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López, Lucio V. – La gran aldea – costumbres bonaerenses

EText-No. 31724
Title: La gran aldea – costumbres bonaerenses
Author: López, Lucio V., 1848-1894
Language: Spanish
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EText-No. 31724
Title: La gran aldea – costumbres bonaerenses
Author: López, Lucio V., 1848-1894
Language: Spanish
Link: 3/1/7/2/31724/31724-h/31724-h.htm

EText-No. 31724
Title: La gran aldea – costumbres bonaerenses
Author: López, Lucio V., 1848-1894
Language: Spanish
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EText-No. 31724
Title: La gran aldea – costumbres bonaerenses
Author: López, Lucio V., 1848-1894
Language: Spanish
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EText-No. 31724
Title: La gran aldea – costumbres bonaerenses
Author: López, Lucio V., 1848-1894
Language: Spanish
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EText-No. 31724
Title: La gran aldea – costumbres bonaerenses
Author: López, Lucio V., 1848-1894
Language: Spanish
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Veronica Franco – Signor, la virtú vostra e ‘l gran valore

Signor, la virtú vostra e ‘l gran valore
e l’eloquenzia fu di tal potere,
che d’altrui man m’ha liberato il core;
il qual di breve spero ancor vedere
collocato entro ‘l vostro gentil petto,
e regnar quivi, e far vostro volere.
Quel ch’amai piú, piú mi torna in dispetto,
né stimo piú beltà caduca e frale,
e mi pento che già n’ebbi diletto.
Misera me, ch’amai ombra mortale,
ch’anzi doveva odiar, e voi amare,
pien di virtú infinita ed immortale!
Tanto numer non ha di rena il mare,
quante volte di ciò piango: ch’amando
fral beltà, virtú eterna ebbi a sprezzare.
Il mio fallo confesso sospirando,
e vi prometto e giuro da dovero
mandar per la virtú la beltà in bando.
Per la vostra virtú languisco e pèro,
disciolto ‘l cor da quell’empia catena,
onde mi avolse il dio picciolo arciero:
già seguí’ ‘l senso, or la ragion mi mena.

Miguel de Unamuno – La gran rehúsa

Al abrigo fatal de la cogulla
con que te encubres el altivo ceño
se incuba libre el ambicioso ensueño
que soledad con su silencio arrulla.

Del mundo huyendo la inocente bulla,
vuela adusto tu espíritu aguileño
en torno, no del sacrosanto leño
que con su yugo al corazón magulla,

sino del solio. Aunque la plaza huiste
la plaza llevas dentro y es la musa
con que Satán te pone el alma triste,

la que te dio la vocación confusa
por la que adiós a tu familia diste,
que no, cobarde, harás la gran rehúsa.

Inghilfredi, Dogliosamente e con gran malenanza

Dogliosamente e con gran malenanza
conven chio canti e mostri mia grameza,
ca per servire sono in disperanza:
la mia fede m’à tolta l’allegreza.
Però di canto non posso partire,
poi c’a la morte mi vado ap[p]ressando,
sì come il ciecen, che more in cantando,
la mia vita si parte e vo morire.
Partomi da sollazo e d’ogne gioco
e ciascun altro faccia a mia parvenza,
ca dentro l’aigua m’à abrusciato il foco,
mia sicurtate m’à dato spavenza.
Fui miso in gioco e frastenuto in pianto
sì falsamente mi ‘ngannò lo sguardo,
sì come a lo leone lo leupardo,
c’a tradimento li leva l’amanto.
Per tradimento sono dismarruto,
del qual null’omo potesi guardare
e son sì preso e sì forte feruto,
c’agio dottanza di poter campare,
poi che le pia[c]que a quella c’à in podere
la rota di fortuna permutare;
però le piaccia di me rallegrare;
cui à saglito, faccialo cadere.
Faccia in tal guisa che naturalmente
vadan le doglie che ò non pe[r] rasone,
ca non è gioco d’essere servente
a chi è meno di sua condizione.
E rason porta di punir li mali;
però si guardi chi mi tene a dura,
che la pantera à in sè ben tal natura,
c’a la sua lena tragon li animali.
S’eo trago a voi, non vo’ più star tardando,
ched io non saccia in che guisa mi provo;
ardo, consumo e struggo pur pensando
com’ son caduto e unde e com’ mi trovo.
Però ciascun faccia di sè mutanza
ed agia in sè fermanza e novo core;
lo fenix arde e rinova megliore;
non dotti l’om penar per meglioranza.
Però la sesta facc[i]a movimento,
ancor che paia altrui disordinato,
e facc[i]a mostra per avedimento
che ciascun guardi chi siede in mio stato;
chè ciascun d’alto potesi bassare,
se regimento non à chi ‘l difenda;
lo leofante null’omo riprenda,
se, quando cade, non si può levare.

Giacomino Pugliese, Morte, perchè m’ài fatta sì gran guerra

Morte, perchè m’ài fatta sì gran guerra,
che m’ài tolta madonna, ond’io mi doglio?
La fior de le belleze mort’ài in terra,
per che lo mondo non amo, nè voglio.
Villana morte, che non à[i] pietanza,
disparti amore e togli l’allegranza
e dài cordoglio.
La mia alegranza post’ài in gran tristanza,
chè m’ài tolto la gioia e l’alegranza,
c’avere soglio.
Solea aver sollazo e gioco e riso
più che null’altro cavalier che sia;
or n’è gita madonna in paradiso,
portòne la dolze speranza mia,
lasciòmi in pene e con sospiri e planti,
levòmi de [sollazo], gioco e canti
e compagnia;
or no la vegio, nè le sto davanti
e non mi mostra li dolze sembianti
che [far] solia.
Oi Deo, perchè m’ai posto in tale iranza?
ch’io son smaruto, non so ove mi sia,
chè m’ài levata la dolze speranza,
partit’ài la più dolze compagnia,
che sia i[n] nulla parte, ciò m’è aviso.
Madonna, [ chi lo tene ] lo tuo viso
in sua balia?
lo vostro insegnamento e dond’è miso?
e lo tuo franco cor chi mi l’à priso
[ma]don[n]a mia?
Ov’è madonna e lo suo insegnamento,
la sua belleza e la gran canoscianza,
lo dolze riso e lo bel portamento,
gli oc[c]hi e la boc[c]a e la bella sembianza,
suo adornamento e sua cortesia?
Madonna, per cui stava tut[t]avia
in alegranza,
or no la vegio nè notte nè dia,
non m’abella, sì come far solia
in sua sembianza.
Se fosse mio ‘l reame d’Ungaria,
con Greza e Lamagna infino in Franza,
lo gran tesoro di Santa Sofia,
non por[r]ia ristorar sì gran perdanza
come fu in quella dia che si n’andao.
Madonna de sta vita trapassao,
con gran tristanza
sospiri e pene e pianti mi lasciao,
e già mai nulla gioia mi mandao
per confortanza.
Se fosse al meo voler, donna, di voi,
dicesse a Dio sovran, che tut[t]o face,
che giorno e notte istessimo ambonduoi.
Or sia il voler di Dio, da c’a Lui piace.
Membro e ricordo quand’era co mico,
sovente m’appellava «dolze amico»,
ed or no ‘l face,
poi Dio la prese e menolla con sico.
La Sua vertute sia, bella, con tico
e la Sua pacc.

Guido delle Colonne, La mia gran pena e lo gravoso affanno

La mia gran pena e lo gravoso af[f]anno,
c’ò lungiamente per amor patuto,
madonna lo m’à ‘n gioia ritornato;
pensando l’avenente di mio danno,
in sua merze[de] m’ave riceputo
e lo sofrire mal m’à meritato:
ch’ella m’à dato – tanto bene avire,
che lo sofrire – molta malenanza
agi’ ubriato, e vivo in allegranza.
Allegro son ca tale segnoria
agio acquistata, per mal soferire,
in quella che d’amar non vao cessando.
Certo a gran torto lo mal blasmeria,
chè per un male agio visto avenire
poco di bene andare amegliorando,
ed atardando – per molto adastiare
un grand’af[f]are – tornare a neiente.
Chi vole amar, dev’ essere ubidente.
Ubidente son stato tut[t]avia,
ed ò servuto adesso co leanza
a la sovrana di conoscimento,
quella che lo meo core distringìa
ed ora in gioia d’amore mi ‘navanza.
Soferendo agio avuto compimento,
e per un cento – m’ave più di savore
lo ben c’Amore – mi face sentire
per lo gran mal che m’à fatto sofrire.
Se madona m’à fatto sof[e]rire
per gioia d’amore avere compimento,
pene e travaglia ben m’à meritato;
poi ch’a lei piace, a me ben de’ piacire,
che nd’agio avuto tanto valimento:
sovr’ogne amante m’ave più ‘norato,
c’agio aquistato – d’amar la più sovrana:
chè, se Morgana – fosse infra la gente,
inver madonna non par[r]ia neiente.
Neiente vale amor sanza penare:
chi vole amar, conviene mal patire,
onde mille mercè n’agia lo male
che m’a[ve] fatto in tanto ben montare,
ch’io non agio infra la gente ardire
di dir la gioia ove il mi’ core sale.
Or dunque vale – meglio poco avire,
che ben sentire – troppo a la stagione:
per troppo ben diventa omo fellone.

Isabella Morra – Signor, che insino a qui, tua gran mercede

Signor, che insino a qui, tua gran mercede,
con questa vista mia caduca e frale
spregiar m’hai fatto ogni beltà mortale,
fammi di tanto ben per grazia erede,
che sempre ami te sol con pura fede
e spregie per innanzi ogni altro oggetto,
con sí verace affetto,
ch’ognun m’additi per tua fida amante
in questo mondo errante,
ch’altro non è, senza il tu’ amor celeste,
ch’un procelloso mar pien di tempeste.
Signor, che di tua man fattura sei,
ov’ogni ingegno s’affatica in vano,
ritrarre in versi il tuo bel volto umano
or sol per disfogare i desir miei,
ad altri no, ma a me sola vorrei,
ed iscolpirmi il tuo celeste velo,
qual fu quando dal Cielo
scendesti ad abitar la bassa terra
ed a tor l’uom di guerra.
Questa grazia, Signor, mi sia concessa
ch’io mostri col mio stil te a me stessa.
Signor, nel piano spazio di tua fronte
la bellezza del Ciel tutta scolpita
si scorge, e con giustizia insieme unita
de l’alta tua pietade il vivo fonte,
e le pie voglie a perdonarci pronte.
Ombre dei lumi venerandi e sacri,
di Dio bei simulacri,
ciglia, del cor fenestre, onde si mostra
l’alma salute nostra;
occhi che date al sol la vera luce,
che per voi soli a noi chiara riluce!
Signor, cogli occhi tuoi pien di salute
consoli i buoni ed ammonisci i rei
a darsi in colpa di lor falli rei;
in lor s’impara che cosa è virtute.
O mia e tutte l’altre lingue mute,
perché non dite ancor de’ suoi capelli,
tanto del sol piú belli
quanto è piú bello e chiaro egli del sole?
O chiome uniche e sole,
che, vibrando dal capo insino al collo,
di nuova luce se ne adorna Apollo!
Signor, da questa tua divina bocca
di perle e di rubini escon di fore
dolci parole ch’ogni afflitto core
sgombran di duolo e sol piacer vi fiocca
e di letizia eterna ogniun trabocca.
Guancie di fior celesti adorne, e piane
a le speranze umane;
corpo in cui si rinchiuse il Cielo e Dio,
a te consacro il mio:
la mente mia qual fu la tua statura
con gli occhi interni già scorge e misura.
Signor, le mani tue non dirò belle
per non scemar col nome lor beltade,
mani, che molto innanzi ad ogni etade
ci fabricâr la luna, il sol, le stelle:
se queste chiare son, quai saran elle?
Felice terra, in cui le sacre piante
stampâr tant’orme sante!
A la vaghezza del tuo bianco piede
il Ciel s’inchina e cede.
Felice lei, che con l’aurate chiome
le cinse e si scarcò de l’aspre some!
Canzon, quanto sei folle,
poi che nel mar de la beltà di Dio
con sí caldo desio
credesti entrare! Or c’hai ‘l camin smarrito,
réstati fuor, ché non ne vedi il lito.