Francesco Domenico Guerrazzi – I nuovi tartufi

«Questa fu la sua fine: ecco le sue virtù. O Muzio, noi rendiamo omaggio a te che fosti così operoso membro delle nostre adunanze fraterne, egregio sposo, ottimo padre, eccellente amico, dei poveri soccorritore larghissimo, consolatore degli afflitti….. Tu non corresti mai dietro alla gatta altrui se non era più bella della tua. Tu non divorasti mai i tuoi figliuoli come Saturno, e solo consentivi che il tuo padrone li affogasse onde non assottigliassero il tuo mangiare. Animoso difensore della verità, tu avresti dato per lei la vita se tu ne avessi avuto due. Benefattore dei poveri, ponevi da parte per loro le teste dei pesci quando ti eri sazio dei corpi. O amici, sforziamoci imitare questo filogatto, onde essere degni un giorno di lasciarci dietro simili desiderii. Intanto, dormi in pace, o Muzio, e la terra ti sia leggiera.»

HOFFMANN, Orazione funebre del gatto Muzio.

«Da quel caso in poi la mia infanzia scorse per una sterilità spaventevole di sensazioni….. ed io soprattutto m’irrito contro gli stupidi genitori che assettano i loro figli negl’Istituti ove tutte l’educazioni di natura diverse sono tagliuzzate sopra il modello medesimo.»

HOFFMANN, Manoscritto del gatto Murr.

Mi stese la mano,—come tutte le sere quando io lo lasciava sopra la soglia della sua casa dopo avere percorso più miglia lungo il lido del mare silenziosi e mesti.

Giovani entrambi, quantunque d’indole, di corpo e di voglie affatto diverse, una invincibile tristezza ci univa finchè gli durò la vita, la quale fu breve e senza gioie: egli rassegnato, io ribellante; egli mansueto, almeno in sembianza, io iroso; egli sazio del presente, disperato del futuro, io dell’avvenire fidentissimo, e cupido d’impadronirmi del tempo; egli argomentatore per via di formule, io pieno di fantasimi; egli pauroso di darsi in balía delle immaginazioni, io non che inchinevole, lieto di lasciarmi trasportare dal torrente della fantasia; egli biondo e di sguardo azzurro e tranquillo, io nero e bieco: e nonostante, la tristezza comune ci tenne uniti. Così ai tempi del Terrore in Francia il taglio del ferro congiunse in fondo della paniera con bacio sanguinoso la testa del nobile e del plebeo, del bello e del brutto, dell’animoso e del codardo!

Mi stese la mano con la quale egli soleva stringere la mia,—più forte se alla stretta non aggiungeva parola;—meno forte se l’atto accompagnava con un saluto di addio, o con un desiderio di rivedermi il giorno veniente.

Povero amico! l’amarezza infinita che contristò tuoi pochi giorni non poteva trovare conforto nel mondo, però che non derivasse da obietti o da casi esteriori, ma sì da incognita, interna, ed arcana scaturigine del cuore; e come se sapesse che presto avrebbe abbandonato la vita, così per averla maggiormente in odio pose ogni studio a inacerbire i disagi fisici e morali, come se essi non fossero di per se medesimi abbastanza incomportabili.—Nonostante a lui piacque così; e quantunque di beni largamente provvisto, egli sempre repugnò adoperarli se non in quanto i bisogni più urgenti della vita desiderassero. Sofferse il freddo, sprezzò ogni comodo, fu schivo di masserizie eleganti e di arnesi leggiadri. A un tratto parve talentarsi di libri, e ne acquistò dei rari; all’improvviso si rimase, per paura che questa passione lo vincesse, ripetendo il detto dell’Ecclesiaste: nella molta scienza è molta angustia, e tutto è vanità ed afflizione di spirito.—Nelle vesti procedè squallido oltre il dovere, se togli i pannilini che costumò sempre candidissimi ed eletti. Però temendo che da simili abitudini non gli venisse fama di miseria, tenne usanza di comprarsi panni finissimi e ordinarsi vesti secondo correva il costume; e se il sarto glieli portava, ei li chiudeva negli armarii senza darvi più caso; se poi il sarto non li portava, ed ei li dimenticava.—Un vero santo Simone Stilita, che logorò i suoi giorni in cima alla colonna. Nella notte che trapassò a sorti migliori (e fu di mezzo agosto), essendo io solo dei suoi amici rimasto in camera con lui, aiutato dai servi lo vestii nobilmente di pantaloni bianchi di rara tela russa, sottoveste di raso operato, abito di bel panno turchino con bottoni di oro, camicia e fascetta di battista, e tutto il corredo come se aspettasse in riposo l’ora di andarsene al ballo. Invero anche nella morte era bello; ed egli parve desiderarla come il pellegrino stanco l’ombra dei platani paterni cresciuti su le sponde del rivo.—E dico parve; perchè un giorno,—pendendo uno specchio alla parete di faccia al letto in cui giaceva, e alla porta per la quale io entrava,—mi soffermai a contemplarlo nello specchio, e vidi che piangeva.—Certo io non saprei ben dire se piangesse il fiore della giovanezza perduta, o per tedio che la morte ritardasse tanto a scuoterlo giù dall’albero della vita; pure dacchè stava in potestà sua concluderla, e il modo nè il coraggio gli mancavano, dubito nol facesse per amore della esistenza, dalla quale, per quanto sappiamo, non ci è dato separarci senza rammarico, e forse senza spavento.

E quella sera strinse la mia mano più forte, e non profferì parola; ed io che, sebbene roso dalla medesima malattia, sopportava gravemente vederlo per quel modo disfatto dal verme della tristezza, lo richiamai e gli dissi:

“Ascanio, stasera abbiamo una solennità alla quale potremmo convenire,—non fosse altro per divagarci…”

“Quale?”

“L’adunanza del Mutuo Insegnamento per la distribuzione dei premii. Paionmi cose degne di vedersi quei giovanetti in virtù della istruzione chiamati a nuova vita, e la esultanza dei parenti, e la carità pubblica…”

“A egregie cose accendono le urne dei forti, o Pindemonte… Va tu se vuoi; per me non mi lascio prendere a queste lustre…”

“Ma qui non vedo insidia; e tu, o Ascanio, diffidando sempre di tutto e di tutti, farai come colui che lasciava morirsi di fame per paura di veleno…”

“Di’ piuttosto che per avere bevuto troppo veleno ormai non temo più tossico.—Io parlo a te senza ira e senza amore, e non vorrei che tu lo ridicessi a persona, almeno finchè io viva,—perchè le voglie son piene già della usanza pessima ed antica, del ver sempre nemica,—come avvertiva Messere Francesco. Ora dunque come per me si poteva considerai attentamente i nuovi istituti, i nuovi metodi di ammaestrare, e i provvedimenti di pubblico bene e di carità, sotto due aspetti, per le intenzioni e per le conseguenze, o se vuoi meglio, nelle cause e negli effetti. Per le intenzioni prima di ogni altra cosa ho detto:—E chi sono eglino questi che ci danno ad intendere come nei tempi scorsi non occorressero istituti di pubblica carità? Gli antichi, mossi dal bisogno maraviglioso di esercitare misericordia, distinsero le sventure pubbliche non altrimenti che la botanica classa in famiglie le varie generazioni dei fiori, e fondarono a sollievo di ciascheduna fabbriche singolari delle quali noi smarrimmo perfino il nome. Così chiamarono Xenodochia le case destinate a conforto dei pellegrini stanchi dalla via: Orfanotrofia quelle ove gli orfani nudrivansi ed educavansi: Nosocomia le altre per gl’infermi: Ptocotrofia ove i poveri trovavano sostentamento: Gerontocomia ove i vecchi avevano sollievo negli anni estremi della vita: Brefotrofia ove i neonati e gli esposti si accoglievano. I più sinceri istituti di carità sorsero dalla mente del popolo, perchè la sventura è maestra di soccorso agli sventurati: haud ignara malis miseris succurrere disco. Così narrano che il calzolaro Sorore inventasse gli ospedali, e i facchini di Firenze la Misericordia; ma non posso astenermi da notare come nei tempi che chiamiamo barbari i baroni e i cattani del contado si mostrassero larghi di ospitalità ai pellegrini più abietti e perfino ai Giudei, tenuti a quei giorni in orrore. Che cosa significa pertanto questa odierna iattanza per avere fatto poco e male quello che i padri nostri fecero copiosamente e bene? Che cosa significa questa libidine di appiccare su pei canti i cedoloni per un poco di carità? Perchè suonare trombe, accendere falò, e stampare nome, cognome e titoli di questi rivenduglioli di beneficenza? Qui dentro ho visto vanità somma, e voglia di ostentare in apparenza quanto si toglieva alla sostanza.—Certa trista femmina, quasi sempre presidentessa degli Asili infantili, ad una povera madre che la supplicava di soccorso per nudrire quattro figliuoli in un giorno che l’era mancato il lavoro, ebbe la svergognata audacia di rimproverarle la troppa fecondità!—E cosiffatte femmine si danno un gran dimenío per iscrivere lettere, visitarsi, convocare adunanze, e trovare di ogni maniera motivi per uscire di casa e frequentare ritrovi… dove la carità non guadagna e il buon costume scapita…! Il marito torna a casa, e non trova la moglie: aspetta lungamente e invano. Ove andava ella? Allo Asilo. Ove si trattenne ella? Allo Asilo. Guai se si avvisa muovere lamento! La turba femminina lo scomunica co’ ceri gialli, lo dichiara Turco e antropofago, lo mette all’indice come un libro proibito; e se lo condannano a meno che ad essere arso vivo, egli è per giunta. Mentre vedi mandare a male danari in carte, sopraccarte, ceralacche, e stampe, tu rideresti di rabbia, o mio nervoso Gualberto, se sapessi quante libbre di carne queste male femmine hanno cuore di mettere in pentola per farne la minestra a novanta o cento fanciulline; e se un macellaro…—oh indecentissimo personaggio in mezzo a tante profumate dame!—e se un macellaro, senza che nessuno lo sappia e senza che gl’importi che veruno lo abbia a sapere, non mandasse quotidianamente tanta carne che basti a cavarne un po’ di sostanza, e’ tornerebbe lo stesso che immollare il pane in acqua di Arno.—La ipocrisia, non so se in seguito, ma almeno fin qui, era ottimo mezzo per fare fortuna. Gli uomini per ora non seppero avvantaggiarsi dei casi passati. Il retaggio della esperienza non iscende ai posteri, egli è un legato che ogni generazione si porta seco nella fossa;—e tu, Gualberto, troverai di leggieri questo essere vero, quantunque volte pensi come da Adamo in poi i pesci si prendano con gli ami, gli uccelli con le reti.—Ora devi sapere, Gualberto, che vive una generazione di uomini, che io chiamerò gli Svelti, i quali noi trovammo nel mondo, e ce li lasceremo. Questi Svelti si persuasero che l’antico ordine di cose se ne andava, ed un altro nuovo stava presentissimamente per subentrare; s’ingannarono, perchè la pelliccieria è piena di pelli di volpe. Da lungo tempo se n’erano stati a cavallo al muro, ora si trovarono avere posto tutte e due le gambe da una parte sola: come rimediarvi? Che cosa fare? Gittarsi di un salto all’opposto lato era tardi; quelli che a caso, o per inerzia rimasero fedeli non li avrebbero accolti, o se accolti trattati come servi fuggitivi. Gli Svelti deliberarono mettersi in traccia di un nuovo mondo d’ipocrisia, e con certi metodi di cui avevano appreso il segreto coltivare le contrade scoperte e ricavarne nuove e copiose derrate buone al trono, buone all’interesse, buone alla pietà, buone alla istruzione, e mescolate con qualche prodotto religioso non nato dal vero grano di religione, ma di una cotale veccia religiosa acconcia a farne pane in tempo di carestia,—e così presentarsi ben provvisti al mercato, offrendo alleanza utile ad ambedue. Gli Svelti riuscirono, perchè gl’ipocriti puro sangue, quantunque volessero usare loro il tratto dei formicoloni alle formiche, conoscendo pericolosa la impresa, deliberarono abbracciarli a braccia piene, e baciarli con immenso strepito di labbra, e chiamarli amici e fratelli. Per comune consentimento tolsero per divisa il motto: concordi lumine maior—e il genio dei Tartufi li coperse tutti all’ombra dello immenso suo manto.

Vediamo adesso gli effetti. Quali argomenti adoperarono essi nella istruzione? Intorno alla primaria, non consultati i climi, gli umori e le nature diverse, tolsero di peso sistemi praticati altrove, e li applicarono ai nostri fanciulli. Così Carlo Botta deplora come nelle calate dei Francesi in Italia, alloraquando concessero, per non durare, la facoltà di aggiustarci a nostro senno il freno, gl’Italiani altro non seppero che copiare la costituzione di Francia. A tanto di bassezza eravamo venuti noi altri Italiani, che famosi un giorno nelle arti di reggere i popoli, ormai non sapessimo più come governare noi stessi! Questi sistemi che intendono a fabbricare gli uomini come i mattoni, non credo che possano riuscire tra noi. Moti monotoni in casa, canti a sazietà ripetuti, non partecipano elasticità al corpo, vivezza allo spirito. La obbedienza della macchina male corrisponde alla osservanza spontanea dell’ordine persuasa dall’intelletto, che insegna come la disciplina sia nervo principale di bene regolata milizia. La educazione equivale ai reggimenti politici: anche il reggimento migliore in astratto può trovarsi ad essere il peggiore in concreto. Ottimo ha da reputarsi quel governo che sembra più acconcio a condurre a salute il popolo a cui si appone: così talora giova la democrazia, e talora anche la potestà dittatoriale. Di quale educazione abbiamo mestiero noi altri Italiani adesso? Io te lo dirò, sia pure per fruttarmene taccia di uomo arabico o peggio: noi abbisogniamo di riuscire feroci:

gioventù feroce, Indomita, superba, e di una madre.

La ferocia, o il vigore militare formano, a parere mio, il fondamento della dignità, della sapienza, ed anche della bellezza di un popolo. I Romani chiamavano virtus, virtù, la prestanza militare dell’uomo.—Io per me sempre ho reputato sapientissimo quel concetto di Foscolo, il quale teneva prima in pregio la forza, poi la bellezza, e finalmente lo ingegno. Ma che speri tu mai da queste vespi battezzate… da queste larve di uomini? provati a porre nelle costoro manine un peso più grave di una forchetta:—mira!…. lo hanno lasciato andare per terra….

Intorno alla secondaria… Ma io predicava anche troppo, e me ne venne fastidio:—però buona sera…”

“Ascanio, statti per amore di Dio, e parla: tu taci tanto, e tanto ti rimani concentrato, ch’egli è forza che quando incominci tu faccia un po’ come il mare in Olanda una volta ch’egli abbia sconquassati i dicchi.”

“Che se le mie parole avessero la virtù sopra queste anime che ha la calce sopra i cadaveri,—che se non potendo preservarle dalla putredine valessi a consumarle intere,—oh io parlerei fintantochè mi cessasse a un punto la favella e la vita! Ma è tempo perduto…”

“Non importa; parla per me: parla come il barbiere di Mida, che seppellì i suoi discorsi dentro la fossa.”

“E le canne vi crebbero sopra e propagarono il segreto a tutti i venti. Sta bene, io favellerò dunque come il barbiere del re Mida. E quando il mondo avrà saputo che il re Mida aveva gli orecchi di asino, che cosa avrà imparato?”

“Che il re Mida aveva gli orecchi di asino.”

“Famosa notizia!” esclamò sorridendo Ascanio.—”Ebbene, io continuo.—Gli Svelti cominciarono col calunniare i metodi antichi: affermarono il fiore della intelligenza logorarsi nello studio di una lingua morta, e gridarono abbominazione. Cui bonum la lingua latina? Ai curati per leggere antifone, e ai pedanti per iscrivere pataffii.—Apprendere la civiltà del più stupendo popolo che mai sia comparso nel mondo è antifona! Imparare la storia, la politica, la filosofia, la eloquenza e la poesia dei Romani, è pataffio! Se avessi un figliuolo che a diciotto anni si compiacesse della lettura o di Tullio, o di Livio, o di Tacito, io lo bacerei lacrimando sopra la fronte, e gli direi: Riposati.—E poi non è vero che noi ci rimanessimo ai soli studi latini, ma al punto stesso, le greche e le italiane lettere apprendevamo, e non superficialmente, sibbene come conveniva a tanto studio; e lasciando in disparte il greco, attorno al quale poco felicemente mi esercitai, con infinita industria gli egregi maestri m’istruirono nelle più riposte ragioni della lingua materna sopra la scorta del Cinonio, del Buonmattei, del Salviati e di altri valentissimi, fra i quali non devo tacere Bembo con gli Asolani, Varchi con l’Ercolano; e quindi in Rettorica mi dimostrarono l’applicazione dei precetti nelle fiorite scritture del Casa, del Bembo, del Caro, e di altri tali che, dicano pur quanto vogliono, formeranno sempre la corona della nostra letteratura. Veramente io non so darmi ragione dello averci per così dire allontanati dalla conoscenza dei Trecentisti e del Machiavello. Forse di questo metteva paura il nome; ma se io non erro, nei Cinquecentisti non si apprendono come nei Trecentisti le forme schiette del dire, le locuzioni efficaci, e l’espressioni gagliarde. Io voglio allegarti a conforto della mia opinione un’autorità veramente singolarissima, quella del cardinale di Retz, uomo d’ingegno svegliato, il quale avrebbe molto meglio provveduto alla sua fama intendendo alle dotte discipline che alle inani turbolenze della Fronda. Ritenuto prigione a Vincennes, egli lasciava scritto nelle sue Memorie:—«Je m’occupai fort à l’étude dans tout le cours de ma prison de Vincennes qui dura quinze mois, et au point que les jours ne me suffisoient pas, et que j’employois même les nuits. Je fis une étude particulière de la langue latine, qui me fit connoître qu’on ne peut jamais trop y appliquer, parce que c’est une étude qui comprend toutes les autres.» Dopo la Rettorica noi davamo opera alla Logica e alla Metafisica. Correva allora, e forse corre anche adesso, la quistione se i giovani avessero a imparare prima il modo di ordinare le idee, e dopo, la favella e le idee, o viceversa; lite a mio parere oziosa, imperciocchè ormai nello studio degl’incliti oratori e dei sommi storici le facoltà raziocinanti si fossero di per se stesse sviluppate, ed ormai più che conoscere cose si trattava conoscere nomi convenzionali. Ora la lingua latina è bandita; la italiana poco meno: francese, inglese e tedesco si apprendono quanto basta a intendere una polizza di carico o un contratto di noleggio; botanica, storia naturale, chimica, e geografia, sol quanto basta a conoscere donde ci vengano la scialuppa, il pelo di cammello, e simili altri prodotti; quanto tempo e quanto danaro si spenda per andare a Parigi; e perchè le candele di spermaceti debbano anteporsi a quelle di sego; diritto per quanto giovi a renderti il figlio o pratico forense o destro mercante.—Utili scopi invero: ma diventassero almeno valorosi avvocati, o periti mercanti i nuovi alunni, io vorrei contentarmene; ma in verità io vedo la giovane generazione, e Dio sa se il dica con inestimabile amarezza dell’animo mio, così petulante, così procace, così superba per la poca e vana dottrina, siccome la vera e la molta la renderebbe umile, così ingombra di notizie incomplete, priva di vigore per concepire, ignorante del modo di manifestare acconciamente il concetto, che io per me ho deposto ogni speranza del futuro. Calunnino pure quanto sanno gli antichi sistemi, staremo a vedere se i nuovi varranno a darci Bacone, Newton, Galileo; e degli altri molto più moderni mi taccio.—Io comprendo benissimo come lo spirito umano, per necessità della sua natura irrequieto, non possa eternamente posare in una maniera di essere, e ciò per riguardo a tutte le cose; una forza operosa lo costringe a muoversi, e sta bene che si muova, chè così facendo consente ai suoi destini. Oltre questa necessità, altre migliori ragioni non gli mancheranno,—quantunque tu deva accordarmi, o Gualberto, darsi due moti, uno dei quali consiste nello andare sempre avanti, e un altro nello aggirarci dentro un circolo eterno.—Nonostante, io per me reputerò sempre insano colui il quale abbracciando una formula nuova maledice l’antica, senza darsi pensiero, come pure si dovrebbe fare, se questa contenesse alcuna cosa buona da avvantaggiarcene, imperciocchè paia e sia impossibile che molte schiatte di uomini si accomodassero dentro una formula ov’ella non comprendesse requisiti da soddisfare in parte, secondo la ragione dei tempi, i nobili istinti ed i fini a cui si dicono destinate.—Ed io ricordo, o Gualberto, avere già letto dentro un libro stampato, che Dio consegnò al primo uomo un sigillo per suggellare tutte le opere umane, con ordine di farglielo restituire dal suo ultimo figliuolo nel giorno del bilancio finale, ove si trovò inciso il molto: Sunt bona mixta malis.—E le formule percorse dalla umanità paionmi molte, e sopra tutte io ritengo degne di osservazione quelle che sorsero fecondate dalla virtù delle dottrine di Cristo.

Egregi e santi reputerei gli effetti degli Asili infantili purchè io li vedessi pienamente estesi, amministrati senza quel mal verme della vanità, e con l’altro peggiore della ipocrisia, con modi semplici; dacchè quando Cristo diceva:—sinite parvulos venire ad me,—egli non aveva segretari, nè convocava adunanze, nè usava carte, sopraccarte, ceralacche e sigilli.—Il nostro Maestro non avrebbe sofferto, per sovvenire alla opera di Dio, chiamare in aiuto Mammone; per fecondare la virtù accettare il tributo del vizio, dandogli in questo modo motivo onesto di mostrare la svergognata faccia con decenza ed anche con plauso. La protezione del vizio alla virtù è rugiada di acqua forte alle rose di maggio. O tutti a Dio, o tutti a Mammone.—Quantunque mansueto, io contemplo il Salvatore con immensa compiacenza quando armato di flagelli caccia via i pubblicani dal tempio.—Fuori gl’ipocriti vecchi e nuovi!

Mutui insegnamenti, guardie civiche, casse di risparmio, congressi scientifici, di effetti pessimi, non in sè, ma per la intempestività loro e pei modi co’ quali procedono. Questi ed altri trovati dovevano comporre gli architravi, i capitelli, e le altre parti del nuovo edifizio sociale che uomini di molto senno e di miglior cuore intendevano fabbricare. Al cielo non piacque la impresa; allora gli Svelti che stavano a cavallo al fosso, avendo rubate queste invenzioni, si accostarono alla causa vincitrice, ma debole e decrepita, e le dettero ad intendere possedere il segreto del medico Polli di rinnuovare il sangue nelle vene. Dapprima venivano accolti come colui che ha veste rossa dal bufalo, ma a poco a poco il sospetto cessava, e consigli proposti accettavano, e facevano bene, perchè davvero essi erano savi.

Gli Svelti seppero dimostrare per filo e per segno le seguenti cose.—1º Come persone di molto seguito si fossero persuase che per conseguire fama di oneste bisognasse adoperarsi in benefizio della patria comune: biasimevole l’ozio, la indifferenza peccato; ormai mossi a fare non si sarebbero così di leggieri rimasti, e questi moti comunque impotenti a sovvertire l’ordine stabilito, pure capacissimi a tenerlo agitato; d’altronde le opposizioni tornare sempre moleste, e di grave spesa a guardare; se le rendessero amiche pertanto, non impedissero, anzi le aizzassero ad agitarsi, purchè lo facessero dentro un cerchio determinato.—Occupatele in casa, eglino dissero, e non baderanno alla città; occupatele in città, e non baderanno allo Stato: così questa buona gente che si crede mandata da Dio per riformare il mondo, si troverà ridotta in Riformatori dello Studio di Padova; e sudando a rimestare acqua e sapone, morirà con la gloria di avere empito l’aria con magnifiche bolle.—In secondo luogo gli Svelti avvertirono come dalla istruzione diffusa universalmente era per uscirne pericolo certissimo, mentre all’opposto dalla istruzione ristretta ne sarebbero nati massimi beni. I rimasti privi d’insegnamento ecco astiare gl’istruiti, non comprendendo la ragione per cui abbiano a patire la odiosa esclusiva, e aborrire, siccome quasi sempre avviene, nello effetto sensibile la causa segreta. Gli eruditi diventati presuntuosi non si piegano a tornare nelle comuni officine; reputandosi molto da più de’ compagni, male si adattano ad esercitare arti pari; scontenti dell’attuale condizione, altra ne agognano che non possono conseguire; ricorsi per aiuto ai protettori, sentiranno opporsi:—O non avete braccia per lavorare? o non siete periti nella calligrafia, nel calcolo, nella geometria piana, nel disegno lineare? Voi possedete più che non bisogna per mettervi in cammino. Oh che la tutela nostra ha da durare eterna? ci siamo per avventura costituiti padri di famiglia in seduta permanente del genere umano? Voi foste fiori, e nel nostro giardino vi accogliemmo, vi educammo, e nudrimmo; ora siete colti, altri subentrarono al vostro posto, e questi domandano adesso le nostre cure.—Conviene spoltrirci, figliuolo mio, conviene spoltrirci; che in fama non si arriva seggendo in piuma. Ai tempi nostri tutto lice sperare, tutto è possibile conseguire. Vedete Bernadotte muove dalle fila di semplice soldato colla corona di Svezia nello zaino; contemplate Canning bastardo, Peel figlio di fabbricante di tele, reggere i destini della Inghilterra; Thiers e Guizot per sola virtù del proprio ingegno reggere quelli di Francia; Canova, scalpellino di Possagno, salire in fama del più eccellente scultore del mondo; Rossini, figlio del trombetto del Comune di Pesaro, o nato da padre tubicinante, come scrive il conte Giulio Perticari, buona memoria, essere salutato re dell’armonia. Ardite, cercate: la Fortuna come donna s’innamora dei giovani animosi: e lo diceva a Francesco I il maresciallo Trivulzio…. ricordatevene bene, il maresciallo Trivulzio.—E così dicendo, il protettore lesto di gamba sale in carrozza, il cameriere chiude con fracasso lo sportello, mentre egli traverso al cristallo dello sportello manda al protetto il più gentile dei suoi saluti. Il malaugurato protetto rumina dentro di se la maledizione degli Ebrei contro Moisè:—Perchè ci hai tratto fuori dalla terra di Egitto? mancavano forse sepolcri per seppellirci là dentro?—Sta bene; apprese l’arte, ma non trova modo di esercitarla utilmente;—sa scrivere… diventerà falsario. Vedeste mai come adesso formicolare nel mondo copia di falsari, di bari, di gente rotta ad ogni maniera di frode? E questo giova; giova che la massa delittuosa non diminuisca nel mondo; giova che venga modificata, e le passioni feroci si convertano in vili: temi il violento, non prendere sospetto del ladro; promuovi le passioni che uccidono col corpo lo spirito; perseguita le altre che danno energia, e i tempi spirano favorevoli allo assunto. Invero, consulta le statistiche criminali, e tu vedrai i delitti di sangue diminuire in proporzione con la quale aumentano i delitti di frode.—Gli Svelti, e sempre gli Svelti, dimostrarono in terzo luogo, l’uomo amare il danaro con tanto maggiore alacrità quanto si sente più povero; lo scarso risparmio rappresentare al misero la morte in casa sua senza toccare l’aborrita soglia dell’ospedale; rappresentargli la prece quando sarà defunto. Chiunque pertanto intenda a conservare la sostanza del povero, viva sicuro che si provvede difesa fedele e feroce, perocchè i poveri sieno stati sempre sopra la terra in maggiorità:—essi lo difenderanno con un salvadanaio. L’ordine che ama conservarsi raccatti questo danaro, lo conservi, lo amministri santamente, e con ogni accorgimento s’ingegni provocare simili depositi. Quando sia pervenuto a scopo siffatto, dorma i suoi sonni tranquillo, vi è chi veglia per lui.—In quarto luogo, i portentosi Svelti dicevano: le milizie cittadine paionvi veleni? Sì veramente esse devono reputarsi tali; ma che perciò? La medicina non trova farmaco di cui tanto meglio possa avvantaggiarsi quanto dei veleni.—Nei governi creati dal consenso generale i cittadini possono procedere armati universalmente, e forse anche qui non senza pericolo, perchè il popolo armato di rado si mostra modesto, e troppo spesso facile a lasciarsi in balía dei moti scomposti dell’animo; per la quale cosa vedemmo nascere con frequenza turbamento e subuglio; ma da voi concedansi le armi a pochi, la più parte uomini nuovi, mercanti, e gente usa ai traffici; giovi ancora chiamare alcuni pochissimi dei grandi, e della minutaglia. Il popolo grasso andrà persuaso che difendendo sè tutela l’ordine, e dove il caso lo porti voi lo vedrete spiegare alla salvezza delle sue giarre di olio e dei suoi lardoni l’ardimento di Orazio Coclite al ponte. Sopra i grandi e sopra il popolo minuto non bisogna contare, ed eccone il perchè: essi si lasciano governare da fantasie tutte particolari, e riescono di maneggio spesso arduo, sempre incerto. Come Gesù disse in sacramento, voi fate potere dire a fine profano:—Ecco io sono il vostro pane e il vostro vino;—e il popolo grasso, che non va più oltre e di più non desidera, difenderà in voi il suo pane e il suo vino. I grandi, se lo facciano di cuore non sapremmo ben dirvi, ma sovente disprezzano questo pane, e presumono imporvi il loro soccorso come un giogo: insomma si assomigliano un po’ a Diogene esposto al mercato in vendita, che gridava ad alta voce:—Chi vuole comprare un padrone?—Nemici in sostanza noi non crediamo ch’e’ possano riuscire mai, però di ordinario avversari infesti, cagione di debolezza agli Stati, e difficili a sradicarsi se non s’incontrano quei solenni falciatori di aristocrazie Luigi XI e cardinale di Richelieu: quindi teneteli bassi. Il popolo minuto, per disperazione fatto sicuro, nulla avendo da perdere, ama il torbido per pescarvi dentro; nonostante noi proponemmo procurare pochi dei grandi e pochi dei piccoli per dividerli dalla massa a cui appartengono, gittarvi dentro il sospetto, e renderla di mano in mano scema di capi. Una volta fu reputata l’aristocrazia ottimo principio per istare tra mezzo alla monarchia e alla democrazia; la esperienza insegna valere a mille doppii meglio il popolo grasso a simile scopo: egli si contenta di poco;—ogni anno misurategli dalle mille alle due mila braccia di nastro o verde, o rosso, o giallo; di tanto in tanto diluviategli addosso un uragano di croci; soprattutto risi e sorrisi a macco; via la tostezza, via il sussiego di quella benedetta legittimità; con altre vele è forza navigare pei nuovi pelaghi; stringete mani, scuotete braccia a destra e a sinistra, abbiate pazienza a subire la stupida compagnia; a pranzo ardite mettervi al fianco la consorte del Presidente della Camera di Commercio, aprite il ballo con la figliuola del banchiere principale, e voi avrete una milizia civica da disgradarne pretoriani, sterlizzi, mamelucchi, e giannizzeri. Per questo modo possederete milizia fedelissima e gratuita; ciò vi porgerà mezzo di licenziare tutta o nella massima parte la milizia stanziale con vantaggi inestimabili: in primo luogo, renderete di molte braccia all’agricoltura, convertirete gente pagata in pagante, moltiplicherete i prodotti nostrali, e salderete con meno metallo il bilancio coll’estero, mantenendo lo Stato copioso di danaro, precipuo argomento di pace universale. Tolta la spesa di mantenimento della stupida ed oziosa milizia stanziale, la pecunia risparmiata vi porrà in grado a diminuire le gravezze pubbliche, e ne acquisterete grazia; o a cumulare tesoro, e ne avrete potenza: ottimi entrambi argomenti di buon governo.—I Congressi scientifici sono diventati frange e galloni: se di oro tutti nessuno vorrebbe dire; molto rame con un po’ di oro sopra: pure veduti di lontano fanno bella mostra, e messi una volta non anneriscono, e siccome non costano troppo, così bisogna comprarli per comparire orrevoli in un giorno di festa. Se il principe Esterhazy, quante volte si mette addosso la veste di magnate ungarese, fanno conto che spenda diecimila lire, e questo avviene parecchie volte in capo all’anno, perchè l’abito vale di ben molti milioni, chi porta corona può e deve spendere di tratto in tratto un po’ di moneta per circondarsi la testa dei raggi di Augusto, del magnifico Lorenzo, degli Estensi, degli Urbinati e di altri consimili: ciò fa buona figura, e non deve parere vero. Qualche parola o allusione scoppia, ma e’ sono razzi matti, e giova lasciarle venire fuori: basta adattare a queste macchine i debiti sfiatatoi onde la forza concentrata non prorompa; e poi tirate innanzi. Temete i taciturni; i loquaci si assomigliano a valvole di sicurezza. Di più, tra poco grano si mescola copia maravigliosa di zizzania; per un uomo veramente dotto tu conti venti saltambanchi; per un uomo veramente dabbene concorrono venti imbroglioni, sicchè i primi scemano il soverchio credito che viene in loro dalla scienza e dalla probità; e le sommità così nelle repubbliche come negli altri stati danno sempre sospetto. Noi però dobbiamo avvertire che ai tempi nostri si procede troppo avversi agli avvocati e ai letterati, e ciò per imitazione servile di Napoleone, il quale conobbe molte, non tutte le arti di regno. Egli odiava a morte letterati e avvocati, e aveva torto: questi, ove non li prendiate a contro pelo, vi riusciranno umilissimi, devotissimi e obbedientissimi servitori; e ricordatevi che Irnerio sostenne le regalie a Roncaglia: dicono ei fosse di patria non italiano, ma avvocato egli era. Non temete di Coccei Nerve, di Papiniani, e simili; questi appartengono alla storia della umanità come le mummie alla scienza. Pei letterati non abbisogna neppure, perchè cessino i latrati, l’offa di Virgilio; i pugni di terra che adoperò Dante bastano, e ne avanzano. E quando mai s’incontrasse qualche anima di cerro, allora riuscirà agevole contristare questi acerbi intelletti, empirli di amarezza, guastarne gli averi, renderli poveri e contennendi, e ridurne la voce, quella potente voce della quale procedono tanto superbi, in singulto o in tonfo udito nel Canale orfano.—Insomma gli Svelti hanno rubato i ferramenti, legnami e tegoli apparecchiati per la fabbrica nuova, e li portarono a resarcire l’antica; i Semplici senza sapere quello che si facessero li seguitarono, e si ferirono con le proprie mani. Sia così, dacchè piace a Dio che così sia.—Vi fu un tempo nella mia vita in cui mi parve animoso molto prendere in prestito a Nemesi i suoi flagelli e sferzare a sangue le ipocrisie finte, le superbie manifeste, le ignoranze invereconde, le mediocrità maligne. Guerra sembravami questa non senza molto pericolo, ma piena di gloria; imperciocchè io vedessi i percossi agglomerarsi, annerirsi, e dopo un fremito lungo prorompere in turbine procelloso: però io non temevo quel turbine, fidente nelle sorti della umanità. Adesso poi non ispero più nulla; niente altro desidero che uscire presto dal mondo, e aborro del pari la schiera degl’ingannati e quella degl’ingannatori:

Ma del misero stato ove noi semo
Condotte dalla vita altra serena,
Un sol conforto, e della morte, avemo:

io ripeto con le colombe del Petrarca.—Ma se in te la speranza ha fiore di verde, Dio te la mantenga florida, o Gualberto, e le mie parole vi passino sopra senza seccarla: vos rebus servate secundis.—Tu dammi la mano da capo, perdona la cicalata, e buona notte.”

Mi strinse la mano, e si allontanò fischiando un’aria del Barbiere di
Siviglia.

Il discorso di Ascanio mi aveva intronato il cervello: gli prorompeva improvviso dal cuore, ma senza ombra di empito, e diaccio così come la neve di gennaio. Io in quel momento non mi sentivo balía per ordinarlo e confutarlo, ma non mi sentivo neppure disposto a parteciparlo; mi pareva una grandine di paradossi, una eruzione di misantropia da opprimere, sì, non già da persuadere. Ahimè! uguali ad Ascanio altri non pochi mi circondarono nella vita senza fede e senza speranza, e siccome erano disperati veramente, non per vana ostentazione, così li vidi appassire, prendere a sazietà la vita, e morire.—Io sopravvivo solo a tanti valorosi amici defunti, ma spossato,—ma rotto come colonna mutilata di un tempio in rovine;—e nonostante, quello che mi sostiene è un filo di speranza, e dove venisse a spegnersi io mi protenderei sopra la terra, e le direi:—O madre, cuoprimi;—ed ella accoglierebbe gratamente in suo seno un figlio che ha sofferto tanto, goduto nulla;—assolutamente nulla.

Agitato nel profondo, io mi condussi solo all’adunanza; e come soglio, mi posi in disparte oscuro osservatore di quello che avveniva. Gettai uno sguardo sopra la schiera dei fanciulli quivi raccolti per ricevere i premii: e o sia che la impressione delle parole di Ascanio durasse, o fosse veramente così, non vidi mai sembianze più somiglievoli tra loro, nè tanto stupide. Il mio pensiero trascorse a quei giardini ove i mirti e gli allori appaiono tagliati a guisa di muraglie verdi per cui gli uccelli non vedendo rami verdi e arieggiati fuggono via, gli amanti aborrono coteste ombre mute, e gli altri tutti immaginano passeggiare pei corridori di un convento, non già pei floridi viali ove l’uomo si ricrea. La pianta-uomo italiana sembra desiderare libera le rugiade del cielo, e crescere senza impedimento aperta ai raggi del suo sole: ella non consentirà mai a sentirsi ridotta come le dozzine degli aghi dentro cartucce, marcata, numerata, e riposta per ordine dentro agli scaffali.—Ma lasciamo i fanciulli e i loro fati, chè tale a cui le nostre miserie sono note, e le può riparare, provvederà che non vadano in perdizione.

Davanti una tavola lunga illuminata da copia di folgoreggianti doppieri, ornata di tappeto verde, sedevano parecchi onorandissimi e onoratissimi Messeri. Menerebbe troppo per le lunghe descriverli tutti: scerrò i principali.—Alla mia destra appariva un personaggio egregiamente nudrito, tondo e rubicondo, con occhi sporgenti e lucidi di quella tale lucentezza che osserviamo negli occhi dei bambini e dei vecchi; quando incomincia o cessa la vita; età che si toccano per la impotenza imbecille; se non che la infanzia ha davanti a se la speranza, e la vecchiezza il sepolcro. Tutto latte e miele, costui mentre dal cavo degli occhi lasciava di ora in ora cadere giù per le guance una stilla di umore cristallino e vago, sopra i muscoli dei labbri gli saltellava un riso dolcissimo.—Così nei giorni di primavera parte di cielo versa talora sopra la terra una pioggia tranquilla, e dall’altra parte il sole irradiandola converte coteste gocce in rubini, in zaffiri, in crisoliti, insomma nella moltiplice generazione delle gemme per cui tu credi che le Fate insanite rovescino sul mondo tutti i loro scrigni di gioie.—O avventurato bambolo di quaranta e più anni! Io non ho tinte che bastino a dipingere la tua beatitudine: tu mi parevi uno di quei putti dorati che sopra gli altari si veggono reggere candelabri, o seduti sopra nuvole formate a sembianza di enormi sfogliate. Se non fossero stati i capelli bianchi, con manifesto errore cresciuti sul tuo capo destinato a perpetua infanzia, con un paio di ale alle spalle ti avrebbero scambiato con Cupido. La provvidenza ti tenga lontana dal disinganno, o innocentissima creatura, perchè il tuo cuore si romperebbe come una tazza di porcellana da mano inesperta lasciata cadere sul pavimento. La natura ti culli, o adulto bambolo, cantandoti la nanna, e ti asperga incessantemente col liquore dei suoi più narcotici papaveri.

Di quello che sedeva in mezzo più tardi.—Giovi adesso dire di lui che stava dalla parte opposta: un rispettabile uomo, rispettabilissimo uomo in verità. La natura gli era stata generosa dispensatrice di un capo grosso come un cocomero di Pistoia, e per lo soverchio peso non lo poteva tenere levato, nella guisa appunto che ai cocomeri avviene attaccati a gambo sottile. Costui apparteneva alla famiglia dei Narcisi, che di se s’innamorano, e guardandosi dentro allo specchio per tenerezza si baciano, e si fanno plauso, e si dicono: Bravo!—Sentite cosa incredibile e vera: una volta s’immaginò gravido; verso il nono mese si pose in letto, e cominciò a guaire come donna partoriente:—Ohimè, ch’è questo! Quali mostri assalgono la mia povera casa!—fuori di se esclamava suo padre mettendosi la parrucca a traverso.—Uh! uh! piagneva la madre: or come usurpansi le mie parti in famiglia!—e si metteva la cuffia alla rovescia. Susurro dentro, schiamazzo fuori, a trambusto ogni cosa.—Ma poichè il corpo appariva veramente turgido, mandarono per la balia che accorresse con la seggiola: la levatrice fece pressa, ma la sua arte le venne meno; il parto si presentava male; pareva avesse il capo grosso come il padre; chiamarono medico e cerusico, che ristrettisi a consulto deliberarono la operazione cesarea; ma il partoriente non ne volle sapere: allora introdussero con fatica la tanaglia, e il cerusico ne strinse i manichi, il medico strinse a mezza vita il cerusico, la balia il medico, il padre la balia, la madre il padre, e via discorrendo tutti di casa; e tira tira, trassero fuori… una traduzione in ottava rima, che battezzarono subito, perchè dato appena un segno di vita la poverina precipitò nel limbo dei Santi Padri.—Ne tenne dietro una emorragia spaventevole, per la quale la matrice indebolita non potè più concepire.—Tra gli altri pregi egli possedeva un bellissimo vezzo, che consisteva nel trovarsi soddisfatto soltanto dei propri discorsi; a quelli degli altri egli o aggiungeva o toglieva, o modificava sempre qualche cosa; sicchè dove mai ti fosse avvenuto tenere con esso colloquio, potevi stare sicuro di sentirti dire: “Crederei dovere aggiungere,—penserei spiegare,—opinerei dichiarare,” e via discorrendo. Spirito lento, stupido, e presuntuoso, come la lumaca che immagina avere compito il giro del mondo allorquando si è strascinata intorno ad un cavolo cappuccio, e segnato la via lattea lasciando dietro a se una traccia di bava. Ambì la superba fama di Mecenate, e commesse all’alabastraio due vasi e un calcalettere; anzi nella Storia delle Arti si ricorda che ordinasse al gessinaio anche un Sant’Antonio dipinto. Ma il diavolo dello scherno, deciso a non lasciarlo in pace, per mezzo dell’orecchio sinistro gli entrò nel capo, e rimase maravigliato di cotesto immenso vuoto; comunque il diavolo camminasse sopra la punta degli artigli, e si fosse tirata in su la coda per amore di lindura, come le gentildonne si raccolgono i lembi delle vesti per la via, pure si accorse essere rimbombante e sonoro; onde maligno qual è, lo prese il destro di lanciarvi dentro lo strido:—Nulla!—Come l’eco del castello di Simonetta, che ripete, secondo racconta il padre Kirker, quaranta volte la parola, ecco da mancina, da destra, di su, di giù, da tutte le regioni, in suoni bassi, alti, striduli e soavi, rimbombare la voce:—Nulla!—Il misero uomo turavasi le orecchie col cotone, vi soprapponeva le mani, ma inutilmente; chè il fragore gli veniva di dentro, e con infernale crescendo urlava:—Nulla! nulla!—Ne perse il sonno; nelle vigilie incresciose dava del capo nei muri; volle guastarsi: lo mandarono a viaggiare, e tornò a casa più mansueto, non più sano, perchè, cambiata pazzia, s’immaginò essere convertito in una lima, e dandosi in balía alla nuova fissazione, non vedeva moneta un po’ traboccante ch’egli non attrappasse, e notte e giorno non rifinisse di tosare. Per questa pazzia egli salì tra i suoi in grandissima fama; e tra i più celebri tosatori fatto ormai celeberrimo, con universale consenso lo promossero all’onorevole ufficio di Presidente della Lima. Da quel punto in poi appena degnò reputarsi mortale: la opinione altrui a se contraria egli tenne come nebbia incapace ad offendere la sua divinità; reputò l’avvilimento dittamo e rose, raccolse l’onta, il disprezzo e l’oltraggio come fronde per tesserne una ghirlanda alle sue tempie, e alle voci di vituperio rispondeva con olimpica sublimità:—”Adoratemi, io sono il Re della Lima!…”

Fin qui bastò la matita del Callotta;—adesso poi è mestiero tingere il pennello in rosso…, in quel vermiglio terribile che David diceva ferocemente stemperare alla Convenzione di Francia! E sì che David ebbe cuore aperto alle gentili ispirazioni del bello, e fu valoroso sacerdote delle Muse: non importa; in lui e in altri dovemmo contemplare a quali traviamenti precipiti la fantasia ove prenda le parti della ragione. La mente del poeta e dello artista esaltata dalle vicende politiche delira vaneggiamenti di sangue, che piange poi con dolore inestimabile, ma le lagrime delle diecine degli anni non valgono a lavare le colpe di un giorno.

Vidi nel mezzo un cranio a cui dalla parte della nuca pendevano capelli bianchi a modo di semi di vecce; e cotesto cranio era duro, levigato, lustro come palla di avorio, e come avorio antico pendente in giallo, qua più chiaro, là più cupo. Quasi per dare una solenne mentita al sistema del Gall, si alzava protuberantissimo al punto in cui questi pone le idee religiose; quinci la cassa ossuta precipitavasi giù dirottamente, e come se la natura non potesse trattenere lo slancio preso, seguiva a sporgere fuori con la fronte e col naso; giunta al cuspide estremo, quasi presa da voglia opposta si ritirava indietro nelle labbra e nel mento.—Vi ricordate in grazia avere veduto a Roma nel palazzo Barberini la statua dello egiziano Osiride con la testa di sparviere? Fate conto che somigliasse a costui: davvero pareva un immane avvoltoio monaco che mudasse le penne. Cotesta faccia presentava un miscuglio strano di uccelli e di quadrupedi da preda. Rughe infinite, e nodi, e porri increspavano, bernoccolavano la pelle di quella che io pure vorrei e non mi attento di chiamare faccia; ogni atto umano doveva smarrirsi in mezzo a cotesto prodigioso laberinto. Come Platone racconta che fra le rughe del volto della sua Archeanassa vedeva annidarsi gli Amori, in quei solchi avresti potuto immaginare meglio appiattate le frodi intente a grassare qualche pensiero di umanità che inerme e solo si fosse avventurato a percorrere la via maestra o i viottoli di cotesta faccia paurosa. Dai cigli incavernati dardeggiava sguardi uguali alla lingua dell’aspide, e il riso ti pungeva come la lancetta del cerusico. Mi vinse la paura: il ribrezzo cominciò a salirmi di vertebra in vertebra lungo la spina dorsale fino al cervello; domandai non chi, ma che cosa costui fosse, e n’ebbi in risposta essere il presidente del filantropico istituto. Fidando poco nei miei nervi che sentivo torcermi, o tirarmi con acuto dolore, stavo per allontanarmi, quando egli alzò la mano e fece atto di favellare. Mi parve ch’ei m’inchiodasse, appunto come leggendo Hoffmann, o Lewis, o Maturino, volli talora gittare via il libro, e non potei, tenuto schiavo dalla potenza di coteste infernali immaginazioni. Angioli del paradiso, egli sta per parlare! Quale sarà il suono di cotesta voce! Che cosa mai parlerà! Che cosa? Il panegirico di Teuta?—e m’ingannai:—nota più dolce non fu mai sospirata dai flauti come gli uscì la voce dalle labbra bianche;—blanda si diffuse all’intorno uguale al susurro che gemono le acque marine nei plenilunii sereni intorno agli scogli,—melodiosa al pari del mormorio delle giovanette frondi tenere e verdi nate pur ora al fiato di primavera.

«Signori,—cominciò egli—da me per certo voi non aspettate fiorito nè eloquente discorso: mancami all’uopo esercizio di buoni studi e conoscenza dell’arte difficile della parola; e dove l’uno e l’altra fossero in me, come pur troppo non sono, l’animo allo improvviso commosso da subita piena di affetto…»

—Don Girolamo, prete di santa vita, e di dottrina insigne, stava in casa di costui a condizioni alquanto migliori dei negri adoperati in America alla coltura dello zucchero:—gli pagava una lira al giorno, con obbligo di celebrare la messa, insegnare il latino al ragazzo, accompagnare la signora, tenere i libri di amministrazione, rispondere alle lettere, comporre memorie, suppliche, contratti ec., risquotere le pigioni, badare alla villa e alle ragazze, e la domenica così per isvago riscontrare la cassa, rivedere i conti ai servi, e leggere la gazzetta al padrone mentre si radeva la barba…—e tutto questo ed altre cose ancora per una lira: eppure ci stava; tanto è vero che la natura crea alcuni enti predisponendoli a patire fino alla morte.

Ora è da sapersi che Don Girolamo da tre mesi indietro aveva ricevuto ordine di comporre cotesto discorso, ed essendovisi affaticato intorno due mesi, trenta giorni fa lo aveva consegnato al padrone, messo in pulito con rara perfezione; ma poichè il padrone ad ogni patto voleva dare ad intendere essere uno di quelli

che quando Amore spira noto, ed a quel modo Ch’ei detta dentro, vo significando;

avendo trovato scritto:—l’animo commosso da troppo affetto,—ordinò a Don Girolamo levasse, mettesse, aggiungesse, tornasse a levare, poi a mettere; e dopo una tortura di ben dieci giorni cacciò fuori il bel periodo: «l’animo all’improvviso commosso da subita piena di affetto impedirebbe le ornate parole.—O giovanetti, egregia della patria speranza, e cura nostra dolcissima, ormai cessarono i tempi nei quali l’albero della scienza non è più l’albero della vita. Noi vi ponemmo sopra un cammino ove nulla è tanto alto che a voi non sia dato sperare, nulla tanto sublime che non vi sia dato conseguire. Il guardiano di mandrie suine voi vedete giungere al papato; tale altro semplice fante perviene al regno di Svezia; il figlio di fabbricante di tele diventa ministro lodatissimo della Inghilterra; lo scalpellino di Possagno si muta in marchese Canova…—Che più? Napoleone, nato in umile isola, di piccolo lignaggio, domina il mondo. Su via, slanciatevi animosi nell’arringo dell’onore in cui vi condusse la carità quasi per mano, ed io vi prometto superbi destini. Che se per malignità di fortuna i superbi fati mancassero, rimarrannovi i generosi. Immaginatevi la creazione come una piramide immensa di cui la cuspide viene formata dalla Suprema Intelligenza, la base da sostanze più umili, ma legate insieme da un vincolo di amore: nessuna può dirsi inutile, ed in qualunque parte piaccia alla Provvidenza di collocarvi, esultate nel pensiero di rappresentare un frammento necessario alla macchina portentosa……

—Oh come anche in Siberia a cavare miniere?

—Anche in Irlanda a bagnare di sudore una terra che non offre altro che sepolcri all’uomo?

—Anche nella China, ove nasci per essere dato in pasto ai cani!

—Anche… e chi sa fin dove avrei moltiplicato le interrogazioni a me stesso, se non mi veniva fatto di levare gli occhi e guardare il Presidente per vedere s’ei burlasse. Potenze dei cieli! il suo sguardo s’incontrò nel mio, e mi sentii le pupille come ferite dal bacino arroventato… pegno fraterno praticato dagl’imperatori cristiani di Costantinopoli;—il freddo lungo la spina diventò maggiore, a modo di Buoso io sbadigliava:

Pur come sonno o febbre mi assalisse,

mi prese nausea grande e languore come alloraquando sorprende il male di mare: chinai la faccia, e gittai tre boccate di acqua o quattro: nè qui rimase il parossismo, chè un molesto tintinnio ingombravami le orecchie, e le arterie delle tempie picchiavano forte come martelli, e gli occhi vagavano per entro fiumane di sangue. Allo improvviso mi parve che le fibre e le vene del mio cervello, comunque finissime, venissero distese sopra un leuto che il Presidente presentava ridendo alla statua di bronzo di Cosimo I nella piazza del Granduca, e la statua atteggiata la destra in roncigli di bronzo strappare acerbissimamente queste mie povere fibre;—piansi di angoscia, e rilevando disperato la faccia tornai a guardare il Presidente. Egli non discorreva più; mangiava: aveva davanti un’oliera con olio, aceto, pepe e sale, e ghermito per le gambe un mazzo di fanciulli, attendeva a trinciarli con un coltellaccio a modo di sparagi… Oh Dio! costui è un Polifemo in progresso; invece di mangiare uomini nudi e crudi, se li divora vestiti e conditi!—e stavo per venir meno.

“Kelp, ben el kelp!” proruppe una voce dietro a me che valse a rompere il fascino: onde io mi volsi, e conosciuto l’uomo, esclamai in suono di lamento:

“O benedetto chi gli dice: cane e figlio di cane! O se’ tu, Zabulone!”

“La tua anima è in pena?”

“Mi circondano le amarezze della morte; salvami, per amore del Dio di
Abramo…”

“Fanciullo incorreggibile, perchè avventurare i tuoi nervi di seta fra questi pettini da lino?—Vieni all’aria aperta.”

“O Zabulone!”—Dopo aver fatto un ampio lavacro di aria fresca per lo capo e pel seno, io sospirai: “Costui dev’essere Gog e Magog…”

“Egli è un uomo.”

“No, Zabulone; è Belzebuth, Belfegor, e Astarot, tutti in un picchio;—lo spirito degli alti luoghi, la legione che travagliava lo indemoniato fra le sepolture.”

“Egli è un uomo? Perchè calunnii Satana? Rispetto ai vinti! Lucifero fu scellerato, ma grande ribelle: ardì muovere guerra al trono di Dio, e nella battaglia rimase fulminato; caduto sopra un mare di fuoco, quivi sta chiuso dentro la immensa sua ira; e quando rugge, dall’Etna, dal Vesuvio, dalla Ecla o dal Chirombaco prorompono fiumi di fuoco; e quando muta fianco, il mondo traballa come un ebbro, l’Oceano sparisce, e si sprofondano i regni. Ora ti par egli che un Satana consenta a diventare borsaiolo?—io che lo conosco da molto tempo, mi guarderei bene da fargli questo torto.”

“Chi hai detto conoscere, Zabulone?”

“Il Diavolo e il Presidente…”

Zabulone appartiene al popolo dei Giudei:—i suoi anni sopra questa terra sono molti, ed io lo venero perchè so che ama il prossimo e teme Dio. Raccontare com’io lo conoscessi sarebbe troppo lunga storia. Corre ormai molto tempo ch’ei mi si dice amico, e mi promesse sovente stringere meco più ampia conoscenza nell’altro mondo; e siccome io credeva dapprima che gli Ebrei tenessero l’anima morta col corpo,—e poi perchè senza battesimo le anime non si salvano,—pensai o mi burlasse, o mi desiderasse capitar male, e volli contradire, ma per gentilezza mi tacqui. Adesso quasi comincio a sperarlo ancora io, perchè so di certo, e lo posso giurare, che Zabulone impresta sempre il suo danaro a mezzo per cento il mese senza provvisione, e qualche volta anche a meno, non mai a più.—E la mia speranza non suona eterodossa, perchè sappiamo come Traiano fosse salvo per le preghiere di San Gregorio Magno, e Stazio poeta per virtù di non so quale altro Santo. Ora tutta la corte celeste porrà la mano al canapo per tirare su l’Ebreo, il quale ebbe in costume di accomodare in presto il suo danaro al sei per cento l’anno.

“Però di Satana”—soggiunse Zabulone—”troppo ci vuole a raccontare degnamente la storia: se ti basta quella del Presidente, io te la posso dire…”

“Io te ne prego, Zabulone…”

“Buonaparte!—nota bene che io la prendo larga:—Buonaparte, da quell’uomo di vasti concetti ch’egli era, intese convertire i mari in deserti, e farvi perire la odiata Inghilterra, come Palmira o Tebe dalle cento porte. La Inghilterra vinse, ma il suo nemico la lasciò ferita a morte nelle viscere. Buonaparte periva, dacchè le vite degli uomini sono corte, ma quelle dei popoli prima di morire si dibattono in lunga agonia: le ossa di Buonaparte ora dormono in Francia, ma la sua maladizione rode i precordii della Inghilterra come l’acqua tofanica. Adesso, figliuolo mio, vuoi tu sapere chi vinse Napoleone, chi fece capitare male lo smisurato suo concetto del blocco continentale? Noi altri tarli.—Ridi? A torto ridi; chè molto minore cosa che non siamo noi muove guerra alle città, e distrugge gli Dei. I conigli rovesciarono le mura di Tarragona, e i topi rosero il simulacro di Giove in Alessandria. Noi mercadanti, noi banchieri, noi contrabbandieri, noi imperatori del metallo coniato, a cui si curvano i re, fanno di cappello gl’imperatori, sorridono i papi,—e ce ne vantiamo;—noi potenza lenta, implacata, implacabile, invincibile, e impalpabile, solleviamo e precipitiamo chi meglio ci torna.—Io era giovane;—e o mi muovesse talento di agitarmi, o di raccogliere tesoro, o secreto odio contro uomo troppo potente e quindi funesto, o insomma pensieri più alti o più bassi di questi, io mi ridussi a vivere in Malta. Quanto sa l’inferno immaginare di avaro, di cupido e di audace per adunare tesoro, quivi sembrava da tutti i venti della terra raccolto in generale adunanza. A cotesta orribile assemblea pareva che il Signore avesse indirizzato le parole d’Isaia:—prendetevi un gran rotolo, e scrivetevi sopra in istile di uomo: Egli si affretterà a spogliare, egli si solleciterà a prendere,—(c. 8, v. 18).—Dai suoi fianchi la isola versava migliaia di pescicani in sembianza di corsari a percorrere il Mediterraneo intenti alla preda, frotte di delfini gladiatori studiosi di rompere le reti del blocco continentale come la lingua della balena: scorrevano rivi di oro, di fango e di sangue, e intorno ai rivi si affollava prostesa una moltitudine sitibonda di belve maschi e femmine con sembianze umane.

Tra queste belve la più atrocemente feroce che io mi conoscessi era costui…—cotesto tenerissimo Presidente. Al primo vederlo io dissi:—Costui si chiama Maher salab Hasbaz!—Ei venne con moneta di frode, cuore di pietra, e mani violente: cominciò ad esercitare l’arte di mezzano di tutto,—merci,—peccato,—delitto… però la fortuna gli svolazzava d’intorno come mosca molesta; lanciava la mano, e quella si allontanava irridendolo: quindi più forte riardeva in lui la rabbia dell’oro.

Tentò una via, e fu questa.—Condusse a fitto una casa, e studio fosse o ventura, nelle botteghe terrene io notai un oste, uno armaiolo e un caffè; al primo piano si teneva bisca, al secondo bordello; il terzo abitò il Presidente, quasi trono condegno alla sua divinità. Quinci come il ragnatelo dal buco muoveva le fila insidiose della tela.

Certo fondaco inglese, ricco di molti milioni di oro, si fermò a Malta per raddoppiare smisuratamente gli averi, come persuade la folle agonia agli uomini. Potente di danari, favorito dal governo, da menti alacrissime ottimamente diretto, i suoi traffici in breve parvero un uragano di lire sterline.—Preposto alla cassa era un giovane biondo e bello e di gentile aspetto, di anni tra i venticinque e i trenta. Spesso lo vidi circondato da masse enormi di ghinee, di luigi, di dobloni; e me lo finsi un ebbro che corre intorno all’orlo dell’abisso, sicchè talora mi venne fatto esclamare:—Dio di Giacobbe, abbilo in guardia!

Chi lo traesse e come, io non saprei ben dirti, ma e’ fu tratto alla bisca: giuocò danari, ma pochi; lo vinse il fastidio, ed andò via. Il pesce aveva bucato la rete. Il Presidente immaginò nuova insidia: tanto vi si adoperò, che lo condussero come bove al macello; ma come avevano preveduto lo prese la sazietà, e lasciò il luogo: ed ecco andargli incontro, non la donna dei Proverbi di Salomone,—in assetto di meretrice, strepitosa, e sviata,—ma una fanciulla cauta di animo, dimessa nelle vesti, e in sembianza mesta, intenta tutta a ricercare una moneta smarrita che aveva riscossa per certi pannilini lavati e stirati:—e non le doleva già la moneta, ma il pensiero che la sua povera madre, la quale abitava su nelle soffitte, l’aspettava per comprarne la cena.

Il giovane ebbe pietà della giovane bellissima; e gentile com’era, volendola aiutare e ad un punto non offenderla, finse unirsi a lei nella ricerca, e trattosi destramente di tasca una moneta uguale alla perduta, gliela porse dicendo averla trovata.

Qui sorrisi e grazie da una parte, e dall’altra lunghi sguardi e benigni, perchè la fanciulla era bella.

E mentre il giovane si partiva, la fanciulla, posto il piede sopra, inciampò nella sua moneta: fece atto di maraviglia, sembrò esitare un momento, ma poi chinatasi presto la raccolse, e volgendosi al luogo donde il giovane si era dipartito, scrollò due e tre volte il capo in aria beffarda.

Allora il giovane prese usanza in cotesta casa; ma la fanciulla usciva rado, e in ore diverse. Come aspettarla, e dove?—Quello che non potè il giuoco lo potè amore. Appena gli restava ora libera, il giovane correva alla bisca: un servo comprato vigilava su l’andito, e se la fanciulla veniva, avvisava; ed ella passava, nè tanto spesso da distrarre il giovane dalle fatali allucinazioni del giuoco, nè tanto infrequente da disperarlo. La fanciulla, come quella che non era composta di pietra, a poco a poco resa più domestica, di salvatica che appariva in prima, porse le orecchie alle proposte dello innamorato giovane. Dài oggi, dài domani, egli la persuase presentarlo alla madre: veneranda matrona, vedova di capitano di mare, travolta dalla fortuna a guadagnarsi con le proprie mani povera ed onorata sussistenza, col mestiere della stiratora. Nè cotesta strettezza l’affliggeva per lei, che ormai rassegnata vivevasi nei voleri del Cielo, e vecchia e inferma sentiva esserle contati i giorni sopra questa terra; però rincrescerle acerbamente della ragazza troppo più con delicatura nudrita che al presente suo stato si convenisse, e che pure, ove il Signore chiamasse lei alla sua pace, poteva peggiorare. Ah! per cuore di madre quale acerba spina era mai questa!—e la misera donna celatosi il volto con le mani piangeva lacrime sommesse per non contristare la figliuola. A mano a mano vennero a mettersi innanzi parole di matrimonio; ma subito insorsero difficoltà per via della religione, chè la fanciulla professava religione cattolica, e il giovane il rito anglicano; e la madre aveva fatto voto alla Madonna di Loreto che la sua figlia non torrebbe marito ove non fosse puro sangue ortodosso. La cosa tirava in lungo, e così si voleva: dopo molti pianti e contrasti, e notti vigili, e giorni disperati, e fieri proponimenti di morte, alla fine il giovane piegava; egli consentiva abiurare, a patto che l’abiura rimanesse celata, la quale cosa dopo non lieve dibattimento gli venne concessa. Vinto questo, ecco levarsi altro intoppo, e per questa volta non dependente dalla volontà delle parti. Or come avrebbe il giovane provveduto ai bisogni della futura famiglia? Con la paga di commesso? Incerto troppo e labile assegnamento: nè poterlo mai consentire la madre, educata a dolorosa esperienza; saperlo pur troppo il suo cuore materno com’era dura angoscia avere figliuoli, e rimasta vedova non trovarsi tanto da comprare loro il pane.—”No davvero,” la dabbene femmina esclamava; “se la mia figliuola ha da durare povera, è meglio che rimanga ragazza: a che pro mettere al mondo tanti infelici? La giovanezza dello sposo non mi assicura; la morte non patteggia con gli anni; ed anche il mio consorte, buona memoria, mi lasciò da giovane. Nè mi assicurano meglio la sua capacità e la facilità dei guadagni: altre e bene altre speranze io ho veduto appassirmi nelle mani! Anche il mio consorte fu nelle cose marinaresche peritissimo, e dei venti chirati della nave possessore di undici; e tutto questo un colpo di garbino irreparabilmente distrusse. D’altronde, ambedue giovani potevano aspettare: lo sposo attendesse a raccogliere danaro, e intanto si differissero le nozze….”

Quando Canuto, re di Danimarca, alzava il trono sopra la spiaggia, ed ordinava all’Oceano si guardasse bene sollevare la sua marea e attentarsi bagnarlo, davvero era meno stolto di chi si sbraccia a persuadere due amanti che differiscano le nozze.—Ma se tutto è un giorno, un’ora, un istante;—ma se il desiderio infiammato può spegnersi da un punto all’altro;—ma se pittori e poeti finsero le ali allo amore perchè va via:—e con quale ragione volete voi che aspettino? Passeggeri sopra cosa che passa, chi mi sa dire se il cielo domani coprirà la terra? Quando l’amore può aspettare, egli è infermo come i fanciulli che si astengono da correre: lo colse la gotta, male da vecchio; l’amore dura vispo e lieto anche venti anni, ma se diventa vecchio, in meno che non balena eccolo decrepito.

La fanciulla facevasi velo di lacrime alla faccia mansueta. Il giovane ragiona, prega, e tempesta insieme. La vecchia in mezzo immobile come il Destino. Il giovane disperato una sera entrò nella bisca; messe grosse poste, e vinse duegento ghinee: poca cosa, ma bastevole a sperimentare la fortuna, s’egli è pur vero ch’ella ami i giovani.—Fu baleno d’inferno, e Mammone penetrò nelle vene del giovane con tutti i suoi veleni. Da quella sera in poi sedè continuo intorno al tappeto verde…

Se della probità del banchiere egli dovesse o potesse dubitare non sapeva; certo però che a fraudare sembrava gli fosse chiusa ogni via. E poi il banchiere ispirava proprio fiducia: bello di faccia, con capelli copiosi e biondi egregiamente acconciati sopra la testa, onesti i modi, lo sguardo benigno, il sorriso innocente; e quando ripeteva la parola:—”Vado,”—per avvertire che estraeva la carta, sembrava Gabriel che dicesse:—”Ave!”—Però il giovane, allorchè si pose a sedere, fisse i suoi occhi dentro gli occhi del banchiere provocanti, e simili a quelli del duellatore contro al nemico che si apparecchiano a uccidere; ma il banchiere gli corrispose senza punta ira, anzi con pietà, come volesse dissuaderlo da porsi all’avventura. Durante parecchie sere le vicende del giuoco si alternarono ora triste ora liete: e fu il tormento di Sisifo; dopo avere sospinto il masso fino al sommo della montagna, tornava a rotolare giù fino alle falde, ma non tanto avverse da disperarlo, nè tanto felici da renderlo pago: parve cosa calcolata con sommo accorgimento per accendere con fiamme inestinguibili cotesta natura piuttosto temperata. Alla fine la fortuna prese a scoprirglisi a viso aperto contraria: rimesse il guadagnato, sparvero di un tratto i risparmi raccolti a stento nella voragine immane, e presto giunse al Rubicone dei cassieri,—alla cassa del padrone. Bisogna confessarlo, la sua immaginazione non evocò fantasma a spaventarlo, lui non turbarono le ambagi di Cesare: tanta cecità lo aveva sorpreso, che si rinvenne mille miglia lontano dalla riva prima di accorgersi che aveva passato il fiume. Quando se ne accorse, non era più tempo per tornare indietro; l’amore, la vergogna e il delitto, come le cagne studiose e conte dell’Ugolino, gli stavano al fianco incalzandolo al precipizio.

Di tratto in tratto sopra l’onda burrascosa della sua anima le apparve una sembianza atteggiata a mesto rimprovero,—la sembianza della madre vedova e lontana; ma egli si affaticò ad annegarla, e l’annegò sotto sconce libazioni di acqua vite.

Quando il giovane, dopo lunga meditazione, deliberò ingoiare un bicchiere dello infame liquore a questo scopo,—allo scopo, dico, di cancellarsi dal cuore la cara e buona immagine materna,—n’ebbe orrore, e pensò avere commesso un parricidio.

Adesso lo sciagurato non conta più i danari: a piene mani tuffa nella cassa altrui, a piene mani dà la pecunia sottratta in balía della fortuna, che se la porta come l’uragano delle Alpi la neve minuta.

Certa notte, dopo una perdita tale che agli stessi giuocatori colà convenuti pose spavento, sicchè gli avevano fatto cerchio all’intorno lasciandolo solo, quasi soldato invaso dal furore della morte sopra la breccia,—la voce del servo che disse: “Signori, il giuoco è terminato!” gli traforò le orecchie crudele come la operazione del trapano; traballò a modo di epilettico, e comprimendo un singulto nervoso ch’ebbe a rompergli la gola, uscì dalla stanza, e si strascinò verso le scale. Prima di scendere appose la fronte bollente allo stipite di marmo per ricavarne un po’ di refrigerio. Mentre stando così appoggiato lo assalivano le amarezze della morte, una mano gli batte lieve lieve sopra le spalle. Il sangue a guisa di lavacro di piombo fuso lo percorse intero dal capo alle piante ricercandogli ogni vena più minuta, ogni più sottile vaso linfatico; non ardisce muoversi nè aprire gli occhi; quando una voce di compassione gli susurra dimessa:

“Ahi! tristo voi, come siete tradito!”

“Tradito io? E da chi? E come?”

“Se io vi sapessi meno forte, mi parrebbe quasi carità tacere;—ma voi altri siete spiriti gagliardi, e stasera n’ebbi prova al giuoco, sicchè non dubito porgervi la medicina: a tutt’altro riuscirebbe troppo violenta,—ma voi guarirà…”

“Infine parlate.”

“Voi amate…?”

“Chi ve lo ha detto?”

“Lo so…”

“Dunque perchè me lo domandate?”

“Avete ragione. Ora dunque sappiate che la fanciulla che voi amate v’inganna e vi deride;… perchè…”

“Perchè?”

“È pubblica meretrice…”

“Tu menti… O provalo o ti strangolo…”

“Io non mentisco: egli è per bene vostro che mi sono persuaso a palesarvelo; e in quanto alla prova, animo, mio caro giovane! e venite.”

Questo uomo era nè più nè meno il Presidente.—Non gli fu difficile condurre seco il giovane prostrato di forza fisica e di volontà, e mentre lento saliva le scale porgendogli braccio, gli mormorava dentro le orecchie:

“Qui al secondo piano abitano meretrici: la mala femmina mena vita fra queste; finse povertà e albergo nelle soffitte, ma ella è delle più famose del secondo piano, e tiene il luogo accreditato perchè piacevolona, vaga di burle, e oltre modo disposta a sostenere una parte in commedia: se capitava in buone mani sarebbe riuscita attrice unica. La finta madre che le serve da mezzana non vale punto meno di lei. Io so tutte queste cose per filo e per segno, perchè—figuratevi—sono il padrone del palazzo.”

Giunsero al terzo piano. Il Presidente aperse adagio l’uscio di casa sua, ed invitò il giovane a entrare. Entravano e si trovavano al buio.

“Voi avete promesso farmi vedere… e qui siamo al buio.”—Queste parole suonavano come se fossero stritolate fra i denti del giovane.

“Silenzio: quello che ho promesso mantengo.—Porgetemi la mano.”

Quegli gliela porse. Il Presidente lo condusse in altra stanza; colà giunto si china verso il pavimento, e cava fuori cautamente un mattone. Dall’apertura proruppe una luce vivissima… Sorse in piedi, si accostò al giovane, e gli disse a voce bassa:

“Se vi aggrada… guardate…”

E il giovano guardò, e vide…

Un urlo disperato come di uomo ferito in mezzo al cuore riempie la stanza. Dopo lunga ora il giovane risensato da grave svenimento si trova giacente in letto, e vede il Presidente con amorevole sollecitudine porgergli aiuto. Questi lo vide appena con gli occhi aperti, Che levate al cielo le mani giunte esclamava:

“Lodato Dio! vi reputava più forte: invece di fare bene, temo avere commesso troppo gran male, e ne ho rimorso. Figliuolo mio, perdonatemi per carità… Conosco la esperienza essere stata acerba… capisco che a queste prove cuore di uomo non regge… ma non vi lasciate vincere dall’angoscia… coraggio… su via! Verrò a visitarvi… come posso a consolarvi… perchè sento per voi viscere di padre.”

E qui le parole amorevoli unite alle cure benevole furono infinite: singulti non mancarono nè lacrime, e profferte di accompagnarlo a casa. Il giovane allo improvviso balzò energicamente da letto; scosse la testa, e levati gli occhi al cielo esclamò:

“Il Signore mi aiuterà: sento avere dato dentro a inique trame. Ho traviato molto,—forse troppo; ma non v’ha errore che non possa ripararsi con la fede in Dio, e col fermo proponimento.—Addio. Voi mi avete guarito… io vi ringrazio.”

E sì dicendo partiva. Il Presidente restava come trasognato, guardando torvo e a traverso il pavimento; alfine esclamò:

“Cane d’Inglese…—Credevo che per lo meno si fosse gittato dalla finestra, e invece vi si accomoda dentro come in un letto di rose. Alla riscossa!”

La meretrice con larga promessa di premio persuasa a tradirlo, comecchè nella laida sua condizione rimanesse, pure di cotesto forte amore compiacendosi se ne sentiva lusingata, e fingendo affetto incominciava ad appassionarsi davvero.—Così la farfalla volando intorno alla fiamma abbrucia l’ale.—La misericordia non isdegna raccogliere queste creature purificate,—a patto però che la passione le purifichi come il fuoco, riducendole in cenere…

Il Presidente aveva pensato alla riscossa; e avviluppatosi dentro un ampio mantello, col feltro sopra le ciglia, studiando il passo, con moti obliqui, nel punto stesso in cui l’orologio della cattedrale suonava un’ora batteva un picchio alla casa del signor Waltom. Il picchio fu sommesso, e nonostante l’uscio venne subito aperto, conciossiachè la casa del mercante si assomigli ad Argo: gli occhi di coloro che vi abitano dentro non istanno mai tutti chiusi. Aperto l’uscio, il sopraggiunto domandò favellare al signore Waltom, e subito. Il servo risposegli che dormiva.

“Svegliatelo,” insistè l’altro; e poichè il servo si mostrava irresoluto, il Presidente, pestando forte del piè la terra, ordinò imperioso:

“Va e sveglialo subito, perchè qui si tratta di morte e di vita.”

E il servo spaventato, non senza farsi il segno della croce, scappò via, non curando altra informazione.

Comunque paresse strano ricevere a colloquio in ora sì tarda un uomo ignoto, pure le condizioni dei tempi, del paese, e dei traffici, non persuadevano rimandarlo inascoltato. Il signore Waltom, ch’era persona prestante molto, scese giù di letto, si gittò addosso una veste da camera, e comandò introducessero il tardo visitatore.

Il Presidente entra.—Invitato con cenno a sedere recusa, e con sottile arguzia imitando i modi inglesi diceva:

“Signore, la vostra mano…”

“Perchè?”

“Giuratemi su l’onore vostro che non sarete per isvelare mai il mio nome nè quanto sono per dirvi.”

Il signore Waltom, meditato un poco, risponde risolutamente:

“Non posso.”

“Perchè?”

“Se fosse cosa che nuocesse al re, allo stato, a chiunque altro insomma, il mio dovere sarebbe palesarla.”

“Oh no, riguarda voi solo, e consento ve ne possiate giovare: solo intendo che dobbiate tacere da qual parte vi viene.”

“In questo caso parlate, e confidate sul mio onore.”

“Bene!—Tenete presso di voi un giovane chiamato Guglielmo?”

“Sì.”

“In quale condizione?”

“Cassiere di banco.”

“La cassa vostra poneste in sua piena balía?”

“Dapprima no: ogni sera aveva a rendermi il conto e le chiavi; sperimentata poi la bontà sua, oppresso dai negozi, trascurai questa diligenza, e di presente facciamo i conti una volta al mese: le chiavi ritiene sempre.”

“Signore, duolmi annunziarvelo; voi siete tradito….”

“Possibile!” esclamò il mercante levandosi a mezzo da sedere…

“Uditemi.—Abito il terzo piano della casa ove tengono giuoco. Stasera per avventura mi venne fatto entrare là dentro, e con sorpresa ho visto il vostro cassiere giuocare, e perdere monti di ghinee;…. somme sicuramente superiori alla sua fortuna.”

“Lo avete veduto voi?”

“L’ho visto: ed informatomi s’egli avesse usanza praticare quel luogo, e se giuocasse sempre disperatamente in cotesta maniera, mi dissero da molte sere mandare a male tesori da fare ribrezzo.—Ritiratomi in camera ho dubitato lungamente se il mio dovere di uomo mi obbligasse o no a porgervene avviso: mi è parso sì, e venni per questo. Adesso buona notte, signore!—Spiacemi bene non avere incontrato migliore occasione per fare la vostra conoscenza, ma potete credere che non dipese da me.”

“Buona notte, signore! Gran mercè dello avviso: state sicuro tanto sopra la mia discretezza quanto sopra la mia riconoscenza.”

Si strinsero le destre: se le scossero more anglico, da slogarsi le spalle; e il signore Waltom pensò:—”Questa è una degna e rispettabile persona.”

Il Presidente guardandosi attorno uscì cauto, e rasentando le muraglie con passi veloci, scorso ch’ebbe un lungo tratto di via traversò la strada come ramarro nei giorni canicolari; quivi ristrettosi sotto le muraglie guardò il palazzo dond’era uscito. Egli vide una finestra illuminata al secondo piano: apparteneva alla camera che abitava il cassiere; dopo breve ora il chiarore crebbe a dismisura, e stropicciandosi le mani costui con compiacenza mormorò:

“La girandola ha preso fuoco!”

E sì che s’ingannava; imperciocchè senza aggravarsi l’anima della nuova tristezza, cotesta vita tanto insidiata stava per ispegnersi.

Guglielmo ridottosi nella sua stanza aprì la scrivanía: preso un foglio di carta velina, ed assettatosi con singolare compostezza, scrisse: “Madre mia!”

E si fermò,—considerando le parole scritte…

Coteste lettere presero allo improvviso sembianza di forma umana,—della madre sua,—che vedova e povera, per prova estrema di amore aveva sofferto staccarsi dal seno l’unico figliuolo affinchè andasse a procacciarsi sua ventura nel mondo, e nello abbracciarlo sul punto di dargli commiato gli aveva detto, frenando le lagrime:—”Figliuolo mio, dalla mia benedizione, e dalla raccomandazione di tenerti sempre davanti gli occhi gli esempi paterni, a me non è concesso darti altro viatico; e nonostante, queste cose ti potranno giovare meglio che danari e credito presso persone potenti.—Tu parti da casa tua con due compagne, la povertà e la probità: cerca di lasciare la prima a mezzo cammino, ma guarda bene ritornare indietro senza la seconda.—Va dunque, e Dio aggiunga alla tua felicità quella che i tuoi genitori avrebbero dovuto godere sopra la terra!”—Poi quelle sembianze venerande si scompigliavano, e le lettere mutavansi in altrettanti occhi gonfi e screpolati di vene sanguigne, e già da tutti gli occhi pioveva un diluvio di lagrime.

Dopo alcuno spazio dì tempo si provò a continuare la lettera, ma vide con ispavento la carta diventare nera come se la morte l’avesse coperta con un lembo del suo velo….—Infelice! senza accorgersene egli l’aveva tutta bagnata di pianto.

Tolse un altro foglio, e scrisse da capo:

“Cara madre!”

E si fermò…. perchè—incominciò a pensare—se la spada del dolore ha da passarle l’anima, spingerò io con la mia mano questa spada? La fama le narrerà la mia infamia e il mio delitto, ma ella non vi presterà fede…..—è tanto incredulo il cuore di una madre per le colpe dei figli!—Così io morrò sicuro di lasciare nel mondo una creatura almeno che mi ami, poichè nel duro passo al quale mi trovo condotto a me non soccorre altro conforto…..—Oh non versiamo altro fiele nella tazza già troppo senza fine amara.—E lacerò il foglio.

E nonostante,—indi a poco riprese a pensare,—e nonostante formerebbe parte di espiazione raccontare la mia colpa intera:—certo lo annunzio partecipato da me le sarà veleno, ma il sospetto di averla io in questo istante supremo dimenticata l’attossicherebbe più acerbamente e più presto.

Scelse un terzo foglio; lo accomodò sopra lo scrittoio, vi pose in mezzo la falsa riga, e molto propriamente l’appuntò con cera bianca perchè non iscorresse da una parte nè dall’altra e i righi venissero diritti bene.

Veramente,—proseguiva meditando,—sopra la infamia del figlio così ella non potrà più rimanere dubbia…. Non importa,—purchè nei pochi istanti che le durerà la vita non rimanga neppure dubbia che la mia tenerezza e la mia memoria non le mancarono mai…..

E accostata la penna, tracciò la prima lettera. Trovando poi che si erano ingrossate le punte e tracciavano male il carattere, con un pannolino attese ad asciugarle diligentissimamente.

Nè le madri—continuava tra se—per vergogna rinnegano i figli…. mai…. Sul trono o sul patibolo, lo immenso amore che sgorga dalle viscere materne aumenta gloria o mitiga vituperio.—Ma la madre di Pausania, che portò prima le pietre per turare la porta del tempio onde fare morire di fame il figliuolo ricovrato là dentro?—È menzogna.—Furono uomini quelli che scrissero cotesta favola, nè ardirono scriverla se non aggiungendo:—si dice.—E col temperino ragguagliò e pareggiò le punte della penna.—Se fosse stata una madre, avrebbe smentito la fama bugiarda….

“Cara madre!”—vergò per la terza volta, quando allo improvviso fu aperto con impeto l’uscio della camera, e una voce concitata lo chiamò:

“Signor Guglielmo!”

Lo sciagurato giovane non piega il collo, non muta il fianco, e persuaso venissero per condurlo al supplizio, esclama:

“Perchè tanto presto! Le ventiquattro ore non sono ancora passate.”

“Signor Guglielmo, date ascolto.”

“Scrivo a mia madre l’ultimo addio; raccomando la mia anima al Signore, e sono da voi, perchè anche a me tarda finire: anche pochi momenti in grazia…. per carità….”

“Date ascolto, vi dico;” ed una mano gli si posò su la spalla scotendolo forte; ond’ei volgendo il capo vide il suo Principale.

“Ah! siete voi, signor Waltom? Vi aveva scambiato col carnefice….”

“Di simili errori è padre il delitto.—Dove avete le chiavi della cassa?”

“Eccole.”

“Levatevi, e andiamo a riscontrarla.”

“Non importa…”

“A me importa moltissimo.”

“Non importa, vi dico….”

“Perchè? Dite: perchè?”

“Perchè è vuota.”

“Vuota!”

“Vuota.”

“Ahimè!” esclama il mercante abbandonandosi sopra una sedia;—”il male dunque è maggiore di quello che io immaginava! Domani dovrò sospendere i pagamenti! Fallire!”

“Fallire…. oh no! Vi salderò…. stanotte.”

“Saldarmi voi? Stanotte? E con che?”

“Oh io saldo tutti stanotte…. in verità….” rispose il giovane dando in altissimo scoppio di riso.

“Miserabile! e ardisci ancora aggiungere lo scherno?”—vinto da immenso sdegno proruppe il signore Waltom; e stretto il pugno precipitò a percuoterlo nel volto.

“Non mi battete!” balzando in piedi con disperata passione urla
Guglielmo; e cavatasi una pistola di tasca la sporge verso il signore
Waltom.

“Scellerato! vuoi ancora levarmi la vita?” urla a sua posta il signore
Waltom tratto fuori di sè.

“Ma uccidetemi…. piuttosto…. in carità,”—prosegue Guglielmo senza badare e forse senza udire le parole del Waltom.

“È dovere liberare da questo iniquo la terra” continua il Waltom, il quale non udiva nè vedeva più nulla, non si accorgendo lo sciagurato giovane avergli voluto porgere l’arme perchè lo uccidesse. Nel concetto che avesse Guglielmo attentato ai suoi giorni, il signore Waltom esce furioso serrando la porta a doppio giro di chiave, e così come l’ira lo mena, in veste da camera, col capo scoperto, si caccia giù per le scale, e corre ad accusare il misero giovane al Presidente della Corte Criminale.

Lo insidiatore sentì aprire la porta di casa; vide precipitare un uomo e correre alla sua volta; pensò fuggire, poi temè levare rumore, stette e si rannicchiò. Il signore Waltom passandogli da canto come folgore lo urlò, ma tanto l’ira il vinceva che non se ne accorse neppure.

“Dove va costui?”—E lo seguitò alla lontana: in breve ebbe chiarito ogni incertezza, vedendolo entrare nel palazzo della Corte Criminale.—. “Per Dio! così non va bene: la matassa incomincia a imbrogliarsi: procedure criminali non mi accomodano; basta mettere un filo in mano a cotesti signori della Corte, che presto sanno dipanare il gomitolo. A tempo sereno ogni piloto vale. Una buona azione! Ride il Demonio…. rida…. il Demonio è uno stupido: se venisse nel mondo, i borsaioli adesso gli ruberebbero la coda; egli è buono per mettere paura ai bambini. Del gran cimbalo dell’universo bisogna sapere toccare tutti i tasti.—Ora è mestieri vedere Guglielmo, e poichè non si è voluto ammazzare, ed ha torto, persuaderlo alla fuga. A me basta l’animo per trafugarlo e nasconderlo fino…. fino al giorno del giudizio.—Certo io aveva immaginato il mio poema senza tanti episodi, semplice come una tragedia di Eschilo, ma la fortuna mi ci annesta sopra avvenimenti sì inaspettati e nuovi, che di classico a mio dispetto divento romantico….”

Queste ed altre simili diavolerie fantasticando, con presti passi si accostava alla casa del signore Waltom: la trovò chiusa; stette alquanto sopra di sè considerando se fosse o no bene bussare, e darsi a conoscere al servo che gli aveva aperto poco anzi: non gli parve prudente. Allora, fecondissimo com’egli era di partiti, gli occorse un ripiego. Perlustrata la via, raccoglie diversi sassi, e con bella destrezza prende a gettargli nella finestra del secondo piano. I sassi tratti da mano maestra arrivavano al punto: ruppe due vetri, ma nessuno si affacciò; e sì che Guglielmo era nella stanza, e si vedeva la sua ombra passare e ripassare traverso il chiarore della finestra, e doveva pur sentire.

“Cane d’Inglese! ha il capestro al collo, e fa il superbo!”

Allora si attentò a chiamarlo piano dapprima; poi, urgendo la necessità, a poco a poco più forte: invano! Nessuno si mosse. Ma l’uomo dabbene ebbe avvertenza a tutto, e notando da lungi un insolito rumore, si trasse curioso in disparte. In breve fu udito più distinto un suono di voci concitate, di passi, e di armi; e indi a breve vide passare il signore Waltom, magistrati, e guardie di sicurezza. Waltom aperse l’uscio, entrò, e con esso gli altri, e richiusa la porta, ogni cosa tornò in silenzio. Costui ritto, attaccato alla parete, non fiatava; il cuore per paura di tratto in tratto gli dava dentro un trabalzo, ma egli costringeva quel cuore ribelle a starsi quieto con mano di ferro.

Allo improvviso scoppia un tiro di pistola, e subito dopo prorompono diversi urli: un altro vetro della finestra del secondo piano vola in pezzi, di cui alcuni cadono addosso al Presidente.

“E ci voleva tanto!” dilatando i polmoni con una lunga aspirazione di aria esclamò costui: “così aveva immaginato, e così va bene. La girandola ha preso tardi, ma ha preso. Adesso non mi rimane a fare più nulla, e posso andarmene a letto e dormire tranquillo.”

E ridottosi a casa si coricò difatti, e dormì tranquillo.

La mattina appresso la dolente nuova si diffuse per la città: si fecero capannelli, corsero molte e diverse voci; le passioni come acqua turbata a poco a poco si acquietarono; la casa Waltom soccorsa opportunamente sì sostenne; nuovi e grossi guadagni ristorarono il danno, e la superficie fredda ed unita degli affari coperse di oblio cotesto avvenimento.

Guglielmo rimase spento sul tiro: essendosi sparato la pistola in fondo alla bocca, la palla andò in linea retta a percuotere il cranio sotto il cervelletto; trovato lo intoppo dell’osso, tornò indietro traversando diagonalmente la testa, e spingendosi avanti il cervello ruppe l’osso frontale con un foro tondo quanto uno scudo. Quinci usciva in compagnia del cervello; ma il cervello come più casalingo rimase in camera, e si adagiò per l’appunto sopra la lettera che Guglielmo aveva scritto alla madre; la palla poi di voglie viaggiatrici prese la finestra….

“Possa Dio seccarti la lingua come il tendine del tuo avo Giacobbe!—Vuoi tu lacerti, Zabulone?.. tu mi laceri il capo…. or come ti basta l’animo per raccontare con tante arguzie sì dolenti cose?”

“Non ricordava i tuoi nervi di seta.—La belva era presa: si adunarono per dividerne i brani sanguinosi: tra biglietti di banca, ghinee, zecchini, napoleoni, ed altre monete di oro di ogni maniera, fu trovato che il valsente carpito al defunto sommava a meglio di ventimila lire di sterlini,—valore enorme:—due sesti ne toccarono al Presidente, perchè così per patto; due sesti al gentil giovane dalla chioma bionda che estraeva le carte dalla cassetta chiusa per allontanare perfino il sospetto della lealtà sua nel giuoco; un sesto alla madre, un sesto alla figlia—Ma la supposta figlia si fece aspettare un pezzo, e poi non venne: andarono a trovarla, e piangeva. La dileggiarono, la schernirono; ella indicava il cuore, e le risposero con un coro di risa chiamandola: pazza! pazza!—ella prese a piangere, e le fecero sfolgorare su gli occhi napoleoni nuovi, ghinee di Giorgio IV ardenti e lampeggianti: ella supplicò a mani giunte la lasciassero in pace, e tutti insieme l’ammirarono per la stupenda attitudine a sostenere qualunque parte, anche la Maddalena penitente, la Margherita da Cortona:—brava, bravissima per verità!

Tribolata con mille modi, impaziente di cotesta infame tortura con le fibre più dolorose del cuore, la peccatrice cessa le lacrime allo improvviso, con ambe le mani si tira i capelli dietro le orecchie, e favella risolutamente:

“Levatemi davanti il prezzo del sangue! Guai a voi se lo accetto; io nol potrò tenere in mano non altramente che se fosse un tizzo acceso, e lo porterei al Magistrato, per impiccarmi poi come Giuda….”

“Dice davvero!” mormorarono i complici; e non se lo fecero ripetere la seconda volta. Si restrinsero insieme per considerare i provvedimenti da prendersi. La finta madre, siccome nelle donne vedemmo ordinariamente avvenire, le quali sono per debolezza crudeli, intendeva andare per la via più corta. Meglio avvisato, il Presidente osservava doversi dare tempo al tempo, anteporre le arti di Fabio a quelle di Marcello, imperciocchè la Giustizia, quantunque paresse addormentata, pure ella dormiva, a modo della lepre, con occhi aperti, e orecchie tese; quindi bisognava impedire ogni rumore. I complici se ne rimessero alla prudenza del Presidente, che invero era molta; e di più, dopo una lunga discussione, per cinquantamila lire fiorentine egli si accollò a suo rischio e pericolo l’aggiustamento di questa partita.”—

Zabulone tacque.—Smanioso io gli domandai:

“Ma la Provvidenza consentì che andassero impuniti gli scellerati!”

“No, figlio mio: ma se taccio tu ti affanni nel dubbio; se parlo ti addolori nella certezza….”

“Parla, Zabulone; parla, dacchè il silenzio mi nuocerebbe adesso più della favella.”

“Ferro, laccio e veleno adoperò la vendetta arcana che vigila sul mondo, come altra volta il Tribunale della Santa Vema. Il biscazziere abbandonò la isola continuando le sue truffe pel mondo. Scoperto baro per singolare vicenda che ti narrerò un’altra volta, ai bagni di Homburgo nel tornare a casa gli dettero di un coltello in mezzo al cuore, e gli rubarono il danaro rubato.—Ladro di ladro non fa peccato:—gana min a gana plur,—come diciamo noi altri; solo gli lasciarono le carte, e gliele distesero per supremo scherno intorno del capo a modo di raggiera.—La Mezzana, dopo varie vicende di vita, prese a nolo un colosso nato a Como, che un bel giorno la lasciò strangolata nel letto, e con le spoglie della casa sì salvò con la cameriera in America.—La giovane peccatrice prese in odio il peccato e il luogo della infamia: si ritrasse in una celletta dove visse poco, e mantenendosi col vendere ora questa ora quell’altra masserizia. Il nostro pietoso Presidente non cessò mai dì visitarla.—Se vuoi sapere com’ella s’inducesse a sopportarlo, te lo chiarisco in breve:—con la promessa di portarle alcuno oggetto che fosse appartenuto al misero Guglielmo. Egli era troppo buon gentiluomo per mancare alla sua parola: si procurò l’ultima lettera scritta dal defunto alla madre, che non fu spedita perchè macchiata di sangue. Gliela porse il pietoso con sembianza compunta; e l’avvertì a tenerla cara, perchè il cervello del giovane era andato a cascare per lo appunto là sopra. La giovane svenne, quindi a poco la sorpresero atroci convulsioni che fecero dubitare della sua vita; ma il Presidente la soccorse con amorevolezza veramente paterna. Vedendo com’ella risensasse a stento, egli disse:

“La cosa potrebbe andare da se; nonostante è bene secondare la natura.”—Sì dicendo le porse a bere certo suo liquore capace a resuscitare un morto. Le convulsioni, i deliquii, i brividi lungo la spina, i sudori ora freddi ora caldi, le fauci ardenti, le labbra sitibonde, non cessarono più. Il Presidente, conosciuto il caso allo estremo, senza risparmio di spesa condusse a un tratto quattro medici di maggior grido. Tre di loro esaminarono poco, interrogarono meno, e manifestarono tre diverse opinioni; il quarto, mio amico, vecchio ed esperto, indagò molto e parlò breve:—”Questa donna muore avvelenata!”—Ebbe del visionario, del pazzo e dello ignorante, e fu licenziato: rimasero gli altri che, infierendo il male con spaventevole rapidità, ordinarono i sacramenti. Il paterno amico si recò dal Parroco, raccomandandogli stesse pronto, imperciocchè egli volesse differire quanto meglio si potesse, però senza pericolo dell’anima, coteste pratiche venerandissime certo e veneratissime, ma piene di mestizia a cotesta sventurata fanciulla, la quale se aveva molto peccato, aveva ancora molto amato, ed ora si sentiva trafitta da compunzione ineffabile.

“Ahi padri! padri!”—esclamò pietosamente il Presidente; e si recò il fazzoletto agli occhi quasi per asciugarsi le lacrime; e siccome in questo atto gli penetrò un bruscolo di tabacco nelle palpebre dell’occhio sinistro, gli riuscì piangere davvero. Il buon Parroco, commosso a tanta tenerezza, pianse al suo pianto, e levò a cielo quel dabbene uomo acceso di carità davvero, ma davvero perfetta. La sera verso l’ora del De profundis il Presidente arriva affannato alla Parrocchia, e:

“Presto, Don Geronimo, presto accorrete,” diceva al Parroco da lontano;—”la poverina si muore; venga a confessarla, e porti seco la pisside e la borsa dell’olio santo…”

Ma Don Geronimo, che pativa di gotte, sì era già posto a giacere; nonostante balzò subito seduto sopra il letto, e siccome in quel moto sentì certe trafitte che gli fecero vedere tre soli, pensò tra sè:

“Oh benedetta! poteva morire qualche ora prima:”—e subito riprese:—”o piuttosto molte ore…. anzi anni dopo;—ma…” aggiunse “l’uomo muore quando Dio lo chiama, e il sacerdote deve accorrere sempre allo esercizio del suo solenne ministero…”

E volle gettarsi giù dal letto, ma non potè; e pian piano, aiutato dal servo e dal Presidente, si vestì, reprimendo i sospiri che il povero uomo offriva a Dio in isconto dei suoi peccati.

Dopo lunga ora sì posero in via: il Parroco sorretto dal Cappellano andava avanti come poteva; il Presidente lo seguiva tenendo aperto l’ombrellino di seta.—Avrebbe riso anche il diavolo.

Quando giunsero a casa, la peccatrice era moria. I tre sacramenti rimasero a terra.

Il Presidente vide un foglio caduto accanto al letto; lo raccolse, e conobbe essere la lettera di Guglielmo, dono atrocissimo della insidia di sangue; lo bruciò, avvertendo che si consumasse intero; e quando fu ridotto bene in cenere nera, si volse al Parroco in suono di rimprovero e di dolore, ed esclamò:

“Abbiamo fatto tardi!”

E il Parroco chinò il capo umiliato.

“Maladetta gotta! Dio mi perdoni, perchè la gotta si può maledire senza scrupolo di coscienza;—ma la contrizione l’avrà… anzi deve averla salvala…”

“Così sia, Don Geronimo, Intanto non mi par bene divulgare che Ella non fu a tempo a confessarla…—Don Geronimo capisce che ne scapiterebbe il suo decoro. Le faccia un mortorio onorevole, e suffragi per l’anima sua… quanti bastano; le dia sepoltura cristiana… ed… io… pagherò… le… spese…”

“Oh non importa!” replicò il Parroco arrossendo… “a farle suffragi mi credo obbligato anche io…”

“Oh bravo via. Don Geronimo… faremo mezzo per uno… nè tutto pagato, nè tutto regalalo…” rispondeva il Presidente stropicciandosi con soddisfazione le mani.—”Basta, io me ne rimetto alla sua carità…”

Il funerale fu fatto e pomposo: la donna ebbe sepoltura in chiesa con lapide di marmo bianco, ed epitaffio a lettere di oro, e il Presidente fu dichiarato insignis pietatis vir, nè più nè meno dello antico Enea.

Adesso pensa che il danaro non era poco, e poni in mano un ventimila scudi a tale uomo qual è il Presidente, e tu vedrai quello ch’ei saprà fare mediante traffici di ogni maniera, condotti con prudenza e destrezza ch’egli possiede grandissime;—e aggiungi ancora che sovente gli accadde di fare assicurare così per distrazione le sue navi e i suoi carichi a Londra e a Costantinopoli. Fortuna volle che per lo appunto quando meglio assicurava, e più perdeva; ed egli non già a fine di male, ma proprio per distrazione, risquoteva le due sicurtà. Insomma volle possedere tesori, ed ecco ei li possiede. Che cosa gli manca? Egli ricco, egli accasato ottimamente, egli giocondo di famiglia egregia, tenuto in pregio, blandito, festeggiato, lodato; già illustre per onori ricevuti, e in aspettativa di nuovi, egli morrà…”

“Contento?”

“No”—drizzando la persona incurvata Zabulone ed agitando le chiome grigie come un profeta in atto di maladire, proruppe con molto terribile voce,—”lui non puniranno i rimorsi: questi non varrebbero a spaventarlo; egli se n’empirebbe le materasse, e vi dormirebbe sopra più morvido. Dio lo punirà nella sorgente del suo peccato. Egli ambiva lasciare nome e famiglia di fortune e di pompe superba, e il suo nome morirà con lui; egli seppellirà i suoi figli che lo conoscono, ch’egli non può ingannare, e lo disprezzano; il suo retaggio andrà disperso come un nuvolo di polvere sospinta dal vento. La mano del Signore toccherà le radici di questa pianta maligna, e prima di morire vedrà cadersi tutte le sue foglie maladette dintorno. Egli ha radunato per riempire una fossa… Erede di tutti i suoi, egli vi getterà dentro in confuso moglie, figli, e tesori… e Satana infine ridendo vi getterà lui stesso.—La vita, o Gualberto, è un lungo conto corrente; ma prima di morire, la coscienza, computista senza errore, tira a tutti la somma, e quanto più ella tarda, o fa improvvisi i conti, tanto maggiormente giungono pieni di paura. La giustizia di Dio vive e governa. A ogni uomo verrà retribuito secondo le sue opere, e questa persuasione unita a molte altre cause varrà non poco a migliorare questa nostra specie.—Però le cose procedono lente al bene, spesso si arrestano, qualche volta deviano: le generazioni umane, come le generazioni delle foglie, ora nascono, ora muoiono; il verno le disperde, aprile le rinnuova, e tu guarda al tronco che non muore mai. La opera dei secoli non può conseguirsi in giorni o in anni, ma la sapienza governata dalla speranza visse nei tempi passati, nei presenti sonnecchia mercè le nuove ipocrisie, e vivrà in quelli che non furono peranche generati dal volere di Dio; e tu in ispirito puoi assistere al giorno della creazione, in cui furono appesi al firmamento il sole e la luna, come al giorno della distruzione, ove una gran voce scrollerà l’universo dicendo:—Basta!—E cotesti luminari si spegneranno a modo di lampade a cui manca l’alimento.—Zabulone ebreo ti dava questi ammaestramenti perchè ti consolassero, e tu tienli avanti gli occhi come le tavole della testimonianza, ricordandoti quello che Rabbi Santo favellava a Don Pietro:

Por nascer en espino
La rosa, ya no siento
Que pierde; ni el buen vino
Por salir del sarmiento;
Ni vale el Azore menos
Por que en vil nido siga
Ni los exemplos buenos
Porque Judio los diga.¹
NOTA.

Pag. 156.—(1) Rabbi Santo chiamava se stesso Don Santo Judio de Carrion, perchè nato a Carrion de los Condes nella Castiglia vecchia:

Señor noble rey alto
Oid este sermon
Que os dise Don Santo
Judio de Carrion

Nacque sul principio del secolo XIV. Nel 1360 essendo già vecchio, diresse a Pietro il Crudele, re di Castiglia, un poemetto intitolato:—Consejos y documentos del Judio Rabbi Don Santo al rey Don Pietro. Dicesi si chiamasse veramente Don Mose, e fosse chirurgo del re. Attribuiscono a lui il poema:—La Dansa general de la Muerte, o Dansa Macabra.

Giosuè Carducci – Il buco nel muro di Francesco Domenico Guerrazzi

Se alcuno, gittando gli occhi su tale argomento di appendice letteraria in un giornale stato sempre avverso ai procedimenti politici di F. D. Guerrazzi, se ne ripromettesse una fitta d’allusioni maligne o di volgarità invereconde, quegli s’ingannerebbe a partito. Di molte cose è ignorante chi scrive la presente appendice; ma questo non ignora, questo fermamente crede e liberamente professa: che lo scrittore, il quale pur essendo di pochissime facoltà rispetta in sé il ministero delle lettere, non ha da sottomettere il pensiero e la penna né al superbo giudizio della opinione creata dalle parti né alla variabile moda; e che a scrittor giovane massimamente si addice la osservanza verso chi formò con l’ingegno potente molta vita intellettuale della generazione a cui egli appartiene, a chi, atleta già provato nella lotta senza fine col male, resta diritto nel campo aspettando e ricercando tuttavia la battaglia, mentre i sorvenienti si perdono dietro a farfalle ed a fiori o scioperano all’ombra de’ sacri boschi non da loro piantati.
F. D. Guerrazzi è l’ultimo superstite degli illustri toscani, che nella metà prima di questo secolo resero onore e diedero impronta propria e rilevatissima alla letteratura che oso ancora chiamare toscana, della quale ognun sa quanto bassa fosse caduta nel secolo scorso. E ognun sa come dal ’15 in poi prevalesse in Italia la scuola in prima solamente lombarda, poi anche piemontese; la quale era messa in atto da quel comune impulso, che respinse le nazioni d’Europa dalla imitazione francese del secolo decim’ottavo alle loro origini, alle antichità loro storiche e letterarie, ma che pur ritenne qualche cosa del carattere rivestito in Germania, nella Germania della Santa Alleanza, onde mosse da prima, e ove fu per qualche tempo riazione non solo contro la conquista francese ma contro la rivoluzione incarnata nella repubblica e nell’impero invadenti. Anche nella Francia avemmo a udire il Lamartine e l’Hugo, trasportati da quel movimento un po’ cieco e furioso, declamare nei loro princípi contro la rivoluzione e l’89. Non furono sí ciechi i nostri, lombardi e piemontesi: ma pur si ristrinsero in un cristianesimo un po’ troppo stazionario, piú disposto, per dirla con Dante, a patire che a fare; vagheggiarono di soverchio il medio evo cosí per la rappresentazione artistica come nell’essenza storica: onde il neoguelfismo, che fu un male: onde la confederazione italiana col papa a capo, che altri seppe accortamente pescare nei loro princípi e nei loro dettati. Che se alcuni potenti d’ingegno e di volontà giunsero a liberarsi dalle conseguenze ultime di certe premesse, abbiamo tuttavia recente l’esempio d’uno scrittore di quella scuola, che ha mostrato apertamente non poter menarci buona l’unità; la quale oramai è pur condizione necessaria ed unica del nostro esser civile. Allora fu bello veder la Toscana levarsi d’un tratto a contrastare non di lingua né di forma, ma di pensieri e di massime; levarsi a difendere la vecchia tradizione del suo Dante, del suo Machiavelli, del quasi suo Alfieri. Nell’alta Italia tutto informava, con forza vera e nuova tra noi, la personalità di Alessandro Manzoni: egli la fonte da cui scaturivano la politica e la storia, la filosofia, la poesia, il romanzo. Se non che egli, con quel senso squisito di convenienza che è primo carattere, anzi, direi, grandissima parte del suo ingegno, non avea forse mai trasmodato: sí trasmodarono gl’imitatori e seguaci. E allora l’autore del Nabucco insorse alla sua volta col Procida e coll’Arnaldo; allora contro gl’innaiuoli e gli scrittori di ballate, contro i menestrelli e trovatori in caricatura, contro i genii incompresi e non comprendenti, contro gli arcadi nuovi, insorse la lirica satira del Giusti; allora contro i romanzi moltiplicati sino al fastidio da ispirazioni e reminiscenze feudali di sagrestia insorse F. D. Guerrazzi col maggior suo romanzo, ove protagonista è il popolo, catastrofe la caduta della libertà e dell’Italia. E a questi tre scrittori massimamente si ha obbligo, se la Toscana, non ostante la sua gloriosa autonomia, non ostante le tradizioni di democrazia recenti e vive nel suo popolo, gridò prima l’unità, trascinò seco nel concetto dell’unità tutta Italia. Questa giustizia dovevasi alla scuola letteraria toscana e all’ultimo superstite rappresentante di lei.
Parlare in genere dei difetti d’arte che son nei romanzi dell’illustre scrittore sarebbe inutile, quanto discorrere i pregi di quello del Manzoni. Chi non sa che quei difetti gli ha confessati in certi luoghi l’autore stesso? Chi non sa che quel suo ingegno altero, solitario, chiuso in sé, che trae la ispirazione piú dall’uno che dal molteplice, piú da dentro sé che dal di fuori, non gli permette di variare atteggiamenti e colori, meglio condensa il suo raggio affocato sopra certe figure e scene fantastiche di quello che non si allarghi chiaro e sereno nella vita esterna reale? Chi non sa che, a guisa del poema di Giorgio Byron, il romanzo del Guerrazzi precipita, come torrente, di cascata in cascata, e cerca rupi e scogli contro i quali infrangersi spumeggiando; piuttosto che si devolva pieno ed eguale nell’analisi graduata dello Scott, come fiume in lati e declivi meandri? Ma e chi può negare la potente originalità dello scrittore livornese? Mi si permetta, poiché non mi soccorre un termine di raffronto dalla storia letteraria nostra, di ricorrere a quella delle arti. Il Guerrazzi fra i romanzieri del tempo mi pare quel che Piero di Cosimo fra i pittori dei primi anni del secolo decimosesto. (Non mi si faccia per questo l’ingiuria d’intendere che io voglia agguagliare tutti gli altri nostri romanzieri alla bella scuola pittorica del Perugino e del Ghirlandaio). Figuravano gli altri bellezze ineffabili di vergini e sante: Piero, mostri stupendamente orribili. Studiavansi gli altri di delibare dalle parvenze divine della natura il fiore ideale, e aggraziarla: Piero si piaceva di veder selvatico ogni cosa, e voleva che gli alberi e le viti dell’orto suo cacciassero e stendessero a loro talento intatti dal pennato e dal ronchio i rami ed i tralci, allegando che le cose della natura bisogna lasciarle custodire a lei senza farci altro. Proponevansi gli altri i modelli che quella età porgesse migliori: egli guardava a lungo nelle nuvole, e ne cavava di strane battaglie equestri e le piú fantastiche città e paesi che si vedessero mai; anche amava i diluvii grandi delle acque che si rovesciassero dai tetti stritolandosi per terra. Gli altri rallegravano l’Atene italiana del Cinquecento con le piú liete e vaghe mascherate del mondo: egli spaventava i fiorentini, troppo tosto dimentichi del Savonarola e troppo improvvidi della servitú, sorveniente, col Carro della Morte. Altro tipo somigliante al Guerrazzi scrittore l’abbiamo in Michelangiolo da Caravaggio. Sórto egli pittore senza maestro, tra il fiorire de’ Caracci, per dispetto degli arbitrii accademici e delle leggi convenzionali si gittò sotto i piedi ogni regola. ogni legge, e l’antichità e il disegno: per odio ai coloritori del tempo, ei dipingeva in uno studio tutto tinto a nero, ove la luce pioveva scarsa da un solo e alto spiraglio. Onde ne’ suoi dipinti le ombre vigorose e taglienti, rilevati i contrasti del chiaroscuro, il tócco vigoroso; ma e scorrezioni e durezze inevitabili. Aggiungi che il Caravaggio presceglieva, a dipingere, assassinii e avventure paurose, ruine e cadaveri, e che nei quadri per le chiese sgomentava e disgustava i divoti con la cruda verità. Ma tutto questo, odo dirmi, è egli bene? Tutto tutto, non credo. Per altro ai tempi in cui il convenzionale predomina, o in cui, a malgrado delle pretensioni e presunzioni superbe, tutto è appianato e livellato a un esempio né alto né bello, tutto è intonacato e scialbato come le facciate delle chiese de’ gesuiti, questi contrasti acri, avventati, è bene che ci sieno.
Di tal guisa F. D. Guerrazzi ha compiuto il ciclo de’ suoi romanzi di antico argomento. Dopo narrato la caduta della libertà e preso vendetta dei percussori ed eredi di lei – imperocché l’Assedio, l’Isabella Orsini, la Beatrice Cenci possono riguardarsi come una trilogia sanguinosa, della quale la Battaglia di Benevento è il prologo, e la Veronica Cibo il picciol dramma satirico – ora mostra di voler modificare la sua prima maniera, piegando ai tempi moderni col Pasquale Paoli, ed anche al romanzo di carattere o di costume contemporaneo con questo Buco nel muro.
Io per me amo il romanzo di costume e d’argomento moderno a preferenza del racconto storico. Oggi gli spiriti sono piú quieti, e certe cose si possono dire. S’intende bene che il romanzo storico avesse una ragione d’esistere in Scozia, la terra delle ballate, la terra ove le tradizioni passano modificandosi di generazione in generazione per le leggende dei clan. Ma in Italia, ove in cambio delle leggende abbiamo le inesorabili cronache, le quali segnano il giorno e l’ora non che l’anno d’un avvenimento; in Italia, dove la poesia popolare contenta a cantare cosette d’amore o di devozione non s’è brigata mai delle vicende patrie, dove la epopea storica propriamente detta non ha potuto allignare; in Italia il romanzo storico poté e potrà essere uno sforzo d’ingegni piú o meno felice, non mai un genere di letteratura propriamente nazionale e vivace. E, per tornare al Guerrazzi, tenendo io il romanzo di costume contemporaneo per piú artistico, per piú necessario e utile, per piú accessibile alle moltitudini, che di fatto nei romanzi storici gustano meglio le parti d’invenzione e di affetto, mi rallegro di vederlo preso a trattare da uno scrittore illustre, e spero ch’ei ce ne darà esempi originali e che durino all’ammirazione e allo studio dei lettori. Ma F. D. Guerrazzi, il quale sbozza piú che non finisca, e riesce ne’ tócchi arditi meglio che nei contorni, nelle tinte vigorose meglio che nelle sfumature; il Guerrazzi, il quale si trova a suo agio fra le nature scabre e forti della storia antica e tra quelle de’ Còrsi; potrà egli accomodarsi a delineare, a miniare le figurette lievi e sfuggenti della bella e buona società contemporanea? Questa è la domanda che si movono molti fra gli ammiratori dell’autor dell’Assedio, del dipintore terribile della cena e del laboratorio di Francesco de’ Medici. Rileggiamo Il Buco nel muro.
Nulla d’orribile, nulla d’ostentato o di sforzato negli avvenimenti e nei caratteri: niuna dose, per quanto minima, di quegli eccitanti, che la imitazione francese suole intromettere in siffatti romanzi. Semplice e piana è la storia, una breve storia di famiglia. Vediamo e udiamo ne’ due primi capitoli uno zio, buona pasta d’uomo strano, tutto cura e amore per la casa e per un nipote che s’è rilevato e tirato su orfanello. Non però dovete credere che il signor Orazio sia uno di quei soliti zii da commedia, il cui tipo primitivo è il Micione terenziano; di quegli zii buontemponi, ben pasciuti, tutti ciarla volgarmente assennata, che lasciano correr l’acqua alla china. Il signor Orazio è un uomo ora arruffato come un istrice, ora soave come una colomba; che pensa come non pensano gli altri, e dalle cose chiarissime curiosamente osservate deduce le piú nuove conseguenze; che per le follie e le tristizie del mondo ha un cotale suo riso, velato talor da una lacrima, terminante piú spesso in un fremito: sopra tutto grande amatore del parlar figurato e delle digressioni. E Marcello, il suo degno nipote, specialmente nel considerar le cose dal lato piú lontano, e specialissimamente nell’amore delle digressioni, tien tutto dallo zio, se pure, per la maggior caldezza della gioventú, non lo vince. Sta fra i due la Betta, vecchia donna di casa, una di quelle che in una famiglia priva di capo femminile pigliano il sopravvento sul padrone, e dimostrano la loro potenza con la famigliarità rispettosa verso di lui, con l’affettuosa protezione verso i minori. La Betta, figura gioviale e arguta, dall’aria serena e sicura, fra zio e nipote pensanti e parlanti a ghirigori, rappresenta il buon senso popolano, che vede le cose dall’aspetto piú ovvio e piú vero, e pensa dirittamente, e parla alla buona, benché talvolta si lasci prendere a certe lustre per fin di bene; è una specie di Sancio Panza in gonnella, senza la goffaggine del bravo scudiere della Mancia. Ma il signor Marcello, conoscendo per prova l’arrendevolezza dello zio non ostante le dure apparenze, gli avea levato la mano; e di scapataggine in scapataggine era venuto tant’oltre da rasentare la via della colpa. Fatto un animo risoluto, lo zio lo fornisce del necessario viatico, e lo conforta a correre il mondo e non tornarsene a casa se non mutato in altr’uomo e dopo cinque anni. Ne corrono intanto due; il cui spazio è occupato nel racconto da un capitolo ove si dimostra piú apertamente al lettore l’animo e la vita del signor Orazio, e da un altro, ove, perché il lettore non prenda scandalo del terribile salto di due anni, gli si fa la storia delle origini e delle vicende del romanzo. Ma il zio Orazio, per quanto non voglia farne trasparir nulla, è tormentato dal pensiero di Marcello, e ne discorre una sera con Betta: quando a un tratto si spalanca l’uscio ed eccoti niente meno che Marcello in persona. Il quale fa in tre capitoli la narrazione, un po’ piú lunga di quella d’Enea che dura due libri, de’ suoi viaggi, de’ suoi travagli, della sua conversione; come, reputasse bene non recarsi oltre Milano; come dato fondo al denaro, tornasse a pigione in una soffitta; come volendo appendere una immagine alla parete facesse un buco nel muro, buco in grazia del quale egli torna Rinnovellato di novelle fronde, Puro e disposto a… a far che, vedremo piú sotto. Imperocché vide per quel buco una donna, una bellissima e pietosa e misera donna che sosteneva col lavoro delle sue mani e con amorosissime cure confortava un ammalato. Era la signora Isabella, figliuola di un ricco banchiere, e contro al volere del padre moglie a un pittore, che, sfogato l’ardor primo, si chiarí indegno di lei, ed è l’ammalato. Come ne fosse Marcello súbito preso, per quali casi giungesse a parlarle, a sovvenirla d’efficace aiuto, a patir le sue pene, leggetelo nel racconto del giovine. Uditolo, il signor Orazio senz’altro chiude il nipote in camera, trotta a Milano a vedere con gli occhi suoi qual sorta di amore fosse quello della signora Isabella; e trovato che è del buono, e provatosi in vano a riconciliarle il padre, il banchiere Omobono, se la porta a Torino e la dà in moglie a Marcello. E tutto finisce con un bel figliuolo maschio; al quale, perché nulla si abbia in fine a desiderare, fa da padrino il pentito Omobono.
La storia è dunque per sé semplicissima; lo svolgimento naturale, aspettato. Ma tutto acquista aria di novità e varietà singolare dal modo del racconto. Il quale definire è difficile: mi proverò per via di paragoni. Mi pare che l’illustre autore anzi tutto abbia saputo ringiovanire la novella antica italiana, con gli allegri suoi motti, con la sua eloquenza argutamente ed elegantemente ciarliera; ed abbia saputo accortamente accoppiarla a quel burlone finissimo, incisivo, accigliato, che è il romanzo di costumi inglese. Per quanto la sembianza della storia pubblicata dal Guerrazzi sia italiana, pur tuttavia, chi cerchi sottilmente, piú d’un lineamento gli parrà di scorgere, che rammenta una parentela col zio Tobia e con Tristano Shandy. Potrebbe anche assomigliarsi a una pittura domestica fiamminga, in cui le oneste scene borghesi fossero a quando a quando interrotte da qualche gruppo del Callotta, mentre sorridono e scherzano in disparte alcuni putti del graziosissimo Albano. Forse delle digressioni tanto care allo Sterne ne ha troppe il Guerrazzi. Ma chi vorrebbe dirgliene parola in contrario, quando egli stesso mostra di tenersene, come d’argomento a rivolgersi, di mezzo al racconto, da qualunque tempo, da qualunque luogo, al lettore, e intrattenersi con lui di ciò che piú gli preme? E, o digressioni o episodi che si vogliano dire, ve ne ha in questa storia di bellissimi. Chi lettala una volta non ricorderà poi spesso la rassegna dei marenghi, la maledizione al libraio Tapputi, la questione e il contratto di Marcello col prete per conto del funerale, il banco dell’usuraio, e vai discorrendo? Aggiungi che il racconto acquista due tanti di vivezza dall’abbondanza cordiale della lingua parlata toscana, e dal maneggio de’ suoi scorci, de’ suoi tropi, de’ suoi proverbi; il tutto saputo destramente contemperare alla bella lingua dei novellieri e dei comici antichi, contemperamento che a nessuno fino a qui era avvenuto di fare in modo che piacesse, a nessuno, se non, pare a me, al Guerrazzi.
Il quale nel Buco nel Muro ha forse scelto quella forma sotto cui il romanzo contemporaneo può meglio arridere all’autore dei Nuovi Tartufi. Ma noi desidereremmo, e il desiderio non paia importuno, che egli volgesse il pensiero e la fantasia anche a un altro punto. Perché non dipinge egli in qualche racconto le virtú occulte e illaudate, la vita operosa e paziente, la fede e i sacrifici della plebe? Perché non ravviva della sua potente parola la memoria di tanti eroi popolani che han prodotto negli ultimi anni le nostre città? Perché il Pasquale Sottocorno rimane senza fratelli?

Francesco Domenico Guerrazzi – Introduzione alla “Beatrice Cenci”

              Amoroso ti versa a raccontare
Questa storia di pianto, o pianto mio.
ANFOSSI.

Io quando vidi la immagine della Beatrice Cènci, che la pietosa tradizione racconta effigiata dai pennelli di Guido Reni, considerando l’arco della fronte purissimo, gli occhi soavi e la pacata tranquillità del sembiante divino, meco stesso pensai: ora, come cotesta forma di angiolo avrebbe potuto contenere anima di demonio? Se il Creatore manifesta i suoi concetti con la bellezza delle cose create, accompagnando tanto decoro di volto con tanta nequizia d’intelligenza non avrebb’egli mentito a se stesso? Dio è forse uomo, per abbassarsi fino alla menzogna? I Magi di Oriente e i Sofi della Grecia insegnarono, che Dio favella in lingua di bellezza. La età ghiacciata tiene coteste dottrine in conto di sogni, piovuti dal cielo in compagnia delle rose dell’aurora: lo so. Serbi la età ghiacciata i suoi calcoli, a noi lasci le nostre immagini; serbi il suo argomentare, che distrugge; a me talenta il palpito che crea. I pellegrini intelletti illuminano di un tratto di luce i tempi avvenire; per essi i fati non tengono i pugni chiusi; su l’oceano dello infinito appuntando gli occhi della mente, scorgono i secoli lontani come l’alacre pilota segnala il naviglio laggiù in fondo, dove il mare si smarrisce col firmamento. A questi sogni divini, che cosa avete sostituito voi, uomini dal cuore arido? La verità, voi dite. Sia; ma la dottrina di cui ci dissetate è tutta la verità? È ella eterna, necessaria, invincibile, o piuttosto transeunte e mutabile? No; le verità che deturpano la creatura non formano la sua sostanza, del pari che le nuvole non fanno parte del cielo.—O giovani generazioni, a cui io mi volgo; o care frondi di un albero percosso dal fulmine, ma non incenerito, Dio vi conceda di credere sempre il bello ed il buono pensieri nati gemelli dalla sua mente immortale;—due scintille sfavillate ad un medesimo punto dalla sua bontà infinita—due vibrazioni uscite dalla stessa corda della lira eterna, che armonizza il creato.

Così pensando io mi dava a ricercare pei tempi trascorsi: lèssi le accuse e le difese; confrontai racconti, scritti e memorie; porsi le orecchie alla tradizione lontana. La tradizione, che quando i Potenti scrivono la storia della innocenza tradita col sangue, che le trassero dalle vene, conserva la verità con le lacrime del popolo, e s’insinua nel cuore dei più tardi nepoti a modo di lamento. Scoperchiai le antiche sepolture, e interrogai le ceneri. Purchè sappiansi interrogare, anche le ceneri parlano. Invano mi si presentarono agli occhi uomini vestiti di porpora: io distinsi dal colore del mollusco marino quello del sangue, che da Abele in poi grida vendetta al cospetto di Dio;—ahi! troppo spesso indarno. Conobbi la ragione della offesa: e ciò, che persuase il delitto al volgare degli uomini, usi a supporlo colà dove colpisce la scure, me convinse di sacrificio unico al mondo. Allora Beatrice mi apparve bella di sventura; e volgendomi alla sua larva sconsolata, la supplicai con parole amorose:

«Sorgi, infelice, dal tuo sepolcro d’infamia, e svelati, quale tu fosti, angiolo di martirio. Lunga riposa l’abominazione delle genti sopra il tuo capo incolpevole; e non pertanto reciso. Poichè seppi comprenderti, impetrami virtù che basti a narrare degnamente i tuoi casi a queste care itale fanciulle che ti amano come sorella poco anzi dipartita dai dolci colloquii, quantunque l’ombra di due secoli e mezzo si distenda sopra il tuo sepolcro.»

Certo, questa è storia di truci delitti; ma le donzelle della mia terra la leggeranno:—trapasserà le anime gentili a guisa di spada, ma la leggeranno. Quando si accosterà loro il giovane che amano, si affretteranno, arrossendo, a nasconderla; ma la leggeranno, e ti offriranno il premio che unico può darsi ai traditi—il pianto.

Ed invero, perchè non la dovrebbero leggere? Forse perchè racconta di misfatti e di sventure? La trama del mondo si compone di fila di ferro. La virtù nel tempo pare fiaccola accesa gettata nelle tenebrose latebre dello abisso. Fate lieta fronte alla sventura; per molto tempo ancora siederà non invitata alle vostre mense, e temprerà il vostro vino col pianto. Quando cesserete di piangere voi sarete felici. E giovino adesso le lacrime e il sangue sparsi; imperciocchè il fiore della libertà non si nudrisca che di siffatte rugiade. La virtù, disse Socrate, in contesa con lo infortunio è spettacolo degno degli Dei. Bisogna pure che sia così, dacchè troppo spesso se lo pongano dinanzi ai loro occhi immortali.

Pensoso più di te, che di me stesso, io piango e scrivo. Educato alla scuola dei mali, mi sono sacri i miseri. I fati mi avvolsero fino dalla nascita la sventura intorno alla vita come le fasce della infanzia:—la sventura mi porse con le mammelle rigide un latte acerbo, ma la sventura ancora mi ha ricinto i fianchi con la zona della costanza; per cui dentro il carcere senza fine amaro incominciai questo racconto, e dentro il carcere adesso io lo compisco.

Sopra la terra si levarono e si levano soli, nei quali la stirpe dei ribaldi, per celare il pallore del rimorso o della paura, s’imbrattano la faccia col sangue dei magnanimi, come gl’istrioni della tragedia di Tespi se la tingevano di mosto.—Lo ricordino bene le genti: quando l’amore di patria è registrato nel codice come delitto capitale—la tirannide allaga a modo di secondo diluvio.

Ma la storia non si seppellisce co’ cadaveri dei traditi: essa imbraccia le sue tavole di bronzo quasi scudo, che salva dall’oblio i traditi e i traditori.

Nella sala grande di Palazzovecchio in Firenze, nella estremità della parete volta a tramontana havvi un quadro, dove scorgi un nano precursore del duca Cosimo dentro Siena, con un fanale acceso nella destra. Cotesta immagine è simbolo, o verità? Cotesto nano non è morto senza posteri: sceso da serie lunghissima di antenati, ha dovuto lasciare una discendenza che per ora non sappiamo quando sarà per cessare.

Al tramonto del sole alcuni uomini hanno guardato la propria ombra; e, vedutala lunga, si sono creduti grandi. Beati loro se fossero morti a mezza notte! Però non senza intendimento la fortuna gli ha conservati in vita: essi hanno insegnato che mille uomini mediocri, uno aggiuntato all’altro, non formeranno mai un grande uomo;—e molto meno un uomo di cuore.

Apolli di gesso vuoti, ma tristi; abietti, ma iniqui;—menzogna di divinità. Quando atterrarono in Alessandria la statua del Sole, trovarono la sua testa ricettacolo di ragnateli: quello che troveremmo nella vostra non so; quel che conosco di certo si è, che il vostro cuore racchiude un nido di vipere.

Le mani sono di Esaù, la voce è di Giacobbe, diceva Isacco; in voi, voce mani e anima tutto è di Augustulo; imperciocchè la debolezza si accoppii ottimamente con la crudeltà. Giuda senza rimorso, Claudii senza impero—uscite dalla mia mente per sempre.

Però mi contrista un pensiero, ed è: che dal mal seme presto o tardi nasce un frutto pessimo. O Creatore, tu che hai insegnato come il bene non sorga dai sepolcri,—disperdi, io ti scongiuro, il giorno delle vendette.

Verrà un dì, e verrà sento, in cui i miei conterranei daranno sepoltura onorata a questo corpo stanco accanto alle ossa paterne. Colà in quel monte, a capo della Terra ov’ebbi nascimento, la mia tomba vi appaia quasi una mano distesa per benedirvi. A me giovi la pietà vostra dopo la mia morte; io vi ho amato dal giorno che apersi gli occhi alla vita;—e quando condurrete i vostri figli al Santuario della Vergine, mostrando la mia lapide dite loro:

«Qui dentro riposa un uomo, che ebbe la fortuna nemica fino dall’ora che gli versarono sul capo l’acqua del battesimo; tutta la sua vita fu una lunga lotta con lei: ma le lotte con la fortuna assomigliano a quella di Giacobbe con l’Angiolo. Superato, non vinto, amò, soffrì e si travagliò del continuo pel decoro della Patria. Non provò amici popoli, nè principi;—-lo saettarono tutti. Dall’alto e dal basso gli lanciarono strali crudeli. Parte di vita gli logorarono le carceri, parte l’esilio. Prigioniero meditò e scrisse; libero si affaticò per la salvezza comune, e principalmente per quella de’ suoi nemici od emuli. Invano la ingratitudine tentò riempirgli l’anima d’odio. Le acque dello affanno lasciavano ogni amarezza nel passargli sul cuore. Offeso gli piacque la potenza, e la ebbe per dimostrare col fatto, che tenne la vendetta passione di menti plebee; nè perdonava soltanto, ma (più ardua cosa assai) egli obliò.[1] La spada della legge, confidata nelle sue mani, non convertì in pugnale di assassino. Quando altro non potè fare, col proprio seno tutelò la vita di uomini che sapeva essergli stati, e che avrebbero durato ad essergli nemici. Il popolo un giorno lo ruppe come un giuoco da fanciullo; i potenti lo gittarono alle moltitudini insanite come uno schiavo nel circo delle fiere. Consumato nelle viscere, egli cadde sopra un mucchio di rovine e di speranze; e non pertanto, morendo, lasciava alle genti il desiderio di costumi migliori, e di tempi meno infelici. Le sue dita, con ultimo moto, segnarono per testamento sopra questa terra desolata le parole: virtù, libertà

Francesco Domenico Guerrazzi – Prolegomeni a “Lo assedio di Roma”

Roma!

E’ corre vecchia fama che Roma sia parola arcana, e significhi Amor, ed io ci credo, però che sappia come l’Amore nascesse ad un parto insieme coll’Odio; ora Roma, appunto rappresenta l’Amore indomato del sangue latino alla terra latina, e l’Odio religioso contro lo straniero da qualsivoglia plaga si muova per contaminare la terra latina.

Roma crebbe la sua terra con la polvere degli stranieri: e fu giustizia; ma poi le piacquero i gaudi della strage, e la voluttà acre dello imperio del mondo; allora si accese contro lei l’ira di Dio; i barbari vennero da contrade rimotissime prima a rovesciarla nel sepolcro, poi a seppellire lo stesso sepolcro.

Però che anco sepolta Roma metta spavento.

E tuttavia, in fondo del sepolcro sotterrato Roma meditò un’altra signoria; all’antica rete dalle maglie di ferro sostituiva la rete sacerdotale dalle maglie di fede, e gittatala su le coscienze imprigionò da capo molta parte del mondo.

Anche questa fu colpa, e più trista della prima, però la vendetta ne dura più lunga. I padri nostri peccarono e noi portiamo il peso delle loro iniquità. Veramente ella si merita il saluto di Niobe delle nazioni; lei a buon diritto appellano madre le anime desolate; veruna città patì maggiori ingiurie di lei: qui, pure ieri, al popolo romano plaudente alla libertà il littore francese disse: basta[1], e il popolo tacque, e qui, mila e mila anni fa, il soldato gallo che profanò temerario la veneranda canizie del senatore cadde col cranio fesso dal colpo dello scettro di avorio.

[1] Nella relazione scritta da Filodemo dei gesti del Comitato nazionale romano di cui l’ultimo atto non ha riscontro negli annali delle infamie politiche, sicchè per trovargli conveniente paragone è mestieri ricorrere al furto a mano armata della banca Parodi, e che pure fu visto difeso su pei Diari la Nazione di Firenze, e la Gazzetta di Torino, in cotesta relazione, dico, si legge come certa dimostrazione popolesca fosse ammannita dall’eroico comitato consenziente, o connivente il padrone di Francia, onde quando parve la dovesse cessare, i giendarmi andando attorno dicevano: Assez!

Di cui la colpa? Colpa è di coloro i quali mentre Roma, e Venezia arieno ad essere i punti estremi della cote su cui arrotare il ferro, e la virtù italiana gittarono dentro lo spazio che intercede tra una terra e l’altra viltà, avarizia, ogni maniera di malvage passioni, e ignoranza e ne tramarono il lenzuolo dentro il quale si avvolgono i popoli diventati cadaveri.

I preti quando dintorno rintrona il ruggito del lione tremano, e fuggono; allorchè poi vedono accostarsi le volpi dicono: perchè ce ne andremo? Non siamo volpi anche noi? Il crisma del Signore non fabbrichiamo noi altri? Sicchè, se siamo unti non si domanda nè anco! Quanto a corone noi ne portiamo tre.

I preti ci procedono acerbamente nemici: chi li potrebbe condannare? Certo non io. Di vero, chi oggi ha in mano il freno d’Italia non li sa satisfare nè spengere, bensì intende arrostirli a lento fuoco come san Lorenzo, ovvero scorticarli a mo’ di san Bartolommeo; e questo i preti ben possono con orazioni panegiriche levare a cielo, e chi lo patì, onde altri lo riverisca, riverire, ma non sostenere essi. La Chiesa non ha più mestieri di martiri; cessò di essere militante per diventare trionfante; se a taluno cui rimase addosso la vaghezza del martirio vuole cavarsene la voglia se ne va lontano lontano nelle parti degl’infedeli, però, che tra noi correrebbe il rischio di trovarsi chiuso in qualche manicomio, ovvero in prigione; dacchè le coscienze abbiano ad essere libere, e persona deve possedere la facoltà di turbarle. Ognuno viva tranquillo nella religione dei suoi padri, nè deve mutarglisi con violenza, o insidiare con fraudi dove non appaia mostruosa per pratiche nefande; il che accade solo tra gente selvaggia; lassù in fondo oltre le stelle vigila per tutti Dio, e le diverse religioni del mondo sono quasi assise diverse di un medesimo signore, e bandiere di uno stesso capitano. Così piaccia al Padre delle cose e degli uomini versare sul capo dei mortali insieme con la luce la benevolenza, affinchè le tavole della sua legge compaiano norme di vivere faterno non bersaglio posto davanti ad arcadori irrequieti.

Ma tu dirai: e chi vuole martoriarli? Io intendo tôrre loro il governo dei beni terreni. E chi sei tu che presumi spogliare della sostanza il prete?—Il prete dice: in nome di cui vieni? Quale rappresentanza hai? Come mostri che governerai meno di me soperchiatore ed avaro? Un solo è padrone della terra, questo si chiama popolo. Io non mi sento muggire intorno le onde del popolo. Sorgano intorno a me anime latine, ed io cederò alla grandezza latina. Se per te il danaro è sangue, egli è sangue anco per me; e con quale giustizia mentre il secolo rappresenta una corsa forsennata, un lupercale, un baccanale a traverso tutti gli articoli del codice penale per agguantare il milione dovrò lasciarmi tôrre la camicia io prete, io prete, uso di cavarla altrui, e cantare il Te-deum? Ed io prete, ho mestieri di tenermela cara meglio di voi perchè voi altri andate in Borsa, convenite in Camera, tendete trappole di strade ferrate, aprite reti di crediti fondiari, vendete, barattate, mercate, ma io non ci vado, e a sopperire ai miei bisogni non mi avanza altro che la rete di San Pietro a cui per vetustà ora casca questa, ed ora quell’altra maglia. Qualche prete in Camera andò, ma scarso, e parve pauroso, ma per un’abbadia si mansuefece; di fatti, il modo più sicuro onde uomo taccia sta nello empirgli la bocca; dunque come presumete che altri non fiati levandogli quello che da secoli gl’imbandirono dinanzi la industria propria e la ignoranza altrui? Sacerdoti e Sacerdotesse si rassomigliano tutti; Alessandro strinse la Pitia nelle sue braccia, e la sforzò a rivelare lo spirito del Dio; anche il Papa a quel mo’ intenderebbe ragione; se vuolsi, che il sommo Pontefice si accosti al cielo sollevatelo con mani poderose di sopra la terra. Finchè domanderete Roma come il pitocco la elemosina voi non l’avrete; Roma, di cui i cittadini dispensavano le corone ai Re come soldi, patireste voi vi fosse data come un soldo? A Roma si va ma con cuore, con braccia, e con passi romani.

E questo è vero. Ma quando Roma avrà Romani sparirà il sacerdote? Non credo. Potrà egli dunque ridivenire poeta, legislatore, e guerriero? Nè manco questo credo. Potrà, se vuole, durare poeta, e Pio IX lo fu un momento quando nella procella che abbatteva imperi e regni, come fronde in bosco, ravvisava il soffio di Dio; la umanità è cosa che passa sopra mondo, che passa; ma il suo cuore anela la eternità; il sacerdote, se gli basta la mente rimarrà su la terra pilota per indicare alle generazioni che le mille vie lattee sono altrettanti sentieri pei quali le anime dei buoni arrivano al seno del Padre delle cose e degli uomini.

Io non so se ad uomo sia dato vivere secoli; lo dicono, ma non ci credo, comunque vive adesso in Italia un’uomo che pare anima romana dimenticata dalla morte: da questo un dì mosse un grido potente, che disse: a Roma. Gli furono addosso i nemici, e degli amici quelli, che si erano fatti della Patria una pentola per cocervi gli alimenti di casa. Le anime romane udirono nelle antiche sepolture la voce, e parve loro antica e conta, sicchè rimescolaronsi, e sollevarono i coperchi. Dalle dimore della morte dei vecchi padri usciva un’alito, che bastò ad infiammare il petto dei pretesi vivi di mirabile ardore.

E vi hanno cose che non si possono ridire, come ve ne sono di quelle, che non si possono rappresentare. Timante, pittore, non velò la faccia di Agamennone presente al sacrificio della figliuola Ifigenia? Chi potrà favellare della ignominia di Aspromonte senza sentirsi il cuore trasalire nel petto come leone in gabbia? Imperciochè, qui stava il punto: il Garibaldi aveva ragione del torto altrui. Veruno, ch’io sappia, considerò cotesto caso sotto il suo aspetto giusto ed unicamente vero; Giuseppe Garibaldi dittatore, pigliando su di sè non essere mestieri Assemblea costituente per fermare i patti dell’annessione di Napoli al Regno italiano, mallevò che le cause le quali lo persuadevano sarebbero state compite e subito; perchè opera interrotta affligge più dell’opera ruinata, significando la prima impotenza o inanità di consiglio nel fabbricatore, la seconda, forza di casi, ed empia virtù del tempo; del primo fatto, la colpa sempre intrinseca, e in facultà tua o astenertene, o emendarla; del secondo, nè tua, nè a te concesso riparare.—Il Garibaldi si trovò nella condizione del garante quando manca il debitore principale: tremendo carico gli stava addosso per la Patria, pei popoli fiduciosi in lui, per la democrazia, per la propria fama, patrimonio suo, ma e ad un punto e della Italia. Gli uomini di arme, comunque nella mano prodi, ai nostri giorni ci diedero e ci danno tali e tanti esempi di miserabilissime calate, che il Garibaldi sentì il dovere di mettere fuori la sua apologia: ora cotesta maniera di apologie si scrive col sangue; ed ei col suo sangue la scrisse. Il Garibaldi mostrò essersi ingannato, come il popolo s’inganna spesso perchè generoso e fidente. Di qui, se arguto intendi, comprenderai le ragioni ond’egli solo, o quasi, e certamente non in sembianza di cui si apparecchia a combattere, egli si accinse a compire il suo debito: alla espiazione bastava solo: e di qui il motivo pel quale sopraffatto, crebbe, nello amore del popolo: la gloria di capitano invitto rimase intera a colui, che debole ed aborrente la zuffa, si trovò circondato da eserciti, e da condottieri bramosi di sangue; la gloria di onesto crebbe; e il popolo italiano oggi ha sete, gli è proprio assetato di Onestà. Il Garibaldi Anteo del nostro secolo, o lo rovescino a terra, o lo sollevino al cielo raddoppia sempre la forza; vicino a terra gliela somministra il popolo; accosto al cielo gliela partecipa Dio.

I coperchi degli avelli romani sollevati dalla voce del Capitano del popolo non si sono richiusi; come tante bocche aperte gridano:—codardi! eroi da teatro! a Roma non si va che con ardimento romano.—

Roma venne tratta dinanzi come l’arco di Ulisse; bisogna curvarlo o morire. O Proci, divoratori della sostanza altrui, badate, Ulisse è già approdato in Itaca.

Ma intanto che i fati si compiono, bisognerebbe che gl’intelletti divini imprendessero due compiti, pure aspettando d’imprendere il terzo.—Roma un dì ebbe il popolo;—a ripigliarsi Roma, giorno e notte si travaglia il popolo;—il popolo, in avvenire prossimo, si acquisterà Roma. Pertanto alla Italia adesso farebbero mestieri tre uomini, Omero, Macchiavello, ed Erodoto… il guerriero ci è.

Omero per consolare con la luce del canto le anime di coloro i quali da tutte parti d’Italia convennero a Roma a fare la prova con documenti di sangue, che la Città eterna è patrimonio degl’italiani.

Macchiavello per insegnare con quali modi i popoli caduti ritornino in fiore, e come i deboli devano adoperare per rifarsi gagliardi;—e più ancora chiarire le menti, che ogni disagio deva sopportarsi a patto di costituirci nazione. Se il Demonio, o volesse, o potesse venire al mondo per istrascinare nel suo inferno Papa, e Borbone, e di ogni risma stranieri, ben venga il Demonio; noi lo saluteremo: Demonio I rè d’Italia; purchè venga armato di ferro, e di fuoco.—

Erodoto, il fortunato, il quale poichè la Italia andrà famosa di battaglie come quelle di Maratona, di Platea, delle Termopili, di Salamina, e di Mycale, potrà sotto la ispirazione delle Muse dettarne la Storia, e leggerla al popolo fatto per entusiasmo divino nelle Olimpiadi e nelle Panatenee nostre.

Le storie dei grandi gesti scritte dal popolo, solo la Immortalità accetta e ripone dentro i suoi archivi; dalle altre, dettate da gente di corte e venduta, ella ritira le mani come da cosa immonda.—

Ora in Italia dov’è Omero? Dove Macchiavello? In qual terra nacque Erodoto? E lasciamo questi ingegni magni da parte…. dov’è chi accenni portare sul capo la fiammella del Paracleto fra noi? Come l’uccello, secondo la stupenda similitudine di Dante, che su l’aperta frasca fisa la plaga di oriente pure aspettando che sorga l’alba, io mi volgo da tutti i quattro venti, smanioso di vedere sorgere la luce nuova di faccia a cui gl’ingegni nostri diventino quale si fa il lume di candela quando splende il sole nella gloria dei suoi raggi; ma, ahimè! da lungo tempo io lamento il secolo apparirmi simile all’uffizio della settimana santa dove al finire di ogni salmo spengono un cero; ed oscurata la chiesa, si annunziano poi le tenebre con le battiture.

Senza paura, come senza offesa io lo dirò; non basta la gagliardìa; anco i gladiatori erano forti; e corre gran tratto tra coraggio, e coraggio; anco i gladiatori erano animosi, e sostentavano la vita per darsi la morte dinanzi ai Quiriti. La vita consolata da affetti, decorosa di sapienza, pura da colpa è sagrifizio degno della Patria; chi butta là la vita bestiale, fastidiosa, e contaminata offre alla Patria la offerta di Caino. I sommi capitani in antico comparvero eroi però che con lo intelletto intendessero e col cuore sentissero quello perchè combattevano, e palpitassero prima per la Patria poi per loro; nè le armi, già instituto di vita o fine delle azioni, bensì, mezzo o via per tutela della Patria, e della famiglia. Cincinnato, compita la guerra, ripigliava il solco interrotto nel campo paterno. Oggi, si corre dietro a’ gradi della milizia al pari che dietro una prebenda, e il divario, che occorre tra un capitano e un canonico, gli è questo: che uno si procaccia il vivere con la spada, d’altro, se lo procura col breviario, onde se non trovi canonici che abbiano genio di capitano, ti occorrono qualchevolta soldati che arieggiano anco troppo del canonico; nè questo giudico il peggio. Le armi appartate dal vivere civile, e sceme di dottrina, e piene di presunzione tu reputa addirittura minaccia non sostegno di libertà; il soldato ignorante e il mastino della tirannide. Erodoto, Senofonte, Socrate, Epaminonda di Tebe, Arato di Sicione capitani furono e filosofi; la spada in tempo di pace mettevano per segno in mezzo alle pagine dei libri della sapienza, però, quando ne la traevano fuori non si correva pericolo che senza accorgersene essi l’adoperassero a danno della Patria, e in pregiudizio della Libertà. La milizia incivile ha educato fra noi gente misera a un punto e contennenda; poichè non la menò diritto al canonicato, fastidisce i lavori dagli studii rifugge, irrequieta sempre e bisognosa di sommovere le acque per pescare nel torbido; al contrario di quanto disse stupendamente il Danton, si porta la Patria sotto le suola delle scarpe.

Morte degli studii onorati, come del senno politico, del senso morale, di tutto che compone l’onesto vivere civile il mestiere dei Giornalisti. In questa maniera di scrittura convennero la mediocrità astiosa, la calunnia che si vende, la presunzione ventosa, insomma quanto di più volgare, e di più tristo deturpa la razza umana. La più parte dei Giornali, macelli di malacarne, dove i quarti della coscienza degli scrittori tu vedi appesa ai ganci per ritagliarsi a minuto. E’ par bello ai dì nostri vendere a peso, e a misura ciò che altra volta avrebbe condotto sopra la panca dell’accusato; chè, appunto quegli che fu commesso alla custodia della legge, e all’onore dei cittadini paga co’ denari del pubblico i laceri contro la legge, e l’onore dei cittadini. Gli è il saturnale dei maestri di scuola senza scolari, di causidici senza liti, di medici senza ammalati, di ghiottoni di ogni risma; ai quali larvati dell’anonimo sembra grazia, ch’era follia sperare, rifarsi dell’astio contro cui per virtù, o per ingegno, o per servizi resi alla Patria primeggia; sfogare lo infinito veleno che gli affoga; industriarsi ad avvilire altrui onde abbiano gaudio della propria viltà Giornalismo sifilitide schifa della Libertà.—Cristo! che alluvione di pantano si distese per tutta la Italia[1].

[1] Intendi del Giornalismo venduto.—

E Cristo, tuttochè mansuetissimo fra le creature, quando gli occorse il tempio contaminato dai pubblicani e dai rivenditori, a colpi di flagello li cacciò via dal portico; e vendevano mercerie, o commestibili; i Giornalisti poi vendono la coscienza, e non mica nel portico sibbene dentro il tempio, anzi nel santuario, dove impugnato il corno dell’altare della Libertà, in nome della Iddia pretendono asilo.

E tuttavia come cosa barbara gli asili antichi abolironsi, e chi vi rifuggiva s’ingegnava sottrarsi alla pena di delitto commesso, e forse gli rimordeva la colpa; ad ogni modo costui o non poteva o male rinnovare la colpa mentre i Giornalisti abbracciano l’ara della Libertà per continuare impuni i misfatti; nè di altro sentono rimorso, che di non avere fatto peggio.

Per tema di offendere l’altare nel colpire il nefario, che lo abbracciava quando tenni in mano la scure del potere, aborii adoperarla; nè me ne astenni solo, bensì curai, che i diari infesti e pieni d’ingiustizia liberamente si propagassero: non sono vanti questi ma verità, e fossero vanti, veruno può contrastarmeli; però, molto meno privato cittadino devo adoperarmi a restringere per anticipazione l’esercizio liberissimo delle facoltà dell’uomo; tanto però ho chiesto, ed in tanto insisto, che ogni scrittore apponga il nome sotto il suo scritto; questo impongono la giustizia e la buona morale, e dacchè gli scongiuri mossi a custodia di cose siffattamente necessarie non sortirono l’effetto desiderato; intervenga la legge e comandi; pei trasgressori metta le pene. Ai liberi uomini sconviene camminare come i topi nei cunicoli; e quando troppi, rodendo le staminare al buio pongono in pericolo la nave, il marinaro li leva di mezzo con la stufa.—Nè mi acqueto punto all’obietto, che in fondo al Diario occorre il nome del Direttore il quale malleva di tutto, perchè il Direttore sta lì per finzione, nè si può disprezzare altrui per finzione, e molto meno trovo giusto punirlo; e poi sovente il Direttore si sceglie per la ragione, che natura ed arte gli foderarono la faccia di zinco sopra ogni altra creatura umana; non potrebbe toccare mai a cittadino onorato peggiore fortuna, che prendere briga con taluno di quelli che si appellano Direttori di Giornali; chi con le mani ignude vorrebbe raccattare lo scorpione…?

Anco questo il popolo si abbia per segno di Libertà verace;—il cessare la compra e vendita delle coscienze co’ danari spillati dal sudore del popolo per difendere le colpe e gli errori dei governanti, e per assassinare i cittadini dabbene. Da sè il Governo libero e degno di popolo libero si difenda aperto, franco, ed ardito, e cacci da sè lontano i sicarii; perchè, che cosa mai altro sono gli scrittori comprati se non sicarii della penna? Si, sicari della penna.

E questo fu detto, e lo andremo ripetendo, finchè la esecrazione pubblica non gli abbia presi a sassi: ella è la morte dei lupi affamati; tornate, o paltonieri, ai solchi aviti, che vi piangono lontani, tornate magari nel ghetto a vendere ciarpe, scorticate clienti, uccidete infermi, tuffatevi rospi nel sembiante, e più nell’anima nei fanghi del Sebeto e della Dora; tutto men peggio, che vedere caduta la Patria tra gli artigli di questi sciagurati adoratori della nuova Trinità d’ignoranza, di prosunzione, e di viltà, ch’essi hanno inventato per uso loro e dei loro divoti. Intantochè la stampa, pari all’asta di Achille, non abbia curate le ferite che ha fatto, sopportiamola come si sopporta il fumo che precede la fiamma, letizia degli occhi e ricriamento delle membra assiderate.

Poichè questa nostra resurrezione, mercè la setta stupida ed iniqua, che sì argomenta, assai si rassomiglia ad un campo-santo, e poichè l’alba con tanta ansietà aspettata si manifesta col raddoppiare del buio, mi proverò io a compire il debito della nuova generazione: nelle notti di estate, quando l’oscurità afosa ingombra fitta la terra, anco la lucciola pare una stella.

Una volta io possedeva una cosa buona, e la gioventù un’altra, cento cotanti migliore; io aveva il braccio forte, la gioventù un petto pari all’antico ancile[1] lo scudo venuto dal cielo, onde allorchè io ci battevo sopra, quel cuore-scudo sprizzava scintille d’ingegno e di virtù; ora, vedrete, il suo rumore sbanderà impauriti i giovani quasi colombi alla pastura.

[1] Scudo che Numa finse caduto dal cielo dalla conservazione del quale dipendevano i destini dello impero romano. L’Imperatore innanzi di rompere la guerra si conduceva nel vestibolo nel tempio di Marte dove scossi prima gli ancili (erano due, uno genuino, l’altro imitato per tema lo involassero) toccava poi con la lancia il Dio gridando: Mars vigila, Marte svegliati.

Mi si dice esserci noi discostati dalla servitù; questo può darsi: io domando questo altro: di quanto ci siamo accostati alla libertà?—Tu gitti, mi si risponde, sopra la carta la tua anima come lava ardente, e veruno ti torce un capello; un dì per questa colpa quante carceri hai tu visitato?—È vero, io sussurro sgomento, ma la carcere ci appariva gioconda quasi stanza nuziale, perchè l’onda delle passioni popolesche sommossa dalle nostre parole, ne percoteva i muri come mare in tempesta: confidavamo che le sarebbero state seme di verace libertà:—coraggio, gridavano l’uno all’altro, erpichiamoci anco su quel dirupo, superato quel monte, addio nevi, addio dolori, e fatiche; la Libertà ci aspetta tutta amorosa a mo’ che apparisce la sua benedetta culla, la Italia, a coloro che scendono giù dal Moncenisio. Affascinati gli occhi dalla divina speranza, chi sentiva le piante lacere dal tormentoso cammino, e chi, sentendole, avrebbe ardito lamentarsene? Ora, valicato quel monte ci sorge davanti un’altro monte più aspro, e rigido di ghiaccio; i cagnotti dell’antica tirannide, mutata veste, tribolano come prima; della Libertà accadde quello che favoleggiano avvenisse alla Giustizia la quale volando al cielo lasciò cascarsi la veste; i Giudici di cotesti tempi lontani la presero, la tuffarono nella propria coscienza e la fecero nera; d’allora in poi, gli uomini scambiarono la toga per la giustizia, proprio a quel modo che eglino adesso per lunga stagione, hanno barattato la Libertà con le insegne di lei. E da per tutto così. Poteva durare vitale la Libertà ch’ebbe per compare il marchese Lamartine? Poteva essere Libertà quella, covata dal Barone Ricasoli e compagni, superbi odiatori del popolo più che del sangue viperino? A Parigi, come altrove, e forse lì peggio che altrove, una mano di aristocratici e di sofisti adoperarono il popolo secondo che costuma il ladro della scala per salire alle finestre della reggia, e saccheggiarla in nome della Libertà: piaggiatori palesi della moltitudine, quanto più in segreto la odiavano, non guidatori, l’accesero a brame impossibili; poi la saldarono a cannonate. Il popolo si accosciò sgomento e tu ora (atroce a dirsi!) lo raccogli per combattere guerre, che nulla gli dice essere patrie, nella guisa stessa che traduci in vincoli il malfattore affinchè paghi la pena. Con la faccia china alla terra bagnata dal suo sudore, il popolo mormora: ora e sempre, questa terra rappresenta per me travaglio disperato, e sepolcro miserabile. Chi basso, chi alto, ma fin qui tutti quelli che vedemmo succedersi, ombre grottesche di lanterna magica sopra la parete avversa, ci hanno intonato agli orecchi;—servi, paga, e ce ne avanza.—Nè ometto qualche altra cosa, che è questa:—scegliti prima il padrone, e poi, quando ti chiameremo a pagare il tuo tributo di sangue corri a gambe; se meni un solco lascialo a mezzo come costumò il Putnam americano; se ti manca cucire gli ultimi punti ad un’abito, buttalo là; se la chiamata ti coglie mentre ti curvi a baciare nella culla il tuo figliuolino, rompi la curva, e vienne via; se abbracci la tua consorte sciogliti e respingila; se cali adagio adagio l’amata salma paterna nella fossa, scaraventala giù di tonfo, corri a salvare la Patria tutto di un fiato—emula Euchida che nel giorno stesso preso il fuoco a Delfo ritornò a Platea di tutto corso facendo ben cinquanta leghe di cammino, e portò il fuoco, dopo salutati i cittadini morì;[1] e bada qui, sta’ attento, la Patria siamo noi.—

[1] Plutarco in vita Aristid. § 20

La Libertà è cosa oltre ogni estimativa preziosa, bisogna che tu popolo la paghi cara, anzi carissima. Lo ha detto chi non poteva fallare. Ma dove alberga, di grazia, e come ha faccia la Libertà? La Libertà è pianta che cresce; e vive a Torino, dove gli alberi privi dell’onore delle foglie paiono spettri sette mesi dell’anno; là Libertà, guardaci bene, è fatta ad immagine nostra.

Insomma, come la donna adultera della scrittura, questa setta empia si frega i denti e dice:—io non ho peccato!—All’opposto, sfrontata e bugiarda dopo avere seguito da lontano il Lione del popolo e dopo essersi, sozzo Jakallo, pasciuta dei suoi rilievi, montata su i trampoli, strilla:—-io feci, io fui.—

Sembra impossibile a qual punto d’insania ella trascorra, perocchè adesso senza impeto alla scoperta ti affermi:—tarlo della Monarchia, io m’imposi; trovo il mio conto a roderla, e con lei mi sto, nè fie che me ne diparta finchè io non miri il popolo in procinto di empire le città di sangue con battaglia cittadina.—

Il popolo ode queste sentenze uscire dalla bocca di coloro, che gli si professavano amici; leva gli occhi lenti e tardi a guardarli; li nota e ruguma sopra i tempi passati, e gli avvenire.

E a noi, che gli parliamo parole di speranza, e gli diciamo: «non badare a cotesti insensati, è una eclissi che passa, una nuvola traverso la faccia del sole; ripiglieremo la via interrotta, cesseranno le mostre sceniche, i giorni delle vere battaglie torneranno, i generosi sul campo daranno e riceveranno perdono;—il popolo brontola cupo, e scorrubbiato:—via di qua poeti, perchè storcerete voi sempre il senso alle parole? E che prò trovate a nascondere la realtà delle cose? Lo hanno dichiarato espresso, bisogna combattere, e vincere, allora e solamente allora ci daranno ragione; essi hanno torto, e lo sentono, ma la legge adoperano come della lacciaia i butteri; chi preso tentenna, sente stringersi il collo. Per quanto amore portate a Dio lasciatemi stare; io non vi chiamerò perfidi ingannatori, ma ingannatori siete perchè vi ostinate a volere essere ingannati. Ormai, dinanzi al popolo la setta empia mette due vie, quella di buttarsi sopra la terra e confidarsi nel tempo che consuma il tiranno e lo schiavo, i re, e i popoli, che logora le catene, e i polsi, i flagelli, e le schiene, appo cui tutto è foglia che disperde il verno; il tempo che ogni cosa travolge dentro ai sepolcri. Ah! poichè il sommo Creatore non volle impedire alla ingiustizia di ramificare le sue potenti radici sopra la terra a sollievo di tanta amarezza mandò la morte.—E’ pare insensato, ma io popolo, affermo solennemente e predico, che senza la morte non potrei più sopportare la vita….»

Ecco che ci risponde il popolo adesso che gli favelliamo liberi in tempi che salutano di libertà; prima, le nostre parole scendevano nel suo cuore, auspici la persuasione, e la speranza; adesso la rabbia le respinge pari al demonio che sbatte le porte in faccia all’angiolo, nella divina Commedia. E l’empia setta[1] presume conoscere il popolo, e si vanta tenergli le mani nei capelli. «Esagerazioni! ella esclama, qualcheduno di coloro che a prezzo di vita acquistarono un regno alla Italia morì di fame; forse tal’altro per non patire vergogna portò contro di sè le mani violente; le sono cose che tutto dì accadono, nè per questo se ne «turbano l’ordine delle stagioni nell’anno, nè lo appetito a noi.»

[1] Io ho chiamato la setta, o vogliamo dire camorra dei Moderati, empia setta; mi cade adesso il taglio di chiarire la ragione, ond’io adoperassi, e continui ad adoperare così.—I Moderati furono gli assassini di Gesù Cristo, e decisero assassinarlo giusto allora ch’egli fece il miracolo di Betania, vale a dire la risurrezione di un morto, di Lazzaro! Imperciocchè, i Moderati non compaiano mica nuovi nel mondo, essendo pur troppo antiche la viltà, la cupidigia, l’amore disordinato di sè, l’appetito dei propri comodi anco a danno dell’universale, la rabbia di risucchiare fino l’ultima goccia di sangue nelle vene dello stato, la libidine di primeggiare per vie oblique quanto meno si sentono capaci di arrivarvi per le vie diritte; insomma, vecchia e vergognosa la sentina della razza umana. Dopo il miracolo di Betania, i capi del partito moderato in Gerusalemme si ridussero insieme e misero in deliberazione: «Gesù e il Giudaismo possono durare insieme?» Appunto come l’empia setta ha chiesto a sè stessa: «Moderati e Democrazia» possono durare insieme in Italia?—

Ed in Gerusalemme ed in Italia risposero: no; dunque morte a Gesù, morte al Popolo, a quello con la croce, a questo moralmente s’intende e politicamente. Ernesto Renan (vita di Gesù p. 366. Parigi) in questa parte sicuramente da veruno controverso con precisione mirabile narra quale il partito Moderato in Gerusalemme, e le sue paure, e l’abiettezza, e gl’intenti interessati, e tu che leggi giudica se, e fino a qual punto ei corrisponda alla camorra moderata d’Italia. Da prima, nota una famiglia sacerdotale dalla quale si cavavano i sacerdoti, donde accadeva, che mutassero nomi non governi, cappe tutte tagliate dalla medesima pezza, a cotesta famiglia facevano capo i Saducei, setta arida, nei giudizi prosuntuosa, dura di cervice, persecutrice ardente e crudele, irrisora, maligna, bugiarda solenne; per tutti costoro Gesù rappresentava l’agitazione del popolo, e veramente era; tremavano a verga cotesti coniglioli con le granfie, se ne inalberasse lo imperatore romano a cui si erano dati corpo ed anima; costoro procuravano con tutti i nervi, che le generazioni passassero davanti la caverna dove dormiva il lione senza svegliarlo (concetto superlativamente moderato del signore D’Azelio) da un lato servi e tributari, per essere dall’altro padroni acerbi e rigidi collettori di tributi. Al privato interesse facevano velo della salute pubblica: questi arruffapopoli, essi dicevano come ora dicono i moderati dei patriotti, spingeranno la guerra contro Roma. Roma! Ma bisognava proprio avere dato a pigione il cervello o pur pensare alla guerra con lo impero romano attendere, industriarci a pigliare la lepre col carro, menare le cose avanti alla sordina, questa la somma sapienza.—E la sapienza era, che 37 anni dopo la morte di Cristo, del tempio non restava più pietra sopra pietra, Gerusalemme nido di volpi, il popolo d’Isdraele proprio affogato nel sangue, imperciocchè la guerra a lungo andare sia inevitabile tra popolo servo, e popolo tiranno, e gli Ebrei l’avrebbero forse vinta se in tempo traevano profitto del fermento rivoluzionario, il quale opera in due maniere: dal canto tuo ti cresce le forze con lo entusiasmo, dal canto del nemico gliele scema, ed anco gliele strugge dove abbia del bacato dentro, come appunto ne aveva lo impero romano oggimai volto al tramonto.—La virtù della rivoluzione partita da Gerusalemme fece come Scipione quando se ne andò a portare la guerra a Cartagine, passò a Roma, e ci crollò l’impero. E perchè si comprenda meglio se gli antichi omicidi di Cristo stieno per falsariga ai Moderati moderni, tu medita sopra le seguenti parole del Renan: «il partito dell’Ordine (io piglio i vocaboli nel significato angusto, e meschino) sempre e dovunque, apparve lo stesso. Pensando, che precipua cura del governo avesse ad essere l’attraversare ogni commozione popolesca, si dette ad intendere di fare opera patriottica prevenendo con l’omicidio politico il tumultuario spargimento di sangue. Niente curando il futuro egli non pensò come combattuto il moto iniziatore correva pericolo di sgualcire la idea destinata a trionfare un dì. La morte di Gesù fu una delle mille applicazioni di questa rea politica.»

Ed ecco perchè chiamo la camorra dei Moderati empia setta. Gli antichi Moderati, misero Cristo, i moderni mettono in croce la Italia.

Oh! dateci, ridateci i nostri gesuiti, e i vecchi sbirri, e le vecchie manette; dateci tutto, tutto, a patto che ci si ridia il popolo che tremava di odio contro lo straniero, il tempo che al cittadino italiano preso in sospetto di odiare meno l’oppressore della Patria era mestieri ripararsi in istranie contrade, la stagione nella quale un’uomo perchè aveva accettato ufficio da principe assoluto trovò chiusi i cuori e le porte dei suoi amici[1], la carcere dove si poteva serivere; il Papa vuolsi aborrire per tre tiranni però che porti tre corone sul capo[2].

[1] L’auditore Forti di Pescia.

[2] Assedio di Firenze.

Non importa, però che l’uomo sia quasi un sasso nella mano del destino e gli tocchi andare dove si sente sbalestrato—e Nemesi duri, la quale vigila eterna; il sonno fugge dagli occhi suoi senza palpebre, il braccio di lei si agita senza posa a percotere le colpe dei mortali: cotesta è gelosa divinità e terribile, dov’ella spinge bisogna andare; conduce i volenti, i repugnanti strascina.

È cosa naturale che ogni generazione si consideri la predestinata a compire l’opera del perfezionamento dell’uomo; bene provvide la natura nello infondere dentro l’individuo la baldanza di essere il prescelto a porre l’ultimo sasso all’edifizio;—ma quando l’opera gli si aumenta alla stregua del travaglio, e a mano a mano che sale gli si dilata l’orizzonte davanti agli occhi, allora comprende, generazione o individuo, se essere particola della somma Intelligenza sì, ma particola finita nella sua specie, ma frammento di opera che andrà compita in capo ai secoli, e forse mai.

Perchè, quando mancassero le necessità del perfezionarsi, cesserebbero a un punto le cause del vivere, e la umanità priva di passioni rimarrebbe immobile, pari alla nave sorpresa da calma perpetua con le vele pendenti, a infracidirsi sopra il mare morto.

Si contentino dunque lo creature umane di formare parte dello edifizio fatale: ognuna fie lodata pel compito, che le venne imposto, e ch’ella valorosamente condusse; e di tanto ringrazi l’Eterno architetto[1] che con gli occhi mortali non potrà vedere il termine della opera manifesta ed intera, le si presenta agli occhi dello intelletto: dove il corpo non giunge, l’anima vola, e se ne appaga. Se poi taluna, o non vede o rifiuta vedere, è colpa di natura se l’uccello non usa l’ale?

[1] In altri libri ho avvertito che i Greci chiamarono Dio Demiurgos, architetto—e gl’Imperatori si appellarono primi, poi i Papi Pontefici; la edificazione implicò sempre idee religiose.

Vi hanno tre modi di considerare il bene, e tre modi altresì di praticarlo; quanto a vederli basta un baleno della favilla divina chiusa dentro il cranio dell’uomo; circa a praticarli bisogna che la intera umanità acconsenta; io voglio dire lo assoluto, il teoretico, e il pratico; l’assoluto sta lontano lontano quasi al lato a Dio; arduo a conseguirsi, sarà la soglia a piè della quale l’ira, la cupidità, le sventure e la morte lasceranno l’uomo; sarà la porta oltre la quale la creatura umana sublimata a natura angelica assumerà forma e concetto di spirito, il teoretico, comecchè meno in alto, tuttavia apparisce sempre sublime così, che l’uomo dispera di conseguirlo, e pure lo raggiunge non già perchè egli si abbassi verso il pratico, ma si all’opposto perchè il pratico si solleva fino a lui; il pratico rasenta la terra dove lo tirano volgare istinto, voracità, ingordigia, e mente bestiale, e paure;—questo, di verme si muta in farfalla e s’indirizza in su. Se tra lo assoluto e il pratico non intercedesse il teoretico, l’uomo sbigottirebbe, non gli si parando altra via che rimanere lumbrico, o trasformarsi in angiolo.

Dall’arrogante prosunzione della setta dei Moderati, oggi a tutto pasto, si bocia: pratico! pratico!—E che sapete voi pratico che sia, e dove arrivi, e come si amministri? Pratico, per voi consiste nel lasciare la società nella fossa dentro la quale si trova; e non alterare le sue condizioni se non in quanto ciò giovi agl’interessi che hanno gittate le loro radici fin dentro le viscere di quella. Gl’interessi oltre i propri di casa e di bottega, sono interessi di eserciti permanenti, di giudici, di preti, di giandarmi, di gabellotti, di gente che invece di produrre consuma… moltitudine d’ostriche aggrappate sul corpo alla balena… o piuttosto male pediculare della umanità.—

Questi interessi, rinterzati insieme, rabbiosi ed operosi, digrignanti i denti come belve, che si sentano insidiato il pasto, deviano sovente la umanità dal diritto cammino, abbindolandola con errori, empiendola di paure, in mille guise tribolandola, sicchè, da prima, sgomenta, ella si accoscia, poi furiosa, si avventa, e mette a sua posta paura, chè comparisce ella pure, ed è belva; lacera a destra e a manca; la libertà fugge coprendosi per vergogna la faccia.—

Il sangue marcisce i fondamenti ai troni, non feconda la pianta della Libertà; questo la esperienza insegnò, speriamo gli uomini l’abbiano appreso. I tiranni è bene che lo ignorino.

Anco fu causa di maraviglia considerare come la luce, che mandarono le civiltà dei vetusti stati etruschi, greci, e romani andasse spenta dalla molteplice e tutta immane barbarie; ed a torto, dacchè presso cotesti imperi la civiltà che seguita i passi del vivere libero, essendo diventata arnese di oppressione a danno degli altri popoli, la Libertà la rompesse nelle mani loro e fuggisse via.

Progresso continuo di Libertà verace non può darsi, che allora quando i popoli della terra, braccio conserto a braccio, non imprenderanno insieme il pellegrinaggio dell’anima pei sentieri della vita: considerate, l’America repubblicana combatte per la conservazione della schiavitù; la Russia emancipa o finge emancipare i servi e affoga nel sangue i Polacchi che rivendicano la libertà; l’Austria giravolta con la Francia per sovvenire i Polacchi di Varsavia, e intende tenere i piedi sul collo ai Polacchi di Galizia, e di Cracovia uno artiglio dell’aquila austriaca si allarga a lasciarsi cascare giù qualche briciola di libertà costituzionale e l’altro stringe per conficcarlo meglio nella indipendenza di Venezia, che è suprema delle libertà; la Prussia sè tribola a intrecciare un cordone dove su venti fili di tirannide pretta ce n’entri uno di libertà; in Francia, dicesi, che da lei si voglia affrancare la Polonia dalla servitù, e intanto ella traversa l’oceano per mettere il Messico in servaggio. Tra noi, il popolo si chiama a creare un Re, e si respinge da eleggersi i suoi deputati; questo è un ribollire di assurdi, perchè in una stessa caldaia hanno buttato alla rinfusa giustizia, e interesse, libertà, e servitù, berretti frigi e corone, diritto divino, e suffragio universale, Dio e il Diavolo… guazzabuglio infernale! Noi siamo sempre nel caos, ma poichè insomma creazione fu spartimento, le materie discordanti si scevreranno da sè; ciò fie doloroso, e potrebbe avvenire anco tardi, ma bisogna che avvenga.

Certo, il tempo nel quale viviamo non si può reputare felice, ma nè anco vorremo dirlo infelice: però che se distiamo dal sentiero del perfezionamento, pure siamo in procinto di metterci sul tramite diritto: anco per ciò che spetta a gloria terrena possiamo non lamentarci, perchè il tributo oneroso all’errore fu pagato; e se siamo lontani dal frontone, che incoronerà lo edifizio, ci troviamo altresì lungi dalle fondamenta; ormai gli uomini non passano tutti, mescolati in moltitudine senza nome, e armonizzando nello insieme ci conserviamo nella nostra individualità diversi.

Bene altramente infelici coloro che furono travolti nei fondamenti; quante gagliarde nature di uomini, quanti ingegni supremi, quanti cuori generosi ci caddero interi vita, e rinomanza! Verun poeta irradiò quella che parve tomba, e fu culla del genere umano. Nella notte si udirono due voci, ed una era della moglie che piangeva alla quale rispondendo ululava il cane fedele…. poi cessò la prima, e l’altra tacque, ma non per questo fu silenzio; al rumore delle singole creature sottentrò uno strepito profondo ed infinito, la favella dei secoli.

Dov’è questa favella? Chi lo sa dire? Nelle nuvole, che passano, nelle ale degli uccelli, che volano, nella terra che crepita screpolandosi all’alito di primavera, nel granito di Mennone che dava responsi quando il sole lo investiva: voci arcane popolano il cielo e la terra, che ascolta solo colui il quale dai cieli fu destinato a sentirle; donde la voce che annunziò la morte del gran Pane? E donde quella che avvertì Apollonio Tianeo in Alessandria in quello stesso punto cadere trafitto Domiziano a Roma? Vanno ingombre le storie di annunzi di vittorie portati dalle ali dei venti. Chi per abito suole dubitare, afferma: le sono ciurmerie di empirici;—veramente molti uomini, reputati illustri, a prova si conobbero empirici; come taluno empirico poi si conobbe intelletto divino,—e si conobbe rovistandone le ceneri dopochè fu arso per mago.

Orazio cantò molti forti essere vissuti avanti Agamennone; questo è vero, come altresì vissero anime elette e grandi innanzi di Lino, e di Orfeo; di loro non avanza memoria, anco il nome rimase sommerso, e tuttavia quanta costanza mirabile, e trovati d’ingegno eccellente, ed opere egregie, dolori, affetti, sventure, e tutto affondò nel mare del tempo! Ed essi ebbero a scavare con le mani il granito che col ferro, e con le polveri incendiarie domiamo noi!—

Ma se si dileguarono nella gloria dei secoli, essi stanno presenti a quella di Dio: il ricordo di loro è scritto a caratteri di stelle nel volume dei cieli: tanto maggiore premio conseguiranno, ed avranno diritto di conseguire quanto meno potrà dirsi loro: avete ricevuto la vostra mercede.

Il Giudice, all’occhio del quale nulla è nascosto, quando gli verranno dinanzi le moltitudini degli spiriti senza numero, che pellegrinarono pei mondi, a molti, che le genti salutarono magnanimi, dirà: andate, e crescete la sostanza del Maligno: voi altri poi cui colse il desolato oblio quasi seconda morte, transfondetevi nel mio seno ed aumentato la mia divina sostanza.—

Questo, mi si oppone, è rimoto, e viaggia con le nuvole nel cielo della poesia; certo io non lo nego rimoto, ed anco immaginoso; ma io vi ho detto, che non procediamo per tempi felici, però che tali non sieno quelli nei quali l’uomo o aderisce tutto al suolo, o tutto si esalta pei cieli; dal primo stato scappa fuori il banchiere, il venditore di ciarpe, lo scorticatore di capretti, il moderato; dal secondo, l’anacoreta della Tebaide, e il bramino dell’India; solo avventuroso è il tempo dove con giusta proporzione puoi compiacere alla materia e allo spirito, andando appunto composto l’uomo di anima, e di corpo: e poichè questo adesso non si può, colpa in molta parte altrui, e moltissima nostra, di concetti divisi, e di forze infermi, meglio che curvarci alla terra, sarà bello lasciarci trasportare colà donde la nostra stirpe ci comparisce un brulichio di formicole divorantisi fra loro sopra una zolla di argilla.

Dunque tu ti commetti in Dio?—Veramente l’uomo deve confidare in sè, ed in Dio; ma troppe cose vi hanno nel mondo a compire le quali l’uomo solo non basta; perochè niente o solo torni lo stesso; e finchè dura il flagello che disgrega le menti e i bracci dei mortali, ripariamo in Dio. A Dio poi è più difficile discredere, che facile credere: creature noi, use a vederci sorgere obietti dintorno creati per natura o per arte, come possiamo immaginare cosa non creata? Se Dio non fosse bisogneria inventarlo, affermano che sentenziasse il Robespierre, e s’ei il disse, fu favilla che uscì dal ferro. Noi abbiamo bisogno di Dio, nè possiamo fare a meno di credere così quando pensiamo al numero infinito degli uomini cui sembra fosse dato un cuore solo per sentirselo ferire, e braccia per portare catene, e sangue per versarlo su i campi, e su i patiboli,—e labbra, pur troppo, perchè ci tenessero incollata sopra la spugna satura del fiele della calunnia, e dello aceto dell’odio; se a tutti questi non fosse venuta ad allietare la idea dell’eterno Riparatore, quale mai tormento inventato dal demonio in un’estro di malignità potrebbe uguagliarsi all’amarezza della ora ultima della loro vita? Bella consolazione (esclamava il Generale Pasquale Paoli, che fu quasi il Garibaldi del secolo passato) bella consolazione per un’uomo il quale «per tutta la sua vita si travagliò in benefizio di una Patria, che sta per rinnegarlo; di una Libertà sul punto di voltargli le spalle, che con forze impari, male armate, peggio vestite si trova in procinto di essere assalito ed oppresso dai Francesi dieci volte più numerosi, ordinatissimi, forniti di ogni maniera di arme, squadernargli in faccia, fra un’ora una palla ti spaccherà il cranio, e tu cascherai in tutto e per tutto, zolla di terra sopra la terra!»

Speriamo nella virtù altrui, speriamo ad ogni evento in noi, e sempre in Dio.

Ora per me sarà divisa questa scrittura in quattro libri diversi di mole, come svariatissimi di stile; nel primo, esporrò il bisogno supremo della Italia di avere Roma.—Nel secondo, il diritto del popolo italiano su Roma.—Nel terzo, quello che il popolo ardisse per ripigliarsi la sua Roma.—Nel quarto, quello che incombe alla Monarchia eletta dal popolo, e quando, di compire su Roma.

Forse non sarà giunto a mezzo questo volume, quanto spetta alla Monarchia ella avrà fatto; in questo caso l’opera mia non verrà meno, però che invece di esporre quello che doveva operarsi da lei, con altra voce ormai, con altro cuore, raccolte le forze estreme, celebrerò l’operato;—intendo dire:—la Italia veracemente risorta su le ruine della oppressione dei Papi e degli Stranieri.

Il soccorso che mi aspettava dai gloriosi superstiti di questa guerra, non corrispose fin qui ai miei desiderii: non importa; io faccio come Abramo, mi metto in via sperando nella Provvidenza. Deus provvidebit. Per ora mi furono larghi dei loro ricordi il Generale Garibaldi, il Generale Sacchi, il chirurgo maggiore Ripari, il colonnello Cadolini ed altri generosi di cui il nome fie rammentato a suo luogo. Se l’ingrato silenzio dipende, perchè altri dubiti, che per me si possa compire il carico che mi sono tolto, io non me ne dorrò: potrebbe darsi ch’essi avessero ragione pur troppo;—se per modestia, la quale mai sì scompagna dagli uomini veracemente prodi, io affermo loro, e ci possono credere, che inopportuna è qui la modestia dacchè quanto essi operarono spetti meno a loro che ai tempi, e alla Patria; ad ogni modo, se volessero tacere delle proprie, perchè non favellano delle azioni altrui, massime di quelle dei defunti? Corre sacrosanto l’obbligo suscitare la fama dei caduti; io so che i morti anelano alla lode come i vivi alla luce; e pensino, che fratelli essi furono e sono, e che, la prima morte di ferro o di piombo essi ebbero dai nemici… ma la seconda, la morte dell’oblio, essi avrebbero da loro. Questo li muova, ed anco il pensiero, non darsi cosa la quale tanto dissuada da mettersi a cimento pel bene comune, quanto la vista della comune ingratitudine.

Francesco Domenico Guerrazzi – La battaglia di Benevento

EText-No. 19024
Title: La battaglia di Benevento – Storia del secolo XIII
Author: Guerrazzi, Francesco Domenico, 1804-1873
Language: Italian
Link: 1/9/0/2/19024/19024-8.txt

EText-No. 19024
Title: La battaglia di Benevento – Storia del secolo XIII
Author: Guerrazzi, Francesco Domenico, 1804-1873
Language: Italian
Link: 1/9/0/2/19024/19024-8.zip