Archivi tag: Grazia

Michelangelo Buonarroti – Dimmi di grazia, Amor, se gli occhi mei

Dimmi di grazia, Amor, se gli occhi mei
veggono ‘l ver della beltà c’aspiro,
o s’io l’ho dentro allor che, dov’io miro,
veggio scolpito el viso di costei.
Tu ‘l de’ saper, po’ che tu vien con lei
a torm’ogni mie pace, ond’io m’adiro;
né vorre’ manco un minimo sospiro,
né men ardente foco chiederei.
– La beltà che tu vedi è ben da quella,
ma cresce poi c’a miglior loco sale,
se per gli occhi mortali all’alma corre.
Quivi si fa Continua la lettura di Michelangelo Buonarroti – Dimmi di grazia, Amor, se gli occhi mei

Pietro Aretino – Ove il mettrete voi? Ditel’ di grazia

Ove il mettrete voi? Ditel’ di grazia,
dietro o dinanzi? io vo’ ‘l sapere,
perché farovi forse dispiacere
se nel cul me lo caccio per disgrazia.

– Madonna, no, perché la potta sazia
il cazzo sì che v’ha poco piacere,
ma quel che faccio, il fo per non parere
un Frate Mariano, verbi gratia.

Ma poi ch’il cazzo in cul tutto volete
come vogliono savi, io sono contento
che voi fate del mio ciò che volete.

E pigliatelo con man, mettetel’ dentro:
che Continua la lettura di Pietro Aretino – Ove il mettrete voi? Ditel’ di grazia

Grazia Deledda – Racconti a Grace

Fra venti anni, speriamo anche trenta, la vecchia nonna Grazia dirà alla sua bella nipotina Grace, figlia di suo figlio e di una nuora inglese o americana, o magari gagliarda e fiera ciociara:
– Tu, mia carissima, ieri nel pomeriggio hai pregato la tua mamma di accompagnarti a fare uno spuntino nella pineta di Cervia, vicina a quella famosa di Ravenna: in un’ora e tre quarti, per via aerea, siete arrivate felicemente lassù. Tua mamma, che ha ancora qualche goccia di romanticheria nel suo sangue generoso, voleva scendere nell’antica casetta dei nonni, sul margine della verde-azzurra Cervia dantesca; tu hai preferito il grande albergo della pineta, ed hai anche ballato: verso sera, già eravate a casa, fresche e lievi come piccioni viaggiatori. Ai miei tempi, invece! Sai quante ore ci volevano per andare da Roma a Cervia? Dieci, ed anche dodici. Dodici ore, dico, e tre trasbordi. La prima volta che si dovettero fare questi tre trasbordi, il nonno tuo non me lo disse che al momento della partenza, per non destarmi spavento e, sopratutto, non decidermi a non partire. Ma poi le cose andarono bene. Io avevo preparato un cestino di provviste per una ragione che ti spiegherò poi: e dentro questo cestino, bene avvolte nella carta oleata, oltre le classiche uova sode e il salame e il pollo, ci si trovavano le tenere membra arrostite di una squisita lepre che, col relativo rosmarino, mi era stata regalata da una giovanissima scrittrice, proprietaria di fattorie e boschi, allora alle sue prime armi, adesso celebre in tutto il mondo. Si tratta della nostra buona amica Midi. Perché il prezioso cestino e la domestica che lo portava non andassero sperduti nella confusione dei trasbordi, ci si prese il lusso di farli viaggiare con noi, in seconda classe: per la verità, aggiungo che la donna la volli io, al mio seguito, perché aiutasse meglio il tuo caro nonno a caricarmi sul treno.
Tutto, dunque, andò Continua la lettura di Grazia Deledda – Racconti a Grace

Cecco Angiolieri – I’ ho sì poco di grazia ‘n Becchina

I’ ho sì poco di grazia ‘n Becchina,
in fé di Di’, ch’anche non tèn a frodo,
che in le’ non posso trovar via né modo,
né medico mi val né medicina;
ch’ella m’è peggio ch’una saracina
o che non fu a’ pargoli il re Rodo;
ma certo tanto di le’ me ne lodo,
ch’esser con meco non vorrìe reina.
Ecco ‘l bell’erro c’ha da me a lei:
ch’i’ non cherre’ a Di’ altro paradiso
che di basciar la terr’, u’ pon li piei;
ed i’ fossi sicur d’un fiordaliso,
ch’ella dicesse: – Con vertà ‘l ti diei –
e no ch’i’ fosse dal mondo diviso!

Michele Ainis – Doppio riflesso

Presentazione del libro di Michele Ainis nell’ambito di “Capalbio libri. Il Piacere di leggere in piazza. In rete”, in programma dal 3 al 14 agosto 2013

Capalbio, 13 agosto 2013

da: www.radioradicale.it

 

Giovanni Verga – I Malavoglia – Capitolo XIV

Quando ‘Ntoni Malavoglia incontrò don Michele per dargli il resto fu un brutto affare, di notte, mentre diluviava, ed era scuro che non ci avrebbe visto neppure un gatto, all’angolo della sciara verso il Rotolo, dove bordeggiavano quatte quatte le barche che facevano finta di pescar merluzzi a mezzanotte, e dove ‘Ntoni andava a ronzare, con Rocco Spatu, e Cinghialenta, ed altri malarnesi, colla pipa in bocca, che le guardie le conoscevano ad una ad una quelle punte di fuoco delle pipe, mentre stavano appiattate fra gli scogli con le carabine in mano.

– Comare Mena, – aveva detto don Michele un’altra volta passando dalla strada del Nero; – ditegli a vostro fratello di non andarci di notte al Rotolo, con Rocco Spatu e Cinghialenta.

Ma ‘Ntoni aveva fatto il sordo perché «ventre affamato non sente ragione»; e don Michele non gli faceva più paura, dopo che si erano rotolati a pugni e a cazzotti sotto le panche all’osteria; inoltre gli aveva promesso di dargli il resto quando l’incontrava, e non voleva passare per canaglia e per spaccone agli occhi della Santuzza e di tutti quelli che erano stati presenti alla minaccia. – Gli ho detto che gli darò il rimanente dove l’incontrerò; e se l’incontro al Rotolo glielo dò al Rotolo! – ripeteva coi suoi amici, e ci avevano tirato anche il figlio della Locca. Avevano passato la sera all’osteria, a bere e schiamazzare, che la bettola è come un porto di mare, e la Santuzza non avrebbe potuto mandarlo via, ora che ci aveva dei soldi in tasca e li faceva ballare nella mano. Don Michele era passato a far la ronda, ma Rocco Spatu, che sapeva la legge, diceva sputacchiando: – Finché c’è il lume sulla porta abbiamo il diritto di star qua! – e si appoggiava al muro per star meglio. ‘Ntoni Malavoglia se la godeva anche a far sbadigliare la Santuzza, la quale dormicchiava dietro i bicchieri, colla testa posata su quei cuscini che portavano la medaglia di Figlia di Maria. – E ci sta sul morbido meglio che su un fascio d’erba fresca! – diceva ‘Ntoni, il quale aveva il vino chiacchierone; mentre Rocco, pieno come una botte, non fiatava più, colle spalle al muro.

Lo zio Santoro intanto a tastoni aveva ritirato il lume e chiudeva la porta. – Ora andatevene che ho sonno; disse la Santuzza.

– Io non ho mica sonno io! Massaro Filippo a me mi lascia dormire la notte.

– A me non me ne importa se vi lascia dormire; ma non voglio che mi prendano la multa per amor vostro, se mi trovano l’uscio aperto a quest’ora.

– Chi ve la piglia la multa? quello sbirro di don Michele? Fatelo venire qui che gliela dò io la multa! ditegli che c’è qui ‘Ntoni Malavoglia, sangue della Madonna!

La Santuzza intanto lo aveva preso per le spalle e lo spingeva fuori dell’uscio. – Andate a dirglielo voi stesso; e andate a cercarvi i guai fuori di qui. Io non ne voglio chiacchiere colla polizia pei vostri begli occhi.

‘Ntoni, vistosi cacciare in quel modo sulla strada, nel fango, e coll’acqua che veniva giù come Dio la mandava, tirò fuori tanto di coltello, e giurava e sacramentava che voleva pungerli tutti quanti, lei e don Michele! Cinghialenta era il solo che stesse in sensi per tutti, e lo tirava pel giubbone, e gli diceva: – Lascia stare per stasera! Non lo sai quello che abbiamo da fare?

Al figlio della Locca allora gli venne una gran voglia di mettersi a piangere, al buio.

– È ubbriaco, osservò Rocco Spatu, messo sotto la gronda. Portatelo qui che gli farà bene.

‘Ntoni, un po’ calmato dall’acqua che gli pioveva dalla gronda, si lasciò condurre da compare Cinghialenta, seguitando a sbuffare, mentre sguazzava nelle pozzanghere, e sacramentava che se incontrava don Michele voleva dargli quello che gli aveva promesso. Tutt’a un tratto si trovò davvero naso a naso con don Michele, il quale ronzava lì intorno anche lui; colla pistola sulla pancia e i calzoni dentro gli stivali. Allora ‘Ntoni si calmò di botto, e tutti e tre si allontanarono quatti quatti, verso la bottega di Pizzuto. Arrivati dietro l’uscio, adesso che don Michele era ben lontano, ‘Ntoni volle a forza che si fermassero per udire quello che diceva.

– Lo vedete dove andava don Michele? e la Santuzza che diceva d’aver sonno! Adesso come faranno se c’è tuttora massaro Filippo nella stalla?

– E tu lascia stare don Michele – disse Cinghialenta, così ci lascerà andare pei fatti nostri.

– Voi altri siete tante canaglie! disse ‘Ntoni, che avete paura di don Michele.

– Stasera sei ubbriaco! ma ti farei vedere se ho paura di don Michele! Ora che ho venduto il mulo non voglio che nessuno venga a vedere come mi guadagno il pane, sangue di un cane!

Là si misero a cianciare a voce bassa a ridosso del muro, intanto che lo scroscio della pioggia copriva i loro discorsi. Ad un tratto suonarono le ore, e tacquero tutti e quattro per stare ad ascoltare.

– Entriamo da compare Pizzuto, disse Cinghialenta. Egli è padrone di tenere la porta aperta sino che vuole, e senza lume fuori.

– È scuro che non ci si vede! disse il figlio della Locca.

– Bisogna bere qualche cosa, col tempo che fa; rispose Rocco Spatu. Se no ci romperemo il naso nella sciara.

Cinghialenta si mise a brontolare: – Come se andassimo a giuocare! Ora vi farò dare dell’acqua col limone da mastro Vanni.

– Io non ho bisogno dell’acqua col limone! saltò su ‘Ntoni; e vedrete se il fatto mio lo saprò fare meglio di voi altri!

Compare Pizzuto non voleva aprire a quell’ora, e rispondeva che era in letto; ma siccome continuavano a picchiare, e minacciavano di svegliare tutto il paese e di far correre la guardia a mettere il naso nei fatti loro, si fece dare la voce e venne ad aprire in mutande.

– Che siete pazzi a picchiare in questo modo? esclamava. Or ora ho visto passare don Michele.

– Sì, l’abbiamo visto anche noi; adesso sta recitando il rosario colla Santuzza.

– Che lo sai d’onde viene don Michele? gli domandò Pizzuto guardandolo negli occhi: ‘Ntoni fece una spallata; e Vanni mentre si faceva da parte per lasciarli entrare, ammiccò a Rocco e a Cinghialenta:

– È stato dalle Malavoglia, soffiò loro nell’orecchio. – L’ho visto escire io!

– Buon prò, rispose Cinghialenta; ma bisognerebbe dire a ‘Ntoni che raccomandi a sua sorella di trattenere don Michele tutta la notte, quando abbiamo da fare…

– Che cosa volete da me? chiese ‘Ntoni colla lingua grossa.

– Niente, non è affare per questa sera.

– Se non è affare per questa sera perché mi avete fatto lasciar l’osteria, che son tutto fradicio dalla pioggia? disse Rocco Spatu.

– È un altro discorso che stavamo facendo con compare Cinghialenta.

E Pizzuto aggiunse:

– Sì, è venuto l’uomo dalla città, e ha detto che per questa sera la roba è là, ma sarà un affare grosso sbarcarla con questo tempo.

– Tanto meglio; così nessuno ci vede a sbarcarla.

– Sì, ma le guardie hanno l’orecchio fino; e badate che m’è parso di vederle ronzare qui davanti, e guardare dentro la bottega.

Allora successe un momento di silenzio, e compare Vanni, per finirla, andò a riempire tre bicchieri di erbabianca.

– Me ne impipo delle guardie! esclamò Rocco Spatu dopo che ebbe bevuto. – Peggio per loro se vengono a mettere il naso nei fatti miei; ho qui il mio temperino che non fa tanto chiasso come le loro pistole.

– Noi ci buschiamo il pane come possiamo, e non vogliamo far male a nessuno! aggiunse Cinghialenta. – O che uno non è più padrone di farsi sbarcare la roba dove vuole?

– Loro stanno a spasso come i ladri, per farsi pagare il dazio di ogni fazzoletto da naso che volete portare a terra, e nessuno li prende a schioppettate; aggiunse ‘Ntoni Malavoglia. – Sapete cos’ha detto don Giammaria? che rubare ai ladri non è peccato. E i primi ladri son quelli coi galloni, che ci mangiano vivi.

– Vogliamo farne tonnina! conchiuse Rocco Spatu, cogli occhi lucenti al pari di un gatto.

Ma a quel discorso il figlio della Locca posò il bicchierino senza accostarlo alla bocca, giallo come un morto.

– Che sei già ubbriaco? gli chiese Cinghialenta.

– No, rispose lui, non ho bevuto.

– Esciamo fuori che l’aria aperta farà bene a tutti. Buona notte a chi resta.

– Un momento! gridò Pizzuto colla mano sul battente. – Non è pei soldi dell’erbabianca; questa ve l’ho data per niente, come amici che siete; ma vi raccomando, eh! La mia casa è qui per voi altri, se l’affare va bene. Sapete che ci ho lì dietro una camera dove ci starebbe un bastimento di roba, e nessuno ci mette il naso, ché con don Michele e le sue guardie siamo come pane e cacio. Di compare Piedipapera non mi fido, perché l’altra volta mi fece le corna, e andò a portare la roba in casa di don Silvestro. Don Silvestro non si contenterebbe mai di quel che gli dareste di sua parte, col pretesto che arrischia di perdere il posto; ma con me non avete questo timore, e mi darete quel ch’è giusto. E sì che a compare Piedipapera non gli ho mai negato la senseria, e gli dò il bicchierino ogni volta che viene qui, e la barba gliela faccio per niente. Ma santo diavolone! se mi fa le corna un’altra volta non voglio passar per minchione, e andrò a contare a don Michele tutte queste bricconate.

– No, no! compare Vanni; non c’è bisogno d’andarle a contare a don Michele! E Piedipapera s’è visto stasera?

– Neanche sulla piazza; era lì nella spezieria a fare la repubblica collo speziale. Ogni volta che si fa il colpo egli voga al largo, per provare che lui non ci entra in tutto quel che può succedere. È volpe vecchia e le palle delle guardie non lo coglieranno mai, sebbene sia zoppo come il diavolo. Poi domattina, a cose fatte, verrà a riscuotere la senseria, colla faccia tosta. Ma le palle le lascia pegli altri.

– Piove sempre! disse Rocco Spatu. Che non vuol finire stanotte?

– Con questo tempaccio non ci sarà nessuno al Rotolo, soggiunse il figlio della Locca, ed è meglio tornarsene a casa.

‘Ntoni, Cinghialenta e Rocco Spatu, che erano sulla soglia, davanti alla pioggia che scrosciava come il pesce nella padella, rimasero un momento zitti, guardando nel buio.

– Minchione che sei! esclamò Cinghialenta per fargli coraggio, e Vanni Pizzuto adagio adagio chiuse l’uscio, dopo di aver detto sottovoce:

– Sentite, veh! se vi accadesse qualche disgrazia, voi non m’avete visto stasera! Il bicchierino ve l’ho dato per l’amicizia, ma in casa mia non ci siete stati. Non mi tradite, che non ho nessuno al mondo.

Gli altri se ne andarono mogi mogi, sotto la pioggia, rasente i muri. – E anche costui! masticava fra i denti Cinghialenta, – che sta a sparlare di Piedipapera, e dice che non ha nessuno al mondo. Almeno Piedipapera ci ha la moglie. E ci ho la moglie anch’io! Ma io son di quelli delle palle!…

In quel momento passavano quatti quatti dietro l’uscio della cugina Anna, e Rocco Spatu disse che anche lui ci aveva la mamma, la quale a quell’ora stava dormendo, beata lei.

– Chi può starsene fra le lenzuola, con questo tempaccio, non va in giro di certo; conchiuse compare Cinghialenta.

‘Ntoni fece segno di star zitti, e di scantonare per la viottola, onde evitare di passare davanti alla sua casa, ché Mena o il nonno potevano stare ad aspettarlo, e li avrebbero uditi.

– Non sta ad aspettar te, no, tua sorella; gli diceva quell’ubbriacone di Rocco Spatu. Se mai aspetta don Michele!

‘Ntoni allora voleva mangiargli l’anima, mentre si trovava il coltello in tasca, e Cinghialenta chiese loro se erano ubbriachi, a volersi quistionare per delle sciocchezze, mentre andavano a fare quello che sapevano.

Mena infatti aspettava il fratello dietro l’uscio, col rosario in mano, ed anche Lia, senza dir nulla di quello che sapeva, ma pallida come una morta. E meglio sarebbe stato per tutti che ‘Ntoni fosse passato per la strada del Nero, invece di scantonare per la viottola. Don Michele c’era stato davvero verso un’ora di notte, e aveva picchiato all’uscio.

– Chi è a quest’ora? disse Lia, la quale orlava di nascosto un fazzoletto di seta che don Michele infine era riescito a farle prendere.

– Sono io, don Michele; aprite che devo parlarvi di premura!

– Non apro perché tutti sono in letto e mia sorella è di là ad aspettare ‘Ntoni dietro l’uscio.

– Se vostra sorella vi sente ad aprire non fa nulla. Si tratta appunto di ‘Ntoni, ed è affare di premura. Non voglio che vada in galera vostro fratello. Ma apritemi, che se mi vedono qui perdo il pane.

– Oh vergine Maria! cominciò a dire allora la ragazza. Oh vergine Maria!

– Chiudetelo in casa stanotte, vostro fratello, come torna. Ma non gli dite che ci sono stato io. Ditegli che è meglio che stia in casa. Diteglielo!

– Oh vergine Maria! Oh vergine Maria! ripeteva Lia colle mani giunte.

– Adesso è all’osteria, ma deve passar di qua. Voi aspettatelo sull’uscio, che è meglio per lui.

Lia piangeva sottovoce, perché non udisse sua sorella, col viso nelle mani, e don Michele la vedeva piangere, colle pistole sulla pancia e i calzoni dentro gli stivali. – Per me stasera non c’è nessuno che stia inquieto, o che si metta a piangere, comare Lia, ma anch’io sono in pericolo come vostro fratello. Allora, se mi accade qualche disgrazia, pensateci che son venuto ad avvertirvi ed ho arrischiato di perdere il pane per voi!

Allora Lia alzò il viso dalle mani, e lo guardò cogli occhi pieni di lacrime. – Dio ve la paga, don Michele, la carità!

– Io non voglio esser pagato, comare Lia; l’ho fatto per voi e pel bene che vi voglio.

– Ora andatevene, che tutti dormono! andatevene, per l’amor di Dio, don Michele!

Don Michele se ne andò, ed ella rimase dietro l’uscio a dire il rosario per suo fratello; e pregava il Signore che lo mandasse da quelle parti.

Ma il Signore non ve lo mandò. Tutti e quattro, ‘Ntoni, Cinghialenta, Rocco Spatu e il figlio della Locca, filavano quatti quatti lungo i muri della viottola, e come furono sulla sciara si cavarono le scarpe, e stettero ad origliare un po’, inquieti e colle scarpe in mano.

– Non si sente nulla, disse Cinghialenta.

La pioggia continuava a cadere, e dalla sciara non si udiva altro che il brontolare del mare là sotto.

– Non ci si vede nemmeno a bestemmiare, disse Rocco Spatu. Come faranno ad afferrare lo scoglio dei colombi con questo scuro?

– Sono tutti gente pratica, rispose Cinghialenta. Conoscono le coste, palmo a palmo, ad occhi chiusi.

– Ma io non sento nulla! osservò ‘Ntoni.

– È vero, non si sente nulla! rispose Cinghialenta. Ma devono essere laggiù da un pezzo.

– Allora è meglio tornarsene a casa, aggiunse il figlio della Locca.

– Tu ora che hai mangiato e bevuto non pensi ad altro che a tornartene a casa; ma se non stai zitto ti butto in mare con una pedata! gli disse Cinghialenta.

– Il fatto è, brontolò Rocco, che mi secca passar qui la notte, senza far nulla.

– Ora sapremo se ci sono o no; e si misero a fare lo strido della civetta.

– Se sentono le guardie di don Michele, disse ‘Ntoni, correranno qui subito, perché con una notte come questa le civette non vanno in giro.

– Allora è meglio andarcene, piagnucolò il figlio della Locca, giacché nessuno risponde.

Tutti e quattro si guardarono in volto, sebbene non si vedessero, e pensarono a quel che aveva detto ‘Ntoni di padron ‘Ntoni.

– Che facciamo? tornò a dire il figlio della Locca.

– Scendiamo sulla strada, propose Cinghialenta; se non c’è nessuno nemmeno là, vuol dire che non son venuti.

‘Ntoni, mentre scendevano sulla strada disse:

– Piedipapera è capace di venderci tutti per un bicchiere di vino.

– Ora che non hai più il bicchiere dinanzi, gli disse Cinghialenta, hai paura anche tu.

– Andiamo, sangue del diavolo! Vi farò vedere se ho paura.

Nello scendere adagio adagio per gli scogli, tenendosi bene per non rompersi il collo, Spatu osservò sottovoce:

– Vanni Pizzuto a quest’ora è nel suo letto, lui che se la prendeva con Piedipapera perché si acchiappa la senseria senza far nulla.

– Orbè! conchiuse Cinghialenta, se non volete rischiar la pelle, dovevate restare a casa a dormire.

Nessuno fiatò più, e ‘Ntoni andava pensando, mentre metteva le mani avanti per vedere dove posava i piedi, che compare Cinghialenta avrebbe potuto fare a meno di dir così, perché a ciascuno in quei frangenti gli viene davanti agli occhi la sua casa, col letto e la Mena che sonnecchiava dietro l’uscio.

Quell’ubbriacone di Rocco Spatu disse infine:

– La nostra pelle non vale un baiocco.

– Chi va là! udirono gridare a un tratto dietro il muro della strada. – Fermi! fermi tutti!

– Tradimento! tradimento! cominciarono a gridare, mettendosi a fuggire per la sciara, senza badare più dove mettevano i piedi.

Ma ‘Ntoni che aveva già scavalcato il muro si trovò naso a naso con don Michele, il quale aveva la pistola in pugno.

– Sangue della Madonna! gridò Malavoglia tirando fuori il coltello; voglio farvi vedere se ho paura della pistola!

La pistola di don Michele partì in aria, ma egli stramazzò come un bue, colpito al petto. ‘Ntoni allora voleva fuggire, saltando meglio di un capriolo, però le guardie gli furono addosso, intanto che piovevano le schioppettate come la grandine, e lo gettarono a terra.

– Ora come farà mia mamma! piagnucolava il figlio della Locca, mentre lo legavano peggio di Cristo.

– Non stringete tanto forte, sangue della Madonna! urlava ‘Ntoni; lo vedete che non posso più muovermi!

– Va là, va là, Malavoglia! gli rispondevano. Il tuo conto è bello e aggiustato! e lo spingevano a boccate di carabina.

Mentre lo conducevano in caserma, legato peggio di Cristo anche lui, e gli portavano dietro don Michele, sulle spalle delle guardie, andava cercando cogli occhi dove fossero Cinghialenta e Rocco Spatu. – L’hanno scappata! diceva fra di sé; non hanno a temere più niente, come Vanni Pizzuto e Piedipapera che dormono fra le lenzuola a quest’ora. Soltanto a casa mia non dormono più, dacché hanno udito le schioppettate.

Infatti quei poveretti non dormivano, e stavano sulla porta, sotto la pioggia, come se avesse parlato loro il cuore; mentre i vicini, si voltavano dall’altra parte, e tornavano a dormire, sbadigliando: – Domani sapremo cos’è stato.

Sul tardi, appena principiò a rompere l’alba, la gente si affollava davanti alla bottega di Pizzuto, che c’era ancora il lumicino; e lì si faceva un gran chiacchierare di quel che era successo, in quel diavolio della notte.

– Hanno sorpreso il contrabbando e i contrabbandieri; raccontava Pizzuto, – e don Michele ci ha buscato una coltellata. – La gente guardava verso la porta dei Malavoglia, e faceva segno col dito. Infine venne la cugina Anna, tutta spettinata, bianca come un cencio, e non sapeva che dire. Padron ‘Ntoni, come se gli parlasse il cuore, domandò: – E ‘Ntoni? Sapete dov’è ‘Ntoni? – L’hanno arrestato stanotte nel contrabbando, insieme al figlio della Locca! – rispose la cugina Anna, la quale aveva perduto la testa. – Hanno ammazzato don Michele!

– Ah! mamma mia! – gridò il vecchio cacciandosi le mani nei capelli; ed anche la Lia si era cacciate le mani nei capelli. Padron ‘Ntoni, sempre colle mani in testa, non faceva altro che dire: – Ah! mamma mia! Ah! mamma mia!

Sul tardi venne Piedipapera, colla faccia angustiata, picchiandosi la fronte: – Avete sentito, eh, padron ‘Ntoni, che disgrazia! Io son rimasto di sale quando l’ho saputo. – Comare Grazia, sua moglie, piangeva davvero, poveretta, vedendo come le disgrazie fioccavano nella casa dei Malavoglia. – Tu che ci vieni a fare? gli diceva sottovoce suo marito, tirandola vicino alla finestra. – Tu non ci entri. Adesso a bazzicare in questa casa si tira addosso gli occhi degli sbirri.

La gente perciò non si affacciava nemmeno all’uscio dei Malavoglia. Solo la Nunziata, appena sentita la notizia, aveva affidato i ragazzi al più grandicello, e raccomandata la sua casa alla vicina, ed era corsa da comare Mena, a piangere con lei, come una che non aveva ancora gli anni del giudizio. Gli altri stavano a godersi la vista da lontano, sulla strada, o si affollavano come le mosche davanti alla caserma, per vedere come sembrava ‘Ntoni di padron ‘Ntoni dietro la grata, dopo che aveva dato la coltellata a don Michele; oppure correvano nella bottega di Pizzuto, il quale vendeva acquabianca, e faceva la barba, e raccontava ogni cosa com’era stata, parola per parola.

– I minchioni! sentenziava lo speziale. Vedete chi si lascia prendere? i minchioni!

– Sarà un affare brutto! aggiungeva don Silvestro; la galera non gliela levano nemmeno col rasoio.

E don Giammaria andava a dirgli sul mostaccio: – In galera non ci vanno quelli che dovrebbero andarci!

– Sicuro! non ci vanno! rispondeva don Silvestro colla faccia tosta.

– Al giorno d’oggi, aggiungeva padron Cipolla, giallo dalla bile, i veri ladri vi rubano il fatto vostro di mezzogiorno, e in mezzo alla piazza. Vi si ficcano in casa, per forza, senza rompere né porte né finestre.

– Come voleva fare in casa mia ‘Ntoni Malavoglia, aggiungeva la Zuppidda, venendo a filare la sua canapa nel crocchio.

– Io te l’ho sempre detto, pace degli angeli! cominciava suo marito.

– Voi state zitto, che non sapete niente! Guardate che giornata sarebbe venuta adesso per mia figlia Barbara, se non stavo all’erta!

Sua figlia Barbara stava alla finestra, per vedere passare fra gli sbirri ‘Ntoni di padron ‘Ntoni quando l’avrebbero portato alla città.

– Di là non n’esce più – dicevano tutti. – Sapete cosa c’è scritto alla Vicaria di Palermo? «Corri quanto vuoi che qui t’aspetto!» e «il malo ferro se lo mangia la mola». Poveri diavoli!

– La buona gente non ci si mette a quel mestiere! sbraitava la Vespa. – I guai li ha chi li cerca. Vedete chi ci si mette a queste cose? Chi non fa altro mestiere, ed è un malarnese, come Malavoglia, e il figlio della Locca! – Tutti dicevano di sì, che quando capita un figlio di quella fatta è meglio che gli caschi la casa addosso. La sola Locca, andava cercando suo figlio, e si piantava davanti alla caserma delle guardie, strepitando che glielo dessero, senza voler sentir ragione; e quando andava a seccare suo fratello Campana di legno, e si piantava sugli scalini del ballatoio per delle ore intere, coi capelli bianchi che svolazzavano, lo zio Crocifisso gli diceva: – La galera ce l’ho in casa! Vorrei esserci io al posto di tuo figlio! Cosa vuoi da me? Già il pane non te lo portava nemmeno lui!

– La Locca ci guadagna! osservava don Silvestro. Ora che non ha più quel pretesto di averci chi la mantiene, la metteranno all’albergo dei poveri, e mangerà pasta e carne tutti i giorni. Se no resta a carico del comune.

E come tornavano a concludere che «il malo ferro se lo mangia la mola», padron Fortunato soggiungeva:

– È un buon affare anche per padron ‘Ntoni. Credete che non gliene mangi dei soldi quel malarnese di suo nipote? Io lo so quel che vuol dire un figlio che vi fa questa riuscita! Ora glielo manterrà il re.

Ma padron ‘Ntoni invece di pensare a risparmiare quei soldi, adesso che il nipote non glieli mangiava più, seguitava a buttarglieli dietro, con avvocati e mangiacarte – quei soldi che costavano tanto, e che erano destinati alla casa del nespolo. – Ora non abbiamo più bisogno della casa, né di nulla! – diceva egli col viso pallido come quello di ‘Ntoni, quando l’avevano condotto in città fra gli sbirri, e tutto il paese era andato a vederlo colle mani legate e il fagotto delle camicie sotto il braccio, che glielo aveva portato piangendo Mena, di sera, quando nessuno poteva vederla. Il nonno era andato a cercare l’avvocato, quello delle chiacchiere, che adesso, dopo aver visto passare anche don Michele, mentre lo portavano all’ospedale, in carrozza, colla faccia gialla lui pure, e la montura sbottonata, il povero vecchio aveva paura, e non stava a cercare il pelo nell’uovo colle chiacchiere dell’avvocato, purché gli sciogliessero le mani a suo nipote e lo lasciassero tornare a casa; giacché gli pareva che ‘Ntoni dopo quel terremoto dovesse tornare a casa e starsene sempre con loro, come quando era ragazzo.

Don Silvestro gli fece la carità d’andar con lui dall’avvocato, perché diceva che quando a un cristiano accade una disgrazia come quella dei Malavoglia, bisogna aiutare il prossimo colle mani e coi piedi, fosse pure un birbante da galera, e fare il possibile per levarlo di mano alla giustizia, per questo siamo cristiani e dobbiamo aiutare i nostri simili. L’avvocato, dopo che ebbe udito ogni cosa, e si fu raccapezzato per merito di don Silvestro, disse che era una bella causa, da buscarsi sicuro la galera, se non c’era lui, e si fregava le mani. Padron ‘Ntoni diventava molle come un minchione al sentir parlare di galera; ma il dottor Scipione gli batteva sulla spalla, e gli diceva che non era dottore se non gliela faceva cavare con quattro o cinque anni di prigione.

– Cosa ha detto l’avvocato? domandò Mena appena vide comparire il nonno con quella faccia; e si mise a piangere prima di udire la risposta. Il vecchio si strappava quei pochi capelli bianchi, e andava come un pazzo per la casa, ripetendo: – Ah! perché non siamo morti tutti! – Lia, bianca come la camicia, piantava tanto d’occhi in faccia a ciascuno che parlava, senza potere aprir bocca. Poco dopo arrivò la citazione per testimonianza a Barbara Zuppidda, a Grazia Piedipapera, e don Franco lo speziale, e a tutti quelli che chiacchieravano nella piazza e nella bottega di Pizzuto; sicché il paese intero si mise in subbuglio, e la gente si affollava colla carta bollata in mano, e giurava che non sapeva nulla, com’è vero Dio! perché non voleva averci che fare colla giustizia. Accidenti a ‘Ntoni e ai Malavoglia che li tiravano pei capelli nei loro imbrogli. La Zuppidda strillava come un’ossessa: – Io non so niente; io all’avemaria mi chiudo in casa, e non sono come loro che vanno in giro per fare quello che fanno, o che stanno sull’uscio per cicalare con gli sbirri.

– Alla larga col governo! aggiungeva don Franco. Sanno che sono repubblicano, e sarebbero contenti di acchiappare un pretesto per farmi sparire dalla faccia della terra.

La gente si logorava il cervello a sapere che cosa potessero dire in testimonianza la Zuppidda e comare Grazia e gli altri, che non avevano visto niente, e le schioppettate l’avevano udite dal letto, mentre dormivano. Ma don Silvestro si fregava le mani come l’avvocato, e diceva che lo sapeva lui perché li avevano citati, ed era meglio per l’avvocato. Ogni volta che l’avvocato andava a parlare con ‘Ntoni Malavoglia, don Silvestro l’accompagnava alla prigione, quando non avea nulla da fare; al consiglio adesso non ci andava nessuno, e le ulive erano raccolte. Anche padron ‘Ntoni aveva tentato d’andarci due o tre volte; ma com’era arrivato davanti a quelle finestre colle inferriate, e i soldati col fucile che le guardavano, e guardavano tutti coloro che entravano, si era sentito male allo stomaco, ed era rimasto ad aspettare lì davanti, seduto sul marciapiedi, in mezzo a quelli che vendevano castagne e fichidindia, e non gli pareva vero che il suo ‘Ntoni fosse là, dietro a quelle grate, coi soldati a guardia. L’avvocato poi tornava dal chiacchierare con ‘Ntoni fresco come una rosa, fregandosi le mani; e gli diceva che suo nipote stava bene, anzi era ingrassato. Adesso al povero vecchio gli pareva che suo nipote fosse dei soldati.

– Perché non me lo lasciano andare? – domandava ogni volta come un pappagallo, o come un ragazzo che non sente ragione, e voleva anche sapere se lo tenevano colle mani legate. – Lasciatelo stare dov’è, gli rispondeva il dottor Scipioni. In queste cose è meglio farci passare del tempo sopra. Già non gli manca nulla, ve l’ho detto, e ingrassa come un cappone. Le cose vanno bene. Don Michele è quasi guarito dalla sua ferita, e anche questo per noi è una cosa buona. Non ci pensate, vi dico, e tornatevene nella barca ché questo è affar mio.

– Non ci posso tornare nella barca, ora che ‘Ntoni è carcerato; non ci posso tornare. Ognuno ci guarderebbe dove passiamo, e poi non ho più la testa al suo posto, ora che ‘Ntoni è carcerato.

E tornava a ripetere sempre la stessa cosa, intanto che i denari se ne andavano come l’acqua, e tutti i suoi passavano le giornate rincantucciati in casa, coll’uscio chiuso.

Finalmente arrivò il giorno della citazione, e bisognava che quelli che ci erano scritti andassero al tribunale coi loro piedi, se non volevano andarci coi carabinieri. Ci andò persino don Franco, il quale lasciò il cappellaccio nero per comparire davanti alla giustizia, ed era pallido peggio di ‘Ntoni Malavoglia che stava dietro la grata come una bestia feroce, coi carabinieri allato. Don Franco non ci aveva avuto mai a fare colla giustizia, e gli rompeva le scarabattole dover comparire per la prima volta davanti a quella manica di giudici e di sbirri che uno ve lo mettono dietro la grata come ‘Ntoni Malavoglia in un batter d’occhio.

Tutto il paese era andato a vedere che faccia ci avesse dietro la grata ‘Ntoni di padron ‘Ntoni, in mezzo ai carabinieri, e giallo come una candela, che non ardiva soffiarsi il naso per non vedere tutti quegli occhi d’amici e di conoscenti che se lo mangiavano, e voltava e rivoltava nelle mani il suo berretto, mentre il presidente, col robone nero e la tovaglia sotto il mento, gli spifferava tutte le birbonate che aveva fatto, ed erano scritte senza che vi mancasse una parola sulla carta. Don Michele era là, giallo anche lui, seduto sulla sedia, di faccia ai giudei che sbadigliavano e si facevano vento col fazzoletto. L’avvocato intanto chiacchierava sottovoce col suo vicino, come se non fosse stato fatto suo.

– Per stavolta, mormorava la Zuppidda all’orecchio della vicina, udendo tutte quelle porcherie che ‘Ntoni aveva fatto, la galera non gliela levano di certo.

C’era anche la Santuzza, per dire alla giustizia dove era stato ‘Ntoni e dove aveva passata quella sera. – Guardate cosa vanno a domandare alla Santuzza, borbottava la Zuppidda. Son curiosa di sentire cosa risponderà, per non spiattellare alla giustizia tutti i fatti suoi.

– Ma da noi che vogliono sapere? domandò comare Grazia.

– Vogliono sapere se è vero che la Lia se la intendeva con don Michele, e che suo fratello ‘Ntoni abbia voluto ammazzarlo per tagliarsi le corna; me l’ha detto l’avvocato.

– Che vi venga il colèra! soffiò loro lo speziale facendo gli occhiacci. Volete che andiamo tutti in galera? Sappiate che colla giustizia bisogna dir sempre di no, e che noi non sappiamo niente.

Comare Venera si rincantucciò nella mantellina, ma seguitò a borbottare. – Questa è la verità. Li ho visti io cogli occhi miei, e lo sa tutto il paese.

Quella mattina nella casa dei Malavoglia c’era stata una tragedia, che il nonno, come aveva visto partire tutto il paese, per andare a sentire condannare ‘Ntoni, aveva voluto correre cogli altri, e Lia, coi capelli arruffati, gli occhi pazzi e il mento che ballava, avrebbe voluto andare anche lei, e cercava la mantellina per la casa senza dir nulla, ma colla faccia stravolta e le mani tremanti. Mena però l’aveva afferrata per le mani, pallida anche lei, e le diceva: – No, tu non ci devi andare! tu non ci devi andare! – e non le diceva altro. Il nonno aggiungeva che loro dovevano stare in casa, a pregare la Madonna; e il piagnisteo si udiva per tutta la strada del Nero. Il povero vecchio appena fu alla città, nascosto dietro una cantonata, vide passare suo nipote in mezzo ai carabinieri, e colle gambe che gli si piegavano ad ogni passo andò a sedersi sulla scala del tribunale, in mezzo alla gente che saliva e scendeva pei fatti suoi. Poi al pensare che tutta quella gente andava a sentire condannare suo nipote, là in mezzo ai soldati, davanti ai giudici, gli parve come se l’avesse abbandonato in mezzo a una piazza, o in un mare in burrasca, e salì anche lui colla folla, levandosi sulla punta dei piedi, per vedere la grata in alto, coi cappelli dei carabinieri, e le baionette che luccicavano. ‘Ntoni però non si vedeva, in mezzo a tutta quella gente, e il povero vecchio pensava sempre che adesso suo nipote era dei soldati.

Intanto l’avvocato chiacchierava e chiacchierava che le parole andavano come la carrucola di un pozzo. Diceva di no, che non era vero che ‘Ntoni Malavoglia avesse fatto tutte quelle birbonate. Il presidente era andato a scavarle fuori per cacciare nei guai un povero figliuolo, poiché questo era il suo mestiere. Ma infine come poteva dirlo il presidente? L’aveva visto lui forse ‘Ntoni Malavoglia quella notte, col buio che faceva? «Alla casa del povero ognuno ha ragione» e «La forca è fatta pel disgraziato». Il presidente senza darsene per inteso lo guardava cogli occhiali, e i gomiti appoggiati sui libracci. Il dottor Scipioni tornava a dire che voleva sapere dov’era il contrabbando! e da quando in qua un galantuomo non potesse andare a spasso all’ora che gli pareva e piaceva, massime se ci aveva un po’ di vino in testa, per smaltirlo. Padron ‘Ntoni allora affermava col capo, e diceva di sì! di sì colle lagrime negli occhi, ché avrebbe abbracciato in quel momento l’avvocato il quale diceva che ‘Ntoni era un ubbriacone. Ad un tratto rizzò il capo. Questa era buona! questa che diceva l’avvocato valeva da sola cinquanta lire: diceva che poiché volevano metterlo colle spalle al muro, e volevano provargli come quattro e quattr’otto che ‘Ntoni l’avevano acchiappato proprio sul fatto, col coltello in mano, e gli avevano portato don Michele là davanti, colla faccia da minchione per tanto di coltellata che s’era presa nello stomaco: – Chi dice che gliel’ha data ‘Ntoni Malavoglia? predicava l’avvocato. Chi lo può provare? e chi lo sa se don Michele non se l’era data da sé la coltellata, apposta per mandare in galera ‘Ntoni Malavoglia? Ebbene volevano saperlo? Il contrabbando non ci entrava proprio per nulla! Fra don Michele e ‘Ntoni di padron ‘Ntoni c’era della ruggine vecchia per affar di donne. – E padron ‘Ntoni tornava a far segno col capo, che se l’avessero fatto giurare davanti al crocifisso l’avrebbe giurato, e lo sapeva tutto il paese, la storia della Santuzza con don Michele, il quale si mangiava le mani dalla gelosia, dopo che la Santuzza s’era incapricciata di ‘Ntoni, e s’erano incontrati di notte con don Michele, e dopo che il ragazzo aveva bevuto; si sa come succede quando non ci si vede più dagli occhi. L’avvocato continuava: – Potevano domandarlo un’altra volta alla Zuppidda, e a comare Venera, e a centomila testimoni, che don Michele se la intendeva con la Lia, la sorella di ‘Ntoni Malavoglia, e ronzava là da quelle parti della strada del Nero tutte le sere per la ragazza. L’avevano visto anche quella notte della coltellata!

Allora padron ‘Ntoni non udì più nulla, perché le orecchie gli si misero a zufolare, e vide per la prima volta ‘Ntoni, il quale s’era alzato anche lui nella gabbia, e strappava il berretto colle mani, facendo certi occhi da spiritato, e voleva parlare, accennando col capo di no, di no! I vicini portarono via il vecchio, credendo che gli fosse venuto un accidente; e i carabinieri lo coricarono giusto nella camera dei testimoni, sul tavolaccio, e gli buttarono l’acqua sulla faccia. Più tardi, mentre lo facevano scendere per le scale, barcollante, reggendolo sotto le ascelle, la folla usciva anch’essa come una fiumana, e si sentiva dire: – L’hanno condannato ai ferri, per cinque anni. – In quel momento ‘Ntoni usciva dall’altra porticina anche lui, pallido, in mezzo ai carabinieri, ammanettato come un Cristo.

La gnà Grazia si mise a correre verso il paese, e arrivò prima degli altri, con tanto di lingua fuori, perché la malanuova la porta l’uccello. Appena vide Lia la quale aspettava sull’uscio, come un’anima del purgatorio, le disse prendendole le mani, e tutta sottosopra anche lei.

– Cosa avete fatto, scellerata! che al giudice hanno detto che ve l’intendete con don Michele, e a vostro nonno gli è venuto un accidente!

Lia non disse nulla, come non avesse udito, o non gliene importasse niente. Rimase a guardarla cogli occhi sbarrati e la bocca aperta. Infine adagio adagio cadde sulla sedia, e parve che le avessero rotto le gambe in un colpo. Poi, dopo che fu stata un gran pezzo a quel modo, senza muoversi e senza dire una parola, che comare Grazia le gettava l’acqua sulla faccia, cominciò a balbettare: – Voglio andarmene! non voglio starci più qui! – e l’andava dicendo al canterano, e alle seggiole, come una pazza, che invano sua sorella le andava dietro piangendo, – Te l’aveva detto! te l’aveva detto! – e cercava di afferrarla un’altra volta per le mani. La sera, come portarono il nonno sul carro, e Mena era corsa ad incontrarlo, che oramai non si vergognava più della gente, Lia uscì nel cortile e poscia nella strada, e se ne andò davvero, e nessuno la vide più.