Hans-Christian Andersen – La Margheritina – Traduzione di Maria Pezze’-Pascolato

Stammi un po’ a sentire.
Sai che in campagna, vicino alla strada maestra, c’è una villa: devi averla veduta anche tu, certo, una volta o l’altra. Dinanzi alla villa c’è un giardinetto, con tanti fiori e una bella cancellata dipinta. Al di fuori della cancellata, sull’orlo del fossetto, tra l’erba verde e folta, c’era una volta una margheritina, – sai bene, una piccola pratellina. Il sole splendeva su di essa tiepido e chiaro come sui grandi fiori di lusso dentro della cancellata; e così la pratellina cresceva a vista d’occhio, sin che una mattina si trovò in piena fioritura, con tutte le foglioline bianche e lucenti spiegate come raggi intorno al piccolo sole giallo del centro. A lei nemmeno passava per la mente d’essere un povero fiorellino disprezzato, cui nessuno avrebbe degnato di uno sguardo, là, tra mezzo l’erba; oh, no: era tutta contenta, si volgeva dalla parte del sole, guardava su ed ascoltava l’allodola che cantava, nell’alto. Si sentiva felice come se fosse stata festa grande, ed invece era un lunedì, e tutti i bambini erano alla scuola. E mentre essi, seduti sui loro banchi, imparavano tante cose, la margheritina se ne stava composta, sul suo piccolo stelo verde, ed imparava anch’essa, dal sole caldo e da tutto quanto la circondava, come sia buono il Signore; e godeva che l’allodoletta cantasse così bene e così chiaro tutto quello ch’essa sentiva dentro, confusamente, ma non sapeva dire. La pratellina guardava su, con un certo senso come di riverenza, al felice uccelletto, che sapeva cantare e volare; ma non era punto afflitta per non poter fare altrettanto. “Io vedo ed ascolto,” – pensava: “ed il sole mi illumina, e la brezza mi bacia! Oh, quanto bene mi toccò in sorte!”
Dietro alle sbarre della cancellata, stavano molti fiori impettiti ed aristocratici; tanto meno profumo mandavano, tanto più alto levavano il capo, superbamente. Le peonie si gonfiavano per parer più grandi delle rose: ma non è la grandezza esteriore quella che importa. I tulipani avevano i più splendidi colori, e lo sapevano bene, e si tenevano sempre ritti per farsi meglio vedere. Nemmeno degnavano d’uno sguardo la pratellina appena sbocciata; ed essa quindi, tanto più li guardava, e pensava: “Come sono belli e ricchi! Certo che il magnifico uccello scenderà vicino ad essi e farà loro una visita. Ringrazio Dio d’essere così vicina e di poter ammirare anch’io i signori.” E proprio mentr’essa pensava questo… Quirrevit! – ecco che l’allodola venne volando, ma non verso le peonie e i tulipani; no, venne giù invece tra l’erba, presso all’umile pratellina, che per la grande gioia fu così commossa, da non saper più che pensare.
L’uccellino le fece intorno un balletto, cantando “Com’è vellutata l’erba! che grazioso fiorellino, con l’oro nel cuore e l’argento sulla veste!” Il puntino giallo nel piccolo fiore del prato brillava davvero come l’oro, e le foglioline all’ingiro luccicavano come l’argento.
Quanto fosse beata la pratellina, no, nessuno può immaginare! L’allodola la baciò col becco, le cantò una canzone, e poi s’alzò di nuovo nell’azzurro. Ci volle un buon quarto d’ora perchè il fiorellino si riavesse. Mezzo vergognoso e pur lieto nell’intimo suo, si guardò attorno, guardò verso i fiori dentro al giardino. Essi erano stati testimoni dell’onore, della felicità che le era toccata in sorte; dovevano comprendere quale gioia fosse quella. Ma i tulipani si rizzavano sempre duri duri, allo stesso modo di prima, ed avevano il viso lungo e rosso infocato dalla rabbia. Le peonie avevano addirittura la testa di traverso: fortuna che non potevano parlare: se no, chi sa la ramanzina che avrebbero spifferata! Il povero fiorellino capiva bene che non erano di buon umore, e ciò gli rincresceva proprio tanto. In quella, venne nel giardino una ragazza con un grande coltello appuntito, che luccicava di lontano; andò ai tulipani e li tagliò uno dopo l’altro. “Uh!” – sospirò la pratellina: “Che orrore! Ecco ch’è finita per loro!” La ragazza se ne andò con i tulipani; e la pratellina si rallegrò tutta di non essere che un povero fiore di prato, e di starsene lì fuori, tra l’erba. Si sentiva piena di riconoscenza, e quando calò il sole, chiuse le sue foglioline e si addormentò; e sognò tutta la notte del sole e dell’allodola.
Quando, la mattina, il fiore stirò di nuovo all’aria le piccole foglie, quasi piccole braccia, riconobbe la voce dell’uccello; ma la canzone era triste. Ahimè, la povera allodola aveva ben ragione d’essere triste, perch’era stata presa, ed ora si trovava in una gabbia presso la finestra aperta. Cantava la gioia di poter volare liberi nell’alto, cantava il verde tenero del frumento giovane, nei campi, ed i bei viaggi che si possono fare nell’aria quando si è padroni delle proprie ali. Il povero uccello non era davvero di buon umore, così prigioniero nella sua gabbia.
La pratellina avrebbe tanto desiderato di venirgli in aiuto: sì, ma come? Era difficile trovare il modo. Essa scordò completamente come tutto fosse bello d’intorno, come il sole fosse caldo, persino come fossero lucenti le sue foglioline. Ah, non sapeva pensare che all’uccello prigioniero, per cui nulla poteva fare!
In quel momento, capitarono due fanciulli, che uscivano dal giardino: uno d’essi aveva in mano un coltello, grande ed appuntito come quello della ragazza che aveva tagliato i tulipani. E si diressero proprio verso la pratellina, la quale non sapeva capire che mai volessero fare.
“Qui possiamo sterrare un magnifico pezzo di prato per l’allodola!” – esclamò uno dei ragazzi; e incominciò ad incidere con il coltello, profondamente, un piccolo quadrato intorno alla pratellina, così che essa si trovò a stare nel mezzo della zolla.
“Strappa il fiore!” – disse l’altro ragazzo; e la pratellina rabbrividì tutta dallo spavento, poichè essere strappata voleva dire perder la vita, proprio ora che desiderava tanto di vivere, per andare con la zolla d’erba nella gabbia dell’allodola prigioniera.
“No, lasciala stare,” – disse l’altro ragazzo: “ci sta anzi bene!” E così lasciarono la margheritina, che fu portata nella gabbia dell’allodola.
Ma il povero uccellino si lamentava forte della perduta libertà, e sbatteva le ali contro le sbarre della gabbia; e la margheritina non poteva parlare, non poteva dirgli una parola di conforto, per quanta voglia ne avesse. E così passò tristamente la mattinata.
“Non c’è acqua!” – disse l’allodola prigioniera. “Se ne sono andati tutti, ed hanno dimenticato di lasciarmi una gocciola d’acqua da bere. Ho la gola secca, come infocata: mi par d’averci ora il fuoco ora il ghiaccio, e l’aria è così greve!… Ah, mi tocca morire, mi tocca lasciare il sole caldo e la fresca verzura e tutte le belle cose che il Signore ha create!” Cacciò il piccolo becco dentro all’erba fresca, per cercarvi un po’ di ristoro, e allora soltanto scorse la pratellina; la salutò, la baciò col becco e le disse: “Anche tu devi appassire qua dentro, povero fiorellino! Te e la piccola zolla d’erba mi hanno dato, in cambio di tutto il mondo di fuori, che prima era mio. Ogni filo d’erba avrebbe ad essere per me come un albero verdeggiante: ognuna delle tue bianche foglioline, un fiore profumato. Ahimè, voi soltanto mi raccontate quanto e quanto ho perduto!”
“Ah, saperlo consolare!” – pensava la margheritina; ma non poteva muovere nemmeno una foglia; solo il profumo che esalavano i piccoli petali era molto più acuto del solito. Ciò non isfuggì all’uccellino, e sebbene si struggesse dalla sete e strappasse nell’angoscia anche l’erba verde, lasciò intatto il piccolo fiore.
Calò la sera, e nessuno comparve; nessuno portò al povero uccelletto una goccia d’acqua. Egli spiegò allora le belle alucce, sussultò in un ultimo spasimo; il canto divenne un melanconico pigolìo, il capino si chinò sopra il fiore, ed il cuore si spezzò, nell’inedia e nella tristezza. E allora, nemmeno il fiore potè chiudere le foglioline e addormentarsi come la sera innanzi; malato e triste, si chinò a terra anch’esso.
Soltanto la mattina dopo vennero i ragazzi, e quando videro l’uccellino morto, piansero; e con molte lacrime lo seppellirono in una bella tomba, tutta ornata di petali di fiori. Il cadavere dell’allodola fu posto in una bella scatola rossa: doveva avere sepoltura regale, povero uccellino! Mentre viveva e cantava, lo dimenticarono, lo tennero in prigione e gli lasciarono mancare il necessario: ora, gli dedicavano tanto sfarzo e tante lacrime.
Ma la zolla d’erba con la margheritina fu buttata tra la polvere della strada maestra: nessuno pensò al fiore, che solo fra tutti aveva avuto compassione del povero uccellino, e avrebbe tanto desiderato di confortarlo!…

HAns-Christian Andersen – L’acciarino – Traduzione di Maria Pezze’-Pascolato

Per la strada maestra veniva marciando un soldato: Uno, due! Uno, due! – Aveva sulle spalle il suo bravo zaino e al fianco la spada, perchè era stato alla guerra ed ora se ne tornava a casa sua. Sulla strada maestra, s’imbattè in una vecchia strega, brutta da far paura, col labbro inferiore che le pendeva giù sino a mezzo il petto. Disse la strega: “Buona sera, soldato! Che bella spada tu hai! e che zaino! Sei proprio un vero soldato! E io ti dico che avrai tanto danaro quanto mai ne puoi desiderare.”
“Grazie tante, vecchia strega!” – disse il soldato.
“Vedi quel grosso albero?” – disse la strega, e accennava ad uno di quelli che fiancheggiavano la strada: “Dentro è tutto vuoto. Se tu sali sino alla vetta, vedrai un buco, per il quale ti puoi calar giù in fondo all’albero. Ti legherò una corda alla cintola per tirarti su quando chiamerai.”
“Bene: e che ci avrei da fare giù, dentro all’albero?” – domandò il soldato.
“Che ci avresti da fare? Toh! Prenderti il danaro!” – rispose la strega. “Hai da sapere che appena sarai in fondo al tronco, ti troverai in un ampio sotterraneo; ma laggiù, però, è chiaro come di giorno, perchè ci ardono più di cento lampade. Là vedrai tre porte: padrone tu di aprirle, perchè le chiavi son nella toppa. Se vai nella prima stanza, vedrai in mezzo dell’impiantito un grande scrigno: su questo scrigno sta accovacciato un cane con un par d’occhi grandi come scodelle. Ma non te ne devi fare nè in qua nè in là. Ti darò il mio grembiale di rigatino, e tu stendilo per terra; poi, va’ diritto al cane, prendilo e posalo sul grembiale; apri lo scrigno, e togline quanto danaro vuoi: è tutto rame sonante. Se però preferisci l’argento, non hai che da andare nella seconda stanza. Là ci sta un cane, che ha un par d’occhi grandi come le mole da molino; ma tu a questo non hai da badare: posalo sopra il mio grembiale, e prenditi quanto danaro vuoi. Che se poi, invece, tu vuoi oro, ne trovi quanto ne puoi portare e molto più; basta tu vada nella terza stanza. Solo che il cane, il quale sta sopra al terzo scrigno, ha certi occhi, che ognuno è grande come un torrione rotondo16. Quello, vedi, è un cane!… Ma tu devi fare come se non fosse affar tuo. Posalo sul mio grembiale, e allora non ti farà nulla, e tu potrai prenderti tutto l’oro che vuoi.”
“Eh, non mi dispiace,” – disse il soldato: “Ma a te, poi, vecchia strega, che dovrò io dare in pagamento? Perchè qualche cosa, m’immagino, tu vorrai anche per te.”
“No,” – disse la strega. “Per conto mio, non voglio nemmeno un soldo. Mi basta tu mi riporti un vecchio acciarino, che la mia nonna dimenticò laggiù, l’ultima volta che ci andò.”
Disse il soldato: “Bene. Legami la corda alla vita.”
Disse la strega: “Eccola; e questo è il mio grembiale di rigatino.”
Allora il soldato s’arrampicò sull’albero, sino su in vetta, e poi si lasciò scivolare giù per il cavo del tronco sino in fondo; ed ecco che si trovò in un vasto sotterraneo, come aveva detto la strega per l’appunto, dove ardevano più di cento lampade.
Apre la prima porta. Uh, che cagnaccio! È lì accovacciato, che lo guarda fisso con un par d’occhi grandi come due scodelle.
“Guardate che brava bestiola!” – disse il soldato; e lo posò sul grembiale della strega; prese tante monete di rame quante ne potè far entrare nelle tasche, richiuse lo scrigno, ci rimise sopra il cane, e passò alla seconda stanza. Ohi, là! Eccoti quest’altro cane con gli occhi grandi come mole da molino.
“Che c’è bisogno di guardarmi fisso a cotesto modo?” – disse il soldato: “Bada che tu non abbia ad accecare!” E posò il cane sul grembiale della strega. Quando vide tutto quell’argento ch’era nello scrigno, buttò via in fretta e furia le monete di rame che aveva prese avanti, e riempì d’argento tasche e zaino. Poi andò nella terza stanza. Uh! che orrore! Quel cagnaccio aveva davvero gli occhi come torrioni, e giravano giravano come ruote.
“Buona sera a lei!” – disse il soldato, e fece il saluto con la mano al cheppì, perchè una bestia simile non l’aveva mai veduta davvero. Quando l’ebbe esaminato un po’ più da vicino: “Ora basta!” – disse; lo sollevò, lo mise a terra ed aperse lo scrigno. Bontà divina! Che massa d’oro c’era là dentro! Tanto da comprare tutta la città di Copenaghen e tutte le caramelle della pasticcera, e tutti i soldatini di piombo, e le fruste, e i cavalli a dondolo del mondo intero. Ah, che massa di danaro! E il soldato, via subito tutto l’argento di cui aveva riempite tasche e zaino, e dentro oro, invece! Oro in ogni tasca, nella giberna, nello zaino, nel cheppì, nelle trombe degli stivali, da per tutto, tanto che non poteva quasi più camminare. Ora sì, che ne aveva del danaro! Rimise il cane sullo scrigno, richiuse la porta, e poi gridò, affacciandosi al cavo dell’albero: “Tirami su, ohe! vecchia strega!”
“L’acciarino, ce l’hai?” – domandò la strega.
“Hai ragione!” – disse il soldato: “M’era proprio uscito di mente.” E andò, e lo prese.
La vecchia lo tirò su, e in un momento egli fu di nuovo sulla strada maestra, con le tasche, gli stivaloni, lo zaino, il cheppì, tutti pieni d’oro.
“Che vuoi tu fare di questo acciarino?” – domandò il soldato.
“Ciò non ti riguarda,” – rispose la strega: “Il tuo danaro, l’hai avuto: dammi dunque il mio acciarino.”
“Marameo!” – fece il soldato: “O mi dici subito quel che vuoi fare, o cavo la spada e ti taglio la testa!”
“No!” – disse la strega.
E il soldato le tagliò la testa, e la lasciò lì sulla strada. Mise tutto il danaro nel grembiale di rigatino, ne fece un involto e se lo caricò sulle spalle; si cacciò in tasca l’acciarino, e via difilato in città.
Che magnifica città era quella! Ed egli andò niente meno che alla primissima locanda, si fece dare le più belle stanze, e ordinò tutti i piatti di cui era più ghiotto; perchè, oramai, era ricco a palate, con tutto quell’oro che aveva. Il facchino della locanda, ch’ebbe a lustrargli gli stivali, li trovò, a dir vero, un po’ vecchi e logori per un signore a quel modo; ma egli non aveva ancora avuto tempo per comprarsene di nuovi: il giorno dopo si procurò scarpe e vestiti adatti al suo stato. Ora, il nostro soldato era dunque divenuto un ricco signore; e la gente gli raccontava di tutte le belle cose che c’erano da vedere nella città, e del Re, e della Principessa sua figliuola, bella come il sole.
“E dove si va per poterla vedere?” – domandò il soldato.
“Vederla non si può, in nessun modo!” – dissero tutti a una voce. “Abita un grande castello di rame, con tante e tante cinte di muraglie e tante e tante torri: non ci può andare altri che il Re; perchè fu predetto che avrebbe sposato un soldato semplice, ed il Re non può tollerare una cosa simile.”
“Mi piacerebbe di vederla!” – pensò il soldato; ma, naturalmente, non c’era da ottenere permessi.
Intanto, passava allegramente le sue giornate: andava a teatro ogni sera, puntualmente; girava in carrozza per i giardini reali, e dava molto danaro ai poveri; e qui, almeno, faceva bene. Non aveva mica dimenticato i giorni della sua prima giovinezza, nè quel che voglia dire essere senza un soldo. Era ricco ora, e aveva bei vestiti, e s’era fatto molti amici, i quali tutti dicevano ch’era un bravo giovanotto e un vero gentiluomo: e ciò al soldato faceva molto piacere. Siccome, però, danaro ne spendeva ogni giorno e mai ne guadagnava, si trovò ridotto, una bella mattina, a non aver più che due soldi; e così dovette sloggiare dall’elegante quartiere che aveva abitato sino allora, e andar a stare in uno sgabuzzino sotto il tetto; e gli toccò lustrarsi da sè gli stivali, e ogni tanto darvi anche qualche punto con un ago da stuoie. Gli amici non venivano più a trovarlo, perchè c’era da salir troppe scale.
Una sera, ch’era buio pesto ed egli non aveva nemmeno di che comprarsi un mozzicone di candela, si rammentò a un tratto d’un pezzetto d’esca, il quale doveva essere ancora nella scatola dell’acciarino, da quel giorno che l’aveva portato su dal cavo dell’albero, dove la strega lo aveva mandato. Cavò fuori esca e acciarino; ma proprio nel momento che, battendo sulla pietra focaia, ne faceva sprizzare la scintilla, eccoti che si spalanca la porta, e gli si presenta quel cane che aveva un par d’occhi grandi come due scodelle, quello ch’egli aveva veduto nel sotterraneo, e gli dice: “Che mi comanda il mio Padrone?”
“Che affare è questo?” – disse il soldato: “Ecco un curioso acciarino, d’un genere che non mi dispiace, se battendolo posso avere tutto quello che voglio! – Portami un po’ di danaro!” – disse al cane; e il cane, vssst! via come il vento; e vssst! rieccotelo con una grossa borsa tra i denti, tutta piena di danaro.
Il soldato sapeva ora che meraviglioso acciarino fosse quello. Se batteva un colpo solo, subito veniva il cane che stava sullo scrigno delle monete di rame; se batteva due colpi, veniva quello ch’era a guardia dell’argento; se ne batteva tre, veniva quello ch’era a guardia dell’oro. – E allora il soldato tornò nel bel quartierino di prima, tornò ben vestito; e allora tutti i suoi buoni amici lo riconobbero subito, perchè, già, gli volevano un mondo di bene.
Un giorno disse tra sè: “È curiosa che non si possa mai arrivare a vederla, questa Principessa. Dicono tutti che sia tanto bella… Ma a che serve, se ha da star sempre rinchiusa nel castello di rame dalle mille torri? Che non m’abbia a riuscire di vederla una volta? Dov’è il mio acciarino?” Battè sulla pietra focaia, e vssst! eccoti il cane con gli occhi grandi come due scodelle.
“Veramente, è quasi mezzanotte,” – disse il soldato: “ma pure mi piacerebbe di vedere la Principessa, non fosse che per un minuto.”
Non aveva finito di dirlo, che il cane, via di corsa! era bell’e fuor dell’uscio; e prima che il soldato se n’avvedesse, era già di ritorno con la Principessa. Essa gli stava seduta sul dorso e dormiva: non c’era da sbagliarla; si vedeva subito ch’era una vera Principessa, tanto era bella. Il soldato non potè far a meno di darle un bacio: non si è soldati per nulla. Ma il cane tornò via di corsa con la Principessa.
La mattina dopo, mentre il Re e la Regina erano a colazione, la Principessa raccontò uno strano sogno, che aveva fatto la notte prima, di un cane e di un soldato, – di un cane ch’era venuto a prenderla, e di un soldato che l’aveva baciata.
“Non ci mancherebbe altro!” – esclamò la Regina.
E fu ordinato ad una vecchia dama di corte di montare la guardia, la notte dopo, presso al letto della Principessa, per vedere se si trattasse veramente d’un sogno, o che altro potesse mai essere.
Il soldato si struggeva dal desiderio di rivedere un’altra volta la Principessa; e così, il cane tornò nella notte, la prese, e via di corsa, più presto che potè. Ma la vecchia dama si mise le galosce, e corse quanto il cane. Quando l’ebbe visto entrare in un gran casamento, pensò: “Ora, so io dov’è!” – e con un pezzetto di gesso fece una croce sulla porta; poi andò a casa, e si coricò. Intanto il cane tornò con la Principessa; ma quando vide che sull’uscio della casa dove abitava il soldato c’era una croce, prese anch’esso un pezzetto di gesso e fece tanto di croci, su tutti gli usci della città. E fu una bella trovata, perchè così la dama non poteva più riconoscere l’uscio del soldato, se tutti gli usci avevano la loro croce.
La mattina all’alba, eccoti il Re e la Regina, con la vecchia dama di corte e tutti gli ufficiali, venuti a vedere dove fosse stata la Principessa. “Ci siamo!” – disse il Re, quando vide il primo uscio con la croce di gesso.
“No, caro marito; è qui!” – disse la Regina, additando un altr’uscio, dove c’era pure una croce.
“Ma ce n’è una anche lì! E un’altra lì!” – gridarono tutti, perchè, da qualunque parte si volgessero, tutti gli usci avevano la loro croce. E così videro ch’era inutile continuare le ricerche, perchè non sarebbero approdate a nulla.
La Regina, però, era una donna molto accorta, una donna fuor del comune, la quale sapeva fare qualche cosa di più che andare attorno in carrozza. Prese le sue forbicione d’oro, tagliò un bel pezzetto di broccato, ne fece un bel sacchettino, lo riempì di fior di farina fine fine, e lo appese sulla schiena della Principessa; e poi, nel fondo del sacchetto, fece un forellino, così che la farina si avesse a spargere per tutto dove la Principessa passava.
La notte, il cane tornò, prese la Principessa, e via dal soldato, il quale le voleva oramai molto bene, ed era molto dispiacente di non essere principe e di non poterla sposare.
Il cane non si avvide della farina, che s’era sparsa per tutta la strada, dal castello sin sotto alla finestra del soldato, dove aveva dato la scalata al muro, sempre reggendo la Principessa sul dorso. E così, al mattino, il Re e la Regina vennero a risapere dove la loro figliuola fosse stata; e il soldato fu preso e messo in prigione.
E in prigione gli toccò stare. Ah, che buio e che noia là dentro! E, per giunta, sentirsi dire: “Domani sarai impiccato!” C’era poco da stare allegri, davvero; e pensare che aveva lasciato l’acciarino alla locanda! La mattina, dall’inferriata della prigione, scorgeva già la gente che s’affrettava fuor di porta, per vederlo impiccare; e sentiva le trombe, e lo scalpiccìo dei soldati che sfilavano. Tutti correvano: anzi, un garzone di calzolaio, ch’era tra la folla, col suo grembiale di cuoio e certe ciabatte sgangherate, correva tanto, che una delle ciabatte gli sgusciò via e andò a battere proprio contro il muro, dietro al quale stava il nostro soldato, affacciato all’inferriata.
“Ohi là, ragazzo mio! Che c’è bisogno di scalmanarsi a cotesto modo?” – gli gridò il soldato: “Tanto senza di me non incominciano! Ma se vuoi fare una corsa sino al mio alloggio, a prendermi il mio acciarino, ti darò’ quattro soldi. Devi adoperare le gambe della domenica, però!”
Al garzone del calzolaio, quattro soldi facevano molto comodo; per ciò andò via di carriera, e in quattro e quattr’otto tornò con l’acciarino. – E allora… e allora, state a sentire quel che avvenne.
Fuori della città, era rizzata una grande forca; e intorno ci stavano i soldati e molte migliaia di spettatori; e il Re e la Regina erano seduti su di un ricchissimo trono, rimpetto ai Giudici e al Consiglio della Corona. Il soldato era già sul palco; ma quando stavano per mettergli la corda al collo, domandò di parlare: ad un povero condannato prima del supplizio era sempre concesso di esprimere un ultimo innocente desiderio, ed egli disse che si struggeva di fumare una pipa di tabacco, e sperava gli fosse accordato, poi ch’era l’ultima fumatina, che dava in questo mondo.
Il Re non seppe negargli questa piccola grazia; e allora il soldato cavò l’acciarino e battè la pietra una, due, tre volte… Che è, che non è, eccoti a un tratto tutti e tre i cani, quello con gli occhi come scodelle, quello con gli occhi come mole da molino e quello con gli occhi come torrioni.
“Aiutatemi un po’ ora, che non m’impicchino!” – disse il soldato.
I cani non se lo fecero dir due volte: si avventarono ai Giudici ed ai Consiglieri della Corona, e chi afferrando per uno stinco, chi per una spalla, e chi per il naso, li buttarono tutti a gambe all’aria, e ne fecero un massacro.
“Non voglio!” – diceva il Re; ma il cagnaccio più grande prese lui e la Regina e li scaraventò dietro agli altri. Allora poi, anche le guardie ebbero paura, e tutto il popolo si diede a gridare: “Soldatino, soldatino caro, sii tu nostro Re e marito della nostra bella Reginotta!”
Misero il soldato nella carrozza del Re, e i tre cani andavano innanzi come staffette e gridavano: Evviva!, i ragazzi fischiavano, ponendosi due dita in bocca, e i soldati presentavano le armi. La Principessa uscì dal suo castello di rame e divenne Regina; le feste nuziali durarono una settimana intera, e i tre cani, seduti a tavola con gli altri, spalancavano tanto d’occhi, ancora più del solito, a tutto quel che vedevano.

Hans-Christian Andersen – Storia di una Mamma – Traduzione di Maria Pezze’-Pascolato

Una mamma vegliava il suo bambino, angosciata dallo spavento che le potesse morire. Egli era lì pallido pallido, i piccoli occhi già chiusi, il respiro lieve come un soffio: solo ogni tanto ansava un po’ più forte, che pareva sospirasse; e allora la mamma guardava la sua creatura con la espressione di un dolore ancora più intenso.
Fu picchiato all’uscio, ed entrò un povero vecchio, tutto ravvolto in una specie di grande coperta da cavalli, di quelle che tengono ben caldo; e ce n’era bisogno, col freddo che faceva. Fuori, tutto era coperto di neve e di ghiaccio, e tirava un vento gelato che tagliava il viso.
Poi che il vecchio tremava di freddo, ed il bambino per l’appunto in quel momento s’era addormentato, la madre mise a riscaldare sulla stufa un po’ di birra in un pentolino, per darla al pover’uomo. Questi s’era seduto e cullava il bambino; e la madre sedette accanto a lui, guardando il suo malatino, che tirava certi respiri profondi, e prendendogli una manina.
“Non credi anche tu, di’, che il mio bambino mi sarà lasciato?” – domandò essa. “Il Signore non può volermelo togliere!”
Il vecchio, il quale era proprio la Morte, scosse il capo, in un certo modo, che poteva significare tanto no quanto sì. La madre chinò gli occhi, e le lacrime le scendevano giù per le gote. Il capo le si fece pesante, – eran tre giorni e tre notti che non chiudeva occhio, – e si addormentò… oh, ma un minuto soltanto!… Si scosse, tremando di freddo, e balzò in piedi. “Che è stato?” – esclamò: e si guardò attorno, da tutte le parti. Ma l’uomo non c’era più, e non c’era più il suo bambino: l’uomo lo aveva portato via.
Il vecchio orologio, nell’angolo, brontolava e strideva: il grosso peso di piombo n’era sceso giù sin quasi a terra, e bum! ecco che il peso cadde, ed anche l’orologio si fermò.
La povera mamma uscì di casa correndo e si diede a chiamare il suo bambino.
Fuori, in mezzo alla neve, stava seduta una donna, con una lunga veste nera; e la donna disse: “La Morte è stata nella tua casa: l’ho veduta io fuggire col tuo bambino; il vecchio corre più del vento e mai non riporta quello che ha tolto!”
“Dimmi soltanto che strada ha preso!” – supplicò la madre: “Dimmi la strada, e lo saprò trovare.”
“Io la so,” – disse la donna vestita di nero, – “ma se vuoi che te la dica, devi prima cantarmi tutte le canzoni che hai cantate per addormentare il tuo bambino. Mi piacciono; le ho già sentite, perchè sono la Notte io, ed ho veduto le tue lacrime, mentre le cantavi.”
“Te le canterò tutte tutte!” – rispose la madre: “Ma non mi trattenere; lascia che lo raggiunga, lascia prima che trovi il mio bambino.”
Ma la Notte rimase muta ed immobile; e la madre si torse le mani, cantò e pianse: le canzoni erano molte, ma molte più ancora erano le lacrime; e alla fine la Notte parlò:
“Tieniti a destra, e passa quel nero bosco di abeti: là ho veduto rivolgersi la Morte col tuo bambino.”
Nel più fitto del bosco, la strada formava un crocicchio, sì che la madre non sapeva da che parte prendere. Là in mezzo c’era un cespuglio di pruni, che non portava foglie nè gemme, perchè s’era nel cuor dell’inverno, e dai rami pendevano i ghiacciuoli.
“Non hai veduto passare la Morte col mio caro piccolino?”
“Sì,” – disse il cespuglio: “ma non ti dirò che strada ha preso, se prima tu non mi riscaldi sul tuo cuore; ho tanto freddo, che mi sento proprio ghiacciare.”
Ed ella si strinse al cuore il cespuglio di spini, forte forte, perchè si riscaldasse bene; e le spine le entravano nelle carni, così che il sangue ne spicciava in grosse goccie; ma il cespuglio mise le foglioline verdi, e le gemme si apersero nella fredda notte d’inverno, tanto calore ha il cuore d’una mamma addolorata; ed il cespuglio le insegnò la strada che doveva prendere.
Così, giunse in riva d’un grande lago, dove non si vedeva barca nè navicella per passare. Il ghiaccio alla superficie non era ancora grosso abbastanza per reggerla, nè l’acqua abbastanza sgombra e bassa per potersi arrischiare a traversarla a guado; e pure doveva passarla, per andare dal suo bambino; e allora ella si accinse a bere il lago… Questo, nessun uomo al mondo l’avrebbe potuto fare; ma la povera mamma addolorata confidò che forse accadrebbe un miracolo.
“No, così non facciamo niente!” – disse il lago “Vediamo piuttosto, se non ci potessimo combinare. Mi piace tanto far raccolta di perle, e i tuoi occhi sono le più lucenti ch’io abbia mai vedute. Se vuoi cedermele in pianto e lasciarle cadere dentro di me, ti porterò all’altra riva, dov’è la grande serra in cui la Morte trapianta i suoi fiori ed i suoi alberi, ognuno dei quali è una vita umana.”
“Oh, che cosa non ti darei, per andare dov’è il mio bambino?” – disse la madre piangendo; e pianse ancora più forte, sin che gli occhi le caddero in fondo al lago e divennero due perle preziose. Allora, il lago la sollevò come a volo, e con un solo slancio la depose sull’altra riva, sulla quale sorgeva un immenso edificio meraviglioso, lungo miglia e miglia.
Non si sarebbe potuto dire se fosse una montagna con boschi e caverne, o se fosse opera dell’uomo: la povera mamma però non poteva vederlo, perchè, a forza di piangere, non aveva più occhi.
“Dove potrò ora trovare la Morte, che m’ha portato via il mio bambino?” – sospirava.
“Qui non è arrivata ancora,” – disse la Vecchia delle Tombe, alla quale era affidata la custodia della grande serra della Morte. “Come hai potuto giungere sin qui, e chi ti ha aiutata?”
“Il Signore mi ha aiutata!” rispos’ella: “Egli è misericordioso, ed anche tu mi userai misericordia. Dove posso trovare il mio bambino?”
“Brava! io non lo conosco,” – ribattè la donna, “e tu non ci vedi!… Molti fiori e molte piante sono appassite questa notte: la Morte verrà tra poco a trapiantarle. Sai bene che ogni uomo, a seconda del proprio stato, ha il suo albero od il suo fiore di vita; in apparenza sono come tutti gli altri vegetali, ma dentro ci batte un cuore. Anche i cuori dei bambini battono. Tendi bene l’orecchio al battito dei cuori e forse potrai riconoscere il tuo bambino. Ma che cosa mi darai, se ti dico quello che devi far dopo?”
“Io non ho altro da poter dare!” – disse la povera mamma: “Ma andrò per te sino in capo al mondo.”
“In capo al mondo, io non ci ho niente che fare,” – rispose la vecchia: “ma tu puoi darmi piuttosto i tuoi lunghi capelli neri: devi sapere anche tu che son belli! Mi piacciono, e in cambio ti darò i miei capelli bianchi: è pur sempre qualche cosa!”
Se non vuoi che questo!…” – diss’ella: “Te li do con gioia!” E le diede i suoi bei capelli neri, ed ebbe in cambio quelli bianchi come la neve della vecchia.
Poi andarono nella grande serra della Morte, ove crescevano, stranamente mescolati, alberi e fiori: Sotto certi ripari di vetro, c’erano delicati giacinti, e più là grandi piante di peonie, forti come alberi; c’erano piante acquatiche, alcune fresche, altre mezzo appassite, e le idre ci si annidavano sopra, e i granchi neri si arrampicavano sugli steli. C’erano magnifiche palme, quercie e platani, e poi, più in là, prezzemolo e timo fiorito; ogni albero, ogni pianta portava un nome speciale: ognuna era una vita umana. Le persone vivevano ancora, chi nella Cina, chi in Groenlandia, sparse su tutti i punti della terra. C’erano grossi alberi in vasi troppo piccini, così che apparivano rattrappiti ed il vaso era lì lì per iscoppiare; di quando in quando, s’incontrava anche qualche piccolo fiore delicato, in una zolla di terra grassa, coperta tutto all’ingiro di musco, teneramente coltivato. – La povera mamma si chinava sulle piantine più basse ascoltando il battito umano di tutti quei cuori, e, tra mezzo a milioni e milioni, riconobbe il suo bambino.
“Eccolo!” – gridò, – e stese la mano ad un piccolo fiore di croco azzurro, tutto avvizzito e chinato a terra da un lato.
“Non toccare il fiore!” – ammonì la vecchia: “Mettiti là accanto, invece, e quando arriva la Morte, che dovrebb’esser qui da un momento all’altro, – io lo so, – non lasciarle strappare la pianta. Minacciala, in caso, di fare altrettanto con le altre piante; così incomincerà ad impensierirsi. Di tutte deve render conto dinanzi al Signore, e nessuna pianta può esser divelta senza il Suo consenso.”
Tutto ad un tratto, si sentì nella sala una folata di aria gelida, e la povera mamma cieca comprese ch’era la Morte, che si avvicinava.
“Come hai potuto trovar la strada sino a qui?” – domandò l’Uomo della Morte. “Come hai potuto far più presto di me?”
“Sono una mamma!”    diss’ella.
La Morte stese la lunga mano per istrappare il tenero fiorellino; ma la mamma ci teneva sopra ben salde le sue mani, per ripararlo, accosto accosto, pur tremando tutta dalla paura di toccare una delle foglioline. Allora, la Morte le soffiò sulle mani; ella sentì che quel fiato era più freddo del più gelido vento, e le mani le ricaddero senza forza.
“Tu, non hai potenza contro di me!” – disse la Morte.
“Ma il Signore può!” – rispose ella.
“Io non faccio se non quello che Egli vuole!” – disse l’Uomo della Morte: “Io sono il suo giardiniere: prendo tutte le sue piante ed i suoi fiori e li trapianto nel grande giardino del Paradiso, nel paese sconosciuto; come poi crescano, e come sia lassù, non te lo posso dire.”
“Ridammi il mio bambino!” – disse la madre; e pianse e pregò. Poi, a un tratto, prese con ciascuna mano due bellissimi fiori, che le stavano accanto, e gridò alla Morte: “Bada che ti strappo tutti i tuoi fiori, perchè sono disperata!”
“Non li toccare!” – urlò la Morte. “Tu dici che sei infelice, e vorresti fare che un’altra mamma fosse altrettanto infelice di te?”
“Un’altra mamma!” – mormorò la povera donna: e lasciò subito i fiori.
“Eccoti i tuoi occhi;” – disse la Morte: “Li ho pescati nel lago: luccicavano tanto!… Non sapevo che fossero tuoi. Riprendili, (ora essi vedono più chiaro di prima), e guarda giù in fondo a questo pozzo. Ti dirò i nomi dei due fiori, che tu volevi strappare, e tu ne vedrai tutto l’avvenire, tutta la vita umana; e vedrai quello che volevi turbare od annientare.”
Essa guardò nel pozzo, e fu tutta beata di vedere come l’uno fosse per il mondo una benedizione, e quanta felicità e quanto bene spandesse intorno a sè. Vide il destino dell’altro, ed era tutto guai e miserie, sventura e patimento.
“Entrambi sono secondo la volontà di Dio!” – disse la Morte.
“Quale è il fiore della sventura, quale il fiore della felicità?” – domandò essa.
“Ah, non te lo dico;” – rispose la Morte: “Ma questo solo saprai da me: che uno dei due fiori era quello del tuo bambino, che uno era il destino del tuo figliuolo, e che tu hai veduto il suo avvenire.”
Allora, la madre fu presa dal terrore e gridò: “Quale dei due era il destino del mio bambino? Dimmelo! Risparmia l’innocente, risparmia il mio bambino da ogni sventura! Piuttosto, portatelo via! Portalo piuttosto nel Regno di Dio! Dimentica le mie lacrime, dimentica tutto quello che ho detto, tutto quello che ho fatto!”
“Non ti capisco!” – disse la Morte: “Vuoi tu riavere il tuo bambino, o debbo portarlo via con me, dove tu non sai?”
La madre si torse le mani, cadde in ginocchio e pregò il Signore: “Non mi ascoltare, se io prego contro la volontà Tua, che è la migliore! Non mi ascoltare!”
E chinò la testa sul petto.
La Morte portò via il suo bambino, nel Paese sconosciuto.

Hans-Christian Andersen – I vestiti nuovi dell’imperatore – Traduzione di Maria Pezze-Pascolato

Molti anni or sono, viveva un Imperatore, il quale dava tanta importanza alla bellezza ed alla novità dei vestiti, che spendeva per adornarsi la maggior parte de’ suoi danari. Non si curava de’ suoi soldati, non di teatri o di scampagnate, se non in quanto gli servissero di pretesto a far mostra di qualche nuovo vestito. Per ogni ora della giornata, aveva una foggia speciale, e, come degli altri re si dice ordinariamente: è al consiglio, – di lui si diceva sempre: è nello spogliatoio.
Nella grande città dov’egli dimorava, la vita era molto gaia, ed ogni giorno ci capitavano forestieri. Una volta ci vennero anche due bricconi, i quali si spacciarono per tessitori e raccontarono di saper tessere la più bella stoffa che si potesse vedere al mondo. Non solo i colori e il disegno erano straordinariamente belli, ma i vestiti che si facevano con tale stoffa avevano questa mirabile proprietà: ad ogni uomo inetto al proprio officio o più stupido di quanto sia lecito comunemente, essi rimanevano invisibili.
“Ah, questi sì, sarebbero vestiti magnifici!” – pensò l’Imperatore: “Quando li avessi indosso, verrei subito a sapere quali sono nel mio regno gli uomini inetti all’officio che coprono; e saprei subito distinguere i savii dagli stolti! Sì, sì; bisogna che mi faccia tessere questa stoffa.” E antecipò intanto ai due bricconi una buona somma di danaro, perchè potessero incominciare il lavoro.
Essi prepararono due telai, e fecero mostra di mettersi a lavorare; ma sui telai non avevano nulla di nulla. Nel domandare, però, non si peritavano: domandavano sempre le sete più preziose e l’oro più fino. E la roba, se la mettevano in tasca, e continuavano a lavorare ai telai vuoti, magari sino a notte inoltrata.
“Mi piacerebbe sapere a che punto sono col lavoro,” pensava l’Imperatore; ma l’angustiava un poco il fatto che chiunque fosse troppo sciocco od impari al proprio officio non avrebbe potuto vedere la stoffa. Sapeva bene che, per conto suo, non c’era di che crucciarsi, ma, in ogni modo, stimò più opportuno di mandare prima un altro a vedere come andasse la faccenda. In città, tutti oramai sapevano la meravigliosa proprietà della stoffa, ed ognuno era curioso di vedere sino a che punto giungesse la stupidità o la buaggine del suo vicino.
“Manderò dai tessitori il mio vecchio onesto Ministro,” – pensò l’Imperatore: “Può giudicare il lavoro meglio di qualunque altro, perchè ha ingegno e nessuno più di lui è adatto alla propria carica.”
E il buon vecchio Ministro andò nella sala dove i due mariuoli facevano mostra di lavorare dinanzi ai telai vuoti. “Dio mi assista!” – fece il vecchio Ministro, e sgranò tanto d’occhi: “Io non vedo nulla di nulla!” Ma però si guardò bene dal dirlo.
I due bricconi lo pregarono di farsi più presso: non era bello il disegno? e i colori non erano bene assortiti? – e accennavano qua e là, entro al telaio vuoto. Il povero Ministro non si stancava di spalancar tanto d’occhi, ma nulla riusciva a vedere, poi che nulla c’era. “Mio Dio!” – pensava: “Ma ch’io sia proprio stupido? Non l’ho mai creduto, ma questo, già, di se stesso nessuno lo crede. E se non fossi adatto a coprire la mia carica? No, no; non è davvero il caso d’andar a raccontare che non vedo la stoffa.”
“E così? Non dice nulla?” – domandò uno degli uomini, che stava al telaio.
“Oh, perfetto, magnifico, proprio magnifico!” – disse il vecchio Ministro, e guardò a traverso agli occhiali: “Che disegno, che colori!… Sì, dirò a Sua Maestà che il lavoro mi piace immensamente!”
“Oh, questo ci fa davvero tanto piacere!” dissero entrambi i tessitori; e indicavano i colori per nome, e additavano i particolari del disegno. Il vecchio Ministro stava bene attento, per poter dire le stesse cose quando fosse tornato con l’Imperatore; e così fece.
Intanto, i due bricconi domandavano dell’altro danaro, dell’altra seta, dell’altr’oro, tutto per adoprarlo nel tessuto, naturalmente. E tutto mettevano invece nelle proprie tasche; e sul telaio non ne andava nemmeno un filo; ma continuavano come prima a lavorare al telaio vuoto.
L’Imperatore mandò poco dopo un altro ottimo officiale dello Stato, affinchè gli riferisse sull’andamento del lavoro, e se mancasse poco alla fine. Ed accadde anche a lui precisamente quello ch’era accaduto al Ministro: guardava e guardava, e, poi che sul telaio vuoto nulla c’era, nulla riusciva a vedere.
“Non è vero che è un bel genere di stoffa?” – domandavano tutti e due i mariuoli; e mostravano e spiegavano le bellezze della stoffa che non c’era.
“E pure, io non sono sciocco!” – pensava l’officiale: “E allora, gli è che non sono adatto al mio alto officio. Sarebbe strana! In ogni modo, bisogna almeno non lasciarlo scorgere!” Per ciò, vantò la stoffa che non vedeva, e si dichiarò pienamente sodisfatto tanto dei bellissimi colori quanto dell’eccellente disegno. “È proprio stupendo!” – disse poi all’Imperatore.
E in città non si faceva che parlare di questa magnifica stoffa.
Poi l’Imperatore stesso volle esaminare il tessuto sin che stava ancora sul telaio. Accompagnato da tutto un seguito di eletti cortigiani, tra i quali si trovavano anche i due vecchi valentuomini, che primi vi erano andati, si recò da quei furbi mariuoli. Essi lavoravano ora con più lena che mai, ma sempre senza trama e senza filo.
“Non è vero che è proprio stupenda?” – dissero tutti e due i probi officiali: “Si degni la Maestà Vostra di osservare questo ornato, questi colori!” – ed accennavano al telaio vuoto, sempre credendo, ben inteso, che gli altri potessero vedere la stoffa.
“Che affare è questo?” – pensò l’Imperatore “Io non ci vedo nulla! Questa è grossa! Fossi mai per caso un grullo? O non fossi buono a far l’Imperatore? Sarebbe il peggio che mi potesse capitare…” – “Oh, è bellissimo!” – disse ad alta voce: “È proprio di mio pieno gradimento.” Ed approvò sodisfatto, esaminando il telaio vuoto; perchè non voleva confessare di non vedervi nulla. Tutto il seguito, che lo accompagnava, aveva un bell’aguzzare gli occhi: non riusciva a vedervi più che non vi avessero veduto gli altri; e però tutti dissero con l’Imperatore “Bellissimo! Magnifico!” – e gli consigliarono di indossare per la prima volta il vestito fatto con quella splendida stoffa nel corteo di gala, ch’egli doveva guidare alla prossima festa. “Splendido, magnifico, meraviglioso!” – si ripetè di bocca in bocca; e tutti se ne rallegrarono cordialmente. L’Imperatore concedette ai due bricconi il permesso di portare all’occhiello il nastrino di cavaliere, col titolo di Tessitori della Casa Imperiale.
Tutta la notte, che precedeva il giorno della festa, i due bricconi rimasero alzati a lavorare, ed accesero più di sedici candele. Tutti poterono vedere quanto s’affaccendassero a terminare i nuovi vestiti dell’Imperatore. Fecero mostra di levare la stoffa dal telaio; tagliarono l’aria con certe grosse forbici, cucirono con l’ago senza gugliata, ed alla fine dissero: “Ecco, i vestiti sono pronti.”
L’Imperatore stesso venne allora, con i più compiti cavalieri, e i due bricconi levavano il braccio in aria, come se reggessero qualche cosa, e dicevano: “Ecco i calzoni! Ecco la giubba! Ecco il mantello!” – e così via. “Son leggeri come ragnateli! Sembra di non portar nulla sul corpo! Ma questo è il loro maggior pregio!”
“Già!” – fecero tutti i cortigiani; ma niente riuscirono a vedere, poi che niente c’era.
“Si degni la Maestà Vostra di deporre i vestiti che indossa,” – dissero i furfanti: “e noi misureremo alla Maestà Vostra i nuovi, dinanzi a questo grande specchio.”
L’Imperatore si spogliò, e quei bricconi fecero come se gli indossassero, capo per capo, i vestiti nuovi, che dicevano d’aver preparati; e lo strinsero ai fianchi, fingendo di agganciargli qualchecosa, che doveva figurare lo strascico; e l’Imperatore si volgeva e si girava dinanzi allo specchio.
“Come gli tornano bene! Divinamente!” – esclamarono tutti: “Che ornati! Che colori! È proprio un vestito magnifico!”
“Fuori è pronto il baldacchino di gala, di sotto al quale la Maestà Vostra guiderà la processione!” – annunziò il Gran Cerimoniere.
“Eccomi all’ordine!” disse l’Imperatore. “Non mi sta bene?” – E si volse di nuovo allo specchio, perchè voleva fare come se esaminasse minuziosamente il proprio abbigliamento.
I paggi, i quali dovevano reggere lo strascico, camminavano chini a terra, come se tenessero realmente in mano un lembo di stoffa. Camminavano con le mani tese all’aria dinanzi a sè, perchè non osavano lasciar vedere di non averci nulla.
E così l’Imperatore si mise alla testa del corteo solenne, sotto il superbo baldacchino; e tutta la gente ch’era nelle strade e alle finestre, esclamava: “Mio Dio, come son fuor del comune i nuovi vestiti dell’Imperatore! Che stupendo strascico porta alla veste! Come tutto l’insieme gli torna bene!” Nessuno voleva dar a divedere che nulla scorgeva; altrimenti non sarebbe stato atto al proprio impiego, o sarebbe stato troppo sciocco. Nessuno dei vestiti imperiali aveva mai suscitato tanta ammirazione.
“Ma non ha niente in dosso!” – gridò a un tratto un bambinetto.
“Signore Iddio! sentite la voce dell’innocenza!” – esclamò il padre: e l’uno venne susurrando all’altro quel che il piccino aveva detto.
“Non ha niente in dosso! C’è là un bambino piccino piccino, il quale dice che l’Imperatore non ha vestito in dosso!”
“Non ha niente in dosso!” – gridò alla fine tutto il popolo. L’Imperatore si rodeva, perchè anche a lui sembrava veramente che il popolo avesse ragione; ma pensava: “Qui non c’è scampo! Qui ne va del decoro della processione, se non si rimane imperterriti!” E prese un’andatura ancora più maestosa; ed i paggi continuarono a camminare chini, reggendo lo strascico che non c’era.

Hans-Christian Andersen – Il brutto anatroccolo – Traduzione di Maria Pezze’-Pascolato

Che bellezza, fuori, in campagna! Piena estate: il grano tutto giallo come l’oro, l’avena verde; il fieno ammucchiato già nei prati, e la cicogna dalle lunghe gambe rosse che gli passeggia attorno, chiacchierando in Egiziano… – perchè l’Egiziano è la lingua che le ha insegnato mamma Cicogna. – Di là dai campi e dai prati, ecco i boschi folti e neri; e in mezzo ai boschi, i bei laghi azzurri e profondi. Oh, fuori, in campagna, è una vera bellezza!
Sotto al sole caldo, c’era una volta un vecchio castello, circondato da profondi fossati; e dal muro di cinta giù giù sino all’acqua crescevano alte le bardane, così alte e folte, che un bambino sarebbe potuto star ritto sotto alle foglie più grandi. Pareva d’essere nel cuore della foresta, là sotto. E là appunto stava un’anitra, nel nido, a covare i suoi piccoli; ma era già quasi noiata, perchè la faccenda durava da un pezzo, e ben di rado le capitava qualche visita. Le altre anitre preferivano diguazzare lietamente nei fossati, anzi che andarla a trovare e starsene sotto le bardane a chiacchierare con lei.
Finalmente, un ovo si aperse, e poi un altro, e poi un altro:
“Pip, Pip!” – fecero; e tutti gli anatrini, belli e vivi, misero fuori il capo.
“Qua, qua!” – fece la mamma. – “Qua qua!” – risposero i piccoli, e scapparono fuori con tutte le forze loro, e cominciarono a guardarsi attorno, tra le foglie verdi; e la mamma li lasciò guardare quanto volevano, perchè il verde fa bene agli occhi.
“Com’è grande il mondo!” – esclamarono gli anitroccoli. Infatti, ora avevano molto più spazio di quando stavano chiusi nell’ovo.
“Credete che il mondo sia tutto qui ?” – disse la madre: “Il mondo è ben più grande: arriva, dall’altra parte del giardino, sino al podere del parroco; là, io non ci sono ancora mai stata… Ci siete tutti? tutti uniti, per benino?” – e fece per alzarsi: “No non siete tutti: l’ovo più grosso è sempre qui. Quanto ci vorrà ancora? Davvero che questa volta ne ho quasi abbastanza!” – E si rimise a covare.
“Dunque, come va?”    domandò una vecchia anitra venuta a farle visita.
“Va, che va per le lunghe con uno di questi ovi!” – disse l’anitra che covava: “Non ci si scorge ancora nemmeno uno screpolo. Ma bisogna tu veda gli altri. Sono i più begli anatrini ch’io abbia mai veduti. Tutti il loro padre, quel mariuolo, che nemmeno è venuto una volta a trovarmi!”
“Lasciami vedere quest’ovo che non vuole scoppiare,” – replicò l’altra. “Bada a me, sarà ovo di tacchina. È toccata a me pure una volta, e ti so dire che ho avuto il mio bel da fare con quei piccoli: avevano una paura dell’acqua… Per quanto chiamassi e sbattessi le ali, non ne venivo a capo. Fammi vedere. Sì, sì, è un ovo di tacchina. E tu lascialo fare, e insegna piuttosto a nuotare agli altri piccini.”
“Oramai ci starò un altro poco,” – rispose la mamma. “Ci sono stata tanto, che poco più, poco meno…”
“Bontà tua!” – fece la vecchia; e se ne andò.
Finalmente, l’ovo grosso si aperse. “Pip, pip!” – disse il figliuolo, e scappò fuori. Era grande grande e bruttissimo. L’anitra lo guardò bene. “È terribilmente grosso,” – disse: “Nessuno degli altri è così: fosse mai davvero un piccolo tacchino ? Si fa presto a vedere. Ma nell’acqua ha da andare, dovessi buttarcelo dentro io, dovessi!”
Il giorno dopo, il tempo era magnifico: il sole splendeva caldo tra il verde. Mamma Anitra fece la sua comparsa al fossato con tutta la famiglia. Plasch! e saltò nell’acqua. “Qua, qua!” – chiamò; e l’uno dopo l’altro gli anatrini saltarono dentro. L’acqua si richiuse sul loro capo, ma ben presto tornarono a galla, e si misero a nuotare: le gambe si movevano da sè, e tutti andavano benone: anche il brutto anitroccolo bigio nuotava con gli altri.
“No, non è un tacchino,” – disse la mamma. “Vedete come sa adoprar bene le gambe, come fila diritto! Quello è figlio mio. In fondo, non è poi brutto, a guardarlo bene. Qua qua!” – fece poi: “Venite ora, e imparerete a conoscere il mondo. Vi presenterò alla corte; ma statemi sempre vicini, per non farvi schiacciare, e guardatevi dal gatto!”
E così vennero nel cortile delle anitre. C’era un chiasso tremendo perchè due famiglie si disputavano una testa di anguilla, la quale poi toccò al gatto.
“Vedete? così va il mondo,” – disse mamma Anitra, e si leccò il becco, perchè anche a lei sarebbe piaciuta la testa d’anguilla. “Ed ora, via sulle vostre gambe!” – diss’ella: “Cercate di andare avanti, e chinate il collo dinanzi a quella vecchia anitra laggiù. È il personaggio più ragguardevole della corte. Ha sangue spagnolo nelle vene; epperò è così grave. Vedete? porta un nastrino rosso alla zampa; e quello è il più grande sfarzo, la maggiore onorificenza che possa toccare ad un’anitra. Significa che non la si vuol perdere, e che bestie ed uomini debbono riconoscerla. Qua qua!… Via, non tenete le zampe all’indentro! Un anatrino per bene porta le zampe all’infuori, come il babbo e la mamma. Così, vedete? Chinate il collo, e fate: qua, qua!”
E così fecero. Ma le altre anitre, tutto all’intorno, li esaminarono, e dissero: “Vedete qua! Anche questa truppa ci càpita! Come se non fossimo già troppi! O che è quel brutto coso bigio laggiù! Non possiamo tollerare una simile bruttura!” – E un’anitra gli piombò addosso, e lo beccò sul collo.
“Lasciatelo stare,” – disse la madre: “Non fa male a nessuno.”
“Sì, ma è così grande e così diverso dagli altri,” – disse l’anitra che l’aveva morso, “che bisogna le buschi.”
“Avete una bella famiglia, mamma Anitra!” – disse la vecchia col nastrino rosso alla zampa: “Sono tutti bei figliuoli, eccetto quel povero disgraziato lì. Vorrei che poteste rifarlo.”
“Ahimè, Eccellenza, questo non è possibile!” – disse mamma Anitra: “Non è bello, ma è di buonissima indole, e nuota magnificamente, come tutti i suoi fratelli; starei quasi per dire che nuota meglio. Credo che col tempo migliorerà, o, almeno, finirà di crescere. È stato troppo nell’ovo, e per questo non è venuto bene.” – E la madre gli battè sul dorso ed incominciò a lisciarlo. “Del resto,” – continuò, “è un maschio, e quindi poco importa. Prevedo, anzi, che diverrà robusto; se la cava già abbastanza bene…”
“Gli altri anatrini sono molto graziosi,” – disse la vecchia: “Fate come se foste a casa vostra; e se per caso trovate una testa d’anguilla, portatemela pure.”
E fecero infatti come se fossero a casa loro.
Ma il povero anitroccolo, ch’era uscito ultimo dall’ovo ed era tanto brutto, s’ebbe i colpi di becco, gli assalti e le beffe delle anitre e dei polli. “È troppo grande!” – dicevano tutti; e il tacchino, ch’era nato con gli sproni e perciò s’immaginava d’essere imperatore, si gonfiò come un bastimento che spiegasse le vele, fece la ruota, divenne tutto rosso nel capo e gli si avventò. Il povero anitroccolo non sapeva che fare nè dove scappare. Si sentiva avvilito d’essere tanto brutto da servire di zimbello a tutta la corte.
Così passarono i primi giorni, e poi andò di male in peggio. Il povero anitroccolo era scacciato da tutti, e persino i suoi fratelli gli usavano mille sgarbi, e dicevano: “Magari il gatto t’ingoiasse una buona volta, brutto che sei!” E la madre sospirava: “Ah, fossi tu lontano le mille miglia!” Le anitre lo beccavano, i polli gli si avventavano e la ragazza della fattoria, che veniva a portare il becchime, lo respingeva col piede.
Egli allora scappò davvero, e spiccò il volo al di là della siepe; gli uccelli fuggirono spauriti dai cespugli e s’alzarono nell’aria. “Ecco qua: colpa la mia bruttezza!” – pensò l’ anitroccolo; e chiuse gli occhi, ma continuò sempre a fuggire. E così arrivò alla grande palude, dove stanno le anitre selvatiche; e là si fermò tutta la notte, perchè era tanto stanco e tanto triste.
La mattina, le anitre si levarono e videro il nuovo compagno: “Che razza di contadino sei mai?” – domandarono; e l’anitroccolo si volse da tutti i lati, e salutò meglio che potè.
“Sei di una bruttezza tremenda,” – dissero le anitre selvatiche; “ma questo a noi poco importa, pur che tu non prenda moglie nella nostra famiglia.” – Povero disgraziato, pensava giusto a prender moglie!… Non domandava altro se non che gli permettessero di occupare un posticino tra i giunchi e di bere l’acqua dello stagno.
Era da due giorni nella giuncaia, quando vennero a trovarlo due anitre selvatiche, o, per dir meglio, due anitroccoli. Erano usciti da poco dall’ovo e perciò erano un po’ monelli.
“Senti, camerata: sei d’una bruttezza così perfetta, che sei quasi bello, e ti abbiamo preso a ben volere. Vuoi venire con noi, e diventare uccello di passo? Poco lontano di qui, in un’altra palude, abitano certe deliziose anitrelle selvatiche, tutte signorine da marito, che sanno dire qua qua! con un garbo, caro mio… Là, tu pure potrai trovare la felicità, per brutto che tu sia…”
Pim, pum! A un tratto si sentirono certi tonfi… e i due anitrotti caddero morti nel canneto, e l’acqua divenne rossa di sangue. Pim, pum! risonò di nuovo; e tutto lo stormo delle anitre si levò di tra’ giunchi; e si sentirono altri spari ancora. Era una grande caccia. I cacciatori stavano tutti appostati intorno alla palude: alcuni persino appollaiati tra i rami degli alberi, che sporgevano sopra il canneto. Il fumo azzurrino della polvere passava a fiotti tramezzo ai rami oscuri, e si posava lontano, sull’acqua. I cani penetrarono nella palude. Platsch, platsch! Giunchi e canne si abbattevano da ogni lato. Che spavento fu quello per il povero anitroccolo! Volgeva il capo, per nasconderlo sotto l’ala, quando si vide dinanzi un terribile cane, grosso così, con la lingua che gli pendeva tutta fuor dei denti, e gli occhi che ardevano come carboni accesi. Quando fu lì, che con la coda quasi toccava l’anitroccolo, dischiuse i denti aguzzi e… platsch! – se ne andò senza toccarlo.
“Dio sia ringraziato!” – sospirò quello: “Sono tanto brutto che nemmeno il cane vuol mangiarmi!”
E così rimase quatto quatto, mentre i pallini fischiavano tra le canne e gli spari succedevano agli spari.
Soltanto tardi nel pomeriggio tornò la quiete, ma il povero piccino non osava ancora muoversi. Lasciò passare molte ore prima d’arrischiarsi a guardare attorno; poi, quanto più presto potè, in fretta e furia, lasciò la palude. Correva correva, per campi e per prati; ma era scoppiato un temporale, ed a stento riusciva ad andare innanzi.
Verso sera giunse ad una misera capannuccia, ridotta in uno stato così deplorevole, che rimaneva ritta per non saper da qual parte cadere. Il vento s’era fatto tanto furioso, che l’anatrino dovette accoccolarsi, per non esser portato via. E la furia del temporale cresceva sempre. La povera bestiola osservò che la porta, uscita dall’uno dei cardini, era sgangherata per modo, che dalla fessura egli avrebbe potuto benissimo penetrare nella capanna. E così fece.
Nella capanna abitava una vecchietta, col suo gatto e la sua gallina; il gatto, ch’essa chiamava Figlietto, sapeva far groppone, sapeva far le fusa, e persino mandar scintille, quando, al buio, lo si accarezzava contro pelo; la gallina aveva certe zampine, piccine piccine, e per ciò si chiamava Gambacorta; faceva le ova d’oro, e la vecchia le voleva bene come ad una figlia.
I,a mattina si avvidero subito del forestiero; ed il gatto incominciò a far le fusa e la gallina a razzolare.
“Che c’è?” – domandò la vecchietta, e si guardò attorno; ma perchè non ci vedeva bene, prese l’anitroccolo per una grossa anitra. “Ecco un buon guadagno!” – disse: “Così, potrò avere ova d’anitra. Pur che non sia un maschio… Bene, staremo a vedere.”
E così l’anitroccolo fu preso a prova per tre settimane; ma ova non ne venivano.
Il gatto era il padrone di casa e la gallina la padrona; anzi, parlando, dicevano sempre: “Noi e il mondo,” – perchè tra loro due credevano d’essere metà del mondo, e la metà migliore, naturalmente. All’anitroccolo pareva, a dir vero, che si potesse anche avere un’opinione diversa; ma, questo, la gallina non lo poteva tollerare.
“Sai far l’ovo?” – domandava.
“No.”
“E allora sta’ zitto!”
E il gatto domandava: “Sai far groppone? sai far le fusa? sai mandar fuori scintille?”
“No.”
“E allora tu non puoi avere opinioni, quando la gente savia ragiona.”
L’anitroccolo se ne stava in un cantuccio ed era di cattivo umore. Senza volere, pensava all’aria fresca, al sole, e gli veniva una tal voglia di tuffarsi nell’acqua, una tale smania di nuotare, che alla fine non potè resistere e la confidò alla gallina.
“Che ti salta in mente?” – esclamò questa “Non hai niente da fare; epperò ti prendono così strane voglie. Se tu facessi l’ovo o le fusa, vedresti che ti passerebbero.”
“Ah, ma nuotare, che delizia!” replicava l’anitroccolo: “Che delizia rinfrescarsi il capo sott’acqua, e saltar giù dalla riva per tuffarsi!”
“Sì, dev’essere proprio una bella gioia!” – disse la gallina ironicamente: “Diventi matto, ora? Domanda un po’ al gatto, ch’è il più savio tra quanti io mi conosca, se gli parrebbe un piacere saltare nell’acqua e nuotare! Di me, non parlo… Domandalo, se vuoi, anche a Sua Eccellenza, la nostra vecchia padrona. Più savio di lei, non c’è alcuno al mondo. Ti pare che le possa venir voglia di nuotare, o di sentirsi richiudere l’acqua al di sopra del capo?”
“Voi altri non mi capite!” – disse l’anatroccolo.
“Se non ti si capisce noi, chi dunque t’ha a capire? Non vorrai già essere più sapiente del gatto e della padrona. Di me, ti dico, nemmeno voglio parlare. Non farmi lo schizzinoso, bambino; non ti mettere grilli per il capo. Ringrazia il tuo Creatore per tutto il bene che ti ha concesso. Non sei capitato in una stanza ben riparata, e in una compagnia, dalla quale non hai se non da imparare? Ma sei un cervello sventato, e non c’è sugo a ragionare con te. A me, tu puoi credere, perchè ti voglio bene; ti dico certe verità che ti feriscono, ma da questo si conoscono i veri amici! Vedi d’imparare a far l’ovo, a buttar fuori scintille e a far le fusa!”
“Credo che me n’andrò a girare il mondo,” – disse l’anitroccolo.
“Buon pro ti faccia!”    disse di rimando la gallina.
E l’anitroccolo se ne andò. Si tuffò nell’acqua, nuotò; ma per la sua bruttezza tutte le bestie lo scansavano.
Venne l’autunno: nel bosco le foglie diventarono gialle e brune: la bufera le portava via, le faceva turbinare, e su, nell’aria, il freddo diveniva sempre più intenso. Le nubi pendevano gravi di gragnuola e di fiocchi di neve, e sulla siepe c’era un corvo che faceva cra-cra dal freddo. Davvero che c’era da gelare solo a pensarci! E per il povero anitroccolo furono tempi molto duri.
Una sera – il sole tramontava appunto in tutto il suo meraviglioso splendore – sbucò fuori da’ cespugli uno sciame di grandi e magnifici uccelli, così belli come il nostro anitroccolo non ne aveva ancora mai veduti; di una bianchezza abbagliante, con certi colli lunghi e flessuosi. Erano cigni. Mandarono un loro verso speciale, allargarono le grandi splendide ali, e volarono via da tutto quel gelo, verso paesi più caldi, verso mari aperti. Volarono così alto, che il brutto anatrino provò dentro un senso strano, mentre li guardava salire. Si mise a girare e a girare nell’acqua come una ruota; allungò il collo verso gli uccelli, e mandò un grido così forte e così curioso, ch’egli stesso n’ebbe paura. Non poteva cavarsi dal cuore quei magnifici, quei beati uccelli: appena li ebbe perduti di vista, si tuffò giù giù sino al fondo, e tornò a galla, ch’era quasi fuor di sè. Non sapeva come quegli uccelli fossero chiamati, nè dove dirigessero il volo; ma voleva loro un bene, un bene che non aveva ancora voluto a nessuno al mondo. Non provava invidia: come gli sarebbe nemmeno passato per il capo di desiderare per sè una simile bellezza? Abbastanza sarebbe stata felice, la povera brutta bestiola, se le anitre avessero voluto tollerarla!
E l’inverno si fece così freddo, così freddo!… L’anitroccolo doveva nuotare e nuotare senza posa per isfuggire al gelo. Ma ogni notte il buco dove nuotava si faceva più piccino, sempre più piccino. Era così freddo, che la superficie del ghiaccio scricchiolava. L’anitroccolo doveva agitare continuamente le gambe, per impedire che il buco finisse di chiudersi. Finalmente, si sentì esausto, si abbandonò lì, senza muoversi più, e così rimase, quasi gelato, sul ghiaccio.
La mattina dopo, per tempo, venne un contadino, e lo vide; s’accostò, spezzò il ghiaccio con uno de’ suoi zoccoli di legno, e portò l’anitroccolo a casa, a sua moglie; e lì l’anitroccolo rinvenne.
I ragazzi si provarono a giocare con lui. Ma egli credendo che volessero fargli male, dalla gran paura volò nella secchia del latte, così che tutto il latte schizzò per la stanza. La donna, disperata, battè le mani, e l’anitroccolo, più spaurito ancora, via, sul vaso dov’essa teneva in serbo il burro; e di lì, dentro la madia, in mezzo alla farina, e poi fuori di nuovo, e su, in alto, per la camera. Immaginatevi com’era conciato! La donna gridava e gli correva dietro con le molle, i ragazzi saltavano per la casa, ridendo e strepitando e facendo un chiasso indiavolato. Per buona sorte, la porta era aperta; e l’anitroccolo potè mettersi in salvo, scappando a traverso ai cespugli, sulla neve caduta di fresco; e là rimase, così spossato, che pareva fosse per morire.
Ma qui la storia diverrebbe proprio troppo melanconica, se vi avessi a raccontare tutti i patimenti e la miseria, che l’anitroccolo dovette sopportare in quel crudo inverno. Stava accoccolato tra le canne della palude, quando il sole ridivenne caldo e splendente, e le allodole tornarono a cantare.
Venne una magnifica primavera, ed egli potè spiegare di nuovo le ali, ch’erano divenute più forti e lo reggevano ora molto meglio. Prima ch’egli stesso sapesse come, si trovò in un grande giardino, dove i meli erano in piena fioritura, dove i lillà spandevano un dolce odore, allungando le verdi rame pendule sin sopra ai ruscelli ed ai canali che lo traversavano. Che bellezza quel giardino! Che freschezza di primavera! E proprio dinanzi a lui sbucarono di tra il fitto del fogliame tre splendidi cigni candidi, e si accostarono nuotando: con le ali leggermente arruffate, venivano scivolando agili e maestosi sull’acqua… L’anatrino riconobbe gli splendidi animali e fu preso da una strana angoscia.
“Voglio volare sin là, presso agli uccelli regali: mi morderanno e mi faranno morire, per avere osato, io così brutto, accostarmi ad essi. Meglio ucciso da loro, che perseguitato dalle anitre, beccato dai polli, respinto dalla ragazza della fattoria, per patire poi tutto quel che ho patito durante l’inverno!” – E volò sino all’acque e poi nuotò verso i candidi cigni, i quali accorsero ad ali spiegate. “Uccidetemi!” – disse la povera bestiola, e chinò il capo verso lo specchio dell’acqua aspettando la morte… Ma che cosa vide mai nell’acqua chiara? Vide sotto di sè la sua propria immagine; e non l’immagine d’un brutto uccello tozzo e grigiastro, orribile a vedersi; ma quella di un candido cigno.
Che importa l’esser nati nel cortile delle anitre, quando si esce da un ovo di cigno?
Ora sì, che si sentiva perfettamente felice, compensato di tutte le miserie e le disgrazie passate. Ora egli comprendeva tutta la sua felicità, e sapeva apprezzare lo splendore che si vedeva d’intorno. E i grandi cigni lo circondavano e lo lisciavano col becco.
Vennero nel giardino alcuni bambini: gettarono pane e grano nell’acqua, ed il più piccolo gridò: “Uno di nuovo! ce n’è uno di nuovo!” E gli altri bambini tutti contenti: “Sì, ecco che n’è venuto un altro!” – E batterono le manine, e si misero a ballare, e corsero a chiamare il babbo e la mamma; e buttavano pane e biscotti nell’acqua, e tutti dicevano: “Il nuovo è il più bello di tutti, così giovane, così maestoso…” – Ed i cigni più vecchi s’inchinavano dinanzi a lui.
Allora la timidezza lo prese: divenne tutto vergognoso, e nascose il capo sotto l’ala; provava un certo che… non sapeva neppur lui quel che provava. Era sin troppo beato; ma nient’affatto superbo, perchè il cuore buono non è mai superbo. Pensava quanto era stato perseguitato e schernito; ed ora sentiva dire da tutti ch’era il più bello tra quei bellissimi uccelli! I rami di lillà si chinavano sull’acqua verso di lui; il sole splendeva caldo e lo ristorava. Arricciò le penne, allungò l’esile collo e si rallegrò dal profondo del cuore: “Non avrei mai sognata una gioia simile, quand’ero ancora un brutto anitroccolo!”

Giosue’ Carducci – Lettera a Maria Pezze’-Pascolato

“Carissima Signora,
“Tra le tante cose di cui vo debitore alla signora Astrid Ahnfelt metto ora per prima la idea che ha ispirato in Lei di mandarmi in dono le novelle di Andersen. Qualche cosa ne avea intravvisto in una traduzione tedesca; ma ora ne gusto la fantasia nativa e profonda, la grazia e l’andamento tutto poetico tra mesto e sereno.
“Io non so nulla di danese, ma giuro che la sua traduzione deve esser fedele ed elegante.
“La ringrazio pertanto del piacere di avermene procurato la lettura.
“Mi creda
suo aff.
GIOSUE CARDUCCI”.