Silvio Pellico – L’antico messale

Oh ben a dritto più di gemme e d’oro
Ch’abbian sol di ricchezza immenso pregio,
Ami, o Donna gentil, questo tesoro,
Che vetustà rarissima fa egregio:
Muto è al cor de’ mortali ogni lavoro
Che splenda sol come opulento fregio:
Qui de’ secoli v’è l’alta parola
Che percuote ed in un turba e consola.

Qui v’è un incanto ch’a noi stende innanzi
Remotissimi giorni, i giorni alteri,
Allorchè di barbarie infra gli avanzi
Fiorian città, castella e monasteri,
E non sol grandeggiavan ne’ romanzi
Le sante dame e i santi cavalieri,
Ma di religïone e di portenti
Tutte fervean le più elevate menti.

V’abbondavan dolori, e v’abbondava
D’armati rei la vïolenza atroce;
Ma mentr’era sì forte ogn’indol prava,
Forte in cor degli eletti era la Croce!
Di forza era un’età che suscitava
Tra l’iniquo ed il buon guerra feroce:
Stupor ci fa tal quadro e ci atterrisce,
Ma con somme virtù pur ci rapisce.

Io non posso adorar l’età lontane,
Ma nè pertanto adorar so la mia,
Chè troppo da vicin veggo profane
Opre d’assai maligna e vil genìa,
Sì che gemendo alle speranze vane
Di chi grida, or regnar filosofia,
Io non ami onorar que’ vetust’anni
Di cui non sento almen tutti gli affanni.

Da qual lato pur penda la bilancia
De’ meriti maggiori e de’ delitti,
Gode la fantasìa quando si slancia
Fra monumenti o per magìa di scritti
In mezzo a quelle stirpi use alla lancia,
Alle preghiere, ai mistici conflitti,
Ai romeaggi, ai ruvidi cilìci,
A tutta l’energìa de’ sacrifici.

E ciascun che non basso abbia l’ingegno
Ammira que’ giovanti cenobiti,
Ch’oggi il diffamator con riso indegno
Pinge ozïosi, inutili, insaniti:
Senza i loro intelletti, avrebbe il regno
D’ignoranza coverto i nostri liti:
Ingratitudin dementò la terra,
Quando in sua civiltà lor mosse guerra.

L’anima langue e impicciolisce quando
La ristringiam ne’ quattro dì presenti:
Nobil uopo ha di spargersi, abbracciando
Avi e imperi e costumi e grandi eventi:
Uopo ha di meditar, commiserando
Coi nostri error quei delle scorse genti:
Uopo ha d’uscir di sue natìe catene;
Ogni tempo, ogni spazio le appartiene.

Tale, o Donna pensante e generosa,
Tal è l’arcano che ti molce il core,
Gli occhi ponendo su vetusta cosa,
E più se esprime santità ed amore.
Dove non sorge l’alma tua pietosa
Con questo antico libro del Signore,
Che già posò su chi sa quali altari
A’ giorni de’ Crociati e de’ Templari?

A que’ dì tu vi scorgi il Re Luigi
Forse vivente ancora, o appena estinto,
La sua bontà, il suo senno, i suoi prodìgi,
I prodi cavalieri ond’era cinto,
Il suo partir dai campi di Parigi
Per la fatale impresa ove fu vinto;
Fors’ei nel visitar conventi ed are
Queste pagine vide alluminare.

Il rimirar que’ resti e quella polve
Che a noi tramanda la lontana etate,
Ci dice come Dio sempre dissolve
Tutte le cose sulla terra nate;
Ci sublima lo spirto, ci disvolve
Dai vincoli di nostra vanitate:
Per la scala de’ secoli il pensiero
Alza sull’orme dell’eterno Vero.

Di quanti regi e prenci e capitani
Festeggiando la nascita o la morte
Questo libro servì nei riti arcani
Che al debol uomo uniscono il Dio forte!
Di quanti celebranti e sguardo e mani
Lo toccaro, onde ignota oggi è la sorte!
Quante labbra baciàr questo Evangelo
Di sacerdoti or glorïosi in cielo!

Forse colui che tante veglie stette
Su queste venerate pergamene,
Fu Paladin che il proprio sangue dette
Col pio Luigi sull’Egizie arene,
E al santo Re l’ultimo dì assistette,
E fu ludibrio all’ire saracene,
Poi ritornato nella dolce Francia
Appese entro d’un chiostro e spada e lancia;

E venduti i suoi campi e dispensato
Ogni suo avere a’ poveri e alla Chiesa,
Volle che il viver suo fosse immolato
Ad oscura umiltà d’amore accesa;
Eccol fattosi monaco e obblïato
Dalla turba del mondo ai gaudi intesa!
Eccolo salmeggiante assiso in coro,
O in cella volto ad un gentil lavoro!

Al lavoro di splendido Messale
Che pazïentemente ei sta vergando;
E poichè per ferite più non vale
Sua nobil destra a servir Dio col brando,
Come già il sangue, ora con gioia eguale
Gli offre l’ingegno, questo libro ornando,
E gode in abbellir d’oro e di fiori
Quelle preci che tanto alzano i cuori.

Egli il buon Salvator dipinger gode
Per cui sì volentieri ha combattuto,
E la Vergin Maria che lo fè’ prode
E sempre in guerra gli ha prestato aiuto;
Del pennello ogni tocco è una sua lode,
Un sospiro di grazie, un pio saluto:
Circondano Angioletti il pittor santo
Dando all’opera sua celeste incanto.

Ma tu meglio di me, Donna, volgendo
Quest’antico Messal senti secrete
Inaudite armonie che appena intendo,
Che mal accenna il verso o mal ripete:
Parla tu stessa, dal tuo labbro io pendo;
Delle soavi tue parole ho sete.
Tutta adorna con esse è l’arpa mia,
Tutta luce è di te mia poesia!

Silvio Pellico – La guida

Ognor amai sublimi oggetti, e ognora
Un più di tutti:–ah! quei non era Iddio,
Non era il sommo Ben ch’or m’innamora!

Ma fra i cuori mortali era il più pio
Ch’io conoscessi, era alcun nobil cuore
Che a virtute innalzasse il desir mio.

Quai debbo grazie renderti, o Signore,
Che fra mie cieche idolatrie pur mai
In beltà vili non ponessi amore!

Nell’obblïar tua propria luce errai,
Ma negl’idoli miei sempre io bramava
L’ineffabile incanto de’ tuoi rai.

Se creature troppo io venerava,
Erano creature in te invaghite;
Era qualch’angiol che ver te volava.

Tai luminose tracce ivan seguite
Sol dagli sguardi miei maravigliati,
E nel mondo io tenea l’orme irretite;

Ma perocch’io vedea gli angioli amati
Anelare a’ tuoi lumi e benedirti,
Io pure i lumi tuoi sempre ho sperati.

Intero il voler mio non seppi offrirti
Per lungo tempo, e nondimen io ardeva
D’annoverarmi fra i più giusti spirti.

I conosciuti iniqui io respingeva,
E quando d’amicizia ad uom m’unìa,
Alto core a mio senno in lui fulgeva.

Or non più, non più voglio idolatrìa,
Supremamente amar voglio te solo,
Benchè ogni fido tuo caro a me sia.

Ma perdona se pure infra lo stuolo
Delle tue creature predilette
Una più ch’altre sulla terra io colo.

Ella a fere calunnie non credette,
E mi difese da’ nemici miei!
Ella a ben far tutti i suoi passi mette,

Ella è mia guida, il nostro Sol tu sei!

Silvio Pellico – Le sale di ricovero

«Son pargoletto e povero e ammalato;
Abbi pietà di me, Gesù bambino,
Tu che sei Dio, ma in povertà sei nato!

Me qui lascia la mamma ogni mattino
Nel solingo tugurio, ed esce mesta
Il nostro a procacciar vitto meschino.

Ancella move a quella casa e questa,
Ed acqua attinge e lava e assai si stanca,
E vive appena, ed indigente resta.

Qui soletto io mi volgo a destra, a manca,
Senza dolcezza di parole amate,
E fame ho spesse volte, e il pan mi manca.

Le melanconich’ore prolungate
M’empion l’alma di pianto e di paure,
E mi sfogo in ismanie sconsolate.

Amor la madre assai mi porta, e pure
Quando al tugurio torna e pianger m’ode,
Spesso le voci sue prorompon dure;

Talor mi batte, e duolo indi mi rode,
Sì che allor quasi affetto io più non sento,
E in maligni pensieri il cor mi gode.

Povera madre! il viver nello stento
Estingue nel suo spirto ogni sorriso,
Ed anch’io più cruccioso ognor divento.

Gesù, prendimi teco in Paradiso,
O tempra la tristezza che m’irrita,
E rasserena di mia madre il viso:

Fa ch’ella trovi ad allevarmi aïta,
Fa che deserto io non mi strugga tanto,
Fa che un po’ d’allegrezza orni mia vita.

Se ad altri bimbi io respirassi accanto,
E non sempre gemessi, e qualche mano
Söavemente m’asciugasse il pianto,

Crescerei più benevolo e più sano,
E più caro alla madre io mi vedrìa:
Lassa! altrimenti ella fu madre invano!

Ella al mio fianco in pace invecchierìa,
E per essa con gioia adoprerei
A laudevol sudor mia vigorìa.

Le poche forze ai patimenti rei
Soggiaceranno in breve, e, fuorchè pena,
Nulla i miei giorni avran fruttato a lei.

Ovver, se presto a morte non mi mena
Tanta miseria, crescerò doglioso,
Me coll’afflitta madre amando appena.

Ed ella pur mi dice che odïoso
Il povero alla terra e al ciel rimane,
Quando alle brame sue non dà riposo,

Quando coll’ira in cor mangia il suo pane.

Ed ecco del bimbo
La mamma ritorna:
È stanca, ma un raggio
Di gioia l’adorna;
S’asside a lui presso,
Lo stringe al suo sen.
«Oh quanto sinora
Mi dolse, o figliuolo,
Lasciarti ogni giorno
Sì tristo, sì solo!
T’allegra: celeste
Soccorso a noi vien.

«Nell’ore ch’ai figli
Non ponno dar cura
Le madri, cui preme
Fatica e sventura,
Da provvide menti
Ricovro s’aprì.
Alquanto risana,
E là tu verrai:
Son piene due sale
Di pargoli omai:
Giocando, imparando,
Vi passano il dì.

«Al santo pensiero
Che aprì quel ricetto,
Ministre si fanno
Con tenero affetto
Più vergini umìli,
Sacrate al Signor:
Null’altro che amarti,
Il sai, potev’io,
Ma quelle söavi
Ancelle di Dio
Più dolce, più giusto
Faranno il tuo cor.

«Io, conscia che al figlio
Non manca un’aïta,
Trarrò senza pianto
Mia povera vita,
L’usato lavoro
Stimando leggèr.
Al tetto materno
Verrai verso sera,
E sempre alzeremo
Concorde preghiera
Per l’alme pietose
Che asilo ti dier».

Quel fanciulletto già infermiccio e tristo,
Indi a non molto, in sì benigna scuola,
Rosee le guance e lieti i rai fu visto.

Oh d’amorose labbra la parola
Quanto a’ cuori avviliti, e più a’ bambini,
Addolcisce le doglie e li consola!

D’entrambo i sessi i pargoli tapini
Ivi sottratti vanno a rio squallore,
Ed a costumi stolidi e ferini.

Che invan vorria la madre o il genitore
Occhio assiduo tener sui cari pegni,
Qua e là faticando per lungh’ore.

Abbandonati a sè, crescere indegni
Veggionsi quindi d’assai plebe i figli,
Egre le membra ed egri più gl’ingegni.

Per cadute e per cento altri perigli
Vedi qual di storpiati e di languenti
Esce turba da’ poveri covigli!

Quanti avrian le persone alte e ridenti
Ch’essi strascinan luride e contorte,
Perchè guaste d’infanzia agli elementi!

Oh benedetti voi che sulla sorte
Della schiatta plebea v’intenerite,
E pensate a scemarle e vizi e morte!

In voi sì belle le grandezze avite
Non son, quant’è il magnanimo disìo,
Onde a tanti innocenti asilo aprite.

Memori siete di quell’Uomo-Iddio
Che, cinto da drappel di bambinelli,
Li confortava col suo sguardo pio,

Ed imponea d’assomigliare a quelli.

E voi benedette,
Donzelle pietose,
Che al Dio de’ bambini
Facendovi spose,
Di madri assumete
Le pene e l’amor.
Per voi dalla terra
Piacer non alligna:
Fors’anco taluno
Vi guarda e sogghigna,
Vi chiama delire
Da stolto fervor.

Ma voi non curanti
Di plauso o di scherno,
I poveri amando
Amate l’Eterno,
Ai bimbi servendo
Servite a Gesù.
Il mondo che ignora
Del core i misteri,
Non sa che più dolce
Di tutti i piaceri
È l’umil conflitto
D’arcana virtù.

La vergine sacra
Al Dio degl’infanti
Sublima sue pene
Con palpiti santi;
È abbietta ai mortali,
Ma l’anima ha in ciel.
Con Dio nella mente
Le cure più gravi,
Le cure più vili
Diventan söavi:
Bassezza non tange
Un’alma fedel.

La vergine sacra
Al Dio de’ bambini
Vagheggia in Maria
Affetti divini,
Le impronte cercando
Di lei seguitar.
Non volgono ai bimbi
Tirannico ciglio
Color, che mirando
Maria col suo Figlio,
Li veggon dal cielo
Sui bimbi vegliar.

Ah! sì, benedette
Voi tutte, o bell’alme,
Che ai miseri infanti
Porgete le palme,
Di padri e di madri
Vestendo l’amor!
Pensier non vi preme
Di plauso o di scherno:
I poveri amando
Amate l’Eterno:
Ai bimbi servendo
Servite al Signor.

Silvio Pellico – A Dio

D’uopo ho d’amarti, e d’uopo ho che tu m’ami,
O tu che per amar mi desti un cuore!
Son mal fermi quaggiù tutti i legami,
Tu sei solo immutabile, o Signore!
S’amo creati cuor, fa ch’io rïami
In essi te che mi comandi amore:
Se d’altri il braccio mi sostiene alquanto,
Sostenga essi con me tuo braccio santo.

Ov’anco intorno a me sien petti cari,
No, mai bastar non ponno al mio conforto;
Spesso agitato da cordogli amari
Lo sguardo mio sui lor sembianti io porto;
Ma del mio mal tosto li bramo ignari,
E compongo a letizia il viso smorto,
E so che anch’essi per affetto eguale
Celan sovente del dolor lo strale.

E più volte ho provato in petti umani
D’espandere l’arcana angoscia mia,
E come a Giobbe i consiglier suoi vani,
In me quelli accrescean melanconia;
E chi i gemiti miei diceva insani,
Chi crollava la testa e non capìa,
Chi fingea compatir, mentre in secreto
Io lo scorgea de’ miei tormenti lieto.

Sì ch’or per la pietà che agli uni io deggio,
Perchè tenera brama han del mio bene,
Ora per non esportili al vil dileggio
Dell’alme giubilanti alle mie pene,
Poco agli uomini parlo, e poco alleggio
Tra loro il duol che in me dominio tiene;
Ma sfogar pur sospiro i lutti miei,
E tu, Signor, mio confidente sei!

Fa ch’io ti senta sempre a me vicino:
Troppo la solitudin m’addolora!
Posar vo’ il cor sovra il tuo cor divino
Voglio dirti i miei sensi a ciascun’ora!
Traggimi in qual pur sia fiero cammino,
Purchè teco io respiri, e teco io mora:
Tutti i dolori a te d’accanto accetto,
Di viverti discaro io sol rigetto.

Per aver l’amor tuo che far degg’io?
Pregar soltanto? Ah no, il pregar non basta!
Debbo immagine in terra esser di Dio,
Debbo luttar contro a natura guasta,
Debbo aver di giustizia alto desìo,
Debbo non abborrir chi mi contrasta,
Debbo amar tutti, anco i più rei nemici,
Ed, ove il possa, oprar che sien felici.

Donami quell’amor, ma il dona insieme
A chi meco vïaggia sulla terra:
Fra gl’inamanti cuori il cuor mio geme
E impicciolisce, e sua virtù s’atterra;
Fra i malignanti cuori il cuor mio freme,
E orgoglio oppone a orgoglio, e guerra a guerra
Fra gli odii altrui l’anima mia è infeconda;
D’alti esempi d’amor, deh, la circonda!

Con te, Signor, con te stringo alleanza:
Perdonerò a’ mortali, a me perdona;
Amerò tutti, perchè han tua sembianza,
Perch’io son tua fattura, amor mi dona;
Amerò tutti, ma con più esultanza
Chi fra le braccia tue più s’abbandona;
Amerò tutti, ma con più fervore
Chi più simile al tuo mi mostra il core!

Amar vogl’io, di quell’amor che avvampa
In te, e ne’ tuoi più nobili viventi,
Di quell’amor che da’ rei lacci scampa,
Di quell’amor che regge infra i tormenti,
Di quell’amor che all’universo è lampa
Nella chiesa infallibil de’ redenti,
Di quell’amor sì pio, sì ver, sì forte,
Che abbella e vita, e gioie, e strazi, e morte!

Silvio Pellico – La mia gioventu’

Lamento sui fuggiti anni primieri,
Che fecondi di speme Iddio mi dava,
E di ricchi d’amore alti pensieri!

Tra giubili ed affanni io m’agitava,
Ed incessanti studi, e bramosia
Di sollevarmi dalla turba ignava;

E spesso dentro al cor parola udìa
Che diceami dell’uom sublimi cose,
Tali che d’esser uomo insuperbìa.

Pupille aver credea sì generose
Il mio intelletto, che dovesser tutte
Schiudersi a lui le verità nascose;

E di ragion nelle più forti lutte
Io mi scagliava indomito; sognante
Che sempre indagin lumi eccelsi frutte.

Quella vita arditissima ed amante
Di scïenza e di gloria e di giustizia
Alzarmi imprometteva a gioie sante.

Nè sol fremeva dell’altrui nequizia,
Ma quando reo me stesso io discopriva,
L’ore mi s’avvolgean d’onta e mestizia.

Poi dal perturbamento io risalíva
A proposti elevati ed a preghiere,
Me concitando a carità più viva.

Perocchè m’avvedea ch’uom possedere
Stima non può di se medesmo e pace,
S’ei non calca del Bel le vie sincere.

Ma allor che fulger più parea la face
Di mia virtù, vi si mescea repente
D’innato orgoglio il lucicar fallace.

E allor Dio si scostava da mia mente,
E a gravi rischi mi traea baldanza,
Ed infelice er’io novellamente.

Se così vissi in lunga titubanza,
Ond’or vergogno, ah! tu pur sai, mio Dio,
Che tremenda cingeami ostil possanza!

Sfavillante d’ingegno il secol mio,
Ma da irreligiose ire insanito,
Parlava audace, ed ascoltaval’io.

E perocchè tra’ suoi sofismi ordito
Pur tralucea qualche pregevol lampo,
Spesso da quelli io mi sentìa irretito.

Egli imprecando ogni maligno inciampo
Sciogliea della ragion laudi stupende,
Ma insiem menava di bestemmie vampo.

Ed io, come colui che intento pende
Da labbra eloquentissime e divine,
E ogni lor detto all’alma gli s’apprende,

Meditando del secol le dottrine,
Inclinava i miei sensi alcuna volta
Di servil riverenza entro il confine.

Tardi vid’io ch’a indegne colpe avvolta
Era sua sapïenza, e vidi tardi
Ch’ei debaccava per superbia stolta.

Trasvolaron frattanto i dì gagliardi
Della mia giovinezza, e sovra mille
Splendide larve io posto avea gli sguardi;

E nulla oprai che d’alta luce brille!
E si sprecar fra inani desidèri
Dell’alma mia bollente le faville!

Lamento sui fuggiti anni primieri
Che d’eccelse speranze ebbi fecondi,
E di ricchi d’amore alti pensieri!

Ma sien grazie al Signor che, ne’ profondi
Delirii miei, pur non sorrisi io mai
Agl’inimici suoi più furibondi:

Sempre attraverso tutte nebbie, i rai
Del Vangel mi venian racconsolando;
Sempre la Croce occultamente amai.

Ed il maggior mio gaudio era allorquando
In una chiesa io stava, i dì beati
Di mia credente infanzia rammentando:

Que’ dì pieni di fede, in che insegnati
Dal caro mi venian labbro materno
I portenti onde al ciel siamo appellati!

Di nuovo fean di me poscia governo
La incostanza, gli esempi, ed il timore
Dell’altrui vile e tracotante scherno;

E l’ira tua mertai per tanto errore:
Ma gl’indelebili anni che passaro
Ritesser non m’è dato, o mio Signore!

Presentarti non posso altro riparo
Che duolo e preci e fè nel divo sangue,
Di cui non fosti sulla terra avaro

Per chiunque a’ tuoi piè pentito langue.

Silvio Pellico – Poesie scelte

EText-No. 17671
Title: Poesie scelte
Author: Pellico, Silvio, 1789-1854
Language: Italian
Link: 1/7/6/7/17671/17671-h/17671-h.htm

EText-No. 17671
Title: Poesie scelte
Author: Pellico, Silvio, 1789-1854
Language: Italian
Link: 1/7/6/7/17671/17671-8.txt

EText-No. 17671
Title: Poesie scelte
Author: Pellico, Silvio, 1789-1854
Language: Italian
Link: 1/7/6/7/17671/17671-h.zip

EText-No. 17671
Title: Poesie scelte
Author: Pellico, Silvio, 1789-1854
Language: Italian
Link: 1/7/6/7/17671/17671-8.zip

Silvio Pellico – Poesie inedite

EText-No. 19429
Title: Poesie inedite vol. I
Author: Pellico, Silvio, 1789-1854
Language: Italian
Link: 1/9/4/2/19429/19429-8.txt

EText-No. 19429
Title: Poesie inedite vol. I
Author: Pellico, Silvio, 1789-1854
Language: Italian
Link: 1/9/4/2/19429/19429-8.zip

EText-No. 19558
Title: Poesie inedite vol. II
Author: Pellico, Silvio, 1789-1854
Language: Italian
Link: 1/9/5/5/19558/19558-8.txt

EText-No. 19558
Title: Poesie inedite vol. II
Author: Pellico, Silvio, 1789-1854
Language: Italian
Link: 1/9/5/5/19558/19558-8.zip