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Homerus – Omero – Iliade – Traduzione di Vincenzo Monti – Libro XXIV

Finiti i ludi, s’avviâr le sciolte
turbe alle navi per diverse vie,
e preso il cibo, a placido riposo
s’abbandonâr. Ma memore il Pelìde
dell’amato compagno, in nuovo pianto
scioglieasi, né serrar poteagli il sonno,
di tutte cure domator, le ciglia.
Di qua, di là si rivolgea membrando
il valor di Patròclo, e la grand’alma,
e le comuni imprese, e i tollerati
guerrieri affanni insieme, e i perigliosi
trascorsi flutti. E in queste ricordanze
dirottamente lagrimava, ed ora
giacea su i fianchi, or prono, ora supino;
poi di repente in piè balzato errava
mesto sul lido. E quando i campi e l’onde
illumina l’Aurora, egli di nuovo,
aggiogati i corsier, di retro al cocchio
Ettore avvince, e trattolo tre volte
di Pàtroclo dintorno al monumento,
a riposar si torna entro la tenda,
boccon lasciando nella polve steso
l’esangue corpo. Ma del morto eroe
impietosito Apollo ogni bruttura
ne tien rimossa, e tutto coll’aurata
egida il copre, perché nulla offesa
lo strascinato corpo ne riceva.
Visto del divo Ettòr lo strazio indegno,
pietà ne venne ai fortunati Eterni,
e il vegliante Argicida ad involarlo
incitando venìan. Questo di tutti
era il vivo desìo, ma non di Giuno,
né di Nettunno, né dell’aspra vergine
dall’azzurre pupille. Alto riposta
nella mente sedea di queste Dive
di Paride l’ingiuria, e la sprezzata
lor beltade quel dì che a lui venute
nel suo tugurio, ei preferì lor quella
che di funesto amor contento il fece.
Quindi l’odio immortal delle superbe
contro le sacre ilìache mura, e Prìamo
e tutta insieme la dardania gente.
Ma il duodecimo sole apparso al mondo,
Febo agli Eterni così prese a dire:
Numi crudeli, che vi fece Ettorre?
Forse che su gli altari a voi non arse
e di mugghianti e di lanosi armenti
vittime elette ei sempre? Ed or che fiera
morte lo spense, che furor s’è questo
di non renderne il corpo alla consorte,
alla madre, al figliuolo, al genitore,
al popol tutto, acciò che tosto ei s’abbia
l’onor del rogo e della tomba? E tante
onte a qual fine? Per servir d’Achille
alle furie; d’Achille, a cui nel seno
né amor del giusto né pietà s’alberga,
ma cuor selvaggio di lïon che spinto
dall’ardir, dalla forza e dalla fame
il gregge assalta a procacciarsi il cibo.
Tale il Pelìde gittò via dal petto
ogni senso pietoso, e quel pudore
che l’uom castiga co’ rimorsi e il giova.
Perde taluno ancor più cari oggetti,
il fratello od il figlio. E nondimeno,
finito il pianto, al suo dolor dà tregua;
ché nell’uom pose il Fato alma soffrente.
Ma non sazio costui della già spenta
vita d’Ettorre, al carro il lega, e morto
pur dintorno alla tomba lo strascina
dell’amico. Non è questo per lui
né utile né bello: e badi il crudo
che, quantunque sì prode, egli le nostre
ire non desti infurïando e tanta
onta facendo a un’insensibil terra.
Tacque: e irata Giunon così rispose:
Se d’Ettore e d’Achille a una bilancia
l’onor dee porsi, e così piace ai numi,
s’adémpia, o re dell’arco, il tuo discorso.
Ma di padre mortale Ettore è figlio,
e mortal poppa l’allattò. Divino
germe è il Pelìde, ed io nudrìa la Diva
sua madre, io stessa l’educava, e sposa
la concessi a Pelèo diletto ai numi.
Voi tutti a quelle nozze, o Dei, scendeste,
e tu medesmo, o disleal compagno
de’ malvagi, toccasti allor la cetra,
e misto agli altri banchettasti allegro.
Contro gli Dei non adirarti, o Giuno,
l’interruppe il Tonante. Eguale onore
dar non vuolsi, no certo, ai due guerrieri;
ma carissimo ai numi era pur anco
tra i Teucri tutti Ettorre, e a Giove in prima.
Ostie elette mai sempre gli m’offerse,
né l’are mie per esso ebber difetto
mai di convivii, né di pingui odori,
né di tazze libate, onor che solo
ai Celesti è sortito. Ma si ponga
ogni pensiero d’involar l’offeso
cadavere; e sottrarlo ora di furto
al fiero Achille non si può, ché Teti
notte e dì gli è dintorno e tutto osserva.
Pur se alcuno di voi Teti a me chiami,
io tale un motto le farò discreto,
che tutti accetterà di Prìamo i doni
placato Achille, e renderagli il figlio.
Disse, ed Iri col piè che le tempeste
nel corso adegua, si spiccò. Fra Samo
e l’aspra Imbro calò sovra le brune
onde del mare, e il mar sotto le piante
della Diva muggìa. Quindi s’immerse
come ghianda di piombo che a bovino
corno fidata a disertar giù scende
i crudivori pesci; e in cavo speco
Teti trovò che dalle sue sorelle
circondata piagnea la già vicina
morte del figlio che ne’ frigii campi
perir lungi dovea dal patrio lido.
Le parve innanzi all’improvviso, e disse:
Sorgi, o Teti: il gran padre a sé ti chiama.
E che vuole da me l’Onnipotente?
Teti rispose. Afflitta, come sono,
di mischiarmi arrossisco agl’Immortali.
Pur vadasi e s’adémpia il suo volere.
Ciò detto, si coprì l’augusta Diva
d’un atro vel di che null’altro il nero
color lugùbre eguaglia, e in via si mise.
Iva innanzi la presta Iri, e sonora
intorno a lor s’apria l’ onda marina.
Sul lido emerse al ciel volaro: e Giove
trovâr seduto tra gli accolti Eterni.
Qui Teti accanto al sommo Iddio s’assise
(cesso a lei da Minerva il proprio seggio):
un aureo nappo in man Giuno le pose
con dolci accenti di conforto; ed ella
vôtollo, e il rese grazïosa. Allora
il gran padre dicea queste parole:
Teti, malgrado il tuo dolor (ch’io tutto
ben conosco e so quanto il cor t’aggrava),
tu salisti all’Olimpo, ed io dirotti
la cagion del chiamarti. È questo il nono
giorno che in cielo si destò tra i numi
pel morto Ettòr gran lite e per Achille.
Voleano i più che l’Argicida il corpo
n’involasse di furto. Io non v’assento
e per l’onor d’Achille, e pel rispetto
e per l’amor ch’io t’aggio e aver ti voglio
eternamente. Frettolosa adunque
scendi, o Diva, sul campo, e al figlio porta
i miei precetti. Digli che adirati
son con esso gli Dei, ch’io stesso il sono
sovra tutti, da che sì furibondo
agli strazii ei rattien l’ettòrea salma,
e per riscatto non la rende ancora.
Ma renderalla, se il mio cenno ei teme.
A Prìamo intanto io spedirò di Giuno
la messaggiera, ond’egli immantinente
ito alle navi degli Achei, co’ doni
plachi il Pelìde, e il figlio suo redima.
Obbedïente a quel parlar la Diva
mosse i candidi piedi, e dall’Olimpo
scese d’un salto al padiglion d’Achille.
Il trovò sospiroso; affaccendati
a lui dintorno i suoi diletti amici
apprestavan la mensa, ucciso un grande
e lanoso arïète. Entrò, s’assise
dolce al suo fianco la divina madre,
accarezzollo colla destra, e disse:
E fino a quando, o figlio, in pianti e lutti
ti struggerai, immemore del cibo,
e deserto nel letto? Eppur di cara
donna l’amplesso il cor consola: il tempo,
ch’a me vivrai, gli è breve, e vïolenta
già t’incalza la Parca. Or via, m’ascolta,
ch’io di Giove a te vengo ambasciatrice.
I numi, ed esso primamente, sono
teco irati, perché nel tuo furore
ostinato ritieni appo le navi
d’Ettore il corpo, e al genitor nol rendi.
Rendilo, e il prezzo del riscatto accetta.
E ben, rispose sospirando Achille,
venga chi lo redima e via sel porti,
se tal di Giove è l’assoluto impero.
Mentre in questo parlar stassi col figlio
la genitrice Dea dentro la tenda,
Giove alla sacra Troia Iri spedìa.
Su, t’affretta, veloce Iri, e dal cielo
vola in Ilio, ed a Prïamo comanda
che alle navi si tragga e seco apporti
a riscatto del figlio eletti doni,
onde si plachi del Pelìde il core.
Ma solo ei vada, né verun lo scorti
de’ Teucri, eccetto un attempato araldo
che d’un plaustro mular segga al governo,
su cui la salma dal Pelìde uccisa
alla cittade trasportar. Né tema
di morte il cor gli turbi o d’altro danno.
Gli darem l’Argicida a condottiero,
che fin d’Achille al padiglion lo guidi.
L’eroe vedrallo al suo cospetto, e lungi
dal porlo a morte, terrà gli altri a freno,
ch’ei non è stolto né villan né iniquo,
e benigno farassi a chi lo prega.
Ratta, come del turbine le penne,
partì la Diva messaggiera, e a Prìamo
giunta, il trovò tra pianti e grida. I figli
dintorno al padre doloroso accolti
inondavan di lagrime le vesti.
Stavasi in mezzo il venerando veglio
tutto chiuso nel manto, ed insozzato
il capo e il collo dell’immonda polve
di che bruttato di sua mano ei s’era
sul terren voltolandosi. La turba
delle misere figlie e delle nuore
empiea la reggia d’ululati, e quale
ricordava il fratel, quale il marito,
ché valorosi e molti eran caduti
sotto le lance degli Achei. Comparve
improvvisa davanti al re canuto
la ministra di Giove, e a lui che tutto
al vederla tremò, dicea sommesso:
Prìamo, fa core, né timor ti prenda.
Nunzia di mali non vengh’io, ma tutta
del tuo meglio bramosa. A te mi manda
l’Olimpio Giove che lontano ancora
su te veglia pietoso. Ei ti comanda
di redimere il figlio, e recar molti
doni ad Achille per placarlo. A lui
vanne adunque, ma solo, e che nessuno
t’accompagni de’ Troi, salvo un araldo
d’età provetta, reggitor del plaustro
che il corpo trasportar del figlio ucciso
ti dee qua dentro: né temer di morte
o d’altra offesa. Condottiero avrai
l’Argicida che te fino al cospetto
d’Achille scorterà. Lungi l’eroe
dal trucidarti, terrà gli altri a freno.
Ei non è stolto né villan né iniquo,
e benigno farassi a chi lo prega.
Disse, e sparve. Riscosso il re dolente,
senza punto indugiarsi, ai figli impone
d’apprestargli il mular plaustro veloce,
e di legar su quello una grand’arca.
Indi salito ad un’eccelsa stanza
odorosa di cedro, ov’egli in serbo
tenea di molti preziosi arredi,
chiamò dentro la moglie Ecuba, e disse:
Infelice, m’ascolta: la celeste
messaggiera recommi or or di Giove
un comando. Egli vuol che degli Achei
m’incammini alle navi, ed al Pelìde
il prezzo io porti del diletto figlio.
Che ne senti? A quel campo, a quelle tende
certo mi spinge fortemente il core.
Ululò la consorte, e gli rispose:
Misera! ahi dove ti fuggìa quel senno
che alle tue genti e alle straniere un giorno
glorïoso ti fea? Solo alle navi
inimiche avvïarti? esporti solo
alla presenza di colui che tanti
figli t’uccise? oh cuor di ferro! e quale,
s’ei ti scopre, se cadi in suo potere,
qual mai pietade o riverenza speri
da quell’alma crudele e senza fede?
Deh piangiamlo qui soli. Era destino
dalle Parche filato all’infelice,
quand’io meschina il partorii; che lungi
dai genitori satollar dovesse
d’un barbaro i mastini. Oh potess’io
stretto tenerne fra le mani il core,
e strazïarlo, divorarlo! Allora
del mio figlio sarìa sconta l’offesa,
ch’ei da codardo non morì, ma in campo
per la patria pugnando, e fermo il piede,
senza smarrirsi o declinar la fronte.
Cessa, il vecchio riprese: il mio partire
è risoluto; non mi far ritegno,
non volermi tu stessa esser funesta
auguratrice: il distornarmi è vano.
Se mi desse un mortal questo comando,
o aruspice o indovino o sacerdote,
lo terremmo menzogna, e spregeremmo:
ma vidi io stesso, io stesso udii la Diva.
Dunque si vada, ed obbediam. Se il Fato
vuol che fra’ Greci io pera, io pure il voglio.
Morrò trafitto, ma stringendo il figlio,
e tutto il dolce esaurirò del pianto.
Aprì ciò detto, i bei forzieri, e fuora
dodici ne cavò splendidi pepli,
ed altrettante clamidi e tappeti
e tuniche ed ammanti, e dieci insieme
aurei talenti, due forbiti tripodi,
quattro lebèti, e finalmente un nappo
bellissimo, dai Traci avuto in dono
quando andovvi orator; raro presente:
e nondimen di questo pure il veglio
si fe’ privo: cotanto al cor gli preme
il riscatto del figlio. Uscito ei quindi,
tutto discaccia de’ Troiani il vulgo
ai portici raccolto, e acerbo grida:
Via, perversi, di qua: forse vi manca
domestico dolor, ché qui venite
ad aggravarmi il mio? forse n’è poco
l’alto affanno in che Giove mi sommerse
il più forte togliendomi de’ figli?
Ma voi medesmi vel saprete in breve,
voi che senza difesa, or ch’egli è morto,
sotto le spade degli Achei cadrete.
Ma deh! pria che veder Troia distrutta,
deh ch’io discenda alla magion di Pluto.
Così grida il tapino, e con lo scettro
fuor ne mette la turba che sommessa
si dileguava. Irrequïeto poscia
i suoi figli bravando li rampogna,
Eleno e Pari e Antifono e Pammone
e l’illustre Agatone e il prode in guerra
buon Polite e Dëìfobo ed Agàvo,
di divina sembianza giovinetto,
ed Ippotòo. Si volge a questi nove
con acerbi rabbuffi il doloroso,
e, Studiatevi, grida: a che vi state,
nequitosi infingardi? oh foste tutti
spenti in vece d’Ettorre! Oh me infelice!
Re dell’eccelsa Troia io generai
fortissimi figliuoli, e nullo in vita
ne rimase. Caduto è il dëiforme
mio Mèstore; caduto è il bellicoso
Tròilo di cocchi agitatore; ed ora
Ettore cadde, quell’Ettòr che un Dio
fra’ mortali parea; no, d’un mortale
figlio ei non parve, ma d’un Dio. La guerra
mi tolse i buoni, e mi lasciò cotesti
vituperii; sì voi, prodi soltanto
alle danze, agl’inganni, alle rapine.
Su, che si tarda? Apparecchiate il carro,
ponetevi que’ doni, e vi spedite,
onde senza più starmi io m’incammini.
Rispettosi al garrir del genitore
corser quelli e dier fuora incontanente
l’agile plaustro tutto nuovo e bello,
e una grand’arca vi legâr di sopra.
Indi un giogo mulin di bosso, ornato
d’un umbilico con anel ben messo,
dal pïuòlo spiccâr: poscia di nove
cubiti tratta la giogal gombìna,
al capo accomodâr del liscio temo
acconciamente il giogo, e sovrapposto
alla caviglia del timon l’anello,
con triplicato giro all’umbilico
l’avvinghiâr quinci e quindi, e fatto un nodo,
della gombìna ripiegâr la punta
nella parte di sotto. Ciò finito,
giù recâr dalla stanza i destinati
doni al riscatto dell’ettòrea testa,
immensi doni; e sul pulito plaustro
gl’imposero, e del plaustro al giogo addussero
senza ritardo due gagliarde mule,
de’ Misii illustre dono al re troiano.
Quindi allestiti presentaro al padre
del regale suo cocchio i corridori,
cui Prìamo stesso governar solea
ne’ nitidi presepi: ed or gli accoppia
ei medesmo alla biga il mesto veglio
sotto i portici eccelsi, esso e il suo fido
araldo, entrambi pensierosi e muti.
Féssi allor la dolente Ecuba incontro
al re marito, nella man tenendo
di soave licore un aureo nappo,
onde ai numi libasse anzi il partire.
Stette avanti ai corsieri, e, Tien, gli disse,
liba a Giove, e lo prega che ti voglia
dai nemici tornar salvo al tuo tetto,
poiché, malgrado il mio dissenso, hai ferma
la tua partenza. Or tu la supplicante
voce innalza all’idèo Giove nemboso,
che d’alto guarda la cittade, e chiedi
che messaggier ti mandi alla diritta
quel fortissimo suo veloce augello
sovra tutti a lui caro, onde tal vista
il tuo vïaggio affidi al campo acheo.
Se il Dio ricusa d’invïarti questo
suo propizio messaggio, io ti scongiuro
di non rischiar tuoi passi a quelle navi,
e di dar bando al fier desìo che porti.
Facciasi, o donna, il tuo voler, rispose
il nobile vegliardo: ai numi è buono
alzar le palme ed implorar mercede.
Disse; e all’ancella dispensiera impose
di versargli una pura onda alle mani;
e l’ancella appressossi, e colla manca
sostenendo il bacin, versò coll’altra
da tersa idria l’umor. Lavato ei prese
l’offerta coppa, e ritto in piè nel mezzo
dell’atrio, in atto supplicante alzati
gli occhi al cielo, libò con questi accenti:
Giove massimo Iddio, che glorïoso
dall’Ida imperi, fa che grato io giunga
ad Achille, e pietà di me gl’ispira.
Mandami a dritta il tuo veloce e caro
re de’ volanti, e ch’io lo vegga: e certo
per lui del tuo favore, alle nemiche
tende i miei passi volgerò sicuro.
Esaudì Giove il prego, e il più perfetto
degli augurii mandò, l’aquila fosca,
cacciatrice, che detta è ancor la Bruna.
Larghe quanto la porta di sublime
stanza regal spiegava il negro augello
le sue vaste ali, dirigendo a destra
sulla cittade il volo. Esilarossi
a tutti il core nel vederla. Il veglio
montò il bel cocchio frettoloso, e fuora
dei risonanti portici lo spinse.
Traenti il plaustro precedean le mule
dal saggio Idèo guidate, e lo seguièno
della biga i corsier che il re canuto
per l’ampie strade colla sferza affretta.
L’accompagnan piangendo i suoi più cari,
come se a morte ei gisse. Alfin venuti
alle porte, lasciârsi. Il re discese
verso il campo nemico, e lagrimosi
nella cittade ritornârsi i figli.
Vide Giove dall’alto i due soletti
pellegrini inoltrarsi alla pianura.
Pietà gli venne dell’antico sire,
e a Mercurio parlò: Diletto figlio,
tu che guida ai mortali esser ti piaci,
e pietoso gli ascolti, va veloce,
ed alle navi achee Prìamo conduci
occulto in guisa che nessuno il vegga
de’ vigilanti Argivi e se n’accorga,
pria che d’Achille alla presenza ei sia.
Mercurio ad obbedir tosto s’accinge
i precetti del padre. E prima ai piedi
i bei talari adatta. Ali son queste
d’incorruttibil auro, ond’ei volando
l’immensa terra e il mar ratto trascorre
collo spiro de’ venti. Indi la verga,
che dona e toglie a suo talento il sonno,
nella destra si reca, e scioglie il volo.
In un batter di ciglio all’Ellesponto
giunge e al campo troian. Qui prende il volto
di regal giovinetto a cui fiorìa
del primo pelo la venusta guancia,
e, così fatto, il nume s’incammina.
Già Prìamo con Idèo d’Ilo la tomba
avea trascorsa, e qui sostato alquanto,
alla chiara corrente abbeverava
e le mule e i destrier. L’ombra notturna
sulla terra scendea, quando l’araldo
del nume s’avvisò che alla lor volta
già s’appressava, e sbigottito disse:
Bada, o re; qui si vuol tutta prudenza.
Veggo un nemico, e siam perduti. O ratto
diamci in fuga, o abbracciam le sue ginocchia
implorando pietà. – Smarrissi il veglio,
il terror gli arricciò su le canute
tempie le chiome, il brivido gli corse
per le tremule membra; e stupidito
s’arrestò: Ma si fece innanzi il nume,
e presolo per mano interrogollo:
Dove, o padre, dirigi esti corsieri
così pel buio della dolce notte
mentre gli altri han riposo? E non paventi
i furibondi Achei, che ti son presso,
fieri nemici? Se qualcun di loro
per l’ombra oscura portator ti coglie
di quei tesori, che farai? Garzone
tu non sei, né cotesto che ti segue,
onde far petto a chi t’assalti infesto.
Ma di me non temer, ch’io qui mi sono
in tuo danno non già, ma in tua difesa,
perocché come padre a me sei caro.
E Prìamo a lui: La va, come tu dici,
mio dolce figlio. Ma propizio ancora
tien su me la sua mano un qualche iddio,
che tal mi manda della via compagno
ben augurato, come te, di corpo
bello e di volto, e di mirando senno,
e di beati genitor germoglio.
Gli è ver, ti guarda un Dio, siccome avvisi
(ripiglia il nume): ma rispondi, e schietto
parlami il vero. In regïon straniera
porti tu forse, per salvarli, questi
prezïosi tesori? O forse tutti
di spavento compresi abbandonate
la città, da che spento è il tuo gran figlio
che a nullo Achivo di valor cedea?
Oh chi se’ tu? riprese intenerito
l’esimio rege, chi se’ tu che parli
del mio morto figliuol così cortese?
E chi son dunque i tuoi parenti, o caro?
Allor Mercurio: Tu mi tenti, o veglio,
col tuo dimando. Or ben: nella battaglia
onoratrice de’ guerrieri io vidi
con quest’occhi più volte il divo Ettorre,
massimamente il dì che degli Achei
strage egli fece col fulmineo ferro
cacciandoli alle navi. Ad ammirarlo
noi fermi ci stavam; ché irato Achille
col sommo Atride a noi non consentìa
l’entrar dentro alla mischia. Io suo soldato
qua ne venni con esso in una stessa
nave: di schiatta Mirmidóne io sono;
Polìtore m’è padre: a lui son molte
ricchezze e molta età pari alla tua,
e settimo de’ figli io fui sortito
a questa guerra. Esplorator del campo
or qui ne venni: perocché dimani
di buon tempo gli Achivi alla cittade
daran l’assalto. Di riposo ei sono
tutti sdegnosi, e contenerne il fiero
desìo di pugna più non ponno i duci.
Udito questo, replicò de’ Teucri
l’augusto sire: Se davver soldato
del Pelìde tu sei, tutto deh fammi
palese il vero. Il mio figliuol giac’egli
per anco intero nelle tende, o fatto,
misero! in brani, lo gittò pastura
de’ suoi mastini l’uccisor? – No, pronto
l’Argicida rispose. Ei giace intatto
tuttavia dalle belve appo la nave
capitana d’Achille entro la tenda
senza segno d’onor. La dodicesma
luce rifulse sul giacente, e ancora
il suo corpo è incorrotto, ed il vorace
morso de’ vermi che gli estinti in guerra
tutti consuma, il figlio tuo rispetta.
Vero gli è ben che dell’amico intorno
alla tomba, col sorgere dell’alba,
spietatamente Achille lo strascina;
né per ciò giunge a deturparlo, e quando
tu medesmo il vedessi, maraviglia
ti prenderebbe nel trovarlo tutto
mondo dal tabo e fresco e rugiadoso,
in ogni parte intégro, e le ferite,
che molte ei n’ebbe, tutte chiuse. Tanto
gl’iddii beati, a cui diletto egli era,
dell’estinto tuo figlio ebber pensiero.
Gioinne il vecchio, e replicò: Per certo
torna in gran bene agl’Immortali offrire
ogni debito onor, né il mio figliuolo,
finché si visse, degli Dei gli altari
dimenticò. Quind’essi alla sua morte
ricordârsi di lui. Ma tu ricevi,
deh ricevi da me questo bel nappo;
custodiscilo, e fausti i sommi Dei,
del Pelìde alla tenda m’accompagna.
Buon vecchio, replicò con un sorriso
l’Argicida, tu tenti l’inesperta
mia giovinezza, ma la tenti in vano.
Inscio Achille, non fia che doni io prenda.
Temo il mio duce, e più il rubar; né voglio
che guaio me n’incolga. Io scorterotti
così pur senza doni e di buon grado,
e per terra e per mar, come ti piace,
anche d’Argo alle rive, né veruno
su te le mani metterà, me duce.
Così detto, balzò sopra la biga,
e alle man date col flagel le briglie
ne’ cavalli trasfuse e nelle mule
una gagliarda lena. Eran già presso
delle navi alle torri ed alla fossa,
e davano le scolte opra alle cene.
Tutte Mercurio addormentolle, e tosto,
levatene le sbarre, aprì le porte,
e di Prìamo la biga, e de’ bei doni
l’onusto carro v’introdusse. Il passo
drizzâr quindi d’Achille al padiglione,
che splendido e sublime i Mirmidóni
gli avean costrutto di robusto abete.
Irsuto e spesso di campestri giunchi
il culmine s’estolle: ampio di pali
folto steccato lo circonda, e sola
una trave la porta n’assicura,
trave immensa, abetina, che a levarsi
e a riporsi di tre chiedea la forza,
ed il Pelìde vi bastava ei solo.
L’aperse il nume, ed intromesso il vecchio
co’ recati ad Achille incliti doni,
scese d’un salto a terra, e così disse:
O Prìamo, io sono il sempiterno iddio
Mercurio; il padre mi spedì tua guida,
e qui ti lascio, ché il menarti io stesso
del Pelìde al cospetto, e tanto innanzi
favorire un mortale, a un Immortale
disconviensi. Tu entra, ed abbracciando
le sue ginocchia per la madre il prega
e pel padre e pel figlio, onde si plachi.
Sparve, ciò detto, ed all’olimpie cime
risalì. Prìamo scese, ed alla cura
de’ cavalli lasciato e delle mule
l’araldo, s’avvïò dritto d’Achille
alle stanze riposte. Avea di Giove
l’eroe diletto in quel medesmo punto
dato fine alla cena. I suoi sergenti
in disparte sedean. Soli al guerriero
ministravano in piedi Automedonte
ed Alcimo, di Marte almo rampollo.
Tolta non era ancor la mensa, e ancora
sedeavi Achille. Il venerando veglio
entrò non visto da veruno, e tosto
fattosi innanzi, tra le man si prese
le ginocchia d’Achille, e singhiozzando
la tremenda baciò destra omicida
che di tanti suoi figli orbo lo fece.
Come avvien talor se un infelice
reo del sangue d’alcun del patrio suolo
fugge in altro paese, e ad un possente
s’appresentando, i riguardanti ingombra
d’improvviso stupor; tale il Pelìde
del dëiforme Prìamo alla vista
stupì. Stupiro e si guardaro in viso
gli altri con muta maraviglia, e allora
il supplice così sciolse la voce:
Divino Achille, ti rammenta il padre,
il padre tuo da ria vecchiezza oppresso
qual io mi sono. Io questo punto ei forse
da’ potenti vicini assediato
non ha chi lo soccorra, e all’imminente
periglio il tolga. Nondimeno, udendo
che tu sei vivo, si conforta, e spera
ad ogn’istante riveder tornato
da Troia il figlio suo diletto. Ed io,
miserrimo! io che a tanti e valorosi
figli fui padre, ahi! più nol sono, e parmi
già di tutti esser privo. Di cinquanta
lieto io vivea de’ Greci alla venuta.
Dieci e nove di questi eran d’un solo
alvo prodotti; mi venìano gli altri
da diverse consorti, e i più ne spense
l’orrido Marte. Mi restava Ettorre,
l’unico Ettorre, che de’ suoi fratelli
e di Troia e di tutti era il sostegno;
e questo pure per le patrie mura
combattendo cadéo dianzi al tuo piede.
Per lui supplice io vegno, ed infiniti
doni ti reco a riscattarlo, Achille!
Abbi ai numi rispetto, abbi pietade
di me: ricorda il padre tuo: deh! pensa
ch’io mi sono più misero, io che soffro
disventura che mai altro mortale
non soffrì, supplicante alla mia bocca
la man premendo che i miei figli uccise.
A queste voci intenerito Achille,
membrando il genitor, proruppe in pianto,
e preso il vecchio per la man, scostollo
dolcemente. Piangea questi il perduto
Ettorre ai piè dell’uccisore, e quegli
or il padre, or l’amico, e risonava
di gemiti la stanza. Alfin satollo
di lagrime il Pelìde, e ritornati
tranquilli i sensi, si rizzò dal seggio,
e colla destra sollevò il cadente
veglio, il bianco suo crin commiserando
ed il mento canuto. Indi rispose:
Infelice! per vero alte sventure
il tuo cor tollerò. Come potesti
venir solo alle navi ed al cospetto
dell’uccisore de’ tuoi forti figli?
Hai tu di ferro il core? Or via, ti siedi,
e diam tregua a un dolor che più non giova.
Liberi i numi d’ogni cura al pianto
condannano il mortal. Stansi di Giove
sul limitar due dogli, uno del bene,
l’altro del male. A cui d’entrambi ei porga,
quegli mista col bene ha la sventura.
A cui sol porga del funesto vaso,
quei va carco d’oltraggi, e lui la dura
calamitade su la terra incalza,
e ramingo lo manda e disprezzato
dagli uomini e da’ numi. Ebbe Pelèo
al nascimento suo molti da Giove
illustri doni. Ei ricco, egli felice
sovra tutti i viventi, il regno ottenne
de’ Mirmidóni, e una consorte Diva
benché mortale. Ma lui pure il nume
d’un disastro gravò. Nell’alta reggia
prole negògli del suo scettro erede,
né gli concesse che di corta vita
un unico figliuolo, ed io son quello;
io che di lui già vecchio esser non posso
dolce sostegno, e negl’ilìaci campi
seggo lontano dalla patria, infesto
a’ tuoi figli e a te sesso. E te pur anco
udimmo un tempo, o vecchio, esser beato
posseditor di quanta hanno ricchezza
Lesbo sede di Màcare, e la Frigia
ed il lungo Ellesponto. All’opulenza
di queste terre numerosi figli
la fama t’aggiungea. Ma poiché i numi
in questa guerra ti cacciâr, meschino!
ch’altro vedesti intorno alle tue mura
che perpetue battaglie e sangue e morti?
Pur datti pace, né voler ch’eterno
ti consumi il dolor. Nullo è il profitto
del piangere il tuo figlio, e pria che in vita
richiamarlo, ti resta altro soffrire.
Deh non far ch’io mi segga, almo guerriero,
l’antico sire ripigliò: là dentro
senza onor di sepolcro il mio diletto
Ettore giace: rendilo al mio sguardo;
rendilo prontamente, e i molti doni
che ti rechiamo, accetta, e ne fruisci,
e dìati il ciel di salvo ritornarti
al tuo loco natìo, poiché pietoso
e la vita mi lasci e i rai del Sole.
Non m’irritar co’ tuoi rifiuti, o veglio,
bieco Achille riprese. Io stesso avea
statuito nel cor, che alfin renduto
ti fosse il figlio, perocché la diva
Nerëide mia madre a me di Giove
già fe’ chiaro il voler. Né si nasconde
al mio vedere, al mio sentir, che un nume
ti fu scorta alle navi a cui veruno
mortal non fôra d’inoltrarsi ardito,
né le guardie ingannar, né delle porte
avrìa le sbarre disserrar potuto
neppur di tutto il suo vigor nel fiore.
Con querimonie adunque il mio corruccio
non rinfrescarmi, se non vuoi ti metta,
benché supplice mio, fuor della tenda,
e del Tonante trasgredisca il cenno.
Tremonne il vecchio, ed obbedì. Balzossi
fuor della tenda allor come lïone
il Pelìde con esso i due scudieri
Automedonte ed Alcimo, cui, dopo
il morto amico, tra’ compagni egli ebbe
in più pregio ed amor. Sciolsero questi
i corsieri e le mule, ed intromesso
l’antico araldo l’adagiaro in seggio.
Poscia dal plaustro i prezïosi doni
del riscatto levâr, ma due pomposi
manti lasciârvi, ed una ben tessuta
tunica all’uopo di mandar coperto
il cadavere in Ilio. Indi chiamate
le ancelle, comandò che tutto fosse
e lavato e di balsami perfuso
in disparte dal padre, onde il meschino,
veduto il figlio, in impeti non rompa
subitamente di dolore e d’ira,
sì che la sua destando anche il Pelìde
contro il cenno di Giove nol trafigga.
Lavato adunque dall’ancelle ed unto
di balsami odorati, e di leggiadra
tunica avvolto, e poi di risplendente
pallio coperto, il gran Pelìde istesso
alzatolo di peso, in sul ferètro
collocollo; e composto i suoi compagni
sul liscio plaustro lo portâr. Dal petto
trasse allora l’eroe cupo un sospiro,
e il diletto chiamando estinto amico
sclamò: Patròclo, non volerti meco
adirar, se nell’Orco udrai ch’io rendo
Ettore al padre. In suo riscatto ei diemmi
convenevoli doni, e la migliore
parte a te sarà sacra, anima cara.
Rïentrò quindi nella tenda, e sopra
il suo seggio col tergo alla parete
sedutosi di fronte a Prìamo, disse:
Buon vecchio, il tuo figliuol, siccome hai chiesto,
è in tuo potere, e nel ferètro ei giace.
Potrai dell’alba all’apparir vederlo,
e via portarlo. Si rivolga adesso
alla mensa il pensier, ch’anco l’afflitta
Nìobe del cibo ricordossi il giorno
che dodici figliuoi morti le furo,
sei del leggiadro e sei del forte sesso,
tutti nel fior di giovinezza. Ai primi
recò morte Diana, ed ai secondi
il saettante Apollo, ambo sdegnati
che Nìobe ardisse all’immortal Latona
uguagliarsi d’onor, perché la Dea
sol di due parti fu feconda, ed essa
di ben molti di più. Ma i molti furo
dai due trafitti. Nove volte il Sole
stesi li vide nella strage, e nullo
fu che di poca terra li coprisse,
perché converso in dure pietre avea
Giove la gente. Alfin lor diero i numi
nella decima luce sepoltura.
Stanca la madre del suo molto pianto,
non fu schiva di cibo. Or poi fra i sassi
del Sipilo deserti, ove le stanze
son delle Ninfe che sul verde margo
danzano d’Achelèo, cangiata in rupe
sensibilmente ancor piagne, e in ruscelli
sfoga l’affanno che gli Dei le diero.
E noi pure, o divin vecchio, pensiamo
al nutrimento. Ritornato poscia
col figlio a Troia, il piangerai di nuovo,
ché molto è il pianto che ti resta ancora.
Così detto, levossi frettoloso,
e un’agnella sgozzò di bianco pelo.
La scuoiaro i compagni, e acconciamente
l’apprestâr minuzzandola con molta
perizia; e infissa negli spiedi, e quindi
ben rosolata la levâr dal foco.
Da nitido canestro Automedonte
pose il pan su la mensa, ed il Pelìde
spartì le carni. La man porse ognuno
alle vivande apparecchiate, e spento
del cibarsi il desìo, Prìamo si pose
maravigliando a contemplar d’Achille
le divine sembianze, e quale e quanto
il portamento. Stupefatto ei pure
sul dardànide eroe tenea le luci
fisse il Pelìde, e il venerando volto
n’ammirava e il parlar pieno di senno.
Come fur sazii del mirarsi, ruppe
Prìamo il tacer: Preclaro ospite mio,
mettimi or tosto a riposar, ch’io possa
gustar di dolce sonno alcuna stilla.
Dal dì che sotto la tua man possente
il mio figlio spirò, mai non fur chiuse
queste palpebre, mai; ch’altro non seppi
da quel punto che piangere, ululare,
voltolarmi per gli atrii nella polve,
mille ambasce ingoiando. Dopo tanto
fiero digiuno, or ecco che gustato
ho qualche cibo alfine e qualche sorso.
Questo udendo, ai compagni ed all’ancelle
pronto il Pelìde comandò di porre
nel padiglione esterïor due letti
con distesi tappeti, e porporine
belle coltrici, e vesti altre vellose
da ricoprirsi. Obbedïenti al cenno
uscîr le ancelle colle faci in mano,
e tosto i letti apparecchiâr. Di lui
sollecito il Pelìde, allor gli punse
di tema il cor, dicendo: Ottimo padre,
dormi qua fuor. Potrìa de’ prenci achivi,
che qui son per consulte a tutte l’ore,
recarsi a me talun, siccome è l’uso,
e vederti, e ridirlo al sommo duce
Agamennóne, e farsi impedimento
al riscatto d’Ettorre. Or mi dichiara
veracemente. A’ suoi funebri onori
quanti vuoi giorni? Io terrò l’armi in posa
per altrettanti, e frenerò le schiere.
Se ne consenti (Prïamo rispose)
placide esequie al figlio mio, per certo
mi fai cosa ben grata, o generoso.
Siam rinchiusi, lo sai, dentro le mura;
sai che n’è lungi il monte, ove la selva
tagliar pel rogo, e sai quanto de’ Teucri
è lo spavento. Nove giorni al pianto
consacreremo nelle case: al decimo
arderemo la pira, e imbandirassi
per la cittade il funeral banchetto.
Gli darem tomba nel seguente, e l’armi
nell’altro piglierem, se stremo il chiede.
Buon vecchio, sia così, soggiunse Achille:
tanto l’armi staran quanto tu brami.
Così dicendo, la sua destra pose
nella destra di quello, onde sgombrargli
ogni temenza. Prïamo e l’araldo
nell’atrio coricârsi; entro i recessi
della tenda il Pelìde; ed al suo fianco
la bella figlia di Brisèo si giacque.
Tutti dormìan sepolti in dolce sonno
i guerrieri e gli Dei, ma non l’amico
de’ mortali Mercurio, che venìa
pur divisando in suo pensier la guisa
di trarre, dalle guardie inosservato,
fuor del dorico vallo il re troiano.
Stettegli adunque su la fronte, e disse:
Re, così dormi fra’ nemici? e nulla
ti cal del rischio in che ti trovi, uscito
dagli artigli d’Achille? A caro prezzo
redimesti l’amato estinto figlio.
Ma per te che sei vivo, Agamennóne
se qui sapratti, e tutto il campo acheo,
tre volte tanto chiederanno ai figli
che rimasti ti sono. – E più non disse.
Destasi il vecchio sbigottito, e sveglia
l’araldo: aggioga l’Argicida istesso
i cavalli e le mule, e presto presto
spinti i carri, invisibile traversa
gli accampamenti. Alla corrente giunti
del genito da Giove ondoso Xanto
nell’ora che sul mondo il suo vermiglio
velo dispiega di Titon l’amica,
volò Mercurio al cielo, e i due canuti
con gemiti e lamenti alla cittade
celeravan la via. Grave del caro
cadavere davanti iva il carretto,
né d’uomo orecchio, né di donna ancora
il fragor ne sentìa. L’udì primiera
la vergine Cassandra, e su la rocca
di Pergamo salita, il suo diletto
padre e l’araldo riconobbe eccelsi
sovra i carri, e la spoglia inanimata
che sul plaustro giacea. Mise a tal vista
alti gridi e ululati, e per le vie,
Troi, Troiane, gridava, eccone Ettorre;
accorrete, vedetelo, gli è quello
che ritornando dalla pugna empiea
tutti, un tempo, di gioia i vostri petti.
Né verun né veruna a questo annunzio
nella cittade si restò, ma tutti
d’intollerando duolo il cuor compresi
si versâr dalle porte, e fersi incontro
al lugubre convoglio. Ivi primiere
lacerandosi i crini la diletta
sposa e l’augusta genitrice al carro
s’avventâr furïose, e sull’amata
pallida fronte abbandonâr le bocche,
tutta dintorno piangendo la turba.
E le lagrime, i gemiti, le grida
sul deplorato Ettorre avrìan l’intero
giorno consunto su le meste porte,
se Prïamo dal cocchio all’inondante
turba rivolto non dicea: Sgombrate
al carro il varco: pascervi di pianto
su quel corpo potrete entro la reggia.
S’aprì la folta, passò il carro, e giunse
negl’incliti palagi. Ivi deposto
il cadavere in regio cataletto,
il lugubre sovr’esso incominciaro
inno i cantori de’ lamenti, e al mesto
canto pietose rispondean le donne:
fra cui plorando Andròmaca, e strignendo
d’Ettore il capo fra le bianche braccia,
fe’ primiera sonar queste querele:
Eccoti spento, o mio consorte, e spento
sul fior degli anni! e vedova me lasci
nella tua reggia, ed orfanello il figlio
di sventurato amor misero frutto,
bambino ancora, e senza pur la speme
che pubertade la sua guancia infiori.
Perocché dalla cima Ilio sovverso
ruinerà tra poco or che tu giaci,
tu che n’eri il custode, e gli servavi
i dolci pargoletti e le pudiche
spose, che tosto ai legni achei n’andranno
strascinate in catene, ed io con esse.
E tu, povero figlio, o ne verrai
meco in servaggio di crudel signore
che ad opre indegne danneratti, o forse
qualche barbaro Acheo dall’alta torre
ti scaglierà sdegnoso, vendicando
o il padre, o il figlio, od il fratel dall’asta
d’Ettor prostrati; ché per certo molti
di costoro per lui mordon la terra.
Terribile ai nemici era il tuo padre
nelle battaglie, e quindi è il duol che tragge
da tutti gli occhi cittadini il pianto.
Ineffabile angoscia, Ettore mio,
tu partoristi ai genitor, ma nulla
si pareggia al dolor dell’infelice
tua consorte. Spirasti, e la mancante
mano dal letto, ohimè! non mi porgesti,
non mi lasciasti alcun tuo savio avviso,
ch’or giorno e notte nel fedel pensiero
dolce mi fôra richiamar piangendo.
Accompagnâr co’ gemiti le donne
d’Andròmaca i lamenti, e li seguiva
il compianto d’Ecùba in questa voce:
O de’ miei figli, Ettorre, il più diletto!
Fosti caro agli Dei mentre vivevi,
e il sei, qui morto, ancora. Il crudo Achille
di Samo e d’Imbro e dell’infida Lenno
su le remote tempestose rive
quanti a man gli venìan, tutti vendeva
gli altri miei figli; e tu dal suo spietato
ferro trafitto, e tante volte intorno
strascinato alla tomba dell’amico
che gli prostrasti (né per questo in vita
lo ritornò), tu fresco e rugiadoso
or mi giaci davanti, e fior somigli
dai dolci strali della luce ucciso.
A questo pianto rinnovossi il lutto,
ed Elena fe’ terza il suo lamento:
O a me il più caro de’ cognati, Ettorre,
poiché il Fato mi trasse a queste rive
di Paride consorte! oh morta io fossi
pria che venirvi! Venti volte il Sole
il suo giro compì da che lasciato
ho il patrio nido, e una maligna o dura
sola parola sul tuo labbro io mai
mai non intesi. E se talvolta o suora
o fratello o cognata, o la medesma
veneranda tua madre (ché benigno
a me fu Prìamo ognor) mi rampognava,
tu mansueto, con dolce ripiglio
gli ammonendo, placavi ogni corruccio.
Quind’io te piango e in un la mia sventura,
ché in tutta Troia io non ho più chi m’ami
o compatisca, a tutti abbominosa.
Così sclamava lagrimando, e seco
il popolo gemea. Si volse alfine
Prìamo alla turba, e favellò: Troiani,
si pensi al rogo. Andate, e dalla selva
qua recate il bisogno, né vi prenda
timor d’insidie. Mi promise Achille,
nel congedarmi, di non farne offesa
anzi che spunti il dodicesmo Sole.
Disse; e muli e giovenchi in un momento
sotto il giogo fur pronti, e dalle porte
proruppero. Durò ben nove interi
giorni il trasporto delle tronche selve.
Come rifulse su la terra il raggio
della decima aurora, lagrimando
dal feretro levâr del valoroso
Ettore il corpo, e postolo sul rogo,
il foco vi destâr. Rïapparita
la rosea figlia del mattin, s’accolse
il popolo dintorno all’alta pira,
e pria con onde di purpureo vino
tutte estinser le brage. Indi per tutto
queto il foco, i fratelli e i fidi amici
pieni il volto di pianto e sospirosi
raccolsero le bianche ossa, e composte
in urna d’oro le coprîr d’un molle
cremisino. Ciò fatto, in cava buca
le posero, e di spesse e grandi pietre
un lastrico vi fêro, e prestamente
il tumulo elevâr. Le scolte intanto
vigilavan dintorno, onde un ostile
non irrompesse repentino assalto
pria che fosse al suo fin l’opra pietosa.
Innalzato il sepolcro dipartîrsi
tutti in grande frequenza, e nella vasta
di Prïamo adunati eccelsa reggia
funebre celebrâr lauto convito.
Questi furo gli estremi onor renduti
al domatore di cavalli Ettorre.

Homerus – Omero – Iliade – Traduzione di Vincenzo Monti – Libro XXIII

Mentre in Troia si piange, all’Ellesponto
giungon gli Achivi, e spargesi ciascuno
alla sua nave. Ma l’andar dispersi
non permise il Pelìde ai bellicosi
suoi Mirmidóni, da cui cinto disse:
Miei diletti compagni e cavalieri,
non distacchiamo per ancor dai cocchi
i corridori: procediam con questi
a piagnere Patròclo, a tributargli
l’onor dovuto ai trapassati. E quando
avrem del pianto al cor dato il diletto,
sciolti i destrieri, appresterem le cene.
Disse, e tutti innalzâr ristretti insieme
il fùnebre lamento, Achille il primo.
Corser tre volte colle bighe intorno
all’estinto ululando, e ne’ lor petti
destò Teti di pianto alto desìo.
Si bagnava di lagrime l’arena,
di lagrime gli usberghi; cotant’era
il desiderio dell’eroe perduto.
Ma fra tutti piagnea dirottamente
Achille, e poste le omicide mani
dell’amico sul cor, Salve, dicea,
salve, caro Patròclo, anco sotterra.
Tutto io voglio compir che ti promisi.
D’Ettore il corpo al tuo piè strascinato
farò pasto de’ cani, e alla tua pira
dodici capi troncherò d’eletti
figli de’ Teucri, di tua morte irato.
Disse; ed opra crudel contra il divino
Ettor volgendo in suo pensiero, il trasse
per la polve boccon presso al ferètro
del figliuol di Menèzio: e gli altri intanto
scinsero le corrusche armi, e staccati
gli annitrenti corsier, folti sull’alta
capitana d’Achille a lauto desco
s’assisero. Muggìan sotto la scure
molti candidi buoi, molte belando
cadean capre scannate e pecorelle,
e molti di pinguedine fiorenti
cinghiai sannuti alle vulcanie vampe
venìan distesi a brustolarsi. Il sangue
scorrea dintorno al morto in larghi rivi.
Al sommo Atride intanto i prenci achei
scortâr vinto da’ preghi, e per l’amico
sempre d’ira infiammato il re Pelìde.
Giunti i duci alla tenda, immantinente
ai prodi araldi Agamennón comanda
che alle fiamme un gran tripode si metta,
onde il Pelìde indur, se gli rïesca,
a lavarsi del sangue ogni sozzura.
Recusollo il feroce, e fermamente
giurò: Non sia per Giove ottimo e sommo
che lavacro mi tocchi anzi ch’io ponga
l’amico mio sul rogo, e gli consacri
sull’eretto sepolcro il crin reciso.
Ah! mai pari dolor, fin ch’io mi viva,
in questo petto non cadrà, giammai.
Nondimeno si segga all’abborrita
mensa: ma tu, supremo Atride, imponi
alla tua gente che domàn per tempo
molta selva qua porti; e qual conviensi
ad illustre defunto che nell’atra
notte discende, le cataste appresti,
onde rapido il foco lo consumi,
e tolto agli occhi il doloroso obbietto,
tornin le schiere ai consueti offici.
Obbedîr tutti al detto, e prontamente
poste le mense, a convivar si diero,
e vivandò ciascuno a suo talento.
Del cibarsi e del ber spenta la voglia,
tutti sbandârsi alle lor tende, e al sonno
cesser le membra. Ma del mar sonante
lungo il lido si stese in mezzo ai folti
tessali Achille su la nuda arena,
di cui l’onda gli estremi orli lambìa.
Ivi stanco di gemiti e sospiri
e della molta in perseguendo Ettorre
sostenuta fatica, il dolce sonno
alleggiator dell’aspre cure il prese,
soavemente circonfuso. Ed ecco
comparirgli del misero Patròclo
in visïon lo spettro, a lui del tutto
ne’ begli occhi simìle e nella voce,
nella statura, nelle vesti, e tale
sovra il capo gli stette, e così disse:
Tu dormi, Achille, né di me più pensi.
Vivo m’amasti, e morto m’abbandoni.
Deh tosto mi sotterra, onde mi sia
dato nell’Orco penetrar. Respinto
io ne son dalle vane ombre defunte,
né meschiarmi con lor di là dal fiume
mi si concede. Vagabondo io quindi
m’aggiro intorno alla magion di Pluto.
Or deh porgi la man, ché teco io pianga
anco una volta: perocché consunto
dalle fiamme del rogo a te dall’Orco
non tornerò più mai. Più non potremo
vivi entrambi, e lontan dagli altri amici
seduti in dolci parlamenti aprire
i segreti del cor: ché preda io sono
della Parca crudele a me nascente
un dì sortita. E a te pur anco, Achille,
a te che un Dio somigli, è destinato
il perir sotto le dardanie mura.
Ben ti prego, o mio caro, e raccomando
che tu non voglia, se mi sei cortese,
dal tuo disgiunto il cener mio. Noi fummo
nella tua reggia allor nudriti insieme
che Menèzio d’Opunte a Ftia menommi
giovinetto quel dì che per la lite
degli astragali irato e fuor di senno
d’Anfidamante a morte misi il figlio,
mio malgrado. M’accolse il re Pelèo
ne’ suoi palagi umanamente, e posta
nell’educarmi diligente cura,
mi nomò tuo donzello. Una sol’urna
chiuda adunque le nostre ossa, quell’urna
che d’ôr ti diè la tua madre divina.
A che ne vieni, o anima diletta?
gli rispose il Pelìde; e a che m’ingiungi
partitamente queste cose? Io tutto
che comandi farò: ma deh t’appressa,
ch’io t’abbracci, che stretti almen per poco
gustiam la trista voluttà del pianto.
Così dicendo, coll’aperte braccia
amoroso avventossi, e nulla strinse,
ché stridendo calò l’ombra sotterra,
e svanì come fumo. In piè rizzossi
sbalordito il Pelìde, e palma a palma
battendo, in suono di lamento disse:
Oh ciel! dell’Orco gli abitanti han dunque
spirito ed ombra, ma non corpo alcuno?
Del misero Patròclo in questa notte
sovra il capo mi stette il sospiroso
spettro piangente, tutto desso al vivo,
e più cose m’ingiunse ad una ad una.
Ridestâr delle lagrime la brama
queste parole: raddoppiossi il lutto
sul miserando corpo, e l’Alba intanto
col roseo dito l’Orïente aprìa.
Da tutte parti allor fece l’Atride
dalle trabacche uscir giumenti e turbe
per lo trasporto del funereo bosco,
duce il valente Merïon, del prode
Idomenèo scudier. Givan costoro
di corde armati e di taglienti scuri
co’ giumenti dinanzi. E per distorti
aspri greppi montando e discendendo
e rimontando, agli erti boschi alfine
giunser dell’Ida che di fonti abbonda.
Qui dier sùbita man con affilate
bipenni al taglio dell’aeree querce
che strepitose al suol cadeano, e poscia
legavansi spaccate in su la schiena
de’ giumenti, che ratte orme stampando
scendean bramosi d’arrivar pe’ folti
roveti alla pianura: e li seguièno
carchi il dosso di ciocchi i tagliatori;
ché tal di Merïon era il precetto.
Giunti sul lido, scaricâr le some,
ne fêr catasta al luogo ove il Pelìde
un tumulo sublime al morto amico
ed a se stesso disegnato avea.
E tutta apparecchiata in questa guisa
l’immensa selva, riposâr seduti,
nuovi cenni aspettando. Intanto Achille
ai bellicosi Mirmidón comanda
di porsi in armi, ed aggiogar ciascuno
alle bighe i destrier. Sursero quelli
frettolosi, e fur tutti in tutto punto.
Montan su i cocchi aurighi e duci, e danno
alla pompa principio. Immenso un nembo
di pedoni li segue, e a questi in mezzo
di Patròclo procede il cataletto
da’ compagni portato, che sul morto
venìan gittando le recise chiome,
di che tutto il coprìan. Di retro Achille
colla man gli reggea la tremolante
testa, e plorava sui fùnebri onori
con che all’Orco spedìa l’illustre amico.
Giunti al luogo lor detto, il mesto incarco
deposero, e a ribocco intorno a quello
adunâr pronti la funerea selva.
Recatosi in se stesso, un altro avviso
fece allora il Pelìde. Allontanossi
dal rogo alquanto, e il biondo si recise,
che allo Sperchio nudrìa, florido crine,
e al mar guardando con dolor, sì disse:
Sperchio, invan ti promise il padre mio
che tomando al natìo dolce terreno
io t’avrei tronco la mia chioma, e offerto
una sacra ecatombe, ed immolato
cinquanta agnelli accanto alla tua fonte
ov’hai delubro, ed odorati altari.
Del canuto Pelèo fu questo il voto:
tu nol compiesti. Poiché dunque or tolto
n’è alla patria il ritorno, abbia il mio crine
l’eroe Patròclo, e lo si porti seco.
Così detto, alla man del caro amico
pose la chioma, e rinnovossi il pianto
de’ circostanti: e tra gli omei gli avrìa
colti il cader della dïurna luce,
se non si fea davanti al grande Atride
il figlio di Pelèo con questi accenti:
Agamennón, di lagrime potremo
satollarci altra volta. Or tu, cui tutti
obbediscon gli Achei, tu li congeda
da questa pira, e a ristorar li manda
colla mensa le membra. Avrem del resto
noi la cura, ché nostro innanzi a tutti
dell’esequie è il pensiero, e rimarranno
nosco, a tal uopo di pietade, i duci.
Udito questo, Agamennón disperse
tosto le schiere per le tende, e soli
vi restaro i deletti al ministero
dell’esequie e del rogo. Essi una pira
cento piedi sublime in ogni lato
innalzâr primamente, e sovra il sommo,
d’angoscia oppressi, collocâr l’estinto;
poi davanti alla pira una gran torma
scuoiâr di pingui agnelle e di giovenchi,
e traendone l’adipe il Pelìde
coprìane il morto dalla fronte al piede,
e le scuoiate vittime dintorno
gli accumolò. Da canto indi gli pose
colle bocche sul fèretro inclinate
due di miele e d’unguento urne ricolme.
Precipitoso ei poscia e sospiroso
sulla pira gittò quattro corsieri
d’alta cervice, e due smembrati cani
di nove che del sir nudrìa la mensa.
Preso alfin da spietata ira, le gole
di dodici segò prestanti figli
de’ magnanimi Teucri, e sulla pira
scagliandoli, destò del fuoco in quella
l’invitto spirto struggitor, che il tutto
divorasse, e chiamò con dolorosi
gridi l’amico: Addio, Patròclo, addio
ne’ regni anche di Pluto. Ecco adempite
le mie promesse: dodici d’illustre
sangue Troiani si consuman teco
in queste fiamme, ed Ettore fia pasto
delle fiamme non già, ma delle belve.
Queste minacce ei fea; ma gl’incitati
mastin la salma non toccâr d’Ettorre,
ché notte e dì sollecita la figlia
di Giove Citerea gli allontanava,
e il cadavere ugnea d’una celeste
rosata essenza che impedìa del corpo
strascinato l’offesa. Intanto Apollo
sul campo indusse una cerulea nube
che tutto intorno ricoprìa lo spazio
dal cadavere ingombro, onde alle membra
e de’ nervi al tessuto innocua fosse
dell’igneo Sole la virtute attiva.
Ma del morto Patròclo il rogo ancora
non avvampa. Allor prende altro consiglio
il divo Achille. Trattosi in disparte,
ai due venti Ponente e Tramontana
supplicando, solenni ostie promette,
e in aurea coppa ad ambedue libando,
di venirne li prega, e intorno al morto
sì le fiamme animar, che in un momento
lo si struggano tutto, esso e la pira.
Udito la veloce Iride il prego,
ai venti lo recò, che accolti insieme
nella reggia di Zefiro un festivo
tenean convito. S’arrestò la Diva
su la marmorea soglia, e alla sua vista
sursero tutti frettolosi: ognuno
a sé chiamolla, ognun le offerse il seggio,
ma ricusollo la Taumànzia, e disse:
Di seder non è tempo: alle correnti
dell’Oceàno ritornar mi deggio
nell’etìope terreno ove s’appresta
agl’Immortali un’ecatombe, e bramo
ne’ sacrifici aver mia parte io pure.
Ma il Pelìde te, Borea, e te, sonoro
Zefiro, prega di soffiar nel rogo
su cui giace di Pàtroclo la spoglia
dagli Achei tutti deplorata, e molte
vittime ei v’offre, se avvampar lo fate.
Così detto, disparve; e quei levârsi
con immenso stridor, densate innanzi
a sé le nubi. Si sfrenâr soffiando
sulla marina, sollevaro i flutti,
e di Troia arrivati alla pianura,
riunâr su la pira; e strepitoso
immane incendio si destò. Dai forti
soffii agitata divampò sublime
tutta notte la fiamma, e tutta notte
il Pelìde da vasto aureo cratere
il vino attinse con ritonda coppa,
e spargendolo al suol devotamente,
n’irrigava la terra, e l’infelice
ombra invocava dell’estinto amico.
Come un padre talor piange bruciando
l’ossa d’un figlio che morì già sposo,
e morendo lasciò gli sventurati
suoi genitori di cordoglio oppressi;
così dando alle fiamme il suo compagno,
geme il Pelìde, e crebri alti sospiri
traendo, intorno al rogo si strascina.
Come poi nunzio della luce al mondo
Lucifero brillò, dopo cui stende
sul pelago l’Aurora il croceo velo,
morì la vampa sul consunto rogo,
e per lo tracio mar, che rabbuffato
muggìa, tornaro alle lor case i venti.
Stanco allora il Pelìde, e dalla pira
scostatosi, sdraiossi, e dolce il sonno
l’occupò. Ma il tumulto e il calpestìo
de’ capitani, che all’Atride in folla
si raccogliean, destollo; ei surse, e assiso
così loro parlò: Supremo Atride,
e voi primati degli Achei, spegnete
voi tutti or meco con purpureo vino
di tutto il rogo in pria la brage, e poscia
raccogliam di Patròclo attentamente
le sacrate ossa; e scernerle fia lieve,
imperocché nel mezzo ei si giacea
della catasta, e gli altri all’orlo estremo
separati, fur arsi alla rinfusa
e uomini e cavalli. Indi d’opimo
doppio zirbo ravvolte, in urna d’oro
le riporremo, finché vegna il giorno
ch’io pur di Pluto alla magion discenda.
Non vo’ gli s’erga una superba tomba,
ma modesta. Potrete ampia e sublime
voi poscia alzarla, o duci achei, che vivi
dopo me rimarrete a questa riva.
Del Pelìde al comando obbedïenti
con larghi sprazzi di vermiglio bacco
di tutto il rogo ei spensero alla prima
le vive brage, e giù cadde profonda
la cenere. Adunâr quindi piangendo
del mansueto eroe le candid’ossa;
le composer nell’urna avvolte in doppio
adipe, e dentro il padiglion deposte,
di sottil lino le coprîr. Ciò fatto,
disegnâr presti in tondo il monumento,
ne gittaro dintorno all’arsa pira
i fondamenti, v’ammassâr di sopra
lo scavato terreno, e a fin condotta
la tomba, si partìan. Ma li rattenne
il Pelìde, e lì fatto in ampio agone
il popolo seder, de’ ludi i premii
fe’ dai legni recar; tripodi e vasi
e destrieri e giumenti e generosi
tauri e captive di gentil cintiglio
e forbite armature. E primamente
alla corsa de’ cocchi il premio pose:
una leggiadra in bei lavori esperta
donzella a chi primier tocca la meta,
con un tripode a doppia ansa, e capace
di ventidue misure. Una giumenta
che al sest’anno già venne, ancor non doma,
e il sen già grave di bastarda prole
al secondo. Un lebète intatto e bello
e di quattro misure al terzo auriga;
al quarto un doppio aureo talento, e al quinto
una coppa dal foco ancor non tocca.
Surto in piedi allor disse: Atride, Argivi,
gioventù bellicosa, a voi dinanzi
ecco i premii che attendono nel circo
degli aurighi il valor. S’altra cagione
questi ludi eccitasse, i primi onori
miei per certo sarìan, ché la prestezza
de’ miei destrieri non ha pari, e voi
lo vi sapete: perocché son essi
immortali, e donolli il re Nettunno
al mio padre Pelèo, che a me li cesse.
Queto io dunque starommi, e queti insieme
i miei cavalli. I miseri perduto
hanno il lor forte condottiero e mite,
che lavarne solea le belle chiome
alla chiara corrente, ed irrorarle
di liquid’olio rilucente; ed ora
piangonlo immoti, colle meste giubbe
al suol diffuse, e il cor di doglia oppresso.
Chïunque degli Achei pertanto ha speme
ne’ cocchi e ne’ destrier, si metta in punto.
Ciò disse appena, che animosi e pronti
presentârsi gli aurighi; Eumelo il primo,
regal germe d’Admeto, e delle bighe
perito agitator. Mosse secondo
il gagliardo Tidìde Dïomède
co’ destrieri di Troe tolti ad Enea,
cui da morte campò l’opra d’Apollo.
Il biondo Menelao, sangue di Giove,
levossi il terzo, e sotto al giogo addusse
due veloci cavalli, il suo Podargo,
ed Eta, del fratello una puledra,
dell’aringo bramosa a meraviglia.
Donata al rege Agamennón l’avea
l’Anchisìade Echepòlo, onde francarsi
dal seguitarlo a Troia, e neghittoso
nell’opulenta Sicïon sua stanza
rimanersi a fruir le concedute
dal saturnio Signor molte ricchezze.
Del magnanimo Nèstore buon figlio
Antìloco aggiogò quarto i criniti
suoi cavalli di Pilo, ancor del cocchio
buoni al tiro. Si trasse il vecchio padre
a lui già saggio per se stesso, e un saggio
utile avviso gli porgea dicendo:
Antìloco, te amâr Giove e Nettunno
giovane ancora, e t’erudîr di tutta
l’arte equestre: perciò poco fia l’uopo
d’ammaestrarti, perocché sai destro
girar la meta: ma son tardi al corso
i tuoi destrieri, e qualche danno io temo.
Destrier più ratti han gli altri, ma non arte
né scïenza maggior. Dunque, o mio caro,
tutti richiama al cor gli accorgimenti,
se vuoi che il premio da tue man non fugga.
L’arte più che la forza al fabbro è buona;
coll’arte in mar da venti combattuto
regge il piloto la sua presta nave,
e coll’arte il cocchier passa il cocchiero.
Chi sol del cocchio e de’ corsier si fida,
qua e là s’aggira senza senno; incerti
divagano i cavalli, ed ei non puote
più governarli. Ma l’esperto auriga,
benché meno valenti i suoi sospinga,
sempre ha l’occhio alla meta, e volta stretto,
e sa come lentar, sa come a tempo
con fermi polsi rattener le briglie,
ed osserva il rival che lo precede.
Or la meta, perché tu senza errore
la distingua, dirò. Sorge da terra
alto sei piedi un tronco di larìce
o di quercia che sia, secco e da pioggia
non putrefatto ancor. Stan quinci e quindi,
dove sbocca la via, due bianche pietre
da cui si stende tutto piano in giro
de’ cavalli lo stadio. O che sepolcro
questo si fosse d’un illustre estinto,
o confin posto dalla prisca gente,
meta al corso lo fece oggi il Pelìde.
Tu fa di rasentarla, e vi sospingi
vicin vicino il cocchio e i corridori,
alcun poco piegando alla sinistra
la persona, e flagella e incalza e sgrida
il cavallo alla dritta, e gli abbandona
tutta la briglia, e fa che l’altro intanto
rada la meta sì che paia il mozzo
della ruota volubile toccarla;
ma vedi, ve’, che non la tocchi, infranto
n’andrebbe il carro, offesi i corridori,
e tu deriso e di disnor coperto.
Sii dunque saggio e cauto. Ove la meta
trascorrer netto ti rïesca, alcuno
non fia che poi t’aggiunga o ti trapassi,
no, s’anco a tergo ti venisse a volo
quel d’Adrasto corsier nato d’un Dio,
il veloce Arïone, o quei famosi
che qui Laomedonte un dì nudrìa.
Divisate al figliuol distintamente
queste avvertenze, si raccolse il veglio
nell’erboso suo seggio. Ultimo intanto
con bella coppia di corsier superbi
Merïon nella lizza era venuto.
Montati i carri, si gittâr le sorti.
Agitolle il Pelìde, e uscì primiero
Antìloco; indi Eumelo, indi l’Atride,
fu quarto Merïon, quinto il fortissimo
Dïomede. Locârsi in ordinanza
tutti, ed Achille mostrò lor lontana
nel pian la meta a cui giudice avea
posto del padre lo scudier Fenice
venerando vegliardo, onde notasse
le corse attento, e riferisse il vero.
Stavano tutti colle sferze alzate
su gli ardenti destrieri, e dato il segno,
lentâr tutti le briglie, e co’ flagelli
e co’ gridi animaro i generosi
corsier che ratti si lanciâr nel campo,
e dal lido spariro in un baleno.
Sorge sotto i lor petti alta la polve
che di nugolo a guisa o di procella
si condensa, ed al vento abbandonate
svolazzano le giubbe. Or vedi i cocchi
rader bassi la terra, ed or sublimi
balzarsi, né perciò perde mai piede
degli aurighi veruno, e batte a tutti
per desiderio della palma il core;
e in un nembo di polve ognun dà spirto
a’ suoi volanti alipedi. Varcata
la meta, e preso il rimanente corso
di ritorno alle mosse, allor rifulse
di ciascun la prodezza, allor si stese
nello stadio ogni cocchio. Innanzi a tutti
le puledre volavano veloci
del Ferezìade Eumelo; e dopo queste,
ma di poco intervallo, i corridori
di Troe, guidati dal Tidìde, e tanto
imminenti che ognor parean sul carro
montar d’Eumelo, a cui co’ fiati ardenti
già scaldano le spalle, e già le toccano
colle fervide teste. E oltrepassato
forse l’avrebbe, o pareggiato almeno,
se al figlio di Tidèo Febo la palma
invidïando, non gli fea sdegnoso
balzar dal pugno la lucente sferza.
Lagrime d’ira e di dolor le gote
inondâr dell’eroe, vista d’Eumelo
lontanarsi più rapida la biga,
e per difetto di flagel più lenta
correr la sua. Ma Pallade d’Apollo
scorta la frode, e del Tidìde il danno,
presta a lui corse, e alla sua man rimessa
la sferza, aggiunse ai corridor la lena.
Indi al figlio d’Admeto avvicinossi
irata, e il giogo gli spezzò. Turbate
si svïar le cavalle, andò per terra
il timon, riversossi il cavaliero
presso alla ruota, e il cubito e la bocca
lacerossi e le nari, e su le ciglia
n’ebbe pesta la fronte: le pupille
s’empîr di pianto, s’arrestò la voce,
e Dïomede il trapassò sferzando
gli animosi destrier che innanzi a tutti
scappan di molto, perocché Minerva
gli afforza, e vincitor vuole il Tidìde.
Vien dopo questi Menelao cui preme
di Nèstore il figliuol che confortando
i paterni destrier, grida: Correte,
stendetevi prestissimi: non io
già vi comando gareggiar con quelli
del forte Dïomède, a’ quai Minerva
diè l’ali al piede, e a lui la palma: solo
raggiungete l’Atride, e non soffrite
restando addietro, ch’Eta, una giumenta,
vi sorpassi di corso e disonori.
Che lentezza s’è questa? ov’è l’antica
vostra prestanza? Io lo vi giuro, e il giuro
s’adempirà; se pigri un premio vile
riporterem, negletti, anzi trafitti
da Nèstore sarete. Or via, volate,
ch’io di astuzia giovandomi senz’erro
trapasserò l’Atride nello stretto.
Antìloco sì disse, e quei temendo
le sue minacce rinforzaro il corso;
ed ecco dopo poco il passo angusto
del concavo cammin. V’era una frana
ove l’acqua invernal, raccolta in copia,
dirotta avea la strada, e tutto intorno
affondato il terren. Per quella parte
si drizzava l’Atride, onde il concorso
ischivar delle bighe. Ivi si spinse
Antìloco pur esso; e devïando
dalla carriera un cotal poco, e forte
flagellando i corsier, lo stringe, e tenta
prevenirlo. Temettene l’Atride,
e gridò: Dove vai, pazzo? rattieni,
Antìloco, i destrier: stretta è la via.
Aspetta che s’allarghi, e trapassarmi
potrai: qui entrambi romperemo i cocchi.
Antìloco non l’ode, e stimolando
più veemente i corridor, s’avanza.
Quanto è il tratto d’un disco da robusto
giovin scagliato per provar sue forze,
tanto trascorse la nestòrea biga.
Iscansossi l’Atride, e volontario
i suoi destrieri rallentò, temendo
che da quegli altri urtati in quello stretto
non gli versino il cocchio, e al suol stramazzino
essi medesmi nel voler per troppo
amor di lode acccelerarsi. Intanto
dietro al figlio di Nèstore l’Atride
gridar s’udiva: Antìloco, non avvi
il più tristo di te: va pure: a torto
noi saggio ti tenemmo: ma tu premio
non toccherai, per dio! se pria non giuri.
Quindi animando i suoi corsier, dicea:
non v’impigrite, non mi state afflitti;
pria di voi perderan quelli la lena,
ch’ei son vecchi ambidue. – Così lor grida,
e docili i destrieri alla sua voce
doppiaro il corso, e tosto li raggiunsero.
Nel circo assisi intanto i prenci achei
stavansi attenti ad osservar da lungi
i volanti cavalli che nel campo
sollevavan la polve. Idomeneo
re de’ Cretesi gli avvisò primiero,
che fuor del circo si sedea sublime
a una vedetta. E di lontano udita
del primo auriga che venìa, la voce,
lo conobbe, e distinse il precorrente
destrier che tutto sauro in fronte avea
bianca una macchia, tonda come luna.
Rizzossi in piedi, e disse: O degli Achei
prenci amici, m’inganno, o ravvisate
quei cavalli voi pure? Altri mi sembrano
da quei di prima, ed altro il condottiero.
Le puledre che dianzi eran davanti
forse sofferto han qualche sconcio. Al certo
girar primiere le vid’io la meta;
or come che pel campo il guardo io volga,
più non le scorgo. O che scappâr di mano
all’auriga le briglie, o ch’ei non seppe
rattenerne la foga, e non fe’ netto
il giro della meta. Ei forse quivi
cadde, e infranse la biga, e le cavalle
deviâr furïose. Or voi pur anco
alzatevi e guardate: io non discerno
abbastanza; ma parmi esser quel primo
l’ètolo prence argivo Dïomede.
Che vai tu vaneggiando? aspro riprese
Aiace d’Oilèo. Quelle che miri
da lungi a noi volar son le puledre.
Più non sei giovinetto, o Idomenèo:
la vista hai corta, e ciance assai, né il farne
molte t’è bello ov’altri è più prestante.
Quelle davanti son, qual pria, d’Eumelo
le puledre, e ne regge esso le briglie.
E a lui cruccioso de’ Cretesi il sire:
Malèdico rissoso, in questo solo
tra noi valente, ed ultimo nel resto,
villano Aiace, deponiam su via
un tripode o un lebète, e Agamennóne
giudichi e dica che corsier sian primi,
e pagando il saprai. Sorgea parato
a far risposta con acerbi detti
lo stizzito Oilìde, e la contesa
crescea: ma grave la precise Achille:
Fine, o duci, a un ontoso ed indecoro
parlar che in altri biasmereste. In pace
sedetevi e guardate. I gareggianti
corridori son presso, e voi ben tosto
chi sia primo saprete, e chi secondo.
Fra questo dire, a furia ecco il Tidìde
avanzarsi, e le groppe senza posa
tempestar de’ cavalli che sublimi
divorano la via. Schizzi di polve
incessanti percuotono l’auriga.
D’ôr raggiante e di stagno si rivolve
dietro i ratti corsier sì lieve il cocchio
che appena vedi della ruota il solco
nella sabbia sottil. Giunto alle mosse,
fra le plaudenti turbe il vincitore
fermossi. Un rivo di sudor dal collo
e dal petto scorrea degli anelanti
corsieri, ed esso dal lucente carro
leggier d’un salto al suol gittossi, e al giogo
lo scudiscio appoggiò. Né stette a bada
Stenelo, il forte suo scudier, che pronto
il tripode si tolse e la donzella
premio del corso, e consegnato il tutto
ai prodi amici, i corridor disciolse.
Secondo giunse Antìloco che avea
non per rattezza di destrier precorso
Menelao, ma per arte; e nondimeno
questi a tergo gli è sì, che quasi il tocca.
Quanto si scosta dalla ruota il piede
di corsier che pel campo alla distesa
tragge sul cocchio il suo signor, lambendo
co’ crini estremi della coda il cerchio
del volubile giro che diviso
da minimo intervallo ognor si volve
dietro i rapidi passi; iva l’Atride
sol di tanto discosto allor dal figlio
di Nèstore, quantunque egli da prima
fosse rimasto un trar di disco indietro.
Ma dell’agamennònia Eta fu tale
la prestezza e il valor, che tosto il giunse.
E l’avrìa pure oltrepassato, e fatta
non dubbia la vittoria, ove più lunga
stata si fosse d’ambedue la corsa.
Seguìa l’Atride Merïon, preclaro
scudier d’Idomenèo, distante il tiro
d’una lancia, perché belli, ma pigri
i corridori egli ebbe, e perché desso
era il men destro nel guidar la biga.
Ultimo ne venìa d’Admeto il figlio,
a stento il cocchio traendo, e dinanzi
cacciandosi i destrieri. Lo compianse,
come lo vide, Achille, e circondato
dagli Achei, profferì queste parole:
Ultimo giunge il più valente. Or via,
diamgli il premio secondo; egli n’è degno.
Ma il primo al figlio di Tidèo si resti.
Lodâr tutti il decreto, e fra gli applausi
degli Achei sull’istante egli donata
la giumenta gli avrìa, se posta in campo
la sua ragione Antìloco al Pelìde
non si volgea dicendo: Achille, io teco
mi corruccio davver, se il tuo disegno
metti ad effetto. Perché un Dio gli offese
i cavalli ed il cocchio, e non gli valse
la sua prodezza, mi vorrai tu dunque
il mio premio rapir? Ché non pors’egli
prima ai numi i suoi voti? Ei non sarìa
ultimo giunto nell’illustre aringo.
Ché se di lui pietà ti move, e questo
al cor t’è grato, nella tenda hai molte
d’auro e bronzo conserve, hai molto gregge,
hai fanciulle e cavalli. E tu il presenta
di queste cose, e sian maggiori ancora,
ma in altro tempo, o se il vuoi, pure adesso,
onde ten vegna degli Achei la lode.
Ma questa io non vo’ darla, e dovrà meco
sperimentarsi ogni uom che la pretenda.
Delle franche d’Antìloco parole
compiaciuto, sorrise il divo Achille,
cui caro amico egli era; e gli rispose:
Antìloco, tu vuoi che s’abbia Eumelo
di ciò che in serbo io tengo, altro presente;
e l’avrà. Gli darò d’Asteropeo
la di bronzo lorica, a cui dintorno
scorre un bell’orlo di fulgente stagno;
lavoro di gran pregio. – E così detto,
al suo fedele Automedonte impose
di recar dalla tenda la lorica.
Volò quegli, e recolla al suo signore
che in man la pose dell’allegro Eumelo.
Contro Antìloco allor surse il cor pieno
di doglia e d’ira Menelao. L’araldo
misegli tosto nelle man lo scettro,
e silenzio intimò. Quindi l’eroe
così a dir prese: O tu, che per l’innanzi
grido avevi di saggio, che facesti?
Disonestasti, o Antìloco, la mia
gloria, e cacciati per inganno avanti
li tuoi corsieri assai da meno, i miei
sconciamente offendesti. Or voi qui fate,
prenci achivi, ragione ad ambedue
senza rispetti; ch’io non vo’ che poi
dica qualcuno degli Achei: L’Atride
colle menzogne Antìloco aggravando
via la giumenta si menò, vincendo
di cavalli non già, ma di possanza
e di forza. Ma che? Senza paura
di biasmo io stesso finirò la lite,
e fia retto il giudizio. Orsù, t’accosta,
prode alunno di Giove, e giusta il rito
statti innanzi alla biga, e d’una mano
impugnando la sfera agitatrice,
e sì coll’altra i corridor toccando,
giura a Nettunno non aver volente
né con frode impedito il cocchio mio.
Re Menelao, mi compatisci, accorto
l’altro rispose: giovinetto ancora
son io: tu d’anni e di virtù mi vinci,
e dell’etade giovanil ben sai
i difetti: cuor caldo e poco senno.
Siimi dunque benigno. Ecco a te cedo
l’ottenuta giumenta; e s’altro brami
del mio, darollo di cuor pronto, e tosto,
anzi che l’amor tuo per sempre, o prence,
perdere e farmi ai sommi iddii spergiuro.
Sì dicendo, di Nèstore il buon figlio
la giumenta condusse, ed alle mani
la ponea dell’Atride a cui di gioia
intenerissi il cor. Siccome quando
su i sitibondi culti la rugiada
spargesi e avviva le crescenti spighe:
a te del pari, o Menelao, nel petto
si sparse la letizia, e dolcemente
gli rispondesti: Antìloco, a te cedo,
deposta l’ira, io stesso. Unqua non fosti
né leggier né bizzarro. Oggi fu vinto
da sconsigliata giovinezza il senno.
Ma il ben guardarsi dagl’inganni è bello
co’ maggiori. Nessun m’avrìa placato
sì facilmente degli Achei: ma molto
coll’egregio tuo padre e col fratello
per mia cagion tu soffri, e molto sudi;
perciò m’arrendo al tuo pregare, e questa,
ch’è mia, ti dono, a fin che ognun si vegga
che né fier né superbo ho il cor nel petto.
Diè, ciò detto, d’Antìloco al compagno
Nöemón la giumenta, indi si tolse
il fulgido lebète; e Merïone,
che quarto giunse, i due talenti d’oro.
Restava il quinto guiderdon, la coppa.
La prese Achille, e traversando il pieno
circo, accostossi al buon Nestorre, e lieto
presentolla all’eroe con questi accenti:
Tieni, illustre vegliardo, e questo dono
ricordanza ti sia delle funèbri
pompe del nostro Pàtroclo, cui, lasso!
non rivedrem più mai. Questo vogl’io
che gratuito sia, poiché del cesto,
e dell’arco il certame e della lotta,
e del corso pedestre a te si vieta
dalla triste vecchiezza che ti grava.
Tacque, e la coppa fra le man gli mise.
Lieto il veglio accettolla, e sì rispose:
Ben parli, o figlio: le mie forze tutte
sono inferme, o mio caro: il piè va lento:
dispossato mi pende dalle spalle
l’un braccio e l’altro. Oh! giovine foss’io
e intero di vigor siccome il giorno
che in Buprasio gli Epei diero al sepolcro
il rege Amarincèo, proposti i ludi
dai regali suoi figli! Ivi nessuno
né degli Epei né de’ medesmi Pilii
pari mi stette di valor, né manco
de’ magnanimi Etòli. Io vinsi al cesto
il figliuolo d’Enòpe Clitomède,
Alceo Pleurònio nella lotta a cui
m’avea sfidato: superai nel corso
l’agile Ificlo, e nel vibrar dell’asta
Polidoro e Filèo. Soli all’equestre
lizza innanzi m’andâr d’Attore i figli,
che due contr’un gelosi invidiârmi
una vittoria d’infinito prezzo.
Indivisi gemelli, uno reggeva
sempre sempre i destrier, l’altro di sferza
li percotea. Tal fui già tempo: or lascio
siffatte imprese ai giovinetti, e forza
m’è l’obbedire alla feral vecchiezza.
Ma tra gli eroi fui chiaro anch’io. Tu segui
del morto amico ad onorar la tomba
co’ fùnebri certami. Il tuo bel dono
m’è caro, e il prendo. Mi gioisce il core
al veder che di me, che t’amo, ognora
sei memore, e sai quale al mio canuto
crine si debba dagli Achivi onore:
di ciò ti dien gli Dei larga mercede.
Tutta udita di Nestore la lode,
entrò il Pelìde nella calca, e il duro
pugilato propose. Addur si fece
ed annodar nel circo una gagliarda
infaticabil mula, a cui già il sesto
anno fiorìa, non doma, ed a domarsi
malagevole: premio al vincitore.
Pel vinto pose una ritonda coppa.
Indi surse, e parlava: Atridi, Achei,
ecco i premii alli due che valorosi
vorranno al cesto perigliarsi. Quegli,
cui doni amico la vittoria il figlio
di Latona, e l’affermino gli Achei,
s’abbia la mula, e il perditor la coppa.
Disse, e un uom si levò forte, membruto,
pugilatore assai perito, Epèo,
di Panope figliuol. Stese alla mula
costui la mano, e favellò: S’accosti
chi vuol la coppa, ché la mula è mia.
Niun degli Achivi vincerammi, io spero,
nel certame del cesto, in che mi vanto
prestantissimo. E che? forse non basta
che agli altri io ceda in battagliar? Non puote
a verun patto un solo esser di tutte
arti maestro. Io vel dichiaro, e il fatto
proverà ciò che dico: al mio rivale
spezzerò il corpo e l’ossa. Abbia vicino
molti assistenti a trasportarlo pronti
fuor della lizza da mie forze domo.
Tacque, e tutti ammutiro. Eravi un figlio
del Taleònio Mecistèo, di quello
che un dì nell’alta Tebe ai sepolcrali
ludi venuto del defunto Edippo,
tutti vinse i Cadmei. Costui di nome
Eurïalo, e guerrier di divo aspetto,
fu il solo che s’alzò. Molto dintorno
gli si adoprava il grande Dïomede,
e co’ detti il pungea, lui desïando
vincitore. Egli stesso al fianco il cinto
gli avvinse, e il guanto gli fornì di duro
cuoio, già spoglia di selvaggio bue.
Come in punto si furo, ambi nel mezzo
presentârsi gli atleti, e sollevate
l’un contra l’altro le robuste pugna,
si mischiâr fieramente. Odesi orrendo
sotto i colpi il crosciar delle mascelle,
e da tutte le membra il sudor piove.
Il terribile Epèo con improvvisa
furia si scaglia all’avversario, e mentre
questi bada a mirar dove ferire,
Epèo la guancia gli tempesta in guisa,
che il meschin più non regge, e balenando
con tutto il corpo si rovescia in terra.
Qual di Borea al soffiar l’onda sul lido
gitta il pesce talvolta, e lo risorbe;
tale l’invitto Epèo stese al terreno
il suo rivale, e tosto generosa
la man gli porse, e il rïalzò. Pietosi
accorsero del vinto i fidi amici
che fuor del circo lo menâr gittante
atro sangue, e i ginocchi egri traente
col capo spenzolato, ed in disparte
condottolo, il posâr de’ sensi uscito:
ed altri intorno gli restaro, ed altri
a tor ne giro la ritonda coppa.
Tronco ogn’indugio, Achille il terzo giuoco
propose, il giuoco della dura lotta,
e de’ premii fe’ mostra; al vincitore
un tripode da fuoco, e a cui di dodici
tauri il valore dagli Achei si dava,
ed al perdente una leggiadra ancella
quattro tauri estimata, e che di molti
bei lavori donneschi era perita.
Rizzossi Achille, e a quegli eroi rivolto,
Sorga, disse, chi vuole in questo ludo
del suo valor far prova. Immantinente
surse l’immane Telamònio Aiace,
e il saggio mastro delle frodi Ulisse.
Nel mezzo della lizza entrambi accinti
presentârsi, e stringendosi a vicenda
colle man forti s’afferrâr, siccome
due travi che valente architettore
congegna insieme a sostener d’eccelso
edificio il colmigno, agli urti invitto
degli aquiloni. Allo stirar de’ validi
polsi intrecciati scricchiolar si sentono
le spalle, il sudor gronda, e spessi appaiono
pe’ larghi dossi e per le coste i lividi
rosseggianti di sangue. Ambi del tripode
a tutta prova la conquista agognano,
ma né Ulisse può mai l’altro dismuovere
e atterrarlo, né il puote il Telamònio,
ché del rivale la gran forza il vieta.
Gli Achei noiando omai la zuffa, Aiace
all’emolo guerrier fe’ questo invito:
Nobile figlio di Laerte, in alto
sollevami, o sollevo io te: del resto
abbia Giove la cura. E così detto,
l’abbranca, e l’alza. Ma di sue malizie
memore Ulisse col tallon gli sferra,
al ginocchio di retro ove si piega,
tale un sùbito colpo, che le forze
sciolse ad Aiace, e resupino il gitta
con Ulisse sul petto. Alto levossi
de’ riguardanti stupefatti il grido.
Tentò secondo il sofferente Ulisse
alzar da terra l’avversario, e alquanto
lo mosse ei sì, ma non alzollo. Intanto
l’altro gl’impaccia le ginocchia in guisa
che sossopra ambedue si riversaro
e lordârsi di polve. E già risurti
sarìano al terzo paragon venuti,
se il figlio di Pelèo levato in piedi
non l’impedìa, dicendo: Oltre non vada
la tenzon, né vi state, o valorosi,
a consumar le forze. Ambo vinceste,
e v’avrete egual premio. Itene, e resti
agli altri Achivi libero l’aringo.
Obbedîr quegli al detto, e dalle membra
tersa la polve, ripigliâr le vesti.
Pose, ciò fatto, i premii alla pedestre
corsa: al primo un cratere ampio d’argento,
messo a rilievi, contenea sei metri,
né al mondo si vedea vaso più bello.
Era d’industri artefici sidonii
ammirando lavoro, e per l’azzurre
onde ai porti di Lenno trasportato
l’avean fenicii mercatanti, e in dono
cesso a Toante. A Pàtroclo poi diello
il Giasònide Eunèo, prezzo del figlio
di Prìamo Licaone: ed or l’espose
premio il Pelìde al vincitor del corso
in onor dell’amico. Un grande e pingue
tauro al secondo; all’ultimo d’ôr mette
mezzo talento, e ritto alza la voce:
Sorga chi al premio delle corse aspira.
E sursero di sùbito il veloce
Aiace d’Oilèo, lo scaltro Ulisse,
e il Nestòride Antìloco, il più ratto
de’ giovinetti achei. Posti in diritta
riga alle mosse, additò lor la meta
il Pelìde, e diè il segno. In un baleno
s’avventâr dalla sbarra, e innanzi a tutti
l’Oilìde spiccossi: Ulisse a lui
vicino si spingea quanto di snella
tessitrice al sen candido la spola,
quando presta dall’una all’altra mano
la gitta, e svolge per la trama il filo,
e sull’opra gentil pende col petto:
così l’incalza Ulisse, e col seguace
piè ne preme i vestigi anzi che s’alzi
il polverìo dintorno; e sì correndo
gli manda il fiato nella nuca. Un grido
sorge di plauso d’ogni parte, e tutti
gli fan cuore alla palma a cui sospira.
Eran del corso ormai presso alla fine,
quando a Minerva l’Itaco dal core
mandò questa preghiera: Odimi, o Dea,
e soccorri al mio piè. – La Dea l’intese,
gli fe’ lievi le membra, i piè, le braccia;
e come fur per avventarsi entrambi
ad un tempo sul premio, l’Oilìde
da Minerva sospinto sdrucciolò
in lubrico terren sparso del fimo
de’ buoi mugghianti dal Pelìde uccisi
di Pàtroclo alla pira. Ivi il caduto
nari e bocca insozzossi. Il precorrente
divo Ulisse il cratere ampio si prese,
e l’Oilìde il bue. Della selvaggia
fera il corno impugnò l’eroe doglioso,
la lordura sputando, e fra la turba
ruppe in questo lamento: Empio destino!
Per certo i piedi mi rubò la Dea
che da gran tempo va d’Ulisse al fianco,
e qual madre sel guarda. – Accompagnaro
tutti il suo cruccio con un dolce riso.
Ultimo giunto Antìloco si tolse
l’ultimo premio, e sorridendo disse:
Amici, i numi, lo vedete, onorano
i provetti mortali. Aiace innanzi
mi va di poca etade: Ulisse al tempo
de’ nostri padri è nato, e nondimeno
egli è rubizzo e verde, e nullo al corso
superarlo potrìa, tranne il Pelìde.
Questo sol disse: e l’esaltato Achille
così rispose: Antìloco, non fia
detta invan la tua lode. Eccoti d’oro
altro mezzo talento. – E sì dicendo
gliel porse, e quegli giubilando il prese.
Dopo ciò, fe’ recarsi, e nell’arena
depose Achille una lunghissim’asta,
uno scudo ed un elmo, armi rapite
già da Patròclo a Sarpedonte; e ritto
nel mezzo degli Achei, Vogliamo, ei disse,
che per l’esposto guiderdone armati
due guerrieri de’ più forti con acuto
tagliente acciar davanti all’adunanza
combattano. Chi pria punga la pelle
dell’avversario, e rotte l’armi, il sangue
ne tragga, avrassi questo brando in dono
di tracia lama, e bello e tempestato
d’argentei chiovi. Di quest’arme io stesso
Asteropèo spogliai. L’altre saranno
premio comune. Ai combattenti io poscia
nelle tende farò lauto banchetto.
Surse subitamente al fiero invito
lo smisurato Telamònio Aiace,
surse del par l’invitto Dïomède,
e armatisi in disparte ambo nel campo
pronti alla pugna s’avanzâr gli eroi
con terribili sguardi. Alto stupore
tutti occupava i circostanti Achei.
L’uno all’altro appressati a fiero assalto
si disserrâr tre volte, e tre alla vita
impetuosi s’investîr. Primiero
Aiace traforò di Dïomède
il rotondo brocchier, ma non la pelle
dall’usbergo difesa. Indi il Tidìde
sopra la penna dello scudo all’altro
spinse rapido l’asta, e nella strozza
gliel’appuntò. D’Aiace al fier periglio
spaventârsi gli Achivi, e della pugna
gridâr la fine, e premio egual. Ma il brando
col bel cinto l’eroe diello al Tidìde.
Grezzo, qual già dalla fornace uscìo,
un gran disco il Pelìde allor nel mezzo
collocò. Lo solea l’immensa forza
scagliar d’Eezïone; a costui morte
diè poscia il divo Achille, e nelle navi
con altre spoglie si portò quel peso.
Ritto alzossi, e gridò: Sorga chi brama
così bel premio meritarsi. In questo
il vincitor s’avrà per cinque interi
giri di Sole di che all’uopo tutto
provveder de’ suoi campi anche remoti:
né suoi bifolchi né pastori andranno
per bisogno di ferro alla cittade,
ché questo ne darà quanto è mestiero.
Levossi il bellicoso Polipete;
levossi Leontèo, forza divina;
levossi Aiace Telamònio, e seco
il muscoloso Epèo. Locârsi in fila,
e primo Epèo scagliò l’orbe rotato,
ma sì mal destro, che ne rise ognuno.
Il rampollo di Marte Leontèo
fu secondo a lanciar: terzo il gran figlio
di Telamone, che con man robusta
ogni segno passò: quarto alla fine
con fermo polso Polipete il disco
afferrò. Quanto lungi un pastorello
gitta il vincastro che rotato in alto
vola sopra l’armento; andò di tanto
fuor del circo il suo tiro. Applause tutto
il consesso: affollârsi i fidi amici
del forte Polipete, e alla sua nave
portâr del disco la pesante massa.
Invitò quindi i saettieri, e in mezzo
dieci bipenni espose e dieci accette;
e piantato lontano nell’arena
un albero navale, avvinse a questo
con sottil fune al piede una colomba,
segno alle frecce. Le bipenni prenda
chi l’augel coglie, e le si porti. Quello
che il fallisca, e a toccar vada la fune,
essendo inferïor, s’abbia l’accette.
Ciò detto appena, presentossi il forte
re Teucro, e Merïon d’Idomenèo
prode sergente, e in un sonoro elmetto
agitate le sorti, uscì primiero
Teucro, e tosto lo stral tirò di forza.
Ma perché non aveva votata a Febo
di primo-nati agnelli un’ecatombe,
sfallì l’augello (ché tal lode il Dio
gl’invidïò); sol colse al piè la fune
che legato il tenea. Tagliolla il dardo;
libera la colomba a volo alzossi
per lo cielo, e fuggì; cadde la fune,
e di plausi sonar s’udìa l’arena.
Ratto allora di mano a Teucro tolse
Merïon l’arco, e ben presa la mira
colla cocca sul nervo, al saettante
nume promise un’ecatombe; e in alto
adocchiata la timida colomba
che in vario giro s’avvolgea, la colse
sotto l’ala. Passolla il dardo acuto,
e ricadde, e s’infisse alto nel suolo
di Merïone al piè. Ma la ferita
colomba si posò sovra l’antenna,
stese il collo, abbassò l’ali diffuse,
e dal corpo volata la veloce
alma, dal tronco piombò. Stupefatte
guardavano le turbe. Allor si tolse
le scuri Merïon, Teucro l’accette.
Produsse Achille all’ultimo nel mezzo
una lunga lunga asta, ed un lebète
non vïolato dalle fiamme ancora,
del valore d’un tauro, e sculto a fiori,
premio alla prova delle lance. Alzossi
l’ampio-regnante Atride Agamennóne
e il compagno fedel del re cretese
Merïon. Ma levatosi il Pelìde,
trasse innanzi, e parlò: Figlio d’Atrèo,
sappiam noi tutti come tutti avanzi
e nel vibrar dell’asta e nella possa.
Prenditi dunque questo premio, e il manda
alla tua nave. A Merïon daremo,
se il consenti, la lancia; ed io ten prego.
Acconsentì l’Atride. A Merïone
diede Achille la lancia, ed all’araldo
d’Agamennón lo splendido lebète.

Homerus – Omero – Iliade – Traduzione di Vincenzo Monti – Libro XXII

Così, quai cervi paurosi, i Teucri
nella città fuggìan confusamente,
e davano appoggiati agli alti merli
al sudor refrigerio ed alla sete,
mentre gli Achei con inclinati scudi
si fan sotto alle mura. Ma la Parca
dinanzi ad Ilio su le porte Scee
rattenne immoto, come astretto in ceppi,
lo sventurato Ettòr. Fece ad Achille
l’arciero Apollo allor queste parole:
Perché mortale un Immortal persegui,
o figlio di Pelèo? Non anco avvisi,
cieco furente, che un Celeste io sono?
Dei fugati Troiani e nel riparo
d’Ilio già chiusi ogni pensier ponesti,
e qua svïasti il tuo furor. Che speri?
uccidermi? Son nume. – E nume infesto,
e di tutti il peggior (rispose acceso
di grand’ira il Pelìde). A questa parte
m’hai devïato dalle mura, e tolto
che molti, prima d’arrivar là dentro,
mordessero la polve. Ah mi rapisti
un gran vanto, e quei vili in salvo hai messo
perché non temi la vendetta mia;
ma la farei ben io, se la potessi.
Tacque, e drizzossi alla città volgendo
terribili pensieri, e il piè movea
rapido come vincitor de’ ludi
animoso destrier che per l’arena
fa le ruote volar. Primo lo vide
precipitoso correre pel campo
Prìamo, e da lungi folgorar, siccome
l’astro che cane d’Orïon s’appella,
e precorre l’Autunno: scintillanti
fra numerose stelle in densa notte
manda i suoi raggi; splendissim’astro,
ma luttuoso e di cocenti morbi
ai miseri mortali apportatore.
Tal del volante eroe sul vasto petto
splendean l’armi. Ululava, e colle mani
alto levate si battea la fronte
il buon vecchio, e chiamava a tutta voce
l’amato figlio supplicando: e questi
fermo innanzi alle porte altro non ode
che il desìo di pugnar col suo nemico.
Allor le palme il misero gli stese,
e questi profferì pietosi accenti:
Mio diletto figliuolo, Ettore mio,
deh lontano da’ tuoi da solo a solo
non affrontar costui che di fortezza
d’assai t’è sopra. Oh fosse in odio il crudo
agli Dei quanto a me! Pasto di belve
ei giacerìa qui steso (e del mio petto
avrìa fine l’angoscia), ei che di tanti
orbo mi fece valorosi figli,
quale ucciso, qual tratto alle remote
rive e venduto. Ed or fra i qui rinchiusi
Teucri i due figli, ahi lasso! ancor non veggo
che l’esimia consorte Laotòe
a me produsse, Polidoro io dico
e Licaon. Se prigionieri ei sono,
con auro e bronzo ne farem riscatto,
ch’io n’ho molte conserve, e molto avere
diè l’egregio vegliardo Alte alla figlia.
Se poi ne’ regni già passâr di Pluto,
alto sarà su la lor morte il pianto
della madre ed il mio, ma brevi i lutti
del popolo, ove spento tu non cada
dal Pelìde, tu pur. Rïentra adunque,
mio dolce figlio, nelle mura, e i Teucri
conservane e le spose. Al diro Achille
non lasciar sì gran lode: abbi pensiero
della cara tua vita, abbi pietade
di me meschino a cui non tolse ancora
la sventura il sentir, di me che misi
già nelle soglie di vecchiezza il piede,
dall’alta condannato ira di Giove
di ria morte a perir, vista di mali
prima ogni faccia, trucidati i figli,
rapite le fanciulle, i casti letti
contaminati, crudelmente infranti
contro terra i bambini, e strascinate
dall’empio braccio degli Achei, le nuore.
Ed ultimo me pur su le regali
porte trafitto e spoglia abbandonata
voraci i cani sbraneran, que’ cani
che custodi io nudrìa del regio tetto
alla mia mensa io stesso; e allor da ingorda
rabbia sospinti disputar vedransi
il mio sangue; e di questo alfin satolli
ne’ portici sdraiarsi. Ah, bello è in campo
del giovine il morir! Coperto il petto
d’onorate ferite, onta non avvi,
non offesa che morto il disonesti.
Ma che ludibrio sia degli affamati
mastini il capo venerando e il bianco
mento d’un veglio indegnamente ucciso,
che sia bruttato il nudo e verecondo
suo cadavere, ah! questo, è questo il colmo
dell’umane sventure. E sì dicendo,
strappasi il veglio dall’augusto capo
i canuti capei; ma non si piega
l’alma d’Ettorre. Desolata accorse
d’altra parte la madre, e lagrimando
e nudandosi il seno, la materna
poppa scoperse, e, A questa abbi rispetto,
singhiozzante sclamava, a questa, o figlio,
che calmò, lo ricorda, i tuoi vagiti.
Rïentra, Ettore mio, fuggi cotesto
sterminatore, non istargli a petto,
sciaurato! Non io, s’egli t’uccide,
non io darti potrò, caro germoglio
delle viscere mie, su la funèbre
bara il mio pianto, né il potrà l’illustre
tua consorte: e tu lungi appo le navi
giacerai degli Achivi, esca alle belve.
Questi preghi di lagrime interrotti
porgono al figlio i dolorosi, e nulla
persuadon l’eroe che fermo attende
lo smisurato già vicino Achille.
Quale in tana di tristi erbe pasciuto
fero colùbro il vïandante aspetta,
e gonfio di grand’ira, orribilmente
guatando intorno, nelle sue latèbre
lubrico si convolve; e tale il duce
Troian, di sdegni generosi acceso,
appoggiato lo scudo a una sporgente
torre, sta saldo; e nel gran cor rivolge
questi pensieri: Che farò? Se metto
là dentro il piè, Polidamante il primo
rampognerammi acerbo, ei che la scorsa
notte esortommi alla città ritrarre,
comparso Achille, i Teucri; ed io nol feci:
e sì quest’era il meglio. Or che la mia
pertinacia fatal tutti li trasse
nella ruina, sostener l’aspetto
più non oso de’ Troi né dell’altere
Troiane, e parmi già i peggiori udire:
Ecco là quell’Ettòr che di sue forze
troppo fidando il popolo distrusse.
Così diranno, e meglio allor mi fia
combattere, e redir, prostrato Achille,
nella cittade, o per la patria mia
aver qui morte glorïosa io stesso.
Pur se deposto e scudo e lancia ed elmo,
io medesmo mi fêssi incontro a questo
magnanimo rivale, e la spartana
donna cagion di tanta guerra, e tutte
gli promettessi le con lei portate
da Paride ricchezze, ed altre ancora
da partirsi agli Achei, quante ne chiude
questa città; se con tremendo giuro
quindi i Troiani a rivelar stringessi
i riposti tesori, ed in due parti
dividendoli tutti… Oh che vaneggia
mai la mia mente! Io supplice, io dimesso
presentarmi? Il crudel, nulla m’avendo
né pietà né rispetto (ov’io dell’armi
nudo a lui vada), disarmato ancora,
qual donna imbelle, metterammi a morte,
ch’ei non è tale da poter con esso
novellar dal querceto o dalla rupe
come amanti garzoni e donzellette.
A donzellette adunque ed a garzoni
le dolci fole, a me la pugna; e tosto
vedrassi cui darà Giove la palma.
Così seco ragiona, e fermo aspetta.
Ed ecco Achille avvicinarsi, al truce
dell’elmo agitator Marte simìle.
Nella destra scotea la spaventosa
pelìaca trave; come viva fiamma,
o come disco di nascente Sole
balenava il suo scudo. Il riconobbe
Ettore, e freddo corsegli per l’ossa
un tremor, né aspettarlo ei più sostenne,
ma lasciate le porte, a fuggir diessi
atterrito. Spiccossi ad inseguirlo
fidato Achille ne’ veloci piedi;
qual ne’ monti sparvier che, de’ volanti
il più ratto, si scaglia impetuoso
su pavida colomba: ella sen fugge
obbliquamente, e quei doppiando il volo
vie più l’incalza con acuti stridi,
di ghermirla bramoso: a questa guisa
l’ardente Achille difilato vola
dietro il trepido Ettòr che in tutta fuga
mena il rapido piè rasente il muro.
Trascorsero veloci la collina
delle vedette, oltrepassâr, lunghesso
la callaia, il selvaggio aereo fico
sempre sotto alle mura; e già venuti
son dell’alto Scamandro alle due fonti.
Calida è l’una, e qual di fuoco acceso
spandesi intorno di sue linfe il fumo:
fredda come gragnuola o ghiaccio o neve
scorre l’altra di state: ambe son cinte
d’ampii lavacri di polita pietra,
a cui, pria che l’Acheo venisse i giorni
della pace a turbar, solean de’ Teucri
liete le spose e le avvenenti figlie
i bei veli lavar. Da questa parte
volano i due campion, l’uno fuggendo,
l’altro inseguendo. Il fuggitivo è forte,
ma più forte e più ratto è chi l’insegue,
e d’un tauro non già, né della pelle
si gareggia d’un bue, premio a veloce
di corsa vincitor, ma della vita
del grande Ettorre. E quale a vincer usi
giran le mete corridori ardenti,
a cui proposto è di gentil donzella
o d’un tripode il premio, ad onoranza
d’alcun defunto eroe; così tre volte
dell’ilìaca città fêr questi il giro
velocemente. A riguardarli intento
stava il consesso de’ Celesti, e Giove
a dir si fece: Ahi sorte indegna! io veggo
d’Ilio intorno alle mura esagitato
un diletto mortal; duolmi d’Ettorre
che su l’idèe pendici e sull’eccelsa
pergàmea rocca a me solea di scelte
vittime offrire i pingui lombi, ed ora
del minaccioso Achille il presto piede
l’incalza intorno alla città. Pensate,
vedete, o numi, se per noi si debba
dalla morte camparlo, o pur, quantunque
così prode, il domar sotto il Pelìde.
Procelloso Tonante, oh che dicesti,
gli rispose Minerva, e che t’avvisi?
Alla morte involar uomo sacro a morte?
E tu l’invola. Ma non tutti al certo
noi Celesti tal fatto assentiremo.
T’accheta, o figlia, replicò de’ nembi
l’adunator, ch’io nulla ho fermo ancora,
e nulla io voglio a te negar. Fa tutto,
senza punto ristarti, il tuo desire.
Spronò quel detto la già pronta Diva
che dall’olimpie cime impetuosa
spiccossi, e scese. Alla dirotta intanto
incalza Achille il fuggitivo Ettorre.
Come veltro cerviero alla montagna
giù per convalli e per boscaglie insegue
dalla tana destato un caprïuolo:
sotto un arbusto il meschinel s’appiatta
tutto tremante, e l’altro ne ritesse
l’orme, e corre e ricorre irrequïeto
finché lo trova: così tutte Achille
del sottrarsi ad Ettòr tronca le vie.
Quante volte sfilar diritto ei tenta
alle dardanie porte, o delle torri
sotto gli spaldi, onde co’ dardi aita
gli dian di sopra i suoi, tante il Pelìde
lo previene e il ricaccia alla pianura,
vicino alla città. Come nel sogno
talor ne sembra con lena affannata
uom che fugge inseguir, né questi ha forza
d’involarsi, né noi di conseguirlo;
così né Achille aggiugner puote Ettorre,
né questi a quello dileguarsi. E intanto
come schivar potuto avrìa la Parca
di Prìamo il figlio, se l’estrema volta
nuovo al petto vigor non gli porgea
propizio Apollo, e nuova lena al piede?
Accennava col capo il divo Achille
alle sue genti di non far co’ dardi
al fuggitivo offesa, onde veruno,
ferendolo, l’onor non gli precida
del primo colpo. Ma venuti entrambi
la quarta volta alle scamandrie fonti,
l’auree bilance sollevò nel cielo
il gran Padre, e due sorti entro vi pose
di mortal sonno eterno, una d’Achille,
l’altra d’Ettorre: le librò nel mezzo,
e del duce troiano il fatal giorno
cadde, e vêr l’Orco dechinò. Dolente
Febo allora lasciollo in abbandono;
ed al Pelìde fattasi vicina,
sì Minerva parlò: Diletto a Giove
inclito Achille, or sì che giunto io spero
il momento in che noi su queste rive,
spento alla fine il bellicoso Ettorre,
d’alta gloria andrem lieti. Ei più non puote
scapparne ei no, quand’anche il Saettante,
ai piè prostrato dell’Egìoco Padre,
di liberarlo s’argomenti. Or tu
qui sòstati e respira. Andronne io stessa
al tuo nemico, e metterogli in core
di venir teco a singolar conflitto.
Obbedì, s’appoggiò lieto al ferrato
suo frassino il Pelìde, e dipartita
da lui la Diva, al volto, alla favella
Dëìfobo si fece, e all’anelante
Ettor venuta, O mio german, dicea,
troppo costui dintorno a queste mura
con piè ratto t’incalza e ti travaglia.
Or via restiamci, e difendiamci a fermo.
Rispose Ettòr: Dëìfobo, di quanti
mi diè fratelli Prïamo ed Ecùba,
sempre il più caro tu mi fosti, ed ora
lo mi sei più che prima, e più mi traggi
ad onorarti, perocché tu solo
da quelle mura osasti a mia difesa,
tu solo uscir, veduto il mio periglio.
Fratello amato, replicò la Diva,
i venerandi genitori, e tutti
stringendosi gli amici a’ miei ginocchi
di non uscire mi pregâr, cotanto
terror gl’ingombra: ma l’interno vinse,
che per te mi struggea, fiero dolore.
Combattiam dunque arditamente, e nullo
sia più d’aste risparmio, onde si vegga
s’egli, noi spenti, tornerà di nostre
spoglie onusto alle navi, o se piuttosto
qui cadrà per la tua lancia trafitto.
Sì dicendo, la Diva ingannatrice
precorse, e quelli l’un dell’altro a fronte
divenuti, primier l’armi crollando
fe’ questi detti l’animoso Ettorre:
Più non fuggo, o Pelìde. Intorno all’alte
ilìache mura mi aggirai tre volte,
né aspettarti sostenni. Ora son io
che intrepido t’affronto, e darò morte,
o l’avrò. Ma gli Dei, fidi custodi
de’ giuramenti, testimon ne sièno,
che se Giove l’onor di tua caduta
mi concede, non io sarò spietato
col cadavere tuo, ma renderollo,
toltene solo le bell’armi, intatto
a’ tuoi. Tu giura in mio favor lo stesso.
Non parlarmi d’accordi, abbominato
nemico, ripigliò torvo il Pelìde:
nessun patto fra l’uomo ed il lïone,
nessuna pace tra l’eterna guerra
dell’agnello e del lupo, e tra noi due
né giuramento né amistà nessuna,
finché l’uno di noi steso col sangue
l’invitto Marte non satolli. Or bada,
ché n’hai mestiero, a richiamar la tutta
tua prodezza, e a lanciar dritta la punta.
Ogni scampo è preciso, e già Minerva
per l’asta mia ti doma. Ecco il momento
che dei morti da te miei cari amici
tutte ad un tempo sconterai le pene.
Disse, e forte avventò la bilanciata
lunga lancia. Antivide Ettorre il tiro,
e piegato il ginocchio e la persona,
lo schivò. Sorvolando il ferreo telo
si confisse nel suol, ma ne lo svelse
invisibile ad Ettore Minerva,
e tornollo al Pelìde. – Errasti il colpo,
gridò l’eroe troian, né Giove ancora,
come dianzi cianciasti, il mio destino
ti fe’ palese. Dëiforme sei,
ma cinguettiero, ché con vani accenti
atterrirmi ti speri, e nella mente
addormentarmi la virtude antica.
Ma nel dorso tu, no, non pianterai
l’asta ad Ettorre che diritto viene
ad assalirti, e ti presenta il petto;
piantala in questo se t’assiste un Dio.
Schiva intanto tu pur la ferrea punta
di mia lancia. Oh si possa entro il tuo corpo
seppellir tutta quanta, e della guerra
ai Teucri il peso allevïar, te spento,
te lor funesta principal rovina.
Disse, e l’asta di lunga ombra squassando,
la scagliò di gran forza, e del Pelìde
colpì senza fallir lo smisurato
scudo nel mezzo. Ma il divino arnese
la respinse lontan. Crucciossi Ettorre,
visto uscir vano il colpo, e non gli essendo
pronta altra lancia, chinò mesto il volto,
e a gran voce Dëìfobo chiamando,
una picca chiedea: ma lungi egli era.
Allor s’accorse dell’inganno, e disse:
Misero! a morte m’appellâr gli Dei.
Credeami aver Dëìfobo presente;
egli è dentro le mura, e mi deluse
Minerva. Al fianco ho già la morte, e nullo
v’è più scampo per me. Fu cara un tempo
a Giove la mia vita, e al saettante
suo figlio, ed essi mi campâr cortesi
ne’ guerrieri perigli. Or mi raggiunse
la negra Parca. Ma non fia per questo
che da codardo io cada: periremo,
ma glorïosi, e alle future genti
qualche bel fatto porterà il mio nome.
Ciò detto, scintillar dalla vagina
fe’ la spada che acuta e grande e forte
dal fianco gli pendea. Con questa in pugno
drizza il viso al nemico, e si disserra
com’aquila che d’alto per le fosche
nubi a piombo sul campo si precipita
a ghermir una lepre o un’agnelletta:
tale, agitando l’affilato acciaro,
si scaglia Ettorre. Scagliasi del pari
gonfio il cor di feroce ira il Pelìde
impetuoso. Gli ricopre il petto
l’ammirando brocchier: sovra il guernito
di quattro coni fulgid’elmo ondeggia
l’aureo pennacchio che Vulcan v’avea
sulla cima diffuso. E qual sfavilla
nei notturni sereni in fra le stelle
Espero il più leggiadro astro del cielo;
tale l’acuta cuspide lampeggia
nella destra d’Achille che l’estremo
danno in cor volge dell’illustre Ettorre,
e tutto con attenti occhi spïando
il bel corpo, pon mente ove al ferire
più spedita è la via. Chiuso il nemico
era tutto nell’armi luminose
che all’ucciso Patròclo avea rapite.
Sol, dove il collo all’omero s’innesta,
nuda una parte della gola appare,
mortalissima parte. A questa Achille
l’asta diresse con furor: la punta
il collo trapassò, ma non offese
della voce le vie, sì che precluso
fosse del tutto alle parole il varco.
Cadde il ferito nella sabbia, e altero
sclamò sovr’esso il feritor divino:
Ettore, il giorno che spogliasti il morto
Patroclo, in salvo ti credesti, e nullo
terror ti prese del lontano Achille.
Stolto! restava sulle navi al mio
trafitto amico un vindice, di molto
più gagliardo di lui: io vi restava,
io che qui ti distesi. Or cani e corvi
te strazieranno turpemente, e quegli
avrà pomposa dagli Achei la tomba.
E a lui così l’eroe languente: Achille,
per la tua vita, per le tue ginoccnia,
per li tuoi genitori io ti scongiuro,
deh non far che di belve io sia pastura
alla presenza degli Achei: ti piaccia
l’oro e il bronzo accettar che il padre mio
e la mia veneranda genitrice
ti daranno in gran copia, e tu lor rendi
questo mio corpo, onde l’onor del rogo
dai Teucri io m’abbia e dalle teucre donne.
Con atroce cipiglio gli rispose
il fiero Achille: Non pregarmi, iniquo,
non supplicarmi né pe’ miei ginocchi
né pe’ miei genitor. Potessi io preso
dal mio furore minuzzar le tue
carni, ed io stesso, per l’immensa offesa
che mi facesti, divorarle crude.
No, nessun la tua testa al fero morso
de’ cani involerà: né s’anco dieci
e venti volte mi s’addoppii il prezzo
del tuo riscatto, né se d’altri doni
mi si faccia promessa, né se Prìamo
a peso d’oro il corpo tuo redima,
no, mai non fia che sul funereo letto
la tua madre ti pianga. Io vo’ che tutto
ti squarcino le belve a brano a brano.
Ben lo previdi che pregato indarno
t’avrei, riprese il moribondo Ettorre.
Hai cor di ferro, e lo sapea. Ma bada
che di qualche celeste ira cagione
io non ti sia quel dì che Febo Apollo
e Paride, malgrado il tuo valore,
t’ancideranno su le porte Scee.
Così detto, spirò. Sciolta dal corpo
prese l’alma il suo vol verso l’abisso,
lamentando il suo fato ed il perduto
fior della forte gioventude. E a lui,
già fredda spoglia, il vincitor soggiunse:
Muori; ché poscia la mia morte io pure,
quando a Giove sia grado e agli altri Eterni,
contento accetterò. Così dicendo,
svelse dal morto la ferrata lancia,
in disparte la pose, e dalle spalle
l’armi gli tolse insanguinate. Intanto
d’ogn’intorno v’accorsero gli Achivi
contemplando d’Ettòr maravigliosi
l’ammirande sembianze e la statura;
né vi fu chi di fargli una ferita
non si godesse, al suo vicin dicendo:
Per gli Dei, che a toccarsi egli s’è fatto
più tenero che quando arse le navi:
e in questo dir coll’asta il ripungea.
Spoglio ch’ei l’ebbe, fra gli astanti Achei
ritto Achille parlò queste parole:
Amici e prenci e capitani, udite.
Poiché diermi gli Dei che domo alfine
costui ne fosse, che d’assai più nocque
che gli altri tutti insieme, alla cittade
volgiam l’armi, e vediam se, spento Ettorre,
fanno i Teucri pensier d’abbandonarla,
o, benché privi di cotanto aiuto,
coraggiosi resistere… Ma quale
vano consiglio mi ragiona il core?
Senza pianto sul lido e senza tomba
giace il morto Patròclo. Insin che queste
mie membra animerà soffio di vita,
ei fia presente al mio pensiero; e s’anco
laggiù nell’Orco obblivïon scendesse
della vita primiera, anco nell’Orco
mi seguirà del mio diletto amico
la rimembranza. Or via, dunque si rieda
alle navi, e costui vi si strascini.
E voi frattanto, giovinetti achivi,
intonate il peana: alto è il trionfo
che riportammo: il grande Ettòr, dai Teucri
adorato qual nume, è qui disteso.
Disse, e contra l’estinto opra crudele
meditando, de’ piè gli fora i nervi
dal calcagno al tallone, ed un guinzaglio
insertovi bovino, al cocchio il lega,
andar lasciando strascinato a terra
il bel capo. Sul carro indi salito
con l’elevate glorïose spoglie,
stimolò col flagello a tutto corso
i corridori che volâr bramosi.
Lo strascinato cadavere un nembo
sollevava di polve onde la sparta
negra chioma agitata e il volto tutto
bruttavasi, quel volto in pria sì bello,
allor da Giove abbandonato all’ira
degl’inimici nella patria terra.
All’atroce spettacolo si svelse
la genitrice i crini, e via gittando
il regal velo, un ululato mise,
che alle stelle n’andò. Plorava il padre
miseramente, e gemiti e singulti
per la città s’udìan, come se tutta
dall’eccelse sue cime arsa cadesse.
Rattenevano a stento i cittadini
il re canuto, che di duol scoppiando
dalle dardànie porte a tutto costo
fuor voleva gittarsi. S’avvolgea
il misero nel fango, e tutti a nome
chiamandoli e pregando, Ah! vi scostate,
lasciatemi, gridava; è intempestivo
ogni vostro timor; lasciate, amici,
ch’io me n’esca, ch’io vada tutto solo
alle navi nemiche. Io vo’ cadere
supplichevole ai piè di quell’iniquo
violento uccisor. Chi sa che il crudo
il mio crin bianco non rispetti e senta
pietà di mia vecchiezza. Ei pure ha un padre
d’anni carco, Pelèo che generollo
e de’ Teucri nudrillo alla ruina,
soprattutto alla mia, tanti uccidendo
giovinetti miei figli: né mi dolgo
sì di lor tutti, ohimè! quanto d’un solo,
quanto d’Ettòr, di cui trarrammi in breve
l’empia doglia alla tomba. Oh fosse ei morto
tra le mie braccia almen! così la madre,
che sventurata partorillo, e io stesso
sfogo avremmo di pianti e di sospiri.
Questo ei dicea piangendo, e co’ lamenti
facean eco al suo pianto i cittadini.
Dalle Tröadi intanto circondata,
in alti lai rompea la madre: Oh figlio!
tu se’ morto, ed io vivo? io giunta al sommo
delle sventure te perdendo, ahi lassa!
te che in ogni momento eri la mia
gloria e il sostegno della patria tutta
che t’accogliea qual nume. Ahi! ne saresti,
vivo, il decoro; e ne sei, morto, il lutto.
Seguìa questo parlar di pianto un fiume.
Ma del fato d’Ettòr nulla per anco
Andròmaca sapea, ché nullo a lei
del marito rimasto anzi alle porte
recato avea l’avviso. Nell’interne
regie stanze tessendo ella si stava
a doppie fila una lucente tela
di diverso rabesco. E per suo cenno
avean frattanto le leggiadre ancelle
posto un tripode al fuoco, onde al consorte
pronto fosse, al tornar dalla battaglia,
caldo un lavacro. Non sapea, demente!
che da’ lavacri assai lungi domato
l’avea Minerva per la man d’Achille.
Ma come dalla torre un suon confuso
d’ululi intese e di lamenti, tutte
le tremaro le membra, al suol le cadde
la spola, e volta alle donzelle, disse:
Accorrete sollecite, seguitemi
due di voi tosto: vo’ veder che avvenne.
Dell’onoranda suocera la voce
mi percuote l’orecchio, e il cor mi balza
con sussulto nel petto, e manca il piede.
Certo, qualche gran danno, ohimè! sovrasta
di Prìamo ai figli. Allontanate, o numi,
questo presagio: ma ben forte io temo
che il divo Achille all’animoso Ettorre
non abbia del salvarsi entro le mura
già tagliata la strada, ed or pel campo
lo m’insegua da tutti abbandonato;
e la bravura esizïal non domi
che il possedea: restarsi egli non seppe
mai nella folla, e sempre oltre si spinse,
a nessun prode di valor secondo.
Così dicendo, della reggia uscìo
qual forsennata, e le tremava il core.
La seguivan le ancelle; e fra le turbe
giunta alla torre, s’arrestò, girando
lo sguardo intorno dalle mura. Il vide,
il riconobbe da corsier veloci
strascinato davanti alla cittade
verso le navi indegnamente. Oscura
notte i rai le coperse, ed ella cadde
all’indietro svenuta. Si scomposero
i leggiadri del capo adornamenti
e nastri e bende e l’intrecciata mitra
e la rete ed il vel che dielle in dono
l’aurea Venere il dì che dalle case
d’Eezïòne Ettòr la si condusse
di molti doni nuzïali ornata.
Affollârsi pietose a lei dintorno
le cognate che smorta tra le braccia
reggean l’afflitta di morir bramosa
per immenso dolor. Come in se stessa
alfin rivenne, e l’alma al cor s’accolse,
fe’ degli occhi due fonti, e così disse:
Oh me deserta! oh sposo mio! noi dunque
nascemmo entrambi col medesmo fato,
tu nella reggia del tuo padre, ed io
nella tebana Ipòplaco selvosa
seggio d’Eezïón che pargoletta
allevommi, meschino una meschina!
Oh non m’avesse generata! Ai regni
tu di Pluto discendi entro il profondo
sen della terra, e me qui lasci al lutto
vedova in reggia desolata. Intanto
del figlio, ohimè! che fia? Figlio infelice
di miserandi genitor, bambino
egli è del tutto ancor, né tu puoi morto
più farti suo sostegno, Ettore mio,
ned egli il padre vendicar: ché dove
pur sia che degli Achei la lagrimosa
guerra egli sfugga, nondimen dolenti
trarrà sempre i suoi giorni, e a lui l’avaro
vicin mutando i termini del campo
spoglierallo di questo. Abbandonato
da’ suoi compagni è l’orfanello; ei porta
ognor dimesso il volto, e lagrimosa
la smunta guancia. Supplice indigente
va del padre agli amici, e all’uno il saio,
tocca all’altro la veste. Il più pietoso
gli accosta alquanto il nappo, e il labbro bagna,
non il palato. Ed altro tal che lieto
va di padre e di madre, alteramente
dalla mensa il ributta, e lo percote,
e villano gli grida: Sciagurato,
esci: il tuo padre qui non siede al desco.
Torna allor lagrimando Astïanatte
alla vedova madre, egli che dianzi
d’eletti cibi si nudrìa, scherzando
sul paterno ginocchio. E quando ei stanco
d’innocenti trastulli al dolce sonno
chiudea le luci alla nudrice in grembo,
dentro il suo letticciuol su molli piume,
sazio di gioia il cor, s’addormentava.
E quanti or privo dell’amato padre,
ahi quanti affanni soffrirà! né punto
d’Astïanatte gioveragli il nome
che gli posero i Troi, perché le porte
tu sol ne difendevi e l’ardue mura.
Or te sul lido fra le navi, e lungi
da chi vita ti diè, lubrici i vermi
roderan, come sazio avrai de’ veltri
nudo le gole; ahi nudo! e nella reggia
tante avevi leggiadre ed esquisite
vesti, lavoro dell’esperte ancelle.
Or poiché vane a te son fatte, e tolto
n’è il coprirti di queste in sul ferètro,
tutte alle fiamme gitterolle io stessa,
onde al cospetto de’ Troiani almeno
questo segno d’onor ti sia renduto.
Così dicea piangendo, ed al suo pianto
co’ sospiri facean eco le donne.

Homerus – Omero – Iliade – Tradizione di Vincenzo Monti – Libro XXI

Ma divenuti i Teucri alle bell’onde
del vorticoso Xanto, ameno fiume
generato da Giove, ivi il Pelìde
intercise i fuggenti; e parte al muro
per lo piano ne incalza ove testeso
davan le spalle al furibondo Ettorre
scompigliati gli Achei (per l’orme istesse
or dispersi si versano i Troiani,
e a tardarne il fuggir densa una nebbia
Giuno intorno spandea), parte negli alti
gorghi si getta dell’argenteo fiume
con tumulto. La rotta onda rimbomba,
ne gemono le ripe, e quei mettendo
cupi ululati, nuotano dispersi
come il rapido vortice li gira.
Qual cacciate dall’impeto del fuoco
alzan repente le locuste il volo
sul margo del ruscello: arde veloce
l’inopinata fiamma, e quelle in fretta
spaventate si gettano nel rio:
tal dinanzi al Pelìde la sonante
corsìa di Xanto rïempìasi tutta
di guerrieri e cavalli alla rinfusa.
Su la sponda del fiume allor poggiata
alle mirìci la pelìaca antenna,
strinse l’eroe la spada, e dentro il flutto
come demón lanciossi, rivolgendo
opre orrende nel cor. Menava a cerchio
il terribile acciar; s’udìa lugùbre
dei trafitti il lamento, e tinta in rosso
l’onda correa. Qual fugge innanzi al vasto
delfin la torma del minuto pesce,
che di tranquillo porto si ripara
nei recessi atterrito, ed ei n’ingoia
quanti ne giunge: paurosi i Teucri
così ne’ greti s’ascondean del fiume.
Poiché stanca d’ucciderli il Pelìde
sentì la destra, dodici ne prese
vivi e di scelta gioventù, che il fio
dovean pagargli dell’estinto amico.
Stupidi per terror come cervetti
fuor degli antri ei li tira, e co’ politi
cuoi di che strette avean le gonne, a tutti
dietro annoda le mani, e a’ suoi compagni
onde trarli alle navi li commette.
Vago ei poscia di stragi in mezzo all’acque
diessi di nuovo impetuoso, e il figlio
del dardànide Prìamo Licaone
gli occorse in quella che fuggìa dal fiume.
Ne’ paterni poderi un’altra volta,
venutovi notturno, egli l’avea
sorpreso e seco a viva forza addutto
mentre inaccorto con tagliente accetta
i nuovi rami recidendo stava
di selvatico fico, onde foggiarne
di bel carro il contorno: all’improvvista
gli fu sopra in quell’opra il divo Achille,
che trattolo alle navi in Lenno il cesse
per prezzo al figlio di Giasone Eunèo.
Ospite poi d’Eunèo con molti doni
ne fe’ riscatto l’imbrio Eezióne,
che in Arisba il mandò. Di là fuggito
nascostamente, alle paterne case
avea fatto ritorno, e già la luce
undecima splendea, che con gli amici
si ricreava di servaggio uscito;
quando di nuovo il dodicesmo giorno
un Dio nemico tra le mani il pose
del terribile Achille, onde invïarlo
suo malgrado alle porte atre di Pluto.
Riguardollo il Pelìde; e siccom’era
nudo la fronte (ché celata e scudo
e lancia e tutto avea gittato oppresso
dalla fatica nel fuggir dal fiume,
e vacillava di stanchezza il piede),
lo riconobbe, e irato in suo cor disse:
Quale agli occhi mi vien strano portento?
Che sì che i Teucri dal mio ferro ancisi
tornan dall’ombre di Cocito al giorno!
Come vivo costui? come, venduto
già tempo in Lenno, del frapposto mare
poté l’onda passar che a tutti è freno?
Or ben, dell’asta mia gusti la punta.
Vedrem s’ei torna di là pure, ovvero
se l’alma terra che ritien costretti
anche i più forti, riterrà costui.
Queste cose ei discorre in suo segreto
senza far passo. Sbigottito intanto
Licaon s’avvicina desïoso
d’abbracciargli i ginocchi, e al nero artiglio
della Parca involarsi. Alza il Pelìde
la lunga lancia per ferir; ma quello
gli si fa sotto a tutto corso, e chino
atterrasi al suo piè. Divincolando
l’asta sul capo gli trapassa, e in terra
sitibonda di sangue si conficca.
Supplichevole allor coll’una mano
le ginocchia gli stringe il meschinello,
coll’altra gli rattien l’asta confitta,
né l’abbandona, e tuttavia pregando,
Deh ferma, ei grida: umilemente io tocco
le tue ginocchia, Achille: ah, mi rispetta;
miserere di me: pensa che sacro
tuo supplice son io, pensa, o divino
germe di Giove, che nudrito fui
del tuo pane quel dì che nel paterno
poder tua preda mi facesti, e tratto
lungi dal padre e dagli amici in Lenno,
di cento buoi ti valsi il prezzo, ed ora
tre volte tanti io ti varrò redento.
È questa a me la dodicesma aurora
che dopo molti affanni in Ilio giunsi,
ed ecco che crudel fato mi mette
in tuo poter: ciò chiaro assai mi mostra
che in odio a Giove io sono. Ahi! che a ben corta
vita la madre a partorir mi venne,
la madre Laotòe d’Alte figliuola,
di quell’Alte che vecchio ai bellicosi
Lelegi impera, e tien suo seggio al fiume
Satnïoente nell’eccelsa Pèdaso.
Di questo ebbe la figlia il re troiano
fra le molte sue spose, e due nascemmo
di lei, serbati a insanguinarti il ferro.
E l’un tra i fanti della prima fronte
già domasti coll’asta, il generoso
mio fratel Polidoro, ed or me pure
ria sorte attende; ché non io già spero,
poiché nemico mi vi spinse un Dio,
le tue mani sfuggir. E nondimeno
nuovo un prego ti porgo, e tu del core
la via gli schiudi. Non volermi, Achille,
trucidar: d’uno stesso alvo io non nacqui
con Ettor che t’ha morto il caro amico.
Così pregava umìl di Prìamo il figlio;
ma dispietata la risposta intese.
Non parlar, stolto, di riscatto, e taci.
Pria che Patròclo il dì fatal compiesse,
erami dolce il perdonar de’ Teucri
alla vita, e di vivi assai ne presi,
ed assai ne vendetti: ora di quanti
fia che ne mandi alle mie mani Iddio,
nessun da morte scamperà, nessuno
de’ Teucri, e meno del tuo padre i figli.
Muori dunque tu pur. Perché sì piangi?
Morì Patròclo che miglior ben era.
E me bello qual vedi e valoroso
e di gran padre nato e di una Diva,
me pur la morte ad ogni istante aspetta,
e di lancia o di strale un qualcheduno
anche ad Achille rapirà la vita.
Sentì mancarsi le ginocchia e il core
a quel dir l’infelice, e abbandonata
l’asta, accosciossi coll’aperte braccia.
Strinse Achille la spada, e alla giuntura
lo percosse del collo. Addentro tutto
gli si nascose l’affilato acciaro,
e boccon egli cadde in sul terreno
steso in lago di sangue. Allor d’un piede
presolo Achille, lo gittò nell’onda,
e con acerbo insulto, Or qui ti giaci,
disse, tra’ pesci che di tua ferita
il negro sangue lambiran securi.
Né te la madre sul funereo letto
piangerà, ma del mar nell’ampio seno
ti trarrà lo Scamandro impetuoso,
e là qualcuno del guizzante armento
ti salterà dintorno, e sotto l’atre
crespe dell’onda l’adipose polpe
di Licaon si roderà. Possiate
così tutti perir finché del sacro
Ilio sia nostra la città, voi sempre
fuggendo, e io sempre colle stragi al tergo.
Né gioveranvi i vortici di questo
argenteo fiume a cui di molti tori
fate sovente sacrificio, e vivi
gettar solete i corridor nell’onda.
Né per questo sarà che non vi tocchi
di rio fato perir, finché la morte
di Patroclo sia sconta e in un la strage
che, me lontano, degli Achei faceste.
Dagl’imi gorghi udì Xanto d’Achille
le superbe parole, e d’alto sdegno
fremendo, divisava in suo pensiero
come alla furia dell’eroe por modo,
e de’ Teucri impedir l’ultimo danno.
Intanto il figlio di Pelèo brandita
a nuove stragi la gran lancia, assalse
Asteropèo, figliuol di Pelegone,
di Pelegon cui l’Assio ampio-corrente
generò Dio commisto a Peribèa,
d’Acessameno la maggior fanciulla.
A costui si fe’ sopra il grande Achille,
e quei del fiume uscendo ad incontrarlo
con due lance ne venne. Animo e forza
gli avea messo nel cor lo Xanto irato
pe’ tanti in mezzo alle sue limpid’onde
giovani prodi dal Pelìde uccisi
spietatamente. Avvicinati entrambi,
disse Achille primiero: Chi se’ tu
ch’osi farmiti incontro, e di che gente?
Chi m’attenta è figliuol d’un infelice.
E a lui di Pelegon l’inclita prole:
Magnanimo Pelìde, a che mi chiedi
del mio lignaggio? Dai remoti campi
della Peonia qua ne venni (è questo
già l’undecimo sole), e alla battaglia
guido i Peonii dalle lunghe picche.
Del nostro sangue è autor l’Assio di larga
bellissima corrente, e genitore
del bellicoso Pelegon. Di questo
io nacqui, e basta. Or mano all’armi, o prode.
All’altere minacce alto solleva
il divo Achille la pelìaca trave.
Fassi avanti del par con due gran teli
l’ambidestro campione Asteropèo.
Coglie col primo l’inimico scudo,
ma nol giunge a forar, ché l’aurea squama
lo vieta, opra d’un Dio: sfiora coll’altro
il destro braccio dell’eroe, di nero
sangue lo sprizza, e dopo lui si figge
di maggior piaga desïoso in terra.
Fe’ secondo volar contro il nemico
la sua lancia il Pelìde, intento tutto
a trapassargli il cor, ma colse in fallo:
colse la ripa, e mezzo infitto in quella
il gran fusto restò. Dal fianco allora
trasse Achille la spada, e furibondo
assalse Asteropèo che invan dall’alta
sponda si studia di sferrar d’Achille
il frassino: tre volte egli lo scosse
colla robusta mano, e lui tre volte
la forza abbandonò. Mentre s’accinge
ad incurvarlo colla quarta prova
e spezzarlo, d’Achille il folgorante
brando il prevenne arrecator di morte.
Lo percosse nell’epa all’ombelico;
n’andâr per terra gl’intestini; in negra
caligine ravvolti ei chiuse i lumi,
e spirò. L’uccisor gli calca il petto,
lo dispoglia dell’armi, e sì l’insulta:
Statti così, meschino, e benché nato
d’un fiume, impara che il cozzar co’ figli
del saturnio signor t’è dura impresa.
Tu dell’Assio che larghe ha le correnti
ti lodavi rampollo, ed io di Giove
sangue mi vanto, e generommi il prode
Eàcide Pelèo che i numerosi
Mirmidóni corregge, e discendea
Eaco da Giove. Or quanto è questo Dio
maggior de’ fiumi che nel vasto grembo
devolvonsi del mar, tanto sua stirpe
la stirpe avanza che da lor procede.
Eccoti innanzi un alto fiume, il Xanto;
di’ che ti porga, se lo puote, aita.
Ma che puot’egli contra Giove a cui
né il regale Achelòo né la gran possa
del profondo Oceàno si pareggia?
E l’Oceàn che a tutti e fiumi e mari
e fonti e laghi è genitor, pur egli
della folgore trema, e dell’orrendo
fragor che mette del gran Giove il tuono.
Sì dicendo, divelse dalla ripa
la ferrea lancia, e su la sabbia steso
l’esamine lasciò. Bruna il bagnava
la corrente, e famelici dintorno
affollavansi i pesci a divorarlo.
Visto il forte lor duce Asteropèo
cader domato dal Pelìde, in fuga
spaventati si volsero i Peonii
lungo il rapido fiume, flagellando
prontamente i corsier. Gl’insegue Achille
e Tersìloco uccide e Trasio e Mneso,
Enio, Midone, Astìpilo, Ofeleste,
e più n’avrìa trafitti il valoroso,
se irato il fiume dai profondi gorghi
non levava in mortal forma la fronte
con questo grido: Achille, tu di forza
ogni altro vinci, è ver, ma il vinci insieme
di fatti indegni, e troppo insuperbisci
del favor degli Dei che sempre hai teco.
Se ti concesse di Saturno il figlio
di tutti i Troi la morte, dal mio letto
cacciali, e in campo almen fa tue prodezze.
Di cadaveri e d’armi ingombra è tutta
la mia bella corrente, ed impedita
da tante salme aprirsi al mar la via
più non puote; e tu segui a farle intoppo
di nuova strage. Orsù, desisti, o fiero
prence, e ti basti il mio stupor. – Scamandro
figlio di Giove, gli rispose Achille,
sia che vuoi; ma non io degli spergiuri
Teucri l’eccidio cesserò, se pria
dentr’Ilio non li chiudo, e corpo a corpo
non mi cimento con Ettòr. Qui deve
restar privo di vita od esso od io.
Sì dicendo, coll’impeto d’un nume
avventossi ai Troiani. Allor si volse
Xanto ad Apollo: Saettante iddio,
Giove fatto t’avea l’alto comando
di dar soccorso ai Teucri insin che giunga
la sera, e il volto della terra adombri.
E tu del padre non adempi il cenno?
Mentr’egli sì dicea, l’audace Achille
si scagliò dalla ripa in mezzo al fiume.
Il fiume allor si rabbuffò, gonfiossi,
intorbidossi, e furïando sciolse
a tutte l’onde il freno: urtò la stipa
de’ cadaveri opposti, e li respinse,
mugghiando come tauro, alla pianura,
servati i vivi ed occultati in seno
a’ suoi vasti recessi. Orrenda intorno
al Pelìde ruggìa la torbid’onda,
e gli urtava lo scudo impetuosa,
sì ch’ei fermarsi non potea su i piedi.
A un eccelso e grand’olmo alfin s’apprese
colle robuste mani, ma divelta
dalle radici ruinò la pianta,
seco trasse la ripa, e coi prostrati
folti rami la fiera onda rattenne,
e le sponde congiunse come ponte.
Fuor balza allor l’eroe dalla vorago,
e, messe l’ali al piè, nel campo vola
sbigottito. Nè il Dio perciò si resta,
ma colmo e negro rinforzando il flutto
vie più gonfio l’insegue, onde di Marte
rintuzzargli le furie, e de’ Troiani
l’eccidio allontanar. Diè un salto Achille
quanto è il tratto d’un’asta, ed il suo corso
somigliava il volar di cacciatrice
aquila fosca che i volanti tutti
di forza vince e di prestezza. Il bronzo
dell’usbergo gli squilla orribilmente
sul vasto petto; con obliqua fuga
scappar dal fiume ei tenta, e il fiume a tergo
con più spesse e sonanti onde l’incalza.
Come quando per l’orto e pe’ filari
di liete piante il fontanier deduce
di limpida sorgente un ruscelletto,
e, la marra alla man, sgombra gl’intoppi
alla rapida linfa che correndo
i lapilli rimescola, e si volve
giù per la china gorgogliando, e avanza
pur chi la guida: così sempre insegue
l’alto flutto il Pelìde, e lo raggiunge
benché presto di piè: ché non resiste
mortal virtude all’immortal. Quantunque
volte la fronte gli converse il forte,
mirando se giurati a porlo in fuga
tutti fosser gli Dei, tante il sovrano
fiotto del fiume gli avvolgea le spalle.
Conturbato nell’alma egli non cessa
d’espedirsi e saltar verso la riva,
ma con rapide ruote il fiero fiume
sottentrato gli snerva le ginocchia,
e di costa aggirandolo, gli ruba
di sotto ai piedi la fuggente arena.
Levò lo sguardo al cielo il generoso,
ed urlò: Giove padre, adunque nullo
de’ numi aita l’infelice Achille
contro quest’onda! Ah ch’io la fugga, e poi
contento patirò qualsia sventura.
Ma nullo ha colpa de’ Celesti meco
quanto la madre mia che di menzogne
mi lattò, profetando che di Troia
sotto le mura perirei trafitto
dagli strali d’Apollo! Oh foss’io morto
sotto i colpi d’Ettorre, il più gagliardo
che qui si crebbe! Avrìa rapito un forte
d’un altro forte almen l’armi e la vita.
Or vuole il Fato che sommerso io pera
d’oscura morte, ohimè! come fanciullo
di mandre guardian cui ne’ piovosi
tempi il torrente, nel guardarlo, affoga.
Accorsero veloci al suo lamento,
e appressârsi all’eroe Palla e Nettunno
in sembianza mortal: lo confortaro,
il presero per mano, e della terra
sì disse il grande scotitor: Pelìde,
non trepidar: qui siamo in tua difesa
due gran Divi, Minerva ed io Nettunno,
né Giove il vieta, né dal Fato è fisso
che ti conquida un fiume; e tu di questo
vedrai tra poco abbonacciarsi il flutto.
Un saggio avviso porgeremti intanto,
se obbedirne vorrai. Dalla battaglia
non ti ristar se pria dentro le mura
dell’alta Troia non rinserri i Teucri
quanti potranno dalla man fuggirti,
né alle navi tornar che spento Ettorre:
noi ti daremo di sua morte il vanto.
Disparvero, ciò detto, e ai congiurati
Numi tornâr. Riconfortato Achille
dal celeste comando, in mezzo al campo
precipitossi. Il campo era già tutto
una vasta palude in cui disperse
de’ trafitti nuotavano le belle
armature e le salme. Alto al Pelìde
saltavano i ginocchi, ed ei diretto
la fiumana rompea, che a rattenerlo
più non bastava: perocché Minerva
gli avea nel petto una gran forza infuso.
Né rallentò per questo lo Scamandro
gl’impeti suoi, ma più che pria sdegnoso
contro il Pelìde sollevossi in alto
arricciando le spume, e al Simoenta,
destandolo, gridò queste parole:
Caro germano, ad affrenar vien meco
la costui furia, o le dardànie torri
vedrai tosto atterrate, e tolta ai Teucri
di resister la speme. Or tu deh corri
veloce in mio soccorso, apri le fonti,
tutti gonfia i tuoi rivi, e con superbe
onde t’innalza e tronchi aduna e sassi,
e con fracasso ruotali nel petto
di questo immane guastator che tenta
uguagliarsi agli Dei. Ben io t’affermo
che né bellezza gli varrà, né forza,
né quel divin suo scudo, che di limo
giacerà ricoperto in qualche gorgo
voraginoso. Ed io di negra sabbia
involverò lui stesso, e tale un monte
di ghiaia immenso e di pattume intorno
gli verserò, gli ammasserò, che l’ossa
gli Achei raccorne non potran: cotanta
la belletta sarà che lo nasconda.
Fia questo il suo sepolcro, onde non v’abbia
mestier di fossa nell’esequie sue.
Disse, ed alto insorgendo e d’atre spume
ribollendo e di sangue e corpi estinti,
con tempesta piombò sopra il Pelìde.
E già la sollevata onda vermiglia
occupava l’eroe, quando temendo
che vorticoso nol rapisca il fiume,
diè Giuno un alto grido, ed a Vulcano
Sorgi, disse, mio figlio; a te si spetta
pugnar col Xanto: non tardar, risveglia
le tremende tue fiamme. Io di Ponente
e di Noto a destar dalla marina
vo le gravi procelle, onde l’incendio
per lor cresciuto i corpi involva e l’arme
de’ Troiani, e le bruci. E tu del Xanto
lungo il margo le piante incenerisci,
fa che avvampi egli stesso; e non lasciarti
né per minacce né per dolci preghi
svolger dall’opra, né allentar la forza
s’io non ten porga con un grido il segno.
Frena allora gl’incendii e ti ritira.
Ciò detto appena, un vasto foco accese
Vulcano, e lo scagliò. Si sparse quello
prima pel campo, e i tanti, di che pieno
il Pelìde l’avea, morti combusse.
Si dileguâr le limpid’acque, e tutto
seccossi il pian, qual suole in un istante
d’autunnale aquilon sciugarsi al soffio
l’orto irrigato di recente, e in core
ne gode il suo cultor. Seccato il campo,
e combusti i cadaveri, si volse
contro il fiume la vampa. Ardean stridendo
i salci e gli olmi e i tamarigi, ardea
il loto e l’alga ed il cipero in molta
copia cresciuti su la verde ripa.
Dal caldo spirto di Vulcano afflitti,
e qua e là per le belle onde dispersi
guizzano i pesci. Il cupo fiume istesso
s’infoca, e in voce dolorosa esclama:
Vulcano, al tuo poter nullo resiste
de’ numi: io cedo alle tue fiamme. Ah cessa
dalla contesa: immantinente Achille
scacci pur tutti di cittade i Teucri;
di soccorsi e di risse a me che cale? –
Così rïarso dalle fiamme ei parla.
Come ferve a gran fuoco ampio lebète
in cui di verro saginato il pingue
lombo si frolla; alla sonora vampa
crescon forza di sotto i crepitanti
virgulti, e l’onda d’ogni parte esulta:
sì la bella del Xanto acqua infocata
bolle, né puote più fluir consunta
ed impedita dalla forza infesta
dell’ignifero Dio. Quindi a Giunone
quell’offeso pregò con questi accenti:
perché prese il tuo figlio, augusta Giuno,
su l’altre a tormentar la mia corrente?
Reo ti son forse più che gli altri tutti
protettori de’ Troi? Pur se il comandi,
mi rimarrò, ma si rimanga anch’esso
questo nemico, e non sarà, lo giuro,
mai de’ Teucri per me conteso il fato,
no, s’anco tutta per la man dovesse
de’ forti Achivi andar Troia in faville.
La Dea l’intese, ed a Vulcan rivolta,
Férmati, disse, glorïoso figlio:
dar cotanto martìr non si conviene
per cagion de’ mortali a un Immortale.
Spense Vulcano della madre al cenno
quell’incendio divino, e ne’ bei rivi
retrograda tornò l’onda lucente.
Domo il Xanto, quetârsi i due rivali,
ché così Giuno comandò, quantunque
calda di sdegno; ma tra gli altri numi
più tremenda risurse la contesa.
Scissi in due parti s’avanzâr sdegnosi
l’un contro l’altro con fracasso orrendo:
ne muggì l’ampia terra, e le celesti
tube squillâr: sull’alte vette assiso
dell’Olimpo n’udì Giove il clangore,
e il cor di gioia gli ridea mirando
la divina tenzone: e già sparisce
tra gli eterni guerrieri ogn’intervallo.
Truce di scudi forator diè Marte
le mosse, e primo colla lancia assalse
Minerva, e ontoso favellò: Proterva
audacissima Dea, perché de’ numi
l’ire attizzi così? Non ti ricorda
quando a ferirmi concitasti il figlio
di Tidèo Dïomede, e dirigendo
della sua lancia tu medesma il colpo,
lacerasti il mio corpo? Il tempo è giunto
che tu mi paghi dell’oltraggio il fio.
Sì dicendo, avventò l’insanguinato
Marte il gran telo, e ne ferì l’orrenda
egida, che di Giove anco resiste
alle saette. Si ritrasse indietro
la Diva, e ratta colla man robusta
un macigno afferrò, che negro e grande
giacea nel campo dalle prische genti
posto a confine di poder. Con questo
colpì l’impetuoso iddio nel collo,
e gli sciolse le membra. Ei cadde, e steso
ingombrò sette jugeri; le chiome
insozzârsi di polve, e orrendamente
l’armi sul corpo gli tonâr. Sorrise
Pallade, e altera l’insultò: Demente!
che meco ardisci gareggiar, non vedi
quant’io t’avanzo di valor? Va, sconta
di tua madre le furie, e dal suo sdegno
maggior castigo, dell’aver tradito
pe’ Teucri infidi i giusti Achei, t’aspetta.
Così detto, le lucide pupille
volse altrove. Frattanto al Dio prostrato
Venere accorse, per la mano il prese,
e lui che grave sospira, e a fatica
riaver può gli spirti, altrove adduce.
L’alma Giuno li vide, ed a Minerva,
Guarda, disse, di Giove invitta figlia,
guarda quella impudente: ella di nuovo
fuor dell’aspro conflitto via ne mena
quell’omicida. Ah vola, e su lor piomba.
Volò Minerva, e gl’inseguì. Di gioia
il cor balzava, e fattasi lor sopra,
colla terribil mano a Citerea
tal diè un tocco nel petto, che la stese:
giaceano entrambi riversati, e altera
su lor Minerva glorïossi, e disse:
Fosser tutti così questi di Troia
proteggitori a disfidar venuti
i loricati Achei! Fossero tutti
di fermezza e d’ardir pari a Ciprigna
di Marte aiutatrice e mia rivale!
E noi, distrutte d’Ilïon le torri,
già poste l’armi da gran tempo avremmo.
Udì la Diva dalle bianche braccia
il motteggio, e sorrise. A Febo allora
disse il sire del mar: Febo, già sono
gli altri alle prese; e noi ci stiamo in posa?
ciò del tutto sconviensi; onta sarìa
tornar di Giove ai rilucenti alberghi
senza far d’armi paragon. Comincia
tu minore d’età; ché non è bello
a me, più saggio e antico, esser primiero.
Oh povero di senno e d’intelletto!
non ricordi più dunque i tanti affanni
che noi da Giove ad esular costretti
intorno ad Ilio sopportammo insieme,
noi soli e numi, allor che all’orgoglioso
Laomedonte intero un anno a prezzo
pattuimmo il servir? Duri comandi
il tiranno ne dava. Ed io di Troia
l’alta cittade edificai, di belle
ampie mura la cinsi, e di securi
baluardi; e tu, Febo, alle selvose
idèe pendici pascolavi intanto
le cornigere mandre. Ma condotta
dalle grate Ore del servir la fine,
ne frodò la mercede il re crudele,
e minaccioso ne scacciò, giurando
che te di lacci avvinto e mani e piedi
in isola remota avrìa venduto,
e mozze inoltre ad ambeduo l’orecchie.
Frementi di rancor per la negata
pattuita mercede, immantinente
noi ne partimmo. È questo forse il merto
ch’or le sue genti a favorir ti move,
anzi che nosco procurar di questi
fedìfraghi Troiani e de’ lor figli
e delle mogli la total ruina?
Possente Enosigèo, rispose Apollo,
stolto davvero ti parrei se teco
a cagion de’ mortali io combattessi,
che miseri e quai foglie or freschi sono,
or languidi e appassiti. Usciamo adunque
del campo, e sia tra lor tutta la briga.
Ciò detto, altrove s’avviò, né volle
alle mani venir, per lo rispetto
di quel Nume a lui zio. Ma la sorella
di belve agitatrice aspra Dïana
con acri motti il rampognò: Tu fuggi,
tu che lunge saetti? e tutta cedi
senza contrasto al re Nettun la palma?
Vile! a che dunque nella man quell’arco?
Ch’io non t’oda più mai nella paterna
reggia tra’ numi, come pria, vantarti
di combattere solo il re Nettunno.
Non le rispose Apollo; ma sdegnosa
si rivolse alla Dea di strali amante
la veneranda Giuno, e sì la punse
con acerbo ripiglio: E come ardisci
starmi a fronte, o proterva? Di possanza
mal tu puoi meco gareggiar, quantunque
d’arco armata. Gli è ver che fra le donne
ti fe’ Giove un lïone, e qual ti piaccia
ti concesse ferir. Ma per le selve
meglio ti fia dar morte a capri e cervi,
che pugnar co’ più forti. E se provarti
vuoi pur, ti prova, e al paragone impara
quanto io sono da più. – Ciò detto, al polso
colla manca le afferra ambe le mani,
colla dritta dagli omeri le strappa
gli aurei strali, e ridendo su l’orecchia
li sbatte alla rival che d’ogni parte
si divincola; e sparse al suol ne vanno
le aligere saette. Alfin di sotto
le si tolse, e fuggì come colomba
che da grifagno augel per venturoso
fato scampata ad appiattarsi vola
nel cavo d’una rupe. Ella piangendo
così fuggìa, lasciate ivi le frecce.
Parlò quindi a Latóna il messaggiero
argicìda: Latóna, io non vo’ teco
cimentarmi; il pugnar colle consorti
del nimbifero Giove è dura impresa.
Va dunque; e franca fra gli eterni Dei
d’avermi vinto per valor ti vanta.
Così dicea Mercurio, e quella intanto
gli sparsi per la polve archi e quadrelli
raccogliea della figlia, e la seguìa,
ché all’Olimpo salita entro l’eterne
stanze di Giove avea già messo il piede.
Su i paterni ginocchi lagrimando
la vergine s’assise, e le tremava
l’ambrosio manto sul bel corpo. Il padre
la si raccolse al petto, e con un dolce
sorriso dimandò: Chi de’ Celesti
temerario t’offese, o mia diletta,
come colta in error? – La tua consorte,
Cinzia rispose, mi percosse, o padre,
Giunon che sparge fra gli Dei le risse.
Mentre in cielo seguìan queste parole,
Febo entrava nel sacro Ilio a difesa
dell’alto muro, perocché temea
nol prendesse in quel dì pria del destino
degli Achivi il valor. Ma gli altri Eterni
all’Olimpo tornaro, irati i vinti,
festosi i vincitori, e ognun dintorno
al procelloso genitor s’assise.
Il Pelìde struggea pel campo intanto
i Troiani, e stendea confusamente
cavalli e cavalier. Come fra densi
globi di fumo che si volve al cielo
un gran fuoco, in cui soffia ira divina,
una cittade incende, e a tutti arreca
travaglio e a molti esizio; a questa immago
dava Achille ai Troiani angoscia e morte.
Stava sull’alto d’una torre il veglio
Prìamo, e visti fuggir senza ritegno,
senza far più difesa, i Troi davanti
al gigante guerrier, mise uno strido,
e calò dalla torre, onde ai custodi
degli ingressi lasciar lungo le mura
questi avvisi: Alle man tenete, o prodi,
spalancate le porte insin che tutti
nella città sien salvi i fuggitivi
dal diro Achille sbaragliati. Ahi giunto
forse è l’ultimo danno! Come dentro
siensi messe le schiere, e ognun respiri,
riserrate le porte, e saldamente
sbarratele; ch’io temo non irrompa
fin qua dentro il furor di questo fiero.
Al comando regal schiusero quelli
tosto le porte, e ne levâr le sbarre.
Onde una via s’aperse di salute.
Fuor delle soglie allor lanciossi Apollo
in soccorso de’ Troi che dritto al muro
fuggìan da tutto il campo arsi di sete,
sozzi di polve. E impetuoso Achille,
come il porta furor, rabbia, ira e brama
di sterminarli, gl’inseguìa coll’asta;
ed era questo il punto in che gli Achei
dell’alta Troia avrìan fatto il conquisto,
se Febo Apollo l’antenòreo figlio
Agènore, guerrier d’alta prestanza,
non eccitava alla battaglia. Il Dio
gli fe’ coraggio, gli si mise al fianco,
onde lungi tenergli della Parca
i gravi artigli, ed appoggiato a un faggio,
di caligine tutto si ricinse.
Come Agènore il truce ebbe veduto
guastator di città, fermossi, e molti
pensier volgendo, gli ondeggiava il core,
e dicea doloroso in suo segreto:
Misero me! se dietro agli altri io fuggo
per timor di quel crudo, egli malgrado
la mia rattezza prenderammi, e morte
non decorosa mi darà. Se mentre
ei va questi inseguendo, io d’altra parte
m’involo, e d’Ilio traversando il piano,
dell’Ida ai gioghi mi riparo, e quivi
nei roveti m’appiatto, indi la sera
lavato al fiume, e rinfrescato a Troia
mi ritorno… Oh che penso? Egli non puote
non veder la mia fuga, e arriverammi
precipitoso con più presti piedi.
E allor dall’ugna di costui, che tutti
vince di forza, chi mi scampa? Or dunque,
poiché certa è mia morte, ad incontrarlo
vadasi in faccia alla cittade. Ei pure
ha corpo che si fora, e un’alma sola;
e benché Giove glorïoso il renda,
mortal cosa lo dice il comun grido.
Verso Achille, in ciò dir, volta la fronte,
e desïoso di pugnar l’aspetta.
Come da folto bosco una pantera
sbucando affronta il cacciator, né teme
i latrati, né fugge, e s’anco avvegna
ch’ei l’impiaghi primier, la generosa
il furor non rallenta, innanzi ch’ella
o gli si stringa addosso, o resti uccisa:
così ricusa di fuggir l’ardito
d’Antènore figliuol, se col Pelìde
pria non fa prova di valor. Protese
dunque al petto lo scudo, e nel nemico
tolta la mira, alto gridò: Per certo
de’ magnanimi Teucri, illustre Achille,
atterrar ti speravi oggi le mura.
Stolto! n’avrai penoso affare ancora,
ché là dentro siam molti e valorosi
che ai cari padri, alle consorti, ai figli
difendiam la cittade, e tu, quantunque
guerrier tremendo, giacerai qui steso.
Sì dicendo, lanciò con vigoroso
polso la picca, e nello stinco il colse
sotto il ginocchio. Risonò lo stagno
dell’intatto stinier, ma il ferro acuto
senza forarlo rimbalzò respinto
dalle tempre divine. Impetuoso
scagliossi Achille al feritor, ma ratto
gl’invidïando quella lode Apollo,
involò l’avversario alla sua vista
l’avvolgendo di nebbia, e queto queto
dal certame lo trasse, e via lo spinse.
Indi tolta d’Agènore la forma,
diessi in fuga, e svïò con quest’inganno
dalla turba il Pelìde che veloce
dietro gli move e incalzalo, e piegarne
vêr lo Scamandro studiasi la fuga.
Nol precorre il fuggente a tutto corso,
ma di poco intervallo, e colla speme
sempre l’alletta d’una pronta presa,
e sempre lo delude. Intanto a torme
spaventati si versano i Troiani
dentro le porte. In un momento tutta
di lor fu piena la città, ché nullo
rimanersene fuori non sostenne,
né il compagno aspettar, né dei campati
dimandar, né de’ morti. Ognun che snelle
a salvarsi ha le piante, alla rinfusa
dentro si getta, e dal terror respira.

Homerus – Omero – Iliade – Traduzione di Vincenzo Monti – Libro XX

Così dintorno a te, marzio Pelìde,
gli Achei metteansi in punto appo le navi,
e i Troi del campo sul rïalto. A Temi
Giove allor comandò che dalle molte
eminenze d’Olimpo a parlamento
convocasse gli Dei. Volò la Diva
d’ogni parte, e chiamolli alla stellata
magion di Giove. Accorser tutti, e, tranne
il canuto Oceàn, nullo de’ Fiumi
né delle Ninfe vi mancò, de’ boschi
e de’ prati e de’ fonti abitatrici.
Giunti del grande adunator de’ nembi
alle stanze, si assisero su tersi
troni che a Giove con solerte cura
Vulcano fabbricò. Prese ciascuno
cheto il suo posto; ma dal mar venuto
obbedïente ei pure il re Nettunno,
tra i maggiori sedendosi, la mente
di Giove interrogò con questi accenti:
Perché di nuovo, fulminante Iddio,
chiami i numi a consiglio? Alfin decisa
de’ Troiani vuoi forse e degli Achei
pronti a zuffa mortal l’ultima sorte?
Ben vedesti, o Nettunno, il mio pensiero,
Giove rispose; del chiamarvi è questa
la cagion: benché presso al fato estremo
e gli uni e gli altri in cor mi stanno. Assiso
su le cime d’Olimpo io qui mi resto
l’ire mortali a contemplar tranquillo.
Voi sul campo scendete, e a cui v’aggrada
de’ Teucri e degli Achei recate aita.
Se pugna Achille ei sol, nol sosterranno
nè pur tampoco i Teucri, essi che ieri
solo al vederlo ne tremaro. Ed oggi,
che d’ira egli arde per l’amico, io temo
non anzi il dì fatal Troia rovini.
Disse, e di guerra un fier desire accese
de’ Celesti nel cor, che in due divisi
nel campo si calâr: verso le navi
Giuno e Palla Minerva e coll’accorto
util Mercurio s’avvïò Nettunno.
Li seguìa zoppicando, e truci intorno
gli occhi volgendo di sua forza altero
Vulcano, ed il sottil stinco di sotto
gli barcollava. Alla troiana parte
n’andâr dell’elmo il crollator Gradivo,
l’intonso Febo colla madre e l’alma
cacciatrice sorella e Xanto e Venere
Dea del riso. Finché dalle mortali
turbe i numi fur lungi, orgoglio e festa
menavano gli Achei, perché comparso
dopo lungo riposo era il Pelìde,
e corse ai Teucri un freddo orror per l’ossa
visto nell’armi lampeggiar, sembiante
al Dio tremendo delle stragi, Achille.
Ma quando le celesti alle terrene
armi fur miste, una ineffabil surse
di genti agitatrici aspra contesa.
Terribile Minerva, or sull’estremo
fosso volando ed or sul rauco lido,
da questa parte orribilmente grida:
grida Marte dall’altra a tenebroso
turbin simìle, ed or dall’ardue cime
delle dardanie torri, ed or sul poggio
di Colone lunghesso il Simoenta
correndo, infiamma a tutta voce i Teucri.
Così l’un campo e l’altro inanimando
gli Dei beati gli azzuffâr, commisti
in conflitto crudel. Dall’alto allora
de’ mortali e de’ numi orrendamente
il gran padre tuonò: scosse di sotto
l’ampia terra e de’ monti le superbe
cime Nettunno. Traballâr dell’Ida
le falde tutte e i gioghi e le troiane
rocche, e le navi degli Achei. Tremonne
Pluto il re de’ sepolti e spaventato
diè un alto grido e si gittò dal trono,
temendo non gli squarci la terrena
volta sul capo il crollator Nettunno,
ed intromessa colaggiù la luce
agli Dei non discopra ed ai mortali
le sue squallide bolge, al guardo orrende
anco del ciel; cotanto era il fragore
che dal conflitto de’ Celesti uscìa.
Contra Nettunno il re dell’arco Apollo,
contra Marte Minerva, e contra Giuno
sta delle cacce e degli strali amante
la sorella di Febo alma Dïana:
contra il dator de’ lucri e servatore
di ricchezze Mercurio era Latona,
contra Vulcano il vorticoso fiume
dai mortali Scamandro e dagli Dei
Xanto nomato. E questo era di numi
contro numi il certame e l’ordinanza.
Ma di scagliarsi fra le turbe in cerca
del Priàmide Ettorre arde il Pelìde,
ché innanzi a tutto gli comanda il core
di far la rabbia marzïal satolla
di quel sangue abborrito. Allor destando
le guerriere faville Apollo spinse
contro il tessalo eroe d’Anchise il figlio,
e presa la favella e la sembianza
del Prïameio Licaon gl’infuse
ardimento e valor con questi accenti:
Illustre duce Enea dove n’andaro
le fatte tra le tazze alte promesse
al re de’ Teucri, che pur solo avresti
contro il Pelìde Achille combattuto?
Prïamìde, e perché, contro mia voglia,
Enea rispose, ad affrontar mi sproni
quell’invitto guerrier? Gli stetti a fronte
pur altra volta, ed altra volta in fuga
la sua lancia dall’Ida mi sospinse,
quando, assaliti i nostri armenti, ei Pèdaso
e Lirnesso atterrò. Giove protesse
il mio ratto fuggir: senza il suo nume
m’avrìa domo il Pelìde, esso e Minerva
che il precorrendo lo spargea di luce,
e de’ Teucri e de’ Lèlegi alla strage
la sua lancia animava. Alcun non sia
dunque che pugni col Pelìde. Un Dio
sempre va seco che il difende, e dritto
vola sempre il suo telo, e non s’arresta
finché non passi del nemico il petto.
Se della guerra si librasse eguale
dai Sampiterni la bilancia, ei certo,
fosse tutto qual vantasi di ferro,
non avrìa meco agevolmente il meglio.
E tu pur prega i numi, o valoroso,
rispose Apollo, ché tu pure, è fama,
di Venere nascesti, ed ei di Diva
inferïor, ché quella a Giove, e questa
al marin vecchio è figlia. Orsù dirizza
in lui l’invitto acciaro, e non lasciarti
per minacce fugar dure e superbe.
Fatto animoso a questi detti il duce,
processe di lucenti armi vestito
tra i guerrieri di fronte. E lui veduto
per le file avanzarsi arditamente
contro il Pelìde, ai collegati numi
si volse Giuno e disse: Il cor volgete,
tu Nettunno e tu Pallade, al periglio
che ne sovrasta. Enea tutto nell’armi
folgorante s’avvìa contro il Pelìde,
e Febo Apollo ve lo spinge. Or noi
o forziamlo a dar volta, o pur d’Achille
vada in aiuto alcun di noi, che forza
all’uopo gli ministri, onde s’avvegga
ch’egli ai Celesti più possenti è caro,
e che di Troia i difensor fann’opra
infruttuosa. Vi rammenti, o numi,
che noi tutti scendemmo a questa pugna
perché nullo da’ Teucri egli riceva
questo dì nocumento. Abbiasi dopo
quella sorte che a lui filò la Parca
quando la madre il partorìo. Se istrutto
di ciò nol renda degli Dei la voce,
temerà nel veder venirsi incontro
fra l’armi un nume: perocché tremendi
son gli Eterni veduti alla scoperta.
Fuor di ragione non irarti, o Giuno,
ché ciò sconvienti, rispondea Nettunno.
Non sia che primi commettiam la pugna
noi che siamo i più forti. Alla vedetta
di qualche poggio dalla via remoto
assidiamci piuttosto, ed ai mortali
resti la cura del pugnar. Se poscia
cominceran la zuffa o Marte o Febo,
e rattenendo Achille impediranno
ch’egli entri nella mischia, e noi pur tosto
susciteremo allor l’aspro conflitto,
e presto, io spero, dal valor del nostro
braccio domati, per le vie d’Olimpo
ritorneranno all’immortal consesso.
Li precorse, ciò detto, il nume azzurro
verso l’alta bastìa che pel divino
Ercole un giorno con Minerva i Teucri
innalzâr, perché a quella egli potesse
riparato schivar della vorace
orca l’assalto allor che furibonda
l’inseguisse dal lido alla pianura.
Qui co’ numi alleati il Dio s’assise
d’impenetrabil nube circonfuso.
Sul ciglio anch’essi s’adagiâr dell’erto
Callicolon gli opposti numi intorno
a te, divino saettante Apollo,
e a Marte di cittadi atterratore.
Così di qua, di là deliberando
siedono i Divi, e niuna parte ardisce,
benché Giove gli sproni, aprir la pugna.
E già tutto d’armati il campo è pieno,
e di lampi che manda il riforbito
bronzo de’ cocchi e de’ guerrieri, e suona
sotto il fervido piè de’ concorrenti
eserciti la terra. Ed ecco in mezzo
affrontarsi di pugna desïosi
due fortissimi eroi, d’Anchise il figlio
ed Achille. Avanzossi Enea primiero
minacciando e crollando il poderoso
elmo, e proteso il forte scudo al petto,
la grand’asta vibrava. Ad incontrarlo
mosse il Pelìde impetuoso, e parve
truculento lïone alla cui vita
denso stuol di garzoni, anzi l’intero
borgo si scaglia: incede egli da prima
sprezzatamente; ma se alcun de’ forti
assalitor coll’asta il tocca, ei fiero
spalancando le fauci si rivolve
colla schiuma alle sanne; la gagliarda
alma in cor gli sospira, i fianchi e i lombi
flagella colla coda, e se medesmo
alla battaglia irrita: indi repente
con torvi sguardi avventasi ruggendo,
di dar morte già fermo o di morire:
tal la forza e il coraggio incontro al franco
Enea sospinser l’orgoglioso Achille,
e giunti a fronte, favellò primiero
il gran Pelìde: Enea, perché tant’oltre
fuor della turba ti spingesti? Forse
meco agogni pugnar perché su i Teucri
di Prìamo speri un dì stender lo scettro?
Ma s’egli avvegna ancor che tu m’uccida,
ei non porrallo alle tue mani, ei padre
di più figli, e d’età sano e di mente:
o forse i Teucri, se mi metti a morte,
un eletto poder bello di viti
ti statuiro e di fecondi solchi?
Ma dura impresa t’assumesti, io spero;
ch’altra volta, mi par, ti pose in fuga
questa mia lancia. Non rammenti il giorno
che soletto ti colsi, e con veloce
corso dall’Ida ti cacciai lontano
dalle tue mandre? Tu volavi, e, mai
non volgendo la fronte, entro Lirnesso
ti riparasti. Col favore io poi
di Giove e Palla la città distrussi,
e ne predai le donne, e tolta loro
la cara libertà, meco le trassi.
Gli Dei quel giorno ti scampâr; non oggi
lo faranno, cred’io, come t’avvisi.
Va, ritìrati adunque, io te n’assenno,
rientra in turba, né mi star di fronte,
se il tuo peggio non vuoi, ché dopo il fatto
anche lo stolto dell’error si pente.
Me co’ detti atterrir come fanciullo
indarno tenti, Enea rispose; anch’io
so dir minacce ed onte, e l’un dell’altro
i natali sappiamo, e per udita
i genitori; ché né tu conosci
per vista i miei, ned io li tuoi. Te prole
dell’egregio Pelèo dice la fama,
e della bella equòrea Teti. Io nato
di Venere mi vanto, e generommi
il magnanimo Anchise. Oggi per certo
o gli uni o gli altri piangeranno il figlio.
Ché veruno di noi di puerili
ciance contento non vorrà, cred’io,
separarsi ed uscir di questo arringo.
Ma se più brami di mia stirpe udire
al mondo chiara, primamente Giove
Dàrdano generò, che fondamento
pose qui poscia alle dardanie mura.
Perocché non ancora allor nel piano
sorgean le sacre ilìache torri, e il molto
suo popolo le idèe falde copriva.
Di Dàrdano fu nato il re d’ogni altro
più opulente Erittònio. A lui tre mila
di teneri puledri allegre madri
le convalli pascean. Innamorossi
Borea di loro, e di destrier morello
presa la forma alquante ne compresse,
che sei puledre e sei gli partoriro.
Queste talor ruzzando alla campagna
correan sul capo delle bionde ariste
senza pur sgretolarle; e se co’ salti
prendean sul dorso a lascivir del mare,
su le spume volavano de’ flutti
senza toccarli. D’Erittònio nacque
Tröe re de’ Troiani, e poi di Troe
generosi tre figli Ilo ed Assàraco,
e il deïforme Ganimede, al tutto
de’ mortali il più bello, e dagli Dei
rapito in cielo, perché fosse a Giove
di coppa mescitor per sua beltade,
ed abitasse con gli Eterni. Ad Ilo
nacque l’alto figliuol Laomedonte;
Titone a questo e Prìamo e Lampo e Clìzio
e l’alunno di Marte Icetaone:
Assàraco ebbe Capi, e Capi Anchise,
mio venitore, e Prìamo il divo Ettorre.
Ecco il sangue ch’io vanto. Il resto scende
tutto da Giove che ne’ petti umani
il valor cresce o scema a suo talento,
potentissimo iddio. Ma tregua omai
fra l’armi a borie fanciullesche. Entrambi
possiam d’ingiurie aver dovizia e tanta
che nave non potrìa di cento remi
levarne il pondo. De’ mortai volubile
e la lingua, e ne piovono parole
d’ogni maniera in largo campo, e quale
dirai motto, cotal ti fia rimesso.
Ma perché d’onte tenzonar siccome
stizzose femminette che nel mezzo
della via si rabbuffano, col vero,
spinte dall’ira, affastellando il falso?
Me qui pronto a pugnar non distorrai
colle minacce dal cimento. Or via
alle prove dell’asta. – E così detto,
la ferrea lancia fulminò nel vasto
terribile brocchier che dell’acuta
cuspide al picchio rimugghiò. Turbossi
il Pelìde, e dal petto colla forte
mano lo scudo allontanò, temendo
nol trafori la lunga ombrosa lancia
del magnanimo Enea. Di mente uscito
eragli, stolto! che mortal possanza
difficilmente doma armi divine.
Non ruppe la gagliarda asta troiana
il pavese achillèo, ché la rattenne
dell’aurea piastra l’immortal fattura,
e sol due falde ne forò di cinque
che Vulcano v’avea l’una sull’altra
ribattute; di bronzo le due prime,
le due dentro di stagno, e tutta d’oro
la media che il crudel tronco represse.
Vibrò secondo la sua lunga trave
il Pelìde, e colpì dell’inimico
l’orbicolar rotella all’orlo estremo,
ove sottil di rame era condotta
una falda, e sottile il sovrapposto
cuoio taurino. La pelìaca antenna
da parte a parte lo passò. La targa
rimbombò sotto il colpo: esterrefatto
rannicchiossi e scostò dalla persona
Enea lo scudo sollevato; e l’asta,
rotti i due cerchi che il cingean, sul dorso
trasvolò furïosa, e al suol si fisse.
Scansato il colpo, si ristette, e immenso
duol di paura gli abbuiò le luci,
sentita la vicina asta confitta.
Pronto il Pelìde allor tratta la spada,
con terribile grido si disserra
contro il nemico. Era nel campo un sasso
d’enorme pondo che soverchio fôra
alle forze di due quai la presente
età produce. Diè di piglio Enea
a questo sasso, e agevolmente solo
l’agitando, si volse all’aggressore.
E nel vulcanio scudo o nell’elmetto
avventato l’avrìa, ma senza offesa,
e a lui per certo del Pelìde il brando
togliea la vita, se di ciò per tempo
avvistosi Nettunno, ai circostanti
celesti non facea queste parole:
Duolmi, o numi, d’assai del generoso
Enea che domo dal Pelìde all’Orco
irne tosto dovrà, dalle lusinghe
mal consigliato dell’arciero Apollo.
Insensato! ché nulla incontro a morte
gli varrà questo Dio. Ma della colpa
altrui la pena perché dee patirla
quest’innocente, liberal di grati
doni mai sempre agl’Immortali? Or via
moviamo in suo soccorso, e s’impedisca
che il Pelìde l’uccida, e che di Giove
l’ire risvegli la sua morte. I fati
decretâr ch’egli viva, onde la stirpe
di Dardano non pera interamente,
di lui che Giove innanzi a quanti figli
alvo mortal gli partorìo, dilesse:
perocché da gran tempo egli la gente
di Prìamo abborre, e su i Troiani omai
d’Enea la forza regnerà con tutti
de’ figli i figli e chi verrà da quelli.
Pensa tu teco stesso, o re Nettunno,
Giuno rispose, se sottrarre a morte
Enea si debba, o consentir, malgrado
la sua virtude, che lo domi Achille.
Quanto a Pallade e a me, presenti i numi,
noi giurammo solenne giuramento
di non mai da’ Troiani la ruina
allontanar, no, s’anco tutta in cenere
Troia cadesse tra le fiamme achee.
Udito quel parlar, corse per mezzo
alla mischia e al fragor delle volanti
aste Nettunno, e giunto ove d’Enea
e dell’inclito Achille era la pugna,
una sùbita nube intorno agli occhi
del Pelìde diffuse, e dallo scudo
del magnanimo Enea svelto il ferrato
frassino, al piede del rival lo pose.
Indi spinse di forza, e dalla terra
levò sublime Enea, che preso il volo
dalla mano del Dio, varcò d’un salto
molte file d’eroi, molte di cocchi,
e all’estremo arrivò del rio conflitto,
ove in procinto si mettean di pugna
de’ Càuconi le schiere. Ivi davanti
gli si fece Nettunno, e così disse:
Sconsigliato! qual Dio contra il Pelìde
ti sedusse a pugnar, contra un guerriero
di te più caro ai numi e più gagliardo?
S’altra volta lo scontri, ti ritira,
onde anzi tempo non andar sotterra.
Morto Achille, combatti audacemente,
ché nullo Acheo t’ucciderà. – Disparve
dopo questo precetto, e alle pupille
del Pelìde sgombrò la portentosa
caligine: tornâr tutto ad un tempo
chiari al guardo gli obbietti, onde fremendo
nel magnanimo cor: Numi, diss’egli,
quale strano prodigio? Al suol giacente
veggo il mio telo, ma il guerrier non veggo
in cui bramoso di ferir lo spinsi.
Dunque è caro a’ Celesti ei pur davvero
questo figlio d’Anchise! ed io stimava
falso il suo vanto. E ben si salvi. Andata
gli sarà, spero, di provarsi meco
in avvenir la voglia, assai felice
d’aver posta in sicuro oggi la vita.
Orsù, l’acheo valor riconfortato,
facciam degli altri Teucri esperimento.
Sì dicendo, saltò dentro alle file
e tutti rincuorò: Prestanti Achei,
non vogliate discosto or più tenervi
da’ nemici: guerrier contra guerriero
scagliatevi, e pugnate ardimentosi.
Per forte ch’io mi sia, m’è dura impresa
sol con tutti azzuffarmi ed inseguirli.
Né Marte pure immortal Dio né Palla
a tanti armati reggerìan. Ma quanto
queste man, questi piedi e questo petto
potranno, io tutto vel consacro, e giuro
di non posarmi un sol momento. Io vado
a sfondar quelle file, e non fia lieto
chi la mia lancia scontrerà, mi penso.
Così gli sprona; e minaccioso anch’esso
Ettore i suoi conforta, e contro Achille
ir si promette: Del Pelìde, o prodi,
non temete le borie: anch’io saprei
pur co’ numi combattere a parole,
coll’asta, no, ch’ei son più forti assai.
Né tutti avran d’Achille i vanti effetto:
se l’un pieno gli andrà, l’altro gli fia
tronco nel mezzo. Ad incontrarlo io vado
s’anco la man di fuoco egli s’avesse,
sì, di fuoco la man, di ferro il polso.
Da questo dire accesi, alto levaro
l’aste avverse i Troiani, e con immenso
romor le forze s’accozzâr. Si strinse
allora Apollo al teucro duce, e disse:
Ettore, non andar contro il Pelìde
fuor di fila: ma tienti entro la schiera,
e dalla turba lo ricevi, e bada
che di brando o di stral non ti raggiunga.
Udì del Dio la voce, e sbigottito
nella turba de’ suoi l’eroe s’immerse.
Ma di gran forza il cor vestito Achille
con gridi orrendi si balzò nel mezzo
de’ Troiani, e prostese a prima giunta
di numerose genti un condottiero,
il prode Ifizïon che ad Otrintèo
guastator di città nell’opulento
popolo d’Ide sul nevoso Tmolo
Näide Ninfa partorì. Venìa
costui di punta a furia. Il divo Achille
coll’asta a mezzo capo lo percosse,
e in due lo fésse. Rimbombando ei cadde,
ed orgoglioso il vincitor sovr’esso
esclamò: Tremendissimo Otrintìde,
eccoti a terra: e tu sepolcro umìle
in questa sabbia avrai, tu che superba
cuna sortisti alla gigèa palude
ne’ paterni poderi appo il pescoso
Illo e dell’Ermo il vorticoso flutto.
Così l’oltraggia; della morte il buio
coprì gli occhi al meschino, e de’ cavalli
l’ugna e li chiovi delle rote achee
il lasciâr nella calca infranto e pesto.
Ferì dopo costui Demoleonte,
d’Antènore figliuolo e valoroso
combattitore; lo ferì sul polso
della tempia, né valse alla difesa
la ferrea guancia del polito elmetto.
L’impetuosa punta spezzò l’osso,
sgominò le cervella, che di sangue
tutte insozzârsi, e così giacque il fiero.
Gittatosi dal carro, Ippodamante
dinanzi gli fuggìa. L’asta d’Achille
lo raggiunse nel tergo. L’infelice
esalava lo spirto, e mugolava
come tauro che a forza innanzi all’are
d’Elice è tratto da garzon robusti,
e ne gode Nettunno: a questa guisa
muggìa quell’alma feroce, e spirava.
S’avventò dopo questi a Polidoro.
Era costui di Prìamo un figlio: il padre
gli avea difeso di pugnar, siccome
il minor de’ suoi nati e il più diletto,
che tutti al corso li vincea. Di questa
sua virtute di piè con fanciullesca
demenza vanitoso egli tra’ primi
combattenti correa senza consiglio,
finché morto vi cadde. Il colse a tergo
in quei trascorsi Achille ove la cinta
dall’auree fibbie s’annodava, e doppio
scontravasi l’usbergo. Il telo acuto
rïuscì di rimpetto all’ombilico:
ululò quel trafitto, e su i ginocchi
cascò: curvato colla man compresse
le intestina, e mortal nube lo cinse.
Come in quell’atto miserando il vide
il suo germano Ettorre, una profonda
nube di duolo gl’ingombrò le luci,
né gli sofferse il cor di più ristarsi
dentro la turba; ma crollando immensa
una lancia, volò contro il Pelìde
come fiamma ondeggiante. A quella vista
saltò di gioia Achille, e baldanzoso,
Ecco l’uom, disse, che nel cor m’aperse
sì gran piaga, colui che il mio m’uccise
caro compagno: or più non fuggiremo
l’un l’altro a lungo pei sentier di guerra.
Disse, e al divino Ettòr bieco guatando,
gridò: T’accosta, ché al tuo fin se’ giunto.
Non pensar, gli rispose imperturbato
l’eroe troiano, non pensar di darmi
per minacce terror come a fanciullo,
ché oprar so l’armi della lingua io pure,
e conosco tue forze, e mi confesso
men valente di te: ma in grembo ai numi
sta la vittoria, ed avvenir può forse
ch’io men prode dal sen l’alma ti svelga.
Affilata ha la punta anche il mio telo.
Disse, e l’asta scagliò: ma dal divino
petto d’Achille la svïò Minerva
con levissimo soffio. Risospinta
dall’alito immortal, l’asta ritorno
fece ad Ettorre, e al piè gli cadde. Allora
con orribile grido disserrossi
furibondo il Pelìde, impazïente
di trucidarlo. Ma gliel tolse Apollo,
lieve impresa ad un Dio, tutto coprendo
di folta nebbia Ettòr. Tre volte Achille
coll’asta l’assalì, tre volte un vano
fumo trafisse, e con furor venendo
il divino guerriero al quarto assalto,
minaccioso tuonò queste parole:
Cane troian, di nuovo ecco fuggisti
l’estremo fato che t’avea raggiunto,
e Febo ti scampò, quel Febo a cui
tra il sibilo dei dardi alzi le preci.
Ma s’altra volta mi darai nell’ugna,
e se a me pure assiste un qualche iddio,
ti finirò. Di quanti in man frattanto
mi verranno de’ tuoi farò macello.
Così dicendo, a Drïope sospinse
sotto il mento la picca, e questi al piede
gli traboccò. Così lasciollo, e ratto
scagliandosi a Demùco, un grande e prode
di Filètore figlio, alle ginocchia
lo ferì, l’arrestò, poscia col brando
l’alma gli tolse. Dopo questi Dardano
e Laògono assalse, illustri figli
di Bïante, e travolti ambo dal cocchio
l’un di lancia atterrò, l’altro di spada.
Poi distese il troiano Alastorìde
che a’ suoi ginocchi supplice cadendo
chiedea la vita in dono, ed ai conformi
suoi verd’anni pietà. Stolto! ché vano
il pregar non sapea, né quanto egli era
mite no, ma feroce. In umil atto
gli abbracciava i ginocchi, ed altro dire
volea pure il meschin; ma quegli il ferro
nell’èpate gl’immerse, che di fuori
riversossi, e di sangue un nero fiume
gli fe’ lago nel seno. Venne manco
l’alma, e gli occhi coprì di morte il velo.
Indi Mulio investendo, entro un’orecchia
gli fisse il telo, e uscir per l’altra il fece.
Ad Echeclo d’Agènore un fendente
calò di spada al mezzo della testa,
e la spaccò; si tepefece il grande
acciar nel sangue, e la purpurea morte
e la Parca possente i rai gli chiuse.
Colse dopo di punta nella destra
Deucalïon là dove i nervi vanno
del cubito ad unirsi. Intormentito
nella mano il guerrier vedeasi innanzi
la morte, e passo non movea. Gli mena
un mandritto il Pelìde alla cervice,
netto il capo gli mozza, e via coll’elmo
lungi il butta. Schizzâr dalle vertèbre
le midolle, e disteso il tronco giacque.
Rigmo poscia aggredì, Rigmo dai pingui
tracii campi venuto, e di Pirèo
generoso figliuol. Lo colse al ventre
il tessalico telo, e giù dal cocchio
lo scosse. Allor diè volta ai corridori
l’auriga Arëitòo; ma del Pelìde
l’asta il giunge alle spalle, e capovolto
tra i turbati cavalli lo precipita.
Quale infuria talor per le profonde
valli d’arido monte un vasto fuoco
che divora le selve, e in ogni lato
l’agita e spande di Garbino il soffio;
tale in sembianza d’un irato iddio
d’ogni parte si volve furibondo
il Pelìde, ed insegue e uccide e rossa
fa di sangue la terra. E come quando
nella tonda e polita aia il villano
due tauri accoppia di ben larga fronte
di Cerere a trebbiar le bionde ariste,
fuor del guscio in un subito saltella
di sotto al piede de’ mugghianti il grano:
del magnanimo Achille in questa forma
gl’immortali cornipedi sospinti
i cadaveri calcano e gli scudi.
L’orbe tutto del cocchio e tutto l’asse
gronda di sangue dalle zampe sparso
de’ cavalli a gran sprazzi e dalle rote.
Desìo di gloria il cuor d’Achille infiamma,
e l’invitte sue mani tutte sozze
son di polve, di tabe e di sudore.

Homerus – Omero – Iliade – Traduzione di Vincenzo Monti – Libro XIX

Uscìa del mar l’Aurora in croceo velo,
alla terra ed al ciel nunzia di luce,
e co’ doni del Dio Teti giungea.
Singhiozzante da canto al morto amico
trovò l’amato figlio a cui dintorno
ploravano i compagni. Apparve in mezzo
l’augusta Diva, e strettolo per mano,
Figlio, disse, poiché piacque agli Dei
la sua morte, lasciam, benché dolenti,
che questi qui si giaccia; e tu le belle
armi ti prendi di Vulcan, che mai
mortal non indossò. – Così dicendo,
le depose al suo piè. Dier quelle un suono
che terror mise ai Mirmidóni: il guardo
non le sostenne, e si fuggîr. Ma come
le vide Achille, maggior surse l’ira,
e sotto le palpèbre orrendamente
gli occhi qual fiamma balenâr. Godea
trattarle, vagheggiarle; e dilettato
del mirando lavor, si volse, e disse:
Madre, son degne del divino fabbro
quest’armi, né può tanto arte terrena.
Or le mi vesto; ma timor mi grava
che nelle piaghe di Patròclo intanto
vile insetto non entri, che di vermi
generator la salma (ahi! senza vita!)
ne guasti sì che tutta imputridisca.
Pensier di questo non ti prenda, o figlio,
gli rispose la Dea: l’infesto sciame
divoratore de’ guerrieri uccisi
io ne terrò lontano. Ov’anco ei giaccia
intero un anno, farò sì che il corpo
incorrotto ne resti, e ancor più bello.
Or tu raccogli in assemblea gli Achivi,
e, placato all’Atride, àrmati ratto
per la battaglia, e di valor ti cingi.
Disse, e spirto audacissimo gl’infuse.
Indi ambrosia all’estinto, e rubicondo
nèttare, a farlo d’ogni tabe illeso,
nelle nari stillò. Lunghesso il lido
l’orrenda voce intanto alza il Pelìde;
né soli i prenci achei, ma tutte accorrono
le sparse schiere per le navi, e quanti
di navi han cura, remator, piloti
e vivandieri e dispensier, van tutti
a parlamento, di veder bramosi
dopo un lungo cessar l’apparso Achille.
Barcollanti v’andaro anche i due prodi
Dïomede ed Ulisse, per le gravi
piaghe all’asta appoggiati, e ne’ primieri
seggi adagiârsi. Ultimo giunse il sommo
Atride, in forte mischia ei pur dal telo
di Coon Antenòride ferito.
Tutti adunati, Achille surse e disse:
Atride, a te del par che a me sarìa
meglio tornato che tra noi non fusse
mai surta la fatal lite che il core
sì ne róse a cagion d’una fanciulla.
Dovea Dïana saettarla il giorno
ch’io saccheggiai Lirnesso, e mia la feci,
ché tanti non avrìan trafitti Achivi,
mentre l’ira io covai, morso il terreno.
Ettore e i Teucri ne gioîr, ma lunga
rimarrà tra gli Achei, credo, ed amara
de’ nostri piati la memoria. Or copra
obblìo le andate cose, e il cor nel petto
necessità ne domi. Io qui depongo
l’ira, né giusto è ch’io la serbi eterna.
Tu ridesta le schiere alla battaglia.
Vedrò se i Teucri al mio venir vorranno
presso le navi pernottar. Di gambe,
spero, fia lesto volentier chïunque
potrà sottrarsi in campo alla mia lancia.
Disse: e gli Achivi giubilâr vedendo
alfin placato il generoso Achille.
Surse allora l’Atride, e dal suo seggio,
senza avanzarsi, favellò: M’udite,
eroi di Grecia, bellicosi amici,
né turbate il mio dir, ché lo frastuono
anche il più sperto dicitor confonde.
E chi far mente, chi parlar potrebbe
in cotanto tumulto, ove la voce
la più sonora verrìa meno? Io volgo
le parole ad Achille, e voi porgete
attento orecchio. Con rimprocci ed onte
spesso gli Achivi m’accusâr d’un fallo
cui Giove e il Fato e la notturna Erinni
commisero, non io. Essi in consiglio
quel dì la mente m’offuscâr, che il premio
ad Achille rapii. Che farmi? Un Dio
così dispose, la funesta a tutti
Ate, tremenda del Saturnio figlia.
Lieve ed alta dal suolo ella sul capo
de’ mortali cammina, e lo perturba,
e a ben altri pur nocque. Anche allo stesso
degli uomini e de’ numi arbitro Giove
fu nocente costei quando ingannollo
l’augusta Giuno il dì che in Tebe Alcmena
l’erculea forza partorir dovea.
Detto ai Celesti avea Giove per vanto:
Divi e Dive, ascoltate; io vo’ del petto
rivelarvi un segreto: oggi Ilitìa
curatrice de’ parti in luce un uomo
del mio sangue trarrà, che su le tutte
vicine genti stenderà lo scettro.
Mentirai, né atterrai la tua parola,
Giuno riprese meditando un frodo.
Giura, o Giove, il gran giuro, che nel vero
fia de’ vicini regnator l’uom ch’oggi
di tua stirpe cadrà fra le ginocchia
d’una madre mortal. Giurollo il nume
senza sospetto, e ne fu poi pentito.
Ché Giuno dal ciel ratta in Argo scesa
del Perseìde Stènelo all’illustre
moglie sen venne. Avea grav’ella il seno
d’un caro figlio settimestre. A questo,
benché immaturo, accelerò la luce
Giuno, e d’Alcmena prolungando il parto,
ne represse le doglie. Indi a narrarne
corse al Saturnio la novella, e disse:
Giove, t’annunzio che mo’ nacque un prode
che in Argo impererà, lo Stenelìde,
tua progenie, Euristèo d’Argo re degno.
D’alto dolor ferito infurïossi
Giove, e tosto ai capelli Ate afferrando
per lo Stige giurò che questa a tutti
furia dannosa non avrìa più mai
riveduto l’Olimpo. E sì dicendo,
la rotò colla destra, e fra’ mortali
dagli astri la scagliò. Per la costei
colpa veggendo di travagli oppresso
il diletto figliuol sotto Euristèo
adiravasi Giove. E a me pur anco,
quando alle navi Ettòr struggea gli Achivi,
lacerava il pensier la rimembranza
di questa Diva che mi tolse il senno.
Ma poiché Giove il volle, io vo’ del pari
farne l’emenda con immensi doni.
Sorgi Achille alla pugna, e gli altri accendi.
Tutto, che ieri nella tenda Ulisse
ti promise, io darotti: e se t’aggrada,
l’ardor sospendi che a pugnar ti sprona,
e dal mio legno farò tosto i doni
recar, che visti placheranti il core.
Duce de’ prodi glorïoso Atride,
rispose Achille, il dar que’ doni a norma
di tua giustizia o ritenerli, è tutto
nel tuo poter. Ma tempo non è questo
da parole: sia d’armi ogni pensiero,
né più s’indugi, ché il da farsi è assai.
Uop’è che Achille in campo rieda e sperda
le troiane falangi, e ch’altri il vegga,
e l’esempio n’imiti. – Illustre Achille,
soggiunse allor l’accorto Ulisse, è grande
il tuo valor; ma non menar digiuni
contro i Teucri gli Achei. Venuti al cozzo
una volta gli eserciti, e infiammati
quinci e quindi da un Dio, non fia sì breve
l’aspro certame. Nelle navi adunque
comanda che di cibo e di bevanda,
fonte di forza, si ristaurin tutti,
ché digiuno soldato un giorno intero
fino al tramonto non sostiene la pugna.
Sete, fame, fatica a poco a poco
dòman anco i più forti, e dispossato
casca il ginocchio. Ma guerrier, cui fresche
tornò le forze il cibo, il giorno tutto
intrepido combatte, e sua stanchezza
sol col finirsi del conflitto ei sente.
Dunque il campo congeda, e fa che pronte
mense imbandisca. Agamennón frattanto
qua rechi i doni, onde ogni Acheo li vegga,
e il tuo cor ne gioisca. Indi nel mezzo
del parlamento il re si levi, e giuri
che mai non giacque colla tua fanciulla;
e questo giuro il cor ti plachi. Ei poscia,
perché nulla si fraudi al tuo diritto,
di lauto desco nella propria tenda
ti presenti e t’onori. E tu più giusto
móstrati, Atride, in avvenir, ché bello
regal atto è il placar, qual sia, l’offeso.
A questo il sire Agamennón: M’è grato,
Ulisse, il saggio e acconciamente espresso
tuo ragionar. Io giurerò dall’imo
cuor, né dinanzi al Dio sarò spergiuro.
Ma tempri Achille del pugnar la foga
sino che giunga il donativo; e il sangue
della vittima fermi il giuramento,
qui presenti voi tutti. Or tu medesmo
vanne, Ulisse, e trascelto, io tel comando,
de’ primi achivi giovinetti il fiore,
reca i doni promessi e le donzelle;
e Taltìbio mi cerchi e m’apparecchi
un cinghial da svenarsi a Giove e al Sole.
Inclito Atride, gli rispose Achille,
serbar si denno queste cose al tempo
che dall’armi avrem posa, e che non tanto
sdegno m’infiammi. Giacciono squarciati
nella polve gli eroi che spense Ettorre
favorito da Giove, e voi ne fate
ressa di cibo? Io, qual si trova, all’armi
senza ritardo il campo esorterei,
e vendicato l’onor nostro, allegre
cene abbondanti appresterei la sera.
Non verrà cibo al labbro mio né beva,
s’ulto pria non vedrò l’estinto amico.
D’acuto acciar trafitto egli mi giace
nella tenda co’ piè volti all’uscita,
e gli fan cerchio i suoi compagni in pianto.
Non altro è dunque il mio pensier che strage
e sangue, e il cupo di chi muor sospiro.
E Ulisse a lui: Fortissimo Pelìde,
tu nell’asta me vinci, io te nel senno,
perché pria nacqui, e più imparai. Fa dunque
di quetarti al mio detto. Umano core
presto si sazia di conflitti in cui
molto miete l’acciar, poco raccoglie
il mietitor, se Giove, arbitro sommo
di nostre guerre, le bilance inclina.
Pianger col ventre non si dee gli estinti;
e qual respiro il pianto avrìa se mille
fa caderne la Parca ogni momento?
Intero un sole al lagrimar si doni,
poi con coraggio, chi morì s’intombi:
e noi che vivi della mischia uscimmo
confortiamci di cibo, onde più fieri
d’invitto ferro ricoperti il petto
alla pugna tornar, senza che sia
mestier novello incitamento. E guai
a chi terrassi su le navi inerte,
mentre gli altri animosi ad acre assalto
contra i Teucri dal vallo irromperanno!
Disse, e compagni i due figliuoi si prese
di Nestore, e Toante e Merïone
e il Filìde Megète e Melanippo
e Licomede di Creonte. Andaro
d’Atride al padiglion, presti il comando
n’adempiro, e arrecâr le già promesse
cose; sette treppiè, venti lebèti,
dodici corridori; indi prestanti
d’ingegno e di beltà sette captive.
La figlia di Brisèo, guancia rosata,
ottava ne venìa. Li precedea
con dieci di buon peso aurei talenti
Ulisse, e lo seguìan con gli altri doni
gli altri giovani achei. Deposto il tutto
nell’assemblea, levossi Agamennóne;
e Taltìbio di voce a un Dio simìle
irto cinghial gli appresentò. Fuor trasse
il sospeso del brando alla vagina
trafier l’Atride, e della belva i primi
peli recisi, alzò le palme, e a Giove
pregò. Sedeansi tutti in riverente
giusto silenzio per udirlo; ed egli
guardando al cielo e supplicando disse:
Il sommo ottimo Iddio, la Terra, il Sole,
e l’Erinni laggiù gastigatrici
degli spergiuri, testimon mi sieno
che per desìo lascivo unqua io non posi
sopra la figlia di Brisèo le mani,
e che la tenni nelle tende intatta.
Mi mandino, s’io mento, ogni castigo
serbato al falso giurator gli Dei.
Disse, e l’ostia scannò; poscia ne’ vasti
gorghi marini la scagliò l’araldo,
pasto de’ pesci. Allor rizzossi Achille
e sclamò: Giove padre, oh di che danni
tu ne gravi! Non mai m’avrìa l’Atride
mosso all’ira, né mai per farmi oltraggio
rapita a mio mal grado egli la schiava:
ma tu il volesti, Iddio, tu che di tanti
Achei la morte decretavi. Or voi
itene al cibo, e all’armi indi si voli.
Disse, e sciolto il consesso, alla sua nave
si disperse ciascun. Ma co’ presenti
i Mirmidóni s’avvïâr d’Achille
verso le tende, e li posâr, schierando
su bei seggi le donne; e nell’armento
fur dai sergenti i corridor sospinti.
Di beltà simigliante all’aurea Venere
come vide Brisëide del morto
Pàtroclo le ferite, abbandonossi
sull’estinto, e ululava e colle mani
laceravasi il petto e il delicato
collo e il bel viso, e sì dicea plorando:
Oh mio Patròclo! oh caro e dolce amico
d’una meschina! Io ti lasciai qui vivo
partendo; e ahi quale al mio tornar ti trovo!
Ahi come viemmi un mal su l’altro! Vidi
l’uomo a cui diermi i genitor, trafitto
dinanzi alla città, vidi d’acerba
morte rapiti tre fratei diletti;
e quando Achille il mio consorte uccise
e di Minete la città distrusse,
tu mi vietavi il piangere, e d’Achille
farmi sposa dicevi, e a Ftia condurmi
tu stesso, e m’apprestar fra’ Mirmidóni
il nuzïal banchetto. Avrai tu dunque,
o sempre mite eroe, sempre il mio pianto.
Così piange: piangean l’altre donzelle
Pàtroclo in vista, e il proprio danno in core.
Stretti intanto ad Achille i senïori
lo confortano al cibo, ed egli il niega
gemebondo: Se restami un amico
che mi compiaccia, non m’esorti, il prego,
a toccar cibo in tanto duol: vo’ starmi
fino a sera, e potrollo, in questo stato.
Tutti, ciò detto, accomiatò, ma seco
restâr gli Atridi e Nestore ed Ulisse
e il re cretese e il buon Fenice, intenti
a stornarne il dolor: ma il cor sta chiuso
ad ogni dolce finché l’apra il grido
della battaglia sanguinosa. Or tutto
col pensier nell’amico alto sospira
e prorompe così: Caro infelice!
Tu pur ne’ giorni di feral conflitto
degli Achivi co’ Troi m’apparecchiavi
con presta cura nelle tende il cibo.
Or tu giaci, e digiuno io qui mi struggo
del desìo di te sol; né più cordoglio
mi graverìa se morto il padre udissi
(misero! ei forse or per me piange in Ftia,
per me fatto campione in stranio lido
dell’abborrita Argiva), o morto il mio
di divina beltà figlio diletto,
che a me si edùca, se pur vive, in Sciro.
Ahi! mi sperava di morir qui solo;
sperava che tu salvo a Ftia tornando
su presta nave, un dì da Sciro avresti
teco addutto il mio Pirro, e mostri a lui
i miei campi, i miei servi e l’alta reggia;
perocché temo che Pelèo pur troppo
o più non viva, o di dolor sol viva,
aspettando ogni dì veglio cadente
l’amaro annunzio della morte mia.
Così geme: gemean gli astanti eroi
ricordando ciascun gli abbandonati
suoi cari pegni. Di quel pianto Giove
impietosito, a Pallade si volse
immantinente, e sì le disse: O figlia,
perché lasci l’uom prode in abbandono?
Pensier d’Achille non hai più? Nol vedi
là seduto alle navi e lagrimoso
pel caro amico? Andâr già tutti al desco;
ei sol ricusa ogni ristor. Va dunque,
e dolce ambrosia e nèttare nel petto,
onde non caggia di languor, gl’instilla.
Sprone aggiunse quel cenno alla già pronta
Minerva che d’un salto, con la foga
delle vaste ali di stridente nibbio,
calò dal cielo, e nèttare ed ambrosia
stillò d’Achille in petto, onde le forze
il suo fiero digiun non gli togliesse;
indi agli eterni del potente padre
soggiorni rivolò. Gli Achivi intanto
tutti in procinto dalle navi a torme
versavansi nel campo; e a quella guisa
che fioccano dal ciel, spinte dal soffio
serenatore d’aquilon, le nevi,
così dai legni uscir densi allor vedi
i lucid’elmi, i vasti scudi, e i forti
concavi usberghi e le frassinee lance.
Folgora ai lampi dell’acciaro il cielo
e ne brilla il terren, che al calpestìo
delle squadre rimbomba. In mezzo a queste
armasi Achille. Gli strideano i denti,
gli occhi eran fiamme, di dolore e d’ira
rompeasi il petto; e tale egli dell’armi
vulcanie si vestìa. Strinse alle gambe
i bei stinieri con argentee fibbie,
pose al petto l’usbergo, e di lucenti
chiovi fregiato agli omeri sospese
il forte brando; s’imbracciò lo scudo,
che immenso e saldo di lontan splendea
come luna, o qual foco ai naviganti
sovr’alta apparso solitaria cima,
quando lontani da’ lor cari il vento
li travaglia nel mar: tale dal bello
e vario scudo dell’eroe saliva
all’etra lo splendor. Stella parea
su la fronte il grand’elmo irto d’equine
chiome, e fusa sul cono tremolava
l’aurea cresta. In quest’armi il divo Achille
tenta se stesso, e vi si vibra, e prova
se gli son atte; e gli erano qual piuma
ch’alto il solleva. Alfin dal suo riservo
cavò l’immensa e salda asta paterna,
cui nullo Achivo palleggiar potea
tranne il Pelìde, frassino d’eroi
sterminatore, da Chiron reciso
su le pelìache vette, e dato al padre.
Alcìmo intanto e Automedonte aggiogano
di belle barde adorni e di bei freni
i cavalli: e allungate ai saldi anelli
le guide, e tolta nella man la sferza,
salta sul cocchio Automedón. Vi monta
dopo, raggiante come Sole, Achille
tutto presto alla pugna, e con tremenda
voce ai paterni corridor sì grida:
Xanto e Bàlio a Podarge incliti figli,
sia vostra cura in salvo ricondurre
sazio di stragi il signor vostro; e morto
nol lasciate colà come Patròclo.
Chinò la testa l’immortal corsiero
Xanto: diffusa per lo giogo andava
fino a terra la chioma, ed ei da Giuno
fatto parlante udir fe’ questi accenti:
Achille, in salvo questa volta ancora
ti trarremo noi, sì; ma ti sovrasta
l’ultim’ora, né fia nostra la colpa,
ma di Giove e del Fato. Se dell’armi
spogliâr Patroclo i Troi, non accusarne
nostra pigrizia e tardità, ma il forte
di Latona figliuolo. Ei nella prima
fronte l’uccise, e dienne a Ettòr la palma.
Noi Zefiro sfidiamo, il più veloce
de’ venti, al corso; ma nel Fato è scritto
che un Dio te domi ed un mortal… Troncaro
l’Erinni i detti. E a lui l’irato Achille:
Xanto, a che morte mi predir? Non tocca
questo a te. Qui cader deggio lontano,
lo so, dai cari genitor; ma pria
trarrò tutta di guerre a’ Troi la voglia.
Disse, e gridando i corridor sospinse.

Homerus – Omero – Iliade – Traduzione di Vincenzo Monti – Libro XVIII

Tutta così qual fiamma arde la pugna.
Veloce messaggier correa frattanto
Antìloco ad Achille. Anzi all’eccelse
sue navi il trova, che nel cor già volge
l’accaduto disastro, e nel segreto
della grand’alma sospirando, dice:
Perché di nuovo, ohimè! verso le navi
fuggon gli Achivi con tumulto, e vanno
spaventati pel campo? Ah! non mi cómpia
l’ira de’ numi la crudel sventura
che un dì la madre profetò, narrando
che, me vivente ancor, de’ Mirmidóni
il più prode guerrier dai Teucri ucciso
del Sol la luce abbandonato avrìa.
Ah! certo di Menèzio il forte figlio
morì. Infelice! E pur gl’imposi io stesso
che risospinta la nemica fiamma
ritornasse alle navi, e con Ettorre
cimentarsi in battaglia oso non fosse.
In questo rio pensier l’aggiunse il figlio
di Nestore piangendo, e, Ohimè! gli disse,
magnanimo Pelìde; una novella
tristissima ti reco, e che nol fosse
oh piacesse agli Dei! Giace Patròclo;
sul cadavere nudo si combatte;
nudo; ché l’armi n’ha rapito Ettorre.
Una negra a que’ detti il ricoperse
nube di duol; con ambedue le pugna
la cenere afferrò, giù per la testa
la sparse, e tutto ne bruttò il bel volto
e la veste odorosa. Ei col gran corpo
in grande spazio nella polve steso
giacea turbando colle man le chiome
e stracciandole a ciocche. Al suo lamento
accorsero d’Achille e di Patròclo
l’addolorate ancelle, e con alti urli
si fêr dintorno al bellicoso eroe
percotendosi il seno, e ciascheduna
sentìa mancarsi le ginocchia e il core.
Dall’altra parte Antìloco pietoso
lagrimando dirotto, e di cordoglio
spezzato il petto rattenea d’Achille
le terribili mani, onde col ferro
non si squarciasse per furor la gola.
Udì del figlio l’ululato orrendo
la veneranda Teti che del mare
sedea ne’ gorghi al vecchio padre accanto.
Mise un gemito, e tutte a lei dintorno
si raccolser le Dee, quante ne serra
il mar profondo, di Nerèo figliuole
Glauce, Talìa, Cimòdoce, Nesea
e Spio vezzosa e Toe ed Alie bella
per bovine pupille, e la gentile
Cimòtoe ed Attea: quindi Melìte
e Limnòria e Anfitòe, Jera ed Agave,
Doto, Proto, Ferusa e Dinamena
e Desamena ed Amfinòma e seco
Callïanìra e Dori e Panopea,
e sovra tutte Galatea famosa;
v’era Apseude e Nemerte e con Janira
Callïanassa ed Ïanassa; alfine
l’alma Climene, e Mera ed Oritìa
ed Amatea dall’auree trecce, ed altre
Nerëidi dell’onda abitatrici.
Tutto di lor fu pieno in un momento
il cristallino speco, e tutte insieme
batteansi il petto, allorché Teti in mezzo
tal diè principio al lamentar: Sorelle,
m’udite, e quanto è il mio dolor vedete.
Ohimè misera! ohimè madre infelice
di fortissima prole! Io generai
un valoroso incomparabil figlio,
il più prestante degli eroi: lo crebbi,
lo coltivai siccome pianta eletta
in fertile terren: poscia ne’ campi
d’Ilio lo spinsi su le navi io stessa
a pugnar co’ Troiani. Ahi che m’è tolto
l’abbracciarlo tornato alla paterna
reggia! e finch’egli all’amor mio pur vive,
fin che gli è dato di fruir la luce,
di tristezza si pasce; ed io, comunque
a lui mi rechi, sovvenir nol posso.
Nondimeno v’andrò, del caro figlio
vedrò l’aspetto, e intenderò qual duolo
dalla guerra lontano il cor gl’ingombra.
Uscì, ciò detto, dallo speco, e quelle
piangendo la seguîr: l’ onda ai lor passi
riverente s’aprìa. Come di Troia
attinsero le rive, in lunga fila
emersero sul lido ove frequenti
le mirmidònie antenne in ordinanza
facean selva e corona al grande Achille.
A lui che in gravi si struggea sospiri
la diva madre s’appressò, proruppe
in acuti ululati, ed abbracciando
l’amato capo, e lagrimando, disse:
Figlio, che piangi? Che dolore è questo?
Nol mi celar, deh parla. A compimento
mandò pur Giove il tuo pregar: gli Achivi
son pur, siccome supplicasti, astretti
ripararsi alle navi, e del tuo braccio
aver mestiero, di sciagure oppressi.
Con un forte sospir rispose Achille:
O madre mia, ben Giove a me compiacque
ogni preghiera: ma di ciò qual dolce
me ne procede, se il diletto amico,
se Pàtroclo è già spento? Io lo pregiava
sovra tutti i compagni; io di me stesso
al par l’amava, ahi lasso! e l’ho perduto.
L’uccise Ettorre, e lo spogliò dell’armi,
di quelle grandi e belle armi, a vedersi
maravigliose, che gli eterni Dei,
dono illustre, a Pelèo diero quel giorno
che te nel letto d’un mortal locaro.
Oh fossi tu dell’Oceàn rimasta
fra le divine abitatrici, e stretto
Pelèo si fosse a una mortal consorte!
Ché d’infinita angoscia il cor trafitto
or non avresti pel morir d’un figlio
che alle tue braccia nel paterno tetto
non tornerà più mai, poiché il dolore
né la vita né d’uom più mi consente
la presenza soffrir, se prima Ettorre
dalla mia lancia non cade trafitto,
e di Patròclo non mi paga il fio.
Figlio, nol dir (riprese lagrimando
la Dea), non dirlo, ché tua morte affretti:
dopo quello d’Ettòr pronto è il tuo fato.
Lo sia (con forte gemito interruppe
l’addolorato eroe), si muoia, e tosto,
se giovar mi fu tolto il morto amico.
Ahi che lontano dalla patria terra
il misero perì, desideroso
del mio soccorso nella sua sciagura.
Or poiché il fato riveder mi vieta
di Ftia le care arene, ed io crudele
né Pàtroclo aitai né gli altri amici
de’ quai molti domò l’ettòrea lancia,
ma qui presso le navi inutil peso
della terra mi seggo, io fra gli Achei
nel travaglio dell’armi il più possente,
benché me di parole altri pur vinca,
pera nel cor de’ numi e de’ mortali
la discordia fatal, pera lo sdegno
ch’anco il più saggio a inferocir costrigne,
che dolce più che miel le valorose
anime investe come fumo e cresce.
Tal si fu l’ira che da te mi venne,
Agamennón. Ma su l’andate cose,
benché ne frema il cor, l’obblìo si sparga,
e l’alme in sen necessità ne domi.
Del caro capo l’uccisore Ettorre
or si corra a trovar; poi quando a Giove
e agli altri Eterni piacerà mia morte,
venga pur, ch’io l’accetto. Il forte Alcide,
dilettissimo a Giove e suo gran figlio,
Alcide stesso vi soggiacque, domo
dalla Parca e dall’aspra ira di Giuno.
Così pur io, se fato ugual m’aspetta,
estinto giacerò. Questo frattanto
tempo è di gloria. Sforzerò qualcuna
delle spose di Dardano e di Troe
ad asciugar con ambedue le mani
giù per le guance delicate il pianto,
e a trar dal largo petto alti sospiri.
Sappiano alfin che il braccio mio dall’armi
abbastanza cessò; né dalla pugna
tu, madre, mi svïar, ché indarno il tenti.
E a lui la Diva dall’argenteo piede:
Giusta, o figlio, è l’impresa e d’onor degna,
campar da scempio i travagliati amici.
Ma le tue scintillanti armi divine
son fra’ Troiani, ed Ettore, quel fiero
dell’elmo crollator, sen fregia il dosso,
e dell’incarco esulta. Ma fia breve,
lo spero, il suo gioir, ché negra al fianco
già l’incalza la Parca. Or tu di Marte
per anco non entrar nel rio tumulto,
se tu qua pria venir non mi riveggia.
Verrò dimani al raggio mattutino,
e recherotti io stessa una forbita
bella armatura di Vulcan lavoro.
Così detto, dal figlio alle sorelle
ripiegò la persona, e, Voi, soggiunse,
rïentrate del mar nell’ampio grembo,
e del marino genitor canuto
rendetevi alle case, e tutto dite
che vedeste ed udiste. Al grande Olimpo
io salgo a ritrovar l’inclito fabbro
Vulcano, e il pregherò che luminose
armi stupende al figlio mio conceda.
Disse; e quelle del mar tosto nell’onde
discesero, e la Dea dal piè d’argento
avvïossi all’Olimpo a procacciarne
al diletto figliuolo armi divine.
Mentr’ella al ciel salìa, con urlo immenso
dal sanguinoso Ettòr cacciati in fuga
giunser gli Achivi delle navi al vallo
e al mugghiante Ellesponto. E non ancora
del compagno achillèo la morta spoglia
al nembo degli strali avean sottratta
gli argolici guerrieri. Un’altra volta
fiero assalto le dava una gran serra
di cavalli e di fanti, e innanzi a tutti
di Prìamo il figlio, l’indefesso Ettorre
che una fiamma parea. Tre volte il prode
per gli piedi il cadavere afferrando
provò di trarlo, e con orrenda voce
i Troiani chiamò: tre volte i due
impetuosi e vigorosi Aiaci
respinserlo dal morto. E nondimeno
saldo e securo in sua fortezza or dentro
nella turba ei s’avventa, ed or s’arresta,
e con gran voce tuttavia pur grida,
né d’un passo s’arretra. E qual di notte
vigilanti pastori alla campagna
da preso tauro allontanar non ponno
affamato lïon; così de’ forti
Aiaci la virtù da quell’esangue
dispiccar non potea l’ardito Ettorre.
E l’avrìa tratto alfine e conseguita
immensa gloria, s’Iride veloce,
a Giove occulta e a ogni altro iddio, dall’alto
Olimpo non correa col vento al piede
messaggiera ad Achille; e la spedìa,
per eccitarlo alla battaglia, il cenno
dell’augusta Giunon. Gli parve al fianco
improvvisa la Diva, e questi accenti
fe’ dal labbro volar: Sorgi, Pelìde
terribile guerriero, e di Patròclo
il cadavere salva. Intorno a lui
ferve avanti alle navi orrida pugna
con mutue stragi. In sua difesa i Greci
fan che puossi: per trarlo in Ilio i Teucri
s’avventano di punta. Il fiero Ettorre
innanzi a tutti di rapirlo agogna,
bramoso di mozzar dal dilicato
collo il bel capo, e d’un infame tronco
conficcarlo alla cima. Alzati, e pigro
più non giacer. Ti tocchi il cor vergogna
che de’ cani di Troia il tuo diletto
debba le sanne trastullar. Se offesa
ne riceve la salma, è tuo lo smacco.
Rispose Achille: E quale a me de’ numi
ti manda ambasciatrice, Iri divina?
Mi manda, replicò la Dea veloce,
Giunon, di Giove glorïosa moglie,
né Giove il sa, né verun altro iddio
de’ sereni d’Olimpo abitatore.
Come al campo n’andrò, soggiunse Achille,
se in mano di color venner le mie
armi: e che d’armi or io mi cinga il vieta
la cara madre, se lei pria non veggio
da Vulcano tornar, come promise,
di leggiadra armatura apportatrice?
Di qual altra famosa or mi vestire
al bisogno non so, tranne lo scudo
dell’egregio figliuol di Telamone.
Ma pur egli, mi spero, in questo punto
sta combattendo pel mio spento amico.
E a lui di nuovo la taumànzia figlia:
Noto è ben anco a noi che le tue belle
armi or sono d’altrui. Ma su la fossa
anco inerme ti mostra all’inimico.
Lascerà spaventato la battaglia
solo al vederti, e respirar potranno
i travagliati Achei. Salute è spesso
nel calor della pugna un sol respiro.
Così disse, e disparve. In piedi allora
rizzossi Achille amor di Giove, e tutto
coll’egida Minerva il ricoperse.
D’un’aurea nube gli fasciò la fronte,
ed una fiamma dalla nube uscìa,
che dintorno accendea l’aria di luce.
Siccome quando al ciel s’innalza il fumo
d’isolana città, cui d’aspro assedio
cinge il nemico: con orrendo marte
combattono dal muro i cittadini
finché gli alluma il Sol; poi quando annotta,
destan fuochi frequenti alle vedette,
e al ciel ne sbalza uno splendor che manda
ai convicini del periglio il segno,
se per sorte venir con pronte antenne
volessero in aita: a questo modo
dalla testa d’Achille alta alle stelle
quella fiamma salìa. Varcato il muro,
sul primo margo s’arrestò del fosso,
né mischiossi agli Achei, ché della madre
al precetto obbedìa. Lì stando, un grido
mise, e d’un altro da lontan gli fece
eco Minerva, ed un terror ne’ Teucri
immenso suscitò. Come sonoro
d’una tuba talor s’ode lo squillo,
quando d’assedio una città serrando
armi grida terribile il nemico,
così chiara d’Achille era la voce.
N’udiro i Teucri il ferreo suono, e a tutti
tremaro i petti; si rizzâr sul collo
ai destrieri le chiome, e d’alto affanno
presaghi addietro rivolgean le bighe.
Gli aurighi sbigottîr, vista la fiamma
che da Minerva di repente accesa
orrenda e lunga su la fronte ardea
del magnanimo eroe. Tre volte Achille
dalla fossa gridò: tre volte i Teucri
e i collegati sgominârsi, e dodici
de’ più prestanti fra i riversi cocchi
trafitti vi perîr dal proprio ferro.
Pronti intanto gli Achei di sotto ai densi
strali sottratto di Menèzio il figlio,
il locâr nella bara, e gli fêr cerchio
lagrimando i compagni. Anch’ei veloce
v’accorse Achille, e si disciolse in pianto
nel feretro mirando il fido amico
d’acuta lancia trapassato il petto.
Egli stesso con carri, armi e destrieri
l’avea spedito alla battaglia, e freddo
lo rïebbe al ritorno e sanguinoso.
Costrinse allor la veneranda Giuno
suo malgrado a calar nelle correnti
dell’Oceàno l’instancabil Sole.
Ei si sommerse, e dal crudel conflitto
ebber tregua gli Achei. Dier posa all’armi
di rincontro i Troiani; i corridori
sciolser dai cocchi, e pria che a cibo alcuno
volger la mente, convocâr consiglio.
Ritti in piedi aprîr essi il parlamento;
né verun di sedersi ebbe fidanza,
perché d’Achille la comparsa orrenda
facea loro tremar le vene e i polsi,
ché da lunga stagion ne’ lagrimosi
campi di Marte non l’avean veduto.
Prese tra lor Polidamante il primo
a ragionar. Di Panto era costui
prudente figlio, e de’ Troiani il solo
che le passate e le future cose
al guardo avea presenti. Egli d’Ettorre
era compagno, e una medesma notte
li produsse ambedue, l’un di parole,
l’altro d’asta valente. Ei dunque in mezzo
con saggio avviso così tolse a dire:
Librate, amici, la bisogna; ir dentro
alla cittade, e tosto, è mio consiglio,
senz’aspettar davanti a queste navi
l’alma luce del dì. Troppo siam lungi
qui dalle mura. Finché l’ira in petto
arse a questo guerrier contra l’Atride,
più lieve er’anco il debellar gli Achivi,
ed io pure vegliar godea le notti
presso le navi, nella dolce speme
d’occuparle. Or tremar fammi il Pelìde.
L’ardor che il mena non vorrà ristretto
contenersi nel campo ove l’acheo
col troiano valore in generose
prove la gloria marzïal divise:
ma per Ilio a pugnar e per le mogli
ne sforzerà. Nella cittade adunque
ripariamo, e si segua il mio sentire,
ché le cose avverran com’io v’assenno.
L’alma notte or sopito in dolce calma
tien d’Achille il furor: ma se dimani
all’assalto prorompe, e qui ne trova,
certo talun conoscerallo, e quanti
dar potranno le spalle, e dentro il sacro
Ilio camparsi, si terran beati;
ma pria ben molti rimarran pastura
di voraci avoltoi. Deh ch’io non oda
sì rio caso giammai! Se al mio ricordo,
benché non grato, obbedirem, la notte
spenderem ne’ rinforzi e ne’ consigli.
E le torri e le porte e i contrafforti
de’ ben commessi tavolati intanto
faran sicura la città. Poi tutti
d’arme orrendi domani al nuovo Sole
starem su i merli. E s’ei lasciato il lido
verrà nosco a pugnar sotto le mura,
duro affar troveravvi, e poiché stanca
in vane giravolte avrà la foga
de’ suoi superbi corridor, gli fia
forza alle navi ritornar confuso;
né di scagliarsi dentro alla cittade
daragli il cuore, e pria che porla al fondo,
ei farà sazii del suo corpo i cani.
Qui tacque; e bieco gli rispose Ettorre:
Tu non mi fai gradevole proposta,
Polidamante, no, quando n’esorti
a serrarci di nuovo entro le mura.
E non vi noia ancor di quelle torri
la prigionia? Fu tempo in cui le genti
di vario favellar tutte a una voce
dicean ricca di molto auro e di bronzo
la città prïameia. Or dalle case
dileguârsi i tesori. Alle contrade
dell’amena Meonia e della Frigia
molta ricchezza ne passò venduta
da che l’ira di Giove i Teucri oppresse.
Ed or che Giove innanzi a questi legni
d’alta vittoria mi fe’ lieto, e diemmi
che al mar chiudessi le falangi achee,
non far palese, o stolto, ai cittadini
questo consiglio, ché nessuno avrai
fra i Troiani sì vil che lo secondi,
né patirollo io mai. Teucri, obbediamo
tutti al mio detto. Ristorate i corpi
al suo posto ciascuno, e vi sovvegna
delle scolte per tutto e delle ronde.
Qualunque de’ Troiani in pensier stassi
di sue ricchezze, le raguni, e poscia
largo ai soldati le spartisca. E meglio
che alcun nostro ne goda, e non l’Acheo.
Sull’aurora dimani in tutto punto
assalirem le navi: e se il divino
Achille all’armi si svegliò davvero,
gli fia la pugna, se la vuol, funesta.
Non fuggirollo io, no, nell’affannoso
ballo di Marte, ma starogli a fronte
con intrepido petto. Uno de’ due
d’un’illustre vittoria andrà superbo;
il cimento è comune, ed avvien spesso
che morte incontra chi di darla ha speme.
Disse, e i Teucri levâr d’applauso un grido.
Stolti! ché Palla avea lor tolto il senno.
Tutti assentîr d’Ettorre al pazzo avviso,
nessuno al saggio del figliuol di Panto.
Mentre col cibo a rivocar le forze
intendono i Troiani, in alti lai
l’intera notte dispendean gli Achivi
sovra il morto Patròclo, e prorompea
fra loro in pianti sospirosi Achille,
la man tremenda sul gelato petto
dell’amico ponendo, e cupi e spessi
i gemiti mettea, come talvolta
ben chiomato lïone a cui rapìo
il cacciator nel bosco i lïoncini.
Crucciato il fiero del suo tardo arrivo,
tutta scorre la valle, e l’orme esplora
del predator, se mai di ritrovarlo
in qualche lato gli rïesca; e orrenda
gli divampa nel cor la rabbia e l’ira:
tal si cruccia il Pelìde, e con profondi
sospiri in mezzo ai Mirmidóni esclama:
Oh mie vane parole il dì ch’io diedi
a Menèzio il conforto, e la promessa
che in Opunta gli avrei carco di gloria
e di gran preda ricondotto il figlio
dall’atterrata Troia! Ahi che non tutti
Giove i disegni de’ mortali adempie!
Sotto Troia il destino ambo ne danna
a far vermiglia una medesma terra,
ché me neppure abbraccerà tornato
il buon vecchio Pelèo nel patrio tetto,
né Teti genitrice; ma sepolcro
mi darà questo lido. Or poi che deggio
dopo te, mio fedel, scender sotterra,
tu, no, sul rogo non andrai, lo giuro,
se non t’arreco in prima io qui d’Ettorre,
del tuo crudo uccisor l’armi e la testa;
e dodici d’illustri iliaci figli
troncheronne davanti alla tua pira.
Giaci intanto così, caro compagno,
qui presso alle mie navi; e le troiane
e le dardanie ancelle il largo seno
tutte discinte intorno al tuo ferètro
notte e dì faran pianto, e ploreranno.
Esse ne fur comun fatica e preda
quando noi colla forza e colle lunghe
aste domando le nemiche genti
l’opime n’atterrammo ampie cittadi.
Ciò detto, comandò l’almo Pelìde
che dai compagni al fuoco si ponesse
sul tripode un gran vaso, onde veloci
di Pàtroclo lavar la sanguinosa
tabe. E quelli sul fuoco in un baleno
atto ai lavacri collocaro un bronzo,
e v’infusero l’onda, e di stecchiti
rami di sotto alimentâr la fiamma.
Abbracciavan le vampe mormorando
del vaso il ventre, e rotto in sottil fumo
scaldavasi l’umor. Poiché nel cavo
rame la linfa al suo bollor pervenne,
diersi il corpo a lavar: l’unser di pingue
felice oliva, e le ferite empiero
di balsamo novenne. Indi al funèbre
letto renduto, dalla fronte al piede
in sottil lino avvolserlo, e superno
un bianco panno vi spiegâr. Ciò fatto,
tornaro ai pianti, e intorno al mesto Achille
tutta in lamenti consumâr la notte.
Giove in questo alla sua moglie e sorella
si volse e disse: Veneranda Giuno,
ecco pieni alla fine i tuoi desiri;
ecco all’armi tornato il grande Achille.
Di te nacque, cred’io, (cotanto l’ami)
l’argiva gente. – E Giuno a lui: Che parli,
tremendo figlio di Saturno? All’uomo
povero d’alma e di consigli è dato
il dannaggio tramar del suo simile;
ed io che incedo degli Dei reina,
perché saturnia prole e perché sposa
son dell’alto de’ numi imperadore,
contra i Troiani co’ Troiani irata
macchinar qualche offesa io non dovea?
Mentre seguìan tra lor queste contese,
Teti agli alberghi di Vulcan pervenne;
stellati eterni rilucenti alberghi,
fra i celesti i più belli, e dallo stesso
Vulcan costrutti di massiccio bronzo.
Tutto in sudor trovollo affaccendato
de’ mantici al lavoro. Avea per mano
dieci tripodi e dieci, adornamento
di palagio regal. Sopposte a tutti
d’oro avea le rotelle, onde ne gisse
da sé ciascuno all’assemblea de’ numi,
e da sé ne tornasse onde si tolse:
maraviglia a vederli! Omai compiuto
l’ammirando lavor, solo restava
ch’ei v’adattasse le polite orecchie,
e appunto all’uopo n’aguzzava i chiovi.
Mentre venìa tai cose elaborando
con egregio artificio, entro la soglia
l’alma Teti mettea l’argenteo piede.
La vide, e le si fe’ Càrite incontro
ornata il capo d’eleganti bende,
dell’inclito Vulcan moglie vezzosa:
per man la strinse, e il roseo labbro aprendo,
Qual, le disse, cagione, o bella Teti,
ti guida inaspettata a queste case?
Rado suoli onorarle, e nondimeno
sempre cara vi giungi e riverita.
Inóltrati, perch’io pronta t’appresti
le vivande ospitali. – E sì dicendo,
la bellissima Dea l’altra introdusse,
e in un bel seggio collocolla, ornato
d’argentee borchie a lavorìo gentile
col suo sgabello al piede. Indi a chiamarne
corse l’esimio fabbro, e sì gli disse:
Vieni, Vulcan, ché ti vuol Teti. – Ed egli:
Venerevole Diva e d’onor degna
nella casa mi venne. Ella malconcio
e afflitto mi salvò quando dal cielo
mi feo gittar l’invereconda madre,
che il distorto mio piè volea celato;
e mille allor m’avrei doglie sofferto
se me del mar non raccogliean nel grembo
del rifluente Ocèano la figlia
Eurìnome e la Dea Teti. Di queste
quasi due lustri in compagnia mi vissi,
e di molte vi feci opre d’ingegno,
fibbie ed armille tortuose e vezzi
e bei monili, in cavo antro nascoso
a cui spumante intorno ed infinita
d’Oceàn la corrente mormorava;
né verun di mia stanza avea contezza,
né mortale né Dio, tranne le belle
mie servatrici. Or poiché Teti è giunta
alla nostra magion, piena le voglio
render mercé del benefizio antico.
Tu dinanzi sollecita le poni
il banchetto ospital, mentr’io veloce
questi mantici assetto e gli altri arnesi.
Disse, e dal ceppo dell’incude il mostro
abbronzato levossi zoppicando.
Moveansi sotto a gran stento le fiacche
gambe sottili. Allontanò dal fuoco
i mantici ventosi: ogni fabbrile
istrumento raccolse, e dentro un’arca
li ripose d’argento. Indi con molle
spugna ben tutto stropicciossi il volto
affumicato ed ambedue le mani
e il duro collo ed il peloso petto.
Poi la tunica mise; ed il pesante
scettro impugnato, tentennando uscìo.
Seguìan l’orrido rege, e a dritta e a manca
il passo ne reggean forme e figure
di vaghe ancelle, tutte d’oro, e a vive
giovinette simìli, entro il cui seno
avea messo il gran fabbro e voce e vita
e vigor d’intelletto e delle care
arti insegnate dai Celesti il senno.
Queste al fianco del Dio spedite e snelle
camminavano; ed egli a tardo passo
avvicinato a Teti, in un lucente
trono s’assise, e la sua man ponendo
nella man della Dea, così le disse:
Qual mai sorte t’adduce a queste soglie,
o sempre cara e veneranda Teti,
in quell’ampio tuo peplo ancor più bella?
Troppo rado ne fai di tua presenza
contenti e lieti. Or parla, e il tuo desire
libera esponi. A soddisfarlo il grato
cor mi sospinge, se pur farlo io possa,
e il farlo mi s’addica. – E a lui suffusa
di lagrime i bei rai Teti rispose:
Delle Dive d’Olimpo e qual sofferse
tanti, o Vulcano, tormentosi affanni
quanti in me Giove n’adunò? Me sola
fra le Dive del mar suggetta ei fece
ad un mortale, al re Pelèo. Ritrosa
ne sostenni gli amplessi; ed egli or giace
logro dagli anni nel regal suo tetto.
Né il tenor qui restò di mie sventure.
Mi nacque un figlio. Io l’educai gelosa,
e come pianta ei crebbe, e mi divenne
il maggior degli eroi. Questo germoglio
di fertile terren, questo diletto
unico figlio su le navi io stessa
spedii di Troia alle funeste rive
a guerreggiar co’ Teucri. Avverso fato
gli dinega il ritorno; ed io non deggio
nella pelèa magion madre infelice
abbracciarlo più mai. Né questo è tutto.
Fin ch’ei mi vive, e la ria Parca il raggio
gli prolunga del Sole, ei lo consuma
nella tristezza, né giovarlo io posso.
Dagli Achivi ottenuta egli s’avea
premio di sue fatiche una fanciulla.
Agamennón gliela ritolse; ed esso
dell’onta irato, e nel dolor sepolto
si ritrasse dall’armi. I Teucri intanto
alle navi rinchiusero gli Achei,
né permettean l’uscita. Umìli allora
i duci argivi gli mandâr preghiere
e d’orrevoli doni ampie profferte.
Egli fermo negò la chiesta aita:
ma cinse di sue stesse armi l’amico
Pàtroclo, e al campo l’invïò seguìto
da molti prodi. Su le porte Scee
tutto un giorno durò l’aspro conflitto.
E il dì stesso Ilïon sarìa caduto,
s’alta strage menar visto il gagliardo
di Menèzio figliuol, non l’uccidea
tra i combattenti della fronte Apollo,
esaltandone Ettorre. Or io pel figlio
vengo supplice madre al tuo ginocchio,
onde a conforto di sua corta vita
di scudo e d’elmo provveder tu il voglia,
e di forte lorica e di schinieri
con leggiadro fermaglio. A lui perdute
ha tutte l’armi dai Troiani ucciso
il suo fedel compagno, ed egli or giace
gittato a terra, e dal dolore oppresso.
Tacque; e il mal fermo Dio così rispose:
Ti riconforta, o Teti, e questa cura
non ti gravi il pensier. Così potessi
alla morte il celar quando la Parca
sul capo gli starà, com’io di belle
armi fornito manderollo, e tali
che al vederle ogni sguardo ne stupisca.
Lasciò la Dea, ciò detto, e impazïente
ai mantici tornò, li volse al fuoco,
e comandò suo moto a ciascheduno.
Eran venti che dentro la fornace
per venti bocche ne venìan soffiando,
e al fiato, che mettean dal cavo seno,
or gagliardo or leggier, come il bisogno
chiedea dell’opra e di Vulcano il senno,
sibilando prendea spirto la fiamma.
In un commisti allor gittò nel fuoco
argento ed auro prezïoso e stagno
ed indomito rame. Indi sul toppo
locò la dura risonante incude,
di pesante martello armò la dritta,
di tanaglie la manca; e primamente
un saldo ei fece smisurato scudo
di dèdalo rilievo, e d’auro intorno
tre ben fulgidi cerchi vi condusse,
poi d’argento al di fuor mise la soga.
Cinque dell’ampio scudo eran le zone,
e gl’intervalli, con divin sapere,
d’ammiranda scultura avea ripieni.
Ivi ei fece la terra, il mare, il cielo
e il Sole infaticabile, e la tonda
Luna, e gli astri diversi onde sfavilla
incoronata la celeste volta,
e le Pleiadi, e l’Iadi, e la stella
d’Orïon tempestosa, e la grand’Orsa
che pur Plaustro si noma. Intorno al polo
ella si gira ed Orïon riguarda,
dai lavacri del mar sola divisa.
Ivi inoltre scolpite avea due belle
popolose città. Vedi nell’una
conviti e nozze. Delle tede al chiaro
per le contrade ne venìan condotte
dal talamo le spose, e Imene, Imene
con molti s’intonava inni festivi.
Menan carole i giovinetti in giro
dai flauti accompagnate e dalle cetre,
mentre le donne sulla soglia ritte
stan la pompa a guardar maravigliose.
D’altra parte nel fôro una gran turba
convenir si vedea. Quivi contesa
era insorta fra due che d’un ucciso
piativano la multa. Un la mercede
già pagata asserìa; l’altro negava.
Finir davanti a un arbitro la lite
chiedeano entrambi, e i testimon produrre.
In due parti diviso era il favore
del popolo fremente, e i banditori
sedavano il tumulto. In sacro circo
sedeansi i padri su polite pietre,
e dalla mano degli araldi preso
il suo scettro ciascun, con questo in pugno
sorgeano, e l’uno dopo l’altro in piedi
lor sentenza dicean. Doppio talento
d’auro è nel mezzo da largirsi a quello
che più diritta sua ragion dimostri.
Era l’altra città dalle fulgenti
armi ristretta di due campi in due
parer divisi, o di spianar del tutto
l’opulento castello, o che di quante
son là dentro ricchezze in due partito
sia l’ammasso. I rinchiusi alla chiamata
non obbedìan per anco, e ad un agguato
armavansi di cheto. In su le mura
le care spose, i fanciulletti e i vegli
fan custodia e corona; e quelli intanto
taciturni s’avanzano. Minerva
li precorre e Gradivo entrambi d’oro,
e la veste han pur d’oro, ed alte e belle
le divine stature, e d’ogni parte
visibili: più bassa iva la torma.
Come in loco all’insidie atto fur giunti
presso un fiume, ove tutti a dissetarse
venìan gli armenti, s’appiattâr que’ prodi
chiusi nel ferro, collocati in pria
due di loro in disparte, che de’ buoi
spïassero la giunta e delle gregge.
Ed eccole arrivar con due pastori
che, nulla insidia suspicando, al suono
delle zampogne si prendean diletto.
L’insidiator drappello alla sprovvista
gli assalìa, ne predava in un momento
de’ buoi le mandre e delle bianche agnelle,
ed uccidea crudele anco i pastori.
Scossa all’alto rumor l’assediatrice
oste a consiglio tuttavia seduta,
de’ veloci corsier subitamente
monta le groppe, i predatori insegue,
e li raggiunge. Allor si ferma, e fiera
sul fiume appicca la battaglia. Entrambe
si ferìan coll’acute aste le schiere.
Scorrea nel mezzo la Discordia, e seco
era il Tumulto e la terribil Parca
che un vivo già ferito e un altro illeso
artiglia colla dritta, e un morto afferra
ne’ piè coll’altra, e per la strage il tira.
Manto di sangue tutto sozzo e rotto
le ricopre le spalle: i combattenti
parean vivi, e traean de’ loro uccisi
i cadaveri in salvo alternamente.
Vi sculse poscia un morbido maggese
spazïoso, ubertoso e che tre volte
del vomero la piaga avea sentito.
Molti aratori lo venìan solcando,
e sotto il giogo in questa parte e in quella
stimolando i giovenchi. E come al capo
giungean del solco, un uom che giva in volta,
lor ponea nelle man spumante un nappo
di dolcissimo bacco; e quei tornando
ristorati al lavor, l’almo terreno
fendean, bramosi di finirlo tutto.
Dietro nereggia la sconvolta gleba:
vero arato sembrava, e nondimeno
tutta era d’òr. Mirabile fattura!
Altrove un campo effigïato avea
d’alta messe già biondo. Ivi le destre
d’acuta falce armati i segatori
mietean le spighe; e le recise manne
altre in terra cadean tra solco e solco,
altre con vinchi le venìan stringendo
tre legator da tergo, a cui festosi
tra le braccia recandole i fanciulli
senza posa porgean le tronche ariste.
In mezzo a tutti colla verga in pugno
sovra un solco sedea del campo il sire,
tacito e lieto della molta messe.
Sotto una quercia i suoi sergenti intanto
imbandiscon la mensa, e i lombi curano
d’un immolato bue, mentre le donne
intente a mescolar bianche farine,
van preparando ai mietitor la cena.
Seguìa quindi un vigneto oppresso e curvo
sotto il carco dell’uva. Il tralcio è d’oro,
nero il racemo, ed un filar prolisso
d’argentei pali sostenea le viti.
Lo circondava una cerulea fossa
e di stagno una siepe. Un sentier solo
al vendemmiante ne schiudea l’ingresso.
Allegri giovinetti e verginelle
portano ne’ canestri il dolce frutto,
e fra loro un garzon tocca la cetra
soavemente. La percossa corda
con sottil voce rispondeagli, e quelli
con tripudio di piedi sufolando
e canticchiando ne seguìano il suono.
Di giovenche una mandra anco vi pose
con erette cervici. Erano sculte
in oro e stagno, e dal bovile uscièno
mugolando e correndo alla pastura
lungo le rive d’un sonante fiume
che tra giunchi volgea l’onda veloce.
Quattro pastori, tutti d’oro, in fila
gìan coll’armento, e li seguìan fedeli
nove bianchi mastini. Ed ecco uscire
due tremendi lïoni, ed avventarsi
tra le prime giovenche ad un gran tauro,
che abbrancato, ferito e strascinato
lamentosi mandava alti muggiti.
Per rïaverlo i cani ed i pastori
pronti accorrean: ma le superbe fiere
del tauro avendo già squarciato il fianco,
ne mettean dentro alle bramose canne
le palpitanti viscere ed il sangue.
Gl’inseguivano indarno i mandrïani
aizzando i mastini. Essi co’ morsi
attaccar non osando i due feroci,
latravan loro addosso, e si schermivano.
Fecevi ancora il mastro ignipotente
in amena convalle una pastura
tutta di greggi biancheggiante, e sparsa
di capanne, di chiusi e pecorili.
Poi vi sculse una danza a quella eguale
che ad Arïanna dalle belle trecce
nell’ampia Creta Dedalo compose.
V’erano garzoncelli e verginette
di bellissimo corpo, che saltando
teneansi al carpo delle palme avvinti.
Queste un velo sottil, quelli un farsetto
ben tessuto vestìa, soavemente
lustro qual bacca di palladia fronda.
Portano queste al crin belle ghirlande,
quelli aurato trafiere al fianco appeso
da cintola d’argento. Ed or leggieri
danzano in tondo con maestri passi,
come rapida ruota che seduto
al mobil torno il vasellier rivolve,
or si spiegano in file. Numerosa
stava la turba a riguardar le belle
carole, e in cor godea. Finìan la danza
tre saltator che in varii caracolli
rotavansi, intonando una canzona.
Il gran fiume Oceàn l’orlo chiudea
dell’ammirando scudo. A fin condotto
questo lavoro, una lorica ei fece
che della fiamma lo splendor vincea;
poi di raro artificio un saldo e vago
elmo alle tempie ben acconcio, e sopra
d’auro tessuta v’innestò la cresta.
Fur l’ultima fatica i bei schinieri
di pieghevole stagno. E terminate
l’armi tutte, il gran fabbro alto levolle,
e al piè di Teti le depose. Ed ella,
co’ bei doni del Dio, come sparviero
ratta calossi dal nevoso Olimpo.