Mariavittoria Orsolato – No Tav, la lotta non si arresta

Lo scorso 27 giugno il terreno regolarmente acquistato dagli attivisti del movimento No Tav presso la località Maddalena di Chiomonte, viene letteralmente preso d’assalto da 2000 agenti delle forze dell’ordine con l’intento di sgomberarlo, militarizzarlo e permettere così alle imprese che hanno ottenuto l’appalto di iniziare i lavori di messa in opera del cantiere per l’Alta Velocità. Fedele al suo spirito di resistenza, il movimento No Tav non demorde e indice una manifestazione nazionale per il 3 luglio successivo, raccogliendo adesioni entusiastiche da ogni parte d’Italia.

Quel giorno il corteo culminò in una vera e propria battaglia, combattuta da una parte con i lacrimogeni proibiti Cs e dall’altra con le pietre della montagna: il bilancio fu di centinaia di feriti da entrambi gli schieramenti ed ora lo Stato ha presentato il conto.

All’alba di ieri mattina un’imponente operazione di polizia, coordinata dalla procura di Torino, ha portato all’arresto di 26 militanti No Tav e a misure restrittive nei confronti di altri 15 attivisti, cui vanno aggiunte diverse perquisizioni ai danni di privati cittadini e di spazi occupati e autogestiti. Gli arresti – a Torino, Asti, Milano, Trento, Palermo, Roma, Padova, Genova, Pistoia, Cremona, Macerata, Biella, Bergamo, Parma e Modena e persino in Francia – sono stati eseguiti dalla polizia su ordinanze emesse dal Gip di Torino, Federica Bompieri, su richiesta del Procuratore aggiunto Andrea Beconi, nell’ambito di un’inchiesta condotta dalla Questura.

Le accuse sono le generiche lesioni, danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale e la versione che Giancarlo Caselli si é affrettato a fornire ai media mainstream è che con questa operazione si sia fatto fondamentalmente un favore al movimento. “Sbaglia – ha detto il Procuratore capo di Torino – chi vuole leggere in questa indagine qualcosa contro la Valle, il movimento No Tav e le legittime manifestazioni di dissenso che restano nei limiti della legge”.

Messa in questo modo, l’intenzione di Caselli sembra piuttosto essere quella di dividere il movimento, delegittimandone gli intenti agli occhi dell’opinione pubblica: da un lato i bravi valligiani pacifisti e pacifici, che esprimono un legittimo dissenso e dall’altro i cattivi black bloc calati dall’esterno, i professionisti della violenza. Un espediente decisamente inflazionato nell’era dell’attento web 2.0 e che i valsusini per primi rifiutano, rivendicando invece la diversità delle pratiche di lotta messe in campo ed esprimendo solidarietà a tutti gli arrestati e gli inquisiti, sempre e comunque. In questo caso a finire dietro le sbarre sono stati due “ex terroristi”, un giovane ventenne, tre minorenni, una ragazza incinta al settimo mese, un consigliere comunale (a cui sono state sequestrate addirittura le stampelle), gli immancabili anarco-insurrezionalisti e antagonisti.

Un’operazione “chirurgica” – come l’ha definita la stessa Procura torinese – e allo stesso tempo trasversale, così come trasversale è stata l’adesione ad una protesta che ormai va oltre la semplice opposizione al treno. In oltre vent’anni di storia il movimento No Tav ha finito per catalizzare le istanze e le simpatie dell’eterogenea galassia del dissenso politico e la sua lotta – sempre a volto scoperto – è diventata la lotta di chi vede nella speculazione indiscriminata, e nella corruzione che la permette, il problema fondamentale del sistema Italia.

Denunciando che la sola occupazione militare costa 90.000 euro al giorno e che i costi complessivi per la “grande opera”  – ancora in embrione ma già in perdita, dato il calo drastico del traffico merci su quella tratta – arriveranno a 22 miliardi di euro, gli abitanti della Val Susa non fanno altro che sbugiardare le velleità di crescita imposteci da una politica sempre più aliena al cittadino: un progresso posticcio, costoso in termini economici e democratici, buono solo a foraggiare un capitale vampiresco.

Per questo, perché il fronte di resistenza è appunto sentito come comune, in numerose città d’Italia si sono attivati presidi di solidarietà agli arrestati del movimento, alcuni dei quali sfociati in blocchi del traffico e occupazioni spontanee, mentre dal’assemblea permanente di Vaie, nel cuore della valle, è arrivato l’invito per una manifestazione che raccolga “tutte le resistenze” – come ha affermato il leader putativo dei No Tav Alberto Perino – da fissarsi entro la metà di febbraio.

Se questo blitz doveva quindi servire a scoraggiare il movimento, possiamo dire che già dalle prime ore ha ottenuto esattamente l’effetto contrario. Gli espedienti a disposizione della questura e degli esigui Si Tav sembrano aver raggiunto l’extrema ratio: dopo la mossa della carcerazione preventiva non restano molte carte in mano. Come sottolineano su notav.info “a breve ci sarà il tentativo di allargamento del cantiere per provare il reale inizio dei lavori, lì si vedranno i risultati”. Già da ieri, il movimento ha rilanciato nella direzione della resistenza, perché e nel cantiere di Chiomonte che si giocherà gran parte di questa lotta, ed è lì che i No Tav ritorneranno ancora una volta, nonostante gli arresti.

da: www.altrenotizie.org

Mariavittoria Orsolato – Giustizia: numeri senza politica

Nove milioni di processi da smaltire tra civile e penale, migliaia di procedimenti per errore giudiziario o ingiusta detenzione e una valanga di richieste d’indennizzo per le cause che invecchiano con i querelanti. Che la giustizia italiana fosse un colabrodo lo si sapeva da un bel po’ e l’altro ieri , nella sua relazione a Montecitorio, la ministra Paola Severino ha snocciolato impietosa i numeri di quell’inefficienza che, nei termini di produttività tanto cari al governo tecnocratico, ci starebbe costando l’!% del Pil.

Il ministro ha esordito sottolineando innanzitutto l’esplosione di richieste di indennizzo per i processi troppo lenti, passate dalle 3.580 del 2003 alle 49.596 del 2010. Nel solo 2011, infatti,  lo Stato ha dovuto spendere ben 84 milioni di euro per risarcire i cittadini che si sono appellati alla cosiddetta legge Pinto, che disciplina il ricorso straordinario in appello qualora un procedimento giudiziario ecceda i termine di durata ragionevole di un processo secondo i criteri fissati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.

E, sempre nel 2011, lo Stato ha elargito risarcimenti per 46 milioni di euro a quanti hanno intentato causa, a ragione, per ingiusta detenzione o errore giudiziario, col risultato che solo per i rimborsi dell’anno appena trascorso se ne sono andati in fumo 130 milioni di euro. Tutto perché, secondo i dati elaborati da via Arenula, in Italia i processi da smaltire sono un’infinità e prima che questi vengano conclusi possono passare oltre sette anni per il civile e quasi cinque nel penale.

Il sistema carcerario poi, se possibile, va anche peggio: “Sento fortissima – ha detto il ministro – la necessità di agire in via prioritaria e senza tentennamenti per garantire un concreto miglioramento delle condizioni dei detenuti”. Aldilà dei dati numerici comunque aberranti -sono 66.897 i detenuti che soffrono modalità di custodia francamente inaccettabili per un paese come l’Italia – secondo il Guardasigilli “siamo di fronte a un’emergenza che rischia di travolgere il senso stesso della nostra civiltà giuridica, poiché il detenuto è privato delle libertà soltanto per scontare la sua pena e non può essergli negata la sua dignità di persona umana”. Ma di amnistia o revisione di leggi affolla carcere come la Bossi-Fini o la Fini-Giovanardi, non se ne parla proprio.

Fatti i conti del “disastro giustizia” e assolto il suo dovere di esimia tecnocrate, Paola Severino è comunque riuscita nel miracolo di mettere d’accordo Pd, Pdl e Terzo Polo: un avvenimento che, per quanto riguarda il tema della giustizia, non si verificava da quasi 18 anni e con 424 sì, 58 no e 45 astenuti la Camera ha approvato la risoluzione unitaria presentata dai tre partiti che fino a tre mesi fa si scannavano sui processi e che oggi, di fatto, costituiscono la maggioranza del governo Monti. E il segreto del successo della Guardasigilli sta proprio nell’aver eliminato dal piatto tutti i possibili punti di attrito politico.

Nella relazione della Severino mancano infatti le leggi ad personam berlusconiane – cancellazione del falso in bilancio e prescrizione breve tra tutte – e gli effetti catastrofici che hanno avuto sulla macchina della giustizia, così come non c’è il minimo accenno a riforme delle norme sulle intercettazioni o sul funzionamento dei processi, a interventi per allungare o accorciare i tempi della prescrizione, alle tensioni tra toghe e politici, alla terzietà del giudice o alla riforma della professione forense.

Il suo è stato solo un lungo excursus sulle deficienze del settore, sulle carenze del sistema e sulle difficoltà che si possono incontrare nel difficile rapporto cittadino-tribunale: la fiera dell’ovvio, una mera constatazione del fatto che, allo stato attuale, le cose così non vanno.

Quello scarno “visto, si approvi” in calce alla mozione unitaria di Pd, Pdl e Terzo Polo, non può dunque significare altro che la precisa volontà di non dividersi, di non spaccare una maggioranza tanto composita quanto assolutamente di facciata e di certo funzionale più al centrodestra di Berlusconi che al centrosinistra di Bersani.

Perché a voler scrivere un documento, anche breve, ecco che il Pdl chiederebbe di infilarci dentro le intercettazioni, il processo breve e quello lungo mentre, dall’altra parte, il Pd si vedrebbe costretto a chiedere che non solo non si parli d’intercettazioni ma, come ha detto Donatella Ferranti in aula, che si dica che proprio per colpa di quelle leggi adesso “le carceri esplodono”.

Che il mandato della Severino non darà avvio alla stagione delle grandi riforme sulla giustizia lo sanno anche i muri, così come è ormai pacifico che gli obbrobri legislativi escogitati per mettere Berlusconi al riparo dai giudici rimarranno al loro posto. Dire che questa è “l’ennesima occasione mancata”, comincia a diventare il ridondante refrain dell’esecutivo Monti.
da: www.altrenotizie.org

Mariavittoria Orsolato – Rai senza protezioni

Dopo essere passati indenni attraverso gli scandali sessuali dell’Italia che conta e dopo essere riusciti a digerire gli spot sul signoraggio della premiatissima ditta Marra-Scilipoti-Tommasi, credevamo ormai di avere abbastanza pelo sullo stomaco per affrontare in modo pressoché maturo qualsiasi argomento anche lontanamente “pruriginoso”. A dimostrare che questo paese ha uno spirito inguaribilmente ottimista, è arrivata l’altro giorno la notizia secondo cui, nella giornata mondiale per la lotta all’HIV, in Rai sarebbe stata vietata la parola “preservativo”.

Certo, l’AIDS è un morbo che non tira più come nei magnifici anni ’90, in più di 20 anni di sensibilizzazione lo si è sviscerato a dovere e in tutte le sue sfaccettature; eppure alla tv di Stato se ne parla ancora in termini che definire “medievali” sarebbe un pallido eufemismo. La denuncia di questo gigantesco omissis è arrivata da Rosanna Iardino, la presidente del network italiano delle persone sieropositive che, dopo aver partecipato alla conferenza stampa in cui si presentavano le iniziative in merito della Radiotelevisione italiana, ha notato come si evitasse accuratamente di usare le espressioni “profilattico” o “ preservativo”.

A seguito della denuncia della Iardino, è saltata fuori una mail indirizzata ai conduttori e alle redazioni dei programmi coinvolti nell’iniziativa, che lasciava adito a ben pochi dubbi: «Carissimi, segnalo che nelle ultime ore il ministero ha ribadito che in nessun intervento deve essere nominato esplicitamente il profilattico; bisogna limitarsi al concetto generico di prevenzione nei comportamenti sessuali e alla necessità di sottoporsi al test Hiv in caso di potenziale rischio. Se potete, sottolineate questo concetto».

Il mittente di questa paradossale missiva – lo sanno ormai anche i muri che l’unico rimedio efficace contro la trasmissione del virus è indossare o far indossare il preservativo – altri non è che Laura De Pasquale, funzionaria della tv di Stato in rapida ascesa, nonché – come precisano dalle colonne del Corsera – fidanzata del “cameraman privato” del Cavaliere, Roberto Gasparotti. Alla sventurata l’ingrato incarico di dover imporre un compito difficilissimo per i comunicatori: parlare di HIV e delle sue problematiche senza mai far riferimento al simbolo di tutte le battaglie che da 25 anni a questa parte sono state combattute. Un po’ come parlare dello scontro di Trafalgar senza citare l’ammiraglio Nelson.

La direttiva comunque è arrivata e, secondo quanto si apprende da ambienti di Viale Mazzini, sarebbe frutto di un “errore di comunicazione”: un’indicazione giunta dal ministero in azienda, girata alla De Pasquale e da quest’ultima inoltrata senza avvisare i responsabili. In una nota il portavoce di Balduzzi ha spiegato che il ministero “ha fatto presente che quest’anno la campagna di sensibilizzazione nella Giornata puntava sullo slogan Non abbassare la guardia, fai il test”, precisando con fare pilatesco che “ogni altra iniziativa è responsabilità dei dirigenti Rai”.

Il solito scaricabarile dunque, in cui però si omette volutamente di dire che il neoministro della Sanità è un orgoglioso cattolico, un buon amico di Rosy Bindi, è il padre putativo dei Dico, nonchè componente fino all’insediamento nel governo, della Commissione dei diritti del Pd, ovvero quell’organismo (assolutamente evanescente, dati i risultati) che dovrebbe dirimere le divisioni interne sui temi etici. Difficile che con queste premesse si possa avere qualche dubbio su quella che in effetti è la linea del nuovo ministro in termini di prevenzione dell’AIDS, ovvero assoluta obbedienza ai dettami d’oltre Tevere.

Ma forse a urtare Balduzzi e la sbadata De Psquale è stata proprio quella parola, “presevativo”. In tal caso, ci permettiamo di suggerire alcuni sinonimi in uso tra la popolazione sessualmente attiva che forse potrebbero ovviare all’imbarazzo e far sì che l’anno prossimo la giornata mondiale contro l’HIV venga trattata con i termini più appropriati: palloncino, guanto, impermeabile per il vendicatore calvo, goldone, condom, cappuccetto, uomo invisibile, paracadute, rivestimento, copri asta, the Venus Glove, scacciapensieri, pigiamino, gommino, gommone, amico fritz, condor, gundam, anticoncertativo, ballon, terzo incomodo, acchiappagirini, calzino, muta per uccelli, acchiappa geyser. Grazie a Dio il nostro vocabolario è ancora ricchissimo.

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Mariavittoria Orsolato – Il movimento non festeggia

Ieri, nella data simbolica dell’ 11.11.11, il popolo di Occupy Wall Street ha indetto una giornata di mobilitazione globale per continuare la protesta contro la finanza globale, le politiche di austerità e in generale un sistema capitalistico oggettivamente arrivato al capolinea. In Italia l’invito d’oltreoceano è stato colto con entusiasmo e in più di 50 città lungo la penisola si sono svolte manifestazioni, flash mob e occupazioni. Per il movimento riorganizzatosi dopo il 15 ottobre, infatti, l’imminente fine dell’era Berlusconi non può essere festeggiata, né considerata come una vittoria: di fronte alla prospettiva di un governo tecnico manovrato da Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale, l’unica cosa da fare è continuare a protestare.

I primi e i più numerosi a scendere in piazza sono stati, non a caso, gli studenti medi e universitari. I primi a sbattere il muso contro un futuro ormai negato e gli ultimi ad essere ascoltati dalle istituzioni. A differenza di quello che fu il primo passo della protesta e dell’autorganizzazione del movimento – quell’Onda che tre anni fa si riversò contro i tagli imposti dalla riforma Gelmini – i ragazzi oggi non cercano il dialogo con il palazzo ma puntano direttamente ad assediarlo, a delegittimarlo definitivamente per intraprendere un percorso di democrazia orizzontale.

A Roma, sfidando nuovamente l’ordinanza di Alemanno, hanno organizzato un presidio di oltre due ore in via XX settembre, davanti al Ministero del Tesoro. A Bologna, hanno dipinto grandi “V” rosse sugli istituti di credito, le sedi assicurative e davanti alla sede felsinea di Equitalia, l’agenzia di riscossione statale che con le sue ingiunzioni più di tutte sta facendo pagare agli italiani le conseguenze di questa crisi. A Fiesole gli indignati fiorentini hanno contestato aspramente il presidente del Consiglio europeo Van Rampuy, mentre a Milano si sono stesi sull’asfalto di fronte agli uffici del Parlamento europeo del capoluogo lombardo, tracciando con la vernice le sagome di quelle che hanno definito “vittime dell’austerity”.

Una protesta anticapitalista che non individua nell’eventualità del governo tecnico il male minore e che rifiuta in toto quella che a tutti gli effetti potrebbe essere la definitiva affermazione dell’elite finanziaria sulla sovranità statale. Vedono il probabile governo Monti come uno svuotamento irreversibile della democrazia, con un tecnocrate assolutamente inserito nella cricca dei reprobi della finanza il cui compito sarà quello di calare dall’alto provvedimenti atti solo ad assecondare i mercati e a scaricare sui cittadini il costo della crisi delle banche. Temono che tra le misure imminenti ci sia la privatizzazione di quei beni comuni messi in salvo dai referendum di maggio, invocano il diritto all’insolvenza e, dopo quanto successo ad Oakland, puntano sullo sciopero precario e generalizzato per dare visibilità al dramma della disoccupazione e dei lavori “a gratis”.

Chiedono di salvare l’istruzione e non il sistema bancario, inneggiano al default. Puntano sulle occupazioni delle scuole e degli spazi in disuso dei comuni per dare riparo alle assemblee – ormai permanenti – che cercano di discutere sulle forme di mobilitazione, che provano a creare dal basso delle alternative efficaci a combattere la crisi, senza toccare il welfare e la già ristretta possibilità di entrata (o permanenza) nel mondo del lavoro.

Dopo il 15 ottobre si sono ripromessi di non cedere alla tentazione distruttiva e di portare avanti le loro ragioni con pratiche differenziate e creative. Come quella di Santa Insolvenza, figlia dell’area disobbediente bolognese e interpretata dal trans Valerie, che vestita di banconote false organizza processioni contro il debito e utilizza il megafono umano messo a punto a Zuccotti Park per far recitare le sue preghiere anti-austerity.

Quanti ieri si sono recati nelle piazze delle città italiane rifiutano di credere che la soluzione a questo momento esiziale sia la caduta di Berlusconi. Informati su quanto giù successo in Grecia e altrove, sono ormai consapevoli che questa “dipartita” è dovuta alla “morbidezza” con cui l’ormai ex Esecutivo ha affrontato i richiami della BCE. Che Berlusconi è stato disarcionato non tanto per la sua inadeguatezza ad affrontare la crisi economica, quanto perché troppo politicamente debole per attuare la macelleria sociale che i mercati e l’elite neoliberista chiedono per ripianare i debiti dell’Italia.

I ragazzi, i precari, i ricercatori e tutta quella galassia di svantaggiati che si riconosce nel 99% soverchiato e oppresso dall’1% non hanno nulla da festeggiare, non vogliono cedere al masochismo del male minore perché sentono che il loro futuro e i loro diritti possono essere cancellati in nome dei bilanci e dei numeri fittizi della finanza. Più che indignati, sembrano proprio incazzati neri e il 17 novembre sono pronti a scendere in piazza di nuovo.

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Mariavittoria Orsolato – Gli studenti indicano la strada

Dopo quanto successo lo scorso 15 ottobre, il sindaco di Roma Alemanno ha impedito i cortei e le manifestazioni per le strade della capitale. Una decisione che purtroppo in pochi hanno indicato come incostituzionale e che solo gli studenti medi hanno finora avuto il coraggio di sfidare. Tra ieri e oggi, infatti, la rete studentesca ha programmato una serie di iniziative per portare avanti la protesta contro i tagli alla scuola pubblica, le misure di austerity e tutti quei motivi che genericamente potrebbero essere sottesi al cosiddetto movimento degli indignados, rifiuto della rappresentanza istituzionale in primis.

Utilizzando in modo assolutamente strumentale il clamore mediatico creatosi a seguito della rivolta in piazza San Giovanni, dal Campidoglio Alemanno ha voluto blindare la capitale, creando la sua personalissima zona rossa, adducendo pretesti per limitare e reprimere gli spazi di manovra delle piazze. Lo si è potuto vedere già dalla mattina quando, secondo quanto denunciato dagli studenti, si è verificata una vera e propria schedatura fuori dagli istituti considerati “caldi”: i ragazzi che non entravano sono stati identificati anche grazie a prèsidi compiacenti che hanno messo a disposizione i registri di classe.

Anche per questo gli studenti hanno deciso di continuare la protesta e scendere ugualmente in corteo verso piazzale Tiburtino, dove era previsto il concentramento. A centinaia si sono ritrovati davanti la stazione, orgogliosi di emulare i coetanei che in tutto il mondo si tanno mobilitando contro gli effetti della crisi economica e perciò consci di rappresentare quel 99% di popolazione schiacciato dall’1% che da Cannes e dagli istituti finanziari sovranazionali impone autorità, divieti, silenzio e un’effimera pace sociale.

Alla stazione Tiburtina la determinazione degli studenti medi di procedere in corteo si è scontrata con la fermezza delle forze dell’ordine, preposte a bloccare ogni tentativo di infrazione ai dettami di Alemanno. I ragazzi romani hanno provato a mediare con la celere per muoversi pacificamente in corteo verso la Sapienza, ma sono stati respinti dalla prima scarica di manganellate. Impossibilitati a procedere i manifestanti hanno deciso di occupare il cantiere della nuova stazione e li, sotto il ponte della tangenziale, sono stati bloccati da una decina di blindati e di fatto sequestrati per oltre due ore dalle forze dell’ordine.

Non fosse bastata questa momentanea sospensione dei diritti civili – tenere letteralmente in ostaggio dei manifestanti, la maggior parte dei quali oltretutto minorenni, è a tutti gli effetti un reato – la polizia ha acconsentito a liberare gli studenti e le studentesse solo a patto che passassero in fila indiana, a favore di telecamera e di identificazione, attraverso un cordone di agenti in tenuta antisommossa.

Scene che inevitabilmente rimandano al Cile di Pinochet e dovrebbero far riflettere sui modelli di gestione della piazza che si stanno attuando in questo particolare momento storico. Manifestare è infatti un diritto sancito dalla nostra Costituzione e i ragazzi romani oggi ci hanno ricordato che se per espletarlo devi chiedere il permesso allora questo si impoverisce, perde di significato, diventa una gentile concessione, un diritto octroyée.

Quanto successo ieri alla stazione Tiburtina da la misura di come, in questo frangente di mobilitazione di massa e di consapevolezza politica, la risposta dell’apparato statale sia sistematicamente repressiva e intimidatoria. Non tanto gli universitari – già più cinici, disillusi e anagraficamente svantaggiati – quanto questi adolescenti rappresentano la prima generazione in grado di recepire e interiorizzare i nuovi fermenti democratici e di decisionalità orizzontale. Questi giovani possono seriamente rappresentare lo start-up per la rivoluzione culturale che tutti avocano disperatamente come panacea per i mali del mondo capitalista, possono dare il via a un movimento che metta in discussione e ribalti l’ordinamento e le consuetudini sociali.

Ieri, a mani alzate e a volto scoperto – con buona pace dei giornalisti in astinenza da black bloc – giocando a ruba bandiera, stetti in un cordone di polizia e portando a mo’ di scudo i classici della letteratura,  gli studenti medi romani hanno dato una bella lezione di democrazia. Oggi i loro colleghi di tutta Italia scenderanno nuovamente in piazza per ribadire le stesse ragioni e proporre provocatoriamente di tagliare le spese militari in favore di quelle per l’istruzione.

Il movimento studentesco (e popolare di conseguenza) non è certo un problema di ordine pubblico come Alemanno e le istituzioni vogliono farci credere, provare a delegittimarlo attraverso l’utilizzo di un apparato repressivo e securitario non può voler dire altro se non mandare definitivamente al macello questo Paese.

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Mariavittoria Orsolato – Pubblicità (in) progresso

Ad aprire un qualsiasi manuale di economia, si potrà leggere come la crisi del mercato pubblicitario vada di pari passo con la crisi economica: se si deve risparmiare bisogna tagliare il superfluo e l’advertising, per quanto utile, è quasi sempre tra le voci da depennare. Nei manuali si dovrebbe però anche trovare un sottoparagrafo dal titolo “l’eccezione Italia” e il perché è presto detto. Mediaset, attraverso la concessionaria Publitalia – inutile dirlo, entrambe di proprietà del premier Berlusconi – hanno fatto incetta di spot governativi, accaparrandosi 4,659 milioni di euro sui 21,466 stanziati nel 2010 per giornali, televisioni e radio.

Un capolavoro del conflitto d’interesse grazie a cui il 22% della cifra stanziata dal governo per trasmettere le cosiddette “pubblicità progresso” – perché in fondo il livello è da Teletubbies – è finito a costo zero nelle tasche dello stesso presidente del consiglio.

La Rai, essendo azienda pubblica, è obbligata a concedere spazi gratuiti alle comunicazioni istituzionali e pur avendo trasmesso spot per un valore di 890.000 euro, non ha incassato una lira. Le restanti concorrenti, ovvero Telecom Italia Media ( La7 ed Mtv) e Sky, hanno praticamente raccolto le briciole: alla prima sono andati 333.000 euro mentre alla piattaforma del tycoon australiano poco più di 190.000 euro.

Un’operazione magistrale che, per dirla nel gergo commerciale, rimane tutta nella lunga filiera della megaholding Berlusconi, holding che come abbiamo visto, comprende anche il governo italiano. Non pago del risultato dello scorso anno, anche per il primo semestre del 2011 il Biscione ha voluto fare incetta di “pubblicità progresso”: mentre infatti la scure di Tremonti si abbatteva sui portafogli dei ministeri, Palazzo Chigi aveva designato ben 8 milioni di euro alla pubblicità istituzionale, di cui ben 2,2 erano destinati ai costi di trasmissione sul il piccolo schermo. Manco a dirlo, il 90% di questo budget pubblicitario – circa 1,9 milioni di euro – è finito nelle casse di Cologno Monzese. Che strano.

Medium diversi ma stesso copione. Pur di non lasciare nulla di intentato, Mediaset ha istituito una seconda concessionaria pubblicitaria creata ad hoc per la tv digitale pay e per contrastare ovviamente l’avversaria Sky. Negli ultimi due anni Digitalia 08, questo il nome dell’ennesima scatola cinese, ha raccolto grazie agli spot istituzionali la bellezza di 157.000 euro.

Per quanto riguarda la carta stampata invece, sia nel 2010 che quest’anno, la Mondadori – ennesima società a cui fa capo il nostro piccolo Cesare in caduta libera – ha sbaragliato la concorrenza in fatto di raccolta da fonti governative. Lo scorso anno la cifra incassata si è aggirata sul milione e mezzo di euro, mentre per il primo semestre di quest’anno siamo addirittura oltre la metà, con 767.000 euro.

Conti alla mano, le percentuali sono presto fatte: nel 2010 gli introiti di Mediaset sono lievitati di 160 milioni di euro, per un totale di 2,413 miliardi. Un miracolo che non ha nulla da invidiare a quello di San Gennaro dato che, puntuale, si è replicato nel 2011: nei primi sei mesi di quest’anno, Mondadori, Digitalia e Publitalia si sono accaparrate circa il 34% della torta delle pubblicità istituzionale (più di 2 milioni e 700 mila euro sugli 8,081 stanziati) lasciando a letteralmente a bocca asciutta i concorrenti diretti La7 e Sky.

Una volta vampirizzato il campo della pubblicità istituzionale, a rimpinguare le casse di Cologno Monzese – a scapito degli altri concorrenti – ci hanno pensato poi aziende del fu comparto statale come Eni ed Enel. Stando a quanto afferma il Corriere Economia, l’Ente Nazionale Idrocarburi avrebbe investito 21,2 milioni di euro per la sua pubblicità sulle reti Mediaset mentre in Rai avrebbe lasciato solo 13 milioni. Un distacco nettissimo rispetto al 2009, quando il cane a sei zampe aveva investito 8,9 milioni in Viale Mazzini e 12,7 milioni a Cologno Monzese.

L’Ente Nazionale per l’Energia Elettrica è riuscita a fare ancora di meglio, raddoppiando l’investimento pubblicitario su Mediaset rispetto alla Rai: nel 2010 la prima ha incassato ben 19 milioni di euro mentre la seconda a malapena 11. Uno squilibrio evidente che non si spiega in altro modo, se non con l’ubiquità del presidente del consiglio. Pur avendo assunto un atteggiamento messianico, in questi tempi di crisi al mago di Arcore è riuscito un solo miracolo: moltiplicare gli introiti. I suoi ovviamente.

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