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Giuseppe Pitré – La vita in Palermo cento e più anni fa

EText-No. 37719
Title: La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1
Author: Pitrè, Giuseppe
Language: Italian
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EText-No. 37719
Title: La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1
Author: Pitrè, Giuseppe
Language: Italian
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EText-No. 37719
Title: La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1
Author: Pitrè, Giuseppe
Language: Italian
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EText-No. 37719
Title: La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1
Author: Pitrè, Giuseppe
Language: Italian
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EText-No. 37719
Title: La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1
Author: Pitrè, Giuseppe
Language: Italian
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EText-No. 37719
Title: La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1
Author: Pitrè, Giuseppe
Language: Italian
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EText-No. 37719
Title: La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 1
Author: Pitrè, Giuseppe
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EText-No. 37720
Title: La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2
Author: Pitrè, Giuseppe
Language: Italian
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EText-No. 37720
Title: La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2
Author: Pitrè, Giuseppe
Language: Italian
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EText-No. 37720
Title: La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2
Author: Pitrè, Giuseppe
Language: Italian
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EText-No. 37720
Title: La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2
Author: Pitrè, Giuseppe
Language: Italian
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EText-No. 37720
Title: La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2
Author: Pitrè, Giuseppe
Language: Italian
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EText-No. 37720
Title: La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2
Author: Pitrè, Giuseppe
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EText-No. 37720
Title: La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2
Author: Pitrè, Giuseppe
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Compagnetto da Prato, L’amor fa una donna amare

L’amor fa una donna amare.
Dice: «Lassa, com faragio?
Quelli a cui mi voglio dare
non so se m’à ‘n suo coragio.
Sire Dio, che lo savesse
ch’io per lui sono al morire,
o c’a donna s’avenesse:
manderia a lui a dire
che lo suo amor mi desse.
Dio d’amor, quel per cui m’ài
conquisa, di lui m’aiuta;
non t’è onor s’a lui non vai,
combatti per la renduta.
Dio! l’avessero in usanza
l’altre di ‘nchieder d’amare!
ch’io inchiedesse lui d’amanza,
chè m’à tolto lo posare;
per lui moro for fallanza.
Donne, no ‘l tenete a male,
s’io danneo il vostro onore,
chè ‘l pensier m’à messa a tale
convenmi inchieder d’amore.
Manderò per l’amor mio,
saprò se d’amor mi ‘nvita;
se non, gliela dirabo io
la mia angosciosa vita.
Lo mio aunore non disio».
«Madonna, a vostre belleze
non era ardito di ‘ntendre;
non credea che vostre alteze
ver me degnassero iscendre.
A voi mi do, donna mia,
vostro son, mio non mi tegno,
mio amor coral in voi sia;
fra tut[t]o, senza ritegno
met[t]omi in vostra balìa».
«Deo! como mi fa morire
l’omo a cui mandai il mes[s]agio!
Domandomi che vuol dire.
Quando in zambra meco l’agio
non me ne de’ domandare.
Drudo mio, aulente più c’ambra,
ben ti dovresti pensare
perch’i’ òti co meco in zambra;
sola son, non dubitare».
«Dim[m]i s’è ver l’abraz[z]are
che mi fai, donna avenente,
chè sì gran cosa mi pare,
creder no ‘l posso neiente».
«Drudo mio, se Dio mi vaglia
ch’io del tuo amor mi disfaccio,
merzè, non mi dar travaglia!
Poi che m’ài ignuda in braccio,
meo sir, tenemi in tua baglia!».

Re Enzo, Amor mi fa sovente

Amor mi fa sovente
lo meo core pensare,
dàmi pene e sospiri;
e son forte temente,
per lungo adimorare,
ciò che por[r]ia aveniri.
Non c’agia dubitanza
de la dolze speranza
che ‘nver di me fallanza ne facesse,
ma tenemi ‘n dottanza
la lunga adimoranza
di ciò c’adivenire ne potesse.
Però nd’agio paura
e penso tuttavia
a lo suo gran valore;
se troppo è mia dimura,
eo viver non por[r]ia;
così mi stringe Amore
ed àmi così priso,
n tal guisa conquiso,
che ‘n altra parte non ò pensamento;
e tuttora m’è aviso
di veder lo bel viso,
e tegnolomi in gran confortamento.
Conforto e non ò bene:
tant’è lo meo pensare,
ch’io gioi non posso avire.
Speranza mi mantene
e fami confortare,
chè spero tosto gire
là ‘v’è la più avenente,
l’amorosa piacente,
quella che m’ave e tene in sua bailìa.
Non falserai’ neiente
per altra al meo vivente,
ma tuttor la terrò per donna mia.
Ancora ch’io dimore
lungo tempo e non via
la sua chiarita spera,
[d]e lo su gran valore
spesso mi [so]venia,
ch’i’ penso ogne manera
che lei deggia piacere;
e sono al suo volere
istato e serò senza fallanza.
Ben voi’ fare a savere
ch’amare e non vedere
si mette fin amore in obbrianza.
Va, canzonetta mia,
e saluta Messere,
dilli lo mal ch’i’ aggio:
quelli che m’à ‘n bailìa
sì distretto mi tene,
ch’eo viver non por[r]aggio
salutami Toscana,
quella ched è sovrana,
in cui regna tutta cortesia;
e vanne in Pugl[i]a piana,
la magna Capitana,
là dov’è lo mio core nott’e dia.

Jacopo Mostacci, Amor ben veio che mi fa tenire

Amor ben veio che mi fa tenire
manera [e] costumanza
d’aucello c’arditanza – lascia stare:
quando lo verno vede sol venire
ben mette ‘n ubrianza
la gioiosa baldanza – di svernare,
e par che la stagione no li piacc[i]a,
chè la fredura inghiacc[i]a;
e poi, per primavera,
ricovera manera
e suo cantare in[n]ova e sua ragione.
Ed ogni cosa vuole sua stagione.
Amor, lo tempo che non m’era a grato
mi tolse lo cantare;
credendo megliorare – io mi ritenni.
Or canto, chè mi sento megliorato,
ca, per bene aspet[t]are,
sollazo ed allegrare – e gioi mi venni
per la piu dolze donna ed avenante
che mai amasse amante,
quella ch’è di bieltate
sovrana in veritate,
c’ognunque donna passa ed ave vinto,
e passa perle, smeraldo e giaquinto.
Madonna, s’io son dato in voi laudare
non vi paia losinga
c’amor tanto mi stringa – ch’io ci falli;
ch’io l’agio audito dire ed acertare
sovran’ è vostra singa
e bene siete dinga – senza falli,
e contolomi in gran bona ventura
si v’amo a dismisura;
e s’io ne son sì lic[c]o
ben me ne tegno ric[c]o
assai più ch’io non sao dire in parole.
Quegli è ric[c]o c’ave ciò che vuole.
Donna e l’Amore àn fatto compagnia
e teso un dolce laccio
per met[t]ere in sollacc[i]o – lo mio stato;
e voi mi siete, gentil donna mia,
colonna e forte braccio,
per cui sicuro giaccio – in ogne lato.
Gioioso e baldo canto d’alegra[n]za,
c’amor m’è scudo e lanza
e spada difendente
da ogni maldicente,
e voi mi siete, bella, roc[c]a e muro:
mentre vivo per voi starò sicuro.

Guittone d’Arezzo, Comune perta fa comun dolore

Comune perta fa comun dolore,
e comuno dolore comun pianto;
per che chere onni bon pianger ragione:
perduto ha vero suo padre Valore,
e Pregio amico bono e grande manto,
e valente ciascun suo compagnone,
Giacomo da Leona, in te, bel frate.
Oh che crudele ed amaroso amaro
ne la perdita tua gustar dea core
che gustò lo dolzore
dei dolci e veri tuoi magni condutti,
che, pascendo bon’ ghiotti,
lo valente valor tuo cucmava!
e pascea e sanava
catun mondan ver gusto e viso chiaro,
sentendo d’essi ben la bonitate.
Tu, frate mio, ver[o] bon trovatore
in piana e ‘n sottile rima e ‘n cara
e in soavi e saggi e cari motti,
francesca lingua e proenzal labore
più de l’artina è bene in te, che chiara
la parlasti, e trovasti in modi totti.
Tu sonatore e cantator gradivo,
sentitor bono e parlador piacente,
dittator chiaro e avenente e retto,
adorno e bello ‘spetto,
cortese lingua e costumi avenenti,
piacenteri e piacenti
. . . .
. . . .
dato fu te tutto ciò solamente
. . . . [-ivo].
Non dic’alcun dunque troppo io t’onori,
acciò che non tu om di gran nazione,
ché, quanto più de vil, più de car priso.
Omo quello, li cui anticessori
fuor di valente e nobel condizione,
se valor segue, onor poco li è, aviso;
se figlio de distrier [distrieri] vale,
no è gran cosa, e s’è, non lausor magno,
ma magna è unta se ronzin somiglia;
ma’ che è meraviglia
e cosa magna se di ronzin vene
che destreri val bene;
e tal è da orrar sovra destrero
bass’ omo che altero
ha core e senno, e òr se fa de stagno,
und’è ver degno d’aver pregio tale.
Non ver lignaggio fa sangue, ma core,
ni vero pregio poder, ma vertute;
e sì grazia ed amore appo sciente.
Di cui sol pregio è gente,
nullo o parvo e pregio in ben de fore,
ma ne le interiore
ch’e don[de] move lui ch’e pregio o onta:
le più fiate desmonta
a valere, a pregio e a salute
bealtà d’omo, lignaggio e riccore.

Franco Sacchetti – Basso della Penna nell’estremo della morte lascia con nuova forma ogni anno alle mosche un paniere di pere mézze, e la ragione, che ne rende, perché lo fa

Ora verrò a quella novella delle pere mézze, ed è l’ultima piacevolezza del Basso, però che fu mentre che moría. Costui venendo a morte, ed essendo di state, e la mortalità sí grande che la moglie non s’accostava al marito, e ‘l figliuolo fuggía dal padre, e ‘l fratello dal fratello, però che quella pestilenza, come sa chi l’ha veduto, s’appiccava forte, volle fare testamento; e veggendosi da tutti i suoi abbandonato, fece scrivere al notaio che lasciava ch’e’ suoi figliuoli ed eredi dovessino ogni anno il dí di San Jacopo di luglio dare un paniere di tenuta d’uno staio di pere mézze alle mosche, in certo luogo per lui deputato. E dicendo il notaio: “Basso, tu motteggi sempremai”; disse Basso:
– Scrivete come io dico; però che in questa mia malattia io non ho aúto né amico né parente che non mi abbia abbandonato, altro che le mosche. E però essendo a loro tanto tenuto, non crederrei che Dio avesse misericordia di me, se io non ne rendesse loro merito. E perché voi siate certo che io non motteggio, e dico da dovero, scrivete che se questo non si facesse ogni anno, io lascio diredati li miei figliuoli, e che il mio pervenga alla tale religione.
Finalmente al notaio convenne cosí scrivere per questa volta; e cosí fu discreto il Basso a questo piccolo animaluzzo.
Non istante molto, e venendosi nelli stremi, che poco avea di conoscimento, andò a lui una sua vicina, come tutte fanno, la quale avea nome Donna Buona, e disse:
– Basso, Dio ti facci sano; io sono la tua vicina monna Buona.
E quelli con gran fatica guata costei, e disse che appena si potea intendere:
– Oggimai, perché io muoia, me ne vo contento, ché ottanta anni che io sono vissuto mai non ne trovai alcuna buona.
Della qual parola niuno era d’attorno che le risa potesse tenere, e in queste risa poco stante morí.
Della cui morte io scrittore, e molti altri che erano per lo mondo, ne portorono dolore, però che egli era uno elemento a chi in Ferrara capitava. E non fu grande discrezione la sua verso le mosche? Sanza che fu una grande reprensione a tutta sua famiglia; ché sono assai che abbandonano in cosí fatti casi quelli che doverrebbono mettere mille morti per la loro vita, e tale è il nostro amore che non che li figliuoli mettessino la vita per li loro padri, ma gran parte desiderano la morte loro, per essere piú liberi.

Franco Sacchetti – Basso della Penna fa un convito, là dove, non mescendosi vino, quelli convitati si maravigliono, ed egli gli chiarisce con ragione, e non con vino

Questo Basso (ed è la seconda novella di quelle che io proposi in queste di sopra) in questi due mesi di sopra contati, ne’ quali era già febbricoso del male che poi morío, parve che volesse fare la cena come fece Cristo co’ discepoli suoi; e fece invitare molti suoi amici, che la tal sera venissono a mangiare con lui. La brigata tutta accettoe; e giunti la sera ordinata, essendo molto bene apparecchiate le vivande, postisi a tavola, e cominciando a mangiare, gli bicchieri si stavono, che nessuno famiglio metteva vino.
Quando quelli che erano a mensa furono stati quanto poteano, dicono a’ famigli:
– Metteteci del vino.
Gli famigli, come aombrati, guardano qua e là, e rispondono:
– E’ non c’è vino.
Di che dicono che ‘l dicano al Basso, e cosí fanno; onde il Basso si fa innanzi, e dice:
– Signori, io credo che voi vi dovete ricordare dell’invito che vi fu fatto per mia parte: io vi feci invitare a mangiare meco, e non a bere, però che io non ho vino che io vi desse, né che fosse buono da voi, e però chi vuol bere, si mandi per lo vino a casa sua, o dove piú li piace.
Costoro con gran risa dissono che ‘l Basso dicea il vero, mandando ciascuno per lo vino, se vollono bere.
Il Basso fu loico anco qui, ma questa non fu loica con utile, se non che risparmiò il vino a questo convito; ma se volea risparmiare in tutto, era migliore loica a non gli avere convitati, che arebbe risparmiato anco le vivande; ma e’ fu tanta la sua piacevolezza che volle e fu contento che gli costasse per usare questo atto.

Francesco Petrarca – Di tempo in tempo mi si fa men dura

Di tempo in tempo mi si fa men dura
l’angelica figura e ‘l dolce riso,
et l’aria del bel viso
e degli occhi leggiadri meno oscura.

Che fanno meco omai questi sospiri
che nascean di dolore
et mostravan di fore
la mia angosciosa et desperata vita?
S’aven che ‘l volto in quella parte giri
per acquetare il core,
parmi vedere Amore
mantener mia ragion, et darmi aita:
né però trovo anchor guerra finita,
né tranquillo ogni stato del cor mio,
ché piú m’arde ‘l desio,
quanto Continua la lettura di Francesco Petrarca – Di tempo in tempo mi si fa men dura

Franco Sacchetti – La sorella del marchese Azzo, essendo andata a marito al giudice di Gallura, in capo di cinque anni torna vedova a casa. Il frate non la vuol vedere, perché non ha fatto figliuoli, ed essa con un motto il fa contento.

Il marchese Azzo da Esti andò cercando il contrario d’una sua sorocchia. Questo marchese credo fosse figliuolo del marchese Obizzo, e avendo una sua sorocchia da marito che, salvo il vero, ebbe nome madonna Alda, la quale maritò al giudice di Gallura; e la cagione di questo matrimonio fu che ‘l detto judice era vecchio e non avea alcun erede, né a chi legittimamente succedesse il suo; onde il marchese, credendo che madonna Alda, o madonna Beatrice come certi hanno detto avesse nome, facesse di lui figliuoli che rimanessono signori del judicato di Gallura, fece queto parentado volentieri: e la donna Continua la lettura di Franco Sacchetti – La sorella del marchese Azzo, essendo andata a marito al giudice di Gallura, in capo di cinque anni torna vedova a casa. Il frate non la vuol vedere, perché non ha fatto figliuoli, ed essa con un motto il fa contento.

Fryderyck Chopin – Concerto n° 2 in Fa minore per pianoforte e orchestra, Op. 21 – 193

Fryderyck Chopin – Concerto n° 2 in Fa minore per pianoforte e orchestra, Op. 21 – 1935

# Chopin, Fryderyk (ruolo: Compositore)
# Cortot, Alfred (ruolo: Pianista)
# Barbirolli, John (ruolo: Direttore)

# 01 – Allegro (formato MP3)
# 02 – Larghetto (formato MP3)
# 03 – Allegro vivace (formato MP3)

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