Neera – Uno scandalo

Nell’afa del recinto chiuso si sarebbero sentite a volare quel paio di mosche miserelle che erano capitate là dentro, se anch’esse sfiaccolate e senza energia non se ne fossero state aderenti alla tenda di grossa tela color arancione, la quale tenda pur non serviva nè a mitigare il caldo esterno del solleone nè quello interno della stanza dove una trentina di ragazze sbadigliavano sui loro compiti aspettando l’ora della liberazione. Già a terminare il componimento non c’era nemmeno da pensarci, con quella giornata sciroccale fatta apposta per togliere ogni lena a chi l’avesse avuta, figurarsi poi a chi non l’aveva! La stessa Varisco non era ancora riuscita a trovare la prima parola. Si sa che se non viene la prima le altre sono più difficili ancora, per cui Varisco se ne stava a masticare la cannuccia cogli occhi al soffitto. Improvvisamente, che è che non è, le pupille della fanciulla si accendono e scintillano del lampo della ispirazione; la cannuccia ricondotta alla sua naturale pendenza corre veloce sulla carta.
Le compagne di Varisco la guardano con invidia. Come mai ella ha potuto trovare il bandolo di quel tema su Gerolamo Savonarola, la sua predicazione e il suo supplizio? Bel soggetto da trattarsi nel mese di luglio, proprio quello che ci voleva. O chi si ricorda ancora di Gerolamo Savonarola dopo tanto tempo che è morto?… Ma già. Varisco è stata a Firenze, che ci ha la nonna; avrà veduto almeno il posto dove fu rizzato il rogo e allora, si capisce, qualche cosa si può dire. Fortunata Varisco!
La fanciulla non si accorge di essere osservata. Ella scrive, scrive, scrive, rossa in faccia, sprofondata così nella sua ispirazione che le compagne la chiamano invano.
- Varisco, dimmi una parola anche a me, la prima, tanto da poter cominciare….
- Varisco, ti ricordi di che paese era quel frate?
- Era proprio un frate, Varisco? E l’anno in cui visse?
Un ronzìo di alveare subentra al silenzio stanco; un subito risvegliarsi di energie che vorrebbero riconquistare il tempo perduto; un incrociarsi di domande, di risposte, di malintesi; un scrosciare sommesso di risatine miste a qualche ripicco, a qualche rimbeccata.
- Silenzio! – grida la maestra.
Tutte tacciono come per incanto; ma adagio adagio, con un movimento di acqua cheta, si spingono l’una verso l’altra fino a trovarsi a portata di leggere al di sopra della spalla della scrivente.
- Fatevi in là, – mormora Varisco infastidita, – come siete male educate! – e nello stesso tempo copre colla mano la sua paginetta di scritto.
Per alcuni istanti il silenzio ritorna. Nella caldura afosa si ode scricchiolare rapidamente la penna di Varisco e le sue pupille che tratto tratto si sollevano sembrano inseguire al di là della tenda color arancione una visione ridente che lascia le fanciulle più che mai perplesse sul modo con cui trattare la morte del Savonarola.
Ma Luzzani, che era più curiosa delle altre, rizzandosi in punta di piedi potè finalmente gettare un’occhiata sul foglietto e il suo stupore fu tale che per poco non ruppe in una fragorosa esclamazione. Videro l’atto le compagne e circondandola premurosamente si fecero subito a domandarle come incominciava la composizione di Varisco.
- Ah! come incominciava? – Luzzani con ambedue i pugni stretti sulla bocca tratteneva a stento le risa.
- Dillo! dillo! – imploravano le altre.
- Zitte! – fece ancora la voce della maestra.
E per un altro poco il silenzio ritornò. Ma la fanciulla che era la più vicina a Luzzani mormorò pianissimo:
- Dillo solamente a me!
Luzzani che ne schiattava dalla voglia le soffiò all’orecchio:
- “Mio adorato Gustavo”.
- Impossibile.
- Giuro.
- Che c’è? – Che avete detto? – Cosa ha detto Luzzani, “mio adorato Gustavo”? – Impossibile! – Che significa? Savonarola non si chiamava Gustavo. – Eh? Che cosa?… Non ho capito. – “Mio adorato Gustavo”. Oh! cielo! Ma questo è il principio di una lettera. – Varisco che fai? Lascia vedere. – Si può forse trattare il tema per lettera? – Sì. – No. – Lasciami stare. – Impertinente! – Villana! – Lo dirò alla signora. – No. – Sì. – Taci.
- Cos’è questo subbuglio? – tuona minacciosa la voce della maestra. – È il modo di gridare? Sono signorine o sono monelli che ho in classe?
Questa volta è fiato sprecato. Il demonio della curiosità domina tutte le ragazze che vogliono leggere a qualunque costo la singolare composizione, spingendosi, urtandosi, fino a che la maestra si accorge dove è veramente il focolare della sommossa e con accento imperiso chiama:
- Varisco!
L’interpellata si fa pallida. Tutte le altre palpitano per la commozione del momento, ma nessuna parla più.
- Varisco, che cosa ha davanti?
Le due mosche sulla tenda color arancione produssero forse l’indistinto stridore che seguì queste parole, o forse fu un tentativo di Varisco per far sparire il foglietto? Comunque, il suono non era ancora svanito nell’aria che la mano della maestra piombò con destrezza di avvoltoio sul malaugurato foglietto e lo portò via al di sopra delle teste esterrefatte delle scolare.
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Nel gabinetto della Direzione era stato radunato un Consiglio d’urgenza. La direttrice severa, imponente, con un gran naso grifagno a cavalcioni della faccia giallognola rammentava lontanamente Pietro Arbuez, il terribile inquisitore. Della stessa famiglia appariva la maestra, irritatissima perchè lo scandalo era avvenuto nella sua classe. Più mansueto e bonaccione si mostrava don Celso, il catechista, il quale riusciva persino a sorridere di tanto in tanto mentre coll’occhio mite di linfatico percorreva le linee sottili del corpo del delitto.
- Non c’è che dire. Sembra una lettera portata fuori tale e quale dal “Segretario galante”. E la fanciulla è?…
- Varisco. Emma Varisco, di quinta.
- Quella brunetta che sembra una zingarella?
- Non ho mai visto zingari, – disse la maestra con piglio sdegnoso, – ma è ben degna di somigliare a simili banditi una che si permette tali cose; nell’aula della scuola! alla mia presenza!
- Che direbbero mai le “Orsoline” se lo sapessero! – esclamò la direttrice giungendo le mani quasi a scongiurare il pericolo. – Esse che accusano il mio educandato di mancanza di religione! Sarebbe un discredito senza esempi.
- Non lo deve sapere nessuno, – consigliò il catechista, – pur che le condiscepole non se ne sieno accorte.
- Lo sanno! Lo sanno! – gemette la maestra. – È questo lo scandalo. Quella Luzzani maliziosa come Lucifero l’ha letta certamente o tutta o in parte e riferita alle compagne.
Don Celso tornò a guardare il foglietto che aveva in mano. “Mio adorato Gustavo! Da quel giorno che ti ho veduto bello come un angelo e fiero come un soldato”.
- Non ha l’antitesi molto felice, Varisco.
- È una scribacchiona, – interruppe la maestra, – lascia scappare dalla penna tutto ciò che le passa per quella testa sventata, senz’ordine, senza stile.
- E chi sarà Gustavo? – osservò la direttrice. – È necessario saperlo.
- Probabilmente qualche cuginetto, – soggiunse don Celso con intenzione di attenuare la colpa. – Bisognerebbe interrogare la ragazza. Alcune frasi della lettera inducono a credere che legge romanzi. “l’ebbrezza che provo pensando a te….” Ah! benedetta gioventù!
- E come fanno a leggere romanzi, domando io, colla sorveglianza, colla severità della nostra disciplina!! Chiamatela, chiamatela subito.
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La fanciulla venne, a testa bassa, accartocciando le cocche del grembiule.
- È lei che ha scritto questa lettera? – domandò la direttrice con un cipiglio tale che, se fosse stato una saetta, di Varisco non rimaneva più neppure un capello.
La testa della fanciulla si abbassò più ancora ma non rispose.
- Chi tace acconsente. Possiamo prendere il suo silenzio per una confessione; anzi è desso la prova più sicura dello stato della sua coscienza. Ah! si vergogna ora? Non osa sollevare lo sguardo verso i suoi superiori? Ma con quali parole chiameremo noi la incredibile sfrontatezza sua che non si peritò di portare l’onda impura di tali sconcezze in mezzo alle innocenti compagne, nel sacrario dell’educandato, sotto i nostri occhi? Non sa che con questo documento in mano io potrei scacciarla ignominiosamente additandola all’obbrobrio di tutti gli onesti?
Uno scoppio di pianto interruppe la sfuriata. Don Celso credette bene di appoggiare una mano sulla testa della colpevole soggiungendo:
- O figliuola, figliuola l’hai fatta grossa.
La direttrice per nulla intenerita continuò acerbamente:
- Ci vuol altro che piangere quando il male è fatto! Chi rimedia allo scandalo dato? E chi è questa persona?
Varisco, sempre muta come un pesce, nuota nelle proprie lagrime ed asciugandosele col grembiule lascia sfuggire dal taschino di esso una piccola fotografia che la maestra raccoglie prontamente, guardandola prima, gettando un grido di orrore poi:
- Anche questa ci voleva!
Il cartoncino passa nelle mani della direttrice che a momenti sviene. Don Celso si accomoda gli occhiali e guarda anche lui. È il ritratto di un bel giovane dai lineamenti regolari, dall’attitudine ardita, dallo sguardo fiammeggiante; sotto c’è scritto: “Gustavo alla sua adorata Emma”.
- Questa faccia non mi è nuova, – pensa don Celso.
E la maestra al colmo dell’indignazione esclama:
- Ma è dunque una tresca in tutta regola!
La direttrice, a giudicare dall’apparenza, sta forse per decretare la morte di Varisco, quando don Celso, vedendo la fanciulla nel colmo dell’abbattimento, accasciata al suolo, la solleva con dolcezza e le dice:
- Andiamo, Varisco, un po’ di sincerità. Sarai perdonata se aprirai interamente l’animo tuo a chi vuole il tuo bene. Fosti condotta a un passo sconsigliato, poverina; lo capisci anche tu, nevvero, di aver fatto cosa contraria alla modestia, alla verecondia, che sono le più belle doti di una fanciulla? Sei pentita, nevvero? Su, animo. Dio è misericordioso coi più fieri peccatori; lo sarà anche con te che non avesti certamente l’intenzione di offenderlo. Non l’avesti, di’, l’intenzione di offendere Dio?
A queste buone parole, a questo grave scongiuro, la fanciulla sollevando finalmente il capo protestò energicamente:
- No, no, non volli offendere Dio!
Messa così a posto la questione principale don Celso riprese:
- Devi dir tutto figliuola. Perchè hai scritto quella lettera? Chi è Gustavo?
Una grande confusione, un tremore, uno spavento ignoto le paralizzavano le parole. Il buon prete la incuorò con un’altra carezza sulla testa:
- Via, andiamo, chi è questo signor Gustavo?
- Nessuno, – mormorò la fanciulla.
- Anche bugiarda! – inviperì la direttrice.
- Pace, pace, – disse don Celso, – non la spaventiamo. Se non vuoi dirmi chi è Gustavo, dimmi allora di chi è questo ritratto. Sarà bene di qualcuno!
- Io non lo so, – mormorò ancora Varisco tutta confusa.
- Spiegami allora come si trova in tuo possesso.
La fanciulla esitò, arrossì, volle tornare a piangere ma un sorriso venne suo malgrado a volteggiarle sulle labbra. Disse pianissimo:
- L’ho vinto alla riffa.
- Volevo ben dire! – esclamò don Celso rimettendo gli occhiali, – che non era una faccia nuova. Costui è Langiewitz!
I nasi della direttrice e della maestra disegnarono nell’aria un immenso punto interrogativo.
- Sì, – completò don Celso, – Langiewitz, l’eroe polacco morto da mezzo secolo.
Tutto fu spiegato. Varisco aveva realmente vinto il ritratto in uno di quei giuochi che fanno le ragazze nascondendo fiori o disegni tra i fogli di un libro ed estraendoli a sorte. Un po’ romantica e colpita dalla bellezza del giovane sconosciuto se ne formò subito un ideale chiamandolo Gustavo. Era stata lei a scrivere sotto il ritratto “Gustavo alla sua adorata Emma”.
- Ha fretta questa figliola, – concluse don Celso ridendo bonariamente nel darle un buffetto sotto la ganascia.
Ma l’ultima parola la pronunciò la direttrice:
- Otto giorni a pane ed acqua.

Neera – Gli occhiali

Una tenda a rete di color turchino scuro separava la bottega dell’ottico dalla strada, invasa a quell’ora da un sole cocente che sembrava, anticipare l’estate quantunque non si fosse che in giugno.
Nella vetrina i canocchiali da teatro allineati simmetricamente, quelli di pelle nera, quelli d’avorio, quelli di madreperla, quelli di metallo, tutti ben lucidi e puliti, avevano l’aria di dormire, come accade in tempo di morta stagione, accanto alle lenti solite che si vendono tutti i giorni ed a certi complicati trabiccoli per studi speciali che facevano fermare i ragazzi curiosi sempre di ciò che non capiscono.
Tentavano anche i ragazzi di sbirciare nell’interno della bottega dove si rizzava sopra un cavalletto di legno un grande stereoscopio, ma la tenda a rete di color turchino scuro nello stesso modo che impediva alle mosche di entrare impedivalo pure agli sguardi dei piccoli indiscreti.
A un dato momento, tuttavia, sotto la pressione di una piccola mano serrata in un guanto di pelle di Svezia, la tenda si scosse e ondeggiò aprendo il passo ad una signora dall’aspetto semplice e distinto che scomparve subito nella penombra interna. Giungendo dalla caldura della strada il negozio presentava un ristoro di oasi che la signora avvertì subito con una lieve espressione di piacere nel bel volto pallido un po’ sfiorito.
- Le sue lenti non sono ancora pronte, – esclamò l’occhialaio da dietro il banco, sospendendo di frizionare con un pezzo di flanella un manico di tartaruga -; se ha la bontà di aspettare dieci minuti, un quarto d’ora al più…
- Benissimo, – fece la signora prendendo posto con tutto suo agio sopra un divanuccio collocato in fondo al negozio, fra due scansie che lo rinchiudevano isolandolo in una improvvisazione di cantuccio intimo assai attraente. – Non ho fretta e si sta bene qui.
Poi girò intorno gli occhi, calma, assorbendo la quiete dell’ambiente silenzioso e fresco come una biblioteca. Una scarsa luce quasi di tempio attraverso il turchino scuro della tenda le cui maglie filavano i raggi del sole, stendeva una specie di tessuto vaporoso dove non si muoveva un sol atomo di polvere. Dietro il banco il principale aveva ripreso a frizionare la sua tartaruga coi movimenti calmi e sapienti delle mani un po’ floscie avvezze alle cure meticolose dei piccoli oggetti fragili; era vestito di nero con una severità professorale e portava i capelli argentei lucidi e ben pettinati divisi da una parte in una riga così perfetta che sembrava tracciata con un regolo. Un misterioso rumore intermittente veniva dal retro-bottega, come di lima… ma poteva anche essere altra cosa.
La signora si accomodò meglio sul divanino, presa da una languida stanchezza che aveva il suo fascino in quel luogo raccolto, fra le bacheche ornate di piccoli istrumenti ignoti, di rigidi astucci d’onde luceva appena con un bagliore discreto il torso convesso di una lente o una sottile rilegatura d’oro. Un termometro dinanzi a lei segnava ventisette gradi; fuori dovevano essere più di trenta. Con una mano sulla bocca, la signora sbadigliò lievissimamente.
In quell’istante apparve nel negozio un signore di mezza età, o piuttosto di tre quarti d’età, molto ben conservato, ritto, elegante, il passo elastico, la pupilla viva; alla bottoniera del suo completo grigio occhieggiava un mazzolino di fiori azzurri da campo. Egli chiese che gli mostrassero un canocchiale da montagna, e intanto trasse fuori dal taschino del bianco panciotto un paio di “pincenez” da fare aggiustare.
- “Sprechen Sie deutsch”?
Il signore saltò indietro due passi al suono delle barbare parole pronunciate dietro di lui e lasciò libero il banco a un drappello di viaggiatori che sulla risposta affermativa dell’ottico vi si precipitarono ingombrando il negozio colle loro persone massiccie, i grossi piedi corti e le grosse faccione erubescenti. Vi erano nel drappello uomini, donne e qualche campione di sesso incerto; e tutti tenevano tanto posto che il signore non sapeva più dove mettersi.
- Scusi, sa, – gli disse il principale con un sorriso imbarazzato, – se non le dispiace attendere….
- Si figuri!
Retrocedendo fino in fondo al negozio, e voltandosi, il signore si trovò faccia a faccia colla signora.
- Oh!!
- Voi!!
Certo nessuno dei due alzandosi quel mattino avrebbe immaginato di dover mettere fra i casi della giornata il singolare incontro. D’ambo le parti la sorpresa fu tanto schietta quanto piacevole; se lo dissero subito prima cogli occhi, poi con una stretta di mano lunga, cordiale….
Fu la signora che ritraendo la manina ed arrossendo un poco colla grazia che alcune donne conservano anche quando non sono più giovani mormorò piano:
- Da quanto tempo non ci vediamo più!
- Da quanto!
L’istante di silenzio che seguì fu impiegato da ognuno dei due a un breve calcolo mentale. Il signore disse:
- Ma vi ritrovo la stessa.
- Oh! prego….
- Sì sì, vi assicuro, la stessa, – soggiunse con accento commosso, – almeno per me.
- Sempre galante.
- Dite fedele.
- Questo mi sembra un po’ troppo, via!
- Secondo ciò che si intende per fedeltà. Credete che….
- Ma anche voi state benissimo, – interruppe vivacemente la signora, – non soffrite più quei terribili mali alla testa?
- No. Da quando mi sono ritirato in campagna la mia salute si è rinnovata.
- Vivete in campagna adesso? Così si spiega perchè non ci siamo incontrati più.
- Veramente vengo spesso in città, ma piccole corse, scappate come questa per comperare gli occhiali.
La signora si morse le labbra con un sospiro doloroso.
- Io so a che cosa pensate, – continuò lui. – Volete che ve lo dica? Pensate al tempo in cui la mia vista, era così buona che in piena notte scrivevo versi d’amore per gettarli nella vostra fines….
- Anche la mia vista si è indebolita assai. Ho durato fatica a servirmi delle lenti, non potevo abituarmi. Fu l’oculista che me le impose. Che fare? Convenne rassegnarsi.
- Piccole miserie del resto quando gli occhi si conservano belli.
La signora abbassò i suoi, non sapendo come prendere il complimento che quantunque indiretto era stato accompagnato da una mimica troppo espressiva per non appropriarselo. Del resto ella sapeva perfettamente che i suoi occhi erano ancora belli e che tutta la sua persona, favorita da una grazia speciale, resisteva vittoriosamente alle insidie dell’età. Non si dice che non vi contribuisse un uso moderato e sapiente delle risorse che la civiltà offre alle donne ma infine, poichè il risultato era buono, nessuno poteva dolersene.
La banda dei tedeschi intanto aveva messo a soqquadro il negozio e il principale che appunto in quell’ora si trovava solo aveva il suo bel da fare ad accontentare tutti.
Con un gesto gentile la signora additò il posto vuoto sul divano.
- Credo che dovremo aspettare ancora un poco.
- Nè io me ne dolgo! – esclamò il signore sedendosi rapidamente accanto alla signora.
- Una volta non vi piaceva la campagna….
- Una volta. Ohimè si cambia. Non potete credere quale piacere io provi ora nella solitudine dei prati o coltivando i fiori del mio orto…. Fiori e frutti.
- Anche i frutti?
- Vi scandalizzerò. Ho un pollaio.
- Allevate le galline?
- Non le allevo precisamente ma il chiccherichì del gallo è una musica che mi innamora.
- In fatto di musica almeno converrete che non siete fedele. Vi piaceva tanto una volta “La stella confidente”.
- Mi piace ancora ma, capite, non ho più nulla da confidarle. E voi siete ancora mondana come lo eravate al tempo in cui mi toccava cercarvi di festa in festa, di teatro in teatro…. pazzamente, solo per scambiare uno sguardo, una parola, una stretta di mano?
- Non vado quasi più in società. Non siete persuaso che alla lunga vi si annoia?
- A chi lo dite!
- Sono sempre gli stessi discorsi inconcludenti e vuoti. Se volete parlare sul serio di un argomento nuovo vi guardano come una bestia rara e il meno che vi tocca è di sentirvi dare dell’originale. In teatro è peggio. Vi divertite forse voi agli spettacoli moderni?
- Ho rinunciato assolutamente al teatro. Assisto alle nuove produzioni seduto nella mia poltrona e leggendo quello che ne scrive il mio giornale. Non andiamo sempre d’accordo sugli apprezzamenti ma almeno se mi scappa detto che l’autore è un asino ciò non ha conseguenze.
- Vi ricordate il duello che aveste a proposito di Sbarbaro? Quanto ho tremato per voi!….
- Grazie, cara. Sarebbe stata una morte ben sciocca. Ho cambiato radicalmente di opinione.
- Eravate così bollente allora, così pronto ad accendervi, a lottare per le vostre idee….
- Non lotto più; lascio che ognuno pensi a suo modo o non pensi affatto. Purchè non vengano a gettar sassi nel mio pollaio ed a rovinarmi l’erba novellina del mio prato, piena libertà a tutti di fare o di disfare il mondo.
- Non è un po’ di egoismo questo?
- Tutto è egoismo negli uomini. Quando agivo diversamente non era forse per obbedire al mio gusto d’allora? Il mio egoismo aveva un altro colore, ecco tutto. Ma, ditemi la verità, avete proprio tremato per me quando dovevo battermi?…
La domanda inaspettata ricondusse una leggera fiamma sulle guancie della signora che ne parve ringiovanita. Rispose subito:
- Ne dubitate?
- Tremato veramente? tremato per il timore di perdermi?…
- Per che cosa dunque?
Il signore assaporò per un attimo le dolci parole, ma non potè impedire che l’aspide nascosta tra i fiori non desse il suo sibilo. Involontariamente sussurrò, piano, guardandola sotto le ciglia:
- E Viviani?
- Dio mio! – fece la signora congiungendo le palme, – sareste ancora geloso?
- Non ne ho più il diritto, ma lo fui, lo fui terribilmente!
Egli continuava a fissarla sperando forse un diniego che non venne. Soggiunse allora con amarezza:
- Eravate tanto coquette….
- Io?!
- Ma sì, lo siete anche in questo momento. Non vi compiacete forse delle mie torture retrospettive?
- Tanto retrospettive che non devono più torturarvi affatto. (Così disse ironicamente la signora).
Il signore reclinò la fronte mordendo il pomo della sua canna. Per qualche minuto nessuno dei due parlò. Fu egli che riprese:
- Io passai notti di inferno pensando a quell’uomo che abitava presso a voi, che poteva vedervi a tutte le ore, che vi amava…. certamente vi amava.
Invece di rispondere la signora aperse e chiuse per ben due volte il suo ventaglio, poi, come colpita da un ricordo improvviso, chiese:
- Non facevate voi la corte un poco a vostra cugina Amelia?
- Che cattiva! Che cattiva!
- Già, noi siamo sempre cattive quando non vogliamo prestarci al vostro giuoco. Vi piacerebbe ora di rendermi responsale di quel che avvenne fra noi, ma io preferisco, poichè il destino di ciascuno è ineluttabile e il sogno che abbiamo sognato insieme non si tradusse in realtà, preferisco di questo nostro incontro così fortuito portare con me un dolce ricordo. Volete perdonarmi i torti che ho potuto avere, mentre io mi sento così bene disposta ad assolvervi di quelli che per avventura potreste avere voi stesso?
Il signore alzò gli occhi verso la porta. Una nuvola oscurava il sole e dalle maglie della tenda la luce più pallida sembrava sostenere un velo nell’aria. I tedeschi erano partiti; anche il principale non si trovava più al suo posto dietro il banco. Erano soli. I vetruzzi, le tartarughe, gli ori tutt’all’ingiro splendevano delicatamente colla moderazione di filosofi che sanno la vita.
Il signore che adagio adagio aveva ripresa la mano della signora vi depose un bacio lieve e lungo.
- La vostra generosità mi fa doppiamente rimpiangere ciò che ho perduto.
- No, non rimpiangete nulla, la felicità è fatta di transazioni.
- Vi ho conosciuta così piena di fede nell’assoluto!
- È vero. L’assoluto è l’ideale dei vent’anni; poi si comincia a transigere coll’amore che non è mai quello che si immaginava….
Il signore volle interrompere ma la signora continuò:
- … coll’amicizia di cui si scoprono a poco a poco i doppi fondi innumerevoli e sempre più ristretti, come quelle ingegnose scatole giapponesi che vi presentano un uovo e ne contengono sette od otto; con noi stessi infine quando all’apparire del primo capello bianco lo strappiamo, o lo tingiamo, o facciamo il possibile per nasconderlo, o rassegnandoci pensiamo che la tinta grigia nelle chiome non è poi quella spiacevole cosa che pretendono i pessimisti. Guardate il mio cappello, come vi sembra? Io ho sempre abborrito il colore viola, eppure alla mia età devo subirlo.
- Il vostro cappello è delizioso e il color viola vi si addice magnificamente; ma lasciatemi dire, amica mia, che se le vostre comparazioni tra l’assoluto e il relativo mi persuadono abbastanza ve ne è una che desidererei discutere. Avete affermato con una crudele sicurezza che l’amore non è mai come lo si immagina. Forse il primo amore….
- Ogni amore è un primo amore.
- Il motto è profondo. Pure, non vi sembra che (diciamo la prima volta) appunto perchè si parte dall’assoluto è ovvio che si cada nel relativo, mentre può accadere che più tardi, quando abbiamo fatta nostra la teoria, delle transazioni, ci aspetti la gradevole sorpresa di un assoluto…. o quasi.
La signora rise di un morbido riso smorzato:
- Quel quasi, amico mio, guasta tutto. Credete a me, quando si è perduta la fede nell’assoluto e che noi stessi non abbiamo più nulla di assoluto è meglio rinunciare all’amore.
- Che è mai allora la vita?! – esclamò il signore con impeto.
- Vi sono dei compensi, – rispose a bassa voce la signora.
- Nominatene uno.
- Quest’ora.
- Ecco il “lorgnon”, – disse il principale sbucando dal retro-bottega, – chiedo scusa di aver fatto aspettare tanto.
- Ah! – mormorò sommesso il signore all’orecchio della signora che si era alzata prontamente, – se voleste essere ancora quella di una volta!
Ella prese il “lorgnon” dalle mani del principale piegando il capo con un movimento pieno di grazia e di malinconia:
- Mi chiedete l’impossibile.
- Perchè?
- Perchè io una volta guardavo il mondo coi miei begli occhi….
- Che sono sempre belli.
- Forse. Ma vedete questi vetruzzi? non posso più farne senza ora e gli occhiali, amico mio, sono essi che fanno guardare il mondo in un altro modo!

Neera – In qual modo Pinotto divenne uomo libero

Coloro che conoscono Giacomo Gondi conoscono anche Pinotto. È impossibile che non rammentino la sua figura tozzotta, bassotta eppure svelta, i suoi capelli duri e ritti pari alle setole di una spazzola, i suoi occhi grigi e leali, buoni ed anche un cotal poco spiritati come se un folletto di dentro vi si affacciasse tratto tratto ad accendervi un pizzico di pece greca.
Fino a poco tempo fa gli amici di Giacomo Gondi quando andavano a trovarlo pregustavano fuori dalla soglia l’onesto compiacimento di vedere la faccia sorridente di Pinotto mentre diceva con una frase quasi invariabile:
- Resti servito, il mio padrone scrive ma la vedrà volontieri.
Era un’idea fissa di Pinotto quella di credere che il suo padrone scrivesse sempre. Secondo lui, per riempire tante colonne di gazzette, tante pagine di volumi, occorreva scrivere senza respiro. E se introduceva con gentile premura i visitatori c’era forse in fondo alla sua cortesia un retropensiero, sia pure vago ed incerto, di portare un po’ di sollievo a quel terribile scribacchiatore; perchè Pinotto aveva buon cuore, bisogna convenirne; anche se altre facoltà scarseggiavano in lui, sarebbe a dire criterio, prudenza, senno, il suo cuore era buono, il suo cuore era largo, tanto largo che da vero ingordo ingoiava tutto.
È noto il simpatico accordo che da parecchi anni univa queste due creature rendendole vicendevolmente felici. Se Pinotto risparmiava al suo padrone la briga di occuparsi delle piccole faccende del suo appartamentino da scapolo servendolo con intelligenza e con onestà, è pur vero che Giacomo Gondi chiudeva facilmente un occhio sugli stivali mal lucidati o sul caffè troppo lungo, e se pure gli accadeva di dover riprendere Pinotto, lo faceva con perfetta carità di simile, ricordando a tale proposito il motto di Sterne: “Basta che nella faccia di un povero diavolo io legga questa espressione dolente: eccomi, sono tuo servo, per sentirmi subito disarmato”.
Giacomo Gondi, per quanto fosse di professione letterato, aveva ottimo stomaco e non era punto fegatoso. Non soffriva nè di dispepsia nè d’invidia e sapeva sorridere persino nel momento tragico in cui due direttori di giornali gli scaraventavano addosso contemporaneamente questi due quesiti: “Credete voi all’immortalità dell’anima?” – “Quale è la vostra opinione sui cappelli delle signore a teatro?” Evidentemente non si trova in tutta la repubblica letteraria un carattere migliore di quello di Giacomo Gondi. Pinotto era il primo a riconoscerlo.
Quanto a Giacomo Gondi, inveterato ottimista, si era a poco a poco persuaso di avere risolto in piccolo uno dei più gravi problemi che tormentano l’umanità. Egli pensava: io ho bisogno di Pinotto e Pinotto ha bisogno di me; egli mi serve con amore ed io lo tratto con amore; i nostri interessi sono così vicini che ne formano uno solo. Quello di noi due che sopravviverà all’altro gli chiuderà gli occhi in pace e il morto potrà essere sicuro che almeno una lagrima sincera sarà caduta sulla sua fossa. Pensando tali cose Giacomo Gondi si commoveva davvero.
Ma, non so se qualcuno se ne sia accorto, da qualche tempo Pinotto era cambiato. Quando apriva l’uscio agli amici del suo padrone non lo faceva più con quel garbo simpatico e sincero che gli accaparrava tutti gli animi: sorrideva meno; interpellato, rispondeva con una bruscheria e un disdegno affatto insoliti. Invece della frase sacramentale: – Resti servito, il mio padrone scrive ma la vedrà volontieri, – il più delle volte non parlava accontentandosi di accennare colla mano tesa l’uscio dello studio.
Anche in casa, col suo padrone, si era fatto torvo e concentrato.
- Pinotto, cos’hai? – gli chiese un giorno Giacomo Gondi mettendogli una mano sulla spalla.
- Oh! mi lasci stare, ognuno ha i propri pensieri, – rispose Pinotto con una scrollata che lo liberò dalla mano amichevole.
E un altro giorno essendo stato fuori per una commissione un’ora buona oltre il necessario, Giacomo Gondi osservò che già altre volte si era assentato così senza apparente motivo lasciandolo inquieto e che lo pregava quando volesse andare a spasso per suo conto di avvertirlo, almeno, per sua regola. Alle quali parole, dette con accento conciliativo, Pinotto non si peritò di contrapporne altre violente ed aggressive, soggiungendo che era un uomo libero, che il tempo delle imposizioni era finito e che i padroni non hanno il diritto di controllare le azioni dei domestici.
Io mi ricordo che verso quel tempo appunto Giacomo Gondi si era mostrato con me impensierito per il mutamento di Pinotto.
- Non vorrei che covasse qualche malattia, – mi disse. – Fosse l’itterizia?
Poco dopo, proprio quando si ebbe notizia dei primi sollevamenti russi contro lo Stato, Pinotto, che non si era mai occupato di politica, saltò su a gridare:
- Benone! Così va fatto!
Ero presente alla improvvisa sortita e so che il folletto nascosto in fondo ai suoi occhi mi fece quasi paura per la gran vampata che cacciò fuori.
Ma il peggio fu quando Giacomo Gondi, colle braccia cascanti dell’uomo che ha ricevuto una bastonata, mi confidò sospirando:
- Caro te, io ho un gran timore che Pinotto impazzisca!
Gli aveva parlato per tutta la sera di diritti conculcati, di sfruttatori, di succhioni, di egoisti, con un ardore di novizio che sfodera in un colpo solo tutte le sue armi, colla veemenza dell’allucinato in preda ai primi assalti dell’idea fissa. Giacomo Gondi, che è timido come una fanciulla (una fanciulla dei tempi andati), era rimasto ad ascoltarlo a bocca aperta. Gli promisi che lo avrei tastato io così alla lontana per cercare di farmi un’idea precisa di quella diavoleria che era entrata in corpo a Pinotto.
Giusto appunto essendo capitato un giorno dal droghiere a comperarmi delle caramelle di pomo per la tosse, trovai Pinotto in un gruppetto di quattro o cinque scamiciati riuniti intorno ad un tavolino dove si beveva non so che liquore brindando alla morte di tutti i padroni. Pinotto era anche lui col suo bravo bicchierino alzato e non lo depose affatto vedendomi, ma rosso d’ira mi gettò un’occhiata torva senza salutarmi.
- Ebbene, Pinotto, – gli dissi avendolo aspettato sul canto della via, – da quando in qua sei diventato un rivoluzionario?
- Da quando apersi gli occhi, – rispose il pover’uomo con una cert’aria tracotante che nelle sue intenzioni doveva rappresentare il coraggio. – Il mondo ha finito di essere ignorante; ora anche quelli che non hanno studiato la sanno lunga e non si lasciano più infinocchiare.
- Ma chi ha infinocchiato te, povero Pinotto?
- Oh! non parlo per me, non sono egoista io. Io sento vibrare (si diede un gran pugno sul petto) l’anima collettiva del popolo che soffre.
Era proprio Pinotto che parlava? Se non lo avessi avuto davanti in carne ed ossa, avrei potuto credere che un fonografo accanto a me ripetesse la concione tribunizia di uno dei tanti comizi che rallegrano le folle.
- Ma tu hai brindato alla morte di tutti i padroni….
Non mi lasciò finire. Sempre più eccitato nel fenomeno dell’autosuggestione e nella fanfara delle proprie parole che lo inebbriavano come il più capzioso dei vini, egli interruppe:
- I padroni rappresentano la tirannia del capitale, bisogna abbatterli tutti affinchè l’uomo sia libero. Guardi in Russia….
- Lascia stare la Russia, Pinotto, che tanto non è roba per i tuoi denti ed è troppo lontana perchè tu possa mai lusingarti di ficcarvi lo sguardo. Invece dell’anima del popolo, che anche codesto è un osso duro da rosicchiare, interroga la tua coscienza e dimmi che cosa puoi rimproverare al tuo padrone?
- Il mio padrone non c’entra, – si affrettò a rispondere Pinotto, – non parlo per lui.
- Benissimo. Ma se fra coloro che gridano morte ai padroni tre quarti, o la metà, od anche un quarto solo dovesse fare la restrizione mentale che fai tu, qual valore di sincerità e di verità vi sarebbe nel vostro plebiscito?
Qui Pinotto parve comprendere poco perchè si grattò malamente un orecchio e soggiunse con impazienza:
- Loro padroni non comprendono nulla dei nostri bisogni e poichè tengono la penna in mano quando non torna loro il conto a metter giù un nove lo capovolgono e ne viene fuori un sei, così hanno sempre ragione.
- Ti assicuro, Pinotto, che questa operazione aritmetica mi riesce affatto nuova e….
- Dovrebbero – continuò colle fiamme negli occhi – venir loro a tirare il carro, a sudare come bestie, a patire la fame, il freddo, i microbi….
Anche i microbi!!… A tal punto rividi bene Pinotto nella linda cucinetta di Giacomo Gondi, col suo bravo fuoco acceso sotto le appetitose vivande che cuocevano per entrambi; o cantarellare intanto che spazzolava gli abiti: o fumare la sua pipa accanto alla finestra aspettando il ritorno del padrone; o sfogliare i giornali illustrati alla sera quando aveva sparecchiata la tavola; od aprire l’uscio ai visitatori; o girare il rubinetto della luce elettrica; o portare una lettera alla posta; o preparare il caffè e prenderne la sua parte; o schiacciare un pisolino sulla poltrona di Giacomo Gondi quando Giacomo Gondi si attardava fuori di casa; e tutte queste miti occupazioni fra le quali si era svolta per tanti anni la vita serena di Pinotto facevano un tale contrasto colla sua descrizione della miseria proletaria, che non mi riuscì di frenare un sorriso ed allontanandomi lemme lemme mi veniva fatto di pensare: Possibile che vi sia in certi uomini tanta voluttà di soffrire che anche quando stanno bene vogliono persuadersi del contrario per non rinunciare al gusto di lagnarsi?
- Bada – dissi all’amico mio – che Pinotto frequenta una cattiva compagnia.
- Lo so, – mi rispose Giacomo Gondi, – e il mio dispiacere è di non potere fare nulla per questo povero illuso. Io lo vedo avviarsi giorno per giorno alla sua rovina, sento che mi sfugge, che si perde e che lo perdo e sono impotente ad arrestarlo. Nel suo cervello semplice quell’idea che vi hanno gettata come una noce in una scatola vuota gli fa intorno un frastuono indiavolato, lo intontisce, lo ubbriaca. Va a ragionare se puoi con un uomo che non sta ritto sulle gambe!
Francamente devo dire che ignoro ciò che avrei fatto nei panni dell’amico mio, essendo più che ogni altra cosa malagevole il sostituirsi al pensiero, al sentimento, alla impressionabilità di un altro, ma Giacomo Gondi nella infinita dolcezza del suo temperamento credette far bene raddoppiando verso il suo domestico di affabilità e di condiscendenza. Fu peggio che andar di notte, perchè costui a vedere quella remissione non pensò neppure un istante che fosse una nuova prova della bontà di Giacomo Gondi e l’attribuì tutta alla paura delle sue minacce, quanto dire alla superiorità inappellabile della sua causa, per cui si fece sempre più insolente, infingardo e pieno di pretese. Giacomo Gondi ne soffriva nelle più intime fibre della sua anima di timido, di sognatore, di ottimista e – come succede agli individui del suo temperamento – si lasciava andare pel verso della corrente, affidato ad una fluttuante speranza che le cose dovessero da un momento all’altro cambiare.
Si era a questo punto quando una delle scorse sere, un po’ prima di mettere in tavola, Giacomo Gondi che ritornava da una lunga corsa in mezzo alla nebbia tutto rattrappito e freddoloso, pregò Pinotto di accendergli il caminetto nel suo studiolo, ed avvenne che accendendolo Pinotto lasciasse cadere sul tappeto un tizzo ardente.
- Bada, bada, raccattalo presto! – gridò Giacomo Gondi, il quale aveva visto con terrore la minaccia di una abbruciatura in quel tappeto a lui carissimo per lontane memorie.
- Cosa crede, che lo abbia fatto apposta? – fu pronto a rimbeccare Pinotto.
- Non dico questo, ma spicciati; non vedi che ne hai lasciato cadere un altro pezzo? Oh! povero me!
- Ih! quante smanie per un cencio di stoffa da tener caldi i piedi alle loro signorie mentre tanti poveri disgraziati muoiono di freddo nelle steppe….
- ….russe, – completò Giacomo Gondi al corrente del tic russofilo del suo servitore.
Pinotto, che stava accoccolato soffiando nella bragia, si alzò come un galletto in atto di sfida:
- E non mi canzoni sa? perchè il tempo di umiliare la povera gente è passato. So benissimo che ella l’ha con me perchè le furono riferite delle cose che mi riguardano.
- Ti inganni, Pinotto, io verso di te non mutai affatto, tu piuttosto….
- Ma sicuro! (il neofita vedeva presentarsi l’occasione di affermare coraggiosamente il suo credo, forse di divenire un eroe, un martire, uno di quei personaggi che passano poi nei libri e dei quali si discorre per un pezzo; questo pensiero gli infuse una audacia straordinaria). È suonata la diana! Tutte le viltà degli sfruttatori ricadono sul loro capo; abbastanza essi abusarono del loro potere, ma la nostra coscienza ora si è svegliata, sentiamo la nostra dignità di uomini tutti eguali e soprusi non ne vogliamo soffrire più.
- Ma Pinotto, che diavolo è mai entrato nella tua pelle, non ti riconosco! Vuoi dirmi almeno che male io t’ho fatto?
- Lei, lei…. – non parlo per lei, – mormorò Pinotto con voce rabbonita; ma poi subito pentito quasi si fosse sorpreso in delitto di fellonia, soggiunse: – Del resto, anche lei come tutti gli altri. Se appariva buono, se mi trattava bene, non lo faceva mica per amor mio, ma solo per il suo interesse.
- Pinotto….
- Sì, per il suo interesse, perchè gli fa comodo a tenermi; e se mi nutre bene non è già per buon cuore, oh! no, ma perchè abbia maggior salute e maggior forza da mettere al suo servizio. I padroni non fanno nulla per buon cuore. Essi ci lascerebbero crepare di fame se non avessero bisogno di chi pulisce le loro camere e i loro abiti!
Giacomo Gondi tremava di commozione, di sdegno, di pietà a vedere così trasformato il suo compagno di otto anni, di quegli otto anni trascorsi con tanta soddisfazione reciproca e (almeno aveva creduto) reciproco affetto.
- Senti, – disse con accento pacato e grave, – tu non sei in stato normale, o hai la febbre o sei pazzo. Va a coricarti.
- Non sono nè malato nè pazzo. Ho tutto il mio senno.
- Allora c’è qualcuno che ti ha scaldata la testa, va, va a riposare.
- A me scaldare la testa? – esclamò Pinotto ridendo ironicamente, – non sono nè un bambino nè uno stupido; dica piuttosto che è lei che vuole liberarsi di me. Ah! ma se è questo (una vampata sinistra balenò ne’ suoi occhi) il servizio glielo faccio subito e me ne vado.
Non così presto lo scatto di una rivoltella risponde alla pressione del dito quanto l’azione seguì le parole di Pinotto. Gettò via la paletta che teneva ancora in mano e corse all’uscio. Giacomo Gondi credette che si fosse riparato in cucina a sfogare da solo il malumore e già si rassegnava colla solita filosofia a posticipare il pranzo di qualche mezz’oretta, quando lo vide riapparire sulla soglia col cappello in mano e un fardello sotto il braccio.
- O dove vai ora?
- Vado che la riverisco.
- Ma sei matto?
- O matto o no, non voglio sopportare più gli scherni e gli oltraggi di un padrone che dopo di avermi succhiato il sangue, quando non fossi più buono a nulla mi caccerebbe via come un cane.
- Veramente, se c’è qualcuno che in questo momento possa dire di essere trattato come un cane, Pinotto, non sei tu quello! Rifletti….
- Ho riflettuto abbastanza. Un tozzo di pane duro ma colla dignità di uomo libero.
- La dignità, Pinotto….
Un bel discorso in proposito avrebbe forse pronunciato Giacomo Gondi che già se lo sentiva salire tutto caldo e sincero su dal cuore, se quell’indemoniato gliene avesse lasciato il tempo, ma che! Giacomo Gondi rincorrendolo lo vide precipitarsi per le scale a guisa di valanga, infilare la porta, sparire laggiù, laggiù verso la nebbia, dove era buio, freddo, solitudine.
- E pensare – mi diceva ancora ieri Giacomo Gondi – che io avevo già provveduto all’avvenire di quell’imbecille nominandolo nel mio testamento per una rendita vitalizia.
- Il bello poi sarebbe – soggiunsi io – che tu da questo fatto bizzarro ne ricavassi una novella. Allora sì Pinotto potrebbe chiamarti sfruttatore e succhione. Ti par poco?…. Far denari sulla sua pelle!

Neera – Il convegno dei sette peccati

Nel palazzo della Superbia, eretto sopra un’altura che dominava tutte le case circostanti, un guardaportone in gran livrea introduceva gli invitati i quali dovevano genuflettersi e fare atto di deferenza fin dalla soglia, poi attendere che Sua Maestà si degnasse riceverli; e questa attesa trascorreva in una galleria mobiliata di alti specchi destinati a riflettere, moltiplicandolo all’infinito, lo stemma di famiglia, la cui origine risaliva nientemeno che a Lucifero, e che si adagiava fra leoni rampanti ed aquile romane al di sopra di ogni specchio.
Prima ad arrivare fu la Gola, dal viso rubicondo e dagli occhietti lustri. Ella chiese subito se vi sarebbe stato trattamento e senza aspettare la risposta gonfiò le narici per cogliere nell’aria qualche buon odore di cucina. Era vestita in modo bizzarro ed appetitoso con una gonna succinta di un bel roseo tenero in gradazione di carne di aragosta e le cingeva la vita senza serrarla un corsaletto di velluto color tartufo bruno con guarnizione di piccoli gamberi di corallo. Una gorgiera trasparente di una tinta indefinibile tra il petto di tortora e il brodo di tartaruga le si allacciava intorno al collo rotondo, tenuta ferma da un largo topazio somigliante ad una gelatina d’arancio. Penduli da un braccialetto si cozzavano tra loro tre porcellini d’argento; le calze aveva di seta finissima nella intonazione delicata delle squamme di trota e sopra questa deliziosa piramide troneggiava un cappello a larghissime tese cariche di ciliegie, d’uva, di ribes, con due penne di fagiano e una testa di pappagallo. Sedette, e per non perder tempo trasse da una sacca che aveva portata con sè “fondants”, gianduiotti e “marrons glacés”.
Venne seconda una splendida donna che al solo apparire fece correre un fremito nella schiera dei valletti ossequienti al suo passaggio. La sua entrata nella galleria degli specchi parve un soffio del caldo vento di Oriente pregno dei succhi delle rose di Teheran; la superficie dei cristalli si appannò riflettendo la sua bellezza come una guancia di efebo che si copre di pudibondo rossore ai primi assalti della voluttà.
- Buon giorno Lussuria, – disse Gola andandole incontro, – ti sei fatta bella assai per il convegno.
Sorrise l’altra, senza rispondere, coi denti candidi fra le labbra sanguigne; e trascinando in morbide onde il lunghissimo strascico dell’abito marezzato di un verde smeraldo con fondi cupi di giaietto, raggiunse l’unico divano e vi si adagiò in posa molle. Le ampie pieghe della stoffa si distesero intorno a lei quasi sorreggendola in un amplesso; un profumo acuto corse per l’aria. La donna chiuse un istante le palpebre nell’attitudine di assaporare una sua intima ebbrezza e sollevando il seno con profondo respiro fece scintillare sulle carni nude un bizzarro amuleto incastonato fra vividi rubini che parevano goccie di sangue. (Ella aveva anche impressa sul dorso una maschera schifosa dalle occhiaie purulenti, ma non si poteva vedere se non quando si voltava; per questo non si voltava mai).
- Quanto sei bella Lussuria! – ripetè Gola, sempliciotta e ciarliera.
Un gran colpo intanto fece sbattere l’uscio e parve che una fiamma l’avvampasse. Ma non era che una personcina vestita di rosso, agitata e sbuffante, coi capelli in disordine e gli occhi di bragia.
- Come! – esclamò, – non è ancora riunito il Consiglio? Non sono tutte pronte le sorelle? Dovrò io aspettare a lungo? Superbia si prende forse giuoco di noi?
- Calmati sorella Ira. Non sono giunte tutte ancora, è vero, e Superbia sta a dare l’ultima mano alla sua toeletta. Ma c’è tempo.
- Io non ho mai tempo. Io ardo, brucio, investo, distruggo. L’ozio e la calma mi sono insopportabili. Io l’ho anche con te, Lussuria, che stai a poltrire fra i tuoi profumi invece di correre per il mondo in cerca di lotta. Vuoi che ci battiamo noi due intanto che si aspetta?
- Mille grazie, – rispose Lussuria accarezzando la testa di un serpentello d’oro che le formava cintura -; ben altre sono le mie battaglie.
- Sorelle, per carità, – mormorò una voce chioccia dietro la portiera, – chi di voi mi può prestare qualche lira per pagare il nolo della carrozza? Sono stata sorpresa dalla pioggia in mezzo alla via ed io non ho mai denaro con me, lo sapete, sono povera.
- Entra, Avarizia, entra, pagheremo noi.
Si presentò Avarizia, vecchia, sbilenca, vestita di nero, colle mani rugose senza guanti, con un cappello di forma e di stoffa indecise per poter servire in tutte le stagioni; aveva i chiodi sotto le scarpe e un randello sotto il braccio che le serviva ad allontanare i mendicanti ed i cani.
Un’altra voce dietro a lei implorò subito:
- Tienimi sollevata la portiera, sorella, affinchè possa entrare anch’io. Sono orribilmente stanca per la fatica di aver salito le scale.
- Vieni, Accidia, – disse Lussuria accompagnando l’invito con un grazioso movimento del braccio, – vieni amata sorella, ti farò un posticino su questo divano, bertuccia mia, còccola mia, vieni!
- Ah! – rispose Accidia lasciandosi andare sulla prima sedia accanto all’uscio, – sei troppo distante. Le forze non mi reggono.
Avarizia si accostò alla nuova venuta e palpandole colle dita adunche la stoffa dell’abito disse:
- Cospetto, che ricami! Devono esserti costati caro.
- Non lo so, non mi ricordo.
- È argento fino?
- Credo bene.
- Quando smetti questo abito lo vuoi dare a me?… Eh? Ne farò qualche cosa.
Accidia percorse con uno sguardo indifferente i ricami argentei del suo vestito che rappresentavano leggiere e soffici ragnatele sulla stoffa di crespo bianco. Elegantissimo vestito, a cui per altro cadeva qualche sbrendolo qua e là, ed era insozzato sul lembo estremo da numerose pillacchere dovute alla nessuna cura che si prendeva la sua proprietaria di sollevarlo quando attraversava un posto sudicio.
- Ci siamo tutte? Andiamo? – disse Ira la quale non aveva voluto sedersi e passeggiava agitata in su e in giù.
- Manca….
Ma la frase fu troncata da un domestico che annunciò:
- Sua Maestà attende le loro signorie.
Rapida fu Ira a balzare all’uscio, seguita da Lussuria che snodò ancora sul pavimento lo strascico sinuoso della sua gonna marezzata di verde smeraldo con fondi cupi di giaietto. Gola veniva appresso sorreggendo Accidia sotto le ascelle e Avarizia se ne stava qualche passo indietro rovistando il suolo cogli occhi acuti e colla punta del randello per vedere se qualcuna delle sorelle avesse lasciato cadere una bazzecola qualsiasi.
Introdotte nella gran sala d’onore rimasero quasi acciecate dallo sfolgorio del trono sul quale stava rigida ed immobile Superbia, vestita con un magnifico abito di raso giallo lucente come oro fuso, recinto il collo di perle che le scendevano fino ai ginocchi, sparsa la persona di brillanti, di topazi, di rubini, di zaffiri, di smeraldi, cariche le dita di ogni sorta di gemme e la fronte altera chiusa in un diadema di stelle.
- Buon giorno, sorelle mie, prendete i vostri seggi. Scade oggi il mio turno di regno e dobbiamo nominare quella di noi che regnerà l’anno prossimo.
Lussuria si adagiò al posto d’onore, alla destra del trono, sorridendo coi denti candidi fra le labbra sanguigne.
- Grande è la nostra responsabilità, o sorelle, – continuò Superbia appoggiando la destra gemmata sopra uno scettro d’oro sormontato da una bestia favolosa, metà drago metà leone, cogli occhi di carbonchio -: noi assistiamo giornalmente alle conquiste davvero meravigliose che il progresse compie in tutti i rami. Dalla scienza alla legislatura, dall’arte alle più umili manifestazioni della vita tutto avanza, si svolge, si arricchisce. Ogni giorno ci dà una conquista nuova, ogni secolo ci presenta a gara invenzioni e scoperte, ed ogni invenzione ed ogni scoperta nuova mentre da una parte ci inorgoglisce sta pure a dimostrare da quanta imperfezione, da quanta insufficenza, da quanta manchevolezza siamo usciti. Solo il peccato non ha cambiato mai. Pensate: il progresso non ha saputo trovare un peccato di più! Ciò prova la nostra forza. Noi siamo al completo. E poichè nessun peccato è stato tolto, nessuno aggiunto, a noi che sempre fummo e sempre saremo, spetta di essere chiamate le Immortali.
Annuirono le sorelle con un modulato sussurro che dimostrava la loro soddisfazione.
- È d’uopo per altro riconoscere, – aggiunse Superbia girando intorno l’occhio sfavillante, – che io sola ho saputo fino ad ora tener alto il prestigio della nostra famiglia. Tu sei bella, Lussuria, ma io sono più bella di te e coloro che tengo stretti non si accorgono neppure de’ tuoi vezzi. Nè tu Gola, nè tu Accidia, nè tu Avarizia potete illudervi di arrivare neppure a’miei calzari. Tu poi Ira mi fai ridere colle tue furie irriflessive….; sta cheta, non agitarti, tanto non mi spaventi. Ma vedo che sarà difficile trovare in mezzo a voi la persona degna di succedermi.
Rizzandosi sul busto morbido che si atteggiò in un movimento felino Lussuria prese la parola con voce velata e bassa:
- Io faccio dell’uomo quello che voglio; lo plasmo, lo trasformo, lo imbestialisco; oppure lo maciullo come stelo di canapa in tutta la sua carne fino all’osso; oppure mi attacco alla sua intelligenza che sotto il soffio delle mie labbra si spegne a poco a poco; e lo dilanio, e lo struggo finchè ridotto vil cencio muore nella morsa delle mie braccia. Nè basta, chè il veleno inoculato co’ miei baci discende nelle stirpi e le attossica alle sorgenti. Io sono la lonza dai fianchi agili e dalla bocca crudele. Sono in una parola la Sterminatrice!
Un silenzio appassionato accolse le dichiarazioni della bellissima donna. Ognuno sentiva che lo scettro del potere sarebbe toccato a lei. Tuttavia facendosi innanzi con discreta audacia Gola volle anch’essa pronunciare il suo discorso:
- Per essere meno violenti di quelli di sorella Lussuria i miei mezzi di distruzione non sono meno efficaci e più lunga è la mia opera sugli uomini giacchè li prendo dalla culla e li posso dominare fino alla più tarda età. È ben vero che da qualche tempo quella pettegola di Igiene non fa altro che mettermi dei bastoni nelle ruote, ma io me ne rido, oh! se rido!…
La vecchia Avarizia movendo verso il trono a brevi passi sospettosi prese a sua volta la parola:
- Ecco, io non aspiro all’alto onore di essere nominata regina dei peccati, molto più che vi sarebbero certamente delle spese di rappresentanza e sono così povera così povera che vi farei sfigurare tutte. Però se quella che sarà assunta al potere vorrà gratificarmi di una modesta pensione, avuto riguardo alla mia età ed alle mie disgrazie, non credo di esserne immeritevole. Quanto bene io impedisco nel mondo! Senza strepito e senza scandali lascio marcire nella miseria innumerevoli persone, intralcio opere, faccio abortire progetti grandiosi, disprezzo l’arte e la poesia che soffocate dal soffio gelido della mia mano si raggrinzano e cadono al pari di frutti bacati. Ben sta a sorella Lussuria il paragone della lonza. Io sono il tarlo. Ciascuno fa quello che può.
- E tu Accidia non dici nulla? – chiese la sedente in trono.
- Ah! lasciatemi stare, parlare è una ben grave fatica. E poi è tutto così inutile! L’ozio solo è bello.
- Eppure devi contribuire anche tu al fasto del nostro nome. Non si può essere peccati se non si fa qualche cosa.
- Scusa, sorella, non hai forse mai approfondita la mia missione nel mondo. Colla mia apparenza insignificante fo degno riscontro a sorella Avarizia; se ella è il tarlo che rode io sono l’acqua cheta che mina e ti so dire che ben molti ponti sotto i quali passarono trionfanti le fiumane dei secoli stanno per crollare in grazia mia. Chi vivrà vedrà. Ho detto.
- Ed io! Io! Io! Perchè non mi interroghi? – gridò Ira sollevando in ventate di rabbia il suo abito fiammeggiante.
- Taci, ragazza. I tuoi meriti come peccato sono considerati appena dai sacerdoti in confessione. Nel mondo non fai male abbastanza. Ora procederemo alla nomina della nuova regina. Ma che vedo, sorelle? Che è mai quella specie di fumo che entra dalla fessura dell’uscio?
- È forse nebbia.
- Pare un velo.
- Pare un cencio.
Una indistinta massa cenerognola strisciando di sotto all’uscio si avanzava pian piano, cresceva, ergendosi, e prendendo definitivamente forma e consistenza di donna si pose ritta dinanzi al trono.
- Ah! Invidia, povera Invidiuzza, ti avevamo dimenticata.
- Lo so, è quello che fate sempre. Ognuna di voi pensa e agisce come se io non esistessi.
Amarissima suonò la voce della nuova venuta, la quale chinandosi con ironica umiltà a baciare la mano di Superbia trovò modo di sputare senza essere vista sullo strascico di Lussuria. Ed era la più brutta delle sette sorelle, più brutta di Avarizia, benchè più giovane. Piccola, sparuta, dalla magrezza rachitica e viziosa, sulle sue guancie livide i desideri insoddisfatti e urlanti avevano scavato quasi una fossa; la sua bocca pieghevole alle basse adulazioni temprava nello stesso tempo la freccia avvelenata e i suoi occhi, dei quali uno era di vetro, avevano il sinistro bagliore degli occhi dello sciacallo vagolante intorno ai cadaveri. Sull’abito meschino di color bigio portava false perle e gemme di vetro sfacciatamente luccicanti.
- Come mai, – disse Gola grassa e senza malizia, – hai potuto passare nella fessura dell’uscio?
- Io striscio, raspo, gratto, lecco, mi schiaccio, mi assottiglio a piacer mio. È uno dei miei mezzi per penetrare dove voglio. Sono arrivata tardi perchè ero in giro d’affari.
- Dove?
- Nel mondo.
Così dicendo scoperse una face che teneva nascosta sotto la gonna e l’agitò per l’aria.
- Questa è la face della Discordia! – esclamarono insieme Superbia ed Ira.
- Appunto. Io me la faccio prestare sempre quando mi reco nell’uno o nell’altro luogo; con essa accendo le fantasie degli uomini dove già deposi il fermento infiammabile dell’odio. Voi quante siete agite con mezzi limitati sopra una categoria di individui ciascuna; il mio dominio invece è universale, perocchè io posseggo una parte dell’anima di ogni essere vivente così che il superbo, il lussurioso, l’avaro, il ghiottone, l’accidioso, l’iracondo mi appartengono a loro insaputa e mentre ognuno di costoro avrà uno dei peccati che voi rappresentate il peccato mio è in tutti.
- Oh! – fece Superbia aggrottando le ciglia.
- Da questo medesimo posto dove noi sorelle siamo riunite non ho che a scatenare il mio dèmone per vedervi tutte l’una contro l’altra. Tu per la prima, Superbia, invidii le belle forme e il sorriso incantatore di Lussuria.
La donna in trono si morse le labbra per dispetto. Invidia che la guardava col suo occhio unico torbido, mentre l’occhio di vetro riluceva sinistramente, continuò:
- Voi vi saziate qualche volta, io mai. Io sono la lupa dal ventre concavo e dalle fauci bramose che gira sempre in cerca di preda. Non udite i sordi rumori che salgono da ogni parte del mondo? Io sollevo i popoli come voi sollevate una festuca. Qualunque arma mi serve; perfino la Verità che so violentare e condurre a’ miei fini, perfino l’Innocenza che accieco e della quale mi faccio scudo. Chi rompe le amicizie, chi disunisce le famiglie, chi mette in guerra i popoli, chi insidia il trono dei re? Io. Vedete quelle case silenziose, quegli austeri conventi dove nel nome di Cristo stanno riunite tante pie suore, tanti religiosi fratelli? Essi hanno rinunciato alle tue pompe o Superbia, alle tue tentazioni o Lussuria ed alle tue o Gola; essi dànno un pane a chi non ne ha e la regola vieta loro di essere oziosi ed iracondi. Sono soli con Dio. Una ferrea porta ingraticciata li divide dal resto degli uomini…. Ma io penetro, io, il peccato universale!
Un brivido corse nell’assemblea fatta muta e tremante.
- E coloro che si chiamano figli delle Muse, questi esseri ideali che si pascono di poesia e di fantasie leggiadre, grandissimi talvolta, talvolta assurgenti alle più alte questioni che preoccupano l’umanità, aquile librate sopra le miserie terrene, vedeteli, vedeteli questi superuomini, pallidi in volto del mio pallore, denigrarsi a vicenda e colpirsi alle spalle con zanne di tigre. Quale grandezza io rispetto? Quale sentimento mi arresta? Quale tradizione mi unisce a’ miei simili? Io rinnego tutto e tutti.
Le sei sorelle si strinsero insieme intorno al trono con un movimento pauroso, tanto era bieco l’occhio unico di Invidia e l’altro, l’occhio di vetro, mandava riflessi gelidi di morte.
- Ah! voi vi amate? – rauca e cavernosa era la voce di Invidia, scosse le membra da un tremito febbrile, mentre soffiava in volto alle sorelle l’alito impuro. – Voi credete ancora ai vincoli del sangue? Guardatemi, prostratevi dinanzi a me, riconoscetemi per vostra regina. Io vi odio!
Tacita, Superbia discese dal trono, si tolse il diadema di stelle e ne cinse il capo di Invidia, allentò lo scettro e lo pose nella destra di lei, poi chinandosi al baciamano di rito, mormorò fra il silenzio sbigottito delle sorelle:
- Cedo a te le insegne del potere e ti riconosco regina dei peccati.
Rapidamente Avarizia raccolse da terra le gemme false che Invidia, ascendendo in trono, aveva lasciate cadere.

Neera – Una citazione

Nicola Bordello entrò quella sera nell’osteria della “Testa d’asino” di assai cattivo umore. Diede subito una pedata al gatto, e sedutosi sulla panca con una mossaccia che gli scosse sulla fronte l’arruffata chioma picchiò un gran pugno sulla tavola esclamando senza la menoma intenzione di fare un giuoco di parole:
- Mondo infame.

 

La frase, per quanto energica, passò inosservata accanto a un piccolo gruppo di contadini che stavano discutendo dei loro affari, confidandoli a un vinello un po’ acido, non tanto però che le mosche non accorressero da ogni parte a contenderlo – essendo pur vero che quando si tratta di pigliare ogni cosa torna buona. Solamente l’oste il quale stava dietro il banco grattandosi la testa ed i fastidi insieme sbirciò con indolenza il nuovo arrivato biascicando:
- Il solito ottavino?
- Un quartuccio perbacco e crepi la miseria! – esclamò ancora Nicola assestando un secondo formidabile pugno.
L’oste che non era nè guercio nè bolognese, ma che oste era, capì che lì ci stava un gran fuoco da estinguere e, dato di piglio al quartuccio e messolo sulla tavola, rimase in piedi davanti all’avventore con una cotal sua aria rimminchionita e dabbene che chiamava le confidenze come il cacio il pane.
Nicola Bordello prese il quartuccio e rovesciando indietro il capo ne bevette a garganella una buona metà ascoltando con piacere il glu glu del liquido che gli scendeva nell’ampio torace. Almeno bere si può sempre.
- Quest’anno, – disse l’oste, – il vino sarà anche migliore. Le viti sono di una bellezza….
- Accidenti! – esclamò Nicola stenando il suo terzo pugno.
L’oste rimase al pari di colui che avendo spianato il fucile verso un uccello pianamente posato in ramo se lo vede volar via ad un tratto. Per paura di far peggio stette zitto.
Fu Nicola Bordello che dopo un po’ di tempo pizzicandosi il naso soggiunse:
- A me le capitan tutte.
L’oste si accontentò di fare: hum! hum! Con un tono che non voleva dir nulla; e fu appunto quello che ispirò fiducia all’altro.
- Tu eri presente, nevvero, quando ebbi una disputa uno di questi giorni con Maso del Ghero, quello scimunito?…
L’oste tornò a fare: hum! hum!
- Ma già a lavare la testa all’asino (non parlo della tua, sai) si butta via sapone e ranno. Cosa mi salta in mente di volergli spiegare che cos’è la repubblica, come se lui potesse intendermi! Così da una parola all’altra ci siamo riscaldati la bile, ti ricordi?
- Vagamente.
- E gli dissi il fatto suo che gli stava bene, a quell’animale, ma niente di più del fatto suo; e nessuno ha parlato della Ghita del bosco che se ne infischia di lui; per questo il motivo della disputa non fu altro che la repubblica; tienilo a mente, la repubblica. Ora dimmi un po’ per quale ragione m’ha tagliato nella vigna sette piedi di vite, che se non gli capita addosso mio padre la era tutta spacciata?
- Sette piedi di vite ti ha tagliato?
- Sette. Per vendetta che gli diedi dell’imbecille, come se la colpa fosse mia e non di sua madre che quando era gravida di lui ebbe certo voglia di una zucca.
- E quando è stato? – chiese l’oste con un interesse mediocre, solo per sostenere il discorso.
Ma Nicola Bordello ora che aveva dato la stura all’eloquenza non intendeva di finirla così subito. Buono che si fece portare un altro quartuccio prima di entrare nei particolari della sua disgrazia. Avvenne però questo, che le chiacchiere e il vino invece di calmarlo non fecero che eccitarlo maggiormente, al punto che gridava e smaniava sulla panca dell’osteria quando entrò per l’appunto il maresciallo dei carabinieri a farsi dare una gazosa perchè moriva dal caldo. Nicola Bordello vociava in quel momento:
- Non sono nemmeno io se non glie la faccio vedere a quel cane! Sette denti gli voglio strappare, sette martellate gli voglio dare!
L’oste ammiccò al maresciallo e questi che conosceva Nicola gli si avvicinò bel bello sorridendo col passo cauto della donnicciuola a cui è fuggito il merlo:
- Calma, calma, con chi l’avete, diavolo?
- L’ho che vedo rosso questa volta (Dio sa se intendeva rosso di sangue o rosso di vino) e uno sproposito lo faccio come è vero che mi chiamo Nicola.
- Perchè volete fare uno sproposito, – soggiunse il maresciallo con tono conciliativo, dopo di avere ascoltato il racconto di Nicola, – quando c’è modo di farvi rendere giustizia dai tribunali?
- I tribunali! – mormorò Nicola colpito dalla grandiosità della parola e dal mistero che in essa si celava, – possono forse i tribunali rendermi le mie viti?
- Possono obbligare Maso del Ghero a rifondervi i danni.
Gli occhi di Nicola luccicarono per improvvisa cupidigia, ma l’oste osservò:
- Maso è un po’ corto di cervello. Chi sa se gli riconoscerebbero la responsabilità del mal fatto.
- Non importa, – soggiunse il funzionario, – i suoi genitori rispondono di lui ed hanno di che pagare sette piedi di vite.
- Ben detto! – esclamò Nicola. – Questa è giustizia. Io però non so come si fa a parlare ai tribunali.
- Se non è che questo vi aiuterò io a stendere l’atto d’accusa.
- Nel quale direte che fu in seguito a una disputa politica, senza parlare della Ghita del bosco che non c’entra per nulla.
- Come vorrete.
- In causa della repubblica, che lui non capiva che è il modo di comandare un po’ tutti….
- Ma sì, ma sì.
- E siete sicuro che lo obbligheranno a rifondermi i danni?
- Almeno credo, se le cose stanno come le avete raccontate voi; ma anche alla peggio, male non ve ne può venire.
- Pare anche a me, – concluse l’oste che vedeva spuntare all’orizzonte un nuovo quartuccio.
In tal modo la querela di Nicola Bordello contro Maso del Ghero fu decisa.

*

- Gli faccio causa, – ripeteva in quei giorni Nicola a tutti i suoi conoscenti, smanioso di farsi pagare il guasto delle viti ed anche fiero di quell’improvviso contatto coi tribunali che doveva, secondo lui, accrescergli importanza. – In paese almeno sapranno che a Nicola Bordello non la si fa impunemente.
Quando uscì la citazione egli corse a casa con passi di un trabucco l’uno ed al vecchio che rimestava la cenere del focolare per trovare una brace da accendere la pipa gridò tutto giulivo:
- È qui! È qui!
Padre e figlio consultarono attentamente il foglio di carta bollata nel quale si diceva che il querelante Nicola Bordello doveva presentarsi al tribunale della città di*** la mattina del giorno 28 alle ore nove precise.
- Ti daranno subito il denaro? – chiese il vecchio smettendo di soffiare sulla brace.
- Sfido io! e per che cosa mi chiamerebbero allora?
- Te ne daranno molto?
- Tutto quello che mi viene di sacrosanto diritto.
- Perchè, vedi, si son dati dei casi…. io almeno ho visto qualcuno a pigliare di più, capisci? Tu puoi dire intanto che era la miglior vite del podere; questo non è vero, ma tu lo devi dire.
- Sicuro.
- I genitori di Maso del denaro ne hanno, dunque paghino. Il tribunale non deve nemmeno sapere che noi quella vite la si sradicava lo stesso perchè era troppo fitta. È necessario dire in pubblico i nostri interessi?
- Giustissimo.
- Col denaro potremo invece rifare il tetto della stalla.
- O comperare l’oro per la sposa, – scattò fuori Nicola fregandosi le mani.
- Si vedrà, si vedrà, – disse il vecchio senza entusiasmo.
- Ma della Ghita in tribunale non parlo, – continuò Nicola con fuoco, – se Maso crede ch’ella lo voglia sposare per i suoi denari si inganna, si inganna, si inganna! La Ghita se ne infischia di lui e noi la lite l’abbiamo fatta per questioni politiche, lo giuro.
I due uomini stavano ancora discorrendo quando entrò tutta umile e compunta la madre di Maso e così sbigottita che sembrava una delle tre Marie reduce dal Calvario.
- Con permesso, – ella incominciò, – scusate se entro in casa vostra, ma è per il mio figliolo che voglio bene sperare non me lo lascerete solo nel ginepraio. Ha ricevuto la citazione per il giorno 28 alle ore nove precise e non sa che cosa fare, poverino.
- Come non sa? – gridò Nicola. – Non è per altro difficile. Egli se ne va a*** dove andrò anch’io e ci presenteremo al tribunale che farà giustizia. Vedremo quanto glie li faranno pagare i sette piedi di vite che mi ha tagliato, oltre lo scorno e il dispiacere.
- Non è questo, non è questo, – gemette la donna, – se aveste parlato con me prima di fargli quella figuraccia della citazione si sarebbe potuto accomodare tutto fra noi; ed ora invece mi tocca di vedere il mio sangue a andare insieme ai ladri ed agli assassini.
- Ma che ladri, ma che assassini, – disse il vecchio scuotendo la pipa, – quando vostro figlio ci avrà dato quello che ci viene saremo amici come prima.
- E non si poteva esserlo senza tirare in ballo i tribunali?
- Oramai ciò che è fatto è fatto, – disse Nicola, – la colpa non è mia. Non sono entrato io nel vostro podere a danneggiarvelo. Ognuno ha quel che si merita e la giustizia è la giustizia.
- Ma almeno – riprese la donna con accento lamentevole – non lasciatelo solo nel ginepraio. Egli non è molto svegliato di mente, lo sapete….
- Oh! se lo so! – disse Nicola squassando la folta chioma nel trionfo intimo della propria superiorità.
- Dunque usategli un po’ di misericordia. Mio marito che ha una risipola in una gamba non lo può accompagnare; prendetevelo insieme per andare a***. Egli non ne verrebbe mai a capo da solo. È pentito, ve lo assicuro.
- Confesserà almeno in tribunale che il torto è tutto suo?
- Confesserà.
- E pagherà? – soggiunse il vecchio.
- Pagherà.
- E allora tutto va bene, – concluse Nicola, – ditegli che lo aspetto.
Ma la madre di Maso uscendo e tirandosi la pezzuola del capo sulla faccia perchè in seguito alla faccenda della citazione si vergognava di mostrarsi in paese, pensava:
- Eppure non c’era proprio bisogno dei tribunali!

*

- Il treno delle 8,15 non si piglia.
- E mo’ perchè?
- Perchè arriva alle 9,30 e l’udienza è per le 9.
Il vecchio padre cui Nicola, la sera prima di partire stava, facendo l’osservazione, crollò la testa in aria di compatimento.
- Che ci fa? Minuto più, minuto meno….
- Il diretto parte alle 7,50. Quello sì anderebbe bene! Ma non ha la terza classe.
- Dici poco? Oltre il danno, il processo, il viaggio, sta a vedere che dovremo pagare la seconda classe.
- Per questo no, non ho intenzione di regalare i miei soldi alla ferrovia. Piuttosto beverli.
- Così va fatto. E che il tribunale aspetti! Tanto, cosa gli importa a lui? È pagato apposta per star là in poltrona ad aspettare le parti, Del resto non è nemmeno sicuro che il treno arrivi alle 9,30. Sbaglia il prete a dir messa; non può sbagliare anche un treno?
- E poi, – fece Nicola illuminato da un pensiero improvviso, – nessuno è tenuto a fare l’impossibile. Noi non possiamo prendere il diretto che è il treno dei signori, va bene? E dunque non è colpa nostra se il treno della povera gente arriva alle 9,30. Questo ragionamento è così giusto che il tribunale non ci può trovar nulla a ridire. Io gli dichiarerò con tutta schiettezza: Signor tribunale noi eravamo pronti. È il treno che non era pronto.
- Impari il tribunale a studiare i treni prima di citare la povera gente, – brontolò il vecchio.
- Oppure, – sghignazzò Nicola, – ci ordini un treno apposta. Noi siamo nel nostro diritto, noi! Il governo ne fa abbastanza delle prepotenze, ma non può obbligarci a pigliare un treno che non ci accomoda. Ecco, dirò a quella bestia di Maso, ecco se non lo capisci ancora cosa vuol dire repubblica!
Maso per altro non fece nessuna difficoltà. La mattina del 28 giunse vestito a nuovo, con una penna di gallo nel cappello e le scarpe che facevano crac crac ad ogni passo. Teneva sul braccio un’ampia sporta piena d’ogni ben di Dio; cacio, pane, un pollo arrosto, tanto salame da poter mettere bottega e un fiasco di vin vecchio; tutta roba che la sua buona mamma gli aveva ficcato addosso per forza temendo le peripezie del viaggio, fra cui, terribile, quella di patire la fame.
- Andate, – disse il vecchio, – e che Dio vi aiuti.
Nicola si voltò sulla, soglia:
- Purchè il treno arrivi proprio alle 9,30!…
- Minuto più, minuto meno, – tornò a fare il vecchio crollando le spalle come colui che certe fisime non gli entrano, – chi ci bada? e cosa sono pochi minuti davanti all’eternità?
La frase l’aveva udita in chiesa una volta, dal predicatore che era venuto a fare il quaresimale e gli parve di bell’effetto per incoraggiare i due giovinotti i quali correvano già attraverso i campi per andare a raggiungere il treno delle 8,15.
Il mattino era bello, l’ora fresca, i prati verdi; viaggiare in treno era un piacere. Nicola Bordello e Maso del Ghero lo riconobbero subito cacciandosi fuori degli sportelli colla gioia rumorosa ed ingenua di chi viaggia di rado. Poi fosse l’aria, il moto o la novità sentirono presto gli stimoli della fame, e la sporta che la mamma di Maso aveva così bene approvvigionata venne a proposito che mai più. Seduti l’uno dirimpetto all’altro cogli occhi allegri e le mandibole voraci, mangia tu che mangio anch’io, bevi tu che bevo anch’io, lo scopo per cui si trovavano insieme venne quasi dimenticato e non erano ancora a mezza strada che già si erano abbracciati brindando all’amicizia.
Come il vecchio aveva pronosticato sbaglia il prete a dir messa, possono sbagliare l’orario anche i treni; questo difatti invece di giungere alle 9,30 entrò in stazione alle 9,45.
- Che fa! – disse Nicola – minuto più, minuto meno….
Querelante e querelato entrarono in*** tenendosi sotto braccio come Damone e Pizia, non molto fermi sulle gambe a dir vero, ma pieni di speranza; e così mossero verso il tempio della Giustizia che trovarono chiuso.
- To’, – fece Maso, – il tribunale ha la faccia di legno.
Venne fuori in quel momento l’usciere che domandò loro che cosa volevano. Fu Nicola che prese la parola:
- Noi siamo quei due che ebbero una bega per ragioni politiche, e costui mi tagliò sette piedi di vite, che la repubblica non glie lo avrebbe mai permesso e per questo….
- Siete Nicola Bordello? – interruppe brusco l’usciere.
- Sono.
- E dov’è Maso del Ghero?
- Presente.
- Non essendo sul posto all’ora prescritta, – riprese l’usciere sempre più brusco, – il Tribunale ha fatto il processo senza di voi.
- Questa è bella! – esclamò Nicola, – come avrà fatto se non gli dissi le mie ragioni?
- Le ha dette per voi l’avvocato.
- E come poteva saperle l’avvocato?
- Gli avvocati sanno tutto.
- Bè, e che si fa ora?
- Ora si paga. Maso del Ghero per aver tagliato a scopo di vendetta sette piedi di vite nel podere di Nicola Bordello condannato in lire cinquanta….
- Che è giustizia! – gridò Nicola puntando l’indice verso il portone chiuso.
- …. e Nicola Bordello per non essersi presentato all’ora indetta lire cinquanta.
- Io! Io! Che c’entro io? Io pagare cinquanta lire? Non le ho tagliate io le viti. No! No! Giustizia! Voglio giustizia! Aprite il portone. Parlo io. La repubblica….
E cadde di botto sul sentiero.
Accorsero dalle case vicine uomini e donne spaventate chiedendo se era morto.
- No, – disse l’usciere con calma, – è solamente ubbriaco.
Maso del Ghero un po’ intontito si raddrizzava sul cappello la penna di gallo.

Neera – Due mondi

Conosco un paese che sta a quattro metri di livello sotto il mare, affondato dietro gli argini di un fiume dai ricchi affluenti le cui acque gonfiandosi lo inondano spesso e trasportando dall’una all’altra riva interi banchi di sabbia ne vanno mutando continuamente l’aspetto e la configurazione; malinconico paese perduto in mezzo a vaste campagne di grano sulle quali torreggiano cime di pioppi giganteschi appena mosse dall’aria greve. Paese triste che fu un tempo allegra città e che della caduta signoria conserva una specie di dignità pensosa sparsa nelle vie larghe dove l’erba verdeggia sulla soglia dei palazzi abbandonati, nelle piazze deserte, in certi viottoli oscuri mai battuti dal sole, dove pure rizza il fianco monumentale una vecchia bicocca trasformata in prigione e l’abside longobarda di una chiesuola coperta di musco.
Era appunto in una di queste vie, la più oscura, la più triste, la più romita, che salendo due deformi gradini di mattonato per una porticina esigua si entrava nell’abitazione di mamma Monica, dove l’impressione prima faceva pensare simultaneamente ad una cantina, ad un pollaio e ad un ripostiglio di legna. Ognuna di queste cose si trovava veramente ad occupare in piccola parte lo stretto vestibolo che a porta rinchiusa rimaneva quasi buio, e vi stava pure la scala conducente al piano superiore; ma tutta la vita delle persone che vi abitavano si svolgeva a quel pianterra umido e basso, in una lunga cucina che si apriva dirimpetto alla porta d’entrata mostrando in fondo una finestretta dai vetri affumicati come si vedono in alcuni quadri olandesi, ed era tanto lunga la cucina che quella finestretta sembrava la lente posta in fondo ad un canocchiale.
La giornata d’inverno, penetrando dai piccoli vetri opachi con una luce che la neve circostante rendeva più bianca, prendeva a tergo la figura evanescente di mamma Monica accantonata presso il focherello del camino; e mentre davanti il riflesso della fiamma le coloriva di insolito vigore il volto nonagenario, i raggi pallidi che le piovevano sulla capigliatura d’argento la circondavano di un nimbo etereo.
- Come è bella oggi la nostra mamma! – disse la maggiore delle tre figlie.
- Sì, è bella, – rispose la seconda.
- Molto bella, – confermò la terza.

 

Queste figliole erano anch’esse tre vecchierelle quasi incorporee, coi capelli appena un po’ meno bianchi di quelli della loro genitrice. Girondolavano chetamente per la cucina, dandosi attorno alle loro faccenduole: una accomodava sul tagliere in belle file simmetriche certi cappelletti col ripieno di zucca che erano la grande specialità del paese nei giorni solenni; un’altra, seduta vicino alla finestra, macinava il caffè; l’ultima attizzava la legna sul focolare. Fu costei che soggiunse dopo un po’ di tempo:
- Non vi siete accorte come oggi il fuoco soffia e sbuffa?… Segno di visite…. Verranno, verranno!
Mamma Monica sorrise debolmente.
- Nevvero, mamma, che verranno?
- Io lo credo; poichè domani è Natale, Piero non vorrà mettersi in viaggio nel giorno santo. Se assomiglia a suo padre deve avere il rispetto delle feste solenni.
La maggiore delle figlie, che era quella che macinava il caffè vicino alla finestra, si alzò, e dopo di aver riposto la polvere nell’apposito barattolo di latta, fattasi accanto alla madre le susurrò piano colle mani sotto al grembiule:
- Se devo dirti la verità, mamma, quel pensiero che la sposa di Pietro è una ballerina non mi va giù….
- Era, era, – rispose la nonagenaria.
- Ma è sempre una brutta cosa che lo sia stata. Quando mai vi furono ballerine nella nostra famiglia?
Le due sorelle, ognuna dal loro posto, approvarono in silenzio col capo.
- Il Signore – soggiunse mamma Monica – sa Lui quello che si fa. Del resto, anche una ballerina può essere una ragazza onesta.
Ubbidienti, le tre figlie non replicarono una sola parola; la mamma doveva saperne più di loro. Ammutolivano sempre così con una specie di rassegnazione umile tutte le volte che si accennava a cose od avvenimenti che la loro semisecolare innocenza non poteva comprendere. Ma la maggiore aveva visto tanti anni addietro, in un’antica strenna, una vignetta colorata che portava per titolo: “Zuleika la ballerina”; e rappresentava una giovane odalisca leggermente vestita la quale intrecciava una danza orientale davanti al Sultano con tali mosse e attitudini che le avevano lasciato nella memoria un turbamento incancellabile. Alla osservazione della veneranda madre ella tacque al pari delle sorelle ma tornò a prendere il suo posto vicino alla finestra guardando fuori.
L’orto, che appariva traverso il piccolo quadrato della finestra circondato da un alto muro e così pieno di verde che un po’ ne restava anche nella fredda stagione, voleva dire per quelle volontarie recluse tutto l’orizzonte. Quanti pensieri, quanti sogni, quanti desideri, quanta tristezze, quante rinuncie, ed anche quanta definitiva acquiescenza dovevano racchiudere le esili pianticelle dei cucurbitacei arrampicate sul muro dal quale aprivano in primavera il largo ventaglio delle foglie molleggianti alle prime brezze! Pensieri ingenui, sogni casti, tristezze senza nome, rinuncie senza lotta e dolce dolce chinare dei cuori all’oscuro decreto della Provvidenza che tale aveva voluto dell’esser loro.
- Il gatto è fuori, – esclamò improvvisamente la maggiore che aveva visto ondeggiare la rada siepe di mortella che divideva l’orto, – andiamo a prenderlo, poverino!
- Vado io, – disse l’ultima delle tre sorelle che si era abbastanza abbrustolita accanto al fuoco.
Aperse la rozza imposta di legno che conduceva all’orto e trovato il miccio in mezzo alla neve se lo pose nel grembiule scottante ravvolgendolo con tenerezza materna.
- Stai bene eh? qui; stai bene, girovago, al calduccio?… Meglio il fuoco che la neve, eh?
La mamma lo volle vedere, lo volle accarezzare anch’essa, e le altre due vennero a far coro. Gli occhi del miccio luccicavano attraverso un lembo del grembiule e le quattro vecchie ridevano, ammiccando, solleticandolo colle loro mani rugose che tremavano un poco.
Suonarono in quel mentre le festose campane del mezzogiorno. La nonagenaria si fece il segno della croce, mormorando le prime parole del “Benedicite”; risposero le figlie in attitudine raccolta colle mani giunte; ed ella replicò:
- Diciamo un’”Ave Maria” per coloro che sono in viaggio.
Nella mente della vecchiarda l’idea del viaggio mal poteva disgiungersi da infinite peripezie su strade malagevoli infestate da briganti; non avendo per suo conto mai vista una ferrovia non cessava dall’aggiungere alle sue preghiere quel pio richiamo ai pellegrini viaggiatori d’altri tempi. Ma in quel momento la preghiera aveva una destinazione ben precisa. Ella pensava a Piero che doveva arrivare colla sposa. Questo nipote, che non conosceva, era figlio del suo unico figlio, il quale, partito da giovane in qualità di cameriere non aveva più fatto ritorno, ed era morto all’estero.
Compresero le figlie l’amorosa preoccupazione materna; colle tre teste grigie chine intorno alla venerabile testa bianca, l’”Ave Maria” fu recitata con ardore, seguita da un breve silenzio durante il quale il gruppo delle vecchie sullo sfondo della finestretta assumeva la rigidità arcaica dei primitivi. Ricominciava a nevicare lentamente.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Due colpi bussati alla porta di strada fecero sobbalzare la minore delle figlie la quale corse subito ad aprire. A quell’atto le povere guancie emaciate di mamma Monica arrossirono per la commozione; si levò in piedi, così fragile e barcollante che sembrava un’ombra, e mosse alcuni passi verso il vestibolo, seguita dalle altre due figlie che rattenevano il fiato e spalancavano gli occhi sulla singolare apparizione.
Chi erano questi signori e che cosa volevano? Un giovinotto con soprabito scuro e bavero di pelliccia si affacciò primo alla soglia; aveva un paio di pantaloni attillatissimi e scarpe gialle; l’orlo di un fazzoletto di finta batista usciva dal taschino del petto, una catena d’oro si sprofondava in quello del panciotto; aveva un paio di baffi ingommati e tirati su fin sotto gli occhi; un brillante scintillava al suo mignolo.
- Chi cerca? – domandò colei che aveva aperto la porta.
- La signora Monica Deviti?…
A un cenno affermativo l’elegante sconosciuto fece un passo avanti scoprendo una leggiadra donnina il cui volto sprofondava quasi tutto sotto l’ala prepotente di un cappello intorno al quale attorcigliavasi una lunga piuma grigiastra, ma il cui corpo provocante si mostrava invece con ostentazione sotto la morbidezza complice di un drappo sottile color turchese.
- A chi ho il bene di parlare? – articolò, confusa, la voce tremula della nonagenaria.
- La signora Monica Deviti?
- Monica Deviti sono io; signora no, – rispose col suo sorriso ingenuo, accennando ai forestieri che entrassero.
Ci volle un po’ di fatica da ambe le parti per riconoscersi. Lo stupore e il disinganno furono reciproci. Ma quando il signore elegante dichiarò di chiamarsi Pietro Deviti, mamma Monica sopraffatta dalla commozione lasciò sfuggire qualche lagrima. La figlia maggiore esclamò: Gesù! Le altre, incapaci a parlare, si affrettarono a porre delle sedie intorno al fuoco.
Una vocetta stridula, aspra, stonata, fischiò di sotto alla lunga piuma:
- È questa la casa?
La seconda figlia si affrettò a spiegare che lì accanto c’era il tinello, ma nel rigore del verno la mamma preferiva mettersi in cucina, dove si stava più caldi.
- Ho novantadue anni, – disse la vecchiona, quasi per scusarsi.
La voce stridula risuonò ancora in una breve ma inopportuna risata; Pietro Deviti a sua volta scusò la sposa dicendo che era molto giovane.
Poi stettero a guardarsi tutti insieme passando di meraviglia in meraviglia. Pietro Deviti faceva il cameriere anche lui come suo padre, ma le povere vecchie zitelle non avevano mai visto altro che il cameriere della “Colombina”, quando andavano a prendere un po’ di vino per la mamma e non sapevano capacitarsi di tanta eleganza, ne pigliavano soggezione, nè per qualunque cosa avrebbero ardito dare del tu a quel loro nipote così ben vestito. Quanto a mamma Monica, ci vedeva poco, e metteva tutte le sue forze nell’offrire da mangiare e da bere ai nuovi arrivati.
- Pranzerete con noi or ora, se non volete altro prima, – concluse ella affabilmente.
La donnina vestita in color turchese diede uno spintone al marito che si affrettò a rispondere:
- Ma noi non pranziamo a quest’ora.
- No?… – fece mamma Monica con dolcezza, – ebbene, quando vorrete.
La figlia minore additò il tagliere con benevola disinvoltura per vedere di rompere quel ghiaccio:
- Guardate, vi abbiamo preparati i cappelletti col ripieno di zucca; sono le zucche del nostro orto.
- E di sopra – soggiunse la seconda – vi aspetta il vecchio letto di papà e mamma, colla coperta filata dalla mamma stessa quando venne sposa.
La donnina che non aveva voluto sedersi accanto al fuoco fece una piroetta, mormorando ironicamente: Che gioia!… e l’aria mossa dalle sue sottane portò alle nari della seconda figlia un acuto odore di muschio. La maggiore delle tre sorelle, rannicchiata dietro la madre, guardava da un po’ di tempo con indicibile sorpresa un gonnellino di seta rosa e verde coperto di merletti che appariva e spariva continuamente nei rapidi movimenti della sua proprietaria. Ciò le rammentava con una visione violenta “Zuleika la ballerina”.
Pietro Deviti si trovava più male di tutti. Aveva accettato per convenienza di sedere accanto alla veneranda Nonna, e, intanto che ella gli narrava di suo padre giovinetto, egli, con un fuscello, frugava nella cenere del focolare cercando il mezzo di cavarsela alla men peggio. Che sfortunata idea era mai stata quella di venire a conoscere i suoi parenti! Sollevando tratto tratto gli occhi dalla cenere vedeva il quadratello appannato della finestra, con quei vecchi vetri verdognoli dietro ai quali la neve sembrava anche più triste e si desiderava lontano cento chilometri.
A un tratto una delle sorelle esclamò:
- Venite a vedere il presepio?
Pietro Deviti si alzò con premura, stese i pantaloni sotto al ginocchio, arricciò i baffi e fece un cenno a sua moglie. In un angolo del tinello che fiancheggiava la cucina, sopra una cassapanca, era stato rizzato il paesaggio di cartone colla capanna coperta di paglia e il bambinello Gesù con un pannolino attraverso il corpo fra il bue e l’asinello che dovevano riscaldarlo. Le pie donne si affrettarono poi a spiegare che la Madonna era la figura in ginocchio col manto azzurro e i tre vecchi sul fondo rappresentavano i Re Magi. San Giuseppe mancava perchè proprio la sera prima era caduto per terra rompendosi in due.
- Guarda! Guarda!
L’interruzione veniva dalla sposina che aggrappata al braccio di suo marito si abbandonava a un nuovo accesso di ilarità.
- …. guarda il bambino. È il costume tale e quale avevo io nel balletto: “Amore è il più furbo”. Solamente che….
Pietro Deviti chiuse con una mano la bocca a sua moglie e prendendo una sùbita risoluzione, disse:
- Andiamo!
- Come? Dove? E il pranzo?
- Non posso fermarmi, – confermò lui abbottonandosi il soprabito fin sotto la gola.
- E i cappelletti?
- Li mangerete voi.
Mamma Monica dal suo cantuccio gridò:
- Che c’è? Cosa dice Piero?
- Dice che vuol partire.
- Ma è impossibile…. è appena venuto! Dobbiamo fare il Santo Natale insieme.
- Non posso, non posso.
- Lo avevi promesso, – gemette la vecchia Nonna con una tristezza profonda.
- Avevo promesso la visita e l’ho fatta; non ho parlato io del Natale; non posso, non posso. Addio a tutte.
- Ed anche ai personaggi del presepio, – esclamò la sua compagna strisciando una riverenza buffa. – A rivederci nella valle di Giosafat.
Mamma Monica tornò a sollevarsi dalla sedia, ma le gambe le tremavano troppo; le sue figlie la sorressero intanto che ella stendeva la mano in atto di benedire chi partiva. Non fece in tempo però; la porta di strada si schiuse rapidamente; ella brancicò un poco colla destra tesa, sbattè le palpebre, disse:
- Ma perchè sono partiti?
Su quelle parole così semplici di un dolore tanto profondo le quattro vecchie stettero mute. Parve che qualche cosa d’invisibile si fosse spezzato intorno a loro. La neve cadeva sempre dietro i vetri opachi della finestra…. Un odore di biscia era rimasto nell’aria.

Neera – Viaggio d’istruzione

Dal momento che Filarete Assioli ebbe licenziato per le stampe il suo romanzo “Inesorabilmente”, non ebbe più pace nè di giorno nè di notte. Di giorno appostava il procaccia, ansioso di ricevere dal suo editore una lettera che gli annunciasse l’edizione esaurita; di notte non vedeva che donne ideali curve sulle nitide pagine dove egli aveva posto tanta parte di sè stesso, dove palpitava la sua anima di giovane entusiasta confinata nelle anguste pareti notarili di uno studiolo da villaggio. Ma la lettera dell’editore non veniva e nessuna fra le celesti creature dei suoi sogni si decideva a prendere veste mortale per cingergli la chioma coll’alloro del vincitore.
Il maggior cruccio di Filarete era quello di doversene stare neghittoso colle mani in mano mentre l’opera sua correva il mondo a briglia sciolta. Egli numerava tutte le città d’Italia, i borghi dove il suo libro sarebbe apparso e le belle vetrine rilucenti dei librai, immaginandosi le persone che si fermavano di botto colpite dalla tinta signorile della copertina sulla quale spiccava in caratteri bizzarri quel titolo enigmatico: “Inesorabilmente”. Quante città, quanti borghi, quante vetrine, quante persone! A non contare l’estero, dove pure il suo editore gli aveva promesso di mandarne qualche copia, quanti occhi si erano già posati sulle parole scritte da lui, sui suoi pensieri, sulle belle fantasie della sua mente così a lungo carezzate e che dovevano portare a’ suoi fratelli il saluto di un cuore vergine assetato di bellezza ideale.
E dunque perchè sì eterno silenzio?… Gli avevano detto (era questo forse il più sottile e il più celato dei suoi desideri) che gli autori ricevono talvolta graziose letterine di ignoti; specie di sorrisi, specie di baci, specie di fiori che la platea lancia all’artista preferito e che trasporta d’anima ad anima nel mistero della lontananza il calore benefico di una simpatia ricambiata. Oh! una forte e leale mano virile che a traverso poche parole di approvazione fosse venuta a stringere la sua in quel momento di battaglia! Oh! una manina lieve, graziosa, un po’ tremante, che gli avesse scritto…. Che cosa? Non sapeva, non voleva pensarlo, non toccava a lui; ma che qualcuno avesse risposto a tutti i gridi d’amore e di dolore che aveva messo nel suo libro come un disperato appello alla umanità, questo!
La provincia, si sa, è goffa. Non si aspettava nulla dal nucleo di piccoli possidenti fossilizzati in farmacia attorno ai barattoli della cassia, nè dalle beghine che facevano la spola fra la casa e la chiesa intente a scacciare, peggio che mosche a luglio, ogni parvenza di idee nuove che ronzasse loro attorno. Nè il suo patrono, il notaio, avrebbe permesso che gli si parlasse di libri all’infuori dei classici; nè il dottore per la sua professione assorbente, nè il segretario per la sua poca cultura, nè il maestro per la sua dura cervice, nè don Anselmo per i suoi pregiudizi, nessuno, nessuno poteva intendere, amare, proteggere il suo libro.

 

In famiglia subivano il contraccolpo della prostrazione che finalmente aveva invaso l’anima candida di Filarete. La sua buona mamma che aveva più di ogni altro sognato e palpitato insieme con lui, senza chiedere nemmeno che cosa fosse quel sogno, lo guardava di sottecchi sospirando e raccomandandolo al Signore come fosse in pericolo di vita; ma il padre crollando la testa forte e dura di lavoratore sembrava appoggiare ad ogni colpo i pronostici già fatti sul cattivo esito della speculazione. Non sapeva chiamare con altra parola la follia di suo figlio che aveva ridotto in carta inutile le poche economie raggranellate a stento: cattiva speculazione. Le sorelle non fiatavano.
- Ouf! – fece una mattina Filarete tendendo i pugni al cielo, – se continua questa epidemia di silenzio, mi suicido.
Intanto leggeva nelle gazzette cittadine il fervore di vita pulsante più che mai verso la fine dell’anno; i teatri aperti, i negozi riforniti, il fiotto di persone che si riversava per le vie attardandosi fin sotto i riverberi della luce elettrica davanti alle bacheche seducenti. Il mio libro è là – pensava Filarete – tutti lo hanno visto, molti senza dubbio lo hanno comperato; lo si discute, lo si loda, lo si attacca forse…. e quel cane di editore non mi dice nulla!
Correva con ansia febbrile alla pagina delle recensioni sempre sperando di trovare un articolo e l’articolo non c’era. Si era preparato da tanto tempo a ricevere il trionfo con modestia, l’attacco con fermezza, lo scherno, se per disgrazia fosse venuto, con dignità; e tutti gli accordi presi con sè stesso riuscivano vani perchè non era nè ammirato, nè attaccato, nè schernito.
Rifaceva allora nella sua mente tutto il romanzo: come era nato, come si era svolto nel più grande ardore della ispirazione, come lo aveva curato per farlo mondo da ogni improprietà, con quale coraggio si era posto a sfrondarlo in diversi punti per renderlo più snello, più agile, più alato, più degno di quel pubblico intellettuale al quale lo dedicava con un atto profondo di umiltà e di fede. Egli scrivendolo aveva pianto, aveva riso, si era innalzato al vertice del lirismo ed era sceso nei più torbidi recessi del cuore umano. Tutta la vita colle sue passioni, coi suoi eroismi, colle sue viltà si agitava là dentro e c’era tanto pensiero da interessare il filosofo, tanto movimento da tener desta l’attenzione dell’uomo di mondo, tanto amore tanto entusiasmo da cattivarsi ogni cuore femminile. Oh! la donna intellettuale come doveva comprenderlo! Egli l’aveva veduta nei ritratti delle Riviste alla moda, nelle descrizioni di romanzi, nei cenni suggestivi dei giornali all’indomani di una première o di una conferenza celebre e l’aveva amata per la sua bellezza fatta di intelligenza, per la sua eleganza composta nei filtri più misteriosi della grazia e della sovranità. Era lei che voleva commuovere, perchè alle perle che cingevano il suo collo leggiadro egli, Filarete, aveva sognato di aggiungere la perla viva di una lagrima strappata ai bellissimi occhi.
- Addio mamma, vado. Non ne posso più.
Così il giovane autore si accomiatò dalla sua famiglia in un mattino di dicembre lasciandosi dietro quella fredda casa, quel freddo borgo che gli gelavano il cuore e corse alla voragine ardente della grande città.
Bisogna vedere, bisogna muoversi, bisogna imparare – pensava Filarete facendosi strada in mezzo alla folla della capitale e porgendo un orecchio attento ai discorsi che udiva colla vaga speranza di afferrare idee nuove, magari qualche rivelazione. Le donne soprattutto lo interessavano nel loro numero stragrande, nella varietà delle loro acconciature, nella scioltezza delle movenze che era l’indice di una raffinatezza ignota alle donne del suo paese; ma fu poco fortunato perchè a farlo apposta tutte quelle che seguì per raccoglierne la voce e le idee non parlarono mai d’altro che di nastri e di stoffe.
Col cuore che gli batteva Filarete entrò nel negozio del suo editore che era anche libraio. Non si erano mai visti, il contratto essendo stato fatto per lettera, e lo scrittore novellino si apparecchiava ad un momento di grande commozione. Non ne fu nulla però. L’editore-libraio stava ravvolgendo in un foglio di carta un libro sul quale Filarete fece scorrere l’occhio curioso. Era la Guida per Nizza e Montecarlo che un signore elegante prese, pagò e si pose sotto il braccio. Quando egli ebbe annunciato il proprio nome, il libraio che si era già rivolto da un’altra parte per sgridare un ragazzo che gli guastava il gomitolo della cordicella, lì per lì, o che non avesse inteso bene o che la sua mente fosse troppo lontana, non diede con nessun atto quella speciale dimostrazione di piacevole sorpresa che Filarete si aspettava da lui. Questo piccolo fatto bastò a sconcertarlo. Arrossì lievemente e ripetè con dolcezza: Filarete Assioli, l’autore di “Inesorabilmente”.
- Ahan!… Piacere.
- Anzi, si figuri, il piacere è mio, – riprese Filarete con grande premura, sorridendo.
Stettero mezzo minuto a guardarsi nel bianco degli occhi. L’editore disse:
- E lei è venuto per le feste? Magnifica occasione; la città si trova nel suo momento migliore. Abbiamo uno spettacolo d’opera….
- Ma no, ma no. Io Sono venuto per sapere come va il mio romanzo.
Pronunciando queste parole le guancie del giovane autore di rosa peonia che erano passarono al rosso fragola.
- Il suo romanzo? Non va niente affatto.
- Ni….en….te?
- Af-fat-to. Ne vuole la prova? Pietro (chiamò il commesso) quante copie hai venduto di “Inesorabilmente”?
- Neppur una, – rispose il commesso senza pietà.
E si ha compassione per quelli che si rompono una gamba! Quaranta giorni di letto fra morbidi guanciali, accarezzati dai parenti, visitati dagli amici che recano fiori, dolciumi, giornali illustrati…. Ah! veramente il cuore è fuori di posto.
Siccome Filarete brancicava il banco come uno che mal si regge in piedi, l’editore gli offerse una sedia con sufficiente cordialità.
- Prego, s’accomodi, non faccia complimenti. Un autore, qui, è un poco in casa sua. Certo occorre abituarsi all’ambiente; nel nostro mestiere non sono tutte rose, anzi, al contrario…. Pietro, hai mandato “Aphrodite” alla marchesa Luparelli?
Filarete si rimetteva a poco a poco. Sembrandogli che quel libraio in fondo non fosse un cattivo uomo si arrischiò a domandare:
- Leggono molto le signore dell’alta società?
- Romanzi francesi, sì, specie se sono di un certo genere…. Pare che sia alla moda perchè non domandano che quello.
- Ma vi saranno pure le intellettuali….
- Intellettuali?… Non saprei. Vi sono le vecchie intellettuali abbonate tutte alla “Revue des deux mondes” e quanto alle giovani si servono del gabinetto di lettura dove si trova un po’ di tutto.
- Il gabinetto di lettura? Libri in prestito?
- Sì. Due e cinquanta al mese: tre volumi per settimana.
- Ma questo è buono per le cameriere! – esclamò Filarete.
- Pare che vi trovino il loro tornaconto anche le signore perchè serviamo a questo modo le migliori case. Duchessa Vallese, contessa di Sira, principi Belmondo, le signore Guttierez, Vicobelli, Altalena, della Buscaglia…. tutte clienti del gabinetto di lettura. Quanto vi ha di meglio in fatto di nobiltà e di finanza.
- Ma – tornò a dire Filarete del tutto disorientato – questi libri che vanno in mano di chiunque, del bottegaio unto, del giovinastro avvinazzato, di persone a cui quelle nobili dame non vorrebbero a niun prezzo toccare un dito…. e in case sudicie, in letti ignoti… questi libri pieni di infezioni e di microbi…. sui quali il vizio e la malattia hanno posato misteriosamente le loro traccie invisibili…. questi libri della comunità e della miseria che non si sa di dove vengono, carichi di fiati e di sputi…. che non si sa dove andranno portando via l’effluvio del salotto elegante dove posarono un giorno tra gli oggetti intimi e più cari…. no, questi libri non possono soddisfare il gusto raffinato di quella parte di femminilità che tutte le altre donne guardano con invidia e che noi poeti collochiamo così alto nel nostro ideale.
Il libraio si strinse nelle spalle e rispose con finta bonomia:
- Che vuole, la vita è cara. I guanti devono essere freschi tutti i giorni al pari dei fiori, i nastri si gualciscono, le trine si stracciano, i cappelli si sformano prima che finisca la stagione. Un abito appena appena decente costa due o trecento lire, le mantelline duecento, trecento, cinquecento, ottocento a seconda dei ricami. Converrà che una signora vestita a questo modo non può portare scarpe scalcagnate e che se versa una goccia di profumo sul suo fazzoletto non può essere che una essenza da quindici lire la boccetta. Allora è naturale che per fare un po’ di economia si permetta solo due e cinquanta al mese di intellettualità.
Caso singolarissimo in dicembre, Filarete si sentiva la fronte madida di sudore. Egli seguiva ora col pensiero la corsa misteriosa e fatale di quei libri e gli sembrava di scorgere i bacilli del tifo annidati tra le pagine sorgere e rampare lungo gli abiti eleganti di due o trecento lire, sulla bianca mano, nelle morbide chiome che in sogno aveva tante volte baciate. E dietro quei microbi da ospedale quanti altri microbi ancora non catalogati, microbi di cancrene morali e di inaudite volgarità non vedeva egli corrompere le più pure sorgenti delle sue illusioni! Stette così qualche tempo assorto, dimenticato dal libraio che si affaccendava intorno a clienti migliori, finchè approfittando di una sosta nel negozio arrischiò timidamente un’altra osservazione:
- E gli scrittori? Essi sono una falange. Questi uomini intelligenti non comperano mantelli da cinquecento lire nè profumi rari. Si interessano ben essi all’opera letteraria dei confratelli.
- Ah! caro signore, gli serittori non leggono che sè stessi. È il magro compenso che loro resta.
Filarete ammutolì. Inchiodato sulla sedia, in mezzo alle piramidi di libri che coprivano le pareti egli ne leggeva macchinalmente i titoli come si leggono in un cimitero le epigrafi delle lapidi. Tutti morti – pensava – eppure qualcuno deve pur vendersi poichè il libraio vive.
Quasi gli avesse divinato il pensiero, l’editore-libraio prese l’iniziativa di altre spiegazioni e pigliando dallo scaffale or l’uno or l’altro volume venne commentando:
- Ogni tanto capita un successo. Questo per esempio: “Mémoires d’une femme de chambre”. Non una delle mie clienti se ne è privata perchè le due copie circolanti del gabinetto di lettura non bastavano a soddisfare la curiosità di tutte.
- Anche “Quo Vadis” ha avuto a suo tempo un bel successo però.
- Sì, anche quello. Vede, o preti o…. Ci vogliono questi due argomenti per far fortuna. Ognuno ha il suo pubblico speciale e in giornata si specializza tutto. Se lei scriverà un altro romanzo ci pensi prima: o preti o….
Filarete abbassò il capo. Le ombre del crepuscolo invernale oscuravano già la soglia del negozio; altre ombre si addensavano nell’anima sua. Era dunque stato inutile tanto amore e tanto ardore?
A un tratto l’ombra sulla soglia apparve più cupa; una persona l’aveva ostruita in parte. Il commesso si affrettò ad accendere la luce elettrica facendosi innanzi ad un giovane che si avanzava timidamente sbirciando la fila dei libri schierati sul banco.
- In che cosa posso servirla?
L’incognito, portava un pastrano nero con bavero di velluto piuttosto usato e cappello a cencio schiacciato sull’occhio, mostrò un leggero imbarazzo continuando a guardare furtivamente le copertine. Finalmente disse a voce bassa, quella voce che tradisce immancabilmente lo stato della scarsella:
- Vorrei vedere il nuovo romanzo uscito: “Inesorabilmente” di Filarete Assioli.
Come mai non si accorse del giovine che diede un balzo sulla sedia a due passi da lui? Il commesso strizzò l’occhio da quella parte col fare di chi la sa lunga e porse il volume richiesto. Allora si vide una pantomima curiosa. Il nuovo arrivato, in piedi sotto la lampadina elettrica, sfogliava adagino le pagine introducendo il dito nei fogli ancora congiunti per tentare di allargare lo spiraglio, dando segni di interesse, di curiosità, di piacere; e Filarete dall’angolo semibuio dove si trovava abbandonato sulla sedia seguiva con ansia ogni movimento, ogni piega della fronte o delle labbra e cercava a sua volta di indovinare approssimativamente quale era il capitolo o il periodo che quello stava leggendo; quando lo vedeva sorridere si sentiva invaso da una straordinaria letizia e quando facevasi serio e attento tutta la sua anima trasmigrava nel corpo dello sconosciuto per scrutarne le sensazioni. A un certo punto il foglio chiuso da tutti i lati accrebbe la curiosità del lettore e diede a Filarete un brivido di febbre.
- Ebbene, quanto costa? – disse l’uomo dal pastrano nero; e prima ancora che il commesso potesse rispondere, avendo gettato uno sguardo sul dorso del volume, esclamò terrorizzato: – Quattro lire!
- Il volume ha quattrocento sessanta pagine, – si affrettò a dire il commesso, – l’edizione è elegante, caratteri nuovi….
Una viva contrarietà si era diffusa intanto sul volto dello sconosciuto; la sua tasca, quella tasca che aveva già dato il tono alla sua voce e che andava ora palpando malinconicamente modificò d’un tratto i guizzi lieti della sua fisionomia. Depose il volume sul banco mormorando:
- Ci penserò.
La sua voce era umile, scorata, mentre a passi incerti si avviava fuori della soglia.
Filarete non fece che un salto. Lo afferrò per la manica del nero pastrano e con voce ancora più umile, ancora più scorata, gli pose nelle mani il suo romanzo sospirando lieve:
- Lo accetti, la prego, lo accetti in omaggio…. Sono l’autore.