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Gaspara Stampa – Lodate i chiari lumi, ove mirando

Lodate i chiari lumi, ove mirando
perdei me stessa, e quel bel viso umano,
da cui vibrò lo stral, mosse la mano
Amor, quando da me mi pose in bando.
Lodate il valor vostro alto e mirando,
ch’al valor d’Alessandro è prossimano:
sallo il gran re, sallo il paese strano,
che di voi e di lui vanno parlando.
Lodate il senno, a cui non è simile
nel bel verde degli anni; e, quel che ‘n carte
vedrò famoso, il vostro ingegno e stile.
In me, signor, non è pur una parte,
che non sia tutta indegna e tutta vile,
per cui sì vaghe rime sieno sparte.

Gaspara Stampa – Pommi ove ‘l mar irato geme e frange

Pommi ove ‘l mar irato geme e frange,
ov’ha l’acqua più queta e più tranquilla;
pommi ove ‘l sol più arde e più sfavilla,
o dove il ghiaccio altrui trafige ed ange;
pommi al Tanai gelato, al freddo Gange,
ove dolce rugiada e manna stilla,
ove per l’aria empio velen scintilla,
o dove per amor si ride e piange;
pommi ove ‘l crudo Scita ed empio fere,
o dove è queta gente e riposata,
o dove tosto o tardi uom vive e père:
vivrò qual vissi, e sarò qual son stata,
pur che le fide mie due stelle vere
non rivolgan da me la luce usata.

Guittone d’Arezzo, O bon Gesù, ov’è core

O bon Gesù, ov’è core
crudel tanto e spietato,
che veggia te crucciato
e non pianto porti e dolore?
O bon Gesù, non è ragion che doglia
(né allegri giammai chi non dole ora),
poi ‘ntende la tua dogliosa doglia
e manifesta vedela in figora?
Ahi, come non dole omo o non cordoglia,
ove dole onni fera creatora?
Piansero, lasso! , le mura
e cielo e terra, ah! , dolore
del bon signor lor mostrando;
noi ne gim quasi gabando:
tanto è fellon nostro core!
O ben Gesù, miri catono
quanto è ragion di te doler corale!
Tu primo omo facesti ad onni bono
ricco, franco, sano e non mortale;
esso, non te pregiando e tu’ gran dono,
a la gran peca sua fu messo a male.
Misero fatto e mortale,
vivendo e morendo a tristore,
poi mort’è legato in inferno,
ove seria stato in eterno,
demoni lui possessore.
O bon Gesù, tu troppo amando,
la carne nostra, vil tanto, prendesti;
scendesti a terra, noi a ciel montando
e, facendo noi dii, om te facesti.
Riccor, onore, gioia a noi donando,
povertà nostra e ointa e nòi prendesti;
e prender te permettesti,
de pregion mettendone fore;
sputo, fragelli e morte
laida prendesti traforte,
vita noi dando tuttore.
O bon Gesù, tu creatore
dei nostri padri e nostro; e tu messere
di vertù, di savere e di valore,
di soavità, di pregio e di piacere,
e d’onni nostro ben solo datore;
conservator, for cui chi più val pere,
in cui compiuto savere
larghezza somma e riccore,
vertù e giustizia e potenza
e lealtà tutt’e piagenza
e tutto bon, mal non fiore.
O bon Gesù, noi vedemo te
come mendico a piede afritto andare;
afamato, asetato e nudo se’,
né magion hai, né cosa alcuna, pare.
Or non se’ tu di ciel e terra re?
Ricco cui e quanto e senz’alcun pare?
O perché tanto abassare
e far te de maggio menore?
Venuto se’ tanto trabasso
solo montandone,lasso! ,
ad onni compiuto riccore.
O bon Gesù, te, tal barone,
vedemo lasso, preso e denudato,
legato en tondo, siccome ladrone;
e ‘l tuo bel viso battuto e sputacchiato;
apresso in croce afitto, a pogione
bever fele, de lancia esser piagato!
E già non fu tuo peccato,
ché non fai che bono o migliore;
ma latrocinio nostro fue,
und’appeso e morto se’ tue,
tale nostro e tanto signore.
O bon Gesù, tu contristato,
e di cielo e di terra onni allegrezza!
Preso è solvitor d’ogni legato,
laidita e lividata ogni bellezza,
onore tutto e piacer disorrato;
è dannata giustizia a falsezza,
e disolat’è grandezza,
è vita e morte a dolore!
E di tutto ciò che ditt’aggio
el fellon nostro coraggio
no nd’ha pietà, né amore.
O bon Gesù, che villania
e che fellonesca e crudel crudeltate
vederte a tale, e saver per noi sia,
non pianger, né doler di pietate!
O lasso, lasso! Chi non piangeria,
se tal dolor vedesse a un suo frate?
Or noi dolem spesse fiate
di fera – ah, om traditore! –
e de pena via più leggera!
De te, sommo ben, per sì fera,
com’è non ciascun piangitore?
O ben Gesù, com’è ragione,
chi non vol de la tua doglia dolere,
allegra, de la tua resurrezione
e senza pena teco sostenere,
ch’è oltraggiosa? E matta è pensagione
pensar nel gaudio tuo teco gaudere,
mertar onta e danno tenere
omo che pro cher’e onore,
ove affannare vol nente.
Nol chera mai cor valente,
senza operar lì, valore.
O bon Gesù, apre el core
nostro, crudel, duro tanto,
ritenendo, a far di te pianto,
com aigua ‘n ispungia, dolore.

Lorenzo de’ Medici – Felice terra, ove colei dimora

Felice terra, ove colei dimora,
la qual nelle sue mani il mio cor tiene,
onde a suo arbitrio io sento e male e bene,
e moro mille volte e vivo, l’ora.
Or affanni mi dá, or mi ristora:
or letizia, or tristizia all’alma viene;
e così il mio dubbioso cor mantiene
in gaudii, in pianti: or convien viva, or mora.
Ben sopra l’altre terre se’ felice,
poi che duo Soli il dí vedi levare,
ma l’un sí chiar, che invidia n’ha il pianeta.
Io veduto ho sei lune ritornare
senza veder la luce che m’acqueta,
ma seguirò il mio Sol, come fenice.

Angelica Palli Bartolommei – Epiro e Tessaglia – Tessale valli, ove echeggiar s’udìo

Tessale valli, ove echeggiar s’udìo
L’inno di Riga, Epiro, oh tu, che il santo
Làbaro ergesti fra le rupi, ov’io
Sull’ali del pensiero errai cotanto;

Quando, lassa, darò l’ultimo addio
Ai miei cari, alla terra, al sole, al canto,
Liberi ancor voi non sarete: il rio
Giogo vi preme, e il tempo scorre intanto.

Sperai vicina la fulgente aurora
Di libertà; ma, oh Dio! su l’orizzonte
Folta, profonda, è la tenèbra ancora.

Ride l’Europa ai vostri danni, all’onte;
E mentre sull’altar la Croce adora,
L’armi in aita al Musulmano ha pronte.

Francesco Petrarca – Ove ch’i’ posi gli occhi lassi o giri

Ove ch’i’ posi gli occhi lassi o giri
per quetar la vaghezza che gli spinge,
trovo chi bella donna ivi depinge
per far sempre mai verdi i miei desiri.

Con leggiadro dolor par ch’ella spiri
alta pietà che gentil core stringe:
oltra la vista, agli orecchi orna e ‘nfinge
sue voci vive et suoi sancti sospiri.

Amor e ‘l ver fur meco a dir che quelle
ch’i’ vidi, eran bellezze al mondo sole,
mai non vedute piú sotto le stelle.

Né sí Continua la lettura di Francesco Petrarca – Ove ch’i’ posi gli occhi lassi o giri

Francesco Petrarca – Ponmi ove ‘l sole occide i fiori et l’erba

Ponmi ove ‘l sole occide i fiori et l’erba,
o dove vince lui il ghiaccio et la neve;
ponmi ov’è ‘l carro suo temprato et leve,
et ov’è chi ce ‘l rende, o chi ce ‘l serba;

ponmi in humil fortuna, od in superba,
al dolce aere sereno, al fosco et greve;
ponmi a la notte, al dí lungo ed al breve,
a la matura etate od a l’acerba;

ponmi in cielo, od in terra, od in abisso,
in alto Continua la lettura di Francesco Petrarca – Ponmi ove ‘l sole occide i fiori et l’erba

Pietro Aretino – Ove il mettrete voi? Ditel’ di grazia

Ove il mettrete voi? Ditel’ di grazia,
dietro o dinanzi? io vo’ ‘l sapere,
perché farovi forse dispiacere
se nel cul me lo caccio per disgrazia.

– Madonna, no, perché la potta sazia
il cazzo sì che v’ha poco piacere,
ma quel che faccio, il fo per non parere
un Frate Mariano, verbi gratia.

Ma poi ch’il cazzo in cul tutto volete
come vogliono savi, io sono contento
che voi fate del mio ciò che volete.

E pigliatelo con man, mettetel’ dentro:
che Continua la lettura di Pietro Aretino – Ove il mettrete voi? Ditel’ di grazia

Giovan Battista Marino – Lontananza – Ove ch’io vada, ove ch’io stia, talora

Ove ch’io vada, ove ch’io stia, talora
in ombrosa valletta o ‘n piaggia aprica,
la sospirata mia dolce nemica
sempre m’è innanzi, onde convien ch’io mora.

Quel tenace pensier che m’innamora,
per rinfrescar la mia ferita antica,
l’appresenta a quest’occhi e par che dica:
io da te lunge, e tu pur vivi ancora?

Intanto verso ognor larghe e profonde
vene di pianto e vò di passo in passo
parlando ai fiori, al’erbe, agli antri, al’onde;

poscia in me torno, e dico: ahi Continua la lettura di Giovan Battista Marino – Lontananza – Ove ch’io vada, ove ch’io stia, talora

Il figliuol di Latona avea già nove – Francesco Petrarca

Il figliuol di Latona avea già nove
volte guardato dal balcon sovrano,
per quella ch’alcun tempo mosse invano
i suoi sospiri, et or gli altrui commove.

Poi che cercando stanco non seppe ove
s’albergasse, da presso o di lontano,
mostrossi a noi qual huom per doglia insano,
che molto amata cosa non ritrove.

Et cosí tristo standosi in disparte,
tornar non vide il viso, che laudato
sarà s’io vivo in piú di mille carte;

et pietà lui medesmo avea cangiato,
sí che’ begli occhi lagrimavan parte:
però l’aere ritenne il primo stato.