Alfredo Panzini – La cagna nera

Quando mi tornano a mente i miei genitori (adesso si stanno accanto nel cimitero del villaggio) e gli anni della mia giovinezza, allora gli occhi si ricolmano di lagrime.

Ecco: era lassù! da tutte le strade del piano, anche da lontano, lo si distingueva il palazzo antico e quadrato, su in vetta della collina, con i quattro cipressi alti che dentellavano il cielo e facevano la guardia al portone: il portone era ad arco con grosse bugne di marmo e di sopra portava una targa; perchè la mia famiglia era nobile: io non sono più niente; ma la mia famiglia, dico, era nobile e di buona razza. La targa portava sul quartiere un bel fiordaliso e il motto crescet in aevum. Dietro v’era il roseto, ma grande, grande da farne un podere. Continue reading

Alfredo Panzini – Le viole

Questa notte è passata la Primavera per questi luoghi e ognuno lo può riconoscere perchè le viole hanno dischiuso le loro corolle e tutta l’aria sembra piena del loro sapore.

Anche l’ava, la quale abita da sola nella sua vecchia casa, alla quale è così affezionata che è quasi parte di lei, in sul destarsi del mattino ebbe il presentimento che in quella notte era passata la Primavera e allora pensò con piacere che le viole dovevano essere sbocciate. Dico con piacere, perchè ella suole verso questa stagione mettere qualche viola dentro le lettere che manda al suo figliuolo lontano. Si affacciò dunque alla finestra e vide così puro il cielo, sentì così raccolta l’aria nel suo mite tepore che le fu facile presagire che in quel giorno il tempo non si sarebbe guastato, la nebbia non sarebbe sorta, il vento triste che distrugge il beneficio del sole non si sarebbe levato. Ella sarebbe dunque andata fuori a passeggiare, dopo tanto tempo, per un bel viale di platani che conduce presso la riva del mare e pian piano sarebbe arrivata insino alla riva del mare.

Lungo le siepi ella guarderà se scopre qualche viola e se vi saranno, le raccoglierà e le riporrà in una busta ben forte, e le manderà al suo figliuolo, il quale gli è rimasto solo di una famiglia numerosa e lieta un tempo: oggi dispersa.

Certo suo figlio abita assai lontano, ma il vapore oggi ci mette appena una notte a correre le distanze di cento e cento miglia, e dato il caso che su la busta che contiene le viole non pongano dei pesi troppo gravi, domattina potranno arrivare in casa di lui ancor fresche e vive, tanto che, se gli verrà il pensiero di metterle in un vasetto, potranno ancora riprendere vigore, le viole nate dalla terra del paese dove egli è nato, raccolte dalla mano della sua mamma, in questo bel giorno di primavera.

Tali sono i pensieri dell’ava in quel giovine mattino: pensieri lieti e piacevoli.

Però ne sopraggiunse uno non lieto per la salvezza delle viole, messaggere dell’inviolabile amore, e pur tuttavia l’ava sorrise a questo pensiero. Il piccolo nepotino, figlio del figlio suo, che ha cinque anni, se vede le viole le vorrà e le strapperà. Gli diranno – è vero – che sono le viole della nonna. Ma lui certo adesso non si ricorda più della nonna. Eppure è stata lei che gli ha fatto i corpettini di frustagno, le maglie di lana, le calze di filo grosso, per quel folletto che rompe tutto.

In questi pensieri la nonna è uscita. Si è recata prima in chiesa ad ascoltare una messa e poi si è incamminata per il viale dei gran platani bianchi, in fondo e sopra i quali si elevava la fascia azzurra del mare il quale cinge tutta la curva dell’orizzonte. E andando, gli occhi suoi stanchi vedevano dalla terra e dalle siepi partire e salire delle pagliuzze e dei baleni, lievi, di oro; certo erano le ali degli insetti multiformi ed uniformi i quali in quei giorni di nozze fra la terra ed il sole escono in lunghe processioni e portano il seme della vita alle piccole cose eterne nell’armoniosa vicenda della vita e della morte. Non era quello giorno consacrato alla festa: le garrule campanelle e dalle torri le campane non squillavano sopra il silenzio dell’antica città: la gente era al lavoro; i buoi segnavano i solchi nei campi; le rame degli olivi germinavano nel presagio della pace pasquale; le tartane dei pescatori uscivano dal porto e pigliavano il largo mosse invisibilmente nelle gran vele arance e gialle le quali l’una dopo l’altra si susseguivano per l’azzurro del mare e rendevano imagine di una schiera di monaci incappucciati. Dunque poca gente era nel viale lungo cui l’ava moveva i lenti passi.

Ma molti erano i pensieri.

È stata anche la nonna che ha insegnato al piccolo bambino a recitare le preghiere: le quali si allungavano ogni giorno di più, e questo avveniva perchè la nonna trovava che vi era sempre qualche cosa dimenticata, qualche umile cosa da ricordare al potente Signore del Cielo, e spesso vi era qualche morto che bussava alla memoria di lei e diceva: «ricordati anche di me». Ecco la ragione perchè le preghiere si allungavano di giorno in giorno.

Il piccolo bambino (allora portava ancora la sottanina bianca) composto e inginocchiato su di una sedia davanti ad una nera Imagine le diceva con convinzione le sue preghiere e le avea imparate tanto bene che preveniva la voce suggeritrice dell’ava. Certo che dopo quella fatica era giusto che domandasse per ricompensa un cucchiaio di più di zucchero nel caffè e latte e si risarcisse di quella immobilità con le più pazze scorribande per cui tremavano i vasetti, le sedie austere, i quadri della vecchia casa. Non perciò la nera imagine della Madonna dalle cui mammelle aperte gemeva il latte su le labbra del pargolo, sorrideva meno vezzosamente, e parea – tanto è bel lavoro di antico pittore – seguire cogli occhi umidi le feste e i salti del bambino. Una volta arrivò la nuora, la madre di quel caro folletto, da un lontano viaggio; la quale è di altro pensare che l’ava ed appartiene alla gente nuova: eppure anch’essa si compiacque a vedere quelle manine giunte, a sentire quella vocina che dava del tu e parlava così famigliarmente a Dio, il quale se c’è, è il più ricco e potente signore che sia su la terra.

Ma è da un anno e più che il piccolo bambino ha abbandonato la casa dell’ava, e certo si è dimenticato delle preghiere al suo buon amico di una volta, il Signore Iddio: e tutto fa credere che non si ricordi più nè anche della nonna se non come di un nome da cui ogni imagine si stacca, sbiadisce, e più non si sa se v’è ancora.

Ma non è meglio così?

Nessun peso è più grave di quello delle memorie: ed è forse per questa ragione che i vecchi come quelli che ne hanno tante, vanno con passo molto tardo ed hanno quasi tutti la schiena curvata.

Invece la vita domanda un rapido passo, e cuore ilare, sciolto da ogni impaccio, giacchè per chi bene ode, il rullo dei cupi tamburi che chiamano alla guerra, non cessa mai.

Presso la spiaggia del mare l’ava è giunta ed in una ripa volta a solatio, ha trovato alcune viole.

Le raccoglie e si ricorda che trent’anni fa andava di primavera a spasso per quella spiaggia e per quel mare insieme ad un altro bambino: la riva, il mare, la primavera, gli insetti, i due bambini sono uguali e si confondono sotto il sole quasi caldo nella mente stanca dell’ava. Eppure l’uno è il padre, l’altro è il figliuolo: come tutto è passato ben più velocemente che un sogno notturno! come i capelli di quella prima testolina bionda e inanellata hanno fatto presto ad incanutire!

L’anima sospira: «Oh, potere incominciare da capo!»

E non si comincia forse? Non è tutto uguale sotto il sole come trent’anni fa? Gli insetti, le piante, le barche, i fiori e gli augelli certo non sono più gli stessi: ma chi li distingue? Per noi sono gli istessi, gli insetti e gli uccelli, i fiori e le barche.

Dunque tutto è uguale come trent’anni fa, come cento e più ancora!

Presso la spiaggia v’è molto silenzio.

Si ode però qualche grosso calabrone nero che ronza gravemente: le passere pispigliano e si chiamano paurosamente come a dire: «Bada che gli uomini non si accorgano dove noi facciamo il nido!» Le lucerte ritorte e stese al sole, fuggono e razzano fra la sterpaglia all’improvviso passo dell’ava.

L’ava pensa che il suo figliuolo riceverà il mazzolino delle viole, che già ha raccolto, domani a mezzogiorno quando si reca a casa per la colazione. Ma è tanto affaticato, tanto preso dal lavoro e dagli affari che le guarderà a pena le viole e non gli verrà in mente di metterle in un cristallo per farle rivivere.

È egli felice?

Quando egli era giovane si confidava in lei, e la mamma era come lo scrigno dove i più reconditi pensieri venivano riposti con sicurezza.

Dopo o lo scrigno si è invecchiato o lui non ebbe più tesori da riporvi. Può darsi che sia felice. Però la madre non può dimenticare una parola di lui: ultima e forse inconsapevole confidenza.

Un giorno, dopo molti anni che non la vedeva più, il figlio si era recato a trovare la madre. Ella lo aveva preso per mano e lo avea condotto per le stanze: la stanza dove era nato; la stanza dove era morto lui…. il povero babbo di cui la parete reggeva la grande imagine; la stanza dove c’erano i vecchi libri e il vecchio tavolino (i libri conservavano ancora il profumo stantio del latinucci di vent’anni fa).

Egli aveva guardato come se una mano laboriosa e invisibile avesse tra tanto strappato molte membrane di oblìo alla sua memoria; poi avea esclamato:

«Credevo che queste cose non ci fossero più!»

Avea poi la notte dormito nel lettuccio piccolo da scapolo e ci avea dormito bene e la mattina, piano, era venuta la mamma a svegliarlo e dirgli molte cose: che cosa voleva da colazione, che ne’ suoi abiti c’era un bottone da fermare, e una macchia da smacchiare.

Dunque ancora quelle amorose e non venali cure esistevano come i vecchi mobili, ed erano rimaste senza che egli ne avesse approfittato, lì per tanti anni? Anche di esse non si ricordava più se esistevano, e perciò aveva ripetuto con un sospiro: «Credevo che queste cose non ci fossero più!»

L’ava tenendo in mano le viole si è spinta sino alla sinuosa arena, pura, lucida, deserta, dove l’onda muore con murmure e con ritmo segnando larghe curve orlate di spuma. Sopra il capo dell’ava si eleva il mare, e le tartane, or dilungatesi, vanno pel loro viaggio e le vele in punta somigliano più che mai, bizzarramente, ad una placida compagnia di monaci. Dalla riva si abbraccia non solo tutta la curva della spiaggia, ma i monti lucidi, la campagna verde, la città antica, e in lontananza si scorgono i cipressi del cimitero, il quale con quelle guglie nere dei cipressi sopra le mura bianche rassomiglia ad un castello munito contro cui le armi degli uomini non prevarranno!

Però anche lì passa la primavera, come passa sui capelli grigi delle nonne e sui capelli biondi dei bimbi; e così avverrà anche che quando i tuoi buoni occhi soavi, o ava, che tanto hanno sorriso e tanto hanno lagrimato, si chiuderanno, altri occhi si apriranno per sorridere e per lagrimare ancora: e ciò avvenga – come diceva il bambino nelle sue lunghe preghiere – secondo la tua volontà, o Signore!

Alfredo Panzini – Il cinabro rivelatore

Donna Felicita, dama di chiaro lignaggio, di molta mondana esperienza e ancor piacente nel candore dei capelli e nella non inelegante pinguedine senile, scese con tutta precauzione dall’oscuro e stretto bugigattolo della vettura da piazza, appoggiandosi con una mano alla mano di suo nipote, il signor avvocato Paolo, e con l’altra mano alla fine mano guantata di Irma, la fidanzata del detto signor avvocato.

- Signora, che orrore: nevica ancora, nevica! – sclamò Irma, ritraendo il piccolo capo nel folto bavero di pelliccia che aveva frettolosamente alzato.

- E a larghe falde, signorina, a larghe falde che è un piacere! – rispose donna Felicita allegramente, ma invece di far presto a salire i quattro gradini e ripararsi sotto la tettoia esterna della stazione, volse lo sguardo al cielo nero per cui danzavano le falde bianche e larghe come farfalle morte che cadessero giù: e anzi pareva che quel turbinio non le incutesse alcun senso di «orrore» come avea detto la signorina, tanto più che si era nel bel mezzo dell’inverno, cioè nel tempo in cui è dolce e bene che cada la neve.

La mamma di Irma, che si chiamava la signora Lucrezia, scese ultima dalla vettura, per diverse ragioni, e anche perchè aveva uno scialle, due ombrelli e una borsetta da portare.

- Qua, qua a me, signora, che le do la mano io, – disse donna Felicita. – I nostri due giovanotti hanno già dimenticato che cade la neve.

- Come si fa, come si fa? sono fidanzati, bisogna compatirli, si vogliono tanto bene, – disse la signora Lucrezia con una voce umile e col fare confuso; – la mia Irma poi…. è diventata anche più nervosa: ha un gran convulso, e poi? Non ha più appetito, poverina, e, con buona licenza, bisogna che si purghi…. ogni tanto.

- Oh, povera signorina! – compassionò donna Felicita, e così a braccetto le due rispettabili dame avevano attraversato la sala d’ingresso della stazione, semideserta, ed erano giunte davanti al guardiasale.

- Ehi, giovanotto, vogliamo perdere la corsa? – disse donna Felicita al nipote.

Il nipote scese dal settimo, anzi dal terzo cielo, in cui era salito in mia breve conversazione con Irma, e, dopo non facile ricerca, riuscì a trovare i due scontrini verdi del ritorno che il guardiasale riconobbe e bucò con due tic tac secchi.

Però si oppose all’ingresso della signorina Irma e della signora Lucrezia.

L’avvocato Paolo fece per andare a prendere lui i due biglietti d’ingresso, ma Irma intrecciandogli le dita lungo la persona:

- Non mi abbandonare, nè pure un istante, – mormorò; e alla mamma: – te ne supplico, va tu a prendere i biglietti!

La mamma trotterellò e solo allora la vigile guardia permise a tutti l’ingresso.

La nobil donna, signora Felicita, sprofondò nel divano di velluto rosso della sala d’aspetto, essendo ella piuttosto pingue: la signorina Irma le si sedette accanto piegando appena la sponda del divano, essendo ella assai esile. Poi, lasciata cadere la mantellina di grave pelo, perchè lì si soffocava, disse con graziosa voce:

- Signora, io non dimenticherò mai quanto le devo per essere venuta a Parma da noi….

- Oh sì, signora, le siamo tanto, tanto riconoscenti, – fece coro la signora Lucrezia.

- …. in casa nostra, – proseguì Irma non badando alla madre, – e mi permetta, signora, che le dia un bacio e le offra queste violette per mio ricordo.

E così dicendo levò dalla borsa, che aveva portato la mamma, un superbo ed artistico mazzo di viole di Parma, che donna Felicita accolse assai graziosamente.

Arrivò il treno lampo. Il guardiasale annunciò la partenza per Torino.

Il treno era lì, fumido, lucido, fremente. Solo la cortese violenza del conduttore che chiudeva gli sportelli, potè separare le due mani intrecciate di Irma e di Paolo.

Appena il treno fu in moto e si trovarono soli nello scompartimento, Paolo precipitò su la zia e domandò con ansia:

- Ebbene?

- Ebbene, cosa?

- Cosa te ne pare, cosa ne dici adesso che l’hai conosciuta?

- Che furia! Tutti così alla vostra età: fa il piacere, stendimi il plaid sopra, sono assai stanca.

- Ma una parola, almeno una sola parola! – supplicò Paolo.

- Vedi, caro, io sono stanca: domani dopo colazione, intendiamoci bene, tu vieni da me e ne parleremo: ecco tutto.

- Mi dirai almeno che è bella, che è deliziosa!…

- Oh sì, sì….

- Come sì, sì? Affascinante! Hai bene osservato gli occhi profondi? E le mani, zia! Ah, tu non ami e perciò non osservi….

- Finissime….

- E poi bisogna sapere, bisogna conoscere lo spirito….

- Ah, senza dubbio….

E la signora si appisolò o parve assopirsi tacitamente: nè al nipote ci fu più verso di levare una parola di bocca dalla nobile dama.

All’avvocato Paolo non rimase altro conforto che fumare convulsamente un paio di verginia e guardare la neve che adesso correva dietro turbinando, mentre il pensiero avea ripreso il biglietto di andata verso Parma.

Donna Felicita non si destò che sotto la tettoia della stazione di Torino.

Erano oramai le undici di notte, e quando Paolo aprì lo sportello di casa della nobile zia, si sentì dire ancora una volta:

- Ricordarsi: non prima delle dodici.

Le cose erano andate così.

Irma e Paolo amoreggiavano da quattro anni: si erano lasciati due volte: due volte si erano ricambiate le lettere con un eterno addio. Due volte Paolo, a onor del vero, avea riscritto ed era tornato a Parma, supplicando Irma di perdonargli. Il perdono era stato concesso e l’ultimo perdono era stato suggellato da parte di lui con una promessa di matrimonio.

Come mai Paolo, giovane di mondo, spregiudicato la sua parte, fornito di larghi mezzi, bel giovane, indipendente, vivente a Torino, avesse finito per legarsi con la signorina Irma di Parma, la città delle violette, dei duchi e delle mondane duchesse, sono di quei misteri della passione che ognuno può spiegare a suo modo; e che io non voglio indagare. Basterà dire che egli era convinto di conquistare la felicità per tutta la vita terrena.

Suo padre, vecchio gentiluomo, abbastanza originale, e che viveva quasi sempre in campagna, aveva da lungo tempo lasciato il figliuolo libero, liberissimo delle sue azioni. La mamma non c’era più, che potesse dare un consiglio. Non rimaneva che donna Felicita, la quale voleva bene al nipote con quel misto di saggezza e di mondanità che hanno le vecchie dame per i nipoti. Donna Felicita era del resto assai navigata nelle varie acque della vita, aveva avuto una giovinezza molto brillante e ora vivea una vita che si sarebbe potuta chiamare epicurea, parte dell’anno nel suo comodo palazzo in Torino, parte in villa, lasciando che le cose del mondo seguissero il loro corso che ella, senza far professione di sociologia, avea riconosciuto essere costante anche attraverso le varie rivoluzioni e i molti turbamenti sociali e politici.

Fu a lei che, prima di ogni altra persona, Paolo rivelò il suo fidanzamento.

- Fai benissimo: era ben tempo che ti accasassi, – disse la zia.

E fu anche due mesi dopo che Paolo pregò la zia di venire con lui a Parma a conoscere la fidanzata. La nobile signora acconsentì dopo lunghi dinieghi, ma ad un sol patto: cioè che la cosa fosse senza impegni da parte sua.

Paolo allora fu costretto a dare prima tutte le spiegazioni: la signorina Irma non avea gran dote, anzi, forse, non aveva dote perchè avea molti fratelli e una sorellina: del resto famiglia onoratissima: il babbo consigliere di Prefettura, commendatore, patriotta: di Irma poi non ne parliamo.

Donna Felicita, per colmo di prudenza, volle scrivere una lunga lettera alla signorina Irma dicendo primum et ante omnia che la famiglia di Paolo lasciava liberissimo il giovane delle sue azioni, e che ella venendo a Parma non rivestiva nessuna veste nè ufficiale nè ufficiosa. Veniva non come zia, ma come buona amica di Paolo; ecco tutto.

La signorina Irma rispose alla sua volta con una lettera profumata di mammole dove le cortesie più squisite erano scritte nella più aristocratica e cuneiforme delle calligrafie. Però in mezzo alle fini espressioni di gentilezze la signorina Irma metteva bene in chiaro alcune circostanze di fatto: cioè che nè lei nè la sua famiglia avevano sollecitato in alcun modo l’onore di un matrimonio: che il babbo anzi aveva ceduto a malincuore per ragioni troppo lunghe a riferire, che infine il signor nipote era liberissimo di sciogliersi da ogni impegno anche dopo la data parola, e questo diceva non solo in nome dei suoi genitori, ma in nome proprio. In altri termini faceva capire che rinunciando alla sua indipendenza cedeva solo all’amore per Paolo, non alla lusinga di migliorata condizione sociale. Avvertiva inoltre che la nobile dama venendo a Parma, non incorreva in alcuna compromissione: non poteva tuttavia negare il vivissimo desiderio di conoscere la zia di Paolo anche in veste di semplice amica perchè ne aveva sentito dir tanto bene dal nipote; e di poterle baciare la mano come ora gliela baciava per lettera protestandosi con ogni segno di deferenza sua devotissima serva Irma.

Per quali ragioni poi Paolo, che era così convinto della felicità cui andava incontro, aveva voluto che sua zia conoscesse di persona Irma e gliene dicesse il parer suo, anche codesto – dico – appartiene alla psicologia; ed io me ne dispenso, visto che i novellieri al dì presente ne fanno così grande e sagace uso che io temerei del confronto.

Messe così le cose a posto, donna Felicita si avventurò al viaggio.

Di mano in mano che il treno si accostava all’ondisona riviera del Po, non lungi dalle cui rive Parma eleva la tristezza delle nere mura ducali, l’eccitazione di Paolo veniva aumentando.

Per tutto il viaggio non aveva fatto che parlare di Irma e diceva cose che la zia sapeva a memoria per averle ascoltate in altre condizioni e in altri tempi; ma che pure fanno tanto piacere ad udire alle signore anche se sono zie.

- Tu dici, zia, che la mia è una passione cieca: no! la mia è una passione ardente, ma più pratica che tu non creda. Irma non ha dote, ma questo non conta nulla….

- Perfettissimamente!…

- ….ma Irma è un’intelligenza dominatrice, ed è quello che ci vuole per me. Io, capisci, voglio darmi alla politica: io ho bisogno per moglie non di una bambola che deva poi guidare, ma di una donna che sappia cooperare al mio avvenire: lei scrive benissimo, è di una coltura sorprendente come tu potrai assicurartene. È affascinante: cosa sono questi ritratti? Niente: una pallida immagine: la vedrai, la sentirai, e finirai coll’innamorartene anche tu….

Così erano giunti, erano rimasti tutto il giorno in casa di Irma, ed erano partiti come è detto.

A mezzodì Paolo entrò nel salotto di donna Felicita. Lo rodeva una sorda impazienza. L’ostinazione della zia a non manifestare i suoi entusiasmi se non a mezzogiorno preciso, lo aveva messo di molto malumore.

Ora donna Felicita, seduta su la sua poltrona, era riposatissima delle fatiche della vigilia.

- Adesso prenderai il caffè con me, vero?

E con una calma che contrastava con l’agitazione del giovane, versava dalla chiavetta della macchina l’aroma nero bollente nelle tazzette di porcellana.

- Tu non ci vuoi lo zucchero, vero?

- Ma insomma, zia, deciditi, – scoppiò Paolo, – che impressione ti ha fatto Irma?

- Buonissima….

- Ma lo dici con una calma, con una calma disperante….

- Ma come vuol che lo dica?

- Con più entusiasmo.

- Buonissima, buonissima, – ripetè la zia senza accelerare però le vibrazioni della sua voce.

- Vero che è bella? vero che è un fascino? e hai notato che prontezza di parole? che scioltezza di mente? che senso moderno delle cose?…

Il giovane, con crescente calore, enumerava tutte le qualità fisiche e morali della fidanzata, e ad ognuna la vecchia dama faceva cenno di sì sorbendo a sorsi piccoli la sua bevanda favorita.

- Ammetterai dunque che io ho trovato la mia felicità….

- Questa è un’altra questione, il mio giovanotto; la felicità è nelle mani di Dio e…. di Irma.

- E allora?

- Allora è, caro, che è superfluo parlarne; al punto poi in cui sono le cose, superfluissimo….

- Ma insomma, dubiti della sua onestà, del suo amore per me? – domandò Paolo con un fremito segreto nella voce e nel gesto.

- Perchè vuoi che ne dubiti? sarebbe scortesia gratuita il solo pensarlo.

- E allora?

- Allora, caro, è che i miei vecchi occhi, non innamorati, hanno osservato alcune piccole cose a cui tu non hai e non potevi por mente nella tua triplice qualità di giovane, di uomo e di innamorato. Io che non sono nessuna, ohimè, di queste tre belle cose, ho potuto osservare alcune inezie che in una signorina non fanno difetto, ma che in una fidanzata non sono presagio di grande felicità coniugale.

- Spieghiamoci.

- Spieghiamoci pure, solo mi dispiace che noi due finiremo col disgustarci, ma l’hai voluto tu.

- Avanti!

- La signorina Irma porta la lorgnette.

Paolo si mise a ridere:

- Ma se è graziosissima con la lorgnette!

- D’accordo, ma è anche miope; e quando dovrà governare la casa, giacchè molto ricchi non sarete, e poi anche nelle case ricche la padrona è bene che sorvegli tutto, vedrai quel «graziosissimo» come perderà il suo superlativo. Ti potrei far notare che è anemica, che non mi pare di gran salute; ma questo non vuol dir nulla.

- Ma se è floridissima, se ha le guance di un lieve incarnato….!

- Per quel che riguarda il lieve incarnato ne parleremo più tardi. Quando torni a Parma, osserva prima di tutto la padronanza che essa ha in casa sua; fratelli, genitori, dipendono da lei; la mamma, povera infelice, è letteralmente la sua cameriera.

- Ma è ben quello che io desidero; cioè una moglie che sappia comandare, che abbia una volontà….

- Giustissimo; ma io ho osservato che la sua è piuttosto una caparbietà. Tu come innamorato non puoi distinguere caparbietà da volontà. È troppo giusto. Io però ti posso assicurare che la sua vantata forza di volontà è più parente con l’ostinatezza orgogliosa che non con la ragione, il che mi dà indizio o che l’indole di lei non è delle più invidiabili o per lo meno che non fu bene allevata in casa; e se co’ suoi genitori è abituata a volere quello che vuole, col marito farà precisamente lo stesso, anzi peggio; non ci si modifica a ventun anno….

- Venti, – corresse Paolo.

- Bene, venti: ma la cosa non muta con un anno di meno. Ora, se tu vuoi assumerti questa parte educativa, farai opera buona, ma non assicuri certo la tua felicità. Anche i fratelli, per giovani che vanno ancora a scuola, mi sembrano troppo mondani, troppo liberi…. nel parlare, nel fare, troppo spregiudicati. Non dimenticare inoltre che ieri, alla nostra presenza, si sono dovuti imporre un contegno eccezionale. M’imagino che cosa deva avvenire in quella casa negli altri giorni!

- Domando io che c’entrano i fratelli….?

- D’accordo; ma provano che l’educazione famigliare non è stata delle più rigorose.

- Cara zia, perdonami, – disse Paolo con forzata mansuetudine, – la tua analisi è spietata, ingiusta. Tu giudichi l’istituto della famiglia con criteri d’altri tempi. Le gerarchie assolute tra genitori e figliuoli appartengono alla storia del passato, non convengono più ai tempi nostri….

- Vero, vero, caro nipote – disse donna Felicita con placidissimo sorriso – nè tu potevi incolparmi di essere vecchia con maggior garbatezza. Sta però attento a quel che ti dico ora e tu co’ tuoi ventisette suonati e con la tua laurea in legge mi dovresti capire troppo bene: io non ti ho detto di venire da me per farti una discussione sul matrimonio. Ti faccio soltanto osservare che le leggi giuridiche e le leggi dell’opinione publica sul matrimonio sono quelle che erano cento anni fa. Uniformatemi prima le leggi al nuovo concetto che tu sembri avere della famiglia e allora potremo discutere! – E siccome il nipote crollava il capo in segno di compatimento, ella proseguì: – Oh, e ora veniamo al paragrafo «istruzione ed ingegno»! La signorina certo rivela mente svegliata, pronta; può regolare bene una conversazione mondana: inoltre ha molta coltura, ha letto molto, anche troppo; però quanto all’ago e al ferro da calza pare che non abbia un’eccessiva famigliarità.

- Ma quale è oggi, cara zia, la signorina per bene che sappia far le calze quando vi sono le macchine che le producono ad un prezzo che non francherebbe la mano d’opera?

- Vero, vero, però il sapere rammendare una calza può sempre venir utile – rispose donna Felicita blandamente accennando con la mano a cose future, e proseguì: – Ancora: tu forse non sei mai entrato nella sua stanza: io ti posso assicurare che è disordinatissima….

- Un disordine artistico…. via!

- Sì, artistico…, bei mobili, bei fiori, quadretti, quadrettini, libri, riviste, giornali, dediche, ventagli, profumi fin che vuoi: ma non ho trovato nè un ago, nè uno spillo. Il cassetto del comò è un cumulo di ciarpame, lettere, giornali in mezzo alla cipria, ai guanti, ai nastri. Poca pratica della casa, insomma, e…. sopra il capezzale, niente….

- Questo te lo aveva prevenuto, il babbo di Irma è razionalista: anche Irma è libera pensatrice: del resto ella non ne fa un mistero come non ne fa un vanto: infine io so che per compiacere a te è disposta anche al matrimonio religioso.

- Compiacere a me? Per me fate come più vi piace….

- Quanto alle idee religiose mi permetto di avvertirti che tu sei indietro, che il pensiero moderno….

- D’accordo, caro, io sono della più completa ignoranza per quel che riguarda il pensiero moderno: questa però è la terza volta, sarà il puro caso, che ho l’occasione di notare come le signorine libere pensatrici hanno una spiccata tendenza per il disordine artistico come tu lo definisci. Quanto poi al famoso incarnatino di poco fa – si affrettò a concludere la terribile zia – ecco quello che ho trovato, per pura combinazione – nota bene – nel cassettino della toilette della signorina. Non te lo volevo dire, ma la tua cieca ostinazione mi obbliga ad una indelicatezza da cui in tutt’altra occasione mi sarei ben guardata.

- Cosa?

- Calma, calma! Dà qui la mano.

Paolo porse la mano.

- Apri la palma, – e donna Felicita levò dallo stipo un tubetto impercettibile, ne toccò la palma del nipote, poi col pollice dell’altra mano fregò sapientemente.

- Vedi – disse con tutta pace – come il palmo della tua bianca mano acquista in un batter d’occhio il colore incarnatino? Questa inclinazione…. diremo così…. alla pittura, credilo, non è di buon augurio per la felicità coniugale! Non v’è colpa, ne convengo, però si eccedono i limiti di quella vanità che dobbiamo concedere ad una signorina. Del resto – aggiunse mentre Paolo corrugava le ciglia sul palmo assai roseo della sua mano – fa una cosa, quando torni e la vedrai piangere per una ragione qualsiasi, perchè imagino che come fidanzata piangerà qualche volta benchè sia razionalista, passale di sorpresa e calcando un pochino un fazzoletto candido di batista sugli occhi e se non vi trovi i segni del carboncino, dimmi che tua zia è rimbambita del tutto.

Alfredo Panzini – Il primo viaggio d’amore

Per capire questa storia, bisogna sapere che una volta c’era uno scolaro di liceo, il quale era stato allevato in collegio dove avea imparato poco e male il libro della vita, ma in compenso avea scritto dei versi e avea letto una quantità grande di romanzi sui quali avea sparso una non minore quantità di lagrime e di sospiri.

Grave errore, in verità, buttar via per vani fantasmi un umore così prezioso e che ha tanto peso nelle bilance della vita!

Ma a diciassette anni le sventure sembrano un’invenzione dei filosofi; e anche la morte sembra una parola retorica, fatta per tesservi intorno di bei melanconici ed eroici concetti.

Soltanto dopo avere camminato molto nella vita si vedono distintamente i contorni di queste supreme realtà!

A diciassette anni Furio non vedeva che la faccia pallida e gli occhioni dell’Ida – una signorina sedicenne, la quale con la mamma e con la sorella maggiore abitava, per la stagione dei bagni, l’appartamento di fronte a quello di Furio.

La vedeva quando c’era (un fotografo amico delle signore aveva arrischiato dopo molte suppliche la presentazione del giovanetto), ma più specialmente quando non c’era.

Nei pomeriggi lunghi estivi partiva dall’appartamento di fronte una voce da mezzo soprano che cantava con la titubanza di chi teme di far soffrir l’aria:

Alfredo, Alfredo,

Di questo core

Non puoi comprendere

Tutto l’amore.

Ma verrà giorno

In che il saprai….

Com’io t’amassi

Confesserai….

La ripresa «Ma verrà giorno» era così straziante che Furio non poteva più star fermo; si cacciava le unghie nella carne, poi correva su all’ultimo piano e bussava alla porta di Cecco.

- Oh, Cecco, Cecco, per carità suonami quella romanza del Guarany!

Cecco era un suonatore di contrabbasso, randagio e beone, il quale a quell’ora pomeridiana smaltiva il vino del desinare in placidissimi sonni.

Destato a quel modo, è facile pensare come accogliesse l’importuno innamorato; le frasi più gentili erano:

- Va a morir d’accidente te e quella spuzzetta.

- Non dire: è così ideale! – e pur con molte preghiere e promesse che la sera gli avrebbe pagato da bere, lo induceva a levarsi su e prendere il suo stromento.

Allora la voce del contrabbasso cominciava dopo un zum zum profondo:

Sento una forza indomita

Che ognor mi tragge a te,

con quel che segue e con tanta passione che vibravano i cuori e anche i vetri delle finestre.

Finì l’estate: l’Ida parti.

Oh, piccola Ida, tu portavi con te tutto il cuore di Furio, e avevi anche con te i fiori e la verdura, il mare e il cielo, perchè quando tu partisti tutto si ottenebrò intorno a Furio.

Ma anche l’Ida dovea essere ben grave di tanta ricchezza o dovea aver rimorso di averla rubata, perchè quando si trovò sola nella sua stanzetta, al suo paese che non rivedeva da due mesi, pregò tanto la Madonna e pianse anche lei tanto, come Furio.

Furio le mandò la Storia di una Capinera, Paolo e Virginia, La Capanna dello Zio Tom, le tragedie dello Shakespeare con molti indici convergenti verso Giulietta e Romeo: libri onesti, come ognuno può vedere, ma che avrebbero fatto molto piangere; anzi erano segnati i passi dove l’Ida presumibilmente si sarebbe dovuta commovere.

Ma questa comunione di anime lontane per mezzo della posta e del pensiero altrui non bastò più a Furio e la passione gli montò così al cervello che diceva fra sè: «Vederla ancora una volta e poi morire!» Anche i suoi genitori ne erano impensieriti.

L’Ida non abitava lontana: un’ora di treno e un’ora o due di carrozza: a Montiano, un nome pieno di fascino, che agli orecchi di Furio suonava come dovea suonare il nome di Provenza a un rimatore del trecento.

Non abitava lontana, ma la lontananza è in relazione con la facilità dell’andarvi.

Come allontanarsi da casa sua? come presentarsi a casa di lei specialmente se c’era il babbo? Il quale era un uomo nero, che avea visto solo una volta su la rotonda dello stabilimento, e non gli avea rivolto una parola in tutto il tempo che erano stati in circolo. È anche vero che Furio pure non avea detto allora una parola e le guance dell’Ida impallidivano ed arrossivano ad ogni momento.

Come affrontare, dico, quell’uomo così severo e che pareva avesse letto tutto nell’animo dell’adolescente e della figliuola? con quale ragionevole pretesto?

Il pretesto venne, ma era tanto sottile che era ben audace cosa l’affidarvisi!

Cecco, il sonatore di contrabbasso, un bel giorno gli disse:

- Uhi! poeta! la sai la nuova? sabato andiamo a Longiano per la festa del Cristo: siamo in dieci sonatori, se vieni anche tu c’è il viaggio gratis fin lassù, ti faccio passare per il fattorino dell’orchestra.

Furio a tale notizia fu preso dalle vertigini, perchè bisogna saper, due cose: che Longiano è un castello su di un bel colle che è vicino ad un altro colle ove è Montiano: ove dimorava la sognata fanciulla.

Secondo: bisogna sapere che per un giovanetto che dai suoi genitori ha per i minuti piaceri un franco la settimana, non è facile trovarne dieci per fare un viaggio. I genitori di Furio erano gente da bene, ma povera gente, v’erano degli altri fratellini, e il babbo, che era medico, faceva anche troppo a mantenerlo in collegio: nè Furio, benchè avesse letto molti romanzi, avea imparato a metter le mani nel portafogli del babbo o far cattive azioni. Dunque anche il denaro, che è cosa tanto volgare rispetto all’amore per l’Ida, costituiva una difficoltà.

Le parole di Cecco fecero sparire la tetraggine dal cervello di Furio, per la quale andava curvo e pensoso come un filosofo: la mente lampeggiò: si risovvenne che le signorine prima di partire si erano fatte il ritratto da quel fotografo amico.

Furio balzò in casa del fotografo: parlò, pregò, si disperò affinchè gli consegnasse i ritratti che li avrebbe portati lui. Quegli nicchiava.

- Ma dove mai vuoi trovare un pretesto più ragionevole? – fremeva Furio, mentre colui riponeva, ancor incerto, nella busta le dodici fotografie, sei dell’Ida e sei di Elvira, la sorella maggiore, – io vado alla festa del Cristo, e siccome sono tuo amico, così tu mi hai detto: «senti, Furio, giacchè vai a Longiano, fa una scappatina a Montiano, così mi risparmi la posta e mi saluti le signore», non ti pare?

Il fotografo crollava la testa:

- Tu hai perso il cervello dietro quella signorina; ma a me vuoi far perdere la clientela, il mio ragazzo! – e pur tuttavia gli consegnò la busta.

Poi Furio saltò in casa di Cecco e disse:

- Vengo, vengo, sai! ma lo trovo poi un posto?

- Se te l’ho detto che ci penso io!

- Quand’è così, basta, Cecco: vengo, oh, se ci vengo! ma non dirlo agli altri il segreto…., non svelare a nessuno….

Tutte le trombe dell’avvenire suonavano agli orecchi di Furio una fanfara gloriosa di assalto alla baionetta.

- Mamà, mi attacchi i bottoni alle ghette? mamà, avresti una borsetta da viaggio? mamà, avresti un ombrello?… mi dai la catena d’oro del babbo?

- Ma dove vuoi andare, figliuolo?

Furio esitò, poi confessò la sua passione che era anche troppo nota.

- Non spendo niente però, mamma, vado gratis con Cecco e con i bandisti.

- Non far sciocchezze, figliuolo, lo sai che tu adesso devi badar a studiare, a farti un avvenire. Se lo sa il babbo!…

- Già, che cosa dirai al babbo se questa sera non mi vede a cena?

- Dirò…. che sei andato via a trovare la nonna.

Così rispose la mamma, la quale per Furio rappresentava (oh, povere mamme!) qualche cosa di eterno, di eterna e immancabile difesa, sempre e per qualunque male; mentre l’Ida era cosa fuggevole e tanto divina che tutti, in suo pensiero, gliela doveano contendere.

Ora bisognava pensare a vestirsi in modo da far bella figura, ma pur troppo la volontà di Furio non era pari ai mezzi, ed è facile capire perchè. Egli aveva bensì la sua assisa di collegiale, ma non corredo di abiti borghesi. Ben si sa che per un collegiale è grande ambizione nelle vacanze pavoneggiarsi con un bel vestito civile. I genitori di Furio in quell’estate, cedendo alle preghiere e alle promesse, avevano accondisceso a fargli fare un abituccio da estate. Era di una lanetta chiara e leggera che per l’agosto poteva andar bene, e aveva fatto buon servizio per tutta la stagione, fedel compagno sì al mattino come alla sera in cui la più parte della gente galante vestiva di scuro. Ma verso i primi di ottobre con quell’arietta fresca che odorava di pioggia vicina, il servizievole abito era troppo eloquente testimonio di onorata povertà! La catena del babbo, la borsetta da viaggiatore, le uose, il colletto e la cravatta nuova furono ammennicoli che non valsero a rimediare il difetto dell’abito. «Avessi almeno un soprabito da mezza stagione!» gemeva il giovinetto, e fu per un istante in procinto di prender con sè il grave cappotto nero del collegio. Ma bisognava staccare alamari, filettatura, e invece urgeva l’ora della partenza. Convenne dunque far di necessità virtù e così vestito come meglio potè, Furio, poco dopo, era pronto per la partenza.

- Mamà, mi dai un po’ di soldi? – chiese timidamente, e avutili, scappò di casa facendo le scale a quattro gradini per volta, e quando fu in istrada diede un’occhiata a quelle finestre da cui poche settimane innanzi al raggio delle stelle e della luna la bianca, la cara fanciulla cantava: «Spirto gentil de’ sogni miei» e «Alfredo, Alfredo, di questo core» con quella voce innamorata che gli faceva venire i brividi come squillo di tromba e destriero di battaglia.

Povera finestrella! era chiusa! Ma si aprirà un altr’anno quando verrà l’estate e lei tornerà al mare. Ma fra quest’anno e quello venturo c’era un abisso: l’ultimo anno di collegio. Il terribile professore di matematica, il rettore prete del collegio, il preside, i prefetti crudeli passarono alla mente di Furio come una visione terrorizzante.

Ohimè, nel vasto mondo dove c’era l’Ida, c’era anche il preside e c’era il collegio: combinazioni inverosimili e pur vere!

Ci faceva una magra figura Furio nel carrozzone di terza classe fra quei sonatori che strepitavano come indemoniati, mentre egli, guardando il cielo grigio da cui gemeva la pioggia, pensava, come a un sogno, che quella sera avrebbe veduto l’Ida: forse avrebbe potuto sfiorare con un bacio le labbra di lei. Cose da impazzire!

Scesero a Savignano che piovigginava.

Montarono tutti in una giardiniera scoperta, tirata da due cavalli magri. Pioveva ora davvero e tutti si erano stretti sotto l’ombrello di Furio, cantando a squarciagola.

Uno a cassetta suonava imperterrito l’inno di Garibaldi con la cornetta e spaventava i cavalli che, per la pioggia, per lo spavento delle grida, per il gran peso, non volevano andar più avanti.

- Ferma! ferma!

C’era una casa di contadini.

- Ma non ce l’abbiamo più il vino! – dicevano i villani.

- Ma sì che l’avete il vino novo in quel botticino là; to’, si sente! – e con quella libertà che si concede in Romagna, erano scesi, avevano invaso la tinaia e batteano con le nocche i tini e le botti.

- Ma quello è del padrone!

- Oh, che credete che i suonatori che vanno a sonare a Longiano non abbian da pagar da bere?

E bevvero, bevvero tanto che la pioggia cessò e dopo i cavalli, spaventati al suono delle trombette che squillavano tutte, presero la corsa per la salita, e così fu l’ingresso trionfale a Longiano.

Verso ponente nereggiava da lungi un colle e sul colle un castello.

- Ecco là Montiano! – disse Cecco piano a Furio; e a Furio balzò il cuore come se in quel punto avesse veduto l’Ida.

Come scesero, Furio domandò piano e segretamente ad una donna quanto c’era da Longiano a Montiano.

- Tre miglia e più e strada cattiva, – rispose quella stupida e parlava forte e indicava, così che tutti potevano udire, una viottola che calava giù nella valle e riappariva poi in un’erta tutta di petto vicino a Montiano.

Adesso tutti sapevano che andava a Montiano.

- Oh, che va a Montiano che è notte? Ma a che fare? Come? Non sta qui a cena con noi? Vi sono le lasagne e i galletti in padella! E il formaggio fresco, olà! Ehi, ehi, a Montiano non c’è mica osterie e poi vien giù ora un acquazzone! – così dicevano i suonatori a gran sconforto di Furio: ma lo videro precipitar giù per la viottola senza ombrello e col cappello di paglia in mano affinchè il vento non lo portasse via. – Bel matto! Ehi, l’ombrello! – gli gridarono dietro. Ma Furio era scomparso.

- Ma ci ha la morosa a Montiano, – avvertì Cecco.

- Contane tante! – e levarono il braccio, come a dire: «se ci ha la morosa, si posson ben lasciare le lasagne ed i galletti e pigliar la pioggia».

Mentre le gambe di Furio correvano, il cervello farneticava. Per la valle non c’era nessuno; certi bagliori di sangue sopra il castello di Montiano rompeano le nubi livide e gravide, da cui scendeva la pioggia all’insaputa di Furio.

«…. Bisognerà ben domandare dove stanno di casa, perchè io non lo so. E allora tutti si imagineranno che io vado a trovar l’Ida, e chi sa quante altre malignità penseranno mentre il nostro amore è così puro! Domattina tutto il paese saprà che è arrivato un giovane che non era del luogo e ha chiesto della famiglia X***; ma si leggeva negli occhi che invece domandava dell’Ida.» A Furio anche pareva che tutti gli abitanti, anche i monelli, ad un gran circuito da Montiano, dovessero sapere chi era l’Ida e la ragione per cui egli correva sotto la pioggia.

Poi c’era un altro pensiero: «Io busso. Apre il babbo e mi domanda: Chi è lei? cosa vuole? Sono venuto a portare i ritratti. Ma di notte? in campagna? non c’era la posta? C’era, ma siccome i suonatori, etc., etc.; così il fotografo mi ha detto: Senti, caro Furio, giacchè vai a Longiano, fammi il piacere, porta questi ritratti, etc.; è una passeggiatina ed eccomi qui….»

Indubbiamente c’era la concatenazione logica in tutto questo discorso, ma ci voleva un po’ di tempo per farlo capir bene anche perchè era una cosa complicata; e sopratutto ci voleva molta buona fede per credervi.

Oh se ci fosse stata solo la mamma, la signora Sofia! lei sì che era una gentilissima signora, e avrebbe subito compreso la ragione della sua venuta! Però sopra di ogni altro dubitoso e molesto pensiero aleggiava un’idea ridente, ineffabilmente gioiosa. L’Ida gli avea detto: «Addio per sempre!»

Dunque non lo amava! sì che lo amava, ma non glielo avea mai detto e non avea risposto niente alla sua lettera d’amore, una lettera molto lunga ove si conteneva il più genuino stillato di una giovanetta anima sensibile ed inesperta come quella di Furio. La avea però accettata quella lettera e tenendola con le dita tremanti, pareva che la poverina paventasse tutto l’ardore, tutta la passione, tutto il pericolo che si sprigionava da quella busta. Ma che stenti…., ma che preghiere disperate perchè l’accettasse! Questo era avvenuto lungo il viale che conduce al mare; e Furio, correndo sotto la pioggia, raccontava a sè stesso quell’episodio del suo dolce amore: «andavamo avanti noi due pel viale: io dicevo tremando che accettasse la lettera, lei tremando diceva di no. Diceva senza voltarsi: «La mamma, signore, ci guarda!» Io diceva: «Ida, si fermi!» Lei si fermava ed io diceva due paroline alla mamma che ci avea raggiunti, per farle capire che noi si parlava di cose indifferenti, non di amore, anzi che non ci amavamo: poi dicevo piano: «Ida, andiamo» e lei si moveva. Non potevamo andar piano. Tutto il viale ci passò in un momento: se fosse stato lungo dieci volte tanto non ce ne saremmo accorti. Io parlai tanto che lei prese la lettera e la nascose nel seno. Dopo non parlò più: anch’io non dissi più niente…. La sola risposta dell’Ida è stata questa: «Addio per sempre!» Perchè? quale mistero?

No addio per sempre, anima mia, no, ecco io torno, ecco io vengo: oggi tu deciderai della vita mia, del mio avvenire: mi dirai se mi ami! Sì tu mi ami, perchè io ti amo senza fine. Tu sei la felicità e sei passata vicina alla mia anima, e la mia anima ti vuole….»

Furio si asciugò il sudore perchè era giunto nel paese e cercava come Renzo una persona di buon augurio per fare anche lui la sua domanda, e com’ebbe scorto un vecchietto che gli veniva incontro con un grande ombrello, se gli fece dappresso rammentandosi involontariamente delle lezioni di storia greca dove avea imparato che gli Spartani aveano un gran rispetto per i vecchi, e gli disse:

- Di grazia, signore, dove starebbe la famiglia del signor X***?

Furio si accorse che ci si guadagna sempre ad esser gentili, perchè il vecchierello non solo indicò la via, ma volle anche accompagnare il giovanetto su di un’altura da cui si poteva vedere la villa.

- Stanno un po’ discosti dal paese, vede? eccola là la casa: vede che c’è la vigna intorno? oh! una bella vigna tutta di uva albana; e anche loro sono buona gente, anche le ragazze: stanno un tantino su la loro, ma vanno alla messa…. Oh, ma lei ha preso un bel riscaldo e una bell’acqua a venir fin quassù!…

- Già, ho dimenticato l’ombrello! – e Furio ringraziò e giù per il sentieruolo indicato. Alcune ragazze venivano su, lente lente, cogli orci sul capo che sopravanzavano i rami delle acacie, una mano sull’anca e l’altra lungo la persona.

Furio le paragonò fuggevolmente alle ancelle ateniesi, alle Danaidi, alle Canefore, ma esse volsero verso di lui con fatica il bianco delle pupille con uno sguardo lungo, inquisitorio: parvero accennarsi sorridendo l’una all’altra la villa dove abitava l’Ida.

La villa si elevò sopra il naso di Furio. Lì c’era l’Ida: in una casa di mattoni come tutte le altre case c’era la sola creatura divina che vi fosse nel mondo; cosa che pareva impossibile.

Si fermò premendo con una mano i battiti disperati del cuore, perchè sentiva che non avrebbe potuto parlare, e con l’altra stringeva i ritratti che dovevano illustrare il discorso.

Fece cadere il martello sul portone, che suonò tutto. Queste parole ballavano davanti alla mente di Furio:

«Signore mie, avendo udito che c’era una festa quassù, ho pensato di fare una giterella fin qui….»

Ma la porta si socchiuse e Furio vide il volto ben noto della servetta. Essa non ebbe nemmeno il tempo di domandare «chi è?» che riconobbe il giovinetto; mandò un «oh!» lungo lungo, poi dentro in casa.

Rimase sul limitare della porta socchiusa, e sentiva dentro un gran barattar di voci, un affrettarsi di passi come se la sua venuta avesse messo tutta la casa a rumore. Quale animo fosse il suo può ognuno di leggieri pensare: le fiamme gli salivano sul volto, ed era un incendio che avvampava dal cuore, quand’ecco comparvero le signore, cioè la mamma e la sorella maggiore. Furio non si ricordò più di quello che disse, ma avea consegnato i ritratti e se ne voleva andare.

Ce ne volle per farlo entrare e farlo sedere.

E l’Ida? L’aveva veduta un momento solo, sul limitare, alta, immobile, sbalordita con i grand’occhi aperti: vestiva di rosa e di bianco; qualche cosa di impossibile al tatto, da suicidarvisi vicino, subito. Ella non si mosse per dargli la mano, non disse una parola: poi andò via.

- È stato il fotografo che mi ha pregato tanto di venire a portare questi ritratti…. – diceva Furio alla sorella maggiore che era rimasta nel salotto, perchè la signora se ne era andata per un momento. – Un bravo artista che non ritocca i ritratti….

Furio parlava così quando risuonò una grossa voce d’uomo che veniva giù dalle scale e parlava con la signora.

Era la voce di lui, del babbo. Furio se ne era dimenticato. A quella voce sentì un rimescolamento dentro e si levò in piedi: qualche cosa di simile come agli esami di matematica. Poco dopo Furio vide entrare il babbo e udì quella voce baritonale che fra le altre cose diceva:

«…. ma le pare che io lasci andar via a quest’ora, con quest’acqua, il figlio di un collega? Uhm! Uhm! Venga, venga con me; lei è giovane, ma si fa in un momento a prendere un malanno…, che diamine! Gina, quando la limonata è ben calda, portala su: e il fuoco è acceso? Bene, venga con me…., ma che albergo!… fra le altre cose qui alberghi non ce ne sono….» e prese per mano Furio che a tutti i costi voleva andare all’albergo, e lo condusse in una stanza dove in un camino avevano buttato una gran fascina che faceva un’alta fiamma rossa e crepitava tutta.

- …. è stato il mio amico Cecco – proseguiva il collegiale che certo non avea previsto quell’a solo col babbo – che quando siamo stati lassù a Longiano, mi ha detto: «quello là è Montiano, in due salti ci arrivi;» allora mi sono ricordato di loro, della sua signora, e ho detto: «già che c’è un’ora di giorno, voglio fare una passeggiatina e andare a trovare….;» sono così belle queste colline!

«….sì, va bene, va bene – gli andava ripetendo il babbo con quella sua voce grossa e burbera che ricordava le voci dei prefetti in collegio – ma si cambi: tutto, sa? anche la camicia, si strofini forte forte: ecco le pantofole: questa camicia di flanella sarà un po’ grande per lei, ma meglio che niente; poi si metta questo mio soprabito…. Non faccia complimenti e con tutto suo comodo….»

E Furio fu lasciato solo fra i sarmenti che ardevano e la limonata calda. «Ma quello è matto a volere che mi metta i suoi abiti!» gli disse addietro Furio con un atto di sprezzo. Per sua sventura nella stanza c’era un grande specchio: vi si guardò, si vide dalla testa ai piedi, vi si riconobbe e rabbrividì. Era un mostro di fango, l’acqua ed il sudore grondavano dai capelli su le gote infiammate: le mutande gli si irrigidivano su le gambe. Il povero abituccio chiaro d’estate, cura dell’ago della dolce mamma, già testimone fido e segreto di tante ore di contemplazione beata, aveva finito eroicamente i suoi giorni in quella corsa disperata d’amore! Che fare?

Bisognò, per forza, mettersi le calze, le mutande, le pantofole, la camicia del babbo dell’Ida! Il soprabitone no: era troppo: gli arrivava sino al polpaccio.

Si lasciò cadere su la sedia mormorando: sono rovinato! Il ridicolo gli cadeva addosso come poco prima la pioggia. Per buona ventura bussò discretamente alla porta la signora Sofia, alla quale pur convenne sorridere vedendo come all’esile giovanetto mal si convenisse il gran soprabito del marito. Andò in cerca di un giacchetto, lo trovò; e così vestito, ma vergognoso e confuso come può ognuno pensare, Furio dovette comparire davanti all’Ida. Ma poi furono tutti, fuor che l’Ida, tanto espansivi e cordiali con lui! accesero un altro camino, accesero le lampade, portarono a tavola una bella minestra fumante e stapparono delle bottiglie di vino buono.

Furio a tavola potè vedere che anche l’Ida mangiava come tutte le altre donne.

Poi fecero conversazione; gli domandarono della vita del collegio, del suo papà che il babbo dell’Ida dovea aver conosciuto; furono insomma tanto gentili, fuor che l’Ida, la quale non volle suonare al piano; anche il suo babbo la pregò, ma non ci fu verso.

- Suona sempre e questa sera non vuole! – disse Elvira, la sorella.

- Ah, è un po’ capricciosetta la signorina! ha il nervoso questa sera, allora la cureremo! Vuol far la romantica, legge i romanzi, le poesie sentimentali, Romeo e Giulietta, Paolo e Virginia! Io vorrei sapere chi glieli procura quei libri! Bistecche e vin buono, se no si prende quel bel colore di pappina fredda. I romanzi li leggerai quando sarai nonna e avrai tempo da perdere, cara figliuola. Che ne dice lei, signor studente? – Così parlò il padre dell’Ida e che cosa ne provasse Furio io non lo dirò perchè ognuno può imaginarlo. Fremeva freddo contro quel padre il quale ignorava i più semplici diritti dell’anima e dileggiava quella santa creatura ne’ suoi sentimenti più puri.

Ma oimè, chi intenderà, chi difenderà la giovinezza sublime dalla sterile sapienza dell’età virile e dalla lugubre tirannia dei vecchi? Gli uni e gli altri hanno l’anima che già è morta a metà, e non lo sanno! La loro sapienza aiuta a morire, non a vivere; e la gioventù ha una sua sapienza innata di ben altro valore perchè in essa si contengono le leggi della vita! Chi difenderà la nostra giovinezza? Così Furio pensava, e contemplando il pallido e muto volto dell’Ida, fissando quegli occhi in cui si leggevano mirabili istorie d’amore e parevano domandare a lui soccorso, il giovinetto inghiottiva lagrime amare di ribellione e di sdegno.

Più tardi lo accompagnarono nella stanza che avevano allestito per lui, dove avevano messo tutto ben in ordine e la servetta che era entrata poi per portar l’acqua, disse segretamente e con grande significazione:

- Quello lì è l’altarino della signorina. Sapesse come prega!… Non le mandi più quei libri: la vuol far morire? La poverina prega e piange per dimenticarsi di lei, e lei invece è venuto fin quassù! Ah, l’ha fatta bella! Lo so poi io sola quello che dovrà patire quando sarà andato via lei! – Così disse la graziosa servetta, alla quale l’essere villana, non toglieva di essere esperta e confidente dei segreti d’amore.

Sopra un tavolo c’era un altarino con quattro candelieri, la madonna dell’Addolorata, la corona e due abitini e, sul piano coperto di bianco e di pizzi, il libro da messa.

Furio contemplò a lungo quasi piangendo, e si addormentò col libro delle preghiere che leggeva l’Ida, come se in esso si fossero contenute le immortali storie di Ofelia e di Giulietta.

Venne la mattina: nella notte durante il sonno degli innamorati la luna avea cacciato le nubi: risplendeva per i rossi pampini il sole e cantavano le allodole.

Furio prima di partire ebbe la buona ventura di trovarsi solo per un momento con l’Ida nel giardino, dove le foglie delle rosette di ogni mese cadevano sull’erba bagnata delle aiuole.

- Quello che io ho bisogno di sapere per il mio avvenire è se tu mi ami! – così disse Furio dando audacemente del tu per la prima volta, e l’Ida non rispose.

- Per tutto il mio avvenire, odi bene, e anche per l’eternità, mi ami? – replicò Furio.

- Sì, – sospirò allora l’Ida e si appoggiò ad un albero come se quella parola che le era sfuggita dalle labbra, le avesse smagate le forze.

Gli occhi di Furio a quel monosillabo meraviglioso lampeggiarono, afferrò, strinse la mano dell’Ida, la quale cadeva inerte sotto il suo tatto, e con una voce che consacrava tutto, il passato ed il futuro, disse:

- Allora eternamente!

L’Ida lasciò cadere in giù quella sua primaveril testa chiomata e si scostò come adorando la magica parola che la sua vita per la prima volta udiva dall’uomo, e parve anch’ella dire: «eternamente!»

Eternamente?

Furio quando uscì dal collegio e si buttò ebbro nella vita, trovò che oltre all’Ida divina, c’era anche la fatale Emma più divina, e l’orgogliosa e culta Olimpia, divinissima. Poi passarono gli anni, e si racconta che Furio prendesse anche moglie, ma da allora smarrì il concetto della divinità femminile.

E dell’Ida?

Tutto è silenzio, ma io credo che abbia sparso molte e amare lagrime e mi fu raccontato che la sua cara giovinezza sfiorì per solitari anni senza nozze, ma fedele a un ineffabile fantasma antico d’amore: e poichè questa è una storia che non si rinnova come la placida luna, così è ben degna di essere tramandata alla memoria per esaltazione ed onore delle piacenti donne, le quali troppo acerbamente e spesso da’ novellatori e filosofi sono biasimate per il facile oblio e per l’incostanza negli affetti d’amore.

Alfredo Panzini – La bicicletta di Ninì

I genitori di Ninì insieme alla bella nonna passavano tutta l’estate e il primo autunno in una loro casetta di campagna che era lontana dalla città un otto miglia, ed era in amenissimo luogo, e dal colore dell’intonaco la chiamavano la Villetta Rosa.

Era una casa di gente buona perchè le rondini della Madonna avevano appeso molti nidi sotto le grondaie e, garrendo, raccontavano dall’alba alla sera le istorie de’ valicati paesi e le leggende di oltremare ai garofani del balcone ed ai girasoli del giardino, i quali, molti ed alti come candelabri nel tempio, volgevano alla luce i solenni occhi d’oro, grandi come lune sorgenti.

Ninì era un caro giovanetto di circa dodici anni, che studiava la terza ginnasiale, ed avea una testa soave e bionda di antico paggio; e per questa sua dolcezza e perchè quel vezzeggiativo sembrava tener presente ai genitori la memoria dell’indimenticabile infanzia, così ancora seguitavano a chiamarlo Ninì.

Il babbo di Ninì avea nome Alberto e teneva uno studio ben avviato di notaio in città, e però quasi tutte le mattine vi si recava con la diligenza che passava proprio davanti alla Villetta Rosa, e sul far della sera con la medesima diligenza – la quale poi proseguiva per l’alta montagna – se ne tornava in quel suo riposato soggiorno, non senza portar seco insieme ai rogiti un cartoccio di biscottini con le mandorle, o de’ pasticcini appena sfornati nell’unica offelleria della città.

Ninì era felice di quelle ghiottonerie e il babbo godeva più del figlio a veder la festa che gli faceva il caro bambino.

In quell’anno, a rendere completa la felicità di quella famiglia, era sopraggiunto un quinto personaggio, che persona a vero dire non era, ma era trattato con tutti i riguardi come fosse stato vivo e con i suoi sentimenti: voglio dire una bicicletta che non poteva essere che la bicicletta di Ninì.

Ecco come era andata la cosa:

Nell’inverno ognuno di casa avea potuto osservare nel ragazzo un’insolita melanconia. Quale ne poteva essere la causa? Nessuno riusciva a capirla. Pareva distratto, a spasso si volgeva qua e là con improvvisi sussulti.

- Ma che cosa può avere questo figliuolo? – si domandava non senza pensiero il signor Alberto.

- Sai tu che cosa ha? – gli disse un bel giorno che erano a tavola, la signora, – non l’hai capito ancora? Ci vogliono le mamme per capirle certe cose: Il signorino vuole la bicicletta….

Ninì diventò rosso come se gli avessero scoperto il nome dell’amante, si confuse; diede in uno scoppio disperato di pianto.

- -Eh? tantus amor? – sclamò il signor notaio, sorpreso e commosso a quella infrenabile passione. – L’avete nel sangue la bicicletta? Ma saprai andarvi?

- Sì, papà! – rispose Ninì fra le lagrime, sussultando di gioia.

- E non ti farai male?

- No, papà!

- E studierai lo stesso?

- Sì, papà mio, papà bello!

La causa della bicicletta ben si capiva che era vinta, e di fatto quando fu finito l’anno scolastico e gli esami furono passati per la esenzione, tutta ricca di nove e di otto, comparve in casa la bicicletta.

Chi può dire la gioia, l’adorazione di Ninì? Che cosa mai erano le vittorie di C. G. Cesare o di Alessandro in confronto della bicicletta?

Il nobile ordigno era entrato in quella dimora con lo splendore ed il contegno di una dama della vecchia nobiltà che si degni di mettere piede in una famiglia borghese. E invero la bicicletta di Ninì apparteneva alla più austera aristocrazia della specie: era venuta direttamente dall’Inghilterra e ritenea qualcosa della rigida alterezza britannica.

Il giovanetto, che conosceva così bene le varie fabbriche e sapeva di ruote, pedali, manubri, catene, moltipliche, sterzi come e meglio de’ verbi irregolari, era rimasto a bocca aperta alla vista di così bella macchina, e al babbo che lo guardava come per dirgli: «Sono o non sono io?» osservò con profonda convinzione. – Con questa qui si fa il giro del mondo in ottanta giorni!

Chi non poteva darsi pace era la nonna.

- Cinquecento lire! cento scudi, – esclamava, – per un balocco che ammazza la gente!

- E poi devi dire che l’ho avuta per favore!… – aggiungeva il signor Alberto.

- Ah, un favore? e hai coraggio anche di dirlo? e vi meravigliate, – osservava con amarezza, – che il mondo vada male oggi? Va anche troppo bene per il giudizio che avete nel tirar su i figliuoli così! Ai miei tempi con cento scudi si faceva la dote a una ragazza….

Queste parole rattristarono alquanto la dolcezza del nuovo acquisto; ma il nobile ordigno folgorando ne’ lucidi raggi tangenti e sottili come trama di ragno, parea non degnare di una risposta quella vecchia signora «ciclofoba e misoneista».

Ma una domenica che ella, la bella nonna, sul limitare del tempio, se ne stava conversando con due nobildonne dell’età sua, sentì una gaia voce chiamare; – Addio, nonna! nonna bella! – Era Ninì in bicicletta, bello e aitante, che volteggiava e salutava la nonna con la mano guantata e si levava con l’altra profondamente il berretto alle due signore, ciò è a dire senza toccare il manubrio.

- È il suo nepotino, è vero? – domandò l’una.

- Sì, signora contessa.

- Ma che grazia, che contegno! – osservò l’altra. – Me ne congratulo. Ma avete visto, marchesa, che non appoggia neanche le mani? Io non so come facciano a non cadere.

La buona signora nonna cominciò a persuadersi in quel giorno che il mondo cammina anche con la bicicletta.

E come avea fatto a imparar così bene e d’un subito e senza maestro? Mistero: e dire invece che c’era voluto tanto per fargli capire i participi latini! Lo sapeva il povero suo maestrucolo di terza ginnasiale: un pover’uomo piccolo e obeso che avea messo al mondo tanti figli quanti sono i libri della Guerra Gallica del divo Cesare che spiegava ogni anno, da molti anni: e questi figliuoli e figliuole, forse per effetto dello scarso nutrimento, non assomigliavano punto al babbo, ma erano venuti su lunghi, allampanati e con certe teste dondolanti. Ninì però, benchè fosse passato in quarta classe, lo salutava lo stesso il suo ex professore quando lo incontrava con la schiera dei suoi figliuoli per le melanconiche vie di quella cittaduzza di provincia.

Quell’autunno dunque, alla Villetta Rosa, la bicicletta fu oggetto dell’universale ammirazione. – Guardare ma non toccare! – ammoniva Ninì ai villani grossi e piccini che si affollavano attorno alla superba macchina e con quelle loro ditacce volevano premere le purissime gomme o salire sino al bottone del campanello. – Come si fa? perchè questo? che cos’è cotesto? – domandavano, – e Ninì spiegava serio serio finchè…. drin, drin, e d’un salto era in sella e via da que’ zoticoni che non parea neppur toccare la ignobile polvere.

In quelle dolci giornate d’autunno, mentre il grappolo indora e l’oliva s’imbruna, il signor notaio, in sul far del vespero, riducendosi alla sua villetta con la diligenza, ogni volta, ad un ben noto svoltar della via, cercava in fondo un punto nero che si faceva grande a vista d’occhio, e, dopo un minuto, Ninì pedalava a fianco della grave berlina, trattenendo a stento i fremiti delle ruote.

- È il suo figliuolo, quel bel bambino? – domandavano i signori che erano nella vettura.

- Sì, mio figliuolo! – rispondeva semplicemente, ma il cuore dentro gli si allargava di gran piacere.

Più presso la villetta venivano poi incontro la nonna e la mamma e, dopo cena, quando i grilli cominciano i loro striduli lamenti per la campagna, il signor Alberto faceva al figliuolo un po’ di ripetizione di latino; se non che da qualche tempo si avvedeva, con sua meraviglia, come Ariovisto, Vercingetorige, Labieno erano andati a dormire e si parlava invece di gite in bicicletta, di scommesse e di corse, nonchè di sterzi, pedali, catene, ove Ninì sfoggiava un’erudizione profonda.

- Perchè, babbo, non compri una bicicletta anche per te…. e per la mamma, – saltò su una volta a dire. – Sai quante belle gite si farebbero insieme?

- E per la nonna niente? – disse una voce, in suono di pacato rimprovero.

- Oh, anche per la nonna, non è mica vecchia la nonna, è vero, papà?

Un vespero – era la luna piena e grande come il fior dell’elitropio, e pareva ondeggiare al confine del cielo, e la diligenza era in ritardo – il signor Alberto spingendo l’occhio non vide quel folletto di Ninì precipitarglisi contro, e per quel senso che all’uomo talvolta disvela il vero delle occulte cose, provò una stretta al cuore e peggio fu quando per il piccolo viale che menava alla Villetta Rosa, non vide nè la moglie nè la madre.

La facciata della villetta su cui il sole tramontante e la luna sorgente stendevano vaghi e dolenti colori, avea un non so che d’abbandono.

Chiamò: nessuno rispose. Corse il viale del giardino, salì le scale, ed ecco gli si affacciò sul limitare la moglie.

- Cos’è? Ninì? – domandò con subita apprensione.

- No…, la nonna.

- Cos’ha fatto?

- S’è fatto male a una gamba, zitto…! – e così dicendo lo condusse nella stanza della signora.

- Ma cos’è stato, mamma? – domandò il pover’uomo, accostandosi al lettuccio, dove giaceva la signora con la gamba distesa e coperta.

- Caro figliuolo, lo sai tu cos’è stato? – rispose ella. – Le disgrazie vengono senza dir «bada!» Andavo per stendere un abitino di Ninì, che io avea smacchiato e sono caduta giù per le scale: Ecco cosa è stato.

La buona signora parlava assai pianamente, ma si vedeva che spasimava forte. Il più avvilito era Ninì che, mogio mogio, pareva non capire come mai la nonna così svelta, così bella, avesse potuto d’un momento all’altro ammalarsi così. Vi sono dunque delle cose tristi e nuove nella vita oltre la dolce compagnia del babbo e della mamma, oltre Vercingetorige e la bicicletta?

Il signor Alberto guardò la gamba, la vide gonfia, contorta e d’un brutto colore. Era rottura, era una storta, che era? Le sue conoscenze giuridiche non gli fornivano alcun lume in proposito; ma ben comprese che non si poteva passar la notte così.

Il medico di condotta valeva tutt’al più per sapere chi era ministro allora a Kopenaghen, o come si potesse risolvere la questione di Oriente; quanto poi a terapeutica, il signor Alberto non gli avrebbe affidato un’unghia incarnata da medicare. Nella città v’era un solo medico di cui si fidava, il dottor V***, anzi valentissimo chirurgo e suo amico, ma fino alle nove di sera: dopo, quel valentuomo non avea altri amici che il fiasco e, quanto a medicina, protestava che il solo rimedio efficace era l’olio di ricino per i visceri addominali e il cremortartaro nell’acqua fresca per tutte le altre malattie.

Il signor Alberto fu preso da un’agitazione sorda e violenta e non senza ragione. La mamma sua spasimava: la gamba si enfiava sempre di più.

- Perchè non avete subito mandato ad avvisarmi? – domandò alla moglie.

- È l’affare di due ore appena.

- Lì per lì, a botta fresca, non si credeva fosse nulla di grave, – rispose l’ammalata, – dopo ho mandato il ragazzo del contadino: avrà preso le scorciatoie, e non ti avrà incontrato.

Il signor Alberto chiamò allora il contadino che andasse da un fattore lì presso: desse per carità il cavallo, corresse alla città dal dottor V***.

- Non avere un cavallo in istalla! – mormorava, scrivendo intanto un biglietto per il dottor V***.

Dopo dieci minuti tornò il villano, dicendo che il fattore era andato col cavallo alla fiera e non era per anche tornato.

La luna solenne, pallida, piena, allagava del latteo bagliore la campagna: i grilli elevavano l’inno notturno; i pantani sonavano gli epitalami delle rane al lume lunare quando la melma pare d’argento.

Il signor Alberto pensò di far attaccar l’asino, ma l’asino al baroccio avrebbe impiegato più tempo che un uomo spedito: di mandare il villano, ma non se ne fidava.

- Aspettatemi che vado io, – disse, – e mosse risolutamente.

- Papà, – esclamò allora Ninì, con la sicurezza di chi si sente balenar un’idea, – vado io con la bicicletta: in mezz’ora vado e vengo….

Il poveretto guardò il figliuolo e disse: – Tu? – come dire: «una cosa da ridere», e pure a lui le gambe tremavano e capiva che a far dodici chilometri a piedi, avrebbe impiegato tre ore e più: il dottore V*** sarebbe stato in piena ebrezza, e questo era il peggio.

- Vado io, vado io! – disse il giovanetto quasi festosamente, interpretando quella incertezza per un assenso, e scappò dalla stanza e poco dopo lo si sentì gridare giù dal giardino: – Vieni giù, babbo, vieni a vedere…!

La bicicletta, lucente, era ferma sotto il pugno del giovanetto al limitare del cancello. La lente della lampada proiettava su la via biancastra un fascio più vivo che la luce lunare, e vinceva l’ombra, di che gli olmi formanti le siepi, rigavano la via. Le due lenti laterali mandavano due bagliori evanescenti, verde l’uno, rosso l’altro: pareva una locomotiva in tensione, pronta a lanciarsi e divorare cento miglia d’un fiato.

La fronte e il gesto del giovanetto avevano un’espressione decisa e sicura, erano gli occhi alti e vivaci.

- Qua la lettera, papà! – e più che dargliela, il giovanetto gliel’ebbe tolta, mal suo grado, di mano, e d’un balzo in sella e via: via così rapidamente che le due luci, verde e rossa, scomparvero in un batter d’occhio: svoltarono.

- Ninì! Ninì! – gridò il padre, che si riebbe da quella specie di sbalordimento all’improvvisa partenza: ma il giovanetto era già fuor della vista e della voce.

La via per lungo tratto era bianca; tutta bianca senza un’anima viva: poi ci fu uno svolto in cui l’ombra proiettata da un colle immergeva la via nel buio. Ninì pensò di frenare la corsa, ma non lo potè: la macchina vi si immerse quasi avesse avuto essa una forza indipendente dalla volontà di lui. Vi poteano essere pietre, ubriachi, buche, impedimenti di ogni genere da rotolare e fracassarsi macchina e gambe: chi li avrebbe potuti evitare? Ebbene no! Il lungo tunnel nero fu attraversato senza una scossa, in un lampo. Oh, la buona bicicletta!

Quando rientrò nella luce della luna trasse un respiro e cessò di premere il campanello che aveva disperatamente suonato per tutto quel tratto; cessò e volle per un momento rallentare la corsa: ma anche questa volta non vi riuscì perchè le ruote giravano da per sè.

E va! e va! I pensieri del giovanetto erano del resto confusi, perchè l’uno si formava appena che già un altro sopraggiungeva e lo scancellava e non ne poteva fermare alcuno e poi tutti parevano essere attaccati ad una ruota che girava, girava.

La nonna in letto, il babbo, il dottore, la commissione, il far presto, il non farsi male, si confondevano insieme: poi non incontrare nessun viandante, non un carro, non un uomo: poi il ricordarsi improvviso di un’osteria che a quell’ora dovea essere aperta e non averla vista: tutto passava e ritornava alla mente. Ma dove mai era andata a finire quell’osteria? Non c’era più? Queste sensazioni vaghe, ricorrenti, senza tregua, finirono per formarne una concreta ma piena di fantastica paura, cioè che fossero molte ore che aveva lasciato il babbo: che la Villetta Rosa fosse lontana grandi miglia, e la città fosse anche più lontana: che non si fosse in su la prima sera, ma a notte piena; una di quelle notti lunghe, come si legge nelle fole, lunghe per l’incantamento dei maghi e delle versiere, i quali hanno fermato la luna lassù e hanno detto al sole di non apparire, e quando avranno finito le loro tregende, diranno al sole: «Su via, vieni fuori!»

Ma nel suo buon senso di bambino savio e che avea studiato, capì che tutte codeste fantasie aveano una certa parentela con un sentimento brutto che avea persino paura di nominare – la paura! – e per mandarle via, cominciò a suonare il campanello allegramente, come volesse dire: «Olà, se c’è qualcheduno, si scansi, che passa la mia bicicletta!» Ma non c’era nessuno e suonava a vuoto, anzi lo squillo, nell’austera immobilità della campagna, rispondeva quasi lugubre e pareva un grido che chiami soccorso.

I pagliai grandi come fantasime, le case rare e velate di ombre e di luce; sopratutto i tronchi spettrali degli alberi invece di incoraggiarlo e fargli buona cera come avrebbero dovuto, parevano dire: «importuno, lasciaci dormire: non sai tu che vegliamo tutto il santo dì per voi, mala gente?» Anche la luna era diventata noiosa, ma tanto! la luna piena, la quale prima gli era apparsa come auspicio di felice e più facile viaggio. Se fosse stato buio, meglio: avrebbe con la lampadina veduto più distintamente la via e non avrebbe veduto tutto quel confuso languore biancastro, come un mare di ombre. La luna era lassù, in mezzo al cielo. Chi può dire che la luna non abbia il naso, gli occhi e la bocca? Ma ha il naso rincagnato, gli occhi stupidi, e la bocca sgangherata con un viso mezzo sciocco e mezzo maligno. A lungo andare tutte queste idee fantastiche che tornavano come per dispetto mentre la ragione le voleva mandar via, finirono questa volta per formarne una che avea parvenza di idea concreta: «che abbia smarrito la via? che abbia imboccato un’altra strada?…» Le piante parevano indicarselo l’una all’altra, malignamente: «ecco, passa, è passato, fagli sbagliar la via!» I tronchi immobili fuggivano indietro, eppur quella incresciosa fila di piante non finiva mai: «ecco passa, zitto, zitto: ha sbagliato la via!»

Con uno sforzo di volontà riuscì a frenare l’impeto delle ruote che parevano stregate: le idee turbinanti con le ruote, si quetarono, guardò attorno, e in quel confuso bagliore, in quell’alto ricamo di piante e di rame vaporanti nell’argentea e nebbiosa luce, nulla in sulle prime distinse. La via gli pareva molto più stretta di quella che tante volte avea percorsa. Ma ben guardando, scorse sull’alto di un poggetto il meandro di un muricciolo basso e le punte aguzze de’ cipressi, rigidi nella luna: Il cimitero della Nottalena dove hanno loro dormitorio i morti! Non avea sbagliato via. Avanti dunque.

Ma quando riavviata con rapidità la corsa, giunse al fine di un lungo tratto diritto, lungo tanto che la diligenza vi impiega un buon quarto d’ora a traversarlo, sentì il latrato di un cane, e un botolo sporse il muso fuor d’un cancello di spini e ringhiò con quella implacabile e vile ferocia che la secolare dimestichezza con l’uomo ha insegnato all’innocente frate lupo, come san Francesco il chiamava.

- Stupido! – gli gridò dietro Ninì, superando in due pedalate il piccolo botolo, che fra il buio e il chiaro tentò come una palla di rincorrerlo.

Ma in quel momento gli si parò davanti, grande, solenne, la fornace con que’ suoi camini alti come torri, e pareva un castello co’ merli e le bertesche de’ cavalieri antichi: e gli sopravvenne un’idea piena di terrore reale: il terribile cane di guardia della fornace, un cane grosso come un vitello, che tutte le volte che si passava di lì, dava dietro alla diligenza con dei balzi così spaventosi da atterrire i cavalli. Anzi la gente avea fatto ricorso, e ci aveano sparato anche contro con la rivoltella. L’imagine ingrandì, il cagnaccio diventò enorme come un toro, feroce come una tigre, agile come il leopardo. Il leopardo e la tigre li avea ben veduti in un serraglio! Questa volta la bicicletta si fermò da per sè; il poverino scese di sella: un sudore gelido gli bagnava la fronte, e le gambe gli tremavano. C’era un gran silenzio; e tutta la vasta campagna, gli alberi in punta salivano convergendo verso quella brutta faccia della luna. Solo il suo cuore batteva.

- Se mi si avventa contro, mi butta per terra e mi mangia, – pensò. – Oh, papà mio! – -disse a fior di labbro, invocando come in una preghiera il babbo che gli pareva tanto lontano!

Ma in più seria agitazione alla Villetta Rosa erano il babbo, la mamma e la nonna di Ninì.

- Non dovevi lasciarlo andare, – disse la signora al marito, il quale, a passo lento e come smemorato, avea rifatto il piccolo viale ed era risalito nella stanza ove l’inferma giaceva, ed ora se ne stava pensieroso in un angolo.

Le parole della signora, benchè pacate, suonavano come un vivo rimprovero.

- Non sono mica stato io a dirgli di andare! – rispondeva il pover’uomo.

- E allora? sono stata io?

- Allora non lo so neppur io. È andato, ecco: mi ha preso la lettera che non me ne sono accorto. Non lo sai che è un folletto? Io l’ho chiamato e lui era già lontano.

Anche la nonna, udendo la cosa, si querelava e, fra lo spasimo della gamba, andava ripetendo: – Ma è un’imprudenza: in fondo è un bambino…., di notte!

Stettero molto tempo in silenzio.

Dopo un certo intervallo, la signora domandò:

- Che ora era quando è partito!

Il signor Alberto levò l’orologio. La lancetta segnava le otto e mezzo.

- Sarà circa una mezz’ora, – disse.

Cominciarono a fare il còmputo di quello che avrebbe potuto impiegare di tempo ad arrivare alla città. A piedi ci vogliono due ore e mezzo buone; un cavallo un’ora e mezzo circa, ma se va piano; un asino due ore scarse; un buon cavallo, ma di carriera, tre quarti. E una bicicletta? Questione difficile, e nessuno dei tre sapeva formarsene un’idea precisa.

- Essendo di notte, che non ci si vede, – disse finalmente la nonna, – ci vorrà circa un’ora e più, se non si vuol cadere e farsi male. Speriamo, in nome di Dio, che abbia tanto giudizio da andar pianino.

Questa parve l’opinione più probabile, e allora la signora osservò:

- Tanto come andare a piedi. Vedi che potevi muoverti tu e non arrischiare tuo figlio?

Queste parole caddero sul cuore del povero padre amaramente. Sentiva il rimprovero e quasi gli veniva da piangere. Parlavano tutt’e tre adagio, a stento, e ognuno capiva come sotto le parole dell’altro ci fosse un secondo pensiero più increscioso della ricerca del tempo che avrebbe Ninì impiegato: l’idea del pericolo!

In quel silenzio della stanza più rade si facevano le parole, più forte e alta l’idea del pericolo.

Quando fu grande tanto da non poter più essere trattenuta, fu prima la signora che disse piano, quasi che la calma della voce dovesse attenuare la terribilità della cosa.

- C’è poi quel cagnaccio della fornace….

- Già…. quel cagnaccio…. – -fece eco il signor Alberto, sorpreso perchè egli pure pensava al cagnaccio della fornace, e non lo voleva dire per non ispaventare le donne.

- Va, va a vedere quello che accade, – disse allora nervosamente la mamma.

- Va, corri…. corri…. su, fa presto, – spasimò la nonna.

Il signor Alberto non rispose, non prese nemmeno il cappello, precipitò per le scale, corse tutto il piccolo viale, corse un buon tratto per la strada bianca.

Ma dopo un poco sentì il respiro diventargli grosso, e capì che sarebbe stato assurdo arrivare di corsa alla fornace. Studiò dunque il passo, ma dalla mente non gli si partiva il cagnaccio, e ogni altro pericolo scompariva davanti al ribrezzo che quello gli incuteva. Certo era una cosa quasi inverosimile: il cancello di notte è chiuso, la bestia dorme; ma il timore era più forte della ragione, e quel feroce mastino lo vedeva balzare su Ninì…. e gli si gelava il sangue e chiudeva gli occhi quasi per non vedere la orribile sua fantasia.

Ma ad un certo punto scorse in fondo in fondo un lumicino: il lume ingrandiva rapidamente senza rumore.

- È lui! è lui! – disse il signor Alberto, che si sentì rinascere. – Il poverino è tornato addietro: meno male!

Si mise in mezzo alla via levando tutt’e due le braccia.

La bicicletta squillò per allontanare lo strano viandante, che si dovea vedere assai da lontano.

- Son io, son io. Ninì, – urlò il signor Alberto, quando il riflesso della lampada l’ebbe investito.

- Oh, papà! sei tu? – disse il ragazzo con gran sorpresa, e balzò di sella.

Il brav’uomo se lo ricoverò convulsamente fra le braccia e non cessava dal baciarlo e andava ripetendo tutto contento:

- Meno male che sei tornato indietro.

- Indietro? – disse Ninì con voce offesa.

- Chi te lo ha detto? Sono andato sino in città, ho chiamato il dottore, e fra pochi minuti vedrai la carrozza: siamo partiti insieme.

- Ma davvero? ma tu hai volato, figliuolo, – e non sapeva persuadersene, e gli pareva un miracolo. – E hai avuto paura? – domandò poco dopo avviandosi verso la villa.

- Io paura? Di che? Delle ombre?

E si mise a ridere allegramente.

- Racconta, racconta….

- È presto raccontato, – disse il ragazzo: – giunto in città, sono subito andato alla locanda, la Corona di Ferro che tu hai detto, e il dottore entrava proprio allora con il maggiore di cavalleria e degli altri ufficiali; gli dò la lettera, e lui la legge….

- E che faccia ha fatto?

- Oh, una brutta faccia; ma dopo mi guarda e si mette a ridere. Io, puoi capire, stavo serio serio. «È lei il figliuolo del notaio?» «Sissignore!» dico io. «Ed è venuto proprio lei da Sant’Abate?» «Sissignore!» (Avevo, pensa, la mia macchina appoggiata ad una colonna ed era diventata tutta bianca, ed ero anch’io diventato tutto bianco di polvere). «È venuto solo?» «Sissignore.» «Quanto ci ha messo!» (Che curioso eh, papà?) Io gli dico: «Ventinove minuti.» «Bravo bambino!» dice allora il maggiore e gli altri che stavano a sentire, e giù, mi battono la mano su la spalla che mi facevano quasi cadere. «Bene, – dice il dottore, – domattina, carino, alle sette sono lassù; dillo pure al babbo, che stia pur sicuro che verrò lassù, bravo bambino! Dirai che intanto mettano su la gamba delle compresse fredde.» «Il papà mi ha mandato perchè lei venga subito», dico invece io. Il dottore mi guarda, ma si vedeva che aveva poca voglia di muoversi e stava cercando delle scuse. Diceva: «ma adesso non posso, è impossibile!» Ma gli ufficiali si misero a ridere e a beffarlo e gliene han dette tante, che io mi sarei vergognato, e a me, invece, mi hanno colmato di finezze, mi hanno fatto fare un uovo sbattuto; un tenente mi ha voluto offrire una ciliegia nello spirito, un altro mi voleva dar del cognac, e oramai litigavano fra loro se il cognac mi avrebbe fatto bene o male e poi mi domandarono se volevo fare il soldato.

In quella erano giunti alla Villetta Rosa, e in lontananza si scorgevano i due fanali di una vettura e si udiva il tintinnio di una sonagliera.

Era il medico che arrivava a portar soccorso alla buona nonna.

Dopo alcuni giorni la nonna era in via di completa guarigione, e ciò – a detta del medico stesso – era avvenuto per la speditezza della cura, di che il maggior merito andava al caro bambino.

Non è dunque a dire quanta gratitudine gli sapessero tutti e in ispecial modo la nonna. E perchè ancora ella si stava molte ore all’ombra, nel giardino, su di una sediuola a sdraio, così si faceva raccontare più e più volte il viaggio notturno, e non si stancava mai di sentirselo ripetere.

- Noi, caro figliuolo, – disse una volta, – si stava in gran pensiero, sopra tutto per quel brutto cagnaccio della fornace: ci fu un momento che si ebbe, non so nemmeno io come, paura tutti e tre.

- Ebbene, nonna, – disse il giovanetto guardandosi attorno con sospetto che altri l’udisse, – ho avuto una gran paura anch’io. Non te l’ho mai detto, ma adesso te lo voglio raccontare, ad un patto però: che tu non fiati!

- Ti ha toccato il cane? – domandò con paurosa sollecitudine la nonna.

- No, ma io ho avuto paura lo stesso; e non l’ho, pensa, neppur visto, e se non fosse stato un maledetto cane piccolo che mi corse dietro, non mi sarebbe venuto nè anche alla mente e sarei passato davanti alla fornace senza accorgermi. Ma quando ho pensato al cane della fornace, è stato come se me lo fossi veduto addosso: non fui più buono di andare avanti, le gambe mi tremavano, vedeva tutto confuso e mi pareva di sentire il cane che ringhiava: «se passi ti mangio! se passi ti mangio!»

- E allora? – domandò la nonna.

- Allora non lo so nè anche io. Io volevo tornare indietro, ma avea una gran vergogna di confessare a voi altri d’aver avuto paura. E poi ho pensato che potevo dire una bugia: che mi si era sgonfiata una gomma, che mi si era storta una ruota. Ma tu capisci che non era vero. Vedila là! è possibile che si rompa?

- Va avanti, – disse la nonna.

- La bugia era peggio della vergogna, e allora ho detto fra me: Ebbene il cane mi mangerà! ma tu, nonna, non puoi pensare cosa mi sentivo di dentro! Ah, la paura come è brutta! Però all’improvviso mi è venuta un’idea: se io ci riesco a passare il cancello prima che il cane se ne accorga, sono salvo, non mi arriva più. E allora mi sono buttato su la bicicletta, ho messo la testa in giù da non vedere più niente, da non capir più niente, e via via, che avrò fatto due miglia in un lampo. Quando mi voltai indietro la fornace non c’era più. Non puoi pensare che piacere ho provato allora. Poco dopo mi sono incontrato con un gran baroccio di strame che riempiva tutta la strada: i buoi muggivano e quel suono mi faceva un bene che non puoi credere. Mi sono messo a gridare: «Hanno paura i buoi? devo smontare?» «No, no, che stia pur su. I buoi non hanno paura. Avanti la bicicletta!» mi rispose la voce di un uomo che non si vedeva, e pareva venire dall’alto del carro. «Perchè delle volte le bestie hanno paura,» dico io, contento di parlare finalmente con un uomo. «Anzi grazie: è da buona educazione,» mi disse quell’uomo, e quando gli passai di fianco sento che dice: «Guarda, guarda, è un bambino!» e poi forte: «Oh, non avete paura a andar in giro di notte?» «Io paura?» e mi metto a ridere. «Dove siamo?» gli domando: «È lontana la città?», «Eccola là,» mi risponde. «Si vedono i lumi.» E difatti si vedevano i lumi: ecco le prime case, i fanali a gaz, la gente che andava a spasso ancora sotto il viale, mentre io credeva che fosse almeno la mezzanotte. Guardo l’orologio, e sai che ora vedo? Le otto e mezzo: ci avea messo appena ventinove minuti. Ma che paura, la mia nonna bella! Però non dirlo al babbo che non lo deve sapere e non lo saprà mai.

Così il giovanetto terminò il suo racconto, e la nonna a baciarlo e a lambirgli i capelli, biondi e morbidi, con tenerezza infinita….

- Mi hai salvato tu la gamba, tesorino biondo, – dicea.

- No, nonna mia. È stata la bicicletta. Vedi? – e le additava lì presso con orgoglio la lucente macchina, – non si è mosso un dado, non si è spezzato un raggio, e ho corso, sai!

Alfredo Panzini – I tre casi del Signor Avvocato

Il signor Flavio Semilli, di buona famiglia veneziana, dottore in legge e procuratore, ammogliato con prole, libero cittadino e libero elettore, nell’età non più giovane di trentacinque anni si era trovato un giorno completamente sul lastrico.

Tutto ciò può sembrare un assurdo, specie quando si pensi che il signor Semilli avea anche compiuto regolarmente i suoi studi con ottime attestazioni di frequenza e di lode.

Come avvenne?

Non lo avrebbe saputo raccontare nè pure lui.

Era stato prima vicepretore; poi, per la legge X…, quella pretura era stata abolita e lui privato del posto.

Se ne stette un po’ a casa consumando i pochi risparmi e aspettando, come gli avevano promesso, di essere richiamato in servizio. Invece niente! Anche a Roma, esclamava il dottor Semilli, fanno come dice Dante: “lunga promessa con l’attender corto!”

Allora era passato per la trafila di vari impieghi, l’uno più miserabile e precario dell’altro, finchè si era trovato, come abbiamo detto, col vuoto davanti agli occhi e nelle tasche.

Che fare? Cosa semplice: venire a Milano, la città dagli occhi di fata, dove con le grige nebbie autunnali, spinti dal miraggio dell’opulenza lombarda, si trascinano gli affamati del bel dolce paese, nonchè d’altre terre straniere.

Veramente l’avvocato Semilli vi era venuto non con le grige nebbie ma col lieto sole di aprile che faceva scintillare tutta la Madonnina del Duomo: non per ciò la fortuna gli era stata più propizia.

Una barba incolore cresceva oramai troppo lunga su le pallide ed intristite gote; il colletto e la cravatta domandavano al loro signore un ben meritato riposo; le scarpe poi, per il lungo calcare i melmosi e smossi ciottoli della città, aveano subite profonde alterazioni dal loro primo essere, e invano la vernice e le sottoposte pezzette nere di seta cercavano di coprire le ferite mortali. In queste condizioni egli era a pena presentabile; ma lo sostenevano un paio di guanti ancora puliti e riposti ben bene nella tasca interna del soprabito, e poi un bastoncino di ebano vero con la testina d’avorio vero, proprio elegante.

Da due mesi cercava con molta perseveranza se non con eccessivo slancio, e non aveva trovato nulla. La massima evangelica pulsate et aperietur vobis, ottima per le porte dei cieli, era di scarsa efficacia per le porte degli uomini di Milano.

Ben è vero che la natura benigna gli aveva infiacchito un poco il cervello (un gran nervoso alla testa, diceva lui) così che più oramai non si accorgeva e non sentiva la irrisione delle promesse, la ipocrisia della pietà, l’insulto delle dure repulse.

Nel giudicare gli uomini era giunto a quel tal pessimismo, il quale, più tosto che un’evoluzione filosofica, segna l’ultimo grado di una ben esperimentata miseria. Si comincia in questi casi a credere non solo nell’innata malvagità del genere umano, ma nella iettatura, nella persecuzione, nella fatalità del destino etc.: cose assai brutte davvero, le quali forse sono un poco nella realtà, ma un po’ anche in una specie di dolorosa debolezza che ha subito la molla del volere.

Però, nel nostro caso specifico, il pessimismo del signor avvocato era bonario, venezianamente umile e arguto, senza propositi e senza ribellioni tragiche.

Solo pensando alla moglie ed ai figli, gli occhi si inumidivano e, voltando in su lo sguardo verso la Madonnina del Duomo, così placida, così buona, così lontana, gli venivano alle labbra i famosi versi del Filicaia:

E tu ‘l vedi e ‘l comporti,

E la destra di folgori non armi,

O pur gli avventi a gl’insensati marmi?

La Madonnina, lassù in alto, non rispondeva nulla alla fiera apostrofe, anzi, così com’ella si sta, con le mani allargate, pareva dire: «Io non ne ho colpa!» e nel suo dialetto milanese: «mi ghe n’impodi no!» Miglior consiglio era forse di andare nei caffè a recitare tutta d’un fiato quella sfolgorante canzone. Il professore, nei tempi remoti della scuola, gli dava dei bei dieci per la forbita recitazione: possibile che quei forti mangiatori di risotto e di busecchie non si fossero commossi a sentirlo cominciare:

E fino a quanto inulti

Fian, Signore, i tuoi servi? -

Ci pensò due o tre volte, per celia, s’intende, giacchè un dottore in legge, ex impiegato del governo per giunta, non si abbassa così; però gli parve spediente abbastanza originale ed alla americana da tentarsi soltanto nei casi estremi. «Alla fin fine – pensava – cosa ghe xe de mal?» Con la voce e col gesto avrebbe potuto dare un’intonazione rivoluzionaria conforme ai nuovi tempi anche a quella canzone che fu lodata e premiata dal sacro imperatore.

L’invettiva al Dio superbo ed inerte si poteva benissimo adattare anche a questo secolo di rivendicazioni popolari. L’avvocato Semilli si confortava in queste fantasie, quando gli arrivarono due lettere di raccomandazione, da lui lungamente sollecitate.

L’una era dell’on. X…. per l’avv. comm. on. Y…, deputato moderato, liberale-progressista. Conteneva poche righe scritte dal segretario, ma con la firma autentica dell’on. X….

L’altra, più lunga, era del dotto abate Z…, rivolta all’eccellentissimo e molto reverendo padre V…, una delle colonne del partito cattolico lombardo, uomo pieno di relazioni e di affari.

Le due lettere giunsero assieme come care amiche, e l’avvocato Semilli quando le ebbe lette col cuore in sussulto, non potè a meno di esclamare lietamente: «Due piccioni ad una fava! Adesso almeno io avrò da mangiare e il di più lo manderò ai miei piccini!»

Quel giorno la Madonnina gli parve più raggiante che mai nel puro azzurro e come a lui benevoli gli parvero i cittadini della città superba.

Al mattino alle ore dieci l’avvocato Semilli era a fare anticamera dall’onorevole Y…. tenendo, con una mano in tasca, la lettera di raccomandazione ben ravvolta in un foglio di giornale perchè non si sgualcisse: l’altra mano era dentro lo sparato dell’abito sopra i documenti, sopra il cuore che batteva impetuosamente.

Il cameriere, dopo molta attesa, gli domandò la lettera e poco di poi lo introdusse.

Un magnifico e vigoroso signore su la cinquantina lo accolse col più grazioso dei sorrisi e, dopo le prime frasi d’uso, gli indicò una bella poltrona di velluto rosso dove l’avvocato Semilli sprofondò; quindi, deposto il viglietto dell’onorevole suo collega, invitò con bel gesto il visitatore ad esporre le ragioni della sua venuta.

Con la voce in sussulto quegli incominciò e, con le mani guantate, tremanti, apriva i documenti, le nomine governative, i diplomi e comprovava il suo dire.

Il signore lo ascoltava col suo bel sorriso e diceva ogni tanto con un brusco moto di contrarietà: “Ma che disdetta!… oh, poveretto!” Quando vi fu un momento di sosta, levò la mano, una assai bella mano, in atto di volere egli pure parlare e cominciò:

- Il mio caro giovinotto….

- Eh, non lo sono più, signore! – osservò l’altro timidamente.

- Via!! Quando si è pieni di belle speranze si è sempre giovinotti: se lo lasci dire. Il mio caro giovinotto, il caso suo è proprio desolante, tanto più che cospirano delle circostanze di fatto che non si possono oppugnare. Lei è proprio vittima di una legge, lo capisco, anzi una delle vittime più stritolate. Ma che farci? Lo sa bene: dura lex, sed lex! Ad ogni modo quando andrò a Roma, avrò presente il caso suo: vedrò, sentirò, se per vie indirette, per altri uffici, ci fosse modo di rintegrarla nel suo impiego. Perchè è questo che lei vuole, è vero? Dopo tutto è la via maestra, battiamo questa per ora e poi vedremo il da farsi…, insomma stia certo che me ne occuperò: il caso suo è proprio degno di considerazione….

Per essere esatti convien dire che l’umile postulante (è la parola dell’uso) non domandava tant’oltre, chè fra i molti ostacoli si frapponeva il limite dell’età; ma poi che un rappresentante della nazione così autorevole come quello con cui parlava, l’aveva intesa per quel verso, tanto meglio! Non c’era che da supplicarlo di far presto e perciò suggerì timidamente:

- E se ella scrivesse….

- No, no, e pour cause: il guardasigilli è mio buon amico, ma alle lettere non danno che un’evasione convenzionale: hanno già le risposte preparate. Aspetti che vada a Roma, aspetti…. – poi, come cedendo ad un pensiero costante, con fare più sciolto aggiunse: – Del resto, veda, il gran male di noi italiani è quello di mancar di energia, di intraprendenza, di coraggio. Osservi quello che fanno gli inglesi, gli americani! Ma voi non vi volete staccare, Dio mio! dalle gonne della mamma o della moglie: un posticino, un impiego da vivere a miccino e vi basta. Non dico mica di lei, sa? Parlo in generale…. Ma girate il mondo; tentate, esplorate! I confini dell’Italia sono al di là dell’Italia: questo è il mio motto. Avete la colonia eritrea, la spedizione belga nel Congo, le regioni dell’Argentina, le plaghe inesplorate della Patagonia…. Conosce lei quelle regioni?

- -No, signore: non le conosco mica se non di nome.

- Veda? ma sono miniere d’oro quelle! oro! oro! È una nuova vita che sorge mentre questa da noi muore decrepita, o vagheggiante come idealità l’uguaglianza sociale, e per conseguenza la distruzione delle responsabilità umane e di ogni energia potente; ovvero affaticantesi invano a ricondurre il mondo sotto il giogo teocratico di un dogma sfatato, rinnegando secoli di martirio, di progresso, di luce: bizantinismo atonico di vita automatica l’uno: assurdo degno di pietà il secondo se la pecorilità atavica delle plebi non lo alimentasse con la sua codardia. Ne è persuaso, o signore?

- Oh sì, signore…!

- E se io avessi la sua età, avrei già preso il volo. Questa vita di ripicchi, di odi, di meschine contese che si rispecchia dal giornalismo alle aule del Parlamento, dalla piazza all’accademia, ripugna fieramente al mio animo.

Il signore, così dicendo, si era levato in piedi ed appariva maestoso e sonoro davanti al gran tavolo di lucente noce intarsiata, con la mano appoggiata ad un gran fascio di carte sul verde tappeto.

L’avvocato Semilli si credette anche lui in dovere di levarsi dalle molli profondità del velluto della poltrona, dove il cortese signore lo aveva fatto sedere.

- Ella è un animo grande e nobile! – disse non sapendo che altro dire.

- Non creda: è frutto di maturo studio e di riflessione. Mediti su questo che ho detto, e se le fallisce l’impiego, cerchi all’estero: rinnovi la sua vita in regioni più libere e forti!

L’avvocato Semilli, pur intendendo che l’udienza era finita, non potè a meno di osservare:

- Ci avevo anch’io pensato di lasciare l’Italia. Ma come faccio? con la moglie e due bambini piccini?…

Il florido onorevole guardò quell’infelice in cui la tinta della barba benchè diversa da quella del volto, pur tuttavia vi si accordava in una pietosa armonia di squallore; parve commosso tanto che a quell’infelice balzò per un istante il cuore: ma ohimè, l’onorevole disse soltanto queste parole: – Di fatto…. questo è il problema, problema grave che si potrebbe formulare così: «nell’ora presente l’individuo che crea e alleva una famiglia è benemerito della società?» Problema terribile! – E chinò il capo meditando come si fosse trattato di un’inchiesta da risolversi per referendum.

In quella un elegante signore entrò senza punto farsi annunciare. Si udì un doppio – Oh, caro! – detto in un tono di voce che era molto diverso da quello con cui l’onorevole sino allora aveva parlato.

- Scusa, sai, – disse colui, – non credevo che fossi occupato! – e fece atto di ritirarsi.

- Nulla: ora sono da te, – rispose brevemente. Poi ripigliando il tono oratorio e ponendo la mano su le spalle del giovinotto e dolcemente avviandolo verso l’uscio: – Questo – sentenziò – è il consiglio migliore che io, uomo di cuore come sono, possa dare ad un giovane forte come lei: Sursum corda! e avanti oltre i confini degli umili: al di là! verso gli orizzonti della libertà eterna! Per quello poi che riguarda il nostro affare, parlerò di persona al Ministro: non dubiti, non me ne dimenticherò, faccia assegnamento su di me.

Il giovane si senti prendere e scuotere poderosamente la mano e si trovò nella sala degli scribi che facevano scricchiolare le loro penne.

- Per di là, – disse uno di essi senza levar gli occhi.

Spinse l’uscio di stoffa verde. Si trovò nell’anticamera.

- No per di là che si va in cucina! – disse ridendo il cameriere che gli porse il bastone col pomo elegante e il cappello.

«Se non fosse venuto quel signore così male a proposito, io gli avrei domandato un posto da scrivano, per intanto, – pensò giù per le scale grattandosi le orecchie. – Anch’io ho i miei ideali, oh, se ho i miei ideali! ma, per intanto, mi sarei accontentato di trovar da mangiare. Sicuro che lui ha avuto riguardo di offrire ad un suo pari (perchè il mio titolo accademico è poi uguale al suo e siamo avvocati tutti e due) ha avuto riguardo di offrirmi un posto basso….»

Quando fu in istrada si girò a torno come per raccapezzarsi; pensò di rifare ancora le scale, di dire che per ora lui si accontentava anche di poco, bastava che fosse stato subito, quando si risovvenne d’avere in tasca l’altra lettera per il reverendo abate e, come preso da una frenesia di concludere qualche cosa pur che fosse, fu alla casa del detto abate.

Domandò se era in casa: risposero di sì. Allora presentò la lettera e supplicò perchè gli fosse subito data udienza.

Fu lasciato solo su la soglia; e il sudore, per la corsa fatta e per l’emozione patita, gli colava copiosamente e invano il misero fazzoletto valeva a tergerlo e a difendere il povero solino.

Finalmente venne introdotto.

Appena entrato nella stanza sentì un’impressione benefica di frescura e di silenzio e non vide altro che il bagliore rossastro d’una lampada pendente da tre catene di ottone davanti ad un grande Cristo. Poi gli occhi si abituarono; distinse nella penombra grandi scaffali, seggioloni alti di cuoio messi in cerchio e come aspettanti un convegno. Si levò improvvisamente la portiera, e una figura con veste talare, snella, stretta alla vita da alta fascia, scivolò lesta senza rumore fra i mobili. Semilli sentì il contatto di una mano morbida e udì una voce rapida di tale che ha fretta, che disse: «racconti!»

Egli raccontò, raccontò la lunga storia: l’uomo del Signore avea (seduto come si stava) chinato il capo sull’indice e sul pollice aperti; e se ne vedea solo la fronte larga, forte e il cranio lucido, recinto da pochi capelli ancor neri.

Raccontò: l’altro non interruppe mai. Quando parlò della moglie e dei figli, quando egli ripetè una sua frase solita, cioè che egli non era di quelli che attingono forza dalle sventure o che si adattano a far cattive azioni, un lungo singhiozzo gli montò su dal petto. Le sedie raccolte a convegno non si mossero, la lampada non oscillò, il Cristo gigantesco parve indifferente.

L’uomo del Signore avea sollevato il volto che ora si distingueva benissimo: un volto pallido, dove un naso tagliente divideva due occhi neri e vivaci.

Pronunciò queste parole gravi e come preparate al compianto:

- Triste istoria, povero giovane: e ve ne sono anche di più tristi! A noi piange il cuore di dovere troppo spesso soccorrere quelli che si rivolgono a noi soltanto con sterili parole di pietà. Ma di questo desidero che ella sia persuasa a pieno: la malvagità della setta sparge troppo continuo e sottile veleno di calunnia su di noi perchè un po’ di sospetto non sia rimasto appiccicato anche nell’animo dei buoni, come ho opinione che ella sia! Venga. – E lo prese per mano e lo condusse ad uno scrittoio che sollevò; e scoperse un grosso pacco di carte. Le cominciò prima a sfogliare, poi a leggere qua e là dando rilievo ai passi più notevoli. Era di fatti molta umana miseria cristallizzata, per mo’ di dire come avviene del fossile, e condensata in forma di domande, di sussidi e di impieghi. Il nostro avvocato fu per ragioni di cortesia, cui non poteva sottrarsi, costretto a contemplare la sua vita rispecchiata variamente nella miseria degli altri: tutti ignoti ma tutti proscritti dal consorzio dei felici, e tutti affratellati con molta fame su la via dell’esiglio per questa valle mortale. L’abate noverò le domande di coloro che domandavano un ufficio: consigliò di fare egli pure la sua, promise che ne avrebbe tenuto conto alla prima occasione.

Poi si sedette ancora, e l’avvocato Semilli lo sentì parlare. Parlò o almeno gli parve che parlasse, dei mezzi e delle forze loro, che erano limitate, dell’empie sêtte che hanno distrutto patria, religione, morale, famiglia, che hanno sconvolto gli ordinamenti sociali come furono istituiti dalla natura e da Dio; e disse: – esse sole, le sêtte, si sono rese padrone di quegli uffici che voi oggi a noi domandate; e ne fanno così empio mercimonio che io non so se più sia il danno o la vergogna. Noi non abbiamo più nulla: ci è tolto tutto fuor che la preghiera, il diritto e la speranza!

La voce dell’abate aveva all’orecchio confuso del povero diavolo suono come di sibilo, e gli faceva l’effetto che quelle parole staffilassero pur lui, quasi fatto responsabile di molte colpe degli altri. Di fatto lo apostrofava col voi, al plurale, e un po’ per volta distinse bene queste ultime frasi: – Ah, voi assistete oggi atterriti e impotenti all’implacabile marcia delle masse che vogliono le vostre ricchezze, che invidiano i vostri ozi? Ben vi sta! Voi primi violaste il diritto, voi primi spogliaste noi con violenza dei nostri legittimi averi. Ebbene, altri oggi spoglia voi con uguale violenza. Chi sono essi? I vostri figli, i vostri discepoli, tenetelo a mente. Quale seme gettaste nei solchi della vita? Esso ha germogliato, esso è fiorito! La logica segue il suo cammino: nessuna forza l’arresterà.

- Ma io, dunque, – gemette Semilli, – io…. che colpa ne ho?

- Voi!? anche voi, come gli altri, soffrite per le colpe dei padri: questa è la legge, la punizione tremenda!…

Il prete, placatosi alquanto, offerse infine qualche sussidio in denaro che Semilli rifiutò, e poi fu licenziato e si trovò ancora in mezzo alla via.

In mezzo alla via, ed era mezzogiorno: un bel mezzogiorno scintillante! I caffè si popolavano dei soliti avventori: l’odore dei risotti e degli umidi densi fumigava fuor delle vetrate grandi. Quello era il momento buono di entrare a cantare:

E fino a quanto inulti

Fian, Signore, i tuoi servi?

Ma allora non ebbe a mente queste istorie vane.

Il pensiero di essere proprio solo, senza difesa, senza pane, con degli esserini piccoli, lontani, che egli avrebbe dovuto difendere e mantenere, questo pensiero, dico, gli si attanagliò come una morsa al collo, così forte che gli spalancava le fauci.

Se non un aiuto, almeno un conforto per non restar solo con quella idea orribile di essere abbandonato da tutti come in un deserto! E gli uomini erano tanti, tanti attorno a lui!

Tutti gli dicevano di presentare una domanda e poi di tornare. Tornava e gli dicevano di ripassare ancora.

Ebbene, pazienza; egli era ben venuto per quello; ma ciò che lo angustiava di più era il vedere come tutti rimanessero indifferenti quando raccontava le sue disgrazie. Stavano lì ad ascoltare come se le sapessero di già a memoria; come se fosse stata la storiella della vispa Teresa!

E così tristamente considerando, gli balenò alla mente il nome di un uomo che nei giornali, ne’ comizi, dovunque, aveva inteso a tuonare contro tutte le ingiustizie della società; additare sicuro le vie dell’avvenire; bandire nuova fede di verità, di amore, di luce per tutti i diseredati del mondo.

Non lo conosceva, ma non importa: «Andrò da lui, – pensò, – mi ascolterà pure».

Aspettò sotto un portico che fosse trascorsa l’ora della colazione per non disturbare quel signore, giacchè anche lui presumibilmente doveva far colazione in quell’ora come ogni altro borghese o mortale.

Una buona donna in una edicola di giornali, tutta intenta a vuotare un bel pentolino di zuppa, gli indicò dove stava quel signore.

- Oh, in casa non c’è quasi mai, – gli dissero. – Provi un po’ alla redazione del giornale.

Andò là. C’era, ma avea un gran da fare: tuttavia lo introdussero.

- S’accomodi, s’accomodi, la prego, diamine! – disse una bella voce franca e geniale: la voce proprio di quell’uomo che allora si vedeva appena dietro cumuli di carte, di libri, di lettere. – S’accomodi dunque, – ripetè, e, pur leggendo, indicava una seggiola dove Semilli, esitando, si sedette.

- Ecco il mio nome, – disse poi levandosi in piedi e togliendo dal portafogli il penultimo de’ suoi biglietti; e lo porse.

- Ah, scusi; ora sono da lei, – e prese il biglietto. – Non ho l’onore, – disse dopo aver con un aggrottar di ciglia sbirciato quel povero nome.

- -Oh, io conosco lei, signore! – disse Semilli. – Chi non la conosce, lei? Lei è la nostra speranza, l’avvenire….

Queste parole non sembrarono fare molta impressione sul volto dell’uomo dell’avvenire: il quale volse lo splendore delle lenti cerchiate d’oro sul visitatore, e disse:

- Lei è troppo buono, troppo sensibile! Voglia esporre la causa della sua venuta.

Il dottore Semilli si contorse. Avea forse sperato che quel signore leggesse su la smorta sua faccia il patimento e la causa della sua venuta e dicesse press’a poco così, come si legge nel bel libro de’ Promessi Sposi, dove parla il cardinal Federigo: «o amico, so perchè vieni; eccomi pronto al tuo aiuto; troppo tardasti! dovevo io venire a cercare di te»?

Questo io non so, non avendo fatto studi di psicologia così profondi; ma so di certo che al povero Semilli parve che l’uomo dell’avvenire accogliesse la gente proprio come l’uomo del passato e come l’uomo borghese dell’effimero presente.

- Ella deve perdonare, – cominciò con timida voce, – se ho osato…., senza lettere di presentazione….

- Oh, non fa niente….

- Già, ho detto bene fra me così; «Con gli altri uomini ci vogliono queste formalità, ma da lui si va come si va in chiesa….»

Il paragone, come ognuno vede, oltre la smaccata adulazione, era politicamente improprio, ma il nostro avvocato aveva, come si è detto, da qualche tempo il cervello un po’ indebolito per le sofferenze o, come diceva lui, pativa di un gran nervoso alla testa che gli faceva smarrire l’opportunità delle espressioni proprie ed efficaci a far leva sugli uomini.

- Dica, dica pure! – insistette l’altro garbatamente.

- Dunque lei deve sapere…. – cominciò con un tono di voce da far rabbrividire chiunque avesse avuto fretta.

In quella entrò il domestico con un dispaccio.

Semilli si interruppe.

- Seguiti, seguiti pure, io ascolto bene lo stesso.

Seguitò.

Il signore dell’avvenire aperse il dispaccio, lesse con l’abituale calma e lo infilzò ben bene in un punteruolo che era infisso su di un piedestallo di agata. Poi aveva preso il lapis azzurro e faceva piano piano alcuni segni su dei fogli ammucchiati in un canto, e segnati che essi erano, li deponeva altrove.

Il servo entrò una seconda volta:

- Le bozze del giornale, – disse con voce cadenzata, e depose un grosso plico.

- Ah, finalmente! – sclamò quel signore.

Squarciò la busta: gli stamponi umidi, liberati dalla compressione della busta, si svilupparono e coprirono tutto il tavolo. Allora li sovrapponeva foglio a foglio, poi cominciò a guardare avidamente.

- Seguiti pure, non abbia riguardo, – diceva poi volgendosi ogni tanto all’infelice che si era arrestato per rispetto e anche per esaurimento oratorio.

Quel signore, psicologo di alta scienza e di assai grido, sapeva, anzi lo aveva stampato, come e per quale processo fisiologico del sistema nervoso avvenga che il più valente oratore si faccia balbettante e non trovi più imagini e frasi quando l’uditore o l’uditorio è disattento od ostile.

Egli conosceva questa cosa per scienza fisica, ma allora se ne era dimenticato senza dubbio.

- Il governo!… – diceva ogni tanto Semilli, e quel signore, pur leggendo, spiegava la palma con un atto di vade retro, Satana! e annotava ogni tanto.

Quando ebbe finito, quel signore depose i fogli, si accostò al postulante e disse con voce assai amichevole ed insinuante;

- Io sono non spiacente, ma spiacentissimo, tanto per lei come per molti altri che vengono da me quasi che io avessi l’onore di essere la divina provvidenza, e le confesso che certe cose, a udire, mi turbano, mi sconvolgono…. Ma io non ce ne posso nulla: tutti i posti a cui ella può aspirare sono in mano della coalizione borghese. Io le posso ipotecare l’avvenire fin che vuole, ma per il presente, sono dolentissimo, io non valgo…..

- Ma almeno mi indichi, mi dica quello che posso fare…. – supplicò Semilli.

- Bisogna persistere, non venire a transazioni, nessuna, nessuna, nessuna! Fatta una, è aperta la falla: entrano tutte. Noi non abbiamo odî di classe, come insinuano malignamente i nostri avversari, ma la salute è là, unica: distruzione, abolizione delle proprietà individuali: tutto il resto è un fomento su le gambe di legno, quando non sono artificî subdoli di partiti avversi….; perchè creda che se noi durante il cammino veniamo a delle transazioni, a degli accordi, perdiamo soltanto una piccola parte del bagaglio del nostro programma, è affar finito. Alcuni obbiettano: «Arriveremo più tardi.» E che cosa importa? rispondo io: ma quel giorno la vittoria sarà nostra: ma assoluta, completa. E non bisogna nemmeno che ci illudiamo eccessivamente sui trionfi, certo meravigliosi, insperati di questi ultimi pochi anni. Di terreno ne abbiamo conquistato anche troppo: abbiamo bisogno di conquistare altrettante coscienze, le quali formeranno una nuova forza nel mondo, un nuovo motore, una nuova ala data alla terra. Guardi, questo è proprio l’argomento del presente articolo! – e mostrò le bozze.

Il povero Semilli si sentiva la gola secca e pur domandò:

- Ma io dico per adesso; per il caso mio!

- Ah, già, – rettificò quel signore, temprandosi a malincuore dalla presa corsa, – già, il caso suo…. Eh, se fosse un operaio, qualche cosa potrei fare, anche subito, ma di un avvocato…., cosa vuole che ne faccia di un avvocato? Un avvocato, ben inteso sempre secondo le condizioni odierne, rappresenta un valore sociale quando ha trovato da per sè il mezzo, la facoltà di produrre una data quantità di lavoro e di ricchezza: ma un avvocato che domanda del lavoro è…., è come una locomotiva che domanda di essere trainata. È un linguaggio brutale il mio, lo so. Ma noi siamo uomini nuovi anche nel rendere il nostro pensiero. Certo che nella futura società questi casi deplorevoli non avverranno più, anche per la ragione semplice che la società e il diritto non avranno più bisogno di patrocinio. Le pare?

- La redazione del giornale…. – suggerì timidamente Semilli con un fil di voce che si udì a pena.

Tuttavia quel signore udì, sorrise come un maestro di piano al tasto falso di un principiante.

- Eh, se dovessi dare ascolto a tutti, – disse, – bisognerebbe che avessi non uno ma mille giornali; e, in confidenza, non lo dica a nessuno, uno solo fa fatica a vivere…., fatica!… Del resto, – aggiunse vedendo colui assai triste, – creda, credano tutti che le forme di pietà e di beneficenza individuale sono cose inutili per la collettività: anzi ostacolano, ritardano il fine ultimo. Finchè nella psiche delle masse, – concluse accalorandosi una seconda volta, – non entrerà la coscienza che, con l’atto stesso del nascere, si acquista il diritto di vivere, di godere l’immenso tesoro accumulato da secoli, dalla scienza, dal progresso, ebbene, sino allora avremo sempre una parte grande di uomini che domanderà ad altri pochi come carità ciò che invece viene loro per diritto. Ne è persuaso?

- Oh sì, signore!… – balbettò Semilli.

- Del resto, venendo al fatto individuale, io avrò in mente il caso suo: ripassi ancora senza riguardo, e – concluse, accomiatandolo, a voce bassa e di confidenza – in occasioni estreme, che io non so, si ricordi pur di me, senza riguardo….

Uscì di quella casa come instupidito. La Patagonia si confondeva con la psiche collettiva, l’abolizione della proprietà con le empie sette liberali e con le pene dei figli per le colpe dei padri. Un caos! Brutti pensieri gli passavano ogni tanto per il cervello, e quando si rimise un poco, il sole accennava a tramontare.

Splendenti carrozze, nell’ora del passeggio, traversavano le vie, e tutta la gente, anche elegante, gli faceva il brutto effetto che gli dessero degli spintoni. A lungo andare anzi la folla gli si trasmutò alla vista come in una specie di materia corrente, nera, continua, violenta. E siccome quella folla realmente lo costringeva a scendere dal marciapiede su la strada per far posto, così anche quell’atto gli si trasmutò nel cervello stanco, da reale in simbolico, quasi volesse dire: «Nel mondo siamo in troppi: tu, i tuoi piccini, siete di troppi. Via! Eliminazione!», e invece si accontentavano soltanto di farlo scendere sul marciapiede, qualcuno anzi gli domandava: scusa, pardon! «In fondo – pensò Semilli – date tante necessità, tanti bisogni, tanto numero di uomini, la battaglia si compie con abbastanza civiltà e umanità, e per l’avvenire, chi lo sa? forse anche di più. Per ora, come ora, potrebbe essere peggio!» Meditazioni, come ognuno intende, nobili e degne di essere stampate; ma sappiano i felici che una ben esperimentata miseria è efficacissima ad eccitare in una mente anche mediocre dei pensieri profondi, originali e degni della più alta filosofia. L’esperimento non è per altro consigliabile od augurabile.

Cominciò a sentir fame, e senza nemmeno pensarci, quasi automaticamente, si avviò fuori di porta Volta, dove da un salumaio che gli era cortese di poca carta gessata, era solito comperare dieci centesimi di companatico che, con altri dieci di grosso pane, gli serviva da colazione, e in quel giorno per necessità di cose, anche da pranzo.

Ma quella sera, come giunse dinanzi a quel negozio, un ricco e assai grande fondaco all’ingrosso, lo sorprese il fatto che tutte le imposte erano chiuse all’infuori di una; e davanti ad una porta vicina erano ferme tre belle carrozze chiuse con i cavalli che scalpitavano e mordevano i freni; e sull’alto dei loro stalli erano i cocchieri in gran tenuta con gran fiori alle bottoniere.

- Gli sposi! gli sposi! – diceva la gente accorrendo.

Semilli non vi fece nemmeno caso ed entrò nel negozio tenendo il pezzo di pane in mano, ravvolto pudicamente nella carta.

Il negozio, cosa assai nuova, era deserto.

Però, al rumore de’ suoi passi, uscì, dietro da una piramide di salumi, prosciutti e simili, l’uno de’ due padroni, che era un giovanottone bonario, grosso quanto un vitello.

Ma Semilli non lo conobbe più, tanto egli era mutato.

Era tutto ben vestito di nero, con la sua bella cravatta di raso verde e una catena d’oro molto grossa.

- Caro lei, – fece costui quando riconobbe il solito avventore, – se veniva più tardi un minuto solo trovava chiuso il negozio, senza riguardo per nessuno….

- Perchè?

- Perchè stasera c’è festa, festa grossa: mia sorella, quella che stava al banco – se la ricorda, è vero? – si è fatta oggi la sposa.

- Allora i miei auguri…!

- Grazie, grazie! – fece il bravo giovane. – E…. cosa comanda adesso, bell fiœu?

- Il solito.

- Ecco il solito, ecco il solito! – borbottò: ma mentre affettava, il grosso salumaio squadrava di sottecchi il suo pallido e triste avventore.

- Adesso ci metta sopra un pochino di sale per piacere, – disse Semilli.

Quel giovanottone prese con la punta delle grosse dita un pizzico di sale dalla ciotola, e cospargendolo lentamente, si vedeva che nel suo cervello era nato un pensiero che voleva venir fuori, e che aveva riguardo a metterlo fuori. Certo il confronto tra il magro pasto del povero diavolo e la ricca imbandigione che si preparava per le nozze della sorella avea fatto germogliare quel pensiero in quella testa, vergine di idee peregrine, che in altre occasioni non sarebbe stato possibile. Ma quel pensiero, si vede, era nato e si era fatto grosso grosso e volle venir fuori. Disse dunque con una certa timidezza che faceva un effetto curioso su quel volto rozzo e duro.

- È un mangiare un po’ magro…., un mangiare come fanno da noi i garzoni dei muratori…., ma da colazione.

L’avvocato Semilli sussultò, ma rispose tranquillo:

- Sono caduto in disgrazia; non trovo posto in nessun sito. Azioni cattive non ne ho fatte mai.

- Ah, non dico mica! Nè meno pensarci, basta guardarlo in faccia, anzi mi scusi! Lei è mica operaio?

- No, sono avvocato.

- Cosa dice? Lei è avvocato? – fece il degno salumaio spalancando la bocca e gli occhi per la sorpresa. – So bene che lei scherza, – conchiuse crollando le spalle e ricomponendosi.

- No, no, dico sul serio. Sa fare a leggere?

- Leggere sì, scrivere poco.

- Allora tenga, – e gli aprì sotto il naso i documenti che avea costume di portar sempre seco, e in quel giorno di battaglia più che mai.

Il salumaio non credeva ai suoi occhi; guardava quei diplomi stemmati che allora valevano meno della carta del companatico, quelle nomine, quella laurea di cartapecora, e diceva:

- Lei avvocato? È proprio il suo nome questo qui con tanti fregi? E pensare che il mio povero papà mi voleva fare studiare anche a me da avvocato! È stato perchè nelle scuole non capivo mai quando ci va il segno sull’e e quando non ci va, una cosa maledetta! se non fosse stato quello, a quest’ora ero anch’io avvocato….

Semilli lo lasciò parlare nel suo meneghino sorridendo a pena, poi prese il cartoccio e si avviava verso la porta.

- Ma che senta, – disse il salumaio come persona che ha preso una decisione, – se non trova posto per adesso, che la resti qui da me! Se sa fare l’avvocato, saprà anche fare il ragioniere; dico bene? Ne cercavo uno io perchè la mia sorella, la Rosa, che teneva lei i libri, va fuori di Milano: da mangiare e da bere con noi e un paio di franchi al giorno non gli mancheranno mica!

L’avvocato Semilli non rispose, ma come un singhiozzo gli gonfiò il petto e risuonò lieve, ma penosamente nel silenzio del negozio.

Il ragazzone se ne accorse, saltò giù dal banco e – Che butti via subito quel lardo lì, – disse, e spingendolo a forza nel retro bottega, urlava in su per una scaletta a chiocciola:

- Ehi, Luigi, ehi, Rosa! ho trovato il ragioniere nuovo!

Alfredo Panzini – Le vicende del Signor X*** e della Signorina Y***

Il signor X*** si era da due mesi abituato ad aver per vicina di pranzo la signorina Y***, la quale prendeva posto al tavolo N. 4, alle ore sei.

Il signor X*** prendeva posto al tavolo N. 5, regolarmente alle sei e mezzo, e, passando fra i due tavoli, salutava con soldatesca franchezza: perchè il signor X*** era maggiore di fanteria, come diceva ad ognuno la grossa fascia d’argento, rigida sul berretto rigido di quella figura ancor più rigida.

La signorina, alle ore sei e tre quarti circa, si alzava da tavola proprio nel momento che il signor maggiore ordinava il caffè, il virginia, la lampadina con lo spirito, il cognac.

La signorina con un moto rapido si metteva la mantella, si adattava la veletta e andava via sussurrando con lieve inchino e con voce assai dolce, un:

- Buona sera, signore!

Allora il signor X***, come sorpreso nelle sue meditazioni, tirava su le lunghe gambe, abbozzava una mezza figura di «attenti!» un lieve inchino non inelegante e che ricordava grazie e favori di altri tempi, mandava fuori un borbottio che evidentemente voleva significare:

- Buona sera, signora o signorina!

Quindi tornava con indolenza a stendere le sue gambe di airone sotto il tavolo.

- Qui fa un freddo maledetto; dammi la mantellina: versami un altro cognac: brucia il virginia: il pranzo del tuo padrone mi abbrevia l’esistenza. Va al diavolo!

Queste erano comunemente le parole che il signor maggiore scambiava col cameriere; poi si chiudeva in un profondo mutismo finchè il sigaro non fosse finito.

Ognuno poteva giudicare il signor maggiore ancora un bell’uomo e forte uomo, destinato a diventar colonnello e anche generale.

Giudizi fallaci!

Il signor maggiore si conosceva più profondamente: egli, senza tener conto del lento avvelenamento del trattore, era un uomo rovinato in tutto. Intanto lo stomaco non digeriva più bene e il suo capitano, quasi a farlo apposta, gli diceva sorridendo al mattino: «Che bella cera ella ha, signor maggiore!» Ah, l’uomo ipocrita e malefico quel piccolo capitano Raimondi! Egli lo sapeva che lui non sarebbe mai e poi mai passato colonnello, che anzi lo avrebbero fra poco messo in posizione ausiliaria, che lo avrebbero buttato via come un limone spremuto! Per questo sorrideva, come a dire: «fra poco, babbione, te ne andrai!» Che cosa valeva aver rischiato la pelle nel Tirolo, aver combattuto contro i briganti, aver passato due estati a Massaua?

Oh, il piccolo capitano era ben sagace! lui sì sarebbe passato nel corpo diplomatico dell’esercito, nello stato maggiore; non per nulla diceva le più grandi sciocchezze con voce piana, sempre corretto, calmo come un inglese, con la caramella incastrata nell’orbita. Antipatico!

E quel piccolo ipocrita sbilenco piaceva moltissimo alle signore, e il colonnello non vedeva che per gli occhi del capitano Raimondi!

Per tutte queste ragioni il signor maggiore, quando nello scompigliare il suo cassetto si imbatteva nella croce di cavaliere o nella medaglia commemorativa delle patrie battaglie, folgorava contro di esse due occhi terribili.

Intanto aveva disdetto l’abbonamento alla Perseveranza, non leggeva più il Corriere, comperava il Secolo e l’Italia del Popolo.

Ma da qualche tempo l’aveva su anche con questi due ultimi giornali: “Chiacchiere, chiacchiere, chiacchiere: la rivoluzione non la fanno che a parole, buoni a niente!”

Queste informazioni sul signor X*** noi le possiamo dare con piena sicurezza di dire il vero.

Quanto alla signorina Y*** non sappiamo nulla di certo.

Era maestra di storia in una scuola normale o tecnica che fosse: con la veletta e la mantellina pareva ancor giovane e flessuosa: senza veletta dimostrava, ad un occhio esperto, un’età alquanto vicina ai quaranta. Però aveva bei benti, carnagione olivastra, belle mani, begli occhi, almeno così avea finito col parere al signor maggiore, giacchè, ben si sa, l’abitudine di veder sempre una faccia di donna ha per effetto di farla trovar bella. Adone, se a lungo dovesse convivere con Megera, io penso che finirebbe per innamorarsene. Anzi una volta il signor X*** avea notato un lento palpitare in quel seno, come un richiamo melanconico ad una giovinezza un po’ lontana, ma non del tutto spenta: la qual scoperta avea finito col mettere il signor X*** di pessimo umore e avea dato tre volte al cameriere il titolo di ipocrita.

Insulto sanguinoso che non avea avuto altro risultato che di far stendere fino alle orecchie il sorriso del paziente tavoleggiante e fargli dire con voce melliflua:

- Il signor maggiore mi vuole onorare dei suoi scherzi!

Certo, anche il cameriere era un ipocrita, come il suo capitano, come tutti.

Vederlo con la mano sul petto, con quell’aria innocente, udirlo con quelle frasi convinte che asseveravano che tutto era di prima cottura, tutte le vivande fresche, preparate a posta per il pranzo, che bastava che il signor maggiore avesse respinto una vivanda perchè subito fosse cambiata!

Invece la signorina si accontentava di tutto: una minestra in brodo, un pezzo di bollito formavano di solito tutto il suo pasto. Però una volta anche la signorina aveva ordinato il medesimo arrosto, di pollo che aveva chiesto il maggiore, con la differenza che lui era andato su tutte le furie, mentre lei, la signorina Y***, andava pazientemente in cerca fra osso e stinco di qualche fibrilla di carne.

- Questo è un pollo morto di lunga etisia, e lei lo mangia senza lamentarsi, senza protestare?

Queste parole il signor maggiore rivolse con indignata meraviglia alla signorina, la quale sollevando i suoi occhi tranquilli, si accontentò di osservare:

- In verità è un pollo un po’ magro, ma chi deve andare a desinare all’albergo bisogna che si adatti.

Il disgraziato pollo fu il principio di una non breve dissertazione sul mangiare all’albergo, nella quale la parola pacata della signorina finì con l’avere ragione sull’irascibile signor X***. Anzi la signorina mostrò di conoscere a puntino come si prepara un pollo, come si deve ammannire un fritto, come fare un brodo che ristori lo stomaco.

- Credevo che lei non sapesse altro che la storia di Romolo e Remo e la pedagogia, – disse il signor X***, – ma mi ricredo: ella possiede delle cognizioni molto più utili.

Un altro giorno il signor X*** inveì contro un intingolo di lepre:

- Veda, signorina, io sentirò tutta la notte questa presunta lepre nello stomaco.

- Ma ella fa malissimo, – ammonì la signorina, – ad ordinare di coteste salse. Intanto ella saprà che negli alberghi approfittano di tutti i grassi che avanzano, e poi gli umidi non si confanno a chi soffre di stomaco.

- Ma allora che cosa devo mangiare, lo dica lei? – -domandò con voce esasperata il signor X***.

- Un po’ di brodo, un po’ di bollito, un beefsteak….

- Allora tanto vale che mi metta a razione co’ miei soldati, – disse con amarezza il signor X***.

- Allora faccia da cucina in casa….

- Aver da sorvegliare la cuoca? aver da combattere con le fantesche?!

- Allora…. prenda moglie.

Il signor maggiore rivolse alla signorina Y*** due occhi come quelli con cui guardava le sue medaglie. Suonò nervosamente il campanello, facendo voltar la testa a tutti i commensali e ordinò:

- Il cognac, per Dio!

Un giorno il posto della signorina Y*** era stato occupato da un grosso signore che mangiava con molta placidezza un mastodontico osso buco e parlava con un compagno di burro e di stracchini, di vecchioni e stravecchioni, nel più attico linguaggio di porta Ticinese, senza avvedersi menomamente del malcontento del signor X***.

In quel punto arrivò la signorina Y*** e parve sorpresa di trovare il suo posto occupato. Il signor X*** si levò in piedi per cederle il suo e andarsene altrove, ma allora il cameriere ebbe un lampo di genio:

- Se la signorina crede, posso preparare da pranzo di fronte al signor maggiore….

La signorina curvò le labbra con un lieve sorriso, diede uno sguardo attorno, e come s’accorse che tutti i tavoli erano occupati, fece atto di accettare il posto sul divano che il signor X*** le aveva cavallerescamente ceduto.

- Io, questa sera, guasto le sue abitudini e così rovino la sua digestione, – disse ella scherzosamente togliendosi adagio adagio i lunghi guanti e scoprendo due manine candide e signorili. Invece quella sera il signor maggiore non si accorse punto delle gravi imperfezioni del pranzo: anzi mangiò con eccellente appetito ed uscendo intravvide il cuoco e stese il dito verso quella faccia scialba e disse:

- Una delle poche sere che non mi hai avvelenato!

Il signor X*** e la signora Y*** si scambiano molte parole durante il pranzo, anzi hanno finito per desinare al medesimo tavolo. D’altra parte piuttosto che sedere di fronte a degli ignoti (gli avventori erano di molto aumentati coll’avanzar dell’inverno) era meglio per la signorina sedere di fronte ad un gentiluomo come era il maggiore e d’aspetto grave e punto compromettente. Queste osservazioni le aveva adombrate quell’oca ipocrita del cameriere e la signorina non avea trovato una ragione valida per ricusare. Evidentemente il signor X*** ora stava assai meglio di stomaco ed era anche di umore più lieto, o se si vuol dire il vero, meno stravagante. La signorina Y*** parlava pochissimo di sè ed ascoltava con interesse tutte le querele di lui, che di solito eran queste:

- Ho servito la patria, ho dato la mia vita tante volte e adesso mi mandano via. Bella gratitudine, eh? Valeva la pena di fare quest’Italia? Una manica di camorristi al ministero! In confidenza, abbiamo abbattuto la breccia di Porta Pia per mandar via i preti, e i preti sono entrati per un’altra porta: quelli laggiù sono più preti dei preti.

Il signor maggiore, nel dire queste parole, abbassava la voce verso la signorina Y*** e tendeva il braccio verso quella ipocrita gente laggiù.

- Ne vuole una prova palpitante?

- Dica pure.

- Abba Carima!, – pronunciava il maggiore, staccando ferocemente le sillabe e poi si ricomponeva. – Del resto non mi vogliono più? sono diventato inutile? Je m’en fiche!La mia pensione non me la possono portar via: anzi voglio mangiarci un generale all’Italia con la pensione! Ma quando verranno giù i francesi (i tedeschi ci sono già in casa) allora la vedremo! I francesi, quelli vengono giù di certo, faranno come quel tal re che da Susa arrivò sino a Napoli senza sparare un colpo di fucile: come si chiamava già quel re, signorina?

- Carlo VIII, signor maggiore.

Questi sfoghi aiutavano molto la digestione del signor X***, tanto più che la signorina Y*** avea in serbo di bei ragionamenti per confortarlo: l’Italia fu sempre ingrata verso i suoi figli migliori e questo si prova cominciando da Dante e venendo giù giù sino a Galileo, al Mazzini…. etc.

Da parecchi giorni la signorina è di lieto umore, pare ringiovanita: è venuta una sera con un’elegante mantella di fine pelliccia e un cappellino adorno di un ciuffetto bianco, ben audace.

Il signor X*** si è invece accigliato molto: ha dato tre volte il titolo di ipocrita al cameriere, cosa che non gli accadeva da molto tempo.

La signorina ha trovato un amante? la signorina si fa sposa? la signorina ha avuto un’eredità?

Niente di tutte queste cose. La signorina si è fatta elegante e lieta perchè si avvicinano le ferie natalizie: undici giorni di vacanza, concessi dal regolamento; ma che sono assolutamente di troppi a giudizio del signor maggiore.

- Dunque va via da Milano?

- Me lo domanda? Ma subito: pensi, signor maggiore, che a Reggio ho ancora la mamma ed una sorella con un amor di bambino di cinque anni e una bimba di tre. Le farò vedere i ritratti, proprio carini.

Di fatto la sera seguente la signorina Y*** espose una serie di ritratti:

- Questa è la mamma, questa la Sofia, mia sorella, questa Fifì, questo Totò, il mio nipotino che aspetta che gli porti il panettone. Sa Iddio cos’è che imagina che sia il panettone! Ah, – aggiunse con sincero egoismo, – poter passare quasi mezzo mese a casa propria con la mamma, vicino al caminetto!

- Credevo che voialtre superdonne, come dicono ora, donne istruite, donne emancipate, – borbottò con dispetto il maggiore, – ne faceste a meno volentieri della casa e della famiglia.

- Quando non si può fare in altro modo…., – rispose la signorina Y***, crollando melanconicamente il capo, – allora è buona regola il dire che se ne fa senza volentieri.

- Ecco un esempio di sincerità degno di essere registrato nelle storie.

- Crede lei che le donne dicano la bugia?

Il signor X*** si storse senza rispondere e anzi per impedire a certe frasi poco convenienti di uscir dalla bocca, vi versò dentro un bicchierino di cognac.

- Io, come io, – disse proseguendo con candidezza di sentimento e dolce loquela la donna, – avrei preferito essere una buona mamma che una mediocre maestra.

L’antivigilia di Natale la signorina X*** venne al restaurant con molti pacchi. Il maggiore volle veder tutto e passò una serata piacevolissima: sopra ogni altra cosa lo rallegrò una bambola snodata che muoveva gli occhi e faceva: na! na!

Ma i giorni del santo Natale furono per il signor X*** neri addirittura. Quando lo stomaco non digerisce, le tinte del mondo si mutano e poi tutta quella gente lombarda con delle facce ridenti come maggi (benchè si fosse d’inverno) che si salutava, che si augurava, che parlava di ben mangiare, di ben godere, di barbera, di tacchini farciti, del Bambin Gesù, dell’Albero di Natale con certe espressioni che eglino parevano ingrassarsi nel pronunciarle!

- La capitale morale! – borbottava sdegnosamente il maggiore, – ed hanno ancora i pregiudizi del Natale come i nonni dei nonni! E poi dicono che hanno fatto le cinque giornate!

Il tavoleggiante sentì tutto il peso dell’umor nero del maggiore.

Quando gli disse: – Domani, signor maggiore, si chiude alle cinque, perchè, sa, è Natale…. – dubitò di essere divorato vivo.

La signorina Y*** finalmente è tornata: il signor X*** sta molto meglio di stomaco. Ma una parte del merito è dovuta alla signorina Y***. Oramai è lei che consiglia il pranzo per il signore, anzi dà al padrone l’ordine di alcuni piattini, il giorno prima per il dì seguente. È giunta anche a limitare il numero dei bicchierini di cognac in fin di tavola: ha adottato l’uso della verdura che il signor maggiore non poteva soffrire. Egli era un animale carnivoro, ma si adattò al regime vegetariano docilmente.

Venne marzo.

L’albergo ha un piccolo scoperto che nella buona stagione si apre al publico, e, sopra, lungo il fil di ferro di un pergolato, si attorcigliano i viticci de’ glicini e alcuni grappoli timidamente cercano di aprirsi all’etico tepore del marzo.

Sopra, l’esile celeste di questo povero cielo lombardo è come lambito da rosee tracce di sole morente.

V’è un palpito di giovinezza nell’aria. Il signor maggiore lo sente tanto più questo diffuso piacere del tempo nuovo perchè ha pranzato squisitamente. Pensare: un’insalatina tenera tenera di lattuga con delle uova bazzottelle e una salsa squisitissima di acciughe preparata da lei, pacatamente, con le sue bianche mani!

- Impara, ipocrita, – avea detto il signor X*** al cameriere, – impara come si fa a condire l’insalata.

E ne aveva mangiata tanta e con che gusto! Poi la signorina se ne era andata e il signor X*** aveva rotto la consegna: – Porta una bottiglia di Lambrusco! – Uscì col virginia che tirava come un fumaiuolo, col cuore leggero e pieno di spiriti. Un’ondata di risa allegre lo investi: era una frotta di giovanette che usciva da una fabbrica vicina. Il signor maggiore battendo gli sproni come un ufficialetto di cavalleria a diciott’anni, camminò che pareva volesse oscurare coi buffi di fumo la luna nuova che pencolava sopra le impalcature delle grandi case in costruzione nei nuovi quartieri. Evidentemente meditava qualche cosa di nuovo, di audace, di inverosimile…. – Domani! – borbottò fra i denti.

Ohimè, domani è scoppiata la bomba, anzi un fulmine a ciel sereno.

La signorina Y*** disse col suo miglior tuono di voce:

- Sa ella, signor maggiore, la bella novità?

- Cosa? È caduto il Ministero? – domandò con tutta pace il signor X*** aprendo il Corriere col quale era tornato in buon accordo.

- Che ne so io! – disse ella. – Ho ottenuto il trasloco, il trasloco a Reggio! Ma pensi che felicità! Potrò vivere a casa mia con la mia buona mamma che è vecchia e mi scrive e mi vuole con lei. Ma pensi che felicità! Io sono una signora a Reggio con cento dieci lire al mese, mentre qui, sapesse ella che stenti dovevo fare, e poi creda che non ne potevo più di vivere a camere ammobigliate….

La signorina Y*** era raggiante di contentezza nel proferire queste parole, tanto che non s’avvide d’una rapida contrazione nel volto del signor X***, il quale però si ricompose subito e disse con grande calma, non in lui abituale:

- Ella non me ne ha mai parlato! Ad ogni modo me ne congratulo….

La signorina cominciò a spiegare come era andata la cosa, quante pratiche avea dovuto fare per riuscire.

- Così che ella è felice…?

- Felicissima!

- E non prova nessun rimpianto a lasciare Milano?

- Nessunissimo. Milano è da vero troppo grande per la mia piccola persona e mi vi trovavo a disagio; a Reggio, invece, ho la mamma, ho i parenti e qui chi conosco io? chi si cura di me? chi mi vuol bene?

- Troppo giusto, troppo giusto, signorina…. – poi cominciò a grattarsi la testa, poi si levò di scatto in piedi facendo tintinnar gli sproni, poi levò dal fondo delle tasche il cronometro con tanta forza che oramai ne strappava la catena.

- Sacrebleu! le cinque e tre quarti, e il generale che mi attende in quartiere: buona sera, signorina!

- E non pranza? – domandò la signorina Y***, levando in su i suoi belli occhi meravigliati.

- Non intende? Mi aspetta il generale….

- Ma allora poteva far a meno di venire….

- Me ne sono dimenticato.

E ganciatasi la sciabola, inquadrò alla signorina Y*** un saluto che rispondeva alle più rigide prescrizioni regolamentari.

Il signor X*** non è più tornato al restaurant Il cameriere ha detto alla signorina Y*** che il mattino seguente aveva domandato il conto e lo avea saldato.

- E la causa?

Il cameriere si rannicchiò nelle spalle e allargò le mani, come a dire: se non lo sa lei, io l’ignoro.

- Un bell’originale, in fede mia, – diss’ella.

- Eh, un pochino. Peccato, perchè dava più mancie lui di tutti gli altri avventori.

La signorina Y*** è in gran da fare come ognuno può vedere. La padrona di casa la aiuta a riempire i bauli, le valigie, a metter a posto cappellini, gale.

Hanno suonato alla porta.

- Chi è?

La padrona è corsa ad aprire ed ha portato alla signorina Y*** un biglietto stemmato dove è scritto: Capitano cavalier Fabio Raimondi.

- Capitano cavalier Fabio Raimondi? – disse la signorina leggendo, – io non lo conosco; – ma poi ci pensò un poco e si ricordò che Raimondi era il nome spauracchio e così fieramente inviso al signor maggiore. Che voleva adesso costui? Pregò la padrona di riferire che in quel momento non era in grado di ricevere. La padrona fece l’ambasciata; ma tornò dicendo che il signor capitano veniva per parte del signor X***, e che l’oggetto della visita non ammetteva dilazione.

- Allora che venga avanti, – disse la signorina Y***.

E il signor capitano entrò con molto sussiego: un piccolo magro elegante capitano, tutto lucido dalle scarpe di copale al berretto, ai guanti. Aveva l’aspetto di chi deve compiere una seria e difficile missione.

- Le posso offrire il mio baule o questa sedia…. come crede, – disse ella liberando la seggiola meno ingombra, – Come vede, sono su le mosse di partire….

Il piccolo capitano fece cenno con la mano come a dire che non gliene importava niente del disordine e si sedette come chi ha da fare un lungo discorso. Cominciò:

- Ella saprà benissimo quello che accadde al signor maggiore….

- Mio Dio, gli sarebbe successa una qualche disgrazia?

Il signor capitano accennò un tranquillo diniego con la bella mano guantata.

- Ammalato?

- Nemmeno.

Si fermò, poi concentrando nel monocolo tutta la forza visiva, incise queste parole:

- Semplicemente innamorato!

La signorina Y*** diede in un’allegra risata: il signor capitano rimase serio.

- Scusi, e le viene a raccontare a me queste storie?

- Certamente; perchè è innamorato di lei!

Il piccolo capitano sillabò queste parole con tutta calma, e si adattava il monocolo per meglio studiare sul volto della signorina Y*** l’effetto delle sue parole.

La quale signorina a questa confessione, sotto quello sguardo insistente, quasi impertinente, si sentì turbata, poi volle ridere, poi le parve di esser fatta segno ad una celia non degna. Questo pensiero le fece nascere su le labbra queste parole:

- E lei, scusi, che parte ci fa, signor capitano?

Il capitano rimase imperturbabile a questa domanda scortese ed anche la caramella non si mosse. Rispose:

- Una parte da gentiluomo, signorina: vengo in nome del maggiore a domandare se ella acconsente di sposarlo.

La calma, la serietà di quel signore, la novità della cosa finirono per far perdere la direzione delle idee alla signorina Y***. Dopo un po’ di silenzio disse:

- Supposto che tutto questo sia vero, per quale ragione il signor maggiore non me ne ha fatto parola quando lo poteva? Perchè una bella sera si è eclissato e non si è fatto più vedere? perchè?

Egli rispose:

- Perdoni, ma ella con tutta la sua penetrazione non è giunta a leggere nel cuore del signor maggiore. Ahimè! solamente quando amano le donne sanno leggere! – sentenziò con intenzione semi-tragica il piccolo capitano, e questa volta gli cadde la caramella dalla profonda cavità orbitale ove era incastrata.

- -Ma io non mi sono accorta di niente; mai nulla in lui che non fosse il rispetto che un gentiluomo deve ad una signora per bene.

- Egli è che il signor maggiore, – spiegò il capitano Raimondi, – è uomo di una suscettibilità così morbosa, di un sentimento così esagerato da essere un vero infelice. Veda: quando ella gli ha detto che sarebbe andata via, che era contenta di lasciar Milano, per lui fu come un colpo di spada.

- E avrebbe forse preteso che gli avessi detto che per amor suo non ero contenta?

- No, ma avrebbe voluto che ella lo avesse compreso, che lo avesse indovinato…. che lo avesse…. prevenuto….

La signorina Y*** lo guardò con quell’occhio maliziosamente femmineo che la donna conserva a tutte le età e con tutte le doti di saggezza e di studio; come a dire: “Avete di queste pretese?”

- Sì, sì, capisco, – disse il signor capitano che aveva ben capito, – è un assurdo, ma il povero maggiore è fatto così: sta a lei il mutarlo: egli si sente vecchio, dice che tutto lo perseguita, che le donne non lo vogliono più vedere; mentre invece il signor maggiore è ancora un bellissimo uomo, regge in sella per delle marcie lunghissime, è un patriotta di grandi benemerenze, è ricco, il che non guasta, potrebbe passar colonnello e anche generale se non fosse il suo umore deplorevole, di cui io stesso sopporto le conseguenze con animo pacato perchè conosco le sue qualità eccezionali. Insomma che debbo riferire nel di lei riverito nome al signor maggiore?

All’acuta penetrazione del signor capitano non isfuggì che il silenzio e l’imbarazzo della signorina provenivano solo dalla novità della cosa e dalla mente che non avea nè potea aver ancor ponderato, però aggiunse:

- Se è sconveniente parlare a lei, dica a chi mi debbo rivolgere.

- Io vado a Reggio questa sera…, – disse la signorina Y*** arrossendo e con manifesto imbarazzo.

- Ed il signor maggiore non lo vuol vedere?

- Io non posso certo impedire al signor maggiore di venire a Reggio…. anzi lo rivedrò volentieri….

- E gli dà facoltà di venire a casa sua?

- Non so per quale ragione non dovrei ricevere un amico….

- Allora, signorina, la consiglio di partir subito, perchè altrimenti il signor maggiore rischia di arrivare a Reggio prima di lei.

Alfredo Panzini – Nella terra dei santi e dei poeti

I.

Lungo il mare sino ad Ancona. – All’Aspio. – Frati e monache. – Paesaggio delle Marche. – Centenario Leopardiano: il nuovo Santo. – Loreto e le melanconie della Madonnina nera. – Leggende sul Leopardi. – Ingresso trionfale. – Recanati. – Mattino recanatese. – Il recesso del Poeta e gli abatini savi. – Montemorello. Lagrime. – Il palazzo Leopardi.

Diceva mia madre che se avessi lasciato la città melanconica, l’anima mia sarebbe consolata.

Fu così che nel pomeriggio delli 3 agosto 1898 partii da Rimini in bicicletta insieme all’ingegner Pasini: il quale è un omino grigio, di mezza statura, di mezza età, ma pedalatore grandissimo, e quando la sera può riposare su la gloria di un centocinquanta chilometri, è felicissimo: chilometri di montagna, s’intende!

Sul più bello delle nostre conversazioni, la mia bicicletta detonò come una santa Barbara e il Pasini mi vide d’un tratto scomparire in una nube di polvere come fossi stato una deità omerica. La pneumatica posteriore era scoppiata!

Ed eccoci così d’un tratto trasformati in due pedoni curvi e polverosi, oggetto di derisione ai passanti che prima invece guardavamo dall’alto, volando con tanta superba prestezza!

Davvero si cammina su di una bolla d’aria, e non soltanto nella via che da Rimini va a Pesaro!

La gomma era scoppiata presso alla Focara, di Dantesca memoria, e per giungere a Pesaro ci volle una bella marcia: inoltre la via era tutta un polverone, così che il nostro ingresso nella città di Gioacchino Rossini non fu per nulla trionfale: un superbo signore, anzi, imberbe e capelluto, che incontrammo trainato da due baldi destrieri, non ci degnò di uno sguardo. Noi ne fummo molto mortificati, tanto più quando ci assicurarono che quegli era il successore di G. Rossini, cioè il signor Pietro Mascagni.

Benchè le riparazioni alla macchina ci facessero perdere assai tempo, era tuttavia nostra intenzione col lume di luna di proseguire lo stesso sino a Senigallia, ma la luna appunto che sorta era allora melanconicamente lenta, si ottenebrò di vapori e il vento dal mare ci portò l’odore della pioggia.

Deliberammo perciò di pernottare a Fano, e fu buon consiglio perchè l’acqua cadde e prima noi ci addormentammo che quella cessasse.

Verso le tre del mattino il Pasini entrò nella mia stanza e, sporgendo il candeliere dalla finestra, mi assicurò che tutte le stelle brillavano meglio di prima; di fatti il primo sole del viaggio ci si levò omericamente puro e grande dalla marina sonnolenta tuttavia.

Sul ponte del fiume Celano c’era un palo con l’avviso: «Vietato il passo a più di quaranta quintali», e questo fu il solo pericolo corso nella giornata perchè poco dopo giungevamo a Senigallia ancora addormentata, e benchè la attraversassimo di corsa, io non mi dimenticai di buttarvi il mio biglietto di visita in memoria di esservi nato; cosa della quale io stesso mi ricordo solo quando devo scrivere su la carta bollata anche il luogo di nascita.

Dopo Senigallia, i villaggi, le ville innumerevoli, tutti adagiati lungo la spiaggia che si incurva sino alla dorica Ancona, si svegliavano allora. Forse di questo prematuro risveglio era anche causa il cannone che dal forte del monte Conero ogni tanto rombava come un cane che vigila sul mare. Ed io pensai: «Va! che il mare è deserto: la squadra di Tegethoff non c’è più sul mare! Allora conveniva vomitar ferro e fuoco.»

Si destavano allora, dico: la gente, in abiti estivi si dondolava su le vie presso le carrette delle pesche, delle verdure, del pollame. Prendere il bagno, vivere lungo il lido, romanamente avvolti negli accappatoi, mangiare, dormire, asolare: ecco la vita di questi giorni e di questi luoghi e non dei ricchi soltanto! Alla sera si apre il giornale e si trova con dispiacere che le cose d’Italia vanno male. Or via! signor ingegner X***, a lei che è milionario e pur lavora dodici ore il giorno e dalla terra lombarda vince con le sue macchine la concorrenza mondiale e afferma che la sua ambizione maggiore è di mandare all’estero degli operai italiani che sappiano montare una macchina come un operaio inglese; e anche a lei, signor ingegner Y***, che fa press’a poco lo stesso ed è animato dai medesimi sentimenti, mando da queste terre ridenti, cullantisi nel classico dolce far nulla, il più ossequioso dei miei saluti!

- Sai tu dove faremo la colazione noi? – disse il Pasini.

- Qui ad Ancona, – diss’io.

- No: all’Aspio: vedrai bel luogo.

E volgemmo le spalle al mare e ci internammo fra le colline, finchè giungemmo all’Aspio. Il quale è un piccolo fiume che ad un certo punto si insena in una vallicella ombrosa ove sono sorgenti di acque minerali, che dicono molto benefiche per chi soffre di visceri. Da poco, anzi, vi è sorto uno stabilimento che sa ancor della frescura della calce. Presso alle sorgenti molti placidi frati offrivano i loro calici purgativi a molte pingui monache e novellavano al rezzo. Più tardi, alla mensa comune, quei religiosi, dopo averci guardato con sospetto, finirono coll’ammansarsi con noi: tanto che l’ottimo Pasini cominciò a far loro la storia della bicicletta dai più remoti tempi sino ai nostri giorni, storia che i monaci gradirono moltissimo, anzi a tal punto che un francescano il quale avea portato dal convento una bottiglia di vino per dir la messa, il solo vino – dicea – che il suo stomaco digerisse, ordinò i calici, e la volle stappare e bere per la bella circostanza. Della qual cosa gliene seppimo grado.

Una monacella allora che avea attentamente udito, sospirò queste parole: Dopo la bicicletta, dopo il telegrafo senza fili, dopo la luce elettrica dove arriveremo mai noi?

E cercò negli occhi dei compagni una risposta a quella dimanda che all’anima sua pareva angosciosa. Un frate dell’ordine dei serviti, quegli che pareva il più autorevole e avea mangiato in proporzione, levò una mano untuosa e sentenziò: Il cervello dell’uomo, figlia mia, si assottiglierà tanto che non ne rimarrà più nulla!

La risposta parve soddisfare tutti e anche noi: i quali vedendo che nessun altro monaco avea intenzione d’imitare l’esempio del francescano, montammo in sella prendendo la via del Santuario di Loreto.

Il paesaggio delle Marche – con quelle città irrigidite lassù sovra alture che non sono più colline e monti ancora non sono – è melanconico.

Si vedono e si guardano tutte: Osimo, Castelfidardo, Loreto, Macerata, Recanati: non benevolmente si guardano e pare dicano l’una all’altra: «Tu sei più morta di me!»

Io sentivo di entrare nel dominio di un’anima melanconica, e gli occhi teneva rivolti verso ponente, al lontano colle di Recanati. Sopra appunto vi galoppavano le nubi allora; galoppavano e correvano, e per certo effetto di luce lucida e fosca, si distinguevano bene le case della patria tua, Leopardi!

Nella gente che incontravamo per salire a Loreto – e la cupola del Bramante e i turriti sproni del tempio già giganteggiavano sul capo – suonano pure e antiche voci italiche e certi scorci di fraseggiare così eleganti che que’ villani sembrano aver fatto i loro studi esclusivamente su qualche codice del trecento. Così la pronuncia nulla ha della sguaiatezza meridionale o della leziosaggine toscana o del rimbombo romano, nè della sfumata fierezza umbra: è qualcosa che non saprei definire, ma sento di definire bene dicendo: “È la lingua di Giacomo Leopardi!” Questo popolo fu il segreto testo classico su cui egli studiò. Eppure quelle parole mi facevano l’effetto di qualcosa che sornuota ad un naufragio; qualcosa che decade e non rinascerà più!

E così ogni tanto ci si presentava qualche figura di donna, che parea fusa nel bronzo, con certe linee di statue antiche. Anche nell’andare aveano qualche cosa di dignitoso e di composto come la materiale aristocrazia di una stirpe di cui l’anima è già svanita.

“Sciocchezze tutte le vostre – mi avrebbero potuto rispondere gli uomini e le cose – e stanno soltanto nel cervello di voi. Il vostro compagno non pensa a questo, e anche gli altri ciclisti hanno costume, prima, di bere un boccale all’osteria del ponte, poi fanno a chi regge più in sella per la costa. Ieri poi ci passò in carrozza una coppia di innamorati e trovarono che tutto era allegrissimo e giovanissimo. Emendatevi: il vino dell’Aspio in voi si è mutato in negri fantasmi.”

Ma io seguii questi miei fantasmi.

- Perchè lassù – accennavo Recanati – fanno tante feste? lo sapete voi? – chiesi ad una donna che mi camminava del pari.

Ella mi guardò, girò attorno due occhi ebeti, poi disse:

- Sarà per qualche santo nuovo!

- Questa è la verità, buona donna; sono proprio le feste per un santo nuovo. Anche egli ha sofferto e poi è morto affinchè questi morti potessero risorgere: lo stesso come ha fatto il nostro Signore Gesù Nazareno. La cupola del cielo è più grande di quella di Loreto e Dio ci fa stare tutti i Santi che vuole.

Così io spiegai, ed ella fe’ cenno che mi avea compreso benissimo.

Ma per consolazione della vista e del cuore su per le ripe coperte di pruni polverosi e densi, su cui la vitalba gettava i suoi festoni rigogliosi, si arrampicavano a modo di caprette alcune fanciulline bellissime, ma assai sudice. Coglievano le more da’ pruni e parte mangiavano, parte, forse imitando il costume di Loreto, infilavano e ne facevano corone.

Mi fermai e dissi ad una:

- Perchè non ti lavi la faccia?

Ella mi rivolse il caro volto imbrattato e gli occhi puri e profondi come l’ignoto che è in ogni bambino, e disse: – Pulito come uno specchio!

- Ma voi, voi – disse un’altra – sudate che gocciate come se ve la fossi lavata!

Avevo in tasca un cartoccio di mentine e cominciai a distribuirne, e allora – io non so come – sbucarono dalle siepi, dai casolari, dalla via, tanti bimbi, tutti laceri, tutti sudici, ma splendenti come teste del Lippi: e finchè ebbi delle mentine mi seguirono e i papaveri e i fioracci sterpavano e gettavano, frustando la bicicletta.

Così feci l’ingresso nella tua città, Madonnina nera, che stai nella casetta nera, ed hai tante margherite e gemme su di te che riluci anche senza le lampade d’oro!

Piovigginava all’entrare in Loreto ed erano le quattro.

Loreto, come oggi Recanati al Mare, fu una figliazione dell’antica Recanati e diventò poi indipendente e ostile alla città madre. Quindi è città relativamente moderna, anzi agli onori di città venne elevata nel secolo XVI, da non so quale Pio o Sisto; e si vede che quei papi aveano l’abitudine di far nobili le borgate: e quindi tutti gli abitatori di esse diventavano in certo modo nobili da borghigiani o rusticani che erano prima; press’a poco come oggi si fa col cavalierato e con le commende; ma a tutti apparirà chiaro che il sistema dei papi era più spicciativo e accontentava più gente.

Come ognuno sa, il 10 dicembre 1294 la Madonna ci arrivò, dentro la sua casetta, dalla Dalmazia, dove avea dimorato tre anni venendo a punto di Terrasanta; e furono gli angioli che la portarono attraverso il mare, anzi – cosa che pochi sanno – la prima sosta la fece a’ piedi del monte in un terreno che era di casa Leopardi: ma essendo nate delle contestazioni e dei litigi per il diritto di possesso della casetta, un bel giorno la Madonnina lascia la pianura e con gran meraviglia vedono che era andata a stare sul monte.

Fu allora, o giù di lì, che rivestirono di fuori la casetta cogli adorni marmi di Carrara, e poi ci elevarono sopra la cupola e attorno il tempio: un tempio grande e munito come una fortezza. Senza dubbio ciò venne fatto nell’intenzione lodevole di impedire ai barbareschi di portar via la Madonna o predarne i tesori; ma io non posso nascondere il dubbio che i Papi come i Loretani imponessero tanto materiale sopra la casetta per impedire che se ne volasse via un’altra volta; la quale supposizione non era infondata considerando le abitudini più tosto randagie di Nostra Signora. Ora è certo che se chiamasse ancora i suoi angeli, questi dovrebbero fare troppa fatica a trarla di lì, oppure un miracolo troppo grande e generoso in questi eretici tempi.

Queste considerazioni io non le ho cercate, ma mi sono venute in mente da per sé, vedendo quella Madonnina in quella casetta buia, con quella luce delle lampade lassù, su l’altare, che par le manchi l’aria e stiasi melanconica fra tante gemme e tanti incensi: Ella che era abituata a vedere così bell’azzurro ne’ suoi viaggi oltremarini!

E poi perchè ci fu una donna, la quale mi si accostò e mi disse con grande segretezza: “Vi sono più di quarantamila eretici a Loreto, non degnano niente la Madonna; non badano che a scannare li poveri forestieri. Ma, per amor di Dio, non dite niente a nessuno se no mi scannano a me!”

Io la assicurai del più completo silenzio, e tranne che trovare un po’ troppo figurate le voci di scannare, di eretici e di quarantamila, per mie esperienze ho notato che presso i Santuari la gente non è molto edificante per pietà; e la Madonnina più tosto che corone, gemme e tridui, vorrebbe, io credo, un po’ di bontà da’ suoi devoti e non essere tenuta come un valore di borsa.

Piovigginava tuttavia e l’amico Pasini mi assicurava che per la pioggia e la via erta meglio era pernottare a Loreto: buono era il vino e non cotto come costuma nelle Marche: una squisita cena apprestava l’oste, il quale con la mano sul petto mi assicurava che facevamo un pessimo affare a pernottare a Recanati, dove da un mese aspettano gente per queste feste, aspettano e non ci va nessuno.

Tuttavia io voleva giungere col vespero a Recanati e benchè piovesse, partimmo.

Ma il cielo fu benigno verso di noi perchè dopo essere alquanto andati, cessò la pioggia e l’azzurro dilagò sopra i campi e le valli.

Da Loreto a Recanati sono circa sette chilometri, e varcata la valle del Potenza, la via monta tanto che in alcuni punti le carrozze bisogna avvettarle, come dicono in Toscana; e così piano andando, sospingendo le macchine, ci imbattemmo in due villani i quali menavano i loro buoi: grevi i buoi, grevi i villani, e ci accompagnammo con loro, i soli che per la via incontrammo. Non erano di Recanati, ma di oltre: di Montefano, se non erro.

Domandarono chi eravamo noi e dove andavamo, e noi dicemmo che viaggiavamo il mondo per divertimento. Ci guardarono con occhi che significavano: “Dovete essere ben matti, se dite il vero, a faticare tanto per divertimento!” Con le parole dissero poi questo pensiero: – Noi invece viaggiamo perchè bisogna far così per empirci lo stomaco; per divertimento staremmo fermi.

Domandai poi se si erano divertiti alle feste di Recanati. – Alle feste si diverte chi ha soldi, – rispose uno di coloro, e, la risposta mi parve vera. Allora gli domandai chi era questo Leopardi a cui si facevano tante onoranze.

Mi fissò di traverso con sospetto, ma io rimasi calmo e gli feci capire che nella mia qualità di ciclista che gira il mondo, mi era permessa una certa ignoranza delle cose che avvengono in un paese perduto com’è Recanati. Allora i suoi occhi si rivolsero in dentro quasi cercando un’idea, e l’idea venne e mi parve felice più di molti savi discorsi di eruditi e di critici.

La mente del villano prese l’idea e le labbra infine l’espressero. Disse:

- Leopardi era uno della società (intendi, o almeno io così intesi, società liberale, carbonara o massonica) che una volta, quando c’era il papa qui, a Napoli un altro re, i Tedeschi in un altro sito, ha indovinato il Comando (Governo) di adesso. Andò in Parlamento, parlò e fece l’Italia. Siccome poi è avvenuto quello che pensava lui, così adesso gli fanno le feste, avete capito? Ma era, che m’intendiate, un uomo di studi, uno studiante, mica un c….

Altre cose aggiunse il villano: cioè che nella stanza del palazzo dove è nato v’è prima un pavimento d’oro, poi d’argento e poi di ferro: – a noi – disse – non ci fanno veder niente perchè siamo villani, ma se andate voi, chissà che non vi facciano vedere.

Aggiunse ancora che è morto a Napoli avvelenato dai preti: che i preti gli fecero un gran pranzo e gli dissero di pentirsi e rimangiarsi tutto quello che avea detto e che avea scritto. Ed egli rispose: quello che ho detto ho detto, quello che ho scritto ho scritto! Allora gli domandarono di che morte voleva morire. Egli disse: mettete il veleno nella minestra. Essi fecero come lui avea detto, e a pena ebbe messo in bocca il cucchiaio, si indirizzò su la sedia e cadde giù!

Allora io gli domandai se avea fatto bene lui o aveano fatto bene i preti. Egli allargò le braccia pietosamente come uomo di cui si sforza il pensiero oltre al costume, e infine disse:

- E che volete che ve dica, figliuolo? ognuno può pensare come crede, ma se tutti potessimo fare una legge secondo il nostro modo di sentire, io sapete che farei? io prenderei questi buoi e invece di portarli al padrone ce scannerei lo core tanto ho fame!

Entrammo – che il sole precipitava – per l’antica porta di Recanati: su le mura festoni di piante selvatiche; sull’arco della porta una tiara, un nome di un pontefice, un’iscrizione latina.

Per questa porta entrò un tempo Pietro Giordani, apostolo e peregrino di una fede che oggi pur muore, ad incontrare e conoscere il genio dell’Italia nascente: di qui partì in cerca di sua morte eroica per la libertà della Grecia, il conte Broglio d’Ajano abbandonando genitori, famiglia, tutto! Di qui tre volte ripartì Giacomo Leopardi per ricercare, nel suo sublime errore, uomini veri nel vasto mondo: e a Roma, come a Napoli, come a Milano, come dovunque, era il natio borgo selvaggio e la gente vile!

Dentro la stretta via, che seguita a salire, era già buio: era già buio anche perchè di qua e di là del selciato a conca, le case sono assai da presso, case grige, con certe finestrine piccole piccole. Vedemmo però ancora della gente su gli sporti col deschetto da calzolaio giacchè, come mi dissero poi, il lavoro delle scarpe è una delle industrie di Recanati. Quella tranquilla gente ci seguiva con lo sguardo con molta curiosità: poi parlavano fra di loro.

Ma da una di quelle finestrelle, fra i garofani, ecco sporse una testolina di giovanetta, nera e curiosa come capo di rondinella dal suo nido sospeso. Non so come un nome mi si presentò: Nerina! e le palpebre degli occhi miei, che sono in verità assai stanchi ma non piangono più, cominciarono a battere per il fantasma di un nome d’amore!

Ma non molto si sale, che la via spiana, gli edifici si allargano, si innalzano alti, signorili, per una via che è la principale e segue con sinuoso e lungo arco la cresta del colle su cui sorge la città. L’austerità e l’abbandono della città antica si congiungono a non so quale lindura e decoro moderno, e tutto sembra dire: “Signore, se voi veniste quassù con l’intendimento di trovare il borgo selvaggio, disingannatevi. L’ossequio al grande nostro Poeta non ci impedisce di notare un errore di passione, che d’altronde voi stesso potete riconoscere con gli occhi vostri.”

Segno notevole: non fummo perseguitati da mendicanti, non inseguiti da monelli. Questi caratteri di civile progresso più nettamente appaiono quando si giunge alla maggior piazza che porta il nome del Poeta.

Quivi sorge la magnifica torre medioevale, da cui viene il suon dell’ora, quivi il palazzo Municipale, opera grandiosa e moderna, sorta da poco su le demolizioni dell’antico, per collocare in degno luogo il monumento al Poeta.

Il quale monumento, eretto anni addietro, è opera giovanile dello scultore Ugolino Panichi. Di prima vista la statua del poeta in abito di società, ma con sopra una doppia cappa filosofica che arriva sino ai piedi e disegna la gobba, con una enorme testa ignuda, china a terra, è realisticamente suggestionante. Troppo realisticamente! Ma questa osservazione mi venne fatta il dì seguente dall’illustrissimo signor conte G. Leopardi, il quale mi raccontò come uno, appunto della famiglia Leopardi, essendosi abbattuto nel troppo realista scultore, gli chiese: “È lei quello che fa i pupi? Ma lì i ragazzi ci vedranno il bau-bau!”

A Recanati, come poi mi dissero, non poche sono le famiglie ricche, molte le famiglie agiate e di media cittadinanza, laborioso il popolo, fertili e ben coltivate le terre circostanti, così che quel riposato benessere che si vede, esiste anche nella sostanza. A tale proposito degno di ricordo è il fatto che, nel maggio del ’98, un capitano, mandato colassù per i tumulti, si occupò specialmente di studi Leopardiani, ed i soldati della sua compagnia fecero, io credo, lo stesso, considerando le somiglianze e le differenze tra le molte vezzose Silvie e Nerine del luogo.

Quest’egregia popolazione ha però avuto il torto di credere che una festa di tal genere, come il centenario leopardiano, potesse attirare delle moltitudini, e maggior torto ebbero di prolungarla per più di un mese.

Hanno imbiancato, ripulito, messo le lampadine elettriche, rifatto alberghi e stanno lì ad aspettare che venga gente, e pare ne chiedano al tragico simulacro del Poeta: “oh, com’è, gloria nostra, che non viene nessuno?” Ma egli è assorto nel contemplare la profonda terra.

- Veda, – mi diceva un signore, – per domenica ventura era assicurato un convegno di seicento ciclisti, ebbene ieri ci hanno telegrafato che non saranno che trecento e quando saranno quassù vuol scomettere che non arriveranno a cento?

Me ne dolsi, ma ci spiegammo anche la cagione per cui il nostro arrivo destò così grave commozione: evidentemente ci presero per l’avanguardia dei trecento.

- Non siete voi dei trecento? – ci chiese anzi uno. Io lo assicurai che non appartenevamo a questo numero sacro nei drappelli eroici. La risposta parve renderlo melanconico e disse: Rimanete allora sino a domenica che verranno degli altri compagni! ma ci fu forza rifiutare l’invito. La bicicletta è utilissima anche per isfuggire i convegni ciclistici.

Sostammo all’albergo Bulli. Esso è davvero splendido, amplissimo e pieno di ogni conforto moderno e vuol essere ricordato. È posto su le mura settentrionali della città e guarda da grande altezza su torrioni e su orti a gradinate da cui prende la curva la vallata del Musone, la quale si dilaga in vista immensa sino al monte d’Ancona e sino al mare.

Ma allora vi cadeva con la notte e con le ombre una quiete che parea quasi sensibile ed animata: e affacciatomi alla finestra con quel senso di ben essere e di stanchezza che invade il corpo dopo copiose abluzioni, distinsi giù nel nero della valle una striscia bianca che disse: “Io sono il fiume!” E nella mente o laggiù si delineò questo verso: E chiaro nella valle il fiume appare. E volgendo gli sguardi in su, proprio oblique e accampantisi nel cielo, mi ferirono le sette stelle che dissero alla loro volta: “Noi siamo le vaghe stelle dell’Orsa!

Io non so qual immobile frigidezza mi invase l’anima, e sarei rimasto lì assai tempo se l’ottimo Pasini non fosse venuto premurosamente ad avvertirmi egli stesso che gli spaghetti col pomidoro erano in tavola.

La mattina alle sei il cameriere aprendomi la finestra e recandomi il vassoio del caffè, mi assicurò che per recarmi al palazzo Leopardi che è posto all’altra punta del paese e però assai distante, avrei fatto bene a seguire la via di circonvallazione sotto le mura e così avrei visitato anche i luoghi più cari al poeta e dove si inspirò pe’ suoi idilli. Io mi congratulai con lui di tanta erudizione e seguii il suo consiglio.

I miei spiriti erano diventati allegri e vigili come la fresca e pura mattinata.

Mi veniva per la via una gran tentazione di domandare alle ragazze: “Per piacere, lei conosce la Silvia?” e a qualche artigiano sull’uscio che levava su di me gli occhi tranquilli: “Scusi, lei è quello che s’affretta a fornir l’opra?”; e quando uscii dalla città e scesi giù nella viottola, imbattendomi in un grosso, canuto, arcigno prete: “Vero che lei è del natio borgo selvaggio?” Ma nulla dissi di simile, ma guardavo in faccia la gente serena e mi veniva da ridere. Per la lunga viottola suburbana nessuno incontrai, altro che un giovine imberbe vestito con pulita semplicità che mi veniva dietro. Io ogni tanto gettavo l’occhio su la gran valle vestita dal sole il quale avea sorpassato il monte che m’era a ridosso, e dall’altro lato guardavo le mura sovrastanti, grige, tetre, ma con giardini pensili di molta verdura, e ombrelli fioriti di oleandri, gaudenti all’ombria. Io guardavo attorno e lui guardava me.

- Scusi, – diss’io, – il palazzo Leopardi?

Parea come aspettarsi questa mia domanda, perchè mi si accostò e disse cortesemente:

- Vedete là in fondo? S’entra per una stradicciuola che è presso quella che faceva il poeta quando veniva da casa sua al monte Tabor, che adesso lo chiamano il colle dell’Infinito, perchè dovete sapere che le sue poesie le faceva qui. E quello lassù lo vedete?

- Cosa?

- Quella punta, – e indicava una cima sopra gli edifici della città, che si inebriava davvero nel sole. – Quello è il campanile di Sant’Agostino, là ci stava il passero solitario…. e ce ne sono tanti ancora. Poi vedrà la casa di Nerina….

Anche questa volta rimasi compreso da tanta erudizione e gli chiesi: – Ma ella è per lo meno studente?

- No, – mi rispose: – imparo a fare il fattore; – e di fatti quel valente giovane mi disse tante belle cose sul commercio delle scarpe, su le principali famiglie di Recanati, sul raccolto dell’annata: – Voi con cinque lire vi portate via un paio di scarpe buone.

Così conversando venimmo al Monte Tabor: esso non altro è che un piccolo sperone del monte con su un melanconico edificio che è il convento delle monacelle di San Stefano.

Dalla parte della città v’è l’ospedale e l’ospizio dei vecchi: alcuni vecchi lenti e curvi in un bel recinto a giardino coltivavano in quel mattino i loro floridi oleandri.

- Vedete come si divertono? – disse la mia guida. – Qui c’è aria buona e quei vecchierelli tornano ancora a campare tanto!

Sotto il monte Tabor sono disposti, come a publico ritrovo, sedili e ombrose piante di acacia. V’erano lì soli a mattinare tre abatini con le loro sottane orlate di rosso e la fascia intorno la vita. Di che parlassero io non so, ma certo non di cose melanconiche, perchè quando sentirono i nostri passi, volsero verso di noi tre bei visi contenti.

La mia guida mi disse: – Guardate lì, – e mi indicò una targa di legno di fresco inverniciata, dove era scritto:

Io solitario in questa

Rimota parte alla campagna uscendo,

Ogni diletto e gioco

Indugio in altro tempo: e intanto il guardo

Steso nell’aria aprica

Mi fere il Sol che tra lontani monti,

Dopo il giorno sereno,

Cadendo si dilegua, e par che dica

Che la beata gioventù vien meno.

- E il sole tramonta proprio là, dietro quei monti, – aggiunse quando capì che io avea già finito di leggere, e accennava la cerchia opposta della valle.

- E la torre di Sant’Agostino, – disse una voce insinuante dietro di noi, – gliel’avete mostrata a questo signore?

Era un dei tre abatini che timidamente si era levato e veniva verso noi. La guida alla quale era rivolta la domanda, fece cenno di sì.

- Lassù – volle pur dire ad ogni modo il loquace chierico, sollevandosi e stendendo il braccio – ci stava il passero solitario, guardi la iscrizione! – e mi indicò un’altra targa dove erano i versi che egli lesse con quel melanconico accento recanatese:

D’in su la vetta della torre antica,

Passero solitario, alla campagna

Cantando vai finchè non muore il giorno;

Ed erra l’armonia per questa valle.

- Lui, veda, – proseguì ancora, poi che s’accorse che la sua parola non riusciva sgradita, – veniva qui per una viottola che adesso non c’è più e si sedeva qui e qui faceva le sue poesie: questo era il suo luogo preferito, tant’è vero, guardi! – e mi indicò una lapide, ma questa non era dell’occasione, ma grande e di marmo che spiccava sul muro del Monastero, e in lettere grandi portava il verso:

Sempre caro mi fu quest’ermo colle.

- Adesso poi vedrà la casetta dove abitava Maria Belardinelli, che morì di mal sottile nel ’27, salvo errore, e che lui nelle Ricordanze chiama Nerina. Dall’appartamento delle brecce dove stavano i fratelli Carlo, Giacomo e Luigi, si vede la finestrella della casa della povera Maria: veniva qualche volta in casa Leopardi con la sua sorella Nazarena ad aiutare per il bucato o per altre faccende. Se visitate la chiesa di Santa Maria di Varano, dove sono sepolti i genitori e i fratelli di lui, troverete anche la sepoltura di quella povera figliuola. E lui è così lontano, anche morto!

- Deve essere una gran cosa l’amore! – chies’io allora simulando di udire queste notizie per la prima volta.

- Eh!… – fece l’abatino sorridendo, come a dire che egli non se ne intendeva. Ma uno dei due abati che erano rimasti seduti e ascoltavano le nostre parole, disse con voce quasi severa:

- Non era, signore, che vi pensiate, un amore come tutti gli altri!

Io non risposi, e in verità di celiare e di parlare anche, non mi sentivo più la voglia. Avea un commovimento di dentro come se intorno a quel colle ci fosse stata sospesa qualche cosa dell’anima e della infinita passione del Poeta e io l’avessi respirata con l’aria.

Mi sedetti: l’abatino piano ritornò fra i suoi e il giovane fattore si sdraiò per terra rispettando il mio silenzio come avea rispettato l’abito talare e la dottrina dell’abatino.

Di sotto si stendevano gli spazi interminati, e quel verso:

Ed erra l’armonia per questa valle

riempiva tutto quell’infinito e vibrava per la profonda quiete la quale parea sentire la magìa di quel verbo presente come un suono che non tanto è nelle parole, quanto nelle cose.

Ma a quella passione che già mi aveva preso e mi trascinava come dicesse: “Vieni, e anche tu odi la voce dei sovrumani silenzi e piangi!” riluttava con paura l’anima mia; però mi staccai da quell’abbraccio di fantasmi e volli filosofare e filosofai alcune cose.

Primieramente pensai: pigliate uno studioso, bendatelo e conducetelo qui, e poi scopritegli questa valle e domandategli: che paesaggio è questo? Egli risponderà: questo è il paesaggio del Leopardi.

Secondariamente: Ecco trovato il segreto della poesia del Leopardi: è una poesia autoctona: senza tradizioni, senza scuole: sorta qui: formata di una natura antica e di un’anima nuova.

Quel senso della misura nell’arte, che non si acquista se non troppo tardi, cioè quando la giovanezza va morendo, il Leopardi invece l’ebbe a sua insaputa per mezzo di que’ suoi meravigliosi studi, e questi furono i fili conduttori diretti fra questa natura e quell’anima.

E ancora: chi più del Leopardi sentì il fascino e l’armonia della vita? Eppure è così: chi rende quest’armonia con quei sensibili mezzi che si dicono arte, non gode la vita; e chi la gode non la può rendere.

Poi rammentai le parole del villano della vigilia, pensai a questa nostra cara e antica patria e venni infine considerando queste ultime cose:

Le altre nazioni hanno i secoli per loro vita, noi abbiamo l’eternità. Esse possiedono in estensione fino le steppe, gli oceani e i deserti: ma noi possediamo in profondità, giù dove Iddio ha posto i suoi semi più preziosi e segreti, e ogni tanto gemono dalla terra e sorgono su fra questa plebe morta questi fatali giganti a stupefazione del mondo.

Questo bisogna dire, questo bisogna predicare. Quando questa terra d’Italia pare morta, essa invece medita la nuova progenie sua immortale. Quanta magnificenza dell’uomo o di Dio, che è tutt’uno! Come le altre passioni davanti a questa eternità di benèfica forza cedono, nel modo che i monti minori si appianano quando si sale sul monte più alto!

Ma i conforti della metafisica e della filosofia, ohimè, sono ben di sovente effimeri e migliore espediente mi parve togliermi dalla suggestione di quel luogo.

- Andiamo? – dissi al giovane.

Salutammo gli abati; e dopo poco ci si scoprì l’altra valle che è quella del Potenza e guarda a mezzodì ed è grande come quella del Musone.

Disse il giovane: – Vedete come si distingue bene il Potenza? Proprio così: quando dopo il temporale si schiarisce il cielo e le nebbie si alzano, la prima cosa che si vede dal fondo è appunto il fiume.

- Adesso – veniva sempre dicendo con la sua voce piana e calma – montiamo per la via di Montemorello e ci troviamo subito di faccia al palazzo. Per questa via (una via deserta fiancheggiata da casupole con la scala all’esterno come in quasi tutte le case campestri della Marca) il poeta veniva fuori di raro per non farsi vedere, perchè je davano del gobbo e a lui je dispiaceva. Ci veniva più spesso d’inverno, perchè qui ce batte il sole anche l’inverno e a lui perchè era ammalato, je piaceva il sole. Lo chiamavano, se non sapete, il gobbetto di Montemorello, perchè questa qui è la parrocchia di Montemorello, anzi c’era un vecchio che si ricordava che quand’era ragazzino, lui je dava in segreto un baiocco perchè lui e gli altri ragazzacci non le gridassino dietro: “il gobbo di Montemorello!” ed eccoci arrivati: Vedete lì? quello è il palazzo Leopardi, bello, eh? Dovete poi veder dentro! È come una reggia. Ci ha dormito anche il re1; e questa è la piazzuola dove ha fatto la poesia del sabato del villaggio che dice che vengono li ragazzi a far chiasso. Adesso, perchè è presto, non c’è nissuno, ma la sera vi sono ancora tanti ragazzini. E quella casetta lì poi è dove teneva il telaio la Silvia; ma il vero suo nome era Teresa, ed era la figlia del cocchiere: la madre e un’altra figlia seguitarono per molti anni a tenere il telaio in questa casa, perchè anche lei è morta presto come quell’altra. Ebbene, lui veniva su quel balcone, lassù, e la sentiva cantare o la stava a vedere a ballare il salterello. C’è anche la lapide nella casa.

Io seguii il braccio della mia guida loquace, fissai e non lessi i noti versi scritti su di una targa di legno di fresco verniciata, la quale era infissa in quel muro antico e scalcinato:

Io gli studi leggiadri

Talor lasciando e le sudate carte,

Ove il tempo mio primo

E di me si spendea la miglior parte,

D’in su i veroni del paterno ostello

Porgea gli orecchi al suon della tua voce,

Ed alla man veloce

Che percorrea la faticosa tela.

Non lessi e chinai giù il capo. Ora io non descriverò come i fantasmi di una passione, la quale già fu, possano insorgere e circondare, simili a guerrieri armati: ma soltanto dirò che numerose imagini movevano da quella targa, da quella casetta, da quel palagio e mi opprimevano di uno spasimo che le parole son corte ad esprimere.

- Adesso è tanto che è morta! – disse il giovane con timidezza, quasi per confortarmi, e parea rimorso di aver ricordato cose che mi aveano dato dolore. Ma io allora mi sciolsi in fretta da lui, che rimase assai meravigliato, e in fretta entrai nella chiesa di Montemorello che è lì di fianco: mi venne giù una gran quantità di lagrime. Mi inginocchiai e mi sentii il bisogno di pregare non so chi nè perchè. In quell’ora mattutina la chiesetta era deserta. Ai lati del presbitero due banchi portavano la scritta Gentis Leopardæ. Gli occhi dell’anima mia vedevano il giovane poeta esangue, in compagnia della sua austera famiglia, immobile, col bavero del ferraiuolo alla bocca. Si levava l’ostia consacrata fra gli incensi. Tutti si chinavano. Egli pensava invece ad Arimane potente! Ed anche per questo pensiero seguitai a lagrimare. Ora a mente calma le trascrivo queste cose e senza vergogna, benchè sappia che se queste parole dovessero cadere sotto gli occhi di alcuna persona savia alla maniera moderna ne avrei mala ingiuria di anima guasta e offesa.

Quelli che studiano ed amano il Leopardi e hanno letto di lui, della sua famiglia e della sua giovinezza tante cose, faranno bene, se queste cose vogliono fissare in modo conforme al vero, di venire a Recanati e visitare specialmente il palazzo.

D’altronde la cortesia e la mente dell’illustrissimo signor conte G. Leopardi – capo attuale della famiglia e nipote al poeta, come nato da Pier Francesco, il minore dei quattro figli superstiti di Monaldo e di Adelaide Antici – è tanta e così compiuta che solo facendone esperimento si può conoscere per intero. Io altro non ne dirò, nè dirò quale è la magnificenza del palazzo, in cui non saprei se sia maggiore il fasto dell’antica casa comitale Leoparda o il moderno e raffinato agio. Anche di quella famosa biblioteca, raccolta, come è noto, dal conte Monaldo e in cui si plasmò la mente dell’angelico suo figliuolo, non è con poche parole possibile dare un’idea. D’altronde moltissimi ne hanno scritto e specialmente nell’occasione del centenario. In quell’anno, poi, venne publicata in Recanati una guida2, con molte e belle figure, che è specialmente una dichiarazione, semplice e oggettiva, di casa Leopardi. Autore ne è il signor Vincenzo Spezioli di Recanati, che appunto conobbi in casa Leopardi. Libro all’uopo migliore di questo io non saprei indicare.

II.

In sella! – Tolentino e le memorie dei garruli vecchi. – Napoleo Bonapartus e le foglie secche. – E ancora fantasmi! – Un fantasma vero. – A Foligno. Per Santa Maria degli Angeli. – Perchè l’anima non muoia. – La bella ostessa d’Assisi. – Un rimedio contro i ciceroni. – Il Pelosino salvatore. – Per monti aspri e selvaggi. – La città morta. – Alla Scheggia: aspro nome, gente gentile! – Sul Catria. – L’eremo di Fonte Avellana. – Gli spilli di Dorina.

- Amico, il tuo metodo è eccellente per romperti il collo: ringrazia il freno che è buono e non hai incontrato birocci.

Così mi disse l’incomparabile ingegner Pasini quando mi potè raggiungere nel piano dopo che io ebbi rotolato per i quattro o cinque chilometri per cui, a giravolte, da Recanati si raggiunge il piano del Potenza.

(Eravamo partiti da Recanati il dì seguente dopo colazione.)

Ma la via, che, raggiunto il fiume, diventa un falsopiano ascendente col fiume, la polvere alta una spanna, un sole – erano le due – feroce, un venticello contrario, dalla montagna, frenarono i miei entusiasmi ciclistici più che non le parole dell’autorevole compagno.

Anzi le cose giunsero al punto che il Pasini osservò che se progredivo di quel passo, avrei finito col fermarmi.

- Io vado piano – gli dissi – perchè osservo attentamente, e prego pur te di osservare come tutte le case campestri hanno la scala che sporge all’infuori: tu capisci che se non si ha in mente questa forma di costruzioni speciali, i versi del Leopardi

Siede con le vicine

Su la scala a filar la vecchierella,

Incontro là dove si perde il giorno

riescono strani ad intendersi; e poi cerco anche di scoprire la villa di San Leopardo dove il poeta compose il famoso «Elogio degli uccelli» e la poesia intitolata «La vita solitaria», che dice:

Talor m’assido in solitaria parte,

Sovra un rialto, al margine d’un lago

Di taciturne piante incoronato.

- Mo’ va bein là, cinein! – sclamò con dileggio il Pasini, il quale (mi ero scordato di avvertirlo) è bolognese, e, come tale, reca attraverso lo spazio ed il tempo il carattere faceto che è proprio di quella illustre e geniale città, insieme al suono giocoso del dialetto natìo, – se tu cerchi un lago da queste parti, perdi il tuo tempo.

- Sarà stato un lago artificiale….

- Se è così, farai bene a venirlo a cercare di gennaio: con questo sole il lago è asciugato: rimangono a pena le pozze per lavare; e poi farai bene a montare un asinello invece della bicicletta. E infine capirai che un poeta non ci mette tanto a battezzare una pozza col nome di un lago.

Le ragionevoli osservazioni del compagno mi fecero accelerare il moto del pedale e così andammo per lungo tempo finchè si giunse ai piedi del colle, o poggio che è più esatto, che conduce a Macerata, l’emula e rivale di Recanati.

Precipitava per la via di traverso un altro ciclista, assai adolescente come vedemmo quando ci sopravanzò di volata. Ma anche lui quando sentì la salita, dovette scendere e si accompagnò con noi. Era partito, povero figliuolo, da Iesi con un gran colletto, cravattone e polsini: ma di tutti questi attrezzi avea dovuto liberarsi nel viaggio, e il suo abito nero era sino a mezza vita diventato candido, come se si fosse immerso in un vaso di polvere di cipria. Di questo era preoccupato. Evidentemente si recava a Macerata non per istudiare o per inseguire dei fantasmi.

Il monte su cui sorge Macerata divide la valle del Potenza da quella del Chienti e noi, lasciata a manca la città, in quella valle scendemmo per una via bellissima, larga e tutta indorata dal tramonto. Delizioso era l’andare veloce fra le verdi piante, i campi fragranti di messi, lungo il placido fiume! Il paesaggio si svolgeva solenne e nuovo davanti alle ruote e un senso di freschezza ci penetrava nel cuore. Quel dì (sopravveniva il vespero) ci fermammo a pernottare a Tolentino.

La valle fonda entro cui scorre il fiume, era già piena d’ombre e il grazioso passeggio e il giardino ombrato che precedono la città di Tolentino ci invitarono a fermarci lì.

Alcuni placidi e garruli uomini, di compiuta età, sedevano sul muricciolo e ci accolsero cortesemente come si accoglie nunzio che veloce viene in luogo romito da terra lontana. Parlavano gaiamente di cose passate e ricostruivano al vivo la presa di Ancona, la venuta di Fanti e Cialdini: Lamoricière, Pimodan: che era una ricostruzione della loro vita.

- La battaglia di Castelfidardo avrebbe dovuto succedere qui, ma noi si era stanchi e Cialdini non ci potè più tirare avanti. E sapete dove dovea succedere? Proprio qui vicino al castello dell’Arancia: non l’avete visto, a cinque miglia di qui, quel castello? – così diceva l’uno e l’altro di quei vecchi.

- Quel castello grande in quel prato, vicino al Chienti?

- Sì, quello!

- E sapete, è vero, – disse uno, – che lì ci fu del 1815 per tre giorni la battaglia tra il povero Murat e i Napoletani contro gli Austriaci? I soldati dicevano: «Capita’, mo’ fuggimmo!» E i capitani rispondevano: «Aggio ancora a dar l’ordine.»

- E quest’altra la sapete? Dal ’15 sino al ’60 ogni giorno quand’erano le quattro, che fu l’ora che Murat si dovette dar per vinto, a Tolentino sonavano le campane a festa, e ogni anno, l’1, il 2 e il 3 maggio, esponevano il Santissimo.

- E le stanze dove alloggiò Napoleone del 1798 quando concluse il trattato con Pio VI le andrete a vedere?

- Oh, peccato che il conte Bezzi che è il padrone del palazzo, sia andato con la famiglia a Sant’Elpidio al Mare.

- E non c’è il figliolo?

- E non l’avete visto che è andato via stamattina in bicicletta?

Così dicevano a gara i placidi vecchi, e quando se ne andarono l’un dopo l’altro in fila sui loro bastoncelli, mi promisero che se avessero incontrato il figlio del conte Bezzi di ritorno da Sant’Elpidio, me lo avrebbero mandato all’albergo e avrei così visitato le stanze di Buonaparte.

Brillarono le lampadine della luce elettrica e si accesero improvvise e allegre. Quelle lampadine parevano dire: «noi, è vero, siamo qui fra questi monti; ma selvagge e montane non siamo; noi siamo cugine germane di quelle di Milano, di Parigi; siamo sentinelle avanzate della civiltà qui nella solitudine. Il fiume Chienti che scorre lì sotto è quello che ci ha generate.»

L’albergatore della Corona, l’unico alloggio di Tolentino, ci sfilò un pranzo degno, almeno pel nome, di una capitale: antipasto, vitello tonnato, spaghetti, tacchino farcito, e vino – disse – a cui bisogna levarsi tanto di cappello.

Il vino, ambrato e servito in certe ampolle aristocratiche, era da vero squisito e stavamo facendone altri esperimenti, quando l’oste ci introdusse un giovanotto in costume di ciclista.

- Il figlio del signor conte Bezzi, – disse presentando, – e se vogliono visitare le stanze di Napoleone, son qui a due passi.

L’amico Pasini anche qui ricusò l’invito come già per il palazzo Leopardi.

- Io sto al tuo detto: finisco il vino e poi vado a dormire: domattina poi mi racconterai tutto quello che hai veduto.

La casa ha questa iscrizione: Napoleo Bonapartus a. d. xi K. Mart. mdccxcviii cum exercitu Gallorum Tolentinum ingressus quatriduum hisce in aedibus moratus. legatos pontificis cuius legationis card. Mattheius princeps fuit. cum pace dimisit.

Li rimandò con una bella pace da vero che gli portò via tutte le Provincie e gli oggetti d’arte per giunta! Quante graziose cose si possono non dire adoperando il latino!

Le tre stanze dove il giovane generale dimorò, sono intatte: egli, se fosse in sua scelta, ci potrebbe ritornare ancora.

Una è in damasco giallo con belle suppellettili e mobili in istile del secolo, quella da letto in damasco rosso con gran letto e enorme baldacchino; ma il letto, secondo l’uso d’allora, è formato da un pagliericcio di foglie di granoturco, sostenuto sui trespoli. In verità non c’era da invidiare il sonno del futuro imperatore.

E mentre io ammiravo e lodavo la signorilità di quelle stanze, così diverse dalle nostre che hanno pur sempre qualcosa della bottega da mobiliere: – Veda, – mi dicea il giovane, – di queste stanze messe così all’antica, con quadri, cassoni da nozze, stoffe, eccetera, qui a Tolentino ce n’erano tante. Adesso non sono rimaste che queste qui per memoria. È stato venduto tutto. Anche noi adesso si vorrebbe vendere: ma capirà, possiamo dare per una bagattella i mobili di Napoleone? E dire che Napoleone III ci offriva una somma! e i miei non hanno voluto vendere! Piglialo adesso! – E quell’egregio giovane si morse l’indice per dispetto. Egli avrebbe venduto non solo i mobili, ma la lapide e il palazzo. Aggiunse per mutar discorso: – Ah, guardi la lettera del generale Berthier!

Curiosa lettera! In essa il generale Berthier con grazia tutta francese e republicana, in nome non so se del Direttorio o della Francia o dell’umanità riconosce l’ospitalità data al Bonaparte: mi pare anche che ringrazi, ma certamente ordina (bontà sua!) che la proprietà e la persona del conte siano d’ora innanzi rispettate!

- Scusi, – mi interruppe il giovane, – vuole un po’ delle foglie di formentone dove ha dormito Bonaparte? Tutti quelli che vengono qui ne portano via un pizzico per memoria. Gli Inglesi e gli Americani ne portano via dei pacchetti addirittura, e li faccio pagare, sa? Ma a lei gliele do per niente.

Ringraziai, pensando che di pesi su la bicicletta ne aveva anche troppi.

- Ma allora, – obbiettai, – se ciò dura da un mezzo secolo e più come fa il pagliericcio ad essere così bel gonfio?

Il giovanotto sorrise alla mia ingenua domanda.

- Ogni anno – rispose – si rimettono le foglie nuove, così vengono battezzate con le altre e diventano antiche anche loro.

Tolentino è anche la patria di San Nicolò e del Filelfo, due brave persone che non avrebbero turbato certo i miei sonni. Chi li turbò fu il Pasini. Fresco come una rosa, alle tre in punto bussò e mi avvisò che erano le quattro. Ricordo poco del viaggio: una via ascendente fra i picchi dei monti; valli opache; di quando in quando ombre di villani addormentati, che per ismuoverli dal mezzo bisognava coi campanelli destar tutti gli uccellacci dei boschi; e un gran salire, salire sempre per rimontar la valle del Chienti.

- Fatti coraggio, – diceva il Pasini che precedeva zufolando, – adesso la strada è grigia e non si vede che monta!

Quando fui ben desto, avevamo lasciato i luoghi culti: sorgeva il sole e la via lungo il Chienti si addentrava, slabbrata, ingombra di schegge cadute dall’alto, nel regno delle ginestre melanconiche e delle quercie dai grandi tronchi, le quali con le verdi chiome stese a forma d’ombrello ricoprono giù le acque verdastre mormoranti nel mattino.

Per le strade dei rari borghi che attraversavamo, mi colpì spesso il nome di «Via Giacomo Leopardi», ed io mi arrestavo vinto dal fascino di quel nome che spandeva una effusione di gloria: «Sì, – pensavo, – meglio è che tu viva qui, fra le ginestre, i monti selvaggi, gli armenti, le acque che fra gli uomini della civiltà superba e crudele!» Ma Pasini mi sospingeva innanzi senza alcuna pietà per i miei sogni.

Il paese di Serravalle è l’ultimo delle Marche; dopo la via prende di petto il monte, s’entra nell’Umbria e non c’è Pasini che tenga, ma bisogna scendere di sella. Il sole sferzava la via: ma come dopo un’ora di ascesa in alto giungemmo – o dolce vista! – ci si aprì un piano, o meglio un altipiano, l’altipiano di Colfiorito, tutto cinto di monti minori.

Lago dovea essere un tempo, e di fatto anche ora rimane un terreno paludoso, che poi costeggiammo, ricoperto di grandi e livide foglie acquatiche. Pel vasto, selvaggio pianoro, biche di frumento, mandre di buoi e cavalli che di Maremma qui vengono a passar l’estate, per ritornare poi alla pastura di Maremma l’inverno. I pastori sono barbuti e ravvolti di pelli caprine ed hanno con sè grandi e fieri cani.

Il vento che ci sferzava di dietro, fece sì che i sei chilometri del pianoro li volassimo senza toccar pedale per la via che vi serpeggia come un nastro sottile.

Avanti! avanti!

Dacci di sprone, allenta la briglia,

Che in un momento farai cento miglia!

ci cantò dietro uno di que’ pastori.

Ecco finisce il piano: e per giungere alla casa cantoniera che segna la cima dell’Alpe bisogna ancora salire.

Io per me scesi di sella, ed ecco per la bianca via veniva giù una figura nera. Era una donna scarna, scalza, col capo grigio, scoperto, vestita di nero: al collo, al fianco le pendevano medaglie, scapolari, corone così che ad ogni passo ella suonava tutta.

La strana apparizione adocchiò proprio me: mi ordinò con certi cenni di fermarmi. Io mi fermai e la pazza allora parlò. I pastori che videro, scesero un dopo l’altro anch’essi dai greppi e si accostarono per udire, senza aprir bocca nè sorridere. Alcuni si stesero col ventre a terra e uno si teneva su col palmo della mano una gran barba lanosa. I cani aveano mutato posto anch’essi.

Ella parlò credo per più di una mezz’ora gridando e gestendo e il vento veniva e portava via quelle ardenti ed ebre parole. Ed io pure l’ascoltai e il perchè non so: forse perchè la pazzia ha certa similitudine con la completa e ideale saviezza, e forse ancora perchè il ritornare allo stato primitivo e selvaggio della ragione si ridesta talvolta in noi come un istinto.

Oh l’immensa e immane ascesa dei secoli per giungere alla civiltà, come noi la chiamiamo! Ma come l’orso ammaestrato balla e cammina sui pie’ deretani e appena può si butta giù prono e grugnisce, così anche noi sentiamo talvolta la voluttà del ritorno alla vita antica e libera di umane belve. Questo talvolta io almeno sento, e ciò forse mi rende stranio e timido alla vita progressiva e civile.

Era del Cadore quella fanatica, e a piedi era andata a Roma dal Papa per fare un’ubbidienza che avea avuto dal Crocifisso. Ma a Roma non avea avuto udienza. Ora da Roma andava a Loreto alla santa casa della Madonna che certo la avrebbe ascoltata. Gran cose avea da compiere! Il Crocefisso le avea insegnato a leggere l’Apocalisse. Doveva redimere il mondo. Ripeteva di continuo: «Capiscelo, fratello, el nostro Signor el ga dito: carità, dolcezza, amore! Ma el demonio vedendo che li omeni dorme, e lu no dorme, el ga fatto un’altra dottrina: l’una l’è la stretta de man, che passa sora i sette peccati, l’altra l’è la vanità, l’altra l’è la lussuria. Cadrà el sol e la terra, ma senza el biglietto dei diexe comandamenti no se va in paradiso. No lo sentio voialtri el soffio del Signor? Se ‘l vol, pol buttar giù questi monti come mi butto via col piè questa polvere!» Altre cose disse e mi insegnò per far miracoli, se voglio andare in paradiso, dei segni magici con un fazzoletto e mi comandò di andare da tutti i preti e da tutti i vescovi a dire che si sveglino, perchè oramai è giunto il tempo e il demonio ha compiuto la sua conquista.

I pastori la udivano, come dissi, sdraiati e immobili come i loro cani, ed io durai gran fatica a liberarmi da colei; ma già io avea raggiunto il monte quando udii certe sue grida disperate che mi chiamavano. Era lei che di corsa risaliva il monte alzando le braccia. Quando mi fu presso, mise la mano in tasca e levò una medaglia che mi volle donare per memoria.

Ed è probabile che la medaglia magica mi abbia impedito di rompermi il collo giù per le precipitose giravolte per cui dall’Alpe si scende a Foligno. Per dieci miglia non un’anima sotto il sole: solo il profumo ebro delle ginestre.

Ad un certo punto, dove il monte faceva ombra, scorsi Pasini seduto pacificamente presso la sua bicicletta.

- Credevo che ti fossi fermato lassù, – disse. – Guarda quella valle: di’ se non è la Svizzera, senza la neve e col nostro bel sole! e quella cascata tra il verde?

Ad un’ora dopo mezzodì ci trovavamo finalmente a Foligno in una fresca e grande stanza d’albergo dove molti eleganti ufficiali, pacatamente, signorilmente desinavano fra belle signore.

Freschezza e lindura molta era nella stanza, ma io per mio conto era come ubriaco dal viaggio e avea ancora davanti agli occhi gli aspri monti, la pazza che scalza va a Loreto, i pastori cogli armenti e il barbaglio del sole. Mi ricordo solo che lì all’albergo, un colonnello a capo tavola faceva un gran parlare, ma di tutto il discorso mi rimase in mente questo che sosteneva che dominus al genitivo fa domini: e quando riprendemmo verso le cinque pomeridiane il viaggio, ricordo per le vie della città uno spazzino che ridendo, con le gambe larghe, scagliava un getto d’acqua sul selciato, ma così forte che parea una fiumana. I monelli vi andavano sotto saltando, le vetture vi passavano pian pianino e così facevano la pulizia delle ruote. Io chiesi a quel degno funzionario quanto si pagava per non essere spruzzato, e lo assicurai eziandio che la doccia l’avea fatta poco prima all’albergo. Egli mi assicurò che potevo passar oltre senza pagar pedaggio; ma non fu di questo parere un vecchio mendicante, alto, gagliardo e tanto sudicio che tutto il getto di poc’anzi non l’avrebbe purificato. Il mio buon Pasini cercava con persuasioni e belle parole bolognesi di toglierselo dai panni, ma tutto era inutile: allora si rivolse a me, e io zitto, come non l’avessi veduto; ma quando mi posò la mano su la spalla, mi voltai di botto e con accento croatescamente imperioso e forte, dissi:

- Was wollen sie?

Tale rimedio, già esperimentato favorevolmente contro i monelli, ottenne anche questa volta il suo effetto: l’uomo prima mi guardò attonito, poi come fosse stato colpito da quelle tre parole, mi voltò le spalle e alzando le braccia, e chiamando a testimonio i vicini, si allontanò ripetendo fra le lagrime e il cruccio:

- L’è rrabbiato! rrabbiato!

Così ebbimo libero il passaggio, ed uscimmo da porta Firenze per una via larga e bella che passa per il piano della valle del Topino, confluente del Tevere e ricordato da Dante nel canto di san Francesco.

A Spello, che foscheggiava turrito a man destra e dove sono affreschi e tavole del Pinturicchio, avrei ben voluto fermarmi, ma in quell’ora una sosta spostava tutto l’itinerario, e poi perchè non dirlo? nel mio amico Pasini avrei trovato un’opposizione difficile a vincere. Egli prima di partire fissa il viaggio, le vie, le scorciatoie, gli alberghi, le ore con una precisione degna di un capo d’esercito. Una volta fissato, non ammette variazioni.

Io avrei potuto dirgli: «Ma prima di partire non sapevo che a Spello c’erano dipinti del Pinturicchio.»

Egli mi avrebbe risposto: «Dovevi informarti prima e avrei disposto una tappa a Spello per il tuo Pinturicchio.»

Dunque avanti e addio Pinturicchio.

La bella via ondeggia fra cipressi che molti e densi sorgevano nella calda luce del tramonto umbro. Non molto andammo che vedemmo grande e sola nella valle elevarsi la cupola del Vignola che tanto d’aere abbraccia e copre il gran tempio di Santa Maria degli Angeli.

Questa cupola è così solitaria e ben costrutta che si scorge lontana da tutti i lati, ma di arrivarvi è un altro affare, tanto che le stelle già si principiavano ad accendere quando sostammo presso la lunga fontana di marmo che sgorga con murmure di preghiera dal fianco del tempio.

Sei forse tu l’acqua utile et humele et preziosa et casta del divino canto francescano alle cose create?

Il tempio era ancora aperto e potei entrare per vedere la Porziuncola, che è, come tutti sanno, il piccolo romitorio di san Francesco, sul quale venne poi elevato il tempio: cioè come a Loreto.

Anche la casetta della Porziuncola, fatta di pietre da taglio annerite e forti, ma tutta scintillante di preziose e divote cose, con sei lampade scendenti dalle catene d’oro sino a terra, era aperta.

Non v’era alcuno nel sacello meraviglioso, ma poi bene osservando vidi qualche cosa, ed era una donna che divotamente pregava e così si stringeva con le braccia al seno e così pietosamente che sussultava tutta.

Io non so di che ella pregasse il nostro soave e buon santo Francesco, ma certo non per la salvezza del suo corpo perchè questo era in lei così distrutto e gramo che faceva pietà. Ma certamente pregava affinchè le tenebre non vincessero, affinchè non si morisse, affinchè non si spegnesse l’anima, affinchè non scendesse in quelle tenebre l’anima, affinchè dalle carni già dissolute l’anima sopravvivesse, salisse. Giacchè per nessuna altra cosa, di quelle che si incontrano per la mondana via, non si può pregar tanto Iddio!

Ella, come tanta parte della umanità credente, si rivolgeva a san Francesco, come ad avvocato e patrono presso Iddio. Certo nessuno più di lui fu vicino a Cristo che è una parte della Trinità, benchè egli non abbia avuto la mortale melanconia di Cristo; ma ebbe anzi io non so quale ingenua lietezza italica, fu cavaliero e poeta, e in questo differisce la sua imitazione; e certo nol seppe. Ciò non toglie però che egli sia sempre ottimo patrono presso Dio. Ma perchè ciò sia, bisogna credere che il figlio di Pietro Bernardone sia presso Dio.

Dunque tu che per questa valle ragionando con frate Leone per il verno a Santa Maria degli Angeli venivi; tu che domasti col segno d’amore il lupo d’Agubbio e chiamavi sorelle le tortore e fratello il Sole; tu che dalle grotte del Subasio, dalla selvaggia Avernia radunavi intorno a te le rondini dell’aria e i fiori della terra; tu vivace e innamorata e laboriosa anima oggi sei alla destra di Dio, e sei arbitro della vita e della morte?

Io non lo so perchè è inverosimile. So che il tuo corpo, qui in questa terra spento, dato nudo alla terra, qui riposa sul monte, alla estremità: di fronte alla tomba di santa Clara, la spirituale amica tua. Ma l’anima dove sia io non so. Però se essa non si è diffusa qui in quest’aria, certo in qualche luogo dev’essere: e più certo è che questa gente di ciò solo ti prega, cioè che l’anima non muoia: ma dove, quando ci rivedremo? Giacomo Leopardi prima di morire disse che forse ci saremmo riveduti presso il prato dell’Asfodelo.

Allora io sentii la voluttà di lagrimare e di pregare ancora, io forte e giovane, accanto a quell’umile donna, povera ruina umana!

Dopo, un passo di frate venne, e ci disse che bisognava andare, e spegneva due lampade e le altre riforniva di olio. Quella piccola cosa nera che era una donna con entro un’anima, si levò e andò. Uscii anch’io e trovai Pasini che mi aspettava pazientemente seduto su di un gradino del tempio, giacchè la sosta alla Porziuncola era stata segnata nell’itinerario.

Assisi, stesa ad anfiteatro, prospetta dal lato d’occidente Santa Maria degli Angeli: la distanza è poca, ma questa è nella valle, quella dove il monte Subasio frange più suarattezza, onde conviene salire così che era già notte fatta, quando entrammo sotto le merlate torri di Assisi.

Oh, ma chi può dire il piacere, dopo così faticoso viaggio, di essere accolti con ogni gentilezza in belle stanze e in comodo albergo?

Ma in verità chi può dire se era bella la stanza, se l’albergo era comodo? Ben io posso dire che una voce di donna così ridente, così saltellante come gli avori di un piano, così pastosa ci accompagnò per le scale, ci fece vedere le stanze, ci chiese quel che volevamo da cena che a noi parve che meglio di così non si potesse trovare!

Anche senza avere la forza illusoria dell’impareggiabile signor Don Chisciotte, si poteva prendere quella voce per la voce non di una ostessa, ma di una castellana o di una signora d’alto lignaggio.

Sì, anche Pasini, che non si interessò punto del Leopardi nè della Porziuncola, quella sera non si poteva staccare dalla tavola, una tavola grande, in una stanza anche grande, ove eravamo noi due con due signori, che erano marito e moglie.

Ella stessa, la donna dalla bellissima voce, serviva con la perizia di un cameriere al grande albergo, girando attorno col piatto; poi si sedeva in un angolo attendendo che noi le rivolgessimo la parola, ma l’occhio suo vigilava a mutar le forchette, a prendere i piatti dalla mano del domestico, e serviva con tanta dignità che veniva voglia di levarsi in piedi e dire: «Scusi, si accomodi lei che servo io.»

- Il signor Sabatier?3 – chies’io.

- È qui ancora all’albergo Subasio, – diss’ella, – con tutta la famiglia; è tanto buon uomo e prima di stampare il suo libro ne ha fatto una lettura qui in Assisi e ci sono andata anch’io. I frati però dicono che chi ci è andato andrà anche all’inferno.

- E lei non ha paura dell’inferno? – chiese il Pasini.

La signorina levò verso il mio povero amico, dal suo angolo, i più begli occhi canzonatori di cui io abbia memoria.

- Speriamo che Iddio e san Francesco mi usino misericordia, – disse poi.

Anche la signora moglie di quel signore dovette convenire che l’ostessa era una figura molto piacente.

Diciottenne: alta, opima, matronale nelle movenze, vestita senza alcuna eleganza: un largo camiciotto bianco senza taglio con larghe maniche serrate al polso, da cui uscivano due pure mani, e ai piedi le pantofole. Ma la testa bruna e rosea, con tutte le linee sviluppate, avea qualcosa di squisitamente italico: la testa della Madonna della Seggiola che giovaneggia e ride! La voce pur così musicale nell’umbra melanconia degli accenti, avea delle venature sottili di ironia come le lamine di acciaio che si intravedono nelle casse forti e avvertono che l’eleganza del mobile è solo apparente: resiste al fuoco e al maglio.

- Scusi, signorina, ma questo brodo è molto salato, – notò il Pasini, e avea pienamente ragione.

- Egli è perchè è troppo sostanzioso ed è tutto di pollo, – fu pronta a rispondere.

Io volli rimediare ed osservai invece che il fritto di cervella era straordinariamente eccellente ed abbondante.

La signorina mi rispose il giorno seguente nella nota.

Anzi il dì seguente le facemmo le nostre congratulazioni per l’abilità non comune con cui, da sola, dirigeva il suo albergo. Ella rispose così press’a poco: «Siamo due sorelle e due fratelli. Nostro padre, che ha negozio anche di caffè e di salumeria, ci ha abituati a tutto. Noi facciamo i migliori salami e prosciutti di tutta l’Umbria e ne mandiamo perfino a Roma. Quando viene l’autunno, si lavora tutti quanti siamo in casa nella carne suina e non con le macchine chè non vien bene, ma con le mani.»

- E anche lei lavora nella carne suina con le mani? – chiesi io.

Ella levò il sipario delle palpebre che coprivano quelle languida pupille di viola, mi avvicinò al volto le affusolate mani di marchesa, e disse:

- Anch’io lavoro nella carne suina!

Mi assicurava quel signore, nostro commensale, che ad Assisi tutti vivono su san Francesco e su santa Chiara. Egli ne era indignatissimo. – Vedrà domani, quando vorrà visitare il convento di San Francesco…., i ciceroni, i mendicanti, le guide….! Non si salva: io e mia moglie fuggiamo domattina per la disperazione.

- Oh sì! – sospirò la sua signora che soffriva di visceri e anche dell’Acqua di Nocera Umbra che l’amabile ostessa le avea fatto pagare centesimi settanta, puro prezzo di costo, diceva. Più tardi seppi che quel signore era un professore e allora mi spiegai l’acredine delle sue parole: i professori sono di solito bravissima gente, ma hanno la digestione difficile, e pare sempre che abbiano mangiato sostanze grevi ed acerbe.

Io la mattina, levatomi per tempissimo, con il sussidio della guida Treves, potei visitare tutto a mio bell’agio, tanto il convento, come la chiesa bassa, come la chiesa alta di San Francesco; passare ad una ad una le pitture giottesche, ammirare tutte le meraviglie di quell’edificio che è fortezza, monastero, tempio sopra posto a tempio, museo d’arte, unico nel suo genere al mondo e così noto, specialmente agli stranieri, che qui è inutile parlarne.

Non mancarono, è vero, le guide e i ciceroni e i sacrestani, ma io tenni loro press’a poco questo discorso:

- Permettano, di grazia, o signori, che per una prima impressione mi valga dei miei occhi, domani e i giorni seguenti ricorrerò, ne stiano certi, ai loro lumi ed alle loro parole.

E così potei guardare ed ammirare senza suggerimenti.

Verso le nove mi raggiunse nel tempio l’ingegner Pasini, il quale per il suo compiuto ed elegante vestito da ciclista, attirò in modo speciale le guide intorno a sè. Egli quando arriva in qualche città che giudica d’importanza, leva dalla borsa un berretto alla russa, bianco fiammante, sotto la cui gran cupola fa bellissimo vedere: un paio di calze scozzesi sgargianti aggiungono di esotica gravità. Ma egli si liberò dagli importuni assicurando che il tempio lo avea visto benissimo e che intendeva di andare a prendere il caffè senza guide.

Così entrammo nella città seguiti ogni tanto da nuove guide e da mendicanti di varia età. Il tempio romano a Minerva, la casa del Metastasio ci passarono dinanzi e giungemmo all’altra estremità ove sorge il tempio di Santa Clara e dove l’innamorata santa è sepolta.

Di qui la vista su la valle è stupenda e la cupola del Vignola in quella verde solitudine accesa dal sole così che parea vaporare scintille ed oro, in quel gran piano, sola, ardita, produceva un effetto quasi di magia: ma vero è anche che i mendicanti vecchi e piccini non ci lasciavano in pace; ogni tanto le brutte mani ci toccavano le spalle per avvertirci che se davanti c’era Santa Maria degli Angeli, dietro c’erano anche loro.

Per quanto la mendicità si consideri presso di noi come un’istituzione sociale, aggravata in Assisi dalle tradizioni – male interpretate del resto – del Santo che fu cavaliere della Povertà, tuttavia la cosa diventava seccante, quando per buona ventura sopraggiunse un giovinetto di circa quattordici anni, decentemente vestito di rigatino con le scarpe ai piedi e il cappello in testa, il quale rinnovando il quos ego! di Nettuno, cominciò a rimbrottare l’uno e l’altro così: – Eh, tu l’hai avuto il soldo…., tu non ne hai bisogno, tu puoi andar a lavorare, tu hai avuto già due soldi che li ho visti io! – I mendicanti si ritraevano con certe mosse timide e irose che facevano un bellissimo effetto: insomma in breve ce li spazzò tutti.

Io guardai il nostro liberatore: era un visetto acuto e vivo e gli proffersi venti centesimi, per le medesime ragioni morali – si parva licet componere magnis – per cui i proprietari del Viterbese pagavano un cánone fisso al brigante Tiburzi per essere liberi dai briganti minori.

Ma con nostra sorpresa il giovinetto ricusò.

- Tu non fai il mendicante?

- Io no, io faccio il facocchi (il carrozziere).

- E come ti chiami?

- Il Pelosino.

- Bene, caro Pelosino, qua la mano.

- Vede che bella vista? – cominciò egli a dire, – ma qui è niente. Hanno visto il Pincetto? noi lo si chiama così, ma è più bello del Pincio di Roma. Vengano con me, gli insegno una strada che risparmiano un quarto d’ora. – E vi ci condusse.

Il Pincio di Assisi è davvero degno di una capitale per le piante rare, la disposizione delle aiuole e de’ marmi, per la grazia architettonica con cui a gradinate, ripiani erbosi, grotte, ascende sino al monte; ma sopra tutto per la vista incantevole su l’Umbria.

- Ecco Spello, ecco là Perugia, ecco Gubbio!

L’immenso anfiteatro dei monti barbagliava sotto il sole di mezzogiorno come un mare di fiamme; le città erte sui monti fulgevano come schisti e come mica.

Ma presso di noi in una valletta verde ed ombrosa erano bimbi vestiti di bianco. Una domestica, di giovane età, dondolandosi su la gonna, lunga e bianca, languidamente scuoteva un cembalo, e due signorine ballavano a quel suono: questo il solo rumore, questo il solo movimento in quell’ora.

- Vengano, vengano se vogliono veder tutto, – diceva l’ottimo Pelosino, – quello è il castello: quello laggiù, dopo gli Angioli, è Rivotorto, la prima chiesa di san Francesco. Vogliamo andare a vedere le grotte del Subasio? No?! e allora andiamo a vedere la vasca con li pesciolini. Non ci sono nè anche a Roma dei pesciolini così belli: ora li chiamo. Non ci ha mica delle bricciole di pane in tasca? Non importa; glieli farò vedere lo stesso li pesciolini, – e vi gettò del terriccio, ma li pesciolini con sua gran mortificazione non comparvero.

- Bene: – seguitò spiegando – questo è il vialetto per li amorosi: veda come è nascosto! Par fatto a posta, non è vero?

- Come, ci sono anche qui li amorosi? – lo richiese il Pasini simulando grande espressione di scandalo.

- Non si faccia specie che ci sono anche qui e quanti! e si raccontano cose! – confermò il giovinetto con ingenua vergogna; e mutò discorso e soggiunse: – Oh, quest’altro è il viale per li bambini. Sente che belli uccelli? senta come canta! è un lucarino: io lo so bene. Avete visto la casa paterna di san Francesco? Papà mio se ne ricorda di san Francesco. E il duomo l’hanno visto? No? Andiamo a vedere il duomo. – Così per varie stradicciuole seguimmo l’infaticabile Pelosino il quale, quando fu presso il duomo, avvertì con segretezza:

- Se chiede qualche cosa qualcheduno, non diano niente a nessuno, son tutti impostori! – e come giungemmo: – Le piace la facciata del duomo?

Davanti al tempio s’alza il monumento di San Francesco, ultimo lavoro del Duprè.

Il Pelosino, osservando noi che il monumento sembrando di creta poteva guastarsi con le molte piogge, disse:

- Facesse il miracolo che se mettesse il cappuccio quando piove!

- Tu fai li quattrini, eh Pelosino? – disse biecamente allora un uomo al ragazzo: il quale levò le spalle con tutto il senso di sprezzo che una persona savia e attiva ha per i fannulloni. E perchè dir male dell’ottimo Pelosino? Si accontentò di poco più dei quattro soldi che gli avevamo prima offerto per elemosina.

- Dunque tu fai anche la guida? – dissi io che capii finalmente di essere contro mia voglia incappato in una guida per l’appunto.

- No, faccio qualche servizietto alli forestieri quando capita, e mi danno quello che vogliono.

- Ti piacciono dunque i soldi?

- Eh…. – e l’ottimo Pelosino sorrise, poi disse: – Non vorrei morire scalzo!

Non restava altro che preconizzare al giovinetto un felice avvenire.

Il sole delle due cadeva a piombo su le cineree torri di Assisi, quando accompagnati sino alla porta dalla nostra ospite salsicciaia, lasciammo la città dei santi e precipitammo al piano. Strane città queste che visitammo! per andarvi bisogna far dieci o quindici chilometri di salita, per lasciarle si rischia di finire in qualche burrone.

Per deserte vie di traverso (e il Pasini pedalava innanzi con la sicurezza di un condottiero di eserciti) e lasciando da banda Perugia, giungemmo a prendere la via nazionale che da Scheggia conduce a Perugia, via così poco battuta al di d’oggi che il piano stradale non reca traccia di rotaie.

Comincia la salita e si sale per circa chilometri dieci sino a raggiungere la cima di un elevato contrafforte di monti, che precede i monti che dividono i due versanti. Sotto il sole pomeridiano i ciuffi delle ginestre vigorose sui dirupi diffondevano un acre e selvaggio profumo e davano ai sensi alcun conforto. Di lassù scorgemmo finalmente di fronte Gubbio: la quale è in fondo ad un altipiano ascendente, e spicca sì perchè altre città o castella non sono per quanto l’occhio cerchi d’intorno, sì perchè pare, ed è nel fatto, incatenata al Montecalvo, alto e rotondo che serra Appennino.

- In quel monte sopra Gubbio si apre, che di qui non si vede, la famosa gola del Bottaccione per cui si scappa nell’altro versante. Sentirai quella come tira! – disse il Pasini.

Io mi dissi assai stanco. Egli mi assicurò che mi sarei riposato domani studiando le famose tavole Eugubine. E poi, – aggiunse, – adesso hai fatto dieci chilometri a piedi; monta in sella, e così metti in riposo i muscoli che ti hanno aiutato a camminare e metti in attività quelli che muovono il pedale che nel frattempo si sono riposati.

Questa teoria del Pasini per cui uno mai non si stancherebbe variando la bicicletta col camminare, può avere un certo valore in teoria ma in pratica è cosa diversa. Io mi consolava vedendo come Gubbio si avvicinasse a noi: ma anche questa era un’illusione de’ suoi immani torrioni che pareano da presso.

Quando cadde la sera e più nulla distinsi, lasciai che le gambe seguissero sul pedale il loro moto automatico, mentre il pensiero si addormentava o per la gran stanchezza o forse perchè vi erano questi versi nella memoria che rotolavano con insistenza noiosa: i versi di Dante:

Oh . . . . . . . Oderisi,

L’onor d’Agobbio e l’onor di quell’arte

Che alluminare è chiamata in Parisi.

E anche mi veniva in mente la predica che san Francesco tenne al famoso Lupo d’Agubbio:

«Frate Lupo, tu hai fatti grandi malefizi, guastando e uccidendo le creature di Dio, sanza sua licenza»; con quel che segue.

A un certo punto fra il lume e lo scuro della strada vidi qualcosa di nero: non era frate Lupo: erano i preti. Buon segno! Così a Tolentino, così ad Assisi, così qui i preti e gli abati uscendo a vespertino diporto, segnano l’estremo di una passeggiata ragionevole e danno indizio di terra certa, come gli uccelli nel viaggio di Colombo: quelli di Gubbio inoltre erano due preti pingui e ne dedussi che la città dovea essere vicina.

Questa volta non mi ingannai e di fatto poco dopo entrai nell’abitato e una voce mi fermò e disse: – Il suo compagno è sceso qui, e ha ordinato la minestra anche per lei.

Eravamo giunti all’Albergo San Marco.

Il nome di città dato a Gubbio non è rettorico, e città forte, grande, bella, fiorente e potente, quasi imprendibile, dovea esser al tempo tuo, o Oderisi! E prima ancora nell’Età Romana dovea essere uno dei più importanti centri dell’Umbria. L’anfiteatro romano di cui avanzano cospicue rovine, è capace di 20000 persone ed è una prova di fatto. Oggi anfiteatro e città sono una deserta ruina, la vita non vi scorre più, anche i marmi si sentono morire: pare abbiano il desiderio di cader giù: i marmi alti che reggono gli immani edifici crollanti. Se però un melanconico viaggiatore volesse formarsi un’idea di ciò che doveva essere una città medioevale, vada a Gubbio e si troverà contento: e per andarvi può questo peregrino pensoso fare, non la via che ho percorso io; ma prenda quel tronco di ferrovia privata e quasi sconosciuta, a sezione ridotta, che da Fossato si stacca e tocca con lungo giro varie città dell’Umbria e della Toscana finchè sbocca ad Arezzo.

Il monte soprastante Gubbio ha fornito, già dagli antichi tempi, pietra da taglio per gli edifici, alcuni de’ quali si conservano ancora in buono stato, almeno nell’esterno: facciata chiusa, scura e liscia; una porticina in un canto a sesto acuto; in alto, sotto la grondaia sporgente, una fila di finestruole, sostenute da colonnette rotonde e sottili sì che tutto pare un ricamo.

Dei tesori d’arte che Gubbio dovea possedere rimane ciò che è difficile ad esportare, cioè gli edifici e le torri. Il Municipio contiene ancora, oltre alle famose sette lastre di bronzo, in dialetto umbro o gubbino, un museo di quadri, mobili, armi, diplomi e bolle degli imperatori di Svevia, così cari e celebrati da Dante nostro. Nella desolata chiesa di Santa Maria Nuova si conserva tuttora una tempera della Madonna, con santi, di Ottaviano Nelli quattrocentista, che mi parve così sorprendente e animata opera che ne richiesi la riproduzione fotografica4. Chiesi poi di visitare il museo Brancaleoni, che conteneva, oltre ad altre cose di gran pregio, delle tegole di Mastro Giorgio.

Mi risposero: – Venduto!

- Allora visitiamo il Palazzo Ducale.

Mi risposero: – Non ci vada chè è tutto diroccato.

Vedendo che altre morti rimanevano in mia scelta oltre a quella del topo, andai a visitare il Palazzo dei Consoli. Questo è un edificio in forma di torre quadrata che si eleva su terreno ascendente e sopra basamenti giganteschi. Data dalla metà del secolo XIV. Le stanze sono semplicemente grandi quanto è grande la torre e sono soltanto due, congiunte da una di quelle sorprendenti scalee medioevali, di marmo, con balaustra di marmo a trifogli, che montano a forma di mezza piramide lungo la parete stessa. Dalla sommità del torrione vengono le vertigini se si guarda al basso, e proprio lassù gira una loggetta esterna a sottili colonne ed archi che è un prodigio di eleganza. Di fuori ardeva nel gran mattino senza vento il piano di Gubbio, e tutta la città nera pareva raccogliersi attorno a questa immensa torre.

Il capomastro che mi accompagnava (si stavano facendo alcuni restauri per opera del Governo) mi disse: – Vedete? Su questa loggetta i consiglieri di quel tempo quando volevano fare una fumata, ecco, venivano qui e la godevano bene l’aria fina!

E sempre Dante!

Tra duo liti d’Italia surgon sassi,

. . . . . . . .

E fanno un gibbo che si chiama Catria,

Disotto al quale è consecrato un ermo,

Che suol esser disposto a sola latria.

Così con quella misteriosa intonazione per cui la fisonomia della materia gli passava nei versi, Dante descrive l’altissimo e selvaggio monte Catria alle cui falde orientali, in una conca montana, lontano da villaggi, si eleva ancora Fonte Avellana, deserto oggi e dispogliato eremo, dove fece penitenza san Pier Damiano, dove la tradizione vuole che dimorasse Dante (ed io lo credo perchè certe cose non si possono descrivere al vero se non si sono vedute) e dove sino a pochi anni addietro i bianchi frati Camaldolensi, fra quelle ariostesche selve e quelle spelonche pare facessero vita signorile e gaudiosa.

Desiderio di vedere cose che pochi hanno visto, mi spinse fin là. Il buon Pasini avea notato questo peregrinaggio extra-ciclistico nel suo itinerario e volle compiuto il programma, benchè l’idea di un’ascensione non gli sorridesse gran fatto.

Partimmo dunque da Gubbio verso le tre del pomeriggio e, varcata l’Alpe, arrivammo che alto era ancora il sole, al villaggio della Scheggia, il quale si trova all’incrocio della antica via romana, detta Flaminia, che va da Rimini a Roma e della via che pel Bottaccione e Gubbio va a Perugia.

Scheggia non ha alberghi e ci convenne domandare ospitalità a famiglie private in povere stanze e tristi letti. Ma l’umile cortesia e la premura di que’ montanari ci compensò del difetto.

Nella casa dove alloggiammo mi sta a mente la figliuola della padrona di casa, una giovinetta di tredici anni, ma alta, pallida, qualcosa come senza sesso, con una voce piena di languore e una testa capelluta e profilata così dolcemente che ricordava le fisonomie del Perugino.

Avea nome Dorina, e perchè le nostre stanze erano umili, ella colse molte ciocche di gelsomini e di erbe odorose e la sera ne trovammo ornate le stanze. Avea un fratello soldato: così anche il caffettiere dell’unico caffè del luogo – se caffè si vuole chiamare – avea un figliuolo che era il sostegno della casa, ed era stato richiamato sotto le armi per i tumulti di quel maggio: anche la guida che ci dovea al mattino seguente condurre al Catria – -vecchio montanaro che parea squadrato nel sasso – avea un figlio soldato: soldato d’Italia era stato lui pure, già tempo, nel sessantasei. Mi compiacqui d’interrogare variamente costoro, ma per quanto eccitassi a rispondere, mi dovetti convincere che il sentimento dell’odio sociale non era arrivato nel suo cammino ascendente fino lassù.

Fino a quando? Io non lo so. Ma temo che la solitudine, gli alti monti, le foreste saranno, pur troppo, il maggior impedimento al cammino dell’odio.

Mentre noi parlavamo sul limitare dell’umile casa, una voce con l’accento di Romagna, disse:

- Oh, chi vedo? non siete voi l’ingegnere Pasini e voi non siete P*** di Rimini? – e ci fu incontro con dimostrazioni grandissime di cortesia. Ben la conobbe il Pasini: io a lungo stentai a ricordarmene. Era una vecchia signora di Rimini che ora con la sorella e la famiglia del figliuol suo erasi stabilita alla Scheggia ove avea avuto eredità di case e di possessioni. Ci volle per forza da lei a cena, ci presentò i suoi di casa con molti: – ma non si ricorda? – Dissele il Pasini che io mi dilettava di cose antiche, e le buone donne allora mi condussero per certe melanconiche e grandi stanze della loro casa ove erano moltissimi mobili antichi e quadri e terraglie, tenuti però senz’alcun ordine o cura. Assicuravano che gente forestiera ogni tanto passa, e comperano a contanti e a vil prezzo quanto trovano di anticaglie.

Ma per quanto fossero cortesi, io non posso serbare grata memoria di queste signore, perchè esse, credendo forse di farmi cosa grata, rievocarono antichi ricordi della mia famiglia e della mia prima gioventù: io credeva di averli sepolti; ma essi sanguinano ancora. Vi sono piaghe nella vita che solo il falegname quando adatta i chiodi alla cassa potrà chiudere. Non altri!

La buona signora avea molte bottiglie di vino spumoso, egregio ed antico, ma per quanto ne abbia bevuto non riuscii a ridere; e quando ci accomiatammo da lei e mi rinchiusi nella stanza che Dorina aveva abbellito coi gelsomini del suo povero giardino pensile, sentii il sonno fuggire lontano e, la notte, sentii le ore sensibilmente passare come fantasmi vivi come sentivo il placido dormire del Pasini, nella stanza da presso.

Mi assopiva a pena quando battè sul selciato la zampa ferrata dei muli: un rumore come di ghiaccio che, io non so come, diceva che nel cielo c’era la luna chiara. Era un’ora dopo la mezzanotte e le guide ci venivano a destare per salire sul Catria.

Viaggiammo tutta la notte sotto la luna che tramontava.

Il mulattiere, la guida e il Pasini facevano un gran favellare che l’eco rendeva dalle gole del monte come linguaggio di gnomi: che cosa dissero io non so: come non so per dove siamo passati finchè durò la notte: ma certo per forre e luoghi precipitosi ed orribili. I muli ansimavano penosamente nel lento ascendere.

Un’alba di cenere con un vento ghiacciato ci sorprese a mezzo monte: mi dissero allora di smontar di sella e di arrampicare. La guida buttava la corda di querciolo in querciolo e ci tirava su. Il mulattiere tirava i muli per la cavezza chiamandoli con certi nomi che non ricordo più; ma erano nomi graziosi, e il detto mulattiere mi assicurò che anche le bestie devono avere un nome proprio. Anche questo mi parve degno di nota. I tre compagni avevano imitato il mio sistema: si erano chiusi in un mutismo assoluto. Vero è per altro che se anche avessero parlato, il vento non avrebbe permesso di intendersi, e gli abeti e i faggi nelle foreste ruggivano e scotevano d’ogni lato le chiome, quasi furibondi di essere avvinti al suolo.

I due montanari, usati a quel cammino e con le scarpe ferrate, guadagnavano lenti, ma sicuri il terreno procedendo curvi e studiando di offrire minor presa al vento: ma per noi la cosa era ben diversa: le scarpette da ciclista rimettevano un passo ogni due. Il Pasini era di pessimo umore e, nei pochi momenti che gli ero da presso, mi spiegava, con intenzione di rimprovero, che le ascensioni non si improvvisano e che ci vuole quel che ci vuole.

Sopra la nostra testa, livido, verde, si disegnava il Catria: gli altri monti minori, già sorpassati, parevano come schiacciarsi e sprofondarsi. È il Catria in forma di un vero gibbo, come dice Dante, cioè di gobba: l’una è grandissima e l’altra molto minore, e fra le due si avvalla un’insenatura a forma di sella verso la quale tendeva quella specie di sentiero per cui noi salivamo. Pel gibbo verde vedevansi passare ondate biancastre a fremiti: era il vento che si insinuava tra le alte erbe. La nuvolaglia correva e spesso inghiottiva la cima del Catria; emergente a tratti fra lividori di sole nascente.

Ma quando passammo il ciglio di quella sella e ci si scoperse l’opposto versante, mancando l’appoggio del monte, il vento ci scompigliò: un mulo andò a gambe in aria: il Pasini rotolò miseramente, la qual cosa non era proprio nel suo programma: il giovane mulattiere perdette il cappello, e tenendo l’altra bestia restìa per la cavezza, s’era accoccolato e mi parea che invocasse qualche santo. Per mio conto, lo dico senza ostentazione, la scena parve divertentissima.

Ma la vecchia guida allora con molta prestezza e sangue freddo corse e raddrizzò il Pasini, fatto ludibrio indegno del vento, raccolse il cappello e avviò la sbandata spedizione finchè l’ebbe ridotta in una certa cavità alquanto difesa dai sassi e fra gli abeti. Quivi fu tenuto consiglio sul da farsi. La guida si disse pronta a condurci sino alla cima. Ma il Pasini rifiutò energicamente: voleva ritornare a casa in bicicletta lui, e non di volata. Per tal modo rinunciammo alla completa ascesa del Catria e fu invece stabilito di far colazione appena avessimo trovato un luogo più acconcio. Girammo a lungo per il selvaggio pianoro e ci adattammo come potemmo in mezzo ad un bosco, che luogo più riparato non v’era. Lì vennero sciolte le bisacce e si fece colazione senza che il vento portasse via pani e bottiglie. Pareva di essere sospesi nell’aria: nella navicella di un pallone. La guida, pur maciullando placidamente, si ostinava a farci vedere il Gran Sasso, e può darsi che fosse quella punta che sfumava azzurrina verso mezzodì; ma non ne posso far fede.

Erano le otto quando lasciammo il Catria dove la posizione diventava insostenibile sempre più. I somieri pel gran vento si rifiutavano di scendere, noi con le nostre scarpe da ciclisti rotolavamo poco graziosamente. Il Pasini se la pigliava con me perchè ridevo troppo! La guida avea un bel sorreggerci, un bell’offrirci fragole e nocciole fresche, ma fu un disastro quella discesa, e quando in fine dopo avere a precipizio girato molte insenature del monte, scorgemmo nella fonda valle i bastioni del convento, solo allora l’anima del compagno si consolò.

Giungemmo sul sagrato: l’immenso edificio, grande come un villaggio, era diroccato, squallido, deserto: percorremmo coi somieri molti bassi corridoi a sesto acuto senza incontrare anima viva: e mi si può credere quando dirò che i monaci sono tre, e uno era andato in quel dì alla Pergola. Finalmente spuntò una figura bianca. Io domandai una cella. Disse il monaco: – Ve ne sono cento: scelga lei. – In una trovai una specie di letto: chiusi la finestra e mi gettai sul giaciglio dove un sonno profondo si impadronì della mia anima e delle mie carni.

Dormivo da quattro ore quando il Pasini, l’implacabile sveglia, venne a bussare.

- Ho fatto preparare il pranzo per quattro: quando sei vestito vieni giù in refettorio.

Il refettorio era una grande stanza a volta con le tavole massicce di noce, con gli zoccoli di quercia alti e intarsiati; e sopra la porta, con doppia scalea, sporgeva il pulpito da cui dovea predicare funeree cose qualche ombra di monaco.

La cucina del convento avea cercato di far onore ai suoi ospiti, ma per me mangiai pochissimo e più che la stanchezza ne fu cagione la malinconia del luogo. L’urtare delle posate contro i piatti produceva strani echi; e parevano destare ombre bianche di monaci vagolanti. Pareva anche che dai finestroni cadesse un lividore di notte; e il tuono, ripercosso dal Catria, ogni tanto rombava.

Con tutto questo io avrei voluto rimanere più tempo a Fonte Avellana, forse una settimana, forse più. Ma non fu di questo parere il Pasini, e sellati i somieri, fu senz’altro decisa la partenza.

Alla Scheggia dove ritornammo sull’ora dell’Ave Maria, erano stati in pensiero per noi perchè anche quivi il vento e il temporale si erano fatti sentire.

Ma la notte susseguente dissipò le nubi e la pioggia, e il mattino scintillava sul piccolo borgo e sui monti con grande purezza.

I nostri ospiti erano in piedi e anche Dorina.

Io le chiesi alcuni spilli, ella li cercò a lungo nel suo canterano, ma non li trovò. Mi disse con la sua voce di cantilena: – Un antr’anno quando viene alla Scheggia, me scrive prima e je trovo li spilli.

1 Vi fu ospitato dall’illustrissimo signor conte G. Leopardi, in occasione di non so quali manovre, un nipote di S. M. il Re ucciso.

2 29 giugno 1898. Guida di Recanati, compilata da Vincenzo Spezioli e pubblicata dal Comitato esecutivo per le onoranze centenarie a Giacomo Leopardi. Recanati, Tipografia di R. Simboli, 1898.

3 Il signor Sabatier, autore della bellissima Vita di San Francesco (Parigi, Fischbacker, 1894), dimorava in quel tempo in Assisi.

4 Fotografia Alinari di Firenze.

Alfredo Panzini – Le ostriche di San Damiano

Questa semplice e faceta istoria non è toccata a me, che scrivo, ma ad un signore a me prossimo per sangue e per la grande stima e il più grande affetto che nutro verso di lui, giacchè egli è uomo di singolari virtù; le quali sarebbero più conosciute e pregiate nel mondo se un certo disdegno naturale verso gli errori e le umane vanità, una melanconica abitudine di vivere a sè e di nutrirsi, per così dire, della sua coscienza, una cotale timidezza e a volte asprezza verso gli altri, non velassero lo splendore di queste virtù e ne occultassero sin anche il profumo.

Ma basti dire di lui e veniamo alla istoria che io per facilità di racconto riferirò in prima persona: ma avverto ancora che non si tratta di me; prova ne sia questa: che io sono assai temperato nel vitto e mi sostenterei come un hidalgo con un pugno di ulive secche, mentre l’amico mio qui fa la figura di uno che è molto goloso: vizio spiacente quant’altri mai, come definisce Dante nel canto di Ciacco Fiorentino: e cominciamo senz’altro:

Avevo fame quella mattina: più fame del consueto, prima perchè spirava dal cielo terso d’aprile un’aura montanina che faceva amabilmente accapponar la pelle, e poi perchè l’ora dell’asciolvere era stata ritardata di un buon quarto d’ora per esser dovuto andare all’ufficio delle Finanza a ritirare lo stipendio.

Del resto è incredibile quanto conferisca a temprar l’appetito l’abitudine di sfiatarsi un poco co’ giovani nella scuola; e anche i polmoni se ne avvantaggiano tanto! Quella mattina poi mi ero quasi commosso a spiegare il canto di Romeo di Provenza e avea bisogno vivissimo di rifarmi.

E se il mondo sapesse il cuor ch’egli ebbe,

Mendicando sua vita a frusto a frusto….

«….Proprio così!… Ma sì, entriamo qui: una volta tanto non è la morte di nessuno. Che cosa si spenderà di più? Una lira, due a dir molto: e d’altronde non toccammo oggi lo stipendio? nonne meruimus hodie stipendia

E così dicendo fra me, senza dar tempo ad un più savio pensiero di ritornare su la deliberazione già presa, spinsi con coraggio la vetriata di uno dei più eleganti e rinomati restaurants della città, e mi trovai in una magnifica sala dove de’ bellissimi divani di velluto cremisi davanti a larghi tavoli scintillanti di stoviglie e di candidi lini, invitavano ad assidersi con tutta pace. E debbo confessare che ad entrare di preferenza in quel caffè restaurant mi avea indotto la reputazione della squisitissima cucina; e ne volevo fare esperienza personale e vi sarei venuto prima se non soffrissi di una certa «animadversione», come si direbbe latinamente, verso i camerieri, i quali dall’alto dei loro colletti puntati contro i menti sbarbati, vi squadrano, vi leggono la storia della vita lì su due piedi, vi dicono cogli occhi press’a poco così: «Tu non sei un milionario, tu non sei un nobile, tu non sei uno scavezzacollo, tu non sei un impresario di femine, tu non sei un affarista; tu hai tutta l’aria di un povero galantuomo che tira la vita coi denti, oibò! Qual vento ti ha quivi sbattuto fuor del tuo costume? Sbrigati e vattene!» e non dicono grazie nè anche se voi lasciate sul piatto una lauta mancia di venti centesimi.

Così io pensava, ma vedi giudicio uman come spesso erra! Non appena la mia persona comparve nella sala, che subito il padrone (senza dubbio era il padrone) che troneggiava su di un alto banco di marmo, si levò dal suo beato scanno e venne verso di me e mi fece un graziosissimo inchino e mi sorrise in atto pieno di deferenza.

Era costui un bellissimo giovane di primo pelo, elegante, lindo, fresco che pareva un sorbetto, e così ben nutrito, così roseo, così florido che faceva proprio onore al locale. «Se i beccacchi e le quaglie del tuo restaurant hanno la carne delicata come la tua, non è usurpata la fama che di te s’ode; ma guardati, giovane amico, dall’intraprendere alcun viaggio di scoperte in terre ignote, perchè se tu capitassi, per tua mala sorte, fra i Lestrigoni o gli Antropofagi, non io certo ti farei garanzia del ritorno!» Così gli dissi col pensiero, rispondendo con ugual sorriso e saluto al suo sorriso. Ed egli, rinnovando il sorriso, fece alcuni segni cabalistici ad un cameriere, così snello e ben azzimato anche lui che in tutt’altro luogo lo avrei barattato per un onorevole deputato giovane o per un conferenziere di dame o per un ben lisciato esteta che si appresti a svelare i simboli della sua meravigliosa psiche alle turbe estatiche: ed era un cameriere!

Il quale mi seguì, mi tolse il pastrano, il cappello, il bastone, mi guidò presso un tavolo appartato e quasi libero, perchè vi erano solo due inglesi silenziosi, intenti a mangiare, ma con tanto garbo che parevano inghiottire delle pillole del farmacista.

Dicevano ogni tanto yes, e io non poteva a meno di meditare come questa gente inglese che mangia con tanta delicatezza e pudore, divori poi con tanta ingordigia nazioni e popoli.

Come mi fui seduto, il cameriere, stando a me di fronte e posando a pena le palme sul tavolo, disse:

- Vuol cominciare con un assaggio di pâté coi tartufi? È stato tolto dal gelo in questo momento. Lo troverà squisitissimo. – Veramente non disse «squisitissimo»: disse «splendido»: anzi io ho ancora nell’orecchio il ronzio di questa parola che egli ripeteva ad ogni frase.

- Cominciamo com’ella dice! – risposi io.

- E vino quale desidera? V’è del Barolo in bottiglia che è molto buono.

- Non ne dubito, ma a me basta un poco di vino comune.

- Va benissimo.

E subito dopo mi metteva davanti sul suo reggifiasco di lucidissimo metallo, un fiasco di vino toscano che portava scritto su di un cartellino: «Vino di Chianti stravecchio».

- Ma quest’è troppo, – diss’io, – e poi deve essere carissimo….

- Tutt’altro, signore! – rispose il tavoleggiante, – e poi ella ne berrà quanto crede.

E versando io lieve, lieve, il fragrante liquore in un calice sottile di cristallo e sorbendo, trovai di fatto che era un vino prelibatissimo e mi ricordai del ditirambo del Redi là dove dice:

/* Montepulciano d’ogni vino è il re! */

Anche il pâté, benchè cibo pruriginoso e inusitato al mio gusto, era di rara finezza, e spalmandone alcuni crostini, dicevo a me stesso che un cuoco il quale sa allestire simili manicaretti, è pur degno della riconoscenza de’ suoi simili. Terminato il detto cibo, il cameriere comparve e col suo garbato sorriso mi disse:

- Ora le consiglierei una minestra di cappelletti di Bologna: sono giunti freschi stamane e sono ora sul punto buono di cottura.

Non mi parve cortesia rifiutare un consiglio così disinteressato, e accettai i cappelletti, i quali ebbero la medesima buona accoglienza del pâté coi tartufi.

- Adesso, signore, io le porterò una quaglia arrostita con contorno di funghi….

Io ne avea già abbastanza e l’abituale mia sobrietà non eccedeva oltre a un piatto e un brodo a colazione: ma quel pâté avea malauguratamente allargato i posti del ventricolo e d’altronde il fermarsi lì alla minestra mi parea da pitocco. Vero è che le parole «una quaglia coi funghi» mi avevano dato l’idea di un prezzo vertiginoso e non conforme alla mia borsa.

Ma il cameriere che conobbe e lesse in volto il mio dubbio, si affrettò a dire:

- È una specialità della casa!

Come si poteva dir di no? E feci buon viso anche alla quaglia, la quale era degna della sua buona rinomanza e non ebbe altro torto se non quello di far scendere il livello del vino nel fiasco ed aumentare una certa nebbia nel mio cervello.

- Adesso basta, poi, signor mio! – dissi al cameriere quando, sparecchiato che ebbe gli avanzi della misera quaglia (chè nulla è più melanconico a vedersi dei residui del pasto) mi ebbe posto dinanzi un piattello che parea d’argento, dove sopra un fino tovagliuolo si pavoneggiavano e, ne’ loro larghi gusci di madreperla, nuotavano sei ostriche intatte, lattee e di non comune grandezza e purezza.

- ….e poi cotesto io non l’ho ordinato! – aggiunsi con giusto sentimento di sdegno.

- Verissimo, signore, – fu sollecito a ribattere il cameriere con una grazia degna di un gentiluomo, – ma sappia ella – e abbassò la voce – che queste ostriche sono fuori del conto. Oggi – e abbassò ancora la voce – è San Damiano….

- Verissimo; ma io non ho mai udito dire che le ostriche abbiano un santo protettore, e di tal nome.

- No, signore, non le ostriche! Ma il figlio del padrone del caffè si chiama Damiano: quindi è il suo giorno onomastico, ed è consuetudine di offrire in questa occasione una qualche delicatezza ai signori avventori che ci onorano in questo giorno di festa per la famiglia.

Che si poteva rispondere? Avrei potuto opporre dei dubbi su la veridicità di tale asserzione, ma levando gli occhi dal prezioso piattello e dirigendoli verso il banco, vidi quell’egregio giovane che rispondeva all’a me venturato nome di Damiano e già mi guardava, sorridermi tutto come dire: «Creda: è così, come afferma il cameriere: ella può mangiare senza tema di contrarre alcun obbligo o servitù!»

Che più?

Io presi delicatamente con le dita uno di que’ preziosi molluschi (e mandavano un profumo di alghe marine e di fresche onde oceaniche) e lo inghiottii d’un solo boccone di cui mi dura ancora la dolcezza nel cuore, come dice il divino poeta: ma il verso, oh, vedi triste effetto delle eccessive libazioni! non mi riuscì di formularlo per intero.

E anche le restanti cinque ostriche subirono la medesima sorte della prima, e l’una era più squisita dell’altra.

«L’uomo vorace e ingegnoso – pensava tra me – mette a contribuzione la terra, l’aria ed il mare per soddisfare i propri appetiti: e benchè il vizio della gola sia spregevole e indegno della umana dignità, certo è che l’inferma nostra natura vi cade più spesso che non convenga;» e quei gusci d’ostrica mi richiamavano in mente quella lirica bellissima dello Zanella che ha per titolo: Sopra una conchiglia fossile:

/* Vagavi co’ nautili, co’ murici a schiera e l’uomo non era! */ versi che non mai come allora mi erano parsi tanto pieni di reconditi sensi!

E il cameriere mi tolse que’ gusci e mi pose davanti una fruttiera ricolma di mandarini, di datteri e di altre prelibate e rare frutte di questa sacra terra, madre di ogni cosa bella e buona.

Nè io potei dire: «ricuso la frutta!» giacchè dopo un pasto così signorile sarebbe parsa cosa sconveniente. Però in tanta beatitudine un pensiero acerbo mi trafiggeva e pensavo che il guadagno giornaliero che l’arte mia di professore mi procura, non sarebbe stato sufficiente a pagare una così lauta imbandigione. Di fatto tutte quelle vivande dovevano superare il prezzo di lire cinque e ottanta centesimi, della qual somma posso ogni dì liberamente disporre dopo dodici anni di professione magistrale.

E siccome questo dubbio amareggiava l’opera piacevole della digestione, così me lo volli togliere e chiamai il cameriere.

- Comandi, signore!

- Il conto!

Il cameriere tolse dallo sparato il suo taccuino di pelle nera, brandì un terribile lapis (e in quel punto i biglietti di Banca, nuovi, riscossi poco prima alla Finanza, perdettero del loro colore, impallidirono).

- Subito fatto, signore; la colazione a prezzo fisso due e cinquanta, il vino – sbirciò il fiasco a pena – mezza lira: tre lire in tutto.

Respirai liberamente.

- Non si potrebbe essere più discreti: verrò, signore, molto di sovente, – ebbi a dire, e la lode volle uscire spontaneamente.

- Sistema della casa, – disse con semplice modestia quel valoroso tavoleggiante.

- Allora mi porti il caffè.

- Desidera anche un bicchierino di cognac?

- Perchè no? Volentieri: semel in anno….

Ma quel benemerito cameriere se ne era andato, e quando ritornò co’ vassoi, mi sussurrò all’orecchio:

- Desidera un sigaro di contrabbando? ho degli Avana hors ligne.

- È illegale, – diss’io.

- Oh, per codesto può star tranquillo: il signor Procuratore generale che viene qui a pranzo, non fuma che i miei Avana: anzi ne fa provvista.

- Quand’è così: regis ad exemplum totus informabitur orbis….

E il non mai dimenticabile cameriere mi incendiò un Avana meraviglioso: la cui nebbia azzurrognola e lieve, commista alla nebbia del vino e del liquore, mi assopì lievemente con un senso di beatitudine infinita.

«Il mondo è bello e santo è l’avvenir! – ripeteva fra me col grande poeta: – sì, certo, il mondo è bello», e non sentivo più alcun rumore intorno a me, benchè la sala fosse piena di gente.

Quand’ecco, un po’ alla volta, piano piano, percepii che la seggiola che mi era di fronte si muoveva, aprii gli occhi e scorsi il giovane Damiano che si sedeva timidamente davanti a me.

«Che vuol costui?» dissi fra me, aprendo gli occhi.

Sorrideva, vidi che sorrideva di compiacenza e di affetto nel florido volto, ma poi sentii queste acerbe parole che mi sconvolsero la digestione.

- Signor professore, ella vedo che non mi riconosce più…. Io invece la conosco benissimo!

- Ahimè! – sospirai nel mio cuore – dolcezza dell’incognito troppo fugacemente scomparsa!

- In verità, no, signore, non ho questo onore! – balbettai.

Sorrideva sempre:

- Sono stato suo scolaro dieci anni fa: ma lei vedo che non si ricorda più della mia fisonomia, ma io mi ricordo benissimo di lei, signor professore.

Io tornai a sospirare nel cuore più profondamente e da quell’uomo di delicatissimo sentire che sono, mi vergognai di essere colto nello spiacente vizio della gola da un mio scolaro: pur tuttavia risposi:

- Le sono grato e lieto della memoria, anzi gratissimo; ma tanti giovani sono passati sotto di me che stento a ricordarmene singolarmente.

- Oh lei se ne deve invece ricordare benissimo, signor professore, – insistette colui con più ineffabile sorriso.

- Creda!… e misi la mano sul petto.

- Io mi chiamo Damiano Saltori…. Questo nome dovrebbe ricordarle qualcosa! – Attese un istante e poi pronunciò queste terribili parole: – Ella, signor professore, mi bocciò inesorabilmente all’esame dalla terza alla quarta ginnasiale. Anzi lei diceva «schiacciare» e non «bocciare». Vede se mi ricordo!

«Che tradimento è questo?» pensai fra me sobbalzando.

Addio dolcezza della digestione! Non so che risposi, ma certo mi confusi e dovetti rispondere così press’a poco:

- Scusi, non l’ho fatto a posta! Se proprio fu così, me ne rimorde il cuore! Sinceramente!

- Ma io le devo la vita, signor professore! – esclamò allora con mia somma sorpresa il giovane al colmo dell’entusiasmo – io le devo il mio presente benessere, la mia fortuna: quante volte avrei voluto fermarla per la via e manifestarle la mia riconoscenza, ma me ne mancò il coraggio; adesso invece che ella è entrato nel mio esercizio, mi sono permesso….

- Io non capisco…. – risposi tuttavia turbato, giacchè temevo che quel mio antico scolaro si ricordasse di quella figura retorica che va sotto il nome di «ironia».

- Oh, è una cosa chiara: chiara come il sole: si ricorda quello che lei mi diceva?

- Io? no, signore!

- Lei mi diceva: tu sei un buono e bravo figliuolo, ma per seguire gli studi classici ci vuole qualche cosa di più che l’ingegno, che non hai nemmen quello, ci vuol l’arte: tu arte non ne hai: tu sei un’ostrica. Me lo ricordo, sa?

Arrossii al ricordo delle squisitissime ostriche poco fa divorate, e me le sentii ancora vive coi loro gusci nello stomaco.

- Perdoni, proprio…. – dissi al colmo dell’imbarazzo.

- Macchè, lei diceva una santissima verità, – proseguì l’egregio Damiano: – erano i miei genitori che non la volevano capire: dovevo diventare un avvocato ad ogni costo, nobilitare con un titolo di dottore il nome della famiglia, e professori e lezioni in casa! ma già quel latino non mi andava giù, e a fare i còmpiti d’italiano sudavo freddo. E lei mi ha bocciato e ha fatto benissimo.

- Non mi ricordo, signore….

- Non si ricorda, signore, di una scenata che avvenne tra mio padre e lei? di quel deputato nostro avventore, che reclamò dalla presidenza gli scritti per portarli al ministero, della minaccia di reclamare un provvedimento?

Ora di fatto mi ricordavo: era stato l’onorevole…… Ma è meglio non farne il nome.

- E lei duro, – proseguì quel simpaticissimo Damiano, – volevano tirare il collo a due quattro e farli diventare due sei, e lei duro; anche il preside voleva tirare il collo ai due quattro, e lei duro! E mio padre diceva (mi vien da ridere a pensarci): «come? faccio anch’io degli sconti coi miei debitori per delle centinaia di lire, e lei per un punto….»

- Che vuole, signor mio….

- Ma ha fatto benissimo! Dopo, i miei genitori l’hanno capita. Mi hanno mandato come volevo io in Isvizzera, dove ho imparato le lingue e il commercio. Io volevo seguitare a ingrandire l’esercizio di papà e lui voleva invece ritirarsi dagli affari…. Oggi come oggi sono felicissimo. Quel Cornelio Nepote non mi andava giù….

- Troppo giusto….!

E mi volle lui stesso infilare il pastrano e mi porse il cappello e il bastone e mi pregò di venire spesso a onorare il suo esercizio.

- Io non dimenticherò mai il giorno di San Damiano – diss’io.

- Tutta bontà sua, signor professore! – e mi tenne aperta egli stesso la vetrata, ed io uscii dal restaurant col superbo Avana fra le labbra, come un banchiere o un gentiluomo che non misura certo il danaro per la colazione.

Alfredo Panzini – Il cuore del passero

Io non lo negherò menomamente.

Ogni volta che tornavo a rivedere quella vecchia mia casa, il passero chiuso nella gabbietta, sul grande muro giallognolo della scala interna, per me rappresentava qualche cosa di sacro per la dimora, quasi come il quadro dello squallido Cristo che pendeva sotto la gabbia.

Il passero era una specie di deus indiges vivo, di piccolo genio domestico, sebbene poco canoro. Qualche trillo ogni tanto: ci, ci! ogni tanto quando il sole giungeva con la sua freccia a saettar di oro la vecchia gabbia: ci, ci!

Il sole si alternò con le nevi dell’inverno: l’autunno doloroso, pieno di morte cose, declinò per il fuggitivo anno. Poi le tenui parietarie che coprivano il muro dell’orto, si confortarono di verzura e di fiori al tempo novello.

Di giugno la madreselva olezzò: i grappoli odorosi caddero come cadono le più durevoli cose. Questa vicenda era avvenuta nove volte, cioè nove anni si erano fuggiti da che il passero pendeva alla parete.

Ogni tanto, nel silenzio della casa, si sentiva uno sgretolio: era il passero che sgusciava il chicco di miglio o la sementina secca del melone.

Ogni volta che io ritornava a casa da lontane città (triste oggi e laboriosa, oltre il volere di natura e di Dio, si è fatta la vita) non potevo a meno di chieder novella del vecchio passero nella sua gabbia.

- Sempre vivo? – domandavo.

- Sempre vivo, figliuolo! – rispondeva la cara mamma.

Quella bestiolina mi richiamava alla memoria cose dolci e svanite di molti anni fa. Quel passero io lo avea raccolto nove anni prima in una città lontana. E fu così: Una sera d’aprile, camminando lunghesso le muraglie, sento cadere qualche cosa davanti a me. Era un passero da nido, ancora implume, caduto giù dal tetto inavvertitamente.

Lo raccolsi, lo nutrii, lo curai.

Visse.

Nella città lontana, dove allora dimoravo, nella stanza sola, mi teneva compagnia. Ricordo: c’era un corridoio con molte vetrate battute dal sole. Il passero stava nel corridoio e lo percorreva tutto in cinque o sei salti. Ricordo ancora: cadendo dal suo nido, certo si era rotta una zampina: io gliel’avea curata, ma era rimasta contorta.

Un giorno ritornai al mio paese e portai il passero a mia madre: ella ne ebbe cura; io me ne dimenticai. Altre cose si dimenticano oggi! Pure ogni volta che dalle mie peregrinazioni ritornavo a casa, domandavo:

- È vivo?

- Vivo quel rusticone, – rispondeva la cara mamma. E al mattino cullandomi nel sonno come avviene di chi dopo lunga dimora altrove si compiace del letto e della casa paterna, udiva uno starnazzar di alucce, un – ci, ci! – breve. Certamente era il sole che andava a visitare quella sua creatura prigioniera, o era lei che intuiva la luce d’oro per naturale senso di amore.

Ora come avvenne? come fu ieri?

Io ne sono profondamente afflitto, ma avvenne così come adesso racconterò.

Bisogna sapere che ero giunto da un lungo viaggio: mia mamma sapeva che dovevo arrivare e mi avea ammannito uno di quei desinarini come sanno fare le mamme: vivande condite di amore!

Che piacere ritrovarsi in casa propria dopo tante notti passate negli alberghi! che gioia poter stendere le gambe sotto il proprio tavolo, su cui pende la solita lampada: e le stoviglie vi danno il benvenuto.

La cucina era in festa: e il focolare splendeva vivamente.

Quando non ci sono io, un pentolino basta per la mamma e per la fantesca.

Al pentolino bada il gatto: la fantesca dice le sue orazioni.

Ma quel giorno era venuto io e la cucina era in festa. L’arrosto girava sul treppiede; la pentola bolliva con allegro borbottio, gli aridi tralci crepitavano ed anche il sole si era messo d’accordo, chè, dopo tanti giorni di pioggia, riluceva.

Su la tavola era stesa una bella tovaglia, con le ampolline, il vasetto de’ carciofini nell’olio, da mangiare col lesso, riserbati per le occasioni solenni: facevano inoltre bella mostra di sè una torta di marzapane su di una guantiera, due bottiglie di vino, di quelle che non si toccano per dei mesi e mesi e vi possono raccontare come fanno i ragni ad intessere le lunghe tele e descrivere le scorribande e i vani assalti dei topi nelle cantine.

C’erano le mele siroppate nel mosto, c’era l’uva dell’ultima vendemmia, c’era il ramo secco dell’ulivo, appeso al muro: memoria dell’ultima Pasqua.

Pensare alle trattorie, dove su le tovaglie grinzite muoiono le ultime mosche, e il cameriere al grave odore della cucina si assopisce col mento ispido su lo sparato sudicio; pensare agli acri mangiari in quelle mie peregrinazioni! Come tutta scintillava di pace benigna la gran tavola della casa!

- E il vecchio passero sta bene? – domandai posando la mano su la spalla della mamma che stava dando un’ultima occhiata all’arrosto, su cui il fuoco lento avea disegnato larghe chiazze brunite.

- Bene come un papa! – ella rispose. E il passero in quell’istante, come per rispondere direttamente alla domanda, fece – ci! ci! – perchè certo un raggio di sole era giunto sino alla sua gabbia.

- Di mezzogiorno ci batte il sole perchè canta? – domandai.

- A mezzogiorno arriva sino a lui e allora fa due o tre stridi; poi non si sente più tutto il giorno. È un rusticone!…

Il pranzo fu lieto da principio, poi volse a tristezza, giacchè non sempre il vino desta gioconde imagini. Eravamo noi due soli, come da tanti anni. Si parlò di molte cose passate, e ciò avvenne naturalmente per la ragione che tanto per la mamma come per me l’avvenire si è chiuso e ben sappiamo che cosa ci è dato in ventura.

Ciò toglie forse lietezza, ma in verità non aggiunge timore. La via è segnata almeno così. Trascorra almeno con la benedizione del Signore e con la coscienza di non aver fatto piangere nessuno!

Si parlò dunque del passato: profili dolci e melanconici di chi non è più, sorgevano evocati attorno a noi, come volessero assidersi alla antica mensa.

Vero è però che quando la coscienza è in pace il parlare dei morti e coi morti non dà sconforto nè tristezza.

Le due bottiglie erano vuotate, io le avea ben vuotate: un bisbiglio sommesso e accorato veniva dalla cucina: era la vecchia fantesca che avea finito di accudire alle sue faccende e avea cominciato la lunga interminabile serie delle preghiere vespertine.

Il passero fece: – ci, ci!

- Oh si sveglia, – fece la mamma.

Poco dopo una zona di sole che fasciava la stanza, si affievolì languidamente, poi si ritrasse come luce che vien meno.

Un ritratto mio di quando era in collegio a Venezia pendeva dalla parete: era un gruppo di tutti i convittori insieme ai maestri. Lo avevamo fatto – ricordo benissimo – il giorno prima della licenza Liceale. Che bel giorno di luglio fu quello! Quante melanconie, quante lagrime, quante speranze, quante non conosciute tristezze in quegli anni di collegio, otto anni, passati lontani dalle carezze de’ miei genitori! Io non ci volevo stare in collegio: fuori delle inferriate della mia stanza si vedeva la laguna lucida e azzurra, infinitamente triste quasi sotto un’oppressione di storie e di memorie, con l’isoletta in fondo dove è il cimitero, irta di melanconici cipressi che sporgevano su dal muro rosso di cinta. Aveva un nome l’isoletta: ma lo ho dimenticato! Oh, che spasimo per tutto il cuore, che frenesia di libertà, che nostalgia di te, cara mamma, e di lui che non c’è più! Io glielo dicevo, glielo scrivevo con le lagrime: «portami via dal collegio!» e lui in quelle sue lettere così sobrie, così pure di schiette italiche forme, così buone, mi diceva di pazientare, che era per il mio bene, il mio avvenire: la mia gloria, la sua gloria.

Povero babbo! Ben poco tempo si visse assieme per fabbricar questo sognato avvenire per cui tu lavorasti a morte, per cui io vissi schiavo tanti anni e furono gli anni migliori!

Eppure, che fremito di libertà quel giorno….! Che impazienza lagrimosa di uscire da quel chiostro, di prendere la vita come si afferra una vergine donna, di berla, di goderla quella vita che, finalmente, ci si affacciava a diciotto anni!

E come me, gli altri. O pure fronti giovanili, o vivaci pupille! Molte, ora, sono spente e gran mora di terra le ricopre: molte, ora, sono curve sotto il lavoro maledetto.

Ah, vecchio e savio maestro di filosofia, quel giorno che noi si andò a farci quel ritratto e si correva per le calli e su per i ponti, come un branco di selvaggi alla battaglia, ci seguivi anche tu, c’eri anche tu con noi, vecchio dalmata savio, e una lagrima cadde dalla tua pupilla, ma la tua parola non ne fece il commento: le tue parole non furono se non dolci per noi e piene di speranza. Ma la lagrima voleva dire: «anche su le vostre spalle sarà messo il basto, e chi non avrà il peso su le spalle lo avrà forse su la coscienza, che è peggio»; ma tu non ce l’hai detto. Tu ci guardavi melanconicamente nella nostra giovinezza, inconscia delle cose future, non in diverso modo che io vidi un cavallino puledro giovaneggiare in mille salti accanto alla giumenta piena di guidaleschi, la quale guardava il suo nato con occhi pensosi. Anche per lui il padrone a suo tempo avrebbe preparato la soma.

Il passero fece ancora una volta: ci, ci.

- Ma si sveglia il sornione: si vede che sa che tu sei tornato e ti fa festa! – disse la mamma.

- No, mamma: avete fatto male a chiudermi in collegio, – dissi come conclusione di un lungo discorso. – Avete fatto male: i miei anni di libertà non me li potete più dare indietro!

- Va là, figliuolo, o dentro o fuori, – disse ella tranquillamente, – è tutto un collegio. Almeno così ora hai da vivere…. e da provvedere alla tua vecchia mamma!

- Così è, così è! Meno male! – io le risposi e le diedi la mano e lasciammo la stanzetta terrena che era buia oramai e salimmo le scale interne che conducevano alle stanze.

Nell’anticamera, dove era appeso il passero, batteva bene il sole tuttavia.

Mia mamma era solita ogni dì, dopo il pranzo, accostarsi alla gabbia e dare un paio di sementine sbucciate al vecchio passero: il quale graziosamente le pigliava, e poi ella si ritirava nella sua stanza.

Così ella fece anche ieri: ma il passero vedendo una faccia nuova, esitava ad accostarsi e torceva il collo e la testolina con quell’occhio luminoso come capocchia di nero spillo, per vedere chi ci fosse oltre la mamma.

- È il tuo padrone: è il tuo padrone, vecchio passero: to’, mangia le sementine!

Così ella disse e fece, e poi si appartò nella sua stanza, una stanza tiepida e senza rumore che dà su di un orticello abbandonato: e il sole dalla finestra entra e fa risplendere i molti santi ed i cari profili dei ritratti di chi è lontano; oh, tanto lontano che non ci si può arrivare per quanto si viaggi e per terra e per mare: pure tutti un giorno ci arriveremo là lontano senza viaggiare. Forse ci rivedremo anche!

Mia madre, seduta in una gran poltrona, legge certi suoi romanzi della vecchia scuola: versioni inverosimili di vicende anche più inverosimili. Un romanzo della buona arte simbolica o psicologica non sono mai riuscito a farglielo finire.

- Sarà scritto bene, figliuolo; ma è troppo difficile e vi sono troppe melanconie: ne ho tante io!

Legge anche i giornali; ma di questi cura in speciale modo le vicende dei re e dei principi coi quali è in molta dimestichezza. Ne sa le genealogie, le parentele, i maritaggi; cos’ha fatto quello; cos’ha fatto quell’altro.

Quando è incerta, si rivolge a me e mi domanda: – Chi è quella Guglielmina? è la figlia del re tale? Come va allora che non si sposa? Dovrebbe sposare il tale principino. E quel re X*** cosa fa che non viaggia più? -

A queste domande io so rispondere ben poco: – Gente che ha buon tempo, mamma! – rispondo talvolta per levarmi d’imbarazzo.

Anche ieri, come ho detto, ella si ritirò nella sua stanza. Io rimasi solo presso la finestra, vicino alla gabbia del vecchio passero.

Io ebbi la voglia di rinnovare la antica conoscenza con lui. Diamine, eravamo vecchi amici! Gli dicevo: «Vi ho raccolto per la via implume, signor mio! vi ho sottratto ai monelli che vi avrebbero ucciso, al gelo, alla fame; vi ho curato, allevato, nutrito! Pagate ora il debito di riconoscenza che avete col vostro signore e padrone. Vi ricordate quando facevate: ci, ci! nel corridoio luminoso, nove anni addietro, e mi saltavate su le spalle?»

Io misi la mano nello sportello, la mia grossa mano che riempiva tutta la gabbietta, e le cinque mie dita violente afferrarono dopo breve contesa la piccola bestiolina, e me la accostai alle labbra.

Il cuore del passero batteva.

La mano provò una ben curiosa sensazione nello stringere una cosina così piccola e così fragile.

Se a pena le mie dita si fossero ristrette di un mezzo centimetro, quegli ossicini che formavano quel piccolo scheletro si sarebbero frantumati e quel cuore si sarebbe improvvisamente arrestato: e nessuno mi avrebbe detto niente.

La perversa tentazione! Quel soffice involucro di penne invitava a premere fortemente tanto per sentire dove cominciava la carne e come quel cuore avrebbe fatto a cessare. Perchè quel cuore batteva con violenza; più forte del cuore dell’uomo in quanto che esso era un movimento come aereo: come il pulsare di un’ala interna veloce.

«No, io non istringerò – pensai – io ti ridonerò la tua libertà. Povero animaluccio vissuto sempre lì su quella scala, senza avere imparato altro che a fare ci, ci! Oramai, vecchio, giusta cosa è che tu goda di quello che solo godono gli abitatori dell’aria, finchè l’uomo non li uccide: un po’ di libertà!»

E pur tuttavia era una cosa che faceva pena sentire come quel piccolo cuore battesse precipitosamente. Come può un piccolo muscolo pulsare così?

Quando noi, grossi animali voraci, mangiamo un arrosto di uccelletti, non ci avvediamo nè meno di quel piccolo cuore: lo divoriamo assieme a tutto il resto.

Eppure è un piccolo cuore che batte così!

Ho pensato a tutte le macchine che fanno gli uomini; le uniformi e multiformi macchine; le enormi e le minime.

Nessuna mi ricordava questo rumore meraviglioso. Egli è che questo è un rumore vitale, e il meccanico, forse, si è chiamato Dio.

Pulsava che pareva un anelito, così grande che penetrava sin dentro di me; così ripetuto nel tempo che io credo che in un secondo avesse battuto dieci volte; così fragoroso che io mi voltavo qualche volta con timore che la mamma sentisse e uscisse dalla stanza per isgridarmi. Come non scoppia il piccolo involucro di penne?

Le due zampettine pendevano in giù inerti dal mio pugno. Una era diritta, l’altra era quella rattrappita che avea medicato io nove anni addietro.

- Ti ricordi, ingrato, quando io ti medicai?

E col dito dell’altra mano toccai quella testolina soffice e piatta.

Il piccolo cuore batteva oramai spaventosamente.

- Va! va! – dissi – va anche tu, va almeno tu libero! Cerca la foresta dove vi sieno tutte le belve che nascono dalla terra e camminano su la terra, meno l’uomo. Cercati la compagna, fatti il nido. Va sopra la foresta: scandi l’azzurro: impara a cantare!

Il sole cadeva oramai dietro gli squallidi tetti; la nenia delle campane che chiamavano per il vespero, rompeva sola il tedio immobile di quella mia vecchia città melanconica.

- Va libero!

E lo lanciai con violenza in alto e apersi il pugno.

Il passero descrisse una breve parabola, ma non dispiegò le ali verso l’azzurro lontano, non mandò alcun grido per salutare l’acquistata libertà.

Cadde pesantemente sul selciato come cosa che non ha più vita. Evidentemente, senza volerlo, io avea stretto con troppo entusiasmo e il piccol cuore avea cessato di battere.

Alfredo Panzini – Leuma e Lia

Da sette anni l’onorevole Astese non vedeva il dottor Leuma, anzi – a rigor di termini – non sapeva nè pur più dove fosse: se in questa vita o nell’altra.
Ma secondo ogni verosimiglianza dovea essere in questo mondo perchè non fu mai detto che i dottori muoiano come una persona qualsiasi.
Ora è certo che l’onorevole Astese, se avesse avuto a pena una settimana libera, si sarebbe messo subito alla ricerca di quel caro compagno di Leuma. Oh, lo avrebbe sì ripescato e avrebbe con lui rinnovato alcuna cosa della giovinezza, oimè, della giovinezza così da poco tempo fuggita e pure già così lontana. Oh, potersi riposare all’ombra o al sole con Leuma e provare il gran piacere di dire delle sciocchezze senza la paura di perdere di gravità, e portare anche i mattoni a quelle gran fabbriche di castelli in aria di cui Leuma era maestro architetto! Ma, oimè, se Leuma era vivo, li sapeva ancor fare i bei castelli, cioè era ancora viva la sua giovinezza del cuore; o era morta come era morta in lui?
Morta in lui? Che ne sapeva mai lui, Astese? Quando mai egli aveva avuto tempo di fare queste profonde analisi di se stesso?
Ma della giovinezza di Leuma si ricordava bene!
Erano stati compagni di collegio a Venezia per alcuni anni: egli era fra i grandi e Leuma fra i piccini; un pallido, meditabondo giovanetto con una grande anima che si apriva allora piena di sussulti in un esile corpo; ed egli, Astese, ne riceveva le prime confidenze, e lo amava con quella idealità e pur non so quale tenerezza di sensi come spesso avviene in collegio, e lo difendeva dalla protervia de’ compagni. Poi lo ricordava per alcun tempo, fuor del collegio, ventenne, bellissimo. Come si era trasfigurato con la libertà! Ebbro di entusiasmi, con i capelli lunghi, i fiori su la bottoniera, nitrente verso l’avvenire come un puledro. «Signori, – pareva dire – Venezia è da vendere? Il mondo va male? lo trasformerò io: I segreti della gloria e della fortuna sono nel taschino del mio gilè.»
E poi?
Scomparso!

Astese non aveva mai avuto nessuno dei fremiti e dei sogni di Leuma, anzi si divertiva a contemplarne lo spettacolo in Leuma: talvolta anche si aggrappava, per così dire, alle gambe di lui; ma a pena si sentiva un po’ lontano da terra, lo pregava di tornar giù e fare il piacere di mettere il piede sul sodo.
Eppure a trentasei anni Astese si era fatta – si può dire dal nulla e senza sforzi eccezionali – una posizione invidiabile: avvocato quasi celebre, pubblicista autorevole, in fine, deputato.
Anche io come molti altri mi sono chiesto in che mai consistesse il segreto di tanta fortuna, e non ci sono riuscito. Se lo sapessi dire, come diventerebbe prezioso questo mio libro, e come ne approfitterei io stesso! No, non lo so dire. Ecco: forse ne’ suoi occhiali d’oro che ridevano sempre su lo scarno e arguto suo volto sbarbato, e parevano dire: «Noi, dopo aver bene esaminato, pigliamo il mondo sul serio per quel tanto che basta a non diventare scettici o filosofi pessimisti.»
In pretorio, quando cominciava a parlare, diventavano di buon umore anche i giudici: eppure Astese non era un farceur!
Nell’ultima battaglia elettorale glie ne scrissero e dissero d’ogni colore gli avversari: una sola dimenticarono, cioè questa: «Signore, siete antipatico!» Eppure Astese col suo naso, col suo collo ricordava lontanamente il cammello.
Astese non era un artista e non era un uomo di genio: eppure i suoi articoli erano letti e citati.
Sì, è vero: vi sono piccole qualità preziose: un motore minuscolo produce di più che tutto l’impeto di un uragano. Esistono nel mondo morale, come nel mondo fisico, gli infinitamente piccoli da cui si genera la fortuna nel commercio della vita.
E la potenza di adattamento all’ambiente non la si conta?
Ah, sì! Quando la scienza ci avrà fornito il mezzo per apprendere la forza di adattamento, noi almeno, poveri inseguitori di farfalle e di ideali, impareremo di gran cose!

- Ah, onorevole, come dovete essere felice voi! senza moglie, senza figli, senza fastidi: un mondo di quattrini: un portafogli in prospettiva! – sospiravano gli amici.
- Taci, – rispondeva Astese in tuono lugubre. – Sai tu cosa v’è qui dentro?

io mi sento simile al saltambanco
che muor di fame, e in vista ilare e franco
trattien la folla.

«Io allegro, io felice, io? – ripeteva poi talvolta a se stesso, specie nel silenzio mattutino della sua stanza. – Felice tu, miserabile?» e si appuntava con volto tragico il dito contro la specchiera: ma poi gli veniva da ridere, guardandosi. «Va là, mato anca tì!» concludeva vestendosi in fretta e facendosi «ciao» nel suo inestinguibile dialetto veneto.

- In prima non c’è più posto, onorevole…. Le carrozze sono tutte occupate da una compagnia di americani che vanno a Roma a vedere il Papa….
- Allora favorisca dirmi dove posso montare….
- Se crede, faccio attaccare una carrozza, onorevole…. – gli andava dicendo dietro il capostazione.
- Manco per sogno: monto in seconda….
E il capostazione stesso gli aperse uno sportello di seconda classe con un: – qui, passi qui: c’è posto; – e sospinse su l’onorevole Astese, che era proprio lui ed era assai impicciato perchè avea il plaid, la sacca da viaggio, il portafoglio curiale, il bastone, l’ombrello, la spolverina e la testa fuori di posto che è il peggio bagaglio. Era stato chiamato a Modena per una grossa causa di fallimento. Era giunto al mattino: avea perorato, avea quasi vinto. Avrebbe così potuto dire come Cesare: veni vidi vici: cosa che ad Astese accadeva di frequente. Questa volta interruppe la vittoria un telegramma del Presidente del Consiglio che lo chiamava d’urgenza a Roma per il voto di fiducia.
- Parto, ma giuro, signori, – diceva ferocemente ai clienti che ritti sull’andana lo ossequiavano, – giuro che fra tre giorni, al mio ritorno, se non pagano, porteremo via anche i chiodi. Cosa? Non ci sono i danari? Oh, li faremo venir fuori noi….!
Lo schianto del treno, partendo, lo fece cader giù sul divano. Poco dopo, i chiodi, la ferocia, la causa fuggivano via dal finestrino insieme al fumo della sigaretta. Queste gravose cose egli dava ad intendere che le portava seco; ma nel fatto le lasciava presso i clienti.
Quando i vapori della concitazione avvocatesca cominciarono a dissiparsi, vide uno che lo guardava come se lo volesse conoscere.
Diede un gran salto e gridò:
- Tu sei Leuma, tu sei!
- Tu sei Astese, – disse un bel signore giovane, il quale aveva un’elegante barba nera e quadrata. Ma nel dire queste parole le gote arrossirono e gli occhi, assai dolci, presero un’espressione di imbarazzo e quasi di timidezza: rossori e timidezze che quella barba virile avea la missione di nascondere.
Ma Astese non se ne accorse: gli si buttò a dosso, lo baciò con certe espressioni d’amore, famigliari su le lagune di Venezia, che gli erano rimaste in fondo della memoria dal tempo del collegio; le quali se convenivano a Leuma, quando era adolescente, disdicevano a Leuma con quella barba nera.
Leuma sorrise e si vedeva che cercava di parlare anche lui a pena fosse cessata la tempesta delle domande e delle carezze.
Allora un sottile scoppio di risa si udì, benchè fosse assai sottile e come represso, il quale però ebbe la virtù di fermare le parole di Astese e fargli volgere gli occhi dalla parte da cui veniva quel riso motteggiatore. Gli occhi di Astese si incontrarono in due altri occhi incantati su di lui come su di un saltimbanco, ed appartenevano al volto di una giovanetta di fine e commovente bellezza.
I quattro occhi si fissarono per un istante, e quelli dell’onorevole Astese si sarebbero certamente corrucciati e le parole avrebbero detto: «Signorina, lei è un’impertinente!» ma quegli occhi esprimevano una meraviglia così pura e quel volto era così adorabilmente giovane, che Astese non increspò il sopracciglio nè disse parola.
La signorina capì nondimeno d’aver fatto male, si voltò subito dalla parte del finestrino e pareva molto confusa: e un signore di mezza età che le sedeva di fronte, le battè su le ginocchia e fece segno col capo, come a dire: «Via, così non sta bene!»
Leuma approfittò del silenzio per dire: – Amico mio, noi siamo arrivati oramai…. È un peccato doverci lasciare….
- Arrivato? lasciarci? ma nè pur per sogno, – disse Astese.
- Ma io non posso proseguire, – disse Leuma con imbarazzo.
- Ma mi fermo io, tesoro. Il Ministero farà a meno del mio voto: non sarò certo io quello che terrà su la baracca….
- Già, tu sei deputato…. non ci pensavo nè meno più, – disse Leuma; e lo disse timidamente, come se questo pensiero lo ponesse in condizione di evidente inferiorità.
- Ma perchè se sapevi che io ero deputato e tante altre cose di me, non mi hai mai scritto? e io che ti cercavo per mare e per terra!
- Perchè? – rispose Leuma con non so quale amarezza – perchè io sono rimasto troppo ignoto…. Tu invece….
Il treno intanto frenò di botto: ed egli, Astese, raccoglieva le sue cose, che urtate e mal prese, balzavano dai sedili come malvagi spiritelli.
Scesero che ne ebbero a pena il tempo, e il treno avea ripreso la sua corsa verso le tenebre che velavano oramai l’emisperio d’oriente, mentre l’occidente si incendiava al passaggio del sole. Era una piccola stazione perduta nella pianura, e quando si spense il fragore del treno, ben si sentì il canto dei grilli e si sentì odore del trifoglio falciato, il quale metteva nell’aria un’indistinta frigidezza di verde e di viole.
Allora Leuma, levando il braccio, disse sorridendo:
- Io ti presento, Astese, mia moglie e il mio buon suocero: non l’ho fatto prima perchè tu me ne hai tolto il tempo; – e indicava ad Astese il signore e la signorina che erano nel treno e che pur essi erano discesi, nè Astese vi avea posto mente. – E questi è il mio amico, l’onorevole Vittorio Astese, di cui vi ho parlato tante volte; – proseguì quando Astese si fu levato dal profondo inchino che per la sorpresa gli avea fatto cadere gli occhiali dal naso; un naso sottile e gibboso che gli tagliava il volto olivigno: un naso dove gli occhiali aveano una base resistente a tutte le scosse oratorie. E pur questa volta erano caduti.
A quel residuo di vanità che rimaneva ad Astese a dispetto della sua grande saviezza, parve che la signorina, o per dir più propriamente, la signora rimanesse a bastanza indifferente davanti all’onorevole personaggio; ma guardava ogni tanto verso un viale di alti pioppi dal cui fondo ora spuntava una timonella e si udiva la sonagliera del cavallo.
Quando arrivò la timonella, caricarono le valigie, presero posto e si avviarono di bel trotto pel lungo viale ove i raggi del tramonto traversando l’una spalliera dei pioppi, saettavano l’altra di languide frecce.
Astese, seduto davanti alla sposina, si era acquetato e pareva come assorto nella strana combinazione che lo metteva di fronte a quel volto infantile, invece di trottare verso Roma per recare aiuto al cadente Ministero. Ma ecco si scoprì la facciata di una villetta. Davanti al cancello v’era una signora con una fantesca che avea un bambino in braccio: il bambino, appena vide la carrozza, cominciò a alzar le mani, e subito la sposina spiccò un salto dalla carrozza giù verso il piccino senza badar a nessuno. «Ocio, che la no casca!» le disse dietro l’onorevole Astese, spaventato a quel salto mentre la carrozza era ancora in moto. La signora, che era la suocera, accolse l’amico di Leuma con belle parole e con quell’accento emiliano pieno di umili inflessioni che hanno sol di per sè un suono di natia gentilezza italiana. Ella non d’altro si meravigliò se non che Astese fosse deputato, giacchè i deputati se li imaginava mica giovani e neanche così alla buona.
- Ma scusa, – disse finalmente Astese fermando Leuma per un braccio, quando furono saliti al primo piano nella stanza ospitale destinata all’amico, – anche quel bambino è proprio tuo?
- Sì….
- Ma quant’è che hai preso moglie?
- Quasi due anni fa.
- E la tua signora quanti anni ha?
- Oramai diciannove.
- Ma se la xe una putela….
- Te lo dirò poi, – disse Leuma sorridendo, – ora fa il comodo tuo; – e posò un largo lume a petrolio, che cominciava ad annottare.
Era una stanzetta intatta con il soffitto a vôlta, dipinta d’azzurro, secondo lo stile di un sessant’anni fa; proprio la stanza degli ospiti.
Astese guardò attorno i mobili dalle antiche sagome, disposti in ordine e sgombri: parevano dire: «Sì, signore, proprio la stanza degli ospiti.» Spinse l’occhio fuori della finestra e vide molta pace e molto silenzio intorno alla villa. Sotto vi dovea essere un giardino e si distingueva un’ombra di donna e una voce che chiamava: «Pi, pi, pi! a nanna!» Saettarono alcune ombre, piccine, convergenti in un sol punto; le galline che andavano a letto.
Frattanto in abbondante acqua cominciò a detergersi dai sudori della concione e dalla polvere: alzò il ciuffo di una capigliatura sottile e sfumata: adattò una cravattina bianca ad una camicia di batista, un soprabito nero su la camicia, sì che avea preso un aspetto più conforme all’alto suo grado.
E così sporgendo il ciuffo e il naso che sorreggeva le lanterne degli occhietti vivaci, apparve nella sala da pranzo ove la famiglia era raccolta sotto una bella lampada presso una tavola candida e fiorita di bellissimi fiori. Leuma gli andò incontro e la sposa allora sorrise vedendolo.
- Benedetta, che la ride finalmente! – disse Astese – non deve mica aver paura di me; non glielo porto mica via il suo sposo! Ma sai – e si rivolgeva a Leuma – che io ci pensavo a questo caso, cioè che una delle tante fate di nostra anzi di tua conoscenza ti avesse rapito e sottratto alle delusioni del mondo?
Il complimento ebbe la virtù di fare a pena sorridere Leuma, ma Lia rimase seria. Allora Astese, accorgendosi che quel tasto rispondeva poco bene, pensò di prendere in braccio il bambino, a cui rivolse molte domande:
- Come stai? Vuoi bene al papà? La fai arrabbiare la mamma? Vuoi fare l’avvocato quando sarai grande? Ih, come sei cattivo!
Il bambino aveva per un po’ guardato quella faccia nuova, poi scoppiò in un disperato pianto che sconcertò l’onorevole Astese.
- Dia, dia a me, onorevole, – disse la sposa ridendo, – perchè il piccolo fagiolino le può rispondere con delle sorprese; lui non distingue mica un onorevole dalla sua mamma, vero, cocco? – e se lo prese sottraendo l’abito del signore da possibili guasti.
La signora suocera entrò sorreggendo trionfalmente fin su la tavola una gran fiamminga, e disse:
- Minestra di tagliolini fatti in casa: roba alla buona, signor deputato: favorisca la sua tondina.
Fuori delle finestre aperte c’erano gli alti pioppi che stavano a vedere; e saettò allora dalla densa verzura un trillo di rosignolo che salì, poi si franse e cadde come gemme in alabastro.
- Avete anche i rosignoli, avete?
- E le lucciole, – disse Lia; – vedrà quante: fra poco andranno tutte a spasso per il grano.
Il pranzo fu rallegrato da squisite vivande dichiarate con breve chiosa dalla signora suocera, e dalle più felici arguzie di Astese, tanto che il signor suocero non si poteva in cuor suo persuadere che una persona tanto per bene e cordiale fosse uno di que’ signori che, a suo giudizio, mandano a perdizione la patria.
E quando il pranzo fu finito, Astese, benchè la giovane sposa si schermisse, volle sapere tutta la storia. Ma gli convenne molto pregare e anche disse:
- Veda, sposina, questo mio povero amico di Leuma che da tanti anni più non vedevo, io lo credevo perduto: ora invece lo ho ritrovato e mi pare che abbia trovato anche la felicità.
E rivolto a lui, aggiunse con tuono lievemente patetico ed enfatico, forse più per l’abuso dell’arte sua che per deliberato volere:
- Sotto la barba nera che ora ti ricopre il mento, io non riconosco più il volto soave dell’adolescente che allora eri. Ma gli occhi sono sempre gli stessi, e anche la bella parola. Ti ricordi che i compagni di collegio ti burlavano perchè parlavi l’italiano? Ti ricordi nella corte presso i sicomori fioriti che passeggiavi su e giù solitario, meditando sui versi del Prati? e piangevi che volevi essere libero perchè ogni notte le fate ti portavano un sogno e tu mi assicuravi che il tempo fuggiva? E avevi quindici anni! Io ridevo. Ma avevi ragione tu, sai? Il tempo fuggiva. Povero piccino; io ti amava allora e ti confortava; ma tu adesso hai trovato un conforto ben maggiore e un affetto più sicuro.
Così disse Astese, ed all’evocazione del ricordo antico Leuma sorrise da vero melanconicamente e – Tristi tempi, in fondo – mormorò. – Giovanezza tradita!… – Poi lambendo con la mano la testa della sposa, proseguì: – Le cose che tu sei curioso di sapere, sono semplici; il tuo amico che aveva mezzo mondo da conquistare e poco tempo da perdere perchè la gloria e le fate, che tu hai ricordato molto a proposito, gli dicevano di fare presto, il tuo amico si è trovato un bel giorno nella necessità di conquistare la carica di segretario comunale qui, in questo comune. Quanto poi al tempo, mi era venuto tanto in uggia che l’avrei fermato volentieri come quando si butta per terra un orologio che ci secca col suo tic-tac. Cos’hai adesso? – e questa dimanda era rivolta a Lia.
- Niente: perchè parli così? – disse Lia che gli teneva stretta la mano e lo spiava nel volto.
- Così per ridere, figliuola: così per spiegare a questo mio amico come talvolta vanno le cose del mondo.
Del resto la concitazione e il sarcasmo nella voce di Leuma furono una cosa tanto fuggevole che Astese non se ne sarebbe nè meno accorto senza la interruzione di Lia.
- Dunque, – -proseguì Leuma, – io divento segretario comunale del paese. Allora qui avevamo un ginnasio, una di quelle tante fabbriche di spostati che abbondano in Italia. Adesso, grazie al cielo, lo abbiamo abolito.
- Il nostro Leuma, onorevole, – avvertì pianamente il suocero, – è assessore….
- Puoi dire che è lui il sindaco…. – corresse la suocera.
- Via, via, – interruppe Leuma sorridendo, – finiamola con questa storia: il sindaco è il conte Losti….
Il suocero si accontentò di alzare le spalle.
- Non ci creda, sa, onorevole, – disse la suocera, – il sindaco vero è Leuma.
- Be’, andiamo avanti: dunque ti dicevo che avevamo un ginnasio con tre professori, professori così per dire, e una ventina di scolari in tutto. Io era a pena in paese da sei mesi, quando mi vengono a pregare di supplire il professore di quarta classe che avea preso il volo per altri lidi. Un avvocato può supplire a tutto: io poi sapevo di lettere, quindi ero indicatissimo come professore. Accettai. Vado a scuola, e indovina un po’ chi vedo fra i quattro scolari? Una certa signorina, anzi una certa bambina che si chiamava a punto Lia….
- Così che tu hai sposato la tua scolara? – disse Astese.
- Proprio così.
- Adesso comincia il bello, conta, conta su.
- Cosa vuol contare? – disse Lia; – la storia è finita e il bambino ha sonno: io ho sposato lui e lui ha sposato me.
- Ma i particolari, sposina. Ma scusi, la storia senza particolari non val nulla.
- Il particolare più importante è questo: lui ha voluto bene a me e io – disse ella arrossendo – ho voluto bene a lui, e adesso punto e basta. Vero che hai sonno, piccino? vero che è la tua ora d’andare a nanna?
Tutte le argomentazioni di Astese – e ognuno può pensare se ne aveva a dovizia – non valsero a far sì che Lia desse il suo acconsentimento di proseguire.
Fu sturata un’altra bottiglia che era valido documento della bontà della cantina e poi si andò a dormire.

Il lume lunare entrava nella stanza ospitale di Astese, e la luna tonda passeggiava fra le cime dei pioppi azzurri.
Astese conobbe nel corridoio il passo di Leuma e lo chiamò piano.
- Hai bisogno di niente? – chiese Leuma.
- Niente, caro; ma se tu mi racconti la storia del tuo matrimonio, mi farai un piacere, tanto più che sino a mezzanotte di solito non prendo sonno.
Leuma crollò il capo come si fa coi bambini ostinati a cui non si può dire di no.
- Aspetta che Lia dorma, – bisbigliò andandosene.
Ritornò poco dopo e cominciò così:
- Se tu credi che la storia del nostro matrimonio contenga degli episodi drammatici, ti sbagli. Però è abbastanza singolare e credo che, più degli altri, ce ne siamo meravigliati noi che fummo i protagonisti.
Dunque senti, già che ti piace di udire:
Quando vidi Lia per la prima volta sui banchi della scuola, a me fece l’impressione di un essere appartenente al genere neutro: si distingueva dagli altri solo perchè portava le sottanine in vece dei calzoni e rispondeva al nome dantesco di Lia invece che a quello di Pietro o di Paolo.
Ma dopo un po’ di tempo mi sono accorto che quell’essere neutro aveva due grandi occhi: due occhi pensosi sotto due grandi ciglia e che sovente mi guardavano attoniti.
Ora viene il bello: sta a sentire quello che accadde dentro di me. Tu ricordi benissimo quello che ero io in collegio verso i quattordici e i quindici anni: cioè il più fantastico, il più esagerato, il più melanconico ragazzo che mai ci sia stato, a tal punto che in refettorio, con delle fami atroci, mi vergognavo di mangiare la polenta che ci imbandivano così di frequente, perchè mi pareva cibo poco poetico. Me ne ricordo benissimo, e ricordo anche come tu ti sforzavi di correggermi e di confortarmi: mi ricordo anche di un tuo bigliettino che mi mandasti in risposta alla più disperata delle mie lettere: dicevi semplicemente:
/* O cervello settantenne che le penne non hai ancor per volare in alto in alto e d’assalto conquistare un ideale, o cervello fatto male, ti saluto…. e sono ognor…. */
Ora è proprio vero che chi si è ubbriacato una volta tornerà ad ubbriacarsi ancora e chi dai primi anni si è abituato a vedere le cose del mondo con degli occhiali colorati, stenterà del tempo prima che possa riconoscere le proporzioni e i colori esatti. Per le anime sensibili e di vivace fantasia il collegio, credi, è una gran rovina!
Io, dopo aver visto tutte le mie illusioni infrangersi contro il muro di bronzo della realtà, dopo aver consumato anni, danaro, energie cercando di dare forma e corpo ai fantasmi del mio cervello, io fui ancora ripreso dal piacere di sognare e di imaginare.
Quei grandi occhi di Lia che mi guardavano attoniti, mi dicevano: «Noi siamo gli occhi di una fantastica piccola anima che è proprio simile all’anima tua quando avevi quindici anni: il piccolo corpo non regge a sostenere quest’anima!»
Allora fui vinto dalla voluttà malefica di svegliarla, eccitarla, quell’anima, proprio come era avvenuto dell’anima mia. I programmi delle nostre scuole lasciano, pur troppo, largo margine ad una testa balzana di formarne altre parecchie a propria imagine e somiglianza.
Naturalmente io non poteva, in iscuola, parlare nè dell’eterna lotta fra l’ideale e il reale, nè della inutilità della vita, nè del dolore che è anima delle cose, nè della «infinita vanità del tutto»: questo no: però tutto quello che di glorioso, di eroico, di fantastico dicono che sia avvenuto nel mondo, io lo feci passare davanti alla mente di Lia: Ippolita regina delle Amazzoni, Enea che varca il mare, Alessandro che conquista l’Oriente, Cesare che varca il Rubicone, Socrate che muore per la verità, Prometeo che rapisce il fuoco a Giove, Antigone che guida il cieco padre nel bosco di Colone, tutto questo ed altro ancora passò per la piccola scuola: una cavalcata eroica. Stavo però nei programmi, come tu vedi!
Gli scolaretti mi stavano a sentire a bocca aperta e andavano dicendo per il paese che un professore come il signor segretario comunale non lo avevano avuto mai; che si divertivano tanto a sentirmi: gli occhi poi di Lia mi guardavano sempre più attoniti e, fuori, il religioso silenzio della scuola era interrotto dal ci ci allegro di molte nidiate di passerotti che prolificavano in un piccolo giardinetto.
Non ti negherò per altro che alle volte ero preso da un sentimento come di rimorso. «Faccio male – dicevo fra me – a turbare quell’anima ingenua, a pascerla di fantasie che non avranno mai riscontro nella vita. Gli eroi come i santi sono morti: inutile il rievocarli.» Però un bel giorno feci l’amara scoperta che la mia scolaretta non dava segno dell’infezione idealistica che io le somministravo giornalmente.
I cómpiti di lei erano un documento irrefragabile. Certe tesi morali, a bastanza audaci, che io dava da svolgere, erano da lei ricondotte con frasi semplici e piene di buon senso al loro termine giusto, e con una temperanza di criterio che si sarebbe detto un aperto rimprovero al maestro.
Ne rimasi male e mi sentii mortificato.
Le mie classificazioni stavano sul livello del cinque, e ogni tema portava una di queste note: – Tema pedestre – Puerile – Manca ogni senso dell’arte – Difetto di idealità – e simili.
«Ma insomma, signorina, – le dissi una volta, – non è capace di far meglio?»
Mi rispose con voce piagnucolosa:
«Ma, signor professore, io non sono buona di fare i lavori che fanno gli altri» (gli altri, cioè i compagni, facevano, a onor del vero, dei cómpiti della più sfacciata retorica); e proseguì: «io non capisco che cosa è questa idealità che lei vuole!»
Io la guardai fissamente, e i suoi occhi mi guardarono assai attoniti.
Un giorno leggevamo un passo di non so quale autore, dove era detto che la vita è una cosa triste.
Domandai a Lia che cosa ne pensasse di questa sentenza. Mi rispose che non sapeva rispondere ad una domanda così difficile.
«Ma avrà pure un’opinione, avrà pure un giudizio nel suo cervello;» insistetti io.
«Allora per me, se devo dire quello che penso, dirò che a me la vita sembra bella e che sono tanto contenta di vivere.»
Un’altra volta, mi ricordo, non avea fatto ii lavoro di latino, ed io le dico: «Ma questa è una mancanza di dovere, signorina.»
«Ma signor professore, – ella risponde timidamente, – la donna di servizio non c’era e ho dovuto far io da cucina….»
«Una giovanetta – dico io – che si dà agli studî, deve trascurare queste opere servili….» e aggiunsi ironicamente: «Pare a lei che si possa combinare Virgilio con le pentole e le padelle?»
Tutti si misero a ridere; lei arrossì, ma poco dopo la vidi bisbigliare una parola al compagno e il compagno ridere.
Volli sapere quello che avea detto.
«Signor professore, – fu pronto a rispondere il compagno, – la signorina mi ha detto che anche Virgilio avrebbe dovuto badare alla pentola se non ci fosse stato nessun altro.»
Quando l’anno fu terminato, io la fermai nel corridoio e le dissi:
«Contenta eh, giovanetta? finite le scuole, finito il lavoro, finite le noie del professore.»
«Oh sì, contenta!»
«E dove le passa queste vacanze? sempre qui…. nella sua villetta? con i suoi genitori?»
Mi rispose: «Con i miei genitori sempre, ma non sempre qui perchè la mamma ai primi di agosto mi conduce ai bagni di mare, ma per divertirci soltanto, sa? non per salute, perchè stiamo tutti bene; e poi dopo viene anche il babbo.»
«Si diverta, dunque!»
«Oh sì, sì, e anche lei, signor professore.»
«Oh, io devo lavorare, – risposi, – e facilmente andrò lontano di qui, chissà…. in America un’altra volta….»
«Ma è poi contenta la sua mamma che vada così lontano….?»
«Io non ho più nessuno: è tanto che sono orfano.»
«Oh!» fece Lia con una faccia molto più triste che non avessi supposto. E rimase lì come se il non aver più la mamma le paresse una cosa assai strana.
«Bene, bene, si diverta e sia sempre una buona figliuola, sempre buona e ubbidiente, e cerchi di studiare anche nelle vacanze, veh! e adesso vada!» e la accomiatai.
Io la seguii con gli occhi: si allontanava piano pel corridoio, ella che era così vivace che io dovea riprenderla per le sue corse.
Si allontanava piano così che io la seguii con lo sguardo….
«Va, va, – dissi fra me, – diventerai anche tu come tutte le altre: le tue sottanine corte te le allungheranno…. con quel che segue! Andrà ai bagni….» e la vedevo seduta su la piattaforma di uno stabilimento, già vestita da signorina, con un qualche imberbe adolescente che da un angolo la divorava con gli occhi.
Non mai come allora provai la passione di andarmene via dal comune, di battagliare anche corpo a corpo, sai? con la spada e il fucile.
E sono andato via, sai? Ho chiesto due mesi di licenza e sono andato a Roma. Vi avea trovato anche da far bene nella redazione di un giornale politico; ma poi il giornale fu acquistato dal Ministero, gente e roba che non mi andava. E poi d’estate in quella città di marmo, monumenti, fontane, obelischi di marmo, con quella gente che parla pesante come il marmo, sentii la nostalgia di questi pioppi azzurri e ventilati: e ritornai ancora qui, e quando ripresi il mio ufficio, mi pregarono se avessi voluto prestar servizio nelle scuole sino al gennaio, nella quale epoca sarebbe venuto un nuovo professore autentico. Dico di sì, e torno a scuola.
Allora mi ricordai di Lia che me l’era proprio dimenticata, e sentii il desiderio di rivederla. «Oh, ma adesso – pensai – si sarà fatta una signorina sul serio, e i genitori la terranno a casa.» Invece a pena entro, vedo Lia. Portava ancora le sottanine corte: ma come si era fatta grande! Io pensava: «Chissà come si è cambiata in questo frattempo!» e invece niente. Era la Lia di prima, solo un pochino più seria e un po’ meno vivace, alle volte quasi pensosa: sì, quegli occhi adesso mi parevano proprio pensosi. E fu o mi parve di sorprenderli sopra di me. Un giorno incontro suo babbo (eravamo anche allora buoni amici) che mi dice: «Io non la volevo mica mandare a scuola, quest’anno, ma è stata lei, quella benedetta figliuola che vuole quello che vuole, che ha voluto venire.»

Erano intanto venuti i giorni piovosi dell’ultimo autunno; si era presso alle feste del Natale. Gli scolari già in precedenza parlavano di riposo, di castagne arrosto e dei tortelli del Natale. Era caduta la notte molta neve, ed erano entrati tutti allegri portando nella scuola l’odore della neve, e scuotevano le falde dagli abiti che sgocciolavano.
Lia in quel giorno non venne, e quella bianchezza della neve e la mancanza di Lia mi misero nell’anima una tristezza insolita. V’era come della sordità nell’aria, tanto perchè era caduta la neve, come perchè non c’era lei che mi guardasse con quegli occhi pensosi rivolti su di me con l’espressione di una piccola fata benefica.
Gli eroi in quel giorno non cavalcarono.
Anche il dì seguente Lia non venne. Passarono tre giorni e uno scolaro, entrando, mi disse: «Lo sa? lo sa? La signorina ha preso il tifo.» A giudicar dalla voce, questa pareva una novità piacevole agli scolari, o almeno un argomento ad una discussione vivace. Alcuni sostenevano che Lia sarebbe morta perchè di tifo si muore sempre, altri che Lia sarebbe guarita, ma non sarebbe più venuta a scuola, perchè alle donne col tifo tosano i capelli e poi diventano stupide. «Stupide?» «Ma sicuro: vuoi che non lo sappia io? – diceva uno. – Mi è morta prima la mamma di tifo, poi una sorella che era a punto diventata stupida.»
Lo sai tu, Astese, come avvengano certe strane cose? La notte me la vidi in sogno che mi chiamava e mi diceva: «Perchè non vieni? Non hai capito che questa bambina ti vuol bene e ti vuol vedere prima di morire?» Era la Lia bambina che diceva queste parole con la voce e il sentimento di una donna. Piangevo io veramente nel sogno, e il giorno di poi mi feci animo e mi azzardai di passare il cancello di questa villa, piano, e quasi con devozione. Nell’anticamera, sull’attaccapanni, c’erano ancora il cappello scuro e la mantellina, e sul tavolo il pacchetto dei libri non ancora disfatto.
«Sta male, tutta la notte ha avuto il delirio, ora riposa un pochino;» così mi disse il babbo, e siamo entrati piano, in punta di piedi nella sua stanza. Si sentiva come un odore di febbre maligna, poi la distinsi nella penombra e l’ho veduta: ma quando l’ho veduta nel suo lettuccio, terrea come una morticina, quasi rimpicciolita, con le labbra nere e i dentini neri, le pupille chiuse e la borsa di ghiaccio su la testa, mi sono sentito un freddo passare per dentro il cuore, come avessi sentito battermi da vicino le ali della morte. Si parlava pian pianino a fil di voce perchè pareva sopita: si vedeva il corpicino sotto le coperte con le braccia e le gambe distese come se la avessero già composta così per portarcela via. Ad un certo punto vedemmo le sue palpebre che si levarono su con fatica come ci fosse stato sopra un peso: fissò, mi fissò e mi riconobbe: allora stirò le labbra come per sorridere….
Quando ogni pericolo fu scomparso – e vi furono, credi, dei giorni angosciosi – io diradai le mie visite e finii col non venire più. Furono loro a pregarmi di ritornare: «Lia è così sola, si annoia, la venga a trovare;» ed io tornai.
La trovai seduta su di un seggiolone: portava una cuffietta bianca sotto cui si allungava un visino pallido e smunto. Stava benino, ma aveva una gran fame. Quell’anno era caduta molta neve, e tutt’intorno era bianco: ora Lia per distrarsi faceva mettere sul davanzale tante briciole di pane e stava a guardare dai vetri tutti quei passeri che venivano a beccare. Si erano dimesticati a quella cuffietta che li guardava dietro i vetri, così che i nostri colloqui erano interrotti dal crepitar della legna sul caminetto e dal cinguettio degli uccelli che parevano parlare della primavera vicina. Diceva Lia: «Sa cosa dicono i passeri? Dicono così: Vedrai, Lia, quando tutti i pioppi avran la verdura, noi ci appenderemo i nostri nidi e ti pagheremo il pane che tu ci dai con tante belle cantate. E mi raccontano tutto quello che loro vedono volando e mi dicono ancora: Lo sai, Lia, che lontano da qui, in un cantuccio che sappiamo soltanto noi, dove batte bene il sole, è nata di già una margheritina? Lo sai, Lia, che stamattina, quando tu dormivi ancora, il sole è nato presto, presto, con una bella luce….? oh, verranno i bei giorni!»
Io passava molte ore con Lia; qualche volta rimanevo a pranzo: da principio io le parlava un po’ della scuola – lasciando però da parte gli eroi – dei libri, di cose da bambini, insomma; le davo dei savi consigli; ma poi un bel giorno mi accorsi che i rapporti fra me e Lia erano mutati, come era mutata lei, perchè la bambina veniva scomparendo sotto quella cuffia, e con meravigliosa metamorfosi appariva la donna. Da principio era lei che al mio apparire si voleva alzare in piedi, e adesso era io che quasi mi inchinavo e dicevo signorina, e lei mi porgeva la mano con il sussiego di una dama. E mi comandava: «Mi fa il piacere, mi dà quella scatola? quel ricamo? Sia buono, mi aiuti a dipanare questa matassina!» E si faceva anche servire, e una volta si mise a ridere e a chiamare: «Mamma, mamma, vieni a vedere come fa il signor Leuma a sbattermi l’uovo!»
Allora cominciai io a trovarmi impicciato anche nella scelta dei discorsi, e pensai bene di ricorrere con più metodo alla grammatica, alle regole, alla scuola. «Oh, ma insomma, glielo devo dire? io di questa roba qui non ne voglio più sapere, – mi disse; – mi porti qualche bel libro, mi legga qualche bella cosa.»
«Non vuol dunque studiare più, signorina Lia?» domandai con mansuetudine.
«No, no, io ne so anche troppo.»
«Ma lei non vorrà seguitare i suoi studi? Oggi le donne che hanno ingegno come lei, possono fare una bella carriera.»
«Non ci penso nemmeno.»
«Ma allora che cosa vuol fare, signorina?»
«Cosa voglio fare? Oh bella! quello che fanno le altre donne. Sì: e perchè mi guarda con quegli occhi? ho detto forse una cosa che non va bene?»
E mi guardava, così dicendo, con due occhi limpidi e puri. La mia mente a quella risposta era corsa ad un’imagine lasciva involontariamente.
Arrossii e non dissi nulla.
Lia puntò il dito della sua manina contro di me: «Ve’, ve’, ve’, che diventa rosso! – disse allegramente. – Non l’avevo visto mai diventar rosso!»
Allora le portai il Pellico, e I Promessi Sposi, ma ottenni il medesimo risultato che con la grammatica. Ti ricordi, Astese, le Penombre del Praga, che mi piacevano tanto in collegio? Non so come, trovo quel volume e glielo porto. «Ma attenta bene, signorina, – le dico, – questo è un bel libro ma non è tutto per lei: bisogna che si accontenti di quello che le leggerò io: se no, lo dirò alla mamma.» Lei alzò le spalle come a dire che la mamma avrebbe fatto tutto quello che voleva lei.
Le leggo dunque le Memorie del Presbitero, le Due conoscenze, poi Il professor di greco che sapevo a memoria. «Oh, com’è bello, com’è gentile! – diceva Lia – questo sì che mi piace! ma me ne legga delle altre!» E allora un giorno mi arrischiai a leggere quella poesia che s’intitola In Brianza; la ricorderai anche tu, è vero? Comincia così:
/* Come è bella la sera in mezzo ai monti! Te ne ricordi? ti ricordi quando si vagheggiava i rapidi tramonti, e tornavamo a braccio sussurrando: Come è bella la sera in mezzo ai monti? */
Lia ascoltò con grande attenzione, e sul caro volto si disegnavano sentimenti nuovi che l’anima sua non aveva provato mai. Pareva come turbata e non diceva nulla; ed io mentre leggevo il libro, leggevo pure, ma con ben più intensa emozione, il meraviglioso canto che le si formava allora palpitando nel cuore al suono della mia voce, e per riflesso le si specchiava nella chiara faccia.
Il dì seguente mi pregò che le lasciassi il libro che lo voleva leggere da sola.
«Ma vi sono delle cose che lei non deve sapere.»
«Lei si sbaglia, ma io le so quelle cose…. Che cosa crede lei che io sia ancora una bambina? Io so tutto. Noi donne siamo furbe, sa lei?»

Un’altra volta mi disse con aria di mistero: «Senta, le voglio far vedere una cosa, ma non lo deve dire a nessuno, parola d’onore; – e si mise una mano sotto la cuffietta e ne tirò fuori una ciocca di capelli: una ciocca esile e malata, che appena le dita la lasciarono, si attorcigliò come per ritornarsene ancora sotto la cuffia. – Vede, vede che nascono? Quando saranno bei lunghi, allora solo mi leverò la cuffietta. È contento così?»
A questi momenti di gaiezza succedevano però degli accessi di stramberia che facevano vivere in pensiero i genitori per timore di una delle tante conseguenze del tifo, e anch’io, che oramai ero divenuto di casa, non stavo senza preoccupazione. Il programma era dunque, anche per consiglio del medico, di non contrariarla in nulla!
Una volta mi disse, perchè mi rifiutai a non so che cosa:
«Cattivo, brutto cattivo d’un professore.»
«Sì, signorina, e perchè sono cattivo me ne vado.»
«No, no, no: assolutamente: mi reciti invece delle poesie….»
«Quale vuole?»
«Quella del Praga: In Brianza.»
Credo che anche i passeri la sapessero a memoria: ad ogni modo cominciai; e mentre io declamavo, lei guardava fuori della finestra come cercando cose lontane di là dai pioppi che aveano già messo le prime foglioline e dietro cui si spegneva il giorno con un largo presentimento di primavera. Quando ebbi finito, Lia disse voltando a pena il capo:
«Cominci da capo, ma con più espressione: lei può leggere, se vuole, molto meglio.»
Io mi rifiutai e dissi: «Ma no, signorina, sia ragionevole: quante volte gliel’ho detta questa tremenda poesia?»
Allora lei lasciò di guardare fuori della finestra, si voltò verso di me, si passò due volte le mani su la cuffietta, poi le incrociò sotto il mento (mi ricordo come ora) e mi dice: «Dica un po’: è perchè sono così brutta che lei è tanto sgarbato con me….? Sono brutta, mi dica proprio la verità, sono brutta….?»
Io dovetti scappar via quella sera per non fare e non dire una sciocchezza; ma per quanto mi stesse a cuore la pace e la salute di questa signorina, non potevo dimenticare me stesso che al giuoco inutile e pericoloso già ne soffrivo. Preparare il convito d’amore per l’ignoto amante qualsiasi che sarebbe venuto poi, non era divertente e nè meno molto lusinghiero pel mio amor proprio.
Il giorno dopo grandi recriminazioni; venne la mamma a dire che io avea detto a Lia che era brutta: non poteva esser vero; ma intanto avea pianto tutta la sera; avea detto che la si doveva lasciar morire prima, e tante altre cose tragiche al punto che il babbo quella sera si dimenticò persino di fumare la pipa.
Io, per mio conto, aspettavo un’occasione propizia per risolvere bellamente una condizione di cose tutt’altro che chiare, anzi che si andavano imbrogliando di giorno in giorno: e l’occasione venne con il venir della primavera; Lia era stanca di star qui, di vedere sempre quei pioppi, quei passeri, quel giardino. «Io voglio vedere un po’ di mondo: io voglio; – ripeteva sovente. – Sapete che alla mia età non ho mai veduto niente?» Allora si fece consiglio di famiglia per stabilire un viaggio.
La mamma era per Venezia, il babbo per Napoli, io per Firenze.
«E io per la Brianza,» disse Lia.
«Ma, cara, la Brianza non è una città, – osservò il babbo, – ma una regione fra i laghi, e già che si spendono dei soldi, vediamo di fare un viaggio utile, istruttivo, di vedere quello che non s’è visto, dei musei, dei monumenti, che so io.»
Non ci fu verso, convenne decidersi per la Brianza; Brianza doveva essere, e Brianza fu; e allora toccò a me tutto il difficile cómpito di stabilire un itinerario, consultare guide, orari, e si passavano le intere serate su la Brianza con carte, guide, Baedeker, tanto che il babbo dopo il pranzo era abituato, accendendo la pipa, di esclamare: «Oh, adesso certamente andiamo in Brianza!» Gli studi su la Brianza erano alternati con quelli della sarta che veniva a posta da Modena, giacchè nessuno dei suoi abiti da fanciulla le andava più bene. E allora in lei un’impazienza, una vivacità strana di far presto, di andare: qualche volta era anche sgarbata: pretendeva per esempio che scegliessi io la forma del cappellino sui giornali di mode. Ed erano questioni serie perchè lei diceva alla mamma la quale mi dava ragione: «Sissignore, se ne deve intendere, anche se è un uomo, anche se è stato professore, perchè noi siamo sempre stati in provincia e lui invece ha viaggiato….» La gita in Brianza doveva portarmi la liberazione da uno stato di cose che, come vedi, avea finito per diventare abbastanza increscioso. La signorina andava in Brianza, io stavo per piantare definitivamente il comune, e me ne sarei andato questa volta sul serio: indovina un po’ dove? A Vienna. La conoscenza del tedesco mi avea aperto colà una posizione che avea tutti i motivi di credere ottima.
Ogni giorno glie lo volevo dire e ogni giorno rimandavo al dì seguente. Perchè? Non te lo saprei spiegare, o ci vorrebbe di troppo; il fatto sta che così durò la cosa proprio sino al giorno stabilito per la partenza in Brianza: anzi sino alla mattina, una mattina di giugno che era un incanto. Arrivo di fretta alla villa per salutarli e accompagnarli alla stazione e vedo nel giardino una figura nuova, che non avea mai visto in quella casa; stavo per passar oltre, poi mi fermo, guardo: ma è lei, è Lia!
La quale, come mi vide, disse sorridendo:
«Gliel’ho detto, signore, che mi sarei levata la cuffia soltanto quando mi fossero venuti su i capelli un’altra volta!»
La guardai e non sapevo che cosa rispondere e non mi potevo persuadere che fosse lei.
Ella parve studiare sul mio volto l’effetto che produceva in me, e il mio silenzio e il mio turbamento dovettero corrispondere alla sua aspettazione perchè il sorriso meglio le si spiegò sul caro volto, e aggiunse:
«Questa mattina è venuta la sarta, signore, e mi ha portato quest’abito da viaggio.»
Lia era scomparsa e ne era venuta fuori una signorina tutt’elegante. Però guardandovi, ritrovai ancora qualcosa della piccola Lia: la nota dell’adolescenza non era sfumata anch’essa. Un cappello di paglia di Firenze, semplice come quello di un’educanda, ombreggiava sotto il sole del giardino un volto di una purezza incomparabile. Un abito chiaro modellava tutta la persona, la quale era sbocciata nella sua femminilità: e io sino allora non me ne ero avveduto. I gigli del giardino parlavano un profondo linguaggio e il profumo dei grandi calici bianchi si confondeva col profumo delle sue vesti e della sua persona in un’affermazione quasi mistica della vita: questa vita che è bella e che è eterna. Il cuore mi si mosse come non mai, e cominciò a battere tempestosamente.
«Io spero, signore, – disse Lia, – che anche quest’ombrellino sia di suo gradimento.»
Io non risposi nulla.
Lia proseguì: «Lo sa, è vero, che il treno arriva alle undici?»
«Ben per quello che son venuto;» dissi finalmente.
«E la valigia?»
La guardai con sorpresa, poi dissi:
«Ma chi le ha detto che vengo anch’io? io le ho fatto l’itinerario, ma non le ho mai detto che sarei venuto in Brianza.»
Allora fu lei a guardarmi, poi cercò di ricordarsi, poi disse con molta semplicità, senza segno dell’impazienza che la pigliava quando si ostinava a volere una cosa:
«Sarà benissimo, come lei dice, ma proprio ero così convinta che si doveva fare il viaggio assieme, che forse per questo non gliene ho mai parlato.»
Allora io, facendo il maggior sforzo su di me stesso, cominciai con un «Sia ragionevole, signorina Lia» a parlare di me, del mio avvenire, dell’impegno preso, dell’andata a Vienna, e certo ella ne era persuasa perchè non obbiettava alcun ragionamento, ma le labbra le cominciarono a tremare e dalle pupille si formò visibilmente una lagrima che corse su le palpebre: vi si fermò sospesa, cadde e lasciò posto ad un’altra; e il mio discorso persuasivo terminò allora contro la mia intenzione con questa domanda:
«Ma non è un capriccio puerile il suo?»
Lia scosse la testa con profondo diniego.
«Ma ha proprio tanto desiderio della mia compagnia?»
Lia affermò vivacemente.
«Ma il babbo e la mamma che cosa penseranno?»
«Loro sanno che lei viene.»
«Ma chi l’ha detto a loro?»
«Io, oh bella!»
Per non fartela lunga, Astese, dopo dieci minuti avevo preso la valigia, destinata ad accompagnarmi a Vienna. Io stesso mentre vi riponevo le robe, mi domandavo: Ma cosa faccio? ma dove vado? Il fatto è che sono andato anch’io in Brianza. Ora senti questa e poi è l’ultima, che è tardi e domattina mi devo levar su presto. Dunque il treno dovea partire alle undici; un treno omnibus che fa servizio di merci, figurati, e sta fermo una buona mezz’ora alla stazione. Non so come ci siamo trovati per un momento soli nello scompartimento di prima classe, io e lei. Il babbo, mi pare, stava facendo i biglietti e la mamma parlava nella saletta d’aspetto con una signora: fatto è che eravamo soli.
«Adesso mi leverò il cappello se no si sporca tutto,» disse Lia; e posò la pamela sopra la reticella, e poi si mise tranquillamente a guardare dal finestrino dalla parte dell’ombra come se da quella apertura ambulante del treno si fosse già cominciato a scorgere qualche cosa del vasto mondo che ella desiderava di conoscere: si sentivano al di là della siepe cantar le cicale nel silenzio dei campi che mandavano dei bagliori di oro, giacchè il grano non era stato mietuto. Indovina a cosa pensavo? Pensavo a quello che i greci dicevano a proposito delle cicale, cioè che sono divini e melodiosi animali. Mi pareva che avessero ragione quegli antichi umani, e cioè che intendessero il mondo della natura diversamente e con più felicità di noi. Cose leggiere, liete e misteriose esistono nel mondo che noi non sentiamo perchè sono oppresse dalla nostra guerra umana e dalla nostra tristezza! A questo pure io pensavo. Mi interruppe la voce di Lia che domandava:
«Dopo Milano si vede subito la Brianza?»
Io non so che cosa risposi.
«Anche il Po deve essere un bel fiume, è vero?»
Io non so: io non vedeva in volto a Lia perchè lei guardava dal finestrino e col dito accennava come se vi fosse stato il Po e la Brianza: io non so, ma veramente mi sentii tirar giù verso quella capigliatura che evaporava la sua giovinezza sfuggita alla bara, e parea quella di un paggio antico ed era sotto di me, e la baciai, ma pianamente che non credeva nemmeno che Lia se ne fosse accorta. Invece Lia si accorse, ma non si scosse come se il mio bacio fosse stato una cosa attesa da molto tempo: disse soltanto: «Cosa fai?»
Poi mi si rovesciò addietro, con la testa, e vidi i suoi occhi verso di me, le sue labbra verso di me. Il resto pensalo tu, Astese, e andiamo a dormire.

Così terminò Leuma il suo raccontare, chè la luna più non passeggiava su le cime dei pioppi, ma era trionfalmente salita nel cielo

Astese anche nel nuovo letto, fra le lenzuola fresche di lavanda, si addormentò del sonno del giusto. Però verso il dilucolo, la leggerezza del sonno fu attraversata prima da un suono come di sonagliere e di ruote, un suono allegro quale di diana alpestre; poi da un vagito di bimbo che pareva un richiamo alla vita, infine quando la luce segnò la croce della finestra, dal canto di un gallo con un sentimento di aer sereno: suoni non sgradevoli che lo cullarono come in un sogno e fecero scendere quell’onorevole giù in un secondo sonno, dal quale lo svegliò una voce, questa volta distinta, la quale disse:
- È permesso?
Era la signora suocera che, con cortesia campagnola, venìa ella stessa ad aprir la finestra e a portare il caffè.
- Ma è ben tardi, – disse Astese quando vide la luce calda del mattino che ebbe invaso la stanza.
- Oh, stia zitto – disse con rincrescimento la signora – che abbiamo avuto tanta paura questa notte che il bambino la disturbasse: sì è svegliato due volte il birichino, perchè adesso lo teniamo noi la notte il bambino, perchè, veda, adesso lo svezziamo dal latte…. ma se vede la sua mamma non lo tiene più nessuno. Ci vuole una goccettina di rum o di mistrà?
- No, è eccellente così; – e l’onorevole Astese con il cubito nel guanciale e la mano fra i fini capelli, sorbiva, con aria di sibarita, il caffè che mandava il suo fumo nella stanza piena di sole.
- Ma pensi che lo ha allattato lei….
- Ma cosa la mi conta! – si credette in dovere di esclamare l’onorevole, il quale, dottissimo in molte scienze, poco si intendeva dell’allattamento dei bimbi.
- Ma sicuro! – proseguì trionfalmente la signora – oh, tutta la gente se ne faceva le meraviglie, se sapesse, e ci dava degli imprudenti: io poi! Tutti a dosso a me: io invece voleva prendere una balia, per tante ragioni, prima per lei: capirà bene; era una bambina: appena diciotto anni! eppoi anche per il piccino perchè, lei non lo saprà perchè è scapolo, ma le donne di primo parto hanno latte scarso: ma non ci fu verso…. «Lo voglio io, lo voglio io il mio piccino, non me lo portate via, se no muoio.» E glie lo abbiamo dovuto lasciare, sa?
E noi, imagini con che cuore, si stava in pena, e si guardava pian piano dal buco della serratura; lei in letto con la testa giù, e vicino una cosettina che si muoveva che pareva, sa? uno di quei piccoli gattini: stavan lì tutto il giorno tutti e due, soli; non si sentiva un sospiro. Lei dirà che è stata un’imprudenza, che lei si è ammalata, che il bambino ha sofferto? Macchè! Ha fatto i suoi quaranta giorni di letto e poi si è alzata, e poi lo vede? ha patito il piccino? ha patito lei? proprio vero come dice nostro genero, lui lo dice in latino ed io glielo dirò in italiano: «Va ben dietro alla natura e non sbaglierai mai e poi mai.» Va bene così?
Astese assicurò la perfetta trascrizione del passo; e, senza volerlo, venne a sapere tante cose: intanto che il suocero e la suocera avevano una grande stima di Leuma, anzi che tutto il paese avea Leuma in grande riputazione, che Leuma avea rimesso in piedi l’azienda domestica del commercio del legname – e con che anima, e con che spirito! che se voleva essere sindaco dipendeva da lui. – Se quest’inverno non è avvenuta una rivoluzione in paese, tutt’il merito è di Leuma. Ci vuol altro – seguitava la signora – che mandare carabinieri e soldati, come dice Leuma….
- È socialista Leuma?
- Oh, credo di no: perchè lei forse è socialista?
- Io? Io per adesso sono ministeriale, – rispose Astese ridendo di gusto nel suo savio cuore.
- Bene, Leuma non è neppur quello che dice lei. Anzi Leuma dice che ci vogliono delle amministrazioni buone nel Comune e nel Governo: dove si tenga da conto il danaro che ci portano via con le tasse: che il popolo non è di nessun partito, ma che vuol vivere secondo giustizia, che siete voialtri deputati e tutti quegli altri che hanno il mestolo in mano, che mettono su il popolo. Insomma, ha delle idee buone e serie: ha capito? e qui in paese tutti gli vogliono bene: lui dà ragione al prete, se il prete ha ragione; e a quegli altri, se quegli altri hanno ragione.
- Così che loro sono felici col mio amico Leuma? – domandò graziosamente Astese per ricondurre alla conclusione un troppo diffuso discorso.
- Felicissimi, tranne l’ingratitudine del mondo.
- Sarebbe a dire?
- Come? me lo domanda? Ma un uomo come Leuma non lo devono fare per lo meno cavaliere? Cosa andate a fare voi altri a Roma? Cosa sta a fare il re a Roma? E se non vogliono far cavaliere il nostro genero, che già lui non ci tiene perchè non è ambizioso, – e se non si è ambiziosi, glielo dico piano che nessuno ci senta, oggi non si riesce a niente, creda a me che sono gallina vecchia, – ma almeno mio marito! Sono trent’anni, dico trenta, che commercia col legname, e in trent’anni non ha mai mancato ai suoi impegni, e non l’han da fare cavaliere? Un altro commerciante di legname, qui in paese, che ha fallito due volte, è stato fatto cavaliere: questa è storia! I buoni intanto restano a gola asciutta, ma verrà il tempo che ve ne pentirete….
Astese voleva assicurare quella signora, già così dolce e gentile, che lui, poveretto, era innocente di queste colpe: ma ella non gliene lasciò tempo. – Non me ne parli, non me ne parli – disse, e preso il vassoio e la chicchera, se ne era andata.

Presso la porta v’erano le scarpe lucide, su la sedia i calzoni spazzolati e piegati. – Ma che brava gente! – ripeteva Astese facendo toilette con certi larghi gesti come di persona che arringhi, il che era sua abitudine.
Quando fu dato l’ultimo tocco artistico alla capigliatura, si affacciò alla finestra e vide, sotto, il giardino, silenzioso sotto il sole; il giardino pieno di alti gigli, e fra i gigli era Lia.
Lia era con tutti i capelli sciolti così che quando si chinava per mondare certe piante, si dispiegavano intorno sino a terra; e, quando si levava, la linea della persona balenava intravvedendosi sotto una veste di lana bianca costretta da una fascia di rosa intorno alla vita.
Astese la seguì a lungo con gli occhi e si sentì melanconia a quella vista. Si passò una mano su la fronte come per mandar via certe caligini che gli si addensavano pensando alla sua giovinezza trascorsa quasi castamente, ma poi disse con la sua voce lieta e forte: – Buon giorno, sposina Lia….
Lia si voltò, guardò attorno, in alto, e mandò un: – Ah! è lei, onorevole? Buon giorno: ha riposato bene? – e si raccogliea, confusa, la capigliatura su la nuca.
- Benone! Ora scendo.
Poco dopo Astese era presso di Lia e, stringendole la mano, esclamò allegramente: – Non ebbe pur tutti i torti Leuma se per conquistare questa bella mano, lasciò Vienna e Roma; – ma così dicendo vide che Lia arrossiva di non so quale timido pudore che lo stato di sposa e di madre non avea tolto ai suoi diciannove anni; però mutando l’entusiasmo e il complimento in tuono più pacato di voce. Astese proseguì: – Lia…. Lia…. Lia….! ci son bene dei versi che mi sovvengono questo nome, e mai non mi sono parsi così belli e così veri come adesso, che la vedo qui tra i fiori. Senta, sposina, – e dopo alcun pensamento per ricordarsi, disse con voce calda e ricca di inflessioni armoniose che non avea parlando comunemente ed era uno de’ suoi trionfi, e con largo gesto, fra i gigli:

Sappia, qualunque il mio nome dimanda,
Ch’io mi son Lia, e vo movendo intorno
Le belle mani a farmi una ghirlanda.
Per piacermi allo specchio qui m’adorno;
Ma mia suora Rachel mai non si smaga
Dal suo miraglio, e siede tutto giorno.

- Oh, che bei versi! – disse la giovanetta con ingenua ammirazione; – me li ripeta.
E Astese li ripetè.
- Ma di chi sono?
- Indovini.
Lia disse che non lo sapeva, ma che aveano un non so che di bello e di antico e che probabilmente dovevano essere di Dante. – Io però non sono arrivata sin là, – aggiunse.
- Ma brava, ma che intuizione! Del resto si capisce; stando con Leuma…. Sa che c’era della stoffa d’artista in Leuma?
- Oh, lo so pur troppo! – disse Lia sospirando. E chinò la testa come chi è richiamato ad un pensiero doloroso.
- E adesso perchè sospira? ma perchè? cos’è nato?
Lia lo guardò in volto dubbiosamente come chi cerca un’espressione che gli riveli se si può o no fidare; e poi con voce in cui da vero si sentivano le lagrime, come talvolta attraverso il vento si sente l’odor della pioggia, domandò:
- Dica, mi posso confidare in lei?
- Garantisco, sposina, – disse Astese turbato a quel mutamento di scena inaspettato e mettendosi la mano sul petto e dando alla voce e al senso un andamento scherzoso: – garantisco che ho ricevuto più confessioni io di un frate confessore; ma giuro….
- Ebbene, signore, io sono molto infelice; – suonò la voce di Lia; e stette lì, col capo chino e le braccia penzoloni, come meditando tutta l’estensione delle parole che avea proferite.
- Eh!… ma pare impossibile….!
Lia confermò con un lieve chinar del capo.
Astese, supponendo che quella infelicità provenisse da qualche imagine o fantasia dell’anima inesperta, domandò con evidente intenzione di iperbole faceta:
- Non le vuol bene? la maltratta? non adempie ai suoi doveri? giuoca? si ubriaca? vanno male gli affari? non va d’accordo con la suocera?… ha un’amante?
- Oh no, signore, questo poi no! – disse Lia non senza indignazione, là dove prima avea sempre risposto con un melanconico diniego.
- Allora favorisca spiegarsi, perchè questa volta non ci riesco ad indovinare….
- Venga con me, signore, – disse Lia, – e poi capirà tutto.
Lo prese per mano, lo condusse segretamente in casa al secondo piano, e aperse la porta di una stanza.
- Questo è stato il regalo della sposa allo sposo; – disse Lia indicando.
- Corpo di bacco: una magnificenza! – disse Astese fermandosi su la soglia.
- Venga, ma venga avanti! Adesso lui non c’è in casa e possiamo essere sicuri.
Era una grande stanza arredata con austerità di cuoi, di tappezzerie e di mobili antichi di non dubbio valore: una stanza da studio che la avrebbe invidiata un sognatore e un poeta, e che nessuno avrebbe sospettato in quella villa alla buona. La tenue luce passando attraverso le tendine di seta rossa, si rinfrangeva su le ricche masserizie in un raccoglimento pieno di pensiero e di bellezza. In uno scaffale di antica foggia stavano disposti molti libri legati in cuoio ed oro, e presso il balcone era un tavolo massiccio sagomato a liocorni con ricchissima suppellettile per iscrivere, e un’erta sedia a bracciuoli con borchie e cuoio. Ma per temperare l’austerità del seggiolone, faceva grazioso invito al sogno ed al riposo un mobile che Catullo avrebbe chiamato torus lucubratorius; in linguaggio moderno, una dormeuse a fiordalisi.
Quadri, acqueforti, due statuette di bronzo, vasi di vivi fiori, stoffe e ricami di puro lavoro ornavano le pareti.
- Bellissimo, da senno, – disse Astese, – ma io non capisco che cosa abbia da fare questo studiolo, degno di un letterato francese, con la infelicità di vossignoria, sposina Lia.
- Lei capirà subito, signor onorevole: guardi! – e in così dire Lia passò la palma della mano sul tavolo e poi la squadrò aperta davanti al volto dell’onorevole Astese: – Ci guardi ben bene; polvere! oh, ecco qui la penna: La vede? arrugginita! E non basta: qui sul tavolo c’è una ragguardevole sommetta fra romanzi moderni, poesie moderne e riviste: tutta roba che faccio venire io per Leuma affinchè i libri gli sieno di compenso in questa solitudine della campagna, anzi, stando a quello che mi propongono i librai, dovrei spendere molto di più, perchè di novità ne vengono fuori tante.
- Questo lo credo.
- Già, ma bisogna fare il passo secondo la gamba, come dice la mamma, che è lei che mi dà i danari. Ora, come vede dalla polvere, dalle pagine non tagliate, dalle fascette intatte dei giornali, Leuma non si occupa più di studi; tutti questi bei libri lo lasciano indifferente: la gloria, o per lo meno la rinomanza, sia pur fuggevole, ma certo inebbriante per quel tanto che dura, è passata su queste pagine: ma Leuma pare che non se ne accorga o la disprezzi per arte. Egli nella scuola mi parlava di eroi, mi diceva che l’uomo deve lasciare su la terra un segno del suo passaggio, se no è come un bruto; ed ora che mi ha sposata, tutto questo mondo di eroi e di gloria è scomparso, è morto: dico morto; non se ne parla più, più! Legge poco, e scrive ancor meno, non dico versi, ma nè anche di prosa. Ora per un uomo giovane che ha sempre avuto inclinazione a queste cose (e lei con le sue parole mi ha confermata in tale credenza) non è per lo meno strano questo abbandono per tutto ciò che possa ricordare i trionfi dell’ingegno? me lo dica lei.
Lia, così dicendo, si sedette su di uno sgabello chinando il capo, e Astese pure si adagiò sul torus lucubratorius.
Astese, contemplandola, pensava che sebbene egli non fosse mai stato poeta come Leuma, pure si sentiva l’animo per quell’adorabile donna di comporre tante canzoni e sonetti da disgradarne messer Francesco Petrarca, e, cosa ben più difficile, da ridurre in rima i discorsi più lunghi ed acerbi al buon senso e alla grammatica dei suoi onorevoli colleghi. Ma comprendendo che l’infelicità di Lia potesse avere fondamento sul vero, e non volendo d’altra parte scoprire più in là che ella non scoprisse, così si accontentò di confermare le parole di lei dicendo:
- Ciò, se è vero, mi sorprende, perchè Leuma era un idealista e un artista nell’anima, e quando era in collegio scriveva molti versi e prose di romanzi. «Veramente, – pensò, – li scrivevo anch’io i versi: ma allora si usava.» E alzando la voce: – Non fa dunque nè pure un piccolo sonettino per la sua sposa?
- Neppure! Oh, ma che cosa crede lei! Che io mi lamenti per me? Ma già, sciocca io a confidare certe cose! Lei prende tutto in ridere; e su questo Leuma vedo proprio che ha ragione da vendere e dice benissimo.
- Cosa dice Leuma? da brava, sentiamo!
- Dice che voialtri deputati pigliate tutto in burletta, anche le cose più serie, e per questo non farete mai niente di buono, perchè non avete fede.
- Egregiamente: dica però a suo marito che noi lo terremo d’occhio. Certe idee sovversive del signorino sono giunte sino a noi. Ma per ora tiriamo avanti nel nostro argomento. Vedrà ora se colpisco giusto: ella sta in pensiero perchè Leuma sarà stravagante, nervoso, melanconico, meditabondo, sentirà la nostalgia di viaggiare, di vivere nelle grandi città…. Scusi, sposina, lei ha mai letto una commedia tragica che si intitola Anime solitarie?
- No, signore.
- Ma certo l’avrà comperata: è una novità….
- Sarà bene: ma anch’io, veda, leggo poco. Mica che non ne abbia la voglia: ma vi sono tante vestine da rammendare e tante cosine da fare! Noi non siamo ricchi; possono venire degli altri figliuoli, e poi l’ago e la pezzuola – come dice la mamma – tiran su la famigliuola.
- Peccato che non abbia letto le Anime solitarie….!
- Perchè?
- Perchè allora ci saremmo subito compresi sul conto di Leuma: ma se non ha letto quel libro, è inutile che glielo spieghi: serve soltanto per chi non ne ha di bisogno.
Allora Lia parlò così accendendosi di passione di mano in mano che proseguiva con le sue parole dolorose:
- Lo farò venire quel libro, signore, e lo leggerò. Ma intanto le posso accertare che Leuma non è come ella dice: anzi è molto tranquillo e sembra contento. Ciò appunto mi accora, e quasi preferirei che egli fosse agitato e cattivo, ma mi dicesse l’animo suo. Invece quella sua calma, quel non guardare questi libri, mi fa tremare. Egli certo non legge per non affliggersi; per non vedere avverato negli altri l’avvenire pieno di soddisfazioni che egli sognò anche per sè, povero Leuma. Io indovino che sotto quella calma rassegnata si nasconde un segreto dolore. Egli con la sua bontà, mi fa capire che la sua vita è rovinata. Egli era nato per fare nobili cose: invece la sua vita si deve consumare qui, in questa campagna, con questa donna, con quel bambino, con i miei genitori! E il rimorso, veda, è che sono stata io, io che gli ho chiuso la strada, io, perchè gli voleva bene e ho fatto tanto perchè mi sposasse! Egli voleva andar via: molto lontano; e sono stata io a trattenerlo, perchè mi pareva di morire se fosse andato via. Ma adesso che siamo sposi io sono disposta a tutto pur di farlo contento. Mi adatterei a tutto. Egli mi ha dato la sua vita: io sono pronta a dargli la mia, a sacrificare per suo bene la mia pace. In questa villa noi viviamo agiatamente e non ci manca cosa alcuna; ma io anderei a vivere con lui a Roma, a Milano, dove vuole, anche in una stanza sola, anche a dover io lavare i piatti pur che lo sapessi contento: perchè io lo sento; per voi altri uomini che avete ingegno, una piccola donna è poca cosa: vi sono le soddisfazioni dell’amor proprio, il trionfo delle proprie forze, la gloria sopra tutto. Per questo veda, signore, mi dispiaceva che lei fosse venuto qui! La vista di lei che fu suo compagno di scuola e che adesso ha un nome nel mondo, certamente deve aver gettato del veleno nella piaga del suo cuore. Il tempo fugge, signore, e la mamma non ce la può dare una seconda volta la vita come un giocattolo di cui si è fatto cattivo uso la prima volta: e Leuma consuma qui la sua vita.
Lia pronunziò queste ultime parole con grande melanconia, la quale penetrò anche nell’animo di Astese; e siccome lui, benchè eloquente, non diceva parola e lei aveva detto tutto quello che aveva nel cuore, così si vergognò di quegli occhi di lui che scrutavano nel volto la sua pena e la sua confessione: si confuse, arrossì, si coprì il volto con le palme e segretamente piangea.
Allora egli disse:
- Vediamo…, vediamo un po’: in fede sincera, sposina, lei ci terrebbe a questa gloria (chiamiamola così per intenderci) di Leuma?
- Per mio conto? – domandò vivacemente Lia sollevando gli occhi lagrimosi.
- Si, per suo conto: si esamini bene!
- In mia fede, signore, la mia ambizione non oltrepassa la cuna del mio bambino e la cancellata di questa villa.
- Allora però – disse Astese – bisognerà pure che Leuma dia qualche segno della sua tristezza, del suo malcontento, perchè altrimenti dovrò credere che questa infelicità provenga se non in tutto, almeno in parte dal troppo affetto e dalla troppa fantasia della sua adorabile sposa.
- No, veda: – disse la giovane – il maggior sfogo lo ha fatto ieri a sera mentre parlava con lei: forse lei non se ne sarà accorto; me ne sono bene accorta io e non ho chiuso occhio tutta la notte! Se egli mi desse a conoscere qualche cosa, io ne sarei quasi lieta: si verrebbe ad una spiegazione: ma di provocarla io non mi sento il coraggio: ho paura di scoprire quello che temo. Egli infine è troppo gentiluomo per dirmi anche in bel modo: «questa vita mi annoia, io aspiro ad altro»: accetta lo stato di cose che ha trovato qui….
- Allora mi spieghi come passa Leuma qui il tempo, che pure deve fuggire assai lentamente.
- Nel modo più stravagante, – disse Lia sorridendo, – almeno per uno che era tanto amico degli eroi e delle cose ideali. Vuol vedere? questo è un giorno buono. Venga con me.
E Lia calò le tendine di rosa: nella stanza solitaria i libri rimasero soli: i grandi libri che vivevano la loro vita immortale e dall’alto della scrivania guardavano i giornali e i tanti altri libri comperati da Lia, i quali morivano senza nè pure essere tagliati.
Lia richiuse a chiave la porta di quel piccolo cimitero.
Uscirono dalla villa e Lia precedeva speditamente fra le cataste delle asse e dei tronchi.
- Le assicuro, signor onorevole, che chi vuole tener dietro a tutta questa roba – diceva indicando – non ha tempo da perdere, anche se il giorno è lungo. Adesso poi che abbiamo anche i bachi da seta, è un da fare!
Intanto erano giunti lontano dalla villa, dove si apriva un cancellaccio: quivi era una fila di carri con su dei pesanti tronchi, e molti lavoratori a gran fatica li scaricavano, ed erano attaccati ai carri de’ muli lucidi e membruti, i quali facevano di tanto in tanto scintillare le selci e scotevano le sonagliere e le code di volpe dalla cavezza. Manifestamente gli uomini e gli animali erano abitatori del selvaggio Appennino. In mezzo a questo lavoro Astese trovò Leuma, non in atto di chi mediti un’elegia, ma di chi comanda, e in termini non vaporosi, ma significativi ai suoi operai.
- Bravi, dove vi siete andati a nascondere? Tua mamma ti cercava poco fa col piccino che non vuole star quieto. – Così disse Leuma venendo loro incontro con un viso allegro come quel mattino di giugno. – E tu hai dormito bene, onorevole? – e dopo alquanto parlare, aggiunse: – La sai, Lia, la bella nuova? domani bisogna andare in Garfagnana, o tutt’al più dopo dimani: tu, Astese, vieni con me e vedrai che luoghi, vedrai come è bello il nostro Appennino! Non dir di no: Senti che bel programma ti faccio: stiamo fermi lassù due giorni, il tempo per sbrigare un certo affare di asse e di legna e tu vedrai quello che non ti sogni nè meno, e sentirai quello che nè pur credi: ti basti questo che lassù lo ricordano ancora l’Ariosto e il Tasso e lo cantano a memoria. Poi gusterai delle colazioni con certe trote pescate in un laghetto, e viene un appetito con quell’aria fina!… domanda un po’ a Lia che v’è stata.
Lia allora spiegò ad Astese che lassù il babbo ci aveva un bosco e una segheria fra certe schegge rupestri fra cui casca un torrentaccio che muove la segheria: tutto al primo vedere pare il soggiorno delle streghe, ma a farci l’occhio si trova che è assai bel luogo, di gran frescura l’estate, e che buona è la gente come non certo al piano. Ella con Leuma ci era rimasta più di una settimana lo scorso agosto.
- Leuma – aggiunse ancora Lia – è entusiasta di quei luoghi, ed ha ragione: ma io sola non ci resterei. Veda, quando viene la sera, tutti quegli alberi intorno alla casa si fanno più neri e più grandi e stanno lì con tanto silenzio che proprio si pensa che da un momento all’altro si devano muovere e parlare cose misteriose che sanno loro soltanto. Queste sono sciocchezze, io lo so…., io lo so; e sa anche di che cosa avevo paura? Che ogni momento venisse fuori un brigante…. Sono cose da dire? e pure è così….
- La nostra Lia è un pochino paurosa…. – avvertì Leuma.
- E prima non lo ero, veda, onorevole? da ragazza avevo un coraggio che lei non può credere, e adesso che ho marito e il bambino, mi sono fatta paurosa. Lo sa lei perchè? Io vorrei correggermi, io me ne vergogno, e non sono buona: vedo fantasmi da per tutto!
- Tu però – disse Leuma – non hai raccontato al nostro amico che se la sera è piuttosto melanconica, le mattinate invece sono stupende….
- Oh, questo sì! – disse ancora Lia con voce quasi di canto – la montagna, lassù, al mattino, è proprio incantevole. Ecco, dispiace a pensare che verrà un giorno in cui bisognerà morire! E ha osservato anche lei che è proprio quando più sentiamo di vivere che ci viene in mente quell’altra brutta cosa? Ma non parliamo di questo. Lassù, la mattina, quando si vede il sole, vengono fuori dalle frasche tanti uccelli che non si crede proprio che ce ne devano essere tanti; e bisogna dire che a cantare e a volare provino un piacere che noi non sappiamo, perchè sembrano pazzi, pazzi, le dico, ubbriachi di cantare e di amare…. Noi spesso siamo stati lungo tempo a sentire quella musica che evaporava dai boschi, sotto il cielo sereno!
- I poveri animaletti – disse Leuma – hanno abbandonato queste pianure, dove si fa una caccia spietata, e si sono rifugiati lassù. Del resto – aggiunse con più grave voce – non sono solamente gli uccelli che hanno emigrato in alto, in via cioè di fuggire, forse per sempre! Anche qualche cosa della nostra Italia si trova soltanto lassù. Per esempio, senti questa: una volta abbiamo incontrato una vecchia che non sa nè anche cosa sieno le lettere dell’alfabeto e questa diavola non mi tira fuori la canzone «Vergine bella che di sol vestita» del Petrarca? la diceva a suo modo, ben inteso, ma dovevi sentire che voci, che musica dava ai versi: come una preghiera! Lo credi che mi veniva da piangere? Ah, se vieni lassù ti voglio far conoscere un marangone, vecchio ancora quello; non ha mai studiato disegno, non ha visto mai niente fuori delle sue montagne. Bene, lo credi? nei giorni d’ozio ti disegna e fa dei mobili del più puro gusto del quattrocento. È come una sopravvivenza di quell’innato senso del bello che un tempo c’era in noi, nella nostra gente. Ora in nome di un presunto positivismo si tende a demolire anche quello, gli iconoclasti! i lugubri seppellitori dell’Idea! a patto di rimpiangerla domani quando la vedranno risorta a generare la vita presso altre nazioni! Insomma quando si pensa al tesori di una natura inesauribile che avrebbe questo popolo italiano e che noi non sappiamo sfruttare, anzi non conosciamo nè meno, viene addosso un grand’avvilimento. Noi potremmo essere i più ricchi, i più felici, i più umani e geniali popoli dell’Europa, e invece!… Bisogna vivere qui in questi comuni e in queste campagne dell’Emilia! Io ne so qualche cosa perchè, senza volerlo, mi trovo in mezzo alla baraonda di un povero comune dissestato. C’è del malcontento, qui, del guasto, dell’odio cieco e profondo, dell’ignoranza tanto più terribile perchè è a base di alfabeto, di diritti e d’istruzione: par di sentire degli scricchiolii di passioni selvagge, come nel ghiaccio quando sta per rompersi. A chi dar ragione? a chi torto? Ti confesso che non lo so nè anche io e non so più con chi prendermela, forse un pochino con voi altri che scrivete libri e che fate i discorsi; poco savi gli uni e poco belli gli altri. Press’a poco come facevano in Atene, ai tempi antichi, con la differenza che loro andarono in malora facendo almeno dei discorsi esemplari e delle poesie belle. Ebbene, questo è il mio posto di combattimento: umile posto ignorato, eppure mi trovo contento di questa nuova battaglia che combatto: ma la mia piccola Lia, vedi, Astese, mi assedia con tutti i libri e con tutte le poesie che si stampano. Ella pensa, nel suo amore, che io sia un grande ingegno, una tempra d’eroe che si deve ancora manifestare. E forse un tempo fui io stesso ad alimentare nel suo ingenuo cuore così fatta illusione di me! Povera Lia! Non la ho più questa ambizione. Se ne avessi una, se sapessi che l’opera mia di uomo può giovare a qualche cosa, sarebbe di fare un po’ di bene pratico, di portare fra questa gente un po’ di evangelo di buon senso e di giustizia, di fare che questo lavoro umano non cada, come quasi sempre, tra una lagrima e una maledizione.
- To’, dame un baso! – disse Astese commosso, – benchè…. benchè…. benchè….
- Benchè cosa? – disse Leuma sorridendo.
- Benchè – disse Astese – tu oggi, pur essendo tantum mutatus ab illo, ti conservi sempre un idealista. Sposina Lia, sposina Lia, – interruppe poi volgendosi alla donna che coi begli occhi lieti di inaspettata sorpresa guardava il compagno della sua vita, – si attendeva lei così chiara e sùbita dichiarazione? Se a questo ha giovato qui fra voi la mia venuta, essa non fu inutile, vero, sposina? Un’idealità eroica c’era pur sempre nell’animo del suo sposo! Ma via! Sia benedetta questa nuova idealità. Sì, forse, hai ragione tu ed io ho torto. Io partendo dal positivismo della vita, sono giunto ad essere, per mo’ di dire, un abile aritmetico della vita. Conosco i numeri, ma forse trascuro gli zeri che in sè non sono nulla; ma sono essi che danno il valore all’esponente del numero. Tu invece, attraverso il cammino dei nobili sogni ti sei più di me accostato alla verità. In questo caso esso è un compenso che gli Dei concedono alle loro creature predilette in premio del patimento dei sognati fantasmi….
- No, amico, non sono gli Dei, – disse Leuma, – ma è quest’anima cara, questa nostra Lia, che senza saperlo mi ha tolto dal labirinto delle inani ambizioni ed ha procurato la resurrezione della mia anima. Soltanto dopo o insieme all’esperimento di una vita utilmente spesa si può cominciare a scrivere il libro di carta. Ma, credi, il libro di carta, utile e necessario, deve essere di altro genere di quelli che tu mi comperi, Lia, e credi anche che per crearlo con il balsamo dell’immortalità bisogna fare il sacrificio delle cose più care; proprio come fanno i nostri piccoli bachi che quando salgono il calvario del bosco per formare il bozzolo, sanno che devono lasciarci la vita. Vero è che dopo risorge la farfalla!…
- La tua farfalla eccola che viene! – disse interrompendo l’onorevole Astese, perchè mentre Leuma così parlava, comparve il bambino in braccio di una fanticella, ed era a vederlo come una candida visione, con i suoi occhi sgranati e con la sua bocca aperta di vecchierello sdentato, nel florido volto: e si gettò in braccio alla madre.
Erano giunti al giardino degli alti gigli e si sedettero sopra un sedile.
- Bambino, piccino, topolino, birichino, – disse Leuma vellicandolo gaiamente col dito nella fossetta della gola.
- Ecco, amico, il libro di carne, – disse Astese indicando il piccino e Lia, – che tu hai aperto dopo aver chiuso quello di carta. Lasciamelo dire ancora, gli Dei non potevano compensare con un dono più concreto il lungo sognare della tua giovinezza….
- Ma insomma, – disse Lia, – invece di fare tutta questa filosofia, ci dica: viene sì o no in Garfagnana? Lo sa che io la considero adesso come un amico? che mi ha levato una gran spina dal cuore?
- Perchè? e quale spina potevi tu aver mai? – chiese Leuma.
- Te lo dirò, te lo dirò – rispose Lia commossa – : dunque venga con noi in Garfagnana!…
- Ah, sposina Lia, altro che venire in Garfagnana….! Ma ad una condizione.
- E quale, signor onorevole?
- Che io avessi dieci anni di meno, e lei, sposina, una sorella di più.