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Veronica Franco – Contrari son tra lor ragion e amore

Contrari son tra lor ragion e amore,
e chi ‘n amor aspetta antivedere,
di senso è privo e di ragion è fuore.
Tanto piú in prezzo è da doversi avere
vostro discorso, in cui avete eletto
voler in stima la virtú tenere;
e bench’io di lei sia privo in effetto,
con voi di possederla il desio vale,
sí che del buon voler premio n’aspetto:
e se ‘l timor de l’esser mio m’assale,
poi mi fa contra i merti miei sperare,
ché s’elegge per ben un minor male.
Io non mi vanto per virtú d’andare
a segno che, l’amor vostro acquistando,
mi possa in tanto grado collocare;
ma so ch’un’alma valorosa, quando
trova uom che ‘l falso aborre e segue il vero,
a lui si va con diletto accostando:
e tanto piú se dentro a un cor sincero
d’alta fé trova affezzion ripiena,
come nel mio, ch’un dí mostrarvi spero,
se ‘l non poter le voglie non m’affrena.

Veronica Franco – Signor, la virtú vostra e ‘l gran valore

Signor, la virtú vostra e ‘l gran valore
e l’eloquenzia fu di tal potere,
che d’altrui man m’ha liberato il core;
il qual di breve spero ancor vedere
collocato entro ‘l vostro gentil petto,
e regnar quivi, e far vostro volere.
Quel ch’amai piú, piú mi torna in dispetto,
né stimo piú beltà caduca e frale,
e mi pento che già n’ebbi diletto.
Misera me, ch’amai ombra mortale,
ch’anzi doveva odiar, e voi amare,
pien di virtú infinita ed immortale!
Tanto numer non ha di rena il mare,
quante volte di ciò piango: ch’amando
fral beltà, virtú eterna ebbi a sprezzare.
Il mio fallo confesso sospirando,
e vi prometto e giuro da dovero
mandar per la virtú la beltà in bando.
Per la vostra virtú languisco e pèro,
disciolto ‘l cor da quell’empia catena,
onde mi avolse il dio picciolo arciero:
già seguí’ ‘l senso, or la ragion mi mena.

Veronica Franco – A voi la colpa, a me, donna, s’ascrive

A voi la colpa, a me, donna, s’ascrive
il danno e ‘l duol di quelle pene tante,
che ‘l mio cor sente e ‘l vostro stil descrive.
L’alto splendor di quelle luci sante
recando altrove, e ‘l lor soave ardore,
ai colpi del mio amor foste un diamante.
Io vi pregai, dagli occhi il pianto fore
sparsi largo, e sospir gravi del petto:
non m’aiutò pietà, non valse amore.
Valse, via piú che ‘l mio, l’altrui rispetto;
e benché umil mercé v’addimandai,
pur sol rimasi in solitario tetto.
D’ir altrove eleggeste, io sol restai,
com’a voi piacque ed a mia dura sorte
sí che invidia ai piú miseri portai.
E s’or avvien che a voi pentita apporte
alcun dolore ‘l mio grave tormento,
in ciò degno è ch’amando io mi conforte.
Dunque per me del tutto non è spento
quel foco di pietà, ch’ove dimora
fa d’animo gentil chiaro argomento
Di voi, cui ‘l ciel tanto ama e ‘l mondo onora,
di bellezza e virtute unico vanto,
in cui le Grazie fan dolce dimora,
gran prezzo è ancor se nel corporeo manto,
dove star con Amor Venere suole,
virtú chiudete in ciel gradita tanto.
Se ‘l vostro cor del mio dolor si duole,
s’egualmente risponde a’ miei desiri,
oh vostre doti e mie venture sole!
Tra quanto Amor le penne aurate giri,
E non ha chi, com’io, dolce arda e sospire,
né tra quanto del sol la vista miri.
Dolc’è, quant’è piú grave, il mio languire,
se, qual nel vostro dir pietoso appare,
sentite del mio mal pena e martíre.
Che poi non mi cediate nell’amare,
esser non può, ché la mia fiamma ardente
nel gran regno amoroso non ha pare.
Troppo benigno a’ miei desir consente
il ciel, se dal mio cor la fiamma mossa
vi scalda il ghiaccio della fredda mente.
In voi non cerco affetto d’egual possa,
quel ch’a far di duo uno, un di duo, viene,
e duo traffigge di una sol percossa.
Troppo del viver mio l’ore serene
forano, e tanto piú il mio ben intero,
quanto piú raro questo amando avviene:
quanto Amor men sostien sotto ‘l suo impero
che ‘n duo cor sia una fiamma egual partita,
tanto piú andrei de la mia sorte altero.
Sí come troppo è la mia speme ardita,
che sí audaci pensieri al cor m’invia,
per strada dal discorso non seguita:
da l’un canto il pensar sí com’io sia,
verso ‘l vostro valor, di merto poco,
dal soverchio sperar l’alma desvía;
da l’altro Amor gentil ch’adegui invoco
la mia tanta con voi disagguaglianza,
e gridando mercé son fatto roco.
D’Amor, ch’a nullo amato per usanza
perdona amar, dove un bel petto serra
pensier cortesi, invoco la possanza:
quella, onde ‘l ciel ei sol chiude e disserra,
e perch’a lui la terra è poco bassa,
gli spirti fuor de l’imo centro sferra,
prego che l’alma travagliata e lassa
sostenga; e se non ciò, vaglia pietate
là dove ‘l vostro orgoglio non s’abbassa.
Di mercé sotto aspetto non mi date
lusingando martír, tanto piú ch’io
v’adoro; e quanto prima ritornate,
ch’al lato starvi ognor bramo e desío.

Veronica Franco – Questa la tua fedel Franca ti scrive

Questa la tua fedel Franca ti scrive,
dolce, gentil, suo valoroso amante;
la qual, lunge da te, misera vive.
Non cosí tosto, oimè, volsi le piante
da la donzella d’Adria, ove ‘l mio core
abita, ch’io mutai voglia e sembiante:
perduto de la vita ogni vigore,
pallida e lagrimosa ne l’aspetto,
mi fei grave soggiorno di dolore;
e, di languir lo spirito costretto,
de lo sparger gravosi afflitti lai,
e del pianger sol trassi alto diletto.
Oimè, ch’io ‘l dico e ‘l dirò sempre mai
che ‘l viver senza voi m’è crudel morte,
e i piaceri mi son tormenti e guai.
Spesso, chiamando il caro nome forte,
Eco, mossa a pietà del mio lamento,
con voci tronche mi rispose e corte;
talor fermossi a mezzo corso intento
il sole e ‘l cielo, e s’è la terra ancora
piegata al mio sí flebile concento;
da le loro spelunche uscite fuora,
piansero fin le tigri del mio pianto
e del martír che m’ancide e m’accora;
e Progne e Filomena il tristo canto
accompagnaron de le mie parole,
facendomi tenor dí e notte intanto.
Le fresche rose, i gigli e le viole
arse ha ‘l vento de’ caldi miei sospiri,
e impallidir pietoso ho visto il sole;
nel mover gli occhi in lagrimosi giri
fermarsi i fiumi, e ‘l mar depose l’ire
per la dolce pietà de’ miei martíri.
Oh quante volte le mie pene dire
l’aura e le mobil foglie ad ascoltare
si fermar queste e lasciò quella d’ire!
E finalmente non m’avien passare
per luogo ov’io non veggia apertamente
del mio duol fin le pietre lagrimare.
Vivo, se si può dir che quel ch’assente
da l’anima si trova viver possa;
vivo, ma in vita misera e dolente:
e l’ora piango e ‘l dí ch’io fui rimossa
da la mia patria e dal mio amato bene,
per cui riduco in cenere quest’ossa.
Fortunato ‘l mio nido, che ritiene
quello a cui sempre torno col pensiero,
da cui lunge mi vivo in tante pene!
Ben prego il picciol dio, bendato arciero,
che m’ha ferito ‘l cor, tolto la vita,
mostrargli quanto amandolo ne pèro.
Oh quanto maledico la partita
ch’io feci, oimè, da voi, anima mia,
bench’a la mente ognor mi sète unita,
ma poi congiunta con la gelosia,
che, da voi lontan, m’arde a poco a poco
con la gelida sua fiamma atra e ria!
Le lagrime, ch’io verso, in parte il foco
spengono; e vivo sol de la speranza
di tosto rivedervi al dolce loco.
Subito giunta a la bramata stanza,
m’inchinerò con le ginocchia in terra
al mio Apollo in scienzia ed in sembianza;
e da lui vinta in amorosa guerra,
seguiròl di timor con alma cassa
per la via del valor ond’ei non erra.
Quest’è l’amante mio, ch’ogni altro passa
in sopportar gli affanni, e in fedeltate
ogni altro piú fedel dietro si lassa.
Ben vi ristorerò de le passate
noie, signor, per quanto è ‘l poter mio,
giungendo a voi piacer, a me bontate,
troncando a me ‘l martír, a voi ‘l desio.

Veronica Franco – S’esser del vostro amor potessi certa

S’esser del vostro amor potessi certa
per quel che mostran le parole e ‘l volto,
che spesso tengon varia alma coperta;
se quel che tien la mente in sé raccolto
mostrasson le vestigie esterne in guisa
ch’altri non fosse spesso in frode còlto,
quella téma da me fôra divisa,
di cui quando perciò m’assicurassi,
semplice e sciocca, ne sarei derisa:
“a un luogo stesso per molte vie vassi”,
dice il proverbio; né sicuro è punto
rivolger dietro a l’apparenzie i passi.
Dal battuto camin non sia disgiunto
chiunque cerca gir a buona stanza,
pria che sia da la notte sopragiunto.
Non è dritto il sentier de la speranza,
che spesse volte, e le piú volte, falle
con falsi detti e con finta sembianza;
quello della certezza è destro calle,
che sempre mena a riposato albergo,
e refugio ha dal lato e da le spalle:
a questo gli occhi del mio pensier ergo,
e da parole e da vezzi delusa,
tutti i lor vani indizi lascio a tergo.
Questa con voi sia legitima scusa,
con la qual di non creder a parole,
né a vostri gesti, fuori esca d’accusa.
E se invero m’amate, assai mi duole
che con effetti non vi discopriate,
come chi veramente ama far suole:
mi duol che da l’un canto voi patiate
e da l’altro il desio, c’ho d’esser grata
al vostro vero amor, m’interrompiate.
Poi ch’io non crederò d’esser amata,
né ‘l debbo creder, né ricompensarvi
per l’arra che fin qui m’avete data,
dagli effetti, signor, fate stimarvi:
con questi in prova venite, s’anch’io
il mio amor con effetti ho da mostrarvi;
ma s’avete di favole desio,
mentre anderete voi favoleggiando,
favoloso sarà l’accetto mio;
e di favole stanco e sazio, quando
l’amor mi mostrerete con effetto,
non men del mio v’andrò certificando.
Aperto il cor vi mostrerò nel petto,
allor che ‘l vostro non mi celerete,
e sarà di piacervi il mio diletto;
e s’a Febo sí grata mi tenete
per lo compor, ne l’opere amorose
grata a Venere piú mi troverete.
Certe proprietati in me nascose
vi scovrirò d’infinita dolcezza,
che prosa o verso altrui mai non espose,
con questo, che mi diate la certezza
del vostro amor con altro che con lodi,
ch’esser da tai delusa io sono avezza:
piú mi giovi con fatti, e men mi lodi,
e, dov’è in ciò la vostra cortesia
soverchia, si comparta in altri modi.
Vi par che buono il mio discorso sia,
o ch’io m’inganni pur per aventura,
non bene esperta de la dritta via?
Signor, l’esser beffato è cosa dura,
massime ne l’amor; e chi nol crede,
ei stesso la ragion metta in figura.
Io son per caminar col vostro piede,
ed amerovvi indubitatamente,
sí com’al vostro merito richiede.
Se foco avrete in sen d’amor cocente,
io ‘l sentirò, perch’accostata a voi
d’ardermi il cor egli sarà possente:
non si pònno schivar i colpi suoi,
e chi si sente amato da dovero
convien l’amante suo ridamar poi;
ma ‘l dimostrar il bianco per lo nero
è un certo non so che, che spiace a tutti,
a quei ch’anco han giudicio non intiero.
Dunque da voi mi sian mostrati i frutti
del portatomi amor, ché de le fronde
dal piacer sono i vani uomini indutti.
Ben per quanto or da me vi si risponde,
avara non vorrei che mi stimaste,
ché tal vizio nel sen non mi s’asconde;
ma piaceríami che di me pensaste
che ne l’amar le mie voglie cortesi
si studian d’esser caute, se non caste:
né cosí tosto d’alcun uom compresi
che fosse valoroso e che m’amasse,
che ‘l cambio con usura ancor gli resi.
Ma chi per questo poi s’argomentasse
di volermi ingannar, beffa se stesso;
e tale il potría dir, chi ‘l domandasse.
E però quel che da voi cerco adesso
non è che con argento over con oro
il vostro amor voi mi facciate espresso:
perché si disconvien troppo al decoro
di chi non sia piú che venal far patto
con uom gentil per trarne anco un tesoro.
Di mia profession non è tal atto;
ma ben fuor di parole, io ‘l dico chiaro,
voglio veder il vostro amor in fatto.
Voi ben sapete quel che m’è piú caro:
seguite in ciò com’io v’ho detto ancora,
ché mi sarete amante unico e raro.
De le virtuti il mio cor s’innamora,
e voi, che possedete di lor tanto,
ch’ogni piú bel saver con voi dimora,
non mi negate l’opra vostra intanto,
ché con tal mezzo vi vegga bramoso
d’acquistar meco d’amador il vanto:
siate in ciò diligente e studioso,
e per gradirmi ne la mia richiesta
non sia ‘l gentil vostro ozio unqua ozioso.
A voi poca fatica sarà questa,
perch’al vostro valor ciascuna impresa,
per difficil che sia, facil vi resta.
E se sí picciol carico vi pesa,
pensate ch’alto vola il ferro e ‘l sasso,
che sia sospinto da la fiamma accesa:
quel che la sua natura inchina al basso,
piú che con altro, col furor del foco
rivolge in su dal centro al cerchio il passo;
onde non ha ‘l mio amor dentro a voi loco,
poi ch’ei non ha virtú di farvi fare
quel ch’anco senz’amor vi saría poco.
E poi da me volete farvi amare?
quasi credendo che, cosí d’un salto,
di voi mi debba a un tratto innamorare?
Per questo non mi glorio e non m’essalto;
ma, per contarvi il ver, volar senz’ale
vorreste, e in un momento andar troppo alto:
a la possa il desir abbiate eguale,
benché potreste agevolmente alzarvi
dov’altri con fatica ancor non sale.
Io bramo aver cagion vera d’amarvi,
e questa ne l’arbitrio vostro è posta,
sí che in ciò non potete lamentarvi.
Dal merto la mercé non fia discosta,
se mi darete quel che, benché vaglia
al mio giudicio assai, nulla a voi costa:
questo farà che voli e non pur saglia
il vostro premio meco a quell’altezza,
che la speranza col desire agguaglia.
E qual ella si sia, la mia bellezza,
quella che di lodar non sète stanco,
spenderò poscia in vostra contentezza:
dolcemente congiunta al vostro fianco,
le delizie d’amor farò gustarvi,
quand’egli è ben appreso al lato manco;
e ‘n ciò potrei tal diletto recarvi,
che chiamar vi potreste per contento,
e d’avantaggio appresso innamorarvi.
Cosí dolce e gustevole divento,
quando mi trovo con persona in letto,
da cui amata e gradita mi sento,
che quel mio piacer vince ogni diletto,
sí che quel, che strettissimo parea,
nodo de l’altrui amor divien piú stretto.
Febo, che serve a l’amorosa dea,
e in dolce guiderdon da lei ottiene
quel che via piú che l’esser dio il bea,
a rivelar nel mio pensier ne viene
quei modi che con lui Venere adopra,
mentre in soavi abbracciamenti il tiene;
ond’io instrutta a questi so dar opra
sí ben nel letto, che d’Apollo a l’arte
questa ne va d’assai spazio di sopra,
e ‘l mio cantar e ‘l mio scriver in carte
s’oblía da chi mi prova in quella guisa,
ch’a’ suoi seguaci Venere comparte.
S’avete del mio amor l’alma conquisa,
procurate d’avermi in dolce modo,
via piú che la mia penna non divisa.
Il valor vostro è quel tenace nodo
che me vi può tirar nel grembo, unita
via piú ch’affisso in fermo legno chiodo:
farvi signor vi può de la mia vita,
che tanto amar mostrate, la virtute,
che ‘n voi per gran miracolo s’addita
Fate che sian da me di lei vedute
quell’opre ch’io desío, ché poi saranno
le mie dolcezze a pien da voi godute;
e le vostre da me si goderanno
per quello ch’un amor mutuo comporte,
dove i diletti senza noia s’hanno.
Aver cagion d’amarvi io bramo forte:
prendete quel partito che vi piace,
poi che in vostro voler tutta è la sorte.
Altro non voglio dir: restate in pace.

Veronica Franco – S’io v’amo al par de la mia propria vita

S’io v’amo al par de la mia propria vita,
donna crudel, e voi perché non date
in tanto amor al mio tormento aita?
E se invano mercé chieggio e pietate,
perch’almen con la morte quelle pene,
ch’io soffro per amarvi, non troncate?
So che remunerar non si conviene
mia fé cosí; ma quel mal, che ripara
a un maggior mal, vien riputato bene
piú d’ogni morte è la mia doglia amara,
e morir di man vostra, in questo stato,
grazia mi fia desiderata e cara.
Ma com’esser può mai che, dentro al lato
molle, il bianco gentil vostro bel petto
chiuda sí duro cor e sí spietato?
Com’esser può che quel leggiadro aspetto
voglie e pensier cosí crudi ricopra,
che ‘l servir umil prendano in dispetto?
La gran bellezza a voi data di sopra
spender in morte di chi v’ama e in doglia,
qual potete peggior far di quest’opra?
Ciò da l’uman desir vostro si toglia,
e ‘n sua vece vi penetri a la mente,
conforme a la beltà, pietosa voglia.
Cosí dentro e di fuor chiara e splendente
sarete d’ogni età vero ornamento,
non pur di questo secolo presente.
Pria che de’ be’ crin l’òr si faccia argento,
da custodir è quel che poi si perde,
chi ‘l lascia in man del tempo, in un momento:
e se ben sète d’età fresca e verde,
nulla degli anni è piú veloce cosa,
sí ch’a tenervi dietro il pensier perde;
e mentre di qua giú nessun ben posa,
nasce e spar la beltà piú che baleno,
non che qual nata e secca a un tempo rosa.
Ma poi chi la pietà chiude nel seno,
col merto de la fama sua ravviva
le chiome bionde e ‘l viso almo e sereno.
Dunque, per farvi al mondo eterna e diva,
amica di pietà verso chi v’ama,
siate di crudeltà nemica e schiva.
Oh, se vedeste in me l’ardente brama,
c’ho di servir voi sola a tutte l’ore,
con quel pensier ch’ognor vi chiede e brama;
se mi vedeste in mezzo ‘l petto il core,
a me son certo che null’altro amante
pareggereste nel portarvi amore!
Ma guardatemi ‘l cor fuor nel sembiante
pallido e mesto e nel mio venir solo,
dí e notte, con piè lasso e cor costante;
e conoscendo il mio soverchio duolo,
e come in lui convien ch’ognor trabbocchi
di pene cinto da infinito stuolo,
volgete a me pietosamente gli occhi,
a veder come presso e di lontano
quinci ognor empio Amor l’arco in me scocchi;
stendete a me la bella e bianca mano
a rinovar il colpo, e che in tal guisa
il sen piú m’apre e insieme il rende sano.
O beltà d’ogni essempio altro divisa,
di cui l’anima in farsi umil soggetta,
stando lieta, qua giú s’imparadisa!
Amor da que’ begli occhi in me saetta
con tal dolcezza, che ‘l mio espresso danno
via piú sempre mi giova e mi diletta.
Ben questi al chiaro sole invidia fanno,
ben ch’ancor Febo con diletto mira
le bellezze che tante in voi si stanno:
di queste vago Apollo arde e sospira,
e per virtú di tai luci gioconde
il suo saper in voi benigno inspira;
e mentre questo in gran copia v’infonde,
move la chiara voce al dolce canto,
ch’a’ bei pensier de l’animo risponde.
La penna e ‘l foglio in man prendete intanto,
e scrivete soavi e grate rime,
ch’ai poeti maggior tolgono il vanto.
O bella man, che con bell’arte esprime
sí leggiadri concetti, e le sue forme
dentro ‘l mio cor felicemente imprime!
De l’antico valor segnando l’orme
questa ne va sí candida e gentile,
svegliando la virtú dove piú dorme;
né pur rinova il glorioso stile
del poetar sí celebre trascorso,
che non ebbe fin qui par né simíle;
ma de le menti afflitte alto soccorso
è quella man ne l’amorosa cura,
che quivi ha ‘l suo rifugio e ‘l suo ricorso.
Di viva neve man candida e pura,
che dolcemente il cor m’ardi e consumi
per miracol d’amor fuor di natura,
e voi, celesti e graziosi lumi,
ch’ardor e refrigerio in un mi sète,
e parer gli altrui rai fate ombre e fumi,
perch’a me ‘l vostro aviso contendete?
e non piú tosto con pietosi modi
al mio soccorso, oimè, vi rivolgete?
Né però chieggio che disciolga i nodi,
che ‘ntorno al cor m’ordío, la man sí vaga,
né che in alcuna parte men m’annodi;
non chiedo ch’entro al sen saldi la piaga
il bel guardo gentil, che in me l’impresse,
d’amor con arte lusinghiera e vaga:
da quelle mani e da le braccia stesse
esser bramo raccolto in cortesia,
e che ‘l mio laccio stringan piú sempre esse;
bramo che quella vista umana e pia
si volga al mio diletto, e del bel viso
e de la bocca avara non mi sia.
Oh che grato e felice paradiso,
dal goder le bellezze in voi sí rade
non si trovar giamai, donna, diviso:
donna di vera ed unica beltade,
e di costumi adorna e di virtude,
con senil senno in giovenil etade!
Oh che dolce mirar le membra ignude,
e piú dolce languir in grembo a loro,
ch’or a torto mi son sí scarse e crude!
Prenderei con le mani il forbito oro
de le trecce, tirando de l’offesa,
pian piano, in mia vendetta il fin tesoro.
Quando giacete ne le piume stesa,
che soave assalirvi! e in quella guisa
levarvi ogni riparo, ogni difesa!
Venere in letto ai vezzi vi ravvisa,
a le delizie che ‘n voi tante scopre
chi da pietà vi trova non divisa;
sí come nel compor de le dotte opre,
de le nove Castalie in voi sorelle
l’arte e l’ingegno a l’altrui vista s’opre.
E cosí ‘l vanto avete tra le belle
di dotta, e tra le dotte di bellezza,
e d’ambo superate e queste e quelle;
e mentre l’uno e l’altro in voi s’apprezza,
d’ambo sarebbe l’onor vostro in tutto,
se la beltà non guastasse l’asprezza.
Ma se ‘n voi la scienzia è d’alto frutto,
perché de la bellezza il pregio tanto
vien da la vostra crudeltà distrutto?
Accompagnate l’opra in ogni canto;
e come la virtú vostra ne giova,
la beltà non sia seme del mio pianto:
in tanto amor tanto dolor vi mova,
sí che di riparar ai tristi affanni
entriate meco in lodevole prova.
S’al tempo fa sí gloriosi inganni
la vostra musa, la beltà non faccia
a se medesma irreparabil danni.
A Febo è degno che si sodisfaccia
dal vostro ingegno, ma da la beltate
a Venere non meno si compiaccia:
le tante da lei grazie a voi donate
spender devete in buon uso, sí come
di quelle, che vi diede Apollo, fate:
con queste eternerete il vostro nome,
non men che con gli inchiostri; e lento e infermo
farete il tempo, e le sue forze dome.
Per la bocca di lei questo v’affermo:
non lasciate Ciprigna per seguire
Delio, né contra lei tentate schermo;
ché Febo se le inchina ad obedire,
né può far altrimenti, se ben poi
gran piacer tragge in ciò dal suo servire.
Cosí devete far ancora voi,
seguitando l’essempio di quel dio,
che v’infonde i concetti e i pensier suoi.
La bellezza adornate col cor pio,
sí che con la virtú ben s’accompagne,
lontan da ogni crudel empio desio:
queste in voi la pietà faccia compagne,
e in tanto vi rincresca, com’è degno,
d’un che de l’amor vostro ognora piagne.
E son quell’io, che umile a voi ne vegno,
cercando di placar con dolci preghi
la vostra crudeltate e ‘l vostro sdegno:
mercé da voi, per Dio, non mi si nieghi,
donna bella e gentil, ma in tanta guerra
benigno il vostro aiuto a me si pieghi.
Cosí sarete senza par in terra.

Franco Sacchetti – Due frati minori passano dove nella Marca è morto uno; l’uno predica sopra il corpo per forma che tale avea voglia di piagnere che fece ridere

Non fu sí canonizzata la fama del Basso di piacevolezza dopo la sua morte, quanto fu canonizzata la fama d’uno ricco contadino falsamente in santità in questa novella. E’ non è gran tempo che nella Marca d’Ancona morí nella villa un ricco contadino, che avea nome Giovanni; ed essendo, innanzi che si sotterrasse, tutti gli suo’ parenti e uomeni e donne nel pianto e ne’ dolori, volendoli fare onore, non essendo ivi vicina alcuna regola di frati, per avventura passorono due frati minori, li quali da quelli che erano diputati a fare la spesa furono pregati che alcuna predicazione facessono a commendazione del morto.
Li frati, nuovi sí del paese, e sí d’avere conosciuto il morto, cominciorono tra loro a sorridere, e tiratisi da parte disse l’uno all’altro:
– Vuo’ tu predicar tu, o vuogli che io predichi io?
Disse l’altro:
– Di’ pur tu.
Ed egli seguí:
– Se io prédico, io voglio che tu mi prometta di non ridere.
Rispose di farlo.
Dato l’ordine e l’ora, e saputo il nome del morto, il valentre frate andò, come è d’usanza, dove era il morto e tutta l’altra brigata; e salito alquanto in alto, propose:
– Que, qui . Per que s’intende Janni, per qui s’intende Joanni dello Barbaianni; non ci dico cavelle, perché vola di notte. Signori e donne, io sento che questo Joanni è stato bon peccatore, e quando ha possuto fuggire li disagi, volentiera ce l’ha fatto; ed è ben vivuto secondo il mondo; hacci preso gran vantaggio nel servire altrui, ed ègli molto spiaciuto l’essere diservito: largo perdonatore è stato a ciascuno che bene gli abbia fatto, e in odio ha avuto chi gli abbia fatto male. Con gran diletto ha guardato li santi dí comandati; e secondo ho sentito, gli dí da lavorare s’è molto guardato da’ mali e dalle rie cose. Quando li suoi vicini hanno avuto bisogno, fuggendo le cose disutili, sempre gli ha serviti: è stato digiunatore quando ha aúto mal da mangiare: è vissuto casto, quando costato li fosse. Oratore m’è detto che è stato assai: ha detto molti paternostri, andandosi al letto, e l’Ave Maria almeno, quando sonava nel popul suo. Spesso ne’ dí fuor di settimana facea elemosine. Venendo alla conclusione, li costumi e le opere sue sono state tali e sí fatte che sono pochi mondani che non le commendassono. E chi mi dicesse: “O frate, credi tu che costui sia in Paradiso?” Non credo. “Credi tu che sia in Purgatorio?” Dio il volesse. “Credi tu che sia in Inferno?” Dio nel guardi. E però pigliate conforto, e lasciate stare li lamenti, e sperate di lui quel bene che si dee sperare, pregando Dio che ci dia grazia a noi, che rimagnamo vivi, stare lungo tempo con li vivi, e li morti co’ maglianni, da’ quali ci guardi qui vivit et regnat in secula seculorum. Fate la vostra confessione ecc.
La voce andò tra quella gente grossa e lacrimosa costui avere nobilmente predicato, e che elli avea affermato il morto per la sua santa vita essere salito in sommo cielo.
E’ frati se n’andorono con un buono desinare e con denari in borsa, ridendo di questo per tutto il loro cammino.
Forse fu piú vera e sustanzievole predica questa di questo fraticello che non sono quelle de’ gran teologhi, che metteranno con le loro parole li ricchi usurai in Paradiso, e sapranno che mentono per la gola; e sia chi vuole, che se un ricco è morto, abbia fatto tutti e’ mali che mai furno, niuna differenzia faranno dal predicare di lui al predicare di San Francesco; però che piagentano per empiersi di quello delli ignoranti che vivono.

Franco Sacchetti – Basso della Penna nell’estremo della morte lascia con nuova forma ogni anno alle mosche un paniere di pere mézze, e la ragione, che ne rende, perché lo fa

Ora verrò a quella novella delle pere mézze, ed è l’ultima piacevolezza del Basso, però che fu mentre che moría. Costui venendo a morte, ed essendo di state, e la mortalità sí grande che la moglie non s’accostava al marito, e ‘l figliuolo fuggía dal padre, e ‘l fratello dal fratello, però che quella pestilenza, come sa chi l’ha veduto, s’appiccava forte, volle fare testamento; e veggendosi da tutti i suoi abbandonato, fece scrivere al notaio che lasciava ch’e’ suoi figliuoli ed eredi dovessino ogni anno il dí di San Jacopo di luglio dare un paniere di tenuta d’uno staio di pere mézze alle mosche, in certo luogo per lui deputato. E dicendo il notaio: “Basso, tu motteggi sempremai”; disse Basso:
– Scrivete come io dico; però che in questa mia malattia io non ho aúto né amico né parente che non mi abbia abbandonato, altro che le mosche. E però essendo a loro tanto tenuto, non crederrei che Dio avesse misericordia di me, se io non ne rendesse loro merito. E perché voi siate certo che io non motteggio, e dico da dovero, scrivete che se questo non si facesse ogni anno, io lascio diredati li miei figliuoli, e che il mio pervenga alla tale religione.
Finalmente al notaio convenne cosí scrivere per questa volta; e cosí fu discreto il Basso a questo piccolo animaluzzo.
Non istante molto, e venendosi nelli stremi, che poco avea di conoscimento, andò a lui una sua vicina, come tutte fanno, la quale avea nome Donna Buona, e disse:
– Basso, Dio ti facci sano; io sono la tua vicina monna Buona.
E quelli con gran fatica guata costei, e disse che appena si potea intendere:
– Oggimai, perché io muoia, me ne vo contento, ché ottanta anni che io sono vissuto mai non ne trovai alcuna buona.
Della qual parola niuno era d’attorno che le risa potesse tenere, e in queste risa poco stante morí.
Della cui morte io scrittore, e molti altri che erano per lo mondo, ne portorono dolore, però che egli era uno elemento a chi in Ferrara capitava. E non fu grande discrezione la sua verso le mosche? Sanza che fu una grande reprensione a tutta sua famiglia; ché sono assai che abbandonano in cosí fatti casi quelli che doverrebbono mettere mille morti per la loro vita, e tale è il nostro amore che non che li figliuoli mettessino la vita per li loro padri, ma gran parte desiderano la morte loro, per essere piú liberi.

Franco Sacchetti – Basso della Penna fa un convito, là dove, non mescendosi vino, quelli convitati si maravigliono, ed egli gli chiarisce con ragione, e non con vino

Questo Basso (ed è la seconda novella di quelle che io proposi in queste di sopra) in questi due mesi di sopra contati, ne’ quali era già febbricoso del male che poi morío, parve che volesse fare la cena come fece Cristo co’ discepoli suoi; e fece invitare molti suoi amici, che la tal sera venissono a mangiare con lui. La brigata tutta accettoe; e giunti la sera ordinata, essendo molto bene apparecchiate le vivande, postisi a tavola, e cominciando a mangiare, gli bicchieri si stavono, che nessuno famiglio metteva vino.
Quando quelli che erano a mensa furono stati quanto poteano, dicono a’ famigli:
– Metteteci del vino.
Gli famigli, come aombrati, guardano qua e là, e rispondono:
– E’ non c’è vino.
Di che dicono che ‘l dicano al Basso, e cosí fanno; onde il Basso si fa innanzi, e dice:
– Signori, io credo che voi vi dovete ricordare dell’invito che vi fu fatto per mia parte: io vi feci invitare a mangiare meco, e non a bere, però che io non ho vino che io vi desse, né che fosse buono da voi, e però chi vuol bere, si mandi per lo vino a casa sua, o dove piú li piace.
Costoro con gran risa dissono che ‘l Basso dicea il vero, mandando ciascuno per lo vino, se vollono bere.
Il Basso fu loico anco qui, ma questa non fu loica con utile, se non che risparmiò il vino a questo convito; ma se volea risparmiare in tutto, era migliore loica a non gli avere convitati, che arebbe risparmiato anco le vivande; ma e’ fu tanta la sua piacevolezza che volle e fu contento che gli costasse per usare questo atto.

Franco Sacchetti – Basso della Penna a certi forestieri, che domandorono lenzuola bianche, le dà loro sucide, ed eglino dolendosi, prova loro che l’ha date bianche

Questa pera mézza, con la quale il Basso fece cosí bene i fatti suoi, mi reduce a memoria un’altra novella di pere mézze, fatta già per lo detto Basso, nella quale si dimostra apertamente che insino nell’ultimo della sua morte fu piacevolissimo. Ma innanzi che venisse a questo, io dirò due novellette, che fece in meno di due mesi anzi che morisse, avendo continuo o terzana o quartana, che poi lo indusse a morte.
A Ferrara arrivorono alcuni Fiorentini all’albergo suo una sera, e cenato che ebbono, dissono:
– Basso, noi ti preghiamo che tu ci dia istasera lenzuola bianche.
Basso risponde tosto, e dice:
– Non dite piú, egli è fatto.
Venendo la sera, andandosi al letto, sentivano le lenzuola non essere odorose, ed essere sucide. La mattina si levavono, e diceano:
– Di che ci servisti, Basso, che tanto ti pregammo iersera che ci dessi lenzuola bianche, e tu ci hai dato tutto il contrario?
Disse il Basso:
– O questa è ben bella novella; andiamole a vedere.
E giunto in camera caccia in giú il copertoio, e volgesi a costoro e dice:
– Che son queste? son elle rosse? son elle azzurre? son elle nere? non son elle bianche? Qual dipintore direbbe ch’elle fossono altro che bianche?
L’uno de’ mercatanti guatava l’altro, e cominciava a ridere dicendo che ‘l Basso avea ragione, e che non era notaio che avesse scritto quelle lenzuola essere d’altro colore che bianche. E con queste piacevolezze tirò gran tempo tanto a sé la gente che non si curavono di letto né di vivande.
E questa è una loica piacevole, che sta bene a tutti gli artieri, e massimamente agli albergatori, a’ quali molti e di diversi luoghi vengono alle mani. Questa novelletta ha fatti molti, che l’hanno udita, savii; e io scrittore sono uno di quelli che giugnendo a uno albergo, volendo lenzuola nette, addomando che mi dea lenzuola di bucato.