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Jolanda – Dal mio verziere

EText-No. 38698
Title: Dal mio verziere
Author: Jolanda
Language: Italian
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EText-No. 38698
Title: Dal mio verziere
Author: Jolanda
Language: Italian
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EText-No. 38698
Title: Dal mio verziere
Author: Jolanda
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EText-No. 38698
Title: Dal mio verziere
Author: Jolanda
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EText-No. 38698
Title: Dal mio verziere
Author: Jolanda
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EText-No. 38698
Title: Dal mio verziere
Author: Jolanda
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EText-No. 38698
Title: Dal mio verziere
Author: Jolanda
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EText-No. 38698
Title: Dal mio verziere
Author: Jolanda
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Vittoria Colonna – Quanta invidia al mio cor, felici e rare – ARGOMENTO. Invidia la sorte dei genitori di Francesco Molza, che morirono nel giorno istesso.

Quanta invidia al mio cor, felici e rare
Anime, porge il vostro ardente e forte
Nodo, che l’ultime ore a voi di morte
Fe dolci che son sempre agli altri amare!
Non furo ai bei desir le parche avare
In filar nè più lunghe nè più corte
Le vostre vite; ond’or con egual sorte
Sete vive nel ciel, nel mondo chiare.
Se ‘l fuoco sol d’amor legar può tanto
Due voglie, or quanto a voi natura e amore,
I corpi quella e questo l’alme cinse
D’immortal fiamma? Oh benedette l’ore
Del viver vostro! e più quel lume santo
Che sì bel nodo indissolubil strinse!

Gaspara Stampa – Chi può contar il mio felice stato

Chi può contar il mio felice stato,
l’alta mia gioia e gli alti miei diletti?
O un di que’ del ciel angeli eletti,
o altro amante che l’abbia provato.
Io mi sto sempre al mio signor a lato,
godo il lampo degli occhi e ‘l suon dei detti,
vivomi de’ divini alti concetti,
ch’escon da tanto ingegno e sì pregiato.
Io mi miro sovente il suo bel viso,
e mirando mi par veder insieme
tutta la gloria e ‘l ben del paradiso.
Quel che sol turba in parte la mia speme,
è ‘l timor che da me non sia diviso;
ché ‘l vorrei meco fin a l’ore estreme.

Guittone d’Arezzo, Padre dei padri miei e mio messere

Padre dei padri miei e mio messere,
fra Loderigo, doglia e gioi m’adduce
grave tanta sor voi tribulazione:
doglia in compassione
di frate e padre e signor meo savere
che nocimento ha tanto e nullo noce;
ché grave è molto mal, mal meritando,
ma fort’è molto più, mertando bene.
Quando retto om sostene
mal, che merta, onranza è, ma non magna;
e merta onta chi lagna
prender che ha mertato;
ma onor grande onrato
è mal ben sostenere, ben operando
e via molto bene render de male,
amor d’odio corale.
Bene render de ben che pregio aggrata?
In ciò quasi om mercata.
Vertù è coronata
e pregio caro ha ben, mal repugnando.
E ciò, car messer padre, in gioi mi scende,
ché tale voi del tutto essere penso,
poi propio è di saggio omo valente;
ché produceli in mente
onni danno, ch’è for e in poder prende,
e gioi porgeli in core e doglia in senso;
che delizie carnale e temporale
se sa nemiche, unde nemico è loro,
perché dol di ben loro,
del male allegra e lo desia e trova:
e tale propia è prova
de crestian cavaleri.
Grande forte misteri
a prova manifesta omo che vale,
ché forte e grande om ben ben vi fina,
e vi gaude, v’affina;
ma quale è, como eo, debile e poco,
quasi n’è cera a foco:
non prende om pro suo loco,
vil, credendol tener, ruina male.
Messer padre, del cor meo la cervice
devotamente ai piei vostri s’enchina.
Ove grazia è devina
chi non rendere dea grazi’e amore?
Mercé, car meo Signore:
datemi in vostro core
alcuno loco ov’albergh’eo, se lice.
Messer mercé, padre, in pietate:
vostra paternitate
bene in me sempre operate,
se la divina meglio operi in voi.

Onesto Bolognese – Se co lo vostro val mio dire e solo

Se co lo vostro val mio dire e solo,
supplico lei cui siete ad ubbidenza,
che ristori a tutta vostra parvenza,
ch’io so che vo’ il cherete senza dolo.
Di voi fe’ prova di gioia il valore
quando parve; † di ragione ver’ voi fenne †
ché val più gioia a cui pena anzi venne;
ella vi loda, de lo vostro amore
dicendo: “Questi è bon combattitore:
servito m’ha, faccendoli malizia,
onde non m’è mestier farli mestizia
d’alcun diletto, ch’è degno d’onore”;
ed Amor m’ha dato di sé contezza,
sì ca·cciò dir per voi non m’è gravezza.
Quando gli apparve, Amore prende loco;
gendo diliberato, non dimora
in cor che sia di gentilezza fora;
e, ove il suo plager trova, non poco
sforza pur quel che l’ha già in su’ disio,
e tanto lui diletta dandoi torto,
ch’al sofferent’ è fame di gioi porto
e doglio e pena c’ha chi li servio,
sì che piangendo a la donna se·n gio
ed ella, per pietà, li diè ristoro:
ahi, quanto vol d’amor prego ed esoro
fa il servo vil, perde d’Amor l’ausilio.
Dunqua non pecca Morte in alcun lato
se non tol quel ch’è ad Amore ingrato.
Conceduto ha la donna che l’amasse
sugetto che lealmente servia,
conquiso che difesa non avia,
purch’a·llei lo suo servir non gravasse;
sì che omai la sua mente divide
dal suo contraro, e canoscenza dèle
quanto ha chiamato “morte” e “amaro fele”.
Pur vi rimembri dove Amor mo’ siede;
che laude far d’altrui el se n’avede,
onde poi cresce d’Amor più l’aita.
Lo qual io prego che vi déa compita
disïanza che le ovre arichiede:
a voi cred’e’ che non serà più duro,
ma per invidia agli altri sarà obscuro.
Amico, poi che servo vi consente
piena di grazia e di vertù, posare
deno li spirti vostri e acordare
l’alma e lo core e ‘l corpo a l’ubidiente.
Leve zà parmi lo vostro disiro,
ch’Amor, parlando ove no ‘nd’è martire,
accordò il vostro cor nel su’ cherire:
per che tormento né penser vi diro,
ma a voi, certo, vïa più disiro.
Ma so che in ciò non va·la mia preghera,
ché tanto avete di gioi la manera,
che infra no’ i’ stesso invidia vi tiro:
veggio ch’Amor vi fa così perfetto,
ed e’ vuol ch’i’ vi·l dica, e hamene stretto.
Plagemi d’esser vostro ne la luna,
stella d’amor a qual mi son segnato;
ell’ha il meo core dal vostro furiato
e voglio aver, ch’ène cosa comuna.
E parmi certo che molto disvaglia
gioia disfatta con martiri e guai,
se non l’ha cara, vïa più che mai,
uomo a chi è creduto ch’ela vaglia.
Non vi zochi, amico, alcuno a l’aglia,
né per vostro pro’ ferere in sorte
vogliate alcun, che è troppo forte
cosa il donar di quel che il cor dismaglia.
Però fate di gioia bon riservo,
ch’è per altrui el, non in soi, protervo.

Vittoria Colonna – Mentre l’aura amorosa e ‘l mio bel lume

Mentre l’aura amorosa e ‘l mio bel lume
Fean vago il giorno e l’aer chiaro e puro
Con largo volo, per cammin securo
Cercai d’alzarmi anch’io con queste piume.
La luce sparve e ‘l mio primo costume
Lasciar convenne: or più non m’assicuro:
Chè ‘l sentier intricato e ‘l cielo oscuro
Non ho chi m’apra e non ho chi m’allume.
Spento è il vigor che pria sostenne l’ale;
Onde al desio che la speranza atterga,
Convien che senza guida indarno s’erga.
Rimane il nome in me, perchè ‘l mortale
Dolor vincendo vivo; e il pensier sale
Privo d’affetto ove il mio sole alberga.

Vittoria Colonna – A Carlo V – Nel mio bel sol la vostra aquila altera

Nel mio bel sol la vostra aquila altera
Fermando gli occhi, alla più alta meta
Sarebbe giunta: chè superba e lieta
Doppiava i vanni a quell’ardente spera.
Ma or che il lume suo mirar non spera
(Che nube spessa ne lo copre e vieta);
Vedete come il desio primo acqueta;
Chè ‘l volo audace suo non è qual era.
Le vittorie, i trofei di tante imprese
Riportati con gloria a lui d’intorno,
Fan la notte fuggir che gli altri adombra,
Più s’aprì ‘l suo splendor, quando il suo giorno
Ultimo chiuse; ma lei tanto offese,
Che, spiega l’ali ben, ma poggia all’ombra.

Vittoria Colonna – Mentre scaldò ‘l mio sol questo emispero

Mentre scaldò ‘l mio sol questo emispero,
Qual occhio fu da troppa luce offeso,
E qual da invidia tinto, onde conteso
A lor fu sempre il puro raggio intero.
Or c’ha lasciato il mondo freddo e nero,
D’onesta voglia ogn’altro spirto acceso
L’adora, e molti han con lor danno inteso,
Che ‘l proprio error non li scoperse il vero.
La morte fama al suo valore aggiunge,
E il tempo avaro che i bei nomi asconde,
Quella dal suo velen serba e prescrive.
L’opre chiare d’altrui non ben seconde
Seguon le sue, nè mai fia chi l’arrive:
Tanto volò dal veder nostro lunge!

Olindo Guerrini – Nella capanna in fondo al mio cortile

Nella capanna in fondo al mio cortile
Il luppolo alle canne s’attorciglia;
Nell’aria fresca c’è un odor gentile,
Odor di gelsomino e di vainiglia.

Un’Ebe quasi nuda, alta e sottile,
Sorride e spia con le marmoree ciglia
De’ palombi gli amor sotto al sedile:
E il vento del mattin passa e bisbiglia.

Bisbiglia e narra di lontane aiuole
Gli amor lontani a un popolo giocondo
Di gerani fiammanti e di vïole.

Quanto amor, quanta gioia in questo mondo
Di pochi passi che si desta al sole!
Oh quanta vita! Ed io son moribondo.

Olindo Guerrini – Nel sonno mio credei di rivederla

Nel sonno mio credei di rivederla
Angel di paradiso
Coll’ali del color di madreperla
Sfiorarmi il viso.

Era bianco vestita, e il crin disciolto
Scendea sino ai ginocchi:
Luce d’amor piovea dal suo bel volto,
Piovea dagli occhi.

Ahi, ma quando un sorriso errar le vidi
Sulle labbra frementi,
Dissi: imago gentil, se mi sorridi,
O sogno, o menti!