Ugo Foscolo – E tu ne’ carmi avrai perenne vita

E tu ne’ carmi avrai perenne vita
sponda che Arno saluta in suo cammino
partendo la città che dal latino
nome accogliea finor l’ombra fuggita.

Già dal tuo ponte all’onda impaurita
il papale furore e il ghibellino
mescean gran sangue, ove oggi al pellegrino
del fero vate la magion si addita.

Per me cara, felice, inclita riva
ove sovente i pie’ leggiadri mosse
colei che vera al portamento Diva

in me volgeva sue luci beate,
mentr’io sentia dai crin d’oro commosse
spirar ambrosia l’aure innamorate.

Giosuè Carducci – Adolescenza e gioventù poetica del Foscolo

I.

In questa edizione le poesie del Foscolo, liriche e satiriche, originali e tradotte, edite e inedite, con varianti e illustrazioni d’ogni maniera, tengono 485 pagine; e sono distribuite in quattro parti: 1) pubblicate da esso l’autore, 2) frammenti del carme alle Grazie, 3) postume e traduzioni, da quella in fuori dell’Iliade, 4) giovanili. Sta innanzi in CCXXVI pagine la prefazione del Chiarini, che dà di esse poesie la storia interna ed esterna e molte notizie e induzioni e questioni su gli amori su i lavori e in generale su la vita del Foscolo.

II.

Facciamoci dai versi giovanili, o, meglio, dell’adolescenza; dai versi, dico, che il Foscolo compose in Venezia dai quattordici ai diciannove anni, tra il 1792 e il ’97, e che hanno per termini il Tieste e l’oda Bonaparte liberatore. Non pregi veri o contrastati che abbiano, ma ci sedurrà a fermarci attorno ad essi certa curiosità degli indizi di quel tempo e delle alluvioni e fecondazioni che si successero in quel singolare spirito giovinetto.

Monumenti e notizie dei primi saggi poetici del Foscolo sono nel manoscritto ch’ei mandò il 1794 a Costantino Naranzi e fu impresso il 1831 in Lugano coll’ambizioso titolo di Poesie inedite, nelle lettere a Gaetano Fornarini di Brescia dal dicembre del ’94 all’agosto del ’95, in un Piano di studi e indice di scritti concepiti o finiti o abbozzati sino all’anno 1796 lasciato a Tommaso Olivi da Chioggia e pubblicato il 1881 in Bologna dal sig. Leo Benvenuti, nel Mercurio d’Italia e nell’Anno poetico di Venezia del 1796 e 97, e in pochi fascicoli stampati in quegli anni o di poi per occasioni: documenti tutti che il Chiarini con ogni diligenza raccolse, raffrontò, esaminò o anche riprodusse nel volume108.
Il Foscolo dunque fu verseggiatore precoce. Tradusse molto: tutto Anacreonte, due odi di Saffo, un’ode di Pindaro, e pezzi di Teocrito, e da Orazio parecchie odi, ed elegie di Catullo e di Tibullo e Properzio; di latini moderni, dal Pontano; di stranieri, il libro terzo del Paradiso perduto, e idilli di Gessner, e canzonette inglesi, francesi, tedesche, tutto dal francese; fino una canzoncina di Thesdeher (?) anacreontico turco, del quale piú altre poesie affermava conoscere voltate in greco volgare. Tredici anni dopo, da Pavia, professore, scriveva: «Si canta canzoni greche, in canto fermo, a modo degli Albanesi, e ieri quelle arie, tra il barbaro e il passionato, esilararono la penosa anima mia109.» Forse il zacintio aveva dai primi anni ritenuto nella memoria di que’ distici cosí amorosamente greci cantati ancora per le isole Jonie; come, a esempio, questi tre tutti Teocrito:

Quando il gelsomino fiorisce, le sue ciocche se ne ornano;
E quando la giovinetta s’abbiglia, i giovani escono di sé.

Papavero folto, folto, gentile,
Prestami i fior tuoi e’l tuo rossore,
Ch ‘i’ mi vesta, m’abbigli, nel lido scenda
E strugga d’amore.

Stilla il tuo tetto a correnti a correnti amarezza,
E io assetato la beo per il dolce amor tuo110.

Altrettanta, se non larghezza, varietà o divagazione di contatti, e, se mi111 sia permessa l’espressione, d’attingiture e intingiture, è attestata anche dal piano di studi, ove si abbracciano o fanno alle braccia i nomi di Omero e d’Ossian, del Tasso e di Milton, di Sofocle e di Shakespeare, dell’Ariosto e di Rousseau, di Swift e di Cervantes, di Teocrito e di Gessner, delle Georgiche e de’ Piaceri dell’immaginazione, di Saffo e delle lettere d’Eloisa imitate da Pope, d’Orazio del Guidi e di Gray, del Frugoni e di Haller, del Savioli e di Whaller, di Richardson, di Arnaud e di Goethe. E tutte queste letture e versioni e imitazioni, se non potevano per una parte conferire di molto alla pronta e retta educazione del giudizio estetico, dovevano per un’altra promuovere il rapido svolgimento di quel senso d’una vita piú larga e piú mossa in una realtà passionata, che, pur con l’espressione enfatica e asmatica e torbida, distingue subito i poeti e gli scrittori in generale della fine del secolo dagli arcadi e dagli imitatori dei cinquecentisti nel principio o nella metà prima.

Del proprio il Foscolo giovinetto compose molte anacreontiche su l’innanzi del Vittorelli e del Bertòla, tredici odi savioliane – cosí egli – , molte odi oraziane, cioè a mo’ di Labindo, e idillii gessneriani a strofette fra rolliane e frugoniane a mo’ pur del Bertola; i quali modi tutti erano la moda poetica dell’Arcadia trasmutantesi al filosofismo sentimentale. E con ciò scriveva anche un’ode mosaica e parodie (poveretto!) delle odi pindariche. Ma piú dovea tenersi di certe odi che accennava al Fornasini fin dal 19 agosto ’95 e indicava e registrava nell’indice del ’96. Non oraziane o fantoniane, non savioliane, non pindariche, non mosaiche; ma del conio dell’autore – cosí egli. – Dovevano andar raccolte in un solo libretto col motto Vitam impendere rero. Dovevano esser dodici, ma tra le finite nel ’95 e le composte o da comporsi nel ’96 e nel 97 io ne conterei diciassette. Vero è che alcune le avea rifiutate, e di tutte sentenziava nell’indice, «esigono la lima di molti mesi.» Di piú, per quelle già composte nel ’95, «L’inquisizione – egli scriveva al Fornasini – si mostra severa; a primo leggerle sembrò sia stata presa da un accesso di febbre.» Eccone gli argomenti e i titoli: nel ’95, A Dante, La verità, Il sacrificio o L’olocausto (allo Scevola: per nuova messa), La campagna  (al Bertòla), In morte del duca G. C., L’ingordigia o L’avarizia, L’incontentabilità, I destini, Ai regnanti (qui – notava il poeta – l’inquisitore fa foco), L’adulazione (al Parini), All’Italia: nel ’96, I Grandi, A mia madre, La musica (all’Ansani), Robespierre (ne fece poi in cambio una cantica), Il mio tempo. E a questa serie si lega l’ode Ai novelli repubblicani composta e pubblicata nel 97. Il Chiarini ritrovò e ha pubblicato le intitolate A Dante, La verità, La campagna, In morte del duca G. C., Ai novelli repubblicani.
La campagna è dei soliti pasticcetti gessnero-bertoliani. Quella su la morte del duca spira furori biblici contro gli empi. Nelle altre si sente la lettura del Parini, dell’Alfieri, del Mazza, ma senza rimembranze; e certe imagini profetali e certe forme quasi dantesche e piú le imitazioni di Young e di Ossian sono in viscida mescolanza impastate con la fraseologia filosofica sentimentale e democratica di quella età. Singolari per audacia di grottesco certi impeti e certe mosse. Al Bettinelli, cui piú tardi mandandogli i Sepolcri dovea salutare padre e maestro, nell’ode a Dante augura questo:

Pera!…
La lingua succida (sic)
Costui nutra nel sangue,
E per delfici lauri
Gli accerchi invece un angue,
Sanie stillante infesta,
L’abominevol testa.

La Verità principia cosí:

Sino al trono di Dio
Lanciò mio cor gli accenti
Che in murmure tremendo
Rispondono i torrenti,
E dalla ferrea calma
Delle notti profonde
Palma battendo a palma
Ogni morto risponde.

Nel Mio tempo:

Vien meco, o Elettra, a piangere
Il soqquadrato mondo,
Ch’ode gli eterei fulmini
E corre furibondo
A trar suoi giorni eterni
Nei spalancati Averni.

Ai novelli repubblicani, con rimembranze delle tragedie scritte dall’Alfieri e delle tragedie fatte dalla rivoluzione diceva:

Questo che io serbo in sen sacro pugnale
Io l’alzo, e grido all’universo intero:
Fia del mio sangue un dí tepido e nero
Ove allontani le santissim’ale
Dal patrio cielo Libertà feroce.
Già valica mia voce
D’Adria le timid’onde,
E la odono eccheggiando
Le marsigliesi sponde…..

A l’armi! Enteo furor in voi discende,
Che i spirti ingombra e l’alme erge ed avvampa;
E accesa in ciel di ragïon la lampa,
Vi toglie agli occhi le ingannevol bende:
Che ragïon figlia di Dio v’invita
A vera morte e addita
I rei petti esecrandi
Ove, Piantate, grida,
Infin a l’elsa i brandi.

Delle odi libere, cioè delle canzoni a strofi sciolte sul modello del Guidi, altra forma lirica agli esercizi del giovinetto, una sola rimane, ben conosciuta, il Bonaparte liberatore (1797); ove la rigidezza alfieriana si scioglie e distende sotto i tepori del Monti, e spuntano e si affacciano o si accusano le prime forme veramente foscoliane.
Anche sonetti, naturalmente, compose: non so quanti per monache, quattro per la morte del padre: un de’ quali a stampa, e negli ultimi versi risuona il pianto come si faceva una volta intorno a’ morti:

spirata l’alma,
Cessò il silenzio; e alle strida amorose
La notturna gemea terribil calma.

Il Chiarini riprodusse quello su la neutralità di Venezia, di valore storico, e anche non senza qualche efficacia di rappresentazione.

O di mille tiranni, a cui rapina
Riga il soglio di sangue, imbelle terra!
‘Ve mentre civil fame ulula ed erra,
Siede negra politica reina;

Dimmi che mai ti val se a te vicina
Compra e vil pace dorme, e se ignea guerra
A te non mai le molli trecce afferra
Onde crollarti in nobile ruina?

Già striscia il popol tuo scarno e fremente
E strappa bestemmiando ad altri i panni,
Mentre gli strappa i suoi man piú potente.

Ma verrà giorno, e gallico lo affretta
Sublime esempio, ch’ei de’ suoi tiranni
Farà col loro scettro alta vendetta.

E io credo si debba riportare e riallogare in questo primo periodo il sonetto che incomincia Quando la terra è d’ombre ricoverta, dal quale, come ben parve al Chiarini, il Foscolo poeta poi da vero rifece nel 1800 il bellissimo Cosí gl’interi giorni ecc.

- Laura, canti in terzine e in isciolti – è nell’indice del ’96 la intitolazione generale d’una serie di poesie, d’argomento, come chi dicesse intimo o soggettivo, meditazioni o elegie: in terzine L’aurora, La notte, Le rimembranze, Le ore: in isciolti, Il tempietto, Amore, I deliri. Non rimangono che Le rimembranze, alle quali si può accompagnare la elegia pure in terza rima per morte di Amaritte, pubblicata in una raccolta del ’96: da questa apprendiamo che il poeta piangeva da un anno la mortagli amica, giovinetta bionda con occhi azzurri. Il piú volte citato indice fra altre prose registra Lettere ad una fanciulla, e anche Laura – lettere; nell’Ortis è la storia di Lauretta; e forse in quell’amore e in quel dolore di adolescente convien ricercare il primo elemento del romanzo, del quale, ricordiamolo, la scena per la prima parte è posta nei colli euganei. Il Chiarini ne ha indovinato, parmi, qualcosa (pag. XXX della prefazione); egli, spero, non intralascerà gli studi sul Foscolo, e vorrà procurare un’edizione critica dell’Ortis con raffronti e richiami alla edizione bolognese lasciata a mezzo e poi rifiutata: allora vedrà se in quel romanzo, come a me pare, si possa distinguere o scernere due o tre elementi diversi, due o tre diversi momenti di concezione e di elaborazione. Torniamo ai canti elegiaci. Di quelli in isciolti già enumerati nell’indice non se ne sa nulla; ma resta inedito uno composto del ’95 in morte del padre, e fu stampato nel ’97 un canto al sole.
In tutte coteste o meditazioni o elegie o poesie intime, sciolte e rimate, che sopravanzano, spasseggia assai vistosamente la gufaggine sepolcrale di Young.
Nell’elegia per Amaritte:

Triste è cosí de’ morti la campagna
Allor che Young fra l’ombre della notte
Sul fato di Narcisa egro si lagna;

E al suon di sue querele alte interrotte
Silenzio oscurità s’alzan turbati
Dal ferreo sonno di lor ampie grotte.

E nelle Rimembranze:

Era l’istante che su squallid’urne
Scapigliata la misera Eloisa
Invocava le afflitte ombre notturne,

E sul libro del duolo n’stava incisa
Eternitade e morte a lamentarsi
Veniva Young sul corpo di Narcisa.

Peggio negli sciolti al sole:

Dal fondo
D’una caverna i fremiti e la guerra
Degli elementi udii. Morte su l’antro
Mi s’affacciò gigante; ed io la vidi
Ritta: crollò la testa e di natura
L’esterminio additommi.

Truffaldinata che ha l’antecedente nell’Entusiasmo malinconico del Monti. Nelle Ricordanze, fra ripetizioni e ripercussioni dantesche e versi di taglio alfieriano, c’è anche qualche tratto di quel misticismo sensuale di origini miste anglo-tedesche, che riscalducciò poi per tanti anni il romanticismo inferiore.

E mi stringea le man: – tutto fuggío
Della notte l’orrore, e radïante
Io vidi in cielo a contemplarci Iddio.

E petto unito a petto palpitante,
E sospiro a sospir, e viso a viso,
La bocca le baciai tutto tremante.

E quant’io vidi allor sembrommi un riso
Dell’universo, e le candide porte
Disserrarsi vid’io del paradiso.

Deh! a che non venne, e l’invocai, la morte?

Ma negli sciolti al sole si annunzia qua e là il Foscolo futuro. La derivazione e anche un po’ la intonazione è dall’apostrofe alla luna nella Dartula ossianesca; se non che il sentimento vero del poeta ben presto penetra l’imitazione e la trasforma.

Te, o Sol, riprega la natura, e il tuo
Di pianto asciugator raggio saluta,
E tu la accendi; e si rallegra e nuovi
Promette frutti e fior. Tutto si cangia,
Tutto père quaggiú! ma tu giammai,
Eterna lampa, non ti cangi? mai?
Pur verrà dí che nell’antiquo vóto
Cadrai del nulla, allor che Dio suo sguardo
Ritirerà da te: non piú le nubi
Corteggeranno a sera i tuoi cadenti
Raggi nell’Oceàno; e non piú l’Alba,
Cinta di un raggio tuo, verrà sull’orto
Di tua carriera. Oimè! ch’io sol non godo
De’ miei giovani giorni; io sol rimiro
Gloria e piacere, ma lugúbri e muti
Sono per me, che dolorosa ho l’alma.

Quel corteggiar delle nubi lo riprese poi in uno de’ sonetti piú veramente belli,

O sera! E quando ti corteggian liete
Le nubi estive e i zefiri sereni:

ed è delle non poche novità da lui portate nella lingua poetica.
Prima de’ diciannove anni il Foscolo faceva e volea fare pur troppo anche de’ poemi e delle cantiche; uno per esempio, che descrivesse la storia del cristianesimo nientedimeno che dal principio alla fine del mondo; e il Genio, in tre canti di versi sciolti (Canto primo, Il Genio universale: Canto secondo, Il Genio nelle scienze: Canto terzo, Il Genio nelle arti); e Il Piacere, canti tre in terza rima; e súbito dopo Il Robespierre, o, come scriveva egli, Il Roberspiere, canti tre pure in terza rima. Per fortuna, di cotesti poemi non ci resta nulla; se non l’occasione a notare come di simili trattazioni didascaliche e filosofiche l’esempio venisse dalla poesia inglese d’allora e avesse anche sedotto in età piú matura e già padrone dello stile quell’altro greco ingegno di Andrea Chénier: le cantiche poi dovevano essere d’ispirazione montiana. Lo fan supporre due poemetti che, fuori dei registrati nell’indice, furono stampati: La Croce, canto in terza rima pubblicato del ’96 per monaca, e La Giustizia e la Pietà, canti due in versi sciolti con un coro rimato, pubblicati del ’97 per S. E. Angelo Memmo che lasciava la reggenza di Chioggia.
La Croce mostra anche montiano del tutto l’impasto dello stile e l’andare della verseggiatura: ci sono terzine ormate evidentemente su altre del Pellegrino apostolico, qualcheduna non però senza grazia:

Tremante allor, con luci timorose,
Si strinse alla sua duce la donzella
E nel suo petto il volto si nascose.

Poi l’alzava qual dopo la procella
Pian pian tragge dal nido il capo, e guata,
L’impaurita ingenua colombella.

Nei canti pe ‘l Memmo è notevole, almeno come ricordo del luogo natale, la lode dell’aver represso il brigantaggio in Zante:

….. Di trofei recinto
Te Corcira adorò; d’Itaca i solchi
Al tuo apparire germinàro, offrendo
A te raro tributo; e Cefalene
Ancor ne serba la memoria dolce.
Ma Pietà tacque, e tonasti vendetta,
Decretata già in ciel: quando alle ricche
Zacintie spiagge tu lanciasti un guardo,
Tremàro. Ahi come abbandonate e sole
Stavan sui freddi talami le meste
Consorti cinte dai piangenti figli!
Ahi come il sangue uman sparso dall’uomo
Scorreva a rivi! Ahi come in man del ladro
Era la lance di giustizia, e come
Tutto era notte, tempesta, spavento!
Ma tu sorgesti, e il lutto sparve ancora.
Al Memmio nome l’omicida infame
Getta il pugnale, ed all’aratro torna,
Onde sien carchi di Britannia i pini
Del dolce frutto di Zacinto onore.

Ma fra altre lodi molte c’è uno sfiatatoio allo spirito democratico:

Pèra colui che il popolar talento
Deluse primo e calpestò la plebe
Schiava, già donna di sé stessa e d’altri.

Chiudo la serie delle citazioni con due terzine del Robespierre, che il Foscolo stesso mandava come saggio, in una lettera del ’96, al Costa:

Tal del Giordan sul margo un dí solía
Pianger l’arsa Sionne e il tempio infranto
L’ispirato dall’alto, Geremia.

E ad ogni verso del funereo canto
Contemplava le meste onde scorrenti
Tacito, immoto, con le luci in pianto

Non sono gran che, ma pure il pensiero ricorre ai versi dei Sepolcri che rappresentano l’Alfieri, e alla figura dell’Alceo nell’inno alla nave delle muse.
Finalmente il 4 gennaio del 1797 fu nel Sant’Angelo recitato, e per nove sere ripetuto con irruzione che formar potrebbe epoca (cosí si scriveva allora l’italiano in Venezia), il Tieste. E il diciottenne tragedo aveva anche in pronto un Edipo, recitabile (attesta egli nell’indice), ma da non istamparsi; e meditava Focione e i Gracchi.
Del Tieste né si può né si deve discorrere qui. E già troppo ci siamo indugiati intorno a poveri versi immaturi d’un poeta insigne. La colpa è del Chiarini, che, avendoli al fine tutti raccolti e industriosamente illustrati, ci ha alléttato a ricercarli con qualche curiosità, non per rifiutare e né meno per correggere il giusto giudizio datone da lui, sí, ripetiamo, per trovarci indizi dei sentimenti del tempo e trarne induzioni e divinazioni sul poeta futuro. Ma i veneziani coetanei di Carlo Gozzi del Baffo e del Gratarol riguardavano allora non senza stupore quello strano giovinetto greco di pelo rosso, che recitava Dante con rauca voce sepolcrale e componeva de’ poemi su Robespierre e delle tragedie su Tieste. Un Eduardo Samueli gli diceva:

Quand’io ti vidi rabbuffati i crini
Con rauca voce e fiammeggianti sguardi
Cantar in suon feroce i sacri ond’ardi
Del tuo padre Alighier carmi divini;

e, accennato alla cantica e alla tragedia, conchiudeva:

Cingi, o Italia, gridai, le fulve chiome
Del non tuo figlio del natío tuo serto,
E ne scolpisci ne’ tuoi fasti il nome.

E un Ferdinando Vaini,

Su l’addensata notte
De’ secoli fra rotte
Ombre, lucente, altero,
Quasi cometa pe ‘l nemboso piano,
O poeta, tuo nome
Galleggiar veggo con l’ignite chiome.

Mario Pieri, nelle sue memorie, descrive il Foscolo112 del ’97 cosí: «Io aveva già udito far menzione anche in Corfú d’un giovane mezzo veneziano e mezzo zacintio, cioè nato al Zante di padre veneto e di madre greca, che già levava grido in Venezia pe ‘l suo talento poetico. Egli contava a un di presso i miei anni e forse qualcuno di piú. Tenea fermo soggiorno in Venezia, ed abitava con la sua madre vedova, e parmi anche col fratello e con una sorella, in campo delle Gatte, contrada delle piú sudice di quella magnifica città, in una casa, per dir meglio catapecchia, sí miserabile, che nelle finestre non aveva vetri, ma bensí le impannate. Quel giovane per altro, ben lontano dal lasciarsi avvilire a quella intollerabile povertà, scherzava, potrebbesi dire, con essa, e sfidavala, e quasi se ne compiacea, superbo del proprio talento, e consolato dalla speranza di gloria che i suoi studi gli promettevano. Rossi capelli e ricciuti, ampia fronte, occhi piccoli e affossati ma scintillanti, brutte ed irregolari fattezze, color pallido, fisionomia piú di scimmia che d’uomo: curvo alquanto, comecché bene aitante della persona: andatura sollecita, parlare scilinguato ma pieno di fuoco: mettea meraviglia il vederlo aggirarsi per le vie e pei caffè, vestito di un logoro e rattoppato soprabito verde, ma pieno di ardire, vantando la sua povertà infino a chi non curavasi di saperla, e pur festeggiato da donne segnalate per nobiltà ed avvenenza e dalle maschere piú graziose e da tutta la gente. Questi era Ugo Foscolo, noto allora per sonetti ed anacreontiche, e sopra tutto per molte terzine dantesche; e che avea già consegnato alla compagnia del teatro Sant’Angelo il suo Tieste, sua prima tragedia, che eccitava in tutta Venezia una grandissima aspettazione, e ch’io vidi poco dopo in quel teatro accolta con applausi quasi incredibili, e replicata per ben trenta sere, onde appagare que’ cencinquantamila abitanti che volevan tutti sentirla. Io lo conobbi quasi appena arrivato a Venezia, ed a lui mi condusse Niccolò Delviniotti, mio concittadino, di sempre cara ed onorata memoria. Lo rivedea poscia sovente in Milano nell’ultima guerra, ma quanto diverso di quello di prima! Quell’uomo che vantavasi d’esser povero, e di non cibarsi d’altro che di riso e pane, e che andava sudicio e malvestito, tu lo avresti veduto tutto attillato e pulito, in un ricco quartiere, farsi abbigliare da capo a piedi dal suo servitore, frequentare le mense de’ grandi e venire predicando i comodi della vita… Egli per altro, sia detto a lode di lui e della verità, non prostituí mai il santo ministero dell’uomo di lettere, né serví alle occasioni, né ai governi, né ai principi; pur beato se non si fosse lasciato sedurre alle lusinghe del lusso di una corrottissima metropoli, che opprimendolo di debiti sparse di grande amarezza e affrettò i suoi ultimi giorni in mezzo al vigore delle sue onorate fatiche113.»
In questa pagina vive tutto il Foscolo di diciotto anni co’ fremiti e coi versi che udimmo: strana apparizione in quell’inverno dal ’96 al ’97 che diè l’ultimo e il piú allegro carnevale alla repubblica di Venezia, presso a crollare senza resistenze, senza difese, senza rimpianti.

III.

Il secondo periodo delle poesie del Foscolo è dalla venuta in Milano nel novembre del 1797 dopo la cessione di Venezia alla partenza pe ‘l campo di Boulogne nel giugno del 1804: è la gioventú vera dell’animo e dell’ingegno non che della vita d’Ugo, travagliantesi fra le armi e i pericoli e le passioni nella repubblica cisalpina e nell’italiana. Ora, dopo le ricerche e le fatiche del nuovo editore, che, seguendo anno per anno, mese per mese, a passo a passo, i viaggi gli amori e gli studi del poeta, ha nei capitoli terzo e quarto della prefazione assegnato con quasi certezza o dato altrui gli argomenti per assegnare il tempo della composizione di ciascun sonetto e ode, sarebbe un piacere discorrere di quella gioventú del lirico greco-italiano e riconstituire la storia dello svolgimento passionato ed artistico di quella poesia. Ma io non posso che accennare.
Le poesie di questo secondo periodo, cioè dodici sonetti e due odi (nella parte prima della edizione chiariniana) si può anzi si deve, chi le voglia intendere bene, dividere in due serie, che rispondono a due fasi o momenti diversi o meglio a due diverse condizioni e parvenze dell’animo e dell’ingegno del poeta. La prima, se mi sia lecito usurpare ad appropriazione individuale la denominazione d’un periodo della letteratura tedesca, è dello Sturm und Drang: ha il motivo e la ragione nella perdita della patria e nell’amore senza speranza per l’Isabella Roncioni, ha per termine e sfogo Le ultime lettere di Iacopo Ortis pubblicate nell’ottobre del 1802. La seconda, movendo dalla trasmutazione del sentimento a una piú larga se non piú chiara comprensione dell’essere, è della calma nel dolore e dell’amore per la plastica: è il regno delle forme dell’Antonietta Arese, e ha per contorno il commento alla Chioma di Berenice, pubblicato nell’agosto del 1803.

Come aveva chiuso la poetica adolescenza con l’imitazione della tragedia alfieriana nel Tieste e delle canzoni alfieriane nell’ode al Bonaparte, cosí Ugo cominciò alfiereggiando anche nei sonetti. Il primo, per la sentenza capitale contro la lingua latina proposta nel gran Consiglio Cisalpino l’anno 1798, ha solo il valore di documento storico, e del resto è inferiore a quello dell’Alfieri su la soppressione dell’Accademia della Crusca; anzi, a esser franchi, procede fra grandi avvolpacchiamenti di parole un po’ slombato. Alfieriano sempre, ma già con un tic d’originalità, il secondo Non son chi fui. Ma di lí a pochi mesi, forse a pochi giorni, ecco i tre, E tu ne’ carmi, Perché taccia il rumor, Meritamente, mirabili di novità, di purità, di movimento, vera lirica, alfine, dell’affetto superiore ed intenso trasformato ed idealizzato nel fantasma. Sono tutti e tre per la Roncioni, e scritti, come il Chiarini ha dimostrato, parmi, sicuramente, i primi due nel marzo o nell’aprile del ’99 quando i Francesi occuparono la prima volta Firenze, il terzo nella Liguria, lo stess’anno, probabilmente d’autunno. Sono i tre momenti dell’amore: l’ammirazione, il tremore, il dolore. Ma chi gli aveva dopo il Petrarca cantati mai cosí? E chi all’estasi e al gemito del Petrarca aveva mai saputo mescolare quel profumo e quel fremito di ionia primavera? chi nella toscana eleganza della forma petrarchesca aveva mai saputo condurre la purità della linea attica e la mollezza della voluta corintia con tanto pacata sveltezza? E quel zantiotto che era stato a scuola a Spalatro, italianizzatosi, diceva il suo ammiratore Samueli nel ’97, da quattro anni, fra i ciaccoloni cesarottiani veneti, digrignante sotto il suo soprabito verde versi apocalittici, come cosí d’un tratto era arrivato a tanta proprietà, eleganza ed efficacia di lingua, a tanta squisitezza, morbidezza, pastosità d’elocuzione, a tanta musica e volo di verso? Miracoli! Che un primo e vero amore, che l’apparizione soave d’una giovine bella e pura possa con un sentimento nuovo promuovere una nuova espansione della forza fantastica, s’intende. Ma la materia per esprimere ed imprimere i fantasmi, la parola, e l’istrumento e l’arte, chi glie li diede?
Al sonetto di lontananza (Meritamente) che tócca l’ultimo limite della passione (… Amor fra l’ombre inferne Seguirammi immortale onnipotente), succede, quasi intermezzo di riposo, l’ode, composta nel marzo 1800, per la Pallavicini caduta da cavallo. Procede questa, come anche notò il Chiarini, dalle odi pariniane, da quelle specialmente per donne; anzi il paragone di Pallade (Tal nel lavacro immersa) par suggerito da un simile nel Pericolo:

Parve a mirar nel volto
E ne le membra Pallade,
Quando, l’elmo a sé tolto,
Fin sopra il fianco scorrere
Si lascia il lungo crin.

Anche la combinazione dei versi, la strofe, è un misto di quelle del Pericolo e dell’Educazione. Quel tronco finale del Pericolo martellava un po’ troppo: piana troppo in vece, e quasi discorsiva, la strofe dell’Educazione. E questa fu rialzata con gli sdruccioli al fin d’ogni coppia, e quella del Pericolo ammollita con tôr via il tronco. È un metro che il Foscolo deve al Bertòla. Per l’invenzione fu già notato che move dall’ode I Cocchi di Luigi Lamberti. Ma nell’eccellenza, almeno per gran parte, dell’esecuzione il giovine lirico si lascia addietro d’assai, non che il Lamberti, il Parini.
Liberata, come si diceva, l’Italia, e restaurata la repubblica, il Foscolo da Milano fu sul finire del 1800 a Firenze, e cantò il chiudersi dell’anno e del secolo con un sonetto novellamente alfieriano (Che stai?), di magnanima conchiusione. E chiuse la storia del giovanile e infelice amore col bellissimo Cosí gl’interi giorni.
Questi sette sonetti, con un ottavo Il ritratto e con l’ode alla Pallavicini, pubblicati la prima volta nel Nuovo giornale dei letterati in Pisa del 1802, sono come i bassorilievi piú puramente artistici che circondano e adornano la base della piramide funebre o del cono tronco, un tantino rococò, di Iacopo Ortis. Ma il ritratto non è mica gran cosa, che che ne pensino i facitori d’antologie e i maestri di scuola. Prima di tutto, la enumerazione, chiunque la faccia, non sarà mai poesia; e poi questa enumerazione foscoliana in quattordici versi non ha né meno il merito dell’originalità; è una scimiottata di quella dell’Alfieri, alla quale per concettosità e concisione rimane di molto inferiore. Già, a proposito di autoritratti mi torna sempre a mente quella mossa del Montesquieu: Je vais faire une assez sotte chose, c’est mon portrait. E mi dispiace che uomini come l’Alfieri e il Foscolo dandosi cosí in pascolo agli sciocchi abbiano lusingato le inclinazioni istrioniche del volgo dei lettori, abbiano pòrto esempio o pretesto o scusa a tante grullerie d’una letteratura vanesia. Un uomo come l’Alfieri fare la propria presentazione con simili versi, Giusto naso, bel labro e denti eletti! e il Foscolo, Capo chino, bel collo largo petto! e fino il Manzoni, Naso non grande e non soverchio umíle! Oh, i connotati per il passaporto in metafore e in rime!
Notammo la derivazione dell’ode alla Pallavicini dal Parini e dal Lamberti. Né qui finiscono le derivazioni o le imitazioni o le rimembranze foscoliane. Luce degli occhi miei, chi mi t’asconde? chiude il sonetto Cosí gl’interi giorni: ma questo verso, e un pochetto anche la principal situazione di tutto il sonetto, è del Lamberti nel Lamento di Dafni:

Ecco già il mondo in preda al sonno giace,
Ecco tacciono i venti e taccion l’onde,
Sol nel mio petto il mio dolor non tace:

Quindi i poggi e le valli ime e profonde
Fo egualmente sonar d’un mesto grido
- Luce degli occhi miei, chi mi t’asconde?

Proprio del Lamberti, di cui il Foscolo undici anni dopo dimandava: Chi legge i versi del Priscian Lamberto? e pare non ricordasse piú che poteva rispondergli, Voi. – Un altro sonetto comincia con un’imitazione, che dico? con una traduzione di due versi del falso Cornelio Gallo o vero di Massimiano etrusco elegiografo del tempo di Teodorico, e finisce con altre imitazioni o traduzioni da Ovidio e da Seneca. Ma chi, anche erudito, ripeterebbe il distico di Massimiano,

Non sum qui fueram, perit pars maxima nostri;
Hoc quoque quod superest languor et horror habet,

di faccia alla giovine bellezza di questi versi qui,

Non son chi fui; perí di noi gran parte:
Questo che avanza è sol languore e pianto;
È secco il mirto, e son le foglie sparte
Del lauro, speme al giovanil mio canto?

L’altro principio,

Meritamente, però ch’io potei
Abbandonarti, or grido alle frementi
Onde che batton l’alpi, e i pianti miei
Sperdono sordi del Tirreno i venti,

ricorda il principio d’un’elegia dell’Ariosto,

Meritamente ora punir mi veggio
Del grave error ch’a dipartirmi feci
Da la mia donna, e degno son di peggio;

e ambedue ricordano il properziano,

Et merito, quoniam potui fugisse puellam,
Nunc ego desertas adloquor alcyonas.

Ma, col dovuto rispetto al Callimaco umbro, i gabbiani a cui si presenta allocutore fanno, a dir vero, una gran magra figura dinanzi alle frementi onde che batton l’alpi.
I piú grandi poeti del rinascimento, e in ciò i moderni neoclassicisti li seguitarono, si recavano a pregio d’ingegno e d’arte derivar nel volgare certe bellezze d’imagini e di figure dagli antichi; prendere poi dagli stranieri reputavano conquista; e togliendo a’ mediocri o a’ minimi qualche diamantuzzo non credevano di rubare ai poveri, ma di renderlo alla grazia delle Muse incastonato in monili d’eterno lavoro. Gente invidiosa e superba confonde oggi le imitazioni utili e le inevitabili reminiscenze co’ plagi, e fruga e accusa plagi per tutto; mentre essa copia e lucida e prende tutto dagli stranieri, fino il modo di pensare e di dire; e alla disperata copia sé stessa, cioè quello che di piú brutto, di piú abietto e di piú ebete possa sopportare la terra. Torniamo al Foscolo. Le imitazioni degli elegiaci latini rivelano almeno uno degli studi nel cui strofinamento il levantino giunse a deporre l’antica scorza. E forse che l’eleganza allucignolata del Lamberti, buon traduttore, del resto, dal greco, e che sapea le veneri latine lavare nelle chiare fresche e dolci acque del toscanesimo classico, forse che, dico, la eleganza del Lamberti gli fu guida traverso i cinquecentisti (il Foscolo mostrò tener conto del Tarsia e del Della Casa, quasi autori d’uno stil nuovo) fino al Petrarca.

Alla seconda serie poetica della gioventú del Foscolo appartengono l’ode all’amica risanata e quattro sonetti. Queste poche liriche, pubblicate la prima volta nelle prime due edizioni milanesi delle Poesie dell’autore che uscirono a poca distanza di mesi nel 1803, sono piú che probabilmente composte tutte nel 1802: il sonetto che incomincia Un dí s’io non andrò sempre fuggendo, necessariamente dopo la morte del fratello Giovanni che fu nel dicembre del 1801: quello a Zacinto io lo suppongo scritto dopo l’ode all’amica, la quale è senza dubbio dell’aprile 1802, per questo; che l’ode finisce con quel passionato accenno alle isole ionie, accenno, perché l’economia lirica non voleva di piú; ma quel ricordo non bastava all’animo del poeta, che si sfogò nel sonetto, Né piú mai rivedrò le sacre sponde. Per quale o in quale occasione precisamente fossero composti gli altri due, Forse perché della fatal quïete e Pur tu copia versavi alma di canto, non si può indovinare: a ogni modo innanzi o ne’ primi del 1803. Di cotesti sonetti, tre – in morte del fratello – a Zacinto – alla sera – sono di certo i piú belli del Foscolo, e, dopo quelli di Dante e del Petrarca e qualcuno forse del Tasso, sono dei piú perfetti della poesia italiana. Se non che dire perfetti non mi pare lode giusta: la perfezione può essere anche fredda; e questi sonetti pur cosí grondanti di lacrime e frementi di disperazione, sono caldi, caldi, caldi della divina passione giovanile: sono, senza piú, una meraviglia. E se qualcuno non lo capisce o non lo vuol capire, non importa proprio nulla. Ciò che il De Sanctis riconobbe nell’ultima terzina del sonetto a Zacinto, il presentimento di Giacomo Leopardi, a me par di trovarlo in tutti tre: ma lascerei da parte il Leopardi, e direi, che, mentre nei primi sonetti si divincolava lo spasimo individuale, in questi sentesi nella sua fatalità quasi serena la doglia mondiale.
Fra essi, come statua greca del quarto periodo dell’arte, sorge l’ode all’amica risanata, una stupenda perfezione marmorea. Di questa ode giudica molto bene il Chiarini – «Le ultime sette strofe sono di una purezza antica, quale fino allora non s’era veduta nella nostra poesia. Chi legga le lettere che il poeta scriveva in quei giorni all’amica e le paragoni con l’ode, non potrà non restare meravigliato del contrasto singolarissimo. In quelle le espressioni di un amore esaltato, in questa neppure un accento di passione. Non si direbbe davvero che questa ode è la poesia di un innamorato. Il Foscolo, che sapeva mettere nella prosa tutta la poesia della passione (le sue lettere d’amore sono delle piú belle che io abbia lette), in questi versi, come nella maggior parte di quelli delle Grazie, coi quali celebra altre donne amate da lui, è d’una freddezza glaciale; è un artista che tutto assorto nella serena contemplazione della bellezza della sua donna si dimentica affatto che cotesta donna è pur quella che gli fa battere il cuore violentemente; si direbbe che, mentre egli la canta, se la vede dinanzi come una Venere, come una delle Grazie, bella e perfetta si, ma di marmo; anzi piú gelida ancora, poiché il marmo della Venere di Canova lo facea sospirare, con mille desiderii e con mille rimembranze nell’anima.» Aggiungo, quasi temperamento, un passo del De Sanctis: «A quei sonetti lapidarii, dove la vita è come raccolta e stagnata al di dentro, succede la classica ode ne’ suoi ampi e flessuosi giri, dove l’anima si espande nella varietà della vita. In questo suo classicismo a colori nuovi e vivi senti la freschezza di una vita giovane guarita da quel sentimentalismo snervante, e risorta all’entusiasmo, incalorita dagli occhi negri e dal caro viso e dall’agile corpo e da’ molli contorni della beltà femminile, tra balli e canti e suoni d’arpa. In questo mondo musicale e voluttuoso l’anima si fa liquida, si raddolcisce, e spunta la grazia; le corde eolie si maritano all’itala grave cetra114.»
Di mio faccio un po’ di commento. Evidente nella prima strofe è a tutti la comparazione omerica e virgiliana, e qua e là qualche rimembranza d’Orazio e d’altri poeti latini. Non so per altro se in quei bei versi della terza

tornano
I grandi occhi al sorriso
Insidïando, e vegliano
Per te in novelli pianti
Trepide madri e sospettose amanti,

qualcuno abbia riconosciuto questi d’Orazio

Te suis matres metuunt iuvencis,
te senes parci miseraeque nuper
virgines nuptae, tua ne retardet
aura maritos:

che è realismo nella eleganza efficacissimo; ma, perché divenisse complimento passando da una etaira a una contessa, bisognava rammodernarlo o rammorbidirlo, come il Foscolo seppe. Chi poi non ricorda?

Ebbi in quel mar la culla:
Ivi erra, ignudo spirito,
Di Faon la fanciulla;
E se il notturno zeffiro
Blando sui frutti spira,
Suonano i liti un lamentar di lira.

E da vero nei canti popolari delle isole ionie

spirat adhuc amor
Vivuntque commissi calores
Aeoliae fidibus puellae.

Eccone alcuni:

Amore, perché mi svegliasti, ché dolce i’ dormivo?
E mi mettesti pensieri ch’i’ non nutrivo?

Questo non è affanno ch’i’ ho nel cuore.
Ma è amor vero che mangia le viscere mie.

Come i fiori del mandorlo biancheggia il tuo viso:
Chi ti vede vien meno e languisce dinanzi a te.

Ahi come lo soffersi io tanto? Quando ti veggo, tremo,
Le mani e i pie’ e la parola che parlo.

Come tremolano le stelle del cielo infin ch’aggiorni,
Trema e a me il cuor mio finché ti rincontri.

Di contro a me venisti e sedesti, come sole, come luna;
E succiasti il sangue mio come l’arida spugna.

Di contro, di fronte a me siede la mia desiderata;
E freddo freddo sudore corre dal corpo mio.

Quand’odo ‘l tuo nome, non so perché,
Palpitano le viscere mie, il mio corpo vien meno115.

Non cito per isfoggio d’erudizione, ma per trasfondere, potendo, nei lettori la persuasione mia, che gli elementi e le forze della rinnovazione fatta dal Foscolo nella lirica italiana provengono in gran parte dal sangue e dal sentimento greco.
Difficile, dopo cotesta ode, far meglio in quel genere. E nei sonetti a Zacinto e alla sera è raggiunta la suprema perfezione nella corrispondenza del motivo al metro e alla forma. Meglio smettere, cosí pare l’intendesse il Foscolo, forse anche ammonito dalla inferiorità del sonetto finale, Pur tu copia versavi alma di canto. Né piú fece sonetti, salvo uno che tentò non felicemente pe ‘l ritratto dipintogli dal Fabre nel 1813 e che non pubblicò egli. E si volse agli sciolti.
Quello degli sciolti è il terzo periodo dell’arte foscoliana; dove specialmente per le Grazie la industria critica del Chiarini fu piú faticosa ed è piú benemerita. Ne discorreremo altra volta.

Ugo Foscolo – Sonetti completi – Audiobook – MP3 – Lettura di Valerio Di Stefano

Lo stile dei sonetti è simile a quello che si ritroverà nei Sepolcri, appassionata sintesi di romantica intimità e di classica virilità compostezza e, come nel carme maggiore, vi è in essi l’uso modulato dell’endecasillabo reso ampio dal movimento delle strofe fino a rendere i versi simili ad una mesta musica che ha però la solennità della meditazione del poeta sui temi che riguardano la vita, la morte e il destino.

L’originalità del sonetto foscoliano è da rintracciare nella sua particolare impostazione metrico-stilistica. L’autore riesce infatti a variare con grande abilità lo schema classico del componimento alternando, come nel sonetto “Alla sera” il movimento solenne delle quartine a quello più serrato delle terzine.

La maggior parte dei primi otto sonetti sono ispirati dall’amore per la Roncioni, uno all’autoritratto del poeta e un altro di polemica politica per la soppressione dell’insegnamento del latino e tutti anteriori o contemporanei all’Ortis.

da: http://it.wikipedia.org/wiki/Sonetti_%28Foscolo%29

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Cosi gl’interi giorni in lungo incerto.aac 629,784   8/13/12  6:08 pm
E tu ne’ carmi avrai perenne vita.aac 551,136   8/13/12  6:08 pm
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Meritamente, pero ch’io potrei.aac 609,513   8/13/12  6:08 pm
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Ugo Foscolo – Dei Sepolcri – Audiobook – MP3 – Lettura di Valerio Di Stefano

L’idea per la composizione del carme venne al Foscolo dall’estensione all’Italia, avvenuta il 5 settembre del 1806, dell’editto napoleonico di Saint-Cloud (1804), che aveva imposto di seppellire i morti al di fuori delle mura cittadine e aveva inoltre regolamentato, per ragioni democratiche, che le lapidi dovessero essere tutte della stessa grandezza e le iscrizioni controllate da una commissione apposita. L’editto offre al poeta l’occasione per svolgere una densa meditazione filosofica sulla morte e sul significato dell’agire umano.

L’estensione del decreto all’Italia aveva acceso vivaci discussioni sulla legittimità di questa legislazione di impronta illuministica che era contraria alle tradizioni radicate nel nostro paese. Foscolo si era trovato presente ad una di queste discussioni nel maggio del 1806 nel salotto di Isabella Teotochi Albrizzi che risiedeva nella stupenda Villa Franchetti e aveva affrontato il problema con Ippolito Pindemonte, che stava lavorando ad un poemetto, I cimiteri, con il quale intendeva riaffermare i valori del culto cristiano. Proprio nel parco secolare di Villa Franchetti, ancor oggi molto suggestivo, dove riposò persino Napoleone, Foscolo trovò l’ispirazione per comporre questo poema, che chiamò “Dei Sepolcri”. Fu così che con Ippolito Pindemonte era nata una disputa perché il Foscolo, in quell’occasione, lo aveva contraddetto con considerazioni scettiche e materialistiche. Più tardi, riesaminando la questione da un altro punto di vista, era nata in lui l’idea del carme che aveva voluto indirizzare «per fare ammenda del mio sdegno un po’ troppo politico» al suo interlocutore di una volta. Da ciò nasce la forma esterna del carme che si presenta come un’epistola poetica a Pindemonte.

da:  http://it.wikipedia.org/wiki/Dei_sepolcri
Tratto da: http://www.controversi.org
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http://www.classicistranieri.com/audioletture/F/Foscolo,%20Ugo%20-%20Dei%20Sepolcri/sepolcri.ogg

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Ugo Foscolo – Dei Sepolcri

All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne
confortate di pianto è forse il sonno
della morte men duro? Ove piú il Sole
per me alla terra non fecondi questa
bella d’erbe famiglia e d’animali,
e quando vaghe di lusinghe innanzi
a me non danzeran l’ore future,
né da te, dolce amico, udrò piú il verso
e la mesta armonia che lo governa,
né piú nel cor mi parlerà lo spirto
delle vergini Muse e dell’amore,
unico spirto a mia vita raminga,
qual fia ristoro a’ dí perduti un sasso
che distingua le mie dalle infinite
ossa che in terra e in mar semina morte?
Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme,
ultima Dea, fugge i sepolcri: e involve
tutte cose l’obblío nella sua notte;
e una forza operosa le affatica
di moto in moto; e l’uomo e le sue tombe
e l’estreme sembianze e le reliquie
della terra e del ciel traveste il tempo.

Ma perché pria del tempo a sé il mortale
invidierà l’illusïon che spento
pur lo sofferma al limitar di Dite?
Non vive ei forse anche sotterra, quando
gli sarà muta l’armonia del giorno,
se può destarla con soavi cure
nella mente de’ suoi? Celeste è questa
corrispondenza d’amorosi sensi,
celeste dote è negli umani; e spesso
per lei si vive con l’amico estinto
e l’estinto con noi, se pia la terra
che lo raccolse infante e lo nutriva,
nel suo grembo materno ultimo asilo
porgendo, sacre le reliquie renda
dall’insultar de’ nembi e dal profano
piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
e di fiori odorata arbore amica
le ceneri di molli ombre consoli.

Sol chi non lascia eredità d’affetti
poca gioia ha dell’urna; e se pur mira
dopo l’esequie, errar vede il suo spirto
fra ‘l compianto de’ templi acherontei,
o ricovrarsi sotto le grandi ale
del perdono d’lddio: ma la sua polve
lascia alle ortiche di deserta gleba
ove né donna innamorata preghi,
né passeggier solingo oda il sospiro
che dal tumulo a noi manda Natura.
Pur nuova legge impone oggi i sepolcri
fuor de’ guardi pietosi, e il nome a’ morti
contende. E senza tomba giace il tuo
sacerdote, o Talia, che a te cantando
nel suo povero tetto educò un lauro
con lungo amore, e t’appendea corone;
e tu gli ornavi del tuo riso i canti
che il lombardo pungean Sardanapalo,
cui solo è dolce il muggito de’ buoi
che dagli antri abdüani e dal Ticino
lo fan d’ozi beato e di vivande.
O bella Musa, ove sei tu? Non sento
spirar l’ambrosia, indizio del tuo nume,
fra queste piante ov’io siedo e sospiro
il mio tetto materno. E tu venivi
e sorridevi a lui sotto quel tiglio
ch’or con dimesse frondi va fremendo
perché non copre, o Dea, l’urna del vecchio
cui già di calma era cortese e d’ombre.
Forse tu fra plebei tumuli guardi
vagolando, ove dorma il sacro capo
del tuo Parini? A lui non ombre pose
tra le sue mura la citta, lasciva
d’evirati cantori allettatrice,
non pietra, non parola; e forse l’ossa
col mozzo capo gl’insanguina il ladro
che lasciò sul patibolo i delitti.
Senti raspar fra le macerie e i bronchi
la derelitta cagna ramingando
su le fosse e famelica ululando;
e uscir del teschio, ove fuggia la luna,
l’úpupa, e svolazzar su per le croci
sparse per la funerëa campagna
e l’immonda accusar col luttüoso
singulto i rai di che son pie le stelle
alle obblïate sepolture. Indarno
sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade
dalla squallida notte. Ahi! su gli estinti
non sorge fiore, ove non sia d’umane
lodi onorato e d’amoroso pianto.

Dal dí che nozze e tribunali ed are
diero alle umane belve esser pietose
di se stesse e d’altrui, toglieano i vivi
all’etere maligno ed alle fere
i miserandi avanzi che Natura
con veci eterne a sensi altri destina.
Testimonianza a’ fasti eran le tombe,
ed are a’ figli; e uscían quindi i responsi
de’ domestici Lari, e fu temuto
su la polve degli avi il giuramento:
religïon che con diversi riti
le virtú patrie e la pietà congiunta
tradussero per lungo ordine d’anni.
Non sempre i sassi sepolcrali a’ templi
fean pavimento; né agl’incensi avvolto
de’ cadaveri il lezzo i supplicanti
contaminò; né le città fur meste
d’effigïati scheletri: le madri
balzan ne’ sonni esterrefatte, e tendono
nude le braccia su l’amato capo
del lor caro lattante onde nol desti
il gemer lungo di persona morta
chiedente la venal prece agli eredi
dal santuario. Ma cipressi e cedri
di puri effluvi i zefiri impregnando
perenne verde protendean su l’urne
per memoria perenne, e prezïosi
vasi accogliean le lagrime votive.
Rapían gli amici una favilla al Sole
a illuminar la sotterranea notte,
perché gli occhi dell’uom cercan morendo
il Sole; e tutti l’ultimo sospiro
mandano i petti alla fuggente luce.
Le fontane versando acque lustrali
amaranti educavano e vïole
su la funebre zolla; e chi sedea
a libar latte o a raccontar sue pene
ai cari estinti, una fragranza intorno
sentía qual d’aura de’ beati Elisi.
Pietosa insania che fa cari gli orti
de’ suburbani avelli alle britanne
vergini, dove le conduce amore
della perduta madre, ove clementi
pregaro i Geni del ritorno al prode
che tronca fe’ la trïonfata nave
del maggior pino, e si scavò la bara.
Ma ove dorme il furor d’inclite gesta
e sien ministri al vivere civile
l’opulenza e il tremore, inutil pompa
e inaugurate immagini dell’Orco
sorgon cippi e marmorei monumenti.
Già il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo,
decoro e mente al bello italo regno,
nelle adulate reggie ha sepoltura
già vivo, e i stemmi unica laude. A noi
morte apparecchi riposato albergo,
ove una volta la fortuna cessi
dalle vendette, e l’amistà raccolga
non di tesori eredità, ma caldi
sensi e di liberal carme l’esempio.

A egregie cose il forte animo accendono
l’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella
e santa fanno al peregrin la terra
che le ricetta. Io quando il monumento
vidi ove posa il corpo di quel grande
che temprando lo scettro a’ regnatori
gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela
di che lagrime grondi e di che sangue;
e l’arca di colui che nuovo Olimpo
alzò in Roma a’ Celesti; e di chi vide
sotto l’etereo padiglion rotarsi
piú mondi, e il Sole irradïarli immoto,
onde all’Anglo che tanta ala vi stese
sgombrò primo le vie del firmamento:
- Te beata, gridai, per le felici
aure pregne di vita, e pe’ lavacri
che da’ suoi gioghi a te versa Apennino!
Lieta dell’aer tuo veste la Luna
di luce limpidissima i tuoi colli
per vendemmia festanti, e le convalli
popolate di case e d’oliveti
mille di fiori al ciel mandano incensi:
e tu prima, Firenze, udivi il carme
che allegrò l’ira al Ghibellin fuggiasco,
e tu i cari parenti e l’idïoma
désti a quel dolce di Calliope labbro
che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma
d’un velo candidissimo adornando,
rendea nel grembo a Venere Celeste;
ma piú beata che in un tempio accolte
serbi l’itale glorie, uniche forse
da che le mal vietate Alpi e l’alterna
onnipotenza delle umane sorti
armi e sostanze t’invadeano ed are
e patria e, tranne la memoria, tutto.
Che ove speme di gloria agli animosi
intelletti rifulga ed all’Italia,
quindi trarrem gli auspici. E a questi marmi
venne spesso Vittorio ad ispirarsi.
Irato a’ patrii Numi, errava muto
ove Arno è piú deserto, i campi e il cielo
desïoso mirando; e poi che nullo
vivente aspetto gli molcea la cura,
qui posava l’austero; e avea sul volto
il pallor della morte e la speranza.
Con questi grandi abita eterno: e l’ossa
fremono amor di patria. Ah sí! da quella
religïosa pace un Nume parla:
e nutria contro a’ Persi in Maratona
ove Atene sacrò tombe a’ suoi prodi,
la virtú greca e l’ira. Il navigante
che veleggiò quel mar sotto l’Eubea,
vedea per l’ampia oscurità scintille
balenar d’elmi e di cozzanti brandi,
fumar le pire igneo vapor, corrusche
d’armi ferree vedea larve guerriere
cercar la pugna; e all’orror de’ notturni
silenzi si spandea lungo ne’ campi
di falangi un tumulto e un suon di tube
e un incalzar di cavalli accorrenti
scalpitanti su gli elmi a’ moribondi,
e pianto, ed inni, e delle Parche il canto.

Felice te che il regno ampio de’ venti,
Ippolito, a’ tuoi verdi anni correvi!
E se il piloto ti drizzò l’antenna
oltre l’isole egèe, d’antichi fatti
certo udisti suonar dell’Ellesponto
i liti, e la marea mugghiar portando
alle prode retèe l’armi d’Achille
sovra l’ossa d’Ajace: a’ generosi
giusta di glorie dispensiera è morte;
né senno astuto né favor di regi
all’Itaco le spoglie ardue serbava,
ché alla poppa raminga le ritolse
l’onda incitata dagl’inferni Dei.

E me che i tempi ed il desio d’onore
fan per diversa gente ir fuggitivo,
me ad evocar gli eroi chiamin le Muse
del mortale pensiero animatrici.
Siedon custodi de’ sepolcri, e quando
il tempo con sue fredde ale vi spazza
fin le rovine, le Pimplèe fan lieti
di lor canto i deserti, e l’armonia
vince di mille secoli il silenzio.
Ed oggi nella Troade inseminata
eterno splende a’ peregrini un loco,
eterno per la Ninfa a cui fu sposo
Giove, ed a Giove diè Dàrdano figlio,
onde fur Troia e Assàraco e i cinquanta
talami e il regno della giulia gente.
Però che quando Elettra udí la Parca
che lei dalle vitali aure del giorno
chiamava a’ cori dell’Eliso, a Giove
mandò il voto supremo: – E se, diceva,
a te fur care le mie chiome e il viso
e le dolci vigilie, e non mi assente
premio miglior la volontà de’ fati,
la morta amica almen guarda dal cielo
onde d’Elettra tua resti la fama. -
Cosí orando moriva. E ne gemea
l’Olimpio: e l’immortal capo accennando
piovea dai crini ambrosia su la Ninfa,
e fe’ sacro quel corpo e la sua tomba.
Ivi posò Erittonio, e dorme il giusto
cenere d’Ilo; ivi l’iliache donne
sciogliean le chiome, indarno ahi! deprecando
da’ lor mariti l’imminente fato;
ivi Cassandra, allor che il Nume in petto
le fea parlar di Troia il dí mortale,
venne; e all’ombre cantò carme amoroso,
e guidava i nepoti, e l’amoroso
apprendeva lamento a’ giovinetti.
E dicea sospirando: – Oh se mai d’Argo,
ove al Tidíde e di Läerte al figlio
pascerete i cavalli, a voi permetta
ritorno il cielo, invan la patria vostra
cercherete! Le mura, opra di Febo,
sotto le lor reliquie fumeranno.
Ma i Penati di Troia avranno stanza
in queste tombe; ché de’ Numi è dono
servar nelle miserie altero nome.
E voi, palme e cipressi che le nuore
piantan di Priamo, e crescerete ahi presto
di vedovili lagrime innaffiati,
proteggete i miei padri: e chi la scure
asterrà pio dalle devote frondi
men si dorrà di consanguinei lutti,
e santamente toccherà l’altare.
Proteggete i miei padri. Un dí vedrete
mendico un cieco errar sotto le vostre
antichissime ombre, e brancolando
penetrar negli avelli, e abbracciar l’urne,
e interrogarle. Gemeranno gli antri
secreti, e tutta narrerà la tomba
Ilio raso due volte e due risorto
splendidamente su le mute vie
per far piú bello l’ultimo trofeo
ai fatati Pelídi. Il sacro vate,
placando quelle afflitte alme col canto,
i prenci argivi eternerà per quante
abbraccia terre il gran padre Oceàno.
E tu onore di pianti, Ettore, avrai,
ove fia santo e lagrimato il sangue
per la patria versato, e finché il Sole
risplenderà su le sciagure umane.