Giovanni Pascoli – Anniversario

Già li vedevo gli occhi tuoi, soavi
seguirmi sempre per il mio cammino,
chinarsi mesti sul mio capo chino,
volgersi, al mio dubbiar, dubbiosi e gravi.

Come col dolor tuo mi consolavi,
come, o cuore vivente oltre il destino!
come al tuo collo ti tornai bambino
piangendo il pianto che su me versavi!

Or che rivivo alfine, or che trovai
ah! le due parti del tuo cuore infranto,
ora quell’occhio più che mai materno…

No: tu con gli altri, al freddo, all’acqua, stai,
con gli altri, solitari in camposanto,
in questa sera torbida d’inverno.

31 di dicembre 1891.

Giovanni Pascoli – Il Santuario

Come un’arca d’aromi oltremarini,
il santuario, a mezzo la scogliera,
esala ancora l’inno e la preghiera
tra i lunghi intercolunnii de’ pini;

e trema ancor de’ palpiti divini
che l’hanno scosso nella dolce sera,
quando dalla grand’abside severa
uscia l’incenso in fiocchi cilestrini.

S’incurva in una luminosa arcata
il ciel sovr’esso: alle colline estreme
il Carro e fermo e spia l’ombra che sale.

Sale con l’ombra il suon d’una cascata
che grave nel silenzio sacro geme
con un sospiro eternamente uguale.

Giovanni Pascoli – Le Monache di Sogliano

Dal profondo geme l’organo
tra ‘l fumar de’ cerei lento:
c’è un brusio cupo di femmine
nella chiesa del convento:

un vegliardo austero mormora
dall’altar suoi brevi appelli:
dietro questi s’acciabattano
delle donne i ritornelli.

Ma di mezzo a un lungo gemito,
da invisibile cortina,
s’alza a vol secura ed agile
una voce di bambina;

e dintorno a questa ronzano,
tutte a volo, unite e strette,
e la seguono e rincorrono,
voci d’altre giovinette.

Per noi prega, o santa Vergine,
per noi prega, o Madre pia;
per noi prega, esse ripetono,
o Maria! Maria! Maria!

Quali note! Par che tinnino
nell’infrangersi del cuore:
paion umide di lagrime,
paion ebbre di dolore.

Oh! qual colpa macchiò l’anima
di codeste prigioniere?
qual dolor poté precorrervi
la fiorita del piacere?

Queste bimbe, queste vergini
che offesero Dio santo,
che perdòno ne sospirano
con sì lungo inno di pianto?

Manda l’organo i suoi gemiti
tra’l fumar de’ cerei lento:
di lontane plaghe sembrano
cupe e fredde onde di vento…

Dalle plaghe inaccessibili
cupo e freddo il vento romba:
già sottentra ai lunghi gemiti
il silenzio della tomba.

Giovanni Pascoli – Cavallino

O bel clivo fiorito Cavallino
ch’io varcai co’ leggiadri eguali a schiera
al mio bel tempo; chi sa dir se l’era
d’olmo la tua parlante ombra o di pino?

Era busso ricciuto o biancospino,
da cui dorata trasparia la sera?
C’è un campanile tra una selva nera,
che canta, bianco, l’inno mattutino?

Non so: ché quando a te s’appressa il vano
desio, per entro il cielo fuggitivo
te vedo incerta visïon fluire.

So ch’or sembri il paese allor lontano
lontano, che dal tuo fiorito clivo
io rimirai nel limpido avvenire.

Giovanni Pascoli – Ai medici condotti nella clinica di Sant’Orsola

AI MEDICI CONDOTTI
NELLA CLINICA DI SANT’ORSOLA

DISCORSO PRONUNCIATO NELL’AULA DI AUGUSTO MURRI
IL 4 MAGGIO 1908

Cari e valorosi cittadini,
Voi per pochi giorni siete tornati alla fonte, vi siete riabbracciati alla madre, vi siete ricongiunti alla vostra giovinezza. E la fonte vi mescé ancora la pura limpida salubre bevanda, e la madre vi mise a parte, con l’antico affetto, de’ suoi umani studi, e la giovinezza, se non aveva, ahimè! più le volate speranze e i labili sogni d’un tempo, vi rinsaldò e rinvigorì tuttavia nei nobili cuori i severi e alti propositi dei vostri principii. Vi siete rifatti, con umiltà che vi sublima, scolari; e sono comparsi avanti voi i maestri d’una volta e maestri nuovi, maestri meno giovani di voi, e più; e questi hanno chinato avanti voi il capo più biondo o più bruno dei vostri, e quelli, negli occhi più che i vostri stanchi e languenti, hanno alla vostra vista accesa, forse in una lagrima, una improvvisa fiamma; rispettando, gli uni e gli altri, i maestri, voi scolari, ammirando, venerando, amando. E quegli che è più intensamente e compiutamente il maestro, è venuto esso incontro a voi, vi ha pôrto esso il primo saluto, vi ha detto esso: «Avanti! e gioia con voi», esso che non sa più gioia che sia, esso che fulminato da tutte le sventure unite in una sola immane indicibile impensabile sventura, si vede, ogni tanto, privo anche di ciò che la sventura porta con sé, forse perché l’uomo possa tollerarla, di ciò per cui noi saremmo alle volte tentati di benedirla, quasi di invocarla, la sventura; alla quale consegue, con tutti i peggiori mali, il più grande e il più dolce dei beni: la pietà, l’amore accresciuto dei nostri simili, la riverenza nuova dei consapevoli del comune destino.
Ma ben più profondo e più alto dei sussurri e delle vociferazioni dell’odio, sonò in questi giorni per bocca tua, o nobilissimo Umberto Brunelli, l’amore dei tanti ch’egli educò al bene e sparse per le terre d’Italia a recare a gli afflitti la parola e l’opera della scienza che consola e salva. Della quale scienza qui vi trasse il memore culto, e vi adunò a dare a tutti un esempio incomparabile di devozione al santo Dovere, e ora di nuovo vi separa e vi licenzia e vi rimanda ognuno al vostro posto… E a che sono io avanti a voi? Voi siete per ripartire. Che cosa vengo a dirvi io? Compagni… Sono tra voi alcuni che ebbi cari compagni negli anni degli studi, e che ho continuato ad amare di fraterno affetto. Consentitemi che io chiami tutti nel modo che chiamo quei pochi. Compagni! Fratelli! Ecco quello che ho a dirvi; a dirvi, non in mio nome soltanto, ma per tutti quelli che voi aveste compagni nell’Università, per quelli che studiavano e lettere e leggi e scienze. Noi vedevamo voi, dopo appena alcuni mesi di allegra spensieratezza, divenir gravi, severi, meditabondi. Da un momento all’altro sembrava che la cara giovinezza si fosse involata dai vostri occhi ventenni. Era che codesti occhi avevano letto la prima pagina del libro. La prima pagina del vostro libro tiene impressa la morte. La serietà suprema del vostro còmpito nella vita vi appariva d’un tratto col suo carattere sacro. Vi si dava a leggere il cadavere nudo dell’uomo, perché vi studiaste il segreto della vita. Non a pascere, ad abbellire ad arricchire la vita vostra, sentivate che gli studi intrapresi dovevano principalmente giovare; ma a custodire, difendere, rivocare la vita degli altri. Vi accorgevate che a voi si chiedeva ben più di quel che si prometteva. Sapevate che per agiatezza, onore e gloria che foste per raccogliere dall’arte futura, v’era in essa sempre spazio per il sacrificio. E così nei vostri giovanili aspetti si stendeva un’aria di ponderatezza, come un segno di assenso, ormai sereno, ma non dato senza lunga esitazione e lotta, a una voce che vi avesse proposto una grande dubbia ancipite prova; una milizia di più pericolo che guadagno, in cui fosse non facile la lode altrui e più difficile l’intimo appagamento suo. E noi si sciamava allegramente, volando qua e là per l’Italia a foraggiare per la nostra vita e a beccar fuscelli per il nido del nostro amore; e voi, vi lasciavamo vicini ai letti delle cliniche, più pensosi e severi di noi, ma non tuttavia dottori: tanto più gravi di noi, restavate ancor per due anni studenti. Ebbene, io che vi amava e ammirava e singoli e tutti insieme (c’è tra voi chi sa che io non m’infingo e non esagero), io dopo più di un quarto di secolo di esercizio e di studio, ho riveduto alcuni di quei molto da me amati ed ammirati. E con l’antico amore e con l’accresciuta ammirazione ho chiesto a loro di lor novelle, salutando la lor compagna, accarezzando i loro figlietti. E ho saputo che io e i miei compagni di lettere e di scienze – non parlo di altri – io – parliamo anzi soltanto di me – io, non tuttavia de’ più fortunati, ricevevo come compenso del mio lavoro, grave quanto si voglia, ma che non è di vita e morte, come compenso del mio lavoro, che aveva pure tre mesi di rispitto e di riposo ogni anno, lavoro che mi lasciava libera gran parte del giorno e tutta la notte, tutta la dolce ambrosia notte, ricevevo, più di venticinque anni fa, tanto e anche più di ciò che dopo venticinque anni ha ora il compagno che studiò due anni di più, che ha dato e dà al suo lavoro il giorno e la notte, che non ha vacanze lunghe e fisse, che non è solo utile ma necessario, non legge solo libri ma brancica morti, non insegna latino e greco, ma guarisce, ma redime, ma salva. Oh! profondamente io riverii quelle donne non vestite di seta, e baciai con doloroso rispetto quei visetti non sempre rosei e paffuti, sebben figli di medici, e guardai con angoscia i capelli grigi come i miei, di quei miei vecchi compagni; e pensai con tutte le lagrime del mio cuore: «Io ero biondo, quando avevo lo stipendio di questo uomo tanto più degno di me! Biondo… e solo!». Questo sono venuto a dirvi, o compagni! o fratelli! A dirvi che mi vergogno, o nobili ministri della più nobile arte del mondo, d’aver cominciato dove molti di voi finiscono, a umiliarmi avanti a voi a nome dei vostri compagni delle altre facoltà, a portarvi, nel tempo stesso, la riprovazione solidale, che valga a purificarne, di questa ingiustissima tra le ingiustizie sociali, che ha per punto di partenza (non, s’intende, per causa) l’Università, sede del dritto, fonte della luce, strumento massimo dell’umana uguaglianza e concordia. L’Università, nostra alma comune madre, leva la sua augusta voce denunziando l’onta che ai suoi più operosi figli, a quelli da cui ella esige più lungo studio, più austera disciplina, più fermo animo, più sicure prove, a quelli dalla società si diano minori compensi, minori guarentigie, meno d’onore si faccia, meno di fiducia si accordi. E che importa, se di tutti i miei colleghi io sia il meno degno di far sentire la parola della madre alma? Io sono un testimone; e ai testimoni non si chiede altezza d’ingegno e abbondanza di dottrina: si chiede se ha veduto e sa. Ora io ho veduto, udito, toccato con mano; e so. Non ci può essere parola più alta di quella che esprime la verità.
E tuttavia… Tuttavia anche per un’altra ragione mi sono indotto a parlarvi. Il vostro vecchio compagno si aggira, come i suoi più stretti colleghi, nei campi dell’imaginazione e del sentimento: «campi che hanno intorno un più largo cielo azzurro, e sanno un proprio lor sole, lor proprie stelle». A quella luce noi torniamo a veder vivo ciò che morì, e ciò che così rivive è agli occhi umani grande e bello. Quella luce nasconde le piccolezze, appiana le imperfezioni, nobilita ogni atteggiamento, fa più lunghe le ombre, fa delle lagrime perle iridate, fa del sangue fiori purpurei. È quello il luogo sacro ove il dolore ha il suo sorriso, il martirio il suo premio, la morte la sua immortalità. È il mirabile luogo che si trasmuta per mille guise e ora è il lido dell’Ellesponto, donde Achille tende soletto le mani alle onde e alle nuvole; ora il verde paese, nelle cui praterie pascolano i bianchi cavalli, ed è salutato – Italiam! Italiam! – da una nave di profughi dell’oriente, al chiaror dell’alba; ora una tetra valle, donde si propaga per trenta leghe tre volte terribile lo squillo del corno di Rolando; ora l’empireo cielo, dove l’uomo che sentì nell’essere suo l’inerte vegetar della pianta, e poi il gracidare, il latrare, il grugnire, l’ululo e il ruggito delle bestie, e si rifece umano attraverso il dolore e il pianto, s’affisa, ora serafino dalle sei ale, in Dio uno e trino. È il mondo, insomma, dei poeti e degli eroi. Ed io che sono un peregrino smarrito, selvaggio del mirabile loco, pur da tal mondo a voi mi presento. Donde venite o uomini? venite da un mondo ben reale, o compagni miei! Venite da tutte le miserie umane, che voi cercate di prevenire, di curare, di lenire almeno, tutte, negli altri, essendo destinati assai spesso a soffocare in voi la peggiore: l’umana ingratitudine. Mal retribuiti, assai spesso, mal conosciuti, sorvegliati, cinti di divieti, irretiti di sofismi, soffocati di diffidenze, da persone che interpretano come servizio di schiavi un’arte esercitata liberalmente a loro profitto, fischiati (s’è vista anche questa!), ingiuriati, persino espulsi, da gente che profittava delle nuove libertà contro i benefattori del presente e apostoli dell’avvenire, voi venite qui… A che fare? A rifornirvi di nuove armi per la vostra assidua battaglia contro il malore, a costo di darne e aguzzarne una contro voi in man di quelli che credono o mostrano di credere che un medico, da loro così ben pagato e trattato, deve saper tutto sin dal giorno della laurea. Oh! mala sorte della vostra battaglia, o medici, nella quale avete a fronte, oltre la macilenta coorte delle febbri, la dura ferrea prosperosa legione dell’ignoranza! Un vostro grande maestro osservava che nella medicina si ha a volta a volta troppa fede o troppo poca. La formula è forse questa: si crede, da molti o dai più, che la medicina tutto può, il medico nulla vuole.  Dicono: «Al medico, con la laurea, fu consegnata la coppa della immortalità perché non ce l’accosta alle labbra?». Or voi l’avete serenamente sfidata questa mala voce; avete socraticamente detto a questi detrattori, che voglio credere ormai radi e poco ascoltati: «L’accusa d’ignorare è pure un riconoscimento di sapienza!». E, crollando sapientemente le spalle siete venuti ad accrescere la vostra cultura, a riconfermare la vostra scienza, a perfezionare l’arte vostra in pro’ di tutti, anche dei detrattori. E ora ritornate… Su, inforca il tuo cavallo, rasenta i precipizi, attraversa i torrenti; misura col biroccino le lunghe strade assolate o fangose, gira la città di catapecchia in catapecchia. Riposerai la notte. E la notte, sussulta allo squillo imperioso del campanello, balza giù, va magari a far da levatrice in una casupola lontana lontana, dove manca tutto. E all’alba ricomincia, e qua, in una remota stamberga, improvvisa un’operazione, improvvisando prima, con trespoli e sgabelli e cenci, il letto operatorio; e là, forse in una bella casa, ascolta senza dar segno di cruccio, che la famiglia ha creduto di dover ricorrere a un altro e che tu sei ringraziato e licenziato; e altrove leggi in un amaro sogghigno, odi anche da una bocca sibilante l’accusa d’aver lasciato o d’aver fatto morire, tu, tu che vuoi alla natura strappare il poter della vita, ma toglierle il poter della morte non puoi; e altrove, dove il male è il mal della miseria, il male il cui bacillo specifico è l’egoismo umano, fa tu l’ammenda di tutti quelli che sbriciano sotto la tavola il pane che là manca, e mettiti le mani in tasca, o ben pagato, e manda al misero un po’ del brodo e della carne preparati per la tua famigliola! E rassegnati a passar ancora gli esami ogni giorno della tua vita, a esser giudicato, a esser classificato da tutti i buoni uomini della tua condotta, i quali sembrano credersi in diritto d’aspettarsi da te il miracolo e nel tempo stesso pensano e dicono d’essere in grado di far l’arte tua meglio di te. E rassegnati, tu che un giorno forse non avevi che amici sorridenti, a non vedere che cipigli di nemici, a sentirti di noia di peso di troppo, dove ti recasti avvolontato di bene, dove sognavi che ben ti volessero per il ben che facevi. E rassegnati a volerlo fare, il bene, senza poterlo fare; a vedere o sapere che manca l’acqua per lavarsi, e abbonda l’alcool per avvelenarsi, e che i bimbi poppano latte scarso o infetto, e che i fanciulli avvizziscono nelle scuole senza aria e senza luce. Rassegnati: che cosa puoi far tu, servo di tutti e d’ognuno, arbitro di nulla?
Ed ecco che prima che ritorniate, io, misero contemplante del mondo ideale, vi dico: «Voi siete della vita quotidiana, ma vi conosco, vi ho veduto altrove, sì, tra l’odoroso bosco dei lauri, con quelli

iuventas aut qui vitam excoluere per artes,
quique sui memores alios fecere morendo,
AEN. VI, 663-4

che lasciano di sé memoria per il ben che fecero agli uomini. Voi siete della realtà, o compagni; ma io, che prima mi sono umiliato avanti voi, ora di voi mi esalto, perché vi chiamate EROI! Eroi, che non fanno alle braccia, non trattano armi, non domano cavalli; ma cantano, nell’Elisio virgiliano, in coro, un inno al Dio della sanità e della poesia; della luce». E vi dico inoltre: «Coraggio e avanti! Voi lo sapete da voi qual è per essere, qual è già il vostro compito nella società che si trasforma. Io non avrei che ripetere le parole eloquentissime del vostro presidente Umberto Brunelli. Voi lo sapete, dunque. E dunque assumete, con tranquilla baldanza, l’autorità che nessun potere di stato o di comune, nessun volere di maggioranza di suffragi può togliervi. Parlate alto, o seimila custodi della pubblica salute, contro le spese inutili e anche dannose nei paesi che non hanno acqua e non hanno scuola. Stendete la vostra mano, usa a non tremare, sul capo dei fanciulli d’Italia. Proteggete le nostre speranze, salvate il nostro avvenire. Siate de’ maestri e delle maestre i consiglieri, i cooperatori, i difensori. E ricordate la fanciulletta orfana del medico condotto, che si offrì notturna, per alimentare i suoi fratellini, al generoso proscritto Luigi Casati, e gl’ispirò l’istituzione benefica per gli orfani come lei… Ricordate la vostra piccola santa, la vostra eroica martire, e in nome di lei difendete e redimete. Denunziate, con voce d’apostoli, i morbi che il vizio tramanda di generazione in generazione, e i morbi che il lavoro diffonde a tutta una classe di lavoratori. Collaborate a ogni riforma sociale, abolite in Italia la perdurante tuttora barbarie igienica». Ma che vi esorto? Tutto questo voi lo fate, io ripeto, e le parole che io ho detto, sono tutte, tutte vostre, o combattenti della buona battaglia contro il male e la morte, o voi che stanchi delle visite fatte, scrivete il fervido ammonimento nei giornali, componete il chiaro e savio manualetto per le famiglie, pronunziate con l’eloquenza di chi è convinto e vuol persuadere le mirabili orazioni al popolo. Siete voi principalmente che promovete l’umanità di passo in passo o di volo in volo. Siete voi, o medici, che avete fatto cadere le catene negli ergastoli, voi che spezzerete le manette e le gabbie di ferro, voi, proprio voi, con l’esempio che deste, di abolire ogni legame per i dementi anche furiosi, con le parole, che ben potete dire «Se costui lo incatenate e ingabbiate, è segno che non lo credete uomo e perciò soggetto alle umane leggi: oh! datelo, codesto infelice, a noi che sappiamo richiamare la ragione fuorviata o fuggita, solo con la parola, solo con un’occhiata, d’amore!». Siete voi, o medici, ben consapevoli della vanità delle distinzioni sociali avanti il dolore e la morte comuni, e ben convinti perciò della vanità dell’odio nei sociali dissidi, siete voi che formate la «Croce Rossa» della grande lotta. Oh! quando verrà il Calendimaggio dell’umana concordia ? Quando ritorneranno tra gli uomini le due divine essenze, che gli uomini sembra tuttora non vogliano tutte e due insieme, e che tuttavia l’una non può stare senza l’altra? Voi, o nobile schiera della Croce Rossa sociale, voi, o compagnia de’ seimila (e non siete, credo, ancora tutti: quali mai e quanti di voi si negano alla difesa non solo della piccola classe, ma della grande causa, classe sua e causa di tutti?), voi invocate l’una e l’altra, l’una con l’altra: Libertà e Giustizia. Come è possibile che una parte del genere umano persista a voler vivere tra i morti di fame, a vivere anzi del loro lavoro, a vivere e per giunta godere? Scendi, o siderea Giustizia, nella terra donde fosti bandita! E come è possibile che un’altra parte del genere umano sogni e si diletti del sogno, di abolire per sé e per tutti l’unico mezzo di vivere socialmente amando i suoi simili, che è quello di appartarsene a quando a quando, e rifugiarsi nella sua casa, di là della sua siepe, nella cara ombra dove ha i suoi figli, i figli che vogliono l’ombra per nascere, come i fiori per isbocciare il sole? O Libertà, con cui «ogni tugurio appaga l’alma», non disertare la terra di cui puoi fare un cielo, se vi dimorerai abbracciata alla Giustizia! Questo mi pare abbia a essere il supremo voto del nostro animo, e io non mi stanco mai di ripetere a me stesso, che questa era l’aspirazione dei poeti di Roma, ed è, in certa guisa, un socialismo latino, arcaico bensì, di duemila anni fa, e tuttavia dell’avvenire. Dell’avvenire, forse di domani, se i popoli si avvieranno, come a me pare che s’avviino, a volere grande, sempre più grande, il bilancio collettivo: commune magnum. Dal che verrà sempre più esigua, brevis, la proprietà privata. E che bisogno c’è che sia grande? Quando questo aumento e questa diminuzione avvengono sensibilmente e lietamente, io penso d’intravedere la dea che accenna a scendere dal cielo e la dea che mostra di voler rimanere in terra, tra le rose di maggio. È o non è? Ma certo non si deve parlare di esaurita potenzialità tributaria. Io credo, insomma, che se la proprietà vuol conservarsi, debba rinunziare ad essere ricchezza.
Commune magnum… E tuttavia voi formate, o medici condotti, l’esempio della ritrosia che c’è in questo primo dei paesi latini, in questa Italia erede di Roma, a fare grande, cioè convenevole, la spesa pubblica. Parrebbe che ciò che meno importa a noi, sia la nostra salute, l’esistenza stessa. Ma giova sperare.
Sperare! Diamo un pensiero alla nostra patria, o amici! Qualche cosa ha ella pur fatto, la cara patria nostra, con tante traversie e sventure, con tale doloroso retaggio! Ella, per esempio, ha forse ora tre volte tanti medici, e pagati tre volte tanto di quello che ai suoi inizi. L’aumento non è in proporzione; ma sarà, deve essere. E un «fatale andare» questo. Che cosa guadagnava sullo scorcio dei passati governi un medico? Ecco, il padre di Renato Fucini (mi è dolce ricordare avanti a voi questo perfetto scrittore, il più arguto e insieme più affettuoso novelliere nostro, figlio di un medico condotto) guadagnava, quando il figlio «era ragazzetto, cinque paoli il giorno, che oggi sarebbero due lire e ottanta centesimi. Coi miseri incerti di qualche consulto, di qualche operazioncella e di qualche visita fuori della condotta, si può calcolare che il suo guadagno arrivasse circa a quattro lire, piuttosto meno che più…».
Ma m’interrompo. Oh! questo è anche oggi, diciamo ironicamente, il guadagno di qualche medico condotto in Italia! Mezzo secolo di storia fu dunque in vano? Si trova ancora in qualche parte dell’Italia redenta da cinquant’anni il babbo di Renato Fucini? Mi par di vederlo. Egli rende al figlio la mesata, che il figlio aveva perduto al gioco. È mattina. «Era buio, freddo e nevicava forte…». Il figlio corre sulla porta e alla luce di una lanterna vede suo padre «già a cavallo, immobile, involtato nel suo largo mantello carico di neve. “Tieni”, mi disse, parlando rado e affondandomi ad ogni parola un solco nell’anima. “Prendi… Ora è roba tua… Ma prima di spenderli… Guardami!” e mi fulminò con un’occhiata fiera e malinconica. “Prima di spenderli, ricordati come tuo padre li guadagna”. Una spronata, uno sfaglio, e si allontanò a capo basso nel buio, tra la neve e il vento che turbinava».
Sì. Il medico condotto li guadagna ancora così, i suoi danari, e spesso ancora così pochi, ed è ancora così buono, così forte e così… malinconico.
Ed ecco, per finire, un altro ricordo, più lontano. Quest’altro era medico in Maremma, dove viveva quasi come esiliato o confinato. «Viveva coi contadini, e, nelle ore di riposo e di sosta, con alcuni pochi libri di storia e letteratura che, oltre i non pochi dell’arte sua, aveva raccolti ed amava». Ma le ore di riposo e di sosta erano scarse. Per una desolata campagna quasi incolta, popolata di bufali e di cinghiali… il povero medico, sempre a cavallo, correva da un casolare all’altro a curare i contadini febbricitanti. Guadagnava (era prima del quarantotto)… assai poco: non molto più di due lire codine (di ottanta centesimi l’una) al giorno. Guadagnava assai poco, se, dopo un venticinque anni di professione, poteva lasciare a suo figlio in eredità… dieci di codeste lire codine. Era anch’esso fiero, diritto, soldatesco nel piglio e nella voce, e castigava i figli con non altro che un’occhiata! Ma li istruiva anche, e bene. Mancavano nel selvaggio borgo maestri: era esso il maestro dei figli «nelle ore di riposo e di sosta». Insegnò, tra l’altro, latino, e uno di quei figli particolarmente lo imparò bene; ché andato poi a Firenze fu ammesso in una scuola pubblica con quella sola istruzione paterna, che parve sufficiente e commendevole. Quel giovinetto era Giosue Carducci.
Desti nei vostri cuori una lunga eco di gloria il nome di Giosue Carducci pronunziato nell’aula di Augusto Murri! Entrambi provarono la dura vita di sacrificio che voi provate, o medici condotti, ed entrambi ne furono nobilitati, ed entrambi toccarono gli alti fastigi dell’arte e della scienza. Io ripenso l’ultima volta che s’incontrarono i due alunni del Dio della luce, del Peana musico e salutifero. Un giovinetto si recò dall’un maestro dicendogli che l’altro maestro – avo di quel giovinetto – era infermo grave. Augusto Murri… non rispose; indossò il mantello, e venne al letto di Giosue Carducci. Io non so nulla del supremo incontro; e chi potrebbe parlarne? Nuvole erano stese sulla psiche del Poeta morente. Non forse ella mandò un raggio improvviso che illuminò quella dell’altro grande accorso al suo transito? Che vide ella? qual saluto le mandò? qual augurio le lasciò? Nessuno vide: nessuno udì: tutti sanno. Chi partiva pianse su chi restava. La morte disse PACE! alla vita.
E «Pace!» e «Coraggio!» diciamoci a vicenda, o Compagni, o Maestro! Voi conoscete i mali inseparabili dalla natura umana, eppure sovrumani sforzi fate contro essi. Più facile opera, anzi gioconda e felice parrebbe dovesse essere quella diretta contro i mali non necessari, non naturali, non umani. Eppure gli uomini si trascinano dietro ancora, dopo millenni e millenni, questa ingrata compagnia che non chiede se non d’essere lasciata nel cammino. Ma voi, o buoni, o forti, o soccorrevoli, come combattete il morbo, come attenuate lo spasimo, come allontanate la morte, così predicate la giustizia, la tolleranza, la pietà.
Per questo vi amo, o antesignani dell’Era nuova.

Giovanni Pascoli – Myricae – Audiobook – MP3 – Lettura di Sergio Baldelli

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Giovanni Pascoli – I puffini dell’Adriatico

Tra cielo e mare (un rigo di carmino
recide intorno l’acque marezzate)
parlano. È un’alba cerula d’estate:
non una randa in tutto quel turchino.

Pur voci reca il soffio del garbino
con ozïose e tremule risate.
Sono i puffini: su le mute ondate
pende quel chiacchiericcio mattutino.

Sembra un vociare, per la calma, fioco,
di marinai, ch’ad ora ad ora giunga
tra ‘l fievole sciacquìo della risacca;

quando, stagliate dentro l’oro e il fuoco,
le paranzelle in una riga lunga
dondolano sul mar liscio di lacca.

Giovanni Pascoli – Anniversario

Sappi-e forse lo sai, nel camposanto-
la bimba dalle lunghe anella d’oro,
e l’altra che fu l’ultimo tuo pianto,
sappi ch’io le raccolsi e che le adoro.

Per lor ripresi il mio coraggio affranto,
e mi detersi l’anima per loro:
hanno un tetto, hanno un nido, ora, mio vanto;
e l’amor mio le nutre e il mio lavoro.

Non son felici, sappi, ma serene:
il lor sorriso ha una tristezza pia:
io le guardo-o mia sola erma famiglia !-

sempre a gli occhi sento che mi viene
quella che ti bagnò nell’agonia
non terminata lagrima le ciglia.

Giovanni Pascoli – Il Fonte

Mentre con lieve strepito perenne
geme tra il caprifoglio una fontana,
trema un trotto tranquillo, e s’allontana
per le fatate rilucenti Ardenne.

Qui pontò i piedi e s’alzò sulle penne
quell’Ippogrifo, qui stallò l’Alfana:
Brigliadoro dall’India Sericana
in questo trebbio il lungo error sostenne:

che qui l’abbeverava il paladino,
e meditava al mormorio del fonte
senza piegar la ferrea persona:

poi seguì la sua corsa e il suo destino;
così che intorno per la valle e il monte
ancor la notte il trotto ne rintrona.

Giovanni Pascoli – Il bosco

O vecchio bosco pieno d’albatrelli,
che sai di funghi e spiri la malìa,
cui tutto io già scampanellare udia
di cicale invisibili e d’uccelli:

in te vivono i fauni ridarelli
ch’hanno le sussurranti aure in balìa;
vive la ninfa, e i passi lenti spia,
bionda tra le interrotte ombre i capelli.

Di ninfe albeggia in mezzo alla ramaglia
or sì or no, che se il desio le vinca,
l’occhio alcuna ne attinge, e il sol le bacia.

Dileguano; e pur viva è la boscaglia,
viva sempre ne’ fior della pervinca
e nelle grandi ciocche dell’acacia.

Giovanni Pascoli – Rio Salto

Lo so: non era nella valle fonda
suon che s’udia di palafreni andanti:
era l’acqua che giù dalle stillanti
tegole a furia percotea la gronda.

Pur via e via per l’infinita sponda
passar vedevo i cavalieri erranti;
scorgevo le corazze luccicanti,
scorgevo l’ombra galoppar sull’onda.

Cessato il vento poi, non di galoppi
il suono udivo, né vedea tremando
fughe remote al dubitoso lume;

ma voi solo vedevo, amici pioppi!
Brusivano soave tentennando
lungo la sponda del mio dolce fiume.

Giovanni Pascoli – Anniversario

Sono più di trent’anni e di queste ore,
mamma, tu con dolor m’hai partorito;
ed il mio nuovo piccolo vagito
t’addolorava più del tuo dolore.

Poi tra il dolore sempre ed il timore,
o dolce madre, m’hai di te nutrito:
e quando fui del corpo tuo vestito,
quand’ebbi nel mio cuor tutto il tuo cuore;

allor sei morta; e son vent’anni: un giorno!
già gli occhi materni io penso a vuoto;
il caro viso già mi si scolora,

mamma, e più non ti so. Ma nel soggiorno
freddo de’ morti, nel tuo sogno immoto,
tu m’accarezzi i riccioli d’allora.

31 di dicembre 1889.

Giovanni Pascoli – Romagna

Sempre un villaggio, sempre una campagna
mi ride al cuore (o piange), Severino:
il paese ove, andando, ci accompagna
l’azzurra vision di San Marino:

sempre mi torna al cuore il mio paese
cui regnarono Guidi e Malatesta,
cui tenne pure il Passator cortese,
re della strada, re della foresta.

Là nelle stoppie dove singhiozzando
va la tacchina con l’altrui covata,
presso gli stagni lustreggianti, quando
lenta vi guazza l’anatra iridata,

oh! fossi io teco; e perderci nel verde,
e di tra gli olmi, nido alle ghiandaie,
gettarci l’urlo che lungi si perde
dentro il meridiano ozio dell’aie;

mentre il villano pone dalle spalle
gobbe la ronca e afferra la scodella,
e ’1 bue rumina nelle opache stalle
la sua laborïosa lupinella.

Da’ borghi sparsi le campane in tanto
si rincorron coi lor gridi argentini:
chiamano al rezzo, alla quiete, al santo
desco fiorito d’occhi di bambini.

Già m’accoglieva in quelle ore bruciate
sotto ombrello di trine una mimosa,
che fioria la mia casa ai dì d’estate
co’ suoi pennacchi di color di rosa;

e s’abbracciava per lo sgretolato
muro un folto rosaio a un gelsomino;
guardava il tutto un pioppo alto e slanciato,
chiassoso a giorni come un biricchino.

Era il mio nido: dove immobilmente,
io galoppava con Guidon Selvaggio
e con Astolfo; o mi vedea presente
l’imperatore nell’eremitaggio.

E mentre aereo mi poneva in via
con l’ippogrifo pel sognato alone,
o risonava nella stanza mia
muta il dettare di Napoleone;

udia tra i fieni allor allor falciati
da’ grilli il verso che perpetuo trema,
udiva dalle rane dei fossati
un lungo interminabile poema.

E lunghi, e interminati, erano quelli
ch’io meditai, mirabili a sognare:
stormir di frondi, cinguettio d’uccelli,
risa di donne, strepito di mare.

Ma da quel nido, rondini tardive,
tutti tutti migrammo un giorno nero;
io, la mia patria or è dove si vive:
gli altri son poco lungi; in cimitero.

Così più non verrò per la calura
tra que’ tuoi polverosi biancospini,
ch’io non ritrovi nella mia verzura
del cuculo ozïoso i piccolini,

Romagna solatia, dolce paese,
cui regnarono Guidi e Malatesta;
cui tenne pure il Passator cortese,
re della strada, re della foresta.

Giovanni Pascoli – Sera festiva

O mamma, o mammina, hai stirato
la nuova camicia di lino ?
Non c’era laggiù tra il bucato,
sul bossolo o sul biancospino.
Su gli occhi tu tieni le mani. . .
Perchè? non lo sai che domani … ?
din don dan, din don dan.

Si parlano i bianchi villaggi
cantando in un lume di rosa:
dall’ombra de’ monti selvaggi
si sente una romba festosa.

Tu tieni a gli orecchi le mani…
tu piangi; ed è festa domani. .
din don dan, din don dan.

Tu pensi . . . oh! ricordo: la pieve . . .
quanti anni ora sono ? una sera . .
il bimbo era freddo, di neve;
il bimbo era bianco, di cera:
allora sonò la campana
(perchè non pareva lontana ?)
din don dan, din don dan.

Sonavano a festa, come ora,
per l’angiolo; il nuovo angioletto
nel cielo volava a quell’ora;
ma tu lo volevi al tuo petto,
con noi, nella piccola zana:
gridavi; e lassù la campana. . .
din don dan, din don dan.

Giovanni Pascoli – La cucitrice

L’alba per la valle nera
sparpagliò le greggi bianche:
tornano ora nella sera
e s’arrampicano stanche:
una stella le conduce.

Torna via dalla maestra
la covata, e passa lenta:
c’è del biondo alla finestra
tra un basilico e una menta:
è Maria che cuce e cuce.

Per chi cuci e per che cosa?
un lenzuolo ? un bianco velo ?
Tutto il cielo è color rosa,
rosa e oro, e tutto il cielo
sulla testa le riluce.

Alza gli occhi dal lavoro:
una lagrima? un sorriso?
Sotto il cielo rosa e oro,
chini gli occhi, chino il viso,
ella cuce, cuce, cuce.

Giovanni Pascoli – Allora…

Allora…in un tempo assai lunge
felice fui molto; non ora:
ma quanta dolcezza mi giunge
da tanta dolcezza d’allora!

Quell’anno! per anni che poi
fuggirono, che fuggiranno,
non puoi, mio pensiero, non puoi,
portare con te, che quell’anno!

Un giorno fu quello, ch’è senza
compagno, ch’è senza ritorno;
la vita fu vana parvenza
sì prima sì dopo quel giorno!

Un punto!… così passeggero,
che in vero passò non raggiunto,
ma bello così, che molto ero
felice, felice, quel punto!

Giovanni Pascoli – Nota bibliografica alla sesta edizione di “Myricae”

Di questo libro che giunge ora alla sua sesta edizione, non rincresca al lettore, e specialmente alla soave lettrice, un po’ di storia.

Le più vecchie poesie del volume sono IL MANIERO («RICORDI» IV) e RIO SALTO (ib. III), che furono fatti e, mi pare, anche pubblicati prima dell’80. Viene poi ROMAGNA («RICORDI» I) che ê dell’80 o giù di lì. Fu pubblicata nella «Cronaca Bizantina», ma non so in qual numero: non la vidi mai. Poi ci fu un intervallo. Ero stretto dalle necessità della vita, e il canto non usciva dalla gola serrata.

Quando potei avere un pochino di respiro, ricominciai. Davo le poesiole che facevo, a cari amici, tra i quali principalissimo Angiolo Orvieto, che le stampava nella sua «Vita Nova» prima e poi nel suo «Marzocco». Nella «Vita nova» del 10 agosto 1890 comparvero 9 di queste, col titolo, che poi si propagò a tutte le altre, di Myricae. Prima avevo pubblicato in opuscoli, nel settembre ’86, «L’ULTIMA PASSEGGIATA», per le nozze di Severino Ferrari; il 29 agosto ’87, tre favole («LE PENE DEL POETA» I e II, più Nozze) per le nozze di Giulio Vita; il 25 novembre 1887, alcuni sonetti in parte editi («PRIMAVERA» II, IV, «RICORDI» IV, V, VI, IX), per le nozze del mio amatissimo fratello Raffaele. Ecco le lettere con le quali dedicavo agli amici e al fratello le piccole raccolte:

A SEVERINO FERRARI

« Amico mio,

oltre i versi di Severino ci saranno dunque anche i figli di Severino. E io, che salutai i versi nascenti e saluto sin d’ora i figli nascituri, mi ricordo del tempo che di te non si raccontavano che i motti. Chi allora aspettava da te altra figliolanza? Intorno a te la gente cadeva di meraviglia in meraviglia: non io; che con altri pochi non credeva festevolezza nemica d’ingegno né al buon ingegno odioso il buon giudizio. Tu, come già hai dimostrato che si può essere studioso e valente giovane senza farne professione, ora provi che si può avere serietà d’uomo fatto senza accavallarsela sul naso. Hai vinto; e ne godo anch’io tanto più quanto per mia parte meno posso bastare alla battaglia e alla vittoria. Come si può vedere anche da questi versi che pubblico in tuo onore bene augurando.

Massa, settembre ’86».

A GIULIO VITA

Caro Giulio,

con gli auguri e i rallegramenti vengono a te questi tre apologhi. Che cosa hanno essi che vedere nelle tue felici nozze? Non so io; ma tu, ingegnoso giovine, potresti imaginare che io li avessi tratti da qualche codice obliato; e allora ben sai che sarebbero opportuni. Non solo: ma io potrei lodarmi d’averli copiati, come ora mi vergogno d’averli fatti; e i dotti e gli studiosi mi farebbero della loro schiera onorata. Tanto più quanto, avendo stampata la cosa tal quale la scrissi, avrei fatta un’edizione diplomatica.

Massa, 25 agosto 1887».

Eh? Aveva un po’ voglia di scherzare. Per altro… anche oggi direi le stesse cose. Perché, in fin dei conti, non dicevo né direi già che facciano male gli eruditi, anzi pensavo e penso che fanno un lavorio utilissimo, anzi necessarissimo, fondamentale. Solamente non è ragionevole che ne menino tanto vampo; perché è lavorio fondamentale bensì, ma facile; e ai lavori più facili si trovano atte più persone, e non sempre inette quelle che fanno lavori più difficili e rari.

A RAFFAELE PASCOLI

«Degli anni giovanili che passammo insieme, dolce fratello, vorrei nel giorno delle tue nozze evocare qualche idea, qualche imagine, qualche larva, liete; e non posso; ché nella nostra vita la letizia non apparì, né il molto dolore fu tale che ora, a ricordarlo, torni in letizia. Abbiti perciò questi che pur sono fiori del passato, ma non ebbero profumo e vista; i quali come richiamarti alla memoria non potranno la gioia, che non fu, così né pur l’affanno, che in essi non pare. Ché fiorirono in quei momenti, brevi e rari, in cui l’uno moriva e l’altra non era; e io guardava, un poco stupito, intorno a me, con occhi velati sì ma attenti.

Pace ora dunque, fratello mio buono, se non felicità; o anche felicità, poi che l’hai e meritata, per aver con fiera virtù repugnato alla fortuna, e conquistata, per aver saputo conservare all’amore il tuo nobile cuore e ad Angiola la tua nobile vita.

Di Livorno, il dì 25 di novembre del 1887 ».

E fui buon profeta. Ora il fratello mio buono è allietato da due creature, Gina e Ruggiero.

Nel 1891 per le nozze del mio affettuosissimo amico Raffaello Marcovigi ripubblicai in un volumetto le già dette Myricae e alcune altre poesie («le gioie del poeta» iv; «elegie» i; ida e maria; campane a sera; «creature» i, iv; «in campagna» xiii, xv, i, iv, viii, xvii, xviii; «dolcezze» v, i, viii, iv; «tristezze» ii; «pensieri» i; «alberi e fiori» iii; «l’ultima passeggiata» xiii, e parte di dialogo). Le offrivo all’amico con questa lettera:

A RAFFAELLO MARCOVIGI

«Ti ricordi? Sono passati molti anni: a te la vita prometteva molto e a me poco. Ora (la vita è buona) a te ha atteso quel molto e a me assai più di quel poco; ché a te ha serbato cotesto amore e a me ha reso facile e dolcissimo un mio dovere. Tu sei adunque felice, e io sereno: la vita è buona, e così ci resti a lungo. Così, possa tu vedere andare a nozze una tua nuova Clemenza la quale ricordi (una stilla di dolore nel vin dolce della tua coppa!) quella cara fanciulla che la morte conserva giovane per sempre. Così, possa io saziar gli occhi miei delle cose belle, e significarne altrui. Ché non ancora ho potuto, e sorrida chi vuole; non ancora: tanto fu tempestosa la primavera, tanto è affaticata l’estate, sicché questa raccolta che ti presento, non è ancora un saggio per me, né più pure una promessa per gli altri. Ma già, sano memore e calmo, quasi novello, mi preparo a sentir le voci autunnali, tante e così fuggevoli, e anche, nei ghiacci estremi, iridati, gli squilli dei cigni candidissimi. Ma perché parlarti di me? Tu mi ami anche oggi.

Livorno, 22 di luglio 1891».

Questa raccoltina fu la prima edizione di Myricae. La seconda molto accresciuta uscì nel gennaio del ’92. Era dedicata a mio padre e preceduta da queste parole:

Io vedo — come è questo giorno, oscuro—
vedo in mio cuore, vedo un camposanto
con un fosco cipresso alto sul muro.
E quel cipresso fumido si scaglia
allo scirocco; ad ora ad ora in pianto
sciogliesi l’infinita nuvolaglia.
O casa di mia gente, unica…

«A mezza strada tra Savignano e San Mauro è questa casa unica di mia gente e mia, là dove l’11 agosto 1867 (quanti anni! e a me pare non ancora tramontato quel giorno) deposero, con la nobile fronte forata e sanguinante, il mio padre, che vi chiamò con la virtù della passione di lì a poco anche mia madre, e prima di lei, una mia sorella, e poi un fratello e un altro. Tutta una famiglia è raccolta, ineffabilmente triste, e io vivo con loro, ed essi non lo sanno e non mi vedono: hanno gli occhi troppo pieni di lagrime. Ma io non ho avuto e non ho altro fine al quale indirizzare l’opera e lo studio, se non questo, che a ogni momento trovo dolorosamente vano: farmi approvare, lodare e benedire da loro. Quanta inerzia, grama e lagrimosa, succede ai non radi impeti di quel lavoro nullo! Onde è che volendo almeno onorare la memoria di quelle care vittime, sento che è ben poco e piccolo ciò che posso dare a questo effetto, e più amara mi si rende quella sventura.

Non soggiacquero essi al destino comune e non li spense natura, coi suoi soavi strali, la quale concede ai superstiti il conforto e anche l’oblio, necessario alla vita. Li uccise tutti, nel mio padre, la malvagità degli uomini, i quali finiscono la loro vittima, non l’annullano. Egli fu colpito nella strada, a qualche miglio da casa sua; ed egli è ancora per me (e anche per voi, che sapete) là; nella strada.

Non potere arrivare — singhiozza il mio povero babbo. Così piccole, così sole — sospira la mamma, morta di dolore. Non hanno essi della morte la requie, non si spense d’essi con la vita il dolore; questo (oh, solo questo) rimane d’essi. E intendo anche le vostre voci, o fratelli miei, Margherita, Luigi, Giacomo. Infelicissimi io vi sento e so tutti, e ho sempre contristata la vita dai vostri gemiti, che odo; poiché in me voi avete conservata metà della vostra vita, come io in voi ho perduta metà della mia.

Per questa causa non posso, per ora almeno, far sì che di voi, de’ quali si bisbiglia ancora appena, qua si pianga, e là, in tuguri o in palazzi, impallidiscano quelli che sanno, e pallidi restino sino alla morte. Ma per questo fine, non per la gloriola, la quale rifiuto come troppo meschino compenso della giustizia che la società mi deve, per questo io lavoro.

Intanto? Nel giorno de’ morti, i miei né donati né visitati, in un canto del cimitero, uniti, tutta la famiglia,

piangono; la pupilla umida e pia
ricerca gli altri visi a uno a uno
e forma un’altra lagrima per via.

Piangono; e quando un grido ch’esce stretto
in un sospiro, mormora, Nessuno!…
cupo rompe un singhiozzo lor dal petto.

Levan le bianche mani ai bianchi volti;
che non alcuno, al pianto disusato,
sollevi il capo attonito ed ascolti.

Posa ogni morto, e nel suo sonno culla
qualche figlio de’ figli ancor non nato.
Nessuno! i morti miei gemono: nulla!

Oh! sia questo libretto, per ora, qualche cosa.

Livorno, gennaio del 1892 ».

Quella volta, insieme coi frammenti del giorno dei morti, stampai anche altre poesie di dolore intimo e nascosto sino ad allora nell’intimità della casa. Le mie sorelle — Ida e Maria — vollero che le unissi alle altre. Diedi retta. Io pensai che quel dolore non mi apparteneva in proprio se non per lo strazio che ne soffrivo; ma che in realtà era di tutti, doveva essere di tutti. Doveva essere, e non era, e non fu mai, né di tutti né di molti né di pochi. Fu solo nostro, e accompagnato da un tale abbandono, da un tal disprezzo, da un tal odio degli altri, che mi inchiodò nel capo la convinzione che nella società umana il delitto si sconta sì e crudelmente e a lungo, ma dalle vittime, non dagli autori. Chi ha toccato una volta un’ingiuria — di sangue e di morte — non cesserà mai di toccarne di nuove. Piove sul bagnato: lagrime su sangue, e sangue su lagrime. Di quercia caduta ognuno viene a far legna. E tagliato l’albero, così grande e bello, perché hanno a sopravvivere i novelli? E i novelli si strappano da tutti. Bisogna far piazza pulita. S’era detto dall’indifferenza degli spettatori che il delitto era grande, atroce, insuperabile? Gli spettatori ci mettono dell’amor proprio, a che il delitto resti, nelle conseguenze, grande, atroce, insuperabile. Quando vedono che il dramma devia e sembra conchiudere con qualche conforto e con qualche rivendicazione, s’ingegnano anche loro, i buoni spettatori, perché non vada sciupata quella loro lagrimuzza iniziale, se ci fu.

Quali tristi parole, o lettore buono, o soave lettrice! Ma io ve le ho volute dire, né solo per giustificare questa divulgazione (che altrimenti mi sarebbe parsa invereconda) delle mie sventure, ma anche darvi come il filo che vi conduca sicuramente attraverso questi e altri andirivieni della mia anima. E il filo, eccolo. Io credo che il male di cui tutti soffriamo, e che è così aggravato da cercare impaziente le cure più strane e diverse, è un grande residuo di crudeltà che circola per tutte le vene della società umana, la quale non vorrebbe essere di belve. Oh! se ha a durar così, se questo residuo ha a continuare a essere tanto e tale, meglio aprir la gabbia sociale, in cui, trovandosi strette, le belve sono anche più feroci, e trovano più vicini i vicini su cui esercitare gli artigli e le zanne, e li trovano più impacciati nel difendersi e meno provvidi nel guardarsi! Aprite la gabbia di ferro: se no, ammansate le fiere, ammansatevi, o fiere; e allora… non ci sarà bisogno di gabbia.

E tu, padre mio, e tu, povera madre, e voi, miei infelici fratelli, dormite in pace. Verrò anch’io presto. Il di più che io avrò vissuto in paragone di voi, non sarà stato tale da tenerne conto. Fui ucciso anch’io come tutti gli altri, in te e con te, o nobile vittima, dimenticata a quest’ora, forse persino dai tuoi assassini.

Ma torniano alla nota e facciamo nel tempo stesso che la lettrice si raddolcisca l’anima. Le Myricae furono accolte bene dalla critica. Ne fu anche tradotta qualcuna in altre lingue. Gentile lettrice, legga questa, tradotta da un gentile amico, Domenico Mosca. In che lingua? In una lingua fraterna.

La naiv, dadora, flocca flocca flocca:
taidla: üna chüna in stüva va vi e nan.
Un pitschen crida, cul daitin in bocca;
la nonna chanta, cul misun sül man.
La nonna chanta: « Intuorn a teis lettin,
da rosas, gilgias es ün bel zardin ».
Nel bel zardin il pitschen ‘s drumanzet.
Dador la naiv flocca planet planet.

Giovanni Pascoli – Paulo Ucello

Capitolo I

In prima come Paulo dipintore fiorentino s’invogliò d’un monachino o ciuffolotto e non poté comprarlo e allora lo dipinse.

Di buona ora tornato all’abituro
Paulo di Dono non finì un mazzocchio
ch’egli scortava. Dipingea sul muro

un monachino che tenea nell’occhio
dalla mattina, che con Donatello
e ser Filippo era ristato a crocchio.

Quelli compravan uova. Esso un fringuello
in gabbia vide, dietro il banco, rosso
cinabro il petto, e nero un suo mantello;

nero un cappuccio ed un mantello indosso.
Paulo di Dono era assai trito e parco;
ma lo comprava, se ci aveva un grosso.

Ma non l’aveva. Andò a dipinger l’arco
di porta a San Tomaso. E gli avveniva
di dire: E` un fraticino di San Marco.

Ne tornò presto. Era una sera estiva
piena di voli. Il vecchio quella sera
dimenticò la dolce prospettiva.

Dipingea con la sua bella maniera
nella parete, al fiammeggiar del cielo.
E il monachino rosso, ecco, lì era,

posato sopra un ramuscel di melo.

Capitolo II

Della parete che Paulo dipingeva nella stanzuola, per sua gioia, con alberi e campi in prospettiva.

Ché la parete verzicava tutta
d’alberi: pini dalle ombrelle nere
e fichi e meli; ed erbe e fiori e frutta.

E sì, meraviglioso era a vedere
che biancheggiava il mandorlo di fiori,
e gialle al pero già pendean le pere.

Lustravano nel sole alti gli allori:
sur una bruna bruna acqua di polle
l’edera andava con le foglie a cuori.

Sorgeva in fondo a grado a grado un colle,
o gremito di rosse uve sui tralci
o nereggiante d’ancor fresche zolle.

Lenti lungo il ruscello erano i salci,
lunghi per la sassosa erta i cipressi.
Qua zappe in terra si vedean, là falci.

E qua tra siepi quadre erano impressi
diritti solchi nel terren già rotto,
e là fiottava un biondo mar di messi.

E là, stupore, due bovi che sotto
il giogo aprivan grandi grandi un solco,
non eran grandi come era un leprotto

qua, che fuggiva a un urlo del bifolco.

Capitolo  III

Come in essa parete avea dipinti d’ogni sorta uccelli, per dilettarsi in vederli, poi che averli non poteva.

E uccelli, uccelli, uccelli, che il buon uomo
via via vedeva, e non potea comprare:
per terra, in acqua, presso un fiore o un pomo:

col ciuffo, con la cresta, col collare:
uccelli usi alla macchia, usi alla valle:
scesi dal monte, reduci dal mare:

con l’ali azzurre, rosse, verdi, gialle:
di neve, fuoco, terra, aria, le piume:
con entro il becco pippoli o farfalle.

Stormi di gru fuggivano le brume,
schiere di cigni come bianche navi
fendeano l’acqua d’un ceruleo fiume.

Veniano sparse alle lor note travi
le rondini. E tu, bruna aquila, a piombo
dal cielo in vano sopra lor calavi.

Ella era lì, pur così lungi! E il rombo
del suo gran volo, non l’udian le quaglie,
non l’udiva la tortore e il colombo.

Sicuri sulle stipe di sodaglie,
tranquilli su’ falaschi di paduli,
stavano rosignoli, forapaglie,

cincie, verle, luì, fife, cuculi.

Capitolo  IV

Come mirando le creature del suo pennello non disse l’Angelus e fu tentato.

Poi che senza né vischio ebbe né rete
anche, nella stanzuola, il ciuffolotto,
Paulo mirò la bella sua parete.

E non udì che gli avea fatto motto
la vecchia moglie; e non udì sonare
l’Avemaria dal campanil di Giotto.

Le creature sue piccole e care
mirava il terziario canuto
nella serenità crepuscolare.

E non disse, com’era uso, il saluto
dell’angelo. Saliva alla finestra
un suono di vivuola e di leuto.

Chiara la sera, l’aria era silvestra:
regamo e persa uliva sui balconi,
e giuncava le vie fior di ginestra.

Passeri arguti empìan gli archi e gli sproni
incominciati di ser Brunellesco.
Cantavano laggiù donne e garzoni.

C’era tanto sussurro e tanto fresco
intorno a te, Santa Maria del fiore!
E Paulo si scordò Santo Francesco,

e fu tentato, e mormorò nel cuore.

Capitolo  V

Della mormorazione che fece Paulo, il quale avrebbe pur voluto alcun uccellino vivo.

Pensava: “Io sono delle pecorelle,
Madonna Povertà, di tua pastura.
E qui non ha né fanti né fancelle.

E vivo di pan d’orzo e d’acqua pura.
E vo come la chiocciola ch’ha solo
quello ch’ha seco, a schiccherar le mura.

Oh! non voglio un podere in Cafaggiolo,
come Donato: ma un cantuccio d’orto
sì, con un pero, un melo, un azzeruolo.

Ch’egli è pur, credo, il singolar conforto
un capodaglio per chi l’ha piantato!
Basta. Di bene, io ho questo in iscorto,

dipinto a secco. E s’io non son Donato,
son primo in far paesi, alberi, e sono
pur da quanto chi vende uova in mercato.

Ora, al nome di Dio, Paulo di Dono
sta contento, poderi, orti, a vederli:
ma un rosignolo io lo vorrei di buono.

Uno di questi picchi o questi merli,
in casa, che ci sia, non che ci paia!
un uccellino vero, uno che sverli,

e mi consoli nella mia vecchiaia”.

Capitolo  VI

Come santo Francesco discese per la bella prospettiva che Paulo aveva dipinta, e lo rimbrottò.

Cotale fu la mormorazione,
sommessa, in cuore. Ma dagli alti cieli
l’intese il fi di Pietro Bernardone.

Ecco e dal colle tra le viti e i meli
Santo Francesco discendea bel bello
sull’erba senza ripiegar gli steli.

Era scalzo, e vestito di bigello.
E di lunge, venendo a fronte a fronte,
diceva: “O frate Paulo cattivello!

Dunque tu non vuoi più che, presso un fonte,
del tuo pezzuol di pane ora ti pasca
la Povertà che sta con Dio sul monte!

Non vuoi più, frate Paulo, ciò che casca
dalla mensa degli angeli, e vorresti
danaro e verga e calzamenti e tasca!

O Paulo uccello, sii come i foresti
fratelli tuoi! Ché chi non ha, non pecca.
Non disfare argento, oro, due vesti.

 Buona è codesta, color foglia secca,
tale qual ha la tua sirocchia santa,
la lodoletta, che ben sai che becca

due grani in terra, e vola in cielo, e canta”.

Capitolo  VII

Come il santo intese che il desìo di Paulo era di poco ed ei gli mostrò che era di tanto.

Così dicendo egli aggrandìa pian piano,
e gli fu presso, e con un gesto pio
gli pose al petto sopra il cuor la mano.

Non vi sentì se non un tremolìo,
d’ale d’uccello. Onde riprese il Santo:
“O frate Paulo, poverel di Dio!

E` poco a te quel che desii, ma tanto
per l’uccellino che tu vuoi prigione
perché gioia a te faccia del suo pianto!

E’ bramerebbe sempre il suo Mugnone
o il suo Galluzzo, in cui vivea mendico
dando per ogni bruco una canzone.

O frate Paulo, in verità ti dico
che meglio al bosco un vermicciòl gli aggrada
che in gabbia un alberello di panico.

Lasciali andare per la loro strada
cantando laudi, il bel mese di maggio,
odorati di sole e di rugiada!

A’ miei frati minori il mio retaggio
lascia! la dolce vita solitaria,
i monti, la celluzza sur un faggio,

il chiostro con la gran cupola d’aria!”

Capitolo  VIII

Come il santo partendosi da Paulo, che pur bramava sì piccola cosa, disse a lui una grande parola.

Partiva, rialzando ora il cappuccio:
ché con l’ignuda Povertà tranquilla
Paulo avea pace dopo il breve cruccio.

Lasciava Paulo, al suono d’una squilla
lontana, quando quel tremolìo d’ale
d’uccello vide nella sua pupilla.

Ne lagrimò, ché ben sapea che male
non era in quel desìo povero e vano,
ch’unico aveva il fratel suo mortale.

Venìa quel suono fievole e lontano
di squilla, lì dai monti, da un convento
che Paulo vi avea messo di sua mano.

Veniva il suono or sì or no col vento,
dai monti azzurri, per le valli cave;
e cullava il paese sonnolento.

Santo Francesco sussurrò: “Di’ Ave
Maria”; poi senza ripiegar gli steli
movea sull’erba, e pur dicea soave:

“Sei come uccello ch’uomini crudeli
hanno accecato, o dolce frate uccello!
E cerchi il sole, e ne son pieni i cieli,

e cerchi un chicco, e pieno è l’alberello”.

Capitolo  IX

Come il santo gli mostrò che gli uccelli che Paulo aveva dipinti, erano veri e vivi anch’essi, e suoi sol essi.

E lontanando si gettava avanti,
a mo’ di pio seminator, le brice
cadute al vostro desco, angeli santi.

Paulo guardava, timido, in tralice.
Le miche egli attingeva dallo scollo
del cappuccio, e spargea per la pendice.

Ecco avveniva un murmure, uno sgrollo
di foglie, come a un soffio di libeccio.
Scattò il colombo mollemente il collo.

Si levava un sommesso cicaleccio,
fin che sonò la dolce voce mesta
delle fedeli tortole del Greccio.

Dal campo, dal verzier, dalla foresta
scesero a lui gli uccelli, ai piedi, ai fianchi,
in grembo, sulle braccia, sulla testa.

Vennero a lui le quaglie coi lor branchi
di piccolini, a lui vennero a schiera
sull’acque azzurre i grandi cigni bianchi.

E sminuiva, e già di lui non c’era,
sui monti, che cinque stelline d’oro.
E, come bruscinar di primavera,

rimase un trito becchettìo sonoro.

Capitolo  X

All’ultimo come cantò il rosignolo, e Paulo era addormito.

E poi sparì. Poi, come fu sparito,
l’usignolo cantò da un arbuscello,
e chiese dov’era ito… ito… ito…

Ne stormì con le foglie dell’ornello,
ne sibilò coi gambi del frumento,
ne gorgogliò con l’acqua del ruscello.

E tacque un poco, e poi sommesso e lento
ne interrogò le nubi a una a una;
poi con un trillo alto ne chiese al vento.

E poi ne pianse al lume della luna,
bianca sul greto, tremula sul prato;
che alluminava nella stanza bruna

il vecchio dipintore addormentato.

Giovanni Pascoli – Rossini

PRELUDIO

Di sghembo entrò, cantarellando roco,
nella sua stanza, e s’avviò pian piano
alla finestra. Aveva, dentro, il fuoco.

Nella via scura, ormai deserta, un coro
ebbro e discorde si perdea lontano.
Ma il cielo pieno era di note d’oro.

Era la Lira, appesa al cielo, in riva
della Galassia, sovra il monte santo.
Al soffio eterno ella da sé tinniva.

Al suo tinnir cantava il Cigno immerso
nell’onde bianche, e col suo grande canto
placido navigava l’Universo.

Ma no: Rossini non udia che quelle
voci ebbre e scabre. L’uggiolìo terreno
velava tutto il canto delle stelle.

Prese una carta e la lasciò cadere.
S’alzò, sedé, non la guardò nemmeno.
La carta piena era di note nere.

Imprecò muto. Minacciò per aria
Otello e Iago. Prese un foglio, e disse:
“Che altro occorre? una romanza? un’aria?

Assisa a piè…” Rise, e piantò nel cielo
della sua stanza due pupille fisse.
Pensava a un roseo fiore senza stelo…

Poi sbadigliò, poi chiuse pari pari
gli occhi, e nella dolcezza di quell’ora
dormì, sbuffando il sonno dalle nari.

Quegli stridori come d’aspra sega
stupì la Lira risonante ancora
del cilestrino tremolìo di Vega;

e sobbalzò dall’angolo solingo
il clavicembalo, e ronzava a lungo…

CANTO PRIMO

I

E si levò la Parvoletta in pianto.
Piangea, la povera anima, e mirava
il suo fratello rauco gramo franto…

“Se tu crescesti, se, qual ero, io resto,
piccola, perché farne la tua schiava,
di me che nacqui, tu lo sai, più presto?”

Piangea la semplice anima fanciulla:
“Sono più grande! Quando tu, smarrito
del mondo immenso, pigolavi in culla,

io era là, tra l’ombre mute e sole,
fui io che il tenero umido tuo dito
guidai ver’ gli occhi di tua madre e il sole!

Fui io che prima, per un tuo gran male,
ti dissi, St! ascolta!… Una soave
nenia sonava presso il tuo guanciale.

E tu la udisti, e ti chetavi, attento
attento, di sulla tua lieve nave
che uguale uguale dondolava al vento…

Io, che così, con una piuma, il viso
ti vellicai, che tu torcesti alquanto
le labbra, e nacque il primo tuo sorriso!

Io, che picchiando sulla sponda un giglio,
battevo il tempo, e tu movesti al canto
la bocca, e nacque il tuo primo bisbiglio!

Io, che girai, per darti gioia, il talco
d’una stellina, che agitai gli squilli
d’un sistro, onde stridivi come un falco

di nido; e quando, solo, in mano a Dio,
restavi, a sera, in casa, coi gingilli
tuoi, bono bono, era che c’ero anch’io!”

II

Lagrime salse le piovean dagli occhi.
Piangea la povera anima, una mano
sul tenue seno e l’altra sui ginocchi.

“Oh! la tua buona Parvola, che chiudi
sola, laggiù, nel carcere lontano,
pieno di spettri e di fantasmi nudi!

E mi spaura, chiusa in fondo anch’ella
come son chiusa io così pura e saggia,
fragrante ancora dell’odor di stella,

la Bestia, ahimè! che mangia e ringhia e freme
sopra il presepe, e scalpita selvaggia
tutta la notte! Noi vegliamo insieme,

la Bestia e io! così che i dolci modi
che ti cantai, che andavi zingarello
di fiera in fiera, ora non più tu li odi.

Allor, sul carro, io ti mutava in note
d’una viola e d’un violoncello
lo strido assiduo delle trite rote.

A cui, crescendo, s’aggiungean fanfare
di trombe e corni, ed, ecco, un infinito
coro di voci alte nel cielo e chiare.

Giungeva sempre più canoro il nembo
sopra il tuo capo pendulo, sopito,
ch’allor tua madre s’accostava al grembo.

Passava il nembo, lontanava l’inno
con le grandi ali tremole e sonore,
lasciando alfine un sol, di sé, tintinno,

piano, più piano… era dell’arpa mia…
e tu la udivi con l’orecchio al cuore
della tua madre, per la lunga via…”

III

Poi disse: “Pensa al giorno, così lento,
quand’eri messo a lavorare il ferro.
Movevi tu da striduli otri il vento.

E quattro fabbri mezzo neri e nudi
traeano il masso dal carbon di cerro
e lo battean sull’echeggiante incudine.

Ero con te. Battevo lieve l’ale
assecondando quell’ansar concorde
e quello squillo de’ martelli uguale.

Toccavo un poco l’arpa tra il lavoro
sonante, e il suono tu delle mie corde
udivi sotto il muto gesto loro.

Io nel gran bosco ch’urla al nembo ignoto,
fo che tu senta il canto d’un uccello
che gonfia il collo ed apre il becco a vuoto.

Io fo che in mezzo ad un crosciar di frane
e di valanghe, là, d’un paesello
soavi e piane oda le tre campane.

Io per te colgo il suono d’ogni cosa.
Su tutte io picchio le mie tenui dita,
stelle del cielo o petali di rosa.

Di tutte io sento il dolce flutto occulto,
il cadenzato palpito di vita,
la gioia e il pianto, il riso ed il singulto.

E tu mi scacci! E chiudi me che volo!
che senza me, per te sarebbe il mondo
tutto silenzio! un grande fragor solo!

Ma, non so come, tutto quel fragore
interminabile, io te lo nascondo
dietro il ronzio d’un’ape attorno un fiore”.

Parlava; e l’altro udiva in sogno; anch’esso,
il clavicembalo; e fremea sommesso.

CANTO SECONDO

I

La Parvoletta volse gli occhi muta
alle sue stelle. Erano nuove ancora,
ancora ansanti della lor venuta:

come quand’ella dirigea la prora
tra queste e quelle, stando presso al bianco
timonier cauto che attendea l’aurora;

o quando sola era a vegliar tra il branco
ed i pastori: ella sentìa crosciare
le foglie secche ad un mutar di fianco.

Sola vegliava la crepuscolare
pia fanciulletta sulla terra oscura,
soletta sull’irrequieto mare.

Mirava in alto, alta gentile e pura.
Ed era pieno anche lassù d’erranti,
navi sull’onde, greggi alla pastura;

di lenti carri, d’uomini giganti,
pieno di draghi, pieno di chimere;
e risonava anche lassù di pianti.

Vedeva dietro sartie nere o nere
quercie passare il cielo a poco a poco.
Nascean le stelle al puro suo vedere.

Poi si spegneano come in terra il fuoco.
Raggiava allora qualche striscia viva
come gli stami dentro fior di croco.

Era l’eternamente fuggitiva…
- Son come te: la prima: avanti giorno:
rorida e fresca anche nell’afa estiva -

dicea fuggendo. – Fuggo sì, ma torno
sempre! – Ed il sole ecco appariva truce
e solo; e tutti, con un guardo intorno,

traeva dietro il gran carro di luce.

II

E si scopriva, il mondo, a lei! Ma quanto
ella vedeva, ella voleva, piena
di meraviglia, e lo chiedea col canto.

Tutto chiedeva l’esile Sirena
con dolci lodi: anche, prendeva andando
una conchiglia od uno stel d’avena;

e vi soffiava l’alito suo blando,
che ciò che amava e trascorrea veloce,
sostasse un poco, udisse il suo dimando.

Tutto fluiva verso la sua foce.
Ella ascoltava, ella cantava a prova
gittando lor di terra la lor voce.

In mezzo a tanta meraviglia nuova
era quaggiù come l’uccello, attento
da un ramo o di sulle sue tepide ova:

studia e rifà le querule acque, e il vento
cupo, e la pioggia stridula, e, nel fine,
lo sgocciolare cristallino e lento,

il crepito di scorze aspre e di pine,
i sussulti dell’eco ultimi, il frale
fruscìo di frondi e sgrigiolìo di brine;

che impara a volo il sibilo dell’ale
sue stesse aperte… Anch’ella, sì, la romba
dell’ale sue, la vergine immortale!

Fermava il volo sopra la sua tomba,
tremulo; appiè, gli accordi avea del mare
che sciacqua, stride, squilla, urla, rimbomba.

Cantava ella, chiamando al lor passare
lo sciame, a sé, degli attimi disperso,
e nel ronzante piccolo alveare,

libero, e suo, chiudeva l’Universo!

III

Ed ora è ancora, l’esile fanciulla,
quella che fu. Tutto le par novello.
Ancor non parla: canta; e non sa nulla.

Tutto è fanciullo, tutto è suo gemello,
nato con lei; perciò le piace, e l’ama;
e perché l’ama, è così buono e bello!

Ell’è terrena verginetta grama,
ma il sole è pure della sua famiglia;
e quando va, lo piange e lo richiama.

Sbocciano, dopo, sotto oscure ciglia
occhi ridenti. Sono le sue suore;
tutta la notte ella con lor bisbiglia.

Qualcuna scende fino a lei: ne muore.
Ma le ritrova in mezzo alle corolle,
essa, dei fiori, ancor tremanti il cuore.

Tra fiori e fiori, in cielo e in terra, molle
di guazza anch’ella, muove tra il frastuono,
de’ quattro fiumi, all’ombra del bel colle.

E` il tempo primo, il primo tempo buono,
ch’è buona anche la Morte che deforme
segue la vita come l’eco il suono.

Buona anche lei, la nera ombra senz’orme,
la vecchierella che sa dir le fole,
trista bensì, ma che con quelle addorme!

Ognun la schifa. E la fanciulla suole,
benché la tema, esserle pia: s’attarda
spesso a sentire lunghe sue parole:

- C’è buio, sì. Non c’è che un lume, ch’arda.
Son io la guida del meandro vano;
io cieca. E brutta… Non guardarmi! Guarda

solo il lumino. Io vo con quello in mano. -

CANTO TERZO

I

Fioriva il cielo azzurro già di stami
di fior di croco. “Io era innamorata
di te, ma tu, che amai, non mi riami!

T’amai più che nessuno, più che tutti.
Doni ti feci meglio che una fata:
ma non li prendi: a’ piedi te li butti!

Fui la tua schiava e t’ebbi come sire;
eppur ti feci, povera fanciulla,
doni immortali: e tu li fai morire!

Io t’ho donato i canti dell’aurora,
quando sbocciava il tutto su, dal nulla:
eppure al mondo niuno li ode ancora!”

Piangea la pura vergine: “Io so molti,
molti altri canti, ma perché li canto,
se tu sei come un morto, e non m’ascolti?

Io ne so uno così tristo e pio,
dolce come l’amore dopo il pianto…
Ma tu non odi, tu non mi ami, addio!

Io voglio andare, e più con te non resto.
Che è? Gli occhi mi pungono. Non voglio…
Salice! Salice! oh! il mio canto mesto!

Un vecchio canto. E non l’udrai, mio bene!
E sembra fatto per il mio cordoglio.
E questa notte sempre al cor mi viene.

Cantate il verde salice! Non t’amo,
ché t’amo sola. E sola io parto. Avanti,
pur mi farò ghirlanda d’un suo ramo.

E non so fare ch’io non pieghi, o caro,
da un lato il capo, e che tra me non canti
il vecchio canto dell’amore amaro…”

II

Ecco… le stelle chine sullo stelo
si richiudean nei bocci rosa ed oro:
trascolorava in oro e rosa il cielo…

l’uomo la vide! Ella sedeva in riva
d’un ruscel fresco, presso un sicomoro.
L’acqua gemeva, l’albero stormiva.

E delle stelle aperte era la bella
sola. Il suo florido alito lontano
giungeva all’aspra terra, alla sorella.

Alla fanciulla, le cadea dagli occhi
dentro il ruscello il pianto. Ed una mano
tenea sul petto e il capo sui ginocchi.

Erano i suoi sospiri che le fronde
facean brusire, e le lagrime amare
facean or sì or no risonar l’onde.

Come era grande, il suo dolore, e grave!
Ma ella lo sentiva tramutare
in un accordo tinnulo e soave.

Ella piangea l’aurora senza giorno,
ella piangea l’amore senz’amore,
e la felicità senza ritorno.

Piangeva sotto il sicomoro, in riva
del bel ruscello. Al grande suo dolore
l’acqua cantava, l’albero brusiva.

Soltanto luce ed ombra era a mirarla,
e la sua voce era esile, di morta,
di morta quando torna in sogno, e parla.

Apriva un po’ le palpebre come ali
d’una farfalla, un po’ la bocca smorta:
salice… salice… salice…

III

E balzò su, come di sé stupita,
e levò alto e vie più alto un canto,
toccando l’arpa con le lievi dita.

Filò, guizzò nel cielo azzurro ed oro
il puro canto e rimbalzò rinfranto
in un immenso singultìo sonoro.

Sfavillò. Si spegneva… era già spento
No: riviveva e distendea le bianche
ali nel cielo e palpitava al vento.

Risaliva con palpiti e sussulti
alto, più alto, per rinfrangersi anche
in un’onda, in un’ansia di singulti.

Gridò. Morì. Sola le cristalline
lagrime l’arpa ora stillava; quando
risorse la dolcezza senza fine,

riprese il canto, alto tra cielo e mare,
a plorar forte, ad implorare blando,
spezzarsi, unirsi, sospirare, ansare;

un grido, e pace. Ecco le goccie d’oro
tinnir sull’arpa, dalle corde mosse
di quell’acuta gioia di martòro;

e il canto alzarsi e i palpiti argentini
piovere giù, poi risalire a scosse,
a spiri, a strida…
E balzò su, Rossini.

Tacita l’alba, tacita la strada.
Sul mare alcune lievi nubi rosse.
Sopra la terra fresco di rugiada.

Ronzava quella voce di preghiera
e di dolore, quasi ancora fosse
con lui la povera anima; e sì, c’era!

Molle di pianto, egli percosse i tasti
tuoi, clavicembalo, e tu palpitasti…

ASSISA A PIE` D’UN SALICE…

Giovanni Pascoli – Tolstoi

Cercava sempre, ed era ormai vegliardo.
Cercava ancora, al raggio della vaga
lampada, in terra, la caduta dramma.
L’avrebbe forse ora così sorpreso
con quella fioca lampada pendente,
e gliel’avrebbe con un freddo soffio
spenta, la Morte. E presso a morte egli era!
e Dio gli disse: “Io già non venni a pace
mettere in terra; pace no, ma spada.
Venni a separar l’uomo da suo padre,
figli da madre, suocera da nuora.
I suoi di casa l’uomo avrà nemici”.
E Dio soggiunse: “Non cercare adunque
ciò che le genti cercano; ma il regno
cerca di Dio, cerca la sua giustizia!
Né pensare al dimani: esso, ci pensi.
Ad ogni giorno basta la sua pena”.
E Dio gridò: “Chi ama padre o madre
su me, non è degno di me. Chi ama,
più di me, figlio o figlia, non è degno
di me. E chi non prende la sua croce
e segue me, non è degno di me”.
Ed e’ vestì la veste rossa e i crudi
calzari mise, e la natal sua casa
lasciò, lasciò la saggia moglie e i figli,
e per la steppa il vecchio ossuto e grande
sparì. Tra i peli delle ciglia gli occhi
ardeano cupi nelle cave occhiaie,
e gli sferzava intorno al viso il vento
la bianca barba. Tra le betulle irte
andava, curvo sul bordone, ed aspra
scrosciava sotto il grave piè la neve.
E mentre andava, a lui più forte il cuore
un dì batté; spicciava dalla fronte
ghiaccia il sudore ed anelava il petto.
Ond’ei sostò nella nevata steppa
in un crocicchio, in mezzo a grandi selve.
E chiuse gli occhi sotto i fili d’erba
delle sue ciglia. Ma li aprì stupito…

II

E si trovò sotto un pallor d’ulivi.
Ed una voce udì soave accanto:
“Frate Leone, Dio ti benedica”.
Ed era un poverello, ch’avea rotta
la tonica e il cappuccio ripezzato,
e scalzo andava, con la tasca al collo
sospesa, cinto d’un capestro i fianchi.
Erano intorno strida di cicale,
canti d’uccelli in chiarità di sole.
E il poverello disse al pellegrino
così: “Frate Leone pecorella,
ben tu scrivesti, ove è perfetta gioia.
Quando giungiamo al nostro loghicciolo
Santa Maria degli Angeli, e la porta
picchiamo, ed esce il portinaio, e dice:
- Chi siete voi? – Siam due dei vostri frati -
e colui dice: – Voi non dite vero;
andate via, che siete due ribaldi -
se noi gli obbrobri sosteniamo in pace;
frate Leone, ivi è perfetta gioia.
E se picchiamo ancora, ed egli ancora
esce e ci caccia con gotate e dice:
- Partitevi indi, o vili ladroncelli! -
se questo ancora noi portiamo in pace;
frate Leone, ivi è perfetta gioia.
E se, da fame stretti pur, picchiamo
e in pianto e per l’amor di Dio preghiamo
ed egli esce e ci batte a nodo a nodo
con un bastone, e noi soffriamo in pace;
frate Leone, ivi è perfetta gioia.
E però scrivi, che se il male al mondo
resta, soffrirlo è meglio assai che farlo;
meglio che dare, è che ti diano; meglio
giacer Abel, che stare in piè Caino.
E però scrivi, che non è nel mondo
pregio maggiore, ch’essere dispetti,
e somigliare, in anco noi volere
beffe, gotate, verghe, fiele e croce,
all’uomo in terra ch’era Dio nei cieli”.

III

E per la via moveano i due più oltre.
E li seguiva, a bocca aperta, un lupo,
grande, peloso. E ne vedeva l’ombra
il pellegrino, e lo credè venuto
dietro i suoi passi dalla bianca steppa.
Ma il poverello: “È frate Lupo, un lupo
ch’era omicida pessimo, e la terra
gli era nemica; ma gli accattai grazia
e feci dar le spese, ch’io sapeva
che tutto il male lo facea per fame”.
Così dicendo il poverello, il lupo
chiuse la bocca che teneva aperta
per anelare, e mosse un po’ la coda.
E per la via moveano i due più oltre.
E la campagna piena era d’uccelli
lieti del sole; e il poverello disse:
“Frate Leone, nella via m’aspetta
tanto che un poco io predichi a gli uccelli”.
Entrò nel campo, e cominciò da quelli
ch’erano in terra; e subito a lui tutta
venne la moltitudine infinita
che v’era, di su gli alberi; ed insieme
coglieano il frutto delle sue parole,
aprendo i becchi, distendendo i colli,
movendo l’alie; e quando fine e’ pose,
in schiera su frullarono cantando.
E per la via moveano i due più oltre.
Ed un mendico venne loro incontro
e chiese loro carità d’un pane
per Dio; ma il poverello nella tasca
non avea pane, e n’era assai dolente.
Ma un libro avea, ch’era il sol che avesse,
ed e’ lo prese dalla tasca, e diello
all’uom digiuno, e: “To’” gli disse “e vendi
questo a chi voglia, poi ch’a me non giova:
e compra pane, e Dio ringrazia e loda”.
E questi prese il libricciolo e corse
verso una terra, per mutarlo in pane.
E ‘l libro era il Vangelo di Gesù.

IV

Nella città rissavano i maggiori
ed i minori; e gli uni avean le spade,
gli altri i pugnali, ed erano di cenci
questi coperti, e que’ vestian di ferro;
gli uni più forza, gli altri avean più odio.
Ed ai minori si mescean le donne
forte strillanti e i figlioletti ignudi.
E quelle labbra quasi rosse ancora
del bere al petto, impallidian già d’ira.
E dagli obbrobri si veniva al sangue.
E il poverello si gettò nel mezzo
a gl’infelici, ferro fosse o cenci
lor vestimento, avessero più forza
ovver più odio, e per il santo amore,
e questi e quelli scongiurò, ch’è Dio.
E pregò tutti, poveri e banditi,
servi e padroni, artieri ed aratori,
vergini e spose, giovani e vegliardi,
malati e sani, gente d’ogni lingua,
uomini d’ogni parte della terra,
quelli che sono, quelli che saranno,
li pregò tutti, esso minor di tutti,
di star uniti, di formar un solo,
un solo in terra, come un solo è in cielo.
Così pregava e caddero le spade
ed i pugnali, e ruppero in singulti
uomini e donne, e gli uomini di ferro
prendean in collo i cattivelli ignudi,
che ognun vedesse tra la turba il Santo.
E tutti insieme, tese al ciel le mani,
davano lode a Dio ch’aveano in cuore,
che mai non muta, cui non vede alcuno,
né alcun comprende, dolce, alto… e la terra
tutta echeggiava Amore! Amore! Amore!
Ma il Santo volto al suo compagno: “Frate
Leone,” disse, “or va per altra via,
ché a me conviene ora fuggir celato…”
E sparve. E l’altro uscito dalla terra
andò ramingo per ignote strade.

V

E si trovò nel mezzo a una pineta.
Misto d’incenso v’era odor di mare.
Udì lontano un suono di compieta.

Pianger parea la squilla il dileguare
ad occidente d’assai più che un giorno!
E là tra il nero era un lucor d’altare.

Parea, la selva, un tempio. E quando intorno
tacque la squilla sola, ecco dei pini
s’udì l’aereo murmure piovorno.

Stridiano sulle stipe e sugli spini
tremuli i grilli, e rispondean le rane
a quando a quando di su gli acquastrini.

E notte venne, e fu tutt’ombre vane
l’antica selva, e risonò di rotte
grida di fiere e forse voci umane.

Uno sfrascare, un galoppare a frotte,
un grido acuto, e poi silenzio ancora,
e l’ansimare solo della notte.

E sorse il lume d’una strana aurora
notturna, che le strigi vagabonde
fece fuggir con muti voli anzi ora.

Trascolorò sotto le pallide onde
il tempio immenso con veloci fiumi
ed alte guglie e cupole rotonde.

E il pellegrino, in mezzo al lento fumi-
gare di luce vivida e spettrale,
un uomo vide lento errar tra i dumi.

Veniva dal gran Carro boreale.
Solcato d’ombre era il suo volto macro,
e fisso l’occhio, e sempre, il passo, uguale.

Egli avanzava per il luogo sacro,
tra un’infinita fuga di colonne.
Lo accompagnava il suono del lavacro

del mare eterno… di quell’altro insonne!

VI

E vide il vecchio, e gli mormorò: “Pace”.
E il vecchio scosse il capo: “Andai, lontano,
per aver lei, da tutto ciò che piace!”

“Io fui cacciato”: mormorò il silvano.
E poi soggiunse: “e mi sbalzò sul flutto
d’ogni procella il folle vento vano.

Così mostrai le piaghe mie per tutto.
Altro non fui che pianta di mal orto,
pianta silvestra senza fior né frutto.

A me fu questo che tu vedi, il porto.
Per questa selva m’aggirai cattivo
e lasso e tristo e cieco e nudo e morto.

Morto non pur, ma come non mai vivo.
Era il mio nome per fuggir disperso,
qual foglia secca su corrente rivo.

DANTE, il mio nome. Ero nel nulla immerso,
quando, guardato in viso la ventura,
sorsi e descrissi tutto l’universo.

Descrissi l’uomo, e il sonno nell’oscura
selva e il risveglio, e l’apparir di fiere,
l’una che attrae, la coppia che spaura.

Mi seppellii sotterra per vedere.
Vidi né vivi i più né morti, vidi
gli uomini bestie e l’anime più nere.

Ebbro di lai, d’urli, di guai, di gridi,
mi lasciai sotto capovolto il male,
e giunsi a santi solitari lidi.

A un santo monte su per aspre scale
salii, dove la pena era gioconda.
Gli angeli ventilavano con l’ale.

Nel fuoco entrai. N’ebbi la vista monda.
Entrai là dove bene è ciò che piace,
e l’uomo oblìa, poi si rinnova, all’onda

di sacre fonti. E ritrovai la pace”.

VII

Poi disse: “Ritrovai la beatrice”.
E il vecchio parve domandar qual era
quel monte, lungi, dov’è l’uom, felice.

Spirava un’aura placida e leggiera
che scivolava sopra i larghi pini,
recando odor di mare e primavera.

E con sommessi sibili tra i crini
irti soffiava, e giù garrian gli uccelli,
nell’ombra nera, gl’inni mattutini.

Già si vedean fioriti gli arboscelli
appiè dei pini, e l’acqua bruna bruna
moveva là, di limpidi ruscelli.

E il vincitore della sua fortuna
disse: “Non mossi il piè di qui. Del pianto
o della gioia, questa selva è una”.

Sorgeva il sole; e più che dolce, intanto,
tra il sibilare de’ chiomati rami,
fra l’infinito rompere del canto

degli uccelletti e il rombo degli sciami
e il singulto dell’acque andanti e l’almo
odor delle viole e de’ ciclami,

accompagnato dal respiro calmo
del mare eterno, su per la pineta
veniva il suono d’un eterno salmo.

Venìa Matelda lieta oprando, lieta
cantando, con sue pause per un fiore,
sempre movendo verso il suo poeta.

Ora la selva antica dell’errore
e dell’esilio e d’ogni trista cosa,
splendea di gioia e sorridea d’amore.

Dall’oriente acceso in color rosa,
cinta d’ulivo sopra il bianco velo,
perennemente a lui scendea la sposa,

per trarlo in alto, al Libano del cielo.

VIII

E si trovò tra massi di granito,
il pellegrino, irsuti di lentisco
e di ginepro, e v’odorava il timo
e l’acre menta e il glauco rosmarino
dai fior cilestri. E vi s’udìa lo zirlo
dei tordi e il trillo delle quaglie e il fischio
dei merli. E sparso era un armento bigio
d’onagri. E stava, sopra un masso a picco,
bianca una vacca avanti il mar tranquillo.

Ed era quella un’isola selvaggia,
con grande odor di regamo e di salvia.
Pascea sui picchi la solinga capra,
pascean le vacche chiuse nella tanga.
Né rissa mai v’ardeva, se non l’aspra
voce talora alta mettea la mandra
degli orecchiuti. E il mare sussurrava
come un po’ stanco, con la placid’ansia
quasi di sonno, all’ineguale spiaggia.

Pur altre volte il vento udire il rullo
facea di cupi timpani e l’acuto
squillo di trombe, andando al ciel lo spruzzo
salso del mare; e un secco fragor lungo
dava, ai macigni ed allo scoglio, d’urto.
Fuggiano il vento pallide le nuvole,
accavallate all’orizzonte oscuro;
e palpitava scosso da un sussulto
il cielo, il cielo che v’è sempre azzurro.
Ma il sole allora limpido come oro,
scaldava i pingui cavoli nell’orto,
le prime fave, i fiori del fagiolo.
E del fior d’uva già per l’alto poggio
spremea l’odore. E i petali di fuoco
già dei gerani trasparian dal boccio.
E luccicava l’àlbatro e l’alloro…

IX

E il pellegrino vide un uomo rosso
che arava. E miti vacche erano al giogo.

Ed un altr’uomo, che vestìa di fiamma,
spargeva il seme con man lenta e savia.
Ed un altr’uomo, che vestìa di grana,
copriva il seme con la grave zappa.
E l’aratore dalla fronte larga
spargea sudore, e lietamente arava
con un sorriso tra la fulva barba.
La chioma bionda fluttuava all’aria.
Specchiava il sole la pupilla chiara.

E venner altri da vicini tetti
recando cibo, che vestìano anch’essi
tuniche rosse. Avevano nei cesti
fave fumanti e pan raffermo e pesci
seccati al vento. All’ombra di due lecci
sederon tutti, come dei, sereni.
Erano a loro sassi erbosi i seggi,
sassi le mense. E sparsi per i greppi
parlavan olio e grano, uve ed armenti.

E già pasciuti, bevvero sul pane
acqua di pozzo. Non aveva altre acque
l’isola dura, né, pur mo’ piantate,
davan le viti ciò che fa buon sangue.
Né altro dava l’isola, che piante
di pino e tasso buoni per le fiamme
d’un grande rogo. Un’isola di capre
era, silvestri. Qualche angusta valle
sola pativa il ferro delle vanghe.

E il pellegrino s’indugiava, e stette
molto ammirando l’eremita agreste,
che aveva in odio lotte, risse e guerre,
che sazio e lieto, tolte ormai le mense,
sorgea dicendo: “Nella pace è il bene!”

X

Ma improvvisa ecco nitrì Marsala,
passò nitrendo la giumenta baia
libera e nuda. Un vento di battaglia
precipitò sull’isola selvaggia.

Era il corsaro, era il filibustiere
sfidante il fuoco in mezzo alle tempeste,
era il cavalcatore, era il truppiere
volante via tra un flutto di criniere,
via per le Pampe, via per le foreste,
un contro cento, e ora e dopo e sempre!

Era il romano difensor dell’Urbe:
Mario gli diede i fasci con la scure:
egli passò tra quattro genti, immune,
dalla tua rupe, o Giove, alla tua rupe,
Titano, da San Pietro alla Palude,
come l’eroe nascosto in una nube!

Era il nocchiero che volgea la barra
del navil mosso a ricercar l’Italia,
dietro una stella; e nel chiaror dell’alba
s’udì gridare: Italia! Italia! Italia!
Ella apparia tra fuoco ardente e lava
fumante. Egli vi scese con la spada…

E la giumenta ripassò nitrendo,
squillò quel ringhio come tromba al vento,
stettero, grandi, alti, col mento eretto,
guardando lungi, in fila ed in silenzio,
gli uomini rossi. Ognun pareva intento
a un’ombra dubbia, ad un rumor sospetto…

Ma l’aratore il liscio collo e l’anche
palpò plaudendo con le mani cave
alla giumenta e dielle del suo pane…
E presso lui si fece il vecchio errante,
vestito al modo delle sue campagne.
“Mugik eroe” disse: “io vuo’ qui restare”.

SVB ARBVTO

Giovanni Pascoli – Lo scalpitio

Si sente un galoppo lontano
(è la . . . ?),
che viene, che corre nel piano
con tremula rapidità.

Un piano deserto, infinito;
tutto ampio, tutt’arido, eguale:
qualche ombra d’uccello smarrito,
che scivola simile a strale:

non altro. Essi fuggono via
da qualche remoto sfacelo;
ma quale, ma dove egli sia,
non sa né la terra né il cielo.

Si sente un galoppo lontano
più forte,
che viene, che corre nel piano:
la Morte! la Morte! la Morte!

Giovanni Pascoli – Il morticino

Non è Pasqua d’ovo?

Per oggi contai
di darteli, i piedi.
È Pasqua: non sai?
È Pasqua: non vedi
il cercine novo?

Andiamoci, a mimmi,
lontano lontano…
Dan don… Oh! ma dimmi:
non vedi ch’ho in mano
il cercine novo,

le scarpe d’avvio?
Sei morto: non vedi,
mio piccolo cieco!
Ma mettile ai piedi,
ma portale teco,
ma diglielo a Dio,

che mamma ha filato
sei notti e sei dì,
sudato, vegliato,
per farti, oh! così!
le scarpe d’avvio!

Giovanni Pascoli – Alba festiva

Che hanno le campane,
che squillano vicine,
che ronzano lontane?

E’ un inno senza fine,
or d’oro, ora d’argento,
nell’ombre mattutine.

Con un dondolio lento
implori, o voce d’oro,
nel cielo sonnolento.

Tra il cantico sonoro
il tuo tintinno squilla
voce argentina – Adoro,

adoro – Dilla, dilla,
la nota d’oro – L’onda
pende dal ciel, tranquilla.

Ma voce più profonda
sotto l’amor rimbomba,
par che al desìo risponda:

la voce della tomba.

Giovanni Pascoli – Il giorno dei morti

Io vedo (come è questo giorno, oscuro!),
vedo nel cuore, vedo un camposanto
con un fosco cipresso alto sul muro.

E quel cipresso fumido si scaglia
allo scirocco: a ora a ora in pianto
sciogliesi l’infinita nuvolaglia.

O casa di mia gente, unica e mesta,
o casa di mio padre, unica e muta,
dove l’inonda e muove la tempesta;

o camposanto che sì crudi inverni
hai per mia madre gracile e sparuta,
oggi ti vedo tutto sempiterni

e crisantemi. A ogni croce roggia
pende come abbracciata una ghirlanda
donde gocciano lagrime di pioggia.

Sibila tra la festa lagrimosa
una folata, e tutto agita e sbanda.
Sazio ogni morto, di memorie, posa.

Non i miei morti. Stretti tutti insieme,
insieme tutta la famiglia morta,
sotto il cipresso fumido che geme,

stretti così come altre sere al foco
(urtava, come un povero, alla porta
il tramontano con brontolìo roco),

piangono. La pupilla umida e pia
ricerca gli altri visi a uno a uno
e forma un’altra lagrima per via.

Piangono, e quando un grido ch’esce stretto
in un sospiro, mormora, Nessuno! . . .
cupo rompe un singulto lor dal petto.

Levano bianche mani a bianchi volti,
non altri, udendo il pianto disusato,
sollevi il capo attonito ed ascolti.

Posa ogni morto; e nel suo sonno culla
qualche figlio de’ figli, ancor non nato.
Nessuno! i morti miei gemono: nulla!

- O miei fratelli! – dice Margherita,
la pia fanciulla che sotterra, al verno,
si risvegliò dal sogno della vita:

- o miei fratelli, che bevete ancora
la luce, a cui mi mancano in eterno
gli occhi, assetati della dolce aurora;

o miei fratelli! nella notte oscura,
quando il silenzio v’opprimeva, e vana
l’ombra formicolava di paura;

io veniva leggiera al vostro letto;
Dormite! vi dicea soave e piana:
voi dormivate con le braccia al petto.

E ora, io tremo nella bara sola;
il dolce sonno ora perdei per sempre
io, senza un bacio, senza una parola.

E voi, fratelli, o miei minori, nulla! . . .
voi che cresceste, mentre qui, per sempre,
io son rimasta timida fanciulla.

Venite, intanto che la pioggia tace,
se vi fui madre e vergine sorella:
ditemi: Margherita, dormi in pace.

Ch’io l’oda il suono della vostra voce
ora che più non romba la procella:
io dormirò con le mie braccia in croce.

Nessuno!- Dice; e si rinnova il pianto,
e scroscia l’acqua: un impeto di vento
squassa il cipresso e corre il camposanto.

- O figli – geme il padre in mezzo al nero
fischiar dell’acqua – o figli che non sento
più da tanti anni! un altro cimitero

forse v’accolse e forse voi chiamate
la vostra mamma, nudi abbrividendo
sotto le nere sibilanti acquate.

E voi le braccia dall’asil lontano
a me tendete, siccome io le tendo,
figli, a voi, disperatamente invano.

O figli, figli! vi vedessi io mai!
io vorrei dirvi che in quel solo istante
per un’intera eternità v’amai.

In quel minuto avanti che morissi,
portai la mano al capo sanguinante,
e tutti, o figli miei, vi benedissi.

Io gettai un grido in quel minuto, e poi
mi pianse il cuore: come pianse e pianse!
e quel grido e quel pianto era per voi.

Oh! le parole mute ed infinite
che dissi! con qual mai strappo si franse
la vita viva delle vostre vite.

Serba la madre ai poveri miei figli:
non manchi loro il pane mai, né il tetto,
né chi li aiuti, né chi li consigli.

Un padre, o Dio, che muore ucciso, ascolta:
aggiungi alla lor vita, o benedetto,
quella che un uomo, non so chi, m’ha tolta.

Perdona all’uomo, che non so; perdona:
se non ha figli, egli non sa, buon Dio . . .
e se ha figlioli, in nome lor perdona.

Che sia felice; fagli le vie piane;
dagli oro e nome; dagli anche l’oblio;
tutto: ma i figli miei mangino il pane.

Così dissi in quel lampo senza fine;
Vi chiamai, muto, esangue, a uno a uno,
dalla più grandicella alle piccine.

Spariva a gli occhi il mondo fatto vano.
In tutto il mondo più non era alcuno.
Udii voi soli singhiozzar lontano. -

Dice; e più triste si rinnova il pianto;
più stridula, più gelida, più scura
scroscia la pioggia dentro il camposanto.

- No, babbo, vive, vivono – Chi parla?
Voce velata dalla sepoltura,
voce nuova, eppur nota ad ascoltarla,

o mio Luigi, o anima compagna!
come ti vedo abbrividire al vento
che ti percuote, all’acqua che ti bagna!

come mutato! sembra che tu sia
un bimbo ignudo, pieno di sgomento,
che chieda, a notte, al canto della via.

- Vivono, vive. Non udite in questa
notte una voce querula, argentina,
portata sino a noi dalla tempesta?

È la sorella che morì lontano,
che in questa notte, povera bambina,
chiama chiama dal poggio di Sogliano.

Chiama. Oh! poterle carezzare i biondi
riccioli qui, tra noi; fuori del nero
chiostro, de’ sotterranei profondi!

Un’altra voce tu, fratello, ascolta;
dolce, triste, lontana; il tuo Ruggiero;
in cui, babbo, moristi un’altra volta.

Parlano i morti. Non è spento il cuore
né chiusi gli occhi a chi morì cercando,
a chi non pianse tutto il suo dolore.

E or per quanto stridula di vento
ombra ne dividesse, a quando a quando
udrei, come da vivo, il tuo lamento,

o mio Giovanni, che vegliai, che ressi,
che curai, che difesi, umile e buono,
e morii senza che rivedessi!

Avessi tu provato di quell’ora
ultima il freddo, e or quest’abbandono,
gemendo a noi ti volgeresti ancora.-

- Ma se vivete, perché, morti cuori,
solo è la nostra tomba illacrimata,
solo la nostra croce è senza fiori ?-

Così singhiozza Giacomo: poi geme:
- Quando sola restò la nidïata,
Iddio lo sa, come vi crebbi insieme:

se con pia legge l’umili vivande
tra voi divisi, e destinai de’ pani
il più piccolo a me ch’ero il più grande;

se ribevvi le lagrime ribelli
per non far voi pensosi del domani,
se il pianto piansi in me di sei fratelli;

se al sibilar di questi truci venti,
al rombar di quest’acque, io suscitava
la buona fiamma d’eriche e sarmenti;

e io, quando vedea rosso ogni viso,
e più rossi i più piccoli, tremava
sì, del mio freddo, ma con un sorriso.

Ma non per me, non per me piango; io piango
per questa madre che, tra l’acqua, spera,
per questo padre che desìa, nel fango;

per questi santi, o fratel mio, che vivi;
di cui morendo io ti dicea . . . ma era
grossa la lingua e forse non udivi.-

Io vedo, vedo, vedo un camposanto,
oscura cosa nella notte oscura:
odo quel pianto della tomba, pianto

d’occhi lasciati dalla morte attenti,
pianto di cuori cui la sepoltura lasciò,
ma solo di dolor, viventi.

L’odo: ora scorre libero: nessuno
può risvegliarsi, tanto è notte, il vento
è così forte, il cielo è così bruno.

Nessuno udrà. La povera famiglia
può piangere. Nessuno, al suo lamento,
può dire: Altro è mio figlio! altra è mia figlia!

Aspettano. Oh! che notte di tempesta
piena d’un tremulo ululo ferino!
Non s’ode per le vie suono di pesta.

Uomini e fiere, in casolari e tane,
tacciono. Tutto è chiuso. Un contadino
socchiude l’uscio del tugurio al cane.

Piangono. Io vedo, vedo, vedo. Stanno
in cerchio, avvolti dall’assidua romba.
Aspetteranno, ancora, aspetteranno.

I figli morti stanno avvinti al padre
invendicato. Siede in una tomba.
(io vedo, io vedo) in mezzo a lor, mia madre.

Solleva ai morti, consolando, gli occhi,
e poi furtiva esplora l’ombra. Culla
due bimbi morti sopra i suoi ginocchi.

Li culla e piange con quelli occhi suoi,
piange per gli altri morti, e per se nulla,
e piange, o dolce madre! anche per noi;

e dice:- Forse non verranno. Ebbene,
pietà! Le tue due figlie, o sconsolato,
dicono, ora, in ginocchio, un po’ di bene.

Forse un corredo cuciono, che preme:
per altri: tutto il giorno hanno agucchiato,
hanno agucchiato sospirando insieme.

E solo a notte i poveri occhi smorti
hanno levato, a un gemer di campane;
hanno pensato, invidïando, ai morti.

Ora, in ginocchio, pregano Maria
al suon delle campane, alte, lontane,
per chi qui giunse, e per chi resta in via

là; per chi vaga in mezzo alla tempesta,
per chi cammina, cammina, cammina,
e non ha pietra ove posar la testa.

Pietà pei figli che tu benedivi!
In questa notte che non mai declina,
orate requie, o figli morti, ai vivi!-
O madre! il cielo si riversa in pianto
oscuramente sopra il camposanto.