile, dell’ignoranza nelle classi povere di Istituti creati allo scopo di soccorrerle, questo avverarsi continuamente di tali ignoranze, il trovar che l’esatta conoscenza della loro esistenza sfugge perfino alla curiosità delle signore Rose e delle signore Beppe, vale a dire delle portinaie e delle bottegaie, è una prova della loro insufficenza e più che insufficenza, è prova di uno stato di cose contrario allo spirito stesso che informa la loro istituzione.
Perché mai questi ricoveri creati con fini specialmente determinati, che si limitano a servire un bisogno urgente della miseria o del dolore, non sono tanto popolari, tanto conosciuti come dovrebbero essere, e non s’acquistano fra il popolo il diritto di vivere la vita di un’individualità cara, famigliare, protettrice? Perché non sono essi come l’ospedale centrale e il manicomio, noti a tutti, e in modo così preciso, che ciascun povero che ne chieda la via ad un altro sia sicuro di averne l’indirizzo, o di saperne i particolari?
Perché questa diversità? Come accade che le madri e i padri di famiglia non sieno confortati, pensando che vi sono ospizj nei quali le loro figlie esposte per la miseria e l’abbandono alle corruzioni dei tristi, troverebbero soccorso o rifugio, e che dei giovanetti traviati da cattivi compagni vi troverebbero lavoro e disciplina; che più disgraziati e già colpevoli, dopo espiata una pena, potrebbero coll’aiuto di esperti educatori ritentare la prova del riuscir buoni e utili alla società? E come mai questi stessi genitori, che trovano tanto aiuto negli Istituti di beneficenza, non ne propalano a tutti le lodi e non fanno loro acquistare una vera popolarità?
Perché questi enti morali, specialisti filantropici di malattie morali, non sono noti al popolino come l’oculista, il cavadenti, il professore di medicina che si è acquistato un nome nella cura speciale di una malattia?
Le ragioni sono varie e complicate, e se mi permetto di esporne qui brevemente alcune, quelle che a me sembrano le principali, spero che il lettore me lo perdonerà, vedendo quanto questo argomento dell’utilità e popolarità degli Istituti di beneficenza tocchi da vicino il soggetto del nostro racconto.
La maggiore popolarità della quale gode l’ospedale di fronte agli altri Istituti, si può in parte spiegare facilmente per la maggior necessità che hanno di esso le classi povere. Vi sono peraltro Istituti la cui necessità è pure grandissima, che sono creati al fine di rimediare a sofferenze che in alcune città o provincie si presentano più frequenti, senza che per questo riesca loro di escire da una certa penombra inerte e misteriosa, che li fa rassomigliare per molti a delle astrazioni, e per altri più timidi, a delle individualità elette, aristocraticamente severe, non avvicinabili dal volgo. Ma perché il povero, obbietteranno molti, non cerca da sé di conoscere meglio questi Istituti creati unicamente per soccorrerlo, invece di lasciarsi andare a prestar fede ai pregiudizi che glieli fanno disconoscere? Non è questa per parte del povero un’ignoranza colpevole che rassomiglia quasi all’indifferenza? Perché il povero, risponderemo, non soltanto è timido verso persone o cose che non vede e non conosce, e con le quali non può trattare direttamente, ma è anche difficilmente in grado di poter superare, senza gravi difficoltà, certe distanze morali, e di vincere certi pregiudizi che governano dispoticamente l’animo delle classi meno colte della società.
L’ingegno nostro non può fare lo sforzo di superare ignote e astratte distanze morali, né far subentrare il calcolo chiaro della ragione alle facili e indefinite leggi del pregiudizio, quando non vi è stato educato dall’abitudine. Tanto più il corpo sarà avvezzo e indurito alla fatica fisica, tanto più avrà contratto l’abito di non vedere nello sforzo, sia della volontà, sia dei muscoli, che il mezzo di vincere una difficoltà materiale ed evidente, quasicché non vi fosse possibilità di vincere senonché ciò che è evidente e materiale, e per questa convinzione tanto più difficile gli apparirà ogni altro sforzo, il quale sia invece diretto a superare una difficoltà astratta che sfugge al dominio dei sensi e dell’energia fisica.
In coloro, che sono cresciuti così nell’inazione dello spirito e nella fatica dei muscoli, l’intelligenza non sa più lavorare senza l’evidenza della meta reale e l’eccitamento dell’azione del corpo. Mancando ad essi coll’istruzione, i principali istrumenti per il lavoro del pensiero, hanno bisogno degl’istrumenti del lavoro materiale per compiere un disegno qualsiasi. Vincere un pregiudizio, superare una distanza morale, penetrare con l’indagine e il ragionamento laddove non penetrano col fatto, sono opere morali dinnanzi alle quali i più fra loro sono impotenti.
Dovrebbe dunque l’opera di beneficenza essere istituita in modo che essa per sua natura e organizzazione fosse già tanto vicina al povero che vuol soccorrere, da non dover egli superare distanza alcuna per arrivarvi.
Questo difetto, assai meno grave nel passato, e ne spiegheremo subito la cagione, va crescendo nel presente, e la distanza che già tante volte separò il bisognoso dai soccorsi della beneficenza va diventando ogni giorno più grande.
Nel passato, su quella via dell’asilo o del ricovero il bisognoso trovava sempre una guida e un aiuto; alla sua ignoranza soccorreva un consiglio che gli appariva come un’emanazione dello spirito stesso che aveva creato le istituzioni di beneficenza.
Quella guida, quel consiglio, era la carità religiosa.
Il prete e il credente, caritatevoli il più delle volte per interesse e ipocrisia, erano però talvolta ammirabili e grandi di abnegazione e di sacrificio, e buoni e cattivi la carità l’insegnavano tutti; e l’insegnamento era buono, fosse bugiarda o sincera la bocca che lo impartiva.
Ma l’intenso e fervido sentimento religioso che alimentava quella carità s’esaurisce ogni giorno; la fede muore nelle classi colte, si raffredda e s’estingue nel popolo, e la carità religiosa, colpita con le credenze, infiacchisce anch’essa senza che una nuova forma di beneficenza venga abbastanza a sostituirla col nome di carità civile. Eppure se v’ha cosa che dovrebbe farci sopportare perfino una religione non buona, sarebbe la carità; se v’ha virtù senza la quale ogni società, e fosse la più colta, non merita più il nome di civile, quella virtù è la carità. Ma anche in questa lotta della ragione contro l’assurdo è potente sempre la cieca stupidità che colpisce le cose buone con le cattive e che non sa ricostituire sotto altra forma quello che perde nella lotta.
Così, a misura che cresce quell’antagonismo, a misura che il prestigio religioso declina, e che la spensierata indifferenza del ricco, che ricrea l’intelligenza in codeste lotte, impoverisce sempre più il bisognoso senza compensarlo in verun modo di quello che gli toglie, così si fa sempre più il vuoto intorno al povero, il soccorso s’allontana sempre più da lui, il mondo ideale che lo confortava, dilegua senza che nella realtà gli venga sostituito il benefizio di una solida istruzione; e se nelle ore di tribolazione cercherà un soccorso sulla stessa via, ove i suoi avi incontravano il prete e si prostravano con esso dinanzi agli altari, dubitiamo assai che incontrandovi invece un libero pensatore e vedendo su quegli stessi altari rovesciati, la dea Ragione o l’immagine dell’uomo scimmia, ne tragga le consolazioni che s’ebbero i suoi padri.
E a questa miseria morale e materiale, che accresce di tanto la miseria già esistente nel mondo, non si riparerà così presto. Stolto e puerile è lo spirito che spinge i più alla demolizione, e gli animi loro sono quasi sempre incapaci di misurare la grandezza e l’efficacia della cosa che demoliscono.
L’intelletto grossolano dei demolitori non capisce quanta grandezza di vita civile, quanta fede gagliarda nell’opere buone, quanta intensità di lavoro e di forze ci vorrà per ricostituire nel mondo cosa che valga e superi le religioni perdute. Quanta scienza dovrà rimpiazzare la fede, e quanto ordine e armonia nella vita sociale dovrà emanare dalla nuova forma di carità che non sarà più religiosa ma civile! Per ora, alla demolizione non tien dietro riedificazione alcuna, e quanto crolla da una parte, non si riedifica dall’altra, per buona che fosse la cosa caduta.
L’Istituto di beneficenza è quasi sempre ancora in mano del prete; ma il prete non è più, come lo era una volta, l’intermediario fra il bisognoso e la carità che lo soccorre; egli non è più senonché un isolatore in mezzo alle lotte della vita civile che si agitano intorno a lui; non ha più la pace dell’animo e il potere morale che in altri tempi lo mettevano in grado d’essere utile, che facevano derivare per esso un vantaggio dall’apparire buono e dal praticare la carità. Adesso il prete, buono o cattivo, deve pensare a sé; al pericolo che corre la sua religione; ha l’animo turbato, e incessantemente distratto dalle piccole cure del suo ministero. Il denaro che ha non lo può più spendere per il povero, soltanto perché è povero; un’altra e più alta miseria implora il suo aiuto; è la religione stessa, è la sua fede che egli deve soccorrere, che mendica e che soffre. Volete che quel prete soccorra l’incredulo, quando ai suoi occhi, per opera degli increduli, tutta la vita ideale delle generazioni avvenire è minacciata di morte morale? Che cosa volete che presso a questa sciagura gli appaia ancora degna di commiserazione; e volete che egli sia caritatevole senza chiedere se colui che lo invoca è credente, o no? se è un nemico della sua Chiesa o un amico di essa? Volete che non faccia parzialità, quando la sua Chiesa mendica dal mondo intero, e che il denaro che gli chiede un avversario bisognoso, lo può dare ad essa?
E quel prete ridotto ormai quasi necessariamente in codesta condizione morale è pur sempre a capo della beneficenza. Dispensatore parziale, anche se onesto e sincero, perché l’esercitare la carità imparzialmente sarà sempre per esso un voler mancare ai doveri del suo stato, egli isterilisce con la sua presenza lo spirito dell’Istituto che presiede. La sua fede, nella quale altre volte s’alimentava la carità, oramai la paralizza. E la società che gli ha tolto volonterosa l’antico prestigio, che gli ha tolto la volontà e la possibilità di essere utile e caritatevole, ha però lasciato nelle sue mani l’opera di beneficenza, il denaro del povero, sapendo segretamente che non se ne serve per esso, ma che invece l’adopera molte volte contro la società civile, la sola sulla quale d’ora in avanti il povero potrà contare. E lo deride, lo sprezza, o non se ne cura; eppure gli abbandona il più alto e delicato ufficio sociale: quello della carità.
E le signore Beppe e le signore Rose, che a poco a poco sono diventate anch’esse indifferenti alla religione, e che, quando non si sentono male e che hanno pranzato bene professano teorie da libere pensatrici, e non hanno più, come le loro nonne, le interminabili sedute col confessore e le chiaccherate sulle porte dei conventi e le equivoche amicizie con i fratacchioni del vicinato, ora quelle portinaie e bottegaie, non sanno a che santo raccomandarsi, quando capiti loro un caso come quello della Barberina. Non avendo più co’ preti la dimestichezza di una volta, né colle monache la intimità d’altri tempi, non avendo con le bacchettone del vicinato, scandalizzate dalla loro incredulità, le buone relazioni che avevano in passato, a chi chiederebbero un consiglio? E senza un consiglio che venga da quella parte, come fare?
In quei casi si pensa che con certe raccomandazioni, con la buona volontà dei signori, forse si potrebbe sapere e ottenere e concludere qualcosa. Ma quelle raccomandazioni come averle? Quei tali signori dove trovarli? E le difficoltà come le distanze sembrano, e talvolta anche sono, insuperabili.
Così non rimane al povero che l’ospedale; ma quell’ospedale soltanto che accoglie tutti indistintamente, che ha direttori e amministratori laici, nel quale i medici governano liberamente; che è in tutto e per tutto un’istituzione civile. Là soltanto il povero si sente a casa sua, ci va senza esitazioni, c’entra senza difficoltà, sa che c’è, dov’è, come fosse a due passi da casa sua; ne parla, lo teme, ma nello stesso tempo lo riguarda come un asilo sicuro per le ore di sofferenza. Questa popolarità, l’ospedale la trae in gran parte, come abbiamo già detto, dalla continua necessità che n’ha il povero, dal gran concorso di gente che ci va, ma anche dal sentimento di sicurezza e di riposo che prova ognuno sapendo d’essere in un luogo che accoglie indistintamente tutti coloro che soffrono, che non fa distinzioni religiose, che non esige certificati o raccomandazioni, che non è diretto da una casta, da un ordine speciale di persone, da frati piuttostoché da preti, ma che è veramente istituzione civile, cosa che emana direttamente dalla vita della città e del Comune.
Così, fintanto che la carità non sia diventata compiutamente una virtù civile e non sia riassorbita del tutto dalla società colta e liberale che cammina sulla via del progresso, fintanto che essa non sarà il dovere d’ogni cittadino come lo era prima di ogni credente, fintanto che non sarà distrutta in noi l’abitudine del riguardare la carità come un monopolio religioso, un’incombenza speciale di alcuni, e che il dovere di praticarla non riposi ugualmente sopra di tutti, individualmente non meno che collettivamente, sino allora non potranno mai cessare gli abusi, le indifferenze crudeli, le mostruose negligenze che si avverano ogni giorno sotto ai nostri occhi.
E chi di quegli abusi o dolori ha soltanto compassione senza adoperarsi per aiutare laddove havvi bisogno di soccorso, è forse ancora più colpevole degl’indifferenti stessi, perché egli ha provato l’eccitamento a compiere un dovere e non l’ha compiuto; e se v’ha grand’errore commesso contro la società intera, non è quello del fare il male, ma dell’omettere scientemente di fare il bene; è la mancanza d’energia; la fiacchezza nell’operare. Da ogni cosa che lavora attivamente nasce qualche nuova forma di vita; dal male può nascere lo spirito di ribellione, può venire il bene; è dall’inerzia soltanto che non verrà mai nulla di buono; e la mancanza d’energia è forse nel mondo la sola cosa che può meritarsi veramente il nome di male, ed è il vero genio melefico del nostro tempo.
Ogni epoca storica ebbe il proprio diavolo, e lo spirito del male delle nazioni invecchia con esse, ma dura sempre; vispo e giovane, nel medioevo violava la legge religiosa, anziché combattere la religione; vecchio e reazionario, combatté più tardi le aspirazioni della società civile; fatto peggiore col tempo, il diavolo nostro ci insegna ad essere fiacchi e indifferenti; è un cinico sonnolento che fugge dinanzi alle determinazioni energiche, come il diavolo lieto e birichino del cinquecento fuggiva dinanzi all’acqua benedetta.

Capitolo sesto

La Beppa non sapeva che farsene di quella ragazza che piangeva sulla porta della sua bottega; servì la vecchia, guardò ancora la Barberina, e vedendo che dopo fatta una mossa per andarsene si era di nuovo fermata, le disse:
- Provi dal droghiere di faccia… – la vecchia a queste parole fissò con molta curiosità l’ortolana e la Barberina; si avvicinò alla ragazza, e con voce stridula e carezzevole ad un tempo, le chiese:
- Che cos’ha questa bella giovane che piange? le è seguìta forse qualche disgrazia?
- È fuori di servizio e non sa dove andare. È uscita oggi dall’ospedale, poverina, – replicò la Beppa, guardando la vecchia con aria diffidente e nello stesso tempo sperando che le potesse dare qualche suggerimento per liberarsi da quella seccatura.
- Davvero! È senza servizio, povera bambina! – esclamò con aria compassionevole la donna.
Barberina si sentì tutta commuovere per quelle buone parole così piene di compassione e d’interessamento; guardò la sconosciuta che le aveva dette, si asciugò gli occhi, e le rispose con voce tremante per la voglia di piangere e per la gran debolezza che provava:
- Il mio paese è lontano lontano, non conosco nessuno qui, i miei padroni sono partiti e non so più che cosa fare.
- Poverina – replicò subito la donna mettendole amorevolmente una mano sulla spalla e guardandola lungamente: – Mi fate proprio compassione; non piangete a quel modo. Una ragazza bella, giovane e sana come voi, non deve disperarsi così presto. M’avete proprio toccato il cuore colle vostre lagrime; su via, consolatevi, venite con me. So di un servizio che vi potrà forse convenire.
- Oh signora! – esclamò la ragazza. – Che Dio la benedica!
- Volete provare? – e intanto la guardava con una curiosità indiscreta, che intimidiva la fanciulla, la quale non ardiva ringraziarla come avrebbe voluto. – Eh! volete provare, bella ragazza? È una buona casa e vi tratteranno bene, con gentilezza. Venite con me, e se quel servizio del quale vi parlo non ci sarà più, ne troveremo un altro; ma non piangete, tranquillatevi poverina. Mi fate proprio pena. Sono fatta così io, non posso vedere a patire.
- Quant’è buona, – mormorò la Barberina con riconoscenza.
Era una brutta vecchia. Ma quel viso rugoso e quei capelli bianchi ispiravano fiducia e rispetto alla ragazza; le ricordavano la sua nonna, che filava la sera seduta sulla pietra del focolare accanto a lei, e sulle ginocchia della quale aveva poggiata tante volte la testa addormentandosi, mentre essa le contava delle novelle.
- Come si fa, – diceva la vecchia alla Beppa, – a lasciare questa povera creatura nel mezzo di una strada? La provvidenza ci deve essere per tutti. – E volgendosi alla Barberina, aggiunse: – Non perdiamo tempo, ragazzina. Chi dorme non piglia pesci. Asciugatevi gli occhi per benino, perché con gli occhi rossi e gonfi una bella ragazza come voi non fa bella figura, e venite con me. Guardate un po’ che caso! voi cercate un padrone, io una persona di servizio, e ci troviamo qui proprio nello stesso tempo… e poi dicono che la provvidenza non c’è.
- Oh c’è, c’è di certo, – esclamò la Barberina tutta commossa, – c’è, e m’ha mandato lei! Se sapesse quale era la mia disperazione! Ma non sarò ingrata: vedrà; mi saprò fare onore dai miei padroni, lavorerò notte e giorno e mi ricorderò sempre di quello che ho sofferto in questa mattina. – La Barberina aveva ritrovata finalmente la parola, e la sua riconoscenza si esprimeva calorosamente nei suoi discorsi. La vecchia l’ascoltava con aria di compiacenza. Di tempo in tempo sorrideva, ma quel suo sorriso agghiacciava la parola ardente e grata della Barberina, perché era un sorriso sfacciato, maligno e pieno d’ironia; ma quando poi riprendeva a parlarle con quel suo fare untuoso, con quella sua voce, stridula sì, ma a momenti quasi melliflua, allora la Barberina si faceva coraggio e le discorreva di nuovo a cuore aperto, con tutta la candida ingenuità del suo animo.
Così combinarono che la vecchia l’avrebbe condotta prima a casa sua perché si ristorasse e potesse riposare un poco, e che poi, più tardi, l’avrebbe presentata in quell’altra casa ove avrebbe trovato certamente servizio.
Quando la Beppa vide la Barberina che s’allontanava in compagnia di quella donna, portando sotto il braccio l’involtino dei suoi panni, e con il fazzoletto che aveva sul capo stretto sotto la gola e messo in modo che quasi le nascondeva il viso, col suo portamento umile e modesto e quella sua aria tanto giovanile che quasi sembrava ancora bambina, allora la Beppa crollò il capo, fece una smorfia e volse il viso dall’altra parte fissando per un momento, con paura, la sua piccina che giuocava seduta sopra una paniera nel fondo della bottega. Se la figurò grande, la vide con l’immaginazione così come aveva visto adesso la Barberina in compagnia di quella donna; poi pensò alla bottega, all’economie già fatte, all’eredità che s’aspettava da una parente, e il suo sguardo si rasserenò. Andò a dare uno schiaffetto di compiacenza alle guancie paffute della bambina; poi, tornando sulla soglia della bottega, brontolò fra sé, rialzando il grembiale sopra un fianco:
- Gran ciacciona quella signora Rosa!

Capitolo settimo

Intanto la Barberina camminava sempre in compagnia della vecchia. Le stava vicina, la guardava, moralmente le s’aggrappava come fosse stata per affogare e avesse finalmente trovato una tavola per salvarsi e stare a galla.
Le vie popolate non le mettevano più paura. La folla le teneva compagnia; era tornata come per incanto ad essere tutta di gente come lei, buona, affabile, sorridente.
La Barberina interrogava sempre la vecchia intorno al suo nuovo servizio, le domandava come era la signora, se la conosceva da un pezzo; domandò se vi erano dei bambini.
La vecchia le diceva che era una buona casa, un servizio come non se ne trovava facilmente uno fra mille, che lei era proprio una ragazza fortunata, e così via, ma non le narrava nessun particolare.
- E se non mi volessero? – chiedeva sgomenta la Barberina.
- La prenderanno, stia sicura. Raccomandata da me la prenderanno di certo. E poi, non le par di avere un visino che si raccomanda da sé? – La Barberina arrossiva per quel fare un po’ sfacciato della vecchia; ma pensava che le parlasse a quel modo per farle coraggio, e sentiva d’essergliene grata.
Dopo un quarto d’ora di cammino, la donna si fermò dinanzi ad una vecchia casa con una porticina bassa e stretta che metteva ad una scala mezza rovinata, ripida e sudicia. Fece passare avanti la Barberina e salì dietro a lei sino al primo piano. Si fermò sul pianerottolo e mise il capo fuori di una finestra dinanzi alla quale passava una ringhiera che faceva il giro di tutto il cortile della casa. Era un cortile stretto e buio. La casa era altissima, e visto dalle ultime ringhiere quel cortile doveva rassomigliare al fondo di un pozzo. Vasi di fiori, cocci ripieni di terra nella quale crescevano delle pianticelle scolorite e cadenti, cenci d’ogni dimensione e colore empivano tutte quelle ringhiere dalle quali sgocciolava sempre, ora dai cenci lavati, ora dalla terra umida dei fiori, qualche rigagnolo di acqua torbida e sudicia, la quale, cadendo nel cortile, lo manteneva umido e fangoso, quasicché ci piovesse sempre.
La vecchia guardò a destra sulla ringhiera; poi, con voce imperiosa, diversa assai da quella con la quale aveva parlato sinora alla Barberina, chiamò più volte:
- Giustina, eh Giustina! Dove sei, fannullona?
Pochi istanti dopo, uno degli usci che mettevano al pianerottolo della scala s’aprì, e una bambinetta di forse tredici o quattordici anni si presentò alla vecchia.
- Ero in cucina, – disse con fare d’umiltà bugiarda, – e non ho potuto sentire…
- Al solito; è sempre così… ma una volta o l’altra, – la bambina indietreggiò spaventata, e la donna a quell’atto si trattenne e s’accontentò di fulminarla con uno sguardo, dicendo poi: – Lesta, richiudi l’uscio e apparecchia per due.
Barberina seguì timidamente la vecchia, entrando con essa in una camera piuttosto grande, ingombra di roba, nella quale si trovavano accumulati gli oggetti più diversi che si potesse immaginare. Abiti da ballo sciupati e scoloriti, vesti da estate, manicotti e pellicce, servizi da thè e da caffè scompagnati o rotti, bocce e boccettine d’ogni dimensione contenenti liquidi d’ogni colore, che non si sapeva se dovessero servire per la toeletta, per la farmacia o per la tavola; ventagli, nastri, cappelli; insomma era un vero emporio di roba e dei più svariati.
- Faccio la rivenditora, – disse la vecchia per spiegare alla Barberina, che se ne mostrava maravigliata, il disordine di quella camera. – Ma sono tempi questi nei quali non si guadagna niente. L’è un affar serio, ragazzina mia, l’esser vecchia come me, non trovar lavoro e non aver nessuno che mi dia un soldo, – e la vecchia intonò una lunga litania di miserie che la Barberina ascoltava con attenzione. – Ma non stia lì in piedi a quel modo, poverina; dev’essere stanca, si metta su questo canapè, – e le fece posto levando un abito rosa cosparso di stelle d’argento e un vecchio scialle tarlato, di lana rossa. – Riposi, carina, riposi. Ora mangeremo un boccone e la si ristorerà. È il pane del povero che divideremo; ma lo mangeremo di buon cuore, bambina mia, e poi… – ammiccò coll’occhio e fece una delle sue brutte risatine maliziose e sfacciate.
Intanto la Giustina stendeva un tovagliolo sopra una parte della tavola, lasciando l’altra ingombra di roba com’era prima, e portava piatti, bicchieri, pane e vino; poi aprì un armadio e ne trasse del salame, dei citrioli, l’oliera e un pezzo di cacio; e mentre faceva tutto questo, sbirciava continuamente la Barberina, guardandola con una cert’aria maligna e invidiosa, come sapesse di tante cose che gli altri non sapevano. Era una brutta bambina; zoppicava un poco, era magra e sparuta come fosse malata, con degli occhiacci arditi, eppure nello stesso tempo stanchi e sofferenti, e certe labbra gonfie e rosse che rivelavano in lei un tipo malsano e scrofoloso.
Della bambina non aveva che la statura e le forme; il viso e il tratto erano di donna. Le si leggeva nel volto il desiderio del vizio, l’abitudine del soffrire, il bisogno fisico e morale di viver male, e nello stesso tempo un’insofferenza, un’ira nascosta per il dolore e le privazioni che portava seco il vivere in tutta quella miseria del corpo e della mente, miseria che l’avvolgeva e la soffocava ancor prima che avesse finito di crescere.
Alla Barberina, che non poteva capire tutto questo, ripugnava il guardare quella bambina, eppure nello stesso tempo ne provava compassione, specialmente pel modo duro col quale la trattava la vecchia. Ma quella donna doveva essere una gran buona donna se l’aveva raccolta senza chieder neppur chi fosse, soltanto perché l’aveva vista piangere e perché le avevano detto che era infelice! Doveva avere un gran buon cuore e doveva pur meritare che le si volesse bene.
La Barberina si mise a tavola accanto alla vecchia e, lasciandosi confortare dalle parole insinuanti e autorevoli di essa, tutta consolata da quella ospitalità cordiale, si mise a mangiare con l’appetito della sua età.
La vecchia la guardava con aria di compiacenza.
- La mi pare un’altra, adesso, – diceva. – Guardi, che bel colore ha rifatto, che belle guancie rosse, che begli occhietti vivaci!
La bambina che serviva a tavola guardava sempre la Barberina con invidia.
S’avrebbe potuto prenderla per una sua sorella minore, sciancata e invidiosa, che la vedesse pronta e attillata per andare a nozze.
- Si ricorderà di me, eh? – continuava a dire la vecchia, mentre inzuppava pane in un bicchiere di vino. – Si ricorderà di una povera vecchia miserabile, che non ha quasi da sfamarsi, eh? Se ne ricorderà con un po’ di riconoscenza, anche quando avrà trovato un buon posto?
- Pregherò Iddio ogni giorno per lei, – replicò la Barberina tutta commossa, e pensò vergognosa e confusa che non aveva nulla da darle, neppure quanto bastasse a pagarle la colazione di quella mattina.
La vecchia guardò l’involto che la Barberina aveva messo umilmente in terra, accanto ad una seggiola; lo guardò tanto che la ragazza se ne accorse, ma la donna non disse nulla e non fu che alzandosi da tavola che riprese a parlare:
- Finisca pure di far colazione, bambina mia, quello che ho è suo, prenda ciò che le fa bisogno senza complimenti. Io vado intanto, per sapere se la posso presentare oggi stesso in quella casa che le dissi. A quest’ora la signora c’è di certo. Resti qui adesso, e se vuol mettersi su quel canapè e dormire una mezz’ora finché io torni, lo faccia pure, così sarà ristorata del tutto e potremo sbrigare poi le nostre faccende.
La Barberina ringraziò ancora mille volte, e la vecchia se ne andò raccomandandole di mangiare, di dormire e di fare come se fosse a casa sua; poi, chiamata la Giustina, si fece da essa accompagnare sulle scale e là le parlò lungamente a voce bassa.
Intanto la Barberina si alzava da tavola, e con animo commosso e riconoscente si mise a sedere sul canapè, si appoggiò ad un vecchio guanciale di pelle che le parve soffice come fosse di piuma, e, senza volerlo, vinta dalla stanchezza, seguì il consiglio della donna e si addormentò profondamente.
Mentre ella dormiva, la Giustina entrò parecchie volte nella camera, camminando in punta di piedi e guardandola sempre, e mentre la guardava le faceva certe smorfiacce maligne e invereconde, che davano al viso di quella bambina un aspetto fantasticamente diabolico, quasi non fosse una creatura umana e viva, ma un’apparizione stravagante e soprannaturale.
Ma la Barberina non si svegliò se non quando la vecchia, dopo averla scossa e chiamata più volte, le disse forte:
- Su via, bella ragazza, non c’è tempo da perdere, è tardi. Avete dormito un pezzo e la signora vi aspetta.
Barberina si fregò gli occhi, si rialzò, e passando più volte le mani sul viso, come per togliersi a quel modo più presto di dosso la grave sonnolenza che provava, si rammentò confusamente di quel che le era seguito nella mattina. Ebbe un momento di paura nel rammentarsene, ma la presenza della vecchia la rincorò.
Si alzò sorridente, la ringraziò di nuovo, e seguì docilmente i consigli della donna, la quale volle che la si ripettinasse, che si lavasse, che rimettesse con garbo il fazzolettino che portava intorno al collo.
- È una signora che ci guarda a queste cose, – disse; e poi, vedendo che la Barberina prendeva l’involto dei suoi panni, le domandò: – Vuol portarsi dietro quella roba? La lasci a me; sono una povera vecchia e per me tutto è buono, ma una bella ragazza come lei non può più portare quei cenci, che le hanno servito perfino all’ospedale. La signora le passa tutto il vestiario.
Alla Barberina non parve vero di sdebitarsi un poco verso quella donna, che si era meritata da lei tanta riconoscenza; un po’ confusa e arrossendo di non poterle dare di più, le offrì senz’altro tutto il suo involtino, dicendo:
- Le sarò grata se vorrà accettarlo. – E la vecchia lo prese, dicendole che era una brava ragazza, che aveva proprio un cuor d’oro, e con queste parole s’avviò per escire, seguìta dalla Barberina.
Chi avesse visto in quel momento il viso della Giustina, che spiava dietro un uscio per vedere e sentire ciò che faceva e diceva la sua vecchia padrona, chi l’avesse vista poi, correre alla finestra per seguirle con gli occhi anche in istrada, e vedere da che parte s’avviavano, non avrebbe potuto fare a meno di chiedere a quella ragazzaccia, il motivo della triste gioia che le balenava nel volto sfacciato e maligno, mentre, facendo le corna alla vecchia e alla Barberina, rideva sgangheratamente.

Capitolo ottavo

La casa alla quale erano dirette le due donne non distava molto da quella della vecchia. Era situata anch’essa in una via stretta e buia, nella quale regnava una grande tranquillità e un gran silenzio. Le carrozze vi passavano di rado, v’erano poche botteghe, quasi tutte povere e mal fornite, e sebbene quella via fosse situata quasi nel centro della città, pure era così poco frequentata, come fosse posta nella parte più remota di essa.
Quando Barberina entrò nella porta di quella casa, fu maravigliata di trovarsi di faccia ad una bella scala con tappeti, con imbottiture di velluto alle ringhiere di ferro, con eleganti candelabri ornati da gran palle di vetro fine, lavorate e scannellate.
Quel lusso l’intimidì, e nel mettere la grossa suola delle sue scarpe su quel bel tappeto a fiori, le pareva d’insudiciarlo, e salì tutta confusa e sgomenta, pensando che se anche il quartiere dei suoi futuri padroni era tanto di lusso, non si sarebbero mai potuti accontentare del servizio d’una povera ragazza, com’era lei.
A destra, al primo piano v’era una bella porta con vetrata in colori, mentre dall’altra parte, proprio dirimpetto, era una porticina semplice e chiusa come se non vi stesse nessuno; ma la vecchia si fermò subito precisamente davanti a quella, come conoscesse da un pezzo la casa, e tirando la cordicella di un campanello mezzo nascosta dietro al telaio della porta, disse alla Barberina:
- Eccoci!
La porta s’aprì poco dopo e una donna di mezz’età salutò familiarmente la vecchia, dicendole che la padrona l’aspettava, e aggiungendo:
- Passate, passate, essa v’aspetta nel salottino dei conti. – Le fece entrare.
La Barberina si trovò in un andito pressoché buio, lungo lungo, e seguì la vecchia quasi a tastoni.
Il cuore le batteva forte forte.
Doveva vedere una nuova padrona e presentarlese per la prima volta; e la poverina tutta sgomenta, pensava che certamente non sarebbe piaciuta, che era troppo rozza e ignorante per servire una signora che abitava in una casa tanto bella, che la sua timidità e la sua inesperienza sarebbero apparse in ogni sua parola, e tremava di non essere ben accolta.
La signora, alla quale la Barberina fu presentata quasi subito, era ancora una bella donna di forse quarant’anni. Vestiva con eleganza ed alla povera ragazza parve superba e severa.
La signora, dopoché la vecchia le ebbe parlato, guardò la Barberina da capo a piedi con una cert’aria sprezzante e sfacciata ad un tempo, che rammentò alla poveretta il modo di guardare de’ compratori di pecore e di vitelli, quando venivano su nei suoi monti per fare degli acquisti.
Era uno sguardo duro e fisso che le metteva paura.
- Va bene, – disse con tono freddo e indifferente la signora, mentre la fissava sempre; – va bene, se volete, potete restare…
Barberina, vincendo la sua timidità, volle ringraziarla, ma la signora l’interruppe con un sorriso freddo e ironico.
- Basta, basta. Andate su, non ho tempo da perdere; questa donna vi indicherà la vostra camera e vi porterà un vestito e della roba; non potete restare qui con gli abiti che avete addosso.
La ragazza, confusa, non sapeva come esprimerle la sua riconoscenza, e le disse che la mettessero pur subito a lavorare, che avrebbe incominciato volentieri il suo servizio, perché si sentiva bene e non aveva bisogno di riposare.
- Saprete poi quello che dovrete fare, – rispose la signora, con quella sua solita aria di sprezzo; – per oggi non ho bisogno di voi. Andate.
Barberina non ardì rispondere, fece un inchino, salutò con uno sguardo e un sorriso affettuoso la vecchia, la quale, desiderando forse di restar sola con la signora, le fece cenno di seguire una persona di servizio che l’aspettava sull’uscio.
- Mettila nella camera rossa, al secondo piano, – disse la signora alla fantesca, mentre questa stava per escire, seguìta dalla Barberina.
La donna, senza aprir bocca, fece camminare un pezzo la Barberina per degli anditi, le fece salire delle scale, e finalmente, dopo essere andata a cercare una chiave, si fermò davanti ad un uscio, l’aprì e la fece entrare in una bella camera, ariosa, pulita, nella quale era un bel letto parato.
- Questa è la mia camera? – esclamò la Barberina. – Una così bella camera per me?
- Sì, – rispose laconicamente la donna, – questa camera è la sua: – e fece una mossa per andar via.
- Ma che cosa debbo fare? – domandò la Barberina maravigliata. – Dov’è la cucina, dove debbo andare per fare il mio servizio?
- Per ora stia qui, – rispose ancora la fantesca.
- Mi manderanno qui il lavoro? dovrò forse cucire di bianco? Oh, mi insegni un poco lei, quello che devo fare! Vorrei proprio farlo per bene il mio dovere e accontentare la signora.
- Per ora non ci pensi: – replicò l’altra imperiosamente. – La signora vuole che la stia qui; obbedisca senza chieder tanto; vedrà che se ne troverà contenta: – e andò via, lasciando la Barberina più maravigliata di prima.
La mobiglia della camera era piuttosto bella, e la povera ragazza stette un pezzo prima di risolversi a mettersi a sedere sopra una di quelle belle seggiole ricoperte di una stoffa in lana rossa, simile a quella che aveva ammirata tante volte nel salotto dei suoi antichi padroni.
Passò del tempo prima che venissero a chiamarla o a portarle la roba promessale dalla signora.
Che gran signora doveva essere, pensava fra sé la Barberina, se le regalava subito, appena entrata in casa sua, e se voleva che le sue persone di servizio fossero tutte ben vestite!
Le finestre della camera erano aperte, ma le gelosie chiuse sino a metà altezza della finestra non lasciavano penetrare nella camera senonché la luce che veniva dall’alto.
Barberina, stanca di starsene oziosa ad aspettare, s’avvicinò alla finestra e volle aprire le gelosie.
Ma erano chiuse e assicurate in modo che non le riescì di aprirle.
Guardò allora traverso le piccole sbarre di legno e vide un giardinetto chiuso fra delle case e delle mura, umido e malinconico, senza che in esso crescesse neppure un fiore; delle donne litigavano in un cortile vicino, e le loro voci stridule, e le parole ingiuriose e sconce che profferivano, arrivavano chiare e distinte agli orecchi della Barberina, quasi fossero vicine a lei o nella stessa camera.
La ragazza si allontanò dalla finestra.
Le metteva malinconia il guardare in quel giardino buio e desolato, e anche le voci di quelle donne le mettevano una certa paura addosso, come se quelle ingiurie oscene fossero dirette a lei.
Finalmente la fantesca di prima ricomparve, portando sul braccio della roba.
- Ecco quello che le manda la padrona per rivestirla; il resto l’avrà poi. Badi che questa roba gliela consegno io, che è sua, e che non voglio poi delle storie, e che s’abbia a dire che non l’ha avuta o che io non gliel’ho data.
Barberina, un po’ offesa e un po’ sgomenta dal tono imperioso della fantesca, e dai sospetti che manifestava, ringraziò timidamente, dicendo che sarebbe sempre stata grata alla signora della sua bontà; ma la donna tagliò corto a questi discorsi, dicendo che la stesse attenta alla roba che le consegnava; e le presentò un bel vestito di lana leggera, in colori chiari, e fatto come quelli delle signore; le dette della bella biancheria e le fece provare due o tre paia di scarpe, perché scegliesse quel paio che le stava meglio.
Le intimò di vestirsi e ripulirsi, perché la signora di gente mal vestita in casa sua non ne voleva, e siccome la ragazza chiedeva sempre quali erano i servizi che doveva fare e perché non la mettevano al lavoro, la donna le disse che bisognava che prima la si rivestisse.
- La roba sua la metta tutta insieme, ne faccia un involto e lo dia a me; la sua roba la riporremo, e quando lei andasse via di qui, le sarà tutta riconsegnata.
La Barberina non ci capiva proprio niente a questi discorsi, ma il fare autorevole, quasi prepotente della donna l’intimidiva troppo, perché ardisse di interrogarla o di opporsi alla sua volontà.
- Debbo vestirmi subito? – domandò tutta confusa la ragazza.
- Ma sicuro; sono qui per questo e aspetto di ricevere la sua roba.
La Barberina guardava e toccava con maraviglia il bel vestito che doveva indossare. Non ne aveva mai portati di così belli, né in colori tanto chiari. Le faceva piacere di mettersi addosso quella bella stoffa, eppure provava una ripugnanza nascosta e dolorosa all’idea di dover svestire il modesto abitino di tela che le aveva comprato la sua buona signora di prima.
Era un abitino scuro, e la sua signora le aveva sempre detto che una ragazzina nel suo stato non doveva mettersi certi abiti di colori chiassosi o fatti alla moda, come quelli delle signore. La sua prima padrona le aveva dato più volte dei buoni consigli, le aveva parlato dei pericoli che minacciano le giovanette abbandonate, le imprudenti e leggere; ed ora, improvvisamente, quei consigli si affacciavano alla sua memoria, e le pareva di udire in sé una voce che le gridasse di non levare il suo povero abitino e di non mettere quella bella veste.
E a misura che così pensava e che sentiva nascere in sé le incertezze del timore, svaniva in lei tutto il piacere di mettersi quella bella biancheria, di provarsi quel bel vestito.
La donna incominciava a dare segni manifesti d’impazienza.
- Insomma, – disse finalmente, – a che fine volta e rivolta ogni cosa fra le mani? Sono qui ad aspettare e non ho tempo da perdere.
- Ma è proprio necessario… – azzardò timidamente la Barberina, – che io mi metta oggi questa veste?
- Ma sicuro eh! Vorrebbe forse starsene a quel modo? La signora l’ha ordinato e mi pare che la dovrebbe essere contenta. In confronto di… – ma qui la Barberina l’interruppe vivamente.
- Ma perché questo vestito è più bello del suo? Non è lei una persona di servizio come me e più di me, – aggiunse umilmente, perché il fare di prepotenza di quella donna l’intimidiva assai.
- Non faccia tante storie: – rispose l’altra con impazienza. – Lo capirà fra poco il perché, e se vuole, anderà a chiederlo alla padrona. Il mio è un servizio diverso dal suo, – e fece una smorfia ironica e sfacciata. – Su via bambina, spicciamoci, alla padrona le chiacchiere non piacciono, e se non vuol essere mandata via…
- Mandata via! – Barberina ripensò con terrore alla strada, alla gente che non conosceva, all’abbandono pel quale aveva tanto sofferto in quella stessa mattina, e ringraziò Dio d’averle fatto trovare un asilo, un padrone e una casa ove ricoverarsi.
Non fece più obbiezioni; e ritraendosi vergognosa e timida in un canto per non farsi vedere da quella donna, che senza nessun riguardo se ne stava in mezzo alla camera osservandola sfacciatamente, si spogliò e si rivestì.
- Siete un bel pezzo di ragazza; – disse la donna, e aggiunse qualche altra osservazione che fece diventare la Barberina rossa rossa come un galletto.
Se la sua padrona di prima avesse sentito! pensò fra sé la Barberina, chi sa che cosa avrebbe detto! Doveva pure essere una gran sfacciata la servente!
- Si guardi nella spera ora, – disse costei, contando la roba che la Barberina s’era levata e facendone un involto.
- Oh non s’incomodi, – esclamò la ragazza confusa, vedendo che l’altra raccoglieva i suoi abiti caduti a terra, – tocca a me a servire gli altri.
- Eh! eh! con quel visino! – rispose ironicamente la donna. – Ma la si guardi dunque nella spera.
La Barberina obbedì, e quasi quasi non si riconobbe. La ragazza che vedeva nello specchio le parve un’altra; si vide più grande, più snella, ma non per questo le parve che il suo aspetto avesse migliorato; quell’aria da signorina della quale andava debitrice all’abbigliamento elegante che portava, le sembrò una maschera bugiarda, e si vergognò profondamente nel vedersi vestita a quel modo, come se avesse voluto con quel lusso rinnegare se stessa, i suoi parenti, le persone che amava di più.
- Come mai, – disse allora alla fantesca, – potrò lavorare e far le faccende con questo bell’abito? È proprio sicura che la signora intenda che io lo metta nei giorni di lavoro?
- Se glielo manda vuol dire che desidera che se lo metta, – e la donna con le vecchie vesti della Barberina sotto al braccio stava per andarsene.
- Ma… e i miei vestiti? – domandò timidamente la ragazza.
- Li ripongo in un luogo sicuro e li potrà riavere quando vuole, – replicò subito l’altra.
- Sì… grazie… – rispose un po’ confusa la Barberina, perché, a dire il vero… non vorrei per tutto al mondo escire di casa vestita così.
- Perché? – domandò maravigliata la donna, fermandosi sull’uscio.
- Avrei troppa paura d’esser presa per una… via… m’intende… una ragazza poco per bene.
La donna la fissò un momento con certi occhi furbi e curiosi, nei quali si leggeva una grande maraviglia e uno scherno grossolano e volgare, come di chi ride di un’oscenità o di un dolore.
- Una ragazza per bene! – esclamò con una smorfia da monello, che contrasse il suo viso di cinquant’anni in un modo veramente buffo. – Per bene! – ripeté, e dette in uno scoppio di risa chiudendo l’uscio dietro a sé.
Barberina la sentì ridere ancora nell’andito, finché a poco a poco quella sghignazzata o finì o si perdette nella lontananza.
Ma perché rideva quella donna? Di che cosa?
Barberina si rimise a sedere sopra una seggiola; si sentiva debole e stanca. La malattia patita e della quale non era ancora interamente ristabilita, le commozioni di quella mattina, lo spavento e il dolore, l’avevano scossa assai più di quanto ella potesse rendersi conto in quel momento.
Stette un pezzo a sedere guardando sempre la sua camera; ne osservava tutti i particolari con una curiosità inquieta; senza saperne il perché, le dispiaceva che quella camera fosse così bella; non ci si sentiva tranquilla, non le pareva potesse mai essere veramente la sua. Alzando gli occhi per guardare gli affreschi del soffitto, e volgendosi un poco verso la finestra, s’accorse che la sua immagine si rifletteva anche di lì nella spera.
Quella ragazza seduta nel mezzo della camera con quell’abito chiaro addosso le fece quasi paura.
Le s’affacciarono a un tratto alla mente mille incertezze e mille paure. La fanciulla ben vestita che vedeva nello specchio, raccontava alla povera Barberina delle tristi istorie, piene di dubbi e di sgomenti. Istorie vaghe, indefinite.
Alla Barberina, dal luogo nel quale sedeva, non riesciva di vedere di sé nello specchio se non altro che la persona. Le sue mani, sbiancate dalla malattia, poggiavano sul bel vestito e le sembravano quelle di un’altra, di una vera signorina; e nel fondo, dietro quel riflesso, il letto parato e una poltrona imbottita e coperta di stoffa rossa accrescevano l’illusione che provava dell’essere sotto il fascino di un sogno e di non vedere in quella spera l’immagine di se stessa.
Ma di tempo in tempo la ragazza chinava un poco il capo, e allora rientrando tutta nel campo dello specchio, ci vedeva il proprio viso e si guardava attonita e impaurita. Allora la signorina e la giovanetta tornavano ad essere una cosa sola, e la Barberina provava uno spavento indefinibile di quelle due che erano pure una sola, e lo dovevano essere, eppure erano tanto dissimili fra loro. E per acquietarsi Barberina rialzava il capo, e così uscendo di nuovo dal campo dello specchio non ci vedeva più il proprio viso.
Barberina aveva dei brutti sospetti. Era ignorante, ma pur sapeva vagamente di molte cose che il popolo non tiene occulte alle giovanette, o le nasconde così male, che il vero si rivela a loro sempre più o meno esattamente.
E certe cose che la Barberina sapeva a metà, delle quali aveva sentito discorrere o in mercato, o dai bottegai, o nell’ospedale, afferrate così a mezz’aria, a sbalzi, ora dette con parole volgari e oscene, ora sussurrate, fra una mossa di scherno e un sorriso di compiacenza, tutte cose brutte e tristi, le tornavano alla mente, popolando di mille sospetti quella camera, riflettendosi nello specchio accanto a quella signorina della quale non vedeva il viso e non sapeva la storia.
- Dio buono, a che cosa penso! – diceva fra sé la ragazza, e la sua ignoranza l’aiutava nel disperdere quei dubbii i quali per effetto di quella stessa ignoranza le si affacciavano indefiniti e imperfetti.
Erano passate alcune ore dacché ella si trovava lì sola ad aspettare che la chiamassero e che le dessero qualcosa da fare, quando udì il suono di una campana e quasi subito dopo delle voci, delle risa, dei passi nell’andito e per le scale.
Parecchie persone camminavano con passo affrettato nell’andito al quale metteva l’uscio della sua camera; passavano correndo, saltellando; e dal fruscìo delle vesti e dalle voci, Barberina indovinò che erano donne. Donne che ruzzavano e saltavano come bambine, ma che ciarlavano e ridevano con delle intonazioni di voce, rauche e stanche, quasi da vecchie.
Chi era tutta quella gente che passava davanti all’uscio della sua camera? Dove andava? Era dunque tanto numerosa la famiglia della padrona?
Mentre la Barberina ascoltava ancora quel chiasso che incominciava già ad allontanarsi, la donna di servizio si affacciò all’uscio.
- Eh, eh ragazzina! – disse imperiosamente. – Ha sentito la campana del desinare? Son già tutte a pranzo; si spicci.
- Debbo andare a servire a tavola? – chiese la Barberina alzandosi subito da sedere.
- Che servire a tavola! – replicò la donna con un’alzata di spalle. – Venga via. Il servizio della tavola lo faccio io.
- Lei! – esclamò la ragazza. – Lei… ma i padroni chi…?
- Venga via e non faccia tante chiacchiere. Non voglio toccare una gridata dalla padrona, che dirà poi che me ne sto qui a fare dei complotti con lei, in danno della casa. Vedrà da sé, – fece con aria di maligna soddisfazione. – Ora venga.
La Barberina intimidita e incerta la seguì per l’andito.
Era un corridoio lungo e oscuro. Di tempo in tempo un uscio s’apriva nel fondo e con un’ondata di luce ne esciva uno stridulo e confuso bisbiglio di voci che s’univa al rumore dei piatti, dei bicchieri e delle forchette.
- Quanta gente! – disse piano la Barberina, sgomenta per tutto quel chiasso e tutte quelle voci. – Che debbo pranzare con tutta quella gente io? – Ma la porta si riaprì di nuovo in quel momento, e coprì la voce bassa della Barberina, cosicché la donna o non l’intese o poté fingere di non averla intesa.
Quando l’uscio si richiuse di nuovo, la ragazza, più inquieta di prima, sia per alcune parole udite di volo, sia per quello che aveva visto là dentro, si fé più vicina alla donna, le toccò il braccio lievemente con la mano e disse:
- Ma son tutte persone di servizio?
- Ha gli occhi per vedere e gli orecchi per sentire, faccia ancora quattro passi e lo saprà, – rispose la donna con un’impazienza che rivelava più inquietudine che dispetto. La fantesca camminò rapidamente, quasi volesse sfuggire così alle insistenti e paurose interrogazioni della ragazza; aprì presto presto l’uscio di fondo, dinanzi al quale erano giunte finalmente, e spingendo avanti la Barberina disse:
- Entri, lesta. Il suo posto è là, accanto a quella bionda con la rosa in capo, – e detto questo le voltò le spalle, richiuse l’uscio e tornò subito via.
La Barberina guardava trasognata la camera nella quale era entrata, la tavola apparecchiata e le donne che sedevano a pranzo.
Tutte si voltarono e la guardarono.
Vi fu un momento di silenzio. L’atteggiamento modesto e vergognoso della giovanetta, contrastava singolarmente con quello delle altre.
- Una nuova! – disse forte una di loro.
- Venga, venga, – fecero tutte in coro, vedendo come la fanciulla, confusa e sgomenta, se ne stava ritta e immobile a guardarle senza ardire di muovere un passo. – Venga… qui vicino a me, – gridava una. – No, accanto a me. – Qui, – urlava un’altra.
Era una cordialità selvaggia; una cordialità mista ad un desiderio maligno di far fare ad un’altra ciò che facevano loro, di metterla al medesimo livello. Quell’istinto d’assorbire, d’assimilarsi e d’affratellarsi che nasce sempre negli animi traviati, nei colpevoli e nei tristi. Il bisogno di crescere di numero e di formare una maggioranza; di sostituire alla qualità la quantità.
Istinto d’assorbimento morale, istinto potente, che possediamo tutti; legge d’attrazione intorno alla quale gravita tutto il mondo intellettuale, che ora chiamasi proselitismo, ora fanatismo, ora corruzione, e ora, quando sia forte e s’incarni gagliardamente in uno solo, chiamasi anche despotismo.
Difesa dei buoni e difesa dei tristi. Possente talvolta in uno solo, quanto in centomila; instabile come le vicende e la vita umana, ma vigoroso e inflessibile come un fatto naturale che ancora s’affanna e lotta per entrare nell’eterna armonia; che assorbe e divora, sperando di essere assorbito, e crea il disordine per un insciente, oscuro e istintivo bisogno dell’ordine.
La Barberina, vergognandosi dello stare lì ritta e immobile sull’uscio, vergognandosi pure altrettanto d’andare a mettersi a sedere a quella tavola, non sapeva più che cosa fare; arrossiva, guardava in terra, e di tempo in tempo si volgeva un poco verso l’uscio, e pareva che allora la cogliesse un selvaggio e imperioso desiderio di correr via e di fuggire da quella stanza.
Ma la timidità e la paura della Barberina non fecero che accrescere l’ardire delle altre, e il desiderio che esse provavano di farla sedere alla loro tavola e di farle vincere quella vergogna e quella paura.
Fecero tanto, che la Barberina non s’azzardò più di rifiutare i loro inviti e di mettersi a sedere.
Le offrirono del vino, le offrirono da mangiare, ma la Barberina si sentiva la gola stretta da una paura indefinibile, da un sospetto spaventoso.
Stette lì a sedere in mezzo a loro, senza bere, senza mangiare, senza aprir bocca; appena appena azzardava di muoversi sulla seggiola.
Era rossa rossa, vergognosa, e non sapendo ancora se aveva ragione di vergognarsi; confusa perché sospettava, e più che sgomenta, quando il sospetto cresceva e dominava le speranze della sua ignoranza.
Le donne fra le quali sedeva erano quasi tutte belle.
Alcune giovanissime, non avevano che il pregio della gioventù, altre meno giovani serbavano orgogliose e procaci le traccie di una grande bellezza.
Avevano gli sguardi, le mosse, le parole provocanti e sfacciate, senza che quell’arditezza le facesse anche solo momentaneamente parer franche e sincere. Erano sfacciate senza ritegno, con quella sfrontatezza che cerca di imitare ed esagerare la virtù della sincerità per farne un vizio. Vizio ormai consacrato dal tempo e divenuto pel volgo potenza più grande e lodata che non la sincerità stessa.
Guardando quelle donne, s’avrebbe potuto credere che nel loro passato fosse avvenuto qualche fatto spaventoso, del quale il loro animo serbava tuttora la malefica impronta; s’avrebbe potuto pensare che fossero state tutte colpite in altri tempi da qualche crudele ingiustizia o che qualche oscuro delitto, commesso sotto ai loro occhi, avesse lasciato nella loro memoria un terrore incancellabile, terrore che, trasformandosi a poco a poco, ribellandosi contro se stesso, fosse poi diventato col tempo una viltà sghignazzante, una servile apologia di quella stessa cosa ignota e brutta, che le aveva intristite e contaminate per sempre.
Alcune parevano ancora bambine.
La maschera della sfacciataggine, vecchia come il mondo, usata e logora pei milioni di visi che se la sono sentita viva e mordente sulla pelle, lasciava intravedere ancora qua e là, come raggi di luce perduti nel buio, dei sorrisi ingenui, degli sguardi ancora mestamente dolci: e quegli sguardi e quei sorrisi sembravano un’ultima e tacita invocazione dell’innocenza, che moriva inavvertita e spregiata.
Barberina guardava quelle donne con uno stupore intraducibile.
Indossavano tutte delle belle vesti, avevano acconciature stravaganti con fiori fra i capelli arruffati e mezzi disciolti; portavano vesti di colori vistosi e svariati, colori che stonavano fra di loro e le facevano rassomigliare ad un branco di gente mascherata. Ne avevano le mosse, le risa e il contegno.
Quegli abiti avevano tutta l’aria di cosa presa a prestito per una serata o per una notte.
Si sentiva lì dentro, in mezzo a quella comitiva giovane e spensierata, l’impronta che portano seco tutte le cose che non sono destinate a durare, un che d’incerto e di precario.
Pareva che abiti e donne dovessero durare soltanto una notte, fossero destinati a finir presto; che tutto quello che si vedeva fosse commedia e finzione, l’abito e l’essere vivente che lo portava.
Era una delle maggiori e più ripugnanti miserie della società, quella che chiacchierava e rideva in quell’ora, eccitata e nervosa, intorno alla tavola ove sedeva la Barberina.
Era una miseria avida di vivere, pigra e oziosa, eppur sempre trafelata e ansante, che non ha tempo da perdere, eppure non lavora mai; e che nella furia di vivere spende tutte le sue forze. Miseria che ha paura e che vende la sua paura; miseria che soffre di febbre e vende le sue febbri; miseria che è sfacciata e vende la sua sfacciataggine; miseria che talvolta sa fingere vergogna per vendere anche quella. E in quella furia di dare per vivere, di farsi a brani per dividersi e suddividersi e darsi a tutti, in quel molteplice suicidio morale che la società compra a caro prezzo, si consuma con rapidità vertiginosa tutta quella misera gioventù. Ma la sciagura non finisce mai. In quelle vecchie vesti entrano, sempre vive e belle, nuove bambine e nuove donne.
La società ne ha bisogno, le vuole.
Sono vittime che la civiltà richiede. La loro bellezza e la loro gioventù sono una garanzia di ordine e di tranquillità.
La società soffre di un male incurabile, e ha cercato in esse il suo rimedio.
Chi non ricorda quella strana cronaca parigina del tempo della Reggenza, che narra come un principe asiatico, tormentato da piaghe crudeli, non trovasse refrigerio senonché nei bagni caldi di sangue umano, e non ripugnasse dal farne, sino al giorno nel quale, risaputosi il fatto, dové fuggire l’indignazione generale!
Non v’ha un che di simile in questa necessità del mondo civile, di chiedere delle creature vive e belle per dare ad esse, coi suoi morbi fisici, il suo cinismo morale; in questa necessità di tuffare nella giovinezza e nell’innocenza altrui le proprie laide follie dei sensi, gl’istinti bestiali, e così purgandone se stessi avvelenare altri?
E questo veleno darlo a bambine, a fanciulle che ancora non sanno niente; e soffocare l’innocente ignoranza, nella ributtante esperienza del vizio, e dare un prezzo a quel fatto, e pagarlo, e misurare il valore della vergogna propria, data così a un’altra, troppo debole o povera per rifiutarla, e poi, infine, per concedere all’abuso una forma onesta, legalizzare e ordinare tutto ciò, e farne una istituzione civile!
Civile! Una istituzione che cresce e prospera con noi e intorno a noi, che ha i suoi uffici, i suoi impiegati, i suoi dipendenti; che riconosce la posizione sociale di una donna specialmente incaricata di incoraggiare, persuadere, accalappiare le giovanette povere, le bambine abbandonate; che riconosce volentieri anche quella di un’altra che accoglie in una casa quelle stesse fanciulle, e le inizia al vizio, ve le obbliga, e istorce danaro dalla loro abbiezione e dalle loro sofferenze.
Tutto ciò è legalmente organizzato, e cammina come un orologio; cammina così bene, che le giovani ben educate, le spose pudiche o non lo sanno o non se ne accorgono; e quell’istituzione fiorisce accanto alle famiglie, agli educandati, alle scuole pubbliche, quasi inavvertita da esse. E quella grande vergogna scorre nascosta nell’ombra, e porta via ogni giorno, ogni ora, una somma uguale di cose buone e di cose cattive, e lascia nel fondo dolenti e ammorbate delle creature umane sepolte vive in quel fango.
Sarebbero state buone e generose, sarebbero state madri devote, avrebbero amato, avrebbero vissuto anch’esse di una vita morale e intellettuale, sana e vigorosa, se la società l’avesse voluto; se nell’animo loro non avessero dovuto far posto al vizio, laddove avrebbe prosperato il bene; se non avessero dovuto darsi tutte, col pensiero, coll’intenzione, col corpo e con la mente, alle cose abbiette; se non avessero dovuto far posto incessantemente, nelle più recondite parti del sentimento e dell’intelletto, per ricevervi, ricevervi sempre, tutto il male altrui e diventare una macchina vivente che assorbe veleno e che vive del prezzo di quel veleno che l’uccide.
È un cambio mostruoso.
È quasi sempre l’innocenza e l’ignoranza che invece di salvarla, espongono la fanciulla a maggior rischio. Sono esse che la traggono in quella sepoltura di viventi, che legalmente ha ben altro nome; è quasi sempre prima che la giovanetta abbia incominciato ad avere coscienza di sé e dei propri diritti, che li perde tutti e muore alla vita civile.
La legge sorprende volentieri i primi errori della ragazza inesperta, e cangiando ipocritamente quello che era colpa prima, in uno stato riconosciuto e sanzionato da essa poi, la obbliga a legalizzare e perpetuare quegli stessi errori, e a racchiudere irrevocabilmente tutta la sua esistenza nella cerchia di quelle stesse colpe.
Le impone, come punizione del fallo, la recidiva nel fallo stesso. Punisce prima e protegge poi la stessa cosa. La fa sua, l’iscrive; e l’iscritta è per sempre moralmente una morta. È morta legalmente, non ha più nessun tribunale nel mondo al quale possa appellarsi, non ha più altro scampo senonché una vile e triste prevalenza nel male, che la faccia predominare sopra le altre, che la porti col denaro della corruzione più in alto di esse, e che le permetta così di addimostrare che ha mezzi propri di sussistenza co’ quali può comprare la propria libertà; nel caso contrario, non le resta altro scampo fuorché il morire, la morte vera, dopo quella inflitta dalla legge.
Ma la società ne ha bisogno.
Le vuol giovani e belle, le vuole eleganti nella forma e nell’acconciatura, le vuole ricche di bellezza naturale e di bellezza artificiale; più saranno seducenti e piene di grazia, più avranno apparenza di cosa buona, e più efficace sarà la loro abbiezione, meglio soddisfatto sarà negli altri il bestiale desiderio di profanare, di contaminare, più facilmente si smorzeranno le follie della materia, e si risolleverà l’animo purgato, alle aspirazioni ideali; e il bruto ridiventerà o filosofo, o moralista, o artista.
Dal fango di quella miseria risale alto e puro il pensiero dell’uomo civile, ridiventa estetico, ridiventa nobile e grande. In lui dal ribrezzo dell’orgia, rinasce più intenso l’amore pudico e gentile; dal disgusto che ispira la ragazza venduta, nasce nell’animo il soave ideale della donna, e da quell’onda viva, nella quale la società depone le sue più tristi passioni, escono forti e gagliarde le aspirazioni elevate e le virtù civili.
A chi darebbesi tutta quella vita selvaggia e brutale che s’agita ancor sempre nell’uomo incivilito, se non a loro?
E lo potrebbe se non fossero tanto ignoranti quanto giovani e belle?
Se v’ha cosa ancor più brutta di questa vergogna sociale, così com’ella esiste ora fra noi, è forse la triste ipocrisia con la quale la società sprezza il male che ha fatto da sé, e lo sprezza in coloro che lo subiscono come n’avessero tutta la colpa; quasiché le infelici da essa sprezzate, non fossero state un giorno, come lo sono le nostre sorelle e le nostre figlie, pure ed innocenti; e le sprezza come se la colpa non fosse tutta dalla parte di chi non le salva, potendolo, da una sì grande sciagura e vergogna; ed invece, vantandosi di quella moralità che dovrebbe essere la salvezza di tutti, e non è che privilegio di pochi, se ne serve ipocritamente per sprezzarle.
Eppure quegli stessi che volgono lo sguardo pudico dalla prostituta che passa accanto a loro per la via, e non sanno vedere e compatire nel triste contegno il male morale, come nel corpo affranto e nel viso sparuto la sofferenza fisica, pure quegli stessi inorridiscono pietosi alle storie della schiavitù nei paesi lontani, ricordano con raccapriccio le crudeli torture inflitte legalmente nei foschi tempi medioevali, e ancora, leggendo le vecchie storie, provano una commozione sdegnata per le vittime innocenti, che il fanatismo religioso sacrificava sugli altari di feroci divinità. Ma che forse la scure del carnefice o il coltello del sacerdote, hanno fatto soffrire di più di quello che non lo faccia qui ogni giorno il vizio che uccide civilmente in un letto di postribolo o in un fondo di spedale?
È sempre il medesimo sacrifizio umano, è sempre nella speranza di scongiurare un pericolo che la società tormenta e uccide. E se vi fu mai supplizio iniquo, delitto veramente esecrabile, se vi fu raffinatezza nel tormentare e cinismo nell’infliggere sofferenze, fu sempre quando l’umanità sacrificò a se stessa, alle sue passioni e ai suoi vizi una parte di sé; quando non consumò la vita per l’ideale, ma la divorò per accontentare la materia; quando il fine del male che commetteva non era il sacrifizio a un dio, ma un’offerta all’idolo del proprio egoismo.

Capitolo nono

Barberina ardiva appena rispondere con monosillabi alle domande che le rivolgevano quelle donne.
- È timida, – disse una di loro.
- È un difetto che qui si correggerà presto, – rispose un’altra, e aggiunse qualche osservazione che destò una viva e sconcia ilarità fra tutte le commensali.
Allora incominciò una conversazione laida e chiassosa, che la presenza della Barberina aveva momentaneamente interrotta, una conversazione stupida e oscena, che rivelò a poco a poco alla povera giovanetta tutti i segreti del luogo ove era, e confermò tutti i suoi sospetti.
Pallida, silenziosa, senza assaggiare nessuna vivanda, senza più ardire di sollevare le palpebre per guardare in viso quelle donne, non avendo il coraggio di andar via o di turarsi gli orecchi per non udire quelle parole, la Barberina aspettava la fine del pranzo per farsi condurre dalla padrona, per richiederle, coi suoi abiti, il permesso di andarsene, di fuggire da quella casa.
La strada, l’isolamento, l’essere abbandonata e sconosciuta da tutti non le mettevano più paura. Era sicurezza e riposo in confronto di ciò che provava, mentre era seduta fra quelle disgraziate.
Il pranzo, che alla Barberina pareva non dovesse mai più finire, si terminò finalmente. Essa chiese subito dov’era la padrona e le fu indicato un uscio laterale, dicendole che la padrona era un po’ indisposta, che per questo, da qualche giorno non pranzava alla tavola comune, ma che le sorvegliava da una camera attigua, dove le portavano un pranzo migliore di quello che avessero loro.
- È avara come un usuraio e maligna come una strega; il diavolo se la porterà via di certo uno di questi giorni, – aggiunse a bassa voce la donna alla quale Barberina aveva rivolto la parola, – se vuol parlarle l’accompagnerò io.
Barberina ringraziò, accettando l’offerta, e s’avviò verso la camera della padrona.
La donna che l’accompagnava picchiò all’uscio con una familiarità un po’ arrogante, e quando la signora domandò chi era, rispose che c’era gente che aveva bisogno di parlarle e alzò la voce, per farsi intendere in mezzo al chiasso che facevano le altre, un po’ più di quello che era necessario.
La padrona disse loro d’entrare, e vedendosi comparire dinanzi la Barberina, rimase alquanto perplessa.
- Che cosa volete? – esclamò rialzandosi nella sua poltrona. Aveva un viso arcigno e freddo, uno sguardo duro, e certe mosse delle labbra altere e sprezzanti, che parevano sorridere con derisione anche quando stavano ferme.
- Voglio andar via, andar via subito… e Barberina diè in uno scoppio di pianto.
- Andar via? – rispose pacatamente la signora fingendo una grande maraviglia. – Perché vuoi andar via?
- Sono una povera ragazza, ma una ragazza onesta; voglio lavorare, servire, guadagnarmi il pane onoratamente, – e il pianto le troncava ad ogni momento la parola, – quella vecchia di stamane m’ha ingannata, m’ha fatto credere che sarei entrata qui in un servizio… per bene… cercavo del lavoro io… sono inesperta, sono ignorante, non sapevo… non potevo figurarmi… oh lei signora che sa tutto questo meglio di me m’intenderà… Permetta che vada via subito. Non importa che sia ormai quasi sera, che io non conosca nessuno, che non sappia dove andare, non importa, purché vada via.
La signora congedò con un cenno l’altra donna che stava sull’uscio per udire curiosamente questo dialogo, poi, rivolgendosi alla Barberina, con un’affabilità un po’ stentata, cercò di persuaderla che nella sua casa avrebbe guadagnato assai più denaro che altrove, che v’avrebbe fatta una vita lieta, facile, oziosa, in mezzo a compagne gaie e giovani, che forse v’avrebbe potuto trovare qualche persona che innamoratasi di lei avrebbe migliorato ancor più la sua posizione. Che cosa poteva ella sperare invece dallo stare al servizio? Degli stenti, delle fatiche, dei rimproveri; una vecchiaia precoce e un letto all’ospedale. La signora, disse tutte queste cose con tranquillità e convinzione, col tono autorevole di chi parla per esperienza e conosce il mondo da un pezzo.
Barberina l’ascoltava trepidante, con un ribrezzo misto di paura. Quella donna le faceva orrore.
- Signora, – disse, – mi lasci andar via. Non voglio, non debbo, non posso star qui. È impossibile che lei creda le cose che mi dice; vuol certamente mettermi alla prova, vuol vedere se non sono anch’io una cattiva ragazza.
La signora si mise a ridere. La singolare ingenuità di questa giovanetta che la credeva capace di far ancora simili prove, la faceva ridere. Ma cercò di nuovo di convincerla, di corromperla, di farle intendere tutti i vantaggi di una vita allegra e spensierata, tutte le probabilità di far grossi guadagni, e, quasi calcolasse il valore di un capitale, le parlò della sua innocenza, della sua giovinezza, dei suoi pregi personali.
Barberina l’interruppe indignata. Era un’indignazione violenta, primitiva, piena di slancio e d’ardire.
La signora ascoltò impassibile quelle parole impetuose, e sopportò l’urto di quello sdegno con un sorriso freddo e ironico.
- Mi faccia dare le mie vesti, signora, perché io possa andar via subito subito, – diceva la fanciulla.
Era l’ultima volta che la povera Barberina parlava con quella fiera sicurezza credendo di poter disporre liberamente di sé.
Non sapeva ancora che era già schiava o quasi, venduta a quella donna, alla quale senza saperlo era già debitrice degli abiti e delle biancherie che portava e delle quali non avrebbe forse mai potuto rimborsarla; non sapeva che liberata fors’anche dal vincolo che la legava alla padrona di quel luogo, ve n’era un altro, che non poteva più spezzarsi, un vincolo di vergogna e di schiavitù assoluta; imposto e sanzionato dalla legge che l’avrebbe data ancora, uscendo di lì e perché usciva di lì, al pubblico, che l’aveva fatta sua.
Barberina non ne sapeva nulla. Credeva d’esser libera, di tornar fuori, di poter escire da quel luogo e stendersi ancora sopra la terra dura e fredda e dormire sul lastrico della via o all’ombra della porta di qualche chiesa, col cielo sopra il capo, puro e sereno, scintillante di stelle, di quelle migliaia di stelle che conosceva e guardava attentamente fin da quando era bambina, e che le pareva non dovessero essere mai vedute dalle finestre anguste di quella casa.
Voleva andar via e aspettare il levar del sole per cercarsi di nuovo del pane e del lavoro; voleva andare la mattina seguente all’ospedale per raccomandarsi alla monaca della sua infermeria.
Essa pensava a tutto questo mentre, decisa di andarsene, aspettava la risposta della signora. Si figurava la notte chiara e fredda che si stendeva sulla città, e le prime luci dell’alba, e le ultime stelle che impallidivano all’orizzonte, morendo dolcemente affogate nella luce del giorno, e le ricordava ad una ad una come fossero amiche, e non provava più la paura dell’andar fuori sola di notte; le pareva di non dover temere più nulla una volta che avesse potuto escire da quella casa.
Ma era venduta.
La donna lo sapeva, e la guardava con l’indifferenza con la quale un bambino guarderebbe il suo uccellino abbandonare la gabbia, mentre tiene fra le mani il filo invisibile, ma sicuro, che gli ha legato al piede.
Non ardiva però ancora dirglielo, perché non si sentiva sicura di averla interamente in poter suo.
- Non ti sei forse presentata volontariamente? – disse. – Io non ti ho cercata, non ti ho voluta; ti sei fatta raccomandare da una donna ben nota alla polizia e a noi; vorresti darmi ad intendere che era un fine innocente e puro quello il quale ti consigliò a valerti dei suoi servizi e di andare nella sua casa? eh, innocentina?
La donna si mise ancora a ridere. Sapeva bene che abusava infamemente dell’inesperienza di questa infelice, ma l’aveva già fatto tante volte; s’era arricchita a quel modo; e soleva sempre dire a se stessa: chi per troppi scrupoli non sa tirar l’acqua al suo molino finisce un giorno o l’altro miseramente sulla paglia.
La sua furberia e naturale perspicacia, la lunga esperienza acquistata in queste cose, le avevano insegnato a leggere chiaramente nell’animo delle disgraziate dalle quali traeva, come un proprietario di schiavi, il suo guadagno e le sue ricchezze.
Vedeva bene nell’animo di questa, il candore verginale, l’ingenuità dell’innocenza. Ma che cosa gliene importava? Non era anzi una ragione di più per tenersela, non erano quelli dei pregi che i suoi clienti le avrebbero pagato a caro prezzo? che cosa v’era nel mondo, per quella donna, che non si potesse vendere?
Essa si sentiva ormai sicura del fatto suo. Aveva troppi mezzi disponibili per dubitare che questo pesciolino uscisse vivo dalla rete.
- Sei entrata volontariamente qui ed io non posso lasciar escire nessuna donna senza notificarla alla polizia; d’altra parte non puoi partire, senza pagarmi la roba che ti ho dato e quell’abito di lana finissima…
- Ma io non lo voleva, – interruppe sgomenta la Barberina, – fu lei che mi mandò l’ordine di metterlo.
- Dovevi rifiutare, – disse la donna; – ora che l’hai messo e messo da te, spontaneamente, e portato parecchie ore, vuoi forse provare che non lo volevi e che me lo rendi?
La donna, come ragno schifoso, avvolgeva le fila luride e oscure della sua tela intorno alla misera creatura. Cinica, impassibile, senza pietà, le toglieva ogni speranza, le troncava ogni possibilità di liberarsi, e ora dicendo la verità, ora delle bugie, le faceva vedere la sua condizione come un’irreparabile fatalità che l’aveva colpita.
La povera ragazza, fuor di sé per lo sgomento, le si buttò ai piedi, la supplicò, la scongiurò; pianse, le parlò di sua madre, le parlò delle sue sorelline, le disse che avrebbe pregato sempre sempre per lei, che avrebbe fatto qualunque cosa le avesse imposto, purché la lasciasse uscire di lì, andar via, fuggire.
La donna fu impassibile.
La giovanetta, esaltata, disperata, diventava eloquente; parlò delle sue paure, dei suoi ribrezzi; parlò a quella donna della sua innocenza, le parlò del suo amore per Luca. Metteva a’ suoi piedi ciò che aveva di più sacro, di più caro. Voleva che i suoi ricordi, i suoi affetti, il suo amore implorassero per lei e con lei quella megera.
Ma costei non le dava retta.
- Basta, basta. – Tranquillati… ne riparleremo domani… vedremo – disse.
- Domani, domani mattina per tempo mi lascerà andare? – domandava supplichevole la giovanetta.
- Vedremo… ho detto vedremo, – e suonò un campanello.
La fanciulla balzò in piedi tutta impaurita.
- Va’ nella tua camera… tranquillati. Vedrai che domani sarai più calma – disse allora la padrona.
- Ma la notte… la notte questo luogo è aperto: oh, signora, proteggetemi!
- Chiudi la tua camera, – disse con un’ironia che non sfuggì alla poverina, la quale si rimise daccapo a implorarla, perché la lasciasse andare.
Ma in quel punto entrò la fantesca che l’aveva accompagnata la mattina.
- Conduci questa ragazza nella sua camera, – disse subito la padrona, ammiccando coll’occhio. – Sta tranquilla, bambina. Domani riparleremo e si vedrà d’accomodare le cose. Sii obbediente e quieta, te ne troverai contenta, – e prima che la Barberina potesse rispondere, la signora uscì dalla camera e la lasciò sola con la fantesca.
Quella donna, che era il braccio destro della padrona, sapeva come stavano le cose, e vedendo che la ragazza non si moveva, le disse:
- Se davvero non vi piace di veder gente, vi conviene a tornar subito in camera vostra. – La Barberina a quelle parole le si avvicinò impaurita.
- Andiamo, – rispose; e le si strinse al braccio e le si raccomandò con tanto fervore, che la donna n’ebbe quasi compassione, e dopo averla riaccompagnata alla medesima camera di prima, la lasciò senza aprir bocca, temendo che la ragazza le si raccomandasse ancora e finisse con l’intenerirla troppo.
Barberina era di nuovo sola, nella camera rossa.
La fantesca v’aveva acceso un lume, e la luce di esso contrastava con un fioco bagliore crepuscolare, che passando traverso le gelosie sempre chiuse veniva di fuori.
Era una luce calda e velata, che le ricordava i tramonti sereni del suo paese.
Quei bei colori, entrando lì dentro, si corrompevano e morivano fra l’ombre rossiccie delle tende, oppure si scioglievano nel chiarore giallognolo e inquieto del lume. Un alito d’aria scuoteva nell’afa di quella camera la fiamma della lucernetta a petrolio. L’ombra dei mobili e delle tende si movevano per quel tremolìo della luce e animavano sinistramente la stanza.
Pareva che l’ombre di tutti coloro che l’avevano abitata prima della povera Barberina, si movessero festanti e luride fra le cortine del letto e i riflessi dello specchio.
C’era folla lì dentro.
C’era la gente d’ieri, c’era nell’aria un’impudica impazienza della gente d’oggi.
E quella folla che non si vedeva, e che pur era presente dappertutto, il mistero di quella camera le pareti della quale sembravano moralmente aperte a ognuno, Barberina l’indovinava con un istinto di ribrezzo e di paura.
Essa s’inginocchiò per terra accanto ad una seggiola e pianse.
Intanto la casa si animava.
Si udivano passi, fruscio di vesti, gente che rideva e chiacchierava passando per l’andito; talvolta il tintinnìo di una sciabola o il rumore di speroni risonavano nel corridoio, seguiti dalle risate triviali o dalle voci rauche delle donne; voci che la Barberina conosceva per averle udite a pranzo.
La ragazza tremava dalla paura ogniqualvolta quel chiasso e quei passi s’avvicinavano alla sua porta.
Essa giunse le mani e pregò.
Invocò la santa della cappella alla quale la mamma sua aveva promesso di accendere un lume ogni sabato affinché la proteggesse.
Le parve di rivedere la piccola e modesta cappelletta dinanzi alla quale soleva passare ogni sera e ogni mattina con le sue pecore; le parve di vedere il lumicino che la sua mamma aveva acceso dinanzi all’umile altare, nell’angoscia se lo figurava come l’avesse veramente davanti agli occhi, rilucendo nella notte pura e serena che avvolgeva la montagna.
In quel momento le tornavano alla memoria tutti i particolari del luogo che così rivedeva nell’esaltamento della preghiera; rammentava le pianticelle alpestri che avea vedute altre volte fra le pietre rose e sconnesse della vecchia cappella, ne ricordava il colore, la fragranza, sentiva i profumi del timo, salire come un incenso verso l’immagine della santa, e mescolarsi al dolce chiarore del lumicino, quasi le offerte inscienti della natura si mescolassero al voto doloroso degli esseri viventi.
E la ragazza pregava con fervore, e l’animo suo agitato si figurava l’alto silenzio dei suoi monti avvolti nella notte, mentre l’orecchio sbigottito ascoltava ora il chiassoso andirivieni, ora la gioia triviale che scoppiava ad ogni momento, bestiale e sfacciata, dalle alcove e dagli anditi di quella casa.
I rumori di quella gioia salivano come una marea intorno a lei, crescevano col suo sbigottimento e colla sua paura.
La paura divenne alfine più forte del fervore.
Non pregò più, ascoltò…
Una mano si posò sulla gruccia dell’uscio.
Barberina gettò un urlo soffocato, e un uomo entrò nella camera.
La giovanetta, senza rialzarsi, più che inginocchiata, accasciata dietro la seggiola, lo guardava con degli occhi pieni di spavento: lo guardava come non avesse mai veduta nessuna creatura umana, nessun uomo prima di lui.
Era un signore che passava la quarantina.
Nel vedere quella ragazza in terra, che s’aggrappava alla seggiola, rivelando in tutto l’atteggiamento della persona, nell’espressione del viso, in quella degli occhi sbarrati e fissi, uno spavento intraducibile, egli si arrestò perplesso.
Era un rispettabile cittadino di una fra le più popolose e simpatiche città di provincia italiane, che distava poche ore di ferrovia da X.
Quell’uomo non durò molto in quella perplessità; ebbe vergogna della propria incertezza e della propria timidità; guardò la camera, a lui ben nota, si ricordò del luogo ove era, sorrise alla ragazza e le parlò.
Barberina a quel sorriso, a quelle parole, balzò in piedi indignata, e, vedendo che egli faceva una mossa per avvicinarsele, fuggì; fuggì dietro un mobile, volle aprire la finestra e chiamar aiuto, corse all’uscio, ma udì delle voci e delle risa nell’andito, e non ardì aprirlo: pareva un animale debole, quando, dopo che è già stato preso al laccio o nella rete, gli si avvicina il cacciatore per ghermirlo.
Ma l’uomo, a quelle mosse disperate della fanciulla, si arrestò una seconda volta turbato e incerto.
Non poteva più essere finzione ciò che vedeva, né era possibile simulare uno spavento e un ribrezzo energico e sincero come quello.
Non la inseguì più, non le sorrise; la guardò per un momento con maraviglia e con interessamento.
Barberina se ne avvide: indovinò la compassione che essa destava in lui, e in mezzo alla febbrile agitazione di quell’ora, le balenò finalmente un raggio di speranza.
Si gettò ai piedi di quell’uomo, lo invocò, lo pregò. Gli chiese se non aveva anch’esso delle sorelline, delle figliuole; se non aveva delle persone cui voleva bene. Gli narrò tutti i suoi casi; parlò il linguaggio pudico e casto di una bambina mentre narrava i suoi spaventi di donna, i suoi ribrezzi, i suoi terrori.
Gli si raccomandò con tutto il fervore della disperazione; e disse tanto, che egli capì bene che tutto ciò che ella diceva non poteva essere che il vero.
La rispettò.
Rispose tranquillandola, alle sue preghiere; promise di parlare per lei alla padrona dello stabilimento, di raccomandargliela perché la lasciasse libera. Promise anche di tornare fra qualche tempo. Di più non poteva fare, perché non abitava a X, ed aveva preso un biglietto d’andata e ritorno, dovendo quella stessa sera tornare alla sua città nativa.
E andò via così com’era venuto, senza farle del male, senza farle del bene. Pagò, e disse qualche parola alla padrona della casa in favore della ragazza.
Andò via fiero di sé e della sua buona azione, inquieto soltanto per la paura di perdere la corsa e di non godere il suo biglietto d’andata e ritorno.
In vagone pensò qualche volta al caso strano della sera, e alla ragazza rimasta in quella stanza e in quella casa. Pensò forse alle proprie figliuole, giovanette modeste e gentili, ben guardate dalla mamma o dalla governante, e provò forse anch’esso, come l’aveva provato la signora Rosa in quella mattina, un senso di tranquillità e sicurezza nel pensare che a quest’ora erano certamente a casa e che cucivano sedute intorno alla tavola, al chiarore della vecchia lampada, o che suonavano lietamente il pianoforte nella sala di ricevimento; e cercò di cacciare dalla mente la tormentosa immagine della povera ragazza abbandonata, che piangeva in quella camera semioscura e che si trascinava ginocchioni per terra raccomandandoglisi.
Che cosa avrebbe potuto fare per liberarla, senza provocare un processo, e figurarvi poi come testimone? senza dover confessare in pubblico d’essere stato in quella casa, lui padre di famiglia, rispettabile e onorato?
Pensò per tranquillarsi, che, se la padrona non voleva ridarle la libertà, avrebbe poi finito col fare come facevano tutte le povere ragazze che si trovavano nei suoi panni, e che dopo il primo passo avrebbe fatto gli altri e sarebbe andata a precipizio anche lei come le sue compagne.
Ma il primo passo non voleva averglielo fatto fare lui; no di certo. E riflettendo a questo, si sentiva tutto fiero di sé e contento di essersi astenuto dal commettere una cattiva azione.

Capitolo decimo

Barberina era rimasta sola di nuovo.
Dopo la partenza di quel signore le era sorta una speranza di salvezza.
Aspettava che la venissero a prendere, che le dicessero che era libera; sperava che forse tornasse quel signore stesso a liberarla e a indicarle dove poteva ricoverarsi in quella notte.
Ma passavano le ore e non veniva nessuno; e a misura che le ore della notte battevano monotone e regolari dal campanile di una chiesa vicina, le speranze della povera Barberina morivano ad una ad una, sepolte sotto al rintocco di quella campana: e da ogni speranza che moriva, nasceva una nuova paura.
Convalescente appena da una grave malattia, scossa dalle emozioni di quella lunga e terribile giornata, la povera ragazza non ne poteva più. Si sentiva male, e una dolorosa agitazione febbrile la travagliava.
A momenti si assopiva. Vegliava e sognava ad un tempo. Ora pregava, ora si lasciava avvolgere da un grave torpore di febbre e vi cadeva con senso di riposo, sperando da esso un momento di tregua alle sue paure, poi di nuovo balzava sbigottita da quel sonno tormentoso e prestava l’orecchio impaurito ad ogni rumore, ad ogni suono di voce, ad ogni fruscìo di veste.
Finalmente la fioca luce dell’alba, pura e bianca, s’insinuò lentamente fra le gelosie, e fece dileguare a poco a poco le ombre paurose della notte. La luce giallognola del lume moriva dolcemente nel chiarore biancastro del giorno e i riflessi rossicci dei mobili si scioglievano anch’essi in quella luce. L’aspetto fantastico della notte in quella camera dileguava come spettro che fugge all’apparire dell’alba.
Era lo spettro triste delle orgie e del vizio che cova nascosto e stanco durante le giornate attive e laboriose delle grandi città.
Spettro che si cela sonnolento framezzo alla folla affaccendata del giorno, che riposa, aspettando la notte, sulle porte dei teatri, sotto ai loggiati dei mercati, sui gradini delle arene, nei chiostri e nelle chiese; spettro che dorme anche in noi stessi nascosto e debole. Perché non è soltanto sopra i resti organici di cose che non sono più, che sorgono le cose vive d’oggi e l’operosa attività d’ogni nuovo giorno, ma è anche su quelle che morte moralmente hanno pur sempre ancor viva la vita dei sensi. E non è soltanto infinitamente piccolo il numero dei vivi d’adesso in confronto di tutte le generazioni che furono, ma lo è anche in confronto dei molti che per alimentare quella vita presente hanno dovuto morire la vita morale.
E accanto ai tumuli veri, la società n’ha creati altri artificiali. Tombe di creature vive; talune di bambine e di donne, morte per sempre alla vita del cuore e della mente. Camposanto le cui lapidi non portano più neppure dei nomi, ma soltanto dei numeri, tanto è l’oblìo nel quale sono sepolte e tanto grande è il numero di esse.
E noi viviamo fra quegli spettri, e ci allietano l’esistenza le loro ridde notturne, le loro fantasie di gente morta che anela pur sempre di vivere.
E non può rivivere mai più; perché così l’abbiamo fatta e così la vogliamo.
La società ha bisogno anche di fantasmi, crea dei tipi, sa ideare commedie; ma a’ suoi tipi e alle sue commedie non bastano le maschere di seta e gli attori sommi, bisogna che le fiabe della sua fantasia s’incarnino in un’esistenza reale, che le sue maschere sieno vive e belle, in carne ed ossa.
E col tempo e coll’ingegno il teatro del mondo si è fatto ricco, e le sue scene sono ormai affollate di gente viva nell’apparenza e morta nel fatto; e da quelle scene s’odono note rauche e dolorose, condannate ad echeggiare come tasti vivi, dai quali l’umanità strappa dolorosamente le crudeli ed incessanti armonie della sua lugubre gioia.

Capitolo undicesimo

Passarono dei giorni, e peggio ancora che i giorni passarono le notti.
Ore di veglie angosciose, di supplicazioni inutili, nelle quali la febbre che tornava a scuotere le membra della povera convalescente, s’univa alla febbre morale di paure e terrori indescrivibili.
Era una lotta disperata.
Barberina si trascinava per terra ai piedi dell’orribile megera che era la padrona di quel luogo, l’implorava, la supplicava. Pianse davanti a lei le più sante lagrime della sua innocenza, pregò col fervore della disperazione.
Davanti a quella resistenza angosciosa, la triste donna non osava ritentare una prova simile a quella della prima sera. Temeva che la compassione potesse indurre qualche persona a fare più di quanto avesse fatto quel signore provinciale, le cui severe parole di ammonizione le tornavano alla mente, non per convincerla del delitto che commetteva, ma per consigliarla d’essere prudente. Essa sperava che la paura, anzi il terrore domerebbero a poco a poco la fiera resistenza della giovanetta; sperava che l’esempio delle altre, l’atmosfera corrotta di quel luogo, corromperebbero presto anche lei, e che vedendo ogni resistenza inutile, ogni altra speranza nell’esistenza chiusa e finita per sempre, si piegherebbe finalmente alla sua volontà e accetterebbe volentieri la sorte inevitabile che le era stata imposta.
Ma quella donnaccia s’ingannava.
Il corpo della povera Barberina si estenuava fra le paure e i terrori di quella vita travagliata, di quei giorni e di quelle notti passati spiando angosciosamente ogni passo, ogni suono di voce che s’avvicinava alla sua camera, raccogliendo con orrore le parole oscene, le risate laide delle altre donne, sentendo raccontare con un disgusto, che cresceva ogni giorno, i turpi aneddoti del luogo, rifuggendo con orrore dal pensiero dalle bassezze che per vile interesse commettevano quelle disgraziate, narrandole poi con l’orgoglio del più triste cinismo. Essa resisteva sempre.
Era un disgusto intraducibile, un ribellarsi continuo, incessante, una nausea morale che sollevava ogni sua fibra e ogni suo pensiero.
Che ore passava nella penombra di quella camera rossa, senza ardire di prender sonno, senza avere il coraggio di riposare, sempre desta, sempre attenta!
Quante preghiere innalzava alla santa della cappella, dinanzi alla quale le sembrava di veder costantemente ardere il lumicino acceso da sua madre; che disperate invocazioni, alla pace pura e solenne dei suoi monti, all’amore di Luca, quasi quella pace e quell’amore fossero divinità e la potessero ascoltare ed esaudire.
E se il concetto della divinità nasce in noi dal contrasto di una grande e desiderata virtù ideale che si contrapponga ai vizi e alle trivialità del mondo, e se, trovato quell’alto concetto che contrasta compiutamene col puerile cinismo umano, l’adoriamo e lo prendiamo ad esempio, così poteva ben anche la povera Barberina ricordare con fervore quella realtà che ormai nel suo pensiero era tanto lontana che assumeva una forma ideale, e invocarla come cosa potente ed efficace. E il contrasto qui non mancava. E i ricordi delle grandiose scene di natura, e il sentimento infantile che ci si era educato e compenetrato tutto, contrastavano con la ributtante realtà presente, quanto contrasta l’immagine della vita umana con quella altissima e ideale dell’aspirazione filosofica o religiosa.
Barberina si aggrappava a quei ricordi del passato con un ardore disperato. Ci trovava la forza di resistere, l’energia della lotta. Essa non rammentava savie parole di consiglio, lezioni di morale severe e ponderate. No, non una parola scritta, non una parola detta le tornava alla mente in quest’ora di tribolazione, non ne sapeva, e forse, se ne avesse sapute, non le avrebbero bastato; no, ricordava un altro insegnamento più alto e più intenso, un insegnamento che aveva ricevuto in ogni istante della sua esistenza; ricordava una maestra severa e forte, che era stata sempre con lei e in lei, e quella maestra era la natura. Ricordava una famiglia, che incominciando dalla madre sua, si estendeva numerosa, feconda, infinita, intorno a lei; fin dove s’estendeva la vita del mondo da lei conosciuto, e quel ricordo la sorreggeva. La dolce memoria di essa la confortava e ammoniva; entrava tacita tacita, dalle gelosie socchiuse di quella camera infame, e si stendeva pura e incorruttibile col raggio di sole ai piedi di quel letto di postribolo, e scintillava nel cristallo dello specchio ove la sozza gioia di quella stanza s’era specchiata tante volte. Alta e pura la luce del sole brillava su quella casa, turpe invenzione di civiltà.
E quando Barberina vedeva quel po’ di sole, o spiava le stelle traverso le sbarre di legno delle gelosie, le pareva di vedere un viso d’amico e la confortava il pensare che la grande bellezza di natura era sempre forte e potente fuori di lì. Si figurava forse che la profonda vergogna che provava lei di tanta sciagura, l’avrebbe provata qualche altro; che la natura così bella avrebbe ispirato a tutti, a un tratto, come per miracolo, l’orrore, il ribrezzo che sentiva lei; che come lei avrebbero sentito, anche gli altri che erano in quella casa e fuori di essa, un che di terso, di puro, di incontaminato in se stessi, che si ribellava improvvisamente con selvaggia energia ad ogni turpitudine.
La poveretta non sperava più che in un miracolo.
Lo attendeva con la fede di una bambina. Aveva delle ore di febbre, nelle quali l’aspettava da un momento all’altro, quasi fosse cosa viva e dovesse entrare dalle porte o dalle finestre.
Che cosa poteva essere? Che uno di quegli uragani spaventosi e violenti, com’ella n’aveva visti tanti nei suoi monti, si scatenasse improvvisamente su quella casa, la scuotesse, l’atterrasse e la distruggesse per sempre? Sperava forse che la luce e il sole, puri e fragranti come l’aria delle cime alpestri, irrompessero a un tratto qual turbine rigeneratore in quelle camere, in quelle alcove, in quegli anditi; che v’illuminassero, v’abbagliassero tutte le vergogne che vi stavano nascoste e stipate; che nella fragranza dei muschi e delle erbe montane affogassero i profumi dell’orgia, e che tutta quell’afa di vizio e di corruzione morisse nella corrente pura e luminosa che l’aveva invasa?
Povera bambina, che popolava colle superstizioni dell’innocenza le paurose veglie in una camera di postribolo!
Ma intanto la padrona di quella casa perdeva la pazienza; temeva che la ragazza ammalasse, che qualche caso inatteso venisse a portarle aiuto e dare a lei gravi imbarazzi.
Indignata da quella fiera resistenza, sempre più irritata dalle supplicazioni e dalle lagrime della povera fanciulla, che non sapeva più trovare parole e preghiere bastanti per invocarla affinché la liberasse, impaziente di togliersi a tali supplicazioni angosciose, quella megera ideò un triste e feroce disegno.
Una notte quel disegno si effettuò.
Barberina guardava paurosa il cielo traverso le chiuse gelosie. Ascoltava tremante i passi e le voci della gente che passava nell’andito, mentre guardava le nuvole che correvano rapidamente nello spazio e le ombre nere di una notte burrascosa.
I suoi occhi fissavano il cielo, seguivano quelle nuvole, si raccomandavano a tutte le cose che erano fuori di lì, e intanto essa ascoltava trepidante.
In quella medesima ora la padrona della casa narrava, ridendo, a tre giovinastri avvinazzati, rozzi e brutali, le paure e le resistenze della povera Barberina.
Mostrò loro quella impresa come cosa degna della loro ardita giovinezza, fasto meritevole d’essere annoverato fra le memorie di quella casa; né a loro bisognava l’eccitamento delle sue parole, ed essa lo sapeva. Avea scelto accortamente fra i più triviali e tristi, fra i più brutali nel vizio e più audaci nell’oscenità.
Eccitati dal vino, dalla festa che si promettevano, dalle parole della padrona, quei tre salirono le scale che mettevano al secondo piano. Sghignazzando per i laidi scherzi che proferivano, percorsero chiassosi tutto l’andito e si fermarono dinanzi alla porta di Barberina.
L’aprirono ed entrarono.
Si udirono delle grida soffocate, delle risa oscene.
Da quella camera seguitavano a uscire singhiozzi e lamenti. Spaventate, nelle alcove più vicine, delle donne seminude si sollevavano dai guanciali, e ascoltavano paurose.
La padrona udì quelle voci e non si mosse.
Le udirono le serventi, che con indifferenza servile corsero a chiudere gli usci perché la gioia notturna di quella casa non fosse funestata da quei tristi lamenti.
Ma questi lamenti duravano sempre.
Salì alta nel cielo la luna, e sparì lenta e luminosa dietro le vette lontane dei monti; s’imbiancò l’orizzonte per le prime luci dell’alba e quei lamenti ancora duravano.
Ad uno ad uno se n’andavano vergognosi e abbattuti i visitatori di quella casa; un sonno pesante, un’afa insopportabile, un nauseabondo odore di liquori, di vini e di profumi avvolgeva in ogni sala, in ogni camera le persone che ancora vi rimanevano. Ma in quell’afa, in quei sopori dell’orgia, passavano di tempo in tempo, come un guizzo di cosa viva, grida strazianti.
Durarono finché una portantina d’ospedale non venne verso il meriggio a raccogliere la povera delirante, che nei sogni spaventosi della febbre ricordava sempre la terribile realtà.
E dal letto del postribolo tornò al letto d’ospedale, straziata, contaminata; e al disopra di quel letto ove giaceva il corpo malato della bambina, un rappresentante della società civile e dell’ordine legale, appese un cartello, sul quale era scritta una parola infame.
Non lo vide e non lo seppe la povera giovanetta in preda a tutti i terrori del suo cervello malato, che le raffigurava le orribili ore passate, prima che lo sbigottimento, il dolore, il delitto compiuto sopra di lei, non l’avessero fatta quasi impazzire.
A capo del letto ove l’innocenza demente lottava e forse sperava ancora, stava inesorabile quel cartello. E le donne per bene, passando dinanzi ad esso, dopo aver guardato in su e dopo aver letto quella parola, volgevano la testa dall’altro lato, ora con disgusto, ora con malizia, talvolta con ira.
Era una prostituta.
Esse invece erano libere, mentre quella disgraziata era una schiava; e la sua giovinezza non la poteva scusare, ma l’accusava anzi maggiormente; il suo male non era per esse se non altro che una prova degli eccessi commessi nella colpa stessa, e per questa ragione nessuna, passando, si fermava presso al suo letto.
Donne galanti, mogli adultere, giovanette viziose, tutte passavano, guardandola con disprezzo.
Era una prostituta.
Non aveva più nulla in comune con le altre, non era più donna come loro, ma era soltanto una femmina; e la sua esistenza gravitava oramai inesorabilmente nella cerchia ributtante della propria femminilità.
Abbiezione irrevocabile, che agli occhi di tutti non appare come una disgrazia ancor maggiore per la sua irrevocabilità, ma anzi sembra più abbietta perché senza rimedio, e trae dalla stessa sua disperata condizione un obbrobrio sempre crescente, come ai tempi della schiavitù il non essere libero imponeva un marchio d’inferiorità crudele e assurdo.
È così che certi grandi delitti contro la natura nostra, non potendo ricadere sopra uno solo, perché compiuti da molti collettivamente, non soltanto creano delle vittime, ma riversano sopra di esse anche l’onta del delitto stesso, la quale dura e vive nei colpiti come marchio d’infamia.
Portarono quest’onta gli schiavi; la portano tuttora le prostitute, e la condividono tutti quei miserabili che soffrendo d’un’ingiustizia sociale, e non potendo punirla, la subiscono.
Quel cartellino unto e sdrucito pesava su quel letto, su quella bambina, sull’aria stessa che l’avvolgeva, come fosse una campana di cristallo, che separandola da tutto il resto del mondo per sempre, pure glielo lasciava vedere di fuori lieto e sprezzante, pieno di affetti e di virtù, di aspirazioni severe ed elevate.

Capitolo dodicesimo

Nella quiete di una sala d’ammalati meno frequentata delle altre, la giovanetta vaneggiava sempre, gridando e implorando.
La suora dell’infermeria raccoglieva con maraviglia alcune parole della malata, e il prete dell’ospedale si fermava talvolta perplesso dinanzi a quel letto.
Finalmente il delirio cessò; e un giorno, mentre un pallido raggio di sole autunnale illuminava mestamente la bianca fila dei letti dell’infermeria, la fanciulla rinvenne.
Guardò intorno a sé con maraviglia, fissò con stupore l’infermiera che passava in quel momento, e seguì con gli occhi la lunga fila dei letti e i visi dei malati.
Sentiva d’essere sotto al peso d’una grande disgrazia, di un terrore, e di un male che non ricordava ancor bene qual fosse.
A poco a poco si rammentò d’ogni cosa.
Balzò impaurita a sedere, e guardò ancora la sala, i malati e le infermiere che passavano.
Trasse un profondo sospiro. No, non era più in quel luogo orribile, n’era uscita; era nell’ospedale.
Si mise a sedere sul letto e guardò ancora intorno a sé. Come mai era venuta lì? quando?
Dopo… ma a quella notte terribile non poteva pensare, le sembrava un fatto avvenuto tanti anni addietro, tanto tanto tempo fa. Si voltò e guardò verso il muro.
Barberina aveva imparato un poco a leggere dai bambini della sua padrona.
Vide un cartello appeso sopra al suo letto, era scritto con caratteri grandi e chiari; ma la sua vista era debole e fosca in quel momento, e non poté leggere subito quello che vi stava scritto.
Appoggiò i gomiti ai guanciali, rialzò il capo e guardò più da vicino il cartello.
Quante volte nella medesima positura, distesa sui prati, aveva guardato insù alla vetta dei monti per vedere se Luca scendeva colle sue pecore!
In questo momento, rifacendo la stessa mossa, se ne ricordò. Chiuse gli occhi stanchi, e pensò a lui; ma presto li riaprì di nuovo sgomentata di quello che la memoria di lui evocava nel suo pensiero, e si mise a piangere amaramente.
Pianse per un pezzo; poi vinta dalla stanchezza si assopì leggermente; ma era un sonno così leggero che ogni rumore dell’infermeria la svegliava.
Era inquieta. Alla mente debole e confusa s’affacciavano mille paure. A momenti le pareva che tutto ciò che era avvenuto non fosse stato altro che sogno di febbre. Lo sperava, ma aveva paura. Era una paura indefinibile.
A un tratto si ricordò del cartello che aveva visto poco prima appeso al muro. Che cosa poteva essere? Si rialzò di nuovo e si provò a leggere. Ma ci vedeva poco e ci volle un pezzo, prima che giungesse a capire ciò che v’era scritto.
Finalmente capì. Allora cacciò un grido di spavento e di sdegno, e fece uno sforzo per uscire dal letto, ma non poté, e ricadde sui guanciali.
Un’infermiera accorse subito presso al suo letto. La malata, sopraffatta da quello che aveva provato, era quasi svenuta. L’infermiera s’affaticava invano per farla rinvenire, quando la suora, che aveva udito anch’essa quell’urlo, la raggiunse. Domandò che cosa era stato, ma né le malate più vicine, né l’infermiera stessa sapevano che cosa fosse seguito alla ragazza.
La suora rimandò l’infermiera e rimase sola ad assistere la malata. A poco a poco le riuscì di farla rinvenire; ma appena la giovanetta ebbe aperti gli occhi, balzò di nuovo a sedere sul letto, alzò le braccia, le stese verso il cartello, gridando:
- Non è vero, non lo sono! Non è possibile, sono una ragazza onesta. Levate, levate quel cartello, levatelo subito!
La suora dubitava che alla poveretta fosse tornato di nuovo il delirio. Cercò di farla star quieta, la pregò di star zitta, di non disturbare le altre malate con le sue grida, ma nulla valse. La povera fanciulla non era in grado di domare il suo sdegno, il suo ribrezzo per la parola che stava scritta sopra al suo letto. Tutto l’animo suo si ribellava, tutta la sua fiera innocenza si risvegliava per imprecare indignata contro chi le aveva dato quel nome.
Aver tanto sofferto per poi svegliarsi qui, sotto a quella parola!
- Una prostituta io? Io con quel nome, io? Ma non è vero, non è possibile, oh dica lei che non è vero, che non lo merito, lo dica! – E si rivolgeva alla suora che l’ascoltava compresa di pietà e di stupore senza sapere che cosa rispondere.
- Lei non sa che mi hanno presa a forza, non sa, – e alla poverina non bastava neppur l’animo di ricordare l’orrore di quella scena; e lo spavento le si dipingeva negli occhi sbarrati, e la vergogna sulle guancie, che si facevano ora rosse rosse, ora pallide come se fosse per morire. Invano la suora cercava di tranquillarla.
- Non lo potrò mai dire a nessuno tutto quello che è stato e quanto ho sofferto. Dio buono, ero dunque abbandonata anche da te in quell’ora? e quando mettevano qui al mio letto quello scritto infame non c’era chi parlasse per me? – E la giovanetta giungeva le mani e pregava; pregava la suora, pregava Iddio e faceva sforzi inutili per rialzarsi sul letto e strappare quel cartello.
La monaca era profondamente commossa. Aveva ormai ben capito che quella poveretta non vaneggiava più, e che un crudele misfatto era stato commesso sopra un’innocente.
La confortò alla meglio, la pregò di star quieta, d’aversi cura, disse che avrebbe parlato di lei alla superiora e che forse quando stava meglio avrebbero potuto soccorrerla.
Ma non era così facile il confortare quella poveretta. Essa insisteva con un’ostinazione disperata, perché le fosse levato il cartello. Quel nome non lo voleva, non lo tollerava neppure con la promessa che avrebbero chiesto il permesso di levarlo più tardi, non poteva adattarsi neppure per un istante all’idea d’essere creduta una prostituta.
La suora con dolcezza e severità l’esortò a rassegnarsi; le promise di pensar subito al caso suo, di parlarne a chi poteva giovarle, e vedendo che la ragazza s’era fatta più tranquilla, la lasciò sola per badare agli altri malati, e mandarle il prete dell’infermeria affinché ella si consigliasse con lui.
Al prete la giovanetta raccontò quasi tutta la sua storia; non soltanto gli si confessò, ma gli si raccomandò con tutto l’animo.
Il buon sacerdote rimase profondamente colpito da quel racconto, e le promise di fare per essa quanto più poteva, esortandola per il momento a rassegnarsi.
- Oh mi rassegno di buon cuore a tutto – esclamò la poverina. – Non mi lamenterò più, sopporterò dolori e febbri e mali d’ogni sorta, ma per carità mi levi quello scritto, me lo levi se non vuole che impazzi.
- Non posso, – rispose mestamente il prete.
- Non può? – domandò sgomenta la giovanetta. – Neppur ora che le ho detto tutta la mia storia, tutta la verità, tutto quello che ho patito?
Il prete crollò il capo.
- Povera ragazza, per ora rassegnatevi. Quel cartello noi non possiamo levarlo. Il regolamento dell’ospedale lo proibisce, e fintanto che non sia chiarita la vostra innocenza…
- Debbo star qui con quella vergogna lì su… a capo del letto… debbo figurare come se fossi ancora in quella casa… – poi un pensiero orribile le si affacciò alla mente.
- Ma quella signora, quella donnaccia crudele… se volesse… dica, o per carità dica… se volesse, mi potrebbe riavere?
Il prete non rispose. Quell’infelice gli faceva troppa pietà, perché le potesse dire il vero.
- Oh risponda, la scongiuro, risponda, – tornava a chiedere sbigottita la fanciulla: – quella donna diceva, che le dovevo tanto denaro, che non me ne sono mai guadagnato, che le devo una grossa somma, una somma enorme…
Il prete non rispondeva.
La fanciulla piena di terrore gli prese le mani, e, supplicandolo, domandò di nuovo che rispondesse.
- Dica che non è vero, che non è possibile; lo dica; oh lo dica subito! – implorava la giovanetta.
Per non turbarla il prete rispose che non lo sapeva. L’esortò pel momento a non curarsi di quel cartello, a star tranquilla e a sperare in ciò che egli avrebbe cercato di fare per essa. Le disse le più efficaci parole di conforto che potesse trovare per il caso suo, e la lasciò promettendole di occuparsi subito di quanto riguardava la sua liberazione.
Era un buon uomo; pio sino alla superstizione, ardente nella sua fede. Accanto al sentimento religioso si era sviluppato in lui profondo e sincero il sentimento della carità. Neppur vivendo in mezzo ai malati e ai morenti, al dolore fisico e al dolore morale, la sua carità non s’era mai esaurita, non era venuta mai meno.
Il caso della povera ragazza, quel delitto mostruoso narrato da quelle labbra ancor quasi infantili col pudore e la franchezza dell’innocenza, l’avevano profondamente commosso. Andò subito dalla superiora delle monache che facevano il servizio dell’ospedale, s’affiatò col padre spirituale di un ricovero di beneficenza dal quale sperava aiuto; fece insomma quanto più poteva per soccorrerla e liberarla.
E gli altri lo aiutarono; lo aiutarono con zelo, con amore.
Ma i loro tentativi presso la Questura, presso la padrona del luogo d’onde la poveretta era uscita, non valsero a nulla. Quella donnaccia diceva che la giovinetta si era presentata volontariamente, accompagnata da una mezzana ben nota, la quale non trattava senonché donne di perduta fama; diceva che, accolta nella casa di tolleranza, aveva accettato vesti e biancherie che ella s’era perfino portate seco all’ospedale; diceva che vi aveva vissuto lautamente e v’avea contratto un debito così grosso che, per quanto inverosimile fosse la somma, doveva pur esser pagato dalla ragazza qualora non ci volesse più stare; s’intende che la mezzana, dal canto suo, negava recisamente che la fanciulla, entrando in quella casa, non sapesse dove andava e che non avesse manifestato spontaneamente il desiderio d’entrarvi.
Quanto alla Questura, ormai che la fanciulla era iscritta nei suoi registri, non era facile cosa il farne cancellare il nome. E con l’elastica parola di tutela del pubblico interesse, che copre tanta indolenza e tanti abusi in questo ramo di servizio, per paura che qualche mascalzone vizioso o qualche farabutto brutale non abbia a correre il rischio di una disgrazia, incerta e lieve sempre, se la paragoniamo al delitto di tenere a forza una innocente nella galera della prostituzione, per questo la Questura, senza fare indagini, accontentandosi soltanto delle spiegazioni date, trovò senza fondamento le domande che da più parti intorno a questa, le furono rivolte.
D’altra parte la ragazza per la sua condotta in quella casa non aveva dato garanzia alcuna di ordine e di buona condotta. Le sue bizzarre ritrosie, la sua disubbidienza alla padrona, il debito contratto con essa, lo provavano.
L’economia poi, che è il primo passo che fanno queste infelici per arrivare alla liberazione, e che il nostro regolamento di pubblica sicurezza ricompensa nei suoi primordi con dei libretti della cassa di risparmio, questa ragazza non l’aveva saputa fare; quell’economia, che non fa chi non supera le altre nella dissolutezza e nell’abiezione più compiuta, e che il nostro regolamento favorisce e appoggia.
Dov’erano nel caso presente le economie della prostituta, e con esse le prove del suo ravvedimento?
Le economie della prostituta!
Ci hai pensato mai, lettore? Te la figuri la fanciulla, forse appena ventenne, calcolando i suoi tristi guadagni? te la figuri fredda e sobria in tutto, e poi per lucro dandosi al lusso sfrenato nel vizio? Trasformando l’abiezione in denaro? E accanto a questa fanciulla ingegnosa e furba non vedi il rappresentante della legge che le offre il premio delle sue fatiche, delle sue economie, che la rimunera con orgoglio e sapienza civile?
Non ci hai pensato mai?
Eppure ogni giorno esse ci passano d’accanto, ora liete e belle, ora sparute e meste. E presso alle economiche e benemerite non si vedono le altre travolte dal turbine del debito che cresce per ogni pudore, per ogni ritrosia, o per ogni sete di oblìo cercato nel chiasso dell’orgia. Non si vedono quelle che hanno un figlio, una madre, un vincolo qualunque spezzato bensì, col resto del mondo, ma che in esse è pur sempre vivo e duole come il braccio di un amputato.
L’economia loro che cos’è? Il vero titolo a un compenso, la prova del ravvedimento non è invece talvolta per esse il debito? Quel debito che alla grande catena di schiavitù dell’iscrizione che le vende alla società, aggiunge quell’altra più stretta e più dura che le vende ad un padrone solo, cupido e avaro.
Quel debito la Barberina l’aveva, e a quel debito non s’aggiungeva il fatto dell’essersi presentata spontaneamente? Perché credere di più a quello che diceva una bambina sedicenne che ad una mezzana esperta e provetta, e alla padrona d’una casa accreditata come quella cui aveva appartenuto la Barberina? E non era forse entrata nell’ospedale affetta, oltre la malattia cerebrale, di un male che provava la sua colpa? Che cos’era il nome di una ragazza di più fra tante e tante iscritte nel registro della Questura? Che cosa importava se là c’era andata più o meno volentieri, ora che la cosa era fatta e che non si poteva rimediare? Una ragazza che usciva da un luogo come quello, Dio buono, che cosa voleva fare fra le altre? Alla sezione di polizia ne avrebbero sorriso di certo, se la gran farragine di donne e il gran da fare per esse, non avesse impedito agli impiegati di occuparsi lungamente di un caso in particolare.
E di queste storie se ne udivano ogni giorno in quell’ufficio, e gl’impiegati, vedendo come quei preti e quelle monache s’erano preso a cuore l’affare della Barberina, trovavano che essi avevano pure un gran buon tempo. Perché quei signori, come molta gente ignorante e volgare tra noi, erano liberi pensatori. Liberi pensatori in quel triste modo di esserlo, che esenta chi ne professa le opinioni, non soltanto da ogni credenza religiosa, ma anche da tutti quei sentimenti di carità e di dovere che essendo finora scaturiti specialmente dal sentimento religioso, vanno ora confusi dal volgo con esso, e con esso dimenticati o negletti.
E per questo le raccomandazioni dei preti per salvare la povera Barberina, e le premure fatte da essi, anziché giovarle, forse le nocquero; e così sciocco è sempre il pregiudizio, sia per la religione o contro di essa, che il vedere un prete o una monaca interessarsi ai casi di una disgraziata, faceva nascere il desiderio di mandare a vuoto l’opera loro, perché in qualche cosa e in qualche modo non riuscissero; quasicché al disopra di una lotta di credenze o di idee, e sia pure di logica contro l’assurdo, non debba sempre prevalere alto e gagliardo quel sentimento ancor bambino per molti, che è la carità civile.
E i preti e le monache non riescirono. Fu un trionfo di risatine stupide d’impiegatucci triviali e ignoranti, e di donne da postribolo. E così, mentre nessuno in questa cosa, fuorché i preti e le monache, s’interessava a quella disgraziata, mentre nessuna legge tutelava l’interesse dell’innocenza e della libertà individuale, trionfavano i difensori del potere civile contro gli sforzi inutili del partito avverso.
Barberina era dunque condannata a restare ciò che l’avevano fatta a sua insaputa; condannata irrevocabilmente a tornare in quella casa, a subire la volontà della megera padrona di essa.
Avevano un bel dire, il molto reverendo sacerdote che la raccomandava e le signore monache che non si vergognavano di proteggere le donne che appartenevano alla Questura; quella ragazza era iscritta, era caduta ormai nell’abisso, e ci doveva stare. Che cos’era di più di tante altre? Doveva forse godere privilegi perché la raccomandavano i frati?
Non c’era più scampo.
La giovanetta migliorava, e alle sue domande insistenti non ci fu verso di non rispondere il vero.
Quando glielo dissero, credettero fosse per impazzire.
Fu una scena straziante di disperazione.
A momenti non ci voleva credere assolutamente; le pareva impossibile che senza meritarselo in alcun modo, dopo tanti sforzi per fuggire quella sorte abbietta, ce la spingessero suo malgrado con la violenza, con la legge.
E nell’ignoranza della sua innocenza prorompevano logiche ed energiche le sue imprecazioni contro l’assurda crudeltà che la condannava. Poi a momenti, sentiva tutta la sua debolezza, la sua impotenza e invocava aiuto, chiedeva di morire mille volte piuttostoché tornare in quella casa infame, e la memoria di quel luogo, di quella camera, le si affacciava come visione spaventosa, e con questa tornava il delirio e pareva dovesse ammalare di nuovo.
A che cosa potevano servire i conforti dinanzi a quel dolore, dinanzi al fatto irrevocabile? Sapendola religiosa e profondamente credente, cercarono di tranquillarla parlandole di rassegnazione, di sacrifizio; le dissero di accettare la sua sorte come un martirio e di piegarcisi perché tale era la volontà di Dio.
Ma anche la fede religiosa, profonda e sincera com’era quella che portava nel cuore la giovanetta, si ribellava ad ogni parola di rassegnazione, ad ogni parola che accennasse anche da lontano alla possibilità di tornare in quel luogo. Più vigoroso d’ogni credenza, era in lei un sentimento primitivo e forte di dignità personale; al di sopra di ogni cosa vi era un senso di ribellione onesta e selvaggia che non poteva piegarsi in nessun modo.
Non poteva. Non c’era rassegnazione, non c’era volontà divina o umana dinanzi alla quale piegasse; diceva che sarebbe morta prima, che sarebbe morta volentieri anche subito.
Era disperazione di donna, non più di bambina.
Per essa non vi era possibilità di conforto.
La buona monaca dell’infermeria non sapeva che cosa fare per quell’infelice; quel dolore la straziava; e il non soccorrerla le pareva un’infamia. Anche il prete dell’ospedale la pensava come lei. Ma come fare?
Immischiarsi, più di quanto avevano già fatto, con la polizia per questo affare, minacciava di suscitare dei grossi guai; il bravo sacerdote e la povera suora erano pesciolini, in confronto dei superiori i quali non vedevano le cose come loro. Questi avrebbero risposto, se essi avessero insistito di nuovo in questa faccenda, che i tempi correvano poco favorevoli per andare a cercarsi delle brighe con chi governava, e che meglio era il serbare la propria influenza per ottenere altri e più importanti favori.
E intanto la disgraziata guariva, e il giorno fatale si avvicinava sempre più, e nella poverina crescevano la disperazione e lo sgomento.
Allora nella mente caritatevole di quei buoni che si erano impietositi di lei, nacque un disegno, pio e ardito, ma la cui effettuazione era difficile e pericolosa, e il cui esito sembrava incerto assai.
Ne parlarono con altri. Cercarono di guadagnarsi l’appoggio di una società di beneficenza. Idearono un piano ingegnoso, lo studiarono, lo discussero.
Era una congiura di buoni. Un vero miracolo di carità intelligente e audace.
Quando ebbero fissato tutto, lo dissero anche alla Barberina. Glielo dissero a poco a poco, le parlarono dei dubbi e delle paure che avevano; la prepararono anche al caso che il loro piano potesse mancare.
Ma essa non ne dubitò. La fede e la speranza rinacquero in lei improvvisamente; la invasero come un turbine di gioia e di gratitudine intensa.
Non ringraziò, pianse. Pianse le prime lagrime di gioia che avesse pianto mai; baciò le mani del prete e della suora, e non parlò.
Le parve che le porte di una prigione orribile piena di malfattori e di istrumenti di torture, le s’aprisse dinanzi, e che essa ne uscisse libera, sola, e si ritrovasse finalmente fra i suoi.
Il disegno ideato dal prete e dalla suora, era una fuga.
Barberina doveva passare il confine e tornare al suo paese.
Fallito ogni altro mezzo, non rimaneva se non questo. Era un mezzo illegale e disperato; ma come sottrarla altrimenti a quella sorte terribile e barbara voluta dalla legge?
Pur troppo non c’era altro scampo.

Capitolo tredicesimo

Barberina incominciava ad alzarsi per qualche ora. Aveva dal medico il permesso di andare a prendere un po’ d’aria in un cortile dell’ospedale, e di questo permesso si valsero i suoi protettori per effettuare la sua liberazione.
Coll’aiuto della suora, in una camera che serviva da ripostiglio, la giovanetta si travestì.
Indossò l’abito che le aveva preparato la monaca, fasciò una parte del viso come ci avesse male, e guidata dalla suora scese in un cortile. Anche un’altra donna, mandata appositamente, l’accompagnava.
Barberina tremando come una foglia baciò la mano della buona monaca e seguì la donna che la condusse fuori dall’ospedale.
Una vettura pubblica attendeva a poca distanza di lì, e un prete, nel quale la Barberina non ravvisò subito il suo protettore, aprì lo sportello, e dopo averle fatte entrare, sedette di faccia a loro.
La fanciulla, tutta raggomitolata nel fondo della carrozza ardiva appena alzare lo sguardo di tempo in tempo verso di lui; poi guardava con terrore le vie che percorrevano.
Ora finalmente si rendeva conto dell’impressione paurosa che le aveva fatta la città, la prima volta che v’era entrata; il vago senso di paura che le aveva ispirato tutto quel movimento, quel lusso, quella folla.
Le era parso allora che quella gran città covasse nascostamente dolori intensi, sofferenze ignote, e che ci fossero dei tristi misteri dietro a tutto quel lusso ingegnoso e svariato.
Ciò che allora aveva soltanto presentito, adesso lo sapeva.
La carrozza si fermò dinanzi ad un cancello in una parte remota della città.
Barberina vide una casa circondata da ortaglie e da lunghi pergolati, e in lontananza scorse la bianca catena de’ suoi monti. A quella vista il cuore le si allargò, e i suoi sguardi si fissarono con intenso desiderio su quelle vette lontane.
Il prete la condusse amorevolmente entro il cancello, e la fece entrare nella casa; e quivi la Barberina fu messa in una camera, dove la fecero riposare e le dettero di che ristorarsi.
La sera dello stesso giorno essa doveva partire.
La fanciulla aspettava trepidante quel momento.
Quando fu buio, la fecero escire di nuovo da quella casa, la misero in una carrozza e un altro prete che essa non conosceva, l’accompagnò. Il buon sacerdote che aveva fatto tanto per la sua liberazione le fece ancora molti avvertimenti e le dette una lettera da consegnarsi al parroco del suo paese; poi le disse addio.
La carrozza partì.
Era salva?
Barberina traversando le vie della città, guardava paurosa i fanali accesi, le vetrine illuminate delle botteghe, le case alte e buie. Alla svolta di una via s’accorse che passavano vicino a quel luogo dove l’avevano tormentata tanto.
Allora chiuse gli occhi e non guardò più, finché giunti alla stazione le dissero di scendere di carrozza.
La povera Barberina tremava forte forte in quel momento, per la paura e per la speranza; e quando le misero in mano il suo biglietto di ferrovia e la fecero salire in un vagone, e le dissero addio, non ebbe voce per ringraziare, né forza per stringere quelle mani liberatrici che tanto avevano fatto per lei.
La macchina fischiò con violenza rabbiosa. Barberina si scosse tutta a quel rumore improvviso. Le pareva che quel fischio che passava stridendo sopra la città, dovesse svegliarvi le cose che dormivano, e giungere perfino in quel luogo infame, ove la padrona vegliava a quest’ora, inesorabile e feroce, come il venditore di schiavi fra la sua merce.
Ma quel fischio morì nella notte senza risvegliarvi un’eco.
La gran città sparì a poco a poco dall’orizzonte co’ suoi lumi, i suoi campanili e le macchie nere dei suoi tetti. Un infinito numero di stelle brillò nel silenzio della notte, laddove prima si era veduta in lontananza come mostro informe la figura fantastica e vaporosa della città con le sue centinaia di fanali simili ad occhi pieni di luce. Quegli occhi di fuoco non guardavano più il riposo sereno delle grandi campagne che dormivano nell’ombra; l’attrazione di quelle luci febbrili, di quei palazzi monumentali e di quelle case agglomerate non esercitava più nella notte la sua fatale potenza. La città era sparita e il convoglio correva rapidamente verso le alte montagne.
Quando sorse l’alba splendida e pura, Barberina era salva.

Capitolo quattordicesimo

Mentre scrivo queste pagine essa è tuttora vivente.
Tornata fra i suoi, vi ha ritrovato la pace e la serenità dell’animo. Guarita perfettamente del corpo, le è rimasto però un terrore sì grande di quello che aveva visto e patito, che non si può rammentarle quel tempo senzaché se ne conturbi tutta e che il delirio non la minacci di nuovo.
E Luca? – domanderà forse qualche lettrice che avrà avuto la pazienza di seguirmi fin qui.
Di Luca non so nulla.
Vi sono amori più forti d’ogni pregiudizio, ma vi sono anche pregiudizi brutali e crudeli contro i quali l’affetto più gentile è impotente. Vi sono anche dei casi, come questo della Barberina, nei quali uno stato di cose violento e contro natura, che ha risvegliato sino all’ultimo limite tutti i ribrezzi e i disgusti del pudore, può alterare e smorzare quei sentimenti stessi, i quali hanno servito a risvegliare più vivamente i disgusti della vittima; mentre questa non poteva ignorare che per parte dei colpevoli era l’istinto di quegli stessi sentimenti, nella loro più brutale manifestazione, che fu cagione del delitto.
È avvenuto un che di simile nel cuore della fanciulla?
Non lo sappiamo.
Se ciò è stato, il tempo che ripara a tutto riparerà forse anche a questo.
Quello che possiamo affermare è che ormai essa è salva e al sicuro, e a noi basta.
E perché ella duri nell’essere sicura e sia salva davvero, non diremo né il nome della città nostra ove seguì il fatto narrato, né quello di chi ce lo raccontò.
Barberina è tuttora iscritta nei registri della Questura; la casa che la reclamava è tuttora aperta, e forse prospera più che mai, e una indiscrezione nostra potrebbe farla ritornare nel potere, legalmente riconosciuto, della padrona di quello stabilimento.
Quante, lettore, nelle quali fu minore l’energia del resistere o contro cui fu più prudente l’esecuzione del delitto, o meno evidente la prova dell’innocenza, subirono e subiscono ogni giorno di questi assassinii fisici e morali protetti dalla legge?
Eppure non ci si rimedia. E non ci si rimedia perché sembra insuperabile a tutti la difficoltà del discernere l’innocente fra tante corrotte e colpevoli, e perché non v’ha udito delicato che si creda capace di riconoscere fra le risa e gli urli triviali di tante perdute, il grido di dolore di una sola che invoca aiuto. E sgomenti della propria incapacità, l’impotenza è scusa ai migliori, che pur vorrebbero rimediare in qualche modo.
Si dovrebbe dunque disperare affatto di riparare a questo male e rassegnarsi a questa nuova forma di schiavitù sorta nei tempi moderni?
Non lo possiamo credere. Non possiamo ammettere che vi sia cosa voluta da una mente sana, la quale non abbia in sé il germe della propria effettuazione, e che non vi sia senso pigro od ottuso che per opera della volontà non possa diventare sottile e attivo.
Non raggiunge l’ingegno umano rivolto a scopi ideali talvolta una portentosa perfezione?
A che servirebbe educare l’orecchio alle sottigliezze dell’armonia, avvezzare i nervi dell’udito ai piaceri dolcissimi della melodia, a che servirebbe portare i sensi a vivere nel campo ideale e a toccar quasi con mano l’idealità e far trasalire al contatto del proprio pensiero, i nervi altrui, a che servirebbe tutto ciò, se nella grande vita del mondo e della società si rimane ciechi e sordi? Se non sentiamo né vediamo soffrire; se l’armonia lugubre e colossale dei dolori reali, sgorga viva e intensa dalle fibre umane, e che noi non sentiamo? Che cosa importa l’intendere le infinite variazioni prodotte da una nota, se una sordità grossolana e idiota ci fa sordi ai singhiozzi e alle grida del vero dolore?
Sprechiamo tutti indubbiamente nelle sottigliezze della vita ideale una gran parte di ciò che dovremmo alla realtà.
Che cos’è in noi, per esempio, questo amore dell’arte, che prende tanta parte di noi stessi e allontana i più dalle opere grandi della vita pratica? che prende i migliori fra noi per acutezza di sensi e prontezza d’ingegno, e li esaurisce in un’opera sterile, e fa fare ad un uomo che soccorrerebbe forse coll’ingegno ai mali di tanti, una statua inutile o una tela infeconda?
È un lusso, non una necessità.
È cosa che ci impoverisce, esaurendoci nell’opere della fantasia e che ci rende poi impotenti nell’effettuazione di quello che si potrebbe fare nella vita reale.
Eppure, trattando ora di una fra le cose che più ci esaurisce l’intelletto, eppure l’arte vera è solamente nel vero, e la creta nella quale il genio artistico deve modellare i suoi ideali è la natura umana, calda e viva, e non soltanto il marmo inerte; è lì dentro che deve lavorare modificando e migliorando, è lì che deve cercare l’ideale e inseguirlo, perseguitarlo, volerlo ardentemente; non è dalle fredde tastiere di avorio o dalle corde metalliche che escirà mai armonia potente e grande, come quella che puoi far vibrare dall’animo umano se lo sai e lo vuoi. E l’ascoltare e osservare l’animo nostro nelle sue più intime manifestazioni è scuola d’arte e di scienza, ma soprattutto è scuola che porta ad amare e volere quell’ideale sommo del bene senza il quale l’aspirazione verso il bello sarebbe inutile ed egoista. Perché il bello solo non sarebbe che un ideale stupido e infecondo se il voler la cosa bella non fosse il volerla buona, se la modificazione nella forma fisica non fosse modificazione anche di forma morale, e se la bellezza dell’intelletto nell’armonia dei pensieri e della volontà, non fosse il perno della bellezza fisica e ideale.
Perché dunque non far belle e migliori le cose vive? Perché affannarti a creare sul marmo o sulla tela un Socrate o un Plauto, un fanciullo o un animale che sieno perfetti, e non prendere un bimbo, un uomo o una donna e cercare di farli migliori? Perché turarti gli orecchi e imprecare ad una stonatura, e non sentire il grido di una vittima colpita ingiustamente, o il lamento di chi soffre, e non servirti di tutto il tuo ingegno per far rientrare nell’armonia quella stonatura vera, e soccorrerla? perché?
Siamo dunque ciechi e sordi perché ci siamo fatti un mondo astratto d’immagini e di colori, di suoni e di armonie, quasi nella vita non ve ne fossero, o che da quelli ci volessimo staccare e isolare. Abbiamo portato con aristocratico egoismo tutte le cose nostre fuori di qui, in un campo astratto e lontano, dal quale non s’odono le voci della realtà; e là non ascoltiamo più che noi stessi, le nostre fiabe, i nostri ideali e le nostre astrazioni; abbiamo inventato un egoismo diverso da quello che c’insegna la lotta per l’esistenza, perché abbiamo inventato anche quello dell’intelletto; abbiamo messo la fiaba come una barriera insormontabile, fra noi e la realtà; e più ci sentiamo artisti, e per questo più adatti ad intendere e compenetrarci nella realtà, tanto più ce ne allontaniamo.
Eppure l’arte, se non vuol finire, o durare come cosa inutile e dannosa, non è che soccorrendo i dolori e la miseria che può farsi grande e utile davvero; è lì che la sua perspicacia, le sue sottigliezze, la sua forza d’intuizione, le sue pronte osservazioni debbono fruttare e prosperare; è lì che la luce maravigliosa del genio deve portare calore e vita; è lì al riflesso dell’aspirazione ideale che deve risvegliarsi bella e forte la società nostra.
Nei secoli scorsi, il pensiero della famiglia umana emigrava desioso e impaziente verso le regioni ignote e lontane dell’idealismo. Era un’emigrazione incessante, favorita e incoraggiata sempre, che dalla terra muoveva verso il cielo.
Ma quante e quante di quelle carovane speranzose e credenti, sono ritornate in patria, quante ne tornano ogni giorno! E se quelle carovane avessero forma o sembianza di cosa viva, si vedrebbero percorrere lo spazio e reduci da altri mondi tornare alla terra come legioni di fantasime. E di quelle fantasime è piena l’atmosfera della nostra vita intellettuale.
Scienza ed arte, tutto rimpatria; e alle lontane speranze succedono i fecondi tentativi per far migliore il presente; e i sogni di perfezioni vaganti fra le nebbie delle astrazioni, diventano audaci tentativi per perfezionare la realtà.
Il nostro Dio non è più lontano, inarrivabile, è qui con noi nella natura, negli uomini e nelle cose, è nelle speranze e nelle fatiche d’oggi, è nell’abnegazione con la quale si lavora per far più felici quelli che verranno domani.
Così, anche alla piaga sociale, dalla quale ebbe origine tutta la mia storia, si sentirà forse un giorno la necessità di porre rimedio, e un alto sentimento umanitario troverà finalmente modo di riparare ad una condizione di cose tanto intollerabile quanto vergognosa.

Emilia Ferretti Viola (Emma) – Una fra tante – Audiobook – MP3 – Lettura di Silvia Cecchini – Edizioni Libroparlato

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